martedì 26 febbraio 2019

Teodoro Klitsche de la Grange: «Draghi e Spinoza»


DRAGHI E SPINOZA

Nella prolusione in occasione del conferimento della laurea honoris causa dell’Università di Bologna Draghi ha espresso un concetto che, nella sua semplicità, è da qualche secolo oggetto di riflessione di tanti pensatori. Ha detto il governatore della BCE che l’indipendenza degli Stati non ne assicura la sovranità. In particolare Stati (giuridicamente) indipendenti che di fatto non lo siano, ad esempio, per insufficienza alimentare, godrebbero di “sovranità limitata” (e non dai carri armati del patto di Varsavia).
In effetti Draghi, quanto alla non equivalenza di diritto o indipendenza di fatto ha ripetuto quanto affermato più volte. Santi Romano (tra i tanti) scriveva che «essendo la comunità internazionale, di regola, paritaria, nel senso che i suoi membri non dipendono l’uno dall’altro, ciascuno di essi… si dice che ha una sovranità perché non è in una posizione subordinata verso altri soggetti». Tuttavia, proseguiva, tale regola non è assoluta; ma derogarne è sicuramente un’eccezione. Ed occorre distinguere «l’appartenenza ad un’unione amministrativa o alla Società delle nazioni, tanto meno una semplice alleanza, non significa da per sé perdita della sovranità», a differenza dei protettorati.
La distinzione tra l’una e l’altra categoria di Stati per così dire «a sovranità limitata» (o a indipendenza relativa) consiste sotto il profilo giuridico, dalla assenza, nel primo caso (protettorati, colonie) di una (completa) capacità internazionale, e sul piano interno dalla presenza di organi di «controllo» nominati dallo Stato protettore (ovvero dominante).
Bodin, il quale del concetto moderno di sovranità è il creatore, sosteneva che un principe che sia tributario o feudatario di altri non è sovrano «Abbiamo detto poc’anzi che si può dire sovrano solamente chi non dipende, eccezione fatta per Dio, altro che dalla sua spada. Se uno dipende da altri non è più sovrano». Così la sovranità equivale o almeno presuppone l’indipendenza. Anche quando Bodin elenca le varie Marques de la Souveraineté (fare leggi, nominare funzionari, ecc.) aggiunge sempre “senza il bisogno del consenso di nessuno”.
Nella specie è sicuramente vero che la sovranità – intoccabile in diritto – è comunque condizionata dai rapporti di forza (cioè di fatto): rapporti che possono essere di natura politica, ma anche economica, religiosa od altro. Tuttavia se l’indipendenza non garantisce la sovranità (di fatto), ne è comunque il presupposto necessario (nel senso di condizione necessaria ma non sufficiente). Occorre altro. Infatti non dipendere da altri Stati o “poteri forti“ non significa avere il potere di (esistere e di) agire ma semplicemente di non essere soggetto a quello altrui.
Onde il concetto di sovranità comprende un altro – e più decisivo - aspetto, evidenziato da Spinoza. Scriveva il filosofo olandese che – nello stato di natura, in cui si trovano gli Stati – vale la regola tantum juris, quantum potentiae. Nel senso che se il diritto non condiziona il potere è questa a limitare quello “Se, dunque, la potenza per cui le cose naturali esistono e operano è la medesima potenza di Dio, è facile capire che cosa sia il diritto naturale… ciascuna cosa naturale ha da natura tanto diritto quanta potenza a esistere e a operare… perciò il diritto naturale dell’intera natura, e conseguentemente di ciascun individuo, si estende tanto quanto la sua potenza” onde, per gli Stati “risulta evidente che il diritto di sovranità o dei sommi poteri non è altro che il medesimo diritto naturale determinato dalla potenza… quel composto di corpo e di mente che è lo Stato ha altrettanto diritto quanta è la potenza che sviluppa”. Ne deriva anche che dove non c’è potentia (o ce n’è poca) non c’è neppure jus: nulla potentia, nullum jus (aggiungendo il nostro latinorum).
Per cui se è vero che la sovranità è un assoluto che non tollera limiti giuridici è anche vero che sopporta quelli di fatto, a cominciare da quelli ontologici (non possono compiersi né comandare comportamenti impossibili) fino a quelli dati dal limite della potenza propria o imposti dal potere altrui. Dato che “due Stati si trovano tra loro come due uomini allo stato di natura”, “Lo Stato dunque, in tanto è autonomo in quanto è in grado di provvedere alla propria sussistenza e alla propria difesa dall’aggressione di un altro; e intanto è soggetto ad altri, in quanto teme la potenza di un altro Stato o in quanto ne è impedito dal conseguire ciò che vuole o, infine, in quanto ha bisogno del suo aiuto per la propria conservazione o per il proprio incremento”.
Per cui anche se il Presidente del Sao Tomé (o di tanti altri Stati e staterelli del mondo) è un dittatore onnipotente, un sovrano assoluto, il suo comando può regolare illimitatamente la curvatura delle banane e la pesca delle ostriche, ossia quanto rientra nella sua potentia; ma, nella comunità internazionale è un peso-mosca.
Quindi anche se appartenere ad istituzioni internazionali è un limite giuridico (all’indipendenza) può talvolta diventare un moltiplicatore di sovranità (nel senso di Spinoza). Tornando a Draghi, anche se è vero quanto pensava Spinoza, lo è anche che l’indipendenza è condizione  necessaria della sovranità, e che rinunciare a parte di quella per ottenere un po’ più di questa è una scelta appartenente al sovrano, popolo o monarca che sia; e questo ha il diritto di farlo in piena indipendenza (di diritto) come pensano (oggi) i sovran-populisti.

