giovedì 10 ottobre 2019

T. Klitsche de la Grange; Intervista a Thomas Hobbes.


INTERVISTA A THOMAS HOBBES
La riduzione del numero di parlamentari in uno Stato che non ha tendenza ad autoridursi, ha suscitato un dibattito caratterizzato da svariate posizioni, ad onta del voto parlamentare pressochè unanime. Abbiamo provato a chiedere un’opinione a Thomas Hobbes, che della rappresentanza politica è stato uno dei maggiori (e primi) teorici.
Che ne pensa della riduzione del numero dei parlamentari?
Come ho sempre sostenuto le forme di Stato si distinguono se il sovrano è uno, pochi o tutti, cioè col numero di coloro che prendono le decisioni più importanti. Penso che la migliore sia la monarchia, ma comunque che la vostra oligarchia sia esercitata da qualche centinaio di rappresentanti in meno, fa poca differenza.
E perché?
 La scelta tra le forme di governo consiste più che nella differenza di potere, in quella di convenienza o attitudine a produrre la pace e la sicurezza del popolo, pel quale fine esse sono state istituite. Che siano più o meno coloro che comandano, ai sudditi interessano più i limiti entro cui devono ubbidire e quello che i governanti possono pretendere che il numero di questi.
Ma anche il numero lei considerava un tempo rilevante
Si, e sempre a favore della monarchia. In primo luogo perché ogni governante tende a favorire i seguaci. Ma mentre i favoriti di un monarca sono pochi, e non hanno altri da avvantaggiare che la propria parentela, i favoriti di un’assemblea sono molti, e quindi la parentela e l’aiutantato molto più numerosi che quella di un monarca. Perciò se riducete il numero dei rappresentanti dovreste risparmiare qualcosa, comunque molto di più degli stipendi, almeno se non ne aumentano gli appetiti. Ma finché chi comanda spende e chi obbedisce paga il problema sussisterà.
Cosa considera più importante del numero dei rappresentanti?
Quasi tutto. Ma, in primo luogo che siano prese delle decisioni congrue, durevoli e prevedibili. Un’assemblea è più incostante e quindi imprevedibile e, di conseguenza, spesso ne prende di incongrue: nelle assemblee, sorge un’incostanza dovuta al numero, poiché l’assenza di pochi, i quali, presa una volta una risoluzione, sarebbero fermi a mantenerla – il che può avvenire per sicurezza, negligenza o impedimenti privati – oppure la presenza diligente di pochi di opinione contraria distrugge oggi, quello che ieri fu concluso.
Proprio un paio di mesi fa, ne avete fornito altro esempio, così confermando quanto scrivevo, col cambiare governo e politica.
E cosa conta più della quantità dei rappresentanti?
Uno dei difetti delle assemblee è che spesso sanno poco o nulla degli affari, e in particolare di quelli dello Stato. Cercate di migliorare la qualità dei rappresentanti: è meglio che ridurne la quantità. Vero è che quando siete stati governati dai “tecnici”, sedicenti esperti, questi hanno fatto peggio dei governanti meno titolati. Ma perché quelli erano (forse) esperti di astronomia, letteratura, arte, ma digiuni di politica e governo dello Stato.
Cosa pensa della ventilate nuove riforme costituzionali, di cui questa sarebbe la prima?
Da quel che sento, non hanno capito bene. Vogliono istituire il vincolo di mandato. Ma un rappresentante politico è tale perché rappresenta l’unità e la totalità del popolo, e non può essere vincolato da qualcuno, anche il suo capo-fazione, com’è nelle intenzioni dei riformatori; ma neppure dall’ultimo degli elettori.
E quanto al resto?
L’unica cosa chiara e interpretabile con categorie politiche è che desiderano evitare o rendere più difficili, le decisioni politiche. Non si tratta tanto e solo di impedire che decidano coloro che godono della fiducia della maggioranza dei cittadini, ma d’impedire qualsiasi deliberazione, sia contraria alle proprie idee ed interessi, che, in genere, avente un notevole rilievo ed effetto politico, Quando parlano di “freni e contrappesi” non bisogna pensare a Montesquieu ma al Sejm polacco, dove il liberum veto portò  alla distruzione dello Stato. Il cui ridimensionamento radicale è proprio l’obiettivo del potere globale.
In definitiva cosa può consigliare agli italiani?
Di tenere sempre davanti agli occhi quello che è l’essenza della politica e dell’obbligazione politica: la mutua relazione tra protezione ed obbedienza.
Ha il diritto all’obbedienza chi assicura protezione ; non lo ha chi non può o non vuole darla, anche se per i motivi più nobili. Come il Paradiso, (un tempo) o oggi molto più terreni, che invocano in continuazione.
Teodoro Klitsche de la Grange

sabato 6 luglio 2019

Note critiche su un testo francese "islamofobo": due pesi, due misure, inversamente proporzionali.

