Uscito
da poche settimane, questo libro, composto da due saggi sul Kaos, è
stato abbondantemente (e meritatamente) recensito, sia per le
prospettive da cui parte (lontane dagli anatemi e dalle ovazioni
della stampa mainstream)
che dal tema trattato.
Cos’è
il Kaos? Scrivono gli autori nella premessa “Le Muse di Esiodo ci
ricordano che il Principio sommo della generazione, genesis,
è Chaos – da lui vengono Erebo e Notte e da questi Etere e Giorno.
Gli opposti sorgono dal suo Abisso. Chaos significa il Vuoto senza
differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che
qualsiasi suono venga emesso. Relazioni, armonie, così come
contraddizioni e confusioni nascono da Chaos, non sono Chaos. E nel
suo immenso Vuoto possono fare ritorno. Il Vuoto-Chaos resta sempre
aperto
sotto i nostri piedi… Questo è il vero pericolo; la confusione e
il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto
che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi.
Perché il Vuoto apre
a infiniti possibili… Chaos è principio morfogenetico,
genererà necessariamente nuovi Ordini...Ciò che l’arte e la
mitologia riescono a tradurre in immagine è l’attrito, sempre più
marcato, tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze globali
tecno-economiche”; e la Tecnica? “Priva di energia politica, è
incapace di pacificare i conflitti in corso in un nuovo assetto
giuridico. Se può sfondare tutti i nomoi
precedenti, non sa fondare un nuovo nomos.
Nonostante la sua debolezza, il Politico continua a sporgere da ogni
neutralizzazione, resta irriducibile a semplice amministrazione.
Resiste alla sua emarginazione, creando nuovo Chaos. Così dietro
tutti i progetti di ordine cosmopolitico si affaccia il fantasma
dell’anarchia, della guerra civile mondiale”.
A
riflettere su questa aporia è la geopolitica: «Nulla
è meno “statico” dello Stato – necessariamente tendente ad una
potenza che può essere di volta in volta contenuta, trattenuta, ma
non azzerata. Per questo, contrariamente a quanto è accaduto nei
primi decenni del secolo scorso, la geopolitica contemporanea, oltre
che della forza, è scienza del limite… Per ogni soggetto politico
il Possibile confina da un lato con il Necessario e dall’altro con
l’Impossibile».
Ciò
serve a spiegare la situazione attuale, dove all’ordine bipolare
precedente il crollo del comunismo, non si è sostituito
alcun ordine, perché quello unipolare dell’egemonia americana si è
rivelato inconsistente e quello multipolare dei “grandi spazi” è
nelle doglie del parto e dell’identità del nascituro.
La
brillante esposizione e la dotta (e logica) argomentazione degli
autori ha generato, come cennato, molte recensioni da prospettive
politiche, politologiche e filosofiche. Manca la prospettiva
giuridica, o meglio, giuspublicistica, onde cerco, da giurista
dilettante, di ovviare.
In
primo luogo il Kaos, come disordine, non è (solo) il contrario
dell’ordine, e non ha (solo) connotazioni negative.
E’ una condizione storica di transizione,
di passaggio da un (vecchio) ordine a uno nuovo: il disordine è la
fase necessaria
di instaurazione di un ordinamento, di una forma nuova della
comunità. Non è determinato dal diritto, ma lo distrugge e lo crea.
Le concezioni che più somigliano a quelle degli
autori sono
di Jhering (la forza crea il diritto per salvare la vita), di M.
Hauriou su le
gouvernement de fait
(che progressivamente diventa gouvernement
de droit)
e di Santi Romano (in particolare, ma non solo, vedi il saggio su
Rivoluzione e
diritto).
Se è una condizione storica del Mouvement
social
(scriverebbe Hauriou) il Kaos è quindi necessario e ineliminabile.
Non distrugge (solo) l’ordine: è la creazione di quello nuovo, è
il travaglio della storia.
In
secondo luogo, e come conseguenza, la funzione morfogenetica
del Kaos è rapportabile sia alla teoria ciclica della successione
tra forme politiche che a quelle del carattere nei cambiamenti di
costituzione. Quanto alla concezione
ciclica, è così diffusa che è inutile, tra i tanti che l’hanno
condivisa, ricordare i giuristi (non tutti ovviamente). Quanto al
cambiamento di costituzione sempre
indotto
dalla crisi, dal
disordine
e dalla lotta (violenta) fu
enunciata da Spinoza (ma ripresa, in modi diversi da Jhering, Santi
Romano e Carl Schmitt).
