«Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero» (Anonimo). Ed è per questo che i miei post sono in continua elaborazione e modificazione: vi è qualcuno che non vuole capirlo. Concettualmente e stilisticamente, l’ultima versione supera le precedenti.

martedì 6 novembre 2007

La fabbrica dell’Emozione: Shlomo Venezia in “grande emozione” con Veltroni e Gattegna. La recensione di C. Mattogno a «Sonderkommando» con Appendici

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È necessario dire due parole su come questo post è nato e soprattutto su come si svilupperà. La prima parte è una cronaca della presentazione del libro avvenuta in Roma nella sala della Protomoteca in Campidoglio ai primi di novembre del 2007. Ero presente ed ho raccolto le mie impressioni sulla manifestazione e sul pubblico presente. Ho poi comprato il libro e ne ho iniziato la lettura, che si era fermata dopo una cinquantina di pagine. Mi soffermavo su aspetti non tecnici, sufficienti tuttavia a farmi sobbalzare sotto il profilo morale, etico, storico, pedagogico. Avevo segnalato a Carlo Mattogno la presentazione del libro in Campidoglio e lo aveva invitato a venire in Roma. Lui si riservò invece una recensione critica del libro, risparmiandosi l’evento mondano. Così fu ed io dopo aver letto la recensione di Mattogno non ritenni di aver più nulla da dire su libro, per me macabro e per nulla emozionante. Adesso le cose cambiano. La vicenda del prof. Valvo, sospeso dall’insegnamento in un liceo romano, vede sullo sfondo il nome di Shlomo Venezia. Questo anziano signore ha accompagnato le scolaresche romane nell’ultima edizione del viaggio ad Auschwitz di circa 250 studenti più il seguito tutto a spese del dissestato bilancio comunale. Per giunta, nel liceo artistico che ha sospeso un professore di storia che chiedeva ad un grafico le “prove” della Shoa si annuncia una sorta di “lectio magistralis” di Shomo Venezia. È troppo. Riprenderò la mia lettura del testo di Shlomo Venezia soffermandomi sugli aspetti non tecnici, fra cui la recezione del libro, dalla sua presentazione in poi, lasciando la parte tecnica (pianta di Auschwitz, fonti testuali ed archivistiche, incongruenze e prestiti, ecc) all’analisi di Carlo Mattogno, che priva di ogni credibilità sul valore testimoniale del libro in relazione a temi controversi, sui quali l’aspetto di gran lunga più grave non è il suo merito specifico ma il fatto che non può esservi una libera discussione e confutazione critica. In Germania, Francia e altri paesi vi è una incriminazione penale per chi non accetta testimonianze come quella di Shlomo Venezia. Vanno a farsi benedire almeno due secoli di civiltà giuridica improntati al principio della libertò di pensiero, di parola, di coscienza. Nel titolo del post ho voluto dare evidenza all’espressione “grande emozione” che ricorre come un cliché in differenti contesti, quasi come una formula promozionale e propagandistica di un prodotto che in questo caso è la formazione industriale di un pregiudizio.

Versione 2.2
Status: 5.12.08
Sommario: Parte I. Antonio Caracciolo: Shlomo Venezia in “grande emozione” fra Veltroni e Gattegna. - Appendice 1ª: Rassegna stampa commentata. – Parte II. Carlo Mattogno: «La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia. - Appendice 1ª: I “nuovi” documenti su Auschwitz di Bild.de. Una bufala gigantesa. – Parte III. Carlo Mattogno: L’«Irritante questione» delle camere a gas ovvero da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz. Risposta a Valentina Pisanty.

PARTE PRIMA

Antonio Caracciolo

Slomo Venezia in “grande emozione” fra Veltroni e Gattegna. Cronaca della manifestazione capitolina e riflessioni in margine al libro ed al suo successo

Ho ritardato di un giorno la mia partenza per fruire di una grande occasione di conoscenza, cioè «La verità sulle camere a gas», che sarebbe stata offerta oggi alle 18 nella Sala della Protomoteca al Campidoglio, presente il sindaco Walter Veltroni ed il capo degli ebrei italiani Renzo Gattegna nonché tutta la comunità ebraica romana che abita proprio a quattro passo nel Ghetto adiacente. Tra il pubblico ho riconosciuto Pacifici mentre batteva le sue cinquine. Forse il senso più vero della manifestazione è stato dato da una persona del pubblico accanto a me, che mi ero piazzato in quarta fila, cioè la prima fila di sedie non riservate. Questa persona diceva ad un’altra che era stata una “grande emozione” ed io mi sono subito associato, confermandogli che anche io ritenevo fosse stata una “grande emozione”. Ma niente di più. E per giunta una “grande emozione” solo per chi era andato lì con l’intento di emozionarsi, ascoltando un martire vivente, tal Shlomo Venezia che ha avuto certamente la grande disgrazia di essere stato in Auschwitz, dove avrebbe fatto parte del “Sonderkommando”, cioè di quei gruppi di prigionieri che dovevano occuparsi dei cadaveri di altri prigionieri, tirati fuori – si suppone – dalle camere a gas ancora fumanti.

Non ero e non sono prevenuto nei confronti della “verità”, quale che essa sia. Avrei voluto finalmente sentirla questa verità e per tutto il tempo sono stato con le orecchie tese. Non ho però sentito altro che discorsi volti a suscitare “emozione”. Veltroni è riuscito ad essere banale per ognuno dei cinque “livelli” di conoscenza da lui epistemologicamente individuati. Ma da quel furbastro che è a lui interessano più che altro i voti degli ebrei romani: non è da lui che si può certo attingere la Verità. Non saprei dire se la lobby romana abbia lo stesso potere e la stessa influenza della Israel lobby statunitense. Quel che è certo è che Veltroni ha stabilito un contatto organico con questa comunità a tutto discapito degli altri cittadini che neppure si accorgono di essere defraudati nelle loro libertà e nel loro diritto ad una memoria storica non adulterata. Sul libro non è stato detto nulla che da un punto di vista scientifico incoraggi a leggerlo. Anzi, sotto questo riguardo suona sospetta l’ammissione che a scriverlo siano stati in “tanti”. Forse Shlomo Venezia lo ha solo firmato. Naturalmente, acquisterò e leggerò il libro, ma temo che sarà una perdita di tempo [vedi ora la recensione di Mattogno, che già si era occupato una prima del personaggio], almeno per chi va alla ricerca di una “verità” e non semplicemente di una “grande emozione”.

A provare questa “grande emozione” ogni anno il sindaco Veltroni – credo con i soldi dei contribuenti – porta 300 studenti a visitare Auschwitz. Ne traggono certamente grande edificazione morale e gioia dello spirito altamente utile per la loro formazione. Si parla sempre più spesso nella letteratura scientifica di una religio holocaustica. In effetti, questa sera al Campidoglio sembrava di trovarsi alla celebrazione di una cerimonia religiosa, dove si sono pronunciate condanne per i non credenti, additati alla pubblica esecrazione negli storici revisionisti e negazionisti. È stato forse questo il solo momento di lucidità da parte degli oratori, avendo loro ben compreso da quale parte possono venire le critiche dissacranti. Veltroni ha pure associato il cosiddetto negazionismo – termine che solo loro usano, ma non i diretti interessati per definire se stessi – alla “barbarie”. Deve temersi che il nostro Veltroni, appena succeduto a Prodi, regalerà a Shlomo una bella legge liberticida come quella già vigente in altri paesi. Basterà contraddire il martire vivente Shlomo per trovarsi in galera. Dove stia la barbarie, se nel “negazionismo” o nella galera inflitta a chi scrive qualche libro senza imprimatur gattegnano, resta un punto di vista.

Saranno gli storici a valutare la “testimonianza” di Shlomo Venezia, ma a me è parso che negli stessi discorsi degli oratori sia stata sempre presente e forse voluta un’ambiguità di fondo. Nessuna distinzione è stata fatta fra la realtà della discriminazione e della persecuzione degli ebrei, che nessuna “nega”, e la specifica realtà dello “sterminio” che è cosa storicamente distinta ed è ciò su cui propriamente dibattono gli storici revisionisti, per nulla “negazionisti” sulla realtà dei campi di prigionia. Ho già detto che a mio avviso il “negazionismo” è una pura invenzione di quanti hanno inteso coniare una formula a scopo di mera diffamazione, denigrazione, delazione. La “grande emozione” è ciò che impedisce ad arte di tenere distinti i due aspetti. Ma è anche vero che il nostro tempo di “grandi emozioni” ne può distribuire quante se ne vogliono e di ogni genere. Ognuno si sceglie le sue “grandi emozioni”. Ognuno ha diritto alle sue “grandi emozioni”. I guai incominciano quando si pretende d'imporre ad altri le proprie “grandi emozioni”. Ed è esattamente ciò che si è tentato di fare in Campidoglio con il concorso del sindaco Veltroni, che scalda i suoi muscoli ed i suoi motori per le prossime campagne elettorali.

* * *

Ho comprato il libro. Avendolo comprato, tocca leggerlo, con pazienza e pena infinita. Il libro è preceduto da una prevedibile ed immancabile Prefazione di Walter Veltroni, che per la sua carriera politica fa molto affidamento sull'elettorato ebraico. Mi riescono chiari i passaggi che lo hanno portato a conferire la massima onorificenza comunale al Foxman, presidente di quella ADL che l’ebreo dissidente Chomsky ha definito un centro permanente di diffamazione. Ho già detto che per la mia quota infinitesimale di cittadino romano quell'onorificenza non ha la benché minima giustificazione, se non l'interesse politico dello stesso Veltroni. Ma veniamo al libro di Slomo Venezia, redatto con la collaborazione del centro ebraico di documentazione, secondo quanto ho potuto ascoltare nel corso della presentazione, dove si è parlato di una “collaborazione” che è già un'ammissione di non autenticità ed una manipolazione confessa. Dalla Prefazione di Veltroni si apprendere di «studenti che partecipano ai “Viaggi della memoria” organizzati dal Comune di Roma assieme alla Comunità ebraica nei campi di sterminio», la cui esistenza è posta in dubbio dal revisionismo storico, una corrente di pensiero che anche sulla storia della nostra gloriosa Resistenza incomincia a far vedere a quanti non vogliono restare con gli occhi bendati come la realtà storica sia fatta di luci e di ombre, dove spesso le tenebri con il loro carico di menzogna prevalgono sulla luce e sulla verità. Per Veltroni si tratta di un “libro bellissimo”: de gustibus ne disputandum est. Per me si annuncia già nelle sue prime pagine come un libro bruttissimo e macabro, che certamente come docente non farei rientrare in un programma educativo per quegli studenti (maggiorenni, liberi e vaccinati) che volessero seguire i miei corsi di filosofia, magari sui viali dell'università, a lezione accademica finita. Avverto ancora che se riuscirò a giungere nella lettura del libro fino alla sua ultima pagina il mio intento non sarà quello di verificare il libro sul piano strettamente storico – compito che lascio agli storici cui compete –, ma di analizzare i giudizi di valore e la filosofia che sempre dietro ogni scritto traspare, essendone o meno consapevole gli autori. Per il resto la profondità filosofica di Veltroni è tutta racchiusa in frasi come la seguente, che lasciano senza fiato e si sottraggono ad ogni possibilità di commento esegetico nella loro banale insignificanza: «La forza del ricordo è una forza benefica e allo stesso tempo disperata» (p. 6). Bah! Per me è troppo profondo!

Fatto salvo il rispetto per l’anagrafe familiare di Slomo, che si legge in una dedica che francamente considerato il tema io avrei evitato, ma ormai viviamo in tempi di reality show, si legge nell’Avvertenza all'edizione italiana di una vasta collaborazione nella preparazione del testo. Ed è ciò che mi fa dubitare dell’autenticità di una testimonianza – di questo si tratta – così manipolata. All’origine vi sarebbe una lunga intervista a Béatrice Pasquier raccolta a Roma tra il 13 aprile e il 21 maggio 2006, vale a dire ad oltre 60 anni dagli eventi. Ho personale esperienza di come già dopo pochi anni i ricordi si appannino e non posso dubitare che la “forza del ricordo” sia stata in questo caso stimolata ed aiutata dai numerosi soggetti candidamente menzionati nell’Avvertenza e nel corso della Presentazione capitolina. Prevedo che le mie impressioni sul libro non piaceranno a quanti nella sala capitolino hanno vissuto la “grande emozione”. Io però il libro l’ho comprato – senza quello sconto che avrei potuto avere in una libreria che mi era stata indicata da una Signora – e lo commento ed interpreto come mi pare. È un mio diritto che ho pagato euro 17,50.

In esordio Shomo ci informa della sua genealogia, per la quale probabilmente sarà stato aiutato da Beatrice. Per i comuni mortali, ossia che non hanno titoli nobiliari e non dispongono di platee di famiglia, se tutto va bene ed i documenti parrocchiali non presentano lacune non è possibile risalire nella costruzione del proprio albero genealogico ad oltre il XVII secolo. Shlomo sa che la sua famiglia si trovava in Spagna già nel XV secolo. Beato lui che dispone di così accurati archivi! Il fatto è comunque estraneo all'interesse specifico del libro, che è la “verità sulle camere a gas”, secondo quanto era stato promesso nella locandina della Presentazione. Ed è a questa sola questione che è rivolta la mia lettura sequenziale del libro. Con tutto il dovuto rispetto per Shlomo rilevo che già il mondo attuale è popolato da sei miliardi di persone, senza contare le esistenze di quanti ci hanno preceduto dagli albori dell’umanità fino ad oggi. Non vedo perché l’esistenza di Shlomo posso essere oggetto di un particolare interesse se non per la promessa di verità che ci è stata fatta. Tralascio dunque nella mia lettura tutti i dati biografico-genealogici non pertinenti all’oggetto.

A pagina 19 si parla di “vero volto” e “vera natura” del fascismo, lasciando intendere un’assoluta negatività. Nella stessa pagina però Shlomo racconta di aver frequentato le scuole italiane di Salonicco, dove poteva godere “tutto gratuitamente” di vantaggi che né nelle scuole ebraiche né in altre scuole avrebbe mai goduto:
«Sui circa sessantamila ebrei della città, noi di origine italiana saremo stati, al massimo, trecento. Ed eravamo gli unici a mandare i figli alla scuola italiana. Rispetto agli altri, che andavano alla scuola ebraica, godevano di alcuni vantaggi: ricevevamo tutto gratuitamente, ci regalamo i libri, mangiavamo alla mensa, ci distribuivano dell’olio di fegato di merluzzo… Indossavamo delle uniformi molto belle, con disegni di aerei per i ragazzi e di rondini per le ragazze. A quei tempi i fascisti volevano dare alla prosperità italiana. Era solo propaganda all’estero, ma noi ne approfittavamo…» [il corsivo è nostro].
E noi vi è dubbio che le comunità ebraiche, ieri come oggi, sanno ben approfittare delle situazioni sotto qualsiasi regime: di Mussolini ieri, di Veltroni oggi. Esiste una bibliografia al riguardo che però non intendo dare per prevedibili reazioni. Era questa la verità promessa?

A pagina 22 sembra evidente un’inquinamento moderno nella memoria di Shlomo Venezia. Si legge infatti con riferimento alla Salonicco degli anni trenta:
«Nei cinema venivano proiettati dei film che favorivano l’antisemitismo in cui si raccontava che gli ebrei uccidevano i bambini cristiani e, con il loro sangue, preparavano il pane azzimo. Era il periodo più difficile, anche se non mi ricordo di degenerazioni violente. La difficoltà di essere ebrei veniva sentita invece quando cambiava il governo [quello greco?] e gli ebrei potevano essere più facilmente vittime di ingiustizie. Ma eravamo così distanti dalle faccende del mondo… Pochi di noi sapevano cosa stava succedendo in Germania e fino alla fine, del resto, nessuno avrebbe potuto immaginarlo…».
In compenso, oggi ottobre 2007, con l'aiuto del centro di documentazione ebraica in nostro Slomo può immaginarlo. Sembra evidente l'allusione al libro di Ariel Toaff sulle «Pasque di sangue», che dopo una forte reazione della comunità ebraica, è stato addirittura ritirato dal commercio su richiesta dello stesso autore. Se si tratta di un libro di memorie, è però una memoria fabbricata nell’ottobre 2007.

A pagina 27 delle sue Memorie Shlomo ci fa sapere che già in gioventù era un ladro ed uno speculatore, più o meno accorto:
«In un’altra occasione fui più fortunato. Trovai un forno dove riuscii a recuperare [sic] delle gallette che cominciai a vendere. Tutti volevano comperarmele e tornai al magazzino per prenderne altre; nel frattempo, però, qualcuno aveva sbarrato l’accesso. Tuttavia riuscii a scovare un’apertura da cui potevo passare: presi tutto quello che potevo e me ne tornai a casa, con le gallette e con i soldi».
Non saremo certo noi a fare gli ipermoralisti e vogliamo concedere tutte le attenuanti. A chi ruba spinto dalla fame non gli si può dare del ladro: gli si può concedere la discriminante dello stato di necessità. Ma perché dopo aver rubato la gallette, ripetutamente rubato, il nostro Shlomo pensò di vendere ciò che non gli apparteneva? Avrebbe potuto concederlo “gratuitamente” ad altri affamati in tempi di carestia. In genere, il carattere morale si forma in gioventù e si consolida negli anni maturi. In attesa della verità promessa come possiamo fidarci del nostro eroe? Sarebbe questa la “grande emozione” trasmessa al pubblico capitolino Veltroni compreso? Sarebbero questi gli alti insegnamenti morali impartiti alle scolaresche precettate in sala e spediti annualmente ad Auschwitz in viaggio d’istruzione a spese del Comune? Quale apertura di credito possiamo aprirgli dopo che un altro ebreo, ben diverso da Shlomo Venezia, la cui padronanza della lingua italiana è già dubbia, ha scritto un libro dal titolo eloquente: “L’industria dell'Olocausto”? A distanza di oltre 60 anni il ladro sembrava vantarsi dei suoi furti tanto da scriverne o farsene scrivere in un libro e non è neppure sfiorato dal problema morale. Probabilmente, sarà una risorsa della superiore moralità ebraica.

(segue)

Giovanna Canzano, giornalista, e Maira Nacar, giornalista e studiosa di costume televisivo, entrambi presenti alla presentazione del libro nella Sala della Protomoteca del Campidoglio.

1. E dove sta la «verità sulle camere a gas»? – Il link immette in un sonoro dove si ascolta la voce di Shlomo Venezia. Nonostante le innumerevoli divulgazioni sull’«Olocausto» si continua a fare una grande confusione e mistificazione. Non ho motivo di dubitare che Shlomo Venezia sia stato nel lager di Auschwitz, se è lui stesso a dirlo. Che Auschwitz sia esistito in quanto campo di prigionia e di concentramento nessuno lo nega e qualcuno deve pur esserci stato. Ma il punto non è questo. Quando si afferma che in Auschwitz vi sia stato “sterminio” in senso tecnico-giuridico mediante camere a gas, dovrebbe essere lecito chiederne documentazione inconfutabile del fatto. Altro è dire che Auschwitz non fosse un luogo di villeggiatura, altro è dire che fosse un “campo di sterminio”. Lo stesso Venezia parla della sua presenza in Auschwitz in quanto “forza lavoro”. Se gli uomini racchiusi nei lager dovevano costituire una riserva di lavoro schiavistico da usare a fini bellici, la cosa riveste una suo certamente deprecabile significato. Se invece si intende che gli uomini ivi racchiusi erano semplicemente destinati alla morte, ad essere uccisi, sorgono interrogativi inquietanti. Non si giustifica in nessun modo che venga proibita la ricerca o le opinioni di quanti ritengono di voler e poter criticare le versioni ufficiali. Shlomo Venezia ha prodotto in collaborazione con “tecnici” un libro che avrebbe dovuto dire la parola fine ad ogni duscussione e mettere per sempre a tacere i cosiddetti “negazionisti”, orribile parola con la quale si intende diffamare, denigrare, consegnare al boia persone che non hanno altra colpa che quella di non credere, per esempio, ad uno Shlomo Venezia. Il sonoro non apporto nessun contributo. Per il libro che è qui sulla mia scrivania dicasi lo stesso.

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2. Walter, Shlomo e Marcello ad Auschwitz nel 2005. – Le grandi effusioni che io ho potuto vedere nella sala capitolina nel novembre del 2007 esprimono un’amicizia fra Walter Veltroni, Shomo Venezia e Marcello Pezzetti di più antica data, perlomeno in occasione dell’ormai rituali viaggio in Auschwitz, a spese del contribuente, dove ogni anno a far data da Rutelli vengono portati 250 studenti romani, accompagnati da docenti ed ospiti vari. Ci permettiamo di osservare che avremmo giudicato meglio spesi quei soldi per mettere in sicurezza gli edifici scolastici romani oppure se si deve tagliari sugli sprechi nella pubblica istruzione, questo sarebbe certamente il caso, essendo a nostro avviso il viaggio perfino diseducativo. Il link immette in un articolo del 13 ottobre 2005 a firma Arela Piattelli dal titolo «Mai più quest’ultima fermata», apparso su “il Giornale”. Ma ahimé di “fermate” in Auschwitz credo ve ne saranno altre ancora, nel senso che anche con Alemanno continua la tradizione dei viaggi di istruzione. Anche questo articolo contiene l’abituale confusione fra “detenzione” e “sterminio”. Tutta la discussione storica che vede criminalizzati i cosiddetti negazionisti verte sulla documentazione dello “sterminio” in senso proprio, avvenuto mediante “camere a gas”. Non mi soffermo sul contenuto dell’articolo che mi pare contenga notevoli inesattezze, mentre invece la mia attenzione è su un cognome: quello delle sorelle Tatiana e Andra Bucci. Mi chiedo se hanno qualcosa a che fare con il giornalista Carlo Alberto Bucci il cui articolo «La Shoah? Non esiste» – Prof. negazionista» al liceo, apparso su la Repubblica del 16 novemre 2008 ha dato il via alla messa alla gogna del professore in questione, fino ad una repentina “sospensione” dall’insegnamento. Mi chiedo per quali vie quella che avrebbe potuto essere una discussione animata fra colleghi in un consiglio di classe di un modesto liceo sia finita su un giornale importante come “la Repubblica”. Cercherò di scoprirlo. Ma per adesso avanzo una congettura. Non sarà stato come già successo in Torino per un altro docente di liceo? In quel la figlia di una giornalista de “la Stampa” riferì alla madre di ciò che un docente aveva osato dire e si iniziò una squallida storia che portò persino ad una visita psichiatrica del docente! Spero di poter verificare presto questa mia congettura, fondata o meno che sia. Resta in ogni caso da sapere e capire come la faccenda sia finita sui giornali. È un dato essenziale per capire la meccanica lobbistica. La stucchevole motivazione didattica e pedagogica che di si dà di questi viaggi è che i ragazzi – in genere disponibili a qualsiasi viaggio – devono (acriticamente) apprendere e ricordare affinché quello che è successo non si ripeta più. Vediamo invece che non solo quello che è successo continua a ripetersi, ed in forme a nostro avviso anche più gravi, ma che di episodi paragonabili di pulizia etnica e simili viene sempre più incolpata da Onu e Ong proprio Israele, che dalla Shoah ha tratto e trae il massimo vantaggio economico e politico. Non io lo dico, ma una vasta letteratura e numerose organizzazioni, ad incominciare dall’Onu e dal presidente della Assemblea Miguel d’Escoto accusa apertamente Israele nelle sedute del 24 e 25 novembre 2008 di apartheid e di violazione dei diritti umani. Se è così, e riteniamo che lo sia, dispiace vedere come dei ragazzi che non guardano molto a quali viaggi si offrano loro vengano così irresponsabilmente ed acriticamente indottrinati.

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Appendice 2ª
DOCUMENTAZIONE PERVENUTA E ARTICOLI CORRELATI

1. Chi è Slomo Venezia. – Il link immette in una pagina del sito “Thule Toscana” che offre una serie di rapide notazioni su Shomo Venezia.
2. Si segnala in particolare la recensione critica già disponibile in pdf ad opera di Carlo Mattogno, in pratica un contro-libro demolitore, che ben dimostra come Shlomo Venezia non solo non aggiunge nulla a ciò che già si sapeva, ma utilizza malamente le fonti da cui ha attinto, in pratica scrive un “romanzo”. I vari Pezzetti che lo hanno coadiuvato nell’impresa hanno dimostrato la loro incompetenza o scarsa maestria nel maneggiare un materiale peraltro assai macabro. Questa nota era stata da me scritta prima della pubblicazione della Parte Seconda di questo post, che si distingue per un diverso editing rispetto al pdf. Sono inoltre aggiunte illustrazioni che non potevano essere contenute nel pdf, sempre disponibile per chi preferisce questa forma di lettura.

Antonio Caracciolo

PARTE SECONDA

Carlo Mattogno

«La verità sulle camere a gas»?
Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia

Sommario: 1. Un testimone dell’ultima ora. – 2. Il titolo del libro. – 3. Le ragioni del silenzio. – 4. La deportazione ad Auschwitz. – 5. Il campo di quarantena BIIa. – 6. Il primo giorno nel “Sonderkommando”. – 7. Il “Bunker 2”. – 8. Il primo giorno di lavoro la “Bunker” secondo i compagni di sventura di Venezia. – 9. La “fosse di cremazione” nell’area del “Bunker 2”. – 10. Il reupero di grasso umano nelle “fosse di cremazione”. – 11. La camera a gas del Crematorio III. – 12. Il trasporto dei cadaveri ai forni del crematorio III. – 13. Forni crematori e cremazione. – 14. I camini fiammeggianti. – 15. La rivolta del “Sonderkommando”. – 16. La salvezza. – 17. Epilogo. – 18. Conclusione. – APPENDICE: 19. I “nuovi" documenti su Auschwitz di Bild.de. Una bufala gigantesca.

1.
Un testimone dell’ultima ora

Shlomo Venezia, sedicente ex detenuto del cosiddetto “Sonderkommando” di Birkenau, ha deciso di “parlare” solo nel 1992. Di questa testimonianza mi ero già occupato nel 2002, in un articolo intitolato “Un altro testimone dell’ultima ora: Shlomo Venezia(1). Le fonti all’epoca disponibili erano scarne. Venezia aveva acquisito una certa notorietà nel 1995, grazie a una sua intervista a cura di Fabio Iacomini intitolata “La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando [sic]” (2); sei anni dopo apparve una sua “Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria(3). Nel gennaio 2002, Venezia concesse un’intervista a Stefano Lorenzetto (4), la quale, nell’ottobre del 2002, fu riproposta con qualche lieve modifica, sul settimanale “Gente”, col titolo “Io, ebreo, cremavo gli ebrei(5).
Nell’articolo summenzionato rilevavo:
«Shlomo Venezia, sedicente membro del cosiddetto “Sonderkommando” dei crematori di Birkenau, come Elisa Springer, ha taciuto per quasi cinquant’anni, ma, a differenza di questa testimone, non ha (ancora) scritto il suo “memoriale”» (6) .
Come previsto, Venezia ha finalmente colmato la lacuna nel 2007, affidando le sue memorie a un libro: “Sonderkommando Auschwitz. La verità sulle camere a gas. Una testimonianza unica” (7), che esaminerò dal punto di vista storico anche alla luce delle sue precedenti dichiarazioni.

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2.
Il titolo del libro

Come ho rilevato più volte, l’attribuzione del termine “Sonderkommando” al personale dei crematori di Auschwitz-Birkenau non ha alcun fondamento storico. Nessun documento giustifica quest’uso terminologico. Nei documenti tedeschi il personale dei crematori viene chiamato Krematoriumspersonal o viene indicato con il relativo numero di commando, ad es. «206-B Heizer Krematorium I. u. II. 207-B Heizer Krematorium III. u. IV. (206-B Fuochisti crematorio I e II. 207-B fuochisti crematorio III e IV)». Ad Auschwitz esistettero almeno undici “Sonderkommandos” diversi che non avenano nulla a che vedere con i crematori (8). Nel 2004 Carlo Saletti ha scritto:
«Il termine Sonderkommando, usato per indicare la squadra addetta alla manutenzione e al funzionamento dei crematori, compare assai raramente nei documenti ufficiali del Lager, dove si utilizza piuttosto la denominazione Arbeitskommando [squadra di lavoro] seguita dalla specificazione Heizer Krematorium [fochisti del crematorio]. Esso, invece, è di uso comune presso il personale nazista in servizio nel Lager e presso gli internati di Auschwitz» (9) .
L’ultima affermazione è vera soltanto in relazione alle testimonianze successive alla fine della seconda guerra mondiale, quando appunto il termine in questione si impose ufficialmente e divenne di uso comune, esattamente come il termine “Bunker(10).

