giovedì 29 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "La versione di Milei"

 

Il discorso del Presidente argentino Javier Milei a Madrid colpisce perché, anche se agli “addetti ai lavori” alcune affermazioni che sorprendono il grande pubblico sono note, l’essere sostenute da un politico apicale è sicuramente insolito.

In primo luogo rivendicare la genealogia del liberalismo più in Spagna che in Gran Bretagna. Il ruolo dei pensatori spagnoli, e in particolare della c.d. Seconda Scolastica nella modernità è stato spesso sottovalutato. Ma è un fatto che l’apporto di Francisco Suarez al diritto internazionale moderno non è secondo a nessuno, così come quello della Scuola di Salamanca nell’economia e nel diritto moderno è notevole. Parimenti il termine “liberale” per designare chi lotta contro un potere se non tirannico, quanto meno, assoluto, nacque nella Corte di Cadice, in Spagna, durante la restaurazione.

Per cui dove il potere è “arbitrario, tirannico e liberticida che nasce e cresce la risposta liberale” afferma il Presidente argentino (lo sappiamo noi italiani, sudditi della Seconda Repubblica).

Così come correttamente sostiene Milei che malgrado il crescere delle democrazie liberali, nel loro seno sono proliferate nuove forme di tirannia, al servizio di politici e burocrati, per conculcare i diritti fondamentali; per cui occorre una costante vigilanza, Anche perché tartufescamente propagandano che l’alternativa al loro potere è l’abisso e la distruzione.

I liberali (veri, s’intende) sono la risposta dialettica all’abnorme crescita del potere pubblico. Come dice Milei, è successo in Argentina, primo paese a eleggere un Presidente liberale e libertario.

Ancor più decisamente di quanto espresso in altri casi simili, come ad esempio il noto discorso di Vance, il Presidente argentino sostiene che le idee che avversa non sono altro che “quelle dei nemici dell’Occidente, di coloro che vogliono fare di noi una civiltà morta… destinata ad essere conquistata o radicalmente eliminata”. Il tutto ipocritamente sostenuto con il richiamo a nobili cause (che causano risultati contrari alle “buone” intenzioni). I socialisti preferiscono “regnare nell’inferno piuttosto che servire in cielo” e sono capaci di trasformare qualsiasi cielo in un infermo.

Citando i risultati raggiunti usando la motosega, Milei consiglia di non rassegnarsi alla decadenza, e in particolare di non voltare le spalle alla politica; rinunciare a forgiare il destino di un popolo (che è questo il risultato della politica), significa imputridire nel declino.

Cos’ha di parzialmente diverso il discorso di Milei, specialmente (ma non solo) per gli italiani?

In primo luogo che non confonde, come tanti, i liberali veri con quelli sedicenti tali, che prosperano nei Talk-show, tutti pronti a difendere i diritti di piccole minoranze, mentre opprimono quelli di tutti (le proprietà soprattutto). Anzi li chiama socialisti: in effetti dati i risultati e il ricordo di quelli vecchi, sarebbe meglio ricondurli alla (larghissima) classe degli statalisti, o, ancor meglio, a quelli che, come dice un detto spagnolo “buscan un lugar en el presupuesto” (cercano una nicchia nel bilancio dello Stato), chiaramente a carico di chi paga le imposte. Per i quali lo Stato non è l’istituzione per la protezione della comunità, ma, semmai, per quella dei governanti e del loro seguito.

Il Presidente argentino non è anti-globalista, diversamente da gran parte dei movimenti populisti: ha capito bene che l’avversario attuale dell’Occidente non è tanto la globalizzazione, quanto l’uso strumentale che ne viene fatto dalle élite decadenti e le idee che spesso esprimono. Le quali conservano questo stato di declino e di crescente debolezza della civiltà occidentale.


martedì 20 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Debiti, sentenze e Commissari"

Hanno ragione le associazioni di magistrati a sostenere che le sentenze (esecutive) devono essere eseguite; ma ancor più di quanto hanno detto basta ricordare ciò che già riteneva Socrate nel Critone: che non eseguirle è intaccare uno dei fondamenti degli Stati antichi e, ancor più, moderni.

Senonché come pensava un acuto giurista come Maurice Hauriou, in ogni istituzione statale convivono due diritti e, di conseguenza, due giustizie. Una paritaria (cioè tra parti uguali) che chiamava Dike, l’altra non paritaria, denominata Temi (tra contendenti disuguali). L’una e l’altra sono insopprimibili, ma i confini tra loro sono diversi. Vanno da ordinamenti assai inclini a Temi (come quello sovietico o nazista, scriveva Calamandrei) a quelli maggiormente riconducibili a Dike (come in genere quelli degli Stati liberal-democratici). Non a caso durante la Seconda Repubblica, il confine si è allargato a favore di Temi, agendo prevalentemente sull’esecuzione delle sentenze di condanna dell’apparato pubblico. Resa più difficile, a tempi dilazionati, soggetta a limiti e sospensioni. Tutte a favore della parte pubblica e a carico di quella privata, malgrado la novella di modifica dell’art. 111 della Costituzione, che andava in direzione opposta, forse allo scopo di coprire la contraria prassi legislativa. Avendo scritto un saggio su questo, vi rimando i lettori che volessero approfondire quanto sopra sintetizzato1.