Teodoro Klitsche de la Grange

martedì 19 febbraio 2019

Teodoro Klitsce de la Grange: «Giudici e governo»


GIUDICI E GOVERNO

A valutare la vicenda della Diciotti secondo i parametri (prevalenti nei commenti sui media) dell’ “uno vale uno” e della legalità (egualitaria) si perde solo tempo in discussioni senza senso e senza base. Meglio  ragionare in termini a un tempo più realistici e più ordinamentali, e tener conto del pensiero politico-giuridico qualitativamente prevalente.
La questione è se Salvini (ma ormai mezzo governo) debba essere giudicato per aver tenuto la Diciotti e i suoi migranti “a bagno maria” non permettendone lo sbarco. A seconda dell’angolo visuale da cui si guarda la vicenda il tutto può costituire un reato (approccio giuridico-causidico-forenzese) ovvero una misura per la tutela di un interesse azionale (visione politico-ordinamentale). E può essere – e tante volte nella storia lo è stato – entrambi: un reato cioè, ma, al tempo. una misura politicamente opportuna. Scriveva Vittorio Emanuele Orlando (il quale da giurista e statista se ne intendeva)  che se avesse dovuto essere processato per tutti i passaporti falsi che aveva rilasciato da Ministro, avrebbe trascorso in galera tutta la vita. Solo che quei passaporti falsi “s’avevano da dare” per raccogliere le informazioni opportune per vincere la guerra. Ossia a rispettare la legge avrebbe compromesso l’interesse nazionale. E dato che salus rei publicae surtema lex, la via “retta” era (ed è) evidente.
Ciò non toglie che debba esserci un rimedio per conciliare le opposte conseguenze che derivavano dalla prospettiva (visuale) diversa.
Dato che lo Stato democratico-liberale è uno status mixtus che si regge sia sui principi di forma politica che su quelli dello stato borghese, il sistema per conciliare i punti di frizione è stato particolarmente sviluppato. E la giustizia penale sui politici è quella che ha raccolto più interesse anche “mediatico” da qualche secolo. Anzi già da prima Machiavelli scriveva che la giustizia “politica” è opportuna in una repubblica: ma di stare attenti alla composizione dell’organo giudicante “perché i pochi sempre fanno a modo de’ pochi”. Dalla riflessione dei teorici dello Stato borghese (Constant per primo) si desume che la giustizia “politica” non può che essere derogatoria: non cioè uguale a quella ordinaria. Ne deriva che secondo Carl Schmitt “il carattere politico della questione o l’interesse politico all’oggetto della controversia può venire così fortemente in risalto che anche in uno Stato borghese di diritto deve essere presa in considerazione la caratteristica politica di questi casi…per specie particolari di vere controversie giuridiche è previsto a causa  del loro carattere politico un procedimento speciale o una speciale istanza (in cui)… deriva sempre il caratteristico allontanamento dalla forma giurisdizionale tipica dello Stato di diritto, la considerazione del carattere politico attraverso particolarità organizzatorie o d’altro genere con le quali si attenuta il principio tipico dello Stato di diritto della giurisdizione generale”.
Se però tali deroghe e particolarità non sono poste in essere le conseguenze sono:
1) che l’organo competente a decidere diventa un’istanza politica o addirittura l’organo reale di direzione politica (così da ufficio giudiziario diventa autorità politica). Lo Stato non è più uno Stato democratico-rappresentativo, ma uno Justizstaat, ossia uno Stato giurisdizionale. E l’organo deputato alla giustizia politica è quello politicamente più influente come, un tempo il Consiglio dei dieci a Venezia.
2) che se i magistrati costituiscono una burocrazia reclutata per concorso – come avviene, per lo più, nelle democrazie moderne – il carattere democratico-rappresentativo dello Stato va perso. Avendo il potere di carcerare chi governa – nei fatti rimuovendolo – a decider chi deve governare sarebbero i Tribunali e non i governati che li hanno eletti.
Per ovviare a questo evidente inconveniente un giurista francese, Duguit, riteneva che l’organo di governo (nella specie il Capo dello Stato) potesse continuare a svolgere le proprie funzioni pur in stato di detenzione.
A questa soluzione Orlando replicava ironicamente: come avrebbe fatto il Presidente detenuto a ricevere un ambasciatore o anche un altro capo di Stato invece che all’Eliseo, “in una cella della prigione della Santé”?
E il giurista siciliano continuava qualificando impostazioni come quelle “aberrazioni, contro cui resiste la forza delle cose” cioè la realtà dell’istituzione politica, nella quale, con riguardo al problema, occorre conciliare il principio di responsabilità  con la necessità dell’inviolabilità (assoluta o relativa) di determinati organi dello Stato. Cosa che si realizza nella democrazia, rimettendo il giudizio sul governante ai governati, cioè al corpo elettorale, che come ha il potere di eleggerlo, così quello di rimuoverlo (direttamente o indirettamente).
Teodoro Klitsche de la Grange
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domenica 17 febbraio 2019

Giordano Bruno: poveretto! Di nuovo messo al rogo nel giorno del suo anniversario e da quanti dicono o forse anche credono di celebrarlo, ma è il "Trionfo della Bestia” ovvero dell'Ipocrisia sulle sue ceneri!

