giovedì 1 ottobre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Vilfredo Pareto, Guerra e propaganda (a cura di Alberto Mingardi), 2026, Ed. Settecolori, pp. 198, € 18.00"

Nel 1918 Pareto osservava la guerra mondiale, giunta alla sua fase conclusiva e ne fece un diario, pubblicato solo quarant’anni dopo.

Ottima l’idea di ripubblicarlo oggi, in un periodo in cui guerra e ostilità hanno ripreso il ruolo e il vigore che la “fine della storia” negava.

Il solitario di Céligny considera la guerra sotto il profilo delle derivazioni generate dalle élite belligeranti e dei governati cui sono destinate.

Ne sottolinea l’irrazionalità e l’irrealtà, spesso demolendole con l’ironia.

Così nota che la guerra ha come scopo di imporre la propria volontà al nemico onde “può terminare con la vittoria di uno degli avversari, e la resa totale dell’altro. In tal caso, uno di loro impone la propria volontà… Ma la guerra può anche terminare in altro modo, cioè con un compromesso fra la volontà di uno degli avversari e quella dell’altro”, ossia con accordi diplomatici. Per consolidare la propria pretesa ciascun belligerante fa uno smodato uso di derivazioni. Scrive Pareto, ad esempio, per le annessioni: “Niente conquiste territoriali? Certo: su quel punto, siamo tutti d’accordo. Ci riserviamo soltanto di procedere alla retrocessione delle annessioni, e inoltre a rettifiche di frontiera. Sei un cattolico osservante, e tuttavia ti piacerebbe mangiar pollo di venerdì? Semplicissimo: basta ribattezzare il pollo, e chiamarlo carpa”.

Esempio tipico, l’Alsazia-Lorena. E prosegue: “Visto dalla parte degli Imperi centrali: se conserviamo l’Alsazia-Lorena, non c’è annessione, ma disannessione, perché è la Francia che se l’era annessa. Visto dalla parte dell’Intesa: reclamando l’Alsazia-Lorena, non propugniamo una annessione ma una disannessione, perché è stata la Germania ad annettersela. Sia l’uno che l’altro ragionamento può valere, secondo che si vada più o meno indietro nel tempo per stabilire qual è stata l’annessione…” (e nel tempo, Pareto risale ironicamente all’Impero romano).

Oppure nel confronto tra egemonie che si considerano diverse, ma sono simili. Così nella distruzione della flotta danese da parte della Gran Bretagna nel 1807 o nell’occupazione del Belgio durante la guerra mondiale; del tutto simili, onde giudica Pareto “poiché le medesime cause producono effetti medesimi, che non ci sia affatto da stupirsi, in quanto il forte fa uso della propria forza e si vale sempre delle stesse ragioni per giustificarsi; infatti i sentimenti cui si richiama restano sempre più o meno gli stessi”.

E si potrebbe continuare a lungo. Ma l’essenza dello scritto è che le élite dirigenti, ossia la plutocrazia demagogica dell’intesa e il militarismo plutocratico degli Imperi centrali erano del tutto simili nello sfruttare sentimenti, pregiudizi, ignoranza ed ingenuità dei governati per proseguire una guerra dei costi economici, sociali, umani del tutto sproporzionati rispetto a quanto possibile con mezzi più ragionevoli. A conferma della prevalenza delle azioni non logiche.

E’ quindi opportuno ripubblicare questo diario quando le recenti guerre, soprattutto quella russo-ucraina, vedono un ricorso agli stessi espedienti per motivare comportamenti analoghi a quelli osservati da Pareto, anzi aggiungendone altri. Come, per esempio, la malattia (mentale e/o fisica) di Putin, il quale non fa altro che proseguire la politica (e gli obiettivi) dei governanti russi degli ultimi tre secoli (la Russia è sempre stata governata da matti? Compresi Pietro e Caterina?); o il costo economico, sociale e umano, sopravvalutato per la Russia e dimenticato o giustificato per l’Europa, all’uopo allegando una ingigantita volontà dello Zar di aggredire l’Europa.

Nel complesso un libro che, dato lo stile di Pareto è di piena e piacevole lettura. Ma, soprattutto, utile.

 

martedì 29 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00"

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale, dalla proprietà come presidio della libertà.

