giovedì 12 aprile 2018

COMUNICATO: da "Lista Comitato No Nato". - Si prega chi legge e aderisce, di diffondere ulteriormente.

Gli Usa, il Regno Unito, la Francia, Israele, con la Nato al seguito, dopo averlo minacciato, preparano un attacco alla Siria, Stato arabo laico, democratico e socialista  ancora in piedi dopo 7 anni di aggressione e massacri, attacco che inevitabilmente coinvolgerà i suoi alleati, russi, iraniani e Hezbollah e non potrà non provocare reazioni e  culminare in una catastrofe planetaria, addirittura nucleare.
 
Coloro che promettono di attaccare sulla base di un’evidente macchinazione provocatoria, come quella dell’ennesimo presunto uso di armi chimiche a Ghouta da parte di Assad, proprio nel momento di una sua decisiva vittoria sul mercenariato jihadista, sono gli stessi che hanno trascinato il mondo in guerra dopo guerra sulla base di bugie, falsità, inganni, come le armi di distruzione di massa di Saddam, la responsabilità per l’11 settembre dell’Afghanistan, i bombardamenti sul proprio popolo di Gheddafi e Assad. Procedono alla distruzione e sottomissione di qualsiasi elemento statuale non allineato, causando milioni di morti innocenti e inenarrabili devastazioni. Ognuna di queste operazioni costituisce un crimine contro l’umanità.
 
Oltre al martirizzato popolo siriano, oggi è a rischio l’intera umanità per il fanatismo bellico e la frenesia di potere e ricchezza dei dirigenti di una minoranza che pretende di definirsi “comunità internazionale”, rappresentandone non più del 17%. Di fronte a questa corsa verso il suicidio planetario siamo finora rimasti attoniti e passivi. Se non è ora il momento per sollevarsi in massa, senza distinzione di ideologie e posizioni geopolitiche, riprendendo il filo di una lotta contro gli sterminatori, i profittatori di guerre e genocidi, gli schiavisti di un’economia che per affermarsi travolge popoli, nazioni, pezzi di mondo, domani non lo è più di certo.

Muoviamoci, organizziamoci, ribelliamoci, denunciamogli assassini e i loro complici.
Assediamoli! Fermiamoli! Ne va della vita.

Lista Comitato No Nato
comitatononato@googlegroups.com
comitatononato@gmail.com

venerdì 23 marzo 2018

Teodoro Klitsche de la Grange recensisce “La sinistra che verrà”.

Acquisto.
A.A.V.V., La sinistra che verrà, Minimum fax, Roma 2018, pp. 258, € 16,00

Sosteneva Thomas Hobbes (commentando Tacito) che il genio politico di Augusto si arguiva (anche) dall’uso che faceva delle parole, al fine di facilitare – ma anche di occultare e/o alterare il senso – i cambiamenti nell’ordinamento di Roma. Viene in mente perché il sottotitolo del libro è “Le parole chiave per cambiare”. E questa è la finalità del volume (con saggi di 22 autori): aggirare e ricostruire la cultura politica della sinistra attraverso un lessico nuovo per “la sinistra che verrà”. Tentativo, scrive Giulio Marcon nell’introduzione, “più urgente dopo la sconfitta del blocco comunista con il 1989 e della sua alternativa socialdemocratica e riformista, travolta dall’avanzata del modello neoliberista che a partire dagli anni  Ottanta ha colonizzato l’economia, la società, l’ambiente, la cultura”. Si è infatti affermato “il cosiddetto finanzcapitalismo, che potrebbe avere come rappresentante moderno quell’antico mostro mitologico di Gerione di cui Dante disse nell’Inferno: «Ecco la fiera con la coda aguzza/ che passa i monti e rompe i muri e l’armi! / Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!»…Il capitalismo si è “radicalmente trasformato” e la sua finanziarizzazzione ripropone “un’egemonia (anche culturale), e di nuove gerarchie di potere, ricomponendo identità e processi sociali e spazzando via il «compromesso fordista» del Novecento. Processo che non è stato capito dalla sinistra per cui questa è in crisi dentro e fuori dall’Europa. Infatti “La sinistra cosiddetta «riformista» - socialdemocratica e moderata – è scomparsa in Grecia, ridotta al lumicino in Francia, sconfitta in Spagna e in Germania, in grandissima difficoltà in Italia”. Secondo Marcon la sinistra radicale gode di migliore salute “Da Syriza in Grecia a Podemos in Spagna, dal Labour in Gran Bretagna a Mélenchon in Francia fino al governo di «alternativa di sinistra» in Portogallo”, onde è in grado di prefigurare una società più giusta e più uguale.

Ad avviso del prefatore “Le politiche neoliberiste hanno messo al centro il mercato e il privato; la sinistra deve ricostruire una cultura dei beni comuni e del «pubblico». Il neoliberismo ha rilanciato la centralità dell’impresa e dell’individuo nel suo interesse privato; la sinistra deve rivendicare la centralità della società e della persona nel suo contesto comunitario”. A ciò serve un “lessico nuovo. Perché le parole contano. In questi anni l’ideologia neoliberista ha contaminato non solo percezioni e culture, ma anche le parole e il modo di esprimersi”. E questo “libro a più voci vuole appunto essere un piccolo contributo alla ricostruzione di una cultura politica della sinistra”.

L’altro curatore del volume, Giuliano Battiston scrive nella nota conclusiva che “Le parole sono veicoli del pensiero e strumenti di azione. Non solo descrivono il mondo, ma contribuiscono a trasformarlo”; occorre, sostiene, riflettere sulla crisi “La crisi ha avuto origine nella progressiva evasione dell’economia dal controllo democratico, nelle politiche istituzionali che hanno favorito l’ascesa della finanza predatrice, che ha prodotto disuguaglianza e instabilità (James K. Galbraith), ma segna anche la dissoluzione del capitalismo postbellico, quella particolare formazione sociale che aveva allineato democrazia e capitalismo intorno a un patto sociale che gli conferiva legittimità”. Oggi il “capitale avanza, la democrazia indietreggia”; onde “a uscirne incrinata è la stessa metafora fondante della società occidentali capitalistica: il contratto sociale” con la prevalenza di processi di esclusione sociale su quelli di inclusione. Gli autori di questo libro invitano ad essere consapevoli della trasformazione del capitalismo per cui “Si tratta di abbandonare una fede e una religione – la religione del progresso, la fede nello sviluppo – in favore di un’altra società, una società di abbondanza frugale, che punti al benessere condiviso, alla giustizia per tutti”.