Questa osservazione non è ispirata al mio studio summenzionato, ma è tratta dall'Opus Magnum del Museo di Auschwitz curata da W. Długoborski e F. Piper (11). L’unico caso ivi menzionato di presenza del termine “Sonderkommando” in un documento – il “Dienstplan für Dienstag” (piano di servizio per martedì) del 18 agosto 1944, menziona sì il termine, ma nulla dimostra che esso si riferisca al personale dei crematori (12). Pertanto il termine “Sonderkommando”, come sinonimo di personale dei crematori, non compare «assai raramente nei documenti ufficiali del Lager»: non vi compare mai.

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3.
Le ragioni del silenzio

Prima di esaminare le dichiarazioni di Venezia, è bene soffermarsi sulle ragioni che lo hanno indotto a tacere «fino al 1992, 47 anni dopo la Liberazione»! (13) Al riguardo egli ha spiegato:
«Per tutti questi anni non abbiamo parlato, neppure col mio amico, sebbene lui sapesse che il padre lavorava dove stavo io, ed è stato ucciso. Non avevamo il coraggio di tornare su questi argomenti. Ma ad un certo punto, di fronte a certi fatti, abbiamo deciso che era necessario. È stato qualche anno fa, quando a Roma hanno segnato le stelle di Davide su alcuni negozi, sono comparse sui muri scritte come “juden raus”, “ebrei ai forni”, e si sono cominciati a vedere i naziskin. Per qualcuno possono essere ragazzate, cose di poco conto, ma per noi che le abbiamo vissute, vedere di nuovo insorgere queste cose è inaccettabile. È stata la spinta per incominciare…» (14).
Nel libro, Venezia ha scritto:
«Ho iniziato a raccontare quello che avevo visto e vissuto a Birkenau molto tempo dopo, non perché non ne volessi parlare, ma per il fatto che le persone non volevano ascoltare, non volevano crederci. Quando uscii dall’ospedale, mi ritrovai con un ebreo e cominciai a parlare. A un tratto mi resi conto che, invece di guardarmi, guardava dietro di me qualcuno che gli faceva dei segni. Mi girai e vidi uno dei suoi amici che gli diceva con i gesti che ero completamente matto. Da quel momento in poi non ho voluto più raccontare. Per me parlarne era una sofferenza e quando mi trovavo di fronte a persone che non mi credevano mi dicevo che era inutile. Solo nel 1992, quarantasette anni dopo la mia liberazione, ho ricominciato a parlarne. Il problema dell’antisemitismo riprendeva a manifestarsi in Italia e sui muri si vedevano sempre le croci uncinate... Nel dicembre 1992 sono tornato per la prima volta ad Auschwitz. [...]. Oggi, quando sto bene, sento il bisogno di testimoniare, ma è difficile. Sono una persona molto precisa, che ama le cose chiare e ben fatte. Quando vado a parlare in una scuola e il professore non ha preparato abbastanza i suoi allievi, la cosa mi ferisce profondamente. Nell’insieme, comunque, testimoniare nelle scuole mi procura molte soddisfazioni» (15).
In un’altra intervista, dopo aver parlato delle scritte antisemite sui muri di Roma, dichiarò:
«Allora sentii che era mio dovere raccontare l’Olocausto come l’ho visto con i miei occhi» (16) .
Queste motivazioni non sono convincenti. Esse non spiegano anzitutto perché neppure i parenti stretti di Venezia, il fratello Maurice e il cugino Dario, suoi compagni di sventura nel “Sonderkommando”, abbiano taciuto come lui. Ma, soprattutto, esse appaiono futili di fronte al “dovere di testimoniare”, che dovrebbe essere giudiziario e storico, oltre che etico. Venezia infatti, inspiegabilmente, non ha fatto nessuna dichiarazione ufficiale, non ha reso alcuna deposizione giurata, non ha partecipato ad alcun processo contro i suoi persecutori: non al processo Eichmann di Gerusalemme (aprile 1961-maggio 1962), non al processo Auschwitz di Francoforte (dicembre 1963-agosto 1965), non al processo Auschwitz di Vienna contro F. Ertl e W. Dejaco (gennaio-marzo 1972); egli non ha contribuito alla condanna dei suoi carcerieri, né ha illuminato gli storici sul presunto processo di sterminio ad Auschwitz. Perché? Soltanto perché qualche conoscente lo aveva preso per matto?

L’altro cugino di Venezia, Yakob Gabbai, invece parlò. All’inizio degli anni Novanta concesse una lunga intervista allo storico israeliano Gideon Greif, il quale la pubblicò nel 1995 (17). Questi intervistò altri tre sedicenti compagni di sventura di Venezia, che lo nominarono esplicitamente: Josef Sackar, immatricolato ad Auschwitz col numero 182739 (18), Shaul Chasan, 182527 (19) e Léon Cohen, 182492 (20), a sua volta menzionato esplicitamente da Venezia (21). Il raffronto tra queste testimonianze e quella di Venezia, come si vedrà, è molto istruttivo.

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4.
La deportazione ad Auschwitz

Venezia, nato a Salonicco nel 1923, fu arrestato ad Atene il 25 marzo 1944 e successivamente deportato a Birkenau, dove giunse l’11 aprile. Cosa curiosa, nel suo “Libro della memoria”, Liliana Picciotto Fargion elenca, tra gli Ebrei italiani deportati, tre persone con cognome Venezia nate a Salonicco, ma non Shlomo (22), sebbene fosse cittadino italiano (23) .
A Birkenau, il testimone fu immatricolato con il numero 182727. L’11 aprile 1944 giunse in effetti ad Auschwitz dalla Grecia un trasporto di 2.500 Ebrei di cui furono immatricolati 320 uomini (182440-182759) e 328 donne (76856-77183) (24) .
Nel libro egli menziona esattamente il numero dei detenuti immatricolati (25), che all’epoca non poteva conoscere. È dunque chiaro che questa informazione è tratta dal Kalendarium di Auschwitz. Il cugino di Venezia, Y. Gabbai, di cui egli parla ripetutamente, giunse ad Auschwitz con il medesimo trasporto e fu immatricolato col numero 182569 (26), ma, a suo dire, all’arrivo furono selezionati 700 uomini (27). Evidentemente non conosceva il Kalendarium di D. Czech. Venezia racconta come segue ciò che accadde all’arrivo al campo:
«Invece il gruppo in cui ci ritrovammo io, mio fratello e i miei cugini venne inviato a piedi fino a Auschwitz I» (28).
Ma il cugino Y. Gabbai descrisse lo stesso evento in tutt’altro modo:
«Dal trasporto furono scelti 700 uomini, tra di essi mio fratello ed io, che poi dovettero ancora percorre a piedi tre chilometri (29) verso Birkenau» (30) .
Inoltre a Venezia il numero 182727 fu tatuato il giorno stesso dell’arrivo (31) al cugino Y. Gabbai, invece, il numero precedente 182569 fu tatuato inspiegabilmente «dopo alcuni giorni» (32) .

In relazione al campo di Auschwitz, Venezia afferma:
«All’interno del campo, immediatamente sulla sinistra, si trovava il blocco 24: era il bordello dei soldati e di qualche privilegiato non ebreo» (33) .
Questo bordello era invece destinato esclusivamente ai detenuti. In un rapporto del Lagerarzt (medico del campo) del KL Auschwitz del 16 dicembre 1943 si legge al riguardo:
«In ottobre nel Block 24 è stato istituito un bordello con 19 donne. Prima del loro impiego le donne sono state visitate per Wa. R. (34) e Go. (35). Queste visite vengono ripetute ad intervalli regolari. L’accesso al bordello è consentito ai detenuti ogni sera, dopo l’appello. Durante l’orario di visita [al bordello] devono essere sempre presenti un detenuto medico e un detenuto infermiere che eseguono le misure sanitarie ordinate. Alla sorveglianza provvedono un medico SS e un infermiere SS» [«Im Oktober wurde im Block 24 ein Bordell mit 19 Frauen errichtet. Vor ihrem Einsetzen wurden die Frauen auf Wa. R. und auf Go. untersucht. Diese Untersuchungen werden in regelmässigen Abständen wiederholt. Der Zutritt ins Bordell ist den Häftlingen allabendlich, nach dem Appell gestatten. Während der Besuchzeit ist immer ein Häftlingsarzt und Häftlingspfleger anwesend, die die angeordneten sanitären Massnahmen durchführen. Die Überwachung besorgt ein SS-Artz und ein S.D.G.»] (36).
5.
Il campo di quarantena BIIa

Il giorno dopo Venezia fu inviato nel campo BIIa di Birkenau, dove doveva restare in quarantena per quaranta giorni. Egli racconta che, qualche giorno dopo,
«ci fecero prendere un carro, come quelli che si utilizzavano per trasportare il fieno. Dovevamo trainarlo noi al posto dei cavalli. Raggiungemmo una baracca che si trovava alla fine della quarantena, la chiamavano Leichenkeller, la camera dei cadaveri. Quando aprimmo la porta un odore atroce ci prese alla gola: la puzza dei corpi in decomposizione. Non ero mai passato davanti a quella baracca, e solo allora appresi che serviva da deposito per i cadaveri dei detenuti morti durante la quarantena, prima che venissero portati al Crematorio per essere bruciati. Un gruppetto di prigionieri passava tutte le mattine nelle baracche per recuperare i corpi di quelli che erano morti durante la notte. I cadaveri potevano poi rimanere a marcire nel Leichenkeller quindici o venti giorni, e quelli sul fondo erano spesso in uno stato di decomposizione avanzato, a causa del caldo» (37) .
In realtà nel campo di quarantena BIIa non esisteva alcuna camera mortuaria. Delle 19 baracche che lo componevano, 14 servivano da alloggio per i detenuti, 3 contenevano lavatoi e latrine, una l’infermeria e una la cucina. Nell’aprile-maggio 1944, 12 baracche furono adibite a ospedale per i detenuti, nessuna a camera mortuaria (38).

La permanenza di cadaveri nelle camere mortuarie di Birkenau per «quindici o venti giorni» non ha alcuna base reale, il che rende ulteriormente insostenibile il racconto di Venezia. Il 4 agosto 1943 l’SS-Sturmbannführer Karl Bischoff, capo della Zentralbauleitung, rispose all’SS-Hauptsturmführer Eduard Wirths, medico della guarnigione di Auschwitz, che aveva richiesto la costruzione di camere mortuarie in muratura:
«L’SS-Standartenführer dott. Mrugowski, nel corso del colloquio del 31 luglio, ha dichiarato che i cadaveri devono essere portati nelle camere mortuarie dei crematori due volte al giorno, e precisamente al mattino e alla sera. Perciò la costruzione separata di camere mortuarie nelle singole sottosezioni diventa superflua». [«SS-Standartenführer Mrugowski hat bei der Besprechung am 31.7 erklärt, daß die Leichen zweimal am Tage, und zwar morgens und abends in die Leichenkammern der Krematorien überführt werden sollen, wodurch sich die separate Erstellung von Leichenkammern in den einzelnen Unterabschnitten erübrigt»] (39) .

Il 25 maggio 1944 il dott. Wirths inviò una lettera al comandante del campo di Auschwitz in cui si dice:
«Nelle infermerie dei detenuti dei campi del KL Auschwitz II ogni giorno vi è naturalmente un certo numero di cadaveri, il cui trasporto ai crematori è invero regolamentato e avviene due volte al giorno, al mattino e alla sera». [«In den Häftlingsrevieren der Lager des KL Auschwitz II fallen naturgemäß täglich eine bestimmte Anzahl von Leichen an, deren Abtransport zu den Krematorien zwar eingeteilt ist und täglich 2 mal, morgens und abends, erfolgt»] (40) .
Il trasporto dei cadaveri ai crematori «al mattino e alla sera» spiega perché il “Sonderkommando” era suddiviso in due turni di lavoro, uno diurno e uno notturno, come affermò anche Venezia:
«Noi facevamo turni dalle 8 alle 20 oppure dalle 20 alle 8» (41); «lavoravamo in due turni, uno di giorno e uno di notte» (42).
Per quanto riguarda la denominazione della presunta baracca, Venezia confonde con quella della camera mortuaria seminterrata del crematorio II/III: “Leichenkeller” significa appunto “scantinato per i cadaveri”; tutte le altre camere mortuarie di Birkenau erano infatti al livello del suolo. Come vedremo, Venezia afferma di essere stato assegnato al cosiddetto “Sonderkommando” del crematorio III, ma, fatto alquanto curioso, non nomina mai il termine “Leichenkeller” proprio quando lo dovrebbe menzionare: il “Leichenkeller 1” era infatti la presunta camera a gas omicida.

In fatto di terminologia errata, Venezia, ripetendo ciò che aveva già detto nel 1995 (43), afferma che i detenuti, ad Auschwitz, venivano chiamati «pezzi» (Stücke) (44). Nessun documento noto attesta quest’uso linguistico. Per contro, in migliaia di documenti i detenuti sono chiamati, appunto, “detenuti” (Häftlinge); a volte sono indicati soltanto con il numero di matricola, a volte anche con il loro nome (45). Nessun altro testimone del “Sonderkommando” e nessuno dei compagni di sventura di Venezia conferma questa pretesa denominazione di «Stücke». Suo cugino Y. Gabai dichiarò: «Non c’erano nomi al campo, solo numeri» (46) .

Venezia continua la sua narrazione così:

«Alla fine della terza settimana di quarantena, si presentarono degli ufficiali tedeschi che solitamente non si facevano vedere qui, poiché il mantenimento dell’ordine era affidato ai Kapos. Gli ufficiali si fermarono davanti alla nostra baracca e ordinarono al Kapo di disporci in fila, come per l’appello. Ognuno di noi dovette dichiarare che mestiere faceva e sapevamo tutti che bisognava mentire. Quando arrivò il mio turno sostenni di essere barbiere, mentre Léon Cohen, un amico greco che era sempre con noi, disse di essere dentista, sebbene in realtà lavorasse in banca. Pensava che lo avrebbero messo in uno studio dentistico a fare le pulizie, almeno sarebbe stato al caldo. Io ero convinto invece che in questo modo avrei raggiunto i prigionieri che lavoravano nella Zentralsauna. Avevo visto che il lavoro non era troppo difficile e poi si stava al caldo. In realtà non accadde quello che immaginavamo. Il tedesco scelse ottanta persone, tra cui me, mio fratello e i miei cugini»
(47).
Ma nell’intervista di Stefano Lorenzetto i prescelti erano 70 (48). Ecco il racconto di Y. Gabbai del medesimo episodio:
«Dopo venti giorni - dunque il 12 maggio 1944 - ci fu un’altra selezione, più rigorosa della prima: vennero due medici con due sottufficiali. Dovemmo sfilare nudi. Un medico tedesco ci visitò, senza dire una parola, e scelse i 300 più robusti e più sani» (49).
Al riguardo J. Sackar riferì:
«Da lì ci portarono nella quarantena: Abschnitt BIIa. Vi restammo tre settimane. [...]. Una sera, quando erano arrivati i primi trasporti dall'Ungheria, si effettuò di nuovo una selezione e furono presi 200-220 Greci del nostro trasporto e fummo portati in blocchi speciali, se non erro, n. 11 e 13» (50) .
I primi trasporti di Ebrei ungheresi arrivarono ad Auschwitz il 17 maggio 1944 (51). S. Chasan raccontò:
«Restammo due settimane nella “quarantena”. [...] I Tedeschi vennero semplicemente nella “quarantena” e presero 200 uomini robusti per il lavoro» (52). [Nell’immagine Chasan si vede frontalmente, il primo a sinistra]
Infine, L. Cohen dichiarò:
«Restammo un mese nella quarantena. Un giorno nel blocco giunsero un medico ebreo e uno tedesco per la “visita”. Poiché conoscevo il tedesco, i miei compagni mi incaricarono di tradurre per loro. Andai dai medici e dissi loro che non ci dovevano assegnare al Sonderkommando. Alcuni giorni dopo arrivò un giovane Tedesco, di circa trent’anni, che parlava francese. [...]. Allora mi disse che aveva bisogno di 200 uomini robusti per lavori di caricamento presso la ferrovia. [...]. L'uomo ritornò il mattino seguente e disse: “Tutti i Greci con me!”. Eravamo circa 150 persone» (53).
Dalla “Quarantäne-Liste” (Lista della quarantena) risulta che il 13 aprile 1944 furono accolti nel campo BIIa 320 Ebrei provenienti da Atene con i numeri di matricola 182440-182759 che furono alloggiati nel Block 12; la quarantena scadeva l’11 maggio, ma 30 detenuti furono trasferiti il 5 maggio (54), pertanto Venezia - che rimase solo tre settimane in quarantena - doveva far parte di questo gruppo, sebbene adduca la cifra di 70 o 80 detenuti.

In riferimento alla baracca del “Sonderkommando”, egli aggiunge:
«Comunque non ci rimasi molto; nel giro di una settimana fummo trasferiti nel dormitorio del Crematorio» (55).
Ciò sarebbe dunque avvenuto intorno alla metà di maggio del 1944. Ma secondo, Filip Müller, un altro sedicente membro del “Sonderkommando”, ciò accadde «alla fine di giugno» (Ende Juni) (56) .

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6.
Il primo giorno nel “Sonderkommando

Venezia, con i 30 o 70 o 80 o 150 o 200-220 o 300 prescelti fu condotto nel campo BIId «verso due baracche che pur essendo dentro al campo erano isolate da tutte le altre con filo spinato» in cui si trovava il cosiddetto “Sonderkommando(57).
«La mattina dopo – racconta il testimone – verso le sette, ci portarono al crematorio III, che era circondato da un reticolato di filo spinato con la corrente a seimila volts. Dietro al reticolato correva una palizzata alta tre metri. Da fuori non potevano [sic] vedere nulla di quello che accadeva dentro, si vedeva solo la cima dei camini. Appena entrati dentro il kapò, per non metterci subito a contatto con la realtà, ci disse di rimanere fuori nel cortile ad estirpare l’erba ed altri lavori del genere [sic]. Ad un certo punto notai che l’edificio aveva una finestra ad altezza d’uomo, e spinto dalla curiosità decisi di vedere che cosa succedeva in questo crematorio. Mi avvicinai a quella finestra e vidi una stanza piena di morti, così aggrovigliati che sul principio non riuscivo a capire, non come quelli che avevamo visto nella baracca (58), ma morti da poco, ancora tutti in carne. Non ci volevo credere» (59).
«La mattina dopo» è il 6 maggio 1944. All’epoca il crematorio III (al pari del crematorio II) non era circondato da alcuna «palizzata alta tre metri» che impedisse la vista dei rispettivi cortili, come risulta in particolare dalla fotografia n. 153 dell’Album di Auschwitz, scattata il 26 maggio 1944, che mostra la metà est e buona parte del cortile del crematorio III, ben visibile perché era circondato soltanto da una recinzione di filo spinato (60). Questa fotografia appare anche nel libro di Venezia, con una didascalia ingannatrice: «Gruppo di donne e bambini - ebrei ungheresi - in procinto di entrare nel crematorio II» (61). [Cliccare sull’immagine qui sotto riportata dal libro, per ottenerne un notevole ingrandimento] Le fotografie dell’Album di Auschwitz scattate successivamente dimostrano infatti che questo gruppo di persone percorse la Hauptstrasse (strada principale) oltrepassando i crematori II e III e, attraverso la Ringstrasse (strada circolare) (62) si fermò nel boschetto nei pressi del laghetto situato a est del crematorio IV (63).

La storia della palizzata è tratta dal libro di F. Müller, che scrisse:
«In precedenza Moll qui [presso il Bunker] e nei cortili dei crematori IV e V aveva fatto innalzare una barriera visiva alta circa 3 metri di lunghi pali conficcati, bastoni e rami secchi, per impedire a coloro che si trovavano al di là di gettare sguardi indiscreti sui luoghi dello sterminio» (64).
Evidentemente Venezia non ha capito bene questo passo, perché attribuisce al crematorio II o III ciò che F. Müller riferiva al “Bunker” e ai crematori IV e V.

Stando nel cortile del crematorio, Venezia notò «che l’edificio aveva una finestra ad altezza d’uomo». Raccontata così, la storia è piuttosto ingenua, perché lungo tutto l’intero perimetro esterno del crematorio si trovavano la bellezza di 47 finestre ad altezza d’uomo (65). C’era solo l’imbarazzo della scelta. Nel libro, Venezia ritorna sull’episodio scrivendo:
«Il primo giorno al Crematorio rimanemmo nel cortile senza entrare nell’edificio. A quei tempi lo chiamavamo Crematorio I; non sapevamo ancora dell’esistenza del primo Crematorio di Auschwitz I. Tre scalini portavano all’interno ma, invece di farci entrare, il Kapo ci fece fare un giro intorno. Un uomo del Sonderkommando venne a dirci quello che dovevamo fare: togliere le erbacce e pulire un po’ il terreno. Non si trattava di cose molto utili; probabilmente i tedeschi volevano tenerci sotto osservazione prima di farci lavorare all’interno del Crematorio. Quando tornammo il giorno dopo ci fecero fare le stesse cose. Sebbene ce lo avessero vietato formalmente, spinto dalla curiosità mi avvicinai al fabbricato per guardare dalla finestra cosa accadeva all’interno. Arrivato abbastanza vicino da dare un’occhiata, rimasi paralizzato: al di là del vetro vidi corpi ammucchiati, gli uni sugli altri, cadaveri di persone ancora giovani. Tornai verso i miei compagni e raccontai loro cosa avevo visto. Andarono quindi a guardare pure loro, con discrezione, senza che il Kapo se ne accorgesse. Tornavano con il volto distrutto, increduli. Non osavano pensare a quello che poteva essere successo. Compresi solo più tardi che quei cadaveri erano il “surplus” di un convoglio precedente. Non erano stati bruciati prima dell’arrivo del nuovo convoglio, e li avevano messi lì per fare spazio nella camera a gas» (66).
Rilevo anzitutto che, in questa versione, la scena si svolge al crematorio II invece che al crematorio III. Venezia vi ha inoltre rinunciato alla storia insostenibile della «palizzata alta tre metri». Aggiungo che le finestre del crematorio erano doppie ed erano tutte protette da una inferriata, dettagli non trascurabili che non potevano sfuggire a un osservatore esterno.
Secondo un altro sedicente membro del “Sonderkommando”, Henryk Tauber, al pianterreno del crematorio II il locale denominato “Waschraum und Aufbahrungsraum” (sala di lavaggio e di composizione delle salme), verso il quale si apriva il montacarichi, veniva usato nel marzo-aprile 1943 come «deposito dei corpi» (67).
Ma anche se si volesse estendere questa funzione al crematorio III e al maggio 1944, resterebbe comunque il caso straordinario che Venezia, tra le 22 finestre che si aprivano in quella facciata del crematorio, sarebbe andato a curiosare proprio alla coppia di finestre del locale in questione.
Per F. Müller questo locale era usato per le esecuzioni (68). Di tale presunto uso, però, Venezia non sa nulla: per lui le esecuzioni con colpo alla nuca venivano effettuate nella sala forni, vicino all’«angolo dell’ultimo forno» (69), né egli accenna all’impiego di un locale al pianterreno per depositarvi un “surplus” di cadaveri.

La storia del «“surplus” di un convoglio precedente» è del resto smentita dal Kalendarium di Auschwitz, secondo il quale l’ultima gasazione prima del 6 maggio 1944 fu eseguita il 2 maggio, ma le presunte 2.698 vittime (70), in base alla capacità di cremazione addotta da Venezia (71), sarebbero state cremate in meno di due giorni; d’altra parte, la prima gasazione successiva a quella data, sarebbe avvenuta il 13 maggio (72). Nel libro, «la mattina dopo» diventa «qualche giorno dopo il nostro arrivo» (73), ma ciò non modifica la conclusione che scaturisce dal suo racconto: Venezia nel crematorio II o III non poté vedere il gruppo di cadaveri di presunti gasati.

Il cugino di Venezia narrò l’evento in questo modo:
«All’inizio della settimana, il lunedì 15 maggio, il gruppo fu diviso. Gli uni andarono al crematorio II [= III], noi fummo portati al crematorio I [= II]. Nel nostro gruppo c’erano soprattutto Ebrei greci, tra i quali Michel Ardetti, Josef Baruch di Corfù, i fratelli Cohen, Shlomo e Maurice Venezia, io e mio fratello Dario Gabai, Leon Cohen, Marcel Nagari e Daniel ben Nachmias. Ci dissero che la prima notte non dovevamo ancora lavorare, solo osservare. Ricordo che verso le 17 e 30 arrivò un trasporto dall’Ungheria (74). I lavoratori anziani dissero che noi nuovi arrivati dovevamo guardare bene, giacché entro pochi minuti essi [i deportati] non sarebbero più stati vivi. Non ci credevamo. Dopo poco tempo ci ordinarono di seguire giù i lavoratori, per vedere che cosa accadeva lì. Questo era ormai il nostro lavoro, ci fu detto. Fuori c’era [scritto] “Docce”, in polacco, tedesco, russo e inglese.
[Domanda] Che cosa vide quando, per la prima volta, la porta della camera a gas si aprì davanti a Lei?
[Gabbai] Vidi cadaveri, uno sopra l’altro. C’erano circa 2.500 corpi»
(75).
Per J. Sackar, S. Chasan e L. Cohen, invece, il primo giorno di lavoro i nuovi detenuti del “Sonderkommando” furono portati direttamente al “Bunker”, come vedremo nel paragrafo 8.

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7.
Il “Bunker 2

Nell’intervista pubblicata da “Il Giornale”, Venezia ha raccontato la sua prima giornata di lavoro nel cosiddetto “Sonderkommando” senza menzionare affatto l’aneddoto relativo al crematorio:
«L’indomani [il 6 maggio 1944] ci fecero attraversare un boschetto. Arrivammo davanti a una casupola di contadini. Guai a chi si muoveva o fiatava. Tutti fermi in un angolo ad aspettare. All’improvviso sentimmo delle voci in lontananza: erano intere famiglie, con bambini piccoli e nonni. Li costrinsero a denudarsi al freddo. Poi li fecero entrare nella casetta. Arrivò un furgone con le insegne della Croce Rossa: scese un Ss, con un attrezzo aprì uno sportellino e fece cadere all’interno una scatola di roba, circa due chili. Chiuse e se ne andò. Dieci minuti dopo fu aperta una porta dalla parte opposta all’ingresso. Il capo ci chiamò a tirar fuori le salme. Dovevamo buttarle dentro il fuoco in una specie di piscina a 15 metri di distanza» (76).
Questa narrazione si riferisce al cosiddetto “Bunker 2”, una casa contadina al di fuori del campo di Birkenau pretesamente trasformata in camera a gas omicida nel 1942. In realtà questa presunta installazione di sterminio, come ho dimostrato in uno studio specifico (77), non è mai esistita. Essa non appare mai in nessun documento tedesco né col nome “Bunker” né con qualunque altro nome, neppure “criptato”.
La Commissione di inchiesta sovietica, che svolse la sua attività ad Auschwitz nel febbraio-marzo 1945, ignorava completamente il termine “Bunker”: essa usò sempre l’espressione “camera a gas” (газовая камера, gazovaja kamera) n. 1 e 2. Il testimone per eccellenza, Szlama Dragon, nella sua prima deposizione resa davanti ad un giudice istruttore sovietico il 26 febbraio 1945, parlò parimenti di “gazokamera [газокамерa] n. 1 e 2” e dichiarò esplicitamente che questa era la denominazione ufficiale. Anche H. Tauber, nella sua deposizione del del 27 e 28 febbraio 1945, riferì soltanto di “camere a gas” (“газовые камеры”, gazovie kameri). Il termine “Bunker” apparve per la prima volta nella deposizione di Stanisław Jankowski (anch’egli sedicente membro del “Sonderkommando) del 16 aprile 1945 (78).