Malgrado il governo Meloni non sia stato particolarmente attivo in questo andazzo, non risulta l’eliminazione di norme antiparitarie, e si trovano norme in linea con l’abitudine precedente come l’art. 5 sexies comma 12 bis della legge n. 89/01, come modificato dall’art. 1 comma 817, della legge di bilancio 2025. Taòe norma aveva disposto che “decorsi venti giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, per i successivi due anni, i creditori di cui al comma 1 non possono iniziare azioni esecutive o giudizi di ottemperanza e le azioni esecutive e i giudizi di ottemperanza in corso sono sospesi”. La norma è poi stata sostituita dall’art. 9, comma 1, lett. b), n. 5), d.l. 8 agosto 2025, n. 117, onde i processi esecutivi sono sospesi fino al 21 gennaio 2027.

Per cui il “diritto vivente” (cioè quello che risulta effettivamente applicato) negli ultimi trent’anni non è che le sentenze devono essere eseguite, ma come, quando e quante eseguirle è (per lo più) una prerogativa dell’Amministrazione. Con la quale è coerente la decisione della Meloni, indipendentemente dalla circostanza, se i magistrati avessero torto o ragione nel merito. Tenuto conto, al riguardo, che nella vicenda il TAR aveva considerato legittimo il decreto impugnato del 06/08/2021 (Presidente Draghi) e che la normativa de qua risale al secolo scorso.

A favore e contro la decisione della Meloni occorre aggiungere due considerazioni.

La prima che nel caso, data la situazione internazionale (guerre in corso, Ormuz, ecc. ecc.) e interna, nonché il notevole importo del debito, una decisione di rimodulazione del debito spalmandone nel tempo gli effetti, sarebbe coerente col principio della “razionalità rispetto allo scopo” di conservare i conti in ordine, pur contemperando le esigenze fattuali e quelle della legalità.

La seconda (e più in generale): la prassi della seconda Repubblica di occultare i debiti procrastinandone il rimborso ha concorso a creare il colossale debito, e a nasconderne una parte sotto il tappeto. Lo conferma anche questa vicenda, dato che, da quanto si legge, il miliardo da sborsare si è accumulato in quasi un decennio. Se lo Stato avesse pagato nei tempi dovuti, non si sarebbe trovato con un carico così pesante. Certi espedienti finiscono per pagarsi da tutti, tranne quelli che li hanno ideati, tra i quali, visti date, norme e decreti, non c’è la Meloni.

1v. Teodoro Klitsche de la Grange, La lotta contro il diritto, Oaks Editrice, email: info@oakseditrice.it., 

 

lunedì 19 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Machiavelli nel campo largo"

La situazione contemporanea è colma di politica, e più precisamente, di politico. Siamo tornati quindi a chiedere lumi, come sempre, a Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuti con l’usuale cortesia.

Riuscirà il centro-sinistra a realizzare il “campo largo”?

Di sicuro, tenuto conto però, di quanto la fortuna condizioni il corso degli eventi, come scrissi nel “Principe”.

Ma ci sono differenze e rivalità, anche personali, notevoli.

Distinguiamo: quanto alle rivalità personali, e cioè alla scelta del capo, sono evidenti: anche spesso si sono fatti la guerra tra loro.

Tuttavia c’è una necessità: che se non si accordano, il capo non ci sarà. Non ci sarà neanche il campo largo, la Meloni stravince. Rimarranno tutti a bocca asciutta: situazione che a loro non garba affatto.

Quanto alle diversità ideali o ideologiche, vale un discorso simile: che se vuoi battere un nemico, devi provvederti di forze superiori… Ai tempi miei Venezia era lo Stato italiano più forte: tuttavia se si accordavano per combatterla gli altri quattro, avrebbe perso la guerra. Nel secolo scorso l’Asse fu battuto dall’alleanza tra capitalismo e comunismo, che più differenti non potevano essere. Ma andavano di buon accordo nel dividersi gran parte del Mondo.

Ma nel caso nostro occorre trovare il consenso dei cittadini.

E infatti lo stanno cercando con i soliti sistemi. Il primo è modulare i messaggi sull’orecchio dei differenti uditori. Ma il motivo è lo stesso. Ad esempio considerate come hanno commentato i tumulti nelle città italiane la settimana passata…: chi ha detto che sono degenerati perché c’erano pochi poliziotti, altri che il Governo strumentalizzava le violenze; altri ancora che le ragioni dei manifestanti erano condivisibili (e così via). Tanti percorsi diversi ma con un unico punto d’arrivo: la colpa del Governo. Al momento giusto, cioè nella cabina elettorale solo quest’ultimo avrebbe contato.

Ma hanno annunciato che avranno un programma deciso in comune.

Che faranno, come al solito, con il sistema che Pascal attribuisce ai redattori della condanna della tesi di Arnaud: di essere d’accordo sulle parole usate, ma divergenti sul loro significato: cioè sull’essenziale. Col risultato che, dopo le elezioni, ricominceranno a litigare, ognuno con le sue giustificazioni.

Ma non pensa che qui abbiano applicato il Suo consiglio che per il governante (o l’aspirante tale) è meglio parere che essere?

