martedì 21 maggio 2019

Ripubblicazione a mio nome di vecchi testi: nomi di persone vittime in violazione del diritto alla loro libertà di pensiero.

Nota redazionale:
l'aver collaborato in passato con me, o aver condiviso battaglie di civiltà e di libertà, può rappresentare un rischio... Mi rendo conto, ma al tempo stesso ricordo a nemici e detrattori che sono innocente ed esente da ogni colpa, da ogni titolo di reato, anche minimo, e questo posso dirlo al termine di una vita, spesa negli studi e per la libertà di ognuno, specialmente nei casi più marginali, dove si è da tutti abbandonati. Per questi principi non ho mai esitato nel sacrificare il mio utile privato, senza rimpianti e senza ripensamenti.
• Ripubblico un solo testo di una serie cancellata. Al tempo stesso confermo la mia intenzione di terminare la traduzione del testo di Jürgen Graf... che è rimasta interrotta. Se non l'ho ancora fatto, è solo per mancanza di tempo e per il prevalere di altri interessi e impegni.


 

"Civium Libertas" ha seguito (e continuerà a farlo in futuro) i casi di numerose persone che, solo per aver espresso le proprie opinioni o cercato di condurre in maniera autonoma e secondo coscienza il proprio lavoro, sono state perseguitate in vario modo: censurate, licenziate dal lavoro, incarcerate, private dei diritti civili, costrette all'esilio. Quello che segue è un indice di tale attività condotta dal nostro blog. I nomi sono inseriti in rigoroso ordine alfabetico, non di gravità dell'oppressione subita.Abu El Haj, Nadia (archeologa, U.S.A.)
Graf, Jürgen (storico, Svizzera)
Herman, Eva (presentatrice televisiva, Germania)
Honsik, Gerd (scrittore e poeta, Germania)
Pallavidini, Renato (professore di scuola media superiore, Italia)