B.↓ - Sommario.
Quella che offro qui di seguito è una diversa lettura di uno stesso testo, già recensito da Teodoro Klitsche de la Grange e  tutta incentrata sugli elementi di separazione e contrapposizione fra potere religioso e potere politico di un testo che si colloca entro una situazione altamente conflittuale dello scenario politico francese. Non si tratta di una lettura contrapposta, ma solo di una diversa lettura, condotta da una diversa angolatura ed anche con un diverso stile, volutamente frammentario e appassionato. Il tema della separazione fra il religioso e il politico è ricorrente in dottrina. Qui si tratta però di ben altro. La mia attenzione è attratta da momenti interni alla delineata separazione, fatta dall'Autore francese ed al modo in cui essi si enucleano nella sua trattazione, improntata ad ostilità verso l’esercizio di una pratica religiosa, diversa da quella ebraica, per la quale l'Autore non chiede nessun regime “derogatorio" come invece chiede per l'Islam francese. L'analisi solo in apparenza scientifica appare a noi per nulla estranea a personali opzioni e valutazioni politiche dell'Autore, che in questo ci legittima a contrapporre le nostre diverse opzioni e valutazioni di cui non facciamo mistero e che da un punto di vista religioso si collocano in un ambito cattolico, essendo chi scrive pur sempre battezzato e cresimato e mai scomunicato o censurato dall'autorità ecclesiastica cattolica. Il metodo che qui seguo consiste in successive annotazioni al testo, pagina dopo pagina, nel prosieguo della lettura. Il termine "islamofobo" fa qui da corrispettivo ad un termine maggiormente in uso: "antisemita”. Esso sta a denotare una avversione a tutto ciò che è islamico ed è di una intensità e dichiarata determinazione, per nulla inferiore a quella che con il termine "antisemita" si indica in direzione del mondo ebraico, di cui non si sa bene quale siano i precisi confini e riferimenti. Questi termini non sono da me abitualmente usati, ma qui servono a rilevare che se il contenuto del saggio fosse stato tacciato di "antisemitismo" vi sarebbero state in suolo francese reazioni e conseguenze che non credo vi saranno se al libro si riconosce un contenuto "islamofobo": due diverse comunità religiose, quella islamica e quella ebraica, hanno una diversa tutela giuridica. Quelle che seguono sono annotazioni a un testo che ci ha tratti in inganno nel suo titolo: ci aspettavamo un determinato contenuto e svolgimento e ce ne siamo trovati un altro assai diverso. Le annotazioni ben descrivono i diversi momenti psicologici della lettura: aspettativa, delusione, dissenso, irritazione, avversione... Con numeri crescenti indichiamo i diversi momenti della lettura, qui in costante elaborazione e rielaborazione grazie alla tecnica liquida della scrittura in rete.. Rispetto alla versione facebook cerchiamo qui di smussare le asperità della prima versione, a caldo, di getto. Lo scopo non è quello di suscitare una polemica, ma di raggiungere la massima chiarezza possibile su questa problematica che interessa anche l'Italia.

Sommario: 1. Acquisto del libro e inizio lettura. - 2. Cosa si intende per "diritti umani"? - 3. La maggiore resistenza dell'Islam ai processi di secolarizzazione. - 4. I Fratelli Mussulmani. - 4.1 Nota: Una ipocrisia infinita ossia chutzpah. -