Il loro punto debole è di averlo applicato male; per così dire pro domo sua. Bisogna capirlo tutto. Perché hanno contravvenuto all’altro consiglio: che è meglio non toccare il patrimonio dei sudditi. Scrivevo che è meglio ucciderli che ridurli in miseria. Loro invece li hanno impoveriti e non sono cambiati: sono gli stessi a sbandierare le stesse soluzioni (e derivazioni), anzi la stessa soluzione: mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non contenti di un trentennio di fallimenti.

E Vannacci?

Sperano nel generale, applicando la conseguenza del principio che ricordavo: dividere il nemico, riducendone le forze. Divide et impera. Come aggiungere “amici” vuol dire aumentare. Scipione lo applicava in modo egregio.

E allora come finirà?

Come girerà la fortuna, la virtù consiglia di comportarsi in un modo ma anche i più virtuosi (lo erano assai più dei vostri contemporanei) non sempre reggono i colpi della fortuna, come capitò al Valentino.

 

martedì 13 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Lorenzo Castellani, Riserva di carica, Liberilibri, 2026, pp. 246, € 18,00"

Dato che la Storia s’incaponisce a non finire, l’ordine post-Yalta e post-1989 a organizzare il pianeta, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse a ritirarsi in pensione, tornano all’attenzione anche gli strumenti con i quali il potere politico aveva governato e assicurato l’esistenza delle comunità umane: per prima la ragion di Stato. Lorenzo Castellani che ha già pubblicato dal 2020 saggi originali sulle istituzioni e sul potere contemporaneo, in questo continua nell’analisi. Affermando che l’ordine post-comunista rivela ormai la propria fragilità. Non solo perché crisi e guerre sono sotto gli occhi di tutti: ma ancor prima a livello culturale. E ne ha fatto le spese la ragion di Stato, che è poi la risorsa in mano al potere per superare le emergenze, quella che (almeno) – nelle categorie su cui si è sviluppato il pensiero politico e giuridico, da Machiavelli in poi, è la risorsa decisiva.

Castellani sostiene che in ogni ordinamento politico c’è una “riserva di carica” ovvero una forza che ha la stessa funzione che hanno le riserve nella strategia: entrano in campo quindi la prima linea non riesce a fronteggiare la situazione creatasi. Se M. Hauriou paragonava l’istituzione statale a un esercito in marcia (agmen), la ragion di Stato ha la stessa funzione di superare le situazioni di crisi. La sua necessità per un ordinamento è già sostenuta da Machiavelli nei Discorsi (riguardo la dittatura romana); ma se si immagina, invece, che le crisi non si possono verificare, la ragion di Stato è altrettanto inutile degli eserciti (e non solo).

Dato che crisi, conflitti, inimicizie non mancano, a dispetto di chi crede (o fa credere) che esiste la formula magica in possesso dei Dulcamara buonisti per eliminarli. Il pensiero sulla ragion di Stato è coevo alla nascita dello Stato moderno . Scrive Castellani «la grammatica profonda con cui gli Stati reagiscono non è poi così lontana da quella che animava i dibattiti sulla ragion di Stato tra Cinquecento e Seicento. Cambiano gli attori, mutano le ideologie, si trasforma il lessico, evolve il contesto tecnologico; ma resta inscalfibile la struttura del problema: quando l’ordine politico appare minacciato, chi decide cosa è necessario?» e prosegue «La vecchia tensione tra forza e diritto non scompare; viene riscritta come tensione tra società e comunità, tra esigenze di libertà e pretese di protezione, tra regole condivise e decisioni imperative, tra ricerca di ordine razionale e volontà di potenza” per cui “ricostruire lo sviluppo della ragione di Stato significa comprendere come, fin dall’inizio, la politica moderna si sia pensata come attività distinta dal diritto e dalla morale, rivendicando per sé una razionalità specifica». Che è poi essenzialmente connotata dall’essere razionale rispetto allo scopo e d’essere un’etica delle responsabilità.

Nel XX secolo è avvenuta una trasformazione «con il consolidarsi dello Stato costituzionale. E’ in questa fase che la vecchia dottrina, concepita come riserva extra-giuridica del potere, viene dapprima contestata, poi reinterpretata, infine riassorbita in una dimensione nuova: quella che possiamo chiamare “ragion di Stato costituzionale”» e «Quando i diritti diventano parametro giurisdizionale e le corti costituzionali assumono un ruolo centrale, la questione non è più se il potere politico possa violare la legge in nome della sopravvivenza dello Stato, ma se e come possa piegare, sospendere, reinterpretare la legge attraverso la legge».

Ma sostiene Castellani «L’operazione che queste pagine tentano è diversa: seguire passo passo la trasformazione di una dottrina dell’eccezione in una ragione strutturale dello Stato costituzionale, mostrando come la funzione originaria della ragion di Stato… sia stata progressivamente incorporata nelle procedure, nei testi e nelle prassi di governi che si definiscono, e spesso sono, democratici». Per cui la “riserva di potere” esiste sempre. Scrive Castellani «Il percorso seguito ha mostrato come tale riserva di carica attraversi l’intera modernità: dalla prima dottrina della ragion di Stato del XVI secolo allo Stato costituzionale contemporaneo. Non è la storia di un superamento, ma di una metamorfosi. Ciò che nasce come arte della sopravvivenza del sovrano diventa principio di elasticità dell’ordine, tecnica di continuità sotto la superficie delle norme». Essa s’inserisce nel “diritto politico”, cioè «l’insieme dei principi e delle leggi fondamentali che danno forma e legittimità al dominio politico, esprimendo il nesso strutturale tra giuridico e politico». Con buona pace dei costruttori d’illusioni.