T. Klitsche de la Grange: «La guerra di Mario».


LA GUERRA DI MARIO
La recente affermazione di Monti che una vittoria dei sovranisti in Europa avrebbe portato alla guerra (sembra tra gli Stati dell’UE, ma non è del tutto sicuro) ha raccolto commenti che vanno dall’imbarazzato (Zingaretti) all’irrisorio (Salvini), passando tra tutti i toni dell’incredulità e dello scetticismo.
Tuttavia l’uscita di Monti, che coniuga l’aspirazione alla sovranità con la possibilità di guerra merita qualche approfondimento, al di la dell’evidente – ed esternato - fine di spaventare l’elettorato che si accinge a votare.
Che il fine della sovranità, come elaborato in qualche secolo di pensiero moderno, sia quello di proteggere efficacemente la comunità politica nonché i diritti - in primis alla vita e all’esistenza ordinata - dei cittadini è cosa risaputa, evidenziata con chiarezza e razionalità da Hobbes. Che a tal fine non fossero idonee le monarchie feudali (o lo fossero poco), di guisa che Hegel le GIUDICAVA anarchie, è altrettanto noto.
Per tale scopo venne giustificato lo Stato assoluto (e sovrano), al quale riuscì sul piano interno di relativizzare  e neutralizzare i conflitti, in primo luogo il più polemogeno di tutti, all’epoca quello religioso; sul piano esterno attraverso gli eserciti stanziali (e lo sviluppo di una burocrazia moderna) a garantire un efficace difesa contro le invasioni cicliche dei popoli nomadi e comunque non-europei nonché a sviluppare il commercio internazionale e l’espansione coloniale. Che a tali fini fosse necessario ricorrere alla guerra – anzi che le nascenti sovranità avessero il monopolio della violenza legittima e così anche della guerra -  nessuno lo dubitava. Tanto per renderlo chiaro già nel frontespizio della prima edizione del Leviathan, questo è raffigurato come un gigante con la spada nella mano destra.
Come scriveva Machiavelli i mezzi del Principe (della politica) sono due: quello della volpe (l’astuzia) e l’altro del leone (la forza). Rinunciare a quest’ultimo è il sogno - trasformatosi spesso nell’incubo di guerre (impreviste e impreparate) - dei pacifisti. In effetti per impedire i conflitti un mezzo c’è: la sottomissione, dato che per fare la guerra bisogna essere in due, aggressore ed aggredito. Ma se questo si arrende, lo scopo della guerra, che è quello di imporre al nemico le nostre volontà (Clausewitz e Gentile), è raggiunto: e usare le armi, a quel punto, è costoso e controproducente, quindi inutile. Come capitato nella storia moderna fino all’autoestinzione dello Stato aggredito: Venezia nel 1799, la Cecoslovacchia e gli Stati baltici nel 1939, con la giustificazione in tali casi che il dislivello di potenza tra aggressori ed aggrediti era tale che ogni resistenza era inutile. La pace di sottomissione era pagata con la perdita dell’esistenza politica del sottomesso.
E veniamo alla situazione contemporanea. Lo scopo della guerra (imporre la propria volontà) si raggiunge oggigiorno per lo più non mediante generali, marmittoni, missili e carri armati, ma, come scritto in un noto libro da due “bravi colonnelli” cinesi, con manovre economiche e finanziarie, controllo dell’opinione pubblica, incursioni informatiche, ossia con l’uso di mezzi non violenti, d’altra parte sempre impiegati, ma con maggiore parsimonia anche in altre epoche.
Questo – l’assenza, o meglio la rarefazione delle guerre – non significa né che venga meno l’ostilità né che siano eliminati i conflitti d’interesse (anche) tra gli Stati. E per difendersi non è spesso necessario l’uso di mezzi violenti; quello che invece lo è, è la volontà di difendere l’interesse nazionale. Ne sta dando continui esempi Trump, con minacce soprattutto di misure economiche (protezioniste) ma di cui è altrettanto evidente sia il carattere di strumenti di una competizione di potenza, sia quello di protezione degli interessi americani. American first non implica i marines al portone di casa, ma sicuramente misure e rappresaglie non militari, comunque idonee a realizzare un diverso – e non penalizzante per gli USA - rapporto tra Stati (e Nazioni). Fin da quando fu teorizzata la “ragion di Stato” questa non ha significato l’uso sconclusionato e ridondante della forza, ma l’impiego razionale dei mezzi idonei a promuovere gli “interessi degli Stati”, cioè quello che Trump, Salvini, Le Pen, e sovranisti ripetono molto spesso. Perciò le alternative reali non sono la pace o la sovranità, come pensa l’ex-Rettore, ma la tutela degli interessi nazionali o la loro subordinazione ad altri,
I quali poi, nel mondo globalizzato, per lo più non sono neanche quelli di altri popoli, ma di poteri forti e talvolta occulti che non  sono sintesi politiche, e tantomeno hanno carattere democratico. Perché alle democrazie è necessario il popolo, del quale quei poteri fanno tanto volentieri a meno. Ancor più quando questo ha la pretesa di essere sovrano, cioè di decidere del proprio destino, compresi i rischi che ciò comporta. Che poi sono relativi, perché si può “rinunciare” alla propria sovranità ma non alla sovranità, che se non è la propria è quella degli altri. I quali (altri) decidono chi è il nemico cui è necessario muovere guerre. Come ben sapevano i romani, i quali alle comunità sottomesse toglievano il potere di decidere chi fosse il nemico o l’amico. Con il risultato dover far le guerre e combattere il nemico degli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange
-->

