mercoledì 15 marzo 2017

Gilad Atzmon: «La strada per Atene».

 Home | Prec. ↔ Succ.
Gilad Atzmon
Gilad Atzmon non è uno storico revisionista, ma è un musicista e un filosofo. Ad ognuno il suo mestiere. Per gli storici revisionisti, che fanno questo mestiere, dovrebbe essere più che soddisfacente sapere che un Gilad Atzmon riconosce loro la piena libertà per le loro ricerche. Se Atzmon rivestisse i panni dello storico, senza esserlo, senza sapere di ricerche di archivio e di metodo storico-scientifico, la sua sarebbe una posizione ideologica, e noi non avremmo per lui l'interesse vivo che invece abbiamo non solo per le analisi che ha già prodotte, ma per la sua capacità di leggere il presente, le cose che via via accadono, in un àmbito certamente delimitato, ma che è quello dove nessuno meglio di lui è nelle condizioni di dire e poter dire le cose che dice e scrive. In fondo, la questione spinosa del reato di “negazionismo” che infiamma gli animi, è secondaria e derivata davanti al potere di stabilire per legge una Verità qualunque: oggi si fissa per legge che la Verità che si deve credere è Una, e Questa per la precisione. Domani se ne fisserà un'altra, e non importa Quale. Importa il potere di dettare la Verità. Discutere sulla legittimità di questo potere, o meglio impedire che se ne possa discutere, è ciò in cui - spiega Atzmon – consiste l’essenza del «potere ebraico» oggi nel mondo.

Post Scriptum. -  Oggi, a proposito di un eretico discendente di Lord Balfour, su il Foglio, qui ripreso da una rassegna stampa sionista, viene immesso sulla rete linguistica italiana un “autorevole” commento di Dershowitz, che si vuole importare in Italia, dove è già venuto e dove è stato tradotto un suo libro, presentato senza le molestie e le censure che hanno invece i libri di opposte vedute... L'elenco sarebbe lungo! Stavo per scrivere alla Redazione de Il Foglio, ma mi sono trattenuto, pensando che probabilmente scriverebbe che sono un “antisemita”, e poi come in genere succede tocca fare una lettera di smentita ai sensi di legge, che però non viene pubblicata, come non è stata pubblicata la mia smentita al Messaggero, da dove un Tizio continua a lanciare i suoi attacchi, evidentemente protetto e coperto... La replica che era pronta sulla punta della penna, replica che non ho partita per email, era questa: ma non è che la causa dell’«antisemitismo» (fra virgolette) non sia da ricondurre allo stesso Dershowitz e alla stessa Redazione del Foglio, il cui acritico, totale, assoluto, perinde ac cadaver su Israele, qualunque cosa faccia? Non è sospetto una così assoluta mancanza di indipendenza e autonomia critica da parte di un organo di informazione che riceve finanziamenti pubblici Non è che questo (inesistente e anacronistico quanto concettualmente inconsistente) “antisemitismo” sia una creazione artificiale e strumentale della stessa propaganda israeliana, la cosiddetta Hasbara? Non credo che il Foglio abbia più lettori di Rinascita, quando usciva... ma Rinascita ha chiuso o l'hanno fatta chiudere, invece il Foglio continua ed ha quelle stesse rassegne stampa che nel caso di Rinascita venivano rifiutate... In pratica, un giornale come Rinascita (un quotidiano con diffusione nazionale, anche se ridotta) era censurato dalle rassegne, che sono anche organi di pubblicità per i giornali... Il suo torto era di essere in una posizione politica agli antipodi della redazione del Foglio, o di altri giornali e giornalisti, che di certo non sono la Voce di Gaza.
CL
LA STRADA PER ATENE
Fonte.
di
Gilad Atzmon

Alan Dershowitz
Nel suo recente discorso indirizzato al think-thank guerrafondaio e ultra sionista Stand With Us, Alan Dershowitz ha avuto a dichiarare:
 «la gente afferma che gli ebrei siano troppo potenti, troppo forti, troppo ricchi. Afferma che noi controlliamo i media, che noi possediamo troppo di questo e troppo di quello e che poi, in maniera artata e con l'aiuto della dialettica, neghiamo e nascondiamo sia la nostra forza che il nostro potere. Voi, questo potere, non nascondetelo mai!» 
Il vecchio sionista Dershowitz, che negli anni si è andato guadagnando la poco invidiabile reputazione di “grandissimo bugiardo” (Noam Chomsky) e di “plagiatore seriale” (Finkelstein) prima di passare a miglior vita ha probabilmente deciso di dare un’ultima chance alla ammissione della verità. Nel mondo odierno, nessuno può negare che gli ebrei siano “troppo potenti” “troppo ricchi” e che “controllino i media globali”. Eppure è altrettanto chiaro che ormai essi non si preoccupino quasi più di celare tale potere. Infatti, proprio come Dershowitz, la maggior parte di loro si vanta apertamente delle tante sfaccettature del potere ebraico nel mondo e proprio mentre si vanta apertamente usa tutti gli artifizi possibili per silenziare ed azzittire chiunque osi contestare la natura di quello stesso potere.

Come vado sostenendo da molti anni, il punto di forza degli ebrei, consiste proprio nel sopprimere qualunque discussione possibile che abbia ad oggetto il loro potere nel mondo. In effetti, l’approccio che usa Dershowitz proprio in questo suo discorso, è piuttosto chiaro. Lui, ammette apertamente che gli ebrei siano smisuratamente potenti, eppure non si fa alcun problema a dichiarare apertamente che gli stessi, non dovrebbero preoccuparsi di considerare il loro strapotere  come strabordante ed ingiusto.
«NOI (ebrei) ci siamo guadagnati il diritto di essere ascoltati, NOI ci siamo guadagnati il diritto di influenzare il dibattito pubblico, NOI abbiamo contribuito in maniera sproporzionata al successo degli USA nel mondo» - afferma Dershowitz.
Qualcuno potrebbe anche domandarsi a chi sia riferito questo “NOI” che ha contribuito così tanto al successo di questo paese. Dershowitz si sta forse riferendo anche al suo cliente e vecchio amico Jeffrey Epstin, l’uomo che si preoccupa di procurare le minorenni alle élite? Dershowitz, si riferisce anche ad Alan Greespan, colui che ha spinto l’America a compiere un vero e proprio genocidio verso le sue classi sociali più deboli? O forse, questo suo “NOI” include anche quei banchieri di Wall Street come i Goldman e i Sachs e i Soros, i quali non passa giorno che non spendono a scommettere pesantemente e a speculare sul futuro degli Americani, approfittando della finanza globalizzata? E quasi certamente questo “NOI” di Dershowitz si riferisce anche a Haim Saban e Sheldon Aderson che son riusciti nel loro scopo di ridurre la politica americana ad un puro affare interno e strumentale agli interessi sionisti.

Ma vi prego: non fraintendetemi. Non c’è dubbio alcuno che alcuni ebrei abbiano dato un notevole contributo all’America in tema di cultura, scienze e arte, finanza e così via. Eppure, è proprio questo concetto ebraico del NOI che Dershowitz qui si impegna così tanto a propagandare, che si presta come problematico e bisognoso di una analisi ulteriore. Sebbene appaia chiaro che l’opera di lobbing a favore di Israele e degli interessi ebraici messa in atto da Adelson e Saban sia ascrivibile a quel concetto di NOI ideato da Dershowitz, la cosa non ancora chiara risulta essere se la stessa opera letteraria di Philip Roth sia solo un contributo alla letteratura statunitense dato in quanto semplice cittadino americano, oppure se anche essa sia organica a quel concetto di NOI di cui parla Dershowitz.  Ma questo entusiasta della cara vecchia pulizia etnica, ci infligge perfino la sua battuta finale:
«Mai, mai scusarsi per il fatto che usiamo il nostro potere e la nostra influenza in favore della pace».
Se penso che chi parla è il guerrafondaio e teorico dello Stato criminale, Dershowitz, non posso che rimanere perplesso per questa sua affermazione. E allora mi chiedo: «ma chi sono questi ebrei che userebbero la loro influenza politica e finanziaria addirittura nell’interesse stesso della pace nel mondo?» È forse la scuola tribale Neocon, chiamata The Progect for the New American Century ( il Progetto per il Nuovo Secolo Americano), una cricca immorale di interventisti sionisti internazionali, che è riuscita a portare l’intera America assieme a tutto l’Occidente in una guerra globale senza fine? O forse, si tratta del “pacifista” Albert Einstein il quale ha praticamente dato inizio al famoso Progetto Manhattan, mettendo l’intero mondo sulla strada della autodistruzione? O ancora Dershowitz si va riferendo a Sidney Blumenthal, il quale ha spinto l’ex segretario di Stato Hillary Clinton all’intervento militare in Libia mentre lui stesso, nei giorni in cui il paese di Gheddafi veniva cancellato a suon di bombe, era intento ad investire casualmente proprio nella ricostruzione di quello stessa terra brutalmente aggredita? Oppure si tratta della lobby ebraica che spinge costantemente alla guerra in Siria e in Iran? Ammetto di non conoscere molti ebrei che usano davvero, e in maniera disinteressata, la loro influenza nell’interesse della pace tra i popoli, ma son sicuro che se qualcuno di questi dovesse mai fare la propria comparsa sulla scena, la gente come Dershowitz, si affretterebbe ben presto ad accoglierla con la macchina del fango e della denigrazione, come possono facilmente testimoniare sia Norman Finkelstein che Richard Falk.