Se il proposito degli autori è condivisibile, perché non si possono applicare schemi otto-novecenteschi in un contesto socio-politico economico dove si presentano obsoleti, è anche vero che il loro armamentario di riferimento tiene spesso ancora conto di parametri e griglie superati.

In particolare il criterio destra/sinistra. Questo è già in se equivoco, perché tende ad accumunare due distinzioni epocali di contrapposizione politica: quella, prevalente nel XIX secolo, dell’opposizione tra borghesia/potere monarchico, e quella del “secolo breve” tra borghesi e proletari. Ritiene Marcon che “Norberto Bobbio in Destra e sinistra individua nell’uguaglianza il concetto (il valore, la politica) su sui si costruisce il discrimine tra destra e sinistra. È a fondamento della nostra Costituzione (articolo 3) e informa ogni proposta e progetto che sia di sinistra”. Ne deriva che sia il discrimine destra/sinistra sia il carattere fondamentale di questo (l’uguaglianza) sono considerati aventi ancora un valore politico fondamentale, determinante la dicotomia amicus/hostis. Solo che non è più così: la distinzione ha perso valore, è in fase di neutralizzazione, anche se alcune esigenze possono trasmigrare in una nuova scriminante amico/nemico (e in molti dei saggi raccolti nel volume, lo si avverte anche implicitamente).

Ad esempio la scriminante del “secolo breve” era fondata sui rapporti di produzione e sulla contrapposizione tra capitalisti ed operai. Ormai, nell’epoca del finanzcapitalismo l’appropriazione della ricchezza prodotta dagli uni e dagli altri è percepita e in gran parte lo è realmente, come effetto dello sfruttamento di elite politiche e burocratiche, di clientele consolidate, della finanza (interna ed) internazionale, e, da ultimo, della concorrenza (di paesi) e manodopera a basso costo. Non è più determinata (fondamentalmente) dal rapporto di produzione, ma dallo sfruttamento fondato su altro. Il nemico è così diventato, anche (forse soprattutto) per larghi strati popolari, il burocrate e il finanziario parassita, il garantito per scelta pubblica (politica), il migrante sfruttato (come concorrente sul mercato del lavoro). Lo stesso criterio dell’eguaglianza individuato da Bobbio (a parte che anche all’epoca, aveva dubbio valore fondamentale), ha carattere relativo, allorquando il criterio discriminante è più conseguenza di un differenziale di potere (politico ed economico).

Il potere globalizzante attenta non tanto all’eguaglianza tra individui e a quella tra comunità umane, ma al carattere d’indipendenza di queste, ossia di non dipendere da decisioni di altre sintesi politiche, ma avere la suità di tomistica memoria (liber est qui sui causa est).
 
L’invadenza della globalizzazione, il suo limitare la sovranità, e così l’indipendenza delle comunità, è ciò che fa riconoscere il nemico e il campo centrale della nuova scriminante. Alla quale le altre, e i corrispondenti conflitti d’interesse, tendono ad essere subordinati. La decisione fondamentale non è più se stare con i borghesi o i proletari, con i poveri o i ricchi, ma con i propri concittadini o con gli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange


domenica 18 marzo 2018

Come Israele e i suoi sostenitori lavorano per censurare Internet.

Ero pagato per...”
Riunisco in uno stesso post di Civium Libertas la serie di articoli che “Invicta Palestina” sta traducendo in italiano, proponendole poi alla rete per la diffusione. Mi preme sottolineare un aspetto che forse non è stato ancora visto. L’imponente apparato mediatico azionato direttamente dal governo israeliano agisce, prima ancora che sulla rete, sugli apparati di produzione normativa degli stati dove sono presenti potenti lobby ebraiche, che hanno loro deputati e loro contatti governativi. Commissionano apposite leggi che si affiancano ai sistemi di cui qui si parla e che agiscono come immense macchine della delazione. La controffensiva andrebbe pertanto rivolta non già agli organizzatori di questi servizi dal contenuto idiota, quanto contro quei nostri politici che in pratica ci hanno già venduti. Non è difficile sapere chi sono e individuarli, chiedendo conto del loro operato e denunciando la violazione dei nostri diritti costituzionali. Non è difficile sapere quali sono le leggi da abrogare immediatamente con un colpo solo. Mi considero una “vittima” di questa organizzazione criminale che agisce con il sostegno degli stati. Reagisco quindi non mosso da “rancore" o addirittura “odio”, da loro strumentalizzato e messo al loro servizio, ma con l'unico scopo di ristabilire la Giustizia e il rispristino dei diritti costituzionali di libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento, di critica politica. In passato, su questo blog, era già stato pubblicato un articolo: Ero pagato per..., antecedente e non recente, che dava un quadro dell’attività dell'Hasbara. Se quell’articolo, poteva essere dalle parti interessato rigettato come non attendibile, il servizio che adesso segue è pienamente confermativo di una prassi che è assai antica e che andrebbe ricostruita con un minuzioso lavoro di ricerca storica.

CL

Come Israele e i suoi sostenitori lavorano
 per censurare Internet.
 di
Alison Weir, 8 marzo 2018

Studenti all’Accademia di informatica e sicurezza informatica israeliana.
 Israele sta anche “setacciando le comunità ebraiche all’estero
 per trovare giovani informatici prodigio disposti a collaborare”.

“Numerosi progetti ben finanziati, organizzati da e per Israele lavorano per inondare i social media con propaganda filo-israeliana, e bloccare invece notizie non gradite a Israele. I progetti utilizzano soldati israeliani, studenti, adolescenti americani e altri, e vanno dall’infiltrazione in Wikipedia all’influenza su YouTube. Alcuni operano nei Centri della comunità ebraica negli Stati Uniti.”

Gente che andava sul canale trovava un messaggio che diceva che il sito era stato chiuso per “violazioni delle linee guida di YouTube” – lasciando intendere al pubblico che eravamo colpevoli di irregolarità – assicurando che loro non sapevano nulla sulle informazioni che stavamo cercando di diffondere.

Quando abbiamo tentato di accedere al nostro canale, abbiamo trovato un messaggio che diceva che il nostro account era stato ‘disabilitato permanentemente’. Non avevamo ricevuto alcun avviso e non abbiamo ricevuto spiegazioni.

Dopo cinque giorni, abbiamo ricevuto un messaggio generico in cui si diceva che YouTube aveva esaminato i nostri contenuti e determinato che non violavano alcuna linea guida. Il nostro canale è tornato di nuovo online.