martedì 14 maggio 2019

Sulla «sovranità» una recensione di T. Klitsche de la Grange a C. Galli

Carlo Galli Sovranità Il Mulino, Bologna 2019, pp. 154, € 12,00
Uno degli effetti dell’esplosione dei partiti sovran-popul-idealitari è di aver tolto dal cono d’ombra creato nella seconda metà del novecento il concetto di sovranità.
Solo a parlare del quale si era spesso stigmatizzati come reazionari, sciovinisti e, in una logica tutta contemporanea, fascisti. Che la sovranità nazionale fosse stata la bandiera di Mazzini e Garibaldi, dei patrioti polacchi ed irlandesi, dei coloni americani e, anche se meno enfatizzata, di tanti partiti comunisti (da quello cinese a quello vietnamita), non valeva a questa legittima aspirazione/concetto, di essere sottratto all’anatema dell’oblio, al doversi rassegnare a un posto nell’archivio della Storia.
È quindi assai interessante questo saggio di Carlo Galli che ripercorrendo la storia dell’idea di sovranità e le concezioni della stessa colloca “le cose a posto” nella prima parte, per poi formulare le conclusioni negli ultimi due capitoli.
Non è il caso di ricordare al lettore il percorso che fa Galli nella prima parte, sintetica ed esauriente.
Importante è ricordare comunque alcuni connotati fondamentali della sovranità. Questa, nata con Bodin nell’intento di neutralizzare i conflitti di religione (avente funzione cioè di decisione-neutralizzazione del conflitto), fu pervertita nel fine dai totalitarismi del novecento: da strumento di protezione della società (individualistica) borghese (Hobbes), era diventato quello di affermazione aggressiva del “noi” comunitario (classe, nazione o razza); ed è stata superata dalla sconfitta dei totalitarismi (nel 1945 e nel 1989).
Altro punto – dall’autore passato ripetutamente in esame - è che il rapporto conflitto/sovranità è l’inverso di quanto pensano i “politicamente corretti”. Non è la sovranità a creare i conflitti: in effetti è il contrario. Se non vi fossero conflitti, se gli uomini fossero angeli, di sovrani (e anche di governi) non se ne avrebbe bisogno.
Resta il fatto che dalla lotta e dall’ostilità come presupposti del politico (Freund) non si può prescindere: “la sovranità è il farsi carico del fatto che all’origine della normalità c’è l’incompletezza dell’esistere associato”. Al sovrano, inoltre, compete non solo (e non tanto) dare delle norme, ma, ancor di più, decisioni per applicare quelle o anche per derogarle nello stato di eccezione (Schmitt).
La sovranità, inoltre, è realismo e prudenza politica, non “ipertrofia” dell’Io, individuale o collettivo “Sovranità per un corpo politico è la capacità di stabilire come stare nel mondo e nella storia, come organizzare l’interdipendenza fra più soggetti politici... Quindi sovranità come volontà della nazione non è necessariamente nazionalismo: è autonomia di quella volontà”
Pertanto alla domanda di sovranità contemporanea occorre dare risposte non demonizzaitrci (come quelle delle élite declinanti): nelle concezioni delle quali sintetizzate da Galli “Il funzionamento della politica interna è la governance, cioè la mediazione, fin che si può; ma quando ci sono ostacoli … allora interviene la decisione politica…. La politicità implicita nel sistema torna a farsi esplicita”. La governance è insomma una politica in maschera: una politica che non ha il coraggio di qualificarsi tale, ma non rinuncia ai mezzi propri: forza ed astuzia. In effetti una sovranità mistificata.
Come sostiene Galli: “Il problema, semmai, è decifrare quanto la richiesta di sovranità che nasce nelle società occidentali sia funzione del dominio già esistente, che cambia forma e legittimazione per mantenere la propria valenza oppressiva, o quanto al contrario quella richiesta sia uno sforzo di risolvere in direzione emancipativa le contraddizioni dell’oggi. Per gran parte dei cittadini europei la richiesta di sovranità politica è il ritorno alla funzione protettiva, la prima prestazione della sovranità … è insomma sintomo di una sofferenza economica e psicologica, di un’autodifesa della società davanti all’eccesso di movimento, di mobilità, di instabilità”. E la stessa domanda di sovranità non ha finalità imperialiste o iperpolitiche “ha più il segno della tutela delle esistenze singole e familiari, dei piani di vita individuali, che non della ipertrofia del «politico», della volontà di potenza nazionalistica. Ciò che si chiede è più uno Stato protettore che uno Stato guerriero”. L’autore conclude “La tesi di questo libro è che la sovranità è una tematica ineludibile, e che – se l’Italia non vuole sperimentare la «non-sovranità in un solo Paese» - va trattata seriamente, in chiave storica e politica, e non con anatemi”. Anche se la richiesta di sovranità è superficiale, carente di capacità progettuale e di direzione politica incerta, chi oggi teme la democrazia “illiberale” dovrebbe chiedersi quanto sia il “tasso di democraticità” del “neoliberismo” o di altre “ideologie” post moderne che della sovranità pretendono (e credono) di fare a meno.
Per cui “un tempo il pensiero non conformista doveva criticare la sovranità e la sua pretesa di autosufficienza, la sua intrinseca alienazione, la violenza implicita nelle sue istituzioni. Oggi, davanti ad altra violenza, ad altra alienazione, ad altra pretesa di autosufficienza deve vedere nelle pur contraddittorie richieste di sovranità il sintomo dell’esigenza di ritrovare un approccio integrale, ed emancipativo, alla politica”.
Un saggio, in definitiva, la cui lettura è la migliore difesa contro gli idola dei mass-media allineati al (non-) pensiero unico.
Teodoro Klitsche de la Grange

