domenica 24 giugno 2018

Fernando Rossi: Prefazione al libro di Nikos Klistikas: ‘Dio ti protegga, o Siria’

Fonte.
Prefazione al libro di Nikos Klistikas: ‘Dio ti protegga, o Siria’
 
Ciò che è avvenuto in Siria dal 2010 ad oggi è ormai tutto chiaro e documentato, ma è risaputo che se un giornalista o un politico hanno avuto l’input di fingere di dormire, non ci sono grida che possano svegliarlo.

Solo un’incrollabile fiducia nella possibilità di redenzione della specie umana può giustificare gli sforzi di quanti cercano di fare in modo che, come i salmoni, le verità possano vincere la grande corrente d’opinione creata dai media e partiti della lobby dei globalizzatori della grande finanza e arrivare ai cittadini che ora la ignorano.

Innanzitutto va chiarito che gli attacchi al Governo di Assad sono cominciati ben prima delle ‘rivolte primaverili’, organizzate nel 2011 nei centri abitati vicini a Israele, Giordania e Turchia, con le modalità messe a punto anni fa dai servizi USA e rivelateci anche da Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota nel suo libro.
(https://www.newtoncompton.com/libro/il-libro-che-nessun-governo-ti-farebbe-mai-leggere:
tali modalità consistono nell’infiltrarsi in gruppi politici di opposizione ai governi che si intendono rovesciare, finanziarne e guidarne l’espansione, preparare il clima mediatico con la diffusione di false notizie e, giunti al giusto livello di ebollizione socio-politica, far organizzare una grande e costosa manifestazione, durante la quale propri militari sotto copertura o uomini dei locali servizi già corrotti, avranno il compito di aprire il fuoco sui manifestanti. Di ciò verrà accusato il ‘regime’ o il Presidente da rovesciare e durante la successiva manifestazione di protesta basterà far sparare su manifestanti e sulla polizia per innescare lo scontro sociale e politico in cui anche le componenti di opposizione più moderate siano costrette a schierarsi con i rivoltosi guidati dai servizi. La campagna mediatica globale scatta e la guerra civile può in iniziare. Così è stato in Cecenia, nei Balcani, in Libia, in Siria, e più recentemente in Venezuela).
Considerando tutti gli elementi, sociali, politici, economici, militari e geopolitici che componevano il quadro entro cui USA/Nato, Israele, Arabia Saudita, Qatar e Turchia hanno deciso di rovesciare Assad, si può comprendere la loro rabbia attuale nel vederlo non solo resistere ma addirittura vincere militarmente e politicamente dopo anni di sfrenata corruzione, attentati terroristici, sabotaggi e blocco economico.

L’appoggio politico e militare della Russia, che ha una sua base militare a Tartus, nonché quello degli Hezbollah libanesi, hanno avuto un ruolo importante, ma non sarebbe certo bastato a salvare la Siria e Bashar el Assad se si fossero rivelate giuste le analisi degli aggressori e le loro previsioni sulla precarietà e fragilità della sua presidenza e della coesione sociale e religiosa della sua nazione.

Bashar el Assad diviene Presidente suo malgrado, interrompendo studi e carriera medica in Europa, a causa della morte del fratello Bassel, che il padre aveva scelto come erede. Non tardano a presentarsi scontri e frizioni con le componenti più conservatrici del partito Baath (un loro slogan era : “Bashar ha la sua clinica, Maher el Assad – suo fratello cadetto – al potere!”), in particolare quelle sunnite con simpatie saudite.

L’ex vicepresidente Abdel Halim Khaddam, dopo aver inutilmente tentato di ridurre l’influenza di Assad dentro al congresso del Baath, nel 2005 fugge in Francia, si manifesta legato ai Saud e accusa Assad dell’assassinio dell’ex premier libanese Rafic Hariri, cosa sempre negata da Assad, anche se molte voci dell’epoca indicavano come mandanti gli apparati di sicurezza siriani guidati da alawiti critici con le aperture politico-economiche di Assad e della moglie Asmāʾ Akhras (sunnita,  di nazionalità inglese), ritenute eccessive.

Ma Assad ha saputo guadagnare consenso e nel contempo riformare partito e governo; nel giugno 2014, nonostante il terrorismo, il blocco economico e i miliardi spesi per corrompere militari e funzionari apicali, che avrebbero dovuto rovesciarlo, egli viene rieletto con l’88,7% dei voti in occasione della prima elezione multipartitica della Siria, mentre solo 5 generali su 1200 hanno fatto defezione.

Per superare la resistenza popolare e dei ceti medi siriani, ad un prevalere delle organizzazioni terroristiche sostenute dalla Arabia Saudita, USA, Unione Europea e paesi Nato finanziarono, addestrarono e armarono di tutto punto un fantomatico Esercito Libero Siriano, formato da qualche migliaio di disertori, tanti mercenari stranieri e decine di ‘istruttori’ USA/Nato. Dopo il primo anno questo esercito era del tutto ininfluente e gran parte delle sue armi (USA-Nato) era passato in mano a ISIS, Al Qaeda, Al Nusra e le altre bande salafite, a volte con scontri fratricidi per armi e bottini di guerra.

L’operazione politico-mediatica più importante per mettere in piedi una opposizione credibile e non in mano a Sauditi e Fratelli Musulmani fu la Conferenza di Antalya, promossa da Usāma al-Munağğid, siriano esiliato a Londra, membro del Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo ed attivista dell’opposizione al regime. Su questo personaggio Wikileaks ha diffuso documenti diplomatici americani che attestano il suo finanziamento da parte degli USA tra il 2006 e il 2009. Tali fondi dovevano sostenere le opposizioni e le defezioni dal regime di Assad e la nascita di una tv indipendente siriana: Barada Tv, nata nell’aprile 2009 e strettamente collegata con il Movimento di al-Munağğid. Mentre la copertura mediatica e nei social globali è stata assicurata dall’ Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, installato nel Regno Unito. Questo strano ‘Osservatorio’ è formato da una sola persona, Rami Abdulrahman che risiede a Coventry, finanziato e gestito dai servizi inglesi, e le sue veline sono le fonti per le notizie sulla Siria da parte di tutti i media di proprietà della grande finanza globale.

Questo pressing di USA, petro-monarchie del Golfo Persico, Israele e paesi Nato, tra cui Italia, Grecia e Turchia, che nei loro programmi doveva essere una passeggiata modello Libia, è fallito, ma è costato alla Siria centinaia di migliaia di morti e milioni di migranti. L’ultimo sussulto di rabbia e impotenza è stata l’invenzione dell’uso dei gas tossici da parte dell’Esercito Siriano, messa in scena dai ‘Caschi Bianchi’, ONG a gestione Saudita, creata per affiancare l’attività dei terroristi.

Aereo israeliano intervenuto a sostegno dei terroristi,
 abbattuto dalla contraerea siriana.