Allora, perché all’inizio è stato chiuso? Cosa è successo e perché?

A quanto pare, Israele e le istituzioni israeliane impiegano eserciti di guerrieri di Internet, dai soldati israeliani agli studenti, per diffondere propaganda online e cercare di ottenere che vengano vietati contenuti che Israele non vuole che siano mostrati.

Forse come i nostri video di palestinesi uccisi dalle forze israeliane.

1. Quello che è successo.

Qualche giorno prima della chiusura del nostro canale, abbiamo ricevuto una notifica con email da YouTube, che ci diceva che avevamo ricevuto “un avvertimento” per un breve video su un uomo palestinese ucciso da soldati israeliani. Il video faceva parte della nostra serie realizzata per rendere le vittime palestinesi, solitamente ignorate dai media statunitensi, visibili agli americani.

Ci vogliono tre minuti per guardare il video e vedere che non contiene nulla di discutibile, a meno che rivelare crudeltà e oppressione siano discutibili:

https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=m7_JNgc26lY
[si accede al video you tube cliccando sul link]

L’email di YouTube affermava che avevamo in qualche modo violato la loro lunga lista di linee guida, ma non ci diceva quale o come. Semplicemente dichiarava:
“Il tuo video ‘Ahmad Nasser Jarrar’ è stato segnalato per una revisione. Dopo aver esaminato, abbiamo stabilito che viola le nostre linee guida. L’abbiamo rimosso da YouTube e assegnato un avvertimento relativo alle Norme della community, o penalità temporanea, al tuo account.”

Tale sanzione non è pubblica e non chiude il canale.

Tre giorni più tardi, prima ancora che avessimo avuto la possibilità di fare appello contro questo avvertimento, YouTube improvvisamente ha cancellato l’intero canale. Il tutto compiuto senza ulteriori avvertimenti o spiegazioni.

In violazione delle norme di YouTube pubblicate.

Le norme di YouTube dicono che esiste un sistema di ‘tre avvertimenti’ con il quale avvisa per tre volte le persone alle quali sono riconosciute presunte violazioni, prima di chiudere un canale. Se un canale alla fine viene chiuso, le norme stabiliscono che YouTube invierà un’e-mail  “che specifica il motivo della sospensione”. Niente di tutto ciò è accaduto nel nostro caso.

==========Breve parentesi==========
Caso simile anche in Italia per il nostro canale Invictapalestina, segue notifica con scadenza aprile 2018 e video “esaminato”. Il nostro ricorso è stato respinto.

Questa segnalazione è riferita al canale YOUTUBE di Invictapalestina, con altri due avvertimenti il canale potrebbe essere chiuso. Israele semina odio, Invictapalestina lo documenta e il canale è messo a rischio.


Anche in questo caso è necessario un minuto  per guardare il video e vedere che non contiene nessun incitamento all’odio da parte nostra. (Il video  è oscurato sul nostro ma visibile egualmente sul nostro blog/pagina Facebook e  in altri server grazie a siti amici che l’hanno ricaricato).

Link al video: https://www.invictapalestina.org/archives/31569


lunedì 5 marzo 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: «Stato rappresentativo e vincolo di mandato»


STATO RAPPRESENTATIVO E VINCOLO DI MANDATO

C’è da chiedersi perché i “vecchi” giuspubblicisti e scienziati della politica chiamavano lo Stato loro contemporaneo, ossia lo Stato post-rivoluzione francese preferibilmente Stato rappresentativo e, come concetti prossimi e/o derivati, le istituzioni di quello rappresentative, il regime politico rappresentativo, la stessa democrazia rappresentativa e rappresentativo il governo (e la forma di governo). Oggigiorno, a partire (grosso modo) dalla metà del secolo scorso, al posto di rappresentativo lo si caratterizza come liberale o democratico-liberale (raramente borghese) (1).

Carl Schmitt (1888-1985)
Dagli autori e dai loro contributi (citati in nota e da altri) risulta la duplicità dei significati dei termini rappresentanza e rappresentativo i cui estremi sono da un lato il carattere necessario, per cui non c’è possibilità di governo e quindi di sintesi politica senza rappresentanza. Come sostiene Carl Schmitt la rappresentanza è un principio di forma politica; senza quel principio (così come senza quella d’identità) non c’è forma di Stato (2).

Scrive Schmitt “Nella realtà della vita politica esiste tanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali del principio di identità, quanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali della rappresentanza. Anche là dove è fatto il tentativo di realizzare incondizionatamente un’identità assoluta, rimangono indispensabili gli elementi e i metodi della rappresentanza, come viceversa non è possibile nessuna rappresentanza senza raffigurazioni dell’identità”.

E.J. Sieyès (1748-1836)
Dall’altro la necessità che il rappresentante sia scelto dai rappresentati e sia in sintonia con essi. Ambo i caratteri sono già presenti nel discorso di Sieyés del 7 settembre 1791 all’Assemblea costituente francese, così come le ragioni che li rendono insopprimibili (3).

Se è vero che la rappresentanza è necessaria perché è principio di forma politica è anche vero che (l’altro polo del significato del termine) viene considerato rappresentante chi è, in qualche misura, in sintonia con i rappresentati. Scrive Fisichella “In termini di rapporto tra elezione e rappresentanza, si possono configurare tre combinazioni principali. Si può ipotizzare, per cominciare, una elezione senza rappresentanza … Ancora più nutrita è la combinazione inversa, cioè la rappresentanza senza elezione. Del monarca si dice che rappresenta la nazione, senza che nelle monarchie ereditarie egli passi attraverso il momento elettivo” (4). Ma se “tralasciamo l’elezione che non dà luogo a rappresentanza, in quanto esula dal nostro tema che invece ha per oggetto appunto la rappresentanza, ci accorgiamo che rimangono i due casi della rappresentanza senza elezione e della rappresentanza elettiva … vale chiedere in prima istanza a quale livello incide l’elemento elettivo, cioè in altri termini quali differenze sussistono tra rappresentanza elettiva e non” (5). Quanto alla somiglianza sociologica delle istituzioni rappresentative “come riproduzione del microcosmo rappresentativo del macrocosmo sociale … Siamo nel contesto della concezione «descrittiva» della rappresentanza o, se vogliamo, della rappresentanza come rappresentatività”, ma non è detto che un organo non elettivo non sia meno rappresentativo in questo senso. Parimenti per la rappresentatività psicologica per cui “non è necessario enumerare altri casi, oltre i due ora richiamati, per inferirne la possibilità dell’esistenza di assemblee che siano rappresentative anche se non elettive”. Pertanto a fare “la differenza” è il carattere partecipativo dell’elezione “Solo la rappresentanza elettiva è la rappresentanza democratica, nel senso che in essa si realizza il precetto partecipativo” (6). E prosegue “La repubblica di cui parla il Federalist per distinguerla dalla democrazia, è pur sempre una realtà democratica, se la sua rappresentanza vi è elettiva”. Anche perché la procedura elettiva ha un (potente) effetto di integrazione.

