martedì 23 settembre 2008

Palestina: storia fotografica dell’occupazione sionista dagli albori ai giorni nostri

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Ricerche correlate: 1. Monitoraggio di «Informazione Corretta»: Sezioni tematiche. – 2. Osservatorio sulle reazioni a Mearsheimer e Walt. – 3. L’11 settembre: misteri, dubbi, problemi. – 4. Rudimenti sul Mossad: suo ruolo e funzione nella guerra ideologica in corso. – 5. La pulizia etnica della Palestina. – 6. Studio delle principali Risoluzioni ONU di condanna a Israele. – 7. Cronologia del conflitto ebraico-palestinese. – 8. Boicottaggio prossimo venturo: la nuova conferenza di Durban prevista per il gennaio 2009. – 9. Teoria e prassi del diritto all’ingerenza. – 10. Per una critica italiana a Daniel Pipes. – 11 Classici del sionismo e dell’antisionismo: un’analisi comparata. – 12. Letteratura sionista: Sez. I. Nirenstein; II. Panella; III. Ottolenghi; IV. Allam; V. Venezia; VI. Gol; VII. Colombo; VIII. Morris; – 13. La leggenda dell’«Olocausto»: riapertura di un dibattito. – 14. Lettere a “La Stampa” su «Olocausto» e «negazionismo» a seguito di un articolo diffamatorio. – 15. La sotterranea guerra giudaico-cristiana dei nostri giorni. – 16. Jürgen Graf: Il gigante dai piedi di argilla. – 17. Carlo Mattogno: Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia. – 18. Analisi critica della manifestazione indetta dal «Riformista». – 19. Controappello per una pace vera in Medio Oriente. –


Di ritorno da una libreria Feltrinelli mi è capitato di vedere un bel volume, una storia fotografica dell’occupazione della Palestina, dal 1967 al 2007, fotografata tutta dall’angolo visuale del vincitore e occupante: si legga la recensione di De Luna, che riporto integralmente, sottraendolo ai benevoli commenti dei “Corretti Informatori”:
Moshe Dayan, affiancato da Yitzhak Rabin e Uzi Narkiss, varca la Porta dei Leoni nella città vecchia di Gerusalemme. E’ appena finita la guerra del 1967. I tre vincitori sono consapevoli della presenza dei fotografi (è stato lo stesso Dayan a convocarli) ma non guardano verso l’obiettivo; i loro occhi spaziano lontano, abbracciano tutto l’orizzonte: è uno sguardo da padroni, ma il loro sorriso è anche quello di chi si sente finalmente a casa. Comincia così, con questa immagine, l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi nella striscia di Gaza e in Cisgiordania, un’immagine che la studiosa israeliana Ariella Azoulay ha scelto come foto-simbolo per il suo libro Atto di Stato. Palestina-Israele, 1967- 2007. Storia fotografica dell’occupazione (a cura di Maria Nadotti, Bruno Mondadori, pp. 313, e55). Si tratta di 700 scatti che provengono dagli archivi di oltre 70 fotografi, quasi tutti israeliani (nelle strade dei Territori furono affissi cartelli con il divieto di fotografare). Azoulay è consapevole della loro intenzionalità, sa benissimo cosa significhi che siano gli israeliani a fotografare e i palestinesi a essere fotografati e del complesso intreccio che si stabilisce tra gli uni e gli altri. Ma proprio questa consapevolezza segnala il suo libro come uno degli esempi più efficaci di come si possano usare le fotografie per raccontare la storia. Non sono immagini che illustrano il testo, che servono da contorno alla narrazione: parlano da sole, ci restituiscono una realtà altrimenti destinata alle nebbie dell’incertezza e dell’ignoranza. A seconda dei punti di vista i Territori sono considerati «occupati», «liberati», oppure - ed è questa la terminologia ufficiale israeliana - «sotto custodia». Quale che sia la definizione da adottare, le immagini ci mostrano un’esistenza collettiva scandita dalla violenza e dalla brutalità (scontri, demolizioni di case, scioperi del commercio, arresti di massa), ma anche punteggiata da oasi di irreale normalità, da momenti di serenità inaspettati. Nonostante la censura, la propaganda, spesso a dispetto delle intenzioni di chi le ha scattate, quelle fotografie creano uno spazio di relazione tra vincitori e vinti, consentono a chi è stato ridotto alla condizione di apolide e privato della cittadinanza di trovare uno spazio pubblico in cui emergere dall’invisibilità e dalla rimozione. «Atti di Stato» sono quelli che in altre circostanze sarebbero definiti come crimini e che invece possono essere impunemente commessi da individui a cui lo Stato garantisce la piena immunità. Ce ne sono molti nel libro. Due per tutti, non cruenti e proprio per questi esemplari: la famiglia cacciata dalla propria casa perché i soldati israeliani possano assistere ai mondiali di calcio; il piccolo sciuscià palestinese che lucida gli scarponi di un civile israeliano, travestito da ufficiale. Una domesticità infranta, un’infanzia abbandonata: la riproposizione, per noi italiani, degli incubi di un passato non ancora cancellato.
Il prezzo per acquistarlo mi è parso proibitivo, ma ho potuto carpirne l’idea che ne sta alla base, un’idea non protetta da copyright. Inoltre non mi è sufficiente il termine temporale a quo. L’occupazione ha inizio molto prima, in pratica da quando si può documentare un apposito disegno di occupazione di un territorio noto come Palestina e ribattezzato dagli occupanti con il nome di Israele. Una documentazione fotografica dovrebbe partire dagli inizi stessi del sionismo, certamente anteriori al 1967 ma successivi all’invenzione del dagherrotipo. Se è vero che un’immagine vale 1000 parole, si può scrivere per i tempi moderni una storia fatta di immagini, dove le didascalie sono un necessario complemento. Del resto, è proprio su una visione di corto raggio che si basano tutti i tentativi israeliani di auto-legittimazione: abbiamo vinto nell’ultimo scontro ed è da questo momento in cui sorge il diritto! Il passato non conta. Scordiamocelo, secondo una noto proverbio napoletano. La Memoria non è solo quella che immagina l’on. Furio Colombo, cui si deve la celebrazione nelle scuole di una Memoria che non ci riguarda e che è profondamente autolesionista. Esiste anche la memoria dei vinti. Esistono tante memorie diverse per ogni individuo che ha vissuto lo stesso evento. In rete sono presenti moltissime immagini riguardanteila moderna Guerra dei Cento Anni e i momenti del secolare processo di occupazione dei territori palestinesi. Il guaio è che queste immagini sono spesso prive di didascalie. Non si sa bene dove e quando sono state scattate e a cosa esattamente si riferiscono. Ciò che in questo post mi accingo a fare è una raccolta sistematica di immagini, cercando per ognuna di esse di darne la fonte originale, la cronologia e un’adeguata didascalia. Mi rendo conto che è facile incorrere in errori, ma mi dichiaro fin d’ora pronto a correggerli appena mi verranno segnalati. La realtà dell’occupazione è di per sé tanto tragica ed eloquente da non aver nessun bisogno di consapevoli falsificazioni. Confido nella collaborazione dei lettori per sviluppare il progetto. Se vi saranno per le singole immagini questioni di copyright, non avrò difficoltà a rimuovere il file appena ciò mi verrà richiesto o segnalato. Sempre, potendo, darò tutte le indicazioni sulle fonti da cui attingo. Per “fonte” intendo qui, più sotto, non quella originaria, ma quella da cui ho potuto concretamente e casualmente attingere. La vera e propria citazione iconografica potrò darla con la dovuta evidenza solo se e quando ne verrò a conoscenza. Il Sommario sarà continuamente rielaborato via via che aumenterà il patrimonio di immagini. I criteri per la loro migliore sistemazione e fruibilità si verranno via via precisando e perfezionando.

Versione 1.9
status: 9.11.08
Sommario: 1. King David Hotel. – 2. Piani di spartizione e occupazioni di fatto. – 3. La Nakba. – 4. La Striscia di Gaza. – 5. La Cisgiordania. – 6. Sabra e Shatila. – 7. Prima Intifada. – 8. Seconda Intifada. – 9. La costruzione del Muro. –10. Terza guerra israelo-palestinese. – 11. Akka. – 12. Hebron: una vita da apartheid. – 13. La vita quotidiana a Gaza. – 14. Insediamenti ebraici: a) Kiryat Arba. –

1.
King David Hotel
(26 luglio 1946)
1.1
Fonte

26 luglio 1946: attentato al King David Hotel, per opera dell’Irgun. Se si legge cosa fosse e significasse all’epoca il King David Hotel, credo ben lo si possa paragonare alle Torri Gemelle. L’impatto terroristico non credo sia stato inferiore. Ben si può collegare la nascita dello stato di Israele a questo atto terroristico. Vi furono circa 200 vittime fra ebrei, arabi e inglesi. L’Irgun fu fondato nel 1931 da Avraham Tehomi (1903-1990) a seguito di una spaccatura ideologica e politica con l’Haganah, che quindi preesisteva a dimostrazione di una lunga gestazione del disegno sionista di impadronirsi delle terre dei palestinesi. Non vi è da stupirsi che la volontà di sopraffazione e di conquista violenza formi nel tempo una sua ideologia alla quale si attribuisce perfino il carattere della legittimità. Il gruppo dell’Irgun condusse una sua propria politica basata su attacchi terroristici. Si sciolse dopo il 1948.

1.2
Fonte

L’attentato al King David Hotel fu il più noto atto terroristico dell’Irgun, ma non il solo. Fu portato a termine da sei membri dell’Irgun travestiti da arabi: si noti la perfidia. Morirono un centinaio di persone e non è mai stato chiarito il fatto che gli attentatori avessero avvisato o meno la direzione dell’Hotel mezz’ora prima dell’esplosione. La pratica del terrorismo, il cui termine è oggi usato dai servizi israeliani per delegittimare sul piano della propaganda la resistenza araba, fu una costante del sionismo ed è ancora oggi praticato.

1.3
Fonte

L’attentato al King David Hotel fu il più noto di quelli compiuti dall’Irgun, ma non l’unico. Nella foto a sinistra si vede quel che rimase della sede dell’Intelligence britannica. Al centro si vede una documentazione fotografica dell’attentato all’Ufficio delle Imposte. A destra altra foto del King Davi Hotel dopo l’attentato.

Links:
1. La spartizione e la guerra.
2. Wikipedia: King David Hotel.
3. Stefano Liberti: La sacra alleanza del King David.
4. Irgun Zvai Leumi.
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2.
Piani di spartizione e occupazioni di fatto
(1947, 1948, 1967, 2004)

2.1.
Fonte


2.2
Fonte



2.3
Fonte



2.4
Fonte


«I villaggi ebraici sono stati costruiti al posto dei villaggi arabi. Voi non li conoscete neanche i nomi di questi villaggi arabi, e io non vi biasimo perché i libri di geografia non esistono più. Non soltanto non esistono i libri, ma neanche i villaggi arabi non ci sono più. Nahlal è sorto al posto di Mahlul, il kibbutz di Gvat al posto di Jibta; il kibbutz Sarid al posto di Huneifis; e Kefar Yehushua al posto di Tal al-Shuman. Non c'è un solo posto costruito in questo paese che non avesse prima una popolazione araba». David Ben Gurion, citato in The Jewish Paradox, di Nahum Goldmann, Weidenfeld and Nicolson, 1978, p. 99.

