giovedì 4 gennaio 2018

Teodoro Klitsche de la Grange, articolo: «Parassitario o predatorio?»


PARASSITARIO O PREDATORIO?

Sommario: 1. Definizione dei termini. – 2. Gli anni della crisi economica. –  3. La situazione concreta dell'Italia. –  4. Il tipo ideale dell’assetto predatorio. –  5. Il risultato complessivo. –  6. La difesa giuridica. –  7.  Circostanze coadiuvanti. –  8. L’appropriazione politica. –

1. Definizione dei termini. – Come è noto gli studiosi (italiani) di Scienza delle finanze sono soliti distinguere gli assetti di potere (sotto il profilo economico-finanziario) coercitivi  in: tutoriali, quando le scelte dei governanti sono orientate alla salvaguardia dell’interesse di tutti; parassitari (i più sono sottomessi e sfruttati al fine di trovare durevole vantaggio a favore di ceti ed interessi preferiti dalla élite dirigente); predatori (dove prevale l’interesse delle classi dominanti ad aumentare il proprio utile “a breve periodo”). Gli assetti suddetti non sono definiti in maniera univoca, né i criteri sono i medesimi per tutti gli studiosi che se ne sono occupati [1].
La distinzione, vicina (e in parte lo comprende) – al giudizio di Max Weber per la quale l’uomo politico vive, in qualche misura, anche di politica (e non solo per la politica), non è spesso agevolmente applicabile al concreto perché in diversa misura ogni organizzazione, anche la più tutoriale ed efficiente – ha dei costi (compresi quelli del vertice direttivo), come li hanno le altre. Onde spesso la distinzione si fonda su elementi quantitativi più che qualitativi.
Per cui la “soglia” tra l’uno e l’altro assetto è determinata (per lo più) dal quantum idoneo a distinguerli; ma non è solo questione – anche se è l’aspetto più importante – di percentuale di ricchezza prelevata (o estorta) ai governati, ma anche – ad esempio – dell’uso della forza, del provvedimento in luogo del contratto e così via.

2Gli anni della crisi economica. –  A quasi nove anni dall’inizio della crisi economica e delle vicende, in particolare italiane, che ne sono conseguite, è da chiedersi quanto le trasformazioni intervenute nell’assetto dei rapporti economici tra classe dirigente e cittadini siano riconducibili (nel risultato) ad una delle tre specie identificate.
All’uopo è meglio ricordare – tra i tanti dati disponibili (più o meno affidabili) che: quanto al PIL questo, tra il 2000 e il 2016 è cresciuto meno di un punto percentuale (dato ISTAT settembre 2017); invece l’aumento della pressione fiscale rispetto al PIL è stato il secondo più alto d’Europa, ossia +3,2%, più del doppio della zona euro (+ 1,5%) e più del triplo della Ue a 28 paesi (1%)[2]; nel periodo 2008-2017 l’aumento è stato dell’1,3%[3].
Peraltro i dati vanno compresi (e l’effetto spesso è peggiore): ad esempio l’IVA è aumentata (durante il periodo della crisi) di due punti percentuali (dal 20% al 22%). Il gettito in termini reali è lievemente calato, ma solo perché la crisi ha ristretto la base imponibile per cui, onde ottenere un gettito più o meno pari, il governo è stato costretto ad aumentare del 2% l’aliquota (dal 20 al 22%). E così si potrebbe andare avanti citando fonti ufficiali (credibili fino ad un certo punto) e non ufficiali (meno credibili?).
Da questi (e altri) dati possono farsi due considerazioni generali. La prima è che la crisi economica ha decurtato il reddito di tutti i cittadini; la seconda, che, invece, non ha inciso (o molto meno) sulle élite dirigenti e su coloro che vivono del bilancio pubblico: il costante aumento del prelievo fiscale – malgrado la contrazione della base imponibile – lo prova. Il reddito calante (per i governati) si è sommato al prelievo crescente.
Qualcuno potrebbe sostenere, a seguire Gaetano Mosca, che la ragione di ciò è “la naturale tendenza, che hanno coloro che stanno a capo della gerarchia sociale ad abusare dei loro poteri”. Ovviamente a beneficio proprio e dei propri protetti/seguaci (e protettori). Ma è da chiedersi, fino a quando? L’equilibrio tra costi e benefici delle organizzazioni delle comunità non è mai pari: l’importante, per mantenerlo, è che non sia troppo distante dalla parità.
Quando nell’impero romano si ruppe – Settimio Severo lo predicò sul letto di morte – quell’equilibrio (progressivamente peggiorando), avvenne che i sudditi dell’impero scappavano dalle zone ancora amministrate dai funzionari imperiali verso quelle occupate dai barbari, le cui pretese erano assai più “miti” di quelle degli esattori romani[4].
Anche nell’Italia contemporanea abbiamo almeno due “classi” di cittadini italiani che scappano (in massa, come i romani): coloro che cercano (e trovano) lavoro all’estero (nel 2016 oltre centomila) prevalentemente giovani; e i pensionati che si trasferiscono in paesi (anche europei come il Portogallo) dove la vita è meno costosa e il fisco meno rapace (per i quali, a leggere i giornali, il fisco sta studiando come tosarli meglio).

3La situazione concreta dell'Italia. –  Ciò stante cerchiamo di dare una risposta all’interrogativo iniziale: a quale dei tre assetti corrisponde la situazione concreta dell’Italia?
Quello sicuramente da escludere è che si tratti di un assetto tutorio (il preferibile per i governati). La classe dirigente – e i suoi manutengoli mediatici – si affannano a sostenere che tra costi e benefici c’è equilibrio, anzi che i secondi (per i governati) fanno aggio sui primi, ma, a prescindere che un simile giudizio suscita generalmente un misto di rabbia e ilarità, resta il fatto che al calare dei secondi (v. pensioni, sanità, ecc. ecc.) corrisponde l’aumento dei primi (imposte, corrispettivi vari, svendite del debito pubblico). Per cui è insostenibile nei (e dai) fatti.
Meno agevole è ricondurre il tutto a uno degli altri due assetti.
Il cui discrimine è, secondo alcuni, la prospettiva di durata (lunga in quello parassitario, perciò meno oppressivo), e breve nel predatorio (consistente in vantaggi immediati a favore esclusivo dei governanti); secondo altri la regolamentazione/difesa giuridica, presente nel parassitario e assente o del tutto inconsistente nel predatorio (il cui caso-limite è il saccheggio di una città espugnata dal nemico), che richiama in certo modo la visione/concezione hobbesiana del bellum omnium cantra omnes. Altri criteri possono essere l’aumento e la prevalenza di strumenti d’amministrazione negoziali o autoritativi (contratto o provvedimento); paritari o non paritari e così via.

4Il tipo ideale dell’assetto predatorio. – Come cennato i criteri distintivi dell’assetto predatorio da quello parassitario sono prevalentemente ritenuti due: la prospettiva a “breve periodo” e l’assenza di difesa giuridica. Il “tipo ideale” di assetto predatorio è, come prima scritto, quello di una città o un territorio occupato e saccheggiato da un esercito nemico. Il quale non si aspetta né che il saccheggio continui indefinitamente ma neppure che vi sia alcuna pretesa giuridica che possa farsi valere contro il diritto del vincitore/occupatore a disporre senza limiti dei beni e delle vite dei vinti (che comprendeva nell’antichità sia lo jus vitae et necis, sia quello sulle persone, riducibili in schiavitù).
Ma questo è un tipo ideale, cui le situazioni concrete si possono accostare e (parzialmente) essere ricomprese, senza esservi incluse totalmente. Né l’un criterio né l’altro coincidono con i connotati peculiari dell’assetto parassitario in cui gli sfruttatori (per interesse proprio) non hanno alcun intento che lo sfruttamento s’esaurisca in breve durata. Come scriveva Pareto, il loro interesse è spennare l’oca senza troppo farla gridare. Se l’oca muore o perde tutte le penne diventa inutile: lo sfruttamento si esaurisce per carenza di sfruttabile. La stessa difesa giuridica è compatibile con l’assetto parassitario, non foss’altro perché consente una utilizzazione regolata, quindi (entro certi limiti) prevedibile e calcolabile, anche da parte degli sfruttati (che ne siano consapevoli o meno). Pertanto possono distinguere l’assetto parassitario dal predatorio.
Il dominio, di converso, di una banda di briganti non si distingue da quello di un potere legittimo soltanto perché non è ispirato alla giustizia, come scriveva S. Agostino, ma, ancor più, perché non è finalizzato alla durata (e alle condizioni e limiti che la permettono).
Non costituisce invece criterio distintivo il monopolio (o almeno l’impiego) della violenza (più o meno) “legittima” perché questo connota ogni tipo di Stato (Weber) e relativo assetto, compreso il preferibile assetto “tutorio”, in quanto ogni sintesi politica presuppone comunque la (possibilità di) trasgressione e quindi la necessità di reprimerla. Anche se, nell’assetto predatorio l’uso della violenza è sistematico, ciò che lo rende qualitativamente diverso è l’assenza di limiti giuridici (nel tipo ideale) e (almeno) la loro minimizzazione (nelle situazioni concrete). Piuttosto ciò che appare un’antinomia è che l’assetto predatorio (a parte il caso-limite dell’occupatio militare, soprattutto quando esercitata con mezzi barbarici), proprio perché riferito ad un assetto statale, si svolge in un contesto istituzionale (come gli altri due). Il quale, come scriveva Hauriou è per sua natura ispirato alla durata, essendo questo carattere (e funzione) peculiare dell’istituzione.
Ma, anche in un’istituzione politica la sospensione del diritto è ricorrente e prevista dall’ordinamento. Il Gouvernement de fait del giurista francese, il Massnamezustand di Schmitt[5], lo justitium romano[6] sono tutte situazioni concrete in cui la sospensione del diritto può consentire l’assetto predatorio e ancor più, l’esercizio di pratiche predatorie.