La Siria ha vinto ed ha sconfitto i terroristi, anche quelli che venivano definiti ‘buoni’ perché gestiti da ‘istruttori’ di USA/Francia e Inghilterra e riconquistato gran parte del suo territorio, ma non sono finite le manovre politiche e geo-politiche sulla Siria e sul suo Presidente.

Israele continua a operare bombardamenti in territorio siriano per ottenere una reazione che possa essere usata per costringere USA, Nato e suoi alleati del Golfo ad una guerra aperta contro la Siria, ma lo fa da quasi 10 anni senza successo ed è prevedibile che Siria e Russia non cadranno nella trappola,  mentre governi e media europei tacciono su queste folli e criminali violazioni del diritto internazionale (provate ad immaginare cosa farebbero e direbbero se la Russia bombardasse qualche base militare USA o Nato in un paese UE).

Gli USA hanno promesso un po’ di Siria ai leader curdi, da loro armati e ‘consigliati’ se combatteranno contro il Governo Assad, ma questo ha messo in crisi i loro rapporti con Erdogan, fino al fallito tentativo di golpe in Turchia, le cui reazioni e conseguenze politico-strategiche avranno un peso significativo in quell’area.

La Mogherini, Vice Presidente della Commissione e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che parla sempre a nome degli USA/Nato, ha detto che Assad non deve illudersi che la sua vittoria sul campo significhi che l’Europa abbandonerà gli oppositori militarmente sconfitti.

Occorrerà continuare a vigilare, controllando i comportamenti dei nostri governi e informando il maggior numero di cittadini, ma la vittoria di Assad e di chi l’ha coerentemente sostenuto contro gli aggressori ci consente di fare alcune considerazioni.

    Fortunatamente, migliaia di terroristi e salafiti andati a combattere il governo siriano su input degli imam reclutatori sparsi dai Saud in mezzo mondo sono stati eliminati, ma purtroppo i sopravvissuti,  che stanno tornando negli stati in cui risiedevano, o che vengono fatti entrare in Europa come clandestini, sono stati militarmente addestrati e resteranno legati ai loro capi  jihadisti, costituendo un serio pericolo per le nostre comunità.

    La forza di Assad e del suo governo è senza dubbio stata la coesione sociale e nazionale del suo popolo e l’eroismo dei suoi combattenti, ma un peso importante l’ha avuto anche l’abilità diplomatica ereditata dal padre, con cui ha saputo garantirsi l’appoggio diplomatico di Cina e Russia all’Onu e quello militare di Russia, Iran ed Hezbollah libanesi.

    Nonostante gli onori e le onorificenze (compresa quello di Napolitano nel 2010) che gli tributavano nei vari paesi USA/Nato, a differenza della Libia, il livello politico culturale della ‘classe dirigente’ siriana ha consentito di leggere la natura profonda del capitalismo finanziario che non può fare a meno di cercare di soffocare la sovranità dei popoli per estendere il proprio potere globale. E’ questa lucidità d’analisi che li ha indotti a prepararsi, riuscendo anche a vedere subito la regia che stava dietro ai disordini simultaneamente scoppiati nelle zone di confine con Israele, Libano, Turchia e Giordania.

    Dalle vicende siriane, i popoli europei dovrebbero trarre l’insegnamento di non credere più a quei media e a quei partiti che per tutti questi anni ci hanno raccontato menzogne, a loro richieste da finanziatori e/o proprietari dei media, destinate a coprire il criminale sostegno al terrorismo e preparare l’ingiusto blocco commerciale verso la Siria, per fiaccarne la resistenza. Facendo di questa lezione un patrimonio collettivo dei nostri popoli eviteremmo di farci scodellare/nuove guerre e nuovi crimini dei globalizzatori della grande finanza, che i loro media e i loro partiti sono già pronti a travestire da ‘difesa dei diritti umani’.

Fernando Rossi

martedì 5 giugno 2018

«`Giustizia e mito», in una recensione di Teodoro Klitsche de la Grange.

Marta Cartabia – Luciano Violante, Giustizia e mito, il Mulino, Bologna 2018, pp. 174, € 13,00.

Che due giuristi abbiano scritto questo libro, su tragedie di Sofocle, può sorprendere, ma solo in parte. In effetti l’Antigone e l’Edipo Re offrono motivi di riflessione sia per i teorici del diritto, come dello Stato e della politica.

Nell’“Antigone” di Sofocle i due personaggi principali, Antigone e Creonte, sono diffusamente considerati rappresentativi dei poli di una pluralità di opposizioni, rilevanti per i giuristi: per lo più tra diritto naturale e diritto positivo e tra legge divina e umana. Ma non è mancato chi, come Hegel, vi ha visto l’opposizione tra concezioni (principi)  maschile e femminile, per cui l’uomo (e cioè Creonte) “ha la propria vita sostanziale e reale nello Stato, nella Scienza, e simili, e inoltre nella lotta e nel travaglio con il mondo esterno e con se stesso”[1], mentre la “pietas, in una delle più sublimi esposizioni che la concernono – nell’Antigone sofoclea – viene dichiarata soprattutto come la legge della femmina, vale a dire: come la legge della sostanzialità sentimentale soggettiva, dell’interiorità che non consegue ancora la propria realizzazione perfetta, come la legge degli dèi antichi, del regno sotterraneo, come legge eterna di cui nessuno sa dire quando apparve e che è presente nell’opposizione contro la legge manifesta, la legge dello Stato”[2]. Per cui da un lato si può intravedere, in queste osservazioni di Hegel, una contrapposizione non solo tra norme (leggi) ma anche tra istituzioni (famiglia e Stato); da un altro, e più chiaramente, quella tra un diritto “tradizionale” e consuetudinario  e un altro “statuito” e razionale”.

Molte altre opposizioni sono rintracciabili, perché chiaramente esposte, nei due personaggi della tragedia. In particolare Creonte si identifica con la polis e fa della categoria amico/nemico (della polis) il criterio distintivo per la legittimazione del decreto proibente la sepoltura di Polinice, derogatorio-modificativo della legge divina (e consuetudinaria) di seppellire i morti. Ciò pone in rilievo (almeno) sia l’opposizione tra politico e giuridico (intesi nel senso di Freund) che la prevalenza e decisività del politico che privatizza (e cioè sottomette) le norme ed il rapporto “privatistico” (familiare) rispetto a quello pubblico-politico. Dice Creonte nell’entrare in scena “non tengo in alcun conto chi stima più importante della propria patria una persona cara. Io infatti – e lo sappia Zeus che sempre vede tutto – non saprei tacere quando vedessi muovere contro i cittadini la sciagura invece che la salvezza; e non farei mai amico un nemico della patria; poiché so che essa è la nostra salvezza…. Con tali principi io farò grande la nostra città”[3]. Il diritto promulgato dal governante deve essere così “razionale rispetto allo scopo” che è, nel caso, quello, essenziale alla polis, di salvaguardarla, anche onorando i buoni cittadini e non gli altri, i nemici.

