martedì 19 settembre 2017

Teodoro Klitsche de la Grange: «Sovranismo e libertà politica»

SOVRANISMO E LIBERTÁ POLITICA

1. Se si chiedesse, in un’inchiesta demoscopica, a cosa fa pensare la parola “sovranità”, oltre a una maggioranza di risposte improbabili, qualcuno risponderebbe ad una “autorità che giudica con decisioni inappellabili su ogni possibile oggetto e rapporto”. L’elemento più importante di una simile “definizione” è il soggetto, ossia che si tratta di un’ “autorità”. E ciò coincide con la concezione della sovranità interna allo Stato (alla sintesi politica). Se tuttavia si analizzano meglio, dal lato esterno, gli elementi essenziali del concetto, è necessario introdurre, per ottenere una definizione esaustiva (che ne comprenda quanti più elementi essenziali), il termine “antitetico” ad autorità, e cioè libertà. E questa non è contraddizione ma complementarietà: nella storia la formazione di sintesi politiche (Stati) si è realizzata, verso l’interno con la riduzione-relativizzazione dei poteri intermedi e, in una certa misura, dei diritti individuali, ossia nella costruzione di un potere irresistibile; all’esterno, attraverso la rivendicazione della esistenza politica indipendente (ovvero libera da interferenze e rapporti ineguali) della comunità (dell’istituzione) che rivendicava la sovranità.

La prima espressione politico-costituzionale di ciò l’offre la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti: “Quando nel corso degli umani eventi si rende necessario ad un popolo sciogliere i vincoli politici che lo avevano legato ad un altro ed assumere tra le altre potenze della terra quel posto distinto ed eguale cui ha diritto per Legge naturale e divina…” (1).

Questa è conseguenza naturale del potere (pubblico, di cui la sovranità e la “figura” apicale) di avere in se quali “poli” autorità e libertà e di doverli contemperare, senza poterli eliminare. Come scriveva de Maistre, è connaturato allo spirito europeo gravitare verso “quello Stato in cui il governante governa il meno possibile, e il governato è meno possibile governato. Sempre in guardia contro i suoi padroni, l’europeo ora li ha scacciati, ora ha opposto loro delle leggi. Ha tentato di tutto, ha esaurito tutte le forme immaginabili di governo per fare a meno di padroni o per ridurre il loro potere” onde “il più grosso problema europeo è di sapere come si possa ridurre il potere sovrano senza distruggerlo” (2).

Il problema, sosteneva de Bonald, consiste nel fatto che il potere è per sua natura indipendente: “Ogni potere è necessariamente indipendente dai soggetti sottoposti alla sua azione …. Potere e dipendenza si escludono l’un l’altro per definizione, come rotondo e quadrato” (3); onde, sul piano interno (allo Stato) conciliare potere e controlli sul potere è arduo e si corre il rischio o l’indebolire troppo il primo o, di converso, i secondi (4); perché, come riteneva de Bonald “il potere è esercitato in virtù di certe leggi che costituiscono il modo della sua esistenza e ne determinano la natura, e quando vien meno a queste leggi, pone in forse la sua esistenza, si snatura e cade nell’arbitrio” (5).

2. Nella dottrina dello Stato borghese la sovranità come indipendenza dall’esterno è – come in ogni Stato sovrano – riconosciuta, senza alcuna differenza rilevante rispetto a quella dello Stato assoluto.

Verso l’interno, invece, all’ “espropriazione/riduzione” dei poteri intermedi (connessa al principio di funzionalizzazione, per cui ogni potere pubblico è funzione, inalienabile ed inappropriabile da chiunque e attribuito alla sintesi politica) si accompagna la tutela dei diritti fondamentali (cioè della divisione Stato/società civile) e la distinzione dei poteri (nel senso di Montesquieu) con la conseguente giuridificazione dei rapporti di subordinazione/coordinazione tra potestà, organi, uffici pubblici.

 La combinazione del potere sovrano con i principi sopra ricordati dello Stato borghese ha fatto sì che l’esercizio delle manifestazioni peculiari di quello fosse confinato nell’emergenza: solo quando ricorre questa, l’“état de siége”, l’“Ausnahmezustand” o la “necessità” di Santi Romano, il potere sovrano manifesta tutto il proprio carattere d’assolutezza e definitività con la sospensione (anche) dei diritti fondamentali e vistose deroghe a competenze e assetti degli organi pubblici. Ovviamente questo è il caso classico dell’ “eccezione che conferma la regola”, cioè che il sovrano, in applicazione del detto romano salus rei publicae suprema lex, ha il potere di sospendere – nelle parti più garantite – il diritto (e i diritti) vigenti ove l’esistenza della comunità lo richieda.

Quanto all’aspetto esterno, i costruttori e i teorici dello Stato borghese, non avevano dubitato della sovranità della Nazione: a partire da chi, come Sieyès ne aveva fatto il centro delle rivendicazioni rivoluzionarie, e dal Comitato di salute pubblica de “La patrie en danger”; fino ai liberali e ai mazziniani del Risorgimento che volevano costituire, e costituirono, lo Stato quale istituzione politica della comunità nazionale, in un ordine internazionale in cui questa assumeva il proprio posto, uguale e libero come e tra le altre. Giustamente Benedetto Croce sosteneva che il capolavoro del liberalismo dell’‘800 fosse il Risorgimento italiano (6); con esso si costituirono insieme lo Stato nazionale (altrove opera della monarchia assoluta) e liberale: la sovranità (nell’ordinamento internazionale) e la libertà individuale e sociale.

Comunque nel pensiero liberale si è spesso fatta strada l’idea – peraltro tutt’altro che peregrina, attesi gli eccessi della rivoluzione francese, che, come scriveva Orlando “indebolire il potere è rinforzare la libertà” (7), e che è l’esatto opposto di quello che pensava Hegel ossia “che lo Stato è la realtà della libertà concreta” (8).

Nel XIX secolo tuttavia la conciliazione delle istanze della borghesia, integrata nelle strutture dello Stato attraverso (soprattutto) i Parlamenti e il carattere (relativamente) moderato della lotta politica fece si che la “contraddizione” autorità/liberta non fosse collocata ai posti prioritari dell’agenda politica. Nella prima metà del ‘900 si cercò di “conciliare” altrimenti il rapporto, eliminando (o credendo) di eliminare le sovranità.

Come scrive Schmitt nella Politische Theologie, furono in particolare Kelsen e Krabbe a sostenere ciò (9)  e il giurista di Plettenberg lo considerava conseguenza (logica) dell’ideologia liberale (10).

Altra conseguenza di un liberalismo debole contemporaneo è la dottrina del c.d. “neocostituzionalismo”, del quale L. M. Bandieri in un denso saggio (11) sostiene essere un normativismo di valori e non di norme.

3. Il c.d. “sovranismo” (male assoluto – almeno secondo le classi dirigenti in affanno), non è né contrario alla concezione liberal-borghese, almeno nelle sue connotazioni tradizionali (sopraricordate), né oppressivo della libertà, almeno se inteso come normalmente sembrano intenderlo i “sovranisti”, ossia quale difesa della autodeterminazione e dell’identità dei popoli. Tantomeno è poi contrapposto alla democrazia, anzi ne è conseguenza necessaria.

Quanto al primo aspetto è chiaro che altro è compulsare delle libertà civili e politiche all’interno, altro è deciderlo per proteggere la comunità dalle aggressioni e interferenze esterne.

L’ultimo esempio di ciò è stato l’ Ètat d’urgence deciso da Hollande (certo non un sovranista) in Francia: è vero che comporta, come tutte le emergenze  delle limitazioni alla libertà, ma, a parte la prassi consolidata al riguardo (anche delle liberaldemocrazie), cioè che lo distingue da situazioni apparentemente analoghe (regime dei colonnelli et similia) è lo scopo: li è di sopprimere la libertà, qua di conservarne gran parte, limitandone strettamente necessario (12). 

4. Scriveva S. Tommaso che è libero chi è causa di se (del suo): liber est qui causa sui est (13). Tale definizione metafisica della libertà pare la più adatta per significare essenza e condizione della sovranità. In tal senso il concetto di “suità” che se ne ricava corrisponde a quanto scrive Santi Romano per distinguere tra istituzione “perfetta” a quella che non lo è “Ci sono istituzioni che s’affermano perfette, che bastano, almeno fondamentalmente, a se medesime, che hanno pienezza di mezzi per conseguire scopi che sono loro esclusivi. Ce ne sono altre imperfette o meno perfette, che si appoggiano a istituzioni diverse, e ciò in vario senso. Può darsi infatti che a quest’ultimo esse siano soltanto coordinate; talvolta invece si hanno enti maggiori in cui le prime si comprendono e a cui sono subordinate” (14). 

D’altra parte sempre l’Aquinate sosteneva che è servo chi è di altri (servus autem est, qui id quod est, alterius est); e – commentando la “Politica” di Aristotele – la comunità politica perfetta è quella ordinata a garantire i mezzi ad un’esistenza indipendente.

Anche Bodin scriveva che sovrano è chi non dipende da altri (15).

Applicando tali criteri non sono né libere, né comunità perfette quelle che giuridicamente e politicamente dipendono da altri e pertanto non hanno la piena disponibilità di determinare i propri scopi né i mezzi per conseguirli. Questa, in diritto internazionale, era la condizione degli Stati sotto protettorato al tempo del colonialismo.

5. E questa indipendenza intesa come libera auto-determinazione e quindi indipendenza da altri, è l’essenza delle rivendicazioni sovraniste.

Anche se spesso i leaders politici identitari insistono su una pluralità di aspetti e di criteri differenziali (in particolare culturali, religiosi ed etnici) atti a discriminare tra cittadini e non, la suità, come libera autodeterminazione delle comunità e quindi degli scopi e dei mezzi appare il punto d’Archimede della loro concezione. E non solo perché la composizione di un’unità politica, la concessione della cittadinanza a gruppi di non-cittadini alterano il tutto, ma perché se sono libera determinazione della volontà comunitaria, non ledono il principio dell’essere causa sui.

Occorre, per chiarire il tutto, ricordare quanto sosteneva Renan nella celebre conferenza Qu’est-ce-que une nation? e adattarlo mutatis mutandis alla questione. Dopo aver affermato che “l’essenza di una nazione sta nel fatto che tutti i suoi individui condividano un patrimonio comune”; patrimonio che consiste di più legati: etnia, religione, lingua, geografia, comunanza d’interessi. Ma questo, prosegue Renan, non esaurisce quanto necessario per costituire una nazione. “Una nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose, le quali in realtà sono una stessa cosa sola, costituiscono quest’anima e questo principio spirituale: una è nel passato, l’altra è nel presente. Una è un comune possesso di una ricca eredità di ricordi: l’altra è il consenso presente, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità ricevuta indivisa. L’uomo, signori, non s’improvvisa”. La nazione “Presuppone un passato, ma si riassume nel presente attraverso un fatto tangibile: il consenso, il desiderio chiaramente espresso di continuare a vivere insieme. L’esistenza di una nazione è (mi si perdoni la metafora) un plebiscito di tutti i giorni” perché “L’uomo non è schiavo né della propria razza, né della lingua, né della religione, né del corso dei fiumi, né della direzione delle catene montagnose. Una grande aggregazione di uomini, sana di spirito e generosa di cuore, crea una coscienza morale che si chiama nazione”. E chiarisce ulteriormente cosa intendeva “Se si sollevano dubbi sulle frontiere, consultate le popolazioni coinvolte. Esse hanno ben diritto di dare un parere sulla questione. Ecco una cosa che farà sorridere i geni della politica, quegli esseri infallibili che passano la vita a sbagliare e che, dall’alto dei loro superiori principi hanno compassione della nostra modesta proposta. Consultare le popolazioni! Quale ingenuità! È proprio una di quelle misere idee francesi che pretenderebbero di sostituire la diplomazia e la guerra con mezzi di così infantile semplicità”.