1. Acquisto del libro e inizio lettura. -  Il libro è arrivato e ho appena incominciato a leggerlo... È preceduto da una prefazione di cui si poteva fare a meno e che per certi riferimenti è piuttosto irritante: più avanti questi riferimenti mi saranno chiari. Poi, sorpresa, il libro inizia con una citazione di un "Fratello Musulmano" che in Roma avrebbe detto nel 2002: «Con le vostre leggi democratiche noi vi colonizzeremo. Con le nostre leggi coraniche noi vi domineremo»... Peccato! Forse l'autore non sa che i Fratelli Musulmani sono una creazione dei servizi segreti inglesi... Infatti, il tono è degno degli annunci seguiti alle efferate stragi che abbiamo visto nei deserti di Siria e che hanno come ispiratori i mandanti di una guerra per procura: Usa, Israele, Francia, Inghilterra, Arabia Saudita, Qatar... una lunga lista. Il tono è decisamente assai poco religioso, improbabile in un uomo di una qualsiasi fede religiosa, ma più adatto a spie dei servizi inglesi e suoi agenti provocatori... In questi anni ho partecipato a conferenze divulgative di scienze coraniche, senza nessuna intenzione di convertirmi all'Islam ed al solo scopo di conoscere la teologia islamica alla sua fonte più accreditata. Proprio per questo non riconosco quel genere di linguaggio, da cui prende avvio l'Emerito Autore francese. Anzi, in senso e con tono del tutto diverse, mi è capitato - sempre in Roma e con le mie proprie orecchie - di sentire esattamente l'opposto da un teologo sciita, espresso con questo aneddoto: ad un cristiano che voleva convertirsi all'Islam e che difficilmente poteva capire la complessità delle fede islamica, veniva dato questo consiglio: è meglio se resti un buon cristiano, piuttosto che tu possa diventare un cattivo musulmano!... Se l'Autore francese avesse letto i testi del suo conterraneo Thierry Meyssan, o lo avesse consultato, avrebbe ricevuti i lumi necessari che rischiano di compromettere la trattazione scientifica di un tema assai importante, quello dei "diritti umani”, sul quale ironizzava Carl Schmitt... Non poteva scegliere esempio peggiore per indicare cosa sia l'Islam, ma evidentemente conoscere l'Islam non è ciò che interessa all'Autore... A lui chiaramente interessa produrre una avversione, dipingere un mostro, indicare un pericolo e una minaccia contro cui coalizzarsi, indicare in una direzione il Nemico... mentre in realtà il Nemico vero si nasconde altrove e si serve proprio di lui come suo agente. L'inganno e la menzogna è pratica costante dei governi. Proseguiamo nella lettura che sarà lenta, trattandosi di appena 100 pagine, facili da maneggiare. E con riserva di continue rielaborazioni e integrazioni del nostro testo, appunto "liquido".
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2. Cosa si intende per "diritti umani"? -  Mi sembra sbagliata, sprecata, l'impostazione che l’autore sta dando al suo libro... I "diritti umani" nascono all'interno del costituzionalismo liberale ed in opposizione all'idea di stato, comunità, popolo... In Cina, nella cultura giuridica cinese, non esiste la nozione di "diritti umani", per la semplice ragione che i cinesi non riescono a concepire l'individuo, il singolo, come staccato e avulso dalla comunità di cui fa parte, sia la famiglia, il villaggio, lo Stato...  E quindi con suoi propri diritti che si oppongono a famiglia, villaggio, Stato... Dal punto di vista nel costituzionalismo liberale, entro il cui ambito pare voglia collocarsi l'Emerito Autore, non ci si può appellare a Stato, Popolo, Diritto contro l'esercizio della libertà di fede, di religione, di culto o peggio ancora pretendendo di stabilirne i contenuti, persino di "derogarli" a capriccio o secondo opinabili ed arbitrari criteri. Scegliersi una fede religiosa e farla propria è precisamente il diritto di un popolo, una sua espressione di sovranità; non può essere qualcosa da utilizzare contro un popolo. Adottare da parte dello Stato croci cristiane, campanili, effigie di Vergini e Santi, privandoli di qualsiasi contenuto di fede ed al solo scopo di contrapporli politicamente ad altra fede religiosa, verso il quale una parte dello stesso popolo va orientandosi è da un punto di vista di genuina fede cristiana blasfemo, sacrilego, pagano, e foriero di una guerra religiosa che appunto il costituzionalismo liberale aveva inteso superare e scongiurare. Si annullano di un colpo solo secoli di civiltà giuridica, per un arretramento verso il quale oggi non sono disponibile neppure i fedeli cristiani e le loro gerarchie ecclesiastiche.  Un simile risorgere all'inizio del terzo millennio è nelle manifeste intenzioni e strategie di un terzo soggetto politico che ha dietro di sè non i rappresentanti autentici delle religioni, ma gli Stati attraverso i loro servizi segreti che facilmente penetrano nelle strutture aperte delle società religiose corrompendo, assoldando, dettando assurde e improbabili interpretazioni religiose di testi sacri, la cui interpretazione compete solo agli stessi fedeli e a teologi riconosciuti.
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3. La maggiore resistenza dell'Islam ai processi di secolarizzazione. - Altra cosa è il rapporto della cultura europea con l'Islam... Ed è falso sostenere che l'Islam sia avulso ed estraneo alla cultura europea, non è tutta e soltanto improntata all'«idea liberale», che oggi appare perfino "obsoleta". Di guasti, drammi, tragedie il liberalismo ne ha prodotti tanti e sarebbe interessante percorrerne la storia, cosa che qui ed ora non possiamo fare... Intanto è dall'Islam che ci è stata restituita la grecità classica. Gli apporti dell'Islam alla cultura europea non sono riconosciuto e studiati come sarebbe auspicabile e necessario. I numeri che qui usiamo per indicare la progressione dei paragrafi si questo nostro testo sono... arabi ovvero islamici. Sempre sul tema dei "diritti umani" mi è capitato di leggere un libretto antologico di pensatori musulmani "sciiti". Qui giustamente si metteva in evidenza che parlare di "diritti umani" rinvia necessariamente alla nozione di "natura umana", "essenza umana": cosa è l'uomo? Ed è sulla nozione di uomo, sulla sua natura terrena o divina, sul suo rapporto con Dio, che può tracciarsi un confronto teologico (non certo bellico e militare!) fra cristianesimo e Islam, e rispettive comunità di riferimento. Se oggi in Europa, grazie al processo di secolarizzazione avviato dall'Illuminismo e dalla rivoluzione francese, vi è stata un'ampia scristianizzazione, non ci si potrà lamentare se permanendo il bisogno di religione, gli europei dovessero tutti o in maggioranza convertirsi all'Islam... Insomma, mi sembra erronea una trattazione dei "diritti umani" concepita come una porta aperta all'Islam, e per questo una porta che bisogna chiudere e serrare... I "diritti umani" sono l'altra faccia della società aperta popperiana, per la quale esistono solo "individui", atomi isolati da ogni contesto sociale, e di questi atomi chi ne ha i mezzi può farne tutto quello che vuole... In questi casi l'Islam offre una maggiore resistenza di quanto ormai le presunte radici "giudaico-cristiane" dell'Europa (come si volevano mettere in costituzione, ignorando l'opposizione fra "giudaico" e "cristiano": un compromesso teologico-religioso che non ha avuto fortuna e che in forte contrasto con il testo evangelico per come appare al fedele cristiano che appena appena sappia leggere) non riescano a fare... Ovviamente, parlare di Islam al di là dei clichè giornalistici non è cosa affatto semplice... Iniziare con i Fratelli Musulmani mi sembra l'avvio più sbagliato che ci potesse essere per una trattazione dei "diritti umani" in opposizione all'idea di "popolo"... Ma sono impaziente e rischio di anticipare troppo le mie prime impressione... Cercherò di astenermi da ulteriori commenti fino alla fine del libro, ma è anche vero che se non scrivo subito le mie impressioni in corso di lettura, queste vanno perse per sempre... Mi riservo perciò ogni rettifica di giudizio, via via che avanzo nella lettura.
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4. I Fratelli Mussulmani. - La connessione Fratelli Musulmani con i servizi segreti inglese e americani (e israeliani) è ormai ben documentata: solo per un avvio di trattazione di una vasta letteratura si veda di Meyssan questi due recenti articolo, estratti da un volume "Sotto i nostri occhi", di cui in facebook, nel mio account, ho già parlato, tirandone pure degli estratti, che adesso vengono offerti direttamente dall'Autore nel blog in italiano Rete Voltaire. Si veda per tutti: a) I Fratelli Mussulmani come forza complementare dell'MI6 e della CIA; b) I Fratelli Mussulmani come ausiliari del Pentagono.  È curioso che l'Autore Emerito del libro ora tradotto in italiano, che si occupa in modo inappropriato di "diritti umani" dei francesi non ne sappia nulla... forse non vuole saperne nulla! Esiste certamente un uso strumentale della religione islamica per fini politici di destabilizzazione e cambio di governi legittimi nello stesso mondo arabo e per alimentare una "strategia della tensione" che in Italia abbiamo conosciuto e la cui matrice più certo è da ricercare nei nostri cugini e fratelli "europei" (una grande famiglia l'Europa: ne vogliamo sempre "di più"!) inglesi e francesi. A finanziare queste frangie islamiche pseudo-religiose sono i paesi con cui i governi "fratelli" di Inghilterra e Francia hanno stretta alleanza e con cui fanno affari: Arabia Saudita, Qatar, Emirati... Gli attentati che avvengono nei nostri paesi nascono nel mondo torbido dei servizi segreti e puntano a trovare il capro espiatorio nell'idea stessa di religione islamica, non già in provocatori e agenti prezzolati, o manipolati, magari dagli stessi servizi francesi. L'Emerito Autore in tutto il suo libretto non ha per nulla considerato che non un arabo immigrato, divenuto cittadino francese, ma anche un francese, radicato in Francia da un migliaio di anni, possa decidere di abbracciare la fede islamica, trovando forse insoddisfacente un cristianesimo secolarizzato e divenuto ormai un vuoto rituale. Se ne hanno perfino esempi illustri in letteratura: Renè Guenon. Il regime "derogatorio" dell'Islam i servizi segreti inglesi, francesi, americani, israeliani lo hanno già abbondantemente applicato, infiltrando una struttura religiosa permeabile, dove non si ha il grado di controllo che ha la chiesa cattolica su tutto l'arco di esistenza dei suoi preti. I "preti" islamici possono facilmente diventare agenti provocatori e spie dei servizi segreti. La teologia è un'altra cosa... e da un punto di vista filosofico e giuridico solo di questa noi possiamo. Le cose di cui parla l'Emerito Autore è materia che più propriamente riguarda il giornalismo d'inchiesta, come quello di Thierry Meyssan, che solo può penetrare e svelare i segreti e le manipolazione di un mondo torbido, necessariamente estraneo a uno studioso utente di biblioteche pubbliche e private.  Sul ruolo della Francia e dell'Inghilterra a partire dai famigerati accordi Sykes-Picot e della Dichiarazione Balfour si veda un articolo di Robert Fisk, appena apparso in traduzione italiana. Da allora la Palestina, mussulmana, ha conosciuto un vero e proprio processo di "pulizia etnic" e di "genocidio", con il patrocinio e la benedizione dell'Occidente di cui parla l'Esimio Autore. In Francia, la comunità ebraica (o almeno la Licra) sostiene apertamente ancora oggi questo processo di pulizia etnica, ed il governo francese intende varare una nuova ulteriore legge per equipara sionismo e antisemitismo. Al riguardo, da parte dell'Emerito Autore, manco il benché minimo cenno critico. In pratica, accoglie e fa proprie le critiche e le rimostranze degli ebrei di Francia contro gli islamici di Francia. La traduzione italiana ha la stessa sponsorizzazione ed esprime interessi degli stessi ambienti, fortemente collegati e coordinati a livello europeo, con alle spalle la potentissima Israel Lobby statunitense.

