mercoledì 9 gennaio 2019

Intervista ad Alan de Benoist su “La Verità" con titolo «Ora l'alleanza dei populisti d’Europa».


L'Intervista esce il 7 gennaio su "La Verità", pagina 9, condotta da Alessandro Rico. Viene qui riprodotta sentito lo stesso de Benoist che non problemi...  Ci preme poter consentire ad ognuno  di partecipare tempestivamente ad un dibattito che è nelle cose e vive della sua attualità. Avverto anche che in un pubblico dibattito è stato da me posta la domanda se l'esperienza francese dei gilet gialli può essere ripresa in Italia, ottenendo una cauta e scettica risposta. Del resto, in altro pubblico dibattito, l'ex magistrato De Magistris, sindaco di Napoli, ha richiamato la mia attenzione su una norma del decreto sicurezza che commina sei anni di carcere per il reato di blocco stradale. Contro chi è stato pensata e progettata questa norma? Osservava de Magistris che sarebbe sufficiente che una manifestazione regolarmermente chiesta e autorizzata, si attardasse per le strade in capannelli di persone per far scattare la norma. Ed inoltre, in Italia, Beppe Grillo e Casaleggio non si sono spesso vantati di avere impedito che in Italia si potesse sviluppare un movimento come quello francese dei gilet gialli? Attento osservatore di ciò che succede in Francia, dove vive, a Versailles, l'amico Alan lo è forse di meno per le cose italiane che dietro un avvio “populista" nascondono - io temo - un volto reazionario. Parlo per cognizione di causa, essendoci dentro il m5s ed avendo proprio io dato avvio alla stagione delle cause per far ritornare il m5s allo spirito delle origini. Proprio ieri, alla presentazione del libro di Tiziana Alterio e Franco Fracassi, parlando con un sedicenti iscritto al m5s2017 mi sono accorto di come la Piattaforma Rousseau sia uno strumento di manipolazione e di ingabbiamento di ogni tentativo di partecipazione democratica dei cittadini. Salvini? Ci sta ingannando con quello che è stato il suo cavallo di battaglia: lo stop ai “migranti”. Ma da dove parte il flusso che lui vuole arrestare con la chiusura dei porti? Nasce in Israele e nelle guerre della Nato in Medio Oriente. Salvini è andato a stringere la mano e a sollazzarsi con Bibi e si dichiara con tutti gli altri fedele alleato della Nato, da dove un governo davvero "populista" dovrebbe subito uscire. Prima dei gilet gialli noi abbiamo i Forconi, che forse hanno anticipato i gilet francesi. Che fine hanno fatto i Forconi? Non se ne sente più parlare e forse il Decreto sicurezza era contro di loro. Certo, una reazione dei popoli d'Europa è urgente e necessaria, ma innanzitutto deve essere una reazione contro i governi e i leader che pretendono di rappresentarli ed in realtà li ingannano e tradiscono, secondo una tradizione che in Italia è inizia 70 anni fa con la “cupidia di servilità” di cui parlò Vittorio Emanule Orlando per il modo frettoloso in cui fu sottoscritto il Trattato di Pace che ci fu imposto. Questa Europa è una gabbia che imprigiona i popoli e mette in concorrenza gli stati, amalgamando la "gente" in una massa di disperati impotenti. Se in Siria i governi europei, in particolare quello francese, hanno reclutato nel loro stesso paese i terroristi mandati a fare un “cambio” di regime, qui da noi mostrano tutto il volto repressivo dello stato se appena un manifestante osa scagliare un sasso: guerra feroce, spietata, sanguinaria all'estero, per esportare la nostra “democrazia" e le nostre istituzioni parlamentari che così magnificamente ci rappresentano, e ferocia repressiva sui popoli che in Europa osano protestare e manifestare: la doppia faccia del diavolo!
Antonio Caracciolo


* Alain de Benoist, flagello del politicamente corretto, è uno degli intellettuali francesi di destra più noti al mondo. Con La Verità ha conversato su Islam, populismi e fallimenti dell’Europa.

D. L’ultimo è stato l’attentatore di Strasburgo. La Francia è piena di immigrati di nuova generazione che, pur essendo legalmente cittadini, odiano il loro Paese.

R. «Sì, ci sono molti giovani, francesi a tutti gli effetti, che non si sentono francesi. Pensano che, quali che siano i loro sforzi per integrarsi, saranno sempre considerati cittadini di serie B».

D. E sparano sulla folla?

R. «Diciamo che, per compensazione, si mettono a fantasticare sull’identità culturale dei loro genitori e nonni, che però hanno a loro volta ormai perduto».

D. Quindi?

R. «Quindi vivono un profondo malessere identitario, che li rende vulnerabili alla propaganda».

D. Il fondamentalismo islamico sfrutta questi vuoti d’identità?

R. «In alcune zone, la comunità musulmana ha già cominciato a ergersi come una sorta di “controsocietà”».

D. Una “controsocietà”?

R. «Per molti giovani, già passati attraverso la delinquenza, diventare soldati del califfato è un sogno, se paragonato alla prospettiva di consegnare le pizze» (1).

D. Allora l’islam non è tanto il nemico della civiltà cristiana (1), quanto la scoria del fallimento delle democrazie liberali?

R. «Di sicuro è troppo semplicistico giudicare islam e cristianesimo come due entità tra loro nemiche, anche perché l’uno e l’altro non sono realtà omogenee. Ma credo che sono lei abbia ragione».

D. Sul vero nemico dell’islam?

R. «Sì. Gli islamisti che attaccano l’Occidente non lo fanno tanto perché esso sia, o sia stato, cristiano, ma perché si è votato a una cultura priva di punti di riferimento, a una cultura della merce, che è una cultura senza senso».

D. Insomma, il melting pot all’americana è stato un fallimento.

R. «In realtà, anche negli Usa, dove gli immigrati che vengono dal Sud del continente non sono musulmani, non parlano più di melting pot, bensì di “insalatiera”. Ma una cosa è sicuramente vera…».

D. Quale?

R. «Che oltre una certa soglia quantitativa, la coesistenza tra diverse etnie pone problemi che nessuno, per il momento, sa risolvere».

D. Gli immigrati in Europa sono troppi?

R. « Be’, è certamente preferibile preservare l’identità etnica delle nazioni europee. Ma resta da stabilire come riuscire a raggiungere questo obiettivo».

D. Mi parla di nazioni europee. La rinascita dello Stato nazionale non
è una pia illusione?

R. «Gli Stati nazionali sono in crisi ormai dal 1930. Troppo grandi per affrontare i problemi quotidiani, sono diventati oggi troppo piccoli per far fronte alle grandi questioni globali».

D. Sono incapaci di prendere decisioni?

R. «La globalizzazione e la costruzione europea li hanno privati della maggior parte della loro sovranità, senza che questa sovranità venisse riprodotta a un livello più alto». (3)

D. Ma allora perché stanno rinascendo i nazionalismi?

R. «Perché per la gente è meglio un cattivo rifugio che nessun rifugio».

D. Lei è considerato il teorico della cosiddetta Nouvelle droite. Destra e sinistra hanno ancora senso?

R. «La dicotomia tra destra e sinistra è obsoleta da tempo (4). È chiaro che, con la crescita del populismo, l’asse verticale popolo-élite sta sostituendo l’asse orizzontale destra sinistra».

D. A proposito delle élite: non le pare impossibile farne a meno, come invece paiono credere alcuni populisti?

R. «Oggi, nella società globale, le élite rappresentano una casta interessata ai suoi privilegi esclusivi, che gradualmente si è staccata dal popolo. In questo senso, i populisti sono perfettamente giustificati se si oppongono alle élite che li ignorano, li umiliano e li sottopongono a una triplice esclusione, culturale, sociale e politica».

D. Sì, ma non è anche questo un «cattivo rifugio»?

R. «Infatti, stabilire se e come queste élite transnazionali, di “senza terra”, che si oppongono un po’ovunque alle classi medie in via di depauperamento, possano essere sostituite da un’altra élite, è tutta un’altra questione».

D. Se alle elezioni europee dovessero sbancare i partiti populisti, l’Unione
europea collasserà?

R. «È difficile affermarlo con certezza. Ma una maggioranza euroscettica consacrata dalle urne sarebbe già di per sé l’equivalente di un tuono». (6)

D. Molti però giudicano improbabile un’alleanza tra i vari movimenti populisti.

R. «A me un’alleanza tra i diversi movimenti populisti europei sembra del tutto possibile».

D. Le sembra possibile?

R. «Sì. In alcuni casi è stata già realizzata. D’altra parte, non credo che tali alleanze, necessariamente contingenti, possano condurre a una vera “internazionale”. I contesti nazionali sono troppo diversi». (7)

D. E in Francia che aria tira? Marine Le Pen beneficerà dell’impopolarità di Emmanuel Macron?

R. «Secondo gli ultimi sondaggi, il Rassemblement national della Le Pen è in testa».

D. In testa?

R. «La rivolta dei gilet gialli gli ha giovato più di quanto non abbia giovato alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Però…».