6. La sovranità è necessaria per avere un futuro comune; lo è ancor più per decidere quale debba essere. Se è democratica, non può prescindere dalla volontà popolare.

E d’altra parte le volontà “altre” nel modo contemporaneo sono meno quelle degli altri Stati che dei cosiddetti “poteri forti”, la cui caratteristica comune - che accomuna chiese e logge, sindacati e corporazioni - è di non essere democratici (quasi sempre), e sempre se ci riferisce alla volontà sovrana nella sintesi politica.

Non si capisce di converso, come sia possibile determinare un destino comune di un mondo globalizzato, in cui manca sia la comunità, e più ancora, un’istituzione politica credibile e responsabile. Nel noto saggio Impero di A. Negri e M. Hardt, la forma di governo dell’ “Impero” consiste in una nebulosa fatta di organizzazioni internazionali, lobby, FMI, Banca mondiale, sette, clubs, imprese multinazionali, in effetti prive di forma, intesa questa nel senso di un’istituzione capace di determinare pubblicamente e responsabilmente scopi (e mezzi) dell’esistenza comunitaria e dotata delle capacità e attribuzioni conferite all’uopo.

Tutte cose che si trovano in uno Stato sovrano ben ordinato e perfino in Stati relativamente disordinati, ma che non è dato percepire e distinguere in un quid senza forma e responsabilità. Per cui, in mancanza di alternative reali, è meglio tenersi il vecchio: Stato sovrano, democrazia e responsabilità dei governanti verso i governati.

Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE

(1) E conclude “Noi, pertanto, rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso generale, appellandoci al Supremo Giudice dell’universo quanto alla rettitudine delle nostre intenzioni, solennemente proclamiamo e dichiariamo, in nome e per autorità dei buoni Popoli di queste Colonie, che queste Colonie Unite sono, e devono di diritto essere Stati liberi e indipendenti; che sono disciolte da ogni dovere di fedeltà verso la Corona britannica e che ogni vincolo politico fra di esse e lo Stato di Gran Bretagna è e dev’essere del tutto reciso; e che quali Stati Liberi e Indipendenti, esse avranno pieno potere di muovere guerra, di concludere la pace, di stipulare alleanze, di regolar il commercio, e di compiere tutti quegli altri atti che gli Stati Indipendenti possono di diritto compiere” (il corsivo è mio).

(2)  Du Pape, I

(3) Observations sur l’ouvrage De M. me La Baronne De Staël  trad. it. «La costituzione come esistenza» Roma 1985 p. 51.

(4) Va da se che, in uno Stato liberale il problema è insopprimibile, perché, come scritto nel “Federalista” dato che gli uomini non sono angeli e non sono angeli i governanti occorrono sia i governi che i controlli sui governi.

(5) Op. loc. cit.

(6)  “Se per la storia politica si potesse parlare di capolavori come per le opere dell’arte, il processo della indipendenza, libertà e unità d’Italia meriterebbe di esser detto il capolavoro dei movimenti liberali-nazionali del secolo decimo-nono: tanto ammirevole si vide in esso la contemperanza dei vari elementi, il rispetto dell’antico e l’innovare profondo, la prudenza sagace degli uomini di stato e l’impeto dei rivoluzionari e dei volontari, l’ardimento e la moderazione; tanto flessibile e coerente la logicità onde si svolse e pervenne al suo fine” Storia d’Europa nel secolo XIX, p. 224, Bari 1938.

(7) Più estesamente: “Gli Stati moderni europei retti con forme libere, sono detti per antonomasia rappresentativi, ma non è men vero che tutti gli Stati rappresentino il popolo, qualunque sia la loro forma. Ed è un altro pregiudizio che da quello deriva e che i casi speciali dell’epoca presente han coltivato, il credere il popolo continuamente in opposizione, anzi in lotta col governo, tendendo a strappargli dei diritti che esso gelosamente contende. In conseguenza, come disse, il Laveleye, pei liberali della vecchia scuola, indebolire il potere è rinforzare la libertà” in Diritto pubblico generale, Milano 1954, p. 572.

 (8) V. Lineamenti di filosofia del diritto, § 260.

(9) Riportiamo i passi salienti delle critiche di Schmitt: «Kelsen risolve il problema del concetto di sovranità semplicemente negandolo. La conclusione delle sue deduzioni è «Il concetto di sovranità dev’essere radicalmente eliminato». Di fattosi tratta ancora dell’antica negazione liberale dello Stato nei confronti del diritto e dell’ignoranza del problema autonomo della realizzazione del diritto. Questa concezione ha trovato un rappresentante significativo in H. Krabbe, la cui dottrina della sovranità del diritto riposa sulla tesi che ad essere sovrano non è lo Stato, bensì il diritto. Kelsen sembra scorgere in lui solo un precursore della sua dottrina dell’identità di Stato ed ordinamento giuridico. In verità la teoria di Krabbe ha una radice ideologica comune con il risultato di Kelsen”; secondo Krabbe “Lo Stato ha solo il compito di «costruire» il diritto: cioè di fissare il valore giuridico degli interessi … Lo Stato viene ridotto esclusivamente alla produzione del diritto” in Politische Theologie I, trad. it. in Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 56.

(10)  Ma l’altra conseguenza logica, a considerare il liberalismo nel suo complesso, nella storia e nella prassi, e non solo quale “tipo ideale”, è proprio la tesi di Schmitt che iscrive lo Stato liberale nella categoria dello status mixtus quale compromesso tra principi di forma politica e principi dello Stato borghese, v. in particolare Verfassungslehere trad. it.  di A. Caracciolo, Milano 1984, p. 171 ss. ed anche 265 ss. di cui si ricorda il passo saliente “I principi della libertà borghese possono ben modificare e temperare uno Stato, ma da soli non fondano una forma politica. «La libertà non costituisce nulla», come ha detto giustamente Mazzini. Da ciò segue che in ogni costituzione con l’elemento dello Stato di diritto è connesso e misto un secondo elemento di principi politico-formali”.

(11)  Pubblicato in italiano su Behemoth (on-line) n. 54.

(12) “In un certo senso è adattabile al rapporto tra stato d’emergenza in un senso o nell’altro, questo scriveva V. E. Orlando sull’ “atto politico”. Ossia che a distinguerlo dal semplice atto amministrativo era assai più lo scopo che la “natura” dell’atto: “Bensì la distinzione acquista un’importanza effettiva, quando il carattere politico che vuolsi attribuire all’atto dipende non tanto dalla natura di esso quanto dallo scopo cui, a torto o a ragione, si dicono diretti: noi accenniamo a quegli atti  del potere esecutivo che infrangono le leggi sotto l’impulso di una pubblica necessità, assumendo per gistificazione il motto: salus reipubblicae suprema lex. Non è qui certamente luogo adatto per discutere la teoria di tali atti motivati da urgente necessità politica”. V. Digesto Italiano, Contenzioso amministrativo” vol. VIII p. 925

 (13) De regimine principum I, 1.

 (14) Santi Romano, L’ordinamento giuridico, rist. Firenze 1967, p. 38 (il corsivo è mio).

  (15) I sei libri della Repubblica, Torino 1988, p. 407.



lunedì 18 settembre 2017

Alain De Benoist, «Populismo. La fine della destra e della sinistra» (Arianna Editrice, 2017), recensito da Teodoro Klitsche de la Grange

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Alain De Benoist. Populismo. La fine della destra e della sinistra. Arianna editrice 2017, pp. 297, € 14,50

Con il consueto acume, Alain De Benoist da una lettura del populismo, termine abusato (e strumentalizzato), cui corrispondono diversi significati. Da chi lo considera sinonimo di demagogia (è il più condiviso dalla stampa vicina alle élite decadenti) a chi lo ritiene soprattutto uno “stile” del rapporto tra capo/i e seguito, ovvero una reazione di classi e individui in discesa sociale. La tesi di De Benoist (della quale è stato anticipatore da oltre vent’anni) è che il populismo sia l’emergere di una nuova opposizione politica, con diversi protagonisti. Onde la vecchia, ossia la destra e la sinistra, borghese e proletario del “secolo breve”, è progressivamente neutralizzata e politicamente de-potenziata.

Alain De Benoist
Diversamente tuttavia da qualche decennio fa, quando l’ipotesi di un emergere di soggetti politici al di là della contrapposizione destra/sinistra era una brillante intuizione, ma da consolidare dai fatti, oggigiorno siamo saturi di conferme. Di fronte alla crescita costante in Europa e negli USA del fenomeno “si conferma dappertutto l’ampiezza del fossato che separa il popolo dalla classe politica al potere. Ovunque emergono nuove divisioni, che rendono obsoleta la vecchia divisione destra-sinistra”. In pochi decenni i sistemi politici, basati da molti decenni sugli stessi partiti sono stati completamente sconvolti “In Italia la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista  sono praticamente spariti. Lo stesso dicasi dei vecchi partiti di governo greci. In Spagna, negli ultimi anni, il PSOE e Alleanza popolare si sono continuamente indeboliti a vantaggio di Podemos e Ciudadanos … In Austria, i due partiti di governo – socialdemocratico e cristiano-sociale – hanno raccolto solo il 22% dei voti all’elezione presidenziale del 2016”. Gli operai e il “popolo minuto” che in maggioranza votava per i partiti di sinistra, concede la maggioranza dei suffragi ai populisti “il comportamento dei partiti, ne trae le conseguenze. A questa apparente “destrutturazione” dell’elettorato corrisponde, al livello degli Stati maggiori politici e delle squadre di governo, un prodigioso spostamento verso il centro, cui per natura spinge il bipartitismo”. Alla ricerca di un consenso decrescente e, talvolta, definitivamente perduto.

Ma il consenso, in democrazia in ispecie non è tutto “In primo luogo perché la democrazia non è l’estinzione del conflitto, ma il conflitto padroneggiato. Affinché una società politica funzioni normalmente, ci dev’essere evidentemente un consenso sul quadro e sulle modalità del dibattito … Ma se il consenso fa sparire il dibattito stesso, allora allo stesso tempo sparisce la democrazia perché, per definizione, essa implica, se non la pluralità dei partiti, almeno la diversità delle opinioni e delle scelte, insieme con il riconoscimento della legittimità di un conflitto tra queste opinioni e queste scelte … Ciò significa che, contrariamente a quanto credono i fautori di una democrazia “non partigiana” o “di buona governance”, la democrazia non è solubile nel procedurale, perché ha una forma inevitabilmente agonistica … Il prezzo del consenso è “la diserzione civica”. Il rischio che ne consegue è che la democrazia muoia di sbadigli: cioè nell’anomia sociale. “Crescerà allora il rischio di vedere realizzare non una società pacificata dal “consenso”, ma al contrario una società pericolosa e potenzialmente belligena, in cui non ci si dovrà sorprendere di vedere un ritorno vigoroso, in forme talvolta patologiche, di altre modalità di affermazione identitaria (religiosa, etnica, nazionale ecc.), che non deriveranno da chissà quale desiderio di “pericolosa purezza”, ma saranno la conseguenza logica del fatto che ormai non è più possibile affermarsi come cittadini”.