4.1 Nota: Una ipocrisia infinita ossia chutzpah. - Non esistono solo i libri a stampa, che su questa materia diventano rapidamente obsoleti. Tocca seguire l'informazione quotidiana sul web, infiltrati dai servizi segreti e dove è assodato che dalla Francia siano partiti con il beneplacito, il consenso, il patrocinio, la promozione del governo e dei suoi servizi segreti quanti dovevano andare in Siria per rovesciare il governo legittimo di Assad. L'operazione è fallita ed avendo questi cittadini passaporto francese ritornano ora a casa... L'hasbara di Francia si pone ora il problema di come gestire e governare il rientro, ma non è questo il problema. Non avrebbero mai dovuto partire dalla Francia per andare a fare ciò che hanno fatto in Siria. Invece, sono stati incoraggiati ed armati... Adesso ignorano questo aspetto del problema che conduce alle responsabilità politiche della manipolazione. Dubito che queste responsabilità emergeranno, ma in compenso la propaganda andrà avanti con più intensità e faccia tosta. Potranno anche avvalersi di collaborazioni accademiche che dovrebbero dare credibilità a una operazione sporca fin dal suo concepimento.
 (continua)
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mercoledì 3 luglio 2019

«I diritti dell'uomo contro il popolo», di J.L. Harouel, recensito da T.K. de la Grange


Jean-Louis Harouel I diritti dell’uomo contro il popolo Liberilibri, Macerata 2019, pp. 104, € 15,00