-->

martedì 30 aprile 2019

Teodoro Klitsche de la Grange: «Né politica né giustizia»


NÉ POLITICA NÉ GIUSTIZIA

A distanza di poche settimane l’una dall’altra tre notizie hanno riproposto il problema del rapporto tra poteri (politico e giudiziario): l’assoluzione (in Cassazione) dell’ex Sindaco di Roma Marino, le dimissioni della Presidente della Regione Umbra, Marini e le non dimissioni del sottosegretario Siri, ambedue quest’ultime a seguito delle indagini delle competenti procure. Dalla combinazione e comparazione di tali vicende emerge quale potrebb’essere un ragionevole bilanciamento delle rispettive esigenze della politica e della giustizia, punto dolente dello stato di diritto.
Politica e giustizia hanno principi d’azione (e scopi) differenti. La prima si fonda sul detto salus rei publicae suprema lex; ne consegue che esigenze e vincoli “giuridici” cedono se è in gioco l’interesse dello Stato e l’autonomia della politica, organizzata di guisa da rispondere – almeno nelle democrazie – alla volontà popolare, onde i rappresentanti sono eletti dal popolo direttamente (Parlamento, Presidenti di Regione, Sindaci) o indirettamente nominati dagli eletti (governo, Presidente della Repubblica). La seconda in base al principio fiat justitia, pereat mundus, ed è organizzata (prevalentemente) con il reclutamento di personale burocratico con metodi burocratici (in sostanza una cooptazione).
Dato che sono pochi i casi in cui l’ordinamento esclude del tutto la responsabilità (giudiziaria) comune di soggetti pubblici (come i capi dello Stato), per gli altri rappresentanti occorre elaborare – per equilibrare i principi - delle norme derogatorie in vario modo alla giurisdizione ordinaria: Tribunali e accusatori “speciali”, autorizzazioni a procedere, divieto di determinati atti d’indagine e così via. La giustizia politica è tutta una fioritura di deroghe a quella penale comune, e non potrebbe essere diversamente  - a parte l’opportunità o meno di questa o quella norma. Il perché è agevole da intendere. E proprio il caso Marino ne fornisce l’esempio. Il Sindaco di Roma era stato eletto dai cittadini della capitale; non era un Cavour o un Bismarck, ma comunque aveva ottenuto la (sufficiente) maggioranza dei consensi. Data la non eccessiva popolarità di cui godeva, qualche "svarione" amministrativo, e forse un rapporto difficile con l’allora Presidente del Consiglio, il PD, per toglierlo di mezzo, faceva dimettere la maggioranza dei consiglieri comunali. Da ciò conseguiva la nomina del Commissario e la convocazione di nuove elezioni, vinte dalla Raggi. Dato che non era possibile manifestare, almeno in parte, le ragioni reali (tutte politiche) della decisione, la stampa iniziò a sbandierare l’apertura di un processo per avere, il Sindaco, pagato, con la carta di credito comunale, pranzi (ed altro) di carattere del tutto privato. Che la circostanza non toccasse granché i romani (preoccupati e) afflitti da decenni di cattiva amministrazione  (dalla “monnezza” ai trasporti, alla fiscalità locale) era cosa che non sembrava (né sembra) interessare  granché i giustizialisti in servizio permanente effettivo. A distanza di qualche anno la Cassazione ha assolto Marino. Risultato: un Sindaco eletto è stato dimissionato dalla strumentalizzazione politico-mediatica di un preteso reato e del relativo processo. Col risultato (voluto) che l’unico effetto del processo e della strumentalizzazione del quale non è stato quello (di giustizia) di punire un reo, ma solo quello (politico) di eliminare un avversario. Effetto che la vicenda Marino condivide con tanti altri casi di “giustizia politica” degli ultimi trent’anni (e non solo).
Si dice che c’è la presunzione d’innocenza e chi non è condannato con sentenza definitiva dovrebbe continuare a svolgere la sua funzione: ma a parte il fatto che non sempre è così (v. legge c.d. Severino), è ancora peggio che per una bandiera di onestà e di illibatezza si pretendano le dimissioni (preventive) di soggetti come la Marini o Siri che sono solo indagati. Vero è che la moglie di Cesare dev’essere al di sopra di ogni sospetto, ma ad esercitare pubbliche funzioni per volontà del popolo era Cesare e non la di lui signora. Il quale ripudiò la moglie  ma conservò la carica (e, notoriamente, fece carriera).
E ad essere troppo sensibili all’onestà, si finisce con l’essere più giustizialisti della pubblica accusa, con il risultato, sovente, di strumentalizzare (il funzionamento) della giustizia a scopo politico. Né vera giustizia né sana politica. Cioè proprio quello che, a parole, si vorrebbe evitare.
Teodoro Klitsche de la Grange
-->