Paul Piccone (1940-2004)
Le conclusioni di ciò, e tenuto conto che il sentimento politico non è solo uno degli elementi del “triedro della guerra” di Clausewitz, ma una generale condizione della politica (e più ancora della democrazia) da Machiavelli a Freund e Duverger, è, in termini politici, la frattura tra classe dirigente e popolo, la secessio plebis risolta da Menenio Agrippa e della quale l’emergere populista ha tutte le caratteristiche. È infatti una crisi squisitamente politica, una crisi di legittimità: “Settori sempre più grandi del popolo si sentono esclusi, incompresi, disprezzati, dimenticati. Hanno l’impressione di essere divenuti inesistenti, di essere superflui, di essere “di troppo”. Non sopportano più le formule rituali e i mantra del “politicamente corretto”, strumento delle leghe neopuritane e dello Stato interventista, igienico e punitivo”. Dall’altra parte come scriveva il compianto Paul Piccone la principale caratteristica dell’oligarchia in declino è di proporsi «detentrice di una conoscenza superiore e universalmente valida, atta a legittimare quella che essa considera come una razionalizzazione altamente necessaria della società». «Questa frattura sociale», aggiungeva Piccone «osservabile non soltanto a livello locale ma anche su scala globale, genera un tipo di disuguaglianza molto più profondo di tutto ciò che il vecchio capitale era mai riuscito a creare». Scrive il pensatore francese “La caratteristica fondamentale del populismo è questa: è strutturato intorno a un’opposizione non più orizzontale (destra-sinistra), ma verticale: il popolo contro le élite, le persone comuni “in basso” contro i privilegiati “in alto”. Questa opposizione non è riducibile a un riciclaggio del vecchio rancore poujadista dei “piccoli” contro i “grossi”, ma si basa sulla convinzione che un’élite tecnocratica e finanziaria, insediata nei mezzi d’informazione come nei corridoi del potere e fondata sulla connivenza incestuosa, quando non sulla corruzione, ha deliberatamente deciso di spossessare gli elettori del loro potere per sottrarre i suoi maneggi ad ogni controllo”.

Carl Schmitt Studien
Quindi non un malessere passeggero ma la conclusione di un ciclo storico-politico con l’esaurimento delle vecchie élite e l’affacciarsi al potere delle nuove, fondate su diverse opposizioni e altro ordine. Ordine il quale prende forma anche dall’opposizione e da quello che Schmitt chiamava il Zentralgebiet. Così l’opposizione cattolici/protestanti tipici delle guerre di religione (XVI-XVII secolo) fu risolta istituzionalizzando il principio di tolleranza, quella tra borghesia e monarchia (ancien regime) con lo Stato rappresentativo del XIX secolo, quella borghese/proletario col compromesso fordista (socialdemocratico). Perché come scrive De Benoist nel passo primo ricordato, i conflitti non si estinguono (specie, ma, non solo, in democrazia) ma si “padroneggiano” con istituzioni, norme, prassi di governo. Ossia si relativizzano rispetto all’esistenza e capacità di decisione ed azione della sintesi politica.

Questo, in breve: ma come in tutti i libri di De Benoist, c’è molto di più di quanto scritto in questa modesta e sintetica recensione. 
Teodoro Klitsche de la Grange

venerdì 11 agosto 2017

Dove la realtà supera ogni incubo orwelliano: nel Lager di Gaza.

Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dai giochetti dell'Hasbara: il quotidiano Libero, come pressochè tutti gli altri (La Stampa, Il Corriere della Sera, Repubblica, il Giornale, il Foglio...) sono TUTTI, nessuno escluso mezzi della propaganda israeliana in Italia. Addirittura, anni addietro, circolava la notizia dell'ambasciatore israeliano che teneva seminari alla redazione del Corriere della Sera. Capita tuttavia, anche per un migliore mascheramento, che in questi quotidiani - che altrimenti non avrebbero neppure uno solo sprovveduto lettore - si possa leggere qualche articoli redatta con una qualche obiettività informativa, o perfino critico verso Israele. Ed ecco subito che si vedono frignare gli impiegati di alcuni siti creati allo scopo di portare l'esercito israeliano contro blogger singoli e indipendenti, non collegati fra di loro, non riuniti in gruppo. Se la prendono con "Libero" come se questo quotidiano non li avesse sempre sostenuti e non stesse sempre dalla loro parte! Piace fare sempre la “vittima”: hanno in monopolio di questo ruolo! La propaganda dell'Hasbara è scientifica, capillare, fornita di mezzi finanziari illimitati e presente in ogni nicchia informativa, anche quella di poche decine di utenti. Agisce poi in coordinamento con il maistream: se in una nicchia informativa, si trova qualche ghiotto boccone, lo si passa agli agenti che scrivono su Repubblica, il Messaggero... dove si imbastisce una battuta di caccia... Ormai, per mia esperienza, mi trovo a dover ricostruire i fili delle trame, che sempre più fanno vedere il sistema... che è spaventoso.

Riporto di sotto, depurato dal commento sionista, un testo da Libero su una realtà allucinante, di cui neppure in certi film fantastici  riusciamo a capacitarci. Il problema: nel 1948 venne condotto ad esecuzione il piano Dalet, di cui parla Ilan Pappe nel suo libro ormai da tutti (eccetto che dall'hasbara e suoi agenti) accreditato: La pulizia etnica della Palestina. Su una popolazione allora complessiva di un milione e mezzo di palestinesi, ben 750 mila furono letteralmente cacciati dalle loro case e dai loro villaggi. Di 800 villaggi palestinesi 400 furono distrutti e minati, affinché nessuno pensasse di farvi ritorno. L'Hasbara si è inventato, e continua a ripetere, che 750 mila palestinesi avrebbe sentito un messaggio radiofonico che chiedeva loro di abbandonare momentaneamente le loro case e i loro villaggi per consentire agli eserciti arabi di combattere meglio. Sarebbero poi potuti ritornare alle loro case. In realtà, secondo una ricerca fatta, questa trasmissione radiofonica non vi sarebbe mai stata. E i palestinesi furono costretti con eccidi (Deir Yassin) dimotrativi costretti ad abbandonare le loro case, senza avere mai più il “diritto al ritorno”, ad una casa di cui ancora conservano le chiavi e gli atti di proprietà...

Non ripeto una storia che è facile da trovare per chi ne ha interesse. Da allora, e dopo la gloriosa guerra dei sei giorni, che continua e completa la pulizia etnica del 1948, i palestinesi vivono la condizione di “profughi”, dei quali istituzionalmente si occupa l'ONU, con una delle sue apposite agenzie specializzate. Cosa rode a Israele, ai sionisti, agli ebrei... o come altre è consentito dire? L'esistenza stessa nella pubblica opinione, nei canali informativi, del concetto stesso di "profughi palestinesi”! Non devono esistere neppure nel linguaggio corrente. Ma siccome continua ad esistere l'agenzia Onu che di loro si occupa, ciò che con tipica conformazione morale (chutzpah, termine intraducibile per "faccia tosta") pretendono questi signori è che l'agenzia Onu venga chiusa, perché in questo modo non si abbia più a parlare di "profughi palestinesi” e quelli che esistono vengano “assorbiti” e “assimilati” nei paesi arabi confinanti, portando a termine la "pulizia etnica”. Per questa operazione di pulizia etnica amano citare in positivo per l'Italia il caso dei profughi istriani, che resterà una pagina eterna della vergogna italiana e dell'umiliazione associato al nome Italia, la cui costruzione incomincia con le leggi speciali e i tribunali militari per le repressione del cosiddetto Brigantaggio, intorno al quale sta fiorendo una storiografia ormai meramente rievocativa.

Gaza fu “conquistata” nel 1967. Da oltre 12 anni due milioni di persone vivono recintate in un vero e proprio lager, dove volendo - se qualcuno si prende questa briga - si può fare uno studio scientifico per compararli ai lager nazisti, e vedere - dati alla mano - dove si soffre di più...  Per sopravvivere, e superare il "blocco" quei poveri disgraziati si sono dovuti ingegnare a costruire dei tunnel, attraverso i quali arrivano loro le cose della vita di cui hanno bisogno, forse anche armi, ma giusto qualche schioppo, non certo carri armati o le testate atomiche di cui Israele disposne... Adesso, quei campioni di amore del prossimo che sono gli immigrati israeliani (i "migranti" di allora), oltre ai muri superficiali di recinzione pensano anche di scavare muri in profondità, per impedire agli internati di Haza di costruire i loro tunnel sotterranei...

Non è allucinante tutto questo? Ma è la realtà! Una realtà che noi attraverso i nostri governi, politici, istituzioni, giornali, scuole, università accettiamo e di cui siamo per questo corresponsabili.

LIBERO
(testo depurato dal commento e dalla titolazione sionista)

Israele chiede la chiusura dell'Unrwa, l'agenzia dell'Onu che dal 1949 dovrebbe occuparsi di dare assistenza ai profughi palestinesi, ma che secondo Israele aiuta i terroristi. Nei campi profughi allestiti in Cisgiordania, a Gaza e nei Paesi vicini, Libano e Giordania, l'Unrwa da quasi 70 anni eroga istruzione, assistenza sanitaria e progetti di microfinanza per i palestinesi. Una prima richiesta di smantellamento dell'Unrwa era arrivata mesi fa dal premier Benyamin Netanyahu, il quale chiedeva che venisse assorbita dall'Alto Commissariato per l'assistenza ai profughi, l'Unhcr. Questo perché secondo Netanyahu i profughi palestinesi sono parte dei profughi del mondo e quindi non ha senso l'esistenza di un'agenzia che continua a perpetuare il problema dei profughi palestinesi anziché risolverlo. Il premier dello stato ebraico, nel giugno scorso, aveva espresso questo suo punto di vista anche all'ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite, Nilky Haley, dal momento che la chiusura dell'agenzia dipende unicamente dall'Onu. Sono molte le voci critiche nei confronti dell'Unrwa in Israele, ritenuta un mezzo per alimentare il problema. Perché senza l'agenzia dell'Onu, i profughi palestinesi e certamente i loro figli, nipoti e pronipoti sarebbero stati assimilati nei Paesi arabi di accoglienza, non avrebbero avuto altra scelta. E senza l'Unrwa sarebbero pochissimi oggi i palestinesi a cui spetta lo status di rifugiato. E' nata cosi una lobby presso il Parlamento israeliano che chiede una riforma dell'agenzia: è presieduta da un membro del Likud, il partito di Netanyahu, e chiede che l'Unrwa cambi la sua politica ostile a Israele.

L'accusa che Netanyahu ha rivolto all'Unrwa è quella di fomentare il terrorismo, soprattutto nelle sue scuole, dove si insegnerebbe ai bambini l'odio verso Israele. Nei recenti campi di addestramento estivi di Hamas hanno partecipato 250mila adolescenti, che durante l'anno frequentano le scuole dell'Unrwa. Nei campi vengono insegnate le tattiche di guerra e l'uso delle anni, e vengono reclutati nuovi combattenti delle brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas. Inoltre Israele ha sempre accusato l'Unrwa di proteggere in qualche modo Hamas a Gaza, dal momento che in moltissime scuole della Striscia gestite dall'agenzia sono stati trovati depositi di anni e nascondigli per accedere ai tunnel sotterranei, scavati dai palestinesi in risposta al blocco imposto da Israele su Gaza. Venivano e vengono tuttora usati da Hamas per procurarsi i rifornimenti, dai medicinali alle armi, di cui i palestinesi hanno bisogno. E sono stati usati anche per attaccare Israele, soprattutto nella guerra del 2014.