Io, come Dershowitz, non penso affatto che gli ebrei dovrebbero scusarsi per i crimini di Israele. Non sono per niente sicuro che le scuse possano avere un qualche significato utile. Non so se i giudei dovrebbero scusarsi per il loro strapotere o per uomini come Dershowitz, Greenspan, Wolfowitz o Maddoff, perché ancora una volta, un simile atto non avrebbe molto senso. Ma sono oltremodo sicuro che quando ci si trova ad ascoltare le menzogne sparse in giro dai signori come Dershowitz, il quale va invocando tutti i giorni la guerra, presentandola nella sua veste tanto legalitaria quanto ipocrita e niente affatto etica, allora siamo autorizzati a pensare che egli parli senza dubbio in nome del progetto nazionalista ebraico. Quest'uomo è la personificazione stessa di tutto quello che ha a che fare con la follia della razza eletta e della loro supremazia tribale. Alan Derschowitz è la utile quinta colonna piazzata nel cuore stesso di Gerusalemme, posta là per ricordarci quanto possa essere penosa la distanza morale e culturale che ci divide dalla Atene di Pericle.

Ma al tempo stesso, proprio questa presa di distanza dalle folli visioni della gente come Dershowitz, può di per sé rappresentare la chiave stessa per rientrare ad Atene e riprenderne possesso una volta per tutte e soprattutto per sempre.

Traduzione italiana di Antonio Palumbo

martedì 14 marzo 2017

Intervista a Gilad Atzmon sul soldato Azaria: il mito dei valori ebraici universali.

 Home | Prec. ↔ Succ.
Gilad Atzmon
La lieve condanna per un cinico e brutale omicidio di un palestinese, steso a terra ferito, da parte di un soldato israeliano, emessa in Israele il 21 febbraio di questo corrente anno 2017, ha giustamente richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale, anche se sono riluttante a usare l’espressione “opinione pubblica”, in un mondo dove l'opinione è fatta e formata sempre più da chi possiede e controlla i media. Più che altro è l'ennesimo scontro su cui si misurano due diverse “opinioni pubbliche”: quello dei cittadini israeliani o ebrei in genere, e quello dei non-ebrei o persone terze e distaccate, o anche persone che ritengono che i palestinesi siano delle assolute vittime e meritino tutto il sostegno di quanti vorrebbero un mondo regolato dalla giustizia e da principi di umanità anziché dalla forza bruta. Di Atzmon mai come in questo caso è utile ricordare che nato in Israele, con un nonno che era terrorista dell’Irgùn, e gli ha fatto apprendere in casa cosa fosse il sionismo, all’età di 30 ha lasciato per sempre Israele, ritenendo che quella fosse una terra ingiustamente sottratta ai palestinesi.

Su «Come Don Chisciotte» è apparso il 12 marzo un articolo di Richard Hardigan, che ha già avuto quasi 2000 lettori, e che ho condiviso sul mio profilo facebook, suscitando l’interesse dei miei Amici. In CDC è disponibile anche il video della esecuzione a freddo che non lascia nessun dubbio sull’omicidio. Ora, grazie ad Antonio Palumbo, giunge anche la traduzione di questa intervista da Gilad Atzmon rilasciata a Alimuddin Usmani, giornalista svizzero indipendente. Inutile dire che il suo giudizio sull’accaduto è per noi di particolare interesse. Un poco di date e di filologia: l’articolo di Hardigan è uscito nell'originale inglese il 3 marzo in Counterpunch. L’Intervista di Atzmon è qui ripresa e tradotta da un post del suo blog uscito il 4 marzo, con titolo: «Azaria e il mito dei valori ebraici universali», ed è un’Intervista concessa a Alimuddin Usmani, per la Pravda  dove esce il 3 marzo in traduzione francese, e in E et R (Egalité et Reconciliation), dove esce nella stessa data del 3 marzo. I due testi, di Hardigan e di Atzmon, sono dunque del tutto autonomi e pressoché contemporanei. Se poi, in relazione al fatto, si vuole sentire la Voce della Propaganda israelo-sionista, ben presente radicata e rappresentata anche in Italia, e in specie nell’Amministrazione Capitolina, passata e presente, si vada al link, immondo, che non commentiamo, essendo più che sufficiente, per completezza di informazione, averlo linkato!
CL


IL SOLDATO AZARIA
 E IL MITO DEI VALORI EBRAICI UNIVERSALI
(Fonte)

Intervista
a
Gilad Atzmon

Alimudin Usmani
Alimuddin Usmani: Il soldato Elor Azaria, delle Forze di Difesa Israeliane, è stato recentemente condannato per strage per aver sparato ed ucciso un palestinese ferito e inerme. La vicenda ha profondamente lacerato l’opinione pubblica israeliana. Alcuni dicono che il soldato stesse semplicemente facendo il suo dovere e che è sia stato trasformato in un capro espiatorio dalle stesse Forze di Difesa Israeliane. Una fonte militare riservata ha dichiarato: «che l’atto di Azaria non ha nulla a che fare con i valori su cui si fondano le Forze di Difesa Israeliane e nemmeno con quelli del popolo ebraico».  Gideon Levy ha scritto che la sentenza dei diciotto mesi data al militare è semplicemente ridicola e che sarebbe stata buona al massimo come punizione per un banale furto di biciclette”. Tu, che idea te ne sei fatto? 

