mercoledì 16 maggio 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: Recenzione a Giovanni ORSINA, La democrazia del narcisismo (Marsilio 2018)


Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo, Marsilio editori, Venezia 2018, pp. 198, € 17,00
Orsina analizza l’attuale crisi dei regimi democratici sottolineandone la causa (principale) politica e la sua conseguenzialità con la natura della democrazia dei moderni (cioè post-illuminista).

Questa prende le mosse da certe promesse; la prima, già nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti, è che ogni individuo ha il diritto di perseguire la realizzazione della propria felicità. Tale promessa è “connaturato alla democrazia intesa non soltanto come sistema politico, ma come modello di società. Allo stesso tempo, però, la pretesa che quella promessa sia mantenuta sottopone il regime democratico a tensioni insopportabili”. Ma dato che il capitalismo è distruzione creatrice (Schumpeter) e la modernità anche, le strutture socio-politiche che vengono distrutte da quelle tensioni sottopongono il sistema a ripetute crisi. A partire dalla seconda metà del secolo passato “la riaffermazione poderosa di quella promessa, che all’inizio era stata formulata in termini altamente politici, ha in breve tempo portato all’affacciarsi di un nuovo soggetto assai poco adatto alla politica: il narcisista. L’affermarsi di questo tipo umano contribuisce a far appassire cinque dimensioni fondamentali dell’agire politico: potere, identità, tempo, ragione e conflitto”.

Dato che soddisfare del tutto il narcisista è impossibile, le élite di governo “si sforzano di arginarlo, trasferendo il potere dalla politica verso istituzioni economiche, giudiziarie, tecnocratiche, spesso sovranazionali… così facendo, la politica col passare degli anni si va rinchiudendo sempre di più in una tagliola micidiale: richieste crescenti da un lato, strumenti sempre più deboli e inefficaci con cui soddisfarle dall’altro”. Per cui la conseguenza, iscritta nel destino degli aggregati politici umani, è di rivestire un’unica funzione da poter svolgere “quella del capro espiatorio… questo marchingegno ha agito e agisce in tutte le democrazie avanzate. Il terzo capitolo del libro, incentrato su Tangentopoli, cerca di spiegare perché in Italia esso abbia avuto effetti ancor più dirompenti di quanto non sia accaduto altrove. La fragilità della repubblica dei partiti, e in particolare la sua incapacità di dotarsi di una legittimità solida, fanno sì che nella penisola il processo di degenerazione del politico sia particolarmente grave, e possono quindi dar conto in larga misura del collasso sistemico del 1992-1993. In quel frangente, d’altra parte, s’ingenera nei confronti della politica un’ostilità così profonda e violenta da apparire tutto sommato sproporzionata rispetto alle responsabilità storiche del ceto di governo, pure notevoli, e più in generale alle cause della crisi”.
Orsina fa derivare le contraddizioni della democrazia moderna da Tocqueville “Perché una società fondata sulla promessa-pretesa di piena autodeterminazione soggettiva possa funzionare nel tempo, tuttavia, è necessario che quanti la compongono rientrino in una ben determinata categoria antropologica, dai confini ampi ma tutt’altro che illimitati. La democrazia, perciò, da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro però funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti. Non solo. La democrazia spinge gli individui a desiderare fuori da quei limiti, e così facendo mette costantemente in pericolo la sopravvivenza proprio di quel tipo di cittadino del quale non può fare a meno”; nell’attuale fase narcisistica occorre riprendere la lezione di Tocqueville il quale “ Nel secondo volume de La democrazia in America distingue con cura l’individualismo dall’egoismo. L’egoismo è un vizio istintivo che esiste da sempre ed è presente in ogni cultura: «un amore appassionato e sfrenato di se stessi, che porta l’uomo a riferire tutto soltanto a se stesso, e a preferire sé a tutto». L’individualismo è invece un frutto specifico della civiltà democratica, non è un «istinto cieco» ma «un sentimento ponderato e tranquillo»” e “La specialità del narcisista consiste nel fatto che la sua ossessione di se è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra” e “Il suo rapporto col mondo è interamente determinato dal filtro di una prospettiva soggettiva non educata né maturata dal confronto. È intellettualmente una monade, insomma, prima ancora di esserlo socialmente e politicamente”.
Il narcisismo del cittadino post-moderno tende a ridimensionare le citate “dimensioni” dell’agire politico: in effetti – ancor più - le fa appassire tutte.
Anche la stessa “struttura” dello Stato borghese che Schmitt considera uno status mixtus, frutto della commistione dei principi di forma politica e di quelli della borghesia, perché tende a obliterare i primi e a ridurre i secondi, anche se s’insiste sulla dimensione universale dei diritti dell’uomo (meno su quelli del cittadino). In questa situazione è difficile che la democrazia liberale trovi un ubi consistam; a Constant (e ai “vecchi” teorici del liberalismo) era chiaro il reggersi della suddetta forma di Stato sul carattere di rappresentanza politica dei due organi fondamentali (il Re e il Parlamento). Ma se si trascura la dimensione propriamente politica (cioè sociale ed istituzionale) non è dato capire come l’istituzione Stato possa applicare e tutelare i diritti (quali che siano). In fondo l’aveva ben visto Hegel il quale sosteneva che “Lo Stato è la realtà della Libertà concreta…Il principio degli Stati moderni ha questa immane forza e profondità: esso fa sì che il principio della soggettività si compia fino all’estremo autonomo della particolarità personale, e, a un tempo, lo riconduce nell’unità sostanziale, conservando così quest’ultima in quel principio stesso”[1]. Al narcisista contemporaneo fa difetto il secondo movimento
Come scrive Orsina “con la fine delle identità collettive, è venuto meno anche il legame fra élite e popolo: il popolo non riconosce più alle élite il diritto di decidere e guidare; le élite hanno smesso di considerarsi responsabili nei confronti del popolo”.
In questo contesto la situazione italiana dopo i primi decenni del secondo dopoguerra, ha dei connotati peculiari, che la rendono più difficile da gestire di altre grandi democrazie europee, come Francia e Germania le quali si erano date ordinamenti costituzionali efficienti e responsabili. L’Italia no, per cui il sistema politico ha una stabilità, ma precaria. In primo luogo perché era impossibile che il P.C.I. potesse ascendere al potere “La presenza di quest’anomalia ha impedito alle istituzioni repubblicane di consolidare la propria legittimità, e al conflitto politico di organizzarsi in maniera funzionale a quel processo di legittimazione. Là dove per consolidamento della legittimità istituzionale deve intendersi non soltanto l’accettazione da parte degli italiani dei valori democratici considerati in astratto, ma anche, e soprattutto, la loro adesione all’assetto che la democrazia ha assunto in concreto in Italia. Un assetto al quale può benissimo negare legittimità pure chi condivida appieno i principi della democrazia liberale… L’Italia rispetta molti dei dettami della democrazia liberale, ma non tutti”.
Quindi, ad applicare le distinzioni di Ferrero, l’Italia dei partiti era in una situazione di “quasi-legittimità” o di legittimità claudicante. Per cui bastava una spinta, neppure tanto forte, per mandarla a terra. 
“Il sistema politico italiano, in conclusione, non riesce ad affermare la propria legittimità né adeguandosi al modello occidentale di democrazia maggioritaria e competitiva, né proponendosi in maniera convincente come un esempio di democrazia consensuale antifascista… Alla repubblica dei partiti non restano altro che argomentazioni congiunturali: non il richiamo esplicito e conseguente a un insieme di principi politico-istituzionali in armonia con lo spirito del tempo – quelli che Guglielmo Ferrero chiamava i «geni invisibili della città»”. In assenza di ciò è costretta a reggersi su regimi “congiunturali”: la Guerra fredda (in primo luogo), la tenuta delle istituzioni democratiche, l’accrescimento del benessere (risultato notevolissimo conseguito). Ma quando implose il comunismo e così la guerra fredda, e la crescita economica rallentò, esplose la crisi di Tangentopoli, cui Orsina dedica l’ultima parte del libro, e che “legge” attraverso il pensiero di Elias Canetti e René Girard.
L’epilogo guarda al futuro, con l’esaminare le varie ipotesi di superamento della crisi della democrazia, verso le quali l’autore manifesta il suo pessimismo (da condividere).
Tuttavia scrive che “La restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe rappresentano la seconda e la terza ipotesi di soluzione del rompicapo democratico. Le due ipotesi sono distinte sul piano logico ma hanno cooperato spesso su quello storico”. Cui può aggiungersi che, come sosteneva M. Hauriou, il rinnovamento religioso era il fondamento di ogni rinascita delle comunità (e non solo delle democrazie).
Quanto alla catastrofe, forse non c’è bisogno di arrivare al peggio (in fondo stiamo vicini al fondo): se è vero, come già notava Eschilo nelle Eumenidi (e è stato ripetuto da tanti) che la comunità scopre (e rinnova) se stessa e quindi propria unità e identità unendosi contro un (nuovo) nemico, il fatto che sia tramontato (“neutralizzato”) il principale criterio di percezione del nemico e riconoscimento dell’amico del “secolo breve” e cioè borghese/proletario, e ne stia sorgendo uno nuovo, può ancora offrire qualche speranza.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] Lineamenti di filosofia del diritto, § 260