 

lunedì 5 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Gad Saad, Empatia suicida, Liberilibri, 2026, pp. 310, € 19,00"

 Da qualche millennio è noto che comportamenti ritenuti eticamente positivi nel privato (del tipo “porgere l’altra guancia”) sono considerati negativi se valutati sotto il profilo della sicurezza e financo della sopravvivenza della comunità (cioè nel pubblico).

Si può partire al riguardo da parecchi punti di vista. Questo saggio di Saad prende le mosse da un approccio psicologico: l’empatia, cioè la capacità di immedesimarsi nelle convinzioni (e situazioni) di altri; in certi casi, fino a sortire effetti distruttivi. Scrive l’autore “Immaginate per un momento che l’intellighenzia occidentale, compresa la sua classe politica progressista ed elitaria, sia infettata da un parassita mentale che fa sì che il suo modulo di empatia funzioni male in ogni modo che si possa concepire. Molte delle decisioni politiche che hanno causato caos in Occidente derivano da questa scarsa calibrazione dell’empatia, con il risultato di una società che sta galoppando rapidamente verso l’abisso della follia infinita” (il corsivo è mio). E porta ad esempio che non è detto che un comportamento empatico susciti reciprocità. A proposito del pacifismo scrive “Una società in cui tutti i membri aderiscono al pacifismo deontologico (ossia il pacifismo considerato come un principio assoluto inviolabile, in qualsiasi condizione) verrebbe rapidamente invasa da altre tribù che non condividono questa propensione alla concordia. E’ piuttosto banale dimostrare i risultati teorici di tale interazione. I pacifisti assoluti saranno sempre vittime” (il corsivo è mio). E dell’ira, la quale è un vizio capitale, di converso, ricorda: “la rabbia ha molti scopi funzionali e adattivi. Uno dei motivi principali per cui la persona A non attacca la persona B per rubarle le risorse ambite è il riconoscere che un simile attacco potrebbe essere seguito da una violenza vendicativa alimentata dalla rabbia”.

Per cui l’empatia è “una virtù nobile e selezionata dall’evoluzione, una caratteristica centrale della nostra umanità, dato che siamo una specie profondamente sociale”. E’ buona, se è praticata in giusta (e corretta) dose, senza distaccarsi dalla realtà; ma può diventare cattiva, se sovrabbondante;. Poca empatia (o troppa) indebolisce i legami sociali. Come sosteneva Aristotele, occorre trovarsi nel giusto mezzo per farne un uso prudente e produttivo (socialmente).

Se non ci riesce, l’empatia diventa suicida: una comunità o addirittura una civiltà può collassare per eccesso di comprensione, accettazione, condivisione. Tutte attitudini empatiche che non consentono di riconoscere il nemico reale, cioè quello realmente pericoloso.

E’ quello che capita in questa fase della storia dell’Occidente, in cui l’eccesso d’empatia sta portando alla negazione di una cultura che, nel bene e nel male, ha conseguito obiettivi mai raggiunti nella storia.

 

giovedì 1 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda (a cura di Alberto Mingardi), 2026, Ed. Settecolori, pp. 198, € 18.00"

Nel 1918 Pareto osservava la guerra mondiale, giunta alla sua fase conclusiva e ne fece un diario, pubblicato solo quarant’anni dopo.

Ottima l’idea di ripubblicarlo oggi, in un periodo in cui guerra e ostilità hanno ripreso il ruolo e il vigore che la “fine della storia” negava.

Il solitario di Céligny considera la guerra sotto il profilo delle derivazioni generate dalle élite belligeranti e dei governati cui sono destinate.

Ne sottolinea l’irrazionalità e l’irrealtà, spesso demolendole con l’ironia.

Così nota che la guerra ha come scopo di imporre la propria volontà al nemico onde “può terminare con la vittoria di uno degli avversari, e la resa totale dell’altro. In tal caso, uno di loro impone la propria volontà… Ma la guerra può anche terminare in altro modo, cioè con un compromesso fra la volontà di uno degli avversari e quella dell’altro”, ossia con accordi diplomatici. Per consolidare la propria pretesa ciascun belligerante fa uno smodato uso di derivazioni. Scrive Pareto, ad esempio, per le annessioni: “Niente conquiste territoriali? Certo: su quel punto, siamo tutti d’accordo. Ci riserviamo soltanto di procedere alla retrocessione delle annessioni, e inoltre a rettifiche di frontiera. Sei un cattolico osservante, e tuttavia ti piacerebbe mangiar pollo di venerdì? Semplicissimo: basta ribattezzare il pollo, e chiamarlo carpa”.

Esempio tipico, l’Alsazia-Lorena. E prosegue: “Visto dalla parte degli Imperi centrali: se conserviamo l’Alsazia-Lorena, non c’è annessione, ma disannessione, perché è la Francia che se l’era annessa. Visto dalla parte dell’Intesa: reclamando l’Alsazia-Lorena, non propugniamo una annessione ma una disannessione, perché è stata la Germania ad annettersela. Sia l’uno che l’altro ragionamento può valere, secondo che si vada più o meno indietro nel tempo per stabilire qual è stata l’annessione…” (e nel tempo, Pareto risale ironicamente all’Impero romano).