5Il risultato complessivo. – Sotto il profilo quantitativo ciò che connota l’assetto predatorio rispetto al parassitario è il risultato complessivo. Anche qui nel secondo l’esigenza di durata dello sfruttamento ne presuppone una certa tollerabilità. E nessun fatto la rende tollerabile quanto il successo, in particolare sotto il profilo economico. Lo sfruttamento in un assetto parassitario può essere notevole, nel senso che le risorse della comunità destinate al sostentamento della classe dirigente, del di essa aiutantato[7]  e delle clientele preferite costituiscano una percentuale rilevante e perfino maggioritaria di quelle prelevate, ma comunque essere tollerato se la comunità è in crescita economica. Ma non lo è se questa non c’è, o si riduce di guisa da far arretrare, in un mondo dove altri Stati crescono in misura superiore, le chances di vita e d’esistenza comunitaria e individuale. Proprio questo è quello che è accaduto all’Italia della c.d. “seconda Repubblica”. Se è vero che la c.d. “prima Repubblica” aveva, in particolare dagli anni ’60 in poi, accentuato il “modello distributivo” della ricchezza, rispetto al “modello produttivo” prevalente dal primo dopoguerra fino all’inizio degli anni ’60, ciò avveniva in un contesto in cui vi era sempre accrescimento della ricchezza, in misura – per lo più – superiore (nella peggiore delle ipotesi pari) a quello degli Stati più simili per caratteri politici, economici e culturali (e geografici).
Se invece andiamo a vedere le statistiche del PIL a partire da metà degli anni ’90 ad oggi l’andamento è il contrario. Limitando l’esame ad alcuni grandi Stati europei occidentali (i più simili, secondo il criterio appena ricordato) il risultato è il seguente (periodo 1995-2014)
Incremento PIL
Svezia 41,7%
Francia 20,7%
Germania 28,7%
Spagna 23,9%
Grecia 13,5%
Portogallo 19,1%
Italia 1,9%[8]
Anche altri dati concordano al medesimo (sconfortante) andamento: la pressione fiscale nel 1990 era pari al 38,2% del reddito nazionale, nel 2014 al 44,2%. In tutti gli anni dal 1992 al 2014 (e dopo) si è mantenuta al di sopra del 40%.
Tanto per fare un confronto con la prima Repubblica, nel 1980 la pressione fiscale era pari al 31,8% del reddito nazionale. In tutti gli anni fino al 1991 è stata inferiore al 40%, mediamente si aggirava intorno al 30% o poco più. Quindi tra “prima” e “seconda” repubblica l’aumento medio della pressione fiscale è cresciuto di circa il 40% (dal 30-32% al 42-44%). Negli anni ’51-63 (il boom economico) il PIL italiano crebbe da circa 14.000 miliardi di lire a 31.261 con incremento annuale medio del 5,9% (quello della Francia era il 4,4%); i consumi italiani quasi raddoppiati; gli investimenti triplicati[9]. È penoso confrontarli con i dati corrispondenti della seconda repubblica.
Anche se la “prima repubblica” è stata liquidata come se fosse stata l’agostiniano governo di una banda di briganti (latrocinium), bisogna prendere atto che ha prodotto molti più benefici e molti meno danni della seconda.
Risultati così deludenti, protratti per un lungo lasso di tempo (oltre vent’anni) possono costituire criterio di distinzione tra assetto predatorio e parassitario. In effetti mentre in quest’ultimo l’aumento dello sfruttamento si accompagna ad un aumento della ricchezza a disposizione dei governati, nel primo si riduce: prendendo come base i dati citati per l’Italia ad un aumento del reddito nazionale di 1,9% in vent’anni corrisponde un incremento della pressione fiscale di circa 6 punti percentuali[10].
Dato che l’aumento della ricchezza è stato dell’1,9% e la pressione fiscale del 6%, ne consegue che la ricchezza dei governati è diminuita di circa 4 punti di PIL. Se poi si considera che l’aumento medio dei paesi simili è stato di circa il 25%, si ha dimensione di un arretramento relativo (rispetto al resto dell’Europa e ancor più del mondo) assai peggiore con un pesante effetto sia sulle aspettative dei cittadini che sulle pretese della comunità nazionale, come confermato da vicende non solo nazionali, né esclusivamente economiche.
Nella realtà attuale è dubbio se in cuor loro, i governanti non si interroghino sulla durata di un sistema che ha tenuto l’Italia in recessione (o stasi) economica, ferma per un periodo ventennale, ma con un carico fiscale crescente.
A continuare così la fine – nel lungo periodo – è sicura. Per cui a seguire tale criterio saremmo transitati (da vent’anni) dal “parassitario” al “predatorio”.   ↑ Top.

6La difesa giuridica. – Ma del pari anche la difesa giuridica, sulla carta garantita dalla Costituzione e dalla legislazione meno recente si è ridotta e va riducendosi ancora di più. Certo una difesa giuridica c’è, ma sempre più difficile, inefficace e costosa. Norme sostanziali e processuali sono state emanate per attenuarla; quelle a favore dei governati sono disapplicate o poco applicate da una burocrazia che, come scriveva Marx, tende a confondere l’interesse pubblico col proprio interesse di casta; le prestazioni dello Stato (i pagamenti ai creditori soprattutto) sono sottoposti a intralci, sospensioni, rinvii ex lege di ogni tipo, mentre quelli degli apparati pubblici se non facilitati, almeno sono esonerati dai vincoli imposti ai privati[11]Top.


7Circostanze coadiuvanti. – Alla configurazione dell’assetto predatorio hanno concorso e concorrono altre circostanze. In primo luogo l’estensione dei poteri pubblici. È inutile ripetere tutte le argomentazioni portate in tal senso, perché è evidente l’aumento dei compiti, del personale e delle funzioni pubbliche nel c.d. Welfare State. Ciò sposta il limite tra pubblico e privato (a favore del primo e a detrimento del secondo). Come scriveva Gaetano Mosca, l’efficacia della difesa giuridica dei governati è legata a condizioni fattuali – prima che normative – tra le quali la diffusione della ricchezza e soprattutto la non concentrazione della “direzione della produzione economica, la distribuzione di essa ed il potere politico” nelle stesse persone[12]
Anche se la concentrazione di potere economico e politico ha come caso estremo il comunismo del XX secolo (e i precedenti storici, anche se non così conseguenziali, nelle “società idrauliche” studiate da Wittfogel), uno Stato che preleva il 50% del reddito nazionale ha un potere e una capacità di clientelizzazione della società superiore a un altro che ne preleva il 20%. Ancor più se, con mezzi diretti o indiretti cerca di rendere più difficoltoso e al limite inutile l’esercizio di pretese giuridiche contro gli apparati pubblici, riducendo gli ambiti di libertà, già quantitativamente ridimensionati dall’incremento dei compiti pubblici.
Il secondo elemento qualitativo che aumenta il potere pubblico è che questo è indissolubilmente legato all’esercizio di potestà coercitive. Ad adottare la terminologia di Miglio, se si estende l’ambito dell’obbligazione politica, in pari misura si contrae quella dell’obbligazione-contratto. Malgrado la diffusione in Italia di “contrattualizzazioni” di funzioni e servizi pubblici, con l’adozione di strumenti privatistici in settori della pubblica amministrazione, resta il fatto che la decisione su cosa debba essere pubblico e, soprattutto, su come approvvigionare le risorse per compiti “contrattualizzati” (a tacer d’altro) sono decisioni pubbliche, imposte autoritativamente e così riconducibili al rapporto di comando/obbedienza (presupposto del politico). Per ridurre un’obbligazione politica ad obbligazione-contratto occorre rimetterne costituzione, modificazione, estinzione alla volontà paritaria dei “contraenti”; quando le funzioni contrattualizzate, “privatizzate” (e così via) saranno finanziate con collette, (o con rendite patrimoniali pubbliche) e non con le tasse, solo allora non vi sarà più obbligazione politica (e relativamente a queste).
Il che a ben vedere, è estremamente difficile, in uno Stato moderno in cui comunque l’aumento di compiti e funzioni rispetto alle meno voraci sintesi politiche del medioevo è enorme, anche senza arrivare allo Stato “totale” del XX secolo.  Top.