Giald Atzmon
Gilad Atzmon: ci sono molte cose da tenere in considerazione in tutta questa vicenda. Ovviamente la prima di tutte è che il soldato Azaria sia semplicemente un assassino a sangue freddo, il quale non ha esitato a sparare in testa ad un palestinese che era già precedentemente ferito e di conseguenza inerme. Quella di Azaria, non è stata altro che una vera e propria esecuzione, per di più operata in pieno giorno. Ragionando nell’ottica israeliana, l’unico imperdonabile crimine commesso dal soldato Azaria è stato solo quello di essersi fatto beccare in flagrante da una telecamera. Ci sarebbe anche da dire di quanto siano impossibili le circostanze nelle quali questi soldati sono costretti ad operare. I soldati israeliani, infatti, sono impropriamente usati anche per operazioni di semplice ordine pubblico. Visto che i coloni non fanno altro che opprimere giorno e notte i palestinesi oriundi, quello che è successo mi pare né più e né meno che la mera cronaca di un disastro annunciato. Sempre più spesso sia le forze di polizia che i soldati finiscono per trasformarsi in squadroni della morte al servizio dei coloni.  Eppure, queste vili pratiche non rispondono necessariamente a precisi ordini ufficiali dei corpi militari o di polizia. Piuttosto, questi episodi portano alla luce l’atmosfera cupa ed esplosiva che aleggia oggigiorno nelle strade di Israele: lo stress pre-traumatico, la loro licenza di uccidere impunemente, la completa mancanza di qualunque senso dell’etica e così via. Mettendo per un attimo da parte il brutale atto di Azaria, il dibattimento in aula ha messo in luce un profondo conflitto all’interno della società israeliana.
Il Sionismo, come sappiamo, promise di fare degli ebrei un popolo come tutti gli altri. Invece, la realtà dei fatti ci mostra che agli israeliani resta ancora moltissima strada da fare in questo senso, visto e considerato che allo stato attuale delle cose essi hanno davvero ben poco in comune con il resto della umanità, se non addirittura proprio nulla. Azaria è stato condannato per omicidio colposo, che è una condanna ridicola se osserviamo che ci troviamo di fronte ad un palese omicidio di primo grado e quindi doloso a tutti gli effetti. Eppure, la sua condanna è stata di solo diciotto mesi di prigione.  Le ragioni di questa discrepanza tra l’accusa e la sentenza può essere compresa attraverso vari metri di giudizio e opportune considerazioni. La prima è che al contrario della giustizia civile, quella militare non risponde a principi regolati dall’etica ma piuttosto a quelli tagliati sulle esigenze del sistema militare. Per esempio: una corte militare che condanna a morte un soldato, non lo fa di certo per una ricerca etica di giustizia ma per ragioni prettamente riconducibili a strette logiche di carattere operativo e  militare. Queste rispondono alla necessità di deterrenza nei confronti di possibili comportamenti pericolosi che potrebbero manifestarsi nelle sue file quali l’insubordinazione, la codardia o la defezione. In maniera simile, visto e considerato che Israele ha bisogno dell’esercito per sostenere la sua politica di occupazione, Israele deve assicurarsi che i sui soldati possano fidarsi ciecamente del fatto che il loro esercito coprirà loro le spalle in ogni caso, perfino quando sono colti nell’atto di uccidere a sangue freddo un palestinese, per giunta già ferito e quindi ormai inerme.
Moshe Yaalon
Il giorno della sentenza, il capo veterano dello staff di guerra, Moshe Yaalon, ha ammesso che la sua iniziale reazione indignata conseguentemente all’incidente procurato da Azaria, è stata posta in atto solo come espediente per calmare la rovente situazione venutasi a creare sul campo. In buona sostanza, Yaalon aveva bisogno di dare qualcosa in cambio ai palestinesi in maniera tale da evitare una escalation che avrebbe potuto portare a disordini e a conseguenti contromisure dagli esiti imprevedibili. Tutto ciò ci riporta alla nozione dei valori ebraici in generale e più in particolare all'etica alla quale sarebbero informate le Forze Armate Israeliane. Come ho già detto molte volte prima, non ci sono valori ebraici universali, sia gli ebrei che la cultura ebraica sono fortemente orientate a una visione tribale della loro realtà. Più precisamente l’Ebraismo è informato ai dettami della Torah e delle Mitzvoth (i comandamenti biblici). Di conseguenza ci si dovrebbe aspettare che l’ebreo segua queste leggi, anziché prodursi in giudizi etici di qualche tipo. L’Haskalah, ovvero l’Illuminismo Ebraico, è stato il tentativo di universalizzare i principi dell’Ebraismo sulla stessa onda del pensiero secolarizzato europeo. Di conseguenza ne discende che questi valori universali introdotti dalla Haskalah, non appartengono al retaggio antropologico e culturale israelita ma che siano stati semplicemente solo presi in prestito dalle scuole di pensiero nate in seno ai paesi europei che in quel momento ospitavano le varie comunità ebraiche. Il Sionismo, non è stato altro che la promessa di civilizzare o normalizzare gli Ebrei per mezzo del mito del ritorno alla loro terra di origine. Implicitamente, esso, ha accettato che gli Ebrei non fossero persone come tutte le altre ma che avrebbero potuto diventarlo. Il Sionismo promise di far diventare gli Ebrei produttivi, di fare gravitare le loro vite attorno attività quali l’agricoltura e il lavoro. La IDF (Le Forze di Difesa Israeliane) erano ritenute essere anche improntate all’etica e alla umanità.
Sono cresciuto con foto che offrivano le immagini di soldati israeliani che nel bel mezzo del deserto, dividevano la razione di acqua che avevano in dotazione con i soldati dell’Egyptian POW. Ci vollero un po’ di anni prima che da solo arrivassi a capire la brutale verità che stava dietro a quella propaganda: ovvero che il Sinai fosse in realtà solamente un mattatoio per le centinaia di soldati egiziani spedite dritte dritte verso la propria morte nella sabbia rovente del deserto. E dopo un altro po' finii per rendermi conto anche degli orrori della NABKA, la brutale pulizia etnica inferta alla popolazione palestinese nel 1948 e cioè di quando, nemmeno tre anni dopo la tragedia di Auschwitz, il giovane esercito israeliano, assieme alle forse paramilitari ebraiche, massacrarono dozzine di villaggi palestinesi. E per quello che riguarda i massacri odierni, meglio non aprire nemmeno l’argomento. Tutto ciò per dire che le Forze Armate Israeliane non sono mai state una entità etica. I presunti valori etici ai quali sarebbero informate le Forze Armate Israeliane, sono solo un mito. La verità è che ci troviamo di fronte ad un elenco crescente di crimini contro l’umanità. La farsa del processo al militare, in pratica, non è null’altro che il tentativo di portarci a credere che l’esercito israeliano sia una forza militare etica. Con lo stesso procedimento complesso e contorto di quello usato nella cucina Kosher.
Benoit Hamon

Alimuddin Usmani: l’Agenzia Telegrafica Ebraica, ha denunciato il fatto che Benoit Hamon, il vincitore delle primarie del Partito Socialista francese, fosse appoggiato da noti antisemiti. Prima del voto sia Dieudonné che Alain Soral, si sono massicciamente e pubblicamente spesi nell’auspicio che Manuel Valls venisse fatto fuori dalla corsa nelle primarie socialiste, e in effetti Valls, noto anche per essere un forte sostenitore di Israele, alla fine ha davvero riportato una sonora batosta. Pensi che questa vicenda possa rappresentare un punto di svolta nella politica programmatica della Sinistra francese?

Gilad Atzmon: la Francia non è il solo paese a registrare questa inversione di marcia. A livello globale, possiamo registrare un incremento sempre maggiore della intolleranza verso le pressioni esercitate dalla lobby ebraica. Possiamo riscontrarlo sia in USA che nel Regno Unito. E gli Ebrei, sono i primi a notarlo. Le associazioni ebraiche lamentano da tempo questo incremento di episodi di antisemitismo (qualunque cosa questa espressione possa significare nelle loro menti). Eppure, invece di cominciare a farsi un opportuno esame di coscienza, chiedendosi se non ci sia qualcosa nel loro atteggiamento che porti a suscitare nel prossimo rabbia, risentimento e netta opposizione, queste organizzazioni non fanno altro che prodursi ossessivamente negli stessi errori di sempre. Invece di aprirsi ad un dibattito sulla natura intrinseca dell’entità israeliana e del potere ebraico nel mondo, usano ogni genere di mezzo volto a sopprimere sul nascere la stessa libertà di parola e ad azzittire chiunque osi avere un briciolo di senso critico in tema di Sionismo Globale, di lobbismo ebraico e sulla brutalità dei mezzi con la quale Israele conduce la sua politica interna.  Saremmo portati a pensare che dopo la Shoah, gli ebrei avessero compreso la lezione etica e umana di questa orribile vicenda, e che smettessero una volta per tutte di optare per le vie dell’arroganza e della prevaricazione. Ma in realtà è avvenuto l’esatto opposto: le lobby ebraiche assieme ai sionisti, sono diventati più arroganti che mai.

Cosa è il Crif, spiegato dal Moked.
Alimuddin Usmani: il CRIF (Consiglio Rappresentante delle Istituzioni Ebraiche Francesi) si auto rappresenta quale rappresentante politico e voce ufficiale delle comunità ebraiche francesi. Nelle FAQ del loro portale internet, alla domanda se il CRIF abbia una influenza sulla politica francese la risposta data è: «sì, il CRIF ha una influenza su di essa, al fine di difendere la sua visione di quali dovrebbero essere le politiche nazionali francesi antirazziste e antisemite, offrendo la propria consulenza in tema di storia dell’Olocausto e di difesa della pace in Medio Oriente».. Insomma, il CRIF, secondo la loro visione, agirebbe né più né meno ce come qualsiasi altra associazione che ha a cuore sia l”interesse nazionale che quello pubblico. Tu cosa ne pensi di questa risposta del CRIF?