Oppure nel confronto tra egemonie che si considerano diverse, ma sono simili. Così nella distruzione della flotta danese da parte della Gran Bretagna nel 1807 o nell’occupazione del Belgio durante la guerra mondiale; del tutto simili, onde giudica Pareto “poiché le medesime cause producono effetti medesimi, che non ci sia affatto da stupirsi, in quanto il forte fa uso della propria forza e si vale sempre delle stesse ragioni per giustificarsi; infatti i sentimenti cui si richiama restano sempre più o meno gli stessi”.

E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenza dello scritto è che le élite dirigenti, ossia la plutocrazia demagogica dell’intesa e il militarismo plutocratico degli Imperi centrali erano del tutto simili nello sfruttare sentimenti, pregiudizi, ignoranza ed ingenuità dei governati per proseguire una guerra dei costi economici, sociali, umani del tutto sproporzionati rispetto a quanto possibile con mezzi più ragionevoli. A conferma della prevalenza delle azioni non logiche.

E’ quindi opportuno ripubblicare questo diario quando le recenti guerre, soprattutto quella russo-ucraina, vedono un ricorso agli stessi espedienti per motivare comportamenti analoghi a quelli osservati da Pareto, anzi aggiungendone altri. Come, per esempio, la malattia (mentale e/o fisica) di Putin, il quale non fa altro che proseguire la politica (e gli obiettivi) dei governanti russi degli ultimi tre secoli (la Russia è sempre stata governata da matti? Compresi Pietro e Caterina?); o il costo economico, sociale e umano, sopravvalutato per la Russia e dimenticato o giustificato per l’Europa, all’uopo allegando una ingigantita volontà dello Zar di aggredire l’Europa.

Nel complesso un libro che, dato lo stile di Pareto è di piena e piacevole lettura. Ma, soprattutto, utile.

 

martedì 29 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00"

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale, dalla proprietà come presidio della libertà.

 

venerdì 18 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Il contrappasso di Giorgia"

Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:

Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici - diretti o indiretti - ai propri sostenitori.

In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.

Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.

Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.

Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.

Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.

Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.

 

giovedì 10 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero, Liberilibri 2026, pp. 12, € 15,00"

 

Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.

Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.

Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità - di comandare e dirigere le masse (gli psichici) - che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.

Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini che in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).

Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.

Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».

Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.

giovedì 3 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Sabino Cassese Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00"

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i governanti tengano conto.

 

mercoledì 29 luglio 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Hilaire Belloc, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano, prefazione di M. Pasquero, Iduna 2026, pp. 120, € 12,00"

 

Chi si aspetta da questo saggio dello storico cattolico, francese di nascita ma inglese di adozione, una “classica” biografia, ha sbagliato.

L’autore non ci parla di eserciti, partiti, istituzioni, guerre, battaglie, ma s’incentra sul carattere, le convinzioni e le capacità di Cromwell. Tale impostazione lo rende di notevole interesse per chi voglia passare al vaglio del realismo politico e del di esso strumenti concettuali l’operato del dittatore.

Belloc riconosce a Cromwell due capacità: quella di sapersi muovere politicamente (con furbizia ed ipocrisia) nella tormentata epoca della guerra civile e quella di aver modellato e comandato l’esercito parlamentare, il New Model Army. A seguire Machiavelli gli ascrive le qualità della volpe e quelle del leone; non meraviglia quindi che sia diventato Lord Protettore.

Quanto a modellare (e comandare) l’esercito, il New Model Army aveva la caratteristica di essere reclutato prevalentemente tra devoti protestanti. Il che non significa che fossero dei santi, ma che erano persuasi di combattere per il regno di Dio sulla terra. Era così impregnato di una determinazione – della quale, spesso, facevano le spese i nemici civili. In primo luogo la popolazione cattolica irlandese.

Ma anche qua è evidente che lo strumentario del realismo politico è confermato: un esercito impregnato di fanatismo religioso è non solo più determinato ma anche galvanizzato dall’odio per il nemico, che è anche nemico di Dio, di cui l’esercito è lo strumento.

Quanto l’odio verso il nemico contribuisca alla volontà di combattere, è cosa nota già prima che lo scrivesse Clausewitz, così come essere investiti di una missione.

Onde si capisce come Voegelin avesse pensato che proprio la rivoluzione inglese e in particolare i presbiteriani fossero all’origine del neo-gnosticismo moderno. Un saggio originale e interessante.


lunedì 20 luglio 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Ordine e difesa".

 La condanna dell’orefice di Grinzane per aver ucciso i rapinatori ha innescato la solita polemica tra coloro che fanno del Roggero un Michel Kohlhaas dei poveri1. Viene da questi trascurata e minimizzata minimizzata la circostanza principale: che il gioielliere aveva agito in corso di rapina e per difendere la propria vita e i propri beni. Al contrario coloro che, proprio per tale ragione (di autodifesa e di reazione al torto e al delitto) ne fanno un esempio degno non solo della grazia, ma del seggio parlamentare.

Qual è, delle due tesi contrapposte, la più propizia all’ordine sociale? (o meglio politico-sociale)?