8L’appropriazione politica. – Piuttosto, al fine di ridurre l’appropriazione politica – e con ciò la possibilità di predazione – occorre riflettere su un dato ovvio.
Quasi tutti i manuali di diritto pubblico iniziano indicando come criterio distintivo di quello dal diritto privato, la posizione di non eguaglianza tra le parti, diversamente dal diritto privato dove sono in posizione di parità.
Un acuto giurista come Hauriou riconduceva i due diritti (e le due giustizie che ne derivano, almeno nel diritto continentale) a due aspetti dell’esistenza e della natura umana: il primo, al diritto dell’istituzione, ovvero alla regolarità per cui l’uomo è zoon politikon e “appartiene” ad un gruppo politico e sociale (droit disciplinaire)[13]  ↑ Top.
Tale diritto e la relativa giustizia (Themis) è connotato dall’ineguaglianza tra i soggetti governanti e governati. L’altro, fondato sulla naturale socievolezza umana, è basato sull’eguaglianza tra soggetti e genera una giustizia paritaria (dike)[14].   ↑ Top.
A conferma del carattere decisivo dell’eguaglianza o meno, se si va ad analizzare le modificazioni normative (alcune prima citate in nota 10) che portano alla “provvedimentalizzazione” ed alla “gerarchizzazione” dell’ordinamento, queste sono tutte volte ad accentuare il carattere non egualitario delle parti nelle obbligazioni relative.
La non-eguaglianza (tra parti pubbliche e private) nel diritto pubblico non si limita al carattere principale del costituire precetti validi in base a decisioni unilaterali – mentre nel diritto comune sono di norma, contrattate e bilaterali – ma, perfino in rapporti teoricamente egualitari, nell’assicurare privilegi o deroghe a favore della parte pubblica e a detrimento di quelle private. Il caso più diffuso e ricorrente sono le sanzioni tributarie: il contribuente che ritarda od omette il pagamento delle imposte è soggetto a sanzioni, sovrattasse, indennità di mora: l’ufficio che non rimborsa o ritarda il rimborso d’imposte indebitamente o erroneamente percette, no (al massimo rischia – ma è azione giudiziaria difficile) di pagare dei danni. Danni che, a differenza delle sanzioni tributarie, il cui presupposto è il mancato o ritardato adempimento, vanno provati (non basta cioè aver commesso il fatto illecito, occorre dimostrare che abbia depauperato il patrimonio del creditore). In altri settori leggi, come la c.d. Legge-Pinto (con le modificazioni apportatevi nel 2012) sanzionano il cittadino che abbia proposto un’azione giudiziaria infondata contro lo Stato: ma nessuna norma sanziona specificamente gli uffici statali se perdono la relativa vertenza. Altre leggi prescrivono sanzioni spropositate: ad esempio nelle imposte di bollo e registro la sanzione va fino al triplo dell’imposta di registro e fino al decuplo per quella di bollo (v. D.P.R. 634/72 e 642/72). Ma se succede il contrario i pubblici poteri possono contare sulla sollecitudine amorevole del legislatore: se questi commettono illeciti, l’esborso dell’erario non è pari al danno provocato, ma ad una frazione del medesimo[15].   ↑ Top.
Quindi se non del tutto predatorio, l’attuale situazione vi s’incammina ed è a buon tratto.
Quali rimedi? Ve ne sono tanti. Ma due vogliamo ricordarne. Il primo del tutto economicistico, che indicava Maffeo Pantaleoni “Quando si dimostra che l’impiego della forza nella spogliazione predatoria o parassitaria può essere così costoso da rendere più utile il contratto … che rimarrà della superiorità di forze, quando il suo esercizio sarà sottoposto alla condizione di comportare un tale costo da rendere ogni altro sistema più remunerativo? Il costo, che è connesso con l’esercizio di mezzi violenti di aggressione o di dominazione, va, evidentemente, messo tra i mezzi di difesa del gruppo più debole, e può renderlo altrettanto forte quanto il gruppo che sarebbe più potente, nell’ipotesi in cui l’impiego della sua forza costasse meno, o nulla”.
Similmente ragionava Puviani (all’inverso, per il rapporto tributario) parlando di spinta e controspinta contributiva a seconda che la soddisfazione data dal pagamento dell’imposta fosse superiore o meno al vantaggio atteso dal contribuente[16].  ↑ Top.
In modo analogo occorre che la spinta appropriativa dei poteri pubblici venga compensata da una controspinta ottenuta con sistemi sia giuridici che politici. L’altro è ridurre l’ambito delle disuguaglianze nel diritto, facendo operare, per quanto possibile, le parti su un piede di parità. Incrementare così l’ambito del droit commun (dike) a spese del droit disciplinaire (thémis). Il che non significa “contrattualizzare”, costituire “agenzie” e altri espedienti con cui si cerca spesso solo di mettere in maschera la non parità tra soggetti pubblici e privati.
Ad essere più precisi le distinzioni tra diritto pubblico e privato sono varie, come sa qualsiasi studente di giurisprudenza, e spesso complementari. Quella relativa alla non parità delle parti è tra le più frequentate: va da Hegel ai siti presenti su internet. Spesso è definitita (dal lato attivo) potestà d’impero (Balladore Palieri, Ranelletti), attributo necessario dello Stato[17].   ↑ Top.
Il che significa di far costare di più l’esercizio del potere (impositivo, in particolare) eliminandone o riducendone i privilegi. E rammentando che il costo per i governanti non è solo economico: mandarli a casa e sostituirli con un'altra classe dirigente, significa sottrargli le pecore che mungono.

Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE -   ↑ Top.