giovedì 26 aprile 2018

NON condivido e invito a NON condividere l'Appello degli «Antifascisti fascisti» che mi è giunto con richiesta di Adesione!


Mi è giunto un Appello che certamente NON condivido e che non sottoscrivo. Ma non basta... Giacché mi appare come una oggettiva minaccia ad una larga parte di altri cittadini, mi sembra necessaria una immediata e tempestiva e puntuale critica al testo ricevuto che qui "copio ed incollo” per opportuna conoscenza, riservandomi a dopo in Premessa una più accurata disamina e critica...

Intanto sul titolo: “mai più fascismi" rinvia a una narrazione falsa, strumentale a un "fascismo" che come ho scritto più volta ha cessato storicamente, politicamente ed eticamente di esistere al momento della sua debellatio militare, avvenuta anche con il concorso interno dei "partigiani", di supporto alle armate anglo-americane. Oggi le nuove generazioni, anzi tutte le generazioni post-1945, non sanno neppure cosa mai sia stato il fascismo non avendolo mai vissuto. Ciò che ne hanno e ne sanno è una narrazione strumentale da parte di un «antifascismo» che già per le sole leggi che cita si dimostra più fascista del suo Fascismo Narrato, e forse inventato o immaginario...

Gli Antifascisti ci hanno consegnato un paese occupato da 130 basi militari americane, ci hanno coinvolto in guerre da noi non volute, chiamano la guerra pace quando sono costretti a farle su ordine del padrone americano al quale obbediscono: l'ultima è stata la guerra con la Libia, con la quale era ancora fresca d'inchiostro un trattato di amicizia, vilmente e sfacciatement traditi... Gli Antifascisti ci hanno reso un Popolo Maramaldo. Neppure sanno che la nostra Costituzione, la più bella del mondo, fu in realtà scritta a Yalta e nasce sotto l'insegna della limitazione di sovranità: non sanno neppure cosa è una costituzione che è fin dalla nascita sovrana oppure non è.

Il massimo del ludibrio è l'articolo 11 della costituzione che ci viene chiesto di violare da quello stesso padrone che ce lo fece redigere: vale o non vale a seconda degli ordini che giungono da Washington: basta una telefonata al Presidente pro tempore, perché risponda: Obbedisco! E non esagero per nulla: il caso della Libia di cui ancora paghiamo le conseguenze insegna quel che dico. Siamo lo zimbello del nostri alleati: Francia, Inghilterra, Germania...

E per adesso mi fermo qui, ma seguo il dibattito, se gli esaltatore della nostra costituzione vogliono per davvero riconoscere l'art. 21, di cui forse neppure si accorgono di volere l'abolizione con il loro stesso appello. La Legge Mancino? O meglio Modigliani-Taradash-Mancini? Da chi fu voluta e cosa vuole? Possono mai i sentimenti essere oggetto di una legge? Non sanno nemmeno cosa è diritto e cosa è costituzione! A tanta barbarie ci hanno portato! Questi quyi la democrazia ce l'hanno sulla bocca ma non sanno cosa sia, e grazie a loro ha ormai perso ogni significato. Per i contenuti che si evincono (Varsavia, ecc.) il testo appare di assai inquieta ma ben individuabile ispirazione. Per fortuna nè i Movimento Cinque Stelle né la Lega figurano fra i firmatari. Come iscritto al Movimento Cinque Stelle, quello del 2009, reintegrato dal Tribunale di Roma nell'esercizio dei diritti dell'art. 49 della costituzione appongo il simbolo del M5s, di cui è in corso al Tribunale una Udienza civile per la restituzione del simbolo ai suoi iscritti, quelli del 2009.