3.
La Nakba
(1947-48)

3.1
Fonte

«Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle terre e l’eliminazione di ogni servizio sociale per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba». David Ben-Gurion, Maggio 1948, agli ufficiali dello Stato Maggiore. Da: Ben-Gurion, A Biography, by Michael Ben-Zohar, Delacorte, New York 1978.
3.2
Fonte

3
Fonte

«Ci sono stati l’anti-semitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma loro in questo cosa centravano? Essi vedono una sola cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro paese. Perché dovrebbero accettarlo?» Riportato da Nahum Goldmann in Le Paraddoxe Juif (The Jewish Paradox), pp. 121-122.


4.
La Striscia di Gaza
(1948-2008)

1
Fonte
Per Striscia di Gaza si intende una parte di territorio risultante dalla spartizione della Palestina, sancita dall’ONU e di dubbia legittimità. Questa spartizione non fu spartizione non fu mai riconosciuta da parte araba, ma solo da parte israeliana che aveva un suo progetto di fondazione dello stato di Israele sul suolo già occupato dai palestinesi. Ad una strategia sionista lungamente meditata e premeditata i palestinesi non erano in grado di opporre nessuna resistenza se non il loro materiale esserci, il loro mero esistere in senso antropologico. La visione sionista presuppone il totale annientamento delle popolazioni indigene, le quali hanno la grave colpa di esistere e di disturbare con la loro stessa presenza. Il problema da un punto di vista israeliano è cosa farne. La pulizia etnica e la progressiva dispersione fu e resta la principale ed unica soluzione mai concepita dai governi israeliani che si sono succeduti, ma era già presente nei pensatori sionisti. Al massimo i palestinesi avrebbe potuto costituire una manodopera a basso prezzo, una specie di schiavi negri. Via via che si affacciò la soluzione dei due stati, volta a scongiurare la più temibile soluzione dello stato unico a carattere egualitario e binazionale, i palestinesi furono relegati nella Striscia quale embrione del futuro stato palestinese. La Strisca fu dapprima amministrata dagli egiziani e dopo la guerra del 1967 passò sotto il dominio israeliano che vi insediarono coloni. Viene presentato come un gesto di buona volontà il fatto che ad un certo punto il governo israeliano abbia deciso di ritirarsi dalla Striscia, lasciandola ai soli palestinesi con un simulacro di Autorità Nazionale Palestinese. Fu una conseguenza necessaria per evitare o un vero e proprio sterminio – impossibile in modo aperto sotto gli occhi della comunità internazionale – o l’evoluzione verso quello Stato Unico binazionale che avrebbe tolto allo stato sionista la caratterizzazione di ebraico. In pratica, la Striscia di Gaza si è venuta caratterizzando come un vero e proprio Lager di 360 kmq, al cui interno vive 1.500.000 di palestinesi con una densità per kmq che è la più alta del mondo e che rende impossibile condizioni civili di esistenza.



Links:
1. Wikipedia: Striscia di Gaza.
2. Oltre il Muro.
3. I giorni della penitenza.
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5.
La Cisgiordania

(1948-2008)
1
Fonte


6.
Sabra e Shatila
(16-18 settembre 1982)

1.
Fonte

2.
Fonte


3.
Fonte


4.
Fonte

7.
Prima Intifada
(1987-1993)

1
Fonte
2.
Fonte

8.
Seconda Intifada
(2000- )

1
Fonte


Links:
1. Israel Shamir: La favola dei due stati.
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9.
La costruzione del Muro

(2002- )

1
Fonte
L’idea e la progettazione del muro risale all’aprile del 2002. Doveva essere lungo 350 km, alto 8 metri e con una zona di rispetto da 30 a 100 metri, in pratica una parte di terreno sottratta ai bisogni alimentari dei palestinesi che spesso vi tenevano il loro orto. Il muro di Berlino era lungo 150 km e alto solo 3,5 m. Ariel Sharon fu l’iniziatore del muro che secondo le motivazioni addotte avrebbe dovuto avere uno scopo difensivo. Una motivazione quanto mai ipocrita che verrà ripetuta regolarmente dalla propaganda mediatica e fatta propria da politici europei sostenitori dell’occupazione israeliana. Il muro fu dichiarato illegale tanto dalla Corte Internazionale di Giustizia quanto dall’Assemblea dell’ONU. Furono 25 i paesi europei che votarono la risoluzione ed Israele - contrario insieme con gli USA - ebbe a definire “vergognosa” la posizione europea. Dovrebbero ricordarsi di ciò quanti oggi proprugano l’ingresso di Israele nell’Unione Europea.

2
Fonte

«Fortuna i bambini, che sono uguali ovunque. La palla, con cui stanno giocando questi bambini palestinesi, sembra l’allegoria del fatto che, indifferentemente dal loro atteggiamento nelle trattative, essa rimbalza sempre e comunque verso il campo palestinese e mai invade il campo d’Israele. I palestinesi giocano sempre a battimuro».

3
Fonte

«Noi dobbiamo espellere gli arabi e prenderci i loro posti». David Ben Gurion, 1937, Ben Gurion and the Palestine Arabs, Oxford University Press, 1985.

Links:
1. L’Assenblea ONU chiede a Israele di smantellare il muro.
2. Il muro in Palestina.
3. Stefania Pizzolla: Il muro della vergogna.
4. Questione Palestina: Dai campi profughi in Siria al muro della vergogna.
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10.
Terza guerra israelo-libanese
(luglio-agosto 2006)

1.
Fonte

Didascalia originale: «Bombardamento israeliano nel cenro di Tiro, sud del Libano».

Links:
1. Wikipedia: Guerra del Libano (2006).
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11.

Akka

(ottobre 2008)

1.
Fonte

2.
Fonte


3.
Fonte

4.
Fonte
Didascalia originale: «Emeutiers juifs à Saint Jean d’Acre, criant des menaces de mort destinées aux habitants arabes - Photo : AP/Muhammed Muheisen»



Links:
1. Infopal: progrom contro gli arabi d’Israele.
2. Osservatorio Iraq: arabo aggredito.
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12.
Hebron: una vita da aparthed
(2008)

1.
Fonte

Da un articolo di Francesca Paci, apparso su “La Stampa” del 21 ottobre 2008, p. 18: «Hebron è la più grande città della Cisgiordania, nota per i vetri raffinati. Dal 1997 è divisa in due: la zona H1, dove vivono 130 mila palestinesi, e la H2, «lo Stato apartheid», come lo chiama lo storico israeliano Zeev Sternell, con 34 mila palestinesi, 600 coloni ebrei, 1500 militari israeliani e 76 posti di blocco. «Da alcune settimane la situazione si è aggravata», ammette Ahmed, mercante di ceramiche all’inizio di Shuada Street, fino al 2000 arteria principale della città vecchia e oggi teatro di scontri quotidiani. Basta aspettare qualche minuto, il tempo che Noam, kippà e pantaloni bianchi da cui spunta una pistola M5, incroci due adolescenti palestinesi affatto disposti a cedere il passo. Sullo sfondo la sagoma imponente della moschea al Ibrahimi, lo stesso maestoso edificio che gli ebrei chiamano Ma’arat Ha-machpela, la grotta dei Patriarchi, il luogo dove entrambi, separati da pesanti sbarre, pregano sulla tomba di Abramo. «Siamo tutti in trincea», continua Ahmed. Coloni contro palestinesi tra i vicoli scoscesi e sulle colline punteggiate di ulivi. Coloni contro militari israeliani, rei, grida Noam al blindato con la stella di David, di servire uno Stato che «cede al nemico la terra di Dio». Palestinesi di Hamas, che gode dell’80 per cento dei consensi, contro i fratelli l’Autorità Nazionale del presidente Abu Mazen, il cui mandato scade a gennaio. Una sassaiola incrociata che non risparmia neppure le vetture «peacekeepers» della Tiph, la missione di osservazione internazionale di cui fa parte una squadra di carabinieri italiani. «Hebron è un caso unico, il feudo di Hamas. La legge di Dio qui conta più della politica», spiega l’analista Idhin Tamini. Nawal Akram ripone le sciarpe tessute a mano dalle donne della cooperativa Jaffa nel negozio alla fine del mercato della frutta e aspetta il marito che viene a prenderla ogni sera: «Sono l’unica donna, gli altri commercianti non mi vogliono. La mentalità è tradizionale e l’occupazione israeliana amplifica la chiusura». Laurea in scienze dell’educazione, 42 anni, 2 bimbi, Nawal è un’eccezione tra le coetanee che ne hanno almeno sei. «Hamas ha grandi infrastrutture - continua Tamini -. Nonostante dall’inizio di ottobre le forze di sicurezza comandate da Ramallah abbiano chiuso parecchie associazioni caritatevoli e arrestato 30 persone, il sostegno ai più bisognosi continua sotto banco». Secondo il Comitato internazionale della Croce Rossa (Icrc) l’86,7 per cento dei palestinesi della H2 vive sotto la soglia di povertà e si arrangia con 2 euro al giorno. Uno su 4 conta sulla razione mensile dell’Icrc, farina, olio, zucchero, tonno. «La crisi finanziaria inasprirà la situazione nei territori palestinesi dove, a scapito della pace, torneranno fame e disoccupazione», osserva Gil Feiler, direttore dell’Istituto di ricerca economica del Medioriente di Herzlyia. Molti considerano Hebron il laboratorio della terza intifada, il termometro delle tensioni in Cisgiordania. La settimana scorsa, quando gli agenti dell’Autorità Palestinese hanno denunciato agli israeliani il tunnel scavato sotto il check point di Tarqumia accusando Hamas, Hebron ha temuto la guerra civile. «A chi serve un tunnel così?», si chiede Idhin Tamini. «Hebron non è Gaza, il mercato è pieno di armi illegali». Un cielo cupo attende, a giorni, l’arrivo dei 700 nuovi poliziotti di Fatah addestrati in Giordania dagli americani. «La collaborazione con la sicurezza palestinese è un successo», giura Peter Lerner, portavoce dell’amministrazione civile israeliana. Il vecchio Assad spegne l’ultima sigaretta e incatena la bottega, nella città dei vetri in frantumi non si sa mai».

Da una cronaca di Michele Giorgio apparsa sul Manifesto dell’8 novembre 2008: «Regna l’abituale confusione a Bab Zawiye. Ambulanti che urlano, acquirenti scettici, taxi che fanno lo slalom tra le bancarelle. Le scolaresche sciamano per le strade intasate di automobili. A pochi metri dal quartiere palestinese c'è l'altra Hebron, la zona H2, controllata dall'esercito israeliano, per la quale si aggirano solo sparuti gruppi di coloni ebrei e pattuglie della polizia. I palestinesi che abitano lì si comportano come topi: rintanati in casa, fanno di tutto per evitare i coloni, che nelle ultime settimane sono più aggressivi del solito. I settler sono infuriati con il governo e con l'esercito israeliano, ma sfogano loro rabbia soprattutto contro i palestinesi». Andando alla fonte si trovano altre immagini della stessa serie ed anche video YouTube.