Venezia ignorava che, secondo la versione ufficiale, questo “Bunker” fu rimesso in funzione in occasione dell’arrivo degli Ebrei ungheresi ad Auschwitz (perché le “camere a gas” dei crematori non riuscivano a smaltire le vittime), dunque non prima del 17 maggio 1944. La stessa cosa vale per la presunta «piscina» di cremazione. D. Czech afferma infatti che Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, nel quadro dei preparativi per il presunto sterminio degli Ebrei ungheresi, ordinò di riattivare il “Bunker 2” in data 9 maggio 1944 (79). F. Müller scrive al riguardo che «all’inizio di maggio nell’area dei crematori apparve dapprima il comandante del campo Höss e alcuni giorni dopo l’Hauptscharführer Moll» (80), il quale ordinò di scavare «cinque fosse dietro il crematorio V». F. Müller aggiunge:
«Anche nell’area del Bunker V ogni giorno si recò un numero molto consistente di detenuti per scavarvi parimenti delle fosse» (81).
Il periodo è proprio quello del presunto invio di Venezia al “Bunker 2”: all’epoca, dunque, egli, eventualmente, avrebbe potuto assistere solo allo scavo di fosse, non già allo spettacolo di fosse ardenti. Inoltre, come ho rilevato sopra, allora non arrivò neppure un trasporto di Ebrei che potessero esservi gasati.
Venezia ignorava anche che il presunto “Bunker 2”, secondo Sz. Dragon, era suddiviso in quattro locali, e aveva 4 porte di entrata e 4 di uscita, nonché 5 aperture di introduzione dello Zyklon B. Per D. Paisikovic, invece, esso aveva 3 locali (82), mentre in base al rilevamento topografico del Museo di Auschwitz del 29 luglio 1985, esso comprendeva 7 locali (83) .

D’altra parte, l’espressione «denudarsi al freddo» (84) non solo non conviene al periodo (6 maggio), ma è anche in contrasto con la versione ufficiale, secondo la quale presso il “Bunker 2” furono costruite tre baracche nelle quali le vittime si spogliavano.
Qui apro una parentesi. Lo storico Marcello Pezzetti, nello scritto “La Shoah, Auschwitz e il Sonderkommando” allegato al libro di Venezia, invece di segnalare questo errore, cerca di coprirlo asserendo:
«In questo periodo di massima capacità di messa a morte del campo, le autorità naziste misero di nuovo in funzione il Bunker 2 (senza baracche spogliatoio accanto e il cui interno venne diviso in due parti... » (85).
Ma il testimone F. Müller, che è certamente un po’ più importante di Venezia, al riguardo ha scritto che «gli spogliatoi in cui le vittime si dovevano togliere i vestiti prima della gasazione si trovavano in tre baracche di legno» (86). Anche Sz. Dragon ha confermato che, alla riattivazione del “Bunker 2”, «sono state costruite delle altre baracche» (87).
M. Pezzetti è smentito perfino dalla pianta di Birkenau riprodotta nel libro, in cui il “Bunker 2” (designato “M 2”) appare corredato di due baracche spogliatoio! [Cliccare sull’immagine per averne l’ingrandimento] (88)

Tornando alle dichiarazioni di Venezia, gli sportelli a tenuta di gas delle camere di disinfestazione (e delle presunte camere a gas omicide) non si aprivano «con un attrezzo», ma con un semplice chiavistello a farfalla. Il testimone confonde con i barattoli di Zyklon B, i quali, appunto, si aprivano con un attrezzo speciale, che si chiamava “Schlageisen”, “scalpello”.
Non è poi chiaro come Venezia abbia potuto stabilire che nella «casupola» fossero stati introdotti «circa due chili» di Zyklon B, perché questo era confezionato in barattoli di vario formato, da 100 a 1.500 grammi di acido cianidrico, che egli però non descrive mai.
Nel libro, Venezia racconta in modo più prolisso il medesimo aneddoto. Riporto i passi essenziali:
«Arrivammo davanti a una casetta che veniva chiamata, come ho saputo più tardi, Bunker 2 o “casa bianca” e proprio in quel momento il mormorio si fece più intenso.
Il Bunker 2 era una piccola fattoria con il tetto ricoperto di frasche. Ci ordinarono di metterci su un lato della casa, vicino alla strada che passava lì davanti, da dove non potevamo vedere niente, né a destra né a sinistra»
(89).
Due pagine dopo, viene riprodotto un disegno del sedicente membro del “Sonderkommando” David Olère risalente al 1945, che mostra il “Bunker 2(90). Vi appare una casa (il presunto “Bunker 2”) con una porta al centro della facciata, una finestrella al centro del fianco visibile e un tetto ricoperto apparentemente di frasche. [Clicca sull’immagine per ingrandirla. A.C.] In realtà, secondo la deposizione di Sz. Dragon del 10-11 maggio 1945 (91), il tetto era di paglia (92), cosa confermata il 10 agosto 1964 da D. Paisikovic (93).
Aggiungo che il disegno di Sz. Dragon del “Bunker 2” (94) è in aperto contrasto con quello di D. Olère, che presenta per di più parecchi elementi di fantasia (95), mentre quello di D. Paisikovic è in contrasto con entrambi (96). Perciò il particolare del «tetto ricoperto di frasche» è il frutto di un fraintendimento del disegno di D. Olère.

Venezia dice poi che arrivarono 200-300 vittime: «Le persone vennero costrette a spogliarsi davanti alla porta». Nessuna menzione delle apposite baracche-spogliatoio neppure qui.
Nel seguito della narrazione scompare sia l’accenno all'SS che «con un attrezzo aprì uno sportellino», sia il riferimento ai «circa due chili» di Zyklon B.
Venezia aggiunge:
«Quanto a noi, ci ordinarono di andare dietro la casa da dove, all’arrivo, avevo notato provenire uno strano bagliore. Mentre ci avvicinavamo mi resi conto che si trattava della luce del fuoco che bruciava nelle fosse, a una ventina di metri di là» (97).
In precedenza egli aveva menzionato una sola fossa, «una specie di piscina», o «un fossato tipo piscina» (98): qui, invece, parla di «fosse», al plurale, senza curarsi di dire neppure quante erano. La cosa in effetti era piuttosto ardua, perché, al riguardo, i testimoni oculari si contraddicono a vicenda, asserendo che esse erano 1, 2 o 4, che erano lunghe 50 o 30 metri, larghe 10 o 6 metri e profonde 3 o 4 metri (99).
Venezia ignorava anche che, nel 1944, il “Bunker 2” (secondo altri testimoni) era stato ribattezzato “Bunker V” (F. Müller) o “Bunker 5” (D. Paisikovic), sicché Jean-Claude Pressac prese la salomonica decisione di denominarlo “Bunker 2/V(100).

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8.
Il primo giorno di lavoro al “Bunker
secondo i compagni di sventura di Venezia

A questo riguardo, J. Sackar raccontò quanto segue sulla sua prima giornata nel “Sonderkommando”:
«Del primo giorno mi ricordo bene. Eravamo nel campo D [BIId] e una sera ci portarono dietro all’edificio dell'ultimo crematorio [hinter das letzte Krematoriumsgebäude], dove vidi le atrocità più orribili della mia vita. La sera era arrivato un piccolo trasporto. Noi non dovevamo lavorare; ci avevano portato là affinché ci abituassimo a guardare. C’era una fossa scavata, chiamata “Bunker”, per cremare i cadaveri. Dalle camere a gas i cadaveri venivano portati a questi “Bunker”, vi venivano buttati dentro e bruciati nel fuoco» (101).
L’«ultimo crematorio» era il crematorio V, perciò il testimone localizzava il “Bunker 2” nel cortile esterno di questo crematorio!
Alla domanda: «Può descrivere il “Bunker”?», il testimone rispose:
«Sì, era una grossa fossa, dove si portavano e si gettavano i cadaveri. Le fosse erano scavi profondi, giù, sul fondo, veniva accatastata la legna. Dalle camere a gas si portavano qui i cadaveri e si gettavano nelle fosse. Le fosse erano tutte fuori, all’aperto. C'erano alcune fosse, nelle quali bruciavano i cadaveri» (102).
Per J. Sackar dunque il “Bunker 2” non era una casa contadina trasformata in impianto di gasazione, bensì una «grossa fossa» nella quale si cremavano i cadaveri delle vittime assassinate nelle camere a gas del crematorio V!
Quest’idea olocausticamente strampalata appare anche nelle testimonianze dei suoi compagni di sventura.
S. Chasan, infatti, sempre in relazione alla prima giornata di lavoro, asserì:
«Camminammo e camminammo. Strada facendo chiedevamo: “Dove lavoreremo?”. La risposta era: “Nella fabbrica”. Finalmente giungemmo in un boschetto. Ci guardammo intorno nel boschetto e che vedemmo? Una piccola casa contadina, una capanna isolata. Ci avvicinammo, vi arrivammo e quando fu aperta la porta, vidi una cosa orribile. Dentro era tutto pieno di cadaveri di un trasporto, più di 1.000 cadaveri. L’intero locale, tutto pieno di cadaveri» (103).
Questa «casa contadina» aveva dunque una sola camera a gas con una sola porta. Come ho già rilevato, ciò è in contrasto con le testimonianze di Sz. Dragon e D. Paisikovic, a loro volta contraddittorie.
Ma anche per S. Chasan il “Bunker” non era la «casa contadina», bensì una fossa:
«Dovevano tirare fuori i cadaveri. Lì c’era un bacino, una fossa profonda che era chiamata “Bunker”» (104).
Alla domanda dell’intervistatore: «Dove si trovava questo bacino?», il testimone ribadì:
«Veniva chiamato “Bunker”. Ora, quando sono ritornato ad Auschwitz, non ho trovato né la fossa né la casa. Doveva trovarsi dietro al crematorio IV [= V(105) .
Perciò anche S. Chasan localizzava il “Bunker 2” nel cortile del crematorio V.
Ed ecco infine il racconto di L. Cohen:
«I Tedeschi non ci portarono alle costruzioni degli impianti di cremazione, ma alle fosse di cremazione. Là vidi parecchi carrelli accanto alle fosse e molto vicino una costruzione con una piccola porta. Poi mi fu chiaro che vi si asfissiavano le persone con il gas. Aspettammo fuori circa 15 minuti, poi, per ordine dei Tedeschi, dovemmo aprire le porte. I cadaveri caddero fuori a mucchi e noi cominciammo a caricarli sui carrelli. Erano piccoli carrelli aperti come quelli delle miniere. Di gran lunga più piccoli dei vagoni ferroviari. I cadaveri furono portati alle fosse. Nelle fosse i cadaveri furono disposti così: uno strato di cadaveri di bambini e di donne (106), sopra uno strato di legna; poi uno strato di cadaveri di uomini, e così via, finché la fossa, profonda tre metri buoni, non era completamente piena. Indi i Tedeschi versavano della benzina nella fossa. La mescolanza di corpi morti e legna bruciava in modo fiammeggiante» (107).
Ricapitolando sommariamente, per Venezia i nuovi detenuti del “Sonderkommando” furono condotti prima al crematorio II oppure al crematorio III, dove videro dei cadaveri da una finestra, ma non fu consentito loro di entrare nella camera a gas; Y. Gabai afferma invece che il 15 maggio 1944 essi furono portati al crematorio II, dove nella camera a gas videro i cadaveri di 2.500 ebrei ungheresi di un trasporto che arrivò a Birkenau solo due giorni dopo. Il testimone non dice nulla del lavoro al “Bunker 2”. J. Sackar asserisce che i detenuti furono diretti nel cortile esterno del crematorio V, dove c’era una fossa che era chiamata “Bunker”. S. Chasan fa dichiarazioni simili. L. Cohen, invece, che non conosceva neppure la denominazione “Bunker”, definisce la presunta installazione di sterminio semplicemente «una costruzione». Egli introduce nella sua narrazione i «carrelli» per trasportare i cadaveri alle fosse, indubbiamente molto più comodi del sistema descritto da Venezia:
«Trasportare un cadavere in due su quel terreno fangoso dove i piedi affondavano non era facile, ma da soli era quasi impossibile... » (108).
S. Chasan, arrivato al “Bunker 2”, lo trovò già pieno di 1.000 cadaveri. L. Cohen, invece, dovette aspettare 15 minuti prima di vedere i cadaveri. Venezia, non si sa come, riuscì anche a vedere le vittime vive, che però non erano 1.000, ma 200-300:
«Curioso come sempre, mi avvicinai per capire cosa stesse succedendo e vidi intere famiglie che aspettavano davanti alla capanna: giovani, donne, bambini. Due, trecento persone in tutto» (109) .
Infine, secondo J. Sackar, i nuovi membri del “Sonderkommando” non lavorarono al “Bunker”, ma si limitarono a guardare, mentre per Venezia essi furono costretti a rimuovere i cadaveri dalla camera a gas e gettarli in fosse ardenti, per L. Cohen, invece, dovettero disporli a strati in una fossa vuota.
Concludo questa breve panoramica con un’altra testimonianza oculare, quella di Miklos Nyiszli, sedicente medico del “Sonderkommando” nello stesso periodo in cui vi lavorava Venezia. Egli scrisse che il “Bunker 2”, da lui mai chiamato in questo modo, ma descritto come «una lunga costruzione decrepita dal tetto di stoppia», «una casa contadina», non era una installazione di gasazione, ma un semplice «spogliatoio» per le vittime ebree, che non morivano in una camera a gas, bensì con un colpo alla nuca sul ciglio di due enormi “fosse di cremazione” (110).


9.
Le “fosse di cremazione” nell'area del “Bunker 2

L’esistenza di “fosse di cremazione” nella primavera-estate del 1944 nell’area del “Bunker 2” è uno dei temi ricorrenti della memorialistica su Auschwitz. L. Cohen - per restare ai nostri testimoni - ci informa che «la fossa» (die Grube) era profonda «tre metri buoni» (111) , mentre secondo S. Chasan «la fossa era molto profonda, credo circa quattro metri» (112).
Ma nessuna delle fotografie aeree scattate dall’aviazione americana e inglese nel 1944 mostra “fosse di cremazione” o fumo in quest’area (113) .
Per di più, all’epoca, la falda freatica dell’area di Birkenau si trovava a 1,2 metri dal livello del suolo (114), perciò la cremazione sarebbe avvenuta nell’acqua!
Un rapido accenno anche alle “fosse di cremazione” del cortile del crematorio V. A loro conferma, nel libro di Venezia sono riprodotte due fotografie. [clicca sulle foto per ingrandirle]
La prima mostra «uomini del Sonderkommando presso una delle fosse comuni del Crematorio V» (115). La didascalia è doppiamente errata. Dal punto di vista olocaustico, poiché nella fotografia appare del fumo, si dovrebbe parlare di “fossa di cremazione”, come si fa comunemente. La relativa nota del libro asserisce che «alla fine della primavera del 1944 cinque erano le fosse di cremazione a cielo aperto intorno al Crematorio V» (116), ma ciò è arbitrario e falso.
Arbitrario perché le testimonianze dei sedicenti ex membri del “Sonderkommando” sono contraddittorie: le presunte fosse erano 2 per S. Jankowski, 3 per C. S. Bendel, 3 per H. Tauber secondo la deposizione resa ai Sovietici, 5 secondo la deposizione da lui resa a J. Sehn e anche per Sz. Dragon e F. Müller (117). Ogni testimone, inoltre, attribuiva ad esse dimensioni e capacità contrastanti (118).
Falso perché in quest’area esistette un solo sito di cremazione con una superficie di circa 50 metri quadrati. Questo unico sito appare sia nella fotografia menzionata sopra, sia nella fotografia aerea di Birkenau scattata dagli Inglesi il 23 agosto 1944, che è appunto la seconda fotografia del libro sul tema delle “fosse di cremazione” (119). La colonna di fumo che si vede accanto al crematorio V proviene proprio da questo sito, come ho dimostrato in base a ingrandimenti delle fotografie disponibili (120).
Secondo F. Müller, le pretese cinque “fosse di cremazione” di quest’area dovevano misurare metri 40-50 x 8 x 2 di profondità (121), perciò la loro superficie complessiva avrebbe dovuto essere mediamente di 1.800 metri quadrati. Le fotografie aeree di Birkenau mostrano invece un solo sito di cremazione di circa 50 metri quadrati. Naturalmente, anche le “fosse” di F. Müller sarebbero state piene d'acqua almeno per il 60% della loro profondità.

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10.
Il recupero del grasso umano nelle “fosse di cremazione”

Nell’intervista apparsa su “Il Giornale”, Venezia, incredibilmente, riferisce l’assurda storia del recupero del grasso umano nella «piscina»:
«Sì, ma la prima notte mi adibirono a questo crematorio all’aperto. Intorno c’era uno scolo in pendenza dove si raccoglieva l’olio che colava dalla pira. Dovevo raccattarlo e ributtarlo sui cadaveri per farli bruciare più in fretta. Lei non ha idea di che combustibile sia il grasso umano» (122).
E nel libro ripete:
«Le fosse erano in pendenza; il grasso umano prodotto dai corpi che bruciavano colava lungo il fondo fino a un angolo, dove era stata scavata una specie di conca per raccoglierlo. Quando il fuoco minacciava di spegnersi, gli uomini prendevano un po' di grasso dalla conca e lo versavano sui corpi per ravvivare la fiamma. Una cosa del genere l’ho vista solo qui, nelle fosse del Bunker 2» (123).
Questa storia, inventata nell’immediato dopoguerra, ha ricevuto la sua sanzione ufficiale da F. Müller, che l’ha ricamata in modo molto minuzioso. Secondo lui, tuttavia, le presunte “fosse di cremazione” erano provviste di due canaletti larghi 25-30 cm che, dal centro della fossa, correvano in pendenza lungo l’asse centrale e sboccavano in due buche più profonde nelle quali si raccoglieva il grasso umano liquido, che veniva raccolto con un secchio e gettato sul rogo (124).
Come ho dimostrato in uno studio specifico (125), questa storiella è insensata già per il fatto che, mentre la temperatura di accensione degli idrocarburi leggeri che si formano dalla gasificazione dei cadaveri è di circa 600°C, la temperatura di accensione dei grassi animali è di 184°C, perciò in un tale impianto il grasso umano brucerebbe immediatamente. Anche perché la temperatura di accensione del legno stagionato è di 325-350°C. Inoltre, se – per qualcuno dei tanti miracoli di cui sono costellate le vite dei “sopravvissuti” del “Sonderkommando” – il grasso umano liquido avesse potuto colare attraverso le fiamme sul fondo della fossa, scorrere sulle braci ardenti e defluire nelle fosse di raccolta laterali, Venezia, insieme a F. Müller, avrebbe dovuto attingerlo sul ciglio di una “fossa di cremazione” in cui c’era un immenso rogo che bruciava ad una temperatura minima di 600°C!

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11.
La camera a gas del crematorio III

All’inizio, a Fabio Iacomini, Venezia aveva raccontato di essere stato assegnato al crematorio III (126). A Stefano Lorenzetto, invece, disse: «Ero addetto al Krematorium 2, il più grande dei quattro (127) funzionanti a Birkenau» (128). Nel libro egli ritorna sulla prima versione:
«La tregua non durò a lungo: il giorno dopo dovemmo ricominciare a lavorare e io fui mandato con un gruppetto di una quindicina di persone al Crematorio III» (129).
Nelle piante di Birkenau e nella documentazione ufficiale – a cominciare dai rapporti esplicativi (Erläuterungsberichte) (130) e dai preventivi di costo (Kostenanschläge o Kostenvoranschläge) (131) del campo e dalla “Deliberazione di consegna” (Übergabeverhandlung) di queste installazioni (132), i crematori di Birkenau sono normalmente denominati II, III, IV e V; in pochi documenti appare la denominazione I, II, III e IV. Ma Venezia non ha mai accennato a questa duplice numerazione, che evidentemente gli era ignota, perciò non si può credere che, nelle sue testimonianze, egli abbia adottato l'una o l'altra a seconda delle circostanze, cosa che sarebbe comunque deplorevole.

Com’era fatta la camera a gas? Sorprendentemente, nel libro Venezia non la descrive affatto: non indica le sue dimensioni, la sua posizione nell’edificio, come vi si accedeva, come era allestita all’interno, se era divisa in due locali (come afferma H. Tauber) o se era un locale unico (come dichiara M. Nyiszli).
Qui egli ha anche perduto un’ottima occasione per chiarire definitivamente, coll’autorità della sua testimonianza oculare, uno dei punti più importanti e più controversi del presunto processo di sterminio nei crematori II e III: la struttura dei presunti dispositivi per introdurre lo Zyklon B nella camera a gas. Erano dei semplici tubi vuoti di lamiera a sezione quadrata con fori su ogni faccia, come dice M. Nyiszli? (133) Avevano al loro interno «una spirale» per distribuire uniformemente lo Zyklon B, coma afferma F. Müller? (134) Oppure non erano di lamiera, ma di rete metallica, e avevano una sezione quadrata di 70 cm di lato, come testimonia M. Kula (il sedicente costruttore dei congegni) (135), o di 35 cm, come sostiene J. Sackar (136), o di 25 cm, come dichiara K. Schultze? (137) E se erano di rete metallica, al loro interno avevano un corto «cono di diffusione» e di recupero dello Zyklon B che si inseriva nella parte alta del dispositivo, come asserisce Kula, o un «cestello» che si tirava su «con l'aiuto di un filo di ferro», come riferisce H. Tauber? (138) Oppure, come raccontò S. Chasan, si trattavava di tubi metallici rotondi, pieni di fori, che però non arrivavano fino a terra, ma avevano in basso uno spazio libero per recuperare i granuli di Zyklon B? (139) O, come narra J. Weiss, «erano colonne per i ventilatori, attraverso cui veniva immesso il gas»? (140) Oppure, secondo la descrizione di J. Erber, i dispositivi avevano insieme tutte queste caratteristiche: erano tubi di ferro (Eisenrohre) ma, nello stesso tempo, «erano circondati da una rete d’acciaio» e avevano al loro interno un «contenitore di lamiera»(Blechbehälter) che si poteva tirare su con una corda? (141)
Al riguardo Venezia non dice assolutamente nulla: dalla sua testimonianza oculare non si apprende come erano fatti i presunti dispositivi per introdurre lo Zyklon B, quanti erano, come erano dislocati, neppure se esistevano realmente! E a giudicare dal fatto che, a suo dire, lo Zyklon B veniva semplicemente «buttato a terra» nella camera a gas – come vedremo sotto – egli non sapeva nulla di tali dispositivi.

Per avere una magra descrizione della presunta camera a gas, bisogna ritornare indietro alla sua testimonianza del 1995: «Questa era una grande sala, sul soffitto c’era una doccia finta ogni metro» (142) , o alla testimonianza del gennaio 2001, non meno laconica:
«La gente così era convinta di andare a fare la doccia e, infatti, c’era una grande stanza con tante docce finte» (143).
Queste affermazioni richiedono un chiarimento.
La deliberazione di consegna (Übergabeverhandlung) del crematorio III all’amministrazione del campo datata 24 giugno 1943 assegna «14 Brausen» (docce) al Leichenkeller 1, la presunta camera a gas, omicida (144). Queste docce, a partire da Pressac, vengono considerate “finte”. La realtà è ben diversa. Esse erano l’attuazione di un progetto precedente ben documentato.
Il 16 maggio 1943, Bischoff inviò a Hans Kammler, Amtsgruppenschef C dell’SS-WVHA, un «Rapporto sulle misure adottate per l’attuazione del programma speciale ordinato nel KGL [campo per prigionieri di guerra] Auschwitz dall’SS-Brigadeführer e Generalmajor der Waffen-SS dott. ing. Kammler» (Bericht über die getroffenen Massnahmen für die Durchführung des durch SS-Brigadeführer und Generalmajor der Waffen-SS Dr. Ing. Kammler angeordneten Sonderprogrammes im KGL. Auschwitz) nel quale, al punto 6 si legge:
«Impianto di disinfestazione. Per la disinfestazione dei vestiti dei detenuti è previsto in ciascuna delle singole parti del campo del BAII (145) un impianto di disinfestazione Organizzazione Todt. Per poter eseguire una disinfestazione corporea ineccepibile per i detenuti, nei due bagni per i detenuti esistenti nel BAI vengono montate caldaie di riscaldamento e boiler affinché per l'impianto doccia esistente sia disponibile acqua calda. Inoltre si prevede di montare serpentini di riscaldamento nell'inceneritore dei rifiuti del crematorio III per ottenere tramite essi l’acqua [calda] per un impianto doccia da costruire nel seminterrato del crematorio III. Riguardo all’esecuzione della costruzione per quest’impianto si è discusso con la ditta Topf und Söhne di Erfurt».
Entwesungsanlage. Zur Entwesung der Häftlingskleider ist jeweils in den einzelnen Teillagern des BAII eine OT-Entwesungsanlage vorgesehen. Um eine einwandfreie Körperentlausung für die Häftlinge durchführen zu können, werden in den beiden bestehenden Häftlingsbädern im BAI Heizkessel und Boiler eingebaut, damit für die bestehende Brauseanlage warmes Wasser zur Verfügung steht. Weiters ist geplant, im Krematorium III in dem Müllverbrennungsofen Heizschlangen einzubauen, um durch diese das Wasser für eine im Keller des Krematoriums III zu errichtende Brauseanlage zu gewinnen. Bezüglich Durchführung der Konstruktion für diese Anlage wurde mit der Firma Topf & Söhne, Erfurt, verhandelt»]
(146).
Le docce, dunque, erano vere (147).
Nel libro, Venezia si limita a dire:
«Dopo essersi svestite, le donne entravano nella camera a gas e aspettavano, pensando di trovarsi in una sala docce, coi rubinetti in alto[?]» (148).
Oltre alle presunte docce finte, in precedenza Venezia aveva menzionato soltanto la porta della presunta camera a gas:
«Allora chiudevano la porta, che era fatta come quella delle celle frigorifere, con un piccolo oblò per vedere dentro» (149).
«Infine chiudevano la porta, simile a quella dei frigoriferi dei macellai, una doppia porta con al centro uno spioncino per vedere dentro»
(150).
Nel libro, Venezia ha aggiunto soltanto che la porta «all’interno era protetta da alcune sbarre in ferro per evitare che le vittime rompessero il vetro» (151), particolare che però è tratto da un disegno di D. Olère, sul quale ritornerò successivamente – che mostra appunto la porta aperta della camera a gas con lo spioncino protetto internamente da una griglia quadrata (152). [Clicca sull’immagine per ingrandirla] Il disegno, a sua volta, si ispira liberamente alla porta a tenuta di gas con uno spioncino munito all'interno di una griglia emisferica di protezione che fu trovata nel 1945 nel Bauhof (magazzino dei materiali da costruzione) di Auschwitz, come appare nelle fotografie riportate da Pressac (153). Senza approfondire, mi limito a rilevare che la porta del Leichekeller 1 (presunta camera a gas) del crematorio III fu costruita senza griglia di protezione.
La lettera di Bischoff alle officine DAW (Deutsche Ausrüstungswerke) del 31 marzo 1943 fa riferimento ad un’ordinazione del 6 marzo concernente «una porta a gas (Gastür) (154) 100/192 per il Leichenkeller 1 del crematorio III, BW 30a» la quale doveva «essere costruita esattamente secondo il tipo e le dimensioni della porta del seminterrato (Kellertür) del crematorio II antistante, con spionicino di vetro da 8 mm con guarnizione di gomma e ferramenti (mit Guckloch aus doppelten 8 - mm - Glas mit Gummidichtung und Beschlag(155). Riguardo alla porta del crematorio II, nella sua deposizione del 24 maggio 1945 davanti al giudice istruttore J. Sehn, H. Tauber, che aveva visto questa porta nel Bauhof (156), dichiarò che la porta della presunta camera a gas aveva una finestrella che all’interno «era protetta da una griglia metallica in forma di mezza luna», ma poiché essa veniva regolarmente danneggiata dalle vittime, «lo spioncino è stato nascosto da una tavola o una placca di metallo» (157).