CIVIUM LIBERTAS


* * *

Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale è tra i promotori dell'Appello proposto dall'ANPI nazionale e ha deciso anche di raccogliere le firme di coloro che intendono sottoscriverlo.
Stiamo per giungere alla conclusione della raccolta e, per questo, invitiamo tutti coloro che non lo abbiano già fatto a firmare, entro il 10 maggio, l'Appello, sotto riportato, attraverso la procedura che trovate alla conclusione del testo


            
MAI PIÙ FASCISMI
Appello a tutte le Istituzioni democratiche

Noi, cittadine e cittadini democratici, lanciamo questo appello alle Istituzioni repubblicane.
Attenzione: qui ed ora c'è una minaccia per la democrazia.
Si stanno moltiplicando nel nostro Paese sotto varie sigle organizzazioni neofasciste o neonaziste presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell'odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant'anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali.
Fenomeni analoghi stanno avvenendo nel mondo e in Europa, in particolare nell'est, e si manifestano specialmente attraverso risorgenti chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni.
Per questo, uniti, vogliamo dare una risposta umana a tali idee disumane affermando un'altra visione delle realtà che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale.
Per questo, uniti, sollecitiamo ogni potere pubblico e privato a promuovere una nuova stagione di giustizia sociale contrastando il degrado, l'abbandono e la povertà che sono oggi il brodo di coltura che alimenta tutti i neofascismi.
Per questo, uniti, invitiamo le Istituzioni a operare perché lo Stato manifesti pienamente la sua natura antifascista in ogni sua articolazione, impegnandosi in particolare sul terreno della formazione, della memoria, della conoscenza e dell'attuazione della Costituzione.
Per questo, uniti, lanciamo un allarme democratico richiamando alle proprie responsabilità tutti i livelli delle Istituzioni affinché si attui pienamente la XII Disposizione della Costituzione (“E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”) e si applichino integralmente le leggi Scelba e Mancino che puniscono ogni forma di fascismo e di razzismo.
Per questo, uniti, esortiamo le autorità competenti a vietare nelle competizioni elettorali la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni iniziative promosse da tali organismi, comunque camuffati, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse Istituzioni locali.
Per questo, uniti, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII Disposizione della Costituzione.
Per questo, uniti, come primo impegno verso una più vasta mobilitazione popolare e nazionale invitiamo a sottoscrivere questo appello le cittadine e i cittadini, le associazioni democratiche sociali, civili, politiche e culturali. L'esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l'unità democratica, con la fermezza delle Istituzioni.
Nel nostro Paese già un'altra volta la debolezza dello Stato rese possibile l'avventura fascista che portò sangue, guerra e rovina come mai si era visto nella storia dell'umanità. L'Italia, l'Europa e il mondo intero pagarono un prezzo altissimo. Dicemmo “Mai più!”; oggi, ancora più forte, gridiamo “Mai più!”.

ACLI – ANED – ANPI – ANPPIA – ARCI – ARS – ARTICOLO 21 – CGIL – CISL – COMITATI DOSSETTI – COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE – FIAP – FIVL – ISTITUTO ALCIDE CERVI – L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS – LIBERA – LIBERI E UGUALI – LIBERTA' E GIUSTIZIA – PCI – PD – PRC – UIL – UISP
ADERISCONO:
LEGACOOP NAZIONALE - AICVAS - ALLEANZA DELLE COOPERATIVE ITALIANE DI MODENA - ANEI - ANPC - ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI AMICIZIA ITALIA CUBA - ASSOCIAZIONE RADICALI SARDI - AUSER - CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE MARIO MIELI - DiEM25 ITALIA - FEDERAZIONE DEI CIRCOLI GIUSTIZIA E LIBERTÀ - FEDERCONSUMATORI - GIOVANI DEMOCRATICI - I SENTINELLI DI MILANO - LA RETE PER LA COSTITUZIONE - LINK COORDINAMENTO UNIVERSITARIO - MEMORIA ANTIFASCISTA - MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO TOSCANA - MOVIMENTO GIOVANILE DELLA SINISTRA - PMLI - RETE DEGLI STUDENTI MEDI - RETE DELLA CONOSCENZA - RETE NOBAVAGLIO - UGO NESPOLO - ALDO TORTORELLA - UNIONE DEGLI STUDENTI - UNIONE DEGLI UNIVERSITARI - POTERE AL POPOLO

Tutti coloro che volessero sottoscrivere l’appello possono farlo con la seguente modalità:
(parte omessa)

giovedì 12 aprile 2018

COMUNICATO: da "Lista Comitato No Nato". - Si prega chi legge e aderisce, di diffondere ulteriormente.

Gli Usa, il Regno Unito, la Francia, Israele, con la Nato al seguito, dopo averlo minacciato, preparano un attacco alla Siria, Stato arabo laico, democratico e socialista  ancora in piedi dopo 7 anni di aggressione e massacri, attacco che inevitabilmente coinvolgerà i suoi alleati, russi, iraniani e Hezbollah e non potrà non provocare reazioni e  culminare in una catastrofe planetaria, addirittura nucleare.
 
Coloro che promettono di attaccare sulla base di un’evidente macchinazione provocatoria, come quella dell’ennesimo presunto uso di armi chimiche a Ghouta da parte di Assad, proprio nel momento di una sua decisiva vittoria sul mercenariato jihadista, sono gli stessi che hanno trascinato il mondo in guerra dopo guerra sulla base di bugie, falsità, inganni, come le armi di distruzione di massa di Saddam, la responsabilità per l’11 settembre dell’Afghanistan, i bombardamenti sul proprio popolo di Gheddafi e Assad. Procedono alla distruzione e sottomissione di qualsiasi elemento statuale non allineato, causando milioni di morti innocenti e inenarrabili devastazioni. Ognuna di queste operazioni costituisce un crimine contro l’umanità.
 
Oltre al martirizzato popolo siriano, oggi è a rischio l’intera umanità per il fanatismo bellico e la frenesia di potere e ricchezza dei dirigenti di una minoranza che pretende di definirsi “comunità internazionale”, rappresentandone non più del 17%. Di fronte a questa corsa verso il suicidio planetario siamo finora rimasti attoniti e passivi. Se non è ora il momento per sollevarsi in massa, senza distinzione di ideologie e posizioni geopolitiche, riprendendo il filo di una lotta contro gli sterminatori, i profittatori di guerre e genocidi, gli schiavisti di un’economia che per affermarsi travolge popoli, nazioni, pezzi di mondo, domani non lo è più di certo.

Muoviamoci, organizziamoci, ribelliamoci, denunciamogli assassini e i loro complici.
Assediamoli! Fermiamoli! Ne va della vita.

Lista Comitato No Nato
comitatononato@googlegroups.com
comitatononato@gmail.com

venerdì 23 marzo 2018

Teodoro Klitsche de la Grange recensisce “La sinistra che verrà”.