Avvertenza:
il testo - scritto a caldo e di getto, da me Antonio Caracciolo, al quale si deve la Madre di tutte le cause fatte al m5s  - ha bisogno di correzioni che faccio poco alla volta... È poi da integrare con una video intervista che non è ancora pronta, ma di cui darò il link appena mi verrà comunicato.

Questa è la cronaca a caldo di un evento vissuto... appena terminato, ossia la consueta celebrazione che ogni anno si svolge sotto la sua statua in Roma, in piazza di Campo dei Fiori. Dico subito che non ho né ho mai avuto alcun rapporto con l'associazione o le associazioni che nel giorno della ricorrenza, oggi 17 febbraio, organizzano manifestazioni sotto la statua. È mia abitudine, da non so quanti anni, recarmi a piedi o in bus fino a Campo dei Fiori, non distante da dove abito, per riflettere sulla incredibile situazione di un uomo che per la sola colpa di un pensiero che la sua mente coltiva, venga per questo messo al rogo. Non sono un profondissimo conoscitore dell'opera e del pensiero di Giordano Bruno, ma la sua figura mi turba e commuove, e gli sono sempre stato spiritualmente vicino. Il primo dovere di un filosofo, grande o piccolo che sia, è di essere libero nel suo pensare...

Affinché chi legge possa avere immediata percezione della mia reazione emotiva, ancora calda, gli pongo davanti questa similitudine: anche io sono Giordano Bruno, e come lui sono stato messo al rogo, anche se non nelle stesse forme in cui fu messo al rogo Giordano Bruno, il 17 febbraio 1600. Per fortuna, fisicamente sono ancora vivo, e posso stare qui a parlare del mio “rogo”. Ebbene, immaginate che oggi Giordano Bruno fosse presente ad assistere alla commemorazione che di lui si è appena fatta, ma a celebrarne la memoria sono gli stessi che hanno accesso il rogo, e di certo non pentiti o ravveduti di ciò che hanno fatto.

È stata una manifestazione eclatante di Ipocrisia, ossia di «Trionfo della Bestia» dove la Bestia dà sostanza e corpo all'Ipocrisia. Potrei fare qui il nome e cognome. Con mia sorpresa, avendola vista a fare le celebrazioni ufficiali per il Comune di Roma l'ho subito riconosciuta, per trascorsi rapporti, e non ho potuto trattenermi dallo stupore... Le ho fatto segni dalla parte del pubblico, come a dire: “Proprio tu! Ma che ci stai a fare qui?...”. Chi conosce nel dettaglio le vicende anche giudiziare del m5s romano (quello che va "sempre avanti”, senza vergogna e senza pudore) sa subito cosa dico... Manco a farlo apposta, esattamente due anni fa, il 17 febbraio del 2016, sotto la statua rilasciavo a una amica una Intervista, di certo non da mainstream, dove i dieci minuti raccontavo le vicende della mia esclusione dalle Comunarie romane (poi vinte dalla attuale Raggi e dalla Gemma che oggi celebrava il povero Giordano Bruno nelle vesti del Comune di Roma, con tanto di banda municipale). La mia intervista di allora è stranamente scomparsa da You Tube: me ne sono accorto oggi.

 Cosa dicevo in quell'intervista? Che ero stato escluso ed espulso dalle Primarie e dallo stesso m5s per niente altro che una questione di libertà di pensiero. Non ero io a dirlo presuntuosamente, ma vi è già stata una delibera del Consiglio Univesritario Nazionale che il 13 gennaio 2010 mi scagionava da ogni campagna diffamatoria, asseverando che null'altro io dicevo e sostenevo che deve essere riconosciuto la libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento, di critica... Non mi occupavo di... Olocausto e non insegnavo "Didattica della Shoah", ma filosofia del diritto dove il primo punto di partenza è che il pensiero deve essere sempre e comunque libero, altrimenti non può esistere nessun pensiero, tantomento un "libero" pensiero, come se il pensiero potesse essere "non libero". Per chi non avesse voluto prendere contezza ed atto di quella delibera amministrativa del CUN, vi è stata due mesi dopo (il 12 aprile 2016) una solenne Ordinanza del Tribunale di Roma che mi reintegrava nel m5s e da ogni addebito...

E che faceva Gemma? Quella lì che presiedeva il Tavolo Cultura dove l'aveva conosciuta, non biblicamente? Taceva! Come tacevano tutti gli altri, quelli che sempre “vanno avanti”, secondo una espressione insulsa dei loro comunicati. Non per fare io del protagonismo, cosa che proprio non mi piace, ma il caso che mi aveva visto mio malgrado coinvolto, era una flagrante violazione non solo della libertà di pensiero sancita dall'art. 21 (che Gemma si è ben guardata dal citare... Ha tirato fuori l'art. 9 che ci azzecca un tubo, come direbbe Di Pietro. La successiva sentenza di Napoli del 14 luglio dello stesso anno è stata ancora più esplicita nel certificare che dentro il m5s non vi è democrazia e libertà di pensiero...