A concludere questo breve excursus su un tema quanto mai trattato dalla dottrina così come dalla politica “militante”, se ne deduce che carattere (e funzione) principale della rappresentanza è dare capacità d’azione (e quindi esistenza) alla comunità di cui le istituzioni rappresentative sono organi. É l’impossibilità (se non per comunità piccolissime) di agire come politica che determina l’inevitabilità della rappresentanza politica. E la necessità anche dei di essa corollari, affinchè possa operare congruamente alla funzione principale.

Gaetano Mosca (1858-1941)
2. L’insistenza con cui i “vecchi” giuristi (Mosca, ancorché ricordato soprattutto come scienziato della politica, era professore di diritto costituzionale) definivano come “rappresentativo” lo Stato successivamente denominato “liberale” o (meglio) “democratico-liberale” è probabilmente da ricondurre al (sotteso) concetto di costituzione e in genere di ordinamento (e non lontano dalla concezione schmittiana della costituzione).

Questo è in primo luogo, relativamente allo Stato rappresentativo (o borghese) l’ordinamento di uno status mixtus cui concorrono sia i principi di forma politica (identità e rappresentanza, istitutivi dell’organizzazione politica) che dell’ “ordine” borghese (con funzione limitativa del potere politico e pubblico in generale) (7).

Dato che l’esistenza (e la capacità d’azione) politica è costituita e modellata dai primi (e i secondi non sono necessari a quella) sono questi, e in particolare il principio rappresentativo a connotarlo. Anche se tale rappresentanza, avendo un carattere democratico (o proiettato verso la democrazia), è orientata verso tale specie del genere rappresentativo. Successivamente tale carattere è passato in secondo piano, cedendo la priorità alla tutela del diritti fondamentali (e quale principio organizzativo orientato alla libertà, alla distinzione dei poteri).

Ciò non toglie che come scriveva Santi Romano “Costituzione, significa, come si è detto, assetto o ordinamento che determina la posizione, in sé e per sé e nei reciproci rapporti che ne derivano, dei vari elementi dello Stato, e, quindi, il suo funzionamento, l’attività, la linea di condotta per lo stesso Stato e per coloro che ne fanno parte o ne dipendono” (8).

3. Da qualche anno si è contestato il precetto, derivante dal carattere rappresentativo dell’unità politica, per cui il rappresentante non può avere vincoli di mandato (disposto fin dalla Costituzione francese del 1791, Titolo III, cap. I, art. 7). Si sostiene data la scarsa fedeltà dei parlamentari al partito nelle cui liste sono stati eletti, (al punto che la maggioranza dei parlamentari della legislatura passata ha cambiato partito) l’opportunità di abolire, ma per lo più limitare quel principio con precetti antivoltagabbana.

A tal fine si vorrebbe limitare la libertà di decisione dei parlamentari sia con norme comportanti decadenza dall’incarico, sia con sanzioni economiche. Cioè circoscrivere giuridicamente ciò che politicamente non tollera limiti. Una proposta ufficiale è quella di recente lanciata da Di Maio. Secondo il quale introdurre il vincolo di mandato sarebbe “l’unico vero antidoto alla piaga dei voltagabbana che ammorba il Parlamento da anni” perché si tratta di gente che si prende 15.000 euro al mese grazie al voto dei cittadini per portare avanti un programma e poi invece fa quello che gli pare… Per noi il parlamentare è un portavoce delle istanze degli italiani (cioè Di Maio rivaluta il “corriere politico” così svalutato da Sieyès) … Se il programma per cui è stato votato non gli sta più bene, allora prende e se ne va a casa senza stipendio, senza buonuscita”.

Tutte tali proposte, ancorché quelle dei Cinquestelle siano blande, violano il principio della libertà (d’azione e di opinione) degli organi rappresentativi e dei loro componenti e che non si limita alla sola salvaguardia dall’invadenza del Giudice penale, ma ha portata (e ratio) generale. Scriveva Orlando che “l’istituto delle immunità parlamentari non ha bisogno di essere collegato con alcuna ragione di convenienza specifica, ma si giustifica come si giustifica ogni istituto di diritto comune, cioè con la semplice enunciazione di quella che i romani chiamavano ratio iuris(9); onde le prerogative parlamentari vanno considerate nella loro inscindibile connessione.

Immunità personali, reali, funzionali sono tutte specificazioni del principio che “nessuna volontà esteriore può, non diremo limitare, ma neanche semplicemente concorrere con quella dell’Assemblea nell’esercizio delle sue attribuzioni”. Il principio che le accomuna consiste nell’inviolabilità; perché ciò che conta è che “la persona (o il collegio di persone) che dell’inviolabilità è coperta, non può essere  sottoposta ad alcuna giurisdizione, in quanto questa si attui attraverso una coazione sulla persona” e va intesa come “indipendenza da ogni giurisdizione (10).

Ciò stante la coazione che verrebbe esercitata nel parlamentare anche nell’ipotesi blanda dei Cinquestelle, è comunque lesiva dell’indipendenza del Parlamento (11). Perché “Che fra gli organi onde lo Stato manifesta la sua volontà e la attua, uno ve ne sia che su tutti gli altri sovrasta, superiorem non recognoscens, e che non potendo appunto ammettere un superiore (ché allora la potestà suprema si trasporterebbe in quest’altro) deve essere sottratto ad ogni giurisdizione e diventa, per ciò stesso, inviolabile ed irresponsabile, è noto” (12).

La notorietà di cui scriveva il Presidente della vittoria si è, evidentemente, assai ridotta; ciò non toglie che l’esigenza per cui era (ed è) stata (fin dagli albori del costituzionalismo moderno) prescritta nelle Carte Costituzionali non sia venuta meno.

Sanzionare il parlamentare anche solo con pronunce di decadenza dall’incarico o di perdita dello stipendio e della pensione è una forma, meno intensa di altre, di esercitare pressioni sul rappresentante. Da parte o di altri poteri dello Stato, nel caso quello giudiziario, e/o anche di poteri non statali (partiti e non solo).

