martedì 6 dicembre 2016

Gilad Atzmon: «Come la Lobby israeliana domina la politica estera di Francia, Regno Unito e Stati Uniti».

Devo alla collaborazione di un Lettore a amico fb, Antonio Palumbo, questa pronta traduzione di un recente articolo di Gilad Atzmon e gli altri articoli in programma e che verranno tutti riuniti in una pagina di raccordo, Homepage, che andrà ad integrare il pensiero di Gilad Atzmon espresso in modo organico nel suo libro The Wandering who? che ha avuto anche una traduzione italiana presso Zambon, purtroppo circolata poco. Il tema della influenza sulla politica estera degli Sati Uniti è ben nota grazie al libro di Mearheimer e Walt, tradotto in tutte le lingue, italiano compreso. Quel libro non è stato da allora per nulla “demolito” - come pretendeva un noto corrispondente dagli Usa -, ma è ormai diventato largamente acquisito alla cultura politica. Purtroppo, l'analisi geopolitica si arresta a Usa, Regno Unito e Francia. In Italia non stiamo affatto meglio per la duplice anzi triplice influenza esercitata sui nostri governanti e politici: dalla nostrana comunità ebraica, dagli Usa, dalla Israel lobby americana, direttamente da Israele attraverso i suoi ambasciatori. Addirittura, poco ci è mancato che una parlamentare ebrea con doppia cittadinanza italiana e israeliana, ci ritornasse in Italia come ambasciatore di Israele e continuando a percepire il vitalizio da ex-parlamentare italiana. Anche la recente legge introduttiva del reato di negazionismo è opera della stessa Lobby, che non paga dei risultati ottenuti mira a una equiparazione di antisemitismo e antisionismo e una relativa sanzione. Gilad Atzmon non avrebbe probabilmente in Italia quella stessa libertà di cui gode in Inghilterra, dove la Lobby è pur sempre fortissima. Il testo che segue è una Intervista apparsa in Muslim Press (MP), e ripresa nel suo blog.
AC

Come la Lobby israeliana domina la politica estera di Francia, Regno Unito e Stati Uniti

DI GILAD ATZMON


Naftali Bennett
• Muslim Press. Il ministro dell’educazione israeliano, Naftali Bennet, ha recentemente dichiarato che «l’era dello Stato palestinese è tramontata per sempre». Qual è la sua personale visione in merito?

– Gilan Atzmon: È una idea più che benvenuta. Serve uno stato che si estenda dal fiume alla costa e che vada sotto il nome di Palestina. Non parliamo di un cambio politico ma di fatti concreti.

• MP: Che previsione ci fa sulla soluzione dei due Stati? E in che modo la presidenza Trump può influenzarne la soluzione?

– GAt: Non ho voglia di avventurarmi in profezie futili. La soluzione dei due Stati è morta definitivamente e se leggo correttamente lo scacchiere mediorientale, gli Stati Uniti, non hanno più un ruolo chiave nelle vicende politiche di questa area del mondo. Sono stati sostituiti da Putin, e questa novità potrebbe avere un impatto positivo sugli sviluppi futuri del conflitto arabo-israeliano.

Donald Trump
• MP: Che giudizio ci dà sulle politiche di Trump per il Medio Oriente?

– GA: Non abbiamo idea di quali sia la politica di Trump per il Medio Oriente. Non sappiamo nemmeno se ne abbia una. E credo che questa non sia necessariamente una cosa negativa. Però, come ho già detto poc’anzi, gli Stati Uniti non giocano più un ruolo decisivo nell’area medio-orientale. Per conseguenza, la posizione americana sulla questione non è più rilevante come un tempo. Questo nuovo scenario, può portare ad un effettivo cambiamento.

• MP: Lei crede che la comunità internazionale abbia fallito nella difesa dei diritti dei palestinesi contro i crimini israeliani?

Mahmoud Abbas
– GA: Certamente, sì. Ma la vera domanda è perché. La ragione va ricercata nell’egemonia straripante che la Lobby Ebraica esercita su tutto l’Occidente. La lobby israeliana, egemonizza le politiche estere di Francia, Regno Unito e Stati Uniti. Perfino il Movimento di Solidarietà alla Palestina (PSM, Palestine Solidariety Movement), dimostra qualche timidezza nel denunciare queste ingerenze. Perché? Perché il movimento di Solidarietà per la Palestina è eterodiretto da istituzioni ebraiche come la JVP (Jewish Voice of Peace) o la JFJFP (Jews for Justice For Palestine). In altre parole la voce degli oppressi è deformata dalla voce e dalle sensibilità degli oppressori.


Fonte: Muslim Press.
• MP: Qual è il ruolo che nel conflitto giocano Mahmoud Abbas e la ANP (Autorità Nazionale Palestinese)? E questo ruolo, lo vede come positivo?

– GA: Non mi intrometto mai nelle dispute politiche interne alla comunità araba o palestinese. Da quello che mi pare di capire, Abbas crede che la vera arma palestinese sia quella demografica. In altri termini, tutto quello che i palestinesi devono fare per poter vincere, è sopravvivere. E questa visione strategica, di per sé, spiega già molte cose.
Gilad Atzmon

° Traduzione italiana di Antonio Palumbo per Civium Libertas.

domenica 4 dicembre 2016

Julius Evola: 1. «Europa una: Forma e presupposti» (Cap. XVI, da "Gli uomini e le rovine", Roma 1953, pp. 231-247)

Ringrazio la Fondazione Evola per avermi concesso di pubblicare in "Civium Libertas" una selezione di testi evoliani. I criteri della scelta e l’ordine di successione sono del tutto casuali, o meglio seguono l’ordine della nostra lettura e rilettura dell’Opera completa di Julius Evola nei testi via via reperiti nelle Biblioteche o in Rete, controllando l'edizione elettronica con quella cartacea. Ritorneremo su ognuna delle nostre “prefazioni" con le quali accompagneremo la nostra selezione ed edizione di testi evoliani per Civium Libertas e per i suoi Lettori. Il testo che qui seguiamo sul cartaceo è quello delle “Edizioni dell’Ascia”, con una prefazione di J.V. Borgese, del 1953, e conservato nella Biblioteca del nostro Istituto.  Esiste una seconda edizione del 1967, presso Volpe, sulla quale si è basata l'ultima edizione delle Mediterranee del 2001.  Per un raffronto dei testi alla prima seguirà la seconda edizione de Gli uomini e le rovine. Il singolo saggio, il XVI, che ha attratto ora la nostra attenzione, ha avuto un'autonoma edizione da parte di Gianfranco de Turris. La bibliografia di Evola si annuncia piuttosto complicata, ma noi ne daremo indicazioni via via che riusciamo a dipanarla. Le illustrazioni grafiche, per alleggerire la pesantezza grafica del testo, sono chiaramente un apporto di chi scrive.

AC
Julius Evola

EUROPA UNA:
FORMA E PRESUPPOSTI
(Testo 1953)

Roma, 1953
Oggi sorgono da varie parti appelli per l’unità europea. Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa, da soggetto della politica mondiale che già era, è divenuta sempre più un oggetto di essa, uno spazio ove si svolge senza scrupoli il giuoco di influenze, di blocchi e di interessi essenzialmente non-europei. Questa condizione essendo stata creata e poi mantenuta dalla disunione e dai contrasti dei popoli occidentali, è naturale che l’idea di una unità europea si faccia oggi viva negli spiriti più responsabili del nostro continente. Però finora son stati soprattutto dei fattori negativi ad alimentare una simile esigenza: è appunto per esservi costretti, per non aver altra scelta di fronte ad un oscuro avvenire, che ci si vorrebbe unire alla meglio, non tanto liberamente e per un impulso che si tragga da qualcosa di positivo e di ancora sussistente. Questa circostanza fa sì che non si veda chiaro quanto alle condizioni reali e alla forma interna di una vera unità europea. A tutt’oggi sembra che non si vada oltre il concetto di vaghe soluzioni federalistiche, le quali non possono avere che un carattere contingente, quello di una associazione di forze prive di ogni vincolo interno e quindi destinata a dissolversi col mutare delle circostanze che l’hanno imposta dall’esterno. Un carattere non contingente potrebbe presentarlo solo una unità che fosse non semplicemente aggregativa, bensì organica; ma cotesta unità, a sua volta, è inconcepibile su base soltanto politica o, ancor peggio, economica, essa esige la forza formatrice dall’interno e dall’alto propria ad una idea, ad una comune cultura e tradizione. Tutto ciò dovrebbe esser l’elemento primario e preesistente, l’unità difensiva, politica o economica, ne dovrebbe essere solo la conseguenza. Ma a voler impostare il problema europeo in questi termini s’incontrano difficoltà gravissime, che non permettono l’indulgere in un facile ottimismo.

1ª ed. testo 1953
Volendo svolgere a tale riguardo qualche considerazione, prenderemo le mosse dalle idee difese da U. Varange in due volumi dal titolo «Imperium» (1). La critica di esse faciliterà un adeguato inquadramento del problema.

(1) Westropa Press, London, 1948. [Ulick Varange è uno pseudonimo che sta per Francis Parker Yockey. Il testo è al momento scaricabile in rete a questo indirizzo - NdR]

Francis Parker Yockey (1946)
Il Varange intenderebbe trattare la quistione dell’unità europea in termini non semplicemente politici, partendo invece da una filosofia generale della storia e della civiltà che si rifà ad Oswald Spengler. Si sa quale sia la concezione spengleriana: non esiste uno sviluppo lineare e progressivo della civiltà al singolare – della civiltà tout court; la storia si frantuma in cicli paralleli, ma pur distinti di civiltà, i quali costituiscono ognuno un organismo a sé stante e che, come tutti gli organismi, hanno identiche fasi di giovinezza, di sviluppo, di senescenza e di tramonto. In particolare, lo Spengler distingue in ogni ciclo un periodo di «civiltà» (Kultur) da uno di «civilizzazione» (Zivilisation). Il primo si svolge alle origini, sta sotto il segno della qualità e conosce forma, differenziazione, tradizioni vive, articolazione in gruppi e nazioni; invece la «civilizzazione» è la fase autunnale e crepuscolare, nella quale, dopo che si è esercitata l’azione disgregatrice del materialismo e del razionalismo, ci si avvia verso il meccanicismo e una grandezza informe, verso il regno della pura quantità. Secondo lo Spengler, tali fasi appaiono fatalmente nel corso di ogni civiltà. Sono biologicamente condizionate.

Pdf scaricabile
Fin qui, lo Spengler. Il Varange lo segue, e lo segue anche nel considerare il mondo europeo come uno di questi corpi-civiltà muniti di vita propria, sviluppanti una loro idea fondamentale specifica, seguenti un loro destino. Inoltre egli lo segue nel constatare che la fase ciclica in cui si trovano attualmente l’Europa e l’Occidente in genere' è ormai quella di ({ civilizzazione ». Ma, a differenza dello Spengler, il quale, a ciò riferendosi, almeno in un primo tempo aveva preconizzato il «tramonto dell’Occidente», egli cerca di capovolgere il negativo nel positivo, quasi di far buon viso a cattiva sorte, e parla di nuove forze che dovranno assumere un imperativo di rinascita ed organizzare nuove grandi unità nel mondo stesso della «civilizzazione». Di là dalle rovine del mondo di ieri e dalla civiltà del XIX secolo la legge stessa dello sviluppo ciclico spingerebbe l’Europa verso un’èra nuova, èra della «politica assoluta», della supernazionalità e dell’autorità, avente 1’«Impero» per simbolo. Riconoscere e realizzare cotesto imperativo «biologico» proprio ad un’epoca di civilizzazione, oppure perire, tale sarebbe l’alternativa per la stessa Europa.

n. 18 set 1917 - m. 16 giu 1960
Per il Varange apparterrebbero idealmente allo ieri non solo la concezione materialista e scientista dell’universo, ma altresì liberalismo e democrazia, comunismo e 0NU, Stati particolaristici e sciovinismi. L’imperativo storico del momento sarebbe di realizzare l’Europa come una unità di nazione-cultura-razza-Stato, presso ad un risorto principio di autorità e a nuove, precise, biologiche discriminazioni fra amico e nemico, fra mondo proprio e mondo alieno, «barbaro». Constatata la parte deleteria da essi avuta nei tempi ultimi, è contro quelli che il Varange chiama fenomeni di distorsione della civiltà (culture-distortion) che bisognerebbe agire radicalmente; essi si verificano quando all’interno di una civiltà o nazione forze irresponsabili o estranee ne indirizzano le energie verso azioni e fini che son privi di relazione con le esigenze reali e vitali dei corrispondenti paesi, favorendo invece il giuoco di forze esterne. Ciò trova precipua applicazione nel caso delle guerre, la vera alternativa non essendo, secondo il Varange, fra guerra e pace, ma fra guerre utili e necessarie per una civiltà, e guerre che questa civiltà disgregano e indeboliscono. Del secondo tipo sono sopratttutto le guerre fra nazioni di una stessa civiltà che assumano quel carattere «totale» che solo è giustificato quando si tratti di combattere contro il «barbaro», contro forze minaccianti l’essenza stessa, fisica e spirituale, di una comune civiltà. È ciò che si è verificato con le due ultime guerre europee, e la conseguenza fatale e ben visibile di esse è stata non la vittoria di di alcune nazioni europee su altre, bensì dell’anti-Europa, di Asia e d’America, sull'Europa in genere.

Così, i ritmi ormai accelerandosi, per l’Occidente si tratta di riconoscere o no l’imperativo biologico pertinente alla fase attuale del suo ciclo, quello di superare il frazionamento stateistico e di far sorgere l'unità della nazione-Stato Europa sbarazzandosi dei traditori, dei parassiti, degli elementi distortori. Spiritualmente, occorrerà disintossicarsi dai residui delle concezioni materialistiche, economicistiche, egualitarie e razionalistiche del XIX secolo. Infine l’unità ritrovata dell’Europa come civiltà o cultura dovrebbe trovar espressione in una unità politica corrispondente, da attuare persino a costo di guerre civili e di lotte contro le potenze intese a mantenere l’Europa sotto il loro controllo. Federazioni, unità doganali e simili non possono costituire delle soluzioni. È da un imperativo interno che dovrebbe sorgere l’unità, imperativo da realizzarsi perfino ove esso apparisse economicamente svantaggioso, il criterio economico non potendo più valere come ultima istanza nell’èra a venire. Come si è detto, secondo il Varange questa èra per l’Europa dovrebbe essere essenzialmente l’èra della «politica assoluta» e dell’Impero supernazionale.

Ci siamo soffermati sulle idee del Varange perché esse presentano una mescolanza caratteristica di opposte esigenze, nella quale si riflette la difficoltà fondamentale del problema da risolvere.

Il Varange ha senz’altro ragione nell’accusare l’insufficienza di ogni soluzione federalistica o semplicemente economica del problema europeo. L’esigenza di superare nazionalismo e sciovinismo, cioè ogni assolutizzazione scismatica di una unità particolare, è parimenti ovvia; del resto, in tal senso spinge ormai la forza stessa delle cose; sì che, in fondo, si tratta solo di scegliere se la riduzione di fatto della precedente, assoluta sovranità di ogni singolo Stato debba continuare ad andare a profitto di potenze non europee, ovvero se essa debba esser voluta in nome di una superiore idea europea. Il punto di riferimento che il Varange propone per l’unità europea è l’idea di Impero. A limitarsi alla formula, noi non potremmo che esser d’accordo. Ma si rende conto, il Varange, dell’effettivo contenuto di essa? Sa egli che cosa davvero significa »Impero»? Non cade egli in un grave equivoco nel concepire che tale idea sia realizzabile in una fase di «civilizzazione», il quadro naturale per una forma siffatta di unità politico-spirituale supernazionale essendo invece – ad usar sempre la terminologia spengleriana – quello, che l'Occidente da tempo non presenta più, di una «cultura»?

Cose appartenenti a piani sostanzialmente distinti vengono, a tal riguardo, mescolate dal Varange, l’equivoco del quale non è diverso da quello in cui incorse a suo tempo lo stesso Mussolini. Mussolini, senza conoscere probabilmente l’opera principale dello Spengler «Untergang des Abendlandes», di lui lesse «Gli anni decisivi» («Jahre der Entscheidung») e fu colpito dalla prognosi, in tal libro contenuta, di un nuovo cesarismo per i tempi che si maturano; per questo volle che l’opera venisse tradotta anche in italiano. Con ciò non si rendeva ben conto del luogo che, secondo lo Spengler, nello sviluppo ciclico delle civiltà spetta a fenomeni politici del genere. È quando il mondo della tradizione frana, quando non esiste più Kultur, ma solo Zivilisation, quando non vigono più i valori della qualità e della differenza e l’elemento informe «massa» prende il sopravvento presso alla materializzazione e alla tecnicizzazione dell’esistenza – è solo allora, nella fase autunnale e crepuscolare di un ciclo, analoga alla senescenza di un organismo, che anche le nazioni scompaiono e sorgono grandi aggregati supernazionali nel segno di un pseudo-cesarismo (noi meglio diremmo: di un «bonapartismo»), di un potere personale centralizzato, in sé informe, privo di ogni crisma superiore. Ma tutto ciò, questo fondersi delle nazioni in un blocco più o meno amorfo di potenza, nel quale il principio politico costituisce l’estrema istanza (e con ragione il Varange parla qui dell’èra della «politica assoluta») e che subordina «totalitariamente» a sé ogni fattore morale e spirituale, dell’Impero nel senso vero, tradizionale non è che una imagine distorta ed invertita. Non si tratta di Impero, bensì al massimo di «imperialismo», di qualcosa che ripete, in grande, i tratti della nazione collettivistica assolutizzata e che per Spengler rappresentava un ultimo guizzo, cui segue la fine – la fine di una civiltà, cui potrà anche seguirne una nuova, però senza un legame di continuità con la precedente (1).

(1) Può rilevarsi che la concezione spengleriana collima, nell’essenziale, con quella stessa del Vico. Il ciclo della civiltà comprende, secondo il Vico, anzitutto la fase sacrale, a cui seguono le età eroiche definite da aristocrazia e oligarchia, e poi un’ultima fase d’imbarbarimento, in cui le istituzioni e le leggi precedenti più non valgono, s’impone il diritto naturale egualitario e il popolo, non trovando altra, via, si assoggetta ad una «monarchia». Tale monarchia vichiana, in siffatto quadro, non ha il senso tradizionale e dinastico, significa «monocrazia», con carattere affine a quello bonapartistico e centralistico delle unità supernazionali spengleriane e, come esse, segna la fine del ciclo. 

Il fatto è che una unità supernazionale dai tratti positivi ed organici non è concepibile in un periodo di « civilizzazione». E le vedute del Varange sono ibride, perchè egli crede che in clima di civilizzazione possa esser ripreso e riaffermato tutto un gruppo di valori, che invece sono propri ad un clima di «civiltà». Una separazione, invece, si impone, e da essa van tratte tutte le debite conseguenze.

Lo schema di un Impero in senso tradizionale ed organico è quello che, per esempio, già presentò l'ecumene europeo medievale. Esso riprende l'unità e la molteplicità e si concreta in un sistema di partecipazioni gerarchiche. In esso non vi è posto per il nazionalismo, in esso vi è posto solo per il concetto naturale della nazionalità. I singoli Stati vi hanno il carattere di unità parziali organiche, gravitanti su di unum quod non est pars (per usare l'espressione dantesca), cioè su di un principio d'unità, di autorità e di sovranità di natura diversa da quello che ciascun particolare Stato ha in proprio e può rivendicare. Ma una tale dignità il principio dell'Impero può averla solo trascendendo la sfera politica in senso stretto, fondandosi e legittimandosi con una idea, con una tradizione, con un potere anche spirituale. Le eventuali limitazioni della sovranità delle singole unità nazionali di fronte ad un « diritto eminente» dell'Impero hanno per condizione univoca siffatta dignità trascendente dell'Impero stesso. Come struttura, l'insieme si presenterà come un «organismo fatto di organismi» o, se si preferisce,

come un federalismo, federalismo organico p~rò, non acefalo, I tratti essenziali dell'Impero nel senso vero sono questi.
Quali sono ora le possibilità, quali le condizioni per la realizzazione di una simile id~a nell'Europa di oggi? Evidentemente, occorrerebbe voler e poter andare assolutamente contro coro rente. Va intanto messa da parte l'idea confusa di una {( Europa nazione », quasi che jJ fine fosse l'amalgamarsi d~lle singole nazioni europee in una nazione unica, in una specie di promiscua sostanza sociale europea cancellando differenze linguistiche, etniche ~ storiche. Dovendo trattarsi di una unità organica, la premessa sarebbe invece l'integrazione e jJ consolidamento di ogni singola .nazione come un tutto gerarchico e organico ben differenziato. La natura della parte ha da rifl~ttere quella del tutto. Una volta costituite gerarchicamente le singole nazioni nella salda forma di unità singole, spezzata che sia la hybris
, nazionalistica (la vichiana {( boria delle nazioni») quasi sempre parallela ad un fatto demagogico e collettivizzante, sarebbe data una direzione virtuale suscettibile a continuarsi di là dalle singole aree nazionali e a condurre verso la superiore unità. Questa, dunque, nOl1 può avere il caratt~re di una {( nazione »; per la sua natura sopraelevata, sarà tale da lasciar il massimo spazio alle nazionalità secondo la loro individualità naturale e storica. E' un ben noto principio della concezione organica che per quanto più l'unità superiore è salda e perf~tta, di tanto più le singole parti son differenziate e godono di un'ampia autonomia. Ogni unità organica ha in proprio un principio di stabilità. Non può però pensarsi ad una stabilità del tutto ove questa non sia anche garantita nelle sue parti. Anch~ da questo punto di vista, il presupposto elementare dell'eventuale unità europea appare essere l'integrazion~ politica delle singole nazioni. L'unità europea sarà sempre precaria ove essa da un lato poggiasse su qualche cosa, come un parlamento internazionale, privo di un'unica, superiore autorità, ~ dall'altro raccogliesse singoli regimi politici di tipo democratico e « rappresentativo », regimi i quali, per esser costantemente e mutevolmente condizionati dal basso, non possono in alcun modo assicurare una continuità di

Capitolo XVI
volontà e d'indirizzo politico. In regime democratico la sovranità dello Stato è cosa effimera, una ~azione non presenta una vera unità, è dal mero numero accaparrato ora dall'uno e ora dall'altro partito che la volontà politica vien da un giorno all'altro determinata e controllata, la base è costituita da q~alcosa di disgregato, di infido e di labile, i caratteri di un «tutto parziale» mancano. Tale situazione all'interno di uno Stato rispecchia quella stessa che esclude ogni unità supernazionale: perchè come il caos dei singoli Stati nazionali'sovrani è sorto dal disconoscimento, da parte di essi, del sqperiore principio dell'impero, del pari il regime anzidetto si basa sulla sovranità e l'autonomia che i singoli individui si sono arrogati e che in fondo essi non riconoscono allo Stato come tale, lo Stato dovendo solo esprimere la risultante di quel che essi vogliono e dettano a mezzo del voto a suffragio universale. Por fine all'un disordine conservando l'altro è un assurdo evidente. Non si tratterebbe certo di imporre un regime-tipo ad ogni naziòne europea; tuttavia, anche se in forme varie, adeguate alle condizioni locali, un principio di carattere organico e gerarchico, anti-individualistico e antidemocratico dovrebpe esser ' fatto adeguatamente valere. Inutile dire che, dato il clima politico attualmente predominante in varie aree europee più o meno influenzate da idee non-europee o di un'Europa disfatta, molti «superamenti» sarebbero necessari per venire ad un riconoscimento del genere e per realizzare questa condizione preliminare abbastanza ovvia.
Da una ulteriore considerazione la necessità di siffatta condizione viene confermata. Una unità organica si realizza attraverso dei vertici, non attraverso le basi; cioè le masse; da un'unione di masse può risultare solo una amalgama, una promiscuità deleteria per i singoli caratteri nazionali. Solo le élites delle singole nazioni euroPee possono intendersi e coordinarsi superando il particolarismo e lo spirito di scisma, facendo valere, con la loro autorità, interessi e motivi più alti, mentre per il resto l'organismo nazio_nale può continuare a svolgere una vita in larga misura autonoma. E' cosÌ che in altri tempi erano i Sovrani, i Capi, a far la grande politica europea ed essi si consideravano quasi come di una stessa famiglia (in parte lo e~ano di fatto, per via degli apparentamenti dinastici) anche quando gravi contrasti sorgevano momentaneamente fra l'uno o l'altro d~i loro popoli. Ciò implica pertanto proprio la differenziazione gerarchica nelle singole nazioni, sinonimo di forma, di ordine, di stabilità, di primato della qualità. Un «centro» dovrebbe esistere, ben saldo, in ogni nazione, e per effetto di una sintonia e di una sinergia di tali c~ntri dovrebbe organizzarsi la superiore unità europea. Una unità che non conduca al disotto ma al disopra di ciò che è nazione, una unità nella quale ogni nazione non risulti confusa e menomata, ma integrata, esige questo.
Nel complesso, dovrebbe esser dunque promosso un duplic~ processo di integrazione: integrazione nazionale, attraverso il riconoscimento di un principio sostanziale di autorità, base per la formazione organica, antindividualistica e corporativa d~lle singole forze politiche e sociali nazionali; ihtegrazione supernazionale, europea, attraverso il riconoscimento di un principio di autorità così sopraelevato rispetto a quello proprio alle singole unità, cioè ai singoli Stati, quanto qu~sto lo è rispetto agli individui compresi in ognuna dI tali unità. Senza l'adempimento di questa doppia condizione si resterà sul piano dell'informe, dell'instabile, del labile. Di Impero, non sarà il caso di parlare, epperò nemm~no di un'Euro.pa organicamente una.
A tale punto si fa però innanzi la difficoltà principale per tutto il problema. La base, che non deve esser semplicement~ politica, ma soprattutto spirituale, richiesta p'~r propiziare uno svq::;.Ppo del genere, da dove si può trarla?
I Di rigore, il fondamento per un blocco supernazionale dovrebbe esser di natura sacra; sacra non in senso generico religioso, ma con rif~rimento ad una autorità spirituale precisa e positiva. Ora, ançhe aprescindere dai processi spinti e generali di secolarizzazione e di laicizzazione della vita attuatisi in Europa e, del resto, caratteristici per ogni fase di « civilizzazione », non ~siste oggi nel nostro continente nulla di simile. Il cattolicesimo è solo la fede di alcune delle nazioni europee -e, ciò a parte, si è visto come in un periodo incomparabilmente più propizio dell'attuale, in quello post-napoleonico, la Santa Alleanza, con. la qual~ si riaffacciò il concetto di una solidarietà tradizio
"
Capitolo XVI
naIe e virile delle nazioni europee, fu tale solo di nome, ad essa mancando un vero crisma religioso, una universale, sopra~}evata idea. Se si dovesse invece parlare di un cristianesimo gefterico, ciò significherebbe troppo poco, sarebbe cosa troppo sv-Ìgorita, incorporea ed informe, non esclusivamente europea del resto, non monopolizzabile per la sola civiltà europea: cristiani sono perfino i negri delle due Americhe. In più, non possono non sorgere dubbi circa la conciliabilità fra cristianesimo puro e «metafisica dell'Impero»: ce lo dice già il conflitto medievale fra i due poteri, e qui si può riandare a quanto, in genere, esponemmo a proposito del ghibellinismo (cap. X).
Lasciamo allora q~esto piano, passiamo ad un piano più basso, a quello della tradizione e della cultura. Si parla volentieri di tradizione europea, ma purtroppo ciò si riduce a poco più di i.ma frase. Già da tempo· l'Occidente non sa più che cosa sia «tradizione» nel senso più alto; spirito occidentale e spirito antitradizionale han fatto tutt'uno quasi fin dall'epoca della Rinascenza, non solo, ma per i~ resto del mondo l'europeizzazione e la diffusione dello spirito occidentale hanno equivalso alla diffusione di un fermento di decomposizione antitradizionale. La «tradizione» nel senso integrale, già noto a chi fin qui ci ha seguiti, e che ben si distingue dal tradizionalismo, è una categoria appartenente ad un mondo quasi scomparso, alle epoche nelle quali un'unica forza formatrice si manifestava sia nel costume che ne~ culto, sia nel diritto che nel mito, sia nelle arti che nelle forme politiche ~ insomma, in ogni dominio dell'esistenza. Nessuno sarà così ardito da affermare che oggi in Europa esista una «tradizione» in questo senso, che è il solo che davvero conterebbe; così ardito da affermare, in particolare, che alla parola «Europa» corrisponda oggi la realtà di una tradizione comune mantenentesi una di là dalla differenziazione dei singolj. popoli del nostro continente.
Passando al piano della semplice cultura, non è che si incontri qualcosa di molto più consistente. Ciò che genericamente si designa come «civiltà europea» già da tempo ha cessato di essere qualcosa che per l'un lato ci unisca, e per l'altro ci differenzi davvero da altri comple~si etnico-culturali, perchè tale civiltà ormai la si trova diffusa un po' per tutto il mondo ed è divenuta, in genere, sinonimo di civiltà moderna. Si può parlare, "Oggi, di una differenziata cultura europea, con uno spirito unico che informi di sè le manifestazioni del pensiero delle .singole nazioni europee? Di nuovo, sarebbe azzardato rispondere con l'affermativa, e la ragione principale di ciò l'ha mostrata
C. Steding in un'opera notevole che trattava appunto dell'Impero e della malattia della cultura europea (1). Siffatta ragione risiede in quel che tale autore chiamava la neutralizzazione della cultura attuale: cultura nori più.congeniale ad una comune idea politica, cultura «privata », transitiva epperò tendenzialmente cosmopolita, sbandata, antiarchitettonica, soggettivistica nel settore delle arti e dell'intellettualità, neutra poi, e affatto priva di volto, nei suoi aspetti scientisti e ·positivistici. Metter tutto ciò a carico di una «patologia della civiltà », di un'azione esterna e transeunte di distorsione ad opera di elementi alieni, come vuole il Varange (il che, per Jui, varrebbe non solo per l'Europa, ma perfino per l'America U.S.), significa pensare piuttosto semplicisticamente. In genere, dove si può trovare, oggi, in fase di « civilizzazione », una base culturale tanto differenziata da poter opporre seriamente a noi Europei 1'« alieno », il «barbaro », come si verificò nel caso di precedenti schieramenti imperiali? Molto lontano si dovrebbe andare, per giungere a ·tanto, con un lavoro di disintossicazione e d'integrazione, perchè se noi possiamo giudicare a buon diritto come barbarici e antieuropei aspetti molteplici della civiltà sia nord-americana, sia russo-sovietica, non bisogna perder di vista tutto ciò che nell'una e nell'altra rappresenta lo sviluppo parossistico di tendenze ,e di mali che per primo si affacciarono proprio in Europa. Nel che sta la ragione della scarsa immunità del mondo europeo di fronte ad entrambi quelle barbariche civiltà.
Riassumendo, mentre poco vi è da contare sul fattore religioso, dell'esistenza di una tradizione europea in .senso grande, corale, ecumenico, non paesanistico e folkloristico non si può
t
(1) C. STEDING, Das Reich und die Krankheit der europiiischen Kultur,
~
Hamburg 2, 1937.
16 -li:VOLA
parlare e, in fatto di cultura, ci si trova di fronte a qualcosa di neutro, di sbandato, di individualistico. E' solo nel senso del ({ totalitarismo» livellatore che, se mai, tendenze all'unità politico-culturale assoluta si sono affacciate. In concreto, dove oggi si parla di ({ tradizione europea» si tratta di interpretazioni private e più o meno divergenti di intellettuali e di scrittori alla moda; si è su di un piano di frivolo ed inane dilettantismo, del che ieri i cosidetti ({ Congressi Volta », e oggidì iniziative varie sulla stessa falsariga han dato sufficienti e non certo edificanti • testimonianze. Il pensare che da un piano del genere possa scaturin~ la dynamis, la forza per organizzare in un blocco le disperse energie dei popoli europei, può esser solo giudicato come uno scherzo di cattivo genere.
Da queste ed altre considerazioni si giunge dunqùe ad una unica conclusione: nel complesso, i presupposti per una unità supernazionale dai tratti positivi ed organici non sono presenti nell'Europa attuale. Ciò accade essenzialmente appunto perchè l'Europa si trova in fase di ({ civilizzazione ». -In una tale fase è concepibile al massimo il fondersi e confondersi delle nazioni in un blocco più o meno informe di potenza, o come il ({ mondo tellurico della rivoluzione mondiale» di cui aveva già parlato il Keyserling, o come mondo della ({ politica assoluta}) nel segno di un dispotico imperativo biologico (Varange), o nella specie di uno dei nuovi complessi accentrati nelle mani di coloro che il Burnham ha chiamato i managers, -secondo quel che da più parti è stato già presentito, e che sembra corrispondere proprio alle finalità delle forze segrete del sovvertimento mondiale, perchè in tutti questi casi si tratterebbe di un!unica direzione discendente e regres§iva. Unità in funzione di « tradizione» e di Impero è cosa da ciò molto diversa.
Dovremmo allora chiudere in negativo il nostro bilancio ed accontentarci di un'idea più modesta, federalistica, « sociale» e societaria, senza agitare problemi troppo profondi? Non è detto necessariamente, .perchè una volta constatata l'antitesi, è data la possibilità di orientarsi di conseguenza. Se è assurdo perseguire il nostro ideale più alto nej quadri di una ({ civilizzazione », perchè esso ne risulterebbe fatalmente distorto e quasi invertito, resta da riconoscere nel superamento di quanto ha carattere di {( civilizzazione» il presupposto per ogni iniziativa davvero ri,costruttrice. {( Civilizzazione» equivale più o meno a {( mondo moderno» e, senza farsi illusioni, bisogna riconoscere che del sorgere del {( mondo moderno» nel suo materialismo, il suo economicismo, il suo razionalismo e gli altri fattori involutivi e dissolutori, proprio l'Occidente -diciamo pure l'Europa -è eminentemente responsabile. Per primo dovrebbe dunque aver luogo un
. rinnovamento che incida sul piano spirituale destando nuove forme di sensibilità e d'interesse epperò anche un nuovo stile interno, un nuovo orientamento della vita. Qui bisogna rendersi conto che non si tratta, come insieme a vari altri vuole il Varange, di superare solo la visione del mondo propria al XIX secolo nei 'suòi diversi aspetti e nei suoi residui, perchè questa visione è essa stessa l'effetto di cause più remote -,cosa, che in altra sede abbiamo esaurientemente trattata (1). Del pari, non è nemmeno il caso di riferirsi oltre misura e indiscriminatamente. a ciò che ieri·era stato tentato in Italia e in Germania per la creazione di un ordine nuovo; si trattò di movimenti nei quali eran presenti iendenzialità diverse, talvolta perfino contrastanti, che forse avrebbero potuto definirsi nel senso giusto, positivo, solo se le circostanze avessero reso possibile un adeguato sviluppo, sincopato invece dalla disfatta militare. E soprattutto erano, in essi, poco vive l'esigenza e la consapevolezza di far tabula rasa, ·di far valere idee assolute, cioè libere dalla dialettica e dalla polemica con quelle dominanti nel clima storico e sociale del tempo. ave dal piano dottrinale si p~ssasse a quello pratico, realizzatore, si dovrebbe constatare che, nei riguardi del problema 'europeo, ci si trova -non meno che nei riguardi di quello interno della nostra nazione e della gran parte delle nazioni europee"":'-in mezzo a delle rovine e che v'è solo da chiamare a raccolta gli uomini che siano ancora in piedi fra le rovine per tentare con essi il possibile. Ciò che è richiesto per la rinascita e la difesa dell'Europa non è diverso da ciò che esige un nostro stesso risorgere; anche se in quadri più vasti e con delle varianti,
(1) Essenzialmente, in Rivolta contro il mondo moderno, Milano 2,1951.
i problemi sono quegli stessi che llE~lla parte precedente della presente opera ci siamo sforzati di lumeggiare, ed anche un nuovo fronte europeo non è da elementi diversi, che dovrebbe esser promosso e organizzato, che non sian quelli ai quali, in genere, possono parlare le idee da noi difese. Ancora alcune parole su quest'ultimo punto.
Noi anzitutto escludiamo che qualcosa di serio possa venire dal mobilitare, far riunire, discorrere e collaborare intellettuali, scrittori o accademici delle varie nazioni europee. Dopo quanto si è detto circa la natura di quel che, in genere, oggi vale come «cultura », a tale riguardo non dovrebbe esservi dubbio. Nulla potrebbe realizzarsi in tale àmbito, che manifesti l'aderenza rigorosa e impersonale ad una idea. La « cultura» di oggi è pur sempre un'appendice della civiltà borghese del Terzo Stato, cui è stato altresì proprio. il non ancora scontato mito della cosidetta «aristocrazia del pensiero », che è più o meno quella del parvenu, a base antitradizionale, liberale, laica e umanizzante. Scartare dunque tutto ciò, e tenere gli « intellettuali» in non miglior conto di quel ch~ il comunismo puro -lo faccia. L'autorità propria ai.depositari e ai custodi di un'idea superiore non la riconosciamo affatto agli attuali « esponenti della cultura ».
Quali elementi delle nazioni europee potrebbero allora entrare in iinea di conto pel nostro compito? Di due specie sono, a parer nostro, tali .elementi. Prendendo la civiltà borghese del XIX secolo come punto approssimativo di riferimento, secondo. noi dovrebbero esser arruolati quegli uomini che, spiritualmente,. stanno o ancora al di qua, o or:qJ.ai al di là di essa, il compito ulteriore essendo poi quello di far incontrare-gli uni e gli altri.
Per spiegarsi, il primo gruppo sarebbe costituito da appartenenti' ad antiche famiglie europee che valgano non solo per il nome che portano, ma anche per quel che sono, per la loro personalità. Trovar uomini aventi questa doppia qualità, oggi è certo difficilissimo; tuttavia di eccezioni ne esistono e non di rado si tratta di risvegliare qualcosa che non è ancora andato del tutto perduto nel sangue, ma è solo divenuto latente. Naturalmente, bisognerà curare a che la valorizzazione di simili uomini non dia l'impressione di un conservatorismo in senso cattivo, pgr cui andrebbe ben messo in rilievo quanto si è detto in precedenza su tale soggetto. Ciò che ci aspetteremmo particolarmente da questa parte di una possibile élite è una sensibilità e uno stile innato, qualcosa che senza ricorso a teorie g a principi astratti faccia reagire in modo sicuro, come d'istinto, in aderenza a certi valori fondamentali. Il riferimento qui va a quanto ogni uomo ben nato considerava normale prima delle eversioni e delle prevaricazioni rivoluzionarie, il che vale a dire ai valori del mondo aristocratico che precedette l'èra del Terzo Stato e la so~ cigtà borghese del XIX secolo. Il retaggio corrispondente, in alcuni uomini almeno, per via del sangue e per effetto di una formazione già esercitatasi per secoli, non è forse andato del tutto perduto.
Quanto alla seconda schiera, essa dovrebbg esser reclutata fra le nuove generazioni, e soprattutto fra quegli esponenti di esse che hanno attraversato l'esperienza sia dell'ultima guerra, sia del relativo dopoguerra. Vi è chi, a tal riguardo, ha parlato di una «generazione bruciata »; in effetti spesso si tratta di uomini ai quali non parlano più gli ideali e i miti di ieri, e, naturalmente, ancor meno quelli di oggi; di uomini, che son passati attraverso distruzioni spirituali ancor più che materiali. Di tali uomini in Europa ne esistono un po' dappertutto ed essi presentano tratti uguali quale si sia il fronte sul quale essi si batterono. Nelle nazioni vinte si tratta soprattutto di coloro che seppero battersi anche su posizioni perdute; nelle nazioni vincitrici si tratta di gran parte di coloro che han visto crollare come illusioni e menzogne le idee per le quali furono mandati a combattere, in esse riconoscendo ormai strumenti adoperati senza scrupolo non per abbattgre l'una o l'altra nazione europea, ma per dare un colpò mortale all'Europa stessa come tutto, come civiltà 'e area politica autonoma. Chi è passato attraverso esperienze del genere, si trova sul margine del nihilismo, ad un punto-zero dei valori; ma ove la prova non si sia già risolta in un dichiarato cedimento morale, in pura disgregazione, ove malgrado tutto si sia tenuto fermo, si incontra un tipo che nelle diverse nazioni presenta tratti consimili. Tali tratti sono una speciale serietà, la disposizione ad un eroismo anonimo, antiretorico
Capitolo XVI
e privo di scorie, un'insofferenza per ciò che è condizionato. Per quanto più dura è stata la prova, di tanto più questi tratti prendon risalto e formano un carattere unico.
Pertanto, si tratterebbe di guadagnare alla nuova causa tali elementi, dando ad essi il senso di un nuovo inizio, la certezza che si procede, questa .volta, senza più illusioni nè menzogne, senza prestarsi al giuoco di nessuno, senza offrir presa alle forze della sovversione e dell'Anti-Europa.
-·Dopo di che, l'essenziale sarebbe l'incontro e la reciproca comprensione dell'uno e dell'altro gruppo. Dai superstiti dell'Éuropa tradizionale viva potrebbero venire adeguate influenze orientatrici, mentre gli accennati, speciali elementi delle nuove generazioni potrebbero fornire la dynamis, la forza attiva della rivoluzione conservatrice avente per fine, ora, l'Europa una. Appunto quando fra gli uni e gli altri si stabilisse un contatto diretto ed avvenisse una reciproca integrazione, ciò che è ancora possibile per un risollevamento sarebbe propiziato, fuor dalle frasi politiche e dagli intellettualismi; per un processo che va in profondità le forze che in. Europa non sono ancora definitivamente prostrate andrebbero a poco a poco a inserirsi in una formazione chiusa e compatta.
Per dei risultati tangibili e seri la condizione sarà tuttavia che le élites costituite dagli elementi ora indicati riescano, nelle varie nazioni, a scalzare la classe politica che nel presente periodo d'interregno e di servaggio europeo detiene il potere, ovvero che, senza proprio sostituirsi ad essa, esercitino una precisa influenza sugli elementi dirigenti. Come si è detto e come ognuno può facilmente riconoscere, la difficoltà più grave che l'idea europea incontra sul piano politico risiede nella crisi attuale del principio di autorità -intendiamo autorità nel senso vero e legittimo, quella atta a determinare non solo obbedienza, ma altresì naturale riconoscimento e spontanea adesione. Solo una tale autorità può condurre, all'interno di ogni nazione, a superare individualismo e ({ socialismo» e, nello spazio europeo, a ridurre ~a hybris nazionalistica, i ({ sacri egoismi» e il rigido prif:tèip-io 'déllà"sovratiità statale particolare per vie diverse che non qù.k1i~i :dellan~cessità o di interessi di congiuntura. Se vi è
247
qualcosa di specificamente proprio alla migliore tradizione ariooccidentale, romana quanto germanica, questo è lo spontaneo unirsi di uomini liberi orgogliosi di raggrupparsi intorno ad un capo davvero tale. Per una unità europea vera sapremmo solo concepire qualcosa che ripeta in grande -nazioni e Stati al luogo di singoli individui -una tale situazione a suo modo «eroica », invece di aver per modello una specie di parlamento
o un fac-simile di società per azioni. Proprio in considerazione di ciò noi abbiamo indicato come fattore decisivo per il nostro problema il guadagnare prestigio e influenza, nei singoli paesi, di «centri» o élites, nei quali una disposizione eroica purificata abbia parte essenziale; eroismo, che qui in primo luogo deve manifestarsi spiritualmente, come capacità di subordinare ad una idea superiore tutto .quanto ha carattere particolaristico, fisico, naturalistico.
Riassumendo, il fatto che il ritmo degli avvenimenti e fat
-tori molteplici agenti dall'esterno fanno ormai sentire ad ogni spirito responsabile che per l'Europa far blocco è quistione di vita o di morte, questa situazione di' necessità deve a sua volta condurci al riconoscimento di un doppio problema interno, da risolvere per dare ad un eventuale schieramento europeo una base salda e un carattere organico: da un lato, è il problema del ;mperamento graduale, ma effettivo, di quanto ha attinenza specifica con un'epoca di «civilizzazione »; dall'altro, è il problèma di una specie di metafisica o di nuova teologia con cui possa legittimarsi un principio -sia nazionale, sia supernazionaIe -di vera e pura autorità.
Il doppio problema può ricondursi ad un doppio imperativo. Resta da vedere quali e quanti uomini sono oggi ancora in piedi fra tante rovine per intendere ed assumere questo imperativo.

lunedì 28 novembre 2016

Teodoro Klitsche de la Grange: «Sentimento ostile, Zentralgebiet e criterio del politico».

Pagina in lavorazione.

Sono sempre interessanti gli articoli di Teodoro Klitsche de la Grange e spesso sono anche di stringente attualità. Purtroppo, il lavoro di editing  ne fa talora ritardare la pubblicazione. Pertanto, ne diamo subito il testo, eseguendo in tempo reale l’editing e rinviando a questa prefazione ogni osservazione, spunto o riflessione che l’attenta lettura non mancherà certamente di suscitare in noi.

AC
SENTIMENTO OSTILE, ZENTRALGEBIET
 E CRITERIO DEL POLITICO
Scrive Clausewitz, nelle prime pagine del Vom Kriege, che la guerra, sotto l’aspetto delle di essa tendenze principali si presenta come un triedro composto:
  1.  «Della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;
  2. del giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima;
  3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione.
Carl v. Clausewitz (1780-1831)
La prima di queste tre facce corrisponde più specialmente al popolo, la seconda al condottiero ed al suo esercito, la terza al governo. Le passioni che nella guerra saranno messe in giuoco debbono già esistere nelle nazioni» .

E poco prima sostiene che «Quanto più grandiosi e forti sono i motivi della guerra, quanto maggiormente essi abbracciano gli interessi vitali dei popoli, quanto maggiore è la tensione che precede la guerra, tanto più questa si avvicina alla sua forma astratta, tanto maggiore diviene la collimazione fra lo scopo politico e quello militare» .

Da questi e da altri passi del Vom Kriege emerge che il “sentimento ostile” e la violenza originale dell’odio e dell’inimicizia è del “triedro” l’elemento che più contribuisce all’intensità e alla determinazione dello sforzo bellico.
2.0 Secondo Carl Schmitt “I concetti di amico e nemico devono essere presi nel loro significato concreto, esistenziale, non come metafore o simboli; essi non devono essere mescolati e affievoliti da concezioni economiche, morali e di altro tipo, e meno che mai vanno intesi in senso individualistico-privato” , perché “Nemico è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere”. Il nemico è solo pubblico come già era scritto nel Digesto. La contrapposizione politica è la più intensa ed estrema ; non è limitata all’esterno dell’unità politica, anche se all’interno è relativizzata ossia è lotta e non guerra; se diviene questa mette in forse l’unità politica . La guerra è in se un mezzo politico e non può che essere tale “sarebbe del tutto insensata una guerra condotta per motivi «puramente» religiosi, «puramente» morali, «puramente» giuridici o «puramente» economici” .
Tuttavia “contrasti religiosi, morali e di altro tipo si trasformano in contrasti politici e possono originare il raggruppamento di lotta decisivo in base alla distinzione amico-nemico. Ma se si giunge a ciò, allora il contrasto decisivo non è più quello religioso, morale od economico, bensì quello politico” ; e prosegue “Ogni contrasto religioso, morale, economico, etnico o di altro tipo si trasforma in un contrasto politico, se è abbastanza forte da raggruppare effettivamente gli uomini in amici e nemici”.
Nello scritto L’epoca delle neutralizzazioni e delle spoliticizzazioni  Schmitt sostiene (e ciò presenta interesse anche per il “contenuto” del politico) che l’Europa ha cambiato dal XVI secolo più volte il proprio centro di riferimento ; il quale è passato dal teologico al metafisico, da questo al morale-umanitario e poi all’economico.
Il centro di riferimento determina di volta in volta il significato dei concetti specifici. Ciò che più rileva “Una volta che un settore diviene il centro di riferimento, i problemi degli altri settori vengono risolti dal suo punto di vista e valgono ormai solo come problemi di secondo rango la cui soluzione appare da sé non appena siano stati risolti i problemi del settore centrale” . Così anche per lo Stato e per i raggruppamenti amico-nemico: “lo Stato acquista la sua realtà e la sua forza dal centro di riferimento delle diverse epoche, poiché i temi polemici decisivi dei raggruppamenti amico-nemico si determinano proprio in base al settore concreto decisivo. Finché al centro si trovò il dato teologico-religioso, la massima cujus regio ejus religio ebbe un significato politico” .
Mutato il centro di riferimento, cambia la concezione dello Stato e il contenuto o la discriminante del politico, che assume altro significato e criterio e può determinare un diverso raggruppamento amico-nemico e così: “Quello che fino allora era il centro di riferimento viene dunque neutralizzato nel senso che cessa di essere il centro e si spera di trovare, sul terreno del nuovo centro di riferimento, quel minimo di accordo e di premesse comuni che permettano sicurezza, evidenza, comprensione e pace. In tal modo si afferma la tendenza verso la neutralizzazione e la minimalizzazione” .
Tuttavia neppure l’approdo “neutrale” cui gli europei sono arrivati nel XX secolo e cioè la tecnica può realizzare l’aspirazione all’eliminazione della conflittualità; sia perché “la tecnica è sempre soltanto strumento ed arma e proprio per il fatto che serve a tutti non è neutrale. Dall’immanenza del dato tecnico non deriva nessuna decisione umana e spirituale unica, men che meno quella nel senso della neutralità”  sia perché “La speranza che dal ceto degli inventori tecnici possa svilupparsi uno strato politico dominante non è finora giunta a compimento” .
3. La correlazione – anche se non sempre necessaria e inderogabile - tra centro di riferimento e scriminante amico/nemico persuade solo in parte.
Ciò in primo luogo perché occorre coordinarla con ciò che Schmitt ha tanto spesso ripetuto, ossia che a determinare il nemico è la situazione concreta.
Per la quale non vi è solo la coppia degli opposti riferentesi al centro di riferimento, ma vi sono altre contrapposizioni, talvolta più importanti e così decisive (o almeno percepite come tali) che determinano situazioni di lotta e ostilità.
Ad esempio nel secolo breve e in particolare dopo la conclusione della seconda guerra mondiale l’opposizione tra democrazie liberali (con annessi) e stati comunisti ripartiva quasi tutto il mondo sviluppato in due campi l’un contro l’altro armati, organizzati in sistemi d’alleanza (e relative organizzazioni) contrapposte e pronte alla reciproca distruzione; malgrado ciò non impediva né stati d’intensa ostilità fino alla guerra all’interno sia dei “due” campi, sia tra “clienti” degli stessi, per lo più non indotte dalla discriminante amico/nemico principale.
Infatti vi sono state guerre nello stesso “campo”: Cina/Vietnam; Vietnam/Cambogia; Cina/Russia; (gli “incidenti” sull’Ussuri) per quello comunista; Gran Bretagna/Argentina (per le Falklands/Malvine) nonché l’occupazione turca di parte di Cipro con le forti tensioni tra Grecia e Turchia.
Peraltro le guerre arabo-israeliane non avevano affatto il contenuto e la scriminante ideologica dei campi che, in maggiore o minore misura aiutavano l’uno e l’altro dei contendenti, ma il carattere “tradizionale” di contese per il possesso della terra tra popoli diversi.
Anche le guerre civili non sono (sempre) guerre ideologiche (anche se spesso ciò è capitato negli ultimi due secoli).
Come scriveva Montherlant nel prologo del suo dramma “La guerra civile”, dando la parola a questa “Io sono la guerra civile… Io non sono la guerra delle trincee e dei campi di battaglia. Sono la guerra della piazza inferocita, la guerra delle prigioni e delle strade, del vicino contro il vicino, del rivale contro il rivale, dell’amico contro l’amico”. Quell’ “amico contro l’amico” mostra come il drammaturgo vedesse nella dissoluzione del rapporto amicale la causa della guerra civile. Contro questa non vale (sempre) l’aggregazione derivante dalla comunanza di leggi, tradizioni, storia e lingua, che comunque produce coesione; a questa si deve aggiungere la volontà d’esistere insieme e di un futuro comune. Il venir meno della quale induce la fine della sintesi politica, la quale, come scriveva Renan, è un “plebiscito di tutti i giorni”.
Nella realtà politica la costante del dominio e le sue determinanti, in particolare geo-politiche, così ben enunciata da Tucidide nel famoso dialogo tra i Meli e gli ambasciatori ateniesi ; le opposizioni tra popoli abituati a combattere e ad affermare la propria identità rispetto ai vicini (come, spesso, nei Balcani – e non solo); gli interessi degli Stati, come la politica di De Gaulle nei confronti del mondo comunista, rendono non decisiva l’opposizione principale (ed epocale) .
La decisività dell’opposizione va ricondotta all’influenza sull’esistenza della comunità politica, sia in senso assoluto (la distruzione della comunità o dell’istituzione che le da forma), sia relativa (la modificazione radicale del modo d’esistenza della stessa).
Il conflitto politico è così determinato in primo luogo dall’esigenza d’esistenza della comunità: se è percepito un altro gruppo umano come nemico – nel senso d’essere un pericolo (concreto) per l’esistenza della comunità minacciata – le stesse “differenze” religiose, ideologiche, economiche passano in secondo piano. I “valori” e la correlativa “tavola”, per lo più dichiarata, negli Stati moderni, nelle Costituzioni, passano in second’ordine nel momento in cui è in gioco l’esistenza della comunità. Il tutto avviene sia dal lato interno (la decisione sullo stato d’eccezione) che su quello esterno (la decisione sul nemico), in omaggio alla massima salus rei publicae suprema lex. Il nemico è colui che è tale per la salus dell’istituzione statale (e della comunità). È la concreta situazione ed il pericolo per l’esistenza collettiva e il sentimento ostile che ne consegue più che il contrasto sul modo d’esistenza di un popolo a designare il nemico; così appartiene ad ogni comunità la decisione su chi sia tale, e se l’opposizione epocale sia più o meno importante delle altre opposizioni, che hanno il carattere non solo della concretezza, ma anche della particolarità. Come scriveva Freund            “Cadere in errore sul nemico per stordimento ideologico… è esporsi a mettere, presto o tardi, in pericolo la propria esistenza” .
4. Scriveva Gentile che “è il sentimento politico l’humus in cui affonda le sue radici l’albero dello Stato” ; tale affermazione è complementare a quella di Clausewitz sulla tendenza/componente/costante della guerra costituita dal cieco istinto – e con ciò dal sentimento politico – che “corrisponde” al popolo.
Senza sentimento politico non c’è né guerra né Stato vitale. Quella ha così la possibilità di essere condotta e, nel caso, vinta; in questo si risolve nel relativizzare le opposizioni e conflitti, in particolare quello tra governanti e governati nel consenso dei secondi ai primi, in un idem sentire de republica .
Il problema della legittimità del consenso e dell’integrazione, che i giuristi contemporanei spesso risolvono nella legalità, senza considerare che questa si fonda sulla convinzione della legittimità di chi esercita il potere, e non viceversa; onde – scriveva Gentile - non c’è polizia che possa provvedervi se l’ordine sociale non è condiviso .
5. Un’analisi fenomenologica del rapporto amico/nemico deve partire dall’osservazione fattuale che il conflitto è in se insopprimibile sia all’interno che all’esterno della sintesi politica. Una società, così armoniosa da non conoscere conflitti interni è frutto d’utopismo, di quella variante cioè del pensiero utopico volto ad immaginare fantasie impossibili perché opposte al dato fattuale.
Quel che, invece fa parte dell’esperienza (ed è costante) storica è che le sintesi politiche esistono come tali fin quando riescono a relativizzare i contrasti interni, ricomponendoli e decidendoli; conflitti relativizzati dal consenso ad un’autorità superiore riconosciuta (dai governati) a prendere le decisioni (inappellabili) per l’ordine che assicura. Ove questo non avvenga il risultato è che quei conflitti passano da relativi ad assoluti: in cui posta in gioco è l’esistenza e, gradatamente, la forma di governo, il regime della sintesi politica e non più dissidi interni. Ne consegue che tra tutti gli innumerevoli conflitti che possano esistere all’interno della sintesi politica depotenziarne uno, sicuramente presente, è presupposto necessario del rapporto amicale: quello tra governanti e governati. Perché consente di ricomporre tutti gli altri.
Autorità, ordinamento e regole hanno come esigenza fondamentale di dirimere e decidere i conflitti, e quindi la lotta che inevitabilmente ne consegue, limitandola e degradandola a competizione agonale.
Ancora di più, la relativizzazione dei dissidi interni si fonda sul ruolo pacificatore del terzo, interno alla sintesi politica, cioè, in linea di massima, il potere sovrano. In linea di massima perché l’attività del terzo (anche interno) può non essere svolta da un organo dello Stato e, il risultato politico (la composizione del dissidio), comunque conseguito. Ma il ruolo del “terzo” può non essere limitato ai conflitti interni e, soprattutto la sua azione, essere rivolta a suscitare dissensi, non a ricomporli.
6. Si è spesso pensato, nell’era post-atomica e a seguito della debellatio della Germania e del Giappone (il caso dell’Italia è diverso), che la fine della guerra s’identifichi con l’occupazione militare di un paese previamente distrutto dal vincitore, e quindi posto nell’impossibilità materiale di difendersi; i terribili effetti di una guerra nucleare nell’immaginario collettivo hanno fatto il resto.
Nella realtà una guerra finisce quando una delle parti non ha più la volontà di combattere. La guerra è uno scontro di volontà, come scrivevano, tra gli altri, Clausewitz e Gentile. Presuppone quindi che ambo i contendenti abbiano la volontà di farla e proseguirla: se uno dei due si arrende, la guerra cessa.
Giustamente de Maistre notava che una battaglia persa è quella che immaginiamo di avere perso .
La guerra assoluta sta alla guerra reale come la pace (perpetua? universale?) della debellatio ad un trattato (o anche “dettato”) di pace reale. È essenziale piegare la volontà di combattere del nemico e quindi il sentimento di (appartenenza comunitaria ed) ostilità. A tale scopo tutti i mezzi sono buoni: sia la prospettiva di castighi e danni superiori sia l’opposta di benefici, vantaggi o clemenze. L’armistizio con cui si concluse (sul piano militare) la prima guerra mondiale, con la Germania ancora padrona di gran parte dell’Europa centrorientale ne è uno dei casi.
Pressioni economiche (gli effetti del blocco), l’armistizio dell’Austria-Ungheria e le prospettive strategiche di questo e dell’aumento dell’intervento americano contribuiscono a depotenziare la volontà di combattere.
Ma anche nel XX secolo, nell’epoca della guerra tecnica e totale, spesso armate partigiane decise e motivate, hanno sopportato e vinto in condizioni di (abissale) inferiorità materiale, a prezzo di perdite enormemente superiori a quelle dei nemici ipertecnologici. Lo squilibrio materiale era compensato dall’intensità del sentimento ostile e così del morale. I nemici non riuscivano a sopportare gli (assai inferiori) sacrifici, per cui preferivano concludere la pace o comunque rinunciare alla guerra . Il sentimento ostile è, per il più debole, il fattore che può consentire di condurre e vincere la guerra, pur connotata da una notevolissima asimmetria materiale.
È proprio la guerra asimmetrica nelle sue diverse forme a connotare i conflitti contemporanei, a partire dal crollo del comunismo e dalla conseguente rottura del condominio bipolare che aveva caratterizzato la seconda metà del XX secolo.
Del pari l’ostilità tra gruppi umani, che condivide la natura camaleontica del suo prodotto più intenso, la guerra (caratterizzata dall’uso della violenza), prende forme intermedie (per lo più mistificate o del tutto occultate). Influenzate da derivazioni (nel senso di Pareto) pacifiste; queste consistono nel negare ad interventi armati il carattere di guerra, in nome d’intenzioni ireniche e soprattutto perché intraprese al fine di mantenere la pace .
Ma la panoplia dell’ostilità non si limita alle guerre mascherate.
Altre forme ne sono quelle azioni che tendono allo stesso scopo della guerra – piegare la volontà dell’avversario – con mezzi non militari (blocco economico, attacchi informatici, scorribande finanziarie, fino alle invasioni pacifiche); ovvero condotte da soggetti non aventi lo status di legittimi belligeranti (justi hostes), mezzo ben noto anche ai secoli passati. Il connotato comune di tutti questi tipi di atti ostili è che, avendo lo stesso scopo della guerra “classica” mancano di uno (o più) dei requisiti individuati dalla teologia cristiana perché vi fosse una guerra giusta (justum bellum): qui manca la recta intentio, lì l’auctoritas, altrove una justa causa belli. Onde (forse) non possono essere considerate guerre in senso proprio, ma quasi sempre non possono essere ricondotte al concetto di guerra giusta elaborato dai teologi.
Proprio in tali guerre – non guerre assume un rilievo forse maggiore che in quelle classiche l’esigenza di annichilire la volontà di resistere (e di combattere) del nemico; perché l’avversario sa bene, come scriveva de Gaulle, che la forza risiede nel di esso ordine e che rompendo questo si distrugge quello.
7. Nelle forme “atipiche” di guerra che connotano il XXI secolo questo è possibile in vari modi e i mezzi devono essere congrui rispetto agli obiettivi. Decisivo appare comunque provocare la perdita della coesione politica del nemico. I gradi dell’azione possono essere differenti: si va, in crescendo, dalla sostituzione del governo ostile all’abolizione del regime politico  fino alla distruzione della sintesi politica oggetto dell’intervento ostile .
Connotato comune è che il mezzo usato e lo scopo lo rendono più prossimo alla rivoluzione che alla guerra: anche se il fine non è sempre rivoluzionario consiste nella sovversione e il rovesciamento dell’ordine (e così  almeno del governo) ostile. Dato che gli interventi ostili contemporanei hanno – come d’altra parte tante guerre – obiettivi limitati, spesso è sufficiente la sostituzione del governo per realizzarli.
Malgrado il non uso di mezzi militari, ciò lo rende assai più lesivo dei principi del diritto internazionale di quanto lo sia uno justum bellum: suscitare la sovversione (fino alla rivoluzione) negli altri Stati ha, secondo molti costituito un illecito internazionale, spesso vituperato e altrettanto praticato.
8. Il pensiero politico si è interrogato da millenni su chi sia il nemico, e le risposte al quesito sono state le più varie e neppure escludentesi tra loro. Si è ritenuto che ci fossero nemici per natura , o più spesso per divergenze d’interessi, o anche per costumi , per religione (fonte di tanti contrasti). Ancor più su chi sia il nemico giusto .
Come sostenuto da Schmitt (e non solo) il secolo XX ha visto il riconoscimento dello Stato di nemico giusto anche a soggetti politici altri degli Stati (in particolare movimenti rivoluzionari); così una legittimazione delle guerre giuste prevalentemente in base al criterio della justa causa belli.
Sul piano fenomenologico il tutto ha portato non alla riduzione, ma all’accrescimento del ruolo del sentimento ostile: in particolare l’attività bellica svolta da organizzazioni non statali relativamente (poco) istituzionalizzate  ha comportato un aumento del ruolo attivo della popolazione nella guerra, secondo la concezione di Mao-dse-Dong, e così del sentimento politico.
La debole istituzionalizzazione ha reso del pari meno rilevante il ruolo del personale “tecnico” e specialistico. Il comando – e i quadri – dei movimenti partigiani sono solo occasionalmente (e raramente) dei tecnici e dei burocrati militari: per lo più o non posseggono esperienza di guerra o ne hanno poca. Già agli albori del  partigiano moderno, troviamo il cardinale Ruffo, il quale non era un militare, ma un religioso ed amministratore civile. In compenso sapeva benissimo come suscitare ed avvalersi del sentimento ostile antigiacobino delle popolazioni meridionali. Così gran parte dei suoi seguaci, cosa ripetutasi in tutti (o quasi) i movimenti rivoluzionari moderni. Fra Diavolo il capo partigiano faceva il sellaio per poi arruolarsi (qualche tempo) nell’esercito regolare borbonico; Empecinado l’agricoltore.
E, sotto tale profilo, occorre ritornare alla concezione di Schmitt, prima cennata, del ruolo della tecnica e della tecnocrazia, relativamente al sentimento politico, sia che si tratti dell’avversione al nemico che della coesione con l’amico.
La tecnica è in se uno strumento e un mezzo, non un fine.
Anzi il passaggio dalla concezione della tecnica (della prima metà del secolo scorso) di cui scrive Schmitt come “fiducia in una metafisica attivistica, la fede in una potenza e in un dominio sconfinato dell’uomo sulla natura, e quindi anche sulla physis umana, la fede nell’illimitato «superamento degli ostacoli naturali», nelle infinite possibilità di mutamento e di perfezionamento dell’esistenza naturale dell’uomo in questo mondo”,  per cui non può dichiararlo “semplicemente una morta mancanza di anima, senza spirito e meccanicistica” ha rafforzato la nulla (o scarsa) idoneità a suscitare “sentimento politico”.
Se la tecnica all’epoca era concepita in una dimensione (e funzione) prometeica, ora è percepita come soddisfazione di bisogni (per lo più privati) di una società di consumatori pantofolai, i quali comunque hanno abdicato a dare un senso all’esistenza collettiva, che non sia quello di produrre e consumare.
Il quale si coniuga assai bene con la profezia di Tocqueville sul dispotismo mite ; mentre secondo il giurista di Plettemberg “Tutte le scosse nuove e poderose, tutte le rivoluzioni e le «riforme», tutte le nuove élites provengono dall’ascesi e da una più o meno volontaria povertà, nel che la povertà significa soprattutto il rifiuto della sicurezza garantita dallo status quo”.
9. Ciò nonostante dato che ogni scelta, come è anche quella di servirsi della tecnica (o di tecniche), può suscitare una contrapposizione amico-nemico è il caso di vedere se anche questa (e/o quelle) può costituire fondamento aggregante/discriminante.
In primo luogo bisogna ricordare che il rifiuto di certe (soluzioni) tecniche è, il più delle volte, solo il riflesso di una scelta di valori; nel mondo contemporaneo è evidente per le (nuove) tecniche riconducibili a orientamenti bioetici . La dipendenza di queste da quelli le rende irrilevanti o, tutt’al più, secondarie.
In secondo luogo il rifiuto totale (o quasi) della tecnica, quale risultante/componente di una scienza e di una civiltà altra è stato più volte ripetuto nella storia.
In particolare Toynbee lo ritiene uno dei tipi di comportamento tenuti dalle comunità umane non facenti parte della civiltà (del cristianesimo) occidentale di fronte all’espansione planetaria di questa.
Del rifiuto (opposto all’assimilazione/accettazione) riteneva “campioni” (tra gli altri rifiutanti) il Giappone ante-rivoluzione Meiji e l’Abissinia; dell’accettazione (modernizzazione) considerava le più tipiche figure storiche Pietro il Grande, Mehmet Alì e gli statisti giapponesi dell’epoca Meiji . Ma il rifiuto della tecnica e della tecnologia era la conseguenza/risultanza dal rifiuto dell’intera civiltà occidentale, nei suoi valori come nell’organizzazione sociale (diritto compreso), oltre che della tecnologia, e quindi, in parte, coincide con il primo tipo di scelta.
Anche se è ipotizzabile teoricamente un’opposizione sulla tecnica, questa non appare in concreto, quale determinante reale del conflitto, e neppure può costituire, se non in ruolo ancillare , un fattore decisivo e legittimante del potere. Ogni situazione conflittuale e non conflittuale, di inimicizia o di amicizia; il dissenso o il consenso di valori od interessi è rimessa alla volontà umana, mentre la scelta tecnica (e la validità di questa) non è preferenza di volontà, ma di congruità ed opportunità.
La situazione contemporanea, a seguito del collasso del comunismo (e delle istituzioni-alleanze che ne determinavano il campo) ha fatto cessare l’opposizione borghese/proletariato che ha connotato (quanto meno) il “secolo breve”. Le recenti affermazioni elettorali di movimenti e candidati non riconducibili al vecchio Zentralgebiet, in Europa innanzitutto, e, come appare dall’elezione di Trump, anche negli USA, fanno emergere una nuova opposizione amico/nemico, ideologicamente meno definita, ma, almeno potenzialmente, virulenta. Appare evidente che tale contrapposizione, come mi è capitato di scrivere di recente, è quella tra nazione (identità nazionale) e globalizzazione ; (o internazionalismo “diretto”). Rispetto ai vecchi  “Zentralgebiet”, specialmente quello generante l’opposizione borghesia/proletariato, ha in comune il carattere di essere divisiva sul piano interno non meno che su quello esterno: genera partiti populisti che si contrappongono all’élite interne ed internazionali, rappresentate dai vecchi partiti in decadenza, la cui strategia di sopravvivenza è spesso coerente con l’emergere della nuova opposizione (che rende secondaria e poco rilevante la vecchia): tendono all’arroccamento, al fare blocco tra loro (la vecchia destra e la vecchia sinistra), per impedire la presa del potere alla nuova “coppia” amicus-hostis .
Anche se, spesso, più che di arroccamento è il caso di parlare di divergenze parallele. Ma le divergenze parallele sono una delle fonti delle alleanze tra soggetti differenti su tanto o tutto (o tanto) ma uniti dal nemico.
Teodoro Klitsche de la Grange

venerdì 25 novembre 2016

Gilad Atzmon: «Perché brucia Israele?» - L’altra verità che non ti raccontano...

Gilad Atzmon
Sono davvero molto grato a “Come Don Chisciotte” per la traduzione di questo nuovo articolo di Gilad Atzmon, che tratta di come i colonizzatori ebrei abbia fatto rifiorire il deserto. Intanto, sradicando 700 mila ulivi secolari, come ebbe a scrivere Ronne Kasrils, sono stati distrutti dagli che è stato ministro delle Risorse Idriche e delle Foreste del Sudafrica, il 30 novembre 2002: «Circa 700.000 ulivi e aranci sono stati distrutti dagli israeliani. Questo è un atto di vero e proprio vandalismo da parte di uno Stato che rivendica la conservazione dell’ambiente. Che sgomento e che vergogna». Questa citazione si trova in epigrafe a pag. 269 del libro di Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina (Fazi Editore, 2008), che a pagina 271 narra anche come la natura stessa si sia ribellata al tentativo di trasformare la Palestina in un
Ilan Pappe fb
paese europeo e di cancellare ogni precedente memoria: «...Recentemente i parenti di alcuni abitanti del villaggio originario di Mujaydil hanno rivelato che alcuni pini si sono praticamente spaccati in due e in mezzo al trocno sono spuntati degli ulivi come una sfida a una flora aliena piantata lì sopra cinquantasei anni fa». In pratica, si sono volute cancellare con una nuova vegetazione le tracce di oltre 400 villaggi palestinesi (su 800) distrutti dai nuovo abitanti venuti dal mare e dall'Europa orientale. Gilad Atzmon e Ilan Pappe sono entrambi ebrei nati in Israele, e ambedue emigrati in Inghilterra, ma con storie diverse. Gilad, che definisce se stesso un ex-ebreo, è un musicista e un filosofo. A lui si deve la migliore trattazione delle problematiche connesse alla identità ebraica. Lasciò Israele all'età di 30 anni, ritenendo che quella fosse una terra sottratta ingiustamente ai Palestinesi. Ilan Pappe andò pure via da Israele, ma non volontariamente, bensì costretto da violenze e minacce a seguito della sua attività di storico, che narrava agli stessi israeliani una verità ben diversa dalla narrativa ufficiale, anche se - dice Atzmon - quella stessa verità era nota da sempre a ogni bambino palestinese. Sugli incendi in Israele, in questa stessa data odierna, il più fanatico organo della propaganda israeliana in lingua italiana riporta i fatti i maniera del tutto diversa. Sono convinti che la verità possa essere coperta allo stesso modo in cui si può sradicare ulivi secolari per piantarci sopra una flora straniera, esportando la Svizzera in Palestina.

AC

Perché brucia Israele?

DI GILAD ATZMON


Il paesaggio rurale di Israele è saturo di alberi di pino. Questi alberi sono una novità per la regione. Quegli alberi di pino vennero introdotti nel paesaggio palestinese nei primi anni ‘30 dal Fondo Nazionale Ebraico (JNF) nel tentativo di “rivendicare quella terra”. Nel 1935, il JNF aveva piantato 1,7 milioni di alberi su una superficie totale di 1.750 acri. In oltre cinquanta anni, il JNF ha piantato oltre 260 milioni di alberi in massima parte su terre palestinesi confiscate. Ha fatto tutto in un disperato tentativo di nascondere le rovine dei villaggi palestinesi etnicamente ripuliti e cancellarne la storia.

Nel corso degli anni il JNF ha attuato un rozzo tentativo di eliminare la civiltà palestinese e il suo passato, ma ha anche cercato di rendere la Palestina simile all’Europa. Le foreste naturali palestinesi sono state sradicate. Allo stesso modo sono stati sradicati gli ulivi. E i pini hanno preso il loro posto. Nella parte meridionale del Monte Carmelo gli israeliani hanno denominato un settore la “Piccola Svizzera”. Ma ormai, non c’è rimasto molto della “Piccola Svizzera”.

Tuttavia, la realtà sul territorio è stata alquanto devastante per il JNF. Il pino non si è adattato al clima di Israele tanto quanto gli israeliani non sono riusciti ad adattarsi al Medio Oriente. Secondo le statistiche del JNF, sei su dieci degli alberelli piantati non sono sopravvissuti. Quei pochi alberi che si sono salvati hanno creato nient’altro che un trappola di fuoco. Entro la fine di ogni estate israeliana ognuna di quelle pinete è diventata una potenziale zona di morte.

Nonostante la sua capacità nucleare, il suo esercito criminale, l’occupazione, il Mossad e la sua lobby ovunque nel mondo, Israele sembra essere vulnerabile. È devastantemente aliena nella terra che afferma di possedere e gestire. Come il pino, il sionismo, Israele e gli israeliani sono estranei a quella regione. 
Gilad Atzmon

Fonte: www.gilad.co.uk Link: http://www.gilad.co.uk/writings/2016/11/25/why-israel-is-burning. 25.11.2016 Scelto e tradotto per www.comedonchiusciotte.org da OLDHUNTER.

lunedì 14 novembre 2016

Gilad Atzmon: «Sulla vittoria di Trump»

Gilad Atzmon
Riprendo volentieri da “Come Don Chisciotte” questo articolo di Gilad Atzmon sulle elezioni presidenziali americane e mi rammarico di non essere riuscito a sviluppare il piano di traduzioni dei post che compaiono sul blog del musicista e filosofo inglese, nato in Israele e autore della più acuta analisi della identità ebraica. Le categorie concettuali isolate a questo riguardo ritornano nella splendida definizione che si trova più sotto nel testo: «Il pensiero progressista è la manifestazione secolare del concetto dell’ “eletto”». Non già il pensiero progressista in generale, ma se si va a prendere il pensiero comunista, quello ad esempio che si trova in Buio a mezzogiorno, il romanzo di A. Koestler, ci si ritrova con la Storia al posto di Dio e con il mondo che va avanti secondo i dettami della Provvidenza. I media, giornali e televisioni, ma anche ormai tutti gli istituti educativi e i luoghi in cui non già si forma il consenso, ma lo si impone hanno lo stesso ruolo che nei primi secoli del cristianesimo post-costantiniano esercitavano gli Evangelizzatori. Niente poteva e doveva resistere al Verbo divino ed ogni strumento era lecito per assoggettare le genti alla vera Fede.

Post Scriptum - Colgo occasione in un PS, che è sufficiente, per esprimere il mio netto assoluto disssenso con il fortunatamente ex-Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che non è mai stato il mio presidente e della cui parzialità ho sofferto negli anni della sua presidenza, dove fra gli atti più gravi a lui riconducibili annovero l’aggressione alla Libia, al suo presidente Geddafi, al suo popolo ovvero alle sue tribù da Geddafi riunite. Ma le imprese di Napolitano dal 1956 (invasione dell’Ungheria) ad oggi, giorno in cui fa pubbliche ammissioni, non più in veste di Presidente della Repubblica, e dunque protetto dagli apparati repressivi dello Stato, dice la sua in materia di “antisemitismo" e “antisionismo”, materia dove la sua incomprensione non può essere compensata dalla sua Autorità. Resta pur sempre un personaggio potente, da me mai amato, e non dico altro se non a rinviarlo alla lettura dei testi di Gilad Atzmon, uno dei pochi che capisce in materia di “identità ebraica”. L’ex-Presidente è infine invitatato alla lettura di un altro libro: La pulizia etnica della Palestina, di Ilan Pappe, che per me resta un testo definitivo sull'argomento, rendendo noto al mondo ebraico e filo-sionista cià che - secondo le parole di Atzmon - era noto a ogni bambino palestinese, ossia la pulizia etnica del 1948 che nella più recente normativa Onu - come ricorda Pappe - è equiparata al “genocidio”. - Purtroppo, se non sarà abbattuta l'oppressione e infiltrazione us-raeliana  nelle nostre istituzioni ai massimi livelli, dovremmo andare ogni volta a Tel Aviv per farci autorizzare su ciò che ci è concesso pensare e ciò che non ci è invece permesso. È ancora presto per valutare quale piega prenderà la politica di Trump. I primi segnali sono contraddittori e per taluni aspetti non incoraggianti per chi sta dalla parte della libertà di pensiero e della libertà dei popoli.

AC

GILAD ATZMON
Sulla vittoria di Trump

Mi è successo negli ultimi anni che l’essere progressista non fosse una posizione politica, ma uno stato mentale.

L’incapacità di tutti i progressisti degli USA e dell’establishment di sinistra di prevedere la vittoria schiacciante di Trump fa pensare che abbiamo a che fare con persone distaccate dalle istituzioni.

Solo tre giorni prima delle elezioni presidenziali, l’Huffington Post aveva pateticamente criticato il famoso sondaggista Nate Silver di “insensate previsioni nella direzione di Trump”, poiché affermava che la vittoria di Trump potesse essere uno scenario realistico. Ryan Grim ha scritto:
“Il sondaggista dell’Huffington Post sta dando la Clinton per vittoriosa con una probabilità del 98% e il New York Times nella rubrica The Upshot mette le sue chance all’85. C’è un’eccezione, tuttavia, che sta mettendo nel panico i democratici in tutto il paese e che mette nei sostenitori di Trump la speranza che il loro uomo alla fine ce la possa fare. Il modello 538 di Nate Silver assegna a Trump una probabilità del 35% di vincere”. Link: huffingtonpost.com.
L’Huffington Post accusa Silver di “prendersi gioco di tutta l’industria sondaggista che lui stesso ha reso popolare”.

In prospettiva il modello 538 aveva ragione. Huffington Post e New York Times erano totalmente fuori pista. Una coincidenza?

Come è possibile che il Partito Democratico, i media mainstream e Wall Street abbiano potuto ignorare totalmente il livello di rabbia che accomunava le masse? Queste domande vanno ben oltre le strategie di sondaggio o la statistica. Stiamo parlando di un livello di disconnessione quasi totale.

Il pensiero progressista di sinistra è idealizzato come un sogno. Ci dice come il mondo dovrebbe essere. Spesso i progressisti sembrano dimenticarsi di come il mondo sia in realtà e di che tipo di persone è popolato. Hillary Clinton e la sua campagna, proprio come il New York Times e l’Huffington Post, era in uno stato di negazione. Crogiolandosi nella loro tracotanza, hanno totalmente sbagliato a leggere la situazione.

Per noi ciò non deve essere una sorpresa. Il distacco non è stato inventato dalla Clinton e dal suo team. Distacco ed alienazione sono insiti nel pensiero progressista. Essere progressisti significa credere che le “altre persone” sono solo un mucchio di ignari “reazionari”. Il pensiero progressista è la manifestazione secolare del concetto dell’ “eletto”. È un concetto tipicamente ebraico, un fatto che spiega perchè i primi cinque finanziatori della campagna della Clinton fossero miliardari ebrei.

Perchè essere progressisti è una forma di supremazia. Mi spingerò così in là da suggerire che l’antagonismo dei progressisti nei confronti della “supremazia bianca” è una forma di proiezione. I progressisti attribuiscono all’ “essere bianchi” la loro stessa inclinazione all’essere eccezionali.

Statunitensi contro Identitaristi

Il giorno elle elezioni, abbiamo capito che il Partito Democratico era sul filo, sperando di essere salvato dai “voti ispanici” in Florida. Il futuro politico della Clinton dipendeva dal fatto che Trump avesse offeso a sufficienza la comunità latina. Questo particolare sviluppo per cui un partito a livello nazionale dipenda da uno specifico gruppo politico non dovrebbe stupire più di tanto.

Le elezioni presidenziali del 2016 hanno diviso gli USA in due fazioni: da un lato gli Statunitensi, dall’altro gli Identitaristi. I primi sono quelli che si vedono principalmente come patrioti, sono mossi dai loro retaggi culturali e dalle loro radici. Per essi, la promessa di “rendere di nuovo grande l’America”, è la conferma che l’utopia è nostalgia e che la realtà progressista non è altro che una distopia. Gli Identitaristi, invece, sono quelli attaccati alle politiche settarie dei progressisti. Sono principalmente autoreferenziali, che siano LGBTQ, Latini, Neri, Donne e via dicendo. Il loro legame con l’ethos patriottico nazionale è secondario o spesso nemmeno esiste. Il futuro del Partito Democratico, nella sua forma attuale, dipende dalla speranza che la tendenza ad abbracciare ideologie settarie aumenti gradualmente e, alla fine, ne rafforzi il contesto di identità o gruppo politico. Il modo di procedere progressista fa affidamento sul crollo delle ideologie nazionali e patriottiche. Metà degli USA ha votato per la Clinton, per cui queste mire politiche sono tutt’altro che inverosimili.

Purtroppo la tendenza Identitarista gli si è ritorta contro. Era solo una questione di tempo prima che i cosiddetti “bianchi” o “campagnoli” si accorgessero di avere le spalle al muro. Anch’essi hanno iniziato a ragionare e ad agire come un settore politico identitario. Il fatto che Hillary avesse definito i sostenitori di Trump un “mucchio di miserevoli”, per i gli Statunitensi bianchi e poveri era un chiaro indicatore che questa non era esattamente un loro alleato. Hillary non era sola. Più o meno tutti gli scrittori ebrei della stampa statunitense non hanno perso l’occasione di etichettare i sostenitori di Trump come “sostenitori della supremazia bianca”. Per Cheryl Greenberg la popolarità di Trump era “l’ultimo anelito della supremazia bianca”. Per Josh Marshall di Talking Points Memo, l’ultimo spot pubblicitario della campagna di Trump era pieno di “guaiti antisemiti, retorica antisemita e vocabolario antisemita”. Per Marshall e Greenberg, la metà della popolazione statunitense era composta da cani che obbedivano agli ordini del padrone.

Non ci dovrebbe sorprendere che metà della popolazione abbia deciso di reagire, stufa di progressisti ebrei del calibro di Marshall e Greenberg che la definivano un mucchio di cani e sostenitori della supremazia bianca. I tempi erano maturi per una rivoluzione.

Per cui si tratta di una rivoluzione? Non sto trattenendo il respiro. Le persone che hanno incoronato Trump sicuramente sono esauste. Pronte per un cambiamento. Trump sarà in grado di metterlo in atto? Non possiamo saperlo. Di sicuro non ci farà annoiare.

• Gilad Atzmon è un sassofonista jazz, romanziere, attivista politico e scrittore britannico di nascita israealiana. Fonte: http://www.gilad.co.uk/ Link: http://www.gilad.co.uk/writings/2016/11/10/on-trumps-victory 10.11.2016. In ottemperanza a: «Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO».  E con i ringraziamenti da parte di CL.