Links:
1. International Solidarity Movement.
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13.
La vita quotidiana a Gaza

1.
Fonte
Da un articolo di Michele Giorgio sul “Manifesto” del 21 ottobre 2008, p. 11: «Trovare una bombola del gas è una impresa, anche cucinare è un lusso. Mi chiedo come faremo a riscaldarci durante l'inverno». Guida con attenzione Raed mentre corre verso Rafah. Racconta la vita quotidiana di Gaza che non è cambiata da quando Israele e Hamas, lo scorso giugno, hanno deciso di rispettare una tregua di sei mesi che, con ogni probabilità, verrà prolungata. «È cambiato poco qui a Gaza - prosegue Raed - certo non dobbiamo più preoccuparci per le incursioni (israeliane), abbiamo l'elettricità e la benzina per le automobili ma la chiusura è sempre la stessa. Mancano tante cose». Riferisce il caso di un bimbo, Ahmad, di pochi mesi intollerante al latte in polvere. «Può bere solo un latte speciale - spiega - ma qui non si trova e i genitori affidano le loro speranze agli stranieri che entrano ed escono da Gaza. Solo loro possono portare al bimbo quel latte, comprandolo in Israele. Ma non sempre le cose vanno per il verso giusto». Un caso che parla per tanti altri in una Gaza dove la gente passa parte del suo tempo a cercare prodotti divenuti rarissimi o scomparsi del tutto. Israele lascia passare e con il contagocce solo ciò che giudica «prioritario», il minimo indispensabile per non portare al disastro umanitario un milione e mezzo di palestinesi ed evitare condanne internazionali. Afferma di voler strangolare il movimento islamico al potere a Gaza da giugno 2007 ma a soffocare sono solo i civili. «Per trovare le cose che mancano nei negozi non si può far altro che andare a Rafah, sperando che dalle viscere della terra arrivino in superfice i prodotti cercati invano da altre parti», dice Raed riferendosi ai tunnel tra Gaza e l'Egitto attraverso i quali passa di tutto: taniche di carburante, medicine, bombole del gas, lavatrici e frigoriferi smontati, sigarette, dolciumi, profumi, e naturalmente armi e soldi. Un traffico immenso a giudicare dalle numerose tende erette sugli ingressi dei tunnel ad appena qualche decina di metri dal confine. Se ne contano decine, ma secondo la gente del posto sarebbero oltre 200. Alcuni tunnel sono guardati a vista da agenti della polizia di Hamas, altri sono stati abbandonati, altri ancora sono all'interno delle abitazioni di famiglie di Rafah per che anni hanno gestito il contrabbando con l'Egitto. «Queste famiglie hanno dovuto piegarsi agli ordini di Hamas, i traffici ora sono regolati, il governo vuole sapere tutto quello che passa nei tunnel, non sfugge più nulla alla polizia», spiega Abu Firas, contrabbandiere di sigarette egiziane sino ad un anno fa ma ora semplice «grossista» delle merci che passano sotto terra. «Le cose sono cominciate a cambiare la scorsa primavera, dopo che gli egiziani hanno richiuso il valico di Rafah (aperto con la forza dai miliziani di Hamas a gennaio, ndr)», racconta Abu Firas mentre con una mano si protegge gli occhi dalla luce del sole. «Hamas ha capito che l'Egitto non si metterà contro Israele (tenendo aperta Rafah, ndr) e che solo grazie ai tunnel è possibile far entrare quello che serve a Gaza». Secondo alcune stime 1/3 di tutta l'attività economica della Striscia è generata dal contrabbando. A Rafah nessuno osa sfidare gli ordini tassativi giunti dal governo di Hamas. I tunnel ufficialmente rimangono illegali ma vengono tollerati perché sono il tubo che porta ossigeno alla popolazione, il modo per allentare le tensioni sociali ma anche una delle ultime strade che permettono ad Hamas di ricevere il denaro in contanti che serve per pagare la sua struttura amministrativa e di sicurezza. «Prestiamo grande attenzione al movimento sotterraneo, non lasciamo passare sostanze e prodotti illegali, come armi e droga, ma solo effettivamente ciò che serve a Gaza», ha dichiarato qualche giorno fa Ehab Ghussen, il portavoce del ministero dell'interno di Hamas, confermando da un lato la legittimità ormai data ai tunnel e dall'altro di lanciare messaggi rassicuranti all'Egitto. Il governo islamico non ha alcuna intenzione di bloccare l'attività sotterranea che ha generato anche un considerevole indotto. Nafez Abu Rahme, un elettricista, da alcuni mesi riesce a sfamare la famiglia grazie ai cavi e le lampadine che vende agli ommal (lavoratori), come a Rafah chiamano quelli che scavano i tunnel. «A coloro che accettano di dichiarare spontaneamente le merci in transito per i loro tunnel e di versare una tassa al governo, Hamas garantisce l'illuminazione gratuita», dice Abu Rahme che ci tiene a far sapere che sotto terra passa davvero di tutto. «Un mio amico ha acquistato una motocicletta in Egitto e smontata, pezzo dopo pezzo, è riuscito a riceverla a Rafah» riferisce con soddisfazione. Ci sono poi le richieste speciali che non riguardano solo beni di lusso, come lettori di cd dell'ultima generazione o cosmetici prodotti in Europa, ma anche farmaci per malati terminali che scarseggiano negli ospedali di Gaza. Di pari passo con l'aumento delle richieste, sale il numero di coloro che sono pronti a calarsi in un tunnel in cambio di una commissione sulle merci da portare in superfice. «Chi va sotto terra prende una percentuale sul valore complessivo dei prodotti, tra il 5 e il 10%. Ma chi ha bisogno di soldi subito accetta di entrare nei tunnel anche per 1.500 shekel (circa 400 dollari)», spiega Abu Firas.
Una necessità che può costare la vita. Gli egiziani hanno deciso di dare la caccia ai tunnel, sotto la pressione di Israele e degli Stati uniti, e non esitano a farli saltare immediatamente quando li individuano. Nell'ultimo mese hanno distrutto almeno 42 gallerie sotterranee. Ad aiutarli, scriveva qualche giorno fa Alex Fishman sul quotidiano israeliano Yediot Ahronot, sarebbero giunti dei macchinari speciali in dotazione all'esercito Usa. Non solo, ha aggiunto Fishman, ma genieri statunitensi opererebbero accanto a quelli egiziani nelle perlustrazioni alla ricerca dei tunnel. Per le esplosioni causate dagli egiziani, cedimenti strutturali e altri incidenti, almeno 39 palestinesi sono morti nei tunnel dall'inizio dell'anno. Gli ultimi due appena qualche giorno fa, a causa dell'esplosione del gas fuoriuscito dalle bombole del gas che stavano trascinando. «La miseria, la disperazione, l'urgenza di trovare un lavoro, la famiglia da sfamare spingono tanti palestinesi di Gaza, specie i più giovani, a rischiare la vita sotto terra», ha denunciato la scorsa settimana il centro per i diritti umani al Mezan. Hamas qualche settimana fa ha ordinato ai «datori di lavoro» di corrispondere un risarcimento alle famiglie dei morti nei tunnel. «È giusto - commenta Abu Rahme - questo è un lavoro come tanti altri, anzi meglio di altri, perché fa sopravvivere Gaza».

14.
Insediamenti ebraici: a. Kiryat Arba
(status al novembre 2008)

Kiryat Arba come insediamento israeliano risale al 1968. È il più grande degli insediamenti illegali e conta circa 6000 persone. È strettamente collegata alla situazione in Hebron, da cui dista poco. Le case che si vedono in basso sono di palestinesi. Accedendo direttamente alla fonte indicata si trovano un intero album con particolari ingranditi. Le più recenti notizie, in data 8 novembre 2008, dicono che
Gli ultimi, gravi scontri si sono avuti qualche notte fa, non lontano dall'insediamento ebraico di Kiryat Arba, quando decine di estremisti si sono scatenati lanciando sassi contro le case palestinesi, profanando decine di tombe in un cimitero musulmano e fracassando i vetri di un'ottantina di auto arabe. Un raid punitivo contro i palestinesi, seguito alla demolizione da parte dei soldati di un «avamposto colonico», illegale non solo per la legge internazionale ma anche per le autorità di occupazione. «Chiedere aiuto alla polizia palestinese è inutile - spiega sconsolato Fares Sweiki, che abita lungo la strada che collega Kiryat Arba e Hebron - : gli agenti non possono avvicinarsi agli insediamenti, e poi sanno bene che se provassero a difenderci si troverebbero sotto il fuoco dei soldati e dei coloni israeliani».
L’articolo prosegue offrendo uno spaccato sulla odierna
«condizione di Hebron, in modo particolare della sua zona H1 - l'85% della città - ufficialmente sotto il controllo dell'Anp, ma dove in realtà a dettar legge è sempre l'esercito israeliano. Dal 25 ottobre ad accrescere l'amarezza della popolazione contribuisce il dispiegamento di 550 agenti dei reparti speciali delle forze fedeli al presidente Abu Mazen. Uomini addestrati in Giordania con fondi statunitensi ed europei e che l'Anp, dopo aver ricevuto il via libera di Israele, ha inviato a Hebron per riportare «legge e ordine» nelle strade. Ma in città sanno bene qual è il vero compito di questi reparti scelti: fare la guerra ad Hamas, che ha già preso il controllo di Gaza un anno fa e gode di molti consensi anche in Cisgiordania. «Proteggono gli israeliani, non noi: li hanno inviati qui non per difenderci dai coloni ma per aiutare Israele», protesta Musa, un disoccupato. Khaled, commerciante e simpatizzante di Fatah, il partito di Abu Mazen, è deluso: «Hamas non mi piace, ma il problema di Hebron non sono gli islamisti ma l'occupazione e i coloni». I leader locali del movimento islamico preferiscono non incontrare la stampa, specie quella internazionale: sanno di essere nel mirino della forza speciale dell'Anp e non si espongono. Militanti e simpatizzanti di Hamas invece sono meno timorosi. «Il governo di Ramallah (l'Anp di Abu Mazen, ndr) ci fa la guerra mentre dovrebbe lottare contro coloro che occupano la nostra terra», dice Mahmoud J., membro di una delle famiglie più in vista di Hebron. Un suo amico, Mustafa M., non è di Hamas ma punta anche lui l'indice contro l'Anp. «A Ramallah - dice con tono minaccioso - pensano solo a spartirsi i soldi che arrivano dall'estero mentre a Hebron tante famiglie muoiono di fame. Hamas invece aiuta la popolazione e sono certo che non resterà a guardare le azioni del mukhabarat (il servizio di sicurezza)».
Ed ancora prosegue dando una lettura della situazione sul terreno che è ignorata dalla maggior parte della stampa internazionale che tralascia il dato più scottante:
«la presenza di 500 coloni israeliani che di fatto tengono in scacco il futuro di questa città spaccata in due parti. Di fatto l'invio dei 550 agenti speciali dell'Anp a Hebron conferma che l'attuazione della Road Map, da tutti considerata morta, è in atto da mesi. Ma solo da parte palestinese. La prima fase di quel presunto “percorso di pace” tracciato dagli americani ma completato con le condizioni poste dall'ex primo ministro israeliano Ariel Sharon, prevede da parte dell'Anp la cosiddetta «lotta alle infrastrutture del terrorismo», cioè Hamas, e la parallela cessazione delle attività di insediamento in Cisgiordania da parte di Israele che, al contrario, prosegue senza sosta». [Nella foto il generale Keith Dayton «che da circa due anni, per conto degli Stati Uniti (e indirettamente di Israele), sta supervisisionando l’addestramento dei reparti speciali dell’Anp in corso in Giordania e nel centro di intelligence di Gerico».]