D. Però?

R. «Se i gilet gialli presentassero una loro lista indebolirebbero le opposizioni e farebbero vincere isostenitori di Macron». (8)

D. Ma come? I gilet gialli rischiano di diventare gli «utili idioti» di Macron? (9)

R. «È il motivo per cui l’Eliseo sta spingendo sottobanco per la costituzione di una loro lista». (10)

D. Davvero finirà così?

R. «A mio parere, l’interesse dei gilet gialli è di non cedere a questa tentazione. La loro forza sta proprio nel fatto che agiscono al di fuori di partiti e sindacati».

D. Devono rimanere «mine vaganti»?

R. «Devono rimanere plurali, elusivi, incontrollabili, non trasformarsi in un partito» (11).

D. Intanto, il primo governo populista d’Europa è nato in Italia.

R. «Come sempre, da voi la situazione politica si è evoluta a una velocità straordinaria».

D. Abbiamo battuto tutti sul tempo…

R. «La formazione del governo populista è stata avvertita ovunque come un evento storico».

D. Addirittura?

R. «Certo. Chi con simpatia, chi con paura, ma tutti oggi guardano all’Italia
come al “laboratorio del populismo”». (12)

D. E a suo avviso l’esperimento italiano durerà?

R. «Una rottura tra Lega e 5 stelle è una possibilità concreta: sia per via di differenze programmatiche, sia per via di questioni personali, sia, ancora, per via di possibili difficoltà a governare» (13).

D. Al netto degli ostacoli che potrebbero incontrare i populisti, si può immaginare un’Europa diversa da quella dei burocrati? (14)

R. «Ma certo. Anzi, non dovremmo confondere questa Europa con l’idea di Europa in sé: la più grande accusa che può essere mossa all’Ue è proprio di aver screditato l’Europa in quanto tale».

D. Il fatto che l’Unione europea abbia voluto ignorare la questione delle sue radici culturali (specialmente cristiane) è tra le cause di questo fallimento?

R. «Io non parlerei di radici cristiane» (15).

D. No?

R. «Nel vero senso della parola, una radice è qualcosa che va in profondità, che si riferisce all’origine. Ma il cristianesimo non è all’origine dell’Europa: quando nacque Cristo, la cultura europea esisteva già da secoli».

D.Un’Europa prima di Cristo?

R. «Sì, ma d’altra parte il cristianesimo è stato una componente molto importante della storia dell’Europa. È la totalità di questa storia che deve essere presa in considerazione».

D. E invece l’Europa di oggi che fa?

R. «Dà un quadro vergognoso del suo passato, ridotto a una successione di pagine oscure».

D. Si riferisce ai vari tentativi di cancellare il passato, magari nel nome della condanna di fascismo e nazismo? (16)

R. «Io dico che qualsiasi forma di “pentimento” deve essere respinta. Non sappiamo dove dobbiamo andare se non sappiamo da dove veniamo».

D. Che responsabilità ha la Germania nell’impasse della costruzione europea?

R. «Non amo la germanofobia né la logica del capro espiatorio».

D. Ma…

R. «La politica che conduce la Germania sotto la guida di Angela Merkel è detestabile». (17)

D. Detestabile?

R. «È all’origine di tutte le difficoltà causate dall’adozione di una moneta unica modellata sul marco. Ma non è detto che la politica della Merkel, che sta per abbandonare il potere, appartenga alla “Germania eterna”».

D. C’è chi sostiene che le grandi difficoltà incontrate dalla Gran Bretagna per attuare la Brexit siano la prova che l’Unione europea è irreversibile.

R. «Non credo che l’esempio della Brexit sia il migliore in assoluto. A questo punto ci si potrebbe chiedere se l’adesione della Gran Bretagna all’Unione europea sia mai stata giustificata».

D. Non lo era?

R. «Charles De Gaulle non la pensava così. Riteneva, non senza ragione, che il Regno Unito si sentisse più vicino agli Stati Uniti che agli interessi europei. Detto questo, nulla è irreversibile nella storia». (18)

D. E come lo vede il futuro dell’Europa?

R. «Credo a un’implosione dell’Unione europea».

D. Un’implosione? E dopo che verrà?

R. «La storia è aperta. Ma sul mondo incombono tre minacce».

D. Quali?

R. «Un’esplosione demografica, che è una delle cause dell’immigrazione, una nuova crisi finanziaria e un disastro ecologico».

D. Mamma mia…Rischiamo l’apocalisse?

R. «Nella storia nulla è predeterminato. Dobbiamo solo stare attenti ai segni che ci avvisano su cosa è in arrivo…».

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MIE ANNOTAZIONI CRITICHE
al testo dell'Intervista.

(1) In particolare la propaganda israeliana e i media sotto il controllo e l'influenza del Mossad molto spingono a una artificiosa contrapposizione fra Islam e Cristianesimo. Sono spesso intervenuto per distinguere fra la sfera religiosa-teologica da quella politica. Carl Schmitt ha ben spiegato come il "politico" possa tranquillamente trasferirisi in ogni campo. Chi ha progettato da oltre 20 anni le guerre in Medio Oriente ha un evidente interesse a suscitare moderne guerre di religione che tuttavia in una società profondamente secolarizzata non trovano terreno su cui attecchire. I due massimi esponenti della teologia cattalica e islamica hanno ben capito dove li si vuol spingere ed hanno lanciato al mondo un messaggio abbracciandosi e baciandosi: se voi uomini volete scannarci fra di voi, non dite che ve lo ha chiesto Dio... De Benoist ha ben chiaro questo aspetto della questione, che tuttavia resto sullo sfondo... Un'intervista è condizionata dalle domande che vengono poste.

(2) Forse per le leggi vigenti in Francia, dove non esiste libertà di pensiero - peggio che da noi - de Benoist non può dire questi consegnatari di pizze a domicilio, una volta “radicalizzati”, vengono arruolati dallo stesso governo francese per andare a combatteri nei paesi “islamici" che si vogliono destabilizzare: per la Siria e la Libia il coinvolgimento del governo francese è noto, acquisito, non controvertibile. In ultimo, si veda Blondet: «Il conflitto siriano è iniziato a Daraa nel 2011 come progetto USA-NATO per “cambio di regime”, e la partecipazione di Francia e Gran Bretagna che hanno arruolato i “loro” islamisti sui loro territori, fra i propri cittadini “radicalizzati”  (da cui le stragi del terrorismo islamico i Francia).» «Specialisti ed ufficiali inglesi e francesi (alcuni sono stati catturati o rimandati da Assad in Francia) hanno spesso guidato i terroristi. I capi terroristi più preziosi per la causa occidentale, sono stati  esfiltrati con le famiglie da elicotteri americani  per salvarli dalle  ridotte e roccaforti che via via il terrorismo perdeva.»

(3) Julien Freund, comune amico e maestro, in una dei primi articoli tradotti in Behemoth, rivista diretta da me insieme con Teodoro Klitsche de la Grange,  spiegava la relazione di protezione / obbedienza in Hobbes come il criterio fondantamente per stabilire nella storia la legittimità di un qualsiasi governo. La sovranità piena di uno Stato o di una qualsiasi Autorità è il presupposto necessario per poter assicurare quella "protezione" che oggi i cittadini disperatamente cercano. L'Europa che chiede sempre di più, protegge sempre di me... È il regno incontrasto dei mercati, e in ultima analisi di pochi ricchissimi individui, diventato il moderno stato di natura dove impera la legge del più forte che piega ai suoi voleri qualsiasi istituzione rappresentativa, cioè eletta con procedure elettorali facilmente manipolabili e condizionabili. Forse è questo il vero interesse quando si fanno guerre per esportare le nostre istituzioni, più efficaci nel dominio coloniale dei vecchi governatorati.

(4) Ancora Julien Freund che cito a memoria, ma che ho già spesso citato testualmente da un suo libro del 1970, dove già allora scriveva: “i concetti di destra e di sinistra non mi aiutano a pensare politicamente...”. Sono categorie delle istituzioni parlamentari in un'epoca in cui la democrazia rappresentativa uscita dalla rivoluzione francese è giunta al sua capolinea. Gli slogan iniziali del m5s a gestione Grillo-Casaleggio molto battevano sulla "democrazia diretta", ma erano solo slogan... Il nostro Cacciari in una trasmissione televisiva con la Gruber (una donna del Bilderberg) ha tacciato "idiozia" l'idea stessa di democrazia diretta... Non le ha nemmeno la nobiltà dell'Utopia. Di certo, se la democrazia rappresentativa che di certo è al suo capolinea non viene sostituita da una miriade di istituti di democrazia diretta, sapientemente ed efficacemente costruiti, e ciò richiederebbe un processo storico, magari non secolare, ma abbastanza lungo, almeno qualche generazione, allora ha libero spazio il tecnicimo neoliberista, dal quale appunto siamo governati, o meglio vessati, sfruttati, usati, gettati via appena spremuti... Per tornare al tema destra / sinistra, io direi che oggi, 2019, è obsoleto anche il concetto di "nuova destra” o per contrasto "nuova sinistra"... Ci si vuole attardare ancora in vecchi concetti, versando vino forse nuovo in otri certamente vecchi... Sta venendo fuori, ma come insulto, il termine "rossobrunismo" che intende vituperare una commistione dei seguiti, dei gregari, che prima si distribuivano e contrapponevano, come i polli di Renzo, fra destra e sinistra, con somma gioia degli strateghi della tensione, degli anni di piombo, delle stragi di stato, che hanno funestato le piazze italiane post 68.