Il senso di tale opposizione indica in Creonte l’archetipo di una politica e un diritto “moderno” (rispetto a quelli di Antigone): la prima perché prevalente su ogni vincolo normativo e l’altro perché razionale (rispetto allo scopo), volontario, statuito, opportuno. Creonte non è tiranno nel doppio senso attribuito a tale termine dalla Scolastica: non lo è né absque titulo, perché è diventato re di Tebe per designazione del re “abdicante”, cioè suo cognato Edipo: né lo è quoad exercitium perché, anche in altre tragedie (come l’Edipo a Colono) segue sempre la regola  di operare per la salvezza della polis. Motiva così il decreto che vieta la sepoltura di Polinice “Ma il fratello suo, Polinice dico, dall’esilio tornò volendo distruggere completamente col fuoco la terra patria e gli dèi della stirpe, volendo saziarsi del sangue dei suoi e gli altri trarre in schiavitù: e per quanto lo riguarda è stato ordinato alla città che nessuno lo onori di tomba e di compianto, ma sia lasciato insepolto cadavere, pasto ad uccelli e cani, vergogna a vedersi”. E nel dialogo del secondo episodio tra Creonte ed Antigone, mentre questa insiste sul legame parentale, quello ribatte che “ma il nemico non è mai caro, neppure quando sia morto”[4]. L’esser nemico prevale sia sulla philia che sull’adelphia.

Il carattere di tali affermazioni ha attratto anche i giuristi. In particolare Max von Seydel ha dedicato pagine alla tragedia ricordando come il dialogo tra i due protagonisti dell’Antigone (e lo svolgersi dell’azione) rivelano l’essenza della sovranità e del suo rapporto con la forza ed il diritto che può dare “alla scienza nostra (cioè al diritto pubblico) una dottrina dalla quale si può ricavare la cognizione del suo essere”. E cioè che il dominio (politico) non è altro che il “fatto della forza sopra lo Stato”, un fatto dal quale ha origine primamente il diritto”. Il quale non è altro che l’insieme delle “norme con cui il volere sovrano ordina la convivenza statuale degli uomini”. La fonte del diritto è il volere sovrano.

Per un giurista come von Seydel, rappresentante-tipo del positivismo giuridico d’antan (cioè decisionismo + normativismo) in effetti Creonte è il diritto moderno contrapposto ad Antigone, che è quello “antico”. E l’antitesi delle concezioni dei due personaggi ricorda da vicino quella di Max Weber tra potere tradizionale, ossia quello che “poggia sulla credenza quotidiana nel carattere sacro delle tradizioni valide da sempre, e nella legittimità di coloro che sono chiamati a rivestire una autorità” e potere razionale-legale e tra i differenti modi e mezzi ordinatori del diritto “tradizionale” e del diritto “statuito”. Nella posizione di Antigone è anche invertito il rapporto tra politica e diritto: per cui quella non domina questo, ma piuttosto vi è sottomessa; onde non vale il detto salus rei publicae suprema lex, ma piuttosto il fiat justitia, pereat mundus in cui la justitia è ciò che appare tale al cittadino. Anche in ciò la “modernità” di Creonte, rispetto ad Antigone è evidente. Violante ha rilevato come Creonte non sia il crudele tiranno, come abitualmente rappresentato “Se Creonte fosse davvero uno spietato dittatore e se Antigone fosse davvero una giovane donna portatrice di una nuova legge…non sempre l’oppositore è portatore di un nuovo domani; non sempre l’uomo di governo è un subdolo tiranno. La realtà politica non è una linea retta; è un poligono con molte facce”. In effetti “Antigone è testimone del diritto antico, quello della immutabilità delle regole, mentre Creonte è un innovatore, portatore del diritto nuovo, quello che fa funzionare la polis. Per questa ragione il mito è affiancabile a tutti gli altri miti greci che puniscono l’innovatore, quello che vuole cambiare”. Antigone, insomma, è il passato, Creonte il futuro. Ma le comunità si reggono quando Antigone e Creonte sono (ambo) presenti, sostiene Violante, e si riesce a trovare compromessi tra il potere pubblico e i diritti individuali.

“L’Edipo re” appare meno fecondo di spunti per i giuristi moderni. E il saggio (di Marta Cartabia) lo dimostra. Tuttavia è il caso di ricordare quanto sosteneva René Girard, sia sulla tragedia greca in generale sia sull’ “Edipo re”. Quanto a quella Girard ricorda che “Gli storici sono d’accordo nel situare la tragedia greca in un periodo di transizione tra un ordine religioso arcaico e l’ordine più ‘moderno’, statale e giudiziario, che ad esso succederà. Prima di entrare in decadenza, l’ordine arcaico dovette conoscere una certa stabilità. Tale stabilità non poteva poggiare che sul momento religioso, cioè sul rito sacrificale”; e sull’ “Edipo re” nota: “tutte le relazioni maschili sono relazioni di violenza reciproca… Tutte queste violenze sfociano nell’annullamento delle differenze, non soltanto nella famiglia ma in tutta quanta la città. La disputa tragica che oppone Edipo a Tiresia ci mostra due grandi capi spirituali in contrasto”. E Tiresia è il difensore della tradizione, che Edipo contesta perché ritiene che insidii l’autorità reale; la conseguenza, scrive l’antropologo francese, è che “Presi di mira sono gli individui ma a essere colpite sono le istituzioni. Tutti i poteri legittimi vacillano sin dalle fondamenta… L’empietà di cui parla il coro, l’oblio degli oracoli, la decadenza religiosa fanno tutt’uno sicuramente con lo sgretolarsi dei valori familiari, delle gerarchie religiose e sociali”. Occorre un rimedio per ovviare a questo incipiente hobbesiano bellum omnium contra omnes.

Scrive anche Girard che “Edipo non è colpevole in senso moderno ma è responsabile delle sventure della città. Il suo ruolo è quello di un vero e proprio capro espiatorio” e in effetti l’azione tragica si compie durante l’epidemia di peste a Tebe. La soluzione della crisi della città, che permette di rifondare l’ordine è il sacrificio della vittima espiatoria e così Edipo si punisce da se. Ciò permette il superamento della crisi e la sacralizzazione della vittima, cioè Edipo. Come scrive Girard: “      Nel momento supremo della crisi, quando la violenza reciproca giunta al parossismo si trasforma d’un sol colpo in unanimità pacificatrice, le due facce della violenza paiono ravvicinate: gli estremi si toccano. Questa metamorfosi ha come perno la vittima espiatoria… la vittima espiatoria ‘simboleggia’ il passaggio dalla violenza reciproca e distruttrice all’unanimità fondatrice; è lei che assicura questo passaggio”. Il pensiero religioso vede così nella vittima una “creatura soprannaturale che semina la violenza per poi raccogliere la pace”.