 

venerdì 18 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Il contrappasso di Giorgia"

Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:

Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici - diretti o indiretti - ai propri sostenitori.

In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.

Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.

Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.

Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.

Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.

Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.

 

giovedì 10 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero, Liberilibri 2026, pp. 12, € 15,00"

 

Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.

Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.

Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità - di comandare e dirigere le masse (gli psichici) - che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.

Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini che in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).

Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.

Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».

Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.

giovedì 3 settembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Sabino Cassese Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00"

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i governanti tengano conto.

 

mercoledì 29 luglio 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Hilaire Belloc, Oliver Cromwell. Il dittatore puritano, prefazione di M. Pasquero, Iduna 2026, pp. 120, € 12,00"

 

Chi si aspetta da questo saggio dello storico cattolico, francese di nascita ma inglese di adozione, una “classica” biografia, ha sbagliato.

L’autore non ci parla di eserciti, partiti, istituzioni, guerre, battaglie, ma s’incentra sul carattere, le convinzioni e le capacità di Cromwell. Tale impostazione lo rende di notevole interesse per chi voglia passare al vaglio del realismo politico e del di esso strumenti concettuali l’operato del dittatore.

Belloc riconosce a Cromwell due capacità: quella di sapersi muovere politicamente (con furbizia ed ipocrisia) nella tormentata epoca della guerra civile e quella di aver modellato e comandato l’esercito parlamentare, il New Model Army. A seguire Machiavelli gli ascrive le qualità della volpe e quelle del leone; non meraviglia quindi che sia diventato Lord Protettore.

Quanto a modellare (e comandare) l’esercito, il New Model Army aveva la caratteristica di essere reclutato prevalentemente tra devoti protestanti. Il che non significa che fossero dei santi, ma che erano persuasi di combattere per il regno di Dio sulla terra. Era così impregnato di una determinazione – della quale, spesso, facevano le spese i nemici civili. In primo luogo la popolazione cattolica irlandese.

Ma anche qua è evidente che lo strumentario del realismo politico è confermato: un esercito impregnato di fanatismo religioso è non solo più determinato ma anche galvanizzato dall’odio per il nemico, che è anche nemico di Dio, di cui l’esercito è lo strumento.

Quanto l’odio verso il nemico contribuisca alla volontà di combattere, è cosa nota già prima che lo scrivesse Clausewitz, così come essere investiti di una missione.

Onde si capisce come Voegelin avesse pensato che proprio la rivoluzione inglese e in particolare i presbiteriani fossero all’origine del neo-gnosticismo moderno. Un saggio originale e interessante.


lunedì 20 luglio 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Ordine e difesa".

 La condanna dell’orefice di Grinzane per aver ucciso i rapinatori ha innescato la solita polemica tra coloro che fanno del Roggero un Michel Kohlhaas dei poveri1. Viene da questi trascurata e minimizzata minimizzata la circostanza principale: che il gioielliere aveva agito in corso di rapina e per difendere la propria vita e i propri beni. Al contrario coloro che, proprio per tale ragione (di autodifesa e di reazione al torto e al delitto) ne fanno un esempio degno non solo della grazia, ma del seggio parlamentare.

Qual è, delle due tesi contrapposte, la più propizia all’ordine sociale? (o meglio politico-sociale)?

All’uopo occorre premettere che il diritto si basa sulla distinzione (fondamentale) di lecito/illecito. Accanto al diritto c’è sempre l’antagonista, il torto. E il diritto è un’attività pratica, che è vivente in quanto attuata. In questa attuazione, spesso costosa anche per gli attuatori, c’è anche una dimensione etica. Scriveva Benedetto Croce che proprio per questi caratteri apprezzava le tesi di Jhering: “un altro concetto informa questo scritto dal Jhering: la necessità di asserire e difendere il proprio diritto ancorché con sacrificio del propri interessi individuali […] innanzitutto per il dovere morale, che comanda di mantenere saldo l’ordinamento giuridico, condizione della vita sociale umana”.