[1] Le definizioni e criteri indicati nel testo li sintetizzano, scontando una “percentuale” d’approssimazione. S’indicano comunque alcuni degli autori che se ne sono occupati: M. Pantaleoni Tentativo di analisi del concetto di forte e debole in economia, Firenze 1904; C. Cosciani Istituzioni di Scienza delle Finanze, 1953, p. I, cap. I; F. Forte Manuale di scienza delle finanze, Milano 2007, p. 32 ss., in internet v. G. Dallera La scuola italiana di scienza delle finanze; P. Vagliasindi Questioni generali di finanza pubblica.
[2] Fonte Adnkronos “rapporto Taxation Trends in the European Union 21017 della Commissione europea”.
[3] Fonte Sole 24 Ore.
[4] V. Salviano di Marsiglia De Gubernatione Dei, V, 5, 22. V. anche gli storici citati da S. Mazzarino ne La fine del mondo antico, Milano 1988, da Orosio a Prisco.
[5] E ancor più la “Dittatura sovrana”, v. Carl Schmitt Die Diktatur trad. it. di A. Caracciolo p. 165 ss, Roma 2006.
[6] V. Giorgio Agamben Stato d’eccezione, Torino, 2003.
[7] Si impiega il termine usato da Miglio per definire l’apparato di collaborazione all’esercizio del comando del vertice politico v. G. Miglio Lezioni di politica, Vol. II, Bologna 2011, pp. 362 ss.
[8] Fonte: Termometro politico
[9] Fonte Treccani: Il miracolo economico italiano di A. Villa.
[10] Occorre precisare che per gli anni ’92-’94 il considerevole aumento della pressione fiscale è stato dovuto, in larga parte, alle misure del governo Amato, di “transizione” tra repubbliche, per cui a voler attribuire alla fase precedente l’aumento relativo, la pressione fiscale è aumentata di soli 2 punti. Ma una simile interpretazione, a parte il dubbio, toglie poco al giudizio complessivo.
[11] Ricordiamo alcuni degli interventi legislativi e delle prassi benevole verso gli apparati pubblici e proprio per questo lesive della parità tra cittadini e apparati pubblici, ricordando che sono solo una parte di quanto disposto nello stesso senso. Con l’art. 11 della legge 19 marzo 1993, n. 68 concernente “disposizioni urgenti in materia di finanza derivata e di contabilità pubblica”, si integrava l’art. 24 della L. 720/84 del comma 4 bis. In particolare si precisava che non sono ammessi atti di sequestro o di pignoramento presso soggetti diversi dal Tesoriere dell’Ente. Con una norma siffatta il sistema per non pagare il creditore è semplice: basta far andare in “rosso” il conto presso il Tesoriere e dirottare su altre disponibilità le liquidità dell’Ente. La limitazione del soggetto “terzo pignorato”, ha, di fatto, come conseguenza di rendere impignorabili le somme liquide e disponibili. Ma i trucchi non finiscono qui. L’art. 1 del D.L. 8/1/93 n. 9, convertito con L. 18/3/93 n. 67, dispone: “le somme dovute a qualsiasi titolo dalle unità sanitarie locali e dagli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico non sono sottoposte ad esecuzione forzata  nei limiti degli importi corrispondenti agli stipendi e alle competenze comunque spettanti al personale dipendente o convenzionato, nonché nella misura dei fondi a destinazione vincolata essenziali ai fini dell’irrogazione dei servizi sanitari”; ma anche tale norma pareva non bastare. Con l’art. 113 del D.L. 25/2/95 n. 77, si disponeva nuovamente: “1) Non sono ammesse procedure di esecuzione e di espropriazione forzata nei confronti degli enti locali di cui all’art. 1, comma 2, presso soggetti diversi dai rispettivi tesorieri. Gli atti esecutivi eventualmente intrapresi non determinano vincoli sui beni oggetto della procedura espropriativa …” Ciò che accomuna tutti questi espedienti, che hanno contribuito ad “abbattere i flussi di cassa”, è di aver agito sui diritti (processuali) dei creditori e sui poteri (processuali) del Giudice vanificando con limitazioni varie i diritti (sostanziali) delle parti. La Corte costituzionale con sprazzi di tutela ha annullato ogni tanto norme come quelle citate (v. sent. 29/6/95 n. 285; Corte Cost., 26-03-2010 n. 123; Corte cost., 29-06-1995, n. 285;); ma altri precetti simili alle disposizioni annullate sono state emanate prontamente. Il tutto era (ed è) aggravato da atti amministrativi (anche a contenuto normativo) quindi emanati dal complesso governo/amministrazione (come il D.M. 1/9/98 n. 352, annullato dal Consiglio di Stato), che limitano ulteriormente i diritti di categorie di creditori. Oltretutto negli ultimi dieci anni è invalsa la prassi che, nelle liti tra Pubbliche amministrazioni e parti private, se soccombono le prime, molto raramente si vedono accollate le spese di giudizio, dovute per legge (possono essere motivatamente ed eccezionalmente compensate, ma nei fatti, lo sono quasi sempre, sicchè l’eccezione è divenuta regola); mentre se a soccombere sono i cittadini quasi sempre sono condannati al pagamento delle stesse. Inoltre in una situazione in cui il principale debitore è lo Stato italiano (il debito pubblico è pari ad oltre il 130% del prodotto interno lordo) non solo s’intralcia con leggi ad hoc il pagamento dei debiti ma si agevola lo Stato debitore fissando (con decreto ministeriale) tassi d’interesse praticamente inesistenti (attualmente è lo 0,10%), incentivando così il mantenimento dell’ (abnorme) debito pubblico a costo (praticamente) zero relativamente a certe classi di creditori (cui è imposto il tasso), ma praticando tassi più vantaggiosi per altre classi che prestano a condizioni di mercato (soprattutto banche, fondi d’investimento, assicurazioni). Combinando saggi d’interesse inesistenti con la moltiplicazione d’intralci alla realizzazione dei crediti (e con l’abituale lentezza della giustizia italiana) dei crediti si ha una moratoria (a tempo indeterminato) dei debiti pubblici verso alcune classi di creditori (quasi tutte). Il tutto presuppone l’esercizio del potere coercitivo: al creditore sgradito che non si vuole soddisfare si applicano disposizioni di legge, regolamentari, atti amministrativi, circolari. A quello  favorito si paga subito e con interessi di mercato.
È ricorrente poi il divieto di compensazione tra crediti e debiti della P.P.A.A. verso i privati. Qualche anno orsono un Presidente del consiglio si proclamava sdegnato verso le proposte di estendere la compensazione tra debiti e crediti verso lo Stato.
Tanto sdegno, invece che verso qualche uomo o partito politico, avrebbe dovuto essere indirizzato verso Giustiniano, il quale con una propria costituzione del 531 d.C., l’aveva resa di portata generale “compensatio ex omnibus actionibus ipso jure fieri sancimus …” (C, IIII,31,14) per cui (al più tardi) da quasi quindici secoli è diritto comune.
Un principio elementare, ispirato a razionalità e giustizia, fondato sulla parità delle parti ed assai ostico a sopportare da un apparato pubblico che si mantiene grazie ai denari dei governati.
Dato lo squilibrio tra creditori e debitore realizzato normalmente (per lo più) con eccezione, deroghe al diritto e il vantaggio che procura alla classe dirigente questa non ha alcun interesse a contenere il debito pubblico, perché mentre con i creditori sfavoriti ci si muove con poteri pubblicistici, cioè non paritari (comandi) con gli altri, preferiti, si negozia nell’ambito del diritto privato (contratti).
[12] V. Elementi di Scienza politica, lib. I°, cap. V, Torino 1923, p.131
[13] Si noti che Hauriou dall’ appartenenza ad un’istituzione notava che esiste anche un droit statutaire, concernente posizioni, facoltà e pretese degli appartenenti al gruppo.
[14] Come scriveva il giurista francese il primo era diritto interno all’istituzione (infraistituzionale), il secondo era tra gruppi sociali (e relative istituzioni) quindi intergroupale, V. Précis de droit constitutionnel, Paris 1929 pp. 88 e 98
[15] Ad esempio l’art. 3 L. 662/93 dispone che nel caso di occupazioni illegittime di terreni, l’importo del risarcimento è aumentato del 10% (del valore del bene sottratto). Il quale, essendo l’indennizzo pari al 50% del valore, significa che anche a commettere l’illecito i poteri pubblici ci guadagnano, pagando sempre una frazione anche se lievemente maggiorata, del valore del bene incentivo a violare la legge col minimo rischio. Ovviamente – secondo i principi generali – il cittadino per tutelare i propri diritti deve agire in giudizio, sobbarcandosi le spese dell’avvocato e quelle imposte dallo Stato (enormemente aumentate dalla fine del secolo scorso) e, ancor più, attendendo i tempi lunghissimi della giustizia italiana, mentre i pubblici uffici, fabbricano in ufficio i provvedimenti d’accertamento delle violazioni e di innovazione delle sanzioni senza l’incomodo di dover cambiare scrivania. Provvedimenti peraltro esecutori anche se impugnati nel (breve) termine previsto della legislazione, mentre gli “analoghi” chiesti dai privati lo sono solo se il Giudice li dichiari tali. Tutto è orientato a rapidità e prontezza, se i poteri pubblici sono parte attiva; a complessità e lentezza, nelle situazioni inverse.
[16] V. L’illusione finanziaria, Milano, rist. 1976, pp. 7-8.
[17] Si riportano alcuni passi di Balladore Palieri sul punto “ quando si parla della potestà d’impero come di uno degli elementi essenziali dello Stato, si intende dire che l’ordinamento giuridico, affinchè gli spetti la qualifica di statale, deve prevedere e porre delle autorità che esercitino un imperium. Se non possiede anche questo carattere, oltre a quelli innanzi ricordati, l’ordinamento in questione, qualunque altra cosa sia, non è un ordinamento statale … L’ordinamento giuridico cioè deve istituire un apposito apparato onde realizzare le finalità per le quali è stato creato, e questo apparato deve essere provvisto di autorità, di impero sui consociati. È questa una conseguenza della stessa struttura dell’ordinamento” V. Dottrina dello Stato, Padova 1958, p. 250-251

lunedì 20 novembre 2017

La solidarietà come utopia necessaria in un libro di Stefano Rodotà, recensito da Teodoro Klitsche de la Grange

Stefano Rodotà, Solidarietà, un’utopia necessaria, Laterza Editore, Bari 2014, pp. 141, € 14,00.