(5) In un convegno all'aperto, in una piazza di Brindisi, insieme al compianto Alberto B. Mariantoni, ed altri, rispondevo ad una signora che dal pubblico mi chiedeva cosa potesse fare per il sociale, io rispondevo che insieme ad altre dieci persone, anche di modesto ingegno, potevano fare molto, se sapevano organizzarsi in una lavoro comune ed erano animati da uno spirito adeguato. Io non credo che la democrazia diretta sia una "idiozia". Penso sia l'ultima speranza dell'umanità prima del Diluvio, prima della distruzione della biosfera verso la quale ci sta portando un capitalismo dominato e cavalcato da una finanza, che non ha più nemmeno il volto umano dell'usuraio, ma è solo un algoritmo che non conosce altro di diverso dalle formule matematiche di profitto e perdita di guadagno.

(6) Personalmente, avendone ormai viste tante di tornate elettorali, sono scettico davanti ad attese palingenetiche risposte nei risultati elettorali, che vedo sempre più preordinati e manipolati entro margini che non sono mai contro l'istituzione dei cui favolosi privilegi gli Eletti beneficiano, diventando subito quella élite di cui si parla nell'Intervista. I parlamentari che vengono dall'Italia sono strapagati ed essere in parlamento anche per un solo mandato significa per essi aver fatto la fortuna della loro vita. Basta poco per giustificare la propria funzione davanti a fan appositamente allevati. Peraltro, è ben noto che il Parlamento europeo è un organismo che non ha nessuna funziona sovrana. Non è in suo potere dare all'Europa una costituzione sovrana e solidale. L'hanno già fatta a Maastricht ed è il nostro cappio.

(7) L'assenza di scrupoli dei parlamentari cinque stelle in un loro fallito tentativo di rovesciamento delle alleanze ha lasciato di stucco in Italia quanti militano nel “partito delle Cinque Stelle”. Per aversi una "internazionale” dei popoli e dei movimenti sarebbe necessaria una facilità di viaggi e contatti interpersonali che solo le élites possono permettersi. I popoli e i loro movimenti comunicano con segnali: l'occupazione delle piazze, i “gilet gialli" come segno di riconoscimento. Ma da noi con il decreto sicurezza il governo "populista" gialloverde ha già risposto a questi segnali che vengono da fuori: sei anni di carcere per un blocco stradale.

(8) Quello che appunto sopra dicevasi: di parlamento si muore. È come se una parte sempre crescente di popolazione venisse destinata al macello sociale, allo sgozzamento, alla morte civile... Si va ad elezioni? Una sorta di gioco dei bussolotti o delle danze e alleanze elettorali. La necessità esistenziale della sopravvivenza non è materia elettorale. La rivoluzione francese che ha fondato un nuovo ordine che ancora dura dopo due secoli fu un atto violento che poneva termine all'ancien regime e creava nuove classi privilegiate che oggi sono diventate assai più tiranniche e feroci della vecchia nobiltà e del clero. Con l'impiego dei giornali e delle televisioni, con il pieno controllo della sovrastrutturale culturale e ideologica ogni tornata elettorale sposta di assai poco i fondamenti del sistema. Da noi alcuni Portavoce delle Cinque Stelle sono andati ad assicurare Lilli Bilderberg cha ssolutamente il Movimento Cinque Stelle non è Antisistema! Un simile idiota giunto in parlamento con un video gioco dovrebbe essere il fondamento ultimo delle speranze degli italiani, anzi addirittura dei popoli d’Europa!

(9) "Idioti", utili o inutili, sono quanti in ogni momento e in ogni paese accettano una parlamentarizzazione della loro legittimità esistenziale. Il proprio essere, la propria vita, la propria esistenza, “il diritto ad esistere", come dicono gli israeliani che hanno soppiantato i palestinesi, negando loro con la forza il loro diritto ad esistere, questo diritto hobbesiano di protezione / obbedienza, non lo si mette ai voti: lo si affida a chi è capace di proteggerlo nella misura in cui ne è fattivamente e presentemente capace.

(10) Esattamente questo auspicava pochi giorni fa un personaggio del sionismo francese, in una intervista tradotta in italiano, da me letta e commentata, e che ora vado a ricercare: eccola! È stata presa da una rassegna stampa sionista predisposta per il web italiano. Ne estraggo direttamente la pagina e poi i singoli brani, pertinenti al nostro discorso: «Quale sbocco prevede per il movimento dei gilet gialli? ”La sola via d'uscita sarebbe che i gilet gialli si costituissero in partito politico per calmare le persone fino alla prossima rivolta” ». L'intervista di questo romanziere francese non poteva che uscire sul Corriere della Sera, di cui si è appena occupato ancora Blondet per una questione di fake news. Con questi giornali figuriamoci cosa possono essere le farse elettorali!

(11) Ciò che ha fatto esattamente il Movimento Cinque Stelle, trasformandosi in Partito, come dicono ormai anche le sentenze giudiziare, ed in questo modo affossando sul nascere i gilet tricolori.

(12) Per una mia particolare posizione, di iscritto al m5s, che ha fatto causa a Beppe Grillo e al suo Staff, mi sforzo di tacere sul governo detto “gialloverde", e mi comporto come fossi uno straniero, al pari di Alan. Preferisco che siani gli altri a vedere e a dire. Intanto però le mie tasche di pensionato, non d'oro, sono più leggere: hanno tolto a me che mi considero povero per attingere risorse da dare a quelli ancora più poveri, che peraltro ancora non hanno visto nulla... Hanno innescato una guerra fra poveri... Già dagli ultimi stipendi e ora con le pensioni il reddito dei docenti universitari nelle diverse fasce è stato decurtato - ho sentito da un collega - di un quinto, secondo una valutazione fatta circa quattro anni fa... Se poi devo valutare la politica estera il quadro non è confortante... De Benoist sa certamente che l'Italia è il paese del Gattopardo e che la classe politica italiana è pronta e rotta ad ogni tradimento... Io temo che questo governo tradirà ogni attesa in esso riposta e getterà la maschera. Sono il primo a desiderare che i miei timori siano infondati ma non posso tacere.

(13) Vi è un collante tutto italiano che de Benoist sembra ignorare, forse in Francia non è così: l'interesse alla gestione del potere e a durare in esso quanto più possibile. Nella passata legislatura si parlava di scioglimento anticipato delle Camere, ma poi si è andato fino alla fine, incamerando così i diritti maturati del vitalizio. Per non parlare poi di altri vantaggi ai più ignoti. Di "programmi" è poco il caso di parlare: non ne avevano! Erano solo degli slogan per aggregare poco curandosi della loro realizzabilità. Chi segue su determinati temi, sa già come sia subito cambiata la musica, magari una piccola musica rispetto al quadro complessivo, ma certamente un'indicazione di tendenza.

(14) L'immagine del burocrate qui rischia di essere distorcente. Non si tratta di un ottuso funzionario pubblico, dipendente da un potere pubblico, che non vede l'interesse pubblico e si lascia avviluppare da formalismi regolamentari. I “burocrati” sono diretta emanazione della finanza internazionale, del sistema bancario a cui unicamente rispondono contro i popoli e i cittadini europei. Dovrebbe averci insegnato qualcosa come hanno ridotto la Grecia. Vi è stata anche un'aperta minaccia di colpo di stato da parte della Nuland, come è stato raccontato dagli autori del volume "Colpo di Stato" che precede di pochi mesi quello appena uscito: "I Conquistatori", che in un primo erroneo annuncio aveva altro titolo: I Predatori, a mio avviso più azzeccato e rispondente al vero. Di Europa si muore e a sentire certe previsioni la guerra civile è alle porte.

(15) E meno male che non sono venute fuori le radici “giudaico-cristiane”, direi un ossimoro, dove il termine prevalente è addirittura il giudaico! Chissà poi perchè si sono dimenticati l'Islam che ci ha restituito le radici greche che si erano perse e che teologicamente è meno incompatibile con il cristianesimo di quanto lo sia il giudaismo... Infatti, per l'Islam Gesù e sua madre Maria sono figure "venerate", laddove nel talmudo sono "vituperate"... Sarebbe interessante uno studio che ricostruisca l'origine e la dinamica di questa espressione... Ma anche sull'idea di “Europa” cristiana mi sovviene qui la posizione di Alvaro d'Ors, un notevole filosofo spagnolo tradizionalista, di cui recensii il volumetto "Ordine e violenza", promuovendone la traduzione italiana. Per Alvaro d’Ors la Spagna non fa parte dell'Europa in quanto l'idea di Europa è una creazione della Riforma e proprio per questo la Spagna tutta cattolica non ne ha mai fatto parte. Esisteva una Respubblica christiana che era tutt'altra cosa,,, Vi era la netta condanna dell'Usura che è l'anima e l'essenza dell'Europa quale si è sviluppata dalla Riforma in poi. Anche l'Islam condanna l'usura!...  E direi che oggi l'idea di Europa diventa obsoleta rispetto a quella di Eurasia. Ma è un'altro discorso...