Perché anche se a promuovere il giudizio per la decadenza dallo stipendio fosse anche solo un comitato di elettori, a pronunciarlo sarebbe – a quanto pare – un Giudice (ossia un potere costituito esterno al Parlamento).

E quello del quis judicabit? è il problema principale della decisione. Mentre la “sanzione” prevista dall’ordinamento rappresentativo (ed esercitata da sempre) è quella più logica e conforme al sistema: che il rappresentante fellone sia giudicato dagli elettori i quali, conformemente al carattere democratico della rappresentanza, come hanno il potere di nominarlo, hanno anche quello di giudicarne l’operato e negargli la conferma nell’incarico (13).

Potere che è più complicato da esercitare – e ce ne rendiamo conto – quando, con la seconda Repubblica si sono promulgate leggi elettorali che, progressivamente, hanno prodotto più camere di nominati (dai partiti) che di eletti (dal popolo).

Nella speranza (o illusione) che il futurellum dia maggior spazio alla scelta da parte degli elettori delle persone (e non solo dei partiti), non è comunque ravvisabile l’opportunità che si proceda ad un ulteriore condizionamento dell’indipendenza delle camere.
Insomma: pezo el taco del buso.

Teodoro Klitsche de la Grange


(1). Si ricordano alcuni luoghi in cui il termine rappresentativo è utilizzato come nel testo v. V.E. Orlando principi di diritto costituzionale, Barbera (s.d.) p. 64 ss.: “Il governo rappresentativo suppone innanzi tutto che i cittadini partecipino, per mezzo di diritti politici, alla cosa pubblica: riferendocene quindi al criterio delle tre forme secondarie, possiamo dire che questa forma di governo deve necessariamente essere semilibera o libera… esso è dunque una forma di governo popolare o libera o democratica che dir si voglia” nel concetto di rappresentanza si differenzia la distinzione da quello diretto “Il criterio che distingue questo tratto caratteristico si può averlo da questa considerazione materiale, cioè che l’esercizio dei diritti politici, al popolo riservati, non si fa direttamente dai cittadini medesimi… ma bensì per mezzo di rappresentanti, scelti dal popolo”. Caratteristica del governo rappresentativo erano l’armonia tra coscienza popolare e diritto positivo, la distinzione dei poteri, la tutela giuridica e la pubblicità (e con ciò l’opinione pubblica è elemento di controllo). La forma di governo rappresentativo si connette sia alla forma monarchica che a quella repubblicana democratica; Gaetano Mosca parla di “sistema” e “regime” rappresentativo, i quali riproducono, anche in forma democratica (elezione dei rappresentanti) il potere delle minoranze organizzate sulla maggioranza “Quel che avviene colle altre forme di Governo, che cioè la minoranza organizzata domina la maggioranza disorganizzata, avviene pure, e perfettamente, malgrado le apparenze contrarie, col sistema rappresentativo… Accade nelle elezioni, come in tutte le altre manifestazioni della vita sociale, che gl’individui, che hanno la voglia e soprattutto i mezzi morali, intellettuali e materiali per imporsi agli altri, primeggiano su questi altri e li comandano” Elementi di scienza politica, Torino 1923, p. 142 (in altre opere ripete sempre l’aggettivo “rappresentativo”, con significato conforme. V. ad es. “Lo Stato città antico e lo stato rappresentativo moderno” in Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare, Bari 1949, p. 37 ss.). Scrive Santi Romano “Più volte, si è avuta l’occasione di notare che, fra le istituzioni governative dello Stato, alcune hanno carattere rappresentativo, cioè rappresentano il popolo o la nazione e sono quindi, quelle nelle quali trova la sua più tipica espressione la forma del governo democratico, in quegli Stati in cui alla democrazia diretta si è sostituita, in tutto o in parte, quella indiretta, ossia rappresentativa. Fra tali istituzioni, basti ricordare le camere parlamentari, che nelle costituzioni che hanno adottato il sistema bicamerale sono spesso entrambe rappresentative, mentre talvolta siffatto carattere ha una sola delle due camere, e il presidente o la suprema istituzione governativa della repubblica, che, per definizione, è sempre rappresentativa… l’istituto della rappresentanza politica è uno di quegli istituti, che erano sorti nel medioevo anche nell’Europa continentale, compresa l’Italia, ma che, in quanto sono ora tipiche espressioni del moderno costituzionalismo, derivano, direttamente o indirettamente, dal diritto costituzionale inglese… Essa partiva dal principio della sovranità popolare, e riteneva che gli elettori, come organi del popolo, delegassero, mediante l’atto elettivo, detto perciò mandato, l’esercizio di tale sovranità agli eletti… I primi dubbi sulla consistenza di tale teoria sorsero quando al principio della sovranità popolare fu sostituito quello della sovranità dello Stato”. Tali istituzioni “si dicono rappresentative vengono così qualificate perché, nella loro stessa struttura, nel modo con cui sono designate le persone ad essere preposte, in tutti i momenti del loro funzionamento, è implicito lo scopo che esse hanno di mantenere in un continuo e stretto rapporto lo Stato con la nazione, cioè col suo popolo”. Anche se l’elezione non basta a conferire loro il carattere rappresentativo. La rappresentanza può essere “necessaria, che si ha quando il rappresentato non ha la capacità di agire da sé, e quella volontaria, che ha luogo per volontà dello stesso rappresentato, nonché del rappresentante, fuori dei casi di incapacità”. La rappresentanza politica “è una rappresentanza necessaria. Il popolo quando non si ha un governo democratico diretto, non ha la possibilità giuridica di curare e tutelare i suoi interessi se non per mezzo di rappresentanti e, di solito, scegliendo esso stesso questi ultimi. È inoltre rappresentanza legale, che ha, cioè per fonte la legge” (v. Principii di diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 160 ss.).  Testo

(2). V. anche “La diversità delle forme di Stato si basa sul fatto che ci sono due principi di forma politica contrapposti, dalla cui realizzazione ogni unità politica assume la sua forma concreta … Lo Stato è una condizione, e precisamente la condizione di un popolo. Ma il popolo può raggiungere e ottenere in due diversi modi la condizione dell’unità politica. Esso può già nella sua immediata datità – in virtù di una forte e consapevole omogeneità, in seguito a stabili confini naturali o per qualsiasi altra ragione – esser capace di agire politicamente. Inoltre esso è come entità realmente presente nella sua immediata identità con se stesso un’unità politica … Il principio contrapposto parte dall’idea che l’unità politica del popolo in quanto tale non può mai esser presente nella reale identità e perciò deve esser sempre effettivamente presente” V. Verfassungslehre trad. it. di A. Caracciolo La dottrina della costituzione, Milano 1984 pp. 270-272.  Testo