Almeno fino alla prima metà del secolo scorso era abituale, negli scrittori di politica e diritto pubblico, rilevare che la prima “divisione dei poteri” nello Stato moderno non è quella, più nota, di Montesquieu, ma l’altra tra potere temporale e potere religioso.
Lo si può leggere (tra i tanti) in M. Weber, G. Mosca, M. Hauriou. E si accompagna alla notazione che tale distinzione è tipica della civiltà cristiana. Max Weber notava che vi sono solo due religiosi al mondo che separano nettamente potere temporale e non: una è il cristianesimo. Mosca sostiene che il primo elemento per ottenere la difesa giuridica dei diritti individuali è “la separazione del potere laico dall’ecclesiastico” tipica del cristianesimo[1].
In seguito queste considerazioni hanno perso d’importanza: pareva ovvio che una costituzione dello Stato “sociale” separasse tali poteri, così come assicurasse diritti di libertà, divisione dei poteri, uguaglianza e così via. Il fatto che il tutto sia dovuto al cristianesimo e che nella storia sia un’eccezione (oltretutto, anche nella civiltà cristiana, spesso controversa) e non la regola è stato dimenticato.
È quindi assai interessante che questo denso saggio inizi ricordando tale differenza tra Europa (cioè cristianesimo) occidentale ed Islam, che comporta la difficoltà estrema per i musulmani di accettare norme ed istituzioni che su quella separazione si fondano. Ancor più il lettore ricorderà la discussione sulle “radici giudaico-cristiane” dell’Europa, che sono un fatto storico e che gran parte delle élite europee voleva togliere dal testo della “Costituzione” europea: col risultato di far fallire il progetto, d’altronde, in quei termini, di utilità più che dubbia.
Scrive Harouel che “È un errore considerare l’Islam soltanto come una religione e definire la sua collocazione nelle società occidentali unicamente sotto il profilo della libertà religiosa, perché l’Islam ha una fortissima dimensione politica … L’Islam è insieme religione e regime politico, e addirittura la parola dîn non significa religione ma legge”.
Ad integrare i musulmani residenti in Europa, serve pertanto poco “la religione secolare dei diritti dell’uomo” come sostiene l’autore. Questa ha anch’essa delle radici: ma nell’eresie cristiane. In particolare nella gnosi (Marcione)  e nel millenarismo (Gioacchino Da Fiore). È noto che da tempo sono state affermate le influenze gnostiche e millenariste sul marxismo-leninismo. Dopo il collasso del comunismo, si sono trasferite nella “religione dei diritti dell’uomo”. Anche perché, hanno trovato dopo la fine dei partiti comunisti un ricco vivaio di profeti disoccupati, ansiosi di trovare, paretianamente, nuove derivazioni per sostituire quelle sconfitte dalla storia e, così, tirare a campare. Capisaldi della nuova religione sono la fede nel progresso e il memismo cioè la negazione delle differenze tra uomini e l’affermazione dell’interscambiabilità di tutti gli uomini e quindi dei popoli.
Con ciò è stato cambiato il concetto e il modello del liberalismo democratico (appropriandosi del termine) “sotto l’effetto della religione dei diritti dell’uomo, si è adottata una concezione sensibilmente diversa della democrazia, lontanissima dal modello classico della democrazia liberale: sovranità del popolo e difesa dei cittadini contro gli eccessi del potere grazie alle libertà pubbliche. In questa nuova versione, la democrazia è diventata fondamentalmente culto dell’universale e ossessione dell’apertura all’altro con relativa svalutazione della sovranità del popolo. Se si decide che è questa la democrazia vuol dire che la classica democrazia liberale non era democrazia. Si è stabilito che i valori della religione dei diritti dell’uomo fossero i veri valori democratici. Essendo questi nuovi valori esclusivamente universalisti, nessun popolo europeo può sentirsi legittimo poiché solo l’umanità lo è”. E la religione dei diritti dell’uomo ha fatto “saltare” il confine tra diritto e morale, cioè tra coazione e coscienza (persuasione).
Così l’amore verso il prossimo, da precetto evangelico e dovere morale si è trasformato in norma giuridica e in decisioni giudiziarie. La morale dell’umanitarismo è imposta con i carabinieri “Questo strano fenomeno è stato perfettamente analizzato dal decano Carbonnier. Come lui osserva, esiste, sin dall’inizio, nei diritti dell’uomo, l’idea di una fraternità umana e dunque di un dovere di amore verso l’altro. Ma questa dimensione dei diritti dell’uomo è restata a lungo soltanto nel registro della morale individuale”; ma “Tutto è cambiato nella seconda metà del XX secolo. Dopo l’entrata in vigore della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo del 1950, si è progressivamente imposto un vero culto dei diritti dell’uomo … Sono passati in secondo piano i diritti individuali di base, i diritti-libertà riconosciuti agli individui per garantirli contro possibili abusi da parte dei loro governanti: libertà di movimento, sicurezza, inviolabilità del domicilio e della corrispondenza, libertà di pensiero e di opinione, libertà d’espressione. Il centro di gravità della morale dei diritti dell’uomo si è spostato verso il principio di non-discriminazione, che è diventato il principio fondante dei diritti dell’uomo”. Lo Stato diventa un dipartimento della morale umanitaria ma ciò comporta “un vero tradimento del popolo da parte dello Stato. Perché se ogni Stato ha dei doveri verso l’umanità esso ha dei doveri prioritari verso il Paese di cui costituisce il volto costituzionale. Esso deve vegliare per prima cosa sui suoi interessi, la sua prosperità, la sua prospettiva futura. Ma, in Europa occidentale e in Francia meno che altrove, lo Stato non ha quasi nessuna preoccupazione per gli interessi concreti del popolo. Poco importa il suo avvenire”. D’altra parte “amare il proprio nemico, porgere l’altra guancia: sono dei percorsi di santificazione individuale, non delle regole di diritto che si possono imporre a tutta una popolazione. Il millenarismo dell’amore per l’altro spirito fino al disprezzo di sé causa la morte delle società che vi si abbandonano”. Per continuare ad esistere “il popolo di questo Paese deve rompere con la religione suicidaria dei diritti dell’uomo. Il bisogno vitale di questo popolo non è quello di essere protetto contro i suoi governanti dai diritti dell’uomo, ma di essere protetto dai suoi governanti contro i diritti dell’uomo”.
Nel complesso un saggio che condensa in poche ma dense pagine errori, ingenuità, derivazioni di un’ideologia quanto mai pericolosa e la quale ignora gran parte dei capisaldi del pensiero politico e giuridico europeo. Solo per questo un ottimo motivo per leggerlo e tenerlo a mente.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1] Elementi di scienza politica Cap. V, VIII

lunedì 1 luglio 2019

«Il manicomio del mondo»: una recensione di T. Klitsche de la Grange a Maffeo Pantaleoni