L’interpretazione di Girard permette di evidenziare nell’ “Edipo re” alcuni dei presupposti e dei fondamenti del diritto pubblico, nonché di regole, se non delle regolarità della politica. La crisi “mimetica”, ossia il dissolversi dei legami comunitari che in genere i giuristi chiamano “stato d’emergenza” o “stato d’eccezione”; in particolare l’emergere della violenza diffusa e non regolata (la guerra civile, in atto o “strisciante”); il meccanismo del “capro espiatorio”; la rifondazione dell’ordine attraverso quello e così il ridursi della conflittualità sociale.

In particolare il ricorso al “capro espiatorio” (cioè Edipo), da Machiavelli è descritto nel cap. VII del “Principe” con la vicenda di Remirro De Orco, ovviamente senza implicazioni religiose, ma come espediente per riportare ordine (e consenso), attraverso un efficace e spregiudicato esercizio del potere. Ordine e potere che sono i concetti fondamentali del diritto, pubblico in ispecie così come quello di ineguaglianza, giacché una comunità politica senza disuguaglianza e è impossibile: ne occorre almeno una, come si legge in tutti i manuali di diritto pubblico: quella tra dominanti/governanti e dominati/governati. Proprio quella che, secondo Girard, Edipo aveva violato uccidendo, anche se inconsapevolmente, il padre/re e accoppiandosi con la madre/regina.

Laio, come padre e come re è riconducibile a due dei tipi semplici d’autorità (Kojève). Autorità necessaria sia nella famiglia, e molto di più nello Stato.

Quindi riprendendo von Seydel, è utile e istruttivo ripensare la tragedia greca e in ispecie le due analizzate dagli autori in funzione (anche) del diritto presente.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] V. Grundilinien der Philosophie des Rechts (§166), trad it. di V. Cicero , Milano 1995 p. 317; v. anche Die Phänomenologie des Geistes, trad. it. di E. De Negri, Firenze 1973, pp. 29 ss.
[2] Op. loc. cit..
[3] Antigone trad. it. di R. Cantarella, rist. Milano 2005, p. 271.
[4] Op. cit. p. 293.

venerdì 1 giugno 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: recensione a «Stenio Solinas, L'infinto sessantotto» (Edizioni la Vela, 2018)

Stenio Solinas, L’infinito sessantotto, Edizioni La Vela (www.edizionilavela.it), Viareggio (LU) 2018, pp. 131, € 14,00.

Il titolo di questo saggio “L’infinito sessantotto” non è solo polemicamente indirizzato al cinquantenario (con relative autocelebrazioni e autocompiacimenti), ma alla durata delle idee (e degli idola) del ’68, che ancor oggi determinano modelli di comportamento e di sentire diffuso. Così la liberazione sessuale (prima pillola, poi aborto), il depotenziamento dei vincoli familiari (divorzio e rapporto genitori/figli in primis), la parità uomo/donna, la denatalità incipiente (ora trionfante). Solinas lo spiega ricordando che il ’68 era stato preceduto dal ventennio della ricostruzione in cui gli italiani, dopo la sconfitta e l’occupazione militare, iniziarono a “ritirarsi nel privato”.

“Quegli italiani, dunque, si chiamarono fuori dall’Italia, non ne vollero sapere: che andasse come andasse, nessuno li avrebbe più fregati, chiamati ad altri e alti destini, spronati a grandi imprese… Tornava, insomma, la dimensione familiare, si allontanava lo Stato, visto come un nemico, o come qualcosa da sfruttare… Ciò che alla fine contava era il proprio benessere, il piacere dei nuovi consumi, un’etica del lavoro individualistica, sganciata da qualsiasi istanza collettiva, da qualsiasi anelito comunitario. La politica, i partiti, erano “cosa loro”, da disprezzare, da irridere, con cui venire a patti, il voto in cambio di un favore, un posto, una raccomandazione… C’è un Paese che insegue il proprio benessere, un brodo di coltura che teorizza la liceità di ogni comportamento e giustifica dialetticamente ogni trasgressione e il relativo perdono, una classe politica che occupa manu civili la società, una classe dirigente che non sa e/o non vuole dirigere, sceglie di non scegliere, pratica un consenso clientelare e per farlo aumenta a dismisura il debito pubblico. Il ’68 è il primo cortocircuito di una modernizzazione fine a se stessa e priva di quei correttivi che potrebbero, dovrebbero, regolarla… Il secondo sarà la lunga stagione del terrorismo, da cui usciremo senza sapere bene né come né perché, e comunque appena in tempo… Il terzo, l’implosione del sistema stesso dei partiti, l’epifania del suo fallimento, e la successiva incapacità di riformarlo ovvero rifondarlo”.

Il ’68, insomma, ha lavorato su un terreno propizio e dissodato.

La durata dell’ “ideologia” sessantottina è comunque dovuta sia al processo di cooptazione nella classe dirigente, sia al correlativo adattarsi al “sistema” dei leaders del movimento studentesco.

I quali se adattati sono stati promossi e valorizzati; i non adattati (cioè i militanti  coerentemente rivoluzionari) sono stati incarcerati ed esclusi (processo comune nelle cooptazioni di èlites).

D’altra parte Del Noce aveva capito con molto anticipo che il comunismo si sarebbe risolto in un mélange  di  nichilismo  libertario e buonismo umanitario, che è qualcosa di molto simile all’immagine ai modelli e ai “messaggi” della società globale. Sia quindi per la presenza di personaggi (  dalle barricate passati alle poltrone) sia per molte coincidenze di idee, il sessantotto “prosegue” nel mondo globalizzato. Non si sa se l’attuale crescere almeno nel mondo euro- occidentale di partiti e movimenti sovran-popul-  identitari prefiguri la fine della Weltanschauung sessantottina, almeno come modello dominante. Di sicuro però la fortuna di quelli è la conseguenza   dialettica del prevalere di questa. Il criterio del politico, dalla contrapposizione borghese/proletario si è spostato a quella globale/identitario; e così ha generato una nuova antitesi.

Ma anche nel populismo c’è qualcosa del (primo) sessantotto andata  - ovviamente - smarrita successivamente, ossia l’antagonismo urlato contro il “vecchio”, ovvero le élites al governo. Anche se occorre riconoscere quelle     da noi contestate allora erano molto migliori di quelle globaliste odierne, come confermato dai risultati conseguiti.

Ma questo, che le nuove élites nascono con gli stivali, quindi forti e decise e finiscono in pantofole cioè ipocrite, fraudolente e deboli, è non una novità ma  una costante della politica.

Teodoro Klitsche de la Grange

mercoledì 16 maggio 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: Recenzione a Giovanni ORSINA, La democrazia del narcisismo (Marsilio 2018)


Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo, Marsilio editori, Venezia 2018, pp. 198, € 17,00
Orsina analizza l’attuale crisi dei regimi democratici sottolineandone la causa (principale) politica e la sua conseguenzialità con la natura della democrazia dei moderni (cioè post-illuminista).