Venezia si dilungua invece nella descrizione del processo di gasazione e dell’aspetto delle vittime. Al riguardo egli afferma:
«Alla fine arrivava il tedesco con il gas. Prendeva due prigionieri del Sonderkommando per sollevare la botola dall’esterno, al di sopra della camera a gas, e introduceva lo Zyklon B. Il coperchio, in cemento, era molto pesante. Il tedesco non si sarebbe mai preso la briga di sollevarlo da solo; lo facevamo in due. Qualche volta io, qualche volta altri» (158).
Questa affermazione è in radicale contrasto con tutte quelle più accreditate. Ad esempio, il testimone F. Müller riferì che lo Zyklon B era versato da due «disinfettori» SS (159). Ancor più chiaramente il testimone M. Nyiszli, che Venezia menziona nel libro come «medico ebreo ungherese assistente di Mengele» (160), affermò:
«In questo preciso istante si sente il rombo di un’automobile. È una macchina di lusso, che reca l’insegna della Croce Rossa internazionale. Ne scendono un ufficiale ss e und S.D.G. Senitätsdienstgefreiter (sottufficiale del Servizio di Sanità) (161). Il sottufficiale porta quattro scatole di latta verde. Avanza sul prato dove, ogni trenta metri (162), dei piccoli camini di cemento spuntano dal suolo. Dopo essersi messa la maschera antigas, solleva il coperchio del comignolo, anch’esso di cemento. Apre una scatola e ne versa il contenuto, una materia granulosa violacea, nella bocca del camino» (163).
Ed ecco la relativa testimonianza di H. Tauber:
«[L’SS-Rottenführer] Scheimetz apriva i barattoli con l’aiuto di cesorie particolari e di un martello, poi versava il contenuto nella camera a gas e chiudeva l’apertura [dei piccoli camini] con un coperchio di cemento. Come ho già detto, c’erano quattro di questi piccoli camini. In ognuno di loro Scheimetz versava il contenuto di un barattolo più piccolo di Zyklon. Erano recipienti avvolti con un’etichetta gialla. Prima di aprirli, Scheimetz indossava una maschera antigas. Aveva la maschera addosso quando apriva i barattoli con il [sic] Zyklon e versava il contenuto nei piccoli camini della camera a gas. Oltre a Scheimetz, altre SS svolgevano questo compito, ma ho dimenticato i loro nomi» (164).
Ciò è in ulteriore contrasto con la seguente affermazione di Venezia:
«Alcuni sostengono che le SS portassero maschere antigas, ma io non ho mai visto tedeschi portarne, né per versare il gas né per aprire la porta» (165) .
Venezia ignora incredibilmente la storia dei piccoli camini esterni per l’introduzione dello Zyklon B nella camera a gas, in quanto parla di una semplice «botola» evidentemente installata sul soffitto del locale, che aveva un coperchio di cemento. Questo particolare proviene dalla deposizione di H. Tauber (166). E, menzionando «la botola», egli mostra di non sapere neppure che le presunte aperture per lo Zyklon B nel Leichenkeller 1 dei crematori II e III dovevano essere quattro.

Il riempimento della camera a gas da parte delle SS descritto da Venezia contiene un evidente controsenso:
«Gli uomini venivano invece mandati nella camera a gas alla fine, quando la sala era già piena. I tedeschi facevano entrare per ultimi una trentina di uomini robusti in modo tale che, incalzati dalle botte, massacrati come animali, non avevano altra scelta che spingere in avanti gli altri per entrare e sottrarsi ai colpi» (167).
Ma gli «uomini robusti», per definizione olocaustica, non venivano mandati alla camera a gas, bensì al lavoro.

Ed ecco la descrizione dei cadaveri nella camera a gas:
«Li trovavamo aggrappati gli uni agli altri, ognuno alla ricerca disperata di un po'’ d’aria. Il gas, buttato a terra, sviluppava degli acidi [sic] dal basso; tutti cercavano di raggiungere l’aria, anche se dovevano salire gli uni sugli altri fino a quando anche l’ultimo moriva» (168).
Questa scena è tratta, molto improvvidamente, dalla testimonianza di M. Nyiszli. Questi infatti ha scritto:
«I cadaveri non sono coricati un po’ dappertutto, in lungo e in largo, per la sala, ma pigiati in un ammasso alto fino al soffitto. La spiegazione è nel fatto che il gas inonda dapprima gli strati inferiori dell'aria e sale lentamente verso l'alto. È questo che obbliga i disgraziati a pestarsi, a montarsi l’uno sull'altro. Qualche metro più su, il gas li raggiungerà un po' più tardi» (169).
Il testimone aveva costruito questa scena fittizia sul presupposto che il gas impiegato a scopo omicida fosse non già acido cianidrico (il principio attivo dello Zyklon B), ma «cloro sotto forma granulata» (170), ed è noto che il cloro ha una densità maggiore di quella dell’aria (171), sicché se questo gas fosse stato immesso nella camera, avrebbe appunto inondato dapprima gli strati inferiori dell’aria e sarebbe salito lentamente verso l’alto. Ma, come ha rilevato lo storico Georges Wellers (172),
«i vapori dell’acido cianidrico sono più leggeri dell’aria, perciò salgono in alto nell’atmosfera» (173),
proprio il contrario di ciò che è stato asserito da M. Nyiszli. La scena da lui descritta e ripresa da Venezia è pertanto completamente inventata.

In questa non-descrizione della camera a gas, l’aspetto più incredibile, come ho rilevato sopra, è l’assenza di qualunque riferimento ai presunti congegni di rete metallica per l’introduzione dello Zyklon B. Ormai da anni i ricercatori revisionisti hanno dimostrato che questi presunti congegni sono un semplice espediente letterario senza alcuna base documentaria e materiale (174). Venezia, invece di contraddirli, almeno sul piano testimoniale, su questo punto fondamentale della storia delle gasazioni omicide nei crematori II e III di Birkenau, non sfiora neppure la questione!

Venezia non dice praticamente nulla neppure sul sistema di ventilazione del Leichenkeller 1. Tutto ciò che si riesce a sapere dalla sua testimonianza è che, dopo che era stata accesa la ventilazione, «per una ventina di minuti si udiva un intenso ronzio, come una macchina che aspirava l’aria» (175) e che «il ventilatore continuava a purificare l’aria» (176) (corsivo mio).
Ma l’impianto di ventilazione del Leichenkeller 1 constava di due ventilatori, uno premente che soffiava l’aria (Belüftung), l’altro aspirante che la evacuava (Entlüftung).
La cosa più sorprendente è comunque il fatto che, mentre la presunta camera a gas del crematorio III, per accedervi, richiedeva circa venti minuti di ventilazione meccanica, in quella del “Bunker 2”, che non era fornita di impianto di ventilazione, si poteva entrare subito dopo l’apertura della porta:
«Dieci minuti dopo fu aperta una porta dalla parte opposta all’ingresso. Il capo ci chiamò a tirar fuori le salme» (177).
Ancora più incredibilmente, Venezia non parla mai di maschere antigas, senza le quali i detenuti del “Sonderkommando” sarebbero rimasti a loro volta gasati: certamente nel “Bunker 2”, molto probabilmente nel crematorio III. F. Müller al riguardo ha scritto:
«Mentre i morti venivano portati fuori dalla camera a gas, i trasportatori di cadaveri dovevano indossare maschere antigas, perché i ventilatori non potevano aspirare completamente il gas. Soprattutto tra i morti si trovavano sempre resti del gas tossico che si liberava durante lo sgombero della camera a gas» (178).
Un’ultima osservazione. Venezia afferma:
«La svestizione durava un’ora, un’ora e mezzo, spesso anche due ore, dipendeva dalle persone: più anziani c’erano, più tempo ci voleva e i primi a entrare nella camera a gas potevano rimanervi in attesa per più di un’ora» (179).
Ed ecco la relativa dichiarazione di L. Cohen:
«[Domanda] Quanto restavano le persone nello spogliatoio?
[Cohen] Circa 20 minuti, talvolta una mezz’ora»
(180).


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12.
Il trasporto dei cadaveri ai forni del crematorio III

Venezia descrive così il trasporto dei cadaveri ai forni:
[Cliccare sull’immagine per ingrandirla] «Alla fin fine la cosa più semplice era usare un bastone e tirare il corpo da sotto la nuca. Si vede in un disegno di David Olère. Con tutte le persone anziane mandate a morire, non ci mancavano certo i bastoni» (181).
Il disegno in questione è riprodotto nella pagina seguente del libro. Esso mostra l’ingresso della presunta camera a gas, con la porta aperta (munita di spioncino protetto da una griglia quadrata, di cui ho già parlato); un detenuto è al lavoro all’ingresso, un altro trascina con la mano sinistra il cadavere di una donna, con la destra, per un braccio, quello di un bambino verso i forni. Nella parte sinistra del disegno si vede lo spigolo dell’ultimo forno a tre muffole. In questo disegno è evidente che lo strumento con cui il detenuto summenzionato trascina la donna non può essere un bastone da passeggio, perché esso, nella mano del detenuto, presenta una curvatura a uncino, che invece, secondo l’affermazione di Venezia, dovrebbe avvolgere la nuca della donna. Lo strumento è più verosimilmente una cinghia stretta al collo della donna. La cinghia è infatti menzionata, in diverse varianti, da altri testimoni. M. Nyiszli, ad esempio, ha scritto:
«Fissano di nuovo le cinghie ai polsi dei morti e li trascinano sugli appositi scivoli che li scaricheranno direttamente davanti ai forni» (182).
La scena descritta è chiaramente falsa, perché pone la presunta camera a gas al pianterreno, in comunicazione diretta con la sala forni. Il locale si trovava invece notoriamente nel seminterratto (Kellergeschoss) del crematorio, e Venezia stesso parla del montacarichi usato per trasportare i cadaveri dalla presunta camera a gas alla sala forni (183).
Tuttavia, incredibilmente, né Venezia, né M. Pezzetti hanno rilevato questo grossolano errore architettonico.

Sempre a proposito del trasporto dei cadaveri, Venezia aggiunge:
«Nel disegno di David Olère, si vede un corridoio d’acqua davanti ai forni che serviva per trasportare più facilmente i corpi tra il montacarichi e i forni. Buttavamo dell’acqua in quel rigagnolo e i cadaveri scivolavano senza troppi sforzi» (184).
Questo «corridoio d'acqua» richiama lo «scivolo» menzionato da M. Nyiszli. Il disegno in questione appare nella pagina seguente del libro (185). Per ora ne esamino solo la parte destra. Su quella sinistra, che mostra la tecnica di caricamento di una muffola, ritornerò successivamente. A destra dunque, si vede l’apertura del montacarichi con una porta a due ante aperta.
Qui si impone una breve digressione. Venezia scrive che «il montacarichi non aveva porte; un muro ne bloccava un lato e, in alto, i cadaveri venivano scaricati dall’altro lato» (186). Questa descrizione non è solo in contrasto col disegno di Olère, ma, cosa molto più grave, col disegno del montacarichi che fu installato nel crematorio III. Si tratta del disegno 5037 redatto dalla ditta Gustav Linse Spezialfabrik f.[ür] Aufzüge (fabbrica speciale di montacarichi) di Erfurt il 25 gennaio 1943 che ha l’intestazione «Lasten-Aufzug bis 750 kg Tragkraft für Zentralbauleitung der Waffen SS, Auschwitz/O.S.» (Montacarichi fino a 750 kg di portata per la Zentralbauleitung der Waffen SS, Auschwitz Alta Slesia) (187). Esso mostra che il montacarichi aveva una porta a due ante su entrambi i lati. Una si apriva verso la sala forni, l’altra verso il locale denominato “Waschraum und Aufbahrungsraum” di cui ho già parlato.
Torniamo al disegno di Olère. A partire dal montacarichi, lungo la parete della sala forni con le finestre, sul pavimento corre una striscia larga approssimativamente un metro e mezzo (188). Su di essa non vi sono cadaveri; un mucchio di cadaveri appare invece tra essa e i forni. Questa striscia si trovava in realtà nel crematorio II. Nella sua sala forni, davanti a ogni muffola, nel pavimento, erano installate originariamente tre paia di rotaie collegate a due rotaie di caricamento dei forni (Gleis zur Beschickung der Öfen) che erano disposte perpendicolarmente alle prime fino al montacarichi (Aufzug). Sulle rotaie scorreva il carrello di introduzione dei cadaveri, che si chiamava “Sarg-Einführungs-Vorrichtung”, dispositivo di introduzione della bara. Nel marzo 1943 fu deciso di sostituire questo dispositivo con più pratiche «barelle per cadaveri» (Leichentragen) (189). Le rovine della sala forni del crematorio II presentano ancora le rotaie che erano collocate davanti alle muffole; le rotaie di caricamento che andavano fino al montacarichi furono invece divelte e i relativi solchi nel pavimento in cui erano alloggiate delimitano appunto una striscia di cemento che sembra uno scivolo. Nel crematorio III fu deciso fin dalla fine di settembre del 1942 di sostituire il carrello di caricamento dei cadaveri con le barelle (190), perciò nella sala forni non furono installate rotaie e non c'era alcuno “scivolo” davanti al montacarichi.

La narrazione di Venezia si ispira anche ad altri disegni di Olère.
Il racconto delle vittime che, non riuscendo a camminare, venivano trasportate ai crematori con camion e venivano buttate giù ribaltando il cassone, «come sabbia da scaricare e loro cadevano uno sopra l’altro» (191), è un semplice commento del relativo disegno di Olère, presentato come «donne selezionate nel campo, scaricate davanti al Crematorio III» (192).
La storia assurda che, a suo dire, gli era stata riferita da alcuni uomini del “Sonderkommando”, secondo la quale «nel Crematorio V i camion scaricavano direttamente le vittime, ancora in vita, nelle fosse che bruciavano a cielo aperto» (193), proviene parimenti da due disegni di Olère non pubblicati nel libro di Venezia. Essi recano la seguente didascalia: «SS che gettano dei bambini vivi in una fossa ardente (Bunker 2/V)». I due disegni (il primo è la bozza del secondo) mostrano la parte posteriore di un autocarro sul ciglio di una “fossa di cremazione” ardente; il cassone, pieno di bambini, è inclinato verso la fossa e da esso un soldato SS, parimenti sul ciglio della fossa, afferra i bambini e li getta dentro; un altro soldato, ancora sul ciglio della fossa, saluta col braccio teso. Nella realtà, i due soldati, a causa del calore irraggiato dal rogo, sarebbero bruciati vivi, mentre il serbatoio dell’autocarro sarebbe esploso in pochi minuti.
Venezia parla di due Tedeschi che stavano sulla porta della camera a gas (194): perché proprio due? Perché il relativo disegno di D. Olère mostra, appunto, due Tedeschi (195).

[Clicca sull’immagine per averne l’ingrandimento. Si faccia lo stesso per tutti gli altri disegni di Davide Olère acquisite tramete scanner da libro di Shlomo Venezia, Sonderkommand Auschwitz. - N.d.R.]

Il ritratto dell’SS-Unterscharführer Johann Gorges (196) eseguito da D. Olère (197), suggerisce a Venezia questa descrizione:
«Alto, il viso largo, ma non ricordo il nome. Assomigliava a una delle SS disegnate da David Olère» (198).
L’idea è tratta da F. Müller, che descrive fisicamente «Gorges», affermando tra l’altro che era alto (un metro e ottanta centimetri) (199).

L’aneddoto della bambina trovata viva nella camera a gas, che Venezia espone con ricchezza di particolari, fa parte dei topoi letterari di questo genere di narrativa, come quello dei parenti incontrati nella camera a gas (200). Ad esempio, M. Nyiszli dedica un intero capitolo a questo aneddoto: in questo racconto, si tratta di una ragazza (201). Venezia riferisce invece del ritrovamento di una bambina di due mesi, viva, nella camera a gas (202).

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13.
Forni crematori e cremazione

Venezia non fornisce alcuna descrizione né della sala forni, né dei forni crematori: non dice neppure quanti erano, meno che mai come erano strutturati e come funzionavano.
L’unica cosa che racconta a questo riguardo, è il caricamento di una muffola di un forno:
«Davanti a ogni muffola tre uomini si occupavano di infornare i cadaveri. I corpi erano disposti su una specie di barella, uno per la testa e uno per i piedi. Due uomini, ai lati della barella, la sollevavano con l’aiuto di un lungo pezzo di legno inserito dal di sotto. Il terzo uomo, di fronte al forno, impugnava i manici e infornava la barella. Doveva far scivolare i corpi e riprenderla velocemente, prima che il ferro si scaldasse troppo. Gli uomini del Sonderkommando avevano preso l’abitudine di versare dell’acqua sulla barella prima di disporvi i corpi, per evitare che si incollassero al ferro incandescente, altrimenti il lavoro diventava ancora più difficile: bisognava staccare i corpi con una forca e dei pezzi di pelle rimanevano attaccati» (203).
Questa narrazione è il risultato di un’incauta fusione del disegno di D. Olère che appare nella pagina seguente del libro con un’eco del relativo racconto di H. Tauber. Il disegno è quello che ho già esaminato in relazione al presunto «corridoio d’acqua», che si trova nella parte destra (204). A sinistra appare appunto la scena di tre detenuti che introducono dei cadaveri nella muffola centrale di un forno con la Leichentrage. Questa scena non può corrispondere alla realtà.

Documento 1: Disegno di David Olère del 1945. Da: David Olère. A Painter in the Sonderkommando at Auschwitz. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, p. 57.

Anzitutto le dimensioni dell’apertura della muffola e conseguentemente dei forni sono assolutamente spropositate. Il culmine della volta della porta della muffola supera di gran lunga le teste dei tre detenuti, mentre in realtà si trovava ad appena 132 centimetri dal pavimento (205). Se D. Olère avesse rappresentato la muffola con le sue dimensioni reali, non avrebbe potuto raffiguare la scena del caricamento contemporaneo di tre cadaveri. D’altra parte, un tale carico avrebbe anche ostacolato il processo di combustione: i cadaveri avrebbero ostruito sia le aperture intermuffola attraverso le quali i gas provenienti dai gasogeni affluivano dalle muffole laterali in quella centrale, sia le aperture della griglia di questa stessa muffola, attraverso le quali i gas combusti si immettevano nel condotto del fumo sottostante.
In secondo luogo, il disegno mostra fiamme e fumo che escono dalla muffola aperta, ma ciò era impossibile, perché fumo e fiamme erano risucchiati immediatamente dal tiraggio del camino, nella muffola centrale tanto più intensamente in quanto le aperture del condotto di scarico del forno a 3 muffole collegato al camino si trovavano proprio in essa, nel cenerario sottostante. La muffola centrale del forno a 3 muffole si apriva a destra: di conseguenza il detenuto disegnato a destra che sorregge la barella si sarebbe trovato davanti al lato interno della porta di introduzione della muffola, che aveva una temperatura di esercizio di 800°C. Questo detenuto, che, al pari dei suoi due compagni, appare a torso nudo, si sarebbe dunque ustionato mortalmente.
Inoltre la tecnica di caricamento esposta nel disegno è errata. Il forno a 3 muffole era dotato di due rulli di scorrimento (Laufrollen), fissati ad un telaio ribaltabile imperniato su un’asta di fissaggio (Befestigungs-Eisen) rotonda saldata alle barre di ancoraggio del forno sotto le porte delle muffole. Questi rulli servivavo inizialmente per lo scorrimento all’interno della muffola della trave di caricamento del carrello di introduzione dei cadaveri, successivamente per lo scorrimento della Leichentrage, i cui tubi laterali, larghi quanto i rulli, vi venivano appunto appoggiati sopra per permettere alla barella di scorrere facilmente all’interno della muffola. Ciò è appunto quanto riferisce Tauber, il quale però aggiunge che l’operazione era eseguita da sei detenuti, non da tre. La tecnica esposta nel disegno di Olère avrebbe comunque richiesto almeno quattro detenuti, perché il detenuto addetto alla barella non avrebbe potuto, da solo, «far scivolare i corpi» sulla griglia di argilla refrattaria della muffola. Questo, come dice Tauber, era compito di un altro detenuto, che doveva tenere fermi i cadaveri con un raschiatoio mentre la barella veniva estratta dalla muffola (206).


Documento 2: Esponenti del Congresso degli Stati Uniti davanti ai forni del crematorio di Buchenwald nel 1945, da http://www.vho.org/GB/thottc/Image29.jpg.
In primo piano, a sinistra, si vede la muffola centrale del primo forno con la porta aperta.

I rulli permettevano ai due detenuti che sollevavano la barella con una sbarra di ferro (non con «un lungo pezzo di legno», come Venezia ha malamente desunto dal disegno di D. Olère) di restare a distanza di sicurezza dalla porta spalancata della muffola evitando loro di ustionarsi.
La cosa più sorprendente è che D. Olère, nel quinto forno crematorio a 3 muffole, ha disegnato correttamente sia l’asta di fissaggio, sia i rulli di scorrimento!
Venezia, infine, ispirandosi molto liberamente al racconto di Tauber, ha dimenticato di precisare che l’acqua versata sulla barella doveva essere saponata:
«Si faceva sciogliere del sapone nell’acqua, in maniera che i corpi scivolassero meglio sulla barella» (207).
Passiamo alla questione essenziale della capacità di cremazione dei forni.
Nella sua prima dichiarazione, Venezia al riguardo ha affermato:
«Dopo queste operazioni i cadaveri venivano gettati sul montacarichi, che li portava al piano terra dove c’erano le bocche dei crematori. Qui altri prigionieri li inserivano, due, tre alla volta nei forni. Dopo venti minuti rimaneva solo cenere e pezzi delle ossa più grandi» (208).
Questi dati – 3 cadaveri in 15 muffole in 20 minuti per 24 ore – sono tratti dalla testimonianza di M. Nyiszli:
«Sono messi per tre su una specie di carrozzina costruita in lamiera d’acciaio. [...]. L'incinerazione dura venti minuti» (209).
Ciò corrisponde ad una capacità di cremazione massima teorica di (3 x 15 x 24 x 60/20 =) 3.240 cadaveri.
In aperta contraddizione con ciò, nell’intervista pubblicata da “Il Giornale” e da “Gente”, Shlomo Venezia ha dichiarato:
«[Domanda] I forni quante ore al giorno funzionavano?
[Venezia] Ventiquattro su 24. Noi facevamo turni dalle 8 alle 20 oppure dalle 20 alle 8. Cremavamo 550-600 ebrei al giorno»
(210).
Dunque la capacità di cremazione massima dei forni del crematorio III era di 600 cadaveri in 24 ore, e tra 600 e 3.240 la differenza non è poca! Venezia afferma inoltre che
«la camera a gas aveva una capienza di circa 1.400 persone, ma i nazisti arrivavano a stiparne 1.700» (211),
perciò per cremare un carico di gasati erano necessari (1.700 : 600 =) quasi 3 giorni (in realtà quasi 6 giorni), ed egli lo ha anche dichiarato esplicitamente:
«In media, l'intero processo di eliminazione di un convoglio durava 72 ore. Uccidere la gente era una cosa veloce, più lungo era bruciare i cadaveri: non c’era un minuto di stasi» (212).
Così egli ha confermato la capacità di cremazione massima di 600 cadaveri in 24 ore. Ma nel libro Venezia ha scritto:
«I Crematori IV e V erano più piccoli dei Crematori II e III; i forni funzionavano meno bene e avevano una capacità inferiore. Le fosse permettevano di accelerare il ritmo di eliminazione dei cadaveri: bruciare settecento corpi in forni così piccoli era un’operazione lunga, tanto più che i forni non funzionavano correttamente. Da noi, invece, potevano entrare fino a milleottocento persone» (213).
La capacità di cremazione del crematorio tipo II/III addotta dal testimone, dunque, prima scende da 3.240 a 550-600 e poi risale a 1.800 cadaveri in 24 ore, senza alcuna spiegazione.
Qui è interessante sapere che cosa dichiararono i compagni di sventura di Venezia. Suo cugino Y. Gabai disse che in ogni muffola si caricavano quattro cadaveri (vier Leichen), che bruciavano completamente in mezz'ora, sicché la capacità del crematorio III era di (4 x 15 x 24 x 60/30 =) 2.880 cadaveri in 24 ore (214) .
J. Sackar affermò:
«Nel forno il fuoco [sic] era così caldo che i cadaveri bruciavano immediatamente [sofort] e vi si potevano introdurre continuamente altri cadaveri».
Questa fantastica cremazione immediata faceva sì che, in tutti i crematori di Birkenau, si potessero cremare «quasi 20.000 uomini [sic] al giorno»! (215)
Il quantitativo spettante al crematorio III, considerato che il numero complessivo delle muffole era di 46, di cui 15 si trovavano in questo crematorio, ammontava a ([20.000 : 46] x 15) circa 6.500 cadaveri in 24 ore.
S. Chasan asserì invece che in ogni muffola si caricavano «tra due e cinque cadaveri» e la cremazione durava mezz'ora, perciò «ogni mezz'ora si potevano cremare da 50 a 75 cadaveri», ossia, al massimo, appunto (75 : 15 =) 5 cadaveri cadaveri per muffola. Ciò significa 150 cadaveri in un'ora e 3.600 in 24 ore.
Riassumo le affermazioni dei testimoni su questo aspetto cruciale del presunto processo di sterminio nella seguente tabella:

capacità di cremazionetestimone
Venezia 13.240
Venezia 2550-600
Venezia 31.800
Gabai2.880
Sackar6.500
Chasan3.600

Non c’è bisogno di ricordare che i testimoni si riferivano agli stessi impianti nello stesso periodo.
Tuttavia, nel corso degli interrogatori cui furono sottoposti dai ufficiali del servizio di controspionaggio sovietico, gli ingegneri della Topf Kurt Prüfer e Karl Schultze, che avevano progettato l’uno il forno a 3 muffole, l’altro la sua soffieria, dichiararono unanimamente che in tale impianto la cremazione di un solo cadavere in una muffola richiedeva un’ora (216) e questa era appunto la capacità reale che risulta da altre fonti tecniche concordanti (217). Pertanto la capacità di cremazione massima teorica del crematorio modello II/III era di (15 x 24 =) 360 cadaveri in 24 ore. Dico “teorica” perché i forni crematori non potevano funzionare continuativamente 24 ore su 24, come spiegherò subito.

Nella sua intervista apparsa su “Gente”, la domanda «I forni quante ore al giorno funzionavano?» è formulata così: «I forni erano sempre accesi?». La risposta è la stessa: «Ventiquattro ore su 24» (218). Questa è un’altra assurdità termotecnica, perché i forni di Birkenau, essendo riscaldati con coke, richiedevano una sosta giornaliera per la pulizia delle griglie dei gasogeni. Ciò era esplicitamente prescritto dalle istruzioni di servizio del forno a 2 e a 3 muffole della Topf, la ditta costruttrice:
«Ogni sera bisogna liberare le griglie dei gasogeni dalle scorie ed estrarre la cenere». [«Jeden Abend müssen die Generatorroste von den Koksschlacken befreit und die Asche herausgenommen werden»] (219).
Ma ciò fu anche dichiarato dal prof. Roman Dawidowski, perito dell'accusa al processo Höss, e accettato dal giudice istruttore J. Sehn, il quale scrisse che i forni crematori di Auschwitz-Birkenau richiedevano ogni giorno «un intervallo di tre ore per pulire i gasogeni dalle scorie» (220).
Aggiungo che la previsione del consumo di coke dei crematori di Birkenau stilata da un impiegato civile della Zentralbauleitung di Auschwitz il 17 marzo 1943 presupponeva un funzionamento dei forni di 12 ore al giorno (221).