sabato 20 aprile 2019

Lettera aperta a Giorgio li Calzi, direttore del festival del jazz di Torino, in solidarietà al musicista Gilad Atzmon

Egregio Signore,
Giorgio Li calzi
(e p.c. a Gilad Atzmon)

se lei è il direttore del Festival del jazz,
che si deve svolgere in Torino,
e dove vi è stata una indecorosa reazione verso Gilad Atzmon.

Le vorrei esprimere pubblicamente il mio sdegno, nei termini che seguono, scritti a caldo, sotto la spinta dell'emozione, dello sdegno, e senza ulteriore indugio.

Non sono purtroppo un musicista, ma solo un filosofo del diritto in pensione dall'Università di Roma La Sapienza.

Conosco Gilad Atzmon in quanto filosofo, ma ben conosco anche la sua fama per essere uno dei migliori musicisti al mondo di jazz.

Trovo assolutamente ignobile che per ragioni politiche vi siano anche in Italia spregevolissimi politicanti d'accatto, che sperano di fare carriera politica, tentando di impedire ad un artista di esercitare la sua arte sublime, che non ha confini e steccati di nessun genere.

Conosco molto bene la parte politologica e filosofica di Gilad Atzmon, ma non è di questa che intendo qui parlarle.

A Torino Gilad viene a suonare, non ad esporre le sue idee politiche e filosofiche, che a loro volta possono essere oggetto di dibattito, ma non di censura ed esclusione.

Per quanto io ne sappia, l'attività musicale di Gilad Atzmon è la professione con la quale l'artista si guadagna di che vivere: colpirlo nelle basi nobilissime della sua esistenza materiale è quanto di più vigliacco ed infame ci possa essere...
Ma questi tizi, che attaccano Atzon, vivono loro in questo modo, facendo esercizio di calunnia ed infamia. Costruiscono così le loro carriere con questi sistemi, assolutamente infami ed ignobili. Fanno questo mestiere.

Renderò pubblica questa mia lettera, che spero le giunga e che mi riservo di sviluppare ed approfondire. Sono ben disponibile ad ogni contraddittorio per la parte non musicale dell’opera di Gilad Atzmon, che conosco molto bene, ma di certo non al Festival del Jazz, che è un luogo universale spirito, volto a creare serenità negli animi. Il Festival si tiene a Torino, non nella mia città in Roma... Sarei stato certamente presente. Ho però segnalato e raccomandato a un mio amico torinese di essere presente lui presente per me e di esprimere a mio nome piena solidarietà al grande musicista Gilad Atzmon.