Sempre a Spinoza dobbiamo l’antecedente
della
teoria del rapporto tra possibile, necessario e impossibile. Ma prima
di Spinoza era già ripetuto dai giuristi romani nel Corpus
juris:
ad impossibilia memo tenetur,
obligatio rei impossibilitis nulla est,
e così via. Quindi oltre un millennio prima del filosofo olandese.
Anch’essa ripetuta (poi)
da tanti legislatori e giuristi successivi, tra gli altri, Del
Vecchio.
Al
rapporto tra possibile e impossibile, dobbiamo anche la concezione
dello spazio.
Lo
spazio del diritto è delimitato dal possibile. Ma i limiti
del possibile sono quelli
non solo del comando ma anche della lotta (il campo di battaglia). E
dei comportamenti relativi. Agli spazi della terra o del mare e ai
relativi
diversi tipi di guerre si è aggiunto (Schmitt) nel XX secolo lo
spazio aereo, e poi nel XXI secolo il cyberspazio.
Tutti
campi di battaglia nuovi resi possibili dal progresso tecnico. Che
come ha ampliato il possibile, lo ha fatto con lo spazio del
conflitto.
Cacciari
scrive è: «Illusionspolitik
l’idea che il processo di globalizzazione produca “naturalmente”
Ordine politico (di qualsiasi natura lo si immagini). La rete della
globalizzazione è tutta buchi politici… Anche l’idea,
logicamente assurda (non è questa la sede per dimostrarlo) dello
iustum bellum,
che riempie oggi la bocca degli stolti di tutto il mondo, nasce da
qui. Ma come potrà essere garantita la terzietà del giudice in un
conflitto tra Stati?»
e prosegue “O piuttosto, ancora, sarà da una catastrofe
“rigenerante” da una globale violenza
costituente,
che dobbiamo attenderci il Giudizio? Certo, esso non verrà da un
Tribunale terzo”. Per la verità gran parte dei giuristi
contemporanei non sono d’accordo. Tuttavia quelli che hanno
previsto il contrario, condividendo il giudizio di Hegel che non c’è
Pretore tra gli Stati tra i quali, come esempio di sintesi tra tesi
opposte, può ricordarsi Maurice Hauriou. Il
quale sosteneva che ogni comunità umana organizzata genera due tipi
di diritti e di giustizia: quella
intergroupale tra
pari e quella istituzionale-disciplinare,
tra non pari. Per cui né la situazione di parità elimina la
giustizia istituzionale-disciplinare né questa elimina quella,
perché entrambe fondate su caratteristiche
naturali
dell’uomo: la naturale socievolezza e l’essere
zoon politikon.
Scrive
Esposito, concludendo il suo saggio «il
chaos, quanto più esteso, tanto più reclama la possibilità di un
nuovo ordine.
Chaos
e nomos
si oppongono, ma sono allo stesso tempo complementari. Perciò oggi è
quanto mai urgente riattivare una rinnovata prassi istituente…
Rinnovata nel linguaggio e nelle intenzioni, la geopolitica è aperta
ad un confronto produttivo con il costituzionalismo democratico e
pluralista. Innanzitutto perché è in essenza pluralista –
escludendo la possibilità di un unico Impero o anche di un mondo
unipolare. E poi perché considera essenziale riconoscere, accanto al
proprio, il punto di vista dell’altro…
Del
resto, nonostante le pretese di universalità, il diritto ha sempre
una dimensione, o almeno un’origine, locale. Affonda sempre in una
terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli.
Perciò è sbagliato contrapporlo alla geopolitica. Ogni costituzione
giuridica poggia su un dato materiale senza il quale si dissolverebbe
in pura estrazione. Ma la terra, per farsi spazio politico, richiede
una legge che la determini. E’ questo nodo metafisico a legare
chaos e cosmo in un medesimo destino».
E tale stretto rapporto è avvertito e fondamentale nelle concezioni
realistiche
del diritto e nei giuristi che le hanno sostenute.