Tale concezione ha trovato scarsa considerazione nell’Italia, in ispecie, della Seconda Repubblica anche perché è diffusa la teoria che attuare il diritto è (esclusivamente), in ogni caso, un dovere d’ufficio; peraltro è diffuso nella comunicazione mainstream, dove si ritiene moderno e civile che a realizzare il diritto e reprimere il torto sia compito riservato allo Stato. Anche se tale tesi ha di per sé il fatto, incontestabile, che avendo lo Stato moderno il monopolio della violenza legittima, ha il dovere di vietare o limitare al minimo la sopravvivenza di “violenze” esercitabili da privati, ben presenti nel diritto pre-moderno (come la faida)2. Quindi la difesa è legittima quando lo Stato non è in condizione di assicurare sicurezza.

Fin qui si potrebbe essere d’accordo onde è lo stesso ordinamento giuridico che consente, in via eccezionale, come nel caso di legittima difesa (art. 52 c.p.) di difendersi opponendo violenza a violenza: vim vi repellere licet. Scriveva Pareto che “il bisogno di protezione dei deboli è generale” se questa non è assicurata dal sistema di potere vigente, questo viene sostituito da un altro; così invertendo il rapporto di causalità, gradito alla stampa mainstream.

E Cicerone ne riconosceva il carattere di norma di diritto naturale prima che positivo. Ma è bene ricordare che può adattarsi, mutatis mutandis, alla legittima difesa quanto Jhering scriveva delle “reazioni al torto” in generale “non bisogna lamentarsi dell’ingiustizia, che tenta usurpare il posto del Diritto; ma sì del Diritto, che se n’acqueta e contenta. E fra le due massime: non fare alcun torto, e; non soffrire alcun torto, se dovessi scegliere per dare a ciascuna il grado che le spetta secondo la sua importanza pratica, direi, che quella di non sopportare alcun torto è la prima; e l’altra di non farne, la seconda”. La resistenza al torto (cioè alla negazione del diritto) rafforza il diritto concreto oggettivo e soggettivo, in una sintesi efficace. Ossia realizza l’ordine.

D’altra parte la Presidente Meloni ha richiamato tutti sulla novella (non applicabile al caso Roggero, ratione temporis) per cui CHI COMMETTE UN REATO “NON Può richiedere alcun risarcimento… chi viola la legge non può pretendere di essere risarcito da chi si è difeso” fondata sulla distinzione, essenziale e necessaria nel diritto - tra lecito ed illecito.

Quanto poi alla tesi della “vendetta” (come riparazione del torto) del tutto improbabile, data la contestualità tra rapina e reazione e lo stato in cui il Roggero agiva. Se sicuramente la vendetta è un mezzo primitivo di garanzia dell’ordine, certamente è “un piatto che va servito freddo”: il Conte di Montecristo attese tre lustri per compierla.

1 E’ il caso di ricordare che Michel Kohlhaas è il personaggio di Kleist che lotta, anche con mezzi illeciti, per ottenere giustizia.

2 E’ il caso di ricordare quanto sosteneva Hobbes sul rapporto tra difesa e sicurezza (offerta dal Sovrano) “Il fine per cui un uomo cede e lascia ad un altro, o ad altri, il diritto di proteggersi e difendersi mediante il suo proprio potere, è la sicurezza che egli se ne aspetta, di protezione e difesa da coloro ai quali egli ha lasciato tale diritto… senza quella sicurezza non vi è motivo per un uomo di privarsi dei propri vantaggi, e farsi preda per gli altri… Infatti, si trasferisce quel tanto che sia necessario trasferire mediante il patto, al fine di raggiungere tale sicurezza; in caso diverso, ogni uomo è nella sua libertà naturale di salvaguardarsi da sé”, Elements, parte II, capitolo I e nel De cive “è necessario alla pace che ciascuno sia così protetto dalla violenza degli altri, che possa vivere con sicurezza, cioè che non abbia giusta causa di temere gli altri, finché non recherà loro un torto… Infatti la sicurezza è il fine per cui gli uomini si sottomettono agli altri; e se non viene garantita, non si può pensare che siano sottomessi, o che abbiano perduto il diritto… Perciò si deve provvedere alla sicurezza non con i patti, ma con le pene. E si è provveduto a sufficienza, quando si istituiscono per ciascun tortoi delle pene così gravi, che commetterlo risulti chiaramente un male maggiore che non commetterlo”, capitolo VI, 3.

 

giovedì 16 luglio 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "Preferenze ed equilibri"

La vicenda dell’emendamento sulle preferenze al disegno di legge elettorale ha suscitato reazioni varie, per lo più a livello di tifoseria da stadio, altre meno.