Vi è un fatto, piuttosto tecnico, che sfugge all'attenzione dei più e che i media non riportano... I Napoletani (che poi si sono divisi, affascinati e corrotti dal miraggio di una possibile candidatura transattiva e risarcitoria) hanno aspettato di vedere gli esiti di quei temerari romani che avevano promosso la Madre di tutte le cause giudiziare che sono venute dopo... Il giudice di prima istanza ad una settimana dalla votazioni a Napoli (quelle con il candidato m5s di nome Brambilla... a Napoli!) non si era sentito di far ripetere le primarie del m5s napoletano: se in una settimana non fossero riusciti a farli, nel rispetto dei diritti democratici degli iscritti 5s, il m5s napoletano rischiava di non potersi presentare alle elezioni per il Comune di Napoli... Quindi, per una comparazione di interessi il giudice di prima istanza aveva rigettato le istanze dei ricorrenti... L'udienza era pubblica ed io ero presente... Il giudice aveva chiesto alle parti che facessero un transazione... ma transazione non vi è stata, e quindi vi è stato il rigetto della istanza dei ricorrente per una semplice comparazione di interessi...

Vi è stato poi il reclamo, dopo che ormai le elezioni si erano svolte, e quindi un organo collegiale si era postuto esprimere sulla sostanza giuridica della causa: nessuna libertà di pensiero dentro il m5s, nessuna democrazia... Chi vuol leggere la sentenza la trova qui. E ritorniamo a Roma... L'ordinanza di reintegro dei primi esclusi ed espulsi è del 12 aprile 2016: stesso giorno della dipartita in cielo di Gianroberto Casaleggio... La sua anima abbia pace! Chi vuol leggere l'ordinanza la trova qui, con alla fine un comunicato dei primi tre ricorrenti reintegrati dove si invitano i manovratori delle Comunarie e ripeterle, ottemperando al dettato della Ordinanza del Tribunale di Roma: vi sarebbe stato tutto il tempo (a differenza che a Napoli) per ripetere le primarie... Ma quelli che avevano come slogan onestà tà tà legalità tà tà, se ne... infischiarono! Dalla Signora Gemma, oggi celebrante Giordano Bruno, non è mai venuto il minimo gesto di solidarietà verso una persona che non poteva dire di non conoscere e che era "innocenza" per sentenza pronunciata in nome del Popolo Italiano... Non solo ma ogni volta che mi passava davanti in Consiglio Comunale, la Gemma Giordana neppure dava segno di conoscermi... Non che la cosa mi facesse soffrire... ma esistono doveri etici e politici... Oggi mentre gli facevo segno dal lato del pubblica non ha potuto far finta di non conoscermi... ma sorrideva come sa solo sorridere l’Ipocrisia...

Ma non è che fosse la sola Ipocrisia presente nella celebrazione... Una signora che pensa di aver messo il cappello, il copyright sui resti bronzei di Giordano Bruno ha letto un insipido sproloquio da maestrina di non so quale scuola... E pazienza! Si sa che le celebrazioni sono sempre noiose... Ma alcune frasi mi hanno fatto sobbalzare... ed ho capito che questi signori ogni anno il 17 febbraio continuano ad arrostire il povero Giordano Bruno... Non voglio ora entrare nel merito delle bestialità udite, e se prima appena iniziato a parlare avevo pensato di andarle a parlare finito il discorso, quelle sparate mi hanno persuaso che era meglio lasciar perdere...

Mi sono limitato ad andare a chiedere a un gazebo chi fossero gli organizzatori responsabili della manifestazione... Mi è stato risposto l'Associazione del Libero Pensiero, di cui la Tizia sarebbe stata la Presidente. Mi sono limitato a qualificarmi con le mie credenziali di "filosofo" professionale, nel senso che è stato questo l'unico mestiere da me esercitato nella vita e per il quali oggi ricevo una pensione con la quale vivo... E quindi ho aggiunto che in realtà oggi 17 febbraio 2017 il povero Giordano Bruno è stato messo nuovamente sul rogo. Ripeto che la mia visitazione ogni 17 di febbraio di ogni anni, è assolutamente sganciata e indipendente da chi a giusto titolo pensa di andare a fare le sue celebrazioni, ma dovendomi fare un'idea sociologica della gente lì riunita, anche sulla base del discorso della loro Presidentessa se quelli seduti erano soci, mi è parso che si trattasse di anticlericani, massoni, probabilmente anche anticristiani ed anticattolici... Orbene, Giordano Bruno di certo non era anticristiano... Ma dico più sotto.

Avevo deciso di andarmene, non avendo più senso che io assistessi alla manifestazione, e non volendo certo io fare da disturbatore di eventi altrui, che a me ora non interessavano più: non mi riguardavano e restando avrei dato una legittimazione che di certo non era nelle mie intenzioni. Nell'andarmene incontro l'amico Giorno che veniva mente io me ne andato sdegnato, ma nel breve incontro con leggero rimprovero mi rammentavo di un libro raro e prezioso che mi aveva prestato ed io non gli avevo ancora restituito...