Acquisto.
A.A.V.V., La sinistra che verrà, Minimum fax, Roma 2018, pp. 258, € 16,00

Sosteneva Thomas Hobbes (commentando Tacito) che il genio politico di Augusto si arguiva (anche) dall’uso che faceva delle parole, al fine di facilitare – ma anche di occultare e/o alterare il senso – i cambiamenti nell’ordinamento di Roma. Viene in mente perché il sottotitolo del libro è “Le parole chiave per cambiare”. E questa è la finalità del volume (con saggi di 22 autori): aggirare e ricostruire la cultura politica della sinistra attraverso un lessico nuovo per “la sinistra che verrà”. Tentativo, scrive Giulio Marcon nell’introduzione, “più urgente dopo la sconfitta del blocco comunista con il 1989 e della sua alternativa socialdemocratica e riformista, travolta dall’avanzata del modello neoliberista che a partire dagli anni  Ottanta ha colonizzato l’economia, la società, l’ambiente, la cultura”. Si è infatti affermato “il cosiddetto finanzcapitalismo, che potrebbe avere come rappresentante moderno quell’antico mostro mitologico di Gerione di cui Dante disse nell’Inferno: «Ecco la fiera con la coda aguzza/ che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!»…Il capitalismo si è “radicalmente trasformato” e la sua finanziarizzazzione ripropone “un’egemonia (anche culturale), e di nuove gerarchie di potere, ricomponendo identità e processi sociali e spazzando via il «compromesso fordista» del Novecento. Processo che non è stato capito dalla sinistra per cui questa è in crisi dentro e fuori dall’Europa. Infatti “La sinistra cosiddetta «riformista» - socialdemocratica e moderata – è scomparsa in Grecia, ridotta al lumicino in Francia, sconfitta in Spagna e in Germania, in grandissima difficoltà in Italia”. Secondo Marcon la sinistra radicale gode di migliore salute “Da Syriza in Grecia a Podemos in Spagna, dal Labour in Gran Bretagna a Mélenchon in Francia fino al governo di «alternativa di sinistra» in Portogallo”, onde è in grado di prefigurare una società più giusta e più uguale.

Ad avviso del prefatore “Le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato; la sinistra deve ricostruire una cultura dei beni comuni e del «pubblico». Il neoliberismo ha rilanciato la centralità dell’impresa e dell’individuo nel suo interesse privato; la sinistra deve rivendicare la centralità della società e della persona nel suo contesto comunitario”. A ciò serve un “lessico nuovo. Perché le parole contano. In questi anni l’ideologia neoliberista ha contaminato non solo percezioni e culture, ma anche le parole e il modo di esprimersi”. E questo “libro a più voci vuole appunto essere un piccolo contributo alla ricostruzione di una cultura politica della sinistra”.

L’altro curatore del volume, Giuliano Battiston scrive nella nota conclusiva che “Le parole sono veicoli del pensiero e strumenti di azione. Non solo descrivono il mondo, ma contribuiscono a trasformarlo”; occorre, sostiene, riflettere sulla crisi “La crisi ha avuto origine nella progressiva evasione dell’economia dal controllo democratico, nelle politiche istituzionali che hanno favorito l’ascesa della finanza predatrice, che ha prodotto disuguaglianza e instabilità (James K. Galbraith), ma segna anche la dissoluzione del capitalismo postbellico, quella particolare formazione sociale che aveva allineato democrazia e capitalismo intorno a un patto sociale che gli conferiva legittimità”. Oggi il “capitale avanza, la democrazia indietreggia”; onde “a uscirne incrinata è la stessa metafora fondante della società occidentali capitalistica: il contratto sociale” con la prevalenza di processi di esclusione sociale su quelli di inclusione. Gli autori di questo libro invitano ad essere consapevoli della trasformazione del capitalismo per cui “Si tratta di abbandonare una fede e una religione – la religione del progresso, la fede nello sviluppo – in favore di un’altra società, una società di abbondanza frugale, che punti al benessere condiviso, alla giustizia per tutti”.

Se il proposito degli autori è condivisibile, perché non si possono applicare schemi otto-novecenteschi in un contesto socio-politico economico dove si presentano obsoleti, è anche vero che il loro armamentario di riferimento tiene spesso ancora conto di parametri e griglie superati.

In particolare il criterio destra/sinistra. Questo è già in se equivoco, perché tende ad accumunare due distinzioni epocali di contrapposizione politica: quella, prevalente nel XIX secolo, dell’opposizione tra borghesia/potere monarchico, e quella del “secolo breve” tra borghesi e proletari. Ritiene Marcon che “Norberto Bobbio in Destra e sinistra individua nell’uguaglianza il concetto (il valore, la politica) su sui si costruisce il discrimine tra destra e sinistra. È a fondamento della nostra Costituzione (articolo 3) e informa ogni proposta e progetto che sia di sinistra”. Ne deriva che sia il discrimine destra/sinistra sia il carattere fondamentale di questo (l’uguaglianza) sono considerati aventi ancora un valore politico fondamentale, determinante la dicotomia amicus/hostis. Solo che non è più così: la distinzione ha perso valore, è in fase di neutralizzazione, anche se alcune esigenze possono trasmigrare in una nuova scriminante amico/nemico (e in molti dei saggi raccolti nel volume, lo si avverte anche implicitamente).

Ad esempio la scriminante del “secolo breve” era fondata sui rapporti di produzione e sulla contrapposizione tra capitalisti ed operai. Ormai, nell’epoca del finanzcapitalismo l’appropriazione della ricchezza prodotta dagli uni e dagli altri è percepita e in gran parte lo è realmente, come effetto dello sfruttamento di elite politiche e burocratiche, di clientele consolidate, della finanza (interna ed) internazionale, e, da ultimo, della concorrenza (di paesi) e manodopera a basso costo. Non è più determinata (fondamentalmente) dal rapporto di produzione, ma dallo sfruttamento fondato su altro. Il nemico è così diventato, anche (forse soprattutto) per larghi strati popolari, il burocrate e il finanziario parassita, il garantito per scelta pubblica (politica), il migrante sfruttato (come concorrente sul mercato del lavoro). Lo stesso criterio dell’eguaglianza individuato da Bobbio (a parte che anche all’epoca, aveva dubbio valore fondamentale), ha carattere relativo, allorquando il criterio discriminante è più conseguenza di un differenziale di potere (politico ed economico).

Il potere globalizzante attenta non tanto all’eguaglianza tra individui e a quella tra comunità umane, ma al carattere d’indipendenza di queste, ossia di non dipendere da decisioni di altre sintesi politiche, ma avere la suità di tomistica memoria (liber est qui sui causa est).
 
L’invadenza della globalizzazione, il suo limitare la sovranità, e così l’indipendenza delle comunità, è ciò che fa riconoscere il nemico e il campo centrale della nuova scriminante. Alla quale le altre, e i corrispondenti conflitti d’interesse, tendono ad essere subordinati. La decisione fondamentale non è più se stare con i borghesi o i proletari, con i poveri o i ricchi, ma con i propri concittadini o con gli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange


domenica 18 marzo 2018

Come Israele e i suoi sostenitori lavorano per censurare Internet.