(3). V. Diceva l’abate rivoluzionario “È quindi necessario convenire che il sistema di rappresentanza e i diritti che volete ricollegarvi in tutti i gradi devono essere determinati prima di decidere alcunché sulla divisione del corpo legislativo e sull’appello al popolo delle nostre deliberazioni. I moderni popoli europei somigliano ben poco a quelli antichi. Tra noi non si tratta che di commercio, di agricoltura, di opifici … Tuttavia non potete rifiutare la qualità di cittadino e i diritti correlativi, a questa moltitudine senza istruzione che la necessità di lavorare assorbe completamente. Perché proprio come noi debbono obbedire alla legge, devono anche, come voi, concorrere a farla. E questo concorso dev’essere uguale. Può esercitarsi in due modi. I cittadini possono accordare la loro fiducia a qualcuno di loro: senza spogliarsi dei loro diritti, ne affidano l’esercizio. È in vista dell’utilità comune che nominano delle rappresentanze ben più capaci di loro di capire gli interessi generali, e d’interpretare, in vista di questi, la loro propria volontà. L’altro modo d’esercitare il proprio diritto a formare la legge è di partecipare in prima persona a farla. Questa partecipazione diretta è ciò che caratterizza la vera democrazia. Quella mediata è connaturale al governo rappresentativo. La differenza tra questi due sistemi politici è enorme” e proseguiva “Non è dubbio, tra noi, su quale debba essere la scelta tra questi due metodi per fare la legge. In primo luogo, la stragrande maggioranza dei nostri concittadini non ha abbastanza istruzione, né abbastanza tempo a disposizione per volersi occupare direttamente delle leggi che devono governare la Francia; la loro opinione è dunque di nominare dei rappresentanti”. Ciò comporta che “i cittadini che si nominano dei rappresentanti rinunciano e devono rinunciare a fare essi stessi direttamente la legge: e, di conseguenza, non hanno alcuna volontà particolare da imporre. Ogni influenza, ogni potere compete ad essi sulla persona dei loro mandatari; ma questo è tutto. Se dettassero delle volontà questo non sarebbe più uno stato rappresentativo; sarebbe uno stato democratico”: di conseguenza è inammissibile il mandato imperativo come se ciascun deputato fosse il commesso del proprio committente (il collegio elettorale) “un deputato lo è della nazione intera; tutti i cittadini ne sono i mandanti … non c’è né può esservi, per un deputato altro mandato imperativo, o del pari, altre aspirazioni, che quelle nazionali; non deve dar ascolto ai suggerimenti dei suoi elettori se non quando siano conformi ai desideri generali”; infatti nell’assemblea “Non si tratta, qui, di registrare, uno scrutinio popolare, ma di proporre opinioni, infine formare in comune una comune volontà”; e “È pertanto inutile che vi sia una decisione nei baliaggi o nelle municipalità, o in ciascuna casa di città o di paese, perché le idee cui mi oppongo non portano che ad una specie di Certosa politica. Questi tipi di pretese sarebbero assai più che democratiche. La decisione non spetta, e non può non spettare che alla sola Nazione, riunita in assemblea. Il popolo o la nazione non può avere che una sola voce, quella della legislatura nazionale” (il corsivo è mio).  Testo

(4). V. La rappresentanza politica, Milano 1983, pp. 11-12.  Testo

(5). Op. cit. pp. 12-13.  Testo

(6). Op. cit. p. 14  Testo

(7). C. Schmitt, op. cit., p. 267.  Testo

(8). E proseguiva, criticando la concezione di chi ritiene costituzionale solo lo Stato borghese “E sempre in base a tale principio nel campo della dottrina si è spesso ritenuto e da qualcuno si ritiene ancora, che diritto costituzionale sia soltanto quello dello Stato a regimec.d. libero, o, specificando di più, con riguardo alla figura che tale regime ha assunto nello Stato moderno, quello dello Stato «rappresentativo», mentre un diritto costituzionale non avrebbero gli Stati c.d. assoluti o dispotici o anche semiliberi… Ogni Stato è per definizione, come si vedrà meglio in seguito, un ordinamento giuridico, e non si può immaginare, quindi, in nessuna sua forma fuori del diritto… Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo”, op. cit., pp. 2-3. Testo
(9).Diritto pubblico generale, Milano 1954, p. 484.  Testo

(10). Op. cit., pp. 485-486.  Testo

(11). Per salvaguardare la quale è da sempre (addirittura) disposta la “giurisdizione domestica” per i dipendenti delle Camere.  Testo

(12). Orlando op. cit., p. 487 (il corsivo è mio).  Testo

(13). C’è da valutare poi se un simile tipo di sanzione (il cambiamento di gruppo politico e perciò di partito) sia volto a tutelare (e in quale misura) la fedeltà al partito o quella agli elettori nel caso, non infrequente che non coincidano. L’antico reato di fellonia prescriveva sanzioni contro il vassallo sleale verso il signore feudale (il rapporto era tra persone fisiche determinate). Così com’è stato sinteticamente esposta la proposta dei 5 stelle (ed altre analoghe) pare prevedeva una fattispecie  - il cambio di gruppo parlamentare – più volta ad assicurare la fedeltà al partito che ai propri elettori. Sarebbe poi interessante a tal fine sapere chi può farlo valere (il partito? Un suo organo?  O sarebbe attivabile con azione popolare?  Testo

giovedì 15 febbraio 2018

“Traditi, sottomessi, invasi”: Teodoro Klitsche de la Grange recensisce il libro di Antonio Socci.

Antonio Socci, Traditi sottomessi invasi, Rizzoli, Milano 2018, pp. 312, € 18,00.
Questo libro appartiene a quella pattuglia di saggi – per la verità, in rapido accrescimento – in cui si considera l’Italia in piena decadenza, ma si spera che possa esserci una resurrezione, un Rinascimento. Per aversi quest’ultimo è tuttavia necessaria la consapevolezza di trovarsi nell’altra: proprio quel che la classe dirigente – e la cultura di regime – occulta e/o evita di ammettere perché dimostrerebbe sia la propria decrepitezza che, ancor più, quella delle idee e della formula politica che sostiene.