L'autobus, il filobus proprio non passava mai... e non poteva passare perché si era rotto... come appuro più tardi, essendo stata sostituita la linea su rotaia da vetture sostitutive su gomma... Dunque, pensando al rimprovero (lieve ed amichevole) ricevuto penso di ritornare indietro per chiedere l'indirizzo postale in modo da poter restituire per posta raccomandata il libro avuto in prestito, e che avrei restituto al prossimo incontro programmato.... Ritorno dunque, e succede che rilascio una intervista di circa un'ora al loro gruppo associativo... Rinvio quindi al video-intervista di un'ora, appena verrà pubblicato... Mi scuso per alcune espressioni piuttosto volgari a cui mi sono lasciato andare... Ricostruisco e racconto tanti dettagli che qui non riporto, eccetto uno solo.

Giordano Bruno non è Karl Marx: è con quest'ultimo che il pensiero filosofico arriva alla più estrema e rigorosa forma di ateismo. Del Noce - di cui sono stato allievo - insegnava che su questi temi metafisici vi sono nella storia della filosofia due polarità estreme: Platone come filosofo della trascendenza e Karl Marx come filosofo dell'immanentismo radicale, cioè dell'ateismo scientifico e filosofico.

Orbene, hanno convenuto con me gli Amici, che compaiono nella videa intervista, che di certo Giordano Bruno restava un uomo di fede, un cristiano, anzi un buon cristiano, malgrado il rogo a lui inflitto dalla Chiesa del tempo... A suo tempo non si era occupato di Concordato, e meno che mai aveva dato il suo avallo allo "pulizia etnica" della Palestina, al tiro all'anatra dagli spalti del Lager di Gaza ogni venerdi della settimana... Di certo, non credo che avrebbe inflitto fino a 12 e 15 anni di carcere a persone che hanno la sola colpa di avere scritto dei libri... Non credo che avrebbe sottoscritto le leggi di una Lobby che non si può nominare ma che di certo ha infiltrato la manifestazione...

Povero Giordano Bruno! Ancora sul rogo! Ogni anni questi signori che pretendono di commemoralo, continuano ad arrostirlo! La Bestia continua a trionfare e si ammanta dei panni dell'Ipocrisia!

Antonio Caracciolo

lunedì 11 febbraio 2019

«La catastrofe delle élite»: ne parla T. Klitsche de la Grange recensendo Pilati.