* * *
Pubblica  Risposta,
della quale ringrazio,
e che metto in evidenza
nel corpo stesso del Post.
* * *

gentile Professore,

La ringrazio molto per la Sua lettera e sostegno.
Dirigo dallo scorso anno il Torino Jazz Festival insieme a Diego Borotti, anche lui musicista come me.
Come Lei saprà meglio di noi, chi si espone è spesso oggetto di critiche. Per fortuna il TJF l'anno scorso ha ricevuto un grandissimo successo mediatico e di pubblico (sold-out per tutti i concerti a pagamento). Quindi riteniamo che i fatti possano rispondere meglio a qualsiasi critica, spesso mossa da invidie o disperati tentativi di volgere il tutto in politica. Per questo abbiamo preferito non rispondere.
Però ci fa molto piacere rispondere alla Sua lettera di sostegno morale, e La ringrazio per ribadire che stiamo discutendo di arte e non di politica. Anche se, mi permetta, stiamo parlando di una persona che nella vita esprime le sue idee, non di un criminale di cui noi non appoggeremmo mai un operato artistico.
Ho conosciuto la musica di Atzmon 10 anni fa, grazie a un disco co-prodotto con Robert Wyatt e ho seguito le sue collaborazioni con i Pink Floyd, penso sia semplicemente un grandissimo musicista che il pubblico del Torino Jazz Festival avrà il piacere di ascoltare.
La saluto allegando una dichiarazione del mio collega Diego Borotti.
grazie

Giorgio Li Calzi


"Gilad Atzmon rappresenta, nel jazz internazionale, la migliore corrente che ha ricomposto, in un linguaggio universale fondato nella musica jazz, gli sconnessi musicali e culturali tipici dei musicisti non-americani che da un lato hanno amato e praticato il jazz "mainstream" e dall' altro hanno provato ad ibridarlo con le musiche della propria estrazione etnica. Il TJF ha ingaggiato G.A. per la maestria e l'originalità con la quale ha inventato un suono mirabile, ricco di fascinazioni provenienti dall'ovest e dall' est del mondo. Non è compito di un festival artistico essere il censore delle posizioni politiche degli artisti o stabilire principi ideologici ineludibili. La missione della produzione artistica è quella di sublimare tensioni e contrapposizioni in arte condivisibile e fruibile da chiunque, proprio come quella prodotta magistralmente da Gilad Atzmon. Pretendere che un artista internazionale non debba avere opinioni e posizioni politiche sul proprio paese, anche se non condivise da tutti, è irreale ed illiberale". Diego Borotti

mercoledì 10 aprile 2019

T.K. de la Grancge: «Gli ultimi giorni dell'Unione Europea» in una recensione di Ivan Krastev.