E’ chiaro, come sottolineato da tanti, che se una parte dei parlamentari è scelta dagli elettori, ciò significa ridurre il potere dei vertici dei partiti e, quale conseguenza probabile, anche quello del capo della maggioranza parlamentare (cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri). All’inverso le preferenze incrementano quelle del seguito, cioè della base elettorale. Se si va a confrontare tale dato (evidente) con la teoria della “classe politica” le conclusioni sono interessanti. La prima formulazione di tale teoria – o meglio regolarità, come scrive Miglio – è di Gaetano Mosca, il quale scriveva “Fra le tendenze ed i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno v’è n’è la cui evidenza può essere a tutti facilmente manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati…”. Tale teoria fu condivisa da Vilfredo Pareto il quale la collegava all’equilibrio sociale il quale, nelle organizzazioni politiche, consiste essenzialmente nei rapporti tra governanti e governati.

Quando il sistema non è equilibrato decade e finisce con l’implodere. La risorsa più appropriata a tenerlo in equilibrio è che avvenga (di fatto e/o di diritto) la “circolazione delle élite” cioè il passaggio da quella governata a quella governante.

A ciò può servire (all’interno degli stessi partiti) prevalere la facoltà di scegliere il preferito tra i candidati da parte del corpo elettorale.

Tale circolazione può realizzarsi anche mediante meccanismi diversi, come la nomina dall’alto. Tuttavia il rischio di nomine dall’alto, cooptazioni, riserve di accesso alle funzioni pubbliche è che, generino equilibri statici, di per se anticamera della decadenza e dell’implosione del regime. Il sistema sarà sempre più in equilibrio quanto più la classe al potere saprà inglobare quella in ascesa o almeno una sua parte.

Se avviene con sistema elettorale e all’interno dei partiti, può garantire:

a) che gli eletti abbiano un seguito;

b) che il tutto rafforzi – dall’interno – il sistema esistente, evitandone la sostituzione.

Pareto sosteneva che la circolazione delle élites è e utile per la prosperità, onde la storia della società umana è la storia dell’avvicendarsi delle aristocrazie. Egli ha un’idea di un sistema in equilibrio alla cui base vi è, però, il conflitto. Si riferisce, quindi, ad un equilibrio dinamico.

Dato che l’Italia durante la c.d. seconda Repubblica (dal 1994) è stata ferma con un PIL praticamente immobile (il peggiore dell’Unione europea) un minimo (come la preferenza) di recupero dinamico, almeno nel sistema politico, non può che essere benvenuto. Anche se con tutte le cautele che la situazione complessa e determinata da pluralità di cause richiede e che riducono la speranza.

 

domenica 5 luglio 2026

Una Crociata per la Libertà di pensiero ed espressione in Facebook

CREDO CHE i tre miliardi di Utenti Facebook che si dice esistano nel mondo, sperimentino tutti la censura e la manipolazione. Le nostre idee possono essere diverse e contrapposte, ma se sono oneste ed hanno il giusto rispetto dell'altro, non temono e non evitano il confronto, sempre nel giusto rispetto dell'altro ed entro i limiti delle legge vigente, rispettando nel dibattito e nell'espression le clausole giurisprudenziali della veridicità, pertinenza, continenza, interesse pubblico.


Detto questo, credo che non si possa e non si debba supinamente accettare la censura di una ditta, Facebook, che è espressione del pentagono e della Israel Lobby.
È con questo spirito che mi oppongo a Facebook ed invito tutti a farlo in una spirito di CROCIATA per la difesa della libertà, della nostra Libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, per sottrarci alla ormai sempre più evidente manipolazione.

Siamo tre miliardi di Utenti, per essere più forti, non più deboli come pecore che possono essere tosate a piacimento del Padrone.

Invito all'adesione ed alla diffusione, che deve essere virale.

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• Più che raccogliere firme  credo sia più utile far circolare questo appello, o simile, il più possibile ed in modo costante e permanente.

venerdì 26 giugno 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "La sinistra e il regno delle fate"

 Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.

La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.

L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).

Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.

Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.

Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.

In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).

In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.

Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.

In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.

Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.

Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.

Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.

1 “E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?” Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.

2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.

3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.

4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”