Venezia afferma inoltre che le ceneri dei cadaveri
«venivano portate ad una spianata di cemento dietro al crematorio, dove le ossa dovevano essere sminuzzate dai prigionieri con degli attrezzi simili a quelli usati per battere i sampietrini» (222).
Questa storia è tratta dalla testimonianza di F. Müller, che ha scritto:
«Per poter eliminare rapidamente e senza dare nell’occhio le ceneri provenienti dai crematori e dalle fosse, Moll fece cementare presso il crematorio, accanto alle fosse, una superficie di circa 60 x 16 metri, sulla quale le ceneri delle fosse furono poi finemente polverizzate per mezzo di mazzeranghe» (223).
Tuttavia per F. Müller tale presunta «spianata di cemento» si trovava esclusivamente «nel cortile interno del crematorio V» (224), mentre Venezia la colloca nel cortile del crematorio III. In realtà una tale «spianata di cemento» non è mai esistita né nel cortile del crematorio V né in quello del crematorio III: di essa non esiste traccia nelle fotografie aeree americane di Birkenau del 1944, in particolare in quelle, molto chiare, del 31 maggio 1944 (225), né esistono resti architettonici in loco.
Nel libro, Venezia ha rinunciato alla storia della «spianata di cemento», scrivendo in modo vago:
«Le ossa venivano frantumate prima di essere mescolate con le ceneri. L'operazione avveniva nel cortile del Crematorio, dietro l'edificio. Nel Crematorio III il luogo per triturare le ceneri si trovava all'angolo, vicino all'ospedale e al campo degli zingari. Le ceneri sminuzzate e passate più volte al setaccio come quello dei muratori, venivano poi trasportate su una piccola carriola» (226).
Ma anche il riferimento alla carriola è tratto dalla testimonianza di Müller (227).

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14.
I camini fiammeggianti

Nella sua prima intervista, Venezia ha raccontato la trita storiella dei camini fiammeggianti:
«Dalla finestra si vedevano delle fiamme, era una cosa spaventosa, da un camino uscivano le fiamme… […].
Noi ancora non sapevamo niente, avevamo visto le fiamme e ci avevano detto che c’erano i crematori…»
(228) .
Come ho rilevato ripetutamente, la storia dei camini fiammeggianti è una assurdità tecnica (229). Probabilmente il testimone ne ha avuto sentore, perché in seguito non l’ha più ripetuta. Nell’intervista pubblicata da “Il Giornale”, egli ha dichiarato: «All’arrivo però notai subito quel fumo che usciva dai camini» (230).
Venezia non menziona questa storia fantasiosa neppure nel libro, ma qui appare un disegno di Olère che rappresenta «il Crematorio II in attività» col camino fiammeggiante! (231). [Clicca sull’immagine per ingrandirla. Nota aggiunta di A.C.]

In compenso, Venezia racconta un’altra storia che riguarda il camino del crematorio III:
«Il lavoro non doveva mai fermarsi, lavoravamo in due turni, uno di giorno e uno di notte. Una catena continua, ininterrotta. Soltanto una volta fummo costretti a sospendere il lavoro per due giorni a causa di un problema alla ciminiera. Per il troppo calore alcuni mattoni si erano fusi e avevano ostruito la canna fumaria. Per i tedeschi perdere due giorni di lavoro era un dramma. Un giovane ebreo polacco, coperto di sacchi per proteggersi dalla fuliggine e dal calore, aprì lateralmente la base del camino ed estrasse i mattoni lucidi, incrostati di grasso umano che causavano il problema» (232).
L’aneddoto è liberamente ispirato a un evento (in parte fantasioso) descritto da Müller, che risaliva però al 1942:
«Le fiamme si erano già attizzate così vivamente e il calore aveva già raggiunto una tale intensità che i mattoni refrattari del camino si sciolsero e il forno bruciò, mentre dei mattoni caddero nel canale che univa il forno al camino» (233).
Il racconto di Venezia è irreale e anche piuttosto ingenuo. Anzitutto il camino non aveva «la canna fumaria», ma «le canne fumarie»: tre. In secondo luogo, ciascuna aveva una sezione di cm 80 x 120 e in ogni canna fumaria si immetteva un condotto del fumo di identiche dimensioni. Perciò «alcuni mattoni» non avrebbero ostruito nulla. In terzo luogo, quando si verificavano dei guasti, l’amministrazione del campo si rivolgeva alla ditta Topf se essi riguardavano i forni, alla ditta Koehler se si riferivano ai condotti del fumo e al camino, che erano stati costruiti da essa. Ad esempio, il 9 maggio 1944 il Bauleiter del KL II (Birkenau) chiese al comando del campo un «permesso di accesso ai crematori I-IV» (Genehmigung zum Betreten der Krematorien I-IV) per la ditta Koehler, perché essa era incaricata di «lavori urgenti di riparazione nei crematori» (mit dringenden Instandesetzungsarbeiten bei Krematorien beauftragt ist) (234).
Ma se proprio un detenuto doveva entrare nel camino, non avrebbe aperto «lateralmente la base del camino [?]», ma piuttosto la porta di pulizia (Reinigungstür) che si trovava alla base del camino e di cui Venezia, evidentemente, non sapeva nulla.

Infine, nei forni crematori, che funzionavano con una temperatura di esercizio di 800°C, il grasso dei cadaveri bruciava completamente nelle muffole, sicché nel camino non si potevano trovare mattoni «incrostati di grasso umano».

Venezia parla inoltre di una «sala del camino» che descrive come segue:
«Così di tanto in tanto, quando potevo fare una pausa e far continuare gli altri per un po’ senza di me, salivo in quella piccola stanza quadrata e suonavo l’armonica per rilassarmi o mi appoggiavo semplicemente al davanzale della finestra per prendere aria. Quella piccola sala, con una finestra e al centro il grande condotto del camino in mattoni, quadrato, era il mio rifugio» (235).
Ma la «sala del camino» era il “Müllverbrennungsraum”, il locale in cui si trovava l’incineritore per le immondizie (Müllverbrennungsofen) e l’imponente camino, che del resto non era quadrato, ma rettangolare (misurava circa m 4 x 2,5); non si trattava ovviamente di una «piccola stanza», perché aveva all’incirca dimensioni di m 10 x 8, inoltre aveva 4 finestre e 2 finestrelle. Dall’altra parte del camino, verso la sala forni, separate da un muro, c’erano tre piccole stanze quadrate. Quella centrale, nel crematorio II, era destinata originariamente ad alloggiare uno dei tre impianti di tiraggio aspirato del camino (Saugzuganlagen), che nel crematorio III non furono installati; le due stanze laterali, ciascuna con una finestra, erano denominate “Motorraum” (sala motori). Solo quella in mezzo aveva «al centro il grande condotto del camino in mattoni», ma questo era invisibile, al di là del muro, nel “Müllverbrennungsraum”, inoltre essa non possedeva alcuna finestra. Del resto queste tre stanze si trovavano al livello della sala forni, sicché non si poteva «salire» in nessuna di esse. In conclusione, la stanza descritta da Venezia non esisteva.

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15.
La rivolta del “Sonderkommando”

Venezia dedica a questa vicenda un intero capitolo, che comincia così:
«L’idea della rivolta era nata prima del mio arrivo a Birkenau ed era sopravvissuta alle diverse selezioni grazie ad alcuni Kapos che, come Lemke o Kaminski, si trovavano nel campo da lungo tempo e si erano incaricati della sua organizzazione» (236).
Nell’intervista pubblicata da “Il Giornale”, Venezia aveva detto esplicitamente che «in media ogni tre mesi i Sonderkommando [sic] venivano uccisi a loro volta» (237). Questa storia proviene da M. Nyiszli, che aveva dichiarato più generosamente:
«La vita d’un Sonderkommando dura quattro mesi. Allo scadere dei quattro mesi, un bel giorno arriva una compagnia di ss, raduna tutti gli uomini nel cortile posteriore del crematorio. Una raffica di mitra e mezz’ora dopo ecco il nuovo Sonderkommando» (238).
Commento con le parole di C. Saletti:
«Sono innumerevoli i testi memorialistici e critici su Auschwitz in cui si sostiene che la durata della vita dei prigionieri del Sonderkommando non era superiore ai quattro mesi, e che una volta trascorso il termine essi venivano, regolarmente, eliminati. Nessuna delle due informazioni corrisponde a verità» (239).
La storia dell’eliminazione periodica dei detenuti del “Sonderkommando” è anche in contrasto con ciò che Venezia afferma riguardo alla loro sorveglianza:
«In genere c’erano due SS per ogni Crematorio; una durante il giorno, l’altra di notte» (240).
Il numero reale era appena più elevato: 22 guardie in quattro crematori, 10 di giorno e 12 di notte. Queste guardie dovevano tenere a bada 870 detenuti del cosiddetto “Sonderkommando”. Nel crematorio III, 5 guardie (2 di giorno e 3 di notte) dovevano fronteggiare 220 detenuti (241): un po’ pochino se costoro sapevano di essere destinati a morte certa!

Quanto al resto, Venezia è oltremodo evasivo. Egli non menziona la data ufficiale della presunta (242) rivolta (il 7 ottobre 1944), ma parla genericamente dell’inizio di ottobre (243); non menziona la presunta selezione e gasazione preliminare alla fine di settembre del 1944 di 200 detenuti del “Sonderkommando” dei crematori IV e V, che avrebbe innescato la rivolta pochi giorni dopo (244); non menziona il numero delle presunte vittime: 451; non menziona il numero dei superstiti: 212, in massima parte detenuti dei crematori III e V; non menziona la presunta selezione del 26 novembre 1944 nel corso della quale sarebbero stati uccisi altri 100 detenuti. Egli racconta che «il giorno dopo», dunque l’8 ottobre, «i tedeschi ordinarono che trenta persone uscissero per continuare il lavoro al Crematorio II e io decisi di far parte del gruppo» (245), mentre invece, secondo la versione ufficiale, i 30 detenuti furono scelti il 26 novembre per lavorare al crematorio V. Egli aggiunge:
«Quando le operazioni di smantellamento raggiunsero il tetto del Crematorio, i membri del Sonderkommando tornarono a dormire nel campo degli uomini, nella baracca isolata dove avevamo passato le prime notti da Sonderkommando. Eravamo meno di settanta» (246).
Qui evidentemente Venezia ha frainteso la versione ufficiale, secondo la quale, il 26 novembre 1944 70 detenuti furono assegnati all' Abbruchkommando (squadra di demolizione), perciò, alla fine, restavano «circa 100 detenuti del Sonderkommando» (247), non «meno di settanta».

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16.
La salvezza

Venezia, al pari dei suoi sedicenti ex colleghi, racconta di essere sfuggito fortunosamente o miracolosamente a morte certa, perché tutti i detenuti del “Sonderkommando” dovevano essere uccisi. Di ciò, come scrive, venne a conoscenza fin dall’inizio:
«Sempre da lui seppi che tutti coloro che facevano parte del Sonderkommando venivano “selezionati” e “trasferiti” in altro luogo, ma io non compresi subito che le parole “selezione” e “trasferimento” erano degli eufemismi che significavano in realtà “eliminazione”. Tuttavia non ci misi molto a capire che eravamo stati integrati nel Sonderkommando al posto di altri prigionieri “selezionati” e uccisi» (248).
Successivamente egli afferma:
«Per i tedeschi l’evasione di un membro del Sonderkommando era gravissima; non potevano assolutamente permettersi di lasciar evadere un uomo che aveva visto l’interno delle camere a gas» (249).
Allora come riuscì a salvarsi? Riassumo la sua lunga narrazione.
Il 17 gennaio 1945 la guardia SS che accompagnò alla loro baracca alloggio i superstiti del “Sonderkommando”, disse loro che «era assolutamente proibito uscire» e se ne andò. Ma Venezia venne a sapere che era in corso l'evacuazione del campo e capì che essi sarebbero stati uccisi. Allora uscirono tutti dalla baracca mescolandosi con gli altri detenuti. Così egli riuscì a sfuggire «alla liquidazione programmata del Sonderkommando». Indi racconta:
«Di tanto in tanto, durante la notte, un tedesco passava tra i prigionieri e urlava: “Wer hat im Sonderkommando gearbeitet”, “Chi ha lavorato nel Sonderkommando”»,
domanda non molto sensata, perché, come ho spiegato sopra, ad Auschwitz-Birkenau esistettero almeno undici “Sonderkommandos”.
«Nessuno rispondeva - continua Venezia -. Continuarono a domandarlo con regolarità, durante tutta la strada; non avevano altro modo di ritrovarci» (250).
In realtà i detenuti furono evacuati in trasporti recanti cognome, nome e numero di matricola. In uno appare anche Filip Müller (251). Cinque detenuti polacchi del “Sonderkommando(252) erano già stati trasferiti a Mauthausen il 5 gennaio 1945 (253). Il trasferimento fu trascritto anche nelle schede personali di questi detenuti, come risulta da quella del Kapo M. Morawa (254). Se dunque le SS avessero realmente voluto sterminare i detenuti del “Sonderkommando”, questi non avrebbero avuto scampo.
Successivamente anche Venezia e gli altri superstiti del “Sonderkommando” furono trasferiti a Mauthausen. Il suo trasporto di evacuazione giunse al campo il 25 gennaio: constava di 5.725 detenuti, che furono immatricolati con i numeri 116501-122225 (255).
Venezia narra così l’arrivo e l’immatricolazione:
«Dormii due notti all’aperto per essere tra gli ultimi a entrare nella Sauna. Ero con mio fratello, i miei cugini e altri amici di Auschwitz. Dei soldati passavano di tanto in tanto chiedendo: “Wer hat im Sonderkommando gearbeitet?”. Per evitare che ci scoprissero, proposi a mio fratello di cambiare nome. Invece di “Venezia”, se me lo avessero chiesto avrei risposto che mi chiamavo “Benezia”. [...]. Come il primo giorno a Birkenau fummo costretti a spogliarci completamente, dei detenuti ci rasarono la testa e il corpo e ci venne assegnato un numero. A differenza che ad Auschwitz il numero non era tatuato; Auschwitz è l’unico campo dove i prigionieri venivano tatuati. Ci diedero invece una specie di bracciale in ferro con una piastrina; sulla mia era scritto il numero 118554, la mia matricola a Mauthausen. Quando mi chiesero il nome, dissi “Benezia” e loro, capendo male, scrissero “Benedetti” (256(257).
E con questo sotterfugio Venezia si salvò per la seconda volta.
Questa storia non può essere vera per il semplice fatto che, come ricorda Venezia stesso, egli e i suoi compagni recavano tatuato sul braccio il marchio indelebile della loro appartenenza al “Sonderkommando”: il numero di matricola di Auschwitz. Se dunque le SS avessero davvero voluto rintracciare i detenuti che avevano lavorato nei crematori, non avrebbero mandato un soldato a gridare tra i detenuti «“Wer hat im Sonderkommando gearbeitet?», ma avrebbero controllato il numero di matricola di ogni detenuto nella sauna nel corso dell’immatricolazione. Il sotterfugio di Venezia è in effetti di una ingenuità disarmante: egli cambiò il suo cognome per evitare che lo scoprissero, dunque le SS avevano una lista nominativa dei detenuti del “Sonderkommando”, ma allora avevano necessariamente anche una lista dei numeri di matricola (258).
È dunque certo che le SS non cercarono i detenuti del “Sonderkommando” né a Birkenau, né a Mauthausen, e ciò si spiega col semplice fatto che costoro non erano depositari di alcun “terribile segreto”.

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17. Epilogo

Nell’intervista a Stefano Lorenzetto, Venezia, alla domanda «Dopo quanti anni è tornato ad Auschwitz?», rispose:
«Quarantasette. Non ho trovato il crematorio. Ci sono rimasto male, perché non sapevo che i tedeschi l’avessero demolito. Devono aver faticato molto. Era stato costruito come il Colosseo: doveva durare per l’eternità» (259).
Nel libro, egli ha confermato:
«Non sapevo che i nazisti, fuggendo, avevano fatto saltare i crematori; vedere le rovine mi ha sorpreso» (260).
In flagrante contraddizione con ciò, nel libro, Venezia ha scritto:
«Verso la fine di ottobre [1944] arrivò l’ordine di cominciare a smantellare i Crematori. Continuammo a lavorare occasionalmente nel Crematorio II, le rare volte che arrivava un convoglio, ma lavoravamo soprattutto allo smantellamento degli altri Crematori. Ci volle molto tempo, perché i tedeschi volevano che li eliminassimo un pezzo alla volta. Le strutture erano molto solide; erano state costruite per durare a lungo. Avrebbero potuto utilizzare la dinamite, ma volevano demolire sistematicamente tutto l’interno della struttura: i forni, le porte della camera a gas e tutto il resto. E dovevano farlo gli uomini del Sonderkommando; eravamo i soli a poter vedere l’interno delle camere a gas. Per smontare la struttura esterna vennero invece impiegati altri prigionieri, tra cui donne provenienti da Birkenau e detenuti da Auschwitz I» (261).
Dunque egli aveva partecipato personalmente alla demolizione del “suo” crematorio!
La storia narrata da Venezia contiene inoltre un errore cronologico. Ciò che si sa al riguardo, è che l’attività dei crematori II e III cessò all’inizio di dicembre del 1944: il 1° dicembre fu istituito un commando femminile per la demolizione del crematorio III (262); il giorno 8, il capo della Zentralbauleitung, l’ SS-Obersturmführer Werner Jothann, chiese all’Abteilung IIIa (impiego lavorativo dei detenuti) l’assegnazione immediata di 100 detenuti per i lavori di demolizione «presso il crematorio [nel] campo II» (beim Krematorium Lager II) (263), indubbiamente il crematorio II. D. Czech riferisce che il Kommando 104b, la squadra di demolizione dei crematori, era costituito da 70 detenuti del “Sonderkommando”; essi praticarono dei fori nelle pareti dei crematori e delle presunte camere a gas in cui furono inserite cariche esplosive (264), esattamente il contrario di ciò che afferma Venezia.

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18.
Conclusione

Il libro “Sonderkommando Auschwitz” viene presentato come “La verità sulle camere a gas” e come “Una testimonianza unica”. Questi giudizi sono del tutto infondati perfino dal punto di vista della storiografia olocaustica.
Questo libro non fornisce infatti nessuna «verità» prima ignota e conferma solo in modo confuso e sfumato le «verità» già note. Esso non apporta alcun contributo importante o anche semplicemente nuovo alla conoscenza di Auschwitz, anzi, elude sistematicamente tutte le questioni storicamente rilevanti.
La cronologia è praticamente inesistente. Dopo la data dell’arrivo ad Auschwitz, l’11 aprile 1944 (265), la data successiva che appare nel libro è l’inizio di ottobre del 1944 (266), sicché il racconto di quasi cinque mesi di attività nel “Sonderkommando” del crematorio III si svolge in una sorta di tempo al di fuori del tempo. Su questo “Sonderkommando”, Venezia non dà alcuna informazione storicamente utile: da quanti detenuti era costituito, come erano ripartiti nei vari crematori, quali erano le loro specifiche mansioni, ecc. Anche sulla rivolta finale del “Sonderkommando” egli non elargisce alcun dettaglio di rilievo, neppure la data.
Egli parla del crematorio III in modo estremamente vago: non dice nulla di come si presentava esternamente, quasi nulla di come era fatto internamente, nulla di come appariva la mansarda (che si chiamava Dachgeschoss), dove si trovava il suo alloggio.
Il processo di sterminio, nel libro di Venezia, resta parimenti avvolto nella nebbia.
Nessuna descrizione del “Bunker 2”, né delle sue presunte “fosse di cremazione”, di cui Venezia non indica neppure il numero.
Per quanto riguarda il crematorio III, la descrizione dello spogliatoio è evanescente, quella della camera a gas inesistente. Problemi storici essenziali per confutare il “negazionismo”, come quello dei congegni per l’introduzione dello Zyklon B, svaniscono in un imbarazzante silenzio; dal libro, non si apprende né quali fossero le dimensioni della camera a gas, né come fosse strutturata (267), né come fosse equipaggiata, né come fossero disposte le bocchette del sistema di aerazione e disaerazione, né come vi si accedesse dallo spogliatoio. Nessun cenno a come appariva la copertura di cemento armato del Leichenkeller 1 nel cortile nord del crematorio, se era al livello del suolo o rialzata, se presentava dei «camini», ed eventualmente quanti erano e come erano disposti.
La stessa nebbia aleggia nella narrazione della cremazione: anche qui, tutto è sfuggente e indistinto. Venezia non dice nulla riguardo ai forni crematori: sul loro sistema costruttivo, sul loro funzionamento, sul loro consumo di coke, neppure sul loro numero. Sulla loro capacità di cremazione, invece, fornisce tre dati precisi, ma tecnicamente assurdi e in contraddizione reciproca.
Dal punto di vista della storiografia olocaustica, dunque, questa testimonianza può essere definita «unica» soltanto per la sua inconsistenza, per la sua impalpabilità, per la sua evanescenza, per la sua totale e straordinaria mancanza di concretezza e di precisione.

Gli storici che hanno coadiuvato Venezia in questo progetto editoriale (268) dimostrano tutti i limiti di una inettitudine atavica. Il loro contributo più evidente, nel testo, si limita a una semplice revisione terminologica (269) e all’introduzione della terminologia tecnica (270) prima assente, ma non senza qualche strafalcione, come nel caso del «Leichenkeller» o del termine «Stücke». L’apparato delle note esplicative (271) è misero e acritico. Ma non si tratta solo di inettitudine. Nel saggio “La Shoah, Auschwitz e il Sonderkommando” (272), lo “specialista” di Auschwitz Marcello Pezzetti (273), nella bibliografia, menziona il libro di Gideon Greif “Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen “Sonderkommandos” in Auschwitz” che ho citato più volte. L’idea dell’iconografia di “Sonderkommando Auschwitz” è tratta chiaramente da quest’opera: essa contiene infatti quasi tutte le immagini che vi compaiono (274). Nonostante ciò, M. Pezzetti non ha informato il lettore del fatto importantissimo che l’opera di G. Greif raccoglie le testimonianze di ben quattro presunti compagni di “Sonderkommando” di Venezia, tra cui il cugino Yakob Gabbai. Questa grave dimenticanza diventa gravissima in considerazione delle incredibili contraddizioni che tali testimonianze presentano rispetto a quella di Venezia. Bisogna dunque pensare piuttosto a un silenzio intenzionale e oculato.
Non meno grave è il fatto che M. Pezzetti e i suoi colleghi hanno taciuto tutte le contraddizioni - che ho rilevato sopra – della narrazione di Venezia rispetto ai canoni della storiografia olocaustica, tutte le incoerenze cronologiche e architettoniche.

Nella prospettiva revisionistica, il giudizio sul libro di Venezia è ancora più severo.
Nel 1998, Valentina Pisanty, in un’opera sul cosiddetto “negazionismo”, si lasciò sfuggire questa magistrale analisi delle testimonianze olocaustiche:
«Spesso gli scrittori intrecciano le proprie osservazioni dirette con frammenti di “sentito dire” la cui diffusione nel lager era capillare. La maggior parte delle inesattezze riscontrabili in questi testi è attribuibile alla confusione che i testimoni fanno tra ciò che hanno visto con i propri occhi e ciò di cui hanno sentito parlare durante il periodo dell’internamento. Con il passare degli anni, poi, alla memoria degli eventi vissuti si aggiunge la lettura di altre opere sull’argomento, con il risultato che le autobiografie stese in tempi più recenti perdono l’immediatezza del ricordo in favore di una visione più coerente e completa del processo di sterminio» (275).
Ciò si addice perfettamente al testimone Venezia. Nel suo libro appare evidentissima l’impronta della «lettura di altre opere sull’argomento», soprattutto quella, fondamentale, dell’album di David Olère (276), ma anche delle testimonianze di Miklos Nyiszli e di Filip Müller, cui bisogna aggiungere gli incontri con altri sedicenti ex membri del “Sonderkommando” e storici (277). La fotografia che apparve nel 2002 su “Il Giornale”, successivamente ripresa anche su “Gente(278), è rivelatrice: essa mostra infatti Venezia che tiene aperto, nelle mani, l’album di D. Olère, alla pagina in cui è ben visibile il disegno poi riprodotto a p. 92 di “Sonderkommando Auschwitz”. Qui Venezia vi nomina più volte il suo autore, e afferma perfino di averlo incontrato:
«Di francesi non ne ho visti; altrimenti avrei provato a parlare con loro. David Olère, ad esempio, non sapevo che fosse stato deportato dalla Francia; per me era un polacco che parlava yiddish».
La narrazione di Venezia relativa al presunto processo di sterminio è in effetti essenzialmente un commento dei disegni di D. Olère, spesso male interpretati. La scelta di pubblicare molti di questi disegni nel volume, indubbiamente suggerita dai suoi curatori, è solo apparentemente oculata, in quanto vorrebbe fornire una conferma della veridicità della narrazione di Venezia; in realtà si rivela malaccorta, perché è fin troppo evidente che è tale narrazione ad essere basata sui disegni. Ne è la riprova il fatto che essi mostrano scenari grossolanamente falsi che Venezia non è in grado di correggere.
Nei suoi disegni, D. Olère, lungi dal rappresentare la realtà, ha semplicemente illustrato i temi propagandistici creati dal movimento di resistenza di Auschwitz che circolavano al campo (279), incluse le leggende più assurde, come quella dei camini fiammeggianti, di cui mi sono occupato sopra, o quella della colorazione blu dell’acido cianidrico!
In un suo disegno a colori, senza data, che rappresenta una scena di gasazione, da un barattolo di Zyklon B si sprigionano infatti vapori blu! (280).
Questa leggenda fu ripresa, tra gli altri, dal cugino di Venezia, Yakob Gabbai, che dichiarò:
«Quando egli [un soldato SS] introduceva il gas da sopra, esso si diffondeva [con vapori] blu. Il materiale stesso era in forma di cubetti blu che si scioglievano a contatto coll’aria e sprigionavano il gas, che causava immediatamente l’asfissia» (281).
Come tutti gli sprovveduti loro pari, costoro credevano che il “Blausäure” (acido cianidrico, letteralmente: acido blu) fosse blu e sprigionasse vapori blu, mentre è risaputo che esso è un liquido incolore (282); il supporto poroso che veniva imbevuto di esso per produrre lo Zyklon-B era invece notoriamente costituito da granuli bianchi di farina fossile.
Venezia rivendica apertamente la sua qualità di testimone “oculare”:
«Birkenau era un vero inferno, nessuno può capire o entrare nella logica del campo. Per questo voglio raccontare tutto quello che posso, fidandomi solamente dei miei ricordi, di quello che sono certo di avere visto e niente di più» (283).
Ma egli non può aver visto scenari irreali, come palizzate fittizie, trasporti ebraici illusori, camini fiammeggianti, recupero di grasso umano immaginario, locali inesistenti, gasazioni fantastiche, cremazioni impossibili, ecc., né vissuto storie improponibili come quella della sua “salvezza”.

In conclusione, riprendendo l’analisi di V. Pisanty, si può dire che la testimonianza di Venezia è il frutto della confusione tra ciò che il testimone ha visto con i propri occhi, ciò di cui ha sentito parlare durante l’internamento e ciò che alla sua memoria degli eventi vissuti si è aggiunto successivamente dalla lettura di altre opere sull’argomento, col risultato che l’immediatezza del ricordo è scomparsa di fronte ad una una visione più coerente e completa del presunto processo di sterminio, cioè si è trasformata in un romanzo storico.
Ma proprio per questo gli storici che lo presentano come “La verità sulle camere a gas” e come “Una testimonianza unica” non possono avere nessuna scusante e nessuna giustificazione. Neppure la loro inettitudine atavica.
A cominciare da quelli che, già nel 2005, hanno incluso Venezia nel martirologio ufficiale del “Sonderkommando” di Auschwitz (284).