Ivan Krastev – Gli ultimi giorni dell’Unione. Luiss University Press, Roma 2019, pp. 133 € 16,00
L’autore ha vissuto da giovane il crollo del comunismo, la cui “ragione sociale) era l’emancipazione definitiva dell’umanità e la durata – nel caso più longevo, come l’URSS – è stata poco più di settant’anni. In questo saggio Krastev ritiene assai probabile anche il collasso dell’Unione europea.
Causa principale è l’esaurirsi dello “spirito” originale. Scrive Saraceno nella prefazione “A partire dagli anni Ottanta del Ventesimo secolo, le sfide della globalizzazione hanno messo in crisi questo modello e il suo motore principale, quelle classi medie ormai impoverite, strette fra un élite globale di plutocrati sempre più ricchi che di fatto si sono sottratti al patto sociale, e le classi medie dei Paesi emergenti, che reclamano il posto che compete loro sulla scena globale. A questo si aggiunge in economia un “Nuovo consenso”, anch’esso sviluppatosi negli anni Ottanta e che, in nome di una supposta supremazia dei mercati, rifiuta un ruolo proprio a quello Stato regolatore e al patto sociale che avevano costituito due dei pilastri del modello sociale ed economico europeo. A questo si aggiunge che nel nuovo quadro della globalizzazione “è diventato impossibile effettuare scelte democratiche a livello di Stati nazionali; … essendo la cessione di sovranità all’Unione Europea una chimera, i popoli europei maltrattati dalla globalizzazione hanno cercato spazi di democrazia nel sovranismo e nella protezione dell’interesse nazionale”.
La profezia di “fine dell’Europa” non è auspicata: è anche (e soprattutto) un monito; “è un pugno in faccia alle élite compiaciute che soffrono di “disturbo autistico”.
Tuttavia che il recupero di una piena sovranità nazionale porti alla risoluzione dei problemi pare non meno utopico all’autore del progetto federale in via di decomposizione. Certo occorre cambiare (politiche ed élite dirigenti). Il saggio è pieno di intuizioni originali o poco frequentate: ad esempio il “peso” della concezione di Fukuyama nell’ideologia della globalizzazione. O l’emergere di nuovi conflitti. “I conflitti tra esponenti di visioni Da Ovunque e Da qualche Posto, tra globalisti e nativisti, tra società aperte e società chiuse influenzano l’identità politica degli elettori più di quanto facessero le precedenti identità basate sulle classi”; il tutto mette in crisi, con riduzioni a percentuali sempre più modeste, il consenso ai partiti di sinistra (e non solo) che sulla scriminante di classe avevano investito.
È costante poi la stigmatizzazione di Krastev sull’inadeguatezza delle elite politiche ed economiche europee ad affrontare la crisi; onde hanno in effetti lavorato per i loro avversari sovranisti e populisti. Chi abbia visto (e sopportato) l’opera del governo Monti, principale ostetrico del sovran-populismo italiano, non può che concordare.
Chiudendo tale recensione (breve per definizione di genere) il crescere del populismo ha prodotto anche una copiosa produzione di saggi sul medesimo, che ne attribuiscono l’emergere impetuoso alle cause più varie: dalla decadenza delle élite alla globalizzazione, da uno stile di propaganda alla crisi economica, dalla difesa dell’identità nazionale a quella della democrazia. Verosimilmente tutte (o quasi) compresenti. Se si vuole ascrivere a uno di tali “filoni interpretativi” il saggio di Krastev, questo è a quello – forse il più antico – che risale al saggio di C. Lasch sulla “Ribellione delle élite” di oltre vent’anni orsono.
La tesi di Lasch era che le nuove élite globalizzate, erano separate dalle masse per cultura, aspirazione, modi di vita. Èlite e masse non condividevano non solo l’idem sentire de republica ma molto di più. Se quindi basta la non condivisione dell’idem sentire per generare una crisi di legittimità, ancora più facile e determinante che si produca se quella distinzione è a “tutto tondo”: coinvolge pubblico e privato, lavoro, tempo libero, famiglia e svago, morale e scelte religiose. E da una crisi siffatta si esce in un solo modo: ricostruendo quell’almeno “idem sentire” e, meglio, anche qualcosa di più.
Teodoro Klitsche de la Grange
-->

lunedì 1 aprile 2019

Teodoro Klitsche de la Grange: "Cicerone vota Lega".