All’uopo occorre premettere che il diritto si basa sulla distinzione (fondamentale) di lecito/illecito. Accanto al diritto c’è sempre l’antagonista, il torto. E il diritto è un’attività pratica, che è vivente in quanto attuata. In questa attuazione, spesso costosa anche per gli attuatori, c’è anche una dimensione etica. Scriveva Benedetto Croce che proprio per questi caratteri apprezzava le tesi di Jhering: “un altro concetto informa questo scritto dal Jhering: la necessità di asserire e difendere il proprio diritto ancorché con sacrificio del propri interessi individuali […] innanzitutto per il dovere morale, che comanda di mantenere saldo l’ordinamento giuridico, condizione della vita sociale umana”.

Tale concezione ha trovato scarsa considerazione nell’Italia, in ispecie, della Seconda Repubblica anche perché è diffusa la teoria che attuare il diritto è (esclusivamente), in ogni caso, un dovere d’ufficio; peraltro è diffuso nella comunicazione mainstream, dove si ritiene moderno e civile che a realizzare il diritto e reprimere il torto sia compito riservato allo Stato. Anche se tale tesi ha di per sé il fatto, incontestabile, che avendo lo Stato moderno il monopolio della violenza legittima, ha il dovere di vietare o limitare al minimo la sopravvivenza di “violenze” esercitabili da privati, ben presenti nel diritto pre-moderno (come la faida)2. Quindi la difesa è legittima quando lo Stato non è in condizione di assicurare sicurezza.

Fin qui si potrebbe essere d’accordo onde è lo stesso ordinamento giuridico che consente, in via eccezionale, come nel caso di legittima difesa (art. 52 c.p.) di difendersi opponendo violenza a violenza: vim vi repellere licet. Scriveva Pareto che “il bisogno di protezione dei deboli è generale” se questa non è assicurata dal sistema di potere vigente, questo viene sostituito da un altro; così invertendo il rapporto di causalità, gradito alla stampa mainstream.

E Cicerone ne riconosceva il carattere di norma di diritto naturale prima che positivo. Ma è bene ricordare che può adattarsi, mutatis mutandis, alla legittima difesa quanto Jhering scriveva delle “reazioni al torto” in generale “non bisogna lamentarsi dell’ingiustizia, che tenta usurpare il posto del Diritto; ma sì del Diritto, che se n’acqueta e contenta. E fra le due massime: non fare alcun torto, e; non soffrire alcun torto, se dovessi scegliere per dare a ciascuna il grado che le spetta secondo la sua importanza pratica, direi, che quella di non sopportare alcun torto è la prima; e l’altra di non farne, la seconda”. La resistenza al torto (cioè alla negazione del diritto) rafforza il diritto concreto oggettivo e soggettivo, in una sintesi efficace. Ossia realizza l’ordine.

D’altra parte la Presidente Meloni ha richiamato tutti sulla novella (non applicabile al caso Roggero, ratione temporis) per cui CHI COMMETTE UN REATO “NON Può richiedere alcun risarcimento… chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso” fondata sulla distinzione, essenziale e necessaria nel diritto - tra lecito ed illecito.

Quanto poi alla tesi della “vendetta” (come riparazione del torto) del tutto improbabile, data la contestualità tra rapina e reazione e lo stato in cui il Roggero agiva. Se sicuramente la vendetta è un mezzo primitivo di garanzia dell’ordine, certamente è “un piatto che va servito freddo”: il Conte di Montecristo attese tre lustri per compierla.

1 E’ il caso di ricordare che Michel Kohlhaas è il personaggio di Kleist che lotta, anche con mezzi illeciti, per ottenere giustizia.

2 E’ il caso di ricordare quanto sosteneva Hobbes sul rapporto tra difesa e sicurezza (offerta dal Sovrano) “Il fine per cui un uomo cede e lascia ad un altro, o ad altri, il diritto di proteggersi e difendersi mediante il suo proprio potere, è la sicurezza che egli se ne aspetta, di protezione e difesa da coloro ai quali egli ha lasciato tale diritto… senza quella sicurezza non vi è motivo per un uomo di privarsi dei propri vantaggi, e farsi preda per gli altri… Infatti, si trasferisce quel tanto che sia necessario trasferire mediante il patto, al fine di raggiungere tale sicurezza; in caso diverso, ogni uomo è nella sua libertà naturale di salvaguardarsi da sé”, Elements, parte II, capitolo I e nel De cive “è necessario alla pace che ciascuno sia così protetto dalla violenza degli altri, che possa vivere con sicurezza, cioè che non abbia giusta causa di temere gli altri, finché non recherà loro un torto… Infatti la sicurezza è il fine per cui gli uomini si sottomettono agli altri; e se non viene garantita, non si può pensare che siano sottomessi, o che abbiano perduto il diritto… Perciò si deve provvedere alla sicurezza non con i patti, ma con le pene. E si è provveduto a sufficienza, quando si istituiscono per ciascun tortoi delle pene così gravi, che commetterlo risulti chiaramente un male maggiore che non commetterlo”, capitolo VI, 3.

 

giovedì 16 luglio 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Preferenze ed equilibri"

La vicenda dell’emendamento sulle preferenze al disegno di legge elettorale ha suscitato reazioni varie, per lo più a livello di tifoseria da stadio, altre meno.