In occasione della morte dell’autore, è stata distribuita nel circuito commerciale una nuova edizione di quest’opera, l’ultima di rilievo, pubblicata nel 2014.

Il giudizio che se ne riceve è che anche un giurista acuto come Rodotà se cede alle “idee-forza” della sinistra del XX secolo non riesce a cogliere l’essenza di ciò che indaga: nella specie, la solidarietà.

La quale è qua intesa come quell’insieme di rapporti sociali e relative regole che (deve) sussistere tra uomini, di guisa che il destino degli uni non sia indifferente agli altri, e in particolare fonda il dovere (pubblico) d’intervento per soccorrere i meno fortunati. Scrive l’autore  che, di fronte alle ostilità che suscita, la ragione della solidarietà “risiede nel suo essere un principio volto proprio a scardinare barriere, a congiungere, a esigere quasi il riconoscimento reciproco, e così a permettere la costruzione di legami sociali nella dimensione propria dell’universalismo. Di legami, si può aggiungere, fraterni, poiché la solidarietà si congiunge con la fraternità, in un gioco di rinvii linguistici che spinge verso radici comuni” (il corsivo è mio).

La solidarietà – sostiene l’autore – è un principio fondativo che “continuamente ci ricorda l’irriducibilità del mondo alla sola dimensione del mercato”. D’accordo: il mondo non è riducibile solo a quello. Ma lo è ad una dimensione non politica essenzialmente economico-sociale?

In realtà, se accompagnati dall’autore, si ripercorre il cammino che portò la solidarietà “giuridicizzata” a passare dallo stato “morale” a quello giuridico, la conclusione che se ne ricava è diversa da quella di Rodotà. Il quale, per l’ordinamento italiano ricorda in particolare la relazione del guardasigilli al codice civile del 1942, dov’è richiamata la solidarietà corporativa; e più ancora l’art. 2 della Costituzione italiana “con la connessione diretta istituita tra il riconoscimento e la garanzia dei diritti fondamentali e «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale»”. Si noti la successione enunciata nella suddetta norma: la solidarietà è (1) politica (2) economica (3) sociale.

Se invece si va a leggere il seguito del saggio, Rodotà la declina come (1) fonte di doveri e diritti sociali, insistendovi molto (2) economici (trattandone abbastanza) (3) e (per nulla) politici. La “scala” è inversa rispetto alla disposizione costituzionale cennata. Intendendo come politico non tanto il dovere di assicurare i mezzi per il godimento di diritti “solidaristici” a carattere economico e sociale, ma quale condizione d’esistenza e vitalità dell’istituzione (e quindi del potere) e disciplina dei relativi doveri (e diritti).

Perché a differenza dei principi dell’89 di libertà ed eguaglianza, cui la solidarietà, per la stretta parentela alla fratellanza, è connessa, c’è una differenza fondamentale. Infatti libertà (nel senso dello Stato borghese, cioè con garanzia dei diritti fondamentali e della distinzione dei poteri) ed eguaglianza non connotano tutti i tipi e forme di Stato, ma solo una parte, e solo nella modernità, Di Stati (o meglio di sintesi politiche) in cui la libertà interessasse poco o punto (dai dispotismi “idraulici” ai totalitarismi del XIX secolo), come, del pari, l’eguaglianza (praticamente tutte le aristocrazie e gran parte delle monarchie), ne sono esistiti tanti nella storia; ma di sintesi politiche senza solidarietà politica (e in qualche misura, anche se modesta, economica e sociale) non ce n’è nessuna vitale (ossia in grado di durare almeno uno – due decenni). La solidarietà politica, menzionata quale principio fondamentale è prima che tale, una condizione di esistenza e soprattutto di vitalità dell’ordinamento. Essere solidali significa, per tutti, più che destinare ai meno fortunati parte del proprio reddito, essere disposti a sacrificare la vita (art. 52 Costituzione) per difendere quella dei propri concittadini e l’esistenza della comunità. Per i governanti di assicurare protezione ai governati; per questi obbedienza a quelli. Hobbes, nelle ultime pagine del Leviathan, sosteneva di aver esposto la mutua relazione tra protezione ed obbedienza: che è il primo (e più importante) aspetto della solidarietà politica, quello che fonda la solidità della sintesi politica.

Infatti se la protezione viene meno, come scriveva il filosofo di Malmesbury, viene meno anche il dovere di obbedienza (e viceversa). E Miglio, scrivendo dell’obbligazione politica ricorda “non solo i seguaci debbono essere fedeli ai capi ma si chiede anche che i capi stiano con i seguaci nella buona e nell’avversa sorte”.

È difficile pensare che possa durare e quindi essere vitale un regime politico in cui il governante programmi di vendere i sudditi un “tanto ‘er mazzo” come il Re di Belli: un assetto predatorio totale – che è l’inverso di quello solidaristico - è un regime di breve durata. Il tempo di un’invasione o di un’occupazione militare. Ma dato che è insito nel concetto d’istituzione (e di costituzione) quello di durata, non è possibile un regime politico vitale senza un cero “tasso” di solidarietà.

Proprio la Costituzione italiana ce lo ricorda. Con il dovere di solidarietà dell’art. 2, articolato in doveri richiamati specificamente in obblighi normativamente previsti (v. artt. 52-53-54). E la stessa costituzione li disciplina sia riconoscendone il carattere politico sia collocandoli nella parte I (diritti e doveri dei cittadini), anche se alcuni di quei doveri sono osservandi anche dai non cittadini. Dovere di difesa, obbligo di pagamento delle imposte, dovere di fedeltà alla Repubblica e alle leggi: tutte articolazioni (anche) della solidarietà – e non solo – senza le quali non è possibile concepire un’istituzione politica durevole dove la protezione corrisponda all’obbedienza.

Profilo che, ad onta della straordinaria bellezza che la sinistra riconosce alla Costituzione vigente, proprio il pensiero dominante progressista di questo lungo autunno della Repubblica ha smarrito.

Nel libro di Rodotà si parla infatti di solidarietà in relazione ai matrimoni tra omosessuali, agli uteri in affitto, e soprattutto in rapporto alle differenze economiche e sociali ed alla necessità di ridurle. Su tutto si può – in parte – concordare, e più ancora sull’esigenza di non mercificare i rapporti umani praeter necessitatem. Ma ciò comunque offre una rappresentazione non tanto errata, quanto limitata e parziale della solidarietà. Oltretutto dimenticandone il carattere politico si confonde la dicotomia, fondamentale nel diritto postrivoluzionario, tra diritti dell’uomo e del cittadino. I quali non sono gli stessi e cui non corrispondono il/i medesimo/i dovere/i di solidarietà. A partire da quello di protezione – e relativa difesa – riconosciuta, almeno a partire dalla seconda Scolastica, ai governanti per i diritti della comunità e dei cittadini governati, ma insussistente per i diritti dei non-cittadini; come scriveva Francisco Suarez, stigmatizzando il carattere dis-ordinatorio e bellogeno delle pretese di tutelare diritti di non appartenenti alla comunità (v. oggi le guerre per i diritti umani).

Se quindi la solidarietà politica è dovere essenzialmente nei confronti (e tra) cittadini, verso i non-cittadini non lo è, o lo è in misura enormemente inferiore e diversa. Nel primo caso la solidarietà è componente del rapporto di amicizia (nel senso dell’amicus-hostis schmittiano) nel secondo sulla comune umanità, e ovviamente è più sfumata e comunque diversa.L’appartenenza alla comunità e quindi la soggezione all’istituzione politica in cui è organizzata.
 
Teodoro Klitsche de la Grange
                                                                  
                                                                 

Il Principe di Gaetano Mosca, recensito da Teodoro Klitsche de la Grange


Gaetano Mosca, Il Principe di Machiavelli, Ed. Il Foglio, Piombino 2017, pp. 103, € 12,00.