Questa prende le mosse da certe promesse; la prima, già nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti, è che ogni individuo ha il diritto di perseguire la realizzazione della propria felicità. Tale promessa è “connaturato alla democrazia intesa non soltanto come sistema politico, ma come modello di società. Allo stesso tempo, però, la pretesa che quella promessa sia mantenuta sottopone il regime democratico a tensioni insopportabili”. Ma dato che il capitalismo è distruzione creatrice (Schumpeter) e la modernità anche, le strutture socio-politiche che vengono distrutte da quelle tensioni sottopongono il sistema a ripetute crisi. A partire dalla seconda metà del secolo passato “la riaffermazione poderosa di quella promessa, che all’inizio era stata formulata in termini altamente politici, ha in breve tempo portato all’affacciarsi di un nuovo soggetto assai poco adatto alla politica: il narcisista. L’affermarsi di questo tipo umano contribuisce a far appassire cinque dimensioni fondamentali dell’agire politico: potere, identità, tempo, ragione e conflitto”.

Dato che soddisfare del tutto il narcisista è impossibile, le élite di governo “si sforzano di arginarlo, trasferendo il potere dalla politica verso istituzioni economiche, giudiziarie, tecnocratiche, spesso sovranazionali… così facendo, la politica col passare degli anni si va rinchiudendo sempre di più in una tagliola micidiale: richieste crescenti da un lato, strumenti sempre più deboli e inefficaci con cui soddisfarle dall’altro”. Per cui la conseguenza, iscritta nel destino degli aggregati politici umani, è di rivestire un’unica funzione da poter svolgere “quella del capro espiatorio… questo marchingegno ha agito e agisce in tutte le democrazie avanzate. Il terzo capitolo del libro, incentrato su Tangentopoli, cerca di spiegare perché in Italia esso abbia avuto effetti ancor più dirompenti di quanto non sia accaduto altrove. La fragilità della repubblica dei partiti, e in particolare la sua incapacità di dotarsi di una legittimità solida, fanno sì che nella penisola il processo di degenerazione del politico sia particolarmente grave, e possono quindi dar conto in larga misura del collasso sistemico del 1992-1993. In quel frangente, d’altra parte, s’ingenera nei confronti della politica un’ostilità così profonda e violenta da apparire tutto sommato sproporzionata rispetto alle responsabilità storiche del ceto di governo, pure notevoli, e più in generale alle cause della crisi”.
Orsina fa derivare le contraddizioni della democrazia moderna da Tocqueville “Perché una società fondata sulla promessa-pretesa di piena autodeterminazione soggettiva possa funzionare nel tempo, tuttavia, è necessario che quanti la compongono rientrino in una ben determinata categoria antropologica, dai confini ampi ma tutt’altro che illimitati. La democrazia, perciò, da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro però funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti. Non solo. La democrazia spinge gli individui a desiderare fuori da quei limiti, e così facendo mette costantemente in pericolo la sopravvivenza proprio di quel tipo di cittadino del quale non può fare a meno”; nell’attuale fase narcisistica occorre riprendere la lezione di Tocqueville il quale “ Nel secondo volume de La democrazia in America distingue con cura l’individualismo dall’egoismo. L’egoismo è un vizio istintivo che esiste da sempre ed è presente in ogni cultura: «un amore appassionato e sfrenato di se stessi, che porta l’uomo a riferire tutto soltanto a se stesso, e a preferire sé a tutto». L’individualismo è invece un frutto specifico della civiltà democratica, non è un «istinto cieco» ma «un sentimento ponderato e tranquillo»” e “La specialità del narcisista consiste nel fatto che la sua ossessione di se è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra” e “Il suo rapporto col mondo è interamente determinato dal filtro di una prospettiva soggettiva non educata né maturata dal confronto. È intellettualmente una monade, insomma, prima ancora di esserlo socialmente e politicamente”.
Il narcisismo del cittadino post-moderno tende a ridimensionare le citate “dimensioni” dell’agire politico: in effetti – ancor più - le fa appassire tutte.
Anche la stessa “struttura” dello Stato borghese che Schmitt considera uno status mixtus, frutto della commistione dei principi di forma politica e di quelli della borghesia, perché tende a obliterare i primi e a ridurre i secondi, anche se s’insiste sulla dimensione universale dei diritti dell’uomo (meno su quelli del cittadino). In questa situazione è difficile che la democrazia liberale trovi un ubi consistam; a Constant (e ai “vecchi” teorici del liberalismo) era chiaro il reggersi della suddetta forma di Stato sul carattere di rappresentanza politica dei due organi fondamentali (il Re e il Parlamento). Ma se si trascura la dimensione propriamente politica (cioè sociale ed istituzionale) non è dato capire come l’istituzione Stato possa applicare e tutelare i diritti (quali che siano). In fondo l’aveva ben visto Hegel il quale sosteneva che “Lo Stato è la realtà della Libertà concreta…Il principio degli Stati moderni ha questa immane forza e profondità: esso fa sì che il principio della soggettività si compia fino all’estremo autonomo della particolarità personale, e, a un tempo, lo riconduce nell’unità sostanziale, conservando così quest’ultima in quel principio stesso”[1]. Al narcisista contemporaneo fa difetto il secondo movimento
Come scrive Orsina “con la fine delle identità collettive, è venuto meno anche il legame fra élite e popolo: il popolo non riconosce più alle élite il diritto di decidere e guidare; le élite hanno smesso di considerarsi responsabili nei confronti del popolo”.
In questo contesto la situazione italiana dopo i primi decenni del secondo dopoguerra, ha dei connotati peculiari, che la rendono più difficile da gestire di altre grandi democrazie europee, come Francia e Germania le quali si erano date ordinamenti costituzionali efficienti e responsabili. L’Italia no, per cui il sistema politico ha una stabilità, ma precaria. In primo luogo perché era impossibile che il P.C.I. potesse ascendere al potere “La presenza di quest’anomalia ha impedito alle istituzioni repubblicane di consolidare la propria legittimità, e al conflitto politico di organizzarsi in maniera funzionale a quel processo di legittimazione. Là dove per consolidamento della legittimità istituzionale deve intendersi non soltanto l’accettazione da parte degli italiani dei valori democratici considerati in astratto, ma anche, e soprattutto, la loro adesione all’assetto che la democrazia ha assunto in concreto in Italia. Un assetto al quale può benissimo negare legittimità pure chi condivida appieno i principi della democrazia liberale… L’Italia rispetta molti dei dettami della democrazia liberale, ma non tutti”.
Quindi, ad applicare le distinzioni di Ferrero, l’Italia dei partiti era in una situazione di “quasi-legittimità” o di legittimità claudicante. Per cui bastava una spinta, neppure tanto forte, per mandarla a terra. 
“Il sistema politico italiano, in conclusione, non riesce ad affermare la propria legittimità né adeguandosi al modello occidentale di democrazia maggioritaria e competitiva, né proponendosi in maniera convincente come un esempio di democrazia consensuale antifascista… Alla repubblica dei partiti non restano altro che argomentazioni congiunturali: non il richiamo esplicito e conseguente a un insieme di principi politico-istituzionali in armonia con lo spirito del tempo – quelli che Guglielmo Ferrero chiamava i «geni invisibili della città»”. In assenza di ciò è costretta a reggersi su regimi “congiunturali”: la Guerra fredda (in primo luogo), la tenuta delle istituzioni democratiche, l’accrescimento del benessere (risultato notevolissimo conseguito). Ma quando implose il comunismo e così la guerra fredda, e la crescita economica rallentò, esplose la crisi di Tangentopoli, cui Orsina dedica l’ultima parte del libro, e che “legge” attraverso il pensiero di Elias Canetti e René Girard.
L’epilogo guarda al futuro, con l’esaminare le varie ipotesi di superamento della crisi della democrazia, verso le quali l’autore manifesta il suo pessimismo (da condividere).
Tuttavia scrive che “La restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe rappresentano la seconda e la terza ipotesi di soluzione del rompicapo democratico. Le due ipotesi sono distinte sul piano logico ma hanno cooperato spesso su quello storico”. Cui può aggiungersi che, come sosteneva M. Hauriou, il rinnovamento religioso era il fondamento di ogni rinascita delle comunità (e non solo delle democrazie).
Quanto alla catastrofe, forse non c’è bisogno di arrivare al peggio (in fondo stiamo vicini al fondo): se è vero, come già notava Eschilo nelle Eumenidi (e è stato ripetuto da tanti) che la comunità scopre (e rinnova) se stessa e quindi propria unità e identità unendosi contro un (nuovo) nemico, il fatto che sia tramontato (“neutralizzato”) il principale criterio di percezione del nemico e riconoscimento dell’amico del “secolo breve” e cioè borghese/proletario, e ne stia sorgendo uno nuovo, può ancora offrire qualche speranza.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] Lineamenti di filosofia del diritto, § 260