(16). La solita cantilena, ma potrebbe essere un artificio retorico di adesione a un modo di pensare a cui i giornali non possono sottrarsi né possiamo sapere quali sono stati gli accordi per la concessione dell'Intervista, certamente interessante e pregevole. Tuttavia, trovo qui una manifestazione di ciò che chiamo «l'antifascismo fascista», traducendo la nozione di Gilad Atzmon  di  “antisionismo sionista”. Ricordo vagamente uno straniero che avevo conosciuto non so dove, che sapeva poco e male dell'Italia, ma che si aspettava da me che appena lui pronunciava la parola “fascismo” io scattassi subito cantando a voce alta “Bella ciao”. Gli risposi che era un periodo della storia d'Italia e che andava studiato e trattato storicamente. Il problema delle interviste spesso nasce dall'Intervistore e dalle domande che pone. Possono essere espressione di un suo pregiudizio o una insidia deliberata. Ho avuto esperienza personale di un giornalista cialtrone, del Corriere della Sera, il quale non aveva nessun interesse a ciò che io pensavo su una certa questione, ma voleva che gli dicessi quello che lui volevaa sentire... Mi fece poi una carognata che non gli poter far pagare. Il suo nome l'ho pure dimenticato... Ottima la risposta di de Benoist che non è non è caduto nella trappola, intenzionale o meno... Non si vive il proprio passato storico collettivo sotto le categorie del “pentimento” o della “colpa” perché come la responsabilità penale è sempre personale, così i sentimenti di "pentimento” e di “colpa" possono essere solo personali, se uno nella vita a fatto cose di cui si debba pentire e sentire in colpa. Appunto! Abbiamo detto che non esiste la "democrazia diretta”. Vi è chi dice che è addirittura una "idiozia”. Allora si assumano le loro "colpe" e abbiano a "pentirsi" quanti nel tempo ci hanno governo, sapendo - nessuno meglio di loro - il male che hanno fatto e che ci hanno fatto... ma non gettino su di noi tutti, generazione dopo generazione, le loro colpee i loro delitti, se vi sono stati. Questa purtroppo è stato l'Europa che ci è stato imposta: l'Europa della Colpa, che deve emendarsi in eterno... Questa Europa è una mostruosità ed è tutta da picconare. Ma quando potremo farlo, se potermo farlo, non lo sappiamo... Nella misura in cui singoli intellettuali, di grande rilievo, come in nostro de Benoist, sanno difenderci da queste operazioni, possiamo e dobbiamo esser loro grati.

(17) Proprio nella discussione di ieri sera sul libro che continuo a chiamare «I Predatori» è chiaramente emerso un dato di riflessione: questa Europa, che è da abbattere al più presto, ha privato gli stati della loro sovranità e li ha posti in concorrenza fra di loro come se fossero delle imprese commerciali. Anziché sviluppare la solidarietà fra i popoli europei, lasciando ad ognuno di essi la loro diversità culturale, che è una ricchezza da conservare,  questa Europa ha trasformati i cittadini  in tanti sacchi di patate che possono essere trasportati da un luogo all'altro a seconda del bisogno. Questa Europa è qualcosa di mostruoso, ma vi è chi dice "più Europa!".

(18) A mio modo di vedere, qui poco importa se fondato o meno, è la vera responsabile della prima guerra mondiale e con essa della distruzione dell'Europa che ne è seguita in tutto il secolo, È anche la principale responsabile di un secolo di guerre che ancora dilaniano il Medio Oriente. Poiché le Unificazioni politiche si sono fatte fino ad oggi in un certo modo e non in un altro modo, cioè con la spada del diavolo, l'unificazione politica quasi raggiunta da Napoleone ci avrebbe potuto risparmiare tante guerre. I manuali dicono tutti che la politica dell'Inghilterra nei confronti dell'Europa continentale è sempre stata quella di favorire i conflitti e impedirne in ogni modo la spinta geopolitica alla sua unificazione. Ma ciò che non si dice nell'Intervista, perché la domanda non è stata posta, è che questa Europa è stata una creazione della CIA. Lo leggo, se ben ricordo il contenuto del libro da poco letto, in Thierry Meyssan, in "Sotto i nostri occhi”. E credo che l'Ingilterra stesse in Europa come una sorta di agente della CIA. Come ben dice de Benoist, i processi storici possono essere reversibile, ma vista con il mio occhio da straniero, non mi sembra edificante il disegno storico della Gran Bretagna e del suo Impero quale esce fuori dalle mie letture.

sabato 5 gennaio 2019

Teodoro Klitsche de la Grange: «Intervista a Machiavelli sul populismo».



INTERVISTA A MACHIAVELLI SUL POPULISMO

L’Italia è tornata ad essere laboratorio politico. Media, giornalisti, insegnanti d’università e di liceo, blogger, filosofi, banchieri, scienziati ed altri s’interrogano sul populismo e sul perché il nostro sia il primo paese europeo occidentale ad essere governato da un bicolore popul-sovran-identitario. Certezze scosse e novità impreviste rendono inutili strumenti (ed autori) usuali fino a pochi anni fa. Dato il carattere di svolta e novità epocale, abbiamo provato a chiedere lumi a Niccolò Machiavelli. Il quale ci ha gentilmente concesso questo colloquio.
Qual è la principale causa del successo populista?
Gli è che tutti i reggimenti politici sono come gli uomini: nascono, crescono, decadono e muoiono.
Il vostro reggimento, nato da una sconfitta militare, e con una classe divenuta dirigente “per grazia di chi lo concede” (il potere) è durato tanto: segno che quei governanti, divenuti tali per fortuna, non erano scarsi d’ “ingegno e virtù”. Ma col passare dei decenni l’uno e l’altro si sono consunti. I nipoti di quei vecchi, ossia i governanti di quella che chiamate la seconda repubblica, non potevano ereditare “ingegno e virtù” né comprarli al mercato.
Quindi i populisti vincono per demerito degli altri?
Non so se quanto per demerito o per il decorso del ciclo politico (nascita, crescita, decadenza, fine). Sicuramente un po’ per assenza di ingegno e virtù, un po’ per tale “regolarità” politica.
E perché nessuno ne parla?
Non sia ingenuo. Parlare della propria assenza di virtù è come ammettere di essere inadatto a governare da una parte; dall’altra sminuire i propri meriti di vincitori. Quanto al ciclo politico, tale idea è contraria a quella di progresso sulla quale le vecchie elite avevano costruito la propria fortuna. Ammettere che non avevano la ricetta per realizzarle le “magnifiche sorti e progressive”, è confessarsi dei Dulcamara, ricchi di parole e poveri d’ingegno. Per gli altri vale sempre il discorso sui loro meriti; che non sono gli stessi se dipendono da quella regolarità. Seneca scriveva volentem ducunt fata, nolentem trahunt: ma se è il fato a decidere, loro di che possono vantarsi?
Gli sfrattati dal governo dicono che quello populista durerà poco. Che ci può dire?
Che questi ragazzi (Salvini, Di Maio) non sono grulli! Forse non mi hanno letto ma hanno capito. Come ho scritto, quando qualcuno conquista il potere “con il favore degli altri suoi cittadini” e questi quel favore ce l’hanno perché hanno vinto le elezioni, l’essenziale è non inimicarsi il popolo: non hanno ottenuto il potere col “favore dei grandi” ma con quello del popolo e “debbe pertanto uno che diventi principe”, “mantenerselo amico”.
Ciò è facile, perché gli basta non opprimerlo. E così sarà sostenuto dal popolo anche nelle avversità, come quelle in cui vi trovate. Avendolo i loro predecessori oppresso, caricato di tasse e privato di risorse, non gli è difficile, con poco, far capire che la musica è cambiata.
Che ne pensa a proposito delle tasse degli italiani?
I predecessori non avevano capito che i cittadini possono perdonare o meglio sopportare governanti che gli hanno ammazzato il padre o il fratello, ma non perdonano né dimenticano chi gli ha tolto la roba. Quelli credevano di imbrogliarli con discorsi commoventi, ma alla lunga non hanno retto.
Ma i vecchi governanti distribuivano quanto prelevato. Non è così?
Se anche lo fosse – e non lo è o non lo è del tutto – hanno trascurato che un principe può essere liberale quando spende denaro d’altri, ma non quando distribuisce quello proprio o dei propri sudditi. Chi lo vota non lo dimentica. E c’è altro.
Che cosa?
I vecchi governanti contavano troppo di tenersi su col favore dei grandi più che del popolo. Grandi che sono alemani, francesi ed altro. Hanno persino dato la fiducia – loro eletti dal popolo – ad un governo di persone mai elette neanche in un condominio, ma graditi ai grandi. I quali hanno governato di guisa da non scontentare quelli (dal cui favore dipendevano), ma dispiacendo il popolo. Hanno dimenticato che quando si governa con i grandi, che sono – almeno – pari a loro, questi non si possono “comandare né maneggiare a suo modo”. E infatti, i grandi li hanno aiutati poco o punto, quando ne avevano necessità.
Non è che i vecchi pensavano di poter persuadere il popolo della bontà della loro politica?
Si può governare con due mezzi: la forza del leone o l’astuzia della volpe. Ma non si può credere che, ripetendo le stesse cose per anni, e con risultati coì modesti tutti potessero essere abbindolati per sempre credendo a quei ritornelli. A volte capita, come a Messer Nicia “Quanto felice sia ciascun sel vede/chi nasce sciocco ed ogni cosa crede”. Ma si trattava di uno e non di tutti. E lo stesso Messer Nicia era vittima dei raggiri di Ligurio in quell’occasione specifica. Questi pretendevano di andare avanti per sempre e con tutti, con le loro azioni buoniste.
E se le cose fossero andate bene, forse queste astuzie sarebbero state utili. Orazioni e cerimonie lo sono, quando c’è tempo buono “ma non sia alcun dì sì poco cervello/ che creda, se la cosa sua ruina che Dio lo salvi senz’altro puntello/ perché morrà sotto quella ruina”. Cosa, per l’appunto, loro capitato con la crisi.
In definitiva cosa consiglia ai nuovi governanti?
Di tenersi stretto il popolo, perché non possono contare – o possono poco – sul favore dei grandi.
Non pensa che alemani ed altri possono profittare della divisione degli italiani? E far cadere il governo?
Di sicuro: e dividere i nemici è la prima regola per il successo della lotta. Ma attenzione: “la cagione della disunione delle repubbliche … è l’ozio o la pace, la cagione della unione è la paura e la guerra”. A minacciare sempre spread, sanzioni ed altro, il consenso del popolo al governo viene ad essere rafforzato. Come capitato nella guerra tra Roma e Veio.
La ringrazio. Mi concederà un’altra intervista?
Certo. Sa qui sto bene come a S. Casciano tra una briscola e una scopetta con i beati. Ma son tutti così buoni! E io mi annoio un po’. Meglio così tornare di quando in quando con i viventi, tutti intenti a sporcarsi le mani con la politica.