Ero pagato per...”
Riunisco in uno stesso post di Civium Libertas la serie di articoli che “Invicta Palestina” sta traducendo in italiano, proponendole poi alla rete per la diffusione. Mi preme sottolineare un aspetto che forse non è stato ancora visto. L’imponente apparato mediatico azionato direttamente dal governo israeliano agisce, prima ancora che sulla rete, sugli apparati di produzione normativa degli stati dove sono presenti potenti lobby ebraiche, che hanno loro deputati e loro contatti governativi. Commissionano apposite leggi che si affiancano ai sistemi di cui qui si parla e che agiscono come immense macchine della delazione. La controffensiva andrebbe pertanto rivolta non già agli organizzatori di questi servizi dal contenuto idiota, quanto contro quei nostri politici che in pratica ci hanno già venduti. Non è difficile sapere chi sono e individuarli, chiedendo conto del loro operato e denunciando la violazione dei nostri diritti costituzionali. Non è difficile sapere quali sono le leggi da abrogare immediatamente con un colpo solo. Mi considero una “vittima” di questa organizzazione criminale che agisce con il sostegno degli stati. Reagisco quindi non mosso da “rancore" o addirittura “odio”, da loro strumentalizzato e messo al loro servizio, ma con l'unico scopo di ristabilire la Giustizia e il rispristino dei diritti costituzionali di libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento, di critica politica. In passato, su questo blog, era già stato pubblicato un articolo: Ero pagato per..., antecedente e non recente, che dava un quadro dell’attività dell'Hasbara. Se quell’articolo, poteva essere dalle parti interessato rigettato come non attendibile, il servizio che adesso segue è pienamente confermativo di una prassi che è assai antica e che andrebbe ricostruita con un minuzioso lavoro di ricerca storica.

CL

Come Israele e i suoi sostenitori lavorano
 per censurare Internet.
 di
Alison Weir, 8 marzo 2018

Studenti all’Accademia di informatica e sicurezza informatica israeliana.
 Israele sta anche “setacciando le comunità ebraiche all’estero
 per trovare giovani informatici prodigio disposti a collaborare”.

“Numerosi progetti ben finanziati, organizzati da e per Israele lavorano per inondare i social media con propaganda filo-israeliana, e bloccare invece notizie non gradite a Israele. I progetti utilizzano soldati israeliani, studenti, adolescenti americani e altri, e vanno dall’infiltrazione in Wikipedia all’influenza su YouTube. Alcuni operano nei Centri della comunità ebraica negli Stati Uniti.”

Gente che andava sul canale trovava un messaggio che diceva che il sito era stato chiuso per “violazioni delle linee guida di YouTube” – lasciando intendere al pubblico che eravamo colpevoli di irregolarità – assicurando che loro non sapevano nulla sulle informazioni che stavamo cercando di diffondere.

Quando abbiamo tentato di accedere al nostro canale, abbiamo trovato un messaggio che diceva che il nostro account era stato ‘disabilitato permanentemente’. Non avevamo ricevuto alcun avviso e non abbiamo ricevuto spiegazioni.

Dopo cinque giorni, abbiamo ricevuto un messaggio generico in cui si diceva che YouTube aveva esaminato i nostri contenuti e determinato che non violavano alcuna linea guida. Il nostro canale è tornato di nuovo online.

Allora, perché all’inizio è stato chiuso? Cosa è successo e perché?

A quanto pare, Israele e le istituzioni israeliane impiegano eserciti di guerrieri di Internet, dai soldati israeliani agli studenti, per diffondere propaganda online e cercare di ottenere che vengano vietati contenuti che Israele non vuole che siano mostrati.

Forse come i nostri video di palestinesi uccisi dalle forze israeliane.

1. Quello che è successo.

Qualche giorno prima della chiusura del nostro canale, abbiamo ricevuto una notifica con email da YouTube, che ci diceva che avevamo ricevuto “un avvertimento” per un breve video su un uomo palestinese ucciso da soldati israeliani. Il video faceva parte della nostra serie realizzata per rendere le vittime palestinesi, solitamente ignorate dai media statunitensi, visibili agli americani.

Ci vogliono tre minuti per guardare il video e vedere che non contiene nulla di discutibile, a meno che rivelare crudeltà e oppressione siano discutibili:

https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=m7_JNgc26lY
[si accede al video you tube cliccando sul link]

L’email di YouTube affermava che avevamo in qualche modo violato la loro lunga lista di linee guida, ma non ci diceva quale o come. Semplicemente dichiarava:
“Il tuo video ‘Ahmad Nasser Jarrar’ è stato segnalato per una revisione. Dopo aver esaminato, abbiamo stabilito che viola le nostre linee guida. L’abbiamo rimosso da YouTube e assegnato un avvertimento relativo alle Norme della community, o penalità temporanea, al tuo account.”

Tale sanzione non è pubblica e non chiude il canale.

Tre giorni più tardi, prima ancora che avessimo avuto la possibilità di fare appello contro questo avvertimento, YouTube improvvisamente ha cancellato l’intero canale. Il tutto compiuto senza ulteriori avvertimenti o spiegazioni.

In violazione delle norme di YouTube pubblicate.

Le norme di YouTube dicono che esiste un sistema di ‘tre avvertimenti’ con il quale avvisa per tre volte le persone alle quali sono riconosciute presunte violazioni, prima di chiudere un canale. Se un canale alla fine viene chiuso, le norme stabiliscono che YouTube invierà un’e-mail  “che specifica il motivo della sospensione”. Niente di tutto ciò è accaduto nel nostro caso.

==========Breve parentesi==========
Caso simile anche in Italia per il nostro canale Invictapalestina, segue notifica con scadenza aprile 2018 e video “esaminato”. Il nostro ricorso è stato respinto.

Questa segnalazione è riferita al canale YOUTUBE di Invictapalestina, con altri due avvertimenti il canale potrebbe essere chiuso. Israele semina odio, Invictapalestina lo documenta e il canale è messo a rischio.


Anche in questo caso è necessario un minuto  per guardare il video e vedere che non contiene nessun incitamento all’odio da parte nostra. (Il video  è oscurato sul nostro ma visibile egualmente sul nostro blog/pagina Facebook e  in altri server grazie a siti amici che l’hanno ricaricato).

Link al video: https://www.invictapalestina.org/archives/31569


lunedì 5 marzo 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: «Stato rappresentativo e vincolo di mandato»


STATO RAPPRESENTATIVO E VINCOLO DI MANDATO

C’è da chiedersi perché i “vecchi” giuspubblicisti e scienziati della politica chiamavano lo Stato loro contemporaneo, ossia lo Stato post-rivoluzione francese preferibilmente Stato rappresentativo e, come concetti prossimi e/o derivati, le istituzioni di quello rappresentative, il regime politico rappresentativo, la stessa democrazia rappresentativa e rappresentativo il governo (e la forma di governo). Oggigiorno, a partire (grosso modo) dalla metà del secolo scorso, al posto di rappresentativo lo si caratterizza come liberale o democratico-liberale (raramente borghese) (1).

Carl Schmitt (1888-1985)
Dagli autori e dai loro contributi (citati in nota e da altri) risulta la duplicità dei significati dei termini rappresentanza e rappresentativo i cui estremi sono da un lato il carattere necessario, per cui non c’è possibilità di governo e quindi di sintesi politica senza rappresentanza. Come sostiene Carl Schmitt la rappresentanza è un principio di forma politica; senza quel principio (così come senza quella d’identità) non c’è forma di Stato (2).