Ottima idea questa, di una nuova edizione nella collana “Biblioteca di scienze politiche e sociali”, diretta da Carlo Gambescia e da Jeronimo Molina Cano, del saggio di Gaetano Mosca sul “Principe di Machiavelli” pubblicato (in italiano) nel 1927, in questo volume preceduto da un attento saggio dello stesso Gambescia.

Leggere “il padre nobile” del realismo nelle scienze politiche (e umane), interpretato da uno dei suoi epigoni più brillanti del secolo scorso è sicuramente di grande interesse.

Scrive Gambescia che “Mosca, da scienziato sociale, quindi come ricercatore di costanti, si pone subito due questioni. La sua analisi, sia detto per inciso, va oltre il Principe, per abbracciare l’intero pensiero del Segretario.

La prima: se Machiavelli «può essere considerato come il fondatore, o almeno il precursore, di una vera scienza politica, come colui che, dopo Aristotele, ha per primo enunciato alcuni canoni fondamentali sulla natura politica dell’uomo, ossia sulle tendenze costanti ed indistruttibili che in ogni società umana politicamente organizzata possono riscontrarsi».

La seconda: «Vedere quanto meno se egli è riuscito a formulare una serie di precetti che possono servire come una buona guida pratica agli uomini politici di tutti i tempio e di tutti i luoghi»”; dopo aver tolto di mezzo la questione dell’immoralità del Principe, Mosca si interroga sul Machiavelli fondatore della scienza politica. La sua risposta è negativa: «Machiavelli ebbe senza dubbio due intuizioni felicissime, anzi per i tempi in cui scrisse veramente geniali; egli cioè comprese che la spiegazione della prosperità e della decadenza degli organismi politici va ricercata nell’esame delle loro vicende, e perciò nella storia del loro passato, e comprese pure che, in tutti i popoli arrivati ad un certo grado di civiltà, si possono riscontrare alcune tendenze politiche generali e costanti».

Tuttavia «quando egli scrisse il Principe ed anche i Discorsi, l’indagine e la critica storica erano nell’infanzia»; per cui “non creò una scienza politica perché gli faceva difetto i materiali per costruirla ed anche per gettarne le fondamenta e perciò si limitò, ed altro non poteva fare, a tracciare alcune delle linee sulle quali l’edificio potea sorgere ed a gettarne la prima pietra. Se fosse nato almeno quattro secoli dopo avrebbe probabilmente saputo innalzare qualcuno dei muri maestri”.

Quanto all’altra questione, Mosca da anche qui, da un giudizio negativo, un po’ perché giudica Machiavelli “libresco”; in altre ingenuo (così nell’applicazione ai giorni suoi ed all’Italia delle Signorie di soluzioni adatte a quelli di Scipione ed alla Roma repubblicana); onde Gambescia conclude il proprio saggio introduttivo “gli aspetti deboli dell’approccio machiavelliano, dal punto di vista della tripartizione dell’euristica moschiana, sono nell’ordine”: a) l’enfatizzazione del ruolo (singolo) del capo; che a un teorico della classe politica come il costituzionalista siciliano appariva enfatizzato (ed errato); b) la sottovalutazione della “formula politica” come insieme di credenze ed ethos condiviso, anch’esso determinante nelle comunità politiche per Mosca; c) la scarsa o nulla attenzione che il Segretario fiorentino ha per la difesa giuridica, come “prevalere della legge e degli ordini pubblici sull’appetito degli uomini”. Termina Gambescia che “siamo dinanzi, non soltanto a ermeneutiche diverse, ma a due forme differenti di realismo politico”: ma il pensiero di Machiavelli, dei più scientifici e, quindi, neutrali (nel senso di Werthfrei).

Mosca, è così, in parte, critico di Machiavelli, e da atto che “per quel che riguarda la creazione della scienza politica, Machiavelli ebbe senza dubbio due intuizioni felicissime, anche per i tempi in cui scrisse veramente geniali”, che sono quelle evidenziate (e sopra trascritte) nel saggio di Gambescia; ciò che in altri termini significa che la natura politica dell’uomo presenta in tutti i tempi ed in tutti i luoghi una certa identità. Bisogna riconoscere che è “impossibile costruire una vera scienza politica sopra basi diverse da quelle testé accennate, come sarebbe stato impossibile di costruire un’economia politica scientifica e trovare le vere cause della prosperità economica o della povertà delle nazioni se, a cominciare dalla fine  del secolo decimottavo, gli economisti non avessero fondato le loro deduzioni sopra premesse analoghe sa quelle dalle quali Machiavelli volea partire per insegnare ai Principi”. Proprio perché quella convinzione era condivisa ed il lavoro già avviato, sia nella pratica che nella teoria, Adam Smith poté scrivere la “Ricchezza delle Nazioni”… “ai suoi tempi il passato ed il presente di parecchie nazioni europee gli fornivano già una quantità di esperienze economiche di fatti accertati e di nozioni precise che erano sufficienti a dargli un’idea  chiara delle leggi, ossia delle tendenze costanti, alle quali l’attività economica dell’uomo generalmente si conformava e si conforma. Lo stesso non potea fare Machiavelli, perché, quando egli scrisse il Principe ed anche i Discorsi, l’indagine e la critica storica erano nell’infanzia, anzi forse non erano neppure nate”. Quindi Machiavelli “non creò una scienza politica perché gli facevano difetto i materiali per costruirla”.

E nel concludere il saggio Mosca spiega la fortuna - che dura da cinque secoli – dell’opera di Machiavelli “Perché quest’uomo che pretese di insegnare ai suoi simili le arti dell’inganno, fu come scrittore uno dei più sinceri che mai siano stati al mondo. Quella che è l’onestà professionale dello scrittore, la quale consiste nell’esporre al lettore il vero pensiero di colui che scrive senza curarsi del successo o dell’insuccesso del libro, egli la possedette in grado eccezionale. E questa volta la sincerità ebbe fortuna, perché molto contribuì a far gustare il contenuto del Principe.

Machiavelli infine che fu onesto… volle dettare le regole dell’arte d’ingannare e di ciò che ora si chiamerebbe alto arrivismo. Non era il suo mestiere; se fosse stato davvero furbo ed un arrivista avrebbe, dato il suo ingegno, fatto una carriera assai più brillante, non sarebbe morto povero e si sarebbe ben guardato dallo scrivere il Principe. Giacché i veri furbi di tutti i tempi e di tutti i paesi sanno benissimo che la prima regola della loro arte consiste nel non rivelare agli altri i segreti del proprio giuoco”.

Ma di quei furbi nessuno conserva il ricordo mentre: a Machiavelli da secoli è riconosciuto di aver meritato il suo epitaffio: tanto nomini nullum par elogium.
Teodoro Klitsche de la Grange

sabato 11 novembre 2017

I rabbini di Neturei Karta a Roma, in conferenza presso il centro di cultura islamica Imam Mahdi

È deplorevole che all'evento nin venga dato il rilievo mediatico che avrebbe meritato, ma non vi è di che stupirsi. In Roma non vi si può svolgere nulla che sia sgradito alla comunità ebraica, forte di 10 mila persone su una popolazione romana di tre milioni di abitanti. I casi di censura e di negazione della sala dopo intervento ebraico sono innumerevoli e sarebbe istruttivo tenerne un registro completo. Lunedi, presso l’Associazione Islamica Imam Mahdi vi sarà una conferenza dei rabbini di International Neturei Karta. Appare difficile immaginare che possano anche forzare il centro islamico romano, come è avvenuto per sedi universitarie, centri culturali, librerie. Nello scorso anno si era addirittura tentato di impedire la presentazione di un libro, il primo volume della Storia del Sionismo di Alan Hart, in una sala, pagata, della Fiera romana del libro. Questo articolo è costituito oltre che da questa Prefazione introduttiva, di due parti. La prima ripresa da una testata cristiana sionista, che con un suo commento ha riportato il testo di Neturei Karta, ripreso dal blog di Maurizio Blondet, che salvo non sia un mio proprio problema tecnico, non si riesce più a leggere nel sito originale: sabotaggio del Mossad? Ho avvisato il centro culturale islamico del sospetto aceraggio o sabotaggio della pagina di “Islamshia”, da cui è stato tratto il testo originale sotto riportato di terza mano, non potendo io accedere al sito originale.