Teodoro Klitsche de la Grange

Teodoro Klitsche de la Grange: «Stato ungherese e stato di diritto».


COSTITUZIONE UNGHERESE E STATO DI DIRITTO

La costituzione già vigente in Ungheria, prima dell’attuale (ossia quella adottata nel 1949 ampiamente modificata dopo il crollo del regime comunista) grazie anche agli interventi della Corte costituzionale, era stata adattata alla nuova situazione politica.
Dal 2012 è entrata in vigore la nuova Costituzione. Il testo è suddiviso in tre parti, con numerazione diversa: gli articoli della prima parte sui “principi fondamentali” sono segnati da una lettera (da A a T); la seconda parte sui diritti e doveri (intitolata Libertà e responsabilità) porta numeri romani (da I a XXXI); e, infine, la terza parte sull’organizzazione dello stato ha numeri arabi (da 1 a 54).
La Costituzione del 2012 nel preambolo fa esplicito riferimento al cristianesimo, e recita: “Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione. Rispettiamo le diverse tradizioni religiose presenti nel nostro paese”; è garantita la protezione del feto (art. II). Un altro articolo definisce il matrimonio come unione tra uomo e donna e dispone la protezione della famiglia come “la base per la sopravvivenza della nazione”. La “fonte del potere pubblico è il popolo” dispone l’art. B.
L’art. C (I° comma) dispone che “il funzionamento dello Stato ungherese si fonda sul principio della separazione dei poteri”.
Sempre l’art. C (II° e III° comma) fonda il monopolio della violenza legittima dello Stato, che appare completato dal diritto ed obbligo (per tutti) di intervenire in modo legittimo, contro simili pretese (di conquistare o esercitare il potere con la violenza) che pare fondante un diritto di resistenza “minore”.
Il controllo di costituzionalità è sia preventivo che successivo (al contrario di quello italiano che è solo successivo); dato che precedentemente era possibile l’azione popolare, il ricorso (diretto) individuale è attribuito (così restringendolo) ai soli soggetti lesi dall’atto impugnato (v. art. 24).
I giudici e i magistrati della Procura “sono indipendenti”; non possono essere iscritti a partiti, né svolgere attività politica. Si noti che i Presidenti della Corte Costituzionale, della Corte Suprema d’Appello e il Procuratore generale sono eletti dall’Assemblea nazionale. Tale soluzione era quella già prescritta nella Costituzione del 1949, tipica degli Stati del socialismo reale, anche se, in quelli, estesa a tutti i giudici, peraltro revocabili (e quindi non inamovibili)[1]. La regolazione delle garanzie istituzionali dello status e della retribuzione dei magistrati è demandata ad una “legge organica”.
L’art. L dispone che “L’Ungheria tutela l’istituto del matrimonio quale unione volontaria di vita tra l’uomo e la donna, nonché la famiglia come base della sopravvivenza della Nazione. L’Ungheria sostiene l’impegno ad avere figli”.
L’art. O dispone che “Ognuno è responsabile di se stesso ed è tenuto a concorrere all’espletamento delle funzioni statali e comunitarie secondo le proprie competenze e possibilità”.
L’art. R al comma I° dispone che la Legge fondamentale (cioè la Costituzione) è “la base dell’ordinamento giuridico dell’Ungheria”. Al comma III che “le norme della Legge Fondamentale vanno interpretate in armonia con il loro fine, con la Professione Nazionale ivi compresa, e con le conquiste della nostra costituzione storica”.
L’art. S prescrive le norme per le modifiche costituzionali che ne richiedono l’approvazione con maggioranza qualificata “dei due terzi dei deputati dell’Assemblea Nazionale” (è così una Costituzione rigida). L’art. T (comma IV°) prescrive poi che “le leggi organiche sono approvate con la maggioranza dei due terzi dei deputati presenti” (tali leggi sono prescritte dalla costituzione in materia di particolare rilievo, indicate dalla stessa legge fondamentale).
L’art. I dispone “I diritti inviolabili ed inalienabili dell’uomo vanno rispettati. È obbligo primario dello Stato la protezione di essi”, il III comma prescrive “Le norme che riguardano i diritti e i doveri fondamentali sono stabilite dalla legge. Un diritto fondamentale può essere limitato, nella misura strettamente necessaria, allo scopo di far valere un altro diritto fondamentale o di difendere dei valori costituzionali, in modo proporzionato al fine intenzionato e nel rispetto dei contenuti essenziali del medesimo diritto fondamentale”. Tale ultimo precetto ricorda, per la garanzia del contenuto, l’art. 19 (II° comma) della Grundgesetz tedesca.
Gli articoli dal II al XXX proteggono i diritti di libertà e proprietà garantiti in ogni Stato borghese, con particolare attenzione alla famiglia e ai minori (articoli XVI e XVIII). L’art. XXXI prevede, tra l’altro obblighi e limiti dello Stato d’eccezione, che sono destinati a essere disciplinati dettagliatamente dagli artt. 48-54.
Quanto all’organizzazione dello Stato, l’art. 15 prescrive il principio di legalità per gli atti del Governo, l’art. 21 la sfiducia al Primo Ministro eletto dall’Assemblea Nazionale (con indicazione del sostituto “suggerito” il che ne fa una “sfiducia costruttiva”).
L’art. 30 istituisce il Commissario dei diritti fondamentali che “svolge l’attività di protezione dei diritti fondamentali. Chiunque può richiedere il suo intervento. Il Commissario dei Diritti Fondamentali esamina e fa esaminare gli abusi relativi ai diritti fondamentali dei quali è stato informato, e per risolverli intraprende provvedimenti speciali o generali”; è eletto (con i sostituti dello stesso) dall’Assemblea nazionale, e non può essere (come i sostituti) membro di partiti né svolgere attività politica. Altre norme disciplinano i “governi locali” (artt. 31-35); la finanza pubblica (artt. 36-44); la forza pubblica e le operazioni militari (artt. 45-47).
2. Com’è noto si è dubitato da parte di organi dell’Unione Europea che, non tanto la Costituzione, ma soprattutto alcune leggi approvate successivamente dall’Assemblea Nazionale, siano lesive dello Stato di diritto.
Occorre previamente fare un breve cenno alla precedente Costituzione dell’Ungheria (del 1949 – in pieno stalinismo) per notare le (enormi) differenze con quella del 2012.
La Costituzione “stalinista” inizia con un entusiastico plauso alla sconfitta e all’occupazione militare dell’Ungheria da parte dell’URSS[2]; prosegue col disporre (art. 4) “Nella Repubblica popolare di Ungheria la massima parte dei più importanti mezzi di produzione è proprietà dello Stato, delle organizzazioni pubbliche o delle cooperative. Mezzi di produzione possono trovarsi anche in mani private” (il corsivo è mio) l’art. 5 dispone la pianificazione; l’art. 6 la “proprietà del popolo” di (quasi tutto); l’art. 9 il diritto (e il dovere) al lavoro.
Il praesidium dell’Assemblea nazionale, come in altre costituzioni degli Stati del “socialismo reale” faceva un po’ di tutto, dalla rappresentanza (internazionale), alla normativa d’urgenza, all’annullamento degli atti degli organi statali per illegittimità (o perché contrastanti con “gli interessi dei lavoratori”)[3].
I giudici erano elettivi (art. 39), come il Procuratore generale. Gli artt. 45-58 tutelavano i diritti dei cittadini e dei lavoratori; gli artt. 59-61 i doveri dei cittadini. Poi l’art. 66 poneva sotto riserva di legge “l’elezione e la revoca” dei deputati.
Si capisce che, data la storia dell’Ungheria nel secondo dopo-guerra e la dura resistenza del popolo all’occupazione sovietica, il costituente del 2012 abbia proclamato nella “Professione nazionale” (cioè il “preambolo”) che “Onoriamo le conquiste della nostra costituzione storica e la Sacra Corona, la quale incarna dell’Ungheria la continuità costituzionale dello Stato e l’unità della nazione. Non riconosciamo la sospensione della nostra costituzione storica avvenuta sotto occupazione straniera. Neghiamo la prescrizione dei crimini disumani commessi contro la nazione ungherese ed i suoi cittadini durante le dittature nazionalsocialista e comunista.  Non riconosciamo la Costituzione comunista dell’anno 1949, perché fondamento di tirannia e ne dichiariamo perciò l’invalidità (il corsivo è mio). Concordiamo con i deputati della prima Assemblea Nazionale libera, i quali, con la loro prima delibera, dichiararono che la nostra odierna libertà germogliò dalla nostra rivoluzione del 1956. La ricostituzione dell’autodeterminazione statale della nostra Patria, persa il diciannove marzo 1944, la consideriamo avvenuta il 2 maggio 1990, data dell’inaugurazione della prima rappresentanza nazionale a seguito di elezioni libere. Riteniamo tale data l’inizio della nuova democrazia e del nuovo ordinamento costituzionale della nostra patria”.