giovedì 26 aprile 2018

NON condivido e invito a NON condividere l'Appello degli «Antifascisti fascisti» che mi è giunto con richiesta di Adesione!


Mi è giunto un Appello che certamente NON condivido e che non sottoscrivo. Ma non basta... Giacché mi appare come una oggettiva minaccia ad una larga parte di altri cittadini, mi sembra necessaria una immediata e tempestiva e puntuale critica al testo ricevuto che qui "copio ed incollo” per opportuna conoscenza, riservandomi a dopo in Premessa una più accurata disamina e critica...

Intanto sul titolo: “mai più fascismi" rinvia a una narrazione falsa, strumentale a un "fascismo" che come ho scritto più volta ha cessato storicamente, politicamente ed eticamente di esistere al momento della sua debellatio militare, avvenuta anche con il concorso interno dei "partigiani", di supporto alle armate anglo-americane. Oggi le nuove generazioni, anzi tutte le generazioni post-1945, non sanno neppure cosa mai sia stato il fascismo non avendolo mai vissuto. Ciò che ne hanno e ne sanno è una narrazione strumentale da parte di un «antifascismo» che già per le sole leggi che cita si dimostra più fascista del suo Fascismo Narrato, e forse inventato o immaginario...

Gli Antifascisti ci hanno consegnato un paese occupato da 130 basi militari americane, ci hanno coinvolto in guerre da noi non volute, chiamano la guerra pace quando sono costretti a farle su ordine del padrone americano al quale obbediscono: l'ultima è stata la guerra con la Libia, con la quale era ancora fresca d'inchiostro un trattato di amicizia, vilmente e sfacciatement traditi... Gli Antifascisti ci hanno reso un Popolo Maramaldo. Neppure sanno che la nostra Costituzione, la più bella del mondo, fu in realtà scritta a Yalta e nasce sotto l'insegna della limitazione di sovranità: non sanno neppure cosa è una costituzione che è fin dalla nascita sovrana oppure non è.

Il massimo del ludibrio è l'articolo 11 della costituzione che ci viene chiesto di violare da quello stesso padrone che ce lo fece redigere: vale o non vale a seconda degli ordini che giungono da Washington: basta una telefonata al Presidente pro tempore, perché risponda: Obbedisco! E non esagero per nulla: il caso della Libia di cui ancora paghiamo le conseguenze insegna quel che dico. Siamo lo zimbello del nostri alleati: Francia, Inghilterra, Germania...

E per adesso mi fermo qui, ma seguo il dibattito, se gli esaltatore della nostra costituzione vogliono per davvero riconoscere l'art. 21, di cui forse neppure si accorgono di volere l'abolizione con il loro stesso appello. La Legge Mancino? O meglio Modigliani-Taradash-Mancini? Da chi fu voluta e cosa vuole? Possono mai i sentimenti essere oggetto di una legge? Non sanno nemmeno cosa è diritto e cosa è costituzione! A tanta barbarie ci hanno portato! Questi quyi la democrazia ce l'hanno sulla bocca ma non sanno cosa sia, e grazie a loro ha ormai perso ogni significato. Per i contenuti che si evincono (Varsavia, ecc.) il testo appare di assai inquieta ma ben individuabile ispirazione. Per fortuna nè i Movimento Cinque Stelle né la Lega figurano fra i firmatari. Come iscritto al Movimento Cinque Stelle, quello del 2009, reintegrato dal Tribunale di Roma nell'esercizio dei diritti dell'art. 49 della costituzione appongo il simbolo del M5s, di cui è in corso al Tribunale una Udienza civile per la restituzione del simbolo ai suoi iscritti, quelli del 2009.

CIVIUM LIBERTAS


* * *

Il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale è tra i promotori dell'Appello proposto dall'ANPI nazionale e ha deciso anche di raccogliere le firme di coloro che intendono sottoscriverlo.
Stiamo per giungere alla conclusione della raccolta e, per questo, invitiamo tutti coloro che non lo abbiano già fatto a firmare, entro il 10 maggio, l'Appello, sotto riportato, attraverso la procedura che trovate alla conclusione del testo