Scrive Schmitt “Nella realtà della vita politica esiste tanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali del principio di identità, quanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali della rappresentanza. Anche là dove è fatto il tentativo di realizzare incondizionatamente un’identità assoluta, rimangono indispensabili gli elementi e i metodi della rappresentanza, come viceversa non è possibile nessuna rappresentanza senza raffigurazioni dell’identità”.

E.J. Sieyès (1748-1836)
Dall’altro la necessità che il rappresentante sia scelto dai rappresentati e sia in sintonia con essi. Ambo i caratteri sono già presenti nel discorso di Sieyés del 7 settembre 1791 all’Assemblea costituente francese, così come le ragioni che li rendono insopprimibili (3).

Se è vero che la rappresentanza è necessaria perché è principio di forma politica è anche vero che (l’altro polo del significato del termine) viene considerato rappresentante chi è, in qualche misura, in sintonia con i rappresentati. Scrive Fisichella “In termini di rapporto tra elezione e rappresentanza, si possono configurare tre combinazioni principali. Si può ipotizzare, per cominciare, una elezione senza rappresentanza … Ancora più nutrita è la combinazione inversa, cioè la rappresentanza senza elezione. Del monarca si dice che rappresenta la nazione, senza che nelle monarchie ereditarie egli passi attraverso il momento elettivo” (4). Ma se “tralasciamo l’elezione che non dà luogo a rappresentanza, in quanto esula dal nostro tema che invece ha per oggetto appunto la rappresentanza, ci accorgiamo che rimangono i due casi della rappresentanza senza elezione e della rappresentanza elettiva … vale chiedere in prima istanza a quale livello incide l’elemento elettivo, cioè in altri termini quali differenze sussistono tra rappresentanza elettiva e non” (5). Quanto alla somiglianza sociologica delle istituzioni rappresentative “come riproduzione del microcosmo rappresentativo del macrocosmo sociale … Siamo nel contesto della concezione «descrittiva» della rappresentanza o, se vogliamo, della rappresentanza come rappresentatività”, ma non è detto che un organo non elettivo non sia meno rappresentativo in questo senso. Parimenti per la rappresentatività psicologica per cui “non è necessario enumerare altri casi, oltre i due ora richiamati, per inferirne la possibilità dell’esistenza di assemblee che siano rappresentative anche se non elettive”. Pertanto a fare “la differenza” è il carattere partecipativo dell’elezione “Solo la rappresentanza elettiva è la rappresentanza democratica, nel senso che in essa si realizza il precetto partecipativo” (6). E prosegue “La repubblica di cui parla il Federalist per distinguerla dalla democrazia, è pur sempre una realtà democratica, se la sua rappresentanza vi è elettiva”. Anche perché la procedura elettiva ha un (potente) effetto di integrazione.

A concludere questo breve excursus su un tema quanto mai trattato dalla dottrina così come dalla politica “militante”, se ne deduce che carattere (e funzione) principale della rappresentanza è dare capacità d’azione (e quindi esistenza) alla comunità di cui le istituzioni rappresentative sono organi. É l’impossibilità (se non per comunità piccolissime) di agire come politica che determina l’inevitabilità della rappresentanza politica. E la necessità anche dei di essa corollari, affinchè possa operare congruamente alla funzione principale.

Gaetano Mosca (1858-1941)
2. L’insistenza con cui i “vecchi” giuristi (Mosca, ancorché ricordato soprattutto come scienziato della politica, era professore di diritto costituzionale) definivano come “rappresentativo” lo Stato successivamente denominato “liberale” o (meglio) “democratico-liberale” è probabilmente da ricondurre al (sotteso) concetto di costituzione e in genere di ordinamento (e non lontano dalla concezione schmittiana della costituzione).

Questo è in primo luogo, relativamente allo Stato rappresentativo (o borghese) l’ordinamento di uno status mixtus cui concorrono sia i principi di forma politica (identità e rappresentanza, istitutivi dell’organizzazione politica) che dell’ “ordine” borghese (con funzione limitativa del potere politico e pubblico in generale) (7).

Dato che l’esistenza (e la capacità d’azione) politica è costituita e modellata dai primi (e i secondi non sono necessari a quella) sono questi, e in particolare il principio rappresentativo a connotarlo. Anche se tale rappresentanza, avendo un carattere democratico (o proiettato verso la democrazia), è orientata verso tale specie del genere rappresentativo. Successivamente tale carattere è passato in secondo piano, cedendo la priorità alla tutela del diritti fondamentali (e quale principio organizzativo orientato alla libertà, alla distinzione dei poteri).

Ciò non toglie che come scriveva Santi Romano “Costituzione, significa, come si è detto, assetto o ordinamento che determina la posizione, in sé e per sé e nei reciproci rapporti che ne derivano, dei vari elementi dello Stato, e, quindi, il suo funzionamento, l’attività, la linea di condotta per lo stesso Stato e per coloro che ne fanno parte o ne dipendono” (8).

3. Da qualche anno si è contestato il precetto, derivante dal carattere rappresentativo dell’unità politica, per cui il rappresentante non può avere vincoli di mandato (disposto fin dalla Costituzione francese del 1791, Titolo III, cap. I, art. 7). Si sostiene data la scarsa fedeltà dei parlamentari al partito nelle cui liste sono stati eletti, (al punto che la maggioranza dei parlamentari della legislatura passata ha cambiato partito) l’opportunità di abolire, ma per lo più limitare quel principio con precetti antivoltagabbana.

A tal fine si vorrebbe limitare la libertà di decisione dei parlamentari sia con norme comportanti decadenza dall’incarico, sia con sanzioni economiche. Cioè circoscrivere giuridicamente ciò che politicamente non tollera limiti. Una proposta ufficiale è quella di recente lanciata da Di Maio. Secondo il quale introdurre il vincolo di mandato sarebbe “l’unico vero antidoto alla piaga dei voltagabbana che ammorba il Parlamento da anni” perché si tratta di gente che si prende 15.000 euro al mese grazie al voto dei cittadini per portare avanti un programma e poi invece fa quello che gli pare… Per noi il parlamentare è un portavoce delle istanze degli italiani (cioè Di Maio rivaluta il “corriere politico” così svalutato da Sieyès) … Se il programma per cui è stato votato non gli sta più bene, allora prende e se ne va a casa senza stipendio, senza buonuscita”.

Tutte tali proposte, ancorché quelle dei Cinquestelle siano blande, violano il principio della libertà (d’azione e di opinione) degli organi rappresentativi e dei loro componenti e che non si limita alla sola salvaguardia dall’invadenza del Giudice penale, ma ha portata (e ratio) generale. Scriveva Orlando che “l’istituto delle immunità parlamentari non ha bisogno di essere collegato con alcuna ragione di convenienza specifica, ma si giustifica come si giustifica ogni istituto di diritto comune, cioè con la semplice enunciazione di quella che i romani chiamavano ratio iuris(9); onde le prerogative parlamentari vanno considerate nella loro inscindibile connessione.