Gilad Atzmon: visto che il popolo francese sembra disposto ad accettare che una piccola minoranza di privilegiati possa egemonizzare i temi dell’interesse pubblico e del razzismo, la storia francese e la sua politica estera, allora non mi resta che finire per pensare che questa sia una buona risposta. Ma la storia del popolo ebraico ci insegna che questo atteggiamento auto referenziale teso tutto alla esaltazione del proprio potere nel mondo, ha sempre portato a tragici epiloghi.

Alimuddin Usmani: sulla CNN, Bernard-Henry Lévy ha dichiarato che l’amministrazione Trump ha un serio problema con gli ebrei. Come ti spieghi che Bernard-Henry Lévy sia così preoccupato per l’avvento di Trump?

Gilad Atzmon: E' molto semplice. BHL ha ben capito, in considerazione del suo atteggiamento interventista e guerrafondaio, che è lui stesso assieme alla sua identità ebraica a rappresentare un serio pericolo per il pianeta. Il Sionismo è una dottrina che è nata in relazione al concetto di “Terra Promessa” all’interno di un “Pianeta Promesso”. Ed è proprio l’interventismo immorale promosso da Bernard Levy, che porta ad un destino tragico per il popolo israelita. Quando un tipo come Bernard Lévy accusa Trump, il primo presidente americano ebreo, di antisemitismo, non fa altro che metterci nella condizione di rivelarci il proprio senso di colpa.  E' un ultimo e disperato tentativo di impedire di far luce sul legame profondo che lega la politica interna criminale di Israele agli Ziocon guerrafondai globali che spopolano in tutto il pianeta.

Alimuddin Usmani: recentemente hai tenuto dei concerti e dei discorsi nella Repubblica Ceca e hai annunciato che ci ritornerai a Giugno. Cosa ti piace di più di questo paese?

Gilad Atzmon: assolutamente tutto. E' un paese che è riuscito a valorizzare le sue politiche in campo culturale, la sua etica del lavoro, la sua cucina, la sua produttività. E' un paese che ha fatto pace col proprio passato e che ha ottime prospettive per il futuro.

Traduzione italiana di Antonio Palumbo.

domenica 26 febbraio 2017

Comunicato BDS Roma a proposito della XIIIª Settimana Internazionale di Solidarietà con il popolo palestinese e contro l'apartheid israeliana

Inviamo per conoscenza il comunicato di oggi di BDS Roma a seguito delle menzogne che girano sull'iniziativa, sulla relatrice Ann Wright e sul movimento BDS e delle pressioni sulla Sindaca perché neghi gli spazi per l'incontro.

Invitiamo alla massima diffusione e partecipazione all'iniziativa.

 

Comunicato stampa

Perché non si vuole che l'ex diplomatica USA Ann Wright parli dei diritti dei palestinesi in Campidoglio?

Il 28 febbraio prende avvio a Roma la 13esima edizione della Settimana internazionale contro l’Apartheid israeliana, iniziativa che si svolge in centinaia di città in tutto il mondo per sensibilizzare il pubblico sulle politiche israeliane di occupazione e di colonialismo di insediamento.

La settimana comincia con un’iniziativa di rilievo, “Gaza: Rompiamo l’Assedio”, che vede la partecipazione di Ann Wright, già colonnella nell’esercito degli Stati Uniti e diplomatica presso varie ambasciate statunitensi (biografia di seguito). L’incontro avrà luogo nella Sala della Piccola Protomoteca in Piazza del Campidoglio, martedì 28 febbraio, ore 17. Porterà un saluto il consigliere comunale di SI Stefano Fassino.

L’iniziativa del 28 febbraio rappresenta una straordinaria occasione per sentire le testimonianze di Ann Wright, che è stata a Gaza sette volte e ha partecipato alla Gaza Freedom Flotilla nel 2010 quando nove attivisti furono uccisi dalle forze militari israeliane, e per conoscere le condizioni della popolazione che a Gaza vive sotto assedio da dieci anni ed è soggetta a ripetuti attacchi militari.

Anche questa volta, come da copione, da ieri girano appelli rivolti alla Sindaca Virginia Raggi e alla Giunta capitolina affinché siano negati gli spazi per l’iniziativa. Ormai da anni, e non solo in Italia, l’ambasciata israeliana tenta di bloccare le iniziative volte a far conoscere la realtà del popolo palestinese e le azioni della società civile internazionale a sostegno dei suoi diritti. Non avendo argomenti per giustificare decenni di occupazione militare e le numerose e ampiamente documentate violazioni dei diritti del popolo palestinese, ricorre a false e calunniose accuse come quella dell’antisemitismo.

Confidiamo che la Sindaca e la giunta, che sono invitate a partecipare, vogliono garantire gli spazi per un dibattito aperto e in difesa della libertà di espressione.
BDS Roma

Ann Wright
Biografia di Ann Wright: È stata colonnella nell’esercito statunitense, dove ha prestato servizio per 29 anni. Successivamente ha fatto parte del corpo diplomatico per 16 anni nelle ambasciate statunitensi di Nicaragua, Grenada, Somalia, Uzbekistan, Kyrgyzstan, Sierra Leone, Micronesia, Afghanistan e Mongolia. Si è dimessa dal governo degli Stati Uniti nel 2003 alla vigilia della guerra contro l’Iraq, in segno di protesta contro l'aggressione militare. Da allora è impegnata contro la guerra e l’ingiustizia. È co-autrice del libro “Dissent: Voices of Conscience” sui funzionari governativi che si sono dimessi per protestare contro le politiche di guerra del proprio governo. Ann Wright è stata sette volte a Gaza e ha partecipato più volte alle flottiglie per Gaza, tra cui la Gaza Freedom Flotilla nel 2010, quando nove attivisti sono stati uccisi dalle forze militari israeliane, e la Barca delle Donne nel 2016.

Organizza BDS Roma: Sezione romana del movimento nonviolento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni nei confronti di Israele lanciato nel 2005 da 170 organizzazioni della società civile palestinese. Il movimento BDS si ispira all’analogo movimento contro l’apartheid in Sudafrica. Il movimento BDS fonda la sua lotta sul rispetto del diritto internazionale e sulla tutela dei diritti umani universali. È contro ogni forma di discriminazione razziale, politica, religiosa e di genere e rifiuta l’antisemitismo, il razzismo, l’islamofobia e ogni ideologia fondata su presunte supremazie etniche o razziali. Sostengono il movimento BDS personaggi come l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, il premio Pulitzer Alice WalkerRoger Waters dei Pink Floyd, il compositore Brian Eno, tra gli altri. In Italia aderiscono al BDS numerose associazioni tra cui il sindacato FIOM CGILPax Christ, l’Ong Un ponte per…, e la Rete Ebrei contro l’occupazione.

Post Scriptum

 Han calato le brache: anche i rivoluzionari del m5s!
Da riflettere.

La prima domanda che ogni cittadino italiano deve farsi è questa:
• è l'Italia un Paese sovrano?
• e se, come parrebbe, l'Italia non è un Paese sovrano, allora i nostri parlamentari e i nostri consiglieri comunali al Campidoglio chi rappresentano?
• Di chi fanno gli interessi?
• Chi comanda in Italia?  
* * *

Confermiamo l'appuntamento di domani, 28.02, con Ann Wright, perché non si può sospendere la solidarietà!