Antonio Socci: pagina ufficiale.
Scrive l’autore “Il popolo italiano da secoli è stato dalle sue élite, umiliato, svenduto e sottomesso agli stranieri… L’Italia è stata pascolo, anche negli ultimi decenni, per grandi, medie e piccole potenze che hanno scorrazzato e spadroneggiato indisturbate (pure con i loro servizi segreti) fra le sue gloriose vestigia, imponendoci i loro interessi e calpestando i nostri. Gli italiani sono stati trattati da sudditi, senza più sovranità sostanziale… Perciò non sorprende che il rapporto Censis 2017 sveli che il 64 per cento degli italiani è convinto che gli elettori non contino nulla… un italiano su due (il 49 per cento) dichiara di sentirsi straniero in patria e il 73 per cento ritiene che l’Italia sia un Paese in declino”. Circostanze confermate (tra l’altro) dai dati economici dell’ultimo quarto di secolo. L’Italia è cresciuta di circa 2 punti del PIL, mentre la crescita media dei paesi dell’Unione europea è di circa 30 punti nello stesso periodo. Il risultato è che “è esplosa la povertà fra le famiglie italiane, lo stato sociale è a pezzi, aziende chiuse, operai rimasti disoccupati e imprenditori suicidi, spazzati via decenni di conquiste sociali, i lavoratori depauperati e prostrati”. Lo Stato sociale, che era il fiore all’occhiello del “compromesso fordista” (socialdemocratico-liberale) deperito come e forse di più di quanto si sia bloccata la crescita economica. Questo a convalidare che tutti i discorsi fatti sui diritti del Welfare, come sulla “Costituzione più bella del mondo” (ecc. ecc.) valgono poco o niente quando non sono sostenuti dallo sviluppo economico.

Peraltro “si continua a non vedere il problema di fondo costituito dalla moneta unica e dai vincoli Ue che significano dominio tedesco e sfacelo italiano”; in effetti “abbiamo classi dirigenti che sembrano non sapere nemmeno cos’è l’Italia, cosa rappresenta nella storia umana”. L’unione europea ha svolto un ruolo negativo (e non solo perché piegata agli interessi della Germania). In effetti l’Unione europea “non è stata solo un disastro per la nostra economia nazionale: ha preteso pure di imporre un’omologazione culturale e ideologica”. Tuttavia “non è stata solo dabbenaggine quella dei governi che – nel corso degli anni – ci hanno portato a questo punto. C’è stata soprattutto subalternità psicologica e ideologica e anche grossolana incompetenza, arroganza, cecità irresponsabile, mancanza di senso dello Stato, disprezzo per il nostro popolo”. La classe dirigente decaduta è “Un mondo che si abbevera ai giornali politically correct sfornati dal capitale e solidarizza con tutti i popoli meno il nostro… Un mondo di bella gente che si ritiene colta, illuminata e professa l’ovvio dei popoli. Cercano di riempire il vuoto delle anime con utopie sempre nuove: oggi quelle cosmopolite appena messe in commercio dalle multinazionali del cazzeggio ideologico… Oggi come ieri detestano la fede e la tradizione cattolica del nostro popolo che non conoscono, ma trovano interessante da sostenere qualunque altra religione”.

La conclusione è che “fra pochi anni l’Italia non esisterà più. Non solo per un crollo demografico che, a breve, rischia di diventare tecnicamente irrimediabile. Nell’arco della nostra generazione infatti si sta consumando precisamente questo avvenimento epocale: la sparizione dell’Italia come Stato indipendente e sovrano, la nostra estinzione demografica come popolo, come nazione e il nostro dissolvimento come civiltà, come storia, fede e cultura, che – come ho detto – stanno per essere sostituite da altri popoli e altri costumi e religioni. Magari con moschee al posto delle chiese”. E con i media che accompagnano e definiscono questo scenario come “normale. La classe dirigente, si legge in un importante quotidiano “ha il dovere di condurre il Paese, senza strappi al futuro multiculturale e multirazziale”.

Invece una classe dirigente ha il dovere di fare gli interessi della comunità che guida. Ma le nostre élite “si attardano a scontrarsi su questioni secondarie, un po’ per colpevole impreparazione e dilettantismo, ma in molti casi perché non si vuole riconoscere il vero, grande problema di fondo che imporrebbe loro una cocente autocritica”.

Se invece di discutere su argomenti di scarso o nullo rilievo spesso offerti al dibattito come espedienti di disinformazione per distrarre l’opinione pubblica dalle cause reali della crisi si ragionasse su quelle l’esito sarebbe probabilmente diverso, ma esiziale per le élite.

Queste – in particolare le sinistre ci hanno regalato anche, scrive Socci, la prevalenza della  normativa europea su quella nazionale, ma nessun paese d’Europa, e soprattutto   la Germania ha adottato un precetto siffatto, che consacra sul piano giuridico una situazione  di subalternità   e di non reciprocità estranee alla parità vigente tra Stati sovrani: Per cui si può adattare alla sovranità italiana la (famosa) frase di Orwell sull’uguaglianza “che tutti sono sovrani, ma qualcuno è meno sovrano degli altri” Quel qualcuno, grazie alla classe dirigente, è per l’appunto l’Italia.                   

Socci cita a tale proposito i tweet di Renzi e Gentiloni. Il primo nel giugno 2016 scriveva che “le nostre battaglie in Ue non erano per l’interesse dell’Italia, ma perché ritenevamo fossero interesse dell’Europa”; ad agosto 2017 ci ripensava “abbiamo sbagliato a non difendere i nostri interessi nazionali”. Il che è (appunto) una conferma del fatto che effettivamente non hanno difeso gli interessi dell’Italia come era loro dovere morale e costituzionale. Gentiloni nell’agosto 2012 scriveva “Dobbiamo cedere sovranità a un’Europa unita e democratica”; e poi è diventato Presidente del Consiglio. D’altra parte se si va a guardare l’operato di gran parte delle élite, della seconda repubblica   soprattutto, si constata che a fronte   dei pessimi risultati   del loro agire, i principali attori hanno fatto splendide carriere; ciò suscita il sospetto che tra quelli e queste vi sia un rapporto di causa/effetto. Poi, negli ultimi anni era evidente la ribellione dei popoli ai loro establishment Trump e Brexit, ma non solo, docunt (forse i governati si stanno rendendo conto di quella causalità) e ciò ha fatto sì che, le élite abbiano cominciato a esternare ampiamente contro la democrazia, e soprattutto contro la “capacità” dei popoli di decidere. A sintetizzare una concezione del genere si può parafrasare quella che designava i monarchi costituzionali del XIX secolo “il popolo vota, ma non decide” (perché può scegliere male). Come se i governanti fossero, di converso, infallibili. Ma se lo fossero non si capisce perché “invece, siamo sempre più indebitati, pur avendo sottoposto gli italiani a salassi micidiali che hanno messo in ginocchio la nostra economia e il nostro Welfare? Non è questa la più grande bufala, la vera fake news, della storia d’Italia dei nostri anni? Perché – nonostante decenni di sacrifici – non se ne viene a capo e anzi il debito pubblico è sempre più grande, lo stato sociale ridotto al minimo e la nostra economia sempre più devastata?”.