NOTE

(1) In:
Olocausto: dilettanti a convegno. Effepi Edizioni, Genova, 2002, pp. 150-160. Torna al testo.
(2) In: Ragionamenti sui fatti e le immagini della storia. Mensile di Storia Illustrata, giugno 1995, pp. 30-37. Torna al testo.
(3) Consultabile in: http://www.gliscritti.it/approf/shoa/shlomo/shlomo.htm.
Torna al testo.
(4) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», in: Il Giornale, 13 gennaio 2002, p. 1 e 16. Torna al testo.
(5) Gente, n. 41, 10 ottobre 2002, pp. 77-79. Torna al testo.
(6) C. Mattogno, Olocausto: dilettanti a convegno, op. cit., p. 150. Torna al testo.
(7) Rizzoli, Milano, 2007. Torna al testo.
(8) C. Mattogno, “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato. Edizioni di Ar, Padova, 2000, pp. 138-141. Torna al testo.
(9) Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), a cura di Carlo Saletti. Ombre Corte, Verona, 2004, nota 2 a p. 15. Torna al testo.
(10) Vedi § 7. Torna al testo.
(11) Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz. Verlag des Staatlichen Museums Auschwitz-Birkenau, Oświęcim, 1999, volume III, Vernichtung (sterminio), redatto da F. Piper, note 359 e 360 a p. 213. Torna al testo.
(12) Vedi al riguardo il mio commento in “Sonderbehandlung” ad Auschwitz. Genesi e significato, op. cit., p. 139. Torna al testo.
(13) Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria, art. cit. Torna al testo.
(14) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 37. Nota al testo.
(15) Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 176-177. Torna al testo.
(16) «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 77. Torna al testo.
(17) G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen “Sonderkommandos” in Auschwitz. Böhlau Verlag, Colonia, Weimar, Vienna, 1985, pp. 125-166. Qui egli si presentò col nome Jaacov Gabai. Torna al testo.
(18) Idem, pp. 1-48. A p. 9 sono nominati i fratelli Venezia. Torna al testo.
(19) Idem, pp. 220-255. Shlomo Venezia è menzionato a p. 245. Torna al testo.
(20) Idem, pp. 256-285. Nota al testo.
(21) Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 68. Torna al testo.
(22) Liliana Picciotto Fargion, Il libro della memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945). Mursia, Milano, 1991, p. 599. Torna al testo.
(23)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 19. Torna al testo.
(24) Danuta Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945. Rowohlt Verlag, Reinbek bei Hamburg, 1989, p. 754. Torna al testo.
(25)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 52. Torna al testo.
(26) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 130. Torna al testo.
(27) Idem, p. 129. Torna al testo.
(28)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 52. Torna al testo.
(29) La cosiddetta vecchia rampa (una banchina di legno) in cui si scaricavano i trasporti si trovava a poche centinaia di metri dal campo di Birkenau. Torna al testo.
(30)
G. Greif, Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 129. Torna al testo.
(31)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 58. Torna al testo.
(32) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 130. Torna al testo.
(33)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 52. Torna al testo.
(34)
“Wassermannsche Reaktion”: una reazione chimica per individuare la sifilide scoperta dal batteriologo August Wassermann (1866-1925). Torna al testo.
(35) “
Gonorrhöe”, gonorrea. Torna al testo.
(36) Rapporto trimestrale dell’
SS-Lagerarzt del KL Auschwitz I all’SS-WVHA, Amt DIII, del 16 dicembre 1943. GARF, 7121-108-32, pp. 95-96. Torna al testo.
(37)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 66-67. Torna al testo.
(38) Irena Strzelecka, «Das Quarantänelager für männliche Häftlinge in Birkenau (BIIa)», in:
Hefte von Auschwitz. Verlag Staatliches Auschwitz-Museum, 1997, p. 71, 73 e 115. Torna al testo.
(39) Lettera di Bischoff a Wirths del 4 agosto 1943 con oggetto «
Hygienische Sofortmassnahmen im KGL: Erstellung von Leichenhallen in jedem Unterabschnitt». RGVA, 502-1-170, p. 262. Torna al testo.
(40) Lettera di Wirths a Höss del 25 maggio 1944 con oggetto «
Bau von Leichenkammern im KL Auschwitz II». RGVA, 502-1-170, p. 264. Per un approfondimento della questione rimando al mio studio «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents», in: The Revisionist, vol. 2, n. 3, agosto 2004, pp. 271-294. Torna al testo.
(41) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(42) Idem, p. 94. Torna al testo.
(43) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 34. Torna al testo.
(44)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 105. Torna al testo.
(45) Vedi ad esempio le liste di detenuti con nome e numero di matricola che ho pubblicato alle pp. 169-172 nel mio studio La “
Zentralbauleitung der Waffen-SS und Polizei Auschwitz”. Edizioni di Ar, Padova, 1998. Torna al testo.
(46) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 130. Torna al testo.
(47)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 68-69. Torna al testo.
(48) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(49) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, p. 130. Torna al testo.
(50) Idem, p. 9. Torna al testo.
(51) Vedi al riguardo il mio studio
La deportazione degli ebrei ungheresi del maggio 1944. Un bilancio provvisorio. Effepi, Genova, 2007, p. 47. Torna al testo.
(52) Idem, p. 228. Torna al testo.
(53) Idem, p. 265. Torna al testo.
(54)
Quarantäne-Liste. APMO, D-AuII-3/1, p. 5. Torna al testo.
(55)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 72. Torna al testo.
(56) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 236. Torna al testo.
(57) Secondo la versione ufficiale, il “
Sonderkommando” era alloggiato nel Block 13 del campo BIId. Torna al testo.
(58) Il testimone si riferisce ad una baracca adibita a camera mortuaria. Torna al testo.
(59) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 35. Torna al testo.
(60)
L’Album d’Auschwitz. Editions du Seuil, Parigi, 1983, p. 177. Torna al testo.
(61)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 120. Torna al testo.
(62) La denominazione delle strade si trova anche nella «Pianta di Birkenau» pubblicata alle pp.56-57 del libro di Venezia. Torna al testo.
(63)
L’Album d’Auschwitz, op. cit., fotografia 152 a p. 176 e 174-189, pp. 194-205. Vedi al riguardo il mio studio La deportazione degli ebrei ungheresi del maggio 1944. Un bilancio provvisorio, op. cit., pp. 36-38 e 66-67. Torna al testo.
(64) F. Müller,
Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., 1979, p. 200. Torna al testo.
(65) Vedi il disegno 936 del crematorio II (e III) del 15 gennaio 1942 in: J.-C. Pressac,
Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989, pp. 268-269. Vedi anche la fotografia del crematorio III pubblicata in Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 73. Torna al testo.
(66) Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 72-73. Torna al testo.
(67)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., pp. 66-67. Torna al testo.
(68) F. Müller,
Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 287, pianta del crematorio II/III (erroneamente indicato come IV/V), locale 12. Torna al testo.
(69)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 99. Torna al testo.
(70) D. Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 764. Torna al testo.
(71) Vedi § 13. Torna al testo.
(72) D. Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 773. Torna al testo.
(73)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 66. Torna al testo.
(74) Come ho già accennato, i primi trasporti dall'Ungheria arrivarono ad Auschwitz il 17 maggio. Torna al testo.
(75) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit, pp. 130-131. Torna al testo.
(76) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(77) C. Mattogno,
The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2004. Torna al testo.
(78) Idem, p. 75. Torna al testo.
(79) D. Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 769. Torna al testo.
(80) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 198. Torna al testo.
(81) Idem, p. 200. Torna al testo.
(82) C. Mattogno,
The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History, op. cit., p. 210. Torna al testo.
(83) Idem, p. 220. Torna al testo.
(84) Tuttavia i cadaveri, nel «
Leichenkeller», erano in decomposizione «a causa del caldo». Vedi § 5. Allo stesso modo, durante l'evacuazione su vagoni aperti, nel gennaio 1945, quando il freddo era «insostenibile» – almeno 20 gradi sotto zero, riferisce Primo Levi (Se questo è un uomo. Einaudi, Torino, 1984, p. 196) – un cadavere morto nel vagone di Venezia, il giorno dopo, «cominciava a puzzare tremendamente». Torna al testo.
(85)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 199. Torna al testo.
(86) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 212. Torna al testo.
(87)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 45. Torna al testo.
(88)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 56-57. La casetta ribattezzata “Bunker 2” si trovava al di fuori del campo, circa 200 m a ovest della Zentralsauna. Torna al testo.
(89) Idem, p. 74. Torna al testo.
(90) Idem, p. 76. Torna al testo.
(91) Sulle contraddittorie e insensate dichiarazioni di Sz. Dragon, incluse quelle rese ai Sovietici, vedi il mio studio The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History, op. cit., pp. 71-83. Torna al testo.
(92)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 42. Torna al testo.
(93) C. Mattogno,
The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History, op. cit., pp. 106-110 e documento 15 a p. 210, che riproduce un disegno del “Bunker 5” eseguito dal testimone in cui appare la didascalia «dach kryty słomą», «tetto ricoperto di paglia». Torna al testo.
(94)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 54. Torna al testo.
(95) C. Mattogno,
The Bunkers of Auschwitz. Black Propaganda versus History, op. cit., pp. 88-92. Torna al testo.
(96) Idem, pp. 106-110 e 210-211. Torna al testo.
(97)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 75. Torna al testo.
(98) «Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria», art. cit. Torna al testo.
(99) Vedi al riguardo il mio studio
Auschwitz: Open Air Incinerations. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005, pp. 13-23. Torna al testo.
(100) J.-C. Pressac,
Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 171. Torna al testo.
(101) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz , op. cit., pp. 9-10. Torna al testo.
(102) Idem, p. 10. Torna al testo.
(103) Idem, p. 228. Torna al testo.
(104) Idem. Torna al testo.
(105) Idem, p. 229. Torna al testo.
(106) Una concessione alla leggenda della fantastica combustibilità dei cadaveri delle donne, espressa così da H. Tauber: «I corpi delle donne bruciavano meglio e più in fretta di quelli degli uomini. Per questo motivo, cercavamo il corpo di una donna, quando un carico bruciava male, per metterlo nel forno e accelerare l’incenerimento».
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 76. Torna al testo.
(107) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz , op. cit., pp. 266-267. Torna al testo.
(108)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 78. Torna al testo.
(109) Idem, p. 74. Torna al testo.
(110) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz. Longanesi, Milano, 1977, pp. 72-73. Torna al testo.
(111) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 267. Torna al testo.
(112) Idem, p. 229. Torna al testo.
(113) C. Mattogno,
Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp. 43-68. Torna al testo.
(114) Idem, pp. 33-34. Vedi anche il mio articolo «“Verbrennungsgruben” und Grundwassenstand in Birkenau», in:
Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 6, n. 4, dicembre 2002, pp. 421-424. Torna al testo.
(115)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 80. Torna al testo.
(116) Idem, p. 223, nota 18. Torna al testo.
(117) Ma al processo Auschwitz F. Müller aveva menzionato solo «due grosse fosse» (z
wei große Gruben). Bernd Naum, Auschwitz. Bericht über die Strafsache gegen Mulka u. a. vor dem Schwurgericht Frankfurt. Athäneum Verlag, Francoforte sul Meno-Bonn, 1965, p. 334. Torna al testo.
(118) C. Mattogno,
Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp. 13-23. Torna al testo.
(119)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 100. Torna al testo.
(120) C. Mattogno,
Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., documemti 23-28, pp. 106-111. Torna al testo.
(121) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 207 e 211. Torna al testo.
(122) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(123)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 77. Torna al testo.
(124) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., pp. 207-208. Torna al testo.
(125) C. Mattogno, «Verbrennungsexperimente mit Tierfleisch und Tierfett. Zur Frage der Grubenverbrennungen in den angeblichen Vernichtungslagern des 3. Reiches», in:
Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 7, n. 2, luglio 2003, pp. 185-194. Torna al testo.
(126) Vedi § 6. Torna al testo.
(127) Affermazione priva di senso, avendo i crematori II e III la medesima pianta, sia pure speculare. Torna al testo.
(128) «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 77. Torna al testo.
(129)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 80. Torna al testo.
(130) Ad es. l’
Erläuterungsbericht zum Ausbau des Kriegesgefangenenlagers der Waffen-SS in Auschwitz O.S. del 30 settembre 1943. RGVA, 502-2-60, p. 81. Torna al testo.
(131) Ad es. il
Kostenvoranschlag zum Ausbau des Kriegesgefangenenlagers der Waffen-SS in Auschwitz del 1° ottobre 1943. RGVA, 502-2-60, pp. 89-90. Torna al testo.
(132) Ad es. quella del crematorio II del 31 marzo 1943. RGVA, 502-2-54, p. 77. Torna al testo.
(133) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 39. Torna al testo.
(134) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 96. Torna al testo.
(135) Processo Höss, tomo 2, pp. 99-100. Torna al testo.
(136) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 33. Torna al testo.
(137) «Protokolle des Todes», in:
Der Spiegel, n. 40/1993, p. 162. Torna al testo.
(138)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), p. 65. Torna al testo.
(139) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 237. Torna al testo.
(140)
The Buchenwald Report. Translated, edited and with an introduction by David A. Hackett. Westview Press. Boulder, San Francisco, Oxford, 1995, p. 168. Torna al testo.
(141) Gerald Fleming,
Hitler und die Endlösung. Limes Verlag, Wiesbaden e Monaco, 1982, p. 204. Torna al testo.
(142) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 35. Torna al testo.
(143) «Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria», art. cit. Torna al testo.
(144) RGVA, 502-2-54, pp. 77-78. Torna al testo.
(145) Bauabschnitt II, settore di costruzione II. Torna al testo.
(146) RGVA, 502-1-83, p. 311. Torna al testo.
(147) Per un approfondimento della questione rimando al mio studio già citato «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents». Torna al testo.
(148)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 85. Torna al testo.
(149) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 35. Torna al testo.
(150) «Testimonianza tenuta a S. Melania il 18 gennaio 2001 in occasione della prima Giornata della memoria», art. cit. Torna al testo.
(151) Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 89. Torna al testo.
(152) Idem, p. 82. Torna al testo.
(153) J.-C- Pressac,
Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 50, 232 e 486. Torna al testo.
(154) Ho spiegato la funzione di questa porta e del locale (il
Leichenkeller 1) nell’articolo già citato «The Morgues of the Crematoria at Birkenau in the Light of Documents». Torna al testo.
(155) J.-C- Pressac,
Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 436. Torna al testo.
(156)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 82. Torna al testo.
(157) Idem, p. 65. Torna al testo.
(158)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 87. Torna al testo.
(159) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 183. Torna al testo.
(160) Idem, p. 131. Successivamente Venezia si dimentica di lui, scrivendo: «Un medico ebreo che faceva parte del
Sonderkommando mi disse che bisognava incidere per far uscire il pus» (p. 143). Ma questo «medico ebreo» era appunto M. Nyiszli. Torna al testo.
(161) SDG significa Sanitätsdienstgrade, designazione degli infermieri SS del servizio sanitario. Torna al testo.
(162) M. Nyizsli afferma che la presunta camera a gas, un locale lungo 30 metri, aveva una lunghezza di 200 metri. M. Nyiszli, Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 37 e 39. Torna al testo.
(163) Idem, p. 39. Torna al testo.
(164)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 74. Torna al testo.
(165)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 87. Torna al testo.
(166)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 66. Torna al testo.
(167)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 87. Torna al testo.
(168) Idem, p. 83. Torna al testo.
(169) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz, op. cit., pp. 40-41. Questa storia fantastica era già stata precedentemente ripresa, con un ardito plagio, da F. Müller. Cfr. C. Mattogno, Auschwitz: un caso di plagio. Edizioni. La Sfinge, Parma 1986; Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Edizioni di Ar, Padova 1996, pp. 59-62. Torna al testo.
(170) Idem, p. 39. Torna al testo.
(171) Il cloro, rispetto all'aria a 0°C, ha densità di 2,49. Torna al testo.
(172) G. Wellers, morto nel 1991, fu direttore di un laboratorio di ricerche alla Facoltà di Medicina di Parigi dal 1956 e Assessore del Decano della Facoltà dal 1968 al 1974. Torna al testo.
(173) G. Wellers, «Die zwei Giftgase», in:
Nationalsozialistische Massentötungen durch Giftgas. Eine Dokumentation. A cura di Eugen Kogon, Hermann Langbein, Adalbert Rückerl e altri. S. Fischer Verlag, Francoforte sul Meno, 1983, p. 283. Torna al testo.
(174) Vedi al riguardo il mio studio già citato «The Elusive Holes of Death». Torna al testo.
(175)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 89. Torna al testo.
(176) Idem, p. 93. Torna al testo.
(177) Idem, p. 77. Vedi § 7. Torna al testo.
(178) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 186. Torna al testo.
(179)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 95. Torna al testo.
(180) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 269. Torna al testo.
(181)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 81. Torna al testo.
(182) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 42. Torna al testo.
(183)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 91. Torna al testo.
(184) Idem. Torna al testo.
(185) Vedi documento 1. Torna al testo.
(186)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 91. Torna al testo.
(187) J.-C. Pressac,
Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994, documento 25 fuori testo. Torna al testo.
(188) Come si desume dal rapporto coll'apertura del montacarichi, che era larga m 2,10. Torna al testo.
(189)
Aktenvermerk di Kirschnek del 25 marzo 1943. APMO, BW 30/25, p. 8. Torna al testo.
(190) Lettera della Topf alla
Zentralbauleitung del 30 settembre 1942. APMO, BW 30/34, p.114 e BW 30/27, p. 30. Torna al testo.
(191)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 98. Torna al testo.
(192) Idem, p. 96. Torna al testo.
(193) Idem, p. 100. Torna al testo.
(194) Idem, p. 85. Torna al testo.
(195) Idem, p. 88. Torna al testo.
(196) L’ortografia è incerta: F. Piper dà le varianti Gorges, Gorger, Goger e Gorgies. Torna al testo.
(197)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., 106. Torna al testo.
(198) Idem, p. 105. Torna al testo.
(199) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 147. Torna al testo.
(200)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 127. Qui il parente è il cugino del padre, Léon Venezia. Torna al testo.
(201) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz, op. cit., pp. 98-103. Torna al testo.
(202)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 129-130. Torna al testo.
(203) Idem, p. 91. Torna al testo.
(204) Vedi documento 1. Torna al testo.
(205) Vedi il documento 2. Torna al testo.
(206)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di priogionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., p. 75. Torna al testo.
(207) Idem. Torna al testo.
(208) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 36. Torna al testo.
(209) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz, op. cit., p. 43. Torna al testo.
(210) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit.; «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 79. Torna al testo.
(211) «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 77. Torna al testo.
(212) Lorenzo Fazzini, «Il caso. Dopo la conferenza di Teheran sull'Olocausto, parla l'unico sopravvissuto del Sonderkommando di Auschwitz vivente in Italia», in:
http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2007_01_03/agora.html. Torna al testo.
(213)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 102. Torna al testo.
(214) G. Greif,
Wir weinten tränenlos... Augenzeugenberichte der jüdischen "Sonderkommandos” in Auschwitz, op. cit., p. 131. Torna al testo.
(215) Idem, pp. 40-41. Torna al testo.
(216) Interrogatorio di K. Prüfer del 5 marzo 1946; interrogatorio di K. Schultze del 4 marzo 1946. Vedi J. Graf, «Anatomie der sowjetischen Befragung der Topf-Ingenieure. Die Verhöre von Fritz Sander, Kurt Prüfer, Karl Schultze und Gustav Braun durch Offiziere der sowjetischen Antispionageorganisation Smersch (1946/1948)», in:
Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung, anno 6, n. 4, dicembre 2002, pp. 404 e 413-414. Torna al testo.
(217) Vedi al riguardo il mio studio «The Crematoria Ovens of Auschwitz and Birkenau», in: D
issecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and “Memory”. A cura di Ernst Gauss [Germar Rudolf]. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2003, pp. 373-412. Torna al testo.
(218) «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 78. Torna al testo.
(219) J. A. Topf & Söhne,
Betriebsvorschrift des koksbeheizten Topf-Doppelmuffel-Einäscherungsofen, 26 settembre 1941. APMO, BW 11/1/3, p.2-3; J. A. Topf & Söhne, Betriebsvorschrift des koksbeheizten Topf-Dreimuffel-Einäscherungsofen. Marzo 1943, in: J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 222. Torna al testo.
(220) J. Sehn,
Oświęcim-Brzezinka (Auschwitz-Birkenau) Concentration Camp. Wydawnictwo Prawnicze, Varsavia, 1961, p. 137. Torna al testo.
(221) J.-C. Pressac,
Auschwitz : Technique and operation of the gas chambers, op. cit., p. 224, fac-simile del documento. Torna al testo.
(222) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., pp. 36-37. Torna al testo.
(223) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 212. Torna al testo.
(224) Idem, p. 211. Torna al testo.
(225) C. Mattogno,
Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp. 101-107. Torna al testo.
(226)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 93. Torna al testo.
(227) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 222. Il trasporto delle ceneri avveniva «mit Schubkarren», con carriole. Torna al testo.
(228) «La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 34. Torna al testo.
(229) C. Mattogno, «Flammen und Rauch aus Krematoriumskaminen», in: V
ierteljahreshefte für freie Geschichts-forschung, anno 7, n. 3-4, dicembre 2003, pp. 386-391. Torna al testo.
(230) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(231)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 84. Torna al testo.
(232) Idem, p. 94. Torna al testo.
(233) Idem, p. 31. Torna al testo.
(234) Lettera del Bauleiter del
Lager II alla Kommandantur des K.L.II Birkenau del 9 maggio 1944. RGVA, 502-1-83, p. 377. Torna al testo.
(235)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 107-108. Torna al testo.
(236) F. Müller,
Sonderbehandlung. Drei Jahre in den Krematorien und Gaskammern von Auschwitz, op. cit., p. 134. Torna al testo.
(237) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(238) M. Nyiszli,
Medico ad Auschwitz, op. cit., pp. 59-60. Torna al testo.
(239)
Testimoni della catastrofe. Deposizioni di prigionieri del Sonderkommando ebraico di Auschwitz-Birkenau (1945), op. cit., nota 12 a p. 16. Torna al testo.
(240)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 105. Torna al testo.
(241) C. Mattogno,
Auschwitz: Open Air Incinerations, op. cit., pp. 80-89, riepilogo della forza del personale dei crematori. Torna al testo.
(242) Su questo evento non esiste alcun documento tedesco. Torna al testo.
(243)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 140. Torna al testo.
(244) Seguo la versione ufficiale esposta da F. Piper in W. Długoborski e F. Piper (a cura di),
Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz, op. cit., volume III, pp. 221-224. Torna al testo.
(245)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 139. Torna al testo.
(246) Idem, p. 147. Torna al testo.
(247) W. Długoborski e F. Piper (a cura di),
Auschwitz 1940-1945. Studien zur Geschichte des Konzentrations- und Vernichtungslagers Auschwitz, op. cit., volume III, p. 224. Torna al testo.
(248)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 70. Torna al testo.
(249) Idem, pp. 112-113. Torna al testo.
(250) Idem, pp. 147-148. Torna al testo.
(251) AGK, 131-12. Torna al testo.
(252) Wacław Lipka (n. 2520), Mieczysław Morawa (n. 9730), Józef Ilczuk (n. 14916), Władysław Biskup (n. 74501) e Jan Agrestowski (n. 74545). Torna al testo.
(253) Fac-simile del documento originale in:
Inmitten des grauenvollen Verbrechens. Handschriften von Mitgliedern des Sonderkommandos. Hefte von Auschwitz, Sonderheft (I), Oświęcim, 1972, p. 44. Torna al testo.
(254) Idem, pp. 50-51, fac-simile del documento originale. Torna al testo.
(255)
Het Nederlandsche Roode Kruis. Auschwitz. Deel V: De deportatietransporten in 1944. Uitgave van het hoofdbestuur van de vereniging het Nederlandsche Roode Kruis. 's-Gravenhage, 1953, p. 85. Torna al testo.
(256) Un’idea non molto sagace: se egli avesse detto “Benezia”, gli addetti all’immatricolazione avrebbero potuto capire male e scrivere proprio “Venezia”! Anzi, poiché è un fatto risaputo che gli Ebrei «arrivati in Italia, prendevano il nome della città in cui vivevano» (
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 17) e poiché il nome della città di Venezia è noto a tutti, gli addetti in questione avrebbero certamente capito, appunto, “Venezia”. Torna al testo.
(257)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 153. Torna al testo.
(258) Ad Auschwitz le liste riguardanti i detenuti recavano anzitutto il numero di matricola, poi il cognome e il nome. Torna al testo.
(259) «Io, l’ultimo dei Sonderkommando addetti ai crematori di Auschwitz», art. cit. Torna al testo.
(260)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 176. Torna al testo.
(261) Idem, 142. Torna al testo.
(262) D. Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., p. 939. Torna al testo.
(263) RGVA, 502-1-67, p. 227. Torna al testo.
(264) D. Czech,
Kalendarium der Ereignisse im Konzentrationslager Auschwitz-Birkenau 1939-1945, op. cit., 962. Torna al testo.
(265)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 42. Torna al testo.
(266) Idem, p. 140. Torna al testo.
(267) Le strutture del
Leichenkeller 1 che più balzavano agli occhi erano i sette pilastri di calcestruzzo di cm 40 x 40 che sostenevano un poderoso trave di calcestruzzo che attraversava al centro il locale per tutta la sua lunghezza. Torna al testo.
(268) Venezia esprime il suo ringraziamento «a tutti gli storici, i ricercatori, gli insegnanti e gli studenti» che aveva incontrato, «in particolare a quelli che, in un modo o nell'altro, hanno contribuito a questo libro: Marcello Pezzetti, Umberto Gentiloni, Béatrice Prasquier, Maddalena Carli e Sara Berger».
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., 179. Torna al testo.
(269) Ad esempio, quella che Venezia indicava in precedenza come «sezione A» («La testimonianza di Salomone Venezia sopravvissuto dei sonderkommando», art. cit., p. 34), diventa correttamente la sezione BIIa. Torna al testo.
(270) Con ciò intendo i termini relativi a installazioni o funzioni del campo. Torna al testo.
(271)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 221-223. Torna al testo.
(272) Idem, pp. 181-205. Torna al testo.
(273) Su di lui vedi il mio articolo «Marcello Pezzetti, “esperto mondiale” di Auschwitz», in:
Olocausto: dilettanti a convegno, op. cit., pp.93-117. Torna al testo.
(274) Una pianta di Birkenau (pp. XLIV-XLV) simile a quella pubblicata nel libro di Venezia (pp. 56-57), la fotografia del crematorio III, p. L (
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 73) e della cremazione all'aperto, p. XLVIII (Sonderkommando Auschwitz, op. cit., p. 80), inoltre i sette disegni di D. Olère che nel libro di Venezia appaiono alle pp. 76, 82, 84,86, 88, 90, 92, rispettivamenti riprodotti a p. 66, 240, 13, 17, 90, 274 e 143. Torna al testo.
(275) V. Pisanty,
L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo, Bompiani, Milano, 1998, p. 183. Torna al testo.
(276) S. Klarsfeld (a cura di),
David Olère. A Painter in the Sonderkommando at Auschwitz. The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989. Torna al testo.
(277) Nel libro stesso appaiono fotografie di Venezia con Avraham Dragon, «ex membro del Sonderkommando», con Lemke Pliszko (idem) e con «lo storico Marcello Pezzetti» a Birkenau.
Sonderkommando Ausschwitz, op. cit., p. 71,104 e 177. Torna al testo.
(278) In questa rivista appare anche un'altra fotografia che mostra Venezia col medesimo album, ma aperto al disegno del crematorio col camino fiammeggiante. «Io, ebreo, cremavo gli ebrei», art. cit., p. 79. Torna al testo.
(279) Vedi al riguardo il mio studio
Auschwitz: 27 gennaio 1945 - 27 gennaio 2005: sessant'anni di propaganda. I Quaderni di Auschwitz, 5. Effepi, Genova, 2005. Versione riveduta e ampliata in: http://www.vho.org/aaargh/ital/archimatto/CMausch45.pdf. Torna al testo.
(280) S. Klarsfeld (a cura di),
David Olère. A Painter in the Sonderkommando at Auschwitz, op. cit., p. 54. Torna al testo.
(281) Idem, p. 141. Torna al testo.
(282) In un questionario ufficiale destinato ai disinfettori civili si legge: «D.- L’acido cianidrico ha un colore determinato? R.- No, l’acido cianidrico è incolore sia liquido sia gasoso. D.- Perché allora si chiama
Blausäure [= acido blu]? R. - Perché all’inizio fu prodotto dal blu di Prussia». O. Lenz, L. Gassner, Schädlingsbekämpfung mit hochgiftigen Stoffen, Heft 1: Blausäure. Verlagsbuchhandlung von Richard Schoetz, Berlino, 1934, p. 15. Torna al testo.
(283)
Sonderkommando Auschwitz, op. cit., pp. 75-77. Torna al testo.
(284) E. Friedler, B. Siebert, A. Kilian (a cura di), Z
eugen aus der Todeszone. Das jüdische Sonderkommando in Auschwitz. Deutscher Taschenbuch Verlag, Monaco, 2005. I molteplici riferimenti a Venezia sono tratti da un’intervista. Torna al testo.