            
MAI PIÙ FASCISMI
Appello a tutte le Istituzioni democratiche

Noi, cittadine e cittadini democratici, lanciamo questo appello alle Istituzioni repubblicane.
Attenzione: qui ed ora c'è una minaccia per la democrazia.
Si stanno moltiplicando nel nostro Paese sotto varie sigle organizzazioni neofasciste o neonaziste presenti in modo crescente nella realtà sociale e sul web. Esse diffondono i virus della violenza, della discriminazione, dell'odio verso chi bollano come diverso, del razzismo e della xenofobia, a ottant'anni da uno dei provvedimenti più odiosi del fascismo: la promulgazione delle leggi razziali.
Fenomeni analoghi stanno avvenendo nel mondo e in Europa, in particolare nell'est, e si manifestano specialmente attraverso risorgenti chiusure nazionalistiche e xenofobe, con cortei e iniziative di stampo oscurantista o nazista, come recentemente avvenuto a Varsavia, persino con atti di repressione e di persecuzione verso le opposizioni.
Per questo, uniti, vogliamo dare una risposta umana a tali idee disumane affermando un'altra visione delle realtà che metta al centro il valore della persona, della vita, della solidarietà, della democrazia come strumento di partecipazione e di riscatto sociale.
Per questo, uniti, sollecitiamo ogni potere pubblico e privato a promuovere una nuova stagione di giustizia sociale contrastando il degrado, l'abbandono e la povertà che sono oggi il brodo di coltura che alimenta tutti i neofascismi.
Per questo, uniti, invitiamo le Istituzioni a operare perché lo Stato manifesti pienamente la sua natura antifascista in ogni sua articolazione, impegnandosi in particolare sul terreno della formazione, della memoria, della conoscenza e dell'attuazione della Costituzione.
Per questo, uniti, lanciamo un allarme democratico richiamando alle proprie responsabilità tutti i livelli delle Istituzioni affinché si attui pienamente la XII Disposizione della Costituzione (“E` vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”) e si applichino integralmente le leggi Scelba e Mancino che puniscono ogni forma di fascismo e di razzismo.
Per questo, uniti, esortiamo le autorità competenti a vietare nelle competizioni elettorali la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni, associazioni o partiti che si richiamino al fascismo o al nazismo, come sostanzialmente previsto dagli attuali regolamenti, ma non sempre applicato, e a proibire nei Comuni e nelle Regioni iniziative promosse da tali organismi, comunque camuffati, prendendo esempio dalle buone pratiche di diverse Istituzioni locali.
Per questo, uniti, chiediamo che le organizzazioni neofasciste o neonaziste siano messe nella condizione di non nuocere sciogliendole per legge, come già avvenuto in alcuni casi negli anni 70 e come imposto dalla XII Disposizione della Costituzione.
Per questo, uniti, come primo impegno verso una più vasta mobilitazione popolare e nazionale invitiamo a sottoscrivere questo appello le cittadine e i cittadini, le associazioni democratiche sociali, civili, politiche e culturali. L'esperienza della Resistenza ci insegna che i fascismi si sconfiggono con la conoscenza, con l'unità democratica, con la fermezza delle Istituzioni.
Nel nostro Paese già un'altra volta la debolezza dello Stato rese possibile l'avventura fascista che portò sangue, guerra e rovina come mai si era visto nella storia dell'umanità. L'Italia, l'Europa e il mondo intero pagarono un prezzo altissimo. Dicemmo “Mai più!”; oggi, ancora più forte, gridiamo “Mai più!”.

ACLI – ANED – ANPI – ANPPIA – ARCI – ARS – ARTICOLO 21 – CGIL – CISL – COMITATI DOSSETTI – COORDINAMENTO DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE – FIAP – FIVL – ISTITUTO ALCIDE CERVI – L'ALTRA EUROPA CON TSIPRAS – LIBERA – LIBERI E UGUALI – LIBERTA' E GIUSTIZIA – PCI – PD – PRC – UIL – UISP
ADERISCONO:
LEGACOOP NAZIONALE - AICVAS - ALLEANZA DELLE COOPERATIVE ITALIANE DI MODENA - ANEI - ANPC - ASSOCIAZIONE NAZIONALE DI AMICIZIA ITALIA CUBA - ASSOCIAZIONE RADICALI SARDI - AUSER - CIRCOLO DI CULTURA OMOSESSUALE MARIO MIELI - DiEM25 ITALIA - FEDERAZIONE DEI CIRCOLI GIUSTIZIA E LIBERTÀ - FEDERCONSUMATORI - GIOVANI DEMOCRATICI - I SENTINELLI DI MILANO - LA RETE PER LA COSTITUZIONE - LINK COORDINAMENTO UNIVERSITARIO - MEMORIA ANTIFASCISTA - MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO TOSCANA - MOVIMENTO GIOVANILE DELLA SINISTRA - PMLI - RETE DEGLI STUDENTI MEDI - RETE DELLA CONOSCENZA - RETE NOBAVAGLIO - UGO NESPOLO - ALDO TORTORELLA - UNIONE DEGLI STUDENTI - UNIONE DEGLI UNIVERSITARI - POTERE AL POPOLO

Tutti coloro che volessero sottoscrivere l’appello possono farlo con la seguente modalità:
(parte omessa)

giovedì 12 aprile 2018

COMUNICATO: da "Lista Comitato No Nato". - Si prega chi legge e aderisce, di diffondere ulteriormente.

Gli Usa, il Regno Unito, la Francia, Israele, con la Nato al seguito, dopo averlo minacciato, preparano un attacco alla Siria, Stato arabo laico, democratico e socialista  ancora in piedi dopo 7 anni di aggressione e massacri, attacco che inevitabilmente coinvolgerà i suoi alleati, russi, iraniani e Hezbollah e non potrà non provocare reazioni e  culminare in una catastrofe planetaria, addirittura nucleare.
 
Coloro che promettono di attaccare sulla base di un’evidente macchinazione provocatoria, come quella dell’ennesimo presunto uso di armi chimiche a Ghouta da parte di Assad, proprio nel momento di una sua decisiva vittoria sul mercenariato jihadista, sono gli stessi che hanno trascinato il mondo in guerra dopo guerra sulla base di bugie, falsità, inganni, come le armi di distruzione di massa di Saddam, la responsabilità per l’11 settembre dell’Afghanistan, i bombardamenti sul proprio popolo di Gheddafi e Assad. Procedono alla distruzione e sottomissione di qualsiasi elemento statuale non allineato, causando milioni di morti innocenti e inenarrabili devastazioni. Ognuna di queste operazioni costituisce un crimine contro l’umanità.
 
Oltre al martirizzato popolo siriano, oggi è a rischio l’intera umanità per il fanatismo bellico e la frenesia di potere e ricchezza dei dirigenti di una minoranza che pretende di definirsi “comunità internazionale”, rappresentandone non più del 17%. Di fronte a questa corsa verso il suicidio planetario siamo finora rimasti attoniti e passivi. Se non è ora il momento per sollevarsi in massa, senza distinzione di ideologie e posizioni geopolitiche, riprendendo il filo di una lotta contro gli sterminatori, i profittatori di guerre e genocidi, gli schiavisti di un’economia che per affermarsi travolge popoli, nazioni, pezzi di mondo, domani non lo è più di certo.

Muoviamoci, organizziamoci, ribelliamoci, denunciamogli assassini e i loro complici.
Assediamoli! Fermiamoli! Ne va della vita.

Lista Comitato No Nato
comitatononato@googlegroups.com
comitatononato@gmail.com

venerdì 23 marzo 2018

Teodoro Klitsche de la Grange recensisce “La sinistra che verrà”.