2.

Links:
1. International Middle Eas Media Center.
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lunedì 22 settembre 2008

Cosa è il Keren Hayesod

Versione 1.1

Molti cittadini italiani non avranno certamente mai sentito nominare il Keren Hayesod prima che l’incidente diplomatico creatosi in questi giorni con l’Iran non avesse portato all’attenzione dei più questo nome. Berlusconi è andato a ricevere un riconoscimento conferitogli da un’associazione ebraica il cui ruolo storico è stato quello di preparare l’immigrazione in Israele, potremmo dire l’invasione e l’occupazione dei territori palestinesi, scacciandone gli abitanti. Bravo il mio presidente Berlusconi! Ecco comunque un link dove si ricavano prime informazioni da cui è possibile ottenerne altre, navigando da link a link muniti del necessario spirito critico. Al di là delle dichiarazioni rese il vero errore di Berlusconi è stato questo suo sbilanciamento a favore di una parte in guerra che non ha dalla sua né le ragioni del diritto né quelle della giustizia né quelle dell’umanità. Altro che Hitler! Mai più impropriamente tirato in ballo! Un’assoluta indecenza, ma non nel senso che i mass media stanno attribuendo all’episodio rivelatore. Sarebbe come dare credito e legittimazione al genocidio degli indiani d’America, applaudendo a quanto sono stati bravi i coloni europei sulla pelle degli indigeni, dei pellerossa. E magari ricevendo un premio: uomo dell’anno!

Noi e loro: una breve critica a Marco Cappato

Versione 1.1
Status: 23.9.08

Di ritorno dalla pausa estiva diventa un poco difficile riabituarsi al flusso delle informazioni disponibili o attingibili. Un panorama informativo dove si trova ciò che conviene al regime e dove si tace tutto il resto. Ad esempio, non ha fatto notizia la forzatura del blocco israeliano di Gaza. Apprendo di navi che partono da Cipro e sfidano le armi israeliane per portare medicinali in Gaza e perfino per instaurare un servizio postale da e per Gaza. Invece, proprio questa mattina da Radio Bordin ho ascoltato una notizia di Marco Cappato che si ostina a voler riproporre Israele dentro l’Europa. In questo modo – argomenta il giovane parlamentare – ove Israele venisse nuovamente attaccata, ci sentiremmo tutti attaccatti ed in questo modo si potrebbe veramente dire che “Israele siamo noi”, secondo il titolo irritante dell'ancora più irritante Fiamma Nirenstein. Contemporaneamente leggo dalla Rassegna Stampa Pezzana, battezzata “Informazione Corretta”, di un criptico sondaggio secondo cui il 53 per cento degli italiani sarebbe «critico» verso lo stato di Israele, malgrado una copertura mediatica tutta sbilanciata a favore di Israele. Un 53 per cento che in queste condizioni ben equivale a quel 99,8 per cento di ostilità araba verso Israele. Quella di Cappato è una vecchia posizione sulla quale non vale la pena insistere, rimettendoci parte della mattinata. Basta trarre l’ovvio conclusione che ove l'ipotesi si verificare non già potremmo dire che “Israele siamo noi” ma che l’Europa è diventata “cosa loro”. Si possono fissare due momenti storici del sionismo: la dichiarazione Balfour come ricompensa per servizi di guerra nel conflitto europeo del 1914-18 e l'intromissione sionista nella recente aggressione georgiana alla Russa nella speranza che ne seguisse un conflitto diretto USA-Federazione Russa. Sempre il sionismo ha speculato sulla guerra degli uni contro gli altri per poterne trarre vantaggio. Che la presenza sionista in Palestina rechi i segni dell’occupazione coloniale, della conquista violenta, dell’inganno, degli attentati terroristici, della pulizia etnica, del razzismo, dell’apartheid è cosa non sfuggita al 53 = 99,8 per cento degli italiani «critici» verso Israele. Se Cappato e Radio Bordin si ostinano a presentarci Israele come «l’unica democrazia del Medio Oriente», vorrà dire che i cittadini italiani e non solo italiani si dovranno interrogare sempre più spesso e sempre più seriamente su cosa è veramente questa tanto nominata democrazia. Sono certo che ne scopriranno delle belle, ammesso che già non le sappiano. In effetti, si tratta di vedere più minutamente nei meccanismi della rappresentanza politica e nei bilanci pubblici. Si scoprirà una forma di dominio e di oppressione sul comune cittadino per nulla inferiore a quella attribuita ai passati regimi, sulle cui ceneri e grazie ad una strana “liberazione” fatta di distruzione e di guerra civile una nuova classe politica è salita sul trono. Basti pensare alla gran cagnara sull’anno 1938, anno dell’introduzione in Italia delle leggi razziali, mentre ci si dimentica di un altro anno dell’epoca fascista: il 1929, quando Mussolini fu salutato come “uomo della Provvidenza”. I patti lateranensi, complice Togliatti, passarano nella costituzione italiana. Ergo, la costituzione italiana è anche intimamente fascista.

domenica 21 settembre 2008

Ebrei scomodi: 43. Ariel Toaff e la critica all’identità olocaustica

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Come «Informazione Corretta» e altri media denigrano quanti criticano il sionismo, Israele, e gli Stati Uniti: Ahmadinejad - Alemanno - Aloni - Arafat - Arbour - Barghouti - Barnard - Berti - Blondet - Burg - Cardini - Carter - Chiesa - Chomsky - Cocco - De Giovannangeli - D’Escoto - D’Orsi - Facci - Farrahkan - Finkelstein - Giorgio - Grillo - La Russa - Michael Lerner - Gideon Levy - Luzzatto - Man - Moore - Morgantini - Morin - Odifreddi - Oz - Paci - Pannella - Pappe - Piccardo - Pillay - Prodi - Ramadan - Romano - Sabahi - Salamelik - Salerno - Sand - Schiavulli - Shamir - Spinelli - Stabile - Sternhell - Storace - Tizio - Toaff - Tutu - Vanunu - Vargas Llosa - Vattimo - Veneziani - Viola - Zanotelli -
Cosa si intende qui per Israel Lobby?
«Una coalizione informale di individui e gruppi che cerca di influenzare la politica estera americana in modo che Israele ne tragga beneficio».
Ed in Italia come stanno le cose?
Stiamo cercando di scoprirlo! Con uno sguardo sull’Europa e sui luoghi da dove si tengono i fili.
«Esistono due distinti meccanismi che impediscono alla realtà del conflitto israelo-palestinese di essere giustamente divulgata, e sono i due bavagli con cui i leader israeliani, i loro rappresentanti diplomatici in tutto il mondo, i simpatizzanti d’Israele e la maggioranza dei politici, dei commentatori e degli intellettuali conservatori di norma zittiscono chiunque osi criticare pubblicamente le condotte dello Stato ebraico nei Territori Occupati, o altri aspetti controversi della storia e delle politiche di quel Paese. Il primo bavaglio è l’impiego a tutto campo dei gruppi di pressione ebraici, le cosiddette lobby, per dirottare e falsificare il dibattito politico sul Medioriente (negli USA in primo luogo); il secondo è l’accusa di antisemitismo che viene sempre lanciata, o meglio sbattuta in faccia ai critici d’Israele» (P. Barnard, Perché ci odiano, p. 206).
Come «Informazione Corretta» e altri media presentano Israele, il Medio Oriente e la Palestina: Abu Mazen - Allam - Battista - Broder - Bordin - Buffa - Bush - Calabrò - Casadei - Cicchitto - Colombo - Diaconale - Fait - Fallaci - Ferrara - Fourest - Foxman - Frattini - Guzzanti - Israel - Lisistrata - Livni - Loewenthal - Meotti - Merkel - Morris - Nirenstein - Ostellino - Ottolenghi - Pacifici - Pagliara - Palazzi - PanellaPetraeus - Pezzana - Polito - Prister - Ranieri - Rocca - Ronchi - Ruben - Santus - Schwed - Sfaradi - Shalev - Steinhaus - Sussmann - Taradash - Tas - Teodori - Ulfkotte - Volli - Wiesel

Ricerche correlate:

1. Monitoraggio di «Informazione Corretta»: Sezioni tematiche. – 2. Osservatorio sulle reazioni a Mearsheimer e Walt. – 3. L’11 settembre: misteri, dubbi, problemi. – 4. Rudimenti sul Mossad: suo ruolo e funzione nella guerra ideologica in corso. – 5. Free Gaza Movement: una sfida al blocco israeliano di Gaza. – 6. La pulizia etnica della Palestina. – 7. Studio delle principali Risoluzioni ONU di condanna a Israele. – 8. Cronologia del conflitto ebraico-palestinese. – 9. Boicottaggio prossimo venturo: la nuova conferenza di Durban prevista per il gennaio 2009. – 10. Teoria e prassi del diritto all’ingerenza. – 11. Per una critica italiana a Daniel Pipes. – 12. Classici del sionismo e dell’antisionismo: un’analisi comparata. – 13. Letteratura sionista: Sez. I. Nirenstein; II. Panella; III. Ottolenghi; IV. Allam; V. Venezia; VI. Gol; VII. Colombo; VIII. Morris; – 14. La leggenda dell’«Olocausto»: riapertura di un dibattito. – 15. Lettere a “La Stampa” su «Olocausto» e «negazionismo» a seguito di un articolo diffamatorio. – 16. La guerra giudaico-cristiana dei nostri giorni. – 17. Jürgen Graf: Il gigante dai piedi di argilla. – 18. Carlo Mattogno: Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia. – 19. Analisi critica della manifestazione indetta dal «Riformista». – 20. Controappello per una pace vera in Medio Oriente. –


Sono appena rientrato dalle ferie e leggo la recensione di un nuovo libro di Ariel Toaff. Questa volta non sulle “Pasque di sangue” ma sull’identità ebraica costruita tutta sulla Shoa. Fintantoché religione e cultura ebraica fossero rimaste rinchiuse in se stesse e si fossero alimentate dei propri valori, l'atteggiamento del non-ebreo poteva essere quella dell'indifferenza o di una rispettosa lontananza. Ma quanto con l'ideologia costruita sull’«Olocausto» si è preteso di colpevolizzare l'intera Europa per una più grande tragedia che solo in minima parte ha riguardato anche gli ebrei si sono allora posti nuovi problemi che i nostri politici sono ben lungi dal comprendere. Ci sembra che Ariel Toaff ha meglio definito da parte ebraica un problema che non pochi avveduti ebrei trattano da angolature diverse. Come ebbe a dire Sergio Luzzatto in un contraddittorio televisivo con Fiamma Nirenstein proprio a proposito di “Pasque di sangue” esiste il concreto rischio di un antiebraismo che non ha nulla a che fare con l'antisemitismo nazista. Si tratta questa volta di una reazione difensiva rispetto a quanti, come Tony Judt, pretendono di imporre agli odierni europei un’identità tutta declinata su Auschwitz.