E’ chiaro, come sottolineato da tanti, che se una parte dei parlamentari è scelta dagli elettori, ciò significa ridurre il potere dei vertici dei partiti e, quale conseguenza probabile, anche quello del capo della maggioranza parlamentare (cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri). All’inverso le preferenze incrementano quelle del seguito, cioè della base elettorale. Se si va a confrontare tale dato (evidente) con la teoria della “classe politica” le conclusioni sono interessanti. La prima formulazione di tale teoria – o meglio regolarità, come scrive Miglio – è di Gaetano Mosca, il quale scriveva “Fra le tendenze ed i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno v’è n’è la cui evidenza può essere a tutti facilmente manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati…”. Tale teoria fu condivisa da Vilfredo Pareto il quale la collegava all’equilibrio sociale il quale, nelle organizzazioni politiche, consiste essenzialmente nei rapporti tra governanti e governati.

Quando il sistema non è equilibrato decade e finisce con l’implodere. La risorsa più appropriata a tenerlo in equilibrio è che avvenga (di fatto e/o di diritto) la “circolazione delle élite” cioè il passaggio da quella governata a quella governante.

A ciò può servire (all’interno degli stessi partiti) prevalere la facoltà di scegliere il preferito tra i candidati da parte del corpo elettorale.

Tale circolazione può realizzarsi anche mediante meccanismi diversi, come la nomina dall’alto. Tuttavia il rischio di nomine dall’alto, cooptazioni, riserve di accesso alle funzioni pubbliche è che, generino equilibri statici, di per se anticamera della decadenza e dell’implosione del regime. Il sistema sarà sempre più in equilibrio quanto più la classe al potere saprà inglobare quella in ascesa o almeno una sua parte.

Se avviene con sistema elettorale e all’interno dei partiti, può garantire:

a) che gli eletti abbiano un seguito;

b) che il tutto rafforzi – dall’interno – il sistema esistente, evitandone la sostituzione.

Pareto sosteneva che la circolazione delle élites è e utile per la prosperità, onde la storia della società umana è la storia dell’avvicendarsi delle aristocrazie. Egli ha un’idea di un sistema in equilibrio alla cui base vi è, però, il conflitto. Si riferisce, quindi, ad un equilibrio dinamico.

Dato che l’Italia durante la c.d. seconda Repubblica (dal 1994) è stata ferma con un PIL praticamente immobile (il peggiore dell’Unione europea) un minimo (come la preferenza) di recupero dinamico, almeno nel sistema politico, non può che essere benvenuto. Anche se con tutte le cautele che la situazione complessa e determinata da pluralità di cause richiede e che riducono la speranza.

 

domenica 5 luglio 2026

Una Crociata per la Libertà di pensiero ed espressione in Facebook

CREDO CHE i tre miliardi di Utenti Facebook che si dice esistano nel mondo, sperimentino tutti la censura e la manipolazione. Le nostre idee possono essere diverse e contrapposte, ma se sono oneste ed hanno il giusto rispetto dell'altro, non temono e non evitano il confronto, sempre nel giusto rispetto dell'altro ed entro i limiti delle legge vigente, rispettando nel dibattito e nell'espression le clausole giurisprudenziali della veridicità, pertinenza, continenza, interesse pubblico.


Detto questo, credo che non si possa e non si debba supinamente accettare la censura di una ditta, Facebook, che è espressione del pentagono e della Israel Lobby.
È con questo spirito che mi oppongo a Facebook ed invito tutti a farlo in una spirito di CROCIATA per la difesa della libertà, della nostra Libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, per sottrarci alla ormai sempre più evidente manipolazione.

Siamo tre miliardi di Utenti, per essere più forti, non più deboli come pecore che possono essere tosate a piacimento del Padrone.

Invito all'adesione ed alla diffusione, che deve essere virale.

Dovrebbe potersi formare una Utenza in grado di contrattare con il Gestore e proprietario, o il Pentagono, o la Israel Lobby, che non può sempre sbatterci in faccia i "suoi" non i "nostri" Standard, "suoi" standard" ched neppure si prende la briga di dirci quali sono nel caso specifico di censura, che non ammette replica e mediazione. 

• Più che raccogliere firme  credo sia più utile far circolare questo appello, o simile, il più possibile ed in modo costante e permanente.

venerdì 26 giugno 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "La sinistra e il regno delle fate"

 Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.

La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.

L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).

Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.

Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.

Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.

In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).

In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.

Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.

In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.

Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.

Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.

Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.

1 “E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?” Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.

2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.

3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.

4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”

 

giovedì 11 giugno 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti, Liberilibri, 2026, pp. 256, € 18,00"

 

Scrive Michele Silenzi nella prefazione «Dopo il 1945, e gli orrori della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, l’Occidente si convinse che mai più eventi del genere avrebbero dovuto verificarsi, anche perché avrebbero probabilmente significato la fine dell’umanità stessa. L’ordine uscito da quella catastrofe senza precedenti della storia è stato un ordine globale di successo impareggiabile… Questa situazione viene definita da Russell R. Reno, nel libro che avete tra le mani, “consenso postbellico”, ed è ciò che per l’autore è alla base degli ultimi ottant’anni di storia occidentale…. Dal 1945, questo modello, tra alti e bassi, è stato la colonna portante dell’Occidente e, in particolare dopo il 1989, di buona parte del mondo. Oggi, anzi, da qualche anno, esso appare in crisi, minato dagli stessi concetti e dagli stessi punti di forza che ne hanno reso possibile il successo. Il libro di Reno punta a illuminare precisamente tali punti».