Un problema, quello dei tunnel, che mette a rischio la sicurezza di Israele e che non si è mai riusciti a risolvere del tutto. Per questo l'esercito ha fatto sapere che si sta accelerando il progetto di costruzione di un muro sotterraneo che sigilli definitivamente la Striscia di Gaza. Nei piani il nuovo muro, il cui costo si aggira attorno a una cifra pari a quasi 750 milioni di euro, dovrebbe essere alto 6 metri ed estendersi fino a 40 metri di profondità, in modo da impedire l'utilizzo dei tunnel esistenti e di scavame di nuovi. Il muro, che sarà lungo una sessantina di chilometri e sarà dotato di sensori, dovrebbe essere completato in un paio di anni. L'esercito riferisce anche che verrà costruito in territorio israeliano, in modo da garantire l'incolumità di quanti lavoreranno alla realizzazione. Attualmente si sta lavorando in sei punti, dislocati lungo la frontiera con Israele, ma da ottobre arriveranno i rinforzi e a costruire il muro ci saranno un migliaio di operai impiegati 24 ore al giorno tranne il sabato, in 40 punti diversi.

Tornando all'Unrwa, non è solo Israele a non vederla di buon occhio. C'è anche qualche palestinese che vorrebbe eliminarla, anche se per motivi opposti. Il mese scorso alcuni profughi di Gaza hanno chiuso l'ufficio dell'agenzia nella Striscia, accusando l'Unrwa di non fare nulla per porre fine all'assedio israeliano.


giovedì 10 agosto 2017

I cialtroni dell'Hasbara non hanno rispetto neppure per l'Osservatore Romano... Si annuncia una nuova mattanza nel Lager di Gaza.

Caccia israeliani su Gaza: Fonte.
La frittata possono girarla e rigirarla come vogliono e quanto volte vogliono, ma la Verità è assai semplice a meno che uno il cervello non se lo trovi fritto e rovinato per sempre dopo anni ed anni di occupazione del sistema mediatico italiano, da tutti i canali televisivi fino ai Fogli che mai hanno fatto una lira di utile e la cui funzione pare quella di fare da organo di propaganda a questi signori. Quale verità? Quella di un popolazione di due milioni di abitanti, recintata da un muro da dove non possono né entrare né uscire e dove regolarmente vengono bombardati per periodiche e programmate mattanze. Uno di questi agenti bombardieri fu perfino catturato e tenuto prigioniero. Incredibilmente, all'epoca della sindacatura Alemanno venivano accese luci al Campidoglio, ed organizzate altre forme di solidarietà, non per i bombardati ma per i bombardieri! Questa nella città di Roma, sede del Papato e centro della Cristianità. Esiste anche una Sinagoga, ma per le amministrazioni comunali che si succedono sembra che abbia più voce e ascolto questa Sinagoga che non la Chiesa, che in uno sei suoi organi, l'Osservatore Romano, avverte che è scattata una nuova mattanza. Quello stesso Osservatore Romano che in un suo articolo (che rintracceremo e pubblicheremo) durante il Mandato britannico riportava come gli Uffici inglesi dell'Anagrafe fossero stati presi d'assalto per ottenere il cambio del cognome da europeo ad ebraico antico, per rivendicare in questo modo l'antichità del diritto. Ciò veniva chiesto da parte di tutti i "migranti" che venivano dai paesi dell'Est europeo non per chiedere "accoglienza" ma per "cacciare", per “ripulire etnicamente” la Palestina, una terra che i Kazari delle Crimea rivendicavano come proprie per una Promessa fatta da Geova che addirittura ordinava di sterminare i Cananei che in quella terra vi abitavano almeno 3000 anni fa. Queste le origine etiche di una religione che si rinnova in una seconda versione con il Cristianesimo, il cui dialogo con l'ebraismo termina con Cristo in croce, e una terza versione con l'Islam, al quale presumibilmente si convertirono gli abitanti della Palestina che furono di religione ebraica, cristiana, musulmana... 

L’«Eroe» che uccide l'inerme.
Con una modesta cultura storica non è difficile sapere e capire ciò che è successo in duemila anni in quella martoriata Terra che continuiamo a chiamare Santa, ma anche in questo suscitando l'animosità dell'Hasbara che vuole si dica “Israele” ciò che per due mila anni è stato chiamato Palestina o Terra Santa. Nell’opera quotidiana di spionaggio e persecuzione erano arrivati a molestare un maestro elementare perché si serviva di una carta geografica della Palestina (anziché Israele) per spiegare gli episodi narrati nel Vangelo cristiano. Ma sono incredibili e innumerevoli e quotidiani gli esempi di faziosità anti-cristiana, ed in particolare anti-cattolica. Si arriva così all’odierno attacco da parte di tutti i siti web sionisti (vedi anche qui) nell'imminenza di una nuova mattanza della popolazione palestinese di Gaza: cercano la copertura, protezione, complicità per ciò che si apprestano a fare. "Piombo Fuso” credo sia ormai rimasto nella Memoria di quanti seguono la geopolitica mediorientale, che vede Israele dalla parte dell'ISIS e dei sauditi. Ma le "mattanze” non si limitano a "Piombo Fuso": sono periodiche e ricorrenti e ogni volta assumono nomi "biblici". Per Hamas, Hizbollah, Iran è davvero stucchevole la loro propaganda: sono tutti "terroristi" dove l'essere o non essere "terroristi" consiste nell'essere o non essere inseriti in una lista che i loro "amici" compilano su loro richiesta. Hamas, dopo essere stato inizialmente e strumentalmente sponsorizzato dai servizi segreti israeliani, è poi risultato il governo ultra-legittimo uscito da elezioni ultralegittime, controllate da osservatori internazionali. Non tutte le ciambelle vengono con il buco e successe che Hamas vinse delle elezioni, regolari, dove si era puntato tutto sulla vittoria di Abu Mazen, una sorta di Quisling al quale si può far fare ciò che si vuole. Stavano preparando un colpo di stato per deporre il vincitore (Hamas) di legittime elezioni e insediare il partito di Abu Mazen, ma Hamas se ne accorse e sventò il piano, stabilendo la sua autorità in Gaza. Per la propaganda dell'Hasbara Gaza è per questo "ostaggio" di Hamas, come se due milioni di palestinesi potessero aspettarsi da Israele altre benevolenze che bombe servite a colazione, fosforo bianco, taglio della corrente elettrica, inquinamento del mare, distruzioni di ogni genere.

Insomma, non se ne può più! Chi ha occhi per vedere, orecchie per sentire, ed un cervello per capire, oltre che una coscienza ed un senso etico per le questioni geopolitiche, è ora che dica: "basta!" non però ai signori dell'Hasbara, che sono quattro cialtroni, ma alle complicità di cui godono presso i nostri politici, i media, le nostri istituzioni, soprattutto quelle scolastiche ed educative. Se in Palestina succede ciò che la nostra coscienza non accetta, la causa non è da ricercare nella forza prevalente dei “caccia” israeliani che bombardano una popolazione inerme di due milioni di persone, ma nella copertura che noi diamo a chi bombarda e massacra. Si tratta di prendere atto di ciò che uno storico israeliano, Ilan Pappe, in cui libro è citato da Civiltà Cattolica come scientifico e degno di fede: non esiste “dualità” di un conflitto fra due parti che devono volersi bene e fare la pace, dopo oltre 100 anni di massacri, ma esiste solo la "unilateralità” di un massacro al quale non le eterea “comunità internazionale” (che non esiste) ma il Capo della Chiesa Cattolica deve dire basta senza se e senza ma... Le analisi e definizioni di Gilad Atzmon sulla natura del sionismo, che non è un fenomeno religioso anche se strumentalizza la religione giudaica non meno di quanto l’ISIS con l’Islam, non hanno ricevuto finora la dovuta attenzione da parte dei soggetti politici e religiosi che decidono poi l'agenda dei governi.

Non concordo con l'analisi di non pochi “analisti” dell'uno e dell'altro campo, secondo i quali vi sarebbe una “dimenticanza” della questione palestinese. Certamente, nessuno in questo momento ferma la mano omicida di Israele, che può agire indisturbato nel quadro generale delle guerre mediorientali che dal 2001 si succedono  abbattendo i governi legittimi della regione e creando zone di instabilità e conflittualità permanente. La questione palestinese è la sintesi di tutti questi conflitti e potrà trovare una sua soluzione solo se e quando il mondo arabo e islamico avrà raggiunto la sua unità. È parte integrante delle guerre che si stanno combattendo in Libia, Siria, Iraq... Non per nulla esiste una componente “palestinese” nella guerra in Siria a fianco dell’Asse della Resistenza (Iran, Iraq, Siria, Libano) e la Questione si riproporrà subito dopo la vittoria... Non a caso si parla di unità dell'Umma.  È difficile immaginarselo nel breve periodo considerando il ruolo attuale di governi come quello dell'Arabia Saudita, dell'Egitto, della Giordania... Ma già adesso, se l'Asse della Resistenza, costituito da Siria, Iran, Iraq, Libano riesce a respingere il piano che si nasconde dietro le insegne dell'ISIS, la questione israelo-palestinese si riproporrà in termini nuovi. Ed è forse per questo che Israele si affretta a “liquidare” il problema palestinese: non ci sarà più nessun superstite da salvare, quando sarà cambiato il quadro strategico della regione e sconfitto il piano di destabilizzazione e balcanizzazione di tutto il modo arabo e islamico. Difficile immaginare un disegno più scellerato e criminale.


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L’OSSERVATORE ROMANO
(testo depurato dai commenti sionisti dell'Hasbara*)

 * Si noti la perfidia: la propaganda sionista è organizzata per l'attacco,  fornendo ai propri agenti gli indirizzi email ed i telefoni delle redazioni sotto attacco, ma evitando accuratamente di fornire i propri per il contrattacco, le contestazioni, le confutazioni: i loro Forum sono blindati contro ogni voce non di plauso.


A Gaza due milioni di persone senza i servizi essenziali 


La popolazione della striscia di Gaza affronta una crisi energetica e alimentare peggiore di quella che si è verificata durante l'ultimo conflitto, quello del 2014. Con la conseguenza che oggi circa due milioni di persone non hanno quasi nessun accesso a servizi essenziali, come l'acqua corrente. E moltissimi hanno a disposizione solo due ore di luce elettrica al giorno. Questo l'allarme lanciato ieri da Oxfam, a tre anni dalla fine della guerra che in cinquanta giorni devastò il territorio palestinese. «La crisi energetica a Gaza costringe centinaia di migliaia di persone al limite della sopravvivenza, dovute alle tensioni tra le autorità israeliane e palestinesi» ha spiegato Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia. «Questa emergenza deve essere risolta al più presto — ha sottolineato — perché a farne le spese è la popolazione intrappolata all'interno della striscia, che adesso è seriamente minacciata dalla diffusione di malattie causate dalla quasi totale carenza di servizi igienici e sanitari. Dopo la guerra nel 2014, il 50 per cento dei centri di trattamento delle acque reflue non funzionava più». Oggi «non funziona più nessun impianto.