Acquisto.
A.A.V.V., La sinistra che verrà, Minimum fax, Roma 2018, pp. 258, € 16,00

Sosteneva Thomas Hobbes (commentando Tacito) che il genio politico di Augusto si arguiva (anche) dall’uso che faceva delle parole, al fine di facilitare – ma anche di occultare e/o alterare il senso – i cambiamenti nell’ordinamento di Roma. Viene in mente perché il sottotitolo del libro è “Le parole chiave per cambiare”. E questa è la finalità del volume (con saggi di 22 autori): aggirare e ricostruire la cultura politica della sinistra attraverso un lessico nuovo per “la sinistra che verrà”. Tentativo, scrive Giulio Marcon nell’introduzione, “più urgente dopo la sconfitta del blocco comunista con il 1989 e della sua alternativa socialdemocratica e riformista, travolta dall’avanzata del modello neoliberista che a partire dagli anni  Ottanta ha colonizzato l’economia, la società, l’ambiente, la cultura”. Si è infatti affermato “il cosiddetto finanzcapitalismo, che potrebbe avere come rappresentante moderno quell’antico mostro mitologico di Gerione di cui Dante disse nell’Inferno: «Ecco la fiera con la coda aguzza/ che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!»…Il capitalismo si è “radicalmente trasformato” e la sua finanziarizzazzione ripropone “un’egemonia (anche culturale), e di nuove gerarchie di potere, ricomponendo identità e processi sociali e spazzando via il «compromesso fordista» del Novecento. Processo che non è stato capito dalla sinistra per cui questa è in crisi dentro e fuori dall’Europa. Infatti “La sinistra cosiddetta «riformista» - socialdemocratica e moderata – è scomparsa in Grecia, ridotta al lumicino in Francia, sconfitta in Spagna e in Germania, in grandissima difficoltà in Italia”. Secondo Marcon la sinistra radicale gode di migliore salute “Da Syriza in Grecia a Podemos in Spagna, dal Labour in Gran Bretagna a Mélenchon in Francia fino al governo di «alternativa di sinistra» in Portogallo”, onde è in grado di prefigurare una società più giusta e più uguale.

Ad avviso del prefatore “Le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato; la sinistra deve ricostruire una cultura dei beni comuni e del «pubblico». Il neoliberismo ha rilanciato la centralità dell’impresa e dell’individuo nel suo interesse privato; la sinistra deve rivendicare la centralità della società e della persona nel suo contesto comunitario”. A ciò serve un “lessico nuovo. Perché le parole contano. In questi anni l’ideologia neoliberista ha contaminato non solo percezioni e culture, ma anche le parole e il modo di esprimersi”. E questo “libro a più voci vuole appunto essere un piccolo contributo alla ricostruzione di una cultura politica della sinistra”.

L’altro curatore del volume, Giuliano Battiston scrive nella nota conclusiva che “Le parole sono veicoli del pensiero e strumenti di azione. Non solo descrivono il mondo, ma contribuiscono a trasformarlo”; occorre, sostiene, riflettere sulla crisi “La crisi ha avuto origine nella progressiva evasione dell’economia dal controllo democratico, nelle politiche istituzionali che hanno favorito l’ascesa della finanza predatrice, che ha prodotto disuguaglianza e instabilità (James K. Galbraith), ma segna anche la dissoluzione del capitalismo postbellico, quella particolare formazione sociale che aveva allineato democrazia e capitalismo intorno a un patto sociale che gli conferiva legittimità”. Oggi il “capitale avanza, la democrazia indietreggia”; onde “a uscirne incrinata è la stessa metafora fondante della società occidentali capitalistica: il contratto sociale” con la prevalenza di processi di esclusione sociale su quelli di inclusione. Gli autori di questo libro invitano ad essere consapevoli della trasformazione del capitalismo per cui “Si tratta di abbandonare una fede e una religione – la religione del progresso, la fede nello sviluppo – in favore di un’altra società, una società di abbondanza frugale, che punti al benessere condiviso, alla giustizia per tutti”.

Se il proposito degli autori è condivisibile, perché non si possono applicare schemi otto-novecenteschi in un contesto socio-politico economico dove si presentano obsoleti, è anche vero che il loro armamentario di riferimento tiene spesso ancora conto di parametri e griglie superati.

In particolare il criterio destra/sinistra. Questo è già in se equivoco, perché tende ad accumunare due distinzioni epocali di contrapposizione politica: quella, prevalente nel XIX secolo, dell’opposizione tra borghesia/potere monarchico, e quella del “secolo breve” tra borghesi e proletari. Ritiene Marcon che “Norberto Bobbio in Destra e sinistra individua nell’uguaglianza il concetto (il valore, la politica) su sui si costruisce il discrimine tra destra e sinistra. È a fondamento della nostra Costituzione (articolo 3) e informa ogni proposta e progetto che sia di sinistra”. Ne deriva che sia il discrimine destra/sinistra sia il carattere fondamentale di questo (l’uguaglianza) sono considerati aventi ancora un valore politico fondamentale, determinante la dicotomia amicus/hostis. Solo che non è più così: la distinzione ha perso valore, è in fase di neutralizzazione, anche se alcune esigenze possono trasmigrare in una nuova scriminante amico/nemico (e in molti dei saggi raccolti nel volume, lo si avverte anche implicitamente).

Ad esempio la scriminante del “secolo breve” era fondata sui rapporti di produzione e sulla contrapposizione tra capitalisti ed operai. Ormai, nell’epoca del finanzcapitalismo l’appropriazione della ricchezza prodotta dagli uni e dagli altri è percepita e in gran parte lo è realmente, come effetto dello sfruttamento di elite politiche e burocratiche, di clientele consolidate, della finanza (interna ed) internazionale, e, da ultimo, della concorrenza (di paesi) e manodopera a basso costo. Non è più determinata (fondamentalmente) dal rapporto di produzione, ma dallo sfruttamento fondato su altro. Il nemico è così diventato, anche (forse soprattutto) per larghi strati popolari, il burocrate e il finanziario parassita, il garantito per scelta pubblica (politica), il migrante sfruttato (come concorrente sul mercato del lavoro). Lo stesso criterio dell’eguaglianza individuato da Bobbio (a parte che anche all’epoca, aveva dubbio valore fondamentale), ha carattere relativo, allorquando il criterio discriminante è più conseguenza di un differenziale di potere (politico ed economico).

Il potere globalizzante attenta non tanto all’eguaglianza tra individui e a quella tra comunità umane, ma al carattere d’indipendenza di queste, ossia di non dipendere da decisioni di altre sintesi politiche, ma avere la suità di tomistica memoria (liber est qui sui causa est).
 
L’invadenza della globalizzazione, il suo limitare la sovranità, e così l’indipendenza delle comunità, è ciò che fa riconoscere il nemico e il campo centrale della nuova scriminante. Alla quale le altre, e i corrispondenti conflitti d’interesse, tendono ad essere subordinati. La decisione fondamentale non è più se stare con i borghesi o i proletari, con i poveri o i ricchi, ma con i propri concittadini o con gli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange