domenica 12 gennaio 2020

Appello per la Rifondazione del Movimento Cinque Stelle.


APPELLO

- Ai Parlamentari nazionali e regionali del m5s

- Ai Consiglieri Comunali e Municipali m5s

- Agli Iscritti ed Elettori m5s
- Ai Cittadini tutti
- Ai Sottoscrittori della Carta di Firenze 2019

Stiamo assistendo ad una nuova implosione del sistema partitocratico, con partiti e movimenti nuovi che spuntano come funghi ed hanno vita effimera e visibilità zero, altri partiti vecchi che sommersi dalla vergogna vogliono cambiar pelle e "rifondarsi".
In questo quadro generale pare legittimo raccogliere il grido di dolore del Popolo italiano per riprendere il cammino di quel che fu il primo Movimento Cinque Stelle, espressione non della genialità di singoli ma di una esigenza profonda di unità politica che veniva dalla società italiana tutta.
Sappiamo come e perché quella esigenza è stata disattesa e tradita. Non dobbiamo qui ripercorrerne la storia.
Dobbiamo invece riprendere, approndire, sviluppare, continuare quella lotta iniziale.

Come?

Partecipando tutti alla causa di Appello in Genova più che per riappropriarsi del logo, per inibire l'uso della denominazione MoVimento 5 Stelle a chi a tradito i principi democratici del MoV tentando di rottamare il M5S nato nel 2009, dando un'impostazione proprietaria e aziendalista di un movimento nato come di tutti. Riguarda perciò tutti i cittadini, di qualsiasi partito essi siano, qualsiasi partito abbiano votato o non votato, ed ha come suo approdo una legge di attuazione dell'art. 49 della costituzione, mai voluta dai Capi politici e dalle Segreterie dei partiti, ma che è però la sola via che possa garantire i diritti degli iscritti a ogni partito, con una disciplina di legge eguale per tutti, e una vita democratica e trasparente dentro gli stessi partiti.

Chi sono io che firmo l'appello e indico il mio Iban per la raccoltà fondi?
Sono quello che escluso dalle Comunarie romane ed espulso dal m5s è stato poi reintegrato dal giudice, aprendo la via a tutti gli altri che hanno poi adito la via giudiziaria per far valere i loro diritti lesi. Sono una figura simbolica, singulus et universus, che ha personalmente avuto da parte di Beppe Grillo pubbliche scuse, sia pure a denti strettissimi, per non darmi maggiore soddisfazione e visibilità.

È fatta preghiera di massima diffusione di questo Appello.

giovedì 9 gennaio 2020

T. Klitsche de la Grange: «Sardine sott'odio»


SARDINE SOTT’ODIO
Dubitiamo molto che i parlamentari che hanno approvato la mozione Segre contro il “no hate speech”, ossia contro i discorsi di odio in politica, avessero letto quello che scriveva negli anni ‘20 Julien Benda: “il nostro secolo sarà stato in senso proprio il secolo de l’organizzazione intellettuale degli odi politici. Sarà uno dei grandi titoli nella storia morale dell’umanità”. Questo perché permetteva alle parti politiche di incrementare a dismisura la loro potenza di passione (puissance passionelle). Di guadagnare consenso indicando dei nemici, anche assoluti, onde consolidare  il proprio potere.
Di lì a poco, l’avvento al potere del nazismo permise di confermare il giudizio dell’intellettuale francese, che nel momento in cui scriveva La trahison des clercs, pensava allo sciovinismo, al pangermanesimo e, in genere, all’atteggiamento di molti politici ed intellettuali durante la prima guerra mondiale.
Il dubbio è legittimo perché Benda condannava l’ “organizzazione intellettuale” dell’odio in generale. Mentre il parlamento italiano (e non solo) lo ha circondato di sostantivi aventi valore (e senso) illustrativo-restrittivo (intolleranza, antisemitismo, razzismo) che ne delimitano il campo d’applicazione. In particolare non è indicato il fattore socio economico come suscitore d’odio. Come sosteneva Duverger “Per i marxisti gli antagonisti politici sono frutto delle strutture socio-economiche… La contesa politica è perciò il riflesso della lotta delle classi“. Fattore ovviamente positivo per i marxisti.
Per cui, al limite, predicare l’odio di classe non è riconducibile alle cure della commissione Segre, al contrario di quello razziale.
Prima e dopo è stato tutto un fiorire – sui media dell’establishment – e altrove – di dichiarazioni – e invettive preoccupate per l’odio che le posizioni dei popul-sovranisti presupponevano e comunque esternavano, nonché contro le relative menzogne (a cominciare dalle fake-news). A giudizio dei benintenzionati si dovrebbe far politica, ma senza coltivare sentimenti di avversione verso l’avversario. Una lotta a base di riverenze e buone maniere. Che il tutto sia, in diversi casi, auspicabile, è condivisibile; che possa esserlo in ogni frangente è impossibile; che sia poi opportuno, lo è a seconda dei casi. Spieghiamo il perché. Benda scriveva dell’organizzazione intellettuale degli odi politici, cioè della sottomissione dei “chierici” alle esigenze della prassi politica (alla conquista e conservazione del potere), con relativo tradimento della loro funzione. Che questo sia un connotato del XX secolo è, in larga parte vero, ma occorre aggiungervi, come, in modo non altrettanto pervasivo ed efficace, lo sia stato sempre. Nel XX secolo sono state la potenza propagandistica dei mezzi di comunicazione di massa da un lato e la democratizzazione della politica (e della guerra) – con la necessità di coinvolgere, convincere e mobilitare le masse popolari – ad implementare il ruolo dell’ “organizzazione intellettuale” delle passioni politiche, in primis dell’odio. Ma che questa sia una componente costante della politica, perfino quando gestita essenzialmente dai gabinetti ministeriali, (in tal caso in ruolo minore) è cosa nota. Scriveva Clausewitz di quello strumento essenziale della politica (da cui mutua presupposti e funzioni) che è la guerra, che consiste di uno “strano  triedro composto:
1. della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;
2. del giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima;
3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione.
La prima di queste tre facce corrisponde più specialmente al popolo, la seconda al condottiero ed al suo esercito, la terza al governo. Le passioni che nella guerra saranno messe in giuoco debbono già esistere nelle nazioni”.
E così è per la politica: una politica senza distinzione tra l’amico e il nemico la quale operi senza suscitare un sentimento di avversione per il secondo e solidarietà per il primo è un oggetto sconosciuto. La lotta, anche se non militare, si fa con i presupposti della lotta. Il primo (e più importante dei quali è) l’indicazione del nemico. Se non è tale è necessario crearlo: in mancanza la lotta non ha senso. Il nemico e l’avversione verso il medesimo è la condizione minima (necessaria e sufficiente) per condurre la lotta.
Il che è confermato dal movimento delle sardine, che pare l’ultima (per ora) mascherata in soccorso delle élite decadenti. Non si riesce a strappare dalla bocca dei loro portavoce intervistati in televisione una indicazione su problemi reali, concreti (e divisivi): volete salvare l’ILVA? che ne pensate del MES? o del reddito di cittadinanza? e così via. Nulla: e a ragione. Perché scegliere è dividere: pronunciarsi a favore del MES significa perdere i voti dei contrari e così per il resto. Mentre opporsi a Salvini e al sovranismo unifica gli avversari più disparati: da quelli che rimpiangono Stalin, a coloro che disdegnano il leader leghista perché volgare o perché goloso di Nutella. Così le sardine hanno capito che il nemico serve ad unificare non solo i diversi ma anche gli opposti. Cosa che un poeta tragico come Eschilo aveva capito venticinque secoli fa. Hitler servì a far alleare un conservatore duramente anticomunista come Churchill a un bolscevico rivoluzionario come Stalin.
State sicuri che le sardine e chi le consiglia e le sponsorizza l’hanno capito bene: e quindi se la prendono con l’odio: quello degli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange

mercoledì 8 gennaio 2020

Teodoro Klitsche de la Gramge: «Un nuovo capitolo per l'opera di Puviani».


UN NUOVO CAPITOLO PER L’OPERA DI PUVIANI

Quando Amilcare Puviani scrisse “L’illusione finanziaria” era, ovviamente, orientato e attento a bilanci e spese dei grandi Stati dell’epoca. Nell’elencare le varie forme assunte dall’illusione ad esempio ritorna quella delle spese militari che all’epoca, assorbivano buona parte dei bilanci pubblici. Scriveva “Si ha l’illusione nell’impiego o nel motivo della spesa se s’ignori in genere l’acquisto di corazzate…; si ha invece illusione nel fine della spesa se s’ignori che la esistenza del nostro naviglio o di certe sue unità vale o valse in una data contingenza ad impedire l’attacco delle nostre coste”; quanto alle entrate sosteneva poi che “Noi possiamo dunque concludere che le specie fondamentali di illusione sulle entrate pubbliche attenuano il costo contributivo mercé…” e continuava ricordando i relativi espedienti: nascondimento di ricchezze prelevate, effetti penosi (sui contribuenti) sia immediati che mediati e così via.
Un nuovo capitolo bisogna aggiungere al lavoro di Puviani, dopo l’ultima legge di bilancio, dato che l’economista non poteva prevedere come, in uno Stato del XXI secolo, si sarebbe giustificato un aumento delle imposte; e le novità non mancano.
La prima giustificazione, ed è il presupposto della manovra, è che l’Europa vuole che non aumenti il debito pubblico. Ossia la colpa (e la responsabilità) non è dei governanti. Ci siamo abituati a tale argomento ormai da (almeno) un decennio. Quello che i nostri governanti – quasi tutti – non dicono è che l’indebitamento può ridursi o contenendo le spese o aumentando le entrate. Che la seconda strada  sia quella perseguita in misura preferenziale dalla classe dominante è altrettanto chiaro. A chi non volesse vedere questa realtà, ricordate che qualche decennio orsono l’IVA era al 19%, ora al 22%; che non c’era l’IMU e, fino al 1992 neppure l’ICI e così via. Per non parlare delle aliquote IRPEF e del loro (mancato) aggiornamento o delle rivalutazioni catastali. Per cui più che volontà della Merkel, la preferenza dei governanti nostrani per la spremitura dei contribuenti è frutto di una libera interpretazione “nazionale” delle direttive europee.
A parte ciò la giustificazione prevalente degli aumenti delle imposte, sparse qua e là, è frutto di due (principali) motivi. Il primo è che i governanti ci vogliono bene e desiderano fare il nostro bene.
Ad esempio la tassa sulle merendine e le bibite gassate (se non si sono perse per strada) è dovuta non dalla propensione degli stessi per i nostri portafogli, ma dalla loro intenzione di avere cura della nostra linea e salute. Per cui dovremmo ringraziarli per cotanto affetto.
L’altro che corrispondono a degli idola diffusi almeno in parte dell’elettorato.
Non sappiamo la fine della questione assorbenti. Anche qua la giustificazione data (da un ministro) era che si poteva evitare lo spreco di carta sostituendoli con quelli di stoffa, riusabili. Salvaguardando così le foreste (Amazzonica e del pianeta in genere) usate, anche, per produrre carta.
Così per gli imballaggi e, in genere, i contenitori di plastica; così nocivi per lo smaltimento, l’inquinamento diffuso, la salute delle tartarughe marine (e pare anche dei delfini). Onde Greta sicuramente li approva.
In sostanza la giustificazione delle imposizioni presenta un carattere eudemonistico associato, spesso, all’andare al seguito di esigenze di rilievo mediatico.
Come il tutto riesca ad occultare il fatto che da decenni con questa politica non si è fatto altro che sfruttare gli italiani (ingessando la società) e che, anche per questo l’Italia è progressivamente arretrata e sorpassata da nazioni in crescita, è cosa che non si può prevedere.
Ma, nel concludere il suo libro, proprio Puviani notava che storicamente, può avvenire che a un certo punto la disillusione finanziaria dei governanti prevalga sulle tecniche prestigiatorie dei governanti: così – ricordava -                                                                                                    fu per la rivoluzione francese. Vedremo.
Teodoro Klitsche de la Grange

lunedì 9 dicembre 2019

Annotazioni in tempo reale su Hazony.

Mi è appena giunto con Amazon questo libro che mi è stato segnalato, che non pensavo di leggere o di acquistare, ma alla cui lettura ora non posso sottrarmi, libro la cui lettura,  come recita la benevola fascetta editoriale: “non può essere eleusa", e noi non la eludiamo, ma senza particolare prevenzione (ne sappiamo già qualcosa del libro dalle recensioni che ne sono state fatte) leggiamo con questo metodo: pagina dopo pagina (e ci impegnamo ad arrivare all'ultimo) lo annotiamo in forma estemporanea, e con numerazione progressiva che corrisponde alle necessarie pause nella lettura di un libro di pagine 323 indice analitico escluso.

1. L'Autore ci informa subito che: «Gli eventi politici negli Stati Uniti e in Gran Bretagna attestano una svolta verso il nazionalismo». Sono cose identiche Stati Uniti e Gran Bretagna? E cosa è poi questo "nazionalismo? Andiamo avanti. Dopo un avvio banale, trovo subito quello che mi aspettavo di trovare a pagina 12: «Mahama Gandhi e Davi Ben-Gurion guidarono movimenti politici, riscuotendo ampiamente ammirazione e stima, poichè condusseroi loro popoli verso la libertà». Non mi sbagliavo. Mettere Gandhi e Ben Gurion insieme è già ingannevole. Diversa è la storia, la cultura, la filosofia, la geopolitica...  Tutto è diverso, ma non seguirò la storia millenaria dell'India, mentre invece di Ben Gurion sottolineo che la categoria concettuale da utilizzare è quella di Ilan Pappe della "Pulizia etnica della Palestina" e di Gilad Atzmon sul sionismo come forma di primatismo razziale a carattere globale. Se gli indiani, in senso proprio, non quelli d'America, pure fatti scomparire per genocidio, si trovano sul loro territorio in modo ininterrotto da millenni, l'insediamento ebraico modorno (i bilium) inizia nel 1882.
Nel 1861 la popoloziane di religione ebraica residente era del 3,5% per cento sulla popolazione complessiva per oltre il 90 % costituito dalla "nazione" palestinese, di religione musulmana, e per circa il 5 %, senza di etnica palestinese, ma di religione cristiana. Credo che anche il 3,5% di religione ebraica possa definirsi di etnia palestinese. In un libretto che avevo incominciato a pubblicare veniva dimostrato come l'originaria sempre autoctona popolazione palestinese, in quanto rimasta sul territorio con continuità, è passata per successive conversioni: prima al cristianesimo e poi all'Islam. Ne è rimasta forse qualche infima minoranza in questo 3,5% che avevo subito manifestato avversione per i nuovi venuti e che nel 1915 partecipava insieme a cristiani e musulmani a manifestazioni contro i nuovi venuti, sponsorizzati da Rotschild e da Balfour. Il libro incomincia con una grossolano mistificazione fin dalla seconda pagina. Dobbiamo ancora andare avanti, ma se troveremo una pretesa di continuità genetica, abbastanza singolare, di un "ritorno a casa", si deve qui richiamare il libro di Shlomo Sand, altro ebreo israeliano, il quale ha chiarito:
a) come il "sionismo" in quanto "nazionalismo" si forma nel dibattito sul nazionalismo che si tenne in Europa nella seconda metà del XIX secolo: spendide e da rileggere le pagine di Sand a questo riguardo; b) da un punto di vista genetico gli ebrei che dal 1882 sbarcarono in Palestina per fare occupazione di terre e pulizia etnica sono Kazari convertitisi nel IX secolo dopo Cristo. Quindi, l'insediamento ebraico odierno in Palestina dovrebbe riguardare non la storia del nazionalismo, ma quello della violenza, dell'appropriazione di terre, del colonialismo, e a dire di Atzmon di una grave forma di razzismo, non riconosciuta e internazionalmente sanzionata come tale... No! Un momento. Nel 1975 l'ONU aveva equiparata con apposita risoluzione il sionismo con il razzismo. Questa risoluzione fu poi revocata nel 1991 nel contesto degli Accordi Truffa di Oslo, dove come gesto di buona volontà venne revocata quella risoluzione... La storia recente ha però dimostrato che Oslo era un inganno, già all'epoca intravisto e denunciato da alcuni, ma il tema del sionismo in quanto razzismo ritorna nel Consiglio Onu dei diritti umani, un'organizzazione Onu controla quale si scaglia tutto il potere degli Usa e chiaramente di israele che attraverso il suo sistema della Lobby quinte colonne influenza la politica degli stati. Perbacco! Se alla seconda pagina mi tocca già fare di queste osservazioni tocca scrivere a me un libro di 500 pagine, cosa che non ho intenzione di fare. Cercherò pertanto di essere il più selettivo possibile per liberarmi al più presto di questa incombenza che mi sono assunto. Faccio una pausa per ritrovare la Tabella statistica demografica che ho citato... L'avevo a portata di mano, ma è sparita.

2. Grazie dell'ammissione, sempre a pag. 12, poco più sotto: «Per tutta la mia vita sono stato un nazionalista, un sionista». Vi è qui una nota 2  che a noi non interessa: «Circa le mie opinioni sul nazionalismo ebraico, cf.». Le opinioni invece sul "nazionalismo ebraico, sul sionismo», intesi come sinonimo sono desunte normativamente da Gilad Atzmon, oltre che dalla risoluzione Onu del 1975. Non ripeto quanto sopra detto. Al nonno di Hazony affianco il nonno di Atzmon, sionista e terrorista dell'Irgun, con Atzmon che ripudiò tutto questo, in modo assai netto. Vi è un sionismo autoreferenziale, che può essere tutto ciò che l'interessato vuol vederci, ma vi è anche un sionismo visto, per così dire, dall'esterno, da un altro, ed in particolare dai palestinesi, che su una popolazione di un 1.500.000 abitanti nel 1948, si videro espulsi dalle loro case in 750.000, e con i loro villaggi cheb  erano 800 distrutti e minati in 400. Il famoso monumento dell'Olocausto sorge su due di questi villaggi palestinesi distrutti, se ben ricordo. Per non dire poi della sala dei professori dove insegnava Ilan Pappe: era ricavata da un'abitazione di pregio sottratta ai palestinesi. Questo è il sionismo che a me interessa conoscere e di cui tengo conto. Le autocelebrazioni dell'Hasbara non sono cose di cui io debba tener conto. La faccia tosta (chutzpah) prosegue nella stessa pagina: «La mia famiglia giunse nella Palestina britannica negli anni Venti e nei primi anni Trenta, con l'obiettivo di fondarvi uno Stato ebraico indipendente», a spese e sulla pelle dei palestinesi: questo Hazony lo chiama "nazionalismo" e chissà che più avanti, come fanno certi recensori benevoli, non lo troveremo perfettamente equiparato al nostro Risorgimento, del quale se ne può dire tutto il male ma non credo fino al punto delal pulizia etnica, come è principalmente il caso del nazionalismo sionista. Se questo è l'inizio del libro, sarà per noi duro arrivare alla fine. Cercheremo di procedere per salti soffermandoci sugli aspetti essenziali. Veramente una stonatura, leggere a pag. 13 di "lealtà, coraggio, buon senso e rigore morale"! Chissà a quali lettori Hazony pensa di rivolgersi.

3. «…in cui sono cresciuto…»: questo autobiografismo ce ne richiamo almeno altri due, o forse anche quattro, ma vado a memoria, e avverto di possibili inesattezze e confusioni: 1) quello di Atzmon, qui autore di maggior riferimento,  che narra di come al termine quasi del suo servizio militare in Israele, durante una tante guerre del Libano nel 1982, entrando in un campo militare israeliano, vide delle gabbie di cemento di 1 m x 1,30. Pensava ci tenessero dei cani e si chiedeva di come si potesse essere così crudeli verso delle povere bestie. Gli fu spiegato che ci tenevano invece dei palestinesi, i quali dopo tre giorni di quel trattamento, diventavano devoti sionisti. Fu così che nel "vissuto" di Atzmon, fu gettata via la divisa e si scelse di andar via per sempre da Israele, considerata terra sottratta ai palestinesi, avendo poco senso esserci nato, e ancor meno rivendicare un presunto alla terra dopo 2000 anni. Allo stesso titolo i moderni cittadini di Roma potrebbe sbarcare a Londra e rivendicarne il possesso, perché fondata dagli antichi romani. 2) Di Avraham Burg ricordo che aveva definito Israele uno "stato alla nitroglicerina", decidendo di usare il suo passaporto francese, per andarsene lì, dove peranto vi sarebbe un diverso discorso da fare, per il quale rinvio a un recentissimo articolo di Israel Shamir, tradotto in italiano. È quanto mai probabile che questo libro di Hazony abbia come suo pubblico destinatario propria quella che in Israele chiamano la Diaspora, inglese, francese, italiana... per la quale credo ci sia un apposito minitero. 3) Di Ilan Pappe esiste una autobiografia, credo forse solo in italiano. L'ho letto anni fa, appena uscita... Viene ricostruito il "vissuto" di Pappe in Israele. Tutto cominica con una tesi di laurea di uno studente seguito da Pappe e condotta alla laurea. Fu scoperta e denunciata nella tesi un vero e proprio "genocidio", ovvero uccisione di un consistente gruppo di palestinesi, i cui corpi furono occultati. Da quel momento Pappe fu soggetto a pressione di ogni genere, credo anche a un "procedimento disciplinare" che provoca all'estero una raccolta di firme... Questi i particolari che posso ricordare male, ma la conclusione fu che Pappe se ne andò via, all'università di Exeter (non di ultima categoria come pretenderebbe un compione del sionismo, un noto avvocato americano, teorico della tortura, a scopo di confessione), non per libera sceltà come Atzmon, ma sotto minacce continue che riceveva "in patria". La verità raccontata dallo stesso Pappe fu poi presentata diversamente da un campione italiano dell'Hasbara: me ne occupai a suo tempo. 4) Infine mi sovviene il caso di Shlomo Sand, di cui ho letto oltre al suo più noto "Come fu inventato il popolo ebraico", anche un altro suo testo dove prende congedo dalla sua "ebraicità”.

4. L'opposizione far "nazionalismo" e "imperialismo", su cui pare volersi fondare tutto il libro, è direi piuttosto lambiccata.  Infatti, il sionismo è "imperialistico" in sommo grado, nel senso che non ha "confini" e prevede una espansione illimitata. Difficile trovare un "imperialismo" più imperialista di quello ebraico o sionista che dir si voglia. Allo stesso modo potrei fissare una distinzione fra municipalismo e regionalismo, regionalismo e unità nazionale, ed imbastirci sopra tutto un discorso, o meglio un cicaleccio. Inoltre gli imperialismo vanno poi distinti: non sono tutti uguali. L'imperialismo romano è la stessa cosa dell'Imperialismo britannico e statunitense? Gli Imperi precolombiani? quello cinese? Tutte cose uguali perché adoperiamo lo stesso termine Imperialismo? Si parla poi di "nazioni" con non minore approssimazione e soprattuto se ne parla da una posizione affatto peculiare, come quella ebraica, che con le nazioni (i Gentili) ha un rapporto assai delicato, e perfino pericolose se a trattarlo è un "goy". Appunto, per evitare una campagna mediatica come quella che sta imperversando in questi giorni evito una certa soglia di approfondimento. Le note al testo non mi paiono illuminanti o probatorie rispetto al testo. Veder poi citare Mazzini mi insospettisce. Delle note al testo, dopo quelle iniziali, terrò conto, ma vi darò un'occhiata. No... La caduta del Muro associata a un progetto imperiale della UE, che per me è cosa quanto mai artificiale e lontanissimo dal poter essere racchiusa con il concetto di Impero e Imperialismo. È una ben misera creazione della CIA, come dice un "complottista" di nome Meyssan, ma non è il solo a pensarlo, ed un terreno di dominio della Nato, con singoli stati che fanno a gara nel servilismo verso gli USA e verso Israele. Magari la UE fosse un Impero come poteva esserlo quello napoleonico, o quello romano. A me sembra che questa grande scrittore israeliano manchi di vocabolario. Non abbia a portata di mano un comune lessico.

5. Curioso il riferimento a un Krauthammer come se appartenesse a un universo valoriale diverso, e magari opposto, a quello dello stesso Hazony. Quanto a "neolingua", con cui H. liquida espressioni correnti come "comunità internazionale", egli stessa ne ha una sua peculiare che dobbiamo affaticarci a decostruire. Si criticano altri per poi fare le stesse cose, producendo ideologia. Discutibile confondere e rendere equivalente il "globalismo" o globalizzazione con il vecchio imperialismo. Di tutte le definizioni che avevo sentito di glibalizzazione una mi aveva particolamente colpito. La globalizzazione è internet. Il vecchio imperialismo soffriva e trovava i suoi limiti nella comunicazione delle informazioni. Roma aveva dovuto creare una rete di strade per unire un impero sempre più vasto, ma quelle strade bisognava percorrerle, a piedi o a cavallo. Troco alquanto opinabile questa riduzione del globalismo all'imperialismo. Certo, se H. la vuole porre come equivalenza obbligata per svolgere tutto il suo ragionamente, si tratta di uno svolgimento del discorso forzato sui binari che si sono scelti e lungo i quali si vuole condurre il lettore, che già dalle prime pagine potrebbe non gradire il viaggio: «il procedere dei miei ragionamenti  si sviluppera come segue»: appunto i ragionamenti dell'Autore che non sono necessariamente quelli del Lettore, che può trarre conclusioni del tutto diverse. In definitiva il libro, nelle sue 300 e rotte pagine, si può riassumere in questo: avete sentito parlare del naziolismo, io invece ne parlo bene, e vi scopro perfino delle "virtù”. Quello che non dice l'Autore è dove lui abita, in Israele., luogo che ha suoi peculiari problemi che rendono strumentale qualsiasi discorso sul nazionalismo. È di ben altro che per questi posti si dovrebbe parlare. Anzi, sentire riproporre il nazionalismo partendo da lì, dove è pratica quotidiana la pulizia etnica, in genocidio, l'apartheid - cose che naturalmente sarà probabilmente saranno negate anche da H. - significa rendere un pessimo servizio ai concetti di nazione, patria, nazionalismo, se queste cose possono tornare ad avere un significato positivo. In altri termini, sarebbe come se il galantuomo e il malfattore volessero fare società comune. Stiamo messi davvero male se noi, diciamo europei, dobbiamo apprendere da un i «motivi per essere un nazionalista»: ripiomberemmo negli orrori del passato se dovessimo andare a scuola da lui, prendere lezioni da lui. Non voglio qui fare contrapposizioni che ci porterebbe lontano, ma è molto più limpido il discorso di Putin e dei geopolitici sul ripristino del diritto internazionale e delle sovranità che ne sono il presupposto necessaria. In altri termini, l'autore israeliano tira acqua al suo mulino, perché se vi è un posto dove una "nazione" e un "nazionalismo“ non può esserci, non deve esserci è proprio in Israele, dove il nazionalismo è costruito a spese di terzi, ed è fonte di frammentzione politica conflittuale come previsto dal piano Yinon, credo nel 1982, che a suo modo è pure un progetto nazionalista, anzi tribale.

mercoledì 4 dicembre 2019

Contro il quotidiano «La Repubblica»: memoria difensiva di un filosofo, messo sotto accusa dalla sua Università che dava credito a un quotidiano, apparso il 22 ottobre 2009. Riedizione nel Decennale della Memoria.

Bottom. ↓

 MEMORIA DIFENSIVA 
del Dott. Antonio Caracciolo in relazione all’addebito «se abbia tenuto Lezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica»

Premesso che:
nel mese di ottobre 2009 io non svolgevo Lezioni, seminari, esercitazioni o altraattività didattica, come risulta dal Calendario delle Lezioni, affisso nella Bacheca della Facoltà;
il quotidiano “La Repubblica” del 22 ottobre 2009, con un articolo del giornalista Marco Pasqua – che estrapolava parole e frasi dal loro contesto, estratte, a loro volta, da alcuni Blog personali a cui dedico il mio tempo libero – mi accusava arbitrariamente di “negazionismo”, sbattendomi in prima pagina, come il classico e proverbiale “mostro” da additare al pubblico ludibrio;
il prof. Fulco Lanchester veniva nominato dal Rettore quale Relatore, perraccogliere le mie dichiarazioni in merito ad un quesito di addebito, dove mi sichiedeva: «(…) di confermare o smentire quanto riportato dal giornale “La Repubblica” del 22 ottobre, in particolare relativamente all’avere o meno Ella tenutoLezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica»;
ho immediatamente e tempestivamente inviato categorica smentita a “La Repubblica”, e p. c. al Rettore, prima ancora che mi giungesse la Nota di addebito;
i miei legali hanno già promosso azione civile, contro il direttore de “La Repubblica”, sig. Ezio Mauro, e contro il giornalista sig. Marco Pasqua, che si allega in copia (v. All. n° 3);
il “caso” in specie è da me considerato altamente diffamatorio, nonché inteso e percepito come emblematico dell’esistenza o meno in Italia della libertà di pensiero,delle garanzie costituzionali, della democrazia.

La presente Memoria è costituita e raccolta in tre Parti:
1. nella Prima, svolgo argomentazioni relative all’addebito di inizio e prosecuzione del Procedimento;
2. nella Seconda, mi concentro sulla Relazione del prof. Lanchester, estraneo alla Cattedra di Filosofia del diritto, nonché sugli allegati al Fascicolo;
3. nella Terza parte, allego il testo della Querela penale contro “La Repubblica”, dicui non ho ancora deciso la presentazione, in aggiunta all’azione civile. Ritengoperò che il testo di detta Querela penale sia, in ogni caso, ben descrittivo del fatto e possa quindi essere utilmente allegato come parte Terza di questa Memoria.

Abstract
1.                della Risposta al quesito di addebito, dove confermo di non avere tenuto maiLezioni universitarie sull’olocausto e si pongono questioni procedurali sulla possibilità e sul diritto di difesa; in ottobre 2009 non svolgevo nessun corso;
2.                delle controdeduzioni nelle quali sostengo che il Relatore avrebbe dovuto mantenersi entro i limiti del mandato ricevuto e non invece introdurre surrettiziamente o suggestivamente suoi personali e soggettivi giudizi, peraltroinfondati in fatto e in diritto, senza che siffatte ricostruzioni siano mai state nelledovute forme notificate e contestate all’interessato, impossibilitato a difendersi. Ciò ha dato luogo ad una specie di processo inquisitorio segreto, contrario al nostroordinamento giuridico, dove vengono sottolineate e sindacate mere opinioni, estrapolate dal loro contesto e ricostruite in violazione dell’art. 21 della costituzione.Alterazione filologica e semantica dell’espressione “cosiddetto olocausto”,erroneamente a me attribuita. Disamina di altre espressioni estrapolate e distaccate dal loro contesto. Né l’inizio né la prosecuzione del procedimento disciplinare ha fondamento alcuno, né in fatto né in diritto.
3.                Querela penale a “La Repubblica” e/o azione civile per creazione e diffusione dinotizie false a scopo diffamatorio.

PARTE PRIMA
Risposta al quesito rettorale
1°) A seguito di un articolo apparso su “La Repubblica” del 22 ottobre 2009 ricevevoper email la Nota di addebito rettorale (v. All. n° 1) con la quale mi si chiedeva se ioavessi tenuto Lezioni sull’olocausto all’Università, negandone o meno la veridicità storica. Mi veniva fissato il termine del 31 ottobre 2009 per rispondere al quesito e veniva nominato il prof. Lanchester come Relatore delle mie dichiarazioni riguardanti l’addebito. In verità, in ottobre, io non svolgevo nessuna attività didattica,essendo il mio corso di filosofia del diritto (vedi il relativo programma allegato agliatti del procedimento: qui All. n° 5) terminato nel mese di maggio 2009, ossia nelsemestre precedente. Non ero neppure all’università nei giorni in cui secondo “La Repubblica” vi sarebbe stato uno “shock” come conseguenza di mie inesistentiLezioni. Anche i giornalisti che mi avvicinavano, cogliendomi di sorpresa, potevanofarlo solo presso la mia abitazione o al mio telefono privato, non avendo io in queigiorni impegni di nessun genere all’università. Dal Calendario delle Lezioni affisso nella Bacheca della Facoltà risulta in modo inconfutabile che io in ottobre non potevoassolutamente svolgere quelle Lezioni che da “La Repubblica” mi venivano soggettivamente ed arbitrariamente attribuite e che altri organi, suivers, si sonopermessi il lusso di ripercuotere sul “mercato”, acriticamente e pedissequamente.
2°) Per quanto è stato già esposto nella mia formale risposta al Rettore (vedi All. n°2) e per quanto qui nuovamente si espone, letti gli artt. 3, 21, 33 e 49 dellaCostituzione italiana, nonché l’art. 1 dello Statuto dei lavoratori, dichiaro di essere stato oggetto di una gratuita ed arbitraria campagna di discriminazione, persecuzione e diffamazione ispirata da una soggettiva e infondata orchestrazione di stampa, allaquale vari soggetti, in buona o in cattiva fede, si sono associati. Una prima denunciapenale è già stata da me presentata alla Procura della Repubblica e portata aconoscenza del Rettore e già agli Atti (v. Fascicolo Procedimento). I miei legalihanno già avuto da me incarico per tutte le altre azioni penali e/o civili di cuirigorosamente valutino esservene gli estremi. Contestualmente a questoprocedimento disciplinare è ora promossa azione civile contro il quotidiano “La Repubblica” (v. All. n° 3). Si allega copia degli atti. Insomma, visto il meschino edisonorevole trattamento che mi è stato fino ad ora riservato, ho l’impressione di vivere tutta un’assurda ed orwelliana faccenda, di cui vado progressivamente ricostruendo la trama. Si fa presente, inoltre, che molte delle seguenticontrodeduzioni vertono su fatti non riconducibili alla contestazione degli addebiti equindi esulanti dal tema del presente procedimento disciplinare. Pertanto, vengono trattati solo per completezza e non perché riguardino il contesto giuridicamenterilevante.
3°) Avendo risposto al semplice quesito rettorale (All. n° 2), cioè di non aver io mai tenuto Lezioni all’Università sull’olocausto né in ottobre del corrente anno 2009 – come falsamente attribuitomi da “La Repubblica” – né mai nei passati anni accademici, come può riscontrasi chiamando, come testimonio, la prof. Teresa Serra,titolare della cattedra di Filosofia del diritto, ritenevo concluso già al suo inizio il procedimento di addebito. Invece, con mio sommo stupore, trovo una sua prosecuzione con richiesta di mia sospensione dall’ufficio e dallo stipendio sulla base di «elementi» che mai – in nessuna occasione – mi sono stati sottoposti, né specificatiné addebitati. Mi trovo, pertanto, nella condizione di non potermi difendere, non sapendo a quali precise imputazioni io debba rispondere.
4°) Ad ogni buon conto, non volendo lasciare nulla di intentato per la mia difesa,intervengo con controdeduzioni su «elementi» – estranei alla Nota di addebito a me pervenuta – che mi sembra di ravvisare tanto nella Relazione del prof. Lanchester quanto nel Fascicolo consegnato dal Rettorato al Consiglio di Disciplina. Pur avendone fatto copia, ed avendolo nel frattempo studiato, non riesco a cogliere la pertinenza e la logica di ogni singolo allegato, se posto in relazione al solo addebito al quale mi è stato chiesto di rispondere e sul quale dovermi difendere, cioè: l’avere io tenuto o meno Lezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicitàstorica. Un quesito consistente in due parti e momenti logici: a) l’esistenza di siffatte Lezioni; b) la veridicità storica dell’evento evocato, che mi si sarebbe chiesto eventualmente di dimostrare scientificamente. Non essendosi mai verificato il momento a, logica vuole che non sussista il successivo momento b. A meno che non si intenda entrare nella mia sfera privata e chiedermi di giustificare, in sede disciplinare, mie personali e private opinioni, per giunta da altri travisate e falsificate.Non mi sembra però che un Consiglio di Disciplina sia la sede adatta per dibattere opinioni tutelate dall’art. 21 della Costituzione. Sono tuttavia disposto a rispondere aqualsiasi domanda mi si voglia fare.
5°) Le opinioni politiche e dottrinali a me attribuite, falsamente interpretate ecostruite, rientrano in ogni caso nell’ambito degli artt. 21 e 33 della Costituzione italiana, oltre ad essere comprese nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, come pure nell’ambito dell’art. 49, il mio specifico diritto alla “criticapolitica”. Siffatte opinioni, in ogni caso, non sono mai state oggetto del mio insegnamento universitario. Pur essendo stato sempre autonomo nelle mie ricerche enei miei studi scientifici, per quanto riguarda la mia posizione in Facoltà, il contenuto delle mie Lezioni, oltre che il mio comportamento agli esami e la correttezza neiconfronti degli studenti posso chiamare a testimoniare la già citata prof.ssa TeresaSerra, titolare dell’insegnamento di filosofia del diritto. Benché abbia incessantemente chiesto spiegazioni sulla natura dell’addebito che mi veniva contestato, non ho mai ottenuto i richiesti chiarimenti. Orbene, delle mere opinioni,quali che siano, non possono in quanto tali ledere la «dignità» e l’«onore» di un professore. Una simile lesione può ascriversi solo ad una concreta e provata condotta.Non mi è stata però mai contestata, e non poteva essere altrimenti, nessuna condottache potesse ledere il mio stesso «onore» e«dignità» – per giunta che verrebbeautolesionisticamente da me stesso leso – né dentro, né fuori, l’università. Il pensiero è l’espressione più autentica del nostro essere. La nostra coscienza morale ci consenteinoltre di sentire quando adottiamo una condotta che concreti un fare disonorevole enon dignitoso. Ma nessun essere pensante considera disonorevole e non dignitoso ilsuo stesso pensiero. Proprio perché è l’espressione più autentica del nostro essere, laCostituzione tutela il pensiero e la sua libertà, e così facendo tutela l’essere stesso cheera già stato richiamato nell’art. 3. Solo un altro che ci sia apertamente “nemico” puòconsiderare disonorevole e non dignitoso il nostro pensiero, cioè noi stessi. Ma questa, è proprio una delle innumerevoli forme subdole di razzismo e/o di discriminazione che si annidano nella nostra società e che sempre riemergono, anchequando si dice di voler combattere e reprimere il razzismo e la discriminazione. Eraproprio questo concetto – ossia la denuncia e la condanna di un razzismo immanentenelle società e perfino in noi stessi – che io avevo inteso esprimere in uno dei mieitesti studiatamente manipolati dal quotidiano “La Repubblica”.
6°) Per quanto sopra detto, ritengo perciò infondato e immotivato, sia l’inizio dellaprocedura di addebito, sia la sua prosecuzione. In effetti, come si legge in Pascal – nella Prima lettera delle “Provinciali” – non esiste qui né il fatto né il diritto. 
PARTE SECONDA
Controdeduzioni alla Relazione del prof. Lanchestere ai documenti da lui allegati–
 Sulle mie presunte “posizioni personali” –
7°) Nella parte “conclusiva” della sua Relazione il prof. Lanchester mi attribuisce lapaternità dell’espressione «cosiddetto olocausto», utilizzando impropriamente unamia email del 25 ottobre 2009, a lui inviata al mero scopo di illustrare le falsificazionide “La Repubblica”. Non certo avrei inviato quella lettera al prof. Lanchester perchémi venisse ritorta contro. Lo stesso testo compare peraltro in un più ampio articoloesplicativo (vedi qui mio allegato n° 8) che allo stesso scopo avevo prodotto presso la Segreteria del Rettore, oltre l’esiguo termine di una settimana concessomi perrispondere al quesito di addebito. Stranamente, il prof. Lanchester non coglie tuttavial’elemento scriminante del testo pur da lui riportato (“non intendevo negarealcunché”) e privilegia invece di significati oscuri e ambigui la mera espressione “cosiddetto olocausto”, la cui paternità risale ad un fiero avversario di negazionisti,che – per motivate ragioni – scriveva ostinatamente “cosiddetto olocausto”. Ma di ciòpiù avanti. Se la mia lettera sopra citata, del 25 ottobre, non era assolutamente da allegare, per il senso attribuito, si omette invece, stranamente, qualsiasi menzione adaltra lettera, al ‘Corriere della Sera, da me espressamente allegata nella risposta formale all’addebito, e dove si trova la esatta frase, estratta qui dal contesto di unalettera cautelativa (v. All. n° 2 ): 
Non sono un negazionista”.
Insomma, si preferisce evidenziare, in uno stesso identico contesto, ciò che micondanna e non ciò che mi assolve: in dubio contra reum? Questa indebita e sorprendente falsa attribuzione (“cosiddetto olocausto”) sembra qui rivestire particolare gravità per la luce che proietta e per ciò che forse vorrebbe lasciarintendere, quasi un segnale di riconoscimento, uno “scibboleth”. Il prof. Lanchesterscrive testualmente:
«(…) di quello che da lui viene definito “cosiddetto olocausto”»;
laddove nel mio testo, da lui stesso allegato, si legge invece esattamente:
«Per l’uso dell’espressione “cosiddetto olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar»,
la cui autorevole posizione (All. n° 4) era stata, tre anni fa, riportata da me per un’analisi teologico-politica in un contesto extra-universitario alquanto ampio.
Orbene, secondo il mio modo di intendere e praticare la lingua italiana, in nessunmodo si può evincere che l’espressione «cosiddetto olocausto» sia mia e non invecedello stesso storico ebreo Sion Segre Amar, da me citato per commentare il senso della sua, e non mia, espressione linguistica (All. n° 4). Questo sintetico rinvio, formulato anni addietro all’interno di un’aspra polemica che ebbe ricadute in numerose lettere – di cui due mie – pubblicate dal quotidiano “La Stampa”, non è stato – dal prof. Lanchester – a me contestato nei colloqui intercorsi. Se lo avesse fatto, avrei potuto immediatamente chiarirgli quanto qui cerco di fare nel modo piùsintetico possibile.
8°) Lo storico ebreo Sion Segre Amar, morto anni or sono, a me risulta essere stato un ebreo eminente, assai autorevole ed organico all’interno della comunità ebraicatorinese. Proprio lui criticava severamente l’uso del termine «olocausto» per indicarel’evento storico qui in oggetto. Si legga il testo allegato (v. All. n° 4) di un suoarticolo apparso sul quotidiano “La Stampa” il 3 maggio 1994. In quell’articolo,infatti, Sion Segre Amar si lamentava della connotazione religiosa del termine, di cui – essendo ormai invalso l’uso – si peritava di scrivere «cosiddetto olocausto», ognivolta che si fosse trovato a doverne trattare. Mentre mi sono sempre astenuto dalmerito della fenomenologia storica dell’evento, non avendo io specifiche competenzedisciplinari e fatta salva l’indiscussa pietà per le vittime, rientravano – nella circostanza data e delimitata – invece nelle mie competenze e nei miei interessi intellettuali, gli aspetti di teologia politica connessi all’uso del termine, avendo iotradotto e prefato il volume “Teologia Politica II”, di Carl Schmitt. Un autore del quale – dice il prof. Lanchester – «essere io uno dei maggiori cultori in Italia». Sembra che le osservazioni dello storico ebreo Sion Segre Amar siano state accolteall’interno dello stesso mondo ebraico e si vada progressivamente sostituendo altermine «olocausto» quello di «Shoah», che non è la semplice traduzione del primo. Sul concetto di “Shoah” cito al riguardo fugacemente il libro di Avraham Burg, già aivertici mondiali della politica e dell’associazionismo ebraico. Egli critica peraltro ilrilievo eccessivo dato alla Shoah e ad Auschwitz nella politica e nel sistema educativo dello Stato di Israele. Per non citare, poi, sullo stesso tema le posizioni eterodosse di un Gilad Atzmon o di un Norman G. Finkelstein, entrambi note personalità del mondo ebraico, che non è tutto monolitico in merito al sionismo e allaShoah, come è ben illustrato da altro studioso ebreo di nome Yakov M. Rabkin ovvero rappresentato dagli haredim di Neturei Karta.
9°) Poco prima, nel suo testo, il prof. Lanchester riferisce circa le mie “curiosità intellettuali”, facendomi pensare – nel leggere la sua relazione – all’accezione che iltermine “curiosità” ha nella giurisprudenza penale, dove mi pare che sia spessosinonimo di “frivolezza” e sia visto negativamente. In filosofia, però, il termine “curiosità”, non è sinonimo di “frivolezza”, almeno nelle intenzioni e nella comune accezione mia e del compianto Antimo Negri, annoverato fra i maggiori filosofiitaliani contemporanei. Trattasi pur sempre per il mio testo, quello riportato dal prof. Lanchester, di una bozza abbandonata e dimenticata da anni, per la quale non avrei mai e poi mai immaginato sarebbe finita in un processo inquisitorio. Tuttavia,essendo io “filosofo”, e non un giurista penalista, il tema della “curiosità” era oggettodi conversazione nelle passeggiate che facevamo con Antimo Negri, mio compianto amico, morto da qualche anno. Ricercando i fondamenti della filosofia, il suomomento di nascita nell’antica Grecia, convenivamo che esso dovesse individuarsinella “curiosità intellettuale” che è all’origine di ogni ricerca, di ogni sapere, di ognifilosofia. Dunque, il termine “curiosità” in filosofia non è sinonimo di “frivolezza”,almeno per me e per Antimo Negri. La letteratura sulla “curiosità” in filosofia è sterminata.
10°) Stupisce, invece, che dal mio testo in questione, pur allegato dal Relatore, non sia stata neppure menzionata quella espressione che era più direttamente attinente e dirimente il tema evocato dal quesito di addebito. Infatti, si può leggere:
«(…) i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché…».
Lo stesso concetto – non essere io un “negazionista” – ricorre poi più volte nelcontesto dello stesso ampio articolo, da cui il brano era estratto. Se l’addebito voleva essere quello di “negazionismo” (del resto, non previsto, sotto nessuna forma dal codice penale), non poteva esservi affermazione più scriminante! Il verbo all’imperfetto si riferiva alle delucidazioni fornite nel corso di un’acre polemica,avviata l’anno precedente da una testata militante. Già allora, sotto l’indicazione delmio titolo, di cui non è stato letto altro (solo il titolo… Peraltro contraffacendolo!), era contenuta la piena solidarietà con le vittime, tutte le vittime, con piena condivisione dei valori costituzionali richiamati dall’art. 3 della nostra Costituzione e della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo. Il post era una semplice raccolta di links che venivano da me descritti e commentati. Uno di questi, se ben ricordo, siriferiva al caso di un Ministro tedesco della Giustizia: una donna, che veniva subitodimissionata, per aver affermato che George W. Bush, scatenando – lui – una guerrapreventiva, non si era comportato diversamente da Hitler. Occasionalmente, osservo che il titolo de “La Repubblica” è un clamoroso ed ingiustificabile falso, nonesistendo – in nessuna parte delle migliaia e migliaia di miei testi in rete – la frase: «L’olocausto è una leggenda», dove per leggenda il giornalista Marco Pasqua (“LaRepubblica”) intende e lascia intendere che l’evento storico evocato «non esiste».Assolutamente non è così che ho io inteso e non è questo il senso che ho dato altermine “leggenda”, chiarito poi come “mito” e soprattutto collegato ad un temadibattuto in Germania e posto da un Ministro tedesco circa l’uso di Auschwitz come“mito” fondativo della Repubblica federale tedesca. Questo tema era sottinteso, manon fu sviluppato. A riprova della scorrettezza e della malafede dell’articolista de “LaRepubblica” sarebbe stato sufficiente che quest’ultimo avesse letto poche righe sottoil titolo, da lui fotograficamente riportato, per avere la testuale sconfessione delle suemedesime e gratuite affermazioni. Certo, non potevo immaginare che un’asprapolemica sarebbe stata ripresa tre anni dopo, facendone riferimento a presunte mie Lezioni mai avvenute, e posta al centro di una studiata orchestrazione di stampa. È undistinto problema da valutare, se ad un ricercatore – non in quanto tale ma nella suaveste di privato cittadino – sia inibito l’uso privato, all’interno della sua abitazione,delle moderne tecnologie informatiche di comunicazione. Infatti, il mio uso della rete
– qui contemplato – è una faccenda del tutto privata che, in nessun modo, rientra ointerferisce con la mia attività universitaria. Potrei fare un lungo elenco di docenti italiani e stranieri che dispongono di una loro pagina privata sul web, senza entrarenel merito dei loro contenuti. Lo stesso giornalista Marco Pasqua, quando non scrivesu “Repubblica”, ha un suo proprio blog, dove non fa certo mistero delle posizionipolitiche che gli sono proprie, e che egli reputa – evidentemente – insindacabili, e tali da non poter essere criticate.
11°) Come già per altri termini da me usati, il Relatore, prof. Lanchester, sembrasuggestivamente caricare di negatività l’uso dell’espressione
«semplice ‘sterminio’ di popolazioni…»,
dove, per fortuna, gli apicetti dovrebbero essere originali miei, quasi lasciandotacitamente intendere che, per me, uno ‘sterminio’ ovvero un genocidio non siaqualcosa di estremamente grave, il più grave di tutti i possibili crimini. Probabilmentel’espressione è infelice, ma non potevo immaginare che sarebbe poi finita, anni dopo,in un fascicolo investigativo. Se l’espressione può essere infelice, ho però bene inmente cosa intendevo effettivamente dire. Nella mia biblioteca si trova un libro dal titolo: Il secolo dei genocidi, dove è fatto un elenco ed una tipologia dei genocidi registrati come tali in tutta la storia del Novecento. Conosco anche un altro titolo chefa la storia dei massacri e dei genocidi durante gli ultimi 2000 anni. Per fare solo alcuni esempi, recenti, lo storico Ilan Pappe spiega in un suo libro, che sta suscitandoforti reazioni in tutto il mondo, “La pulizia etnica della Palestina”, avvenuta nel 1948,che la “pulizia etnica” è equiparata nella più recente legislazione internazionale ad unvero e proprio “genocidio”, che chiaramente si distingue dallo “sterminio”: cioè, dalla semplice uccisione di popolazioni mediante uso di armi convenzionali. Altro esempio, indicato dalla normativa ONU come forma di “genocidio” è la decapitazione delle classi dirigenti di un popolo mediante uccisione mirata e sistematica di tutti i suoi capi e leaders. Per non parlare, poi, della più recente ricerca in campo militare biologico, dove sulla base della mappatura del genoma, sembra si stiano individuando virus patogeni che dovrebbero selettivamente colpire determinateetnie, escludendo le altre. Si potrebbe perfino concludere che il “genocidio semplice”,mediante ‘sterminio’ fisico, difficile da occultare, è sempre meno praticato, preferendosi altre forme più discrete ed al riparo dall’attenzione dei media (controllabili) e soprattutto dalla reazione della comune coscienza morale: morte perfame e malnutrizione (oltre due miliardi di persone, nel mondo), malattie e mancato soccorso medico, epidemie procurate, avvelenamento e contaminazionedell’ambiente, pulizia etnica, decimazione e decapitazione di gruppi etnici, ecc. È diquesti giorni la notizia che in Gaza come conseguenza della contaminazione ambientale dell’operazione “Piombo fuso”, giusto un anno fa, si siano già registratele prime nascite di bambini deformi o affetti da tumori. Se sopravviveranno, porteranno per tutta la vita le stimmate di un ‘genocidio’ che non potrei certo considerare ‘semplice’ e che non so come altrimenti definire, mancando nel lessicocorrente un’espressione standardizzata. Ma qui soprattutto si tratta di una divisione delle coscienze su un fatto storico contemporaneo della nostra quotidianità, dove con tutta la sua forza bruta agisce la politica, volta a condizionare l’opinione e laformazione della coscienza morale.
12°) Orbene, astraendo da qualsiasi contesto di luogo e di tempo, per non so qualifini, il Relatore prof. Lanchester introduce l’espressione «semplice ‘sterminio’», dicui nessun accenno è stato fatto nelle nostre conversazioni e di cui non possodeterminare il senso che lui voglia dare. Lo stesso dicasi per tutte le altre espressioni,artatamente riprese dai miei blogs personali, e caricate di oscuri e sinistri significati,ma senza che esse mi siano mai state direttamente ed esplicitamente contestate.
13°) Riguardo al mio pensiero, sarei nondimeno lieto di poter discutere le miemodeste opinioni con chiunque ritenga che esse meritino attenzione: possibilmente,non in una sede disciplinare. Ma, nella sua specifica funzione di Relatore, il prof.Lanchester – incaricato soltanto di accertare l’addebito rettorale in merito al fatto se io avessi o non tenuto Lezioni sull’olocausto all’Università – non mi ha tuttavia contestato nessuna mia opinione, che fuori dell’ambito dell’art. 21 della Costituzione,possa costituire uno specifico ed ulteriore titolo di addebito, peraltro mai specificato.Pertanto, appaiono illazioni, tanto gratuite quanto infondate, le ricostruzioni sulle mie «posizioni personali», chiaramente diverse e antitetiche, sul piano politico, a quelle del prof. Lanchester. È infine sorprendente che il Relatore, più di me esperto diinternet, non abbia individuato il brano, da lui riportato, in tutto il suo contesto di unarticolo molto più ampio, presente in rete da circa tre anni, e di cui mi ero perfinodimenticato. Non avrebbe dovuto dar credito al quotidiano “La Repubblica” – per opera di un suo giornalista, politicamente schierato – interessato a realizzare il suo “scoop” scandalistico, a danno di un suo avversario. Leggendo il mio articolo nellasua interezza, infatti, vengono meno tutte le congetture sollevate dal Relatore, edappare plausibile quel “dibattito” (su un blog personale), a cui il titolo espressamente rinviava.
14°) Nella documentazione allegata al Procedimento (qui, All. n° 8) – non tanto perillustrare la risposta al semplice quesito di addebito, risolvibile con un semplice “si” o “no”, ma quanto per offrire un esempio di stralcio di «posizione personale», si trova del materiale pubblicitario riguardante una campagna internazionale di boicottaggiodello Stato di Israele, sul modello di una prassi, non violenta, già in uso nellavittoriosa campagna contro il regime di Apartheid sudafricano. Un siffatto materialenon è per nulla pertinente alla Nota di addebito e si tratta di etichette adesivepubblicitarie illustrative di alcuni articoli del blog. Altro materiale allegato è del parinon pertinente e sarebbe qui macchinoso doverne trattare analiticamente.
15°) Trovo invece strumentale che nella individuazione e descrizione di una miapresunta «posizione personale» venga totalmente omesso, nessuno accenno sia fatto, alla «posizione personale» effettivamente da me espressa e caratterizzante nel casoaddebitatomi, e cioè: mentre mi dichiaro estraneo ed incompetente in merito al«cosiddetto negazionismo», esprimo e rivendico invece, in qualità di filosofo deldiritto – oltre che come cittadino – il mio attivismo per la strenua difesa del principiocostituzionale della libertà di pensiero e di ricerca, che occorre riconoscere,incominciando dai più deboli e meno protetti. Avevo perfino quantificato in circa
15.000 il numero delle persone che nella sola Germania ogni anno vengono perseguiti penalmente per meri reati di opinione, contrari alla lettera e allo spirito, non solo della nostra Costituzione (art. 21), ma anche alla Dichiarazione universaledei diritti dell’Uomo e alla stessa Carta europea dei diritti. Di questa mia «posizione personale», più volte da me evidenziata e pubblicamente espressa, non è fatto nessuncenno dal Relatore prof. Lanchester, che si è limitato, purtroppo, ad assecondare una campagna di stampa arbitraria e diffamatoria contro la mia persona senza che vengano mai riportate le mie smentite e le mie precisazioni. Secondo un “copione”ben collaudato, è risaputo che la strategia ordinariamente seguita da questo genere didiffamatori, tenta di collocare l’accusato di turno (cioè, me) su un piano del discorso che essi stessi hanno scelto (cioè, il “negazionismo”), obbligando il loro interlocutorea stare necessariamente sulla difensiva. Il piano di discorso che io, da almeno tre anni, tento di intavolare, è invece un’altro: la difesa del principio della libertà dipensiero, sempre e comunque. Che io non sia o almeno non mi dichiari un “negazionista” – termine moderno per indicare la «strega», l’«eretico», l’«untore», etc. – è stato detto, tre anni fa, in modo inequivocabile, almeno due volte nel testointernet che il prof. Lanchester ed i falsificatori de “La Repubblica” – quotidianocontro il quale promuovo contestualmente azione legale – pur citano, senza leggere(un caso?) le righe seguenti e i paragrafi successivi che contraddicono e sconfessanoquanto pretendono di attribuirmi. In altre parole, si altera il senso di mie frasi testualie si tace del tutto la problematica che avevo inteso porre ed evidenziare: cioè, ilgrande pericolo che incombe in Europa ed ora, anche in Italia, sulla libertà dipensiero.
16°) Riguardo la mia collocazione non sul piano del “negazionismo” – dove artatamente ed abusivamente mi si vuole inserire – ma su quello della tutela dellalibertà di pensiero si trova nel fascicolo rettorale una corrispondenza (qui al mio All. n° 8) di cui non è chiarito per nulla il senso. Non si comprende perché stia nelfascicolo e non è data nessuna spiegazione. Non è neppure chiaro da chi sia stata allegata e perché. Tocca perciò a me darne qui una spiegazione. Terminata la presidenza di facoltà del prof. Lanchester ed iniziata qualche anno fa quella del prof.Rossi, mi ero io fatto promotore di una proposta associativa universitaria nazionaleed europea con sede presso la Facoltà di Scienze Politiche. Essa, riunendo personalità rappresentative, avrebbe dovuto occuparsi di un costante monitoraggio italiano ed europeo e quindi di iniziative a tutela della libertà di pensiero. Il tentativo, fortunatamente abortito, da parte del ministro Mastella di introdurre anche in Italia la legislazione tedesca, aveva lasciato non poche preoccupazioni in me e in parecchi altri colleghi. Avevo informalmente accennato la cosa al nuovo preside che non eraostile all’idea, pur ponendo qualche condizione operativa. Non avevo potuto però avanzare nella realizzazione del progetto, gravato com’ero dagli ordinari impegni.Paradossalmente, proprio l’orchestrazione di stampa, messa in piedi contro di me, suun inesistente caso di “negazionismo”, aveva creato una certa pubblicità ed erano giunte adesioni e sostegni che mi avevano fatto ripensare a questo precedenteprogetto, oggi più attuale che mai. Da varie università italiane, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna e da altri Paesi si è manifestata una sensibilità al problema epure avvertita la necessità di fare qualcosa. È a tutti perfettamente chiaro che non sitratta qui di “negazionismo”, ma di difesa della libertà di pensiero, certamenteminacciata e in serio pericolo. Voglio sperare che – come si suol dire – non tutto ilmale venga per nuocere, e cioè: concluso al più presto il presente procedimentodisciplinare, acclarata la mia assoluta innocenza rispetto all’addebito e ad ogni altrainsinuazione, possa prendere corpo ed impulso quella che era finora solo un’idea ingestazione. E che sia proprio l’Università di Roma La Sapienza e la Facoltà diScienze Politiche a farsi promotrice e sede istituzionale di una grande aggregazione europea per il Monitoraggio costante e la Difesa della libertà di pensiero e di ricerca in tutti i luoghi dove essa appare violata o minacciata. La corrispondenza intercettataed allegata al fascicolo rettorale aveva ed ha questo senso e nessun altro: creare una mobilitazione in difesa dei valori costituzionali contenuti nell’art. 21 dellacostituzione. È probabile che in un clima di caccia alle streghe vi sia stato qualche malinteso, del tutto ingiustificato.
17°) Per riassumere e per una migliore intelligenza del mio testo, che è stato allegato al suo rapporto dallo stesso prof. Lanchester, trovo utile riportarne integralmente ilcontenuto, per poi ricapitolarne la manipolazione messa in atto da “La Repubblica”.Così recita il breve testo che è stato successivamente e completamente stravolto, nelsuo senso letterale, dal giornalista Pasqua de “La Repubblica”:
«Il tema del “cosiddetto olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.Per l’uso dell’espressione “cosiddetto olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!
Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuolealludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’olocausto il neostato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti,si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».
Il testo sopra riportato si trova nel corpo di uno degli oltre 1300 articoli di cuiconsistono i due blogs qui citati, su circa una trentina complessivi, e in quel contestovanno interpretati. L’articolista de “La Repubblica” si è esclusivamente limitato a citarne il titolo: «La leggenda dell’olocausto: riapertura di un dibattito» senza minimamente darsi la cura di leggere ciò che sotto quel titolo era scritto. Non soddisfatto di ciò, ha alterato il mio titolo che è diventato per “La Repubblica”: «L’olocausto è una leggenda», titolo che è un vero e proprio falso, che si accompagna ad altro falso: “shock alla Sapienza”, uno shock, in realtà, creato ad hoc dallo stesso quotidiano, non esistendo né il giorno prima né mai nessuno “shock” come conseguenza delle mie Lezioni, che peraltro – come ho già accennato – non erano in corso durante il mese di ottobre, ma erano terminate, in maggio, nel semestre precedente. Una simile titolazione altera il senso inequivocabile di quanto da mescritto poco sotto il titolo anni prima: i miei «intendimenti non erano di “negare” alcunché», richiamando una vecchia polemica già intentata circa tre anni or sono dauna veemente, volgare e faziosissima testata della Rete, nel cui archivio ha attinto ilgiornalista Marco Pasqua, che scrive anche su “La Repubblica”, ma che ha – nella Rete stessa – una sua ben individuabile appartenenza e militanza politica. Questatestata è stata da me monitorata da quando avevano incominciato ad attaccarmi, proprio sul solo titolo in questione, senza neppure curarsi di leggere ciò che sotto iltitolo era scritto. Nessuno degli storici revisionisti, che io sappia, nega l’esistenza della tragedia dei campi di concentramento. Gli aspetti storiografici controversi, mipare, riguardano singole problematiche, su cui non ritengo di dilungarmi in questa sede. Ma a parte il merito delle questioni storiche, la mia annunciata escursione ditesti revisionisti aveva uno scopo preminente: stabilire se l’avere scritto dei meri testi di critica storica poteva meritare la prigione, oltre che la “gogna”, ai loro autori. Lamia conclusione è che l’attività di critica storica di eventi, ogni anno sempre piùremoti, rientra perfettamente nell’attività lecita e costituzionalmente garantita dagliartt. 21 e 33 della nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei dirittidell’Uomo, dalla Carta europea. Orbene, allo stesso modo in cui “La Repubblica” si èinventata di sana piana l’espressione a me attribuita «L’olocausto è una leggenda»,suscita pure ambiguità l’espressione «cosiddetto olocausto», di cui nella Relazione.Se il prof. Lanchester mi avesse reso edotto prima, gli avrei mandato l’articolo diSion Segre Amar, pur presente nel mio blog e dove era chiarito il senso del termine.
Del resto, l’espressione in sé è filologicamente neutra ed io mai avrei immaginato didoverne rispondere in una sorta di processo alle intenzioni. In altra epoca, un Censoredisse della «Divina Commedia» – non avendo letto altro che il titolo – che trattavasi di blasfemia facendosi “commedia” di cose “divine”.
18°) Secondo la migliore giurisprudenza – rinvio al “caso” francese di Edgar Morin,sul quale non posso attardarmi – il senso di un pensiero si deve ricostruire in tutto il suo contesto. La maggior parte degli oltre miei 1300 post, rimasti spesso allo stato dibozze abbandonate, nei soli due blog personali citati, concernono soprattutto la problematica della libertà di pensiero in tutte le situazioni concrete in cui essa appareminacciata e/o conculcata. In sostanza, esprimo le mie opinioni politiche in libertà esenza timori, fiducioso nella solidità della nostra democrazia. E, come militante politico, ho inteso esercitare uno specifico e aggiuntivo diritto di critica politica.Atteso il mandato da lui ricevuto per la verifica dell’addebito (“aver o non avertenuto Lezioni...”) non riesco a capire la pertinenza del materiale da lui allegato. Adesempio, quello relativo ad un articolo da me ripreso da un organo di stampa e,quindi, commentato, dove si parla di clandestini provenienti dal Sudan che vengono non “accolti” alla frontiera di Israele, ma uccisi a fucilate – sia pure da Egiziani – e seppelliti davanti ad un cimitero israeliano. Il fatto è stato da me commentato,certamente con indignazione, ma non capisco proprio perché il prof. Lanchester abbia pensato di allegare al fascicolo quel mio testo. Rilevo con forza come ciò non sia pertinente con il suo mandato di verifica dell’addebito: “avere o non avere io tenuto Lezioni sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica”.
PQM
Per questi motivi, sopra sommariamente elencati, ritengo accettabile la Relazione del prof. Lanchester solo nella parte in cui si limita a riferire in merito al quesito posto dall’addebito rettorale, e cioè nella constatazione del non aver mai io tenuto Lezioni agli studenti in materia di olocausto, atteso che bastava leggere il calendario deicorsi per constatare che in ottobre io non svolgevo nessuna attività didattica; mentreritengo inaccettabile e inammissibile la parte dove egli, in modo erroneo, non vero einattendibile, descrive mie «posizioni personali». In particolare, è totalmente erronea,infondata, non pertinente l’attribuzione dell’espressione «cosiddetto olocausto», a meattribuita, nonché la ricostruzione del senso di altre espressioni, totalmente sganciate dal loro specifico contesto. Ritengo, in fine, completamente infondato, in fatto e diritto, l’addebito a me mosso dal Rettore, al quale ero disponibile a dare tempestivi chiarimenti e rassicurazioni di ogni genere, qualora mi avesse semplicemente chiamato.
A riprova di quanto da me espresso, riguardo il contenuto dei miei corsi e delle mieLezioni, si potrebbero chiamare a testimoniare sia la già citata titolare della cattedradi Filosofia del diritto, prof. ord. Teresa Serra, sia i colleghi che nel corso degli annihanno fatto parte delle commissioni di esami, sia gli studenti che si riescano a
rintracciare. Con riserva finale lasciata ai miei legali – Avv. Teodoro Klitsche de laGrange e Avv. Aldo Costa – di rappresentare, riformulare e illustrare meglio in tuttele sedi competenti e opportune quanto da me qui espresso.
In fede Antonio Caracciolo Roma, 5 gennaio 2009
PARTE TERZA
Allegato del testo di querela penaleal giornalista Marco Pasqua e al Direttore Ezio Mauro
– Mi resta ancora da decidere, nei termini dei 90 giorni che decorrono dal 22 ottobre 2009, se siaopportuno aggiungere all’azione civile già avviata anche l’azione penale. Il presente testo è comunque utile per una descrizione dei fatti.
Al Commissariato di P.S. presso l’Università di Roma “La Sapienza”
Oggetto: querela per creazione e diffusione di notizie false e tendenziose e di conseguenza, per diffamazione, contro il giornalista di Repubblica Marco Pasqua e contro il direttore Responsabile Ezio Mauro.
In data 22 ottobre 2009 usciva sul quotidiano a tiratura nazionale “La Repubblica”, inprima pagina e a pagina 25, un articolo (che si allega) di Marco Pasqua, che lo immette poi in rete, nel suo blog, facendolo circolare in numerosi siti.
In merito al suddetto articolo non è qui presentata querela contro le palesifalsificazioni e caricature del mio pensiero, ma è invece oggetto della presentequerela il fatto che il Pasqua ascrive a contenuto delle mie Lezioni all’università diRoma La Sapienza quanto da lui stesso e solo da lui artatamente ricostruito in assenza di ogni mio contesto e mio contradditorio.
In non ho mai detto ai miei studenti, o in sede universitaria, la frase virgolettata daRepubblica: “L’olocausto è una leggenda” né che «l’olocausto non esiste» né simili espressioni si trovano mai neppure scritte nei miei blogs pur citati da Pasqua. Anzi sitrova il contrario.
Il giornalista Pasqua irride sul fatto che io abbia numerosi blogs privati, su un server e un sito che non è dell’università. Su oltre trenta blog ve n’è ad esempio uno diarchivistica parrocchiale, dove vado digitalizzando l’anagrafe storica. Ebbene, lastoria della parrocchia non è certo argomento delle mie Lezioni di filosofia del dirittoall’università di Roma La Sapienza! Ognuno di noi, fuori servizio, ha pieno dirittoalla sua vita privata, dove può dedicarsi – se crede – tanto all’attività politica quantoal giardinaggio, all’archivistica, alla fotografia, alla storia locale, alla filosofia, etc.
Nella titolazione de “La Repubblica” si dice grottescamente che vi sarebbe stato uno «Shock alla Sapienza», intendendo e facendo intendere: a causa delle mie Lezioni.Fino al giorno prima dell’uscita dell’articolo de “La Repubblica” alla Sapienza non viera proprio nessuno “shock”; esso è stato creato ex nihilo, dal nulla, solamente da “La Repubblica” come conseguenza delle falsità pubblicate, diffuse, amplificate da unarete di complicità. Il grottesco è che io, in ottobre, non svolgevo nessuna attivitàdidattica, essendosi il mio corso concluso nel mese di maggio, nel semestre precedente. Nei giorni dello “shock”, che sarebbe stato da me causato, non ero neppure presente all’università!
Che non sia solo un problema di titolazione, dovute al “titolista”, ma si tratti di operadello stesso Pasqua lo si evince dalla frase testuale del suo articolo, dove egli scrive:«C’è da chiedersi, allora, se tra i suoi studenti… qualcuno si sia mai ribellato». Tra imiei studenti nessuno si è mai “ribellato” perché non hanno mai sentito da me le cose che il giornalista Pasqua mi ha attribuito. Non so che faccia abbia il Marco Pasqua,ma il suo nome non risulta dal registro dei miei studenti.
Non sono certamente miei studenti, ma suoi lettori, gli ignoti che sui muri della miaFacoltà hanno affisso manifesti istiganti al mio omicidio o a percosse. Ho già presentato al riguardo separata querela contro ignoti. Dal procedimento amministrativo, seguito dell’articolo del Pasqua, è subito emerso che da me non sonomai state fatte le Lezioni (olocausto, Priebke, leggi razziali, etc.) che Pasqua miattribuisce. La malafede del Pasqua emerge dallo stesso articolo de “La Repubblica” dove è fotograficamente riportato parte di un mio blog privato il cui titolo esatto è:«La leggenda dell’olocausto: riapertura di un dibattito», risalente al 21 ottobre 2006.
Nella parte tagliata del suddetto testo, poche righe più sotto, è detto espressamente ilcontrario di quanto Pasqua riporta ed è spiegato anche il significato del termine “leggenda”. Il Pasqua in sostanza ha attinto all’archivio di un sito denominato«Informazione Corretta», con il quale vi era stata appunto nel 2006 una polemicaextra-universitaria di cui, se occorre, riferirò ampiamente agli organi inquirenti.
Ripetesi: oggetto di questa querela non sono le falsificazioni e le manipolazioni del Pasqua, quali che siano, riguardo il mio pensiero politico e filosofico, ma il fatto che egli abbia indicato simili grossolane manipolazioni, proprie dello stesso Pasqua,come oggetto delle mie Lezioni, il cui contenuto è invece quello risultante daiprogrammi affissi nonché dai verbali di esame.
In altri termini, il Pasqua ricostruisce, falsificandole, mie private opinioni, in quantotali peraltro lecite e protette dall’art. 21 della costituzione, opinioni espresse in blogspersonali (“Club Tiberino” o nella Societas “Civium Libertas”), e ne fa oggetto delmio insegnamento universitario, quindi mi denigra non per le mie private opinioni, espresse privatamente ovvero in sede extrauniversitaria, ma in quanto docente universitario, che avrebbe utilizzato indebitamente la sua funzione per propagandare tesi abominevoli, se non criminali, circa tematiche estranee alle discipline insegnate.
La malafede della campagna diffamatoria risulta ancora dal fatto che, in violazionedelle leggi sulla stampa, il quotidiano “La Repubblica”, ovvero lo stesso Pasqua, nonha voluto pubblicare la mia tempestiva smentita, ed in tal modo propagando la falsanotizia dell’avere tenuto io fantomatiche Lezioni alla Sapienza, cui subito seguival’affissione di manifesti velatamente inneggianti al mio omicidio.
Chiedo pertanto la punizione dei colpevoli in relazione al reato di diffamazione amezzo stampa e per ogni altra ipotesi delittuosa dovesse esser ravvisata nei comportamenti sopra descritti.
Chiedo di essere avvisato ex art. 406.3 dell’eventuale richiesta di proroga del termine delle indagini preliminari cpp, nonché, ex art. 408.2 cpp, nel caso in cuiil PM ritenga di avanzare richiesta di archiviazione.
In fede Antonio Caracciolo Allegati alla Querela.
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