Ad agosto del 2014, 900.000 persone necessitavano di acqua e servizi igienici, oggi questo numero è salito a due milioni. Dopo l'ultima guerra, l'ottanta per cento della popolazione viveva solo con quattro ore di elettricità al giorno, oggi la maggioranza della popolazione solo con due». Il progressivo degradarsi della situazione a Gaza — sottolinea una nota dell'Oxfam — è iniziato nel 2006, con il bombardamento israeliano dell'unica centrale elettrica di Gaza, che aveva costretto famiglie e imprese a poter usare l'elettricità solo per otto ore al giorno. A questo si è aggiunto poi il blocco israeliano, che ha creato notevoli difficoltà alle organizzazioni umanitarie nel tentativo di portare aiuti.

«Non c'è progetto, tra i tanti realizzati da Oxfam a Gaza per portare alla popolazione acqua, servizi sanitari e sostenere i piccoli agricoltori e lo sviluppo economico, che non sia stato condizionato dalla mancanza di energia elettrica» afferma l'Oxfam. «Senza elettricità è impossibile qualunque tentativo di ripresa: non si possono riattivare le centrali di desalinizzazione, i pescatori non possono conservare la propria merce e gli agricoltori non possono irrigare. Chi è impegnato in progetti informatici non può lavorare e le aziende sono costrette a operare tagli del personale. I costi economici e umanitari di questa crisi sono altissimi». Il tutto nel contesto di una delle aree più densamente popolate del pianeta, dove si registra il più alto tasso di disoccupazione al mondo: oltre il 43 per cento.

A confermare la gravità della situazione c'è anche la cronaca delle ultime ore. Questa mattina l'aviazione israeliana ha bombardato diverse località nella striscia come rappresaglia per il lancio di una razzo contro Israele la scorsa notte dal territorio palestinese. Nei raid aerei sono rimaste ferite due persone, stando a fonti ospedaliere locali. Il razzo aveva colpito una zona disabitata di Hof Ashkelon senza causare danni né feriti.

AVVENIRE 

Uccise un palestinese a terra. Entra in carcere da star


E' entrato in carcere salutato come un eroe da decine di sostenitori, l'ex soldato israeliano Elor Azaria (21 anni), condannato a diciotto mesi, per aver ucciso un aggressore palestinese che si trovava già gravemente ferito e immobilizzato a terra. II caso Azaria ha fortemente diviso l'opinione pubblica israeliana tra chi difendeva il soldato, ritenendolo vittima di circostanze più grandi di lui, e chi lo giudicava responsabile di un gesto immorale e contrario al codice militare. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era espresso a favore della grazia, ma la sentenza era stata confermata in appello lo scorso 30 luglio.

«Elor è un eroe»: con queste parole molte persone hanno salutato l'ex sergente, arrivato al carcere militare di Zrifim (Tel Aviv), accompagnato dal padre Charlie. Nei giorni scorsi Azaria aveva chiesto al Capo di Stato maggiore generale Gady Eizenkot di mitigare la sua pena. I fatti risalgono al marzo 2016, quando a Hebron (Cisgiordania), Azaria sparò a freddo contro il palestinese Abdel Fatah al-Sharif (21 anni) che si trovava a terra, ferito dopo aver aggredito a coltellate - insieme a un compagno, che era stato subito ucciso dai militari - un soldato israeliano. Circa 11 minuti dopo l'aggressione e la relativa reazione israeliana, il soldato Azaria passò accanto al palestinese, del tutto inerme, e gli sparò alla testa. La scena era stata ripresa da alcune persone presenti. Azaria si era difeso sostenendo di temere che l'uomo a terra indossasse una cintura esplosiva. 

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ULTIM'ORA

 (Fonte)
report di Umberto De Giovannangeli


Nel disinteresse generale è un’immensa prigione a cielo aperto, isolata dal mondo e messa in ginocchio da 12 anni di embargo
Umberto De Giovannangeli

Non sempre è possibile verificare sul posto la profondità e la fondatezza di un report. A me è capitato in una notte buia a Gaza. Una notte fatta di silenzio spettrale, di case al buio, di una esistenza che riduce, nella quotidianità, anche il suo spazio vitale. Dopo i riflettori internazionali, nella Striscia si spegne anche la luce. L’oscurità è la dimensione del presente che si perpetua all’infinito. Gaza sta morendo, nel disinteresse generale. Semplicemente, non fa più notizia. Eppure, questa immensa prigione a cielo aperto, isolata dal mondo e messa in ginocchio dall’embargo imposto dodici anni fa da Israele e mai cessato, è un condensato di rabbia e frustrazione che potrebbe riesplodere da un momento all’altro.

La politica, con lo scontro interno al campo palestinese tra Hamas e l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen, per una volta lascia il passo alla umanità che reclama voce in questa torrida e buia estate. Gaza è macerie e risentimento, dignità e resistenza. La presenza armata di Hamas si è fatta più stringente, oppressiva: è una dimostrazione di forza che serve per ammonire la popolazione da possibili rivolte e al tempo stesso è un messaggio lanciato ai gruppi salafiti che guardano ancora all’Isis come al “veicolo” di una Jihad globale impiantata in Palestina. A volte, e questa è una di quelle, l’occhio aiuta a percepire l’essenza del momento più di tante esternazioni di leader politici in cerca di consenso. E l’occhio annota una Gaza oscurata, piegata, che chiede al mondo conto di un silenzio che si fa complice di punizioni collettive che non trovano legittimità internazionale nella rivendicazione d’Israele del suo diritto di difesa. Gli unici bagliori che squarciano l’oscurità sono i trancianti dell’artiglieria israeliana, che risponde con il cannoneggiamento nel Nord della Striscia al lancio di razzi da parte di Hamas contro la città frontaliera di Ashkelon.

In questo frangente, più che analista sento di essere testimone oculare della fondatezza di quanto contenuto nel rapporto di Oxfam reso pubblico in questi giorni. La popolazione di Gaza affronta oggi una crisi energetica peggiore di quella che si è verificata durante la guerra del 2014. Con la conseguenza che oggi circa 2 milioni di persone non hanno quasi nessun accesso a servizi essenziali, come acqua corrente e servizi igienici e moltissimi hanno a disposizione solo 2 ore di luce elettrica al giorno. È l’allarme che Oxfam ha lanciato a tre anni dalla fine della guerra che in 50 giorni devastò la Striscia. Una crisi – iniziata quattro mesi fa – a causa delle tensioni che hanno portato al taglio da parte di Israele del 40% dell’erogazione di elettricità sulla Striscia, su richiesta della stessa Autorità Nazionale Palestinese. Una situazione che sommata alla scarsità di carburante, alla crisi sanitaria e salariale rende impossibile la vita della popolazione di Gaza.

    “La crisi energetica a Gaza costringe centinaia di migliaia di persone al limite della sopravvivenza, dovute alle tensioni tra le autorità israeliane e palestinesi – rimarca Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia –. Questa emergenza deve essere risolta al più presto, perché a farne le spese è la popolazione “intrappolata” all’interno della Striscia, che adesso è seriamente minacciata dalla diffusione di malattie causate dalla quasi totale carenza di servizi igienici e sanitari. Dopo la guerra nel 2014, il 50% dei centri di trattamento delle acque reflue non funzionava più. Oggi non funziona più nessun impianto. Ad agosto del 2014, 900 mila persone necessitavano di acqua e servizi igienici, oggi questo numero è salito a 2 milioni. Dopo l’ultima guerra, l’80 % della popolazione viveva solo con 4 ore di elettricità al giorno, oggi la maggioranza della popolazione solo con 2″.

È così. E a chi pontifica e dà voti dal suo salotto rinfrescato e iper accessoriato, farebbe bene condividere anche per un solo giorno l’esperienza di dover vivere con 2 ore di elettricità su 24. Sarebbe una esperienza formativa. Tutto si arresta. Nulla più funziona. La vita si ferma. Quella di oggi non è che l’ultima fase di un’escalation, iniziata già nel 2006, con il bombardamento dell’unica centrale elettrica di Gaza, che aveva costretto famiglie e imprese a poter usare l’elettricità solo per otto ore al giorno. La situazione infatti è il risultato di 12 anni di blocco su Gaza, che sta mettendo a repentaglio anche la capacità delle organizzazioni umanitarie come Oxfam di soccorrere la popolazione.

    “Non c’è progetto, tra i tanti realizzati da Oxfam a Gaza per portare alla popolazione acqua, servizi sanitari e sostenere i piccoli agricoltori e lo sviluppo economico, che non sia stato condizionato dalla mancanza di energia elettrica – continua Pezzati – Senza elettricità impossibile qualunque tentativo di ripresa: non si possono riattivare le centrali di desalinizzazione, i pescatori non possono conservare la propria merce e gli agricoltori non possono irrigare. Chi è impegnato in progetti informatici non può lavorare e le aziende sono costrette a operare tagli del personale. I costi economici e umanitari di questa crisi sono altissimi”.

Il tutto nel contesto di una delle aree più densamente popolate del pianeta, dove si registra il più alto tasso disoccupazione al mondo: oltre il 43%.

    “Anche senza la guerra, i palestinesi a Gaza subiscono un’emergenza umanitaria che non dà tregua. – conclude Pezzati – È vergognoso non aver agito e aver consentito che si arrivasse a questo punto, mettendo ancora di più alla prova 2 milioni di persone, che già soffrono gli effetti di un blocco illegale. Una crisi che si inserisce in quella – pure gravissima a cinquant’anni dall’inizio dell’occupazione israeliana – che colpisce tutto il Territorio Occupato Palestinese: qui 2,3 milioni di uomini, donne e bambini dipendono ormai dagli aiuti umanitari per sopravvivere e 1,6 milioni non hanno cibo a sufficienza”.

Nei territori palestinesi, il 27% della popolazione è disoccupato, in gran parte donne e 1 persona su 4 vive in povertà. Solo a Gerusalemme Est il 75,4% dei residenti vive con meno di 2 dollari al giorno. Gli occhi sono collegati al cuore: e verificare sul campo le parole di Oxfam produce emozioni forti, incancellabili. Perché quei due milioni sono persone, non numeri, sono storie, volti, speranze, dolore, i sentimenti che permeano una popolazione che al 54% è sotto i 18 anni. Ai Khaled, Mahmoud, Leilah, Hassam, ai tanti bambini di Gaza ai quali dopo aver rubato l’infanzia stanno ipotecando anche il futuro.Mahmoud ha dieci anni e, nell’ultima guerra di Gaza, ha visto morire tra le sue braccia la sorellina Hanan, quattro anni, durante un bombardamento aereo israeliano. Un trauma insanabile è anche quello vissuto da Feisal, 8 anni, ultimo di sei fratelli, che in un altro bombardamento, stavolta terrestre, di Tsahal ha perso i genitori.

Negli occhi dei bambini di Gaza si legge paura, sgomento: quegli occhi, bellissimi e affranti, sono una denuncia che lascia il segno. I nuovi tagli limitano l’elettricità colpiscono soprattutto le persone ricoverate in ospedale e chi ha bisogno di una macchina per vivere. Durante le ore di blackout i residenti utilizzano generatori privati, pannelli solari e altre sorgenti a batteria. Ma solo chi se lo può permettere. Attualmente si stima che l’80% della popolazione che vive a Gaza dipenda dagli aiuti umanitari. A metà luglio le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto sul peggioramento della situazione umanitaria nella Striscia. Si dice che le falde acquifere di Gaza potrebbe diventare inutilizzabili entro la fine dell’anno, si parla delle continue crisi energetiche e sanitarie e del fatto che più della metà dei due milioni di abitanti ha problemi a trovare del cibo. Il taglio dell’elettricità a Gaza, sottolinea Oxfam, rappresenta una misura illegale e punitiva contro un’intera popolazione, per questo motivo Oxfam chiede che cessi immediatamente e che tutte le parti coinvolte in questa crisi, garantiscano agli abitanti il ripristino del normale approvvigionamento di elettricità e carburante. Per questo motivo Oxfam ha lanciato in questi giorni in partnership con le agenzie digitali palestinesi – la campagna #LightsOnGaza, chiedendo di garantire energia elettrica alla popolazione della Striscia. Di fronte a un’emergenza umanitaria di questa portata l’Autorità Nazionale Palestinese, le autorità che de facto controllano Gaza e Israele, devono prima di tutto garantire la sopravvivenza a Gaza, smettendo di usare la popolazione come merce di scambio per la risoluzione di dispute politiche.

    Racconta padre Raed Abushalia, già direttore della Caritas di Gerusalemme che opera nella Striscia di Gaza:

    “Dal 2006 la gente di Gaza è chiusa all’interno della Striscia di 360 km quadrati, la più grande prigione del mondo a cielo aperto! Da allora non hanno che quattro o sei ore di elettricità al giorno. Durante l’estate fa caldissimo! Immaginate due milioni di persone senza elettricità; a Gaza c’è una sola stazione elettrica che non è sufficiente al fornimento di elettricità per tutta la Striscia. Dunque ricevono tre linee da parte dell’Egitto e sei linee di elettricità da parte di Israele. Adesso questa nuova misura di “punizione collettiva” ha ridotto la quantità di elettricità fornita da parte israeliana con la scusa che le autorità palestinesi non pagano la fattura. Ma a soffrire sono i civili che sono già poveri e devono vivere in questa situazione che potrebbe veramente distruggere, mettere in ginocchio, tutto il sistema sanitario. Voi dovete sapere – prosegue il responsabile della Caritas – che non c’è cibo; dovete sapere che a Gaza secondo l’ultimo rapporto dell’Onu, l’80% delle famiglie vive sotto la soglia di povertà. Il 46% della popolazione di Gaza è disoccupata e malgrado tutta questa situazione drammatica continuano a mettere al mondo bambini. Quasi cinquemila bambini nascono ogni mese! Questo vuol dire più di 55 mila bambini all’anno. Una resistenza che io chiamo “demografica”. Allora immaginate tutta questa popolazione che deve vivere in questa situazione, chiusa nella più grande prigione del mondo. La situazione è drammatica e a pagarne il prezzo è questa povera gente.

Le guerre, tre negli ultimi nove anni, oltre a lasciare morti, macerie e distruzione hanno segnato profondamente la parte più vulnerabile della popolazione gazawa, donne, anziani e soprattutto bambini. Statistiche rilasciate da agenzie umanitarie internazionalialtro hanno stimato in oltre 350mila i bambini traumatizzati dalla sola guerra del 2014; 250mila quelli che vivono in condizioni abitative non idonee. La quasi totalità dei 950.000 bambini gazawi soffre di sintomi psicologici e comportamentali propri del disturbo da stress post-traumatico (PTSD), tra cui aggressività, depressione, enuresi, flashback e un attaccamento psicotico alla madre o ad un familiare.

Ayesh Samour, direttore dell’unico ospedale psichiatrico presente nella Striscia, spiega: “Ai bambini di Gaza è stata negata un’infanzia normale a causa dell’insicurezza e instabilità del loro ambiente. E non temporaneamente. Una cultura di violenza e di morte pervade nella loro mente, rendendoli più aggressivi e arrabbiati”. “La mancanza di medicinali a Gaza – afferma Jehad Hessi, docente universitario e consulente dell’ospedale ‘Ahli Arab’ – è un altro dei gravi problemi che affliggono Gaza. Non disponiamo del 45% dei cosiddetti medicinali di base. Non esiste radioterapia, spesso i malati oncologici cominciano un protocollo di cure che poi devono abbandonare per l’esaurimento dei medicinali”.

Il responsabile dell’Onu per gli Affari umanitari, Robert Piper, ha dichiarato che Gaza è “invivibile”. Piper non ha esagerato, ha fotografato la realtà. Una realtà voluta dagli uomini e non imposta da una calamità naturale. Gaza si spegne. Nel silenzio del mondo…

martedì 8 agosto 2017

A chi ubbidisce Virginia Raggi? Alla Lobby che non esiste!

Roma e provincia contano oltre quattro milioni di abitanti, distribuiti in comunità regionali che si sono formate con l'unità d'Italia e la grande migrazione interna degli anni sessanta del secolo scorso. La comunità calabrese pare sia di gran lunga la più numerosa. Non ho cifre ufficiali, ma per sentito dire so che fra prima, seconda e terza generazione siamo a 600 abitanti. Non esiste una quarta generazione perché non esiste, ringraziando il cielo, il fenomeno della doppia identità, della doppia appartenenza, della doppia fedeltà. Ma esistono anche altre comunità regionali e anche di origine straniera, e fra queste una comunità palestinese che non viene mai invitata alle cerimonie ufficiali del Comune di Roma, quale che sia il colore o la sigla della amministrazione che si succede nel governo cittadino. Tutte però sembrano avere una particolarissima soggezione verso una comunità, quella ebraica, i cui numeri non giustificano una così debordante influenza. Vi era da aspettarsi che con una amministrazione a cinque stelle potesse emergere una nuova cultura ed una visione meno asfittica della sociologia cittadina e della politica internazionale, in particolare la geopolitica del vicino o medio oriente. A leggere queste notizie, riprese dall'Hasbara israeliana, non possiamo che riconfermare il nostro allarme e il nostro sgomento. Non entriamo nel merito della questione, del tutto grottesca, e non meritevole di analisi. Rivolgiamo però a quattro milioni di cittadini romani l'invito ad una maggiore consapevolezza del problema e se occorre all'avvia di un sereno e lucido dibattito nell'assoluto rispetto dei fondamenti di una costituzione alla quale le leggi e le delibere comunali dovrebbero uniformarsi anche procedere di elusione in elusione fino a trasformare Roma in un sobborgo di Tel Aviv, o peggio ancora in un "territorio occupato" della Cisgiordiana, di una Palestina funestata nel 1948 da una pulizia etnica, continuata nel 1967, e praticata fino ad oggi. Arafaf era dalla parte delle vittime...

sabato 5 agosto 2017

La Guerra dei Sei Giorni: nel cinquantenario della sua ricorrenza un’altra Storia, narrata da Norman G. Finkelstein

Tutta la storia del sionismo ha una versione sionista ed una antisionista, ma ne sono possibili quante se ne vogliano a seconda del tempo, delle circostanze, degli attori politici e degli storici e/o giornalisti al loro servizio. Ogni storia racchiude in sé un’interpretazione da parte di chi la narra o la scrive, pur nel più scrupoloso rispetto delle fonti ed uso dei documenti disponibili. L’elemento soggettivo dell’interpretazione non è eliminabile, ma il confronto e il contraddittorio è un argine contro l’arbitrio, la falsificazione strumentale, la mitizzazione, la menzogna deliberata e consapevole. Più che il concetto di Risorgimento - proposto da qualche politico vicino ad Israele - pare più idoneo a spiegare la parabola del sionismo la sua pratica della pulizia etnica in Palestina e l’infiltrazione lobbistica in tutte le istituzioni politiche, culturali, pedagogiche, mediatiche, parlamentari del Paesi “amici” dove sono presenti forti comunità ebraiche. Quanto poi alla superiorità e al presunto valore militare dell'esercito israeliano lo si è visto finora operare contro avversari inermi o con armi inferiori. La preparazione diplomatica accompagna l'azione militare propriamente detta: prima le coperture internazionali e dopo l'attacco. Nel 1956 gli Usa non avevano consentito l'attacco all'Egitto, nel 1967 vi era il via libero... ma il resto lo racconta Norman G. Finkelstein, nella prima parte dell'intervista che segue e che è ripresa da Come Don Cisciotte, che consente sempre la riproduzione di ciò che si trova nel suo vasto archivio.

AC


PARTE PRIMA

FONTE: THEREALNEWS-COM

Nella prima sezione di una lunga intervista in tre parti  fatta in occasione del cinquantesimo anniversario della guerra arabo-israeliana del giugno 1967, l’autore universitario Norman Finkelstein demolisce le interpretazioni mitologiche che circondano questo conflitto storico, – miti che hanno sostenuto l’occupazione israeliana dei territori palestinesi che ne è risultata.

Il video dell’intervista a Norman Finkelstein fatta da Aaron Mate e pubblicata su The Real News Network è tradotto e sottotitolato da Sayed.

Trascrizione

Aaron Mate: Questa è la emittente The Real News, io sono Aaron Mate. Il 5 giugno ricorre il cinquantesimo anniversario della guerra del 1967 tra Israele e gli stati arabi vicini. In 6 giorni di conflitto, Israele ha catturato il Sinai egiziano, le alture del Golan siriano, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Con l’eccezione del Sinai, Israele controlla ancora tutti questi territori. Di fatto l’occupazione militare israeliana della Cisgiordania e di Gaza è la più lunga dei tempi moderni. In questa prima parte di intervista studiamo ciò che è successo nel 1967. Ma non è soltanto una lezione di storia. La versione dominante dal 1967 è che Israele ha fronteggiato una minaccia alla sua esistenza, ha condotto una guerra difensiva, e non voleva occupare le terre arabe. Questa versione è stata utilizzata in più occasioni per giustificare la violenza e la repressione di Israele nei territori occupati, dunque è importante che comprendiamo bene la storia vera e correggiamo coloro che la deformano. Il mio ospite è uno che ha compiuto questo sforzo per decenni. Norman Finkelstein è universitario, autore di numerose opere sul conflitto israelo-palestinese e sono molto felice che sia qui con noi. Benvenuto, Norman .

Norman Finkelstein: Grazie dell’accoglienza Aaron.

Aaron Mate: Grazie di essere qui. Sentiremo molte commemorazioni della guerra del 1967, e l’interpretazione che ci proporranno sembra molto simile a questa, che è estratta dal New York Times. Il New York Times scrive:
«Quest’anno segna mezzo secolo dalla guerra arabo-israeliana del 1967, nella quale Israele ha resistito vittoriosamente a una minaccia di annientamento da parte dei suoi vicini arabi ed è riuscita a dettare la sua legge agli arabi palestinesi nelle zone occupate, anche nella vecchia città di Gerusalemme».
Norman,  il New York Times che dice che Israele ha resistito vittoriosamente nel 1967. Che c’è da dire su questo aspetto come ci viene presentato?

Norman Finkelstein: Ebbene, quello che non va è che questo non è mai avvenuto e in generale è un grosso problema, è ciò che noi chiamiamo “falsificare la storia”. I fatti del 1967 sono molto chiari almeno per l’argomento che noi stiamo per affrontare. Gli Stati Uniti avevano numerose agenzie di spionaggio che sorvegliavano la situazione tra Israele i suoi vicini arabi, probabilmente una mezza dozzina di agenzie, e l’amministrazione americana di Lyndon Johnson era tenuta al corrente rigorosamente di tutto quello che capitava laggiù. Il più grosso problema  per Israele nel 1967 non era sapere se avrebbero avuto la meglio sugli arabi. Sapevano che questo era sicuro perché avevano già l’esperienza degli avvenimenti del 1956, quando conquistarono tutto il Sinai più o meno in 100 ore;  non siamo che un decennio più tardi ed essi sanno che vinceranno facilmente. La loro principale preoccupazione era: come reagiranno gli Stati Uniti? Nel 1957, dieci anni prima, gli Stati Uniti avevano agito con molta severità. Dwight D. Eisenhower aveva dato a Israele un ultimatum : uscite oppure… In altri termini, uscite dal Sinai o dovrete affrontare una forte reazione del governo degli Stati Uniti. Nel 1967 gli israeliani avevano paura che si ripetesse la situazione del 1957.