L’autore si chiede cos’è che abbia determinato il successo e come i di esso presupposti siano la causa della successiva decadenza.

Scrive Silenzi nella prefazione che il successo era fondato «sull’idea d’indebolimento, ossia sul presupposto che per rifondare l’ordine mondiale dopo il 1945 era necessario che non ci fossero più ideologie che si ritenessero portatrici di una qualche “Verità” assoluta da imporre con la forza». Ciò che ha messo in crisi il modello è «il bisogno di appartenenza a un’idea più forte e piena di significato di quella, pur fondamentale, di un’economia ben funzionante e ricca di promesse». Ma questo «inesauribile gioco al rialzo dell’ideale “dell’apertura” e della distruzione dell’idea di verità ha lasciato l’intera società occidentale senza una casa spirituale in cui collocarsi. Nel frattempo, però, ed ecco il paradosso, la parte “debole” e “aperta” è divenuta quella “forte”, ossia quella dominante, al punto che chi non si riconosce in questi ideali assurti a nuova “Verità” condivisa viene squalificato socialmente e posto fuori dal consesso civile come una sorta di selvaggio, di primitivo, o di nostalgico dei tempi autoritari».

Scrive Reno che «La violenza che traumatizzò l’Occidente tra il 1914 e il 1945 suscitò una potente risposta guidata dagli Stati Uniti che era antifascista, antitotalitaria, anticolonialista, antimperialista e antirazzista». Tuttavia «La globalizzazione economica rompe il contratto sociale. La politica identitaria disintegra i legami civici. Un multiculturalismo antioccidentale tipicamente occidentale priva le persone del loro patrimonio culturale». Tutti questi anti (come soprattutto l’antifascismo e l’antitotalitarismo) hanno conformato una idea generale della società per cui «tutto ciò che è forte – gli amori forti e le verità forti – porta all’oppressione, mentre la libertà e la prosperità richiedono il regno degli amori deboli e delle verità deboli» mentre «Gli dèi forti sono gli oggetti dell’amore e della devozione degli uomini, le fonti delle passioni e delle lealtà che uniscono le società. Possono essere senza tempo. La verità è un dio forte che ci invita a riconoscere che esiste una realtà oggettiva».

Per cui oggi «la minaccia più grave alla salute politica dell’Occidente non è il fascismo o la rinascita del Ku Klux Klan, ma il declino della solidarietà e la rottura della fiducia tra i leader e i loro seguaci. Timoroso degli amori forti e impegnato in una sempre maggiore apertura, il consenso postbellico non è in grado di formulare, e tanto meno di affrontare, questi problemi».

L’autore scrive «L’Occidente sta precipitando verso una crisi profondissima non a causa di un difetto della modernità. I nostri problemi non derivano da Guglielmo di Ockham, dalla Riforma, da John Locke, dal capitalismo o dalla scienza e dalla tecnologia moderne» e ne conclude «I malumori che affliggono oggi la vita pubblica riflettono una crisi del consenso postbellico, degli dèi dell’apertura e dell’indebolimento, non una crisi del liberalismo, della modernità o dell’Occidente. I modi di pensare divenuti così influenti dopo il 1945 sono oggi assurdi ma allo stesso tempo obbligatori. Dobbiamo recuperare il “noi” che ci unisce, ma il consenso postbellico è uno zombie immortale. L’Occidente ha bisogno di ripristinare un senso di scopo trascendente nella vita pubblica (e privata). Il nostro tempo, questo secolo, richiede una politica di lealtà e solidarietà non di apertura e consolidamento. Non abbiamo bisogno di più diversità. Abbiamo bisogno di una casa. E per questo, avremo bisogno del ritorno degli dèi forti».

Qualche considerazione del recensore.

In primo luogo non è dato misurare, tra le diverse cause della decadenza occidentale indicate, il peso di quella per così dire spirituale, ritenuta dall’autore. E’ vero che questa ha un ruolo, ma non è sicuro che vi abbia contribuito – o vi contribuisca – in maniera prevalente.

D’altra parte, come pensava Rudolf Smend, in ogni comunità politica uno dei fattori d’integrazione è costituito da quella materiale, ossia dal consenso, condiviso da governati e governanti, su certi principi, valori, assetti. Ma se al posto di ciò un relativismo esasperato predica l’equivalenza o l’indifferenza dei valori, trovare un idem sentire de re publica è impossibile.. A meno che non sia, per l’appunto, credere che ogni valore va bene e l’unica distinzione a proposito è quella tra chi condivide tale opinione e chi no (il diverso e, al limite, il nemico). Con ciò se ne perde l’effetto unificante dei principi e valori condivisi, e quindi si affretta la dissoluzione della comunità.

D’altra parte, e continuando col ricordare il pensiero dei giuristi, Maurice Hauriou oltre un secolo orsono, individuava come (un) fattore di decadenza, l’attenuarsi della fede religiosa e la crescita dello spirito critico. Tuttavia, dato il “ciclo” politico, a quella succede la rinascita con una rinnovata e nuova religione e l’attenuarsi dello spirito critico. Quindi c’è da aspettarsi un ritorno degli dèi forti, sperando che siano, diversamente da quelli del XX secolo, rispettosi delle identità degli altri.