Certo avendo governanti che, invece di trattare con Stati, istituzioni, potentati (esteri e interni) avendo come bussola l’interesse nazionale, erano tutti contenti di “fare i compiti a casa”, il risultato non poteva essere diverso.
Secondo l’autore, decisivo ai fini della (nostra) decadenza economia – oltre alla perdita della “sovranità monetaria” con l’euro è stato il “divorzio” tra Banca d’Italia e Tesoro che ha costretto lo Stato a finanziarsi a tassi di mercato “Quello che ci mette k.o., sono gli interessi che paghiamo ogni anno sul debito, circa 70 miliardi di euro... Ma ci siamo indebitati così proprio a partire dal «divorzio» Tesoro/Bankitalia, primo passo delle grandi riforme modernizzatrici in senso europeista. Fu proprio la nostra rinuncia alla sovranità monetaria che fece esplodere il debito e gli interessi relativi, con la zavorra che tuttora ci grava addosso. Ciò che accadde dopo – cioè Trattato di Maastricht e poi l’euro – moltiplicò gli effetti devastanti di quel primo passo verso la moneta unica”. Questo è un salasso colossale (pare abbiamo pagato gli interessi tra il 1980 e il 2012 circa due volte il nostro PIL), pari ad una guerra persa. Al posto delle “riparazioni” così denominata dal Trattato di Versailles lo chiamiamo spread, e le élite soddisfatte, si congratulano per essere entrate in Europa (perché non ci stavamo da qualche millennio?). E ripetendo questi ritornelli finisce, scrive l’autore, che “ci troviamo avviluppati in un circolo vizioso da cui non si esce. Se si continua a sbagliare la diagnosi del male, si sbaglia anche la cura e si aggrava la malattia”. La sinistra poi è diventata l’imbonitrice della globalizzazione “negli Stati Uniti e in Europa la cosiddetta sinistra è di fatto la classe dirigente ritenuta più affidabile dai «mercati»”. “Per questo ciò che appare come sinistra non corrisponde più, da tempo, a una politica di difesa dei lavoratori e dei più poveri. Come ha scritto Costanzo Preve, dopo il ’68 e soprattutto dopo il 1989, «le burocrazie amministrative del comunismo italiano» si sono riciclate come «personale politico di gestione dell’attuale americanizzazione culturale»”. La classe dirigente di origine comunista, «è stata il vettore ideale dell’attuale cancellazione dell’identità culturale nazionale» e così invece di difendere i diritti dei lavoratori si considera progressista con “l’invenzione della battaglia per i cosiddetti «diritti civili» che sono una grande arma di distrazione di massa”. Come sostiene Camille Paglia “La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare”. Principale ostacolo al saccheggio globale è la rivendicazione della sovranità della comunità. Ritiene Diego Fusaro “La sovranità nazionale sussiste dopo la caduta del Muro di Berlino come l’ultimo muro di cinta contro il quale i poiliorceti del mondialismo stanno con violenza scagliando arieti per poter penetrare nella cittadella e depredarne ogni bene”. Ed è del pari ovvio perché (per la sopravvivenza dei popoli e delle loro istituzioni) è necessario riprendersela, quella monetaria compresa. 

E così continua l’autore mostrando il nesso tra rappresentazioni (errate) della realtà, risultati (pessimi) e intenzioni (esternate) della classe dirigente.

A conclusione del tutto e lasciando il resto ai lettori, che si augurano numerosi, è necessario ricordare che, tra i tanti (dimenticati dal pensiero unico) che avevano previsto il (loro) futuro e il (nostro) presente, è interessante quello che scriveva un illustre giurista, Maurice Hauriou, che può offrite una chiave di sintesi al saggio di Socci.

Maurice Hauriou.
Il giurista francese non credeva che l’umanità vada in una sola direzione (del progresso) ma che periodi di progresso e di decadenza si alternino – e indicava come fattori di crisi il denaro e lo spirito critico; e come fattori di trasformazione (cioè di crisi, ma anche di rifondazione comunitaria e istituzionale) la migrazione dei popoli e il rinnovamento religioso. Prevedeva anche che lo spirito economicista finisce per distruggere perfino le proprie creature (come la speculazione finanziaria fa con l’economia reale).

Quanto allo spirito critico – che oggi si direbbe relativismo - la demistificava in una linea di pensiero che va da Vico ai pensatori controrivoluzionari come Maistre e Bonald, l’idea che il relativismo possa legittimare autorità e istituzioni. Non foss’altro perché, queste esistono per dare certezze. Senza certezze, senza fede, una comunità umana non può (alla lunga) avere un’esistenza. Può anche credere in un assoluto non trascendente, ma deve necessariamente avere un ubi consistam. Ogni popolo trova il suo: quel che è impossibile è non averlo. O averne uno incompatibile con la tradizione, lo “spirito” e i valori della comunità.

Nel concludere il libro Socci ricorda come il Risorgimento italiano fu viziato da un errore “l’idea  di unificare l’Italia non per via pacifica e federale come prospettava il papa, ma per via militare e sotto una sola dinastia fu devastante anche per il meridione d’Italia, dove da secoli governava una monarchia legittima quanto quella sabaudia” Il nuovo regno nacque così (più per caso che per volontà del genio di Cavour) da una guerra civile e da una frattura col cattolicesimo (il non expedit), una cesura tra la tradizione nazionale e la novità istituzionale. Indebolendo così l’istituzione-Stato nazionale fin dalla nascita. Questa gracilità, aumentata dall’esito della seconda guerra mondiale, ci ha dato istituzioni, in particolare quelle della Repubblica, poco idonee a superare i momenti di crisi e a proteggere così la comunità nazionale, come successo in questi ultimi trent’anni.

Teodoro Klitsche de la Grange