Dunque gli israeliani mandarono molte persone a tastare il polso all’amministrazione americana, ponendo delle domande a personaggi che avevano dei contatti e che erano legate a Johnson. Tra le persone mandate c’era il generale di divisione Meir Amit, che era il capo del Mossad israeliano, l’agenzia di spionaggio. In questo frangente gli Stati Uniti erano arrivati a due conclusioni sicure a proposito del 1967. Prima conclusione, il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser non avrebbe attaccato. Non c’era nessun elemento di prova che indicasse che avrebbe attaccato. Conclusione numero 2, se contro tutte le evenienze avesse attaccato, come diceva Johnson all’epoca : “Se attacca gli darete una batosta. È quello che dicono tutte le nostre agenzie di spionaggio.”

Adesso potreste domandare, beh è quello che dicevano le agenzie di spionaggio americane, ma che cosa diceva lo spionaggio israeliano ? Ebbene, lo sappiamo perché il primo giugno il Generale aiutante capo di stato maggiore Meir Amit è venuto a Washington e ha parlato con degli alti funzionari americani. Ha detto e adesso io lo cito che non c’era “nessuna differenza tra la valutazione della situazione in Medio Oriente fatta dai nostri rispettivi servizi di spionaggio. Nessuna differenza”. Questo significa che gli israeliani sapevano anche loro che Nasser non avrebbe attaccato e sapevano anche che se avesse attaccato, come ha dichiarato Johnson, allora “Avrebbe preso una bella batosta”. Di fatto è quello che è successo…

Il Segretario della Difesa all’epoca era Robert McNamara e nelle discussioni interne prediceva che la guerra sarebbe durata da 7 a 10 giorni. Più tardi si sarebbe vantato della precisione della sua stima. In effetti la guerra era terminata non solo in 6 giorni, ma era terminata, veramente e letteralmente,  in 6 minuti circa. Nel momento in cui Israele ha lanciato il suo attacco lampo e distrutto la flotta aerea egiziana, che era ancora al suolo, ha tolto tutti gli appoggi aerei alle truppe al suolo. Era finito. L’unica ragione per la quale questa guerra è durata sei giorni, è perché volevano impadronirsi dei territori. Era un’occupazione violenta delle terre.

Aaron Mate: D’accordo,  ma la versione che sentiamo da 50 anni, come l’ho sentita alla scuola ebraica, alla scuola della domenica, e nel mio campo estivo ebreo, è che Israele fronteggiava una minaccia esistenziale e che ha condotto una guerra di difesa. Esaminiamo dunque alcuni punti chiave utilizzati per sostenere questo argomento. Dato che avete menzionato Nasser, cominciamo da lui. È lui che ha ordinato il ritiro delle truppe dell’ONU che stazionavano sulla frontiera tra Israele ed Egitto, dal lato Egiziano. Questa viene citata spesso come una prova che si preparava ad attaccare Israele.

Norman Finkelstein:  Giusto. Ebbene, quello che è successo è che nel aprile 1967 c’è stato un combattimento aereo tra l’aeronautica siriana e l’aeronautica israeliana. Nel corso di questo combattimento, Israele ha abbattuto sei aerei siriani dei quali uno sopra Damasco. Vi potreste chiedere perché è successo? Le prove di ciò che è accaduto sono perfettamente chiare e noi le abbiamo da un testimone non contestabile cioè Moshe Dayan…

Aaron Mate: Che era un generale israeliano.

Norman Finkelstein: Era il personaggio principale nel 1967, poi è diventato ministro degli Esteri nel governo Begin, quando Begin è arrivato al potere nel 1977. Ma nel 1976, Moshe Dayan, ha dato un’intervista in cui diceva : “Vi dirò perché noi avevamo tutti questi conflitti con la Siria. C’era una zona smilitarizzata tracciata dopo la guerra del 1948 tra la Siria e Israele. Allora che cosa capitava in questa zona smilitarizzata? ” Dayan ha dichiarato “Almeno l’ottanta percento del tempo, e probabilmente di più, ma limitiamoci al 80%, noi mandavamo dei bulldozer in questa zona smilitarizzata perché Israele era impegnata a occupare territori con la forza”. Israele cercava di impadronirsi di terre nella zona smilitarizzata. Mandava dei bulldozer, i siriani reagivano, e questo aumentava la tensione. Nel aprile 1967 questo è sfociato in un combattimento aereo tra siriani e israeliani. Dopodiché Israele ha cominciato a minacciare, verbalmente, di lanciare un attacco contro la Siria. Molti responsabili israeliani… La dichiarazione più celebre in quel momento la fece Yitzhak Rabin ma numerosi responsabili israeliani minacciavano la Siria. È capitato che l’Unione Sovietica sentisse un’ eco delle riunioni del governo israeliano. A metà di maggio il governo prese una decisione : attacchiamo la Siria. L’Unione Sovietica ha comunicato questa informativa agli Stati arabi vicini. Nella storia ufficiale si dice che era un falso allarme, come dire che l’Unione Sovietica avrebbe inventato l’imminenza di questo attacco israeliano.

Aaron Mate: Quando lei dice “la storia ufficiale”, intende la storia che ci hanno insegnato e come viene riportata spesso dai media.

Norman Finkelstein: E’ una storia che, letteralmente, nessuno conosce tranne un ristretto numero di eruditi, tra i quali anche alcuni professori universitari israeliani.

Aaron Mate: Permettetemi di citarne uno. Lo storico israeliano Ami Gluska, nel suo libro “L’esercito israeliano e le origini della guerra del 1967”, scrive: “La valutazione Sovietica della metà di maggio 1967, che Israele stava per colpire la Siria, era giusta e ben fondata.”

Norman Finkelstein: Come sapete io utilizzo spesso questa citazione perché era la prima volta che la vedevo scritta. C’erano voci secondo le quali Israele avrebbe attaccato, e vi erano vari indizi occasionali riguardanti  la riunione del Consiglio dei Ministri nel quale avevano preso questa decisione, ma questo non è mai stato pubblicato fino a che non l’ho letto nel libro di Gluska.

Egli conferma che gli israeliani avevano preso la decisione di attaccare. L’Egitto aveva un patto di difesa con la Siria. Sapendo che era imminente un attacco israeliano aveva l’obbligo di andare in aiuto della Siria. Dunque ha schierato delle truppe egiziane nel Sinai. E c’era una forza di pace che divideva l’Egitto da Israele chiamata United National Emergency Force, UNEF. Nasser ha chiesto a U Thant di ritirarla…

Aaron Mate:  Il segretario generale dell’Onu.

Norman Finkelstein: Ah sì è vero, scusate, era segretario generale dell’Onu. Nasser ha chiesto a U Thant di ritirare l’UNEF la forza di intervento rapido delle Nazioni Unite. In forza della legge, U Thant era obbligato a ritirare queste truppe. Adesso U Thant è stato attaccato fraudolentemente per questa decisione. In effetti questa ha distrutto il suo mandato alle Nazioni Unite, perché tutti lo hanno biasimato per la guerra del 1967. Adesso tutto questo è stato dimenticato ma è quello che è successo. Ma c’era una risposta molto semplice una reazione semplice alla richiesta di Nasser.

Aaron Mate: Spostate le truppe dell’ONU sul versante israeliano.

Norman Finkelstein: Sì perché nel 1957, quando era stata schierata l’UNEF, si erano accordati per disporla sia sul lato egiziano della frontiera sia sul lato israeliano. Così nel 1967 quando Nasser ha detto: “Ritirate l’UNEF dalla nostra parte, tutto quello che Israele doveva dire è “Bene, noi la riposizioniamo dalla nostra parte della frontiera”, ovvero sul versante israeliano. Ma non lo hanno fatto. Se l’UNEF avrebbe veramente potuto evitare un attacco egiziano, come suggerisce Israele quando dice che U Thant ha commesso un errore monumentale ritirando la forza dell’Onu, perché gli israeliani non l’hanno semplicemente schierata dall’altra parte della frontiera ?

Aaron Mate: Permettetemi di continuare con gli altri ragionamenti invocati a difesa di Israele per giustificare il suo attacco. C’erano degli attacchi di guerriglia contro la frontiera israeliana lanciati dalla Giordania e dalla Siria

Norman Finkelstein: (È vero)

Aaron Mate:  E queste vengono descritte nella storia ufficiale come una grande minaccia per la sicurezza di Israele.

Norman Finkelstein: Intanto dobbiamo capire che cosa c’era dietro questi attacchi. Si trattava di incursioni  di commandos palestinesi, sostenuti principalmente dal regime siriano. Ma come hanno riconosciuto anche gli ufficiali superiori israeliani, la ragione per la quale la Siria incoraggiava questi raids di commandos era l’ occupazione delle terre nelle zone smilitarizzate da parte di Israele. Secondariamente pur con tutto il rispetto dovuto, non voglio ridicolizzare i palestinesi o l’ OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), riconosco che si trattava di azioni coraggiose compiute da persone che sono state private della loro patria…

Aaron Mate:  Nel 1948

Norman Finkelstein:  Nel 1948. Erano dei rifugiati. Ricordatevi è passato poco tempo tra il 1948 e il 1967, meno di una generazione. Ma la realtà storica mostra che questi raids di commandos erano estremamente inefficaci. Uno dei capi dello spionaggio israeliano, Yehosafat Harkabi, li ha descritti dopo il 1967 come “ben poco significativi secondo tutti i  metri di giudizio.”

Aaron Mate:  Va bene. L’altro incidente storico importante che viene citato è la chiusura dello stretto di Tiran da parte di Nasser.

Norman Finkelstein:  Sì, circa la metà di maggio, penso che fosse il 17 o il 18 maggio, Nasser ha chiuso. C’erano anche delle forze dell’Unione schierate nello stretto di Tiran, che sono state ritirate quando Nasser ha chiesto a U Thant di ritirare l’UNEF. U Thant ancora una volta è stato pesantemente criticato su questo.  Si sostiene che avrebbe potuto ritirare l’UNEF solo dalla frontiera Egitto-israeliana e non dallo stretto di Tiran, ma invece  ha ritirate tutte le forze. Io ho letto la sua difesa. L’ho trovata molto credibile. Era un uomo estremamente rispettabile, U Thant. E probabilmente il più rispettabile segretario generale dell’Onu di tutta la sua storia. Comunque, l’UNEF è stata ritirata dallo stretto di Tiran e Nasser ha dichiarato chiuso lo stretto. Beh, ora lo stretto di Tiran…

Aaron Mate:  Dunque l’UNEF è stata ritirata da Sharm el Sheik.