Anche se l’ “invalidità” può creare dei problemi di carattere giuridico, allorquando si cerchi di assicurare una continuità giuridico-normativa a cambiamenti della forma di Stato e del regime politico, è comprensibile politicamente che un popolo, così geloso della propria indipendenza, abbia voluto rimarcare la (radicale) discontinuità della nuova Costituzione rispetto al regime di “occupazione straniera”, che è la sostanza di quanto capitato all’Ungheria nel XX secolo. Se il tutto può apparire “politicamente scorretto” è altrettanto storicamente esatto.
In sostanza la “Professione nazionale” afferma sul punto due principi: che la libertà politica è, in primo luogo, quella del popolo di determinare autonomamente la forma della sua esistenza, politica in primo luogo; e che se la volontà del popolo è coartata il prodotto di tale coercizione - coerentemente al principio democratico – non è riferibile al popolo e alla sua volizione, ma all’occupante straniero[4]; onde è invalido.
L’art. B della Carta ungherese proclama che “l’Ungheria è uno stato di diritto, indipendente e democratico” (il corsivo è mio); al comma III che la “fonte del potere pubblico è il popolo”.
Ciò stante occorre vedere se le disposizioni e il preambolo della Costituzione ungherese sono riconducibili al “tipo ideale” dello Stato borghese di diritto.
I principi dello Stato borghese di diritto sono enunciati nell’art. 16 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del Cittadino del 1789: “Toute Sociétè dans laquelle la garantie des Droits m’est pas assurée, ni la séparation des Pouvoirs déterminée, n’a point de Constitution” (il corsivo è mio). Di tale asserzione “non avere una costituzione “è un errore evidente, perché ogni Stato per il solo fatto di esistere è una Costituzione (Santi Romano); ma è sicuramente esatto che, distinzione dei poteri e garanzia dei diritti fondamentali sono le “cartine di tornasole” che distinguono lo Stato di diritto da quello che non lo è.
Su ciò la migliore dottrina concorda. A citare soltanto maestri del diritto pubblico come Vittorio Emanuela Orlando, il quale individuava tra le caratteristiche del “governo rappresentativo” (cioè lo Stato borghese di diritto) la distinzione dei poteri e la tutela giuridica[5]; lo stesso sosteneva Carl Schmitt [6] e, attualizzandolo alla “Stato sociale” Ernst Forsthoff[7].
Applicando tal criterio distintivo è sicuro che la Costituzione dell’Ungheria è quella di uno Stato di diritto: la separazione dei poteri c’è, la tutela dei diritti fondamentali pure. Anche attraverso autorità che in Italia non abbiamo come il “Commissario dei diritti fondamentali”. Se qualcuno può rilevare che la nomina dei magistrati apicali è demandata al potere politico, si può replicare che il tutto risulta anche da altre Costituzioni, come quella USA (la Corte Suprema di nomina presidenziale); peraltro in USA la gran parte dei giudici sono di nomina o elezione da parte di insiemi politici, e nessuno ha, che risulti, dubitato che la Costituzione degli Stati Uniti non fosse riconducibile ad uno Stato di diritto.
Le costituzioni moderne riconducibili allo Stato di diritto hanno diverse forme di governo (presidenziale, parlamentare, del “primo ministro”, federale, e cosi via) ma nessuno – che mi risulti – ha revocato in dubbio che ad esempio, la Costituzione francese (della III e IV Repubblica), parlamentare e centralizzata non fosse di democrazia liberale perché quella degli USA è presidenziale e federale, o viceversa.
4. Il Parlamento europeo, nel settembre 2018 ha approvato una risoluzione “sull’evidente rischio di violazione grave da parte dell’Ungheria dei valori su cui si fonda l’Unione” (tra cui, v. testo, “il rispetto della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani”). Sulla stampa il tutto è stato riassunto, per lo più, come “violazione dello Stato di diritto”. L’elencazione, nel testo della risoluzione (e dell’allegato), delle “preoccupazioni” del Parlamento, ne indica dodici, dal funzionamento del sistema costituzionale ed elettorale ai diritti economici e sociali.
Quanto a quelle “preoccupazioni” che riguardano lo Stato di diritto, le più importanti sono quelle costituzionali in relazione alle insufficienze del dibattito nella fase costituente[8]; e alla limitazione dei poteri e dell’accesso alla Corte costituzionale[9].
Seguono preoccupazioni sulle garanzie istituzionali dei giudici e di altre autorità, con particolare riguardo al ruolo del Presidente del consiglio nazionale della magistratura ungherese rispetto all’organo collegiale[10].
Quanto alla “libertà di espressione” sono censurati (tra l’altro) le nomine “che disciplinano l’elezione dei membri del Consiglio dei media”. Seguono preoccupazioni su alcuni diritti generalmente riconosciuti (libertà di associazione, diritto delle minoranze, libertà religiose).
Tra i fatti suscitanti preoccupazione c’è che la polizia locale di un villaggio infliggeva multe “per infrazioni stradali minori” soltanto ai rom. Quanto ai migranti, ai rifugiati e ai richiedenti asilo il documento in esame sottolinea situazioni di privazione arbitraria della libertà, maltrattamenti e “periodi di detenzione lunghi e indefiniti” nelle zone di transito dove sono trasferiti  i richiedenti asilo.
Nel complesso un insieme di contestazioni che, nella stragrande maggioranza possono ricondursi a tre classi distinte.
La prima in cui si possono riscontrare mende analoghe a quelle accertate per l’Ungheria nei confronti di altri paesi dell’Unione, ma che non hanno dato occasione all’UE di attivare procedure d’infrazione per violazione dei principi nello Stato di diritto. Così, se la polizia ungherese tratta duramente i migranti, quella italiana è stata condannata dalla Corte EDU per i fatti di Genova (della caserma Diaz) per violazioni compiute nei confronti di cittadini italiani (soprattutto) e stranieri, non meno gravi. Ma nessuno che ci risulti ha attivato una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia, e non è dato intendere le ragioni di tale discrezionalità.
L’altra classe è di “infrazioni” relative ad istituti che sono tranquillamente applicati da altri Stati membri dell’UE.
Così quella sull’actio popularis  alla Corte Costituzionale ungherese, dato che, sempre a far paragoni con l’Italia, nel nostro ordinamento l’actio popularis non c’è. Né quanto al “funzionamento del sistema elettorale” risulta che la UE abbia trovato alcunchè da ridire sul fatto che, avendo la Corte Costituzionale italiana, dichiarato incostituzionale la legge elettorale in base alla quale era stato eletto il Parlamento nella legislatura 2013-2018, il Parlamento stesso, e tutti gli atti dello stesso, (elezione del Presidente della Repubblica e fiducia al Governo compresi) erano invalidi per invalidità derivata.
Alla terza classe appartengono mende di rilievo assai modesto e non incidenti sui principi dello Stato di diritto: così il contenuto dei sussidiari degli scolari ungheresi o l’atteggiamento nei confronti delle unioni tra persone dello stesso sesso. Lo Stato di diritto era la risposta della borghesia rivoluzionaria allo Stato di polizia monarchico, onde sono a quello riconducibili limiti e discipline relative alla modellazione e all’esercizio dei poteri pubblici. Nei casi citati sopra si tratta di rapporti tra privati, che possono essere riconosciuti o no da uno Stato sia di diritto che di altro tipo e forma.
Pertanto atteso che non molto del contestato all’Ungheria mette in forse lo Stato di diritto e che per questo paese si esprimono preoccupazioni che sono taciute per altri, occorre vedere in cosa (e perché) la Costituzione e le leggi ungheresi sono così invise agli organi dell’UE; tenuto conto che le violazioni contestate dei principi dello Stato borghese di diritto non sono tali, o comunque non sono più preoccupanti di quanto capita in altri Stati dell’Unione.
5. Il proprium (l’ “originalità”) della Costituzione ungherese è non nello scostamento dallo Stato di diritto, ma nell’abbondanza di asserzioni – più che di norme – le quali contraddicono alcuni degli idola condivisi a partire dal secondo dopoguerra del XX secolo, in Europa e nel mondo occidentale – o almeno in parte di questo.