 La seconda parte consiste invece nelle mie impressioni sorte in seguito alla conferenza in Roma del Rabbi Yisroel Dovid Weiss, alla quale ho assistito. Ho potuto fare una domanda proprio riguardo alle critiche di provenienza cristiano-sionista, di cui sotto, e ne ho avuto risposta, che riporto nella parte seconda. Il testo in carattere courier è della redazione cristiano-sionista di “Notizie su Israele”. Il sito americano di Neturei Karta lo si trova all'indirizzo www.nkusa.org, dove si trovano anche i documenti che sono stati illustrati nel corso della conferenza romana. Vi è già stata una prima conferenza il 9 novembre a Cesena, di cui è già disponibile il video You Tube. Anche per Roma, lunedi 13 è stata fatta la video registrazione, e credo seguirà a breve.

CL
(post in elaborazione)

I. 
NETUREI KARTA EDITO DA “NOTIZIE SU ISRAELE”,
RASSEGNA STAMPA CRISTIANO-SIONISTA O EVANGELICA

Neturei Karta intervistato da "Islamshia"

Riportiamo questo articolo da un blog dichiaratamente antisionista. Si tratta di un'intervista a un noto, piccolo gruppo ebraico che per motivi religiosi si schiera appassionatamente contro lo Stato d'Israele. Non ignoriamo o sottovalutiamo questa posizione; riteniamo anzi utile renderla nota affinché chi legge possa valutarla e dire se è d'accordo o no. E perché. NsI

D. E' vero che i Neturei Karta appoggiano la sovranità palestinese su tutta la Terra Santa?

R. La nostra risposta è inequivocabilmente Si. Comunque la risposta ha bisogno di qualche precisazione. Noi siamo un'organizzazione ortodossa antisionista: la nostra opposizione al sionismo si articola su vari livelli.
1) L'ideologia sionista costituisce una trasformazione dell'ebraismo da religione e spiritualità a nazionalismo e materialismo.
2) Il sionismo si è macchiato di gravi colpe nel trattamento del popolo palestinese.
3) L'Onnipotente ci ha espressamente proibito di ricreare la nostra identità nazionale durante questo nostro esilio da Lui ordinato.
4) La creazione di uno stato in Palestina nega la natura Divina della punizione dell'esilio del popolo ebraico e cerca di porre rimedio a una condizione spirituale con mezzi materiali.
5) Il sionismo ha dedicato molte delle sue energie a sradicare la tradizionale fede ebraica.

D. Qual è la vostra posizione?
R. Noi chiediamo, senza compromessi, lo smantellamento pacifico dello Stato di "Israele". La decisione di permettere o meno agli Ebrei di rimanere in Terra Santa dopo la conclusione di tale processo di smantellamento dipende interamente dai leader e dal popolo palestinese.

D. Non temete le possibili conseguenze per gli Ebrei che vivono in Terra Santa?
R. In realtà, noi temiamo di più per gli Ebrei che si trovano nella condizione attuale, una condizione senza speranza. Dopo quasi settant'anni, numerose guerre, continue azioni terroristiche e antiterroristiche, con la morte di civili innocenti da ambo le parti, non c'è alcuna soluzione in vista. Sia la destra che la sinistra israeliana hanno miseramente fallito nel loro tentativo di correggere questa situazione. Noi offriamo un'alternativa a quello che si è rivelato un tragico esperimento.

D. Ma, gli Ebrei non hanno diritto a una loro patria?
R. Nessun Ebreo fedele alla propria religione ha mai creduto, nei 1900 anni di esilio del nostro popolo, di doversi riprendere la Terra con un'azione militare. Tutti hanno creduto invece che, alla fine dei tempi, quando il Creatore deciderà di redimere l'umanità intera, allora tutti i popoli si uniranno per adorarLo. Sarà quello un periodo di fratellanza universale, che avrà il suo centro spirituale nella Terra Santa. Fino a quel momento il popolo ebraico ha un particolare compito durante l'esilio.

D. E qual è tale compito?
R. Accettare con fede il proprio esilio e, nelle parole e nei fatti, agire in modo da diventare modello di comportamento etico e di spiritualità, e il tutto con atteggiamento semplice ed umile. In altre parole, compiere la volontà dell'Onnipotente attraverso lo studio della Torah, la preghiera e un comportamento retto.

D. Come vedete il popolo palestinese?
R. E' la vittima della cecità morale del movimento sionista e del suo rifiuto ostinato di prendere in considerazione l'esistenza di altri popoli. I Palestinesi hanno diritto alla propria patria. E hanno diritto a un risarcimento finanziario per tutti i danni e le perdite subite negli ultimi decenni.

D. Quali sono state le vostre azioni in tale ambito?
R. Con l'aiuto dell'Onnipotente, noi spesso pubblichiamo dichiarazioni a sostegno di rivendicazioni palestinesi e in solidarietà con Ie loro sofferenze. Noi ci siamo uniti ai Palestinesi in proteste contro le violenze e gli abusi di cui sono stati vittime. Abbiamo cercato in genere di mantenere una presenza pubblica sia nel mondo ebraico che in quello islamico cosicché la venerabile tradizione ebraica di una opposizione religiosa al sionismo non fosse dimenticata. Per questo noi speriamo che, con l'aiuto dell'Eterno, la millenaria via della Torah possa ancora una volta prevalere in un futuro non lontano.

D. Cosa pensate dei negoziati di pace, Annapolis, Road Map, accordi di Oslo e simili tentativi?
R. Ogni sostegno per le sofferenze del popolo palestinese costituisce una piccolo vittoria ed è prova di una coscienza morale che ogni Ebreo dovrebbe avere. Tutti questi tentativi comunque, seppure dettati da buone intenzioni, sono destinati a fallire, in quanto agli Ebrei è proibito esercitare una sovranità politica sulla Terra Santa.
  Compito degli Ebrei è cercare la pace con tutti i popoli e non esercitare oppressione su nessun essere umano. Per tutte queste ragioni gli Ebrei sono obbligati a reintegrare i diritti dei Palestinesi e liberare la Palestina tutta. L'impresa sionista è destinata - a livello metafisico - a fallire sia sul piano morale che su quello pratico.

D. Quale dovrebbe essere l'atteggiamento ebraico nei confronti del mondo islamico?
R. Gli Ebrei debbono comportarsi in modo onesto e umano verso tutti i popoli. Il sionismo ha indotto molti Ebrei ad atti di aggressione contro il popolo palestinese. E' pertanto compito di tutti gli Ebrei correggere per quanto possibile questa situazione cercando la pace, la riconciliazione e il dialogo con il popolo palestinese e con il mondo islamico in genere. Questa è una delle grandi sfide spirituali del popolo ebraico: stabilire un rapporto morale con i propri fratelli musulmani.

D. Realisticamente parlando, pensate che il vostro programma sia realizzabile?
R. Per prima cosa va detto che il Creatore governa questo nostro mondo: a Lui tutto è possible e verità e giustizia alla fine prevarranno.
  Secondo, esiste un profondo senso di disillusione e stanchezza fra gli Ebrei di tutto il mondo riguardo allo Stato d'Israele e al sionismo in generale. Molti si rendono conto che seguire i principi del sionismo porta a un vicolo cieco dopo l'altro. Si desidera una diversa soluzione. La nostra soluzione, che si fonda sull'antica tradizione ebraica, appare sempre più plausibile a molti e può, in un futuro non lontano - e con l'aiuto dell'Eterno - rivelarsi la soluzione decisiva.
  Fino a quel momento noi speriamo e preghiamo che non ci siano altri spargimenti di sangue, né tra gli Ebrei, né tra gli Arabi. Aspettiamo ansiosamente il giorno in cui molti arriveranno a comprendere che la via per la pace si trova nel ritorno del popolo ebraico alla propria missione nell'esilio, cioè servire l'Eterno e vivere con integrità ed onestà. Sarà quello il giorno in cui si realizzerà finalmente il sogno espresso nelle nostre preghiere: "Tutte le nazioni si uniranno per compiere il Tuo volere nell'integrità dei loro intenti" E, nelle parole del Salmista, (102: 23) "Nazioni e governi si uniranno per servire l'Onnipotente." Possa ciò accadere presto, durante le nostre vite. Amen.
  NKI è un Ente Morale (non-profit) ebraico religioso, impegnato a pubblicizzare le posizioni antisioniste degli Ebrei ortodossi di tutto il mondo, i quali si oppongono fermamente allo Stato d'Israele e alle sue azioni. I NKI viaggiano per il mondo allo scopo di partecipare a manifestazioni e conferenze, al fine di parlare in varie occasioni sulla opposizione di sionismo ed ebraismo. I portavoce dei NKI sono disponibili a parlare a convegni e presso università di tutto il mondo, come pure ad essere intervistati alla radio o alla televisione.