CICERONE VOTA LEGA
 
L’approvazione delle nuove norme sulla legittima difesa ha provocato una (scontata) serie di reazioni da parte del centrosinistra (e alleati).
La prima è che la riforma riguarda pochi casi, ed è quindi irrilevante. Sono d’accordo sul punto: i casi sono relativamente pochi (ma comunque non vanno dimenticati) e soprattutto meriti e demeriti di questa maggioranza dovranno valutarsi in altri ambiti.
La seconda che Salvini avrebbe una mentalità da sceriffo del Farwest: rozzo, ignorante e violento. La predilezione per l’uso delle armi e l’autodifesa denoterebbe addirittura una sottovalutazione dello Stato E perché? Perché facilitando i cittadini a difendersi da soli andrebbe a confliggere con la funzione dello Stato che è quella di dare protezione ai diritti (in primis, quello alla vita) di tutti i componenti la comunità. Ossia trascurerebbe (almeno) quattro secoli di Stato moderno che tra tutte le sintesi politiche è quella che più ha enfatizzato (e strutturato) detta funzione. Con ciò Salvini è dai politici ed intellos bocciato.
Ma è proprio vero che la legittima difesa è così in contrasto alla concezione dello Stato e che coloro che se ne sono occupati erano dei rozzoni dal modesto quoziente d’intelligenza? A fare qualche riscontro pare proprio di no.
Cominciamo da Cicerone. Questi difendendo Milone fece la più grande difesa dell’istituto. Definì legge naturale il diritto di difendersi “Esiste dunque, o giudici, una legge non scritta ma naturale, da noi né appresa né ereditata né letta, ma attinta dalla natura stessa, una legge che conosciamo non per insegnamento ma fin dalla nascita, non per educazione ma per istinto”, e la legge naturale (nel De re publica) per il grande oratore era “conforme alla natura, la si riscontra in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna”; a questa “non è lecito apportare modifiche né toglierne alcunché né annullarla in blocco, e non possiamo esserne esonerati … non sarà diversa da Roma ad Atene o dall’oggi al domani, ma come unica, eterna, immutabile legge governerà tutti i popoli ed in ogni tempo”. Questa legge è naturale perché conforme alla natura umana; è immutabile ed eterna e non dipende dalle decisioni di chi detiene il potere. Essendo, nel caso sia in pericolo la vita, l’unica possibilità di conservarla è rapportabile al conatus di Spinoza, per cui ogni vivente tende a “in suo esse perseverari”, ossia a conservare la propria esistenza.
Se poi passiamo al filosofo che più ha teorizzato lo Stato moderno e la funzione di protezione del potere politico, cioè Hobbes, il quadro non cambia. Il filosofo scriveva che né l’uomo può rinunziare a difendere se stesso, né il sovrano può pretendere l’obbedienza ad un tale precetto; così il suddito ha diritto, nel caso, a rifiutare obbedienza. E potremmo continuare ad elencare le legislazioni, le più varie, le quali, per quanto se ne sa, non dispongono di porgere l’altra guancia, ma, per continuare con Cicerone a legittimare che, in casi estremi, vim repellere licet. Perché in sostanza sono quei casi in cui non è possibile al sovrano assicurare protezione. Ed è tragicamente comico che un uomo, minacciato da energumeni armati, li possa fermare minacciandoli di “fargli causa”. Neppure i teologi cristiani pretendono ciò: resistere o non resistere è una scelta morale, ma difendersi è un diritto.
Anzi secondo taluni, come Jhering, chi difende il proprio diritto è un buon cittadino, perché collabora (attivamente) all’attuazione del diritto oggettivo.
C’è da chiedersi per quale ragione, a parte la evidente necessità di propaganda, in certi ambienti politici si sostengano tesi così contrarie a qualche millennio di pensiero e così ragionevoli (se non razionali).
Probabilmente perché – per un vizio congenito della “sinistra” – questa ha l’abitudine di paragonare la realtà socio-politica non con altre realtà ma con le proprie idee e aspirazioni. Raffronto cioè tra realtà ed immaginazione, in cui questa è sempre vincente proprio perché svincolata dal “fattuale”, ossia dal concreto. Non conoscendo la fantasia i limiti della realtà, è possibile fantasticare di mondi e società perfetti dove gli uomini si vogliono tutti bene, oppure in cui lo Stato è così efficiente da impedire il compimento di qualsiasi delitto. Come in un film di fantascienza di successo, dove il tutto era affidato a mutanti con capacità di pre-cognizione (cioè da profeti); gratta, gratta si parte dal rivendicare utopie come “ragione” e si finisce per affidarsi a Nostradamus o alla Sibilla. Cioè a film, maghi, indovini (e ciarlatani). Diversamente da Cicerone, Hobbes e gli altri che si accontentavano della ragione umana e della realtà dei fatti.
Teodoro Klitsche de la Grange
-->