Versione 1.2
status: 9.12.08
Sommario: 1. Un nuovo libro di Ariel Toaff. – 2. Toaff messo nuovamente alla gogna. – 3. Non capiscono. – 4. Leggendo “Pasque di sangue”, prima edizione. – 5. Pregiudizio antiebraico o pregiudizio ebraico? –

1. Un nuovo libro di Ariel Toaff. – Andrò subito a comprarlo. Ma credo di averne già compreso tutti i possibili svolgimenti. Non è un giudizio riduttivo, ma un apprezzamento per essere stato capace il suo autore di rendere a noi tutti più chiari concetti che è normale poter pensare. Le idee in quanto universali non hanno un copyright. Alcuni autori hanno il pregio di saper esprimere in modo chiaro ciò che altri sentono e pensano in modo confuso. Leggerò insieme i due libri: le “Pasque di sangue” in versione censurata e quello appena uscito sull’identità ebraica. Sarà anche istruttivo registrare il livore dei “corretti informatori”.

2. Toaff messo nuovamente alla gogna. – I «Corretti Informatori» persistono nel loro “corretto” modo di non dare i testi di cui fanno “rassegna stampa”. Non ho potuto trovare da nessuna parte l’articolo di Scalabrin apparso su “il Giorno” del 21 agosto, a p. 28, con titolo: Boicottaggio ebreo contro Toaff - Integralisti nascosti sotto la kippah. Non posso quindi entrare strettamente nel merito dell’articolo, che conosco solo indirettamente attraverso la gogna inflitta dai “Corretti Informatori”. Qua e là si trovano in rete l’eco da esso suscitata un link che sembra dia sostegno ai lapidatori, un articolo piuttosto farraginoso e sconclusionato di tal Bruno Barontini (“Boicottaggio ebreo contro Toaff”), che si mette a fare le pulci filologiche al sottotitolo senza entrare nel merito (boicottaggio “ebraico” invece che “ebreo”: deve essere un maestro di scuola elementare o un alunno stesso delle elementari) e un altro (“Omicidio rituale: vietato parlarne”) di Domenico Savino che invece entra nel vivo della problematica. Devo però qui sospendere il mio giudizio in attesa di una migliore e completa lettura dei testi. Mi limito ad una sola osservazione. Della precedente edizione di “Pasque di sangue” che solo pochi fortunati hanno potuto comprare si dice che il libro sarebbe stato demolito dalla “comunità scientifica”: su questa presunta bocciatura insistono i “Corretti Informatori”, quasi fosse una pronuncia del Sinedrio. Non so quale sarebbe questa comunità scientifica e dove si trovi la sua anagrafe. Per quanto mi riguarda ho sempre ritenuto di farne parte, ricevendo regolare stipendio per occuparmi di determinate problematiche, non certo di tutto lo scibile umano. Di una siffatta “comunità scientifica” – come immaginata dai “Corretti Informatori” – si può tracciare una storia a seconda che sia vissuta prima o dopo il processo di Galileo Galilei o il rogo di Giordano Bruno. Prima ed anche dopo Galilei la “comunità scientifica” fu largamente o interamente tolemaica. Al sistema tolemaico possiamo sostituire oggi il sistema olocaustico ed otteniamo così una divisione della comunità scientifica in rapporto alla “religio holocaustica” ed a tutti gli interessi che vi ruotano intorno. In condizioni di normale e sereno lavoro scientifico tutte le tesi hanno diritto di cittadinanza in un sistema non governato dal Dogma. Una tesi può avere in un determinato momento maggior seguito di altre, che in un altro momento possono perfino ritornare in auge. Il modus vivendi di una “comunità scientifica” che sia davvero tale non è la scomunica, ma l’inclusione di tutto ciò che può essere condivisibile in tutto o in parte. Del resto, un “verdetto” emesso dalla cosiddetta comunità scientifica – come intesa dai “Corretti Informatori” – non potrebbe mai essere verificato da chi non sia egli stesso uno scienziato. Non potendo capire, non potendo giudicare con i propri mezzi il profano deve fare necessariamente un atto di fede sul verbo altrui. Una strada quanto mai pericolosa che il cittadino di buon senso non vorrà mai percorrere. Suo interesse è che tutte le tesi abbiano cittadinanza, che tutte le campane possano essere ascoltate. Il suo sospetto sorge giustamente quando sa di bavagli, di censure, di boicottaggi. Possiedo la prima edizione di “Pasque di sangue”, che però non ho ancora letto. Farà per me fede questa edizione, mentre considero estorta con la violenza, con la “tortura” la successiva versione emendata.

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3. Non capiscono. – I «Corretti Informatori» hanno delle uscite nei loro “corretti commenti” che in effetti è difficile commentare. Dopo che Ariel Toaff è stato sottoposto a tutta la gogna mediatica che la Lobby è stata capace di infliggergli, i «Corretti Informatori» si stupiscono:
Non si capisce invece perché il CORRIERE, volendo segnalare un vento [sic] culturale, scelga ancora la pessima storiografia di Toaff. Come se la pessima figura rimediata con l'entusiastica recensione di Sergio Luzzatto non bastasse.
Si stupiscono del fatto che l’interesse vada crescendo anziché scemando. Curiosa è poi la pretesa di stabilire cosa un quotidiano possa o non possa fare. Verrebbe da credere che occorra passare dalla libreria di Pezzana per ricevere gli ordini della giornata. Paranoia o insolenza? Mah! Giudichi il nostro occasionale lettore. Che la figura di Sergio Luzzatto sia stata “pessima” è chiaramente un giudizio inconfutabile di chi redige l’eletto commento, che noi attribuiamo alla penna dell’ineffabile Redazione, i cui nomi possono leggersi direttamente sul link.

4. Leggendo “Pasque di Sangue”, prima edizione. – Ormai non sono più capace di leggere un libro senza annotare i pensieri e le riflessioni che esso suscita in me. Ciò rende difficoltosa e lenta la lettura, ma è anche un modo per non restare passivi e a volte per potersi collocare sullo stesso piano dell’autore, se non addirittura, in non pochi, per superarlo ed ergersi al di sopra di lui che ha deciso di scrivere un libro anziché tacere. Per Ariel Toaff non mi sarei mai interessato di lui nè del soggetto da lui trattato se non fosse stato montato un caso e se soprattutto egli non mi apparisse come una persona privata di un bene prezioso per tutti che se manca ad uno solo viene a mancare a tutti: la libertà di pensiero e del caso anche di espressione, se chi ha pensato o ricercato intorno a qualcosa ritiene di poterne e doverne comunicare, fatto salvo il giudizio critico di chi viene a conoscenza del comunicato. Procederò in una lettura sequenziale del testo di Toaff, che avevo già iniziato, ma poi abbandonato. Non potrò leggere tutto il testo in una sola seduta, ma ogni volta che proseguirò nella lettura annoterò qui sull’acqua e praticamente per uso privato ciò che mi viene in mente, vincendo la pigrizia al punto di scriverne, se appena la cosa mi sembra un poco rilevante.

Un primo apprezzamento che dalla lettura mi sembra di poter cogliere è il rifiuto metodologico dello stereotipo antisemita o filosemita. Al di là dei fatti imputati, veri o falsi che siano, merita interesse l’atteggiamento mentale degli inquisiti, le loro credenze, le loro superstizioni. Provocato dal Lettore che nello spazio sottostante mi intima di non occuparmi più di Ariel Toaff, non sono non accolgo l’invito, ma riprendo la lettura del testo incomincio di nuovo dalla prima pagina e commentando via via che proseguo l’edizione a mia disposizione. L’ottica sarà improntata ad una verifica dei motivi che possono aver indotto alla persecuzione contro il suo autore fino al ritiro del libro dopo appena pochi giorni, durante i quali apprendo ne fossero già state vendute tre mila copie. È davvero molto rispetto alle consuete tirature, ma non credo che si sarebbero toccate le tre milioni di copie. Evidentemente tutto il pubblico interessato si è affrettato a procurarsi una copia del libro. Anche a me piace comprare un libro, che mi interessi, appena uscito ed essere tra i primi ad averlo letto.

4.1 - I processi per omicidio rituale. – Il primo caso clamoroso di crocifissione rituale è del 1146 ed è ubicato a Norwich. Altra celebre accusa del sangue è datata Trento 1475. Dunque, fatti del 1146 e del 1475. Non proprio ieri. Fin dalle prime righe si capisce che l’intento dell’autore non è di stabilire la veridicità o meno delle contestazioni, in genere comunemente ritenute infondate, così come oggi nessuno di noi si sognerebbe di attribuire la benché minima veridicità ai processi alle streghe. Si capisce fin dalla prima pagina che all’autore interessa indagare la cultura, la forma mentis, le credenze delle persone sottoposte a processo e tortura. Non il fatto, o i meccanismi ideologici della persecuzione ma per così dire solo la figura del reo presunto. Le confessioni ottenute sono peraltro “uniformi”. L’omicidio rituale è detto essere uno “stereotipo”. Certamente all’epoca gli ebrei non godevano di buona stampa: è un dato di fatto. La spiegazione di ciò aprirebbe qui un’ampia digressione, ma non è questo il nostro compito. Dobbiamo invece procedere nella lettura per capire cosa di esplosivo abbia il testo di Toaff. Può darsi – ma è presto per dirlo – che a dare fastidio fosse proprio lo studio della mentalità ebraica dell’epoca, non già la veridicità dell’accusa di omicidio rituale. Ma allora vediamo quale fosse questa mentalità.
Si è sempre pensato alla figura del persecutore e alle sue tecniche, quasi mai ci si è proposti di studiare la psicologia della vittime e della sua fisionomia oggettiva, cioè quella che traspariva a prescindere dall’impianto accusatorio e dei cui dati proprio per questo non si ha motivo di dover dubitare: erano indifferente e ininfluenti ai fini dell’accusa e della persecuzione. Altro stereotipo dal quale Toaff intende uscire è quella della storia degli ebrei come storia dell’antisemitismo e delle persecuzioni che hanno subito nel tempo. (segue)

5. Pregiudizio antiebraico o pregiudizio ebraico? – Navigando ho scoperto per caso l’esistenza del sito di cui al link. Cercavo di “Nitoglia” in relazione a “Toaff” e mi sono imbattuto in un Osservatorio sul pregiudizio antiebraico contemporaneo. Caspita!, mi son detto. Ma poi ho incominciato a ragionare sul titolo che non mi quadra. Il parlare di un “pregiudizio antiebraico” significa che preesiste un giudizio ebraico su ciò che sarebbe “antiebraico”. È come se un’autorità dogmatica di ordine superiore ma di matrice ebraica potesse autorevolmente giudicare il “corretto” e “cogente” atteggiamento da tenere verso tutto ciò che è ebraico: altrimenti è delazione e denuncia. E se a qualcuno non piace l’universo di valori religiosi contenuti in quello che noi chiamiamo abitualmente “Vecchio Testamento” si tratta di pregiudizio “antiebraico”? Come a dire che uno deve essere per forza un “circonciso”, e se non è, allora si può come in un famoso film di fantascienza: «Non siamo tutti perfetti!». Esistono poi dei pregiudizi “ebraici”? E qualcuno ha mai pensato di istituire, con tanto di 5 per mille, un «Osservatorio sul pregiudizio ebraico»? Andremo ad esaminare con attenzione il sito ed il suo cospicuo archivio, certi di poterne trarre dati utili per il nostro monitoraggio. Ma già da adesso pensiamo di poter anticipare ipotesi interpretative che possono certo essere abbandonate, ove dovessimo ritenerle fallaci ad analisi conclusa. Riteniano che nella situazione politica contemporanea tutte le istituzioni ebraiche stiano esercitando un’incredibile ingerenza a livello mondiale all’interno di tutto le sovrastrutture ideologiche, culturali, religiose. Neppure la chiesa cattolica ne è al riparo. Si spiega in tal modo l’incredibile rilievo dato al «cosiddetto Olocausto». È grottesco come nella situazione odierna si possa impunemente negare l’esistenza di Dio dichiarandosi magari «atei devoti», l’immortalità dell’anima, la verginità, assunzione e immacolata concezione di Maria insieme con tutti i dogmi religiosi di tutte le religioni, ma se qualche incauto si azzarda a negare la Shoah, lo attende il carcere ed il linciaggio. Un vero e proprio regime di terrore circonda tutto ciò che riguarda la Shoah. I politici, codardi più di altri ed attaccati alle loro poltrone, hanno in pratica consegnato le chiavi della legislazione al pregiudizio ebraico. Il povero Gianni Vattimo è stato messo in croce per aver sbottato di fronte allo strapotere mediatico della Israel lobby (meglio che dire “lobby ebraica”: è rischioso usare questa espressione). Aveva detto il povero Vattimo che non gli sembrava inverosimile quanto era scritto nel “Protocolli di Sion” a proposito del piano di governo e controllo dei media e della stampa. Apriti cielo! Perfino il filosofo Cacciari ha fatto un sorrisetto su questa scivolata del collega Vattimo. Pare acclarato che i “Protocolli” siano un falso zarista. Ma verrebbe da chiedersi: falso di che? Di recente a me è capitato l’occhio su una combinazione di date. I Protocolli sono del 1903. Ma la stessa tesi o rivelazione di un piano ebraico per il controllo della stampa e dei mezzi di comunicazione lo si trova in un altro libro, precedente ai “Protocolli”: monsignor Henri Delassus dice la stessa cosa nel suo «L’Americanisme et la Conjuration antichrétienne” che uscì a Parigi nel 1899. Pure questo un falso? Nel libro si parla di una Alleanza Israelitica Universale che potrebbe far ben pensare ai “Savi di Sion”. Già dalla prima metà del XIX secolo incominciano a costituirsi pubbliche associazioni ebraiche con compiti differenziati. Ne esistono ancora oggi una miriade. Cosa sono? Associazioni fantasma? Non hanno un loro scopo, una loro “ragione sociale”? E se qualcuno pensa di rilevarne l’esistenza, studiandole ed analizzandole da un punto di vista non ebraico, cosa è questo? Pregiudizio antiebraico e quindi antisemitismo e quindi galera? Sembra si sia rovesciata quella condizione di illiberalità tipica del XVII e XVIII secolo quando i libri non ammessi all’Imprimatur dovevano stamparsi alla macchia. Oggi vige un pregiudizio ebraico che si esercita a posteriori sui libri stampati quando come nel caso del libro di Ariel Toaff non se ne è potuto impedire preventivamente la stampa. Insomma, ci sembra che sia più corretto parlare di pregiudizio ebraico anziché di pregiudizio antiebraico.

giovedì 11 settembre 2008

Dibattiti: 42. Alemanno, La Russa ed il problema dell’identità nazionale ed europea

Come «Informazione Corretta» e altri media denigrano quanti criticano il sionismo, Israele, e gli Stati Uniti: Ahmadinejad - Alemanno - Aloni - Arbour - Barghouti - Berti - Blondet - Burg - Caio - Cardini - De Giovannangeli - D’Orsi - Facci - Finkelstein - Giorgio - Grillo - Gideon Levy - La Russa - Luzzatto - Morgantini - Odifreddi - Paci – Pappe - Romano - Sabahi - Salerno - Sand - Schiavulli - Spinelli - Stabile - Storace - Tizio - Toaff - Vanunu - Vattimo -
Cosa si intende qui per Israel Lobby?
«Una coalizione informale di individui e gruppi che cerca di influenzare la politica estera americana in modo che Israele ne tragga beneficio».
Ed in Italia come stanno le cose?
Stiamo cercando di scoprirlo!
«Esistono due distinti meccanismi che impediscono alla realtà del conflitto israelo-palestinese di essere giustamente divulgata, e sono i due bavagli con cui i leader israeliani, i loro rappresentanti diplomatici in tutto il mondo, i simpatizzanti d’Israele e la maggioranza dei politici, dei commentatori e degli intellettuali conservatori di norma zittiscono chiunque osi criticare pubblicamente le condotte dello Stato ebraico nei Territori Occupati, o altri aspetti controversi della storia e delle politiche di quel Paese. Il primo bavaglio è l’impiego a tutto campo dei gruppi di pressione ebraici, le cosiddette lobby, per dirottare e falsificare il dibattito politico sul Medioriente (negli USA in primo luogo); il secondo è l’accusa di antisemitismo che viene sempre lanciata, o meglio sbattuta in faccia ai critici d’Israele» (P. Barnard, Perché ci odiano, p. 206).
Come «Informazione Corretta» e altri media presentano Israele, il Medio Oriente e la Palestina: Allam - Battista - Broder - Colombo - Bordin - Buffa - Bush - Cicchitto - Diaconale - Fait - Fallaci - Ferrara - Fourest - Foxman - Frattini - Guzzanti - Israel - Lisistrata - Livni - Loewenthal - Meotti - Morris - Nirenstein - Ostellino - Ottolenghi - Pacifici - Pagliara - Palazzi - PanellaPezzana - Polito - Prister - Ranieri - Rocca - Ronchi - Santus - Sfaradi - Shalev - Steinhaus - Tas - Teodori - Ulfkotte - Volli

Ricerche correlate:

1. Monitoraggio di «Informazione Corretta»: Sezioni tematiche. – 2. Osservatorio sulle reazioni a Mearsheimer e Walt. – 3. L’11 settembre: misteri, dubbi, problemi. – 4. Rudimenti sul Mossad: suo ruolo e funzione nella guerra ideologica in corso. 5. Free Gaza Movement: una sfida al blocco israeliano di Gaza. – 6. La pulizia etnica della Palestina. – 7. Studio delle principali Risoluzioni ONU di condanna a Israele. – 8. Cronologia del conflitto ebraico-palestinese. – 9. Boicottaggio prossimo venturo: la nuova conferenza di Durban prevista per il gennaio 2009. – 10. Teoria e prassi del diritto all’ingerenza. – 11. Per una critica italiana a Daniel Pipes. – 12. Classici del sionismo e dell’antisionismo: un’analisi comparata. – 13. Letteratura sionista: Sez. I. Nirenstein; II. Panella; III. Ottolenghi; IV. Allam; V. Venezia; VI. Gol; VII. Colombo; VIII. Morris; – 14. La leggenda dell’«Olocausto»: riapertura di un dibattito. – 15. Lettere a “La Stampa” su «Olocausto» e «negazionismo» a seguito di un articolo diffamatorio. – 16. La sotterranea guerra giudaico-cristiana dei nostri giorni. – 17. Jürgen Graf: Il gigante dai piedi di argilla. – 18. Carlo Mattogno: Raul Hilberg e i «centri di sterminio» nazionalsocialisti. Fonti e metodologia. – 19. Analisi critica della manifestazione indetta dal «Riformista». – 20. Controappello per una pace vera in Medio Oriente. –

Seguo dall’estremo sud della Penisola la bufera mediatica che vede coinvolto Gianni Alemanno, ora sindaco di Roma, anche con il mio voto, a causa di alcune sue dichiarazioni nella ricorrenza dell’8 settembre. Dal luogo in cui mi trovo non posso disporre di quella stessa informazione che avrei potuto attingere in Roma, ma motivi di opportunità mi inducono a non indugiare oltre in questo mio intervento che potrà sempre essere ripreso e perfezionato. Poco è servito al sindaco Gianni Alemanno aver concesso l’uso della piazza del Campidoglio, partecipando egli stesso, per celebrare l’indecente spettacolo organizzato da Pacifici e Polito in occasione della visita di Ahmadinejad in Roma. Di ciò facciamo ampia analisi altrove: si rinvia ad una ricostruzione non ancora terminata. Qui ci limitiamo ad osservare che Alemanno non sembra aver appreso la distinzione schmittiana fra amico e nemico, sacrificando gli “amici” e consegnandosi nelle mani del “nemici” che alla prima occasione gli danno il benservito. Quanta strada possa fare rinnegando ciò che pensa non saprei dire, ma almeno rivendicasse per se come primo cittadino di Roma il rispetto dell’art. 21 della costituzione che il presidente Napolitano sembra aver espunto dal testo. Di tutto si può e si deve discutere, ma liberamente e senza criminalizzazione per l'opinione di diverso avviso.

Versione 1.6
Status: 20.11.08
Sommario: 1. Cosa è successo? Una ricostruzione sintetica dell’evento con indicazione delle cause prossime e remote. – 2. Spiegazioni indebite. – 3. Massimo D’Alema e il gioco delle parti. – 4. Eccola di nuovo, Peppina! – 5. Le bacchettate di Fini. – 6. Gianni cala le brache. – 7. Non “una grande emozione” ma “una grande paura”. – 8. Alemanno, Pacifici e il Museo della Memoria. – 9. Alemanno sindaco illiberale. –

1. Cosa è successo? Una ricostruzione sintetica dell’evento con indicazione delle cause prossime e remote. – Alemanno ha voluto distinguere il giudizio storico sul fascismo da alcuni suoi momenti come l’emanazione delle leggi razziali nel 1938. Su questo episodio tardivo del fascismo si sta accanendo un tizio come Furio Colombo, di cui radio radicale manda in onda come uno spot pubblicitario i suoi ricordi d’infanzia, dove la scuola piemontese dove ha fatto le elementari e l'altoparlamente di classe diventa l’evento epocale del XX secolo. È curioso come il Colombo infuriato nella sua presentazione al pessimo libro di Shlomo Venezia non noti la differenza cronologica fra il mese di settembre e quello di ottobre. Dopo l’8 settembre di regime fascista in Italia non può più propriamente parlarsi ed il primo rastrellamento di ebrei in Italia, avvenuto in ottobre, non può essere attribuito né al fascismo né alle leggi razziali, per la cui comprensione occorre aver presente un più ampio contesto.

Lasciamo da parte i dettagli e cerchiamo di assumere un punto di vista più generale. È da poco uscito nelle librerie italiane un grosso volume di oltre 1000 pagine volto a ricostruire tutto il dopoguerra europeo a partire dal 1945 fino a questi ultimi anni. Una sintesi agile e di avvincente lettura. Giudizi descrittivi si alternano a giudizi prescrittivi. Ho letto per intero tutto il libro durante il mese di agosto. Sono rimasto deluso nelle ultime pagine nelle quali Tony Judt, un ebreo americano, impone in modo tassativo la costruzione di una identità europea tutta calata su Auschwitz. Come studioso informato del metodo scientifico e come cittadino italiano ed europeo trovo ciò del tutto inaccettabile: in tutti i miei blogs cerco di darne ampia spiegazione. Ma è qui sufficiente richiamare un’altra opera storica: quella di Ernst Nolte, tedesco e cittadino europeo, che spiega il nostro recente passato collegando insieme tutti i fatti che dal 1914 al 1945 hanno dato consistenza alla guerra civile europea.

Una guerra civile che continua ancora oggi se si pretende di privilegiare un singolo momento su tutti gli altri che giocano insieme in un complesso inestricabile di azioni e reazioni, di cause ed effetti. Voler costruire la pace, l’identità comune, l’unità politica dell’Europa significa uscir fuori dalla trappola identitaria che distingue fra vinti e vincitori, fra buoni e cattivi, fra parte giusta e parte sbagliata. Solo comprendendo nella sua interezza la moderna guerra del trent’anni è possibile uscire fuori da polemiche ricorrenti su questioni che dovrebbero ormai essere lasciate alla competenza esclusiva degli storici, non organici a questo o a quel partito e liberi di ricercare e sostenere le tesi che meglio credono.

In effetti operano ancora nel presente quelle forze che si ritengono vincitrice di una guerra che ha dilaniato l’Europa intera particolarmente nel trentennio 1914-1945, dove non vi sono stati vincitori europei, ma solo vinti: anche l’Inghilterra, animatrice di tante guerre civili continentali, ha scoperto infine di aver perso il suo Impero e di essersi rovinata economicamente. Tutti vinti, dunque. Ma fra i vinti vi sono ancora oggi quanti traggono motivo di legittimazione dalla sconfitta/liberazione. Un ceto politico dovrebbe trarre la sua legittimazione dalla sua capacità di riscuotere nel presente la fiducia dei cittadini, dando prova di saper risolvere i problemi del presente e non suscitando remoti spauracchi di cui la stragrande maggioranza dei cittadini non ha più esperienza diretta.

La ricetta Auschwitz non sembra funzionare in Medio Oriente. Se nel XX secolo l’Europa è stata distrutta e depoliticizzata da una guerra civile trentennale, gli Arabi resistono da Cento Anni ad una penetrazione neocolonialista americana-israeliana-europea. Le connessioni a me sembrano evidenti, ma la Verità non è un valore condiviso: ognuno si aggrappa alla verità che gli torna utile. Sciocco oltre che utile idiota e traditore del suo popolo e della sua patria è chi si lascia imporre da altri la sua identità: ciò che sei non lo scopri da te con un lunga e faticosa ricerca, ma lasci che te lo imponga il vincitore che ha fiaccato le tue resistenze fisiche e spirituali. In passato, ai tempi dei greci e dei romani, un popolo vinto era ridotto in schiavitù ed i suoi cittadini venivano venduti all’incanto nelle piazze. Oggi si impone loro una forma politica, beninteso a sovranità limitata, ed una identità. La partita si gioca tutta nella capacità in cui potranno essere plasmate le coscienze dei cittadini attraverso le molteplici forme della comunicazione politica: dalla scuola sempre più infestata da “giornate della memoria”, inflitte da insegnanti non più liberi ma “indottrinati”, da una stampa di regime finanziata per istupidire i lettori, da celebrazioni ufficiali dove la retorica è inferiore solo alla noia che i “discorsi” suscitano perfino negli stessi oratori, costretti a recitare litanie a cui neppure credono. Gli strateghi di questa informazione di regime confidano nella persuasione subliminale e nell’istupidimento di un popolo di cui dovrebbero essere i legittimi rappresentanti. La “rappresentanza politica” è quella cosa per la quale mediamente ogni cinque anni tutti gli aventi diritto sono chiamati a porre un segno di croce su una scheda, chiusi dentro il recinto delle gabine elettorali ed in modo anonimo. Passato quel momento l’Eletto si dimentica tranquillamente di un Elettore anonimo che in nessun caso ha più strumenti per esprimere la sua volontà e che rischia di venir dileggiato, se non peggio, appena si azzardi ad aprir bocca ed uscir fuori dai binari del regime.

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2. Spiegazioni indebite. – Naturalmente, i «Corretti Informatori» non potevano non inzuppare il pane in una polemica come quella apertasi in questa calda estate. Andando al link si trova un’intervista a Ignazio La Russa, messo sulla difensiva, e poi un’altra a Riccardo Pacifici, quasi che egli abbia sul tema una posizione da pontefice massimo. Giova ricostruire la rappresentatività di quest’ultimo e la soverchia importanza che gli viene attribuita. Salvo errore, gli ebrei romani sono circa 10.000, mentre in tutta Italia sono 40.000. Di questi 10.000 solo il 30 per cento circa ha partecipato alle elezioni per le quali Riccardo Pacifici è indicato con il pomposo titolo di presidente dei 10.000 ebrei romani, accanto a Napolitano presidente di 57.000 di italiani, benché eletto solo da un corpo elettore di un migliaio di parlamentari a conclusione di complessi patteggiamenti che in ultimo hanno prodotto l'elezione di un (ex)comunista alla più alta carica dello Stato. Dei 3000 effettivi votanti Pacifici ha conseguito solo una maggioranza relativa. Insomma, Pacifici è stato eletto da poco più di un migliaio di ebrei romani, che in buona parte si sono visti di recente gratificati da una pensione privilegiata su sui vi è stata una campagna mediatica con uscite su “Striscia la notizia” e con l'intervento determinante dell’inefabbile Clemente Mastella di Calcutta, per fortuan ora uscito dalla scena politica. Alemanno a sua volta è stato eletto sindaco di una città con tre milioni di abitanti e con votazione diretta. Se ben ricordo, in fase di campagna elettorale, vi sono stati interventi pubblici di Pacifici certamente non favorevoli ad Alemanno, da cui tuttavia si aspetta quei vantaggi già concessi da Veltroni e che si si aspettava confermati dallo sconfitto Rutelli. Si spiegano così i toni mordibi di Pacifici rispetto alle dichiarazioni di Alemanno. Resta però il fatto che Alemanno in quanto cittadino ha il pieno diritto alle sue opinioni ed al suo pensiero storico senza che Pacifici possa censurarlo o abbia il diritto di condedere l’imprimatur. Lo stesso vale per le dichiarazioni di Ignazio La Russa. Si spera che dalle loro autorevoli posizioni tanto Alemanno quanto La Russa non solo dimostrino di avere il coraggio delle loro opinioni, ma usino tutta la loro influenza perché la libertà di pensiero venga garantita ad ogni cittadino, beninteso senza che una diversa opinioni venga sanzionata con l’emarginazione. Quanto alla presunta polemica con Napolitano, ove fosse, non si potrebbe pretendere la destituzione né di Alemanno né di La Russa e si dovrebbe prendere atto di una semplice divergenza con il presidente della Repubblica, il cui ruolo è di difendere in tutta la sua portata il fondamentale art. 21 sulla libertà di pensiero.

Infine, come cittadino romano ed elettore di Alemanno auspico non solo che Alemanno non partecipi al viaggio in Auschwitz portando scolaresche, ma che venga cancellato dal bilancio del comune ogni specifico contributo. Anzi come cittadino romano chiedo un rendiconto sui passati bilanci dell'amministrazione Veltroni e Rutelli al riguardo. Naturalmente, se Riccardo Pacifici vuol fare privatamente un simile viaggio a spese della comunità ebraica romana, portando scolaresche della comunità ebraica, ne ha il pieno diritto. Con altra privata missiva avevo suggerito al sindaco Alemanno di destinare più utilemente la stessa somma prevista per simili viaggi scolastici, a mio avviso diseducativi (ricordo al riguardo la posizione di Avraham Burg), per l'adozione a distanza di bambini palestinesi, secondo le garanzie offerte dalla mezza luna araba. La comunità ebraica romana temo si sia troppo abituata ad un trattamento di privilegio rispetto alle altre comunità (i calabresi pare siano in Roma 400.000) ed accettare in tutte le sue implicazioni il dettato dell’art. 3 della costituzione che fissando l'eguaglianza fra tutti i cittadini non intende istituire per nessuno posizioni di privilegio. Quanto al museo della Shoa in Roma aspetto di saperne di più per esprimere un’opinione, spero lecita di cittadino romano nella misura in cui sia stato impegnato il bilancio comunale, deficitario per l’astronomica cifra di sette miliardi di euro.

3. Massimo D’Alema e il gioco delle parti. – Da una registrazione in differita di radio radicale ho ascoltato Massimo D’Alema intervistato da una voce femminile: darò il link della registrazione appena l'avrò trovato. Qui mi limito ad isolare la parte dell'intervista consistente in una domanda sulle dichiarazioni di Alemanno e La Russa. Vado per sintesi dicendo che irrimediabilmente D’Alema ed altri conservano la loro identità alla nascita, cioè come comunisti. Non vi sono rinnovamenti che tengano: sono sempre fondamentalmente gli stessi. D’Alema ha provato ha tornare indietro nel tempo, prima del 1938 e delle leggi razziali, dicendo che il fascismo rimane il fascismo, ad esempio anche all'epoca del delitto Matteotti. Ma per quanto voglia risalire nel tempo non potrà andare oltre l’ottobre del 1922, all'epoca della marcia su Roma. Ma prima del 1922 c’è il 1917 e ciò che succede in Russia non è senza effetto in Europa. Ernst Nolte ha tracciato un quadro storiografico volto a spiegare il periodo 1917-1945 come guerra civile europea. In una guerra civile non ci sono solo vinti. Se veramente viene fuori un vincitore, è suo interesse cercare la pacificazione degli animi con amnistie e leggi volte ad imporre l'obblio, non la memoria, la memoria appunto dei vincitori con perpetua umiliazione dei vinti colpevoli solo di essere stati vinti: beato l’on. D’Alema che sa quale era la parte giusta e buona in quegli intricatissimi anni che vanno dal 1917 al 1945. Per la verità, non era neppure nato in quegli anni, come la maggior parte degli italiani. Ma cosa importa? Per costoro la guerra civile non è ancora terminata, da essa traggono la loro legittimazione al potere, con cui intendono imporre ai posteri la loro opinabile e discutibile visione della storia passata. Il loro peccato di nascita, in quanto comunisti figli della rivoluzione bolscevica, è irrimediabile. Non possono rinnovarsi e cambiar pelle e vestiti: possono solo scomparire e lasciare spazio ad una diversa sensibilità politica. La maggior parte degli italiani lo ha capito molto meglio degli studiosi e degli intellettuali che popolano la fondazione dell’on. D’Alema. Da aggiungere a chiosa delle battute dalemiane vi è una data di cui ci si è scordati: l'11 febbraio 1929, cioè i patti lateranensi, per i quali Mussolini fu battezzato uomo della provvidenza. Sono del parere che la gravità di quest’atto del fascismo supera di gran lunga la gravità delle leggi razziali che colpirono pochi docenti universitari ma che non ebbero altro impatto nella società italiana. I patti lateranensi furono inclusi da Togliatti nella costituzione italiana. Quando si dice che la costituzione si basa su valori antifascisti bisognerebbe ricordarsi del fondamentale articolo 7: la costituzione italiana resta intimamente fascista. Il Risorgimento aveva posto fine al potere temporale della chiesa; il fascismo lo ha ripristinato; la Repubblica nata dalla Resistenza lo ha ereditato, conservato, ampliato.

4. Eccola di nuovo, Peppina! – Vi era da aspettarsi che lo staff sionista-aipacchiano di IC si sarebbe buttato come un cane sull’osso. Consideriamo sufficiente l’analisi già fatta altrove riguardo Piera Prister. Qui basta fornire il link come mera documentazione. La fin troppo facile confutazione non vale il tempo per redigerla.

5. Le bacchettate di Fini. – Piuttosto deprimente lo spettacolo offerto da Gianfranco Fini che interviene sulla questione bacchettando Alemanno e La Russa che ubbidienti si rimettono in riga. Nei discorsi di Gianfranco Fini abbonda un intercalare: “ovviamente”. Da questo vezzo espressivo si può raffigurare il neo presidente della Camera come l’uomo delle ovvietà. Solo che le questioni che sono emerse in questa calda estate non sono per nulla ovvie e non saranno certe chiuse con ordini di scuderia e di allineamento. Almeno finché i comuni cittadini non saranno privati della loro facoltà di pensare liberamente e senza particolari autorizzazioni. Di curioso vi è è il fatto che al termine della sua evoluzione Gianfranco Fini ha sposato i valori dell’antifascismo dimenticando la sua provenienza. Naturalmente è un bene per tutti il superamento della guerra civile dopo oltre 60 anni, ma un simile superamento non avviene assumendo le ragioni della controparte in cambio di una compartecipazione al sistema del poter postfascista. Si esce dalla guerra civile riconoscendo la guerra civile ed abbandonando ogni assurda pretesa di distinguere fra morti buoni e morti cattivi. Finché vi sarà questa distinzione, la guerra civile non avrà mai fine.

6. Gianni cala le brache. – La notizia che si legge al link si commenta da sola, come si suol dire. Interessante il dato delle 62 scuole, probabilmente un viaggio a carico del comune e di nessuna utilità pedagogica. È probabile che di fronte ad una crescente arroganza che non si ferma neppure davanti al soglio pontificio anche il transeunte Gianni Alemanno possa finire con l’avere qualche problema. Stendo qui un velo pietoso su un politico che ricordo ragazzo e che per far carriera ed impadronirsi del potere si adatta a tutto, anche al sacrificio della sua e dell’altrui intelligenza. Eviterò di pronunciarmi ancora se non sarà proprio necessario, ma osservo lo svolgimento del fenomeno.

7. Non “una grande emozione”, ma “una grande paura”. – A proposito del fenomeno politico “Gianni” in corso di osservazione e monitoraggio, di cui già detto sopra, mi soffermo su un piccoloa particolare linguistico: l’espressione “una grande emozione”. Ho sentito esattamente questa formula a me linguisticamente insolita nella presentazione del volume di Shlomo Venezia in Campidoglio, allora regnante Veltroni. Era seduto vicino a me, un signore che poi ricostruii essere l‘ambasciatore uscente di Israele. Terminata la presentazione, vi erano le solite mondanità dove i conoscenti si salutano l’un l’altro. Potei così sentire l’ambasciatore che inziava una conversazione di circostanza con un suo vicino, parlando di “una grande emozione”, intendendo con ciò la presentazione del libro, a me parsa invece alquanto stucchevoli e piuttosto untuosa. Non mi soffermai molto sull’espressione che mi pure mi colpì tanto da sceglierla come titolo per un mio post. Successivamente, combrai il libro dell’ambasciatore che riconobbi come la persona a me vicina nella sala del Campidoglio in quanto iniziava il suo libro con la stessa espressione che a me suona curiosa: “una grande emozione” ed estranea al mio vocabolario. Non credo di averne mai fatto uso nell’arco della mia non breve esistenza e non perché io non abbia “emozioni”. Evidentemente, quando le provo e le avverto, non le misuro, stabilendo a priori se sono “grandi” o “piccole”. Una valutazione del genere, di mera intensità se mai è possibile farla molto tempo dopo l’evento emotivo, non durante o addirittura prima. Questo modo di esprimersi credo che sia una spia dell’insincerità ed artificiosità dell’emozione che si pretende “grande” forse più per gli altri cui la rende nota che non per se stessi in quanto soggetti emotivamente senzienti. Ebbene, qualche giorno fa mi ha sorpreso risentire la stessa espressione per la bocca di una «studente» intervistato dalla televisione di stata e passata nei telegiornali della sera. A questo punto sorge in me, per contagio, non “una grande emozione”, ma “una grande paura” per la grande intimidazione e coercizione intellettuale e morale che in questo modo viene indirizzata verso una totalità di cittadini che potrebbero avere perplessit. di vario genere in merito ad una “visita” istituita da Rutelli, presumo a spese del Comune, continuata da Veltroni e mantenuta dal destro Alemanno. Conosciamo tutti la frase del Gattopardo: mutare tutto per non cambiare nulla. Ostaggio nelle mani di Riccardo Pacifici, che non mi pare sia stato suo elettore, il nostro Gianni incomincia a girare le spalle a quanti lo hanno eletto, potendosene ormai infischiare di loro, per assicurarsi consensi là dove non ve n’erano. Non mi soffermo qui sul merito del tragico evento di oltre mezzo secolo fa, un evento che gli studenti portati in vacanza scolastica, non possono certamente ricordare personalmente, ma solo per la rappresentazione che ne viene loro offerta. Anche qui andrebbero fatte complicate distinzioni fra l’essenza reale di un qualsiasi evento (ciò che è) e la sua necessaria rappresentazione: le due cose non coincidono mai. Ma è cosa assai preoccupante – “una grande paura” – quando ciò che dovrebbe essere lasciato alla libera “rappresentazione” interpretativa di ognuno diventa rappresentazione ufficiale di stato. Abbiamo appreso tutti con orrore – “una grande paura” – la scempiaggine di Sarko, il quale avrebbe voluto far adottare ad ogni bambino francese un bambino morto in Auschwitz oltre 60 anni prima. La cosa non è passata, ma fa inorridire il solo aver avuto un’idea tanto macabra. Se qualcuno ritiene che simili “rappresentazioni” abbiano valore educativo e pedagogico, dobbiamo allora preoccuparci – “una grande paura” – per la visibile decadenza dei nostri istituti educativi, sui quali hanno messo le mani politici spesso privi di scrupoli. La casistica e la lista ognuno di noi è in grado di farla. Di questo passo non mi stupirei se il nostro Gianni, ormai in caduta libera, non concedesse alle lobbies olocaustiche ciò che neppure Sarkò ha osato imporre ai francesi.

8. Alemanno, Pacifici e il Museo della Memoria. – Gianni Alemmano si è decisamente convertito alla religio holocaustica. Non vogliamo infierire nel giudico, me da cronisti ne registriamo le evoluzioni. Vi è solo da sperare che da neoconvertito non si trasformi in un feroce persecutore di quanti ancora non solo non si sono convertiti, ma non intendono farlo. Il «Museo della Memoria» (ma ogni museo non è un luogo della memoria?) sara un museo destinato a suscitare interrogativi e dibattiti: ben vengano! Ma saranno liberi? È da prevedere che per completare il progetto il museo diventare una chiesa della nuova religio con obbligo a credere e venerare le divinità ivi esposte.

9. Alemanno sindaco illiberale. – Se “fascista”, termine che ha ormai assunto una pluralità di significato, vuol dire “illiberale” o “antiliberale”, di certo il sindaco Gianni Alemanno aprendo un’iniziativa contro il prof. Valvo, non può certo dirsi “liberale”, alla Voltaire, di quelli che dicono: «disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo». Proprio no e appunto perché non lo è dobbiamo star cauti in ciò che scriviamo e diciamo, sapendo ormai che il sindaco da me votato è pronto alla denuncia di quanti sono colpevoli di voler pensare con la loro testa. Andando al link si ricostruisce con aggiornamenti in tempi reali il lungo supplizio in cui è stato messo un docente di liceo, sospeso dall’insegnamento in seguito all’autorevole “segnalazione” del sindaco Alemanno. L’episodio è istruttivo perché ogni insegnante potrà sapere quali sono i limiti della sua libertà di insegnamento, ma soprattutto chi dovesse pensare di intraprendere questo mestiere, bellissimo di insegnare ai giovani in scienza e coscienza, sa cosa lo attende e credo che potendo sceglierà altro mestiere. Io ho preso la mia maturità nel più prestigioso liceo romano nel lontano 1970. Ma già allora sapevo di non amare un mestiere armato di registro di classe e sottoposto a dei sorveglianti di regime. Le vie della Provvidenza sono infinite ed ho potuto trovare lo stesso la mia nicchia dove poter pensare in libertà con tutte le protezioni che il sistema giuridico consente. La condizione del ricercatore, senza un onere tassativo di docenza, è ciò che mi consente di scrivere quello che penso, quando lo penso e come lo penso.

mercoledì 10 settembre 2008

Nota redazionale sugli aggiornamenti dei testi

Avverto i lettori abituali di questo blog di un criterio, insolito nel web, da me seguito. Il blog cresce con nuovi post distinti da apposito titolo, ma ormai la parte maggiore degli aggiornamenti è costituita da continue revisioni e integrazioni dei post già editi, che forniti di appositi links interni e comodi sommari assumono la forma di veri e propri libri o lunghi saggi disponibili online. Ho voluto dare questa avvertenza dopo aver fatto un’analisi dei contatori di questi ultimo mese. Consiglio quanti sono interessati a particolari articoli di registrare il relativo links e poi di leggere il numero della versione o la sua data. Gli aggiornamenti concernono sia aspetti formali (correzione di errori o riformulazione di frasi) sia aspetti contenutistici (aggiunta di temi, dati, argomenti). Rivolto a quanti mi hanno fornito consigli al fine di ottenere una maggiore diffusione dei testi da me scritti, chiarisco un concetto che potrebbe apparire scortese a chi legge: il mio scopo non è il successo di pubblico, gli alti indici di ascolto e di lettura, ahimé tipici della nostra civiltà mediatica dove l’apparire prevale sull’essere, quando non lo sostituisce del tutto. Ciò che invece mi propongo è di chiarire innanzitutto a me stesso ciò che succede sotto i nostri occhi. La mia è un’attività di ricerca e di scomposizione delle notizie spesso attinte dalla rete stessa. Il primo lettore dei miei testi sono io stesso. Se poi anche altri trovano utili le mie ricerche e riflessioni, non mi dispiace affatto la condivisione critica con altri del mio lavoro. Tutti, buoni e cattivi, sono benvenuti, ma poiché i cattivi sono cattivi vale soprattutto per loro il regolamento di utilizzo di questo blog, comprensivo delle regoli generali della Netiquette e di regole specifiche. Tutte le “note redazionali”, che non abbiano carattere effimero, verrano poi riunite in una sorta di regolamento di utilizzo, che il lettore abituale si impegna a rispettare. Il fatto che un blog non sia un organo di stampa ha in sé vantaggi che lo rendono superiore alla carta stampata: si tratta di rendersi consapevoli delle potenzialità di una forma di comunicazione non più verticale, ma orizzontale, dove il Lettore diventa immediatamente parte attiva.