(Blog Maurizio Blondet, 8 novembre 2017, trad. Massimo Mandolini Pesaresi)


*

Presa di posizione sullo Stato d’Israele

    Il popolo ebraico costituisce una nazione per un'esplicita volontà di Dio che non si è modificata con il tempo.
    L'attuale Stato d'Israele, costituito sulla sua terra, non è il regno messianico promesso a Davide, ma esprime la precisa volontà di Dio di costituirlo in un futuro più o meno prossimo.
    Dio non si aspetta che gli uomini edifichino il suo regno con le proprie mani, ma vuole verificare quale posizione ciascuno prende davanti alla manifestazione della sua volontà.
    Con una serie di prodigi che possono soltanto essere chiamati miracoli, Dio ha fatto in modo che si ricostituisse sulla terra d'Israele la nazione ebraica.
    Anche se per la ricostituzione di questa nazione Dio ha usato la sua potente autorità, ha voluto tuttavia che la fondazione dello Stato d'Israele avvenisse secondo gli usuali criteri di giustizia umana usati dalle nazioni affinché fosse evidente che chi vi si oppone è un ingiusto che vuole "soffocare la verità con l'ingiustizia" (Romani 1:18).
    Dio ama tutti gli uomini, ma la Scrittura rivela che esiste una successione storica temporale che non può essere trascurata: Dio ama "prima il giudeo, poi il greco" (Romani 1:16), prima Israele, poi le altre nazioni, proprio come ogni uomo moralmente sano ama prima sua moglie, poi tutti gli altri. Si dovrebbe diffidare di chi dice di amare tanto il prossimo ma mostra di non essere capace di amare sua moglie.
    Per il gentile che ha ottenuto il perdono dei suoi peccati credendo in Gesù come Signore e Salvatore, è - o dovrebbe essere - del tutto naturale sentirsi dalla parte d'Israele e schierarsi in sua difesa.
    Poiché Gesù continua ad amare Israele e aspetta il momento di "ricondurre a Dio Giacobbe" (Isaia 49:5) , la comunione spirituale con Lui provoca - o dovrebbe provocare - sentimenti di solidarietà e particolare amore per i membri di quel popolo, indipendentemente da come reagiscono davanti alla testimonianza del Vangelo.
    I veri credenti in Gesù devono aspettarsi, e accettare serenamente come parte del loro servizio di testimonianza, eventuali manifestazioni di anticristianesimo ebraico, ma devono essere del tutto intolleranti davanti a ogni forma di antisemitismo cristiano.
    Il concetto di nazione ebraica è fondato giuridicamente sull'atto costitutivo della promessa di Dio fatta ad Abramo e costituisce un elemento fondamentale a sostegno dell'esistenza e dell'identità del popolo ebraico.
    L'antisionismo, presentandosi come negazione del diritto degli ebrei ad avere una loro nazionalità, costituisce l'ultima forma di odio antiebraico. Il suo nome potrebbe essere "antisemitismo giuridico". Dopo l'antisemitismo teologico pseudocristiano e l'antisemitismo biologico pagano, quest'ultimo tipo di antisemitismo ha tutte le caratteristiche per diventare più esteso, più radicale, più viscido, e di conseguenza più pericoloso di tutti gli altri.

II.
CRITICA AL CRISTIANO-SIONISNO
in lingua italiana
(Notizie su Israele, redatte da Marcello Cicchese)

Mi pare inutile che io riassuma il contenuto della conferenza, con rischio di inesattezze, quando lo si può ben leggere nell'articolo che ne riassume i temi e nella video registrazione che si è tenuta già a Cesena ed il cui contenuto penso sarà eguale a quello della conferenza tenuta a Roma, di cui credo seguirà pure la video registrazione. Potrà essere utile vedere ed ascoltare entrambi le video registrazioni che sono state tradotte da un interprete. Io non ho ancora visto la video registrazione di Cesena, mentre ero di persona presente alla conferenza romana, che è stata preceduta da due presentazione. Ha parlato per prima un dotto teologo sciita, Hujjatulislam E. Emani,  in persiano, tradotto da una giovane donna che ho visto in altre circostanze simili.  Ho già ascoltato altre conferenze di Emani e ne ho apprezzato la dottrina. Ha poi parlato come portavoce della Comunità palestinese di Roma e del Lazio Salameh Ashour, che ormai incontro spesso e possiamo dirci amici. Ha parlato in un ottimo italiano dando un quadro generale della questione palestinese. È stato un intervento un poco lungo. La parte più interessante è stata forse quella che esprime la posizione morale dei palestinesi. È stata data quindi la parola al rabbino Rabbino anziano, mentre il più giovane curava la video registrazione. Io gli ero seduto accanto.

Verso il termine della conferenza il Rabbi si è dichiarato disponibile a ulteriori contatti, ed ha messo a disposizione il suo biglietto di visita. Ne ho appena approfittato scrivendogli questa lettera:

Caro Rabbi,
sono molto lieto di aver ascoltato la sua conferenza, che mi ha chiarito da un punto di vista teologico questioni che erano rimaste in me ancora aperte nel rapporto fra il “vero” ebraismo e quello che conosco in Roma per la presenza di una “comunità ebraica” di poche migliaia di persone che però hanno una influenza impressionante in una città di tre milioni di abitanti.

Ho capito grazie alla sua conferenza che il “vero” giudaismo, in quanto religione, è il suo, non quello che mi giunge dagli organi di stampa e descrive l'ebraismo romano ed italiano, tutto schiacciato sullo stato di Israele. La sua conferenza mi ha anche pacificato l'animo riguardo una certa mia avversione a un ebraismo tutto intriso e corrotto dal sionismo, che secondo la concezione di Gilad Atzmon è niente altro che una forma di primatismo razziale a carattere globale.

Sono uno spirito liberale ed ho pieno ed assoluto rispetto per ogni religione esistente e praticata in quanto religione. Se invece una religione tradisce la sua natura spirituale ed assume forma politica, non posso non assumere anche io una posizione politica, quella che meglio risponde ai miei interessi e alla mia identità.

Mi scuso se le scrivo in italiano, ma si tratta di concetti dove è bene essere precisi.

Le mie riflessioni sulla conferenza di lunedi a Roma, e sull'altra di Cesena che ascolterò in videoregistrazione, le potrà trovare in questo mio post:

https://civiumlibertas.blogspot.it/2017/11/i-rabbini-di-neturei-karta-roma-in.html
Ed in quest'altro dove replico a un libercolo sionista che in una sua pagina mi chiama in causa:
https://civiumlibertas.blogspot.it/2017/07/disamina-fuori-dal-coro-di-un-libercolo.html

Sono testi complessi ancora in elaborazione, dove ritorno di tanto in tanto quando ho tempo, o sopraggiunge una nuova idea, una nuova informazione.

Spero che ritorniate altre volte in Roma. Ci sarò sempre ad ascoltarvi...

Devo infine precisare: sono un filosofo, non particolarmente religioso, ma comunque cattolico battezzato e cresimato, e con poca e scarsa conoscenza del mondo ebraico, vorrei anche aggiungere: nessun interesse. Mi stupisco però che il Papa non abbia ricevuto voi e vada invece ogni anno a fare visita al rabbino di Roma, che dopo aver sentito lei, caro Rabbi, mi appare in una luce alquanto diversa, più legato alla politica che non alla religione. Si leggono oggi i necrologi di un rabbino italiano a cui viene attribuito un importante ruolo nel «dialogo ebraico-cristiano». Da cattolico e filosofo insorgo: non con lui doveva essere avviato il supposto “dialogo”, ma con voi che più autenticamente rappresentate la spiritualità ebraica. È assai eloquente come lei abbia potuto tenere in Roma la sua conferenza non nella Sinagoga, o in uno dei suoi numerosi e lussuosi centri, ma in un centro islamico, di quell'islam che la propaganda sionista vuole mettere in guerra con il mondo cristiano e cattolico.

Cordialmente e con spirito di amicizia e di pace

Antonio Caracciolo
 
Al termine della conferenza, essendo rimasto poco tempo per eventuale domande, sono stato svelto ad alzare per primo la mano.

(segue)