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Antonio Pilati, La catastrofe delle élite, Edizione Guerini e Associati, Milano 2018, pp. 143, € 17,50.
Dopo un silenzio durevole quanto innaturale, seguito da svalutazioni stizzose (tutt’altro che esaurite) da parte dalle élite in via di detronizzazione dopo il 4 marzo (le “idi di marzo” – anticipate rispetto al calendario romano – della seconda repubblica), la letteratura sul populismo e sul sovranismo ha avuto un’impennata spettacolare, proporzionale alla pluriennale compressione del dibattito su tale svolta storica. Di libri che ne parlano, e spesso, come questo, nel senso non di giudicarli rispetto a idee e valori, ma Wertfrei in ossequio al “fattuale”, ne escono non meno di uno a settimana. Al punto che, a leggerli tutti, sarebbe necessario di fare di un interesse una professione: quella di populologo o sovranologo (variante sovranosofo). Dato che non ho tempo di diventarlo, cerco di recensirne qualcuno. A questo attento saggio di Pilati mi è venuto in mente che potrebbe essergli assegnato il premio “eterogenesi dei fini” per l’importanza – tutt’altro che esagerata – data a tale costante delle vicende umane rispetto agli altri saggi in circolazione.
Una parentesi per il lettore: con eterogenesi dei fini si definisce quell’azione/i umana/e il cui risultato è tutt’altro che quello voluto dall’agente. Omne agens agit proter finem, sosteneva S. Tommaso, ma non è detto che le azioni portino alle conseguenze sperate, progettate, volute.
Ed è proprio quello che è capitato nella storia di questi anni, e che Pilati evidenzia sin dalle prime pagine del libro.
Le élite inconsapevoli (così – giustamente – definite) non hanno né capito quanto stava succedendo – dopo il collasso del comunismo – né elaborato una strategia che tenesse conto dei dati reali e delle regolarità del politico (e non solo). In fondo la rappresentazione più sintetica (o tranquillizzante) di tale visione l’aveva data Francis   Fukuyama col notissimo saggio sulla fine della storia. Sul quale mi capitò di scrivere che il filosofo nippo-americano aveva affermato due cose: a) che le democrazie occidentali avevano vinto il confronto con il comunismo, ossia la guerra fredda (vero); b) che, venuto meno il conflitto borghesia/proletariato sarebbe venuto meno – o sarebbe stato eliminato, o almeno, minimizzato - ogni conflitto (falso). Cioè superata la regolarità amico/nemico. Invece già l’11 settembre 2001 (al più tardi) si aveva uno choc planetario, che provava quanto fosse frutto di (condivisibili quanto errate) aspirazioni la tesi di Fukuyama. E già da prima maturavano le condizioni politiche, economiche e sociali di un nuovo contenuto/scriminante dell’amico/nemico: quello tra globalizzazione e comunità (e identità). Ma di ciò si è letto poco fino a tre/quattro anni fa. Per cui chiamare inconsapevoli le élite che hanno gestito la globalizzazione nel ventennio a cavallo dei due secoli è tutto da condividere.
Scrive l’autore che i punti-chiave della globalizzazione non compresi dai governanti di allora, erano quattro: la crescita economica auspicata creava nuovi squilibri; indeboliva il primato economico americano; genera divisioni tra Stati e all’interno degli Stati tra i vincitori (pochi) e i perdenti (tanti) della globalizzazione; infine le classi dirigenti erano cieche e insensibili alla “caduta sociale (e al dolore esistenziale) di chi soffre con la nuova globalizzazione ipertecnologica”. Ma ciò generava una nuova offerta politica, corrispondente alla domanda degli insoddisfatti. “La spaccatura diventa insanabile e il conto arriva alle elezioni del 2016” (e non è finita). Anche il tentativo di correre ai ripari, trovando (e costruendo) una versione pop del Katechon paolino (che era l’Impero romano, istituzione di tutt’altra consistenza e serietà) si risolve in un’eterogenesi dei fini: “l’invenzione in provetta dello sprezzante elitista Macron”, peraltro lì per lì riuscita, pare stia risolvendosi in un’abnorme crescita dell’opposizione anti-elitaria ed extraparlamentare dei “gilet gialli”. In altre parole le  ostetriche dei populisti sono state le élite inconsapevoli (e mediocri). Scrive Pilati, a tale proposito sull’Italia e sui governi Monti (e successivi) che la loro azione “accumula stasi dell’economia, che si traduce in una cronica perdita di attività produttive e di reddito per molta parte della popolazione, disordine amministrativo, che sfocia nel proliferare dei poteri  di veto, fragilità nei rapporti internazionali che stringono i vincoli gravanti sull’Italia e impongono più volte soluzioni onerose (sicurezza, banche, energia)”.
Da cui la prevedibile vittoria dei partiti anti-sistema; la quale conseguiva però anche da un’incapacità di sintesi sistemica. Mancando questa, il concretizzarsi di un’opposizione anti-sistema, è una logica conseguenza; e anche d’altro, già evidenziato da Lasch oltre vent’anni fa.
Tuttavia la conclusione di questa fase è ancora da venire. “Il voto del 4 marzo 2018, con il suo dirompente risultato che dà oltre metà dei voti a due movimenti o neonati (M5S è alla sua seconda elezione nazionale) o appena rifondati (Lega) e mette ai margini le forze che da un quarto di secolo dominano la scena parlamentare e fanno i governi, è soprattutto un sintomo di malessere: chiude una fase storica, ma non mostra la forza e la visione di aprirne una nuova. Inaugura una transizione incerta, ancora da definire nei suoi tratti operativi, esposta a molti contrasti e a contrattacchi violenti: più che un momento di decollo segna una frattura – un’altra – nella storia della politica recente” ma rispetto alle alte due crisi recenti (Tangentopoli nel ’91-’94 e governo dell’establishment del 2011-2012) c’è qualche chances in più: “Nei casi trascorsi i cambiamenti non hanno provocato esiti felici e la crisi italiana nel tempo non ha fatto che aggravarsi: l’esasperazione testimoniata dai risultati elettorali lo dimostra. Oggi però è il contesto internazionale, che in passato non ha giocato per noi, è molto fragile… In Italia la presa dell’establishment, che ha sempre penalizzato gli impulsi innovatori, appare confusa e contestata, l’innovazione della tecnologia offre chance favorevoli”. Speriamo bene.
C’è tanto altro in questo interessante saggio, ma la natura succinta della recensione non consente di scriverne: ai lettori scoprirlo.
Teodoro Klitsche de la Grange
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mercoledì 6 febbraio 2019

Teodoro Klitsche de la Grange: «il primo re», nelle sale cinematografiche.


IL PRIMO RE

Secondo una concezione, per lo più condivisa, e che ripetiamo da Vico, il mito è considerato una forma autonoma di elaborazione di pensiero e di regole di condotta, adatta a un determinato stadio (“giovanile”) della vita di un popolo. Quindi è – o può essere - verità, ma espressa poeticamente e fantasticamente.

Il mito rivela così anche regole, direttive, norme di varia natura. Così il mito della fondazione di Roma. Dal racconto che ne fa (tra gli altri) Plutarco si desumono due regole. A seguito del disaccordo sul luogo dove edificare la città, si decise di rimettere la decisione al “divino” (ossia al numero di uccelli avvistati). Dato che prevalse Romolo (forse con la frode) lo stesso cominciò a scavare il solco all’interno del quale edificare le mura della città, mentre Remo lo derideva ed ostacolava. Ma quando questi attraversò con un salto il fossato Romolo (o uno dei suoi seguaci) lo uccise. Da tale racconto è possibile ricavare (almeno) due “costanti” di grande importanza per la saldezza e durata delle istituzioni (quelle politiche soprattutto): la prima è che il vertice dell’istituzione deve essere unico e una la direzione politica. L’altra che il confine - in senso ampio - differenzia ciò che è interno o esterno alla comunità ed è essenziale per l'ordine e l'unità della stessa. A trascurare queste regole, o ad indebolirle s' “impara più presto la ruina che la preservazione sua”.

Questo ad interpretare il mito della fondazione laicamente, ossia senza il rapporto tra religione ed istituzioni.

Nel bel film sulla fondazione di Roma (di Matteo Rovere), da poco uscito nelle sale, la concezione laica appare (non errata ma) insufficiente: il film è dominato dal rapporto tra violenza e sacro, e così sul ruolo dominante del religioso nelle comunità umane, evidente soprattutto in quelle primitive. Si apre con il disastro provocato dall’esondazione del Tevere, per cui Romolo e Remo si trovano catturati, con altri pastori, dagli albani, i quali decidono di sacrificarli alla divinità (triplice dea, che vi ricorda?), attraverso duelli tra i prigionieri, in cui il cadavere del perdente finisce nel fuoco sacro custodito dalla proto-vestale. I gemelli si ribellano con gli altri prigionieri e fuggono, rapendo la vestale e scontrandosi (e vincendo) contro gli abitanti di un altro villaggio, di cui Remo diventa il capo.

Ma la sacerdotessa rapita prevede il futuro dei due fratelli e l’uccisione di uno di essi per mano dell’altro, per cui è messa a morte da Remo. Il quale con questo ed altro contesta il volere divino (e il fato) di uccidere (o essere ucciso) dal fratello. La stessa fondazione della città è connotata dal rapporto tra violenza e sacro; Remo è ucciso perché oltrepassa il pomerium, ma la violenza è fondatrice dell’ordine, della civitas destinata a dominare ed unificare il mondo antico, che si costituisce sotto un potere unico. La violenza (la forza) ha un carattere nomogenetico, se si accompagna a un nomos comunitario.

Il rapporto tra questa e il sacro è il carattere peculiare di questo film, bello quanto raro. Scrive René Girard che di tale rapporto è stato non l’unico, ma l’assertore (forse) principale, che il pensiero moderno “cerca di rendere conto del giuoco della violenza e della cultura in termini di differenze” (anzi spesso di opposizione), mentre, nella storia, l’ordine è sempre connesso alla forza e alla credenza nel “trascendente” nel non “visibile”: un tempo gli Dei o il Dio oggi il popolo (o la nazione) come elemento e principio dell’ordine.

E, all’epoca, alla credenza religiosa e alla volontà divina, e al caso che lo realizza. Nella fondazione di Roma la scelta fu rassegnata al caso (al volo degli uccelli). Al contrario di quello che sostiene la vulgata moderna “nelle interpretazioni religiose è misconosciuta la violenza fondatrice ma è affermata la sua esistenza. Nelle interpretazioni moderne è negata la sua esistenza. Eppure, è la violenza fondatrice che continua a governare tutto”, scrive Girard.

Lo stesso Remo, quando nel film compie atti incompatibili colla credenza nel divino, perde il rapporto con la comunità; mantenuto invece da Romolo, il quale, anche nel duello finale, delimita lo spazio della civitas con il pomerium (il solco sacro) che Remo, irridente e senza pietas, scavalca armato.

Il carattere costitutivo e fondatore del sacro è dato dall’essere sovraindividuale e il destino di non essere compreso in una società ed un tempo che vorrebbe essere individualistica fino all’irreale. Ma una dimensione pubblica è per sua natura sovraindividuale e sottratta alla decisione individualistica. Come sosteneva Mazzini sulla libertà (come assoluto) non si costituisce nulla (di esistente politicamente). Tanto meno quindi una comunità. È una dimensione che un pensiero nichilista come quello corrente ha smarrito o rifiuta, malgrado la smentita continua del reale.

Perciò ben venga un film tributario del pensiero politicamente scorretto: da Girard a Dumezil (la “triplice dea”), passando per De Maistre e Carl Schmitt. Buona visione.

Teodoro Klitsche de la Grange
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martedì 5 febbraio 2019

Teodoro Klitsche de la Grange: “populismo sovrano".

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Stefano Feltri, Populismo sovrano, Torino 2018, pp. 138, € 12,00.