ABBREVIAZIONI

AGK: Archiwum Głównej Komisji Badania Zbrodni Przeciwko Narodowi Polskiemu - Instytutu Pamieci Narodowej (Archivio della Commissione centrale di inchiesta sui crimini contro il popolo polacco - memoriale nazionale), Varsavia
APMO: Archiwum Państwowego Muzeum w Oświęcimiu (Archivio del Museo di Stato di Auschwitz), Auschwitz
GARF: Gosudarstvenni Archiv Rossiskoi Federatsii (Archivio di Stato della Federazione Russa), Mosca
RGVA: Rossiiskii Gosudarstvennii Vojennii Archiv (Archivio russo di Stato della guerra), Mosca.




19.
Appendice


I “NUOVI” DOCUMENTI SU AUSCHWITZ DI BILD.DE:
UNA BUFALA GIGANTESCA

L’8 novembre 2008 il giornale tedesco BILD.DE ha pubblicato un articolo a firma dello storico Ralf Georg Reuth intitolato “Bild mostra i documenti dell’atrocità che sono stati trovati ora a Berlino. I disegni costruttivi di Auschwitz(1), che in Italia ha provocato eccitazione e commenti tracotanti contro i “negazionisti”.
Sebbene l’importanza della scoperta sia già stata drasticamente ridimensionata da due storici ebrei, Israel Gutman e Robert Jan van Pelt (2), vale comunque la pena di approfondire la questione, se non altro a beneficio di quei creduloni sempre pronti ad ingoiare senza battere ciglio qualunque panzana - si tratti di testimonianze, come quella di Shlomo Venezia (3), o di documenti, come quelli in oggetto - purché porti acqua al mulino olocaustico.
Reuth informa che «a quanto pare (angeblich)[!] nello sgombero di un appartamento di Berlino» sono state trovate 28 piante originali risalenti agli anni 1941-1943.
«Sono documenti dell’atrocità. Accuratamente disegnati. Planimetrie, piante e viste laterali di edifici, tutto su carta ingiallita, generalmente in scala 1:100. Sono piante del campo di sterminio nazionalsocialista di Auschwitz».
Tra questi documenti ci sono anche «un impianto di disinfestazione (Entlausungsanlage) con camera a gas (Gaskammer(4) e un crematorio (5). Viene anche dato risalto al fatto che
«una delle planimetrie è stata siglata personalmente, con matita verde, dall’allora Reichsführer-SS e capo organizzatore del genocidio Heinrich Himmler»,
ma senza specificare di quale planimetria si tratti.
Il direttore archivista dell’Archivio Federale (Bundesarchiv) di Berlino, Hans-Dieter Kreikamp ha attribuito un’ «importanza straordinaria» ai documenti, dichiarando al giornale che
«i piani sono le testimonianze autentiche del genocidio degli Ebrei europei sistematicamente progettato».
Dal canto suo lo storico aggiunge che«i documenti confutano inoltre gli ultimissimi negatori dell’Olocausto». Indi descrive le due terribili “prove”.
«Il documento dell’atrocità più sconvolgente: la pianta di un “impianto di disinfestazione” (Entlausungsanlage). Da uno “spogliatoio” (Auskleideraum) delle porte conducono ad una “sala lavaggio e doccia” (Wasch- und Brauseraum) e di lì ad un “vestitoio” (Ankleideraum). Ma dal vestitoio delle porte vanno anche in due “anticamere” (Vorräume) e da lì, attraverso “Schleusen” [locali di compensazione della pressione] in una “camera a gas”. Sulla pianta è scritto nero su bianco: “Gaskammer”.
Il fatto che nella grossa “camera a gas” di 11,66 x 11,20 metri (6) non si dovessero disinfestare capi di vestiario coll’agente a base di acido cianidrico solitamente usato dalle SS, bensì gasare esseri umani, dev’essere considerato molto probabile (sehr wahrscheinlich). Infatti (denn) la pianta, che fu disegnata ad Auschwitz da un “detenuto n. 127” (7), risale all’8 novembre 1941. In questo periodo il comandante del campo Rudolf Höss faceva già esperimenti coll’agente a base di acido cianidrico “Zyklon-B”, col quale nel campo principale di Auschwitz fece uccidere detenuti malati e prigionieri di guerra russi».
Reuth rileva poi che il presunto sterminio sistematico degli Ebrei europei non fu deciso alla conferenza di Wannsee, ma ben prima, e commenta:

«Non è noto se l’“impianto di disinfestazione” di Auschwitz-Birkenau fu costruito esattamente come fu disegnato nei piani. Certo è che le gasazioni in massa di Ebrei europei ad Auschwitz cominciarono nella primavera del 1942 in una ex casa colonica, la cosiddetta “casa rossa” ».
La seconda “prova” riguarda ovviamente il crematorio.
«Gli Ebrei uccisi furono cremati inizialmente in fosse scavate nel terreno. Già nell’ottobre dell’anno precedente fu presa in considerazione la costruzione di un grosso crematorio. Nel novembre furono poi realizzati i primi disegni. Il piano in possesso di BILD.DE mostra un primo schizzo con viste laterali e piante sempre in scala 1:100.
Particolarmente istruttivo: il disegno del piano interrato. Esso mostra i basamenti per i forni crematori, che furono successivamente forniti dalla ditta “Topf und Söhne” di Erfurt. Nella pianta è schizzato anche il “L-Keller” (Leichenkeller: scantinato obitorio), che ha una larghezza di otto metri. I progettisti delle Waffen-SS non avevano stabilito la sua lunghezza. Vi si può leggere: “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno” ».
Questo presunto «vero scoop storico», come lo definisce IL MESSAGGERO (8), è in realtà una vera bufala. I documenti in questione sono noti da anni agli specialisti, essendo stati pubblicati da Jean-Claude Pressac tra il 1989 e il 1993. Io stesso li ho consultati a Mosca nel 1995 nell’ Archivio russo di Stato della guerra (Rossiiskii Gosudarstvennii Vojennii Archiv: RGVA).
Nel suo studio Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers (9), il ricercatore francese dedicò un capitolo alle “Installazioni di spidocchiamento e disinfestazione nel KGL [campo per prigionieri di guerra] di Birkenau costruzioni BW (10) 5a e 5b” (pp. 53-62) nel quale presentò i progetti originali dell’ “Entlausungsanlage” summenzionata (pianta 801 dell’8 novembre 1941: “Entlausungsanlage für K.G.L., impianto di disinfestazione per il KGL”) (11), comprendenti anche la pianta dell’approvvigionamento idrico e della rete fognaria dell’impianto (pianta 1293 del 9 maggio 1942) (12), la pianta relativa all’installazione al suo interno di una sauna (pianta 1715 del 25 settembre 1942) (13) e quella riguardante la trasformazione della camera a gas del BW 5b in impianto di disinfestazione ad aria calda (pianta n. 2540 del 5 luglio 1943) (14).
Questi progetti si riferivano a due cosiddette “Entlausungsbaracken” (in realtà strutture in muratura) che furono costruite una nel settore femminile BIa di Birkenau (BW 5a), l’altra nel settore maschile BIb (BW 5b) esattemente secondo i piani. Una lettera redatta il 9 gennaio 1943 dal capo della Zentralbauleitung di Auschwitz, SS-Hauptsturmführer Karl Bischoff, con oggetto “Installazioni igieniche nel K.L. e nel K.G.L. di Auschwitz” elenca appunto tutte le installazioni igieniche presenti nei campi di Auschwitz e Birkenau, tra le quali le due summenzionate, descritte così:
«1 apparato di disinfezione [Desinfektionsapparat] (ditta Werner) e 1 apparato ad aria calda [Heissluftapparat] (ditta Hochheim), così pure una sauna [Saunaanlage] sono installati nella baracca di disinfestazione [Entlausungsbaracke] del campo maschile del KGL, BAI [il BW 5b] e sono in funzione dal novembre 1942. Inoltre nella baracca di disinfestazione è installata una camera per gasazione con acido cianidrico [Kammer für Blausäurevergasung] che è già in funzione dall’autunno del 1942.
1 apparato di disinfezione (ditta Werner) e 1 apparato ad aria calda (ditta Hochheim), così pure una sauna sono installati nella baracca di disinfestazione del campo femminile del KGL, BAI [il BW 5a] e sono in funzione dal dicembre 1942. Inoltre nella baracca di disinfestazione è installata una camera per gasazione con acido cianidrico che è già in funzione dall’autunno del 1942»
(15).
E una “Lista degli impianti di disinfestazione, bagni e apparati di disinfezione costruiti nel KL e nel KGL di Auschwitz” stilata dall’impiegato civile della Zentralbauleitung Rudolf Jährling il 30 luglio 1943, in riferimento ai «B.W. 5a und 5b» menziona una «Blau[säure]gaskammer», una camera a gas ad acido cianidrico (16). Il termine “Gaskammer” designava dunque una vera camera di disinfestazione e l’ Entlausungsanlage un vero impianto di disinfestazione.
Del resto, come risulta dal suo testo (17), Pressac non è stato sfiorato neppure lontanamente dall’idea balzana che queste due installazioni fossero state progettate a scopo omicida; e Robert Jan van Pelt, nel suo ponderoso The Case for Auschwitz. Evidence from the Irving Trial (18), non accenna nemmeno fugacemente a una tale possibilità, che non è mai stata avanzata da nessuno storico e da nessun testimone.
Reuth pretende invece che lo scopo criminale dell’impianto di disinfestazione sia «molto probabile» perché, a suo dire, nel novembre 1941 Höss faceva già esperimenti di gasazione omicida con lo Zyklon B. Il riferimento è alla storiella della prima gasazione omicida nel Bunker del Block 11 di Auschwitz, che ho già smantellato da anni (19).
Quanto alla descrizione della pianta secondo la quale «dal vestitoio delle porte vanno anche in due “anticamere” (Vorräume) e da lì, attraverso “Schleusen” in una “camera a gas”», bisogna rilevare che essa è a dir poco maliziosa, perché le parti destra e sinistra dell’impianto di disinfestazione erano simmetriche; e se è vero che dal vestitoio una sola porta conduceva in una sola anticamera e poi, attraverso un locale di compensazione della pressione, nella camera a gas, è altrettanto vero che il medesimo percorso era specularmente possibile anche dallo spogliatoio. Per poter insinuare che la pianta in questione mostri un impianto omicida, Reuth ha infatti taciuto il fatto essenziale che l’Auskleideraum, lo spogliatoio, è designato nella pianta “unreine Seite”, lato contaminato, l’Ankleideraum, il vestitoio, “reine Seite”, parte incontaminata. Ciò spiega chiaramente la finalità e il funzionamento dell’impianto. I detenuti contaminati (infestati da parassiti) entravano nell’Auskleideraum, si spogliavano nudi e poi entravano attraverso l’apposita porta nel Wasch- und Brauseraum, dove si lavavano; indi, uscendo dalla porta opposta, entravano nell’Ankleideraum, dove ricevevano e indossavano i vestiti disinfestati. Parallelamente, infatti, i vestiti contaminati lasciati dai detenuti nell’ l’Auskleideraum venivano raccolti e trasportati, attraverso il Vorraum e la Schleuse, nella camera a gas dove venivano disinfestati; poi, passando per la seconda porta che dava sull’altra Schleuse e sull’altro Vorraum, venivano riportati nell’Ankleideraum ai detenuti (20). Le due anticamere e le due camere di compensazione della pressione non comunicavano e non potevano comunicare l’una con l’altra, per evitare una eventuale contaminazione che avrebbe reso vano l’intero processo di disinfestazione. Per questo BILD.DE ha deciso maliziosamente di pubblicare soltanto la sezione della pianta che riguarda la camera a gas (21).
Passiamo alla pianta del crematorio. Anche qui nessuna novità. Essa era già stata pubblicata da Pressac nel libro Les crématoires d’Auschwitz. La machinerie du meurtre de masse (22), documenti 10-11 fuori testo. Si tratta della pianta redatta nel novembre 1941 dall’archietto Werkmann, un impiegato civile che faceva parte della Sezione II/3/3 (Affari edilizi dei campi di concentramento e campi per prigionieri di guerra) [Abteilung II/3/3 (Bauangelegenheiten der KL und KGL)] dell’Hauptamt Haushalt und Bauten (Ufficio centrale bilancio e costruzioni).
Reuth richiama l’attenzione sul fatto che la lunghezza del Leichenkeller non è menzionata, ma al suo posto appare l’indicazione “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno”. Nel suo resoconto già citato, IL MESSAGGERO a questo punto, tagliando e rimettendo insieme a casaccio spezzoni del testo di BILD.DE, commenta:
«La lunghezza esatta del forno crematorio non viene ancora definita e sarà fissata “a seconda delle esigenze”. Un particolare, questo, decisamente macabro che secondo il direttore dell'Archivio federale tedesco Hans Dieter Kreikamp “è una prova autentica del genocidio degli ebrei europei sistematicamente progettato dal regime nazista”».
La pianta in discussione era la revisione da parte di Berlino del progetto eseguito ad Auschwitz dall’SS-Untersturmführer Walter Dejaco il 24 ottobre 1941 su suggerimento dell’ingegnere della Topf Kurt Prüfer, parimenti pubblicato da Pressac (documento 9), in cui il Leichenkeller, al pari della pianta di Werkmann, è disegnato solo in parte, ma reca l’indicazione delle misure: m 8 x 60. Dato che la scala del progetto è di 1:100, si comprende facilmente perché il Leichenkeller non sia stato disegnato per intero. La pianta di Werkmann ha solo l’indicazione della larghezza, 8 metri, sicché la scritta “Lunghezza a seconda delle esigenze che si presenteranno” fa pensare più a una riduzione che a un aumento della lunghezza di 60 metri. In effetti, nei crematori di Birkenau questo locale divenne il Leichenkeller 2, che era lungo 49,49 metri.
Il bello è che il libro di Pressac fu prontamente tradotto anche in tedesco (23), sicché BILD.DE non ha alcuna giustificazione.
Il contesto storico reale nulla concede all’ipotesi che il crematorio di questo progetto servisse a scopo di sterminio. Pressac afferma esplicitamente che «il fabbricato concepito da Prüfer e migliorato da Werkmann, non era stato progettato a questo scopo», con riferimento ai «trattamenti omicidi col gas» (24).
Nel mio studio Genesi e funzioni del campo di Birkenau (25) ho documentato che il Kriegsgefangenenlager di Birkenau fu progettato il 30 ottobre 1941 per 125.000 prigionieri di guerra sovietici che dovevano essere impiegati in lavori di costruzione nel quadro del “Generalplan Ost” (“progetto generale Est”), un piano di colonizzazione tedesca dei territori orientali incorporati dalla Germania (soprattutto i Reichsgaue Danzica-Prussia orientale e Wartheland) per mezzo di manodopera coatta - prigionieri di guerra sovietici, poi Ebrei - concentrata nei campi di Birkenau, di Lublino e di Stutthof. In tale contesto rientra anche la decisione di costruire il crematorio in oggetto, che è spiegata così in una lettera di Bischof, all’epoca Bauleiter di Auschwitz, al Rüstungskommando (comando degli armamenti) di Weimar del 12 novembre 1941:
«La ditta Topf & Söhne, impianti tecnici di combustione, Erfurt, ha ricevuto da questo ufficio l’incarico di costruire il più presto possibile un impianto di cremazione, perché al campo di concentramento di Auschwitz è stato annesso un campo per prigionieri di guerra che in brevissimo tempo sarà occupato da circa 120.000 Russi. La costruzione dell’impianto di cremazione è diventata perciò assolutamente necessaria per prevenire epidemie e altri pericoli». [«Die Firma Topf & Söhne, feuerungstechn. Anlagen, Erfurt hat von der hiesigen Dienststelle den Auftrag erhalten, schnellstens eine Verbrennungsanlage aufzubauen, da dem Konzentrationslager Auschwitz ein Kriegsgefangenenlager angegliedert wurde, das in kürzester Zeit mit ca. 120 000 Russen belegt wird. Der Bau der Einäscherungsanlage ist deshalb dringend notwendig geworden um Seuchen und andere Gefahren zu verhüten»] (26).
Himmler, in qualità di «Commissario del Reich per il consolidamento del germanesimo» (Reichskommissar für die Festigung deutschen Volkstums), era responsabile del “Generalplan Ost” e dunque della progettazione e costruzione del campo di Birkenau, perciò c’è poco da stupirsi se qualche pianta fu siglata da lui personalmente «con matita verde».

In questa gigantesca bufala chi fa la figura più grama sono Hans-Dieter Kreikamp e Ralf Georg Reuth. Si stenta a credere che uno storico e un «direttore archivista dell’Archivio Federale di Berlino» abbiano dato prova di un’ignoranza storica così grottesca.
E se questi sono gli storici e gli archivisti tedeschi, i DILETTANTI ALLO SBARAGLIO italiani sono in ottima compagnia.

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Carlo Mattogno
12 novembre 2008

NOTE

(1) Die Baupläne von Auschwitz, in: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/bild-zeigt-dokumente-des-grauens-die-jetzt-in-berlin-gefunden-wurden.html. Torna al testo.
(2) Auschwitz expert: Blueprints found in Berlin not of death camp, in: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1035958.html. Expert: Uncovered Auschwitz plans important, in: http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3619600,00.html Torna al testo.
(3) Vedi al riguardo il mio studio «La verità sulle camere a gas»? Considerazioni storiche sulla «testimonianza unica» di Shlomo Venezia. 2008. In: http://www.aaargh.com.mx/fran/livres8/CMVENEZIA.pdf. Torna al testo.
(4) Vedi documento 1, qui riprodotto:

Da: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/imagemaps/gaskammer.html. Torna al testo.
(5) Vedi documento 2, qui riprodotto:

Da: http://www.bild.de/BILD/news/vermischtes/2008/11/08/auschwitz-die-bauplaene/imagemaps/keller.html. Torna al testo.
(6) Si tratta delle misure esterne; quelle interne sono m 9,90 x 10,90. Torna al testo.
(7) Il detenuto polacco Josef Sikora, che lavorava come disegnatore nell’ufficio di progettazione della Bauleitung di Auschwitz. Torna al testo.
(8) Olocausto, un inferno pianificato dal ’41, in: http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=10992. Torna al testo.
(9) The Beate Klarsfeld Foundation, New York, 1989. Torna al testo.
In web: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/.
(10) Bauwerk: costruzione o cantiere. Torna al testo.
(11) Vedi documento 3.

Da: http://www.holocaust-history.org/auschwitz/pressac/technique-and-operation/, al pari dei documenti 3a, 4, 5 e 6. Torna al testo.
(12) Vedi documento 4.

Torna al testo.
(13) Vedi documento 5.

Torna al testo.
(14) Vedi documento 6.

Torna al testo.
(15) RGVA, 502-1-332, p. 47. Torna al testo.
(16) RGVA, 502-1-332, p. 9. Torna al testo.
(17) J.-C. Pressac, Auschwitz: Technique and operation of the gas chambers, op. cit., pp. 53-54. Torna al testo.
(18) Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, 2002. Torna al testo.
(19) C. Mattogno, Auschwitz: la prima gasazione. Edizioni di Ar, Padova, 1992. Traduzione riveduta, corretta e ampliata: Auschwitz: The First Gassing. Rumor and Reality. Theses & Dissertations Press, Chicago, 2005. Torna al testo.
(20) Vedi documento 3a.

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(21) Vedi documento 1.

Torna al testo.
(22) CNRS Editions, Parigi, 1993. Trad. it.: Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945. Feltrinelli, Milano, 1994. Torna al testo.
(23) Die Krematorien von Auschwitz. Die Technik des Massenmordes. Piper, Monaco-Zurigo, 1994. Torna al testo.
(24) J.-C. Pressac, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945, op. cit., p. 74. Torna al testo.
(25) Consultabile in: http://vho.org/aaargh/fran/livres8/CMGeneralplanOst.pdf. Torna al testo.


PARTE TERZA

Carlo Mattogno

«L’irritante questione» delle camere a gas
ovvero
Da Cappuccetto Rosso ad… Auschwitz
Risposta a Velentina Pisanty

Edizione riveduta, corretta e aggiornata

Sommario: Presentazione. – Introduzione. – Capitolo Primo: I metodi di lavoro di Valentina Pisanty. – 1. Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz. – 2. I «Riferimenti bibliografici» generali. – 3. Il titolo. – 4. La bibliografia revisionistica: preselezione del campo di indagine. – 5. Le citazioni. – 6. I documenti. – Capitolo Secondo: Le fonti di Valentina Pisanty. Anatomia di un plagio. – 1. Il plagio storico-critico e argomentativo. – Segue: a) I negazionisti americani e inglesi; b) La storia di Mel Mermelstein; c) Robert Faurisson critico “letterario”; d) Il diario di Anna Frank; e) Il diario del dottor Kremer; f) Il rapporto Gerstein; g) Rassinier; h) Butz; i) Stäglich; k) The Myth of the Six Million; l) Harwood. – 2. Il plagio metodologico e interpretativo. – Capitolo Terzo: Gli argomenti e le strategie ermeneutiche di Valentina Pisanty: 1. La «premessa indiscussa». – 2. Il diario di Anna Frank. – 3. Il diario del dottor Kremer. – 4. Le testimonianze «in presa diretta». – Segue: a) I “Protocolli di Auschwitz”; b) I manoscritti dei membri del Sonderkommando; c) Le fotografie. – Capitolo Quarto: 1. Premessa generale. – 2. La mia critica strutturale al rapporto Gerstein. – 3. La critica di Valentina Pisanty: i metodi. – 4. La critica di Valentina Pisanty: gli argomenti. – Segue: a) Il primo gruppo; b) Il secondo gruppo; c) Il terzo gruppo; d) Le obiezioni di carattere tecnico. – 5. I punti meritevoli di considerazione. – 6. Un punto immeritevole di considerazione. 7. Le critiche indirette. – 8. Il documento “Tötungsanstalen in Polen”. – 9. I garanti di Gerstein. – Segue: a) Il barone von Otter; b) Il vescovo Dibelius; c) Wilhelm Pfannenstiel; d) Rudolf Reder. – 10. Le altre testimonianze «non trattate da Mattogno». – Segue: a) Jan Karski; b) I testimoni SS; c) Chaim Hirszman. – Capitolo Quinto: Rudolf Höss e il “campo di setrminio” di Auschwitz. – 1. Considerazioni generali. – 2. La critica di Valentina Pisanty al mio studio Auschwitz le “confessioni” di Höss. – Segue: a) La visita ad Auschwitz di Eichmann; b) La prima gasazione omicida; c) «La prima gasazione a cui Höss assistette»; d) «La prima operazione di sterminio ebraico»; e) Le inesattezze; f) L’ordine di Himmler di sospendere le gasazioni; g) Statisctiche e cifre; h) La visita di Höss a Chelmno [Kulmhof]; i) Il grasso umano; l) I “Gasprüfer” di Auschwitz. – 3. Il plagio di Filip Müller. – Capitolo Sesto: I sofismi epistemologici di Valentina Pisanty. – 1. Testimonianza contro documento. – 2. L’omicidio del signor Rossi: un tragico errore giudiziario. – 3. La «cospirazione giudaica mondiale». – 4. Dall’antinegazionsimo al visionarismo. – EpilogoNoteBibliografiaBibliografia revisionistica essenzialeRivisteOpere di Carlo MattognoAbbreviazioni

PRESENTAZIONE

La prima edizione di quest’opera è stata data alle stampe dall’Editore Graphos di Genova nel 1998. Come avevo previsto, dopo la sua pubblicazione la dottoressa Valentina Pisanty, non sapendo che cosa replicare, si è ritirata in silenzio dalla scena, ritornando ad occuparsi del suo Cappuccetto Rosso, salvo qualche occasionale incursione mediatica in cui ha sproloquiato le sue fantasie semiotiche sul revisionismo.
Ma ormai il seme velenoso aveva attecchito. E se ora si sentono persone di cultura italiane – che non hanno mai visto un libro revisionistico – asserire con supponenza che il revisionismo storico è scientificamente e metodologicamente nullo – lo si deve in massima parte a Valentina Pisanty.
La mia demolizione sistematica dei suoi sofismi è valsa a ben poco, data l’immensa sproporzione mediatica che è sempre esistita tra il suo libro e il mio. Non resta dunque che diffondere la mia risposta in rete. Ciò è tanto più necessario in quanto – in tempi in cui gli istigatori della Pisanty minacciano anche la libertà di espressione revisionistica – è importante mostrare che il revisionismo è ben altra cosa dall’immagine distorta e parodistica di esso che la Pisanty ha creato con le sue interpretazioni cavillose e truffaldine.
Il testo che presento è ovviamente riveduto, corretto e aggiornato.
Dicembre 2008.