Immunità personali, reali, funzionali sono tutte specificazioni del principio che “nessuna volontà esteriore può, non diremo limitare, ma neanche semplicemente concorrere con quella dell’Assemblea nell’esercizio delle sue attribuzioni”. Il principio che le accomuna consiste nell’inviolabilità; perché ciò che conta è che “la persona (o il collegio di persone) che dell’inviolabilità è coperta, non può essere  sottoposta ad alcuna giurisdizione, in quanto questa si attui attraverso una coazione sulla persona” e va intesa come “indipendenza da ogni giurisdizione (10).

Ciò stante la coazione che verrebbe esercitata nel parlamentare anche nell’ipotesi blanda dei Cinquestelle, è comunque lesiva dell’indipendenza del Parlamento (11). Perché “Che fra gli organi onde lo Stato manifesta la sua volontà e la attua, uno ve ne sia che su tutti gli altri sovrasta, superiorem non recognoscens, e che non potendo appunto ammettere un superiore (ché allora la potestà suprema si trasporterebbe in quest’altro) deve essere sottratto ad ogni giurisdizione e diventa, per ciò stesso, inviolabile ed irresponsabile, è noto” (12).

La notorietà di cui scriveva il Presidente della vittoria si è, evidentemente, assai ridotta; ciò non toglie che l’esigenza per cui era (ed è) stata (fin dagli albori del costituzionalismo moderno) prescritta nelle Carte Costituzionali non sia venuta meno.

Sanzionare il parlamentare anche solo con pronunce di decadenza dall’incarico o di perdita dello stipendio e della pensione è una forma, meno intensa di altre, di esercitare pressioni sul rappresentante. Da parte o di altri poteri dello Stato, nel caso quello giudiziario, e/o anche di poteri non statali (partiti e non solo).

Perché anche se a promuovere il giudizio per la decadenza dallo stipendio fosse anche solo un comitato di elettori, a pronunciarlo sarebbe – a quanto pare – un Giudice (ossia un potere costituito esterno al Parlamento).

E quello del quis judicabit? è il problema principale della decisione. Mentre la “sanzione” prevista dall’ordinamento rappresentativo (ed esercitata da sempre) è quella più logica e conforme al sistema: che il rappresentante fellone sia giudicato dagli elettori i quali, conformemente al carattere democratico della rappresentanza, come hanno il potere di nominarlo, hanno anche quello di giudicarne l’operato e negargli la conferma nell’incarico (13).

Potere che è più complicato da esercitare – e ce ne rendiamo conto – quando, con la seconda Repubblica si sono promulgate leggi elettorali che, progressivamente, hanno prodotto più camere di nominati (dai partiti) che di eletti (dal popolo).

Nella speranza (o illusione) che il futurellum dia maggior spazio alla scelta da parte degli elettori delle persone (e non solo dei partiti), non è comunque ravvisabile l’opportunità che si proceda ad un ulteriore condizionamento dell’indipendenza delle camere.
Insomma: pezo el taco del buso.

Teodoro Klitsche de la Grange


(1). Si ricordano alcuni luoghi in cui il termine rappresentativo è utilizzato come nel testo v. V.E. Orlando principi di diritto costituzionale, Barbera (s.d.) p. 64 ss.: “Il governo rappresentativo suppone innanzi tutto che i cittadini partecipino, per mezzo di diritti politici, alla cosa pubblica: riferendocene quindi al criterio delle tre forme secondarie, possiamo dire che questa forma di governo deve necessariamente essere semilibera o libera… esso è dunque una forma di governo popolare o libera o democratica che dir si voglia” nel concetto di rappresentanza si differenzia la distinzione da quello diretto “Il criterio che distingue questo tratto caratteristico si può averlo da questa considerazione materiale, cioè che l’esercizio dei diritti politici, al popolo riservati, non si fa direttamente dai cittadini medesimi… ma bensì per mezzo di rappresentanti, scelti dal popolo”. Caratteristica del governo rappresentativo erano l’armonia tra coscienza popolare e diritto positivo, la distinzione dei poteri, la tutela giuridica e la pubblicità (e con ciò l’opinione pubblica è elemento di controllo). La forma di governo rappresentativo si connette sia alla forma monarchica che a quella repubblicana democratica; Gaetano Mosca parla di “sistema” e “regime” rappresentativo, i quali riproducono, anche in forma democratica (elezione dei rappresentanti) il potere delle minoranze organizzate sulla maggioranza “Quel che avviene colle altre forme di Governo, che cioè la minoranza organizzata domina la maggioranza disorganizzata, avviene pure, e perfettamente, malgrado le apparenze contrarie, col sistema rappresentativo… Accade nelle elezioni, come in tutte le altre manifestazioni della vita sociale, che gl’individui, che hanno la voglia e soprattutto i mezzi morali, intellettuali e materiali per imporsi agli altri, primeggiano su questi altri e li comandano” Elementi di scienza politica, Torino 1923, p. 142 (in altre opere ripete sempre l’aggettivo “rappresentativo”, con significato conforme. V. ad es. “Lo Stato città antico e lo stato rappresentativo moderno” in Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare, Bari 1949, p. 37 ss.). Scrive Santi Romano “Più volte, si è avuta l’occasione di notare che, fra le istituzioni governative dello Stato, alcune hanno carattere rappresentativo, cioè rappresentano il popolo o la nazione e sono quindi, quelle nelle quali trova la sua più tipica espressione la forma del governo democratico, in quegli Stati in cui alla democrazia diretta si è sostituita, in tutto o in parte, quella indiretta, ossia rappresentativa. Fra tali istituzioni, basti ricordare le camere parlamentari, che nelle costituzioni che hanno adottato il sistema bicamerale sono spesso entrambe rappresentative, mentre talvolta siffatto carattere ha una sola delle due camere, e il presidente o la suprema istituzione governativa della repubblica, che, per definizione, è sempre rappresentativa… l’istituto della rappresentanza politica è uno di quegli istituti, che erano sorti nel medioevo anche nell’Europa continentale, compresa l’Italia, ma che, in quanto sono ora tipiche espressioni del moderno costituzionalismo, derivano, direttamente o indirettamente, dal diritto costituzionale inglese… Essa partiva dal principio della sovranità popolare, e riteneva che gli elettori, come organi del popolo, delegassero, mediante l’atto elettivo, detto perciò mandato, l’esercizio di tale sovranità agli eletti… I primi dubbi sulla consistenza di tale teoria sorsero quando al principio della sovranità popolare fu sostituito quello della sovranità dello Stato”. Tali istituzioni “si dicono rappresentative vengono così qualificate perché, nella loro stessa struttura, nel modo con cui sono designate le persone ad essere preposte, in tutti i momenti del loro funzionamento, è implicito lo scopo che esse hanno di mantenere in un continuo e stretto rapporto lo Stato con la nazione, cioè col suo popolo”. Anche se l’elezione non basta a conferire loro il carattere rappresentativo. La rappresentanza può essere “necessaria, che si ha quando il rappresentato non ha la capacità di agire da sé, e quella volontaria, che ha luogo per volontà dello stesso rappresentato, nonché del rappresentante, fuori dei casi di incapacità”. La rappresentanza politica “è una rappresentanza necessaria. Il popolo quando non si ha un governo democratico diretto, non ha la possibilità giuridica di curare e tutelare i suoi interessi se non per mezzo di rappresentanti e, di solito, scegliendo esso stesso questi ultimi. È inoltre rappresentanza legale, che ha, cioè per fonte la legge” (v. Principii di diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 160 ss.).  Testo