Maffeo Pantaleoni, Il manicomio del mondo, pp. 184, € 18,00, Liberilibri, Macerata 2019.
Iniziativa meritoria questa dell’editore, di aver ristampato un’antologia degli Erotemi di economia di Pantaleoni curata da Sergio Ricona negli anni ’70 per l’editore Volpe (ora arricchita da un’introduzione di Manuela Mosca). Meritoria perché Pareto e Pantaleoni furono gli studiosi italiani i quali tra al fine dell’800 e il primo quarto del 900 riportarono la scienza economica italiana all’attenzione di quella internazionale; ma mentre per Pareto, almeno fuori d’Italia, quella è mai mancata, Pantaleoni è stato dimenticato.
L’antologia prova quanto a torto: e ciò per due ragioni principali: la prima che quanto scrive Pantaleoni spesso si può utilmente applicare a eventi accaduti nel (quasi) secolo trascorso dalla morte dell’economista. Ad esempio alla lotta di classe, intesa nel senso marxista del conflitto tra borghesi e proletari. Scrive Pantaleoni “Gli uomini si sono sempre distinti con contrassegni in classi, le quali hanno avuto e hanno tutt’ora i più svariati criteri di classificazione: la nobiltà, la professione, l’appartenenza ai conquistatori o ai conquistati, la fede politica, la fede religiosa, il sesso, l’età e via dicendo”; in ogni società, ma in quelle moderne soprattutto “L’appartenenza dei medesimi individui, cioè di tutti gli individui costituenti un consorzio politico, a molti e diversi gruppi di interessi, e la crescente moltiplicazione delle specie di interesse alle quali ciascun individuo appartiene simultaneamente, è un fatto che rende impossibile, ossia annulla, i contrasti di classe, le bipartizioni e tripartizioni della società, che sono il fondamento di molte speculazioni socialistiche e socialistodi”; per cui “Il fatto vero è che il medesimo individuo appartiene in un medesimo momento a un gruppo etnico avente interessi in lotta con coloro che appartengono a altri gruppi etnici… che sarà cattolico o massone e quindi in lotta con massoni o cattolici, che sarà monarchico o repubblicano o socialista o sindacalista o conservatore, o progressista, o radicale”. Orbene dopo il crollo del comunismo è evidente che il conflitto borghesi/proletari è stato neutralizzato e spoliticizzato; ne hanno preso il posto altri conflitti i quali con la scriminante della proprietà (o meno) dei mezzi di produzione hanno poco (o punto) a che fare (e talvolta neppure matrice economica).
La seconda è che l’opera appare una confutazione dei luoghi comuni del socialbuonismo di ieri come di oggi a leggere in particolare (tra gli altri) i capitoli sul merito e sulla giustizia.
In conclusione, come scrive Manuela Mosca nell’introduzione “il presente volume resta prezioso anche per i non specialisti. Pubblicato da Ricossa per far conoscere il suo originalissimo pensiero a chiunque desiderasse farsi un’idea di chi egli fosse e di che cosa pensasse, resta il libro da consigliare senza esitazione a coloro che volessero incontrare per la prima volta questo grande italiano”.
Teodoro Klitsche de la Grange

martedì 21 maggio 2019

Ripubblicazione a mio nome di vecchi testi: nomi di persone vittime in violazione del diritto alla loro libertà di pensiero.

Nota redazionale:
l'aver collaborato in passato con me, o aver condiviso battaglie di civiltà e di libertà, può rappresentare un rischio... Mi rendo conto, ma al tempo stesso ricordo a nemici e detrattori che sono innocente ed esente da ogni colpa, da ogni titolo di reato, anche minimo, e questo posso dirlo al termine di una vita, spesa negli studi e per la libertà di ognuno, specialmente nei casi più marginali, dove si è da tutti abbandonati. Per questi principi non ho mai esitato nel sacrificare il mio utile privato, senza rimpianti e senza ripensamenti.
• Ripubblico un solo testo di una serie cancellata. Al tempo stesso confermo la mia intenzione di terminare la traduzione del testo di Jürgen Graf... che è rimasta interrotta. Se non l'ho ancora fatto, è solo per mancanza di tempo e per il prevalere di altri interessi e impegni.