Norman Finkelstein: Si . Sostanzialmente è la stessa zona. Era la via navigabile verso Eilat. La città portuale israeliana di Eilat. Ebbene, che dire di questa decisione ? Prima di tutto Abba Eban che sempre stato incline a drammatizzare…

Aaron Mate:  Un celebre diplomatico israeliano

Norman Finkelstein: Allora era rappresentante israeliano all’ONU. Più tardi, è diventato ministro degli esteri. E ha detto molto drammaticamente “Israele adesso respira con un solo polmone”. Era  la sua frase celebre. Comunque Eilat era appena utilizzato. L’unica merce importante che arrivava via Eilat era il petrolio, ma Israele aveva diversi mesi di riserve di petrolio accumulate, e quindi l’approvvigionamento in petrolio non era minacciato almeno per parecchi mesi. Ma la cosa più importante è che non c’è stato un blocco. Si nota che Nasser era un fanfarone : ha annunciato il blocco, lo ha  applicato per ciò che si stima abitualmente essere due o tre giorni, poi ha cominciato a lasciar passare tranquillamente le navi israeliane. Non c’era blocco, il problema non era un blocco fisico effettivo, il problema era  politico. E cioè che Nasser aveva sfidato pubblicamente Israele. Aveva sigillato, come ha dichiarato Israele, una via navigabile internazionale. Se si trattasse di una via navigabile internazionale o se appartenesse all’Egitto, è una questione giuridica complessa. Nasser ha  dichiarato, verso la fine del mese di maggio, in più occasioni : “Israele pretende di avere il diritto di passaggio nello stretto di Tiran. Noi diciamo che non ce l’ha. Andiamo in giudizio presso il Tribunale  Internazionale di Giustizia.”

Aaron Mate:  Qualche giorno prima dello scoppio della guerra.

Norman Finkelstein: Si. Pochi giorni prima, circa una settimana prima. Israele dice “Noi non vogliamo andare alla Corte internazionale”, perché Israele vuole avere il diritto di fare quello che vuole quando vuole. Non vuole andare su un piano di uguaglianza con un arabo davanti al Tribunale Internazionale di Giustizia. “Non è il modo in cui le cose funzionano qui. Noi qui siamo i padroni”. Insomma non era una via navigabile importante. Il solo prodotto importante che passava era il petrolio. Avevano delle grandi riserve di petrolio. Il canale navigabile non è stato chiuso. Nasser ho proposto di porre la questione al Tribunale Internazionale di Giustizia per una sentenza. Non è  un “casus belli”, per utilizzare il linguaggio tecnico, una giustificazione per la guerra.
E poi ci sono delle questioni giuridiche diverse perché in virtù dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite voi siete autorizzati a lanciare un attacco preventivo soltanto in caso di attacco armato contro di voi. La chiusura di un canale navigabile non è un attacco armato. Questo avrebbe dovuto essere sottoposto al Consiglio di sicurezza. E allora ci sono mille ragionamenti, sapete, è una cosa che ha differenti livelli e aspetti, ma, in tutti i capi d’accusa, Israele non aveva nessuna giustificazione. Comunque la si guardi, Israele non aveva alcuna valida ragione.

Aaron Mate:  Lei ha reso in esame un po’ questo argomento, ma forse dovrebbe entrare nei dettagli : perché Israele ha preso delle misure così straordinarie per iniziare questa guerra e impadronirsi di così tanti territori? Quali erano le sue  motivazioni ?

Norman Finkelstein:  Ebbene ci sono diverse motivazioni convergenti. Nell’insieme si può dire che Israele fin dalla sua fondazione nel 1948 e con il suo primo ministro e con la sua figura dominante David Ben Gurion, si è sempre preoccupato che potesse arrivare al potere nel mondo arabo quello che lui chiamava un Ataturk arabo. Cioè qualcuno come il personaggio turco Kemal Ataturk, che ha modernizzato la Turchia, ha introdotto la Turchia nel mondo moderno; Ben Gurion ha sempre avuto paura che una figura come Ataturk potesse emergere nel mondo arabo, e quindi il mondo arabo si sottraesse allo Stato di arretratezza e di dipendenza a fronte dell’Occidente e potesse diventare una potenza con la quale bisognava fare i conti nel mondo e nella regione. Nel 1952, quando ci fu la rivoluzione egiziana, e finalmente Nasser emerse come la figura dominante, Nasser era una specie di figura emblematica di quest’epoca. Tutti se ne sono completamente dimenticati salvo gli storici evidentemente, ma era un’epoca molto inebriante, era l’epoca del dopoguerra, dei non allineati, del terzomondismo.

Aaron Mate:  La solidarietà dentro il terzo Mondo, insomma.

Norman Finkelstein:..L’anti-imperialismo, la decolonizzazione e i personaggi emblematici erano Nehru  in India, Tito in Jugoslavia, e Nasser. Non erano ufficialmente compresi nel blocco sovietico. Erano una terza forza.

Aaron Mate:  Non allineata.

Norman Finkelstein: Esattamente, non allineata. I non allineati tendono a rivolgersi al blocco sovietico perché il blocco sovietico ufficialmente è antimperialista, ma non sono allineati. Nasser era uno dei personaggi dominanti di quel periodo dunque era antimperialista, un modernizzatore. Israele era considerato non senza ragione, come una postazione occidentale nel mondo arabo, e veniva ugualmente interpretato come il tentativo di mantenere nell’arretratezza il mondo arabo. C’era dunque una sorta di conflitto e di contrapposizione tra Nasser e Israele. E questo ha dato il via, come viene documentato anche stavolta assai scrupolosamente non da Finkelstein ma da uno storico importante molto considerato, cioè Benny Morris. Se leggete il suo libro, “Le guerre di frontiera di Israele”, che parla del periodo tra il 1949 ed il 1956, dimostra che intorno al 1952-53 Ben Gurion e Moshe Dayan erano veramente determinati a provocare Nasser, lo cito letteralmente. A continuare a stuzzicarlo e stuzzicarlo fino a che avessero un pretesto per distruggerlo. Volevano sbarazzarsi di lui e continuare a provocarlo, in modo che  a un certo punto Nasser non potesse fare a meno di rispondere; sostanzialmente Nasser è stato preso in trappola. Questo non ha funzionato proprio come speravano gli israeliani e dunque nel 1956 hanno ordito un complotto per rovesciarlo con il concorso degli inglesi e dei francesi. Fino a un certo punto questo ha funzionato. Hanno invaso il Sinai,  gli inglesi e i francesi hanno fatto la loro parte in questo complotto…

Aaron Mate:  Ma gli americani hanno detto loro di fermarsi.

Norman Finkelstein: Per diverse ragioni che non è il caso di richiamare adesso gli americani hanno detto a Israele di ritirarsi.

Aaron Mate: Sostanzialmente volevano rimandare tutto questo.

Norman Finkelstein:  Si.  Dwight Eisenhower pensava che non fosse ancora il momento adatto. Ma anche gli americani sicuramente volevano sbarazzarsi di Nasser. Lo vedevano tutti come una spina nel fianco. Dunque nel 1967 non c’è fondamentalmente altro che una ripetizione del 1956 con una differenza fondamentale.

Aaron Mate:  Il sostegno americano.

Norman Finkelstein: Gli Stati Uniti non si sono opposti. Sono stati molto prudenti e cauti nelle loro  dichiarazioni. Qualcuno dice che era un semaforo giallo, altri dicono che era un semaforo verde ma comunque non lo hanno sostenuto apertamente, perché era illegale. Sapete quel che ha fatto Israele. In quel momento gli Stati Uniti conducevano la guerra in Vietnam che era molto impopolare, e non volevano impegnarsi anche nel sostegno a Israele,  che sarebbe stato visto allo stesso modo come il colonialismo occidentale che tenta di prevalere sul Terzo Mondo, sul mondo non allineato, qualunque nome gli si dia.

Il primo obiettivo era eliminare Nasser. Era un obiettivo a lungo termine, mantenere il mondo arabo nell’arretratezza. Mantenerlo in uno stato subordinato, primitivo. Secondariamente, è quello che è capitato con la chiusura dello stretto di Tiran. Cioè Nasser agiva in modo molto arrogante. Sfidava gli israeliani. In un certo senso li punzecchiava, penso che sia vero. Era soltanto aria e gli israeliani sapevano che era solo aria ma pensavano… Una frase molto rivelatrice è stata pronunciata in una riunione del Ministero da qualcuno che in quel momento era comandante dell’esercito, Ariel Sharon. C’erano alcuni membri del Consiglio dei Ministri israeliano che avevano ancora delle remore a lanciare un attacco. Sharon ha dichiarato: “Dobbiamo attaccare adesso perché altrimenti perdiamo la nostra capacità di dissuasione”. È una delle frasi favorite dei militari israeliani.

Aaron Mate:   E continuano anche oggi con Gaza.

Norman Finkelstein:  Si

Aaron Mate:   E il Libano

Norman Finkelstein:  La “capacità di dissuasione” significa la paura che di noi ha il mondo arabo, che Nasser risollevava il morale degli arabi,  i quali non avevano più paura. Per gli israeliani, la paura, la capacità di diffusione, è una carta molto forte da parte loro per tenere gli arabi al loro posto. Dunque la seconda ragione era che dovevano ripristinare, secondo quel che dicevano loro, la loro capacità di dissuasione.

La terza ragione che io non indicherei come la principale, non direi che era la ragione effettiva, era che tutti i generali avevano ciascuno la propria volontà di recuperare dei territori. Tutto il mondo ha accettato che volevano riprendere Gerusalemme, di cui avevano perso una parte del 1948. Una gran parte di loro voleva la Cisgiordania, altri volevano le alture del Golan, altri volevano il Sinai, e dunque nella guerra c’era una componente di occupazione di territori.

Aaron Mate:   Va bene su questo punto siamo d’accordo e allora una domanda veloce mentre arriviamo alla fine della prima parte di questa intervista. Per quanto concerne l’occupazione di terra in Cisgiordania vi è la presenza in Cisgiordania di centinaia di migliaia di coloni ebrei oggigiorno, molti dei quali sono fanatici religiosi che credono di essere là perché Dio ha promesso loro quella terra; è forse questo tipo di fanatismo religioso che era una componente forte del pensiero israeliano in quel momento ? come il fatto di volere …

Norman Finkelstein: Non era una questione religiosa…Bisogna ricordare che il movimento sionista era per la maggior parte secolare, per la grandissima parte ateo.

In effetti, tra di loro, una larga parte si considerava socialista e comunista e non aveva nessun aggancio con la religione. Ma consideravano lo stesso di avere un titolo legale di proprietà sulla terra perché nel loro pensiero la Bibbia non era solo un documento religioso, era un documento storico e storicamente, gli ebrei sono stati in Palestina, che apparteneva a loro. C’era la stessa mentalità nel 1967. Era secolare ma era anche profondamente radicata e fanatica. Il fatto che avessero una rivendicazione sul territorio non era necessariamente nel loro animo una rivendicazione religiosa. Era una rivendicazione secolare, ma comunque una rivendicazione fanatica, che è la  loro terra perché è quello che è scritto nella Bibbia e la Bibbia è un documento storico, sapete, per loro la Bibbia è un atto di proprietà storico.

Aaron Mate:  E qui si conclude questa parte di intervista. Nella prossima puntata vedremo che cosa sia cambiato per  Israele dopo il 1967 in termini di sostegno dagli ebrei-americani e anche di sostegno del governo americano e come questi due elementi sono correlati. Il mio invitato è Norman Finkelstein. A risentirci alla prossima puntata..

Norman  Finkelstein ha ottenuto il dottorato nel 1988 presso il Dipartimento di politica dell’Università di Princeton. Attualmente insegna in Turchia, al centro dell’Università di Sakarya per gli studi sul Medio Oriente. Finkelstein è autore di 10 libri, i quali sono stati tradotti in 50 edizioni straniere.

Fonte: http://therealnews.com

Link: http://therealnews.com/t2/index.php?option=com_content&task=view&id=31&Itemid=74&jumival=19230

4.06.2017

Traduzione dal francese per www.comedonchisciotte.org a cura di GIAKKI49