(2). V. anche “La diversità delle forme di Stato si basa sul fatto che ci sono due principi di forma politica contrapposti, dalla cui realizzazione ogni unità politica assume la sua forma concreta … Lo Stato è una condizione, e precisamente la condizione di un popolo. Ma il popolo può raggiungere e ottenere in due diversi modi la condizione dell’unità politica. Esso può già nella sua immediata datità – in virtù di una forte e consapevole omogeneità, in seguito a stabili confini naturali o per qualsiasi altra ragione – esser capace di agire politicamente. Inoltre esso è come entità realmente presente nella sua immediata identità con se stesso un’unità politica … Il principio contrapposto parte dall’idea che l’unità politica del popolo in quanto tale non può mai esser presente nella reale identità e perciò deve esser sempre effettivamente presente” V. Verfassungslehre trad. it. di A. Caracciolo La dottrina della costituzione, Milano 1984 pp. 270-272.  Testo

(3). V. Diceva l’abate rivoluzionario “È quindi necessario convenire che il sistema di rappresentanza e i diritti che volete ricollegarvi in tutti i gradi devono essere determinati prima di decidere alcunché sulla divisione del corpo legislativo e sull’appello al popolo delle nostre deliberazioni. I moderni popoli europei somigliano ben poco a quelli antichi. Tra noi non si tratta che di commercio, di agricoltura, di opifici … Tuttavia non potete rifiutare la qualità di cittadino e i diritti correlativi, a questa moltitudine senza istruzione che la necessità di lavorare assorbe completamente. Perché proprio come noi debbono obbedire alla legge, devono anche, come voi, concorrere a farla. E questo concorso dev’essere uguale. Può esercitarsi in due modi. I cittadini possono accordare la loro fiducia a qualcuno di loro: senza spogliarsi dei loro diritti, ne affidano l’esercizio. È in vista dell’utilità comune che nominano delle rappresentanze ben più capaci di loro di capire gli interessi generali, e d’interpretare, in vista di questi, la loro propria volontà. L’altro modo d’esercitare il proprio diritto a formare la legge è di partecipare in prima persona a farla. Questa partecipazione diretta è ciò che caratterizza la vera democrazia. Quella mediata è connaturale al governo rappresentativo. La differenza tra questi due sistemi politici è enorme” e proseguiva “Non è dubbio, tra noi, su quale debba essere la scelta tra questi due metodi per fare la legge. In primo luogo, la stragrande maggioranza dei nostri concittadini non ha abbastanza istruzione, né abbastanza tempo a disposizione per volersi occupare direttamente delle leggi che devono governare la Francia; la loro opinione è dunque di nominare dei rappresentanti”. Ciò comporta che “i cittadini che si nominano dei rappresentanti rinunciano e devono rinunciare a fare essi stessi direttamente la legge: e, di conseguenza, non hanno alcuna volontà particolare da imporre. Ogni influenza, ogni potere compete ad essi sulla persona dei loro mandatari; ma questo è tutto. Se dettassero delle volontà questo non sarebbe più uno stato rappresentativo; sarebbe uno stato democratico”: di conseguenza è inammissibile il mandato imperativo come se ciascun deputato fosse il commesso del proprio committente (il collegio elettorale) “un deputato lo è della nazione intera; tutti i cittadini ne sono i mandanti … non c’è né può esservi, per un deputato altro mandato imperativo, o del pari, altre aspirazioni, che quelle nazionali; non deve dar ascolto ai suggerimenti dei suoi elettori se non quando siano conformi ai desideri generali”; infatti nell’assemblea “Non si tratta, qui, di registrare, uno scrutinio popolare, ma di proporre opinioni, infine formare in comune una comune volontà”; e “È pertanto inutile che vi sia una decisione nei baliaggi o nelle municipalità, o in ciascuna casa di città o di paese, perché le idee cui mi oppongo non portano che ad una specie di Certosa politica. Questi tipi di pretese sarebbero assai più che democratiche. La decisione non spetta, e non può non spettare che alla sola Nazione, riunita in assemblea. Il popolo o la nazione non può avere che una sola voce, quella della legislatura nazionale” (il corsivo è mio).  Testo

(4). V. La rappresentanza politica, Milano 1983, pp. 11-12.  Testo

(5). Op. cit. pp. 12-13.  Testo

(6). Op. cit. p. 14  Testo

(7). C. Schmitt, op. cit., p. 267.  Testo

(8). E proseguiva, criticando la concezione di chi ritiene costituzionale solo lo Stato borghese “E sempre in base a tale principio nel campo della dottrina si è spesso ritenuto e da qualcuno si ritiene ancora, che diritto costituzionale sia soltanto quello dello Stato a regimec.d. libero, o, specificando di più, con riguardo alla figura che tale regime ha assunto nello Stato moderno, quello dello Stato «rappresentativo», mentre un diritto costituzionale non avrebbero gli Stati c.d. assoluti o dispotici o anche semiliberi… Ogni Stato è per definizione, come si vedrà meglio in seguito, un ordinamento giuridico, e non si può immaginare, quindi, in nessuna sua forma fuori del diritto… Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo”, op. cit., pp. 2-3. Testo
(9).Diritto pubblico generale, Milano 1954, p. 484.  Testo

(10). Op. cit., pp. 485-486.  Testo

(11). Per salvaguardare la quale è da sempre (addirittura) disposta la “giurisdizione domestica” per i dipendenti delle Camere.  Testo

(12). Orlando op. cit., p. 487 (il corsivo è mio).  Testo

(13). C’è da valutare poi se un simile tipo di sanzione (il cambiamento di gruppo politico e perciò di partito) sia volto a tutelare (e in quale misura) la fedeltà al partito o quella agli elettori nel caso, non infrequente che non coincidano. L’antico reato di fellonia prescriveva sanzioni contro il vassallo sleale verso il signore feudale (il rapporto era tra persone fisiche determinate). Così com’è stato sinteticamente esposta la proposta dei 5 stelle (ed altre analoghe) pare prevedeva una fattispecie  - il cambio di gruppo parlamentare – più volta ad assicurare la fedeltà al partito che ai propri elettori. Sarebbe poi interessante a tal fine sapere chi può farlo valere (il partito? Un suo organo?  O sarebbe attivabile con azione popolare?  Testo