 

"Civium Libertas" ha seguito (e continuerà a farlo in futuro) i casi di numerose persone che, solo per aver espresso le proprie opinioni o cercato di condurre in maniera autonoma e secondo coscienza il proprio lavoro, sono state perseguitate in vario modo: censurate, licenziate dal lavoro, incarcerate, private dei diritti civili, costrette all'esilio. Quello che segue è un indice di tale attività condotta dal nostro blog. I nomi sono inseriti in rigoroso ordine alfabetico, non di gravità dell'oppressione subita.Abu El Haj, Nadia (archeologa, U.S.A.)
Graf, Jürgen (storico, Svizzera)
Herman, Eva (presentatrice televisiva, Germania)
Honsik, Gerd (scrittore e poeta, Germania)
Pallavidini, Renato (professore di scuola media superiore, Italia)


T. Klitsche de la Grange: «La guerra di Mario».


LA GUERRA DI MARIO
La recente affermazione di Monti che una vittoria dei sovranisti in Europa avrebbe portato alla guerra (sembra tra gli Stati dell’UE, ma non è del tutto sicuro) ha raccolto commenti che vanno dall’imbarazzato (Zingaretti) all’irrisorio (Salvini), passando tra tutti i toni dell’incredulità e dello scetticismo.
Tuttavia l’uscita di Monti, che coniuga l’aspirazione alla sovranità con la possibilità di guerra merita qualche approfondimento, al di la dell’evidente – ed esternato - fine di spaventare l’elettorato che si accinge a votare.
Che il fine della sovranità, come elaborato in qualche secolo di pensiero moderno, sia quello di proteggere efficacemente la comunità politica nonché i diritti - in primis alla vita e all’esistenza ordinata - dei cittadini è cosa risaputa, evidenziata con chiarezza e razionalità da Hobbes. Che a tal fine non fossero idonee le monarchie feudali (o lo fossero poco), di guisa che Hegel le GIUDICAVA anarchie, è altrettanto noto.
Per tale scopo venne giustificato lo Stato assoluto (e sovrano), al quale riuscì sul piano interno di relativizzare  e neutralizzare i conflitti, in primo luogo il più polemogeno di tutti, all’epoca quello religioso; sul piano esterno attraverso gli eserciti stanziali (e lo sviluppo di una burocrazia moderna) a garantire un efficace difesa contro le invasioni cicliche dei popoli nomadi e comunque non-europei nonché a sviluppare il commercio internazionale e l’espansione coloniale. Che a tali fini fosse necessario ricorrere alla guerra – anzi che le nascenti sovranità avessero il monopolio della violenza legittima e così anche della guerra -  nessuno lo dubitava. Tanto per renderlo chiaro già nel frontespizio della prima edizione del Leviathan, questo è raffigurato come un gigante con la spada nella mano destra.
Come scriveva Machiavelli i mezzi del Principe (della politica) sono due: quello della volpe (l’astuzia) e l’altro del leone (la forza). Rinunciare a quest’ultimo è il sogno - trasformatosi spesso nell’incubo di guerre (impreviste e impreparate) - dei pacifisti. In effetti per impedire i conflitti un mezzo c’è: la sottomissione, dato che per fare la guerra bisogna essere in due, aggressore ed aggredito. Ma se questo si arrende, lo scopo della guerra, che è quello di imporre al nemico le nostre volontà (Clausewitz e Gentile), è raggiunto: e usare le armi, a quel punto, è costoso e controproducente, quindi inutile. Come capitato nella storia moderna fino all’autoestinzione dello Stato aggredito: Venezia nel 1799, la Cecoslovacchia e gli Stati baltici nel 1939, con la giustificazione in tali casi che il dislivello di potenza tra aggressori ed aggrediti era tale che ogni resistenza era inutile. La pace di sottomissione era pagata con la perdita dell’esistenza politica del sottomesso.
E veniamo alla situazione contemporanea. Lo scopo della guerra (imporre la propria volontà) si raggiunge oggigiorno per lo più non mediante generali, marmittoni, missili e carri armati, ma, come scritto in un noto libro da due “bravi colonnelli” cinesi, con manovre economiche e finanziarie, controllo dell’opinione pubblica, incursioni informatiche, ossia con l’uso di mezzi non violenti, d’altra parte sempre impiegati, ma con maggiore parsimonia anche in altre epoche.
Questo – l’assenza, o meglio la rarefazione delle guerre – non significa né che venga meno l’ostilità né che siano eliminati i conflitti d’interesse (anche) tra gli Stati. E per difendersi non è spesso necessario l’uso di mezzi violenti; quello che invece lo è, è la volontà di difendere l’interesse nazionale. Ne sta dando continui esempi Trump, con minacce soprattutto di misure economiche (protezioniste) ma di cui è altrettanto evidente sia il carattere di strumenti di una competizione di potenza, sia quello di protezione degli interessi americani. American first non implica i marines al portone di casa, ma sicuramente misure e rappresaglie non militari, comunque idonee a realizzare un diverso – e non penalizzante per gli USA - rapporto tra Stati (e Nazioni). Fin da quando fu teorizzata la “ragion di Stato” questa non ha significato l’uso sconclusionato e ridondante della forza, ma l’impiego razionale dei mezzi idonei a promuovere gli “interessi degli Stati”, cioè quello che Trump, Salvini, Le Pen, e sovranisti ripetono molto spesso. Perciò le alternative reali non sono la pace o la sovranità, come pensa l’ex-Rettore, ma la tutela degli interessi nazionali o la loro subordinazione ad altri,
I quali poi, nel mondo globalizzato, per lo più non sono neanche quelli di altri popoli, ma di poteri forti e talvolta occulti che non  sono sintesi politiche, e tantomeno hanno carattere democratico. Perché alle democrazie è necessario il popolo, del quale quei poteri fanno tanto volentieri a meno. Ancor più quando questo ha la pretesa di essere sovrano, cioè di decidere del proprio destino, compresi i rischi che ciò comporta. Che poi sono relativi, perché si può “rinunciare” alla propria sovranità ma non alla sovranità, che se non è la propria è quella degli altri. I quali (altri) decidono chi è il nemico cui è necessario muovere guerre. Come ben sapevano i romani, i quali alle comunità sottomesse toglievano il potere di decidere chi fosse il nemico o l’amico. Con il risultato dover far le guerre e combattere il nemico degli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange
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martedì 14 maggio 2019