Chiediamo la massima diffusione e partecipazione. 
BDS Roma

Fassina e il Campidoglio non possono sospendere la solidarietà con la Palestina 

Confermato l’incontro “Gaza: Rompiamo l’assedio” con Ann Wright nella Sala della Piccola Protomoteca

Per domani 28 febbraio, il movimento BDS Roma ha organizzato alle ore 17 nella Sala della Piccola Protomoteca in Campidoglio l’incontro “Gaza: Rompiamo l’Assedio”, con la partecipazione di Ann Wright, già colonnella nell’esercito e membro del corpo diplomatico degli Stati Uniti, per testimoniare le condizioni della popolazione di Gaza che vive sotto assedio da 10 anni. 
Ciò è bastato per provocare l’astiosa reazione dell’ambasciata israeliana e di una parte della Comunità Ebraica italiana e romana, che sono riuscite a far sospendere l’incontro lanciando accuse infamanti e calunniose nei confronti del movimento, addirittura di sostegno al terrorismo.
Siamo fortemente indignati per le accuse infondate che ci sono state mosse, soprattutto quelle di razzismo e antisemitismo, visto che il nostro è un movimento inclusivo e tra le nostre file ci sono molti ebrei, ma siamo ancora più delusi dall’accondiscendenza di una certa Sinistra Italiana.
È ormai prassi che in Italia, e non solo, si facciano sistematicamente tacere le voci critiche nei confronti di Israele e questo sta creando un gravissimo vulnus alla libertà di espressione e di parola.
Poiché non intendiamo rinunciare all'opportunità di ascoltare Ann Wright su quanto succede a Gaza, confermiamo l’appuntamento alla Sala della Piccola Protomoteca, e invitiamo a parteciparvi tutti coloro che sostengono i diritti umani, i consiglieri che non ci conoscono e la stampa.
BDS Roma

lunedì 23 gennaio 2017

Teodoro Klitsche de la Grange: Regolarità e varianti nel diritto pubblico. In margine ad un saggio di V.E. Orlando

V. E. Orlando (1860-1952)
REGOLARITÁ E VARIANTI DEL DIRITTO PUBBLICO
(in margine ad un saggio di V.E. Orlando)

1. Il giovane Vittorio Emanuele Orlando sosteneva una concezione che, del tutto conforme a quanto ritenuto dalla melior pars nella storia del pensiero filosofico-politico e giuspubblicistico, era (ed è) contestata, implicitamente per lo più ed esplicitamente talvolta, da tanti . Sono evidenti in quell’articolo di Orlando due motivi ispiratori fondamentali: l’uno, metodologico, di attenersi al dato reale, al sein prima che al sollen, come conferma la polemica anti-metafisica e i continui richiami storici e sociologici; l’altro che scelte considerate apparentemente libere sono dal giurista siciliano indicate come condizionate in tutto o in parte (e quindi, devono, in misura prevalente, essere necessitate) da leggi sociologiche (costanti dell’agire umano).

Orlando parte dal principio, affermato da Herbert Spencer, che tutte le “associazioni” umane “si differenziano in tre parti tutte le volte che si tratti di prendere una determinazione comune: la moltitudine tumultuariamente composta da tutta l’orda, un consiglio dei migliori e più forti uomini della tribù, un capo che fra gli altri si eleva”. E dato che lo schema suddetto si ripete in comunità che spesso non hanno avuto tra loro nella storia alcun rapporto (e neppure conoscenza) “dunque tale struttura primitiva è la forma più elementare di governo, che persiste sotto le condizioni più diverse”. Tra le società primitive e quelle moderne la differenza è data sostanzialmente dalla (enormemente) maggiore complessità . La distinzione classica delle (tre) forme di governo e la loro (necessaria) commistione nello  status mixtus ne consegue, scrive Orlando desumendolo da quanto sostiene Spencer, più che dalle “«forme» esteriori di governo che un popolo può darsi,…alla loro essenza, alle «forze» che le costituiscono e che le mantengano in vita” .

Secondo Orlando ciò costituisce una necessità (una regolarità della politica, scriverebbe Miglio) ed è di “infinita importanza e tale da cambiare radicalmente taluni criteri fondamentali del diritto pubblico moderno”. I tre elementi sono “per così dire inerenti alla struttura intima di uno Stato – come di sopra si è visto – essi non potranno mai soverchiarsi a vicenda fino alla eliminazione di alcuno di essi”; per cui “dovranno sempre rinvenirsi in qualsiasi forma di governo”.

I principi del filosofo inglese, scrive Orlando, raddrizzano una “quantità di idee storte” “Se è vero che le cose fuori del loro stato naturale non si adagiano, né vi durano, come mai si poté tanto tempo presumere che lo stato di quei popoli in cui il dispotismo è stato, od è, forma normale di governo sia potuto essere naturale?”. Il che significa, in primo luogo che, anche ordinamenti non conformi a idee generalmente (e attualmente) condivise, trovano comunque consenso (e sono legittimi) a dispetto di certi giuristi (e non solo) . Per cui la costituzione più adatta è quella che consente la compresenza necessaria dei tre “principi”: “in uno Stato quando in esso questi tre elementi si contemperano armonicamente e concorrono ognuno nei limiti loro naturali al miglioramento dello Stato»”. Il che spiega, sulla scorta di Polibio, la grandezza della Costituzione di Roma . Per cui, scrive il giurista siciliano “E per una via diversa assai da quella tenuta da J. Stuart Mill arriviamo alla stessa conclusione che «l’ideale di un governo è quello rappresentativo». Difatti è in questa forma che le tre forze principali politiche spiegano normalmente e legittimamente la loro influenza solo in quanto essa è buona e salutare”: non è cioè per motivi (e valori) ideali, ma per l’equilibrio che realizza tra le forze che necessariamente concorrono in ogni sintesi politica. Quando quell’equilibrio non c’è, la conseguenza è la crisi o la caduta del regime politico .

2. Prosegue Orlando specificando che occorre chiarire un “principio d’importanza decisiva” relativo al “fondamento, l’origine, la ragion d’essere primitiva dei poteri pubblici di uno Stato”: per far ciò “bisogna essere liberi da ogni preoccupazione nascente dal presupposto di una speciale forma” . È la ragione del (dominio) politico ed i suoi presupposti che bisogna ricercare, si può dire, attualizzando ciò che scrive il giurista siciliano.

In ogni forma di governo – continua Orlando -  vi sarà sempre opposizione tra autorità e sudditi “chiunque eserciti la prima, quali che siano i diritti del secondo, questa opposizione che importa la necessità da una comune obbedienza deve necessariamente esistere in uno Stato” .

Le forme di governo non modificano neanche nel tempo il presupposto fondamentale del comando-obbedienza. A proposito del comando – non a caso denominato imperium dai romani – Orlando scrive “E in queste idee – che a taluno sembreranno forse audaci – mi conforta lo studio del diritto pubblico del popolo più rigorosamente giuridico, più inesorabilmente logico che sia mai esistito: il popolo romano”. Nella storia Roma ebbe quattro costituzioni (“reggimenti politici”): “Eppure se le forme governative maturano, se i modi con cui la potestas fu esercitata mutarono anch’essi, l’imperium popoli romani, come fondamento e legittimazione di quella potestas, non mutò. Quella medesima lex de imperio necessaria per i re, lo fu pei consoli come per gli imperatori”. La forza storica che induce i popoli ad aggregarsi è il “sentimento generale della comunità” per cui “può veramente dirsi che la base di ogni governo non può essere altra che la volontà nazionale o popolare” .

Il carattere decisivo delle “determinanti” meta o extra-giuridiche è ripetutamente affermato dal giurista siciliano “Per via diversa noi torniamo al grande postulato di G.B. Vico: le cose fuori del loro stato naturale non si adagiano né vi durano”. Lo stesso realismo lo induce a ricordare (Orlando aveva ed ha sempre sostenuto che la sovranità limitata – s’intende giuridicamente – è una contraddizione in termini) che questa è, in fatto, contenuta. E non solo dai limiti ontologici – come già affermato da Spinoza (e poi da Kant) – ma anche da quelli storico-sociali, mentre sono da rifiutare quelli a carattere ideale che ritengono il “moderatore supremo della sovranità nella Morale, nel Diritto assoluto, nell’ordine eterno delle cose” .

Quanto invece alle leggi sociali, il giurista scrive “Bisogna che l’uomo rinunzi una buona volta a certe illusioni sulla onnipotenza della sua volontà. Le leggi sociali come le leggi fisiche, hanno una forza tutta propria, sono un portato affatto naturale cui la volontà umana non può che conformarsi. Elles ne se font pas, elles poussent. Egli è perciò che tante costituzioni con grande sforzo d’intelletto e di ragionamenti messi insieme non hanno avuto che la vita di un giorno…ed al contrario altre costituzioni che alla più elementare critica non reggono, hanno potuto far grande un popolo” . Per cui “Tutta la sapienza politica dei governi e dei legislatori può riassumersi così: uniformarsi a questa forza storica onnipossente, non confondere ciò che è rispetto delle tradizioni con ciò che è stolta idolatria di viete usanze, ciò che è naturale sviluppo, con ciò che è eccesso licenzioso”.

E Orlando si preoccupa di una prevedibile critica. “La grande accusa, l’unica di qualche serietà, che si faccia al nostro sistema è che esso riesce alla negazione del libero arbitrio dell’uomo, considerato sia isolatamente, sia in comunione sociale”. E analizzando quanto scrive Stuart Mill ribadisce “secondo i nostri principii, che son poi anche quelli dello Stuart Mill, di queste forme praticabili per un popolo, non ce ne può essere che una sola, la quale generalmente è quella che esso popolo ha”.

E’ noto come quella  critica (della negazione del libero arbitrio)  non   si muove lungo la scriminante vero/falso – cioè sull’analisi dei fatti e (quindi) sulle regolarità che se ne possano ricavare. Tutt’altro: si sarebbe detto nel XX secolo, su valori. “Il modo col quale i metafisici combattono le teorie positiviste è strano assai…Al nostro sistema delle forze politiche non si oppone già che sia falso, che sia contraddetto dalla storia, si dice che esso viola il solito «libero arbitrio»: come se fosse un dogma o un assioma irrecusabile, nel senso che gli scolastici vollero dargli…dire che il nostro sistema non è compatibile col libero arbitrio non prova nulla contro di esso. Il principio della libertà morale non può costringere lo storico o il pubblicista a credere ad una storia che non è mai esistita. Le ipotesi astratte sono estranee al severo ufficio dello storico che ha per obietto non il possibile ma il reale. Ad esso non compete di risolvere le difficoltà metafisiche e tecnologiche del libero arbitrio; ma avendo solo riguardo alla verità effettuale delle cose, egli ha il diritto di esporre i fatti ed il dovere di giudicarli…” (il corsivo è mio) . Ed aleggia, prima di Weber e della distinzione tra etica delle intenzioni ed etica delle responsabilità, che questa sia l’unica base salda che si possa dare alla responsabilità degli uomini  e delle nazioni.

In un saggio posteriore (1910) “Sul concetto di Stato” (ora in op.cit. p. 197 ss.) avrebbe scritto “L’idea di Stato con tutte le sue conseguenze e le sue applicazioni si connette alle varie fasi della civiltà; egli è che non soltanto quella idea è dominata dalla concezione dell’universo, ma che col mutare di essa è soggetta a mutare lo Stato”: con ciò, riconosce che la differenza di rappresentazione del mondo si riflette sulla realtà . Per cui è carattere dell’età e della scienza giuridica a lui contemporanea lo “sforzo sincero di muovere dalla considerazione spregiudicata del fatto, di appellarsi alla realtà, di stabilire innanzi tutto, quel che lo Stato è, prima di procedere all’indagine del perché è, del come è, e del come dovrebbe essere”.

Per cui compete a questa “tendenza metodica” la denominazione di “realismo nel diritto pubblico”; e ricorda come rappresentanti di questa von Seydel, Schmidt e Duguit. E, dopo aver polemizzato sia con le opinioni riduzioniste dei tre giuristi citati che spiegano lo Stato o in base alla “forza materiale e meccanica”; o alla “necessità naturale” ovvero ad un “atto volontario e cosciente”, sostiene che ognuna di queste “ha una parte di vero” (l’errore è considerarle esclusive) e ritiene preferibile un approccio eclettico, riconoscendole concorrenti. La ragione principale poi della debolezza dello Stato , è dal giurista siciliano individuata “nel parlare di Stato fondato sulla discussione o sulla volontà consapevole e libera dei consociati, una cosa desiderabile, utile, opportuna, in quanto che si ammette un fattore della coesione politica, che è indubbiamente un prodotto della civiltà e che vogliamo estendere ed ingagliardire; ma qualora si intenda affermare che lo Stato fondi il suo diritto all’obbedienza soltanto sulla sottomissione volontaria, illuminata dalla ragione, commettiamo un atto di folle orgoglio, che ha per contenuto un errore grossolano”  e questo perché “Il cartesiano cogito ergo sum, applicato allo Stato, si trasforma in un iubeo ergo sum. Lo Stato esiste in quanto comanda e vale in quanto ha la forza di far rispettare il suo comando”; e la “forza dello Stato è, dunque, il primo e principale presidio di quella libertà politica, che vogliamo e dobbiamo ad ogni costo difendere”.

E tanto meno “la virtù coesiva della ragione può eliminare quell’altro fattore di obbedienza”, determinato dal “sentimento patriottico”, che appare indispensabile al consenso e (quindi) alla coesione sociale. Perché “come il regno della pace non è venuto, quantunque il Cristo lo bandisse, così il regno della ragione e della volontà cosciente e libera è ancora ben lungi dall’avverarsi” .

Quindi, conclude Orlando, affinché il “principio di ragione” diventi realtà è “necessario ch’essa si trasformi in fede, in consuetudine per dominarli, in entusiasmo per sospingerli (gli spiriti); è necessario che dalle ardue vette dell’intelligenza, accessibili solo a pochi privilegiati, discenda nel cuore delle moltitudini e le conquisti col sentimento. Lo Stato nostro, lo Stato d’Italia sorse così: fu luce d’ideale, fu fiamma di fede”.

3. Mentre nessuno, che si sappia, ha ritenuto di contestare i limiti ontologici della sovranità e quindi del comando/obbedienza come evidenziato da Spinoza  lo stesso non è successo per le leggi sociali, le regolarità dell’agire politico, per cui tendenze politiche e giuridiche della modernità hanno manifestato un’indifferenza (o una esplicita negazione della impossibilità a violarle).

Orlando ne individua due specificamente: la regolarità dello status mixtus che è conseguenza di quella delle forze necessaria all’esistenza ed all’azione della sintesi politica: governati/governanti/seguito (aiutantato scrive Miglio). Anche se l’esposizione del giurista siciliano non coincide compiutamente con la tripartizione suddetta, potendosi ricondurre l’aristocrazia (il “consiglio dei migliori”) ai governanti (in una con l’organo apicale), e l’aiutantato costituire (quasi) un elemento aggiuntivo. Comunque all’ “aiutantato”, ossia (soprattutto) alla burocrazia moderna, sono connaturali caratteri propri dell’oligarchia. In particolare la selezione che è per cooptazione quindi, e non per elezione, nonché la stabilità nella posizione, non soggetta alle periodiche conferme elettorali.

La seconda è quella di comando/obbedienza, parimenti insopprimibile: in tanti hanno provato a delineare sintesi politiche senza comando. Lo stesso Rousseau, la cui formula è volta a provare che quando ci si sottomette alla volontà generale, in effetti ci si sottomette alla propria non v’è riuscito: è infatti impossibile dimostrare tale asserzione, ove si pensi sia a chi non partecipa alla deliberazione sia a chi ne dissente. Anche se è vero che le procedure democratiche di decisione possono aumentare il consenso all’autorità, resta preferibile quanto scriveva De Maistre: che carattere essenziale della legge è “di non essere la volontà di tutti” .

Anche credere che la Costituzione possa essere frutto di una deliberazione e quindi del “libero arbitrio” è uno degli idola della modernità  già contestato da de Maistre (in poi). Il controrivoluzionario francese scriveva che si tratta di un sofisma così naturale che sfugge alla nostra attenzione: “perché  l’uomo che agisce crede di agire da solo: e dato che ha coscienza della propria libertà, dimentica la propria dipendenza” . E de Maistre aggiungeva anche: “ciò che è di più essenziale, intrinsecamente costituzionale e veramente fondamentale non è mai scritto, e neppure potrebbe (ne saurait) esserlo, senza mettere in pericolo (exposer) lo Stato . Quindi non solo non lo è, ma neppure può essere deliberato, ne è opportuno che lo sia.

Quanto alla costituzione (e a come si giudica la “bontà” delle costituzioni), Orlando si muove nel solco della “costituzione naturale” nel quale si trovano, tra gli altri, Cicerone, Montesquieu, de Maistre, de Bonald. E i cui capisaldi sono che una costituzione è (largamente anche se non totalmente) determinata da fattori esterni e spesso materiali (clima, territorio, densità della popolazione) e la sua “idoneità” è data dal fatto di assicurare l’esistenza della comunità .

Così una costituzione non si valuta tanto in rapporto a dei valori o a delle idee e ancor meno all’autorità dottrinale di chi l’ha  concepita e redatta (come Sieyès per quella francese dell’anno VIII, scrive Orlando), quanto alla durata e all’idoneità a governare (cioè ad agire e far agire) la comunità.

4. Né tantomeno in base ai “principi costituzionali” e “anche di valori” con cui si è aggiornato il normativismo post-kelseniano nel “neo-costituzionalismo”, che come scrive Luis Bandieri è un normativismo di valori e non di norme:

Questo prosegue ed attualizza  due tesi  che Orlando nel saggio giovanile riteneva improponibili: che si possa surrogare (almeno) la politica con il diritto: prospettiva non realistica che il giurista siciliano nel saggio (anche se – lì -implicitamente) rifiutava. Il cui   corollario   è la giudiziarizzazione dei conflitti. Pretendere che procedure, contraddittorio, mediazione, “bilanciamento” possano surrogare legittimità, autorità, consenso è un’illusione, declinata con modalità, concetti ed espressioni diverse, ma  ricorrente nella modernità.

D’altra parte il neo-costituzionalismo identifica la Costituzione – o meglio i suoi principi - con la “tavola dei valori” espressa nelle norme della costituzione formale; per cui è costituzionale la norma a quella conforme. Se tuttavia per costituzione s’intende l’ordinamento dell’unità politica, costituzionale (o meno) non è tanto l’essere conforme a principi o valori superiori ma a ciò che è necessario ed opportuno all’esistenza (in suo esse perseverari) della sintesi politica. In ciò consiste l’essenza della Costituzione.

Non sorprende poi il fatto che Orlando chiamasse metafisiche le tesi di chi voleva spiegare la “bontà” degli ordinamenti con la conformità a idee morali, giuridiche, frutto di scelte ideali (di valori). Ciò che sostiene ricorda quello che scriveva Hegel nella Fenomenologia dello Spirito, sull’astrazione priva di essenza “è invece una gonfiatura che fa grossa la testa propria e quella degli altri, la fa grossa di vento. La virtù antica aveva il suo significato preciso e sicuro, perché possedeva una suo fondamento pieno di contenuto nella sostanza del popolo e si proponeva come fine un bene effettuale già esistente; e perciò non era rivolta contro l’effettualità [intesa] come una universale inversione, né contro un corso del mondo. Ma la virtù da noi considerata è fuori della sostanza, è priva di essenza, è una virtù soltanto della rappresentazione, virtù di parole prive di qualunque contenuto” .

Mentre il giurista siciliano rivendicava come frutto di osservazione ed elaborazione dei fatti, della “verità effettuale delle cose” il metodo da lui seguito (le “teorie positiviste”), s’intende non limitate al sollen dei neopositivisti e ad un’applicazione inesatta della legge di Hume . È curioso poi che si faccia spesso carico di fare della metafisica (e non del diritto positivo) a coloro che hanno avuto nel pensiero politico e nel diritto pubblico, come e prima del giurista siciliano, maggior rispetto per il dato storico (e sociologico), ossia per la “verità effettuale”: da Bodin che sosteneva come la prima utilità della storia è di servire alla politica, a Machiavelli che dalle vicende storiche coglieva la razionalità (o meno) degli ordinamenti, da Vico il quale riteneva il dato reale condizionante durata e solidità degli ordini, a de Maistre che riteneva la storia essere la politica sperimentale.

Come scrive Schmitt “nell’epoca positivistica si rivolge volentieri al proprio avversario scientifico l’idea di fare della teologia o della metafisica” ; per cui è divenuta un’argomentazione usuale. Ma tra tante discussioni sul punto, l’impostazione data da Orlando – che è poi quella classica – tra chi si attiene principalmente alla verità effettuale, storicamente accertabile, di giudicare le istituzioni in base ai risultati e, di converso, chi preferisce l’aspirazione ideale ad un ordine (diritto, morale) vagheggiato, appare quella che meglio permette di comprendere istituzioni e ordinamenti e la loro idea direttiva (Hauriou).

Teodoro Klitsche de la Grange

domenica 22 gennaio 2017

Paolo Becchi: «Il M5s vince comunque perché è la nuova Dc».

Home | S A40 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
Esce sul Giornale del 15 gennaio 2017 un nuovo articolo di Paolo Becchi con alcuni elementi che ci fanno riflettere. Innanzitutto l'analogia fra M5s e DC, la vecchia DC, qui citata per la sua inclinazione - suppongo - al compromesso e alle mediazioni, o forse alle sue correnti e componenti. A distanza di anni mi torna sempre alla mente la figura di Aldo Moro. Ero un suo allievo all'università, ma non un democristiano. Tra noi giovani allora nessuno pensavo di poter essere un democristiano... Comunque sia, ricordo Aldo Moro come una figura nobile e pieno di idealità. Non così un personaggio del m5s, che ho ben presente ma di cui non posso fare il nome e che può benissimo essere considerato un democristiano nel senso più deteriore che a questo termine si possa dare. E se per democrazia cristiana si intende l'esistenza di correnti all'interno del M5s, che al momento non vedo, questo non sarebbe affatto un male se significa la possibilità di un dibattito interno che al momento è del tutto compresso. Se sarà possibile sarà principalmente merito, non di altri che se lo attribuiscono restando io inerte, per aver avviato una stagione di procedimenti giudiziari per conquistare spazi di libertà garantiti da una costituzione che i portavoce 5s si sono messi in bocca strumentalmente nella lotta referendaria, ma che poi di fatto al loro interno calpestano bellamente. La scarsa intelligenza politica, anzi l'ottusità talebana, non riesce a vedere le contraddizioni di una leadership miracolata in parlamento e nelle istituzioni. Ancora più sorprendente in Becchi è una sua dichiarazione/confessione che non avevo notato altre volte. È uscito dal M5s, di cui era iscritto ed attivista, non condividendone più l'andazzo che gli era stato impresso e che lui aveva subito notato. Ebbene, ciò non ostante, egli afferma che continuerà a votare il m5s, pur turandosi il naso, come avveniva al tempo di Montanelli, credo per votare la DC o altri partiti, non ricordo bene. Ma questo cosa significa per chi nel M5s è ancora rimasto? Ed io sono fra questi, a prezzo di un'azione giudiziaria di reintegro. Significa che chi resta - come chi qui scrive - deve condurre la più aspra lotta politica interna perché non abbiano a turarsi il naso i tanti cittadini onesti, per davvero, che votano 5s perché sulla piazza non si vede nessun altra offerta politica. Non ci è mai piaciuto fare previsioni, non crediamo ai sondaggi, ma ci basiamo solo sulla situazione presente ed al momento per il bene della patria non possiamo fare altro che combattere il peggio che sappiamo trovarsi dentro il m5s. E già! C’è del marcio nel regno di Danimarca, ed anche nel m5s.
AC
*

«È anche colpa della sfortuna». Prego? «A Napoli non meritavamo di perdere». Ma a Napoli non si è votato? «Si è giocato, io parlo della Sampdoria».

Paolo Becchi, 61 anni, ordinario di Filosofia del Diritto all'Università di Genova, è stato attivista e resterà elettore del Movimento Cinque Stelle, ha collaborato con Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo, a giugno ha pubblicato Cinque Stelle & Associati. Dice: «Ormai nel Movimento la democrazia non esiste più. Chi non è d'accordo su tutto o viene espulso o viene emarginato. Io ho fatto una scelta, ho lasciato».

Sfortunata la Samp, fortunato il Movimento i guai di Roma, le inchieste sulle firme false e le figuracce al Parlamento europeo non hanno intaccato la fiducia degli elettori pentastellati. Ha letto?
Nessuna sorpresa, abbiamo imparato a non fidarci dei sondaggi, basta vedere cosa è accaduto negli Stati Uniti».

Un sondaggio Ipsos dice: il caos Cinque Stelle ha prodotto una crescita di consenso dello 0,9%. Primo partito con il 30,9, davanti al Pd che starebbe al 30,1%. Perché?

«Qualsiasi cosa faccia, Grillo comunque vincerà. Semplicemente perché non c'è un'alternativa. Penso a quello che diceva Indro Montanelli».

In quale occasione?

«Quando diceva: turatevi il naso, ma votate Dc. Oggi si tureranno il naso e voteranno Cinque Stelle. Perché manca un'alternativa di centrodestra, anche se a me non va più bene chiamarla così».

Come la chiamerebbe?

«Una forza sovranista e identitaria. La lotta politica del futuro non sarà più tra destra e sinistra ma tra sovranisti e globalisti. Già c'è, Salvini passi dalla Lega nord alla Lega e vediamo cosa succede. Non significa rinnegare il passato, ma evolversi. Guardate che ha fatto Grillo».

Che ha fatto?

«Con Gianroberto Casaleggio le decisioni si prendevano in Rete. Oggi la Rete gli serve per ratificare decisioni che prendono in due, Grillo e Casaleggio junior. Il ragazzo è un tecnico informatico bravissimo. Ma non ha la cultura filosofica e politica del padre».

Un'alleanza di governo Cinque Stelle e Lega?

«Ci sta tutto, presto cadrà nel Movimento anche il vincolo delle alleanze. Ma io vedo più probabile un'alleanza Cinque Stelle e Pd. Di fatto c'è già, guardate quello che è accaduto alla Corte costituzionale, sull'articolo 18. Questo quesito referendario è stato bocciato grazie ai voti dei giudici scelti nell'accordo Renzi-Grillo».

Grillo vuole solo governare?

«Certo, basta vedere quello che ha combinato al Parlamento europeo. Voleva più soldi e più potere. Davide Casaleggio puntava quelle commissioni che regoleranno nuovi business come l'e-commerce per esempio. Solo che non hanno classe dirigente. Vinceranno e metteranno Oscar Giannino al Lavoro e Mario Monti all'Economia».

Monti?

«Grillo non voleva andare con i liberali di Alde? È l'eurogruppo degli uomini di Monti».
Lei cosa voterà?

«Ora bisogna votare il referendum sul voucher, questo vogliono gli italiani. Le elezioni subito le chiede Renzi, per tornare protagonista. Alle politiche si andrà con una nuova legge elettorale, in Rete con i Cinque Stelle avevamo fatto una proposta: proporzionale alla spagnola, con correttivi sulle preferenze come il modello svizzero. Ora pare non gli vada più bene, comunque...».

Comunque?

«Berlusconi verrà assolto dalla Corte di Strasburgo, giusto così, sacrosanto. Forza Italia può diventare il terzo incomodo. Berlusconi ha sempre la sua forza, ha scoperto la rete, ora diventi anche keynseniano e ci siamo. Il liberismo spinto non è più attuale, serve uno Stato che sappia intervenire».
Bene, ma lei cosa voterebbe?

«Avevo votato solo per i referendum, mai alle Politiche. La prima volta l'ho fatto nel 2013: Cinque Stelle. Adesso? Vediamo che faranno Salvini o Berlusconi».

Altrimenti?

«Mi turerò il naso e voterò Cinque Stelle. O mi asterrò, intanto l’unica vera passione che ho è la Sampdoria».

venerdì 20 gennaio 2017

Adriano Tilgher: «Solidarietà e unione europea».

Ricevo - suppongo per fini di pubblicazione - un articolo di Adriano Tilgher, che letto in contenuto non ho nessun difficoltà a pubblicare, con qualche mia osservazione. Seguo con stanchezza, anzi non seguo per nulla, gli infiniti talk show sui migranti, accoglienza, bla bla e non se ne può più. Qui non si tratta  di scagliarsi contro i tanti disgraziati che approdano sulle nostre coste, come si tenta di indurci a fare per poi farci passare per inumani e metterci al bando in casa nostra. Si tratta di vedere il fenomeno nelle sue cause e nelle sue conseguenze. Le cause cono le infinite e dissennate guerre che i nostri governati, asserviti alla NATO e alla finanza mondiale, continuano e produrre in ogni parte del mondo, e particolarmente in Medio Oriente e in Libia. Le conseguenze sono una vera e propria invasione - ripeto: invasione voluta e programmata - del nostro Paese, al fine di scompaginare l'unità sociale politica e colturale del popolo italiano. Stesso discorso può farsi per gli altri Paesi d’Europa, ma da noi la cosa è più grave ed i nostri governanti più corrotti e collusi con i poteri esteri. Occorre reagire ed è cosa sacrosanta e giusta il farlo. Quale sia la soluzione più giusta ed efficace, lo si potrà sapere solo dopo che si è presa consapevolezza del problema e si sono individuate le responsabilità, e quindi aggregate le forze politiche capaci di dirigere la legittima reazione e protesta del popolo italiano. Non prima. Prima sarebbe velleitario e perdente.

AC

SOLIDARIETÁ E UNIONE EUROPEA

Quello che accade in Italia è da brividi. Non per il freddo ma per il raccapriccio. La terra trema, la neve cade, la crisi è pesante e noi Italiani siamo sempre più soli ad affrontare i nostri problemi.

Perché dobbiamo ogni giorno assistere a richieste di denaro per solidarietà, quelle fatte in grande attraverso le televisioni ed i giornali, vuoi per la ricerca, vuoi per le catastrofi nazionali, vuoi per la fame del mondo, e quelle fatte in piccolo dalla miriade di mendicanti e postulanti che angustiano, spesso in modo petulante la nostra quotidianità?

Ma esiste una stato? Esiste una struttura pubblica che dovrebbe utilizzare le enormi quantità di denaro che ci sottrae attraverso uno dei più iniqui sistemi di tassazione del mondo proprio per queste cose?

Invece NO! Per la carità pelosa verso i diseredati del terzo e quarto mondo , vera e propria tratta degli schiavi, esistono tutti i soldi che vogliono, anche perché poi vanno a finire nelle tasche dei proprietari di sedicenti cooperative o associazioni definite umanitarie (il cui umanitarismo si rivolge soprattutto verso le tasche proprie e dei protettori politici e non), per i bisogni reali della nostra comunità invece si ricorre alla solidarietà nazionale.

Il popolo italiano generosamente partecipa, però poi nel tempo leggiamo di soldi spariti, di aiuti che non arrivano, di situazioni di disagio ed abbandono che continuano per anni.

Lo sciacallaggio di molti sedicenti umanitari è ignobile e andrebbe colpito con un’asprezza di pene senza precedenti, invece nessuno paga, anzi i presidenti di queste combriccole delinquenziali vivono da nababbi rispettati ed onorati come se fossero i benefattori dell’umanità, offendendo in tal modo anche chi generosamente si prodiga veramente per aiutare e salvare il prossimo.

Nessuno paga, dopo qualche articolo e qualche farsa di processo tutto torna nella normalità.

In tutto questo marasma l’Unione Europea brilla per la sua assenza. Questa Unione che dal 2000 con la complicità della nostra sedicente classe politica, ci ha ridotto nelle drammatiche condizioni economiche, sociali ed etiche in cui siamo, ci lascia sempre soli nelle nostre tragedie, anzi acuisce le pressioni grazie anche a mascalzoni come Monti e tutti coloro che lo sostennero che imposero di introdurre a rango di legge costituzionale il pareggio di bilancio. Tutte persone da processare per tradimento e per interesse privato in atti di ufficio.

Mi domando perché rimanere in questa UE che tanto ci chiede e niente ci dà, perché rimanere in un carrozzone che ci è ostile e ci disprezza probabilmente perché invidioso delle bellezze naturali della nostra terra e della ricchezza culturale del nostro popolo?

Non ho risposta se non: “usciamo dalla UE e di corsa”. 
Adriano Tilgher
Roma 20.01.2017

martedì 17 gennaio 2017

IL BLOG DI DIEGO SIRAGUSA: COMMENTO ALLA CONFERENZA DI PARIGI

Condivido e sottoscrivo questo testo di Diego Siragusa. Per avere avuto ed avere ancora vedute simili, di assoluto buon senso, informate a senso di giustizia e rispetto del vero diritto internazionale e umanitario, sono stato fatto oggetto di ripetuti attacchi che non cessano e per i quali non devo mai abbassare la guardia. Ma spero presto di poter porre mano all'aggiornamento del mio blog di Geopolitica dove si traccia tutto il percorso storico del sionismo: a vederlo nell'arco di oltre 100 anni, dal 1882 in poi, risaltano meglio le flagranti ingiustizie del presente, dove i nostri governanti hanno da lunga pezza cessato di rappresentare i loro popoli, per ripetere come pappagalli ciò che viene loro messo in bocca o fatto firmare...

IL BLOG DI DIEGO SIRAGUSA: COMMENTO ALLA CONFERENZA DI PARIGI: di Diego Siragusa 16/1/2017 Ieri si è svolta a Parigi l'annunciata conferenza di 70 paesi per discutere le prospettive dell... -