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INTRODUZIONE

Nel settembre 1996 su Le Nouveau Quotidien di Losanna sono apparsi due importanti articoli dello storico e romanziere francese Jacques Baynac, intitolati Come gli storici delegano alla giustizia il compito di far tacere i revisionisti (1) e In mancanza di documenti probanti sulle camere a gas, gli storici schivano il dibattito (2), nei quali l’Autore espone una lucida analisi del marasma in cui si dibatte la storiografia ufficiale.
Nel primo articolo, dopo aver denunciato il clima isterico acutizzato in Francia dall’affare Garaudy-abbé Pierre, Baynac rileva:
«In mezzo a questo tohu-bohu [caos] disastroso, si è levata una voce, chiara, netta. Senza dubbio, soltanto Simone Veil, ex deportata ed ex presidente del Parlamento europeo, poteva permettersi di guardare le cose in faccia e di violare un tabù senza rischiare l’ostracismo. “I negazionisti - ella dichiara a L’Evénement du Jeudi - hanno approfittato dei nostri errori. Non si può imporre una verità storica con la legge, anche se è lampante, qualunque siano i secondi fini di coloro che cercano di negare la Storia. La Storia dev’essere libera. Essa non può essere sottomessa a versioni ufficiali. La legge Gayssot permette ai negazionisti di apparire come martiri, vittime di una verità ufficiale. Grazie ad essa, i negazionisti possono far deviare il dibattito sulla libertà di espressione. Questa legislazione ha spinto l’abbé Pierre a prendere le difese di Garaudy, e vi si ostina. Senza questa legge, non ci sarebbe alcun affare abbé Pierre”.
Perché è stata promulgata questa legge che, secondo lo scrittore Dominique Jamet, “trasforma i magistrati in inquisitori”? E come si è giunti a fare, secondo lo stesso autore, come “gli Stati totalitari di tipo moderno o arcaico dove il partito o la Chiesa, dopo aver fissato una dottrina ufficiale, affidano alla polizia e alla giustizia la missione di difenderla e di dare la caccia agli eretici”?
Perché, fin dall’inizio, si rifiuta il dibattito. Lo si rifiuta nell’aula di tribunale. Il giovane avvocato Arno Klarsfeld confessa ingenuamente che la legge Gayssot è stata fatta “onde evitare dei dibattiti scabrosi tra storici e pseudostorici” (Libération, 17.7.96). Lo si rifiuta fuori dell’aula di tribunale. Il gran rabbino Sitruk, che l’aveva accettato il 28 aprile, ha dovuto rifiutarlo due giorni dopo. La Chiesa cattolica lo rifiuta col pretesto che il dibattito ha avuto luogo più volte. La LICRA (3
) lo rifiuta. Il MRAP (4) lo rifiuta. La Lega dei diritti dell’uomo lo rifiuta. In breve, nessuno lo vuole e tutti imitano quelli che di primo acchito hanno dato l’intonazione: gli storici».
Baynac cita poi la conclusione dell’appello dei 34 storici francesi apparso su Le Monde il 21 febbraio 1979 – secondo la quale non bisogna chiedersi se lo sterminio ebraico è stato tecnicamente possibile: esso è stato possibile perché ha avuto luogo, e questo è il punto di partenza obbligato di qualunque indagine storica su questo argomento, sicché «non può esserci dibattito sulle camere a gas» –, e commenta:
«Se non si discerne bene ciò che ci sarebbe di “scabroso” nel rispondere per le rime ai revisionisti distruggendo le loro arguzie con degli argomenti e liquidando i loro cavilli con prove materiali, documenti solidi e cifre verificabili, se si vede ancora meno come il delicato fiore dell’etablishment universitario ha potuto decretare che non bisogna interrogarsi su un oggetto storico, in compenso si vede bene che è il defilamento degli storici che ha costretto la società a rifilare il bebè mostruoso ai tribunali, poi – avendo certi giudici avuto la malaugurata idea di recalcitrare, perfino di scrivere nei loro consideranda che la questione dell’esistenza delle camere a gas era una questione di opinione – a fare una legge che permettesse di condannare automaticamente gli pseudostorici.
La questione è dunque di sapere perché gli storici si sono defilati» (5
).
Baynac risponde a questa domanda nel secondo articolo. Dopo aver accennato allo scompiglio suscitato da Jean-Claude Pressac nella storiografia ufficiale con la sua drastica riduzione dei “gasati” di Auschwitz (470.000-550.000 nelle traduzioni italiana e tedesca del suo ultimo libro) (6), egli affronta il nodo cruciale della questione:
«Bisogna essere grati a Pierre Bourez per aver finalmente osato porre la questione chiave, quella dell’estensione del campo scientifico di investigazione e, di conseguenza, quella della natura della storia scientifica e del suo metodo.
È qui, e da nessun’altra parte, che i negazionisti hanno teso la trappola agli storici, i quali l’hanno identificata fin dal 1979, ma, non sapendo come evitarla, si sono sottratti al loro dovere di accertare la realtà incaricando la Giustizia di dire la Verità. Tutto il resto fu soltanto una conseguenza, e oggi ci ritroviamo con un problema che supera di gran lunga quello dell’esistenza delle camere a gas omicide nei campi nazisti. Ora è in gioco la questione della conoscibilità del passato. Quella della Storia.
Trarsi da questo passo falso sarà difficile e doloroso. Ma tergiversare ancora espone a vedere tutto il passato dissolversi dietro di noi, una eventualità poco piacevole quando l’avvenire è già così imprevedibile e il presente così inquietante.
Per salvare la Storia, bisogna partire dalla realtà... e restarvi. Le camere a gas sono esistite e hanno ucciso una quantità enorme di persone, omosessuali, ebrei, malati, zingari, slavi.
Questa certezza si fonda su due pilastri: le testimonianze dei superstiti e i lavori degli storici. Su tali basi, in questo dominio come in tutti gli altri, si sono sviluppati due discorsi, paralleli ma di natura diversa.
L’uno, ascientifico, in cui la testimonianza ha il primo posto. Leggere uno o più racconti, a fortiori una recensione seria sull’argomento, porta alla convinzione. Anche se un testimone ha dimenticato un dettaglio, un altro esagerato un fatto, l’avvenimento resta valido: è esistito. [...].
Per lo storico scientifico, la testimonianza non è realmente la Storia, è un oggetto della Storia. E una testimonianza non ha molto peso, e pesa ancora meno se nessun solido documento la conferma. Il postulato della storia scientifica, si potrebbe dire forzando appena la mano, è: niente documento/i, niente fatto accertato.
Questo positivismo che conferisce una tale importanza al documento ha i suoi aspetti positivi e negativi. Quello positivo, è che la storia deve a questo metodo rigoroso di non essere una pura fiction, ma una scienza. In quanto tale, essa è revisionista per natura, ossia negazionista. La Terra è stata ritenuta a lungo piatta, ora lo si nega. Ne consegue che decretare l’arresto delle ricerche su un punto qualunque del campo scientifico è negare la natura stessa della scienza. Si vede dunque già apparire ciò che mette gli storici in una situazione insostenibile ponendo i negazionisti in buona posizione: dal momento in cui si è sul terreno scientifico, è vietato vietare di rivedere o negare. Farlo, significa uscire dal campo scientifico. Significa abbandonarlo. Abbandonarlo a chi? Ai negazionisti.
L’aspetto negativo della storia scientifica consiste nel fatto che, in mancanza di documenti, di tracce o di altre prove materiali, è difficile, se non impossibile, stabilire la realtà di un fatto, anche se non c’è alcun dubbio che sia esistito, anche se è evidente. Il dramma è qui».
A questo punto J. Baynac si lascia sfuggire un’invettiva contro «queste carogne di nazisti» i quali non solo avrebbero perpetrato uno sterminio in massa, ma «hanno voluto uccidere sul nascere la possibilità di scrivere la sua storia». La totale mancanza di documenti su tale presunto sterminio sarebbe dunque il risultato di questa pretesa volontà nazista. Baynac presenta al riguardo alcune citazioni di storici ufficiali e continua:
«Si potrebbero moltiplicare le citazioni di storici, ma a che pro? Tutte dicono: non disponiamo degli elementi indispensabili per una pratica normale del metodo storico. Infine – e questa è la cosa più penosa da dire e da ascoltare, quando si sappia quale dolore e quale sofferenza sono così non negate, ma sospese – dal punto di vista scientifico non esiste testimonianza accettabile come prova indiscutibile. Non è una questione di legittimità o di credibilità. Dipende dalla natura stessa della testimonianza, natura di cui lo storico non può non tener conto senza negare la metodologia della sua disciplina. La vera trappola tesa dai negazionisti è qui, in questo dilemma davanti al quale hanno spinto a porsi gli storici. Volendo contraddirli sul terreno scientifico, li si induce a gridare: “Storici, i vostri documenti!” – e bisogna stare zitti per mancanza di documenti. Ma volendo opporsi ad essi adducendo delle testimonianze, li si sente sogghignare: “Niente documenti? Niente fatti. Voi fate della fiction, del mito, del sacro”».
Di fronte a questo dilemma, Baynac si chiede:
«Allora, che fare? Mobilitare ancora e sempre le divisioni pesanti mediatiche? I risultati si sono visti, e noi rischiamo di vedere i negazionisti vincere a questo sporco gioco esibendo improvvisamente un nuovo idolo mediatico e sostituendo il vecchio abate che hanno sfruttato fino all’osso. Sarebbe meglio imparare la lezione e constatare che, per vincere il negazionismo, bisogna scegliere tra due mali.
O si abbandona il primato dell’archivio a favore della testimonianza, e, in questo caso, bisogna squalificare la storia in quanto scienza per riqualificarla immediatamente in quanto arte. Oppure si mantiene il primato dell’archivio e, in questo caso, bisogna riconoscere che la mancanza di tracce [le manque de traces] comporta l’incapacità di stabilire direttamente la realtà dell’esistenza delle camere a gas omicide.
A partire da qui, riconquistare il terreno scientifico sarà possibile nel rispetto del lento, laborioso e difficile terreno scientifico. Perché stabilire che i negazionisti hanno torto è possibile. Essi hanno infatti dimenticato un “dettaglio”: se la storia scientifica, in mancanza di documenti, non può stabilire la realtà di un fatto, essa può, con dei documenti, stabilire che l’irrealtà di un fatto è essa stessa irreale. Stabilendo che l’inesistenza delle camere a gas è impossibile, si liquiderà definitivamente la pretesa del negazionismo di porsi come una scuola storica tra altre e lo si costringerà ad apparire per ciò che è sin dall’inizio: una ideologia, quella di una setta propugnatrice di una utopia reazionaria il cui mezzo e il cui fine sono di cambiare il passato escludendo il reale a vantaggio del virtuale» (7
) (corsivo mio).
*
Nel 1995 ho scritto che il revisionismo
«è essenzialmente una metodologia storiografica, la normale metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le branche della storia, coll’unica eccezione della tematica olocaustica. La negazione della realtà storica delle camere a gas omicide ne è la logica conclusione, in quanto questa storia è basata su prove che non resistono ad una critica storica seria» (8).
Lo storico “antinegazionista” Jacques Baynac sottoscrive in via di principio questa definizione: egli dichiara che la storiografia è revisionistica per natura, riconosce che la testimonianza vale poco o nulla se non è confermata dal documento, ammette perfino che, sulla realtà delle camere a gas omicide, non esistono neppure “tracce” documentarie; tuttavia, sul piano pratico egli non solo afferma “ideologicamente” una realtà storica che non può essere provata né da testimonianze né da documenti, ma, sulla base di una metodologia storiografica fideistica, pretende addirittura di negare dignità scientifica al revisionismo perché ha il torto di mettere in atto «il postulato della storiografia scientifica», cioè «niente documenti, niente fatto accertato»!

Quanto poi la mancanza di documenti sia da attribuire, con perfetto circolo vizioso, alla perfidia nazista (i nazisti hanno sterminato gli Ebrei ma hanno distrutto i documenti sullo sterminio, sicché questo non può essere dimostrato documentariamente, ma c’è stato lo stesso) risulta chiaramente dalla enorme mole di documenti sequestrati dai Sovietici ad Auschwitz nel 1945, ora accessibili a Mosca nell’archivio di via Viborgskaja (9).

*
Il defilamento degli storici ufficiali ha avuto per gli “antinegazionisti” altri effetti collaterali non meno disastrosi di quelli esposti da Baynac: il terreno lasciato libero dalla loro coraggiosa ritirata è stato presto invaso da una masnada di gazzettieri – brillanti imitatori di idee altrui, acuti chiosatori di libri che non hanno mai letto, sagaci interpreti di stralci di documenti d’archivio di terza mano, profondi conoscitori di luoghi che non hanno mai visto – destinati inevitabilmente ad essere travolti dall’inconsistenza dei loro stessi postulati.


Di questi veri e propri dilettanti allo sbaraglio, tra i quali spiccavano le grandi teste pensanti di Pierre Vidal-Naquet e di Deborah Lipstadt, mi sono già occupato altrove (10).

Questo disperato assalto di sprovveduti è stato di recente affiancato da un subdolo attacco trasversale proveniente dal «delicato fiore dell’ etablishment universitario». Le grandi teste universitarie, volendo colpire il revisionismo restando al riparo dall’eventualità – tutt’altro che aleatoria – di perdere la faccia in un confronto personale – cominciano a mandare in avanscoperta un povero diavolo di studente, che fungerà da capro espiatorio, proponendogli una tesi di dottorato teleguidata. E il povero diavolo, vuoi per ambizioni carrieristiche, vuoi per vassallaggio adulatorio (il termine studentesco è molto più colorito), si trova sempre.

Questa nuova strategia, inaugurata nel 1996 in Francia da Florent Brayard sotto l’egida di Pierre Vidal–Naquet (11) , è apparsa ora anche in Italia, con il libro L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo (12) di Valentina Pisanty.

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CAPITOLO I

I METODI DI LAVORO DI VALENTINA PISANTY

1.
Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz

La prima iniziativa della nuova strategia messa in atto dal «fiore» universitario bolognese si rivela sin dalle prime pagine per ciò che realmente è: un tentativo pseudoscientifico di demolizione delle basi metodologiche del revisionismo. Vediamo perché.

L’irritante questione delle camere a gas, spiega l’Autrice,
«prende origine da una tesi di dottorato svolta sotto la supervisione di Umberto Eco, Patrizia Violi e Mauro Wolf» (p. 4) (13).
La terza pagina di copertina ci informa inoltre che la Pisanty
«ha conseguito il dottorato di ricerca in Semiotica presso l’Università di Bologna».
Ci si può chiedere che cosa abbia a che fare la semiotica con la questione storica dell’esistenza o inesistenza delle camere a gas omicide; la risposta è semplice: nulla. Infatti, come recita la dichiarazione programmatica dell’Autrice, il libro in questione non vuole essere un’opera storiografica:
«L’obiettivo principale di questo libro non è di confutare l’ipotesi cosiddetta revisionista con argomentazioni di tipo storico e con il supporto dei numerosissimi documenti a disposizione di chiunque li voglia consultare.
Ritengo che una simile operazione di smontaggio storico sia già stata effettuata con successo da vari autori, tra cui
Pierre Vidal–Naquet, i quali hanno a più riprese dimostrato l’infondatezza delle ipotesi interpretative di Rassinier e compagni se messe alla prova dell’evidenza documentaria.
Lo scopo che mi pongo è piuttosto di portare alla luce le strategie persuasive messe in atto dai negazionisti nella lettura dei documenti storici» (p. 2).
Questa dichiarazione è fin troppo scopertamente pretestuosa: la Pisanty pretende di analizzare una metodologia storiografica dal punto di vista puramente semiotico senza una preliminare analisi storica – che dà per scontata (Pierre Vidal–Naquet dixit) –, e senza una preliminare preparazione storica; ella pretende di giudicare in che modo uno storico interpreta un documento senza esaminare il valore storico del documento. Questo tipo di indagine, se fosse condotta sul serio, si esaurirebbe inevitabilmente in una sterile esercitazione retorica, senza alcun contatto con la realtà. Proprio qui sta la pretestuosità della dichiarazione summenzionata: per non restare sul piano nebuloso delle astratte categorie semiotiche, la Pisanty è costretta ad affrontare le problematiche storiche concrete avanzate dai revisionisti, ad esprimere un giudizio sul loro valore storico, dunque a far rientrare dalla finestra ciò che aveva finto di cacciare dalla porta.

L’irritante questione delle camere a gas è pertanto un tentativo di confutazione delle argomentazioni storiche revisionistiche sotto la copertura semiotica.

La necessità di questa copertura appare manifesta quando si consideri che questa «tesi di dottorato» sulle camere a gas è nata e si è sviluppata non già – come ci si sarebbe aspettati – in un Istituto di storia moderna e contemporanea, bensì in un Istituto di semiotica, in cui docenti e discenti hanno necessariamente una conoscenza della storia olocaustica pari a quella che i docenti e discenti di filosofia possono avere della fisica nucleare.

La necessità di questa copertura appare ancora più manifesta quando si consideri la competenza specifica della Pisanty, essendo ella una profonda esperta della storia di... Cappuccetto Rosso! In una nota ella rimanda al suo unico libro scritto prima di quello in esame – Leggere la fiaba – per delucidazioni, sicuramente importantissime, «sulle numerose letture (in chiave etnologica, psicoanalitica, mitologica, alchemica, ecc.) della fiaba di Cappuccetto Rosso» (p. 265, nota 29). Da Cappuccetto Rosso ad Auschwitz: quale mirabile travaglio interiore!

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2.
I «Riferimenti bibliografici» generali

Considerate la qualificazione e la competenza specifica dell’Autrice, non stupisce che nel suo libro l’aspetto semiotico sia di gran lunga preponderante su quello storico. Poiché a me interessa invece esclusivamente quest’ultimo, lascerò da parte le prolisse e tediose analisi semiotiche – esercitazioni dialettiche con finalità prettamente accademiche, spesso abilmente pilotate per poter esternare il doveroso atto di vassallaggio adulatorio ai docenti. Questo fastidioso groviglio di minuziose sofisticherie ha però anche uno scopo più pratico, rappresentando quello stratagemma che consiste nel «confondere l’avversario con un profluvio di parole» (p. 275) che la Pisanty attribuisce naturalmente ai revisionisti.

A questo riguardo, la pomposa bibliografia presentata dalla nostra dottoressa è particolarmente rivelatrice. Delle 100 opere (libri e articoli) relative alla storiografia ufficiale elencate alla fine del libro (pp. 279–285), appena 20 – mal lette e mal digerite – sono di storiografia olocaustica, una decina di critica antirevisionistica; il resto è costituito da un’accozzaglia di opere di argomento disparato, da Che cosa è il cinema a L’idea deforme. Interpretazioni esoteriche di Dante, da Problemi di linguistica generale a i Falsi Protocolli (dei “Savi di Sion”), da Usi “politici” della preistoria indoeuropea a Sémiotique, da Contro l’antisemitismo a Introduzione alla filosofia della scienza, da Gli atti linguistici a Secret Societies and Subversive Movements, da L’analisi del discorso a Le pretese scientifiche del razzismo, da I formalisti russi a Retorica del complotto, da Lo spirito della narrazione a Le bouc émissaire, da Umberto Eco a Umberto Eco (la bibliografia elenca diligentemente 5 opere del “maestro” più una sesta in collaborazione) (14).

Completato il quadro della qualificazione e della competenza della Pisanty, passiamo all’esame del suo libro.

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3.
Il titolo

Cominciamo dal titolo del libro, L’irritante questione delle camere a gas. Nell’Introduzione la Pisanty spiega:
«Nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne, il revisionista Paul Rassinier si riferisce all’ “irritante questione” delle camere a gas. [...]. Perché la questione delle camere a gas è descritta come irritante? Per il semplice motivo che essa costituisce il maggiore ostacolo incontrato da chi, come lui, voglia riabilitare il regime nazista» (p. 1).
Il ragionamento sembra stringente come un sillogismo aristotelico: il revisionista vuole riabilitare il regime nazista; le camere a gas sono il maggior ostacolo a questa riabilitazione, dunque le camere a gas sono una questione irritante. È un vero peccato che le due premesse siano false! Per quanto concerne la frase incriminata di Rassinier, non esiste alcuna “seconda edizione” del Passage de la ligne; questo scritto fu ripubblicato da Rassinier in Le Mensonge d’Ulysse (1955) (15). D’altro canto nella prefazione a quest’opera Rassinier scrisse esattamente il contrario di ciò che pretende la Pisanty:
«Che degli stermini con i gas siano stati praticati mi pare possibile, se non certo: non c’è fumo senza arrosto» (16).
Non a caso la citazione della nostra dottoressa è priva di riferimento alla fonte: niente editore, niente anno di pubblicazione, niente pagina.

Quanto poi alla seconda premessa, si tratta della ignobile calunnia di Deborah Lipstadt, alla quale ho già risposto per le rime altrove (17).

In realtà, proprio perché gli storici ufficiali non sono in grado di uscire dal dilemma metodologico prospettato da Baynac, proprio perché non sanno che cosa rispondere sul piano scientifico alla domanda dei revisionisti: «Storici, i vostri documenti!», proprio per queste ragioni la questione delle camere a gas omicide è divenuta per loro la questione più irritante, tanto irritante che anche la Pisanty finge di occuparsene senza neppure sfiorare il nocciolo della questione.

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4.
La bibliografia revisionistica:
preselezione del campo di indagine

Tra i rimproveri che la Pisanty muove ai revisionisti c’è quello secondo il quale essi «operano una preliminare selezione del materiale storico» (p. 13). Vedremo poi quanto questo rimprovero sia fondato. Qui rilevo che questo è in realtà proprio il principio metodologico generale che condiziona la struttura stessa del libro in oggetto. L’esame della bibliografia “negazionista” addotta dalla dottoressa Pisanty è sufficiente per mostrare apertamente quale sia la buona fede dell’Autrice.

La bibliografia contiene 32 titoli (pp. 285–286).

Per quanto riguarda l’aspetto qualitativo, la bibliografia è un’accozzaglia di libri, opuscoli e articoletti vari. Tra i titoli citati figurano:
– 4 opere letterarie (!) di Robert Faurisson,
– 2 opere di Maurice Bardèche che non hanno nulla a che vedere con il revisionismo,
– 3 opuscoli che sono da relegare nell’angolo delle curiosità storiografiche (The Myth of the Six Million e gli scritti di R. Harwood e di Th. Cristophersen),
– 1 scritto del “NOI (Nation of Islam)” che non ha niente a che fare con il revisionismo,
– 1 articolo apparso in forma anonima nelle Annales d’Histoire Révisionniste che formula ipotesi insensate le quali mettono in causa solo l’autore,
– 1 articolo molto modesto sul film Shoah apparso parimenti nelle Annales d’Histoire Révisionniste.

Dal punto di vista cronologico, le opere citate sono ripartite così:

– 16 titoli sono anteriori al 1980 (dal 1948 al 1978),
– 14 titoli sono anteriori al 1990 (dal 1980 al 1988),
– 2 titoli si riferiscono agli anni Novanta (1991 e 1995).

Gli unici due scritti apparsi negli anni Novanta menzionati dalla Pisanty sono il già menzionato libro (?) del “NOI” (The Secret Relationship between Blacks and Jews: il titolo è tutto un programma!) e il libro di Roger Garaudy, che si limita a divulgare qualche tesi revisionistica.

Quanto alla lingua, i titoli citati dalla Pisanty sono quasi tutti in italiano, francese ed inglese. I due soli autori tedeschi menzionati nella bibliografia sono citati in traduzione francese (Wilhelm Stäglich) o inglese (Udo Walendy) – e già da ciò si può desumere quale sia la conoscenza del tedesco dell’ Autrice. Particolarmente comica poi è la sua attribuzione del rapporto Leuchter – in tedesco! – a Udo Walendy (18).

Che cosa significano questi dati? Per rispondere a questa domanda confrontiamo la finta bibliografia della Pisanty con la vera bibliografia revisionistica essenziale che ho riportato nel libro già citato Olocausto: dilettanti allo sbaraglio (pp. 308–309) e che rispecchiava abbastanza bene lo status delle conoscenze revisionistiche fino al 1995.

Dal punto di vista qualitativo, la bibliografia contiene tutti i più importanti contributi di ricercatori o divulgatori di buon livello: Enrique Aynat, John Ball, Jean–Marie Boisdefeu, Arthur Butz, Robert Faurisson, Jürgen Graf, Pierre Guillaume, Michael Hoffman, Robert Lenski, Pierre Marais, Germar Rudolf, Walter Sanning, Wilhelm Stäglich, Steffen Werner.

Per quanto concerne la data di pubblicazione, delle 30 opere menzionate:
– 2 sono anteriori al 1980,
– 9 sono anteriori al 1990,
– 19 opere sono apparse tra il 1990 e il 1995.
Quanto alla lingua:
– 10 opere sono in francese,
– 9 sono in tedesco,
– 6 in inglese,
– 3 in spagnolo,
– 2 in italiano (questa bibliografia non comprende le mie opere).

I testi anteriori al 1980 (A. Butz, W. Stäglich) e dell’inizio degli anni Ottanta (R. Faurisson) sono ormai ampiamente superati e, in generale, hanno importanza più per i problemi che sollevano che per le soluzioni che propongono.

Tornando alla nostra dottoressa in semiotica, risulta evidente che l’esame critico del revisionismo che ella vuole presentare al lettore è inficiato e falsato già in partenza da una disonesta delimitazione del campo di indagine che esclude a priori l’80% quantitativo e qualitativo della letteratura che dovrebbe costituire l’oggetto della sua indagine.

Il trattamento che la Pisanty infligge alle 4 riviste revisionistiche più importanti è ancora più spietato:
– la rivista Vierteljahreshefte für freie Geschichtsforschung (19) – all’epoca la più importante rivista revisionistica – viene liquidata direttamente senza neppure una menzione;
– la stessa sorte tocca alla Revue d’Histoire Révisionniste, che contiene parecchi articoli di buon livello;
– la rivista Annales d’Histoire Révisionniste subisce una drastica selezione: su una trentina di articoli che appaiono nei suoi 8 numeri, la Pisanty ne sceglie 2: i peggiori;
– la rivista The Journal of Historical Review subisce una selezione ancora più drastica: tra le centinaia di articoli pubblicati (il primo numero è apparso nel 1980) la Pisanty ne sceglie ben tre! Inutile dire che si tratta di scritti del tutto marginali rispetto alla questione centrale delle camere a gas omicide, alla quale sono invece specificamente dedicati vari articoli.

Naturalmente neppure i miei scritti sfuggono alla regola metodologica della dottoressa Pisanty: anche nel mio caso ella opera una spietata selezione liquidando senza mezzi termini tutti i miei scritti più importanti – le 5 opere apparse dal 1991 al 1996; inoltre, dei 9 scritti precedenti (dal 1985 al 1988) la Pisanty ne selezione solo 3. In pratica, ella prende in considerazione solo 3 delle mie 14 opere apparse in italiano fino al 1996.

La cosa più grave è che la Pisanty, che riprende le metodologie truffaldine e le argomentazioni capziose dei suoi maestri, evita accuratamente di menzionare proprio l’opera che le demolisce sistematicamente: Olocausto: dilettanti allo sbaraglio. Certo, è più facile fare finta di niente piuttosto che rispondere, soprattutto quando non si hanno argomenti.

La strategia della Pisanty è dunque semplice. Ella opera anzitutto una selezione preliminare nella quale scarta i testi che espongono le tesi fondamentali revisionistiche (di carattere soprattutto storico–tecnico), alle quali la povera dottoressa in semiotica non saprebbe che cosa controbattere. Il restante 20% che ella prende in considerazione è per di più alquanto datato; come ho accennato sopra, si tratta di testi (Rassinier, Butz, Faurisson, Stäglich) il cui merito maggiore consiste nell’aver additato una direzione di ricerca che successivamente si è sviluppata raggiungendo livelli incommensurabilmente superiori. In questi testi la Pisanty opera una ulteriore selezione isolando quattro temi generali (20), all’interno dei quali isola di nuovo le argomentazioni revisionistiche che ritiene di poter confutare (vedremo poi come).

In particolare ella tralascia tutte le questioni tecniche – che sono l’aspetto essenziale della struttura argomentativa revisionistica –, a cominciare dal rapporto Leuchter, che evidentemente neppure conosce (21). Ma anche ciò è comprensibile: qui non si tratta di disquisire su Cappuccetto Rosso. E infatti quando talvolta ella azzarda qualche spiegazione tecnica, fa delle figure come questa. Confutando l’affermazione (errata) di J. Gillot (il cui unico merito è di aver scritto un mediocre articolo sul film di Claude Lanzmann “Shoah”) secondo la quale era impossibile accedere nelle camere a gas di Treblinka se non dopo una ventina di ore di aerazione, la Pisanty spiega:
«Ciò è semplicemente falso. Il gas letale impiegato a Treblinka era il monossido di carbonio e non lo Zyklon B (come invece sostiene questo negazionista minore e decisamente poco informato): pochi minuti di areazione [sic!] sono ampiamente sufficienti affinché il CO si trasformi in CO2» (p. 188).
Dunque il CO non si trasforma in CO2 per combustione, come si insegna erroneamente in tutti gli Istituti di chimica (22), ma per aerazione! Sulle altre cantonate di questo calibro prese dalla nostra dottoressa (tra cui quella tragico-comica del recupero del grasso umano) mi soffermerò successivamente. Per amor del vero, la Pisanty prende enormi cantonate anche in campo storico, come quando scrive che
«anche il lager di Dachau stava per essere fornito di una camera a gas (come risulta dalla corrispondenza tra Berlino e la Topf)» (p. 182, corsivo mio),
ignorando che l’unico contatto della ditta Topf con questo campo riguardò l’installazione del forno crematorio a 2 muffole costruito nel vecchio crematorio.

Riprendiamo l’analisi della strategia della Pisanty. Alla letteratura dei precursori del revisionismo ella mescola una serie di libelli e articoletti di personaggi insignificanti che pone più o meno sullo stesso piano di coloro che all’epoca erano i rappresentanti del revisionismo nascente, infierendo su personaggi assolutamente irrilevanti, come l’anonimo articolista delle Annales d’Histoire Révisionniste (p. 26 e 193), W. Grimstadt (p. 229), L. Stielau (chi era costui?) (p. 