In un saggio dove si tiene conto di varie cause dell’ascesa dei partiti sovran-populi-identitari, il vice direttore del “Fatto quotidiano” scrive che elettori e politici (citiamo dalla quarta di copertina) “Spaventati dai fantasmi di una sovranità che sembra svanire, stiano così distruggendo proprio quegli strumenti che consentirebbero di ricostruirla in un mondo che non è più quello dominato dagli Stati nazionali”.
L’autore prende in esame le diverse ragioni del fenomeno, per lo più parzialmente trascurate dai molti che, recentemente, se ne sono occupati: la ribellione delle élite, la sfiducia delle masse (e quindi la crisi di legittimità) il tradimento dei sovrani, l’illusione di una ritrovata sovranità.
Questo esame “a tutto campo” evita all’autore i paternostri delle deprecazioni (molti) e i gloria delle adulazioni (meno per ora) al nuovo potere, spesso originati da considerazioni ideologiche e non fattuali.
Non mancano però un paio di punti che occorre ricordare, anche leggendo un libro esauriente come questo. 
Il primo, meno rilevante per gli altri sovranismi, ma assai per quello italiano, è di aver trascurato l’importanza nelle vicende politiche, e ancor di più nelle democrazie, della virtù delle classi dirigenti. Virtù da intendersi nel senso di Machiavelli (e in altro aspetto di Montesquieu), che non è sicuramente quello di S. Maria Goretti.
Secondo il Segretario fiorentino la virtù è in primo luogo la capacità di attingere a uno scopo (anche e) nonostante, i mezzi; in secondo luogo, attraverso quella, di ridurre spazi e danni della fortuna cioè delle vicende e situazioni indipendenti dalla (propria) volontà. A tal fine adeguandosi agli eventi, cambiando anche il proprio modo di agire.
Quanto ai “mezzi” della virtù si tratta d’impiegare bene le astuzie della volpe e la forza del leone. Se manca (nei governanti) la virtù, la capacità di (creare) e mantenere l’essere, l’ordine e il benessere della comunità, non si realizza l’obbligazione politica, della scambio tra protezione ed obbedienza (Hobbes) ed è la stessa legittimità del potere di governo a venire meno.
Feltri ricorda il concetto hobbesiano del potere legittimo che da protezione e cui, pertanto si deve obbedienza, e che il welfare State è stato ridimensionato. Ma con ciò, nel contesto di uno Stato sociale che considera propria funzione primaria assicurare il benessere economico, legittimità e consenso verso le élite “globaliste” si sono drasticamente ridotte, avendo imposto sacrifici senza alcun beneficio. Qualche settimana fa m’interrogavo sulla differenza tra Quintino Sella e il governo Monti, data una certa somiglianza dell’azione da svolgere (ridurre il disavanzo nel primo caso, il debito pubblico nel secondo). Mentre quando cadde la Destra storica il disavanzo non c’era più, quando Monti se ne andò, il debito pubblico era notevolmente aumentato. Nel primo caso l’odiosa tassa sul macinato aveva almeno contribuito al raggiungimento dell’obiettivo, nel secondo l’IMU non era servita ad alcun risultato, anzi aveva aggravato il male. Conclusione populista, ma logica: farsi governare da certe élite non è solo inutile, è dannoso. Forse, con altre, la musica può cambiare: in ogni caso è difficile facciano peggio delle precedenti. Probabilmente è per questo che il primo governo sovran-populista dell’Europa occidentale è quello italiano.
Quindi più che crisi di idee delle vecchie élite (che c’è, ma è concausa) c’è una crisi di azioni e risultati, una carenza di virtù machiavellica.
Scrive l’autore, quanto alla sovranità, riprendendo la concezione hobbesiana del protego ergo obligo , che sta scemando – per difetto di protezione, la contropartita dell’obbedienza “se la legittimità del Leviatano deriva dalla sua capacità di proteggere le membra che compongono il suo corpo artificiale dai pericoli dello Stato di natura, se fallisce in questa missione allora perde anche la legittimità a esercitare il suo potere e a pretendere obbedienza”; onde “le élite non possono più garantire protezione  e benessere, i cittadini reclamano indietro la loro sovranità, quel potere non ha più legittimità”.
In questa situazione i movimenti populisti invitano “a riprendersi quella sovranità di cui le élite non riescono più a fare un uso efficace. Questo è ciò che sta succedendo. ma che uso fare di questa sovranità che viene reclamata indietro?”. E qui l’autore individua l’illusione fondamentale dei populisti che pensano di ricondurre la sovranità allo Stato-Nazione: “Ma che sia il livello più efficace, da cui i cittadini possono sperare di ottenere davvero rassicurazioni e protezione dalle incertezze globali, i populisti non provano neppure a dimostrarlo”. Secondo Feltri non è credibile “offrire soluzioni nazionali a problemi globali”.
Gli è che alternative più credibili non se ne vedono, perché presuppongono solidarietà e cooperazione, cioè accordo tra boni pater familias che spesso tali non sono (né debbono esserlo), onde quello non si trova, mentre sono sempre presenti (e operanti) le “regolarità della politica”: lotta per il potere, interessi degli Stati, dominio e timore del dominio. Che si realizzino le condizioni per uno spirito di cooperazione nella storia è successo, anche se per lo più accompagnato da un (misurato) uso della forza. Uno degli esempi nella storia dell’Europa moderna è stata l’unità tedesca compiuta da Bismarck, in cui l’esistenza e la volontà del Reich coesisteva con quella dei länder nella costituzione federale.
Ma purtroppo di Bismarck in giro non se ne vedono, anche volgendo lo sguardo oltre le Alpi.
Così come non si vedono quegli statisti (De Gasperi, Adenauer, Martino, Monnet) i quali, al fine (principale) di evitare altri conflitti come le guerre mondiali del XX secolo, edificarono l’Europa, proprio per una scelta, razionale e ragionevole, verso la cooperazione. La quale tuttavia implica che tra comunità vi sia solidarietà, spesso, di converso, carente.
E il problema si complica ancor più, ove dalla dimensione federale regionale (come, nel caso, europea) si passi ad una ancora superiore.
In conclusione e ragionando in base all’hobbesiano protego ergo obligo (soprattutto) e alle regolarità del politico, la soluzione dei sovranisti di assicurare la protezione attraverso lo Stato sovrano ha il pregio di essere stata collaudata dalla Storia; peraltro è l’unica che permette di avere una sovranità del popolo cioè democratica. In cui il demos prende delle decisioni efficaci. In altri tipi di sintesi politica, specie le più grandi, non sarebbero possibili. Di imperi nella storia ce ne sono stati tanti, ma nessuno democratico, perché a divenire tali avrebbero cessato di essere imperi.
Ultima conferma ne è stato il crollo dell’Unione sovietica, impero totalitario succeduto a quello zarista (autoritario) ma non sopravvissuto alla trasformazione in democrazia.
E perciò, malgrado tutto, al sovranismo occorre riconoscere una realistica ragionevolezza - in funzione della scelta politica democratica - superiore all’alternativa globalista, la quale di quello è stata la levatrice.
                                                                       Teodoro Klitsche de la Grange
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