Sulla «sovranità» una recensione di T. Klitsche de la Grange a C. Galli

Carlo Galli Sovranità Il Mulino, Bologna 2019, pp. 154, € 12,00
Uno degli effetti dell’esplosione dei partiti sovran-popul-idealitari è di aver tolto dal cono d’ombra creato nella seconda metà del novecento il concetto di sovranità.
Solo a parlare del quale si era spesso stigmatizzati come reazionari, sciovinisti e, in una logica tutta contemporanea, fascisti. Che la sovranità nazionale fosse stata la bandiera di Mazzini e Garibaldi, dei patrioti polacchi ed irlandesi, dei coloni americani e, anche se meno enfatizzata, di tanti partiti comunisti (da quello cinese a quello vietnamita), non valeva a questa legittima aspirazione/concetto, di essere sottratto all’anatema dell’oblio, al doversi rassegnare a un posto nell’archivio della Storia.
È quindi assai interessante questo saggio di Carlo Galli che ripercorrendo la storia dell’idea di sovranità e le concezioni della stessa colloca “le cose a posto” nella prima parte, per poi formulare le conclusioni negli ultimi due capitoli.
Non è il caso di ricordare al lettore il percorso che fa Galli nella prima parte, sintetica ed esauriente.
Importante è ricordare comunque alcuni connotati fondamentali della sovranità. Questa, nata con Bodin nell’intento di neutralizzare i conflitti di religione (avente funzione cioè di decisione-neutralizzazione del conflitto), fu pervertita nel fine dai totalitarismi del novecento: da strumento di protezione della società (individualistica) borghese (Hobbes), era diventato quello di affermazione aggressiva del “noi” comunitario (classe, nazione o razza); ed è stata superata dalla sconfitta dei totalitarismi (nel 1945 e nel 1989).
Altro punto – dall’autore passato ripetutamente in esame - è che il rapporto conflitto/sovranità è l’inverso di quanto pensano i “politicamente corretti”. Non è la sovranità a creare i conflitti: in effetti è il contrario. Se non vi fossero conflitti, se gli uomini fossero angeli, di sovrani (e anche di governi) non se ne avrebbe bisogno.
Resta il fatto che dalla lotta e dall’ostilità come presupposti del politico (Freund) non si può prescindere: “la sovranità è il farsi carico del fatto che all’origine della normalità c’è l’incompletezza dell’esistere associato”. Al sovrano, inoltre, compete non solo (e non tanto) dare delle norme, ma, ancor di più, decisioni per applicare quelle o anche per derogarle nello stato di eccezione (Schmitt).
La sovranità, inoltre, è realismo e prudenza politica, non “ipertrofia” dell’Io, individuale o collettivo “Sovranità per un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come organizzare l’interdipendenza fra più soggetti politici... Quindi sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà”
Pertanto alla domanda di sovranità contemporanea occorre dare risposte non demonizzaitrci (come quelle delle élite declinanti): nelle concezioni delle quali sintetizzate da Galli “Il funzionamento della politica interna è la governance, cioè la mediazione, fin che si può; ma quando ci sono ostacoli … allora interviene la decisione politica…. La politicità implicita nel sistema torna a farsi esplicita”. La governance è insomma una politica in maschera: una politica che non ha il coraggio di qualificarsi tale, ma non rinuncia ai mezzi propri: forza ed astuzia. In effetti una sovranità mistificata.
Come sostiene Galli: “Il problema, semmai, è decifrare quanto la richiesta di sovranità che nasce nelle società occidentali sia funzione del dominio già esistente, che cambia forma e legittimazione per mantenere la propria valenza oppressiva, o quanto al contrario quella richiesta sia uno sforzo di risolvere in direzione emancipativa le contraddizioni dell’oggi. Per gran parte dei cittadini europei la richiesta di sovranità politica è il ritorno alla funzione protettiva, la prima prestazione della sovranità … è insomma sintomo di una sofferenza economica e psicologica, di un’autodifesa della società davanti all’eccesso di movimento, di mobilità, di instabilità”. E la stessa domanda di sovranità non ha finalità imperialiste o iperpolitiche “ha più il segno della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del «politico», della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato guerriero”. L’autore conclude “La tesi di questo libro è che la sovranità è una tematica ineludibile, e che – se l’Italia non vuole sperimentare la «non-sovranità in un solo Paese» - va trattata seriamente, in chiave storica e politica, e non con anatemi”. Anche se la richiesta di sovranità è superficiale, carente di capacità progettuale e di direzione politica incerta, chi oggi teme la democrazia “illiberale” dovrebbe chiedersi quanto sia il “tasso di democraticità” del “neoliberismo” o di altre “ideologie” post moderne che della sovranità pretendono (e credono) di fare a meno.
Per cui “un tempo il pensiero non conformista doveva criticare la sovranità e la sua pretesa di autosufficienza, la sua intrinseca alienazione, la violenza implicita nelle sue istituzioni. Oggi, davanti ad altra violenza, ad altra alienazione, ad altra pretesa di autosufficienza deve vedere nelle pur contraddittorie richieste di sovranità il sintomo dell’esigenza di ritrovare un approccio integrale, ed emancipativo, alla politica”.
Un saggio, in definitiva, la cui lettura è la migliore difesa contro gli idola dei mass-media allineati al (non-) pensiero unico.
Teodoro Klitsche de la Grange

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