La “professione nazionale” ungherese nelle prime affermazioni (siamo orgogliosi…) è una sintesi delle radici etno-culturali e della storia ungherese: in primo luogo l’esistenza della nazione dal momento della “costituzione” da parte di Santo Stefano; il ruolo della religione cristiana nella “preservazione della nazione”; la difesa del fianco sud-orientale dell’Europa (intesa in senso carolingio, cioè la comunità dei popoli formata dal cristianesimo occidentale).
Passa poi a una serie di dichiarazioni (dichiariamo….) di valori a cominciare dalla dignità umana, la libertà la quale “può svilupparsi solo nella collaborazione con gli altri, nel valore dato alla famiglia e alla nazione, quali “quadro principale della nostra convivenza…; l’obbligo di assistenza; da notare l’affermazione con cui si chiude questa parte della “professione nazionale” “Dichiariamo che la sovranità del popolo esiste solo là dove lo Stato è al servizio dei suoi cittadini, e gestisce i loro affari con equità, senza soprusi né parzialità” (i corsivi sono miei) che sembra indirizzata contro l’uso predatorio, improprio e mistificante del potere (e del lessico) politico. Dopo la parte sopra ricordata si può leggere questa asserzione, sorprendente per un documento costituzionale “Dichiariamo che, in seguito a decenni del XX secolo che hanno portato ad una decadenza morale abbiamo inevitabilmente bisogno di un rinnovamento spirituale e intellettuale” e, subito dopo, la “Legge Fondamentale è la base del nostro ordinamento giuridico: un patto tra gli ungheresi del passato, del presente e del futuro, Un quadro vivo che esprime la volontà della nazione, la forma secondo la quale vorremmo vivere” (i corsivi sono miei). Volontà e forma: due termini posti in assoluto risalto e che, in altri documenti costituzionali sono usati, se lo sono, in modo non “fondativo” ossia come direttive di “organizzazione” del mondo d’esistenza nazionale. La protezione – elemento essenziale dell’obbligazione politica - è prescritta dall’art. G: “l’Ungheria tutela i suoi cittadini” (v. anche l’art. I, sopra riportato). Per i cittadini – si noti – è più generica – e quindi più estesa – che per i “diritti umani” (art. I), spettanti anche ai non-cittadini.
Nel complesso il testo della Costituzione ungherese vigente risulta valorizzare elementi che non risultano presenti – o lo sono in misura assai minore – in altre costituzioni contemporanee. Li si esamina (con l’opposto) per coppie di opposizioni.
Esistente/normativo.
Se il primo era normale in una concezione costituzionale pre o anti moderna (da Aristotele a de Bonald), è stato progressivamente eliminato o ridotto successivamente (nei testi, s’intende, non nella realtà). Nella costituzione dell’Ungheria  la comunità nazionale è il termine a quo e quello ad quem della Costituzione, che serve all’esistenza ordinata della stessa. L’istituzione politica (lo Stato) è al servizio di quella e provvede a tutelarla. La comunità non è un aggregato d’individui consenzienti, ma è un soggetto della Storia, da questa modellata in oltre un millennio di esistenza. Ha un futuro perché ha un passato – ed è consapevole di ciò. Preamboli di altre Costituzioni si sono incaricati d’indicare i principi dell’ordinamento, altri ancora sono espressione di volontà politica (nel momento costituente); ma – che ci risulti – nessuno ha un così ampio riferimento alla “durata” storica della comunità nazionale: con la conseguenza che è questa – esistente e reale da mille anni – a darsi una forma politica. Sempre a ricordare i “preamboli” o le “dichiarazioni”, quelle dei paesi del socialismo reale, prendevano le mosse dalla Rivoluzione d’ottobre (URSS) o dall’esito della seconda guerra mondiale e delle lotte di liberazione (DDR, Jugoslavia, Cina, Polonia, Romania; Albania e Cecoslovacchia erano parzialmente differenti) per procedere all’edificazione di una società socialista. Tanto futuro e poco o punto passato; in genere quanto sufficiente a giustificare il cammino intrapreso per il futuro. Tenuto conto che, in una prospettiva marxista lo Stato era destinato ad estinguersi (e tale esito considerato positivo per la libertà umana) è chiaro che il passato era irrilevante ed il futuro decisivo.
È inutile aggiungere che non solo l’accento posto sull’esistente rispetto al normativo e del passato rispetto al futuro esaurisce l’eterodossia della costituzione ungherese, caratterizzata da una visione comunitaria – al contrario di altre che possono apparire accordi di associazione tra apolidi; nonchè di un approccio superindividuale in equilibrio con quello individualistico.
6. In questo la Costituzione ungherese, è originale non solo rispetto ad altri documenti costituzionali ma anche rispetto ai referenti ideali – o almeno a molti di questi che sono generalmente condivisi dalle cosiddette èlite.
In primo luogo, a prendere quale pietra di paragone il dibattito di qualche anno fa sulle “radici giudaico-cristiane” della “costituzione” europea e sull’opportunità di ivi dichiararlo (risolta in senso negativo) la Costituzione ungherese è - al contrario - tutto un richiamo alle radici storiche del popolo ungherese.
In secondo luogo la prevalenza dell’esistenza comunitaria sulla normatività (consista sia in norme che nella “tavola dei valori”), in un periodo che privilegia le norme – mutevoli – e i valori (meno mobili), tale riferimento alla comunità (che dura da più di mille anni) e quindi, una costante rispetto alle variabili: norme, valori e le stesse forme di Stato e di governo (da monarchia feudale a duplice monarchia a repubblica socialista). È quindi eterodossa se non eretica[11].
Il popolo nella costituzione ungherese ha sicuramente una posizione centrale. Ma non più di quanto lo abbia in altre costituzioni moderne, quella italiana compresa. In primo luogo perché il popolo è, nella Costituzione del 2012, non preso nella sua accezione naturalistica, come in alcune ideologie e concezioni a sfondo (anche) razziale, connotate dal fatto che il popolo prescelto è per natura superiore (migliore, più dotato) di altri e quindi destinato a dominare (in se rapporto e concetto politico).
L’assenza di qualsiasi riferimento naturalistico e il precetto sul rapporto collaborativo alla “cultura e libertà degli altri popoli”, quello dell’adesione all’UE, la funzione dell’esercito di protezione dell’indipendenza e dell’integrità territoriale oltre allo svolgimento delle missioni di pace ed umanitarie, escludono esplicitamente (o implicitamente) la volontà di aggressione e dominio. Se invece si fa riferimento al “popolo” in senso culturale, indubbiamente, questo emerge con forza dalle disposizioni costituzionali: ma non è nulla di diverso da come era concepito da teorici dello Stato moderno e della democrazia politica: da Sieyès a Renan, da Mazzini a Gioberti (tra tanti).
Se poi si va a considerare il popolo come attore politico, se è sicuramente titolare del potere costituente e della sovranità, non esercita però competenze diverse da altre repubbliche parlamentari nel determinare i poteri costituiti. A differenza degli USA il corpo elettorale non elegge (gran parte) dei giudici e dei P.M.; a differenza degli USA e della Francia non sceglie il Presidente della Repubblica, quindi non condiziona direttamente il governo; elegge solo il Parlamento (e le autorità locali), come in Italia.
Quello che sicuramente compete al popolo è la sovranità: quindi prima che il potere nello Stato, il potere sopra lo Stato, nel determinarne la forma e il diritto per assicurare l’ordine[12]. Ma questa affermazione di sovranità popolare risulta quanto mai invisa, anche se, nella forma di governo, configura soluzioni e istituti simili alle altre costituzioni europee.
7. Ad Orban, nell’attirarsi le “preoccupazioni” dell’UE deve aver contribuito quel suo affermare ripetutamente di volere una democrazia “illiberale”. Indubbiamente se si definisce il liberalismo in base a quanto si può leggere su (tanta) stampa, e vedere nei talk-show ad audience elevata, ossia come governance di un mondo globalizzato, l’espressione di Orban corrisponde alla realtà: di fronte ad un liberalismo depolicizzato e anche de-democratizzato, la sua posizione è antitetica. Ma se, di converso, si va alla concezione del liberalismo “classico”, come dottrina della limitazione del potere, della tutela delle libertà politiche e civili, la conclusione è inversa. Anche se non si può dire, crocianamente, che Orban è liberale e non lo sa, è comunque meno illiberale di quanto pensi.
