venerdì 26 giugno 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "La sinistra e il regno delle fate"

 Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.

La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.

L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).

Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.

Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.

Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.

In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).

In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.

Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.

In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.

Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.

Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.

Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.

1E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.

2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.

3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.

4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”

 

giovedì 11 giugno 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti, Liberilibri, 2026, pp. 256, € 18,00"

 

Scrive Michele Silenzi nella prefazione «Dopo il 1945, e gli orrori della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, l’Occidente si convinse che mai più eventi del genere avrebbero dovuto verificarsi, anche perché avrebbero probabilmente significato la fine dell’umanità stessa. L’ordine uscito da quella catastrofe senza precedenti della storia è stato un ordine globale di successo impareggiabile… Questa situazione viene definita da Russell R. Reno, nel libro che avete tra le mani, “consenso postbellico”, ed è ciò che per l’autore è alla base degli ultimi ottant’anni di storia occidentale…. Dal 1945, questo modello, tra alti e bassi, è stato la colonna portante dell’Occidente e, in particolare dopo il 1989, di buona parte del mondo. Oggi, anzi, da qualche anno, esso appare in crisi, minato dagli stessi concetti e dagli stessi punti di forza che ne hanno reso possibile il successo. Il libro di Reno punta a illuminare precisamente tali punti».

L’autore si chiede cos’è che abbia determinato il successo e come i di esso presupposti siano la causa della successiva decadenza.

Scrive Silenzi nella prefazione che il successo era fondato «sull’idea d’indebolimento, ossia sul presupposto che per rifondare l’ordine mondiale dopo il 1945 era necessario che non ci fossero più ideologie che si ritenessero portatrici di una qualche “Verità” assoluta da imporre con la forza». Ciò che ha messo in crisi il modello è «il bisogno di appartenenza a un’idea più forte e piena di significato di quella, pur fondamentale, di un’economia ben funzionante e ricca di promesse». Ma questo «inesauribile gioco al rialzo dell’ideale “dell’apertura” e della distruzione dell’idea di verità ha lasciato l’intera società occidentale senza una casa spirituale in cui collocarsi. Nel frattempo, però, ed ecco il paradosso, la parte “debole” e “aperta” è divenuta quella “forte”, ossia quella dominante, al punto che chi non si riconosce in questi ideali assurti a nuova Verità” condivisa viene squalificato socialmente e posto fuori dal consesso civile come una sorta di selvaggio, di primitivo, o di nostalgico dei tempi autoritari».

Scrive Reno che «La violenza che traumatizzò l’Occidente tra il 1914 e il 1945 suscitò una potente risposta guidata dagli Stati Uniti che era antifascista, antitotalitaria, anticolonialista, antimperialista e antirazzista». Tuttavia «La globalizzazione economica rompe il contratto sociale. La politica identitaria disintegra i legami civici. Un multiculturalismo antioccidentale tipicamente occidentale priva le persone del loro patrimonio culturale». Tutti questi anti (come soprattutto l’antifascismo e l’antitotalitarismo) hanno conformato una idea generale della società per cui «tutto ciò che è forte – gli amori forti e le verità forti – porta all’oppressione, mentre la libertà e la prosperità richiedono il regno degli amori deboli e delle verità deboli» mentre «Gli dèi forti sono gli oggetti dell’amore e della devozione degli uomini, le fonti delle passioni e delle lealtà che uniscono le società. Possono essere senza tempo. La verità è un dio forte che ci invita a riconoscere che esiste una realtà oggettiva».

Per cui oggi «la minaccia più grave alla salute politica dell’Occidente non è il fascismo o la rinascita del Ku Klux Klan, ma il declino della solidarietà e la rottura della fiducia tra i leader e i loro seguaci. Timoroso degli amori forti e impegnato in una sempre maggiore apertura, il consenso postbellico non è in grado di formulare, e tanto meno di affrontare, questi problemi».

L’autore scrive «L’Occidente sta precipitando verso una crisi profondissima non a causa di un difetto della modernità. I nostri problemi non derivano da Guglielmo di Ockham, dalla Riforma, da John Locke, dal capitalismo o dalla scienza e dalla tecnologia moderne» e ne conclude «I malumori che affliggono oggi la vita pubblica riflettono una crisi del consenso postbellico, degli dèi dell’apertura e dell’indebolimento, non una crisi del liberalismo, della modernità o dell’Occidente. I modi di pensare divenuti così influenti dopo il 1945 sono oggi assurdi ma allo stesso tempo obbligatori. Dobbiamo recuperare il “noi” che ci unisce, ma il consenso postbellico è uno zombie immortale. L’Occidente ha bisogno di ripristinare un senso di scopo trascendente nella vita pubblica (e privata). Il nostro tempo, questo secolo, richiede una politica di lealtà e solidarietà non di apertura e consolidamento. Non abbiamo bisogno di più diversità. Abbiamo bisogno di una casa. E per questo, avremo bisogno del ritorno degli dèi forti».

Qualche considerazione del recensore.

In primo luogo non è dato misurare, tra le diverse cause della decadenza occidentale indicate, il peso di quella per così dire spirituale, ritenuta dall’autore. E’ vero che questa ha un ruolo, ma non è sicuro che vi abbia contribuito – o vi contribuisca – in maniera prevalente.

D’altra parte, come pensava Rudolf Smend, in ogni comunità politica uno dei fattori d’integrazione è costituito da quella materiale, ossia dal consenso, condiviso da governati e governanti, su certi principi, valori, assetti. Ma se al posto di ciò un relativismo esasperato predica l’equivalenza o l’indifferenza dei valori, trovare un idem sentire de re publica è impossibile.. A meno che non sia, per l’appunto, credere che ogni valore va bene e l’unica distinzione a proposito è quella tra chi condivide tale opinione e chi no (il diverso e, al limite, il nemico). Con ciò se ne perde l’effetto unificante dei principi e valori condivisi, e quindi si affretta la dissoluzione della comunità.

D’altra parte, e continuando col ricordare il pensiero dei giuristi, Maurice Hauriou oltre un secolo orsono, individuava come (un) fattore di decadenza, l’attenuarsi della fede religiosa e la crescita dello spirito critico. Tuttavia, dato il “ciclo” politico, a quella succede la rinascita con una rinnovata e nuova religione e l’attenuarsi dello spirito critico. Quindi c’è da aspettarsi un ritorno degli dèi forti, sperando che siano, diversamente da quelli del XX secolo, rispettosi delle identità degli altri.