Come scrive Schmitt lo Stato borghese (democratico-liberale) consiste nell’unione dei principi di forma politica con quelli dello Stato borghese[13]. È l’effetto sinergico degli uni e degli altri che ha causato il successo di tale “formula politica” negli ultimi due secoli. Se si rinuncia o si depotenziano i primi in una visione spoliticizzata e/o de-democratizzata che prescinde dal popolo, dalla sovranità e dalle istituzioni democratiche, ciò che ne risulta non ha appeal politico (o ne ha poco). Se il leader ungherese – come i populisti – pone l’accento più sul principio democratico, i globalisti di converso lo annichiliscono in una melassa privatistica, priva o carente del “pubblico”.
Il problema di come possa reggersi un’istituzione politica chiamata anche alla protezione giuridica dei diritti “dell’uomo e del cittadino” se il ruolo pubblico è minimizzato è tema poco frequentato, perché di soluzione quanto mai difficile.
Chi applica il diritto garantendo l’ordine comunitario,  a tal fine deve avere legittimità ed autorità nella comunità, cioè un carattere “pubblico” e “politico”. Ma se non lo ha, o ne ha una versione depotenziata da altre potestates (neppure indirectae), il ruolo di protezione, anche delle “obbligazioni-contratto” (Miglio), si riduce; vale pur sempre il detto di Hegel che “Lo Stato la realtà della libertà concreta”. Senza Stato, politica e ordine non c’è realtà e concretezza della libertà. Ossia quel che più interessa di quella.
8. Si potrebbe obiettare che i testi costituzionali sono spesso “cataloghi di Laparello”, pieni di seduzioni verbali, destinate ad essere smentite o ridimensionate dalla realtà dell’applicazione reale. Niente è più facilmente dimostrabile, specie ad un italiano della decadenza della repubblica, dove parafrasando il giudizio di Tocqueville sull’ancien règime, abbondano norme commoventi e altisonanti, ma con una pratica applicativa fiacca[14]. Resta il fatto che, a meno di gravi, manifeste, reiterate e persistenti contraddizioni dell’applicazione concreta rispetto all’enunciato astratto, si deve prendere per buono quanto voluto dal costituente. A smentire il quale non sono idonei i sussidiari degli studenti ungheresi e gli abusi dei vigili urbani.
9. Piuttosto l’elemento probabilmente più interessante e aperto al futuro (perché consolidato dal passato) è la concezione organica della democrazia che emerge dal documento costituzionale. La democrazia non è solo né tanto una procedura, ma forma e modo dell’esistenza politica. Come scrive Giovanni Sessa[15] “Nel mondo classico il popolo-demos è custode della cittadinanza, incarna la comunità politica … L’alternativa possibile all’oligarchia finanziaria e transnazionale della governance, può davvero essere ravvisata nel concetto greco di democrazia organica, centrata sulla sovranità popolare e delle identità etno-culturali …nelle diverse forme di democrazie moderne, la sovranità è dell’individuo o di gruppi di potere … Il modello prevalente nella prassi politica contemporanea allinea la direzione degli affari pubblici, alle modalità di gestione tipiche degli affari privati. Il mercato, vero deus ex machina del liberalismo, non può accordarsi con la democrazia in senso classico, in quanto esige la soppressione del limite e della frontiera, mentre la democrazia è ad essi consustanziale, la si può esercitare solo in seno ad una politia”.
D’altra parte se in una democrazia anche rappresentativa i poteri pubblici sono direttamente o indirettamente dipendenti dal consenso del popolo, dall’altra, i poteri globali hanno in comune la caratteristica di non avere un popolo, e di essere poco o punto riferibili anche ai popoli delle sintesi politiche in cui operano. E questo spiega ostilità ed avversione.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] L’art. 39 prescriveva “Nella Repubblica popolare di Ungheria tutti i giudici sono eletti; i giudici eletti posso essere revocati”.
[2] Si legge nel preambolo “Il glorioso esercito della grande Unione sovietica ha liberato il nostro paese dal giogo dei fascisti tedeschi, infranto il dominio politico antidemocratico dei proprietari terrieri e dei grandi capitalisti e schiuso al nostro popolo lavoratore il cammino dell’evoluzione democratica. Giunta al potere in virtù delle sue lotte accanite contro i padroni e i difensori dell’antico regime, la classe operaia alleata ai contadini laboriosi ha ricostruito, con l’aiuto disinteressato dell’Unione sovietica, il nostro paese devastato dalla guerra … La Costituzione della Repubblica popolare di Ungheria, indicando il cammino dell’evoluzione futura, è l’espressione dei cambiamenti fondamentali che hanno avuto luogo nella struttura economica e sociale del nostro paese, del risultato di queste lotte e di questo lavoro di ricostruzione”.
[3] V. anche il potere “concorrente” del Consiglio dei Ministri di cui all’art. 26 della Costituzione ungherese abrogata.
[4] Un liberale o un democratico italiano del Risorgimento non avrebbe pensato nulla di diverso, Per Mazzini o Cavour pensare che i principi fondamentali dell’ordinamento fossero dettati da Metternich, indipendentemente dal loro contenuto, sarebbe sembrato il prodotto di un asservimento non solo materiale, ma anche – e soprattutto – spirituale, se creduto.
[5] v. Principi di diritto costituzionale p. 64 ss. e per i diritti fondamentali p. 264 ss.
[6] v. Verfassunslehre trad. it. di A. Caracciolo La dottrina della Costituzione Milano 1984, pp. 212-264.
[7] v. Stato di diritto in trasformazione Milano 1973, segnatamente p. 42.
[8] Si legge nel testo della risoluzione “La Commissione di Venezia ha valutato positivamente il fatto che la Legge fondamentale introduca un ordinamento costituzionale fondato sui principi essenziali della democrazia, dello Stato di diritto e della protezione dei diritti fondamentali … Le critiche riguardavano la mancanza di trasparenza del processo, l'insufficiente coinvolgimento della società civile, la mancanza di una vera consultazione, la messa in pericolo della separazione dei poteri e l'indebolimento del sistema nazionale di bilanciamento dei poteri” anche se si da atto della correttezza delle operazioni elettorali.
[9]Le competenze della Corte costituzionale ungherese sono state limitate a seguito di una riforma costituzionale, anche per quanto riguarda le questioni di bilancio, l'abolizione dell'actio popularis, la possibilità per la Corte di fare riferimento alla propria giurisprudenza anteriore al 1º gennaio 2012 e la limitazione della facoltà della Corte di controllare la costituzionalità di eventuali modifiche della Legge fondamentale, eccetto quelle di carattere esclusivamente procedurale” (v. testo) e si esprime preoccupazione anche per la procedura di nomina dei giudici.
[10] Si legge che è avvertita “la necessità di rafforzare il ruolo dell'organo collettivo, il Consiglio nazionale della magistratura (NJC), in quanto organo di vigilanza, dato che il presidente dell'NJO, essendo eletto dal parlamento ungherese, non può essere considerato un organo di autogoverno giudiziario. A seguito delle raccomandazioni internazionali, lo status del presidente dell'NJO è stato modificato limitandone le competenze, al fine di garantire un migliore equilibrio tra il presidente e l'NJC” sul pensionamento dei giudici e il reintegro nelle funzioni; sul trattamento dei magistrati dlla Procura.
[11] Non era così nella fase ascendente dello Stato borghese moderno. Sieyès scriveva che “La nazione è tutto ciò che è in grado di essere per il solo fatto di esistere…Alla volontà nazionale basta invece soltanto la propria realtà per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità”. È evidente nel pensiero dell’abate il perdurare della comunità nazionale rispetto a norme, costumi, forme politiche come il suo essere loro superiore, potendoli cambiare, conservando tuttavia la propria identità: in suo esse perseverari, applicando il conatus di Spinoza.
[12] V. tra i tanti, Max von Seydel.
[13] V. anche sul punto, più estesamente di recente, il mio lavoro Democrazie illiberali? V. Civium libertas, 14-12-2018.
[14] V. sul punto mi si consenta di rinviare a quanto da me scritto in Democrazie illiberali? citato e Themi e dike nel tramonto della Repubblica, in Italia e il mondo – luglio 2018. Testimoniate da tante condanne dei Tribunali Internazionali alla Repubblica Italiana.
[15] V. Saggio introduttivo a L. Rougier La fine della democrazia?, trad. it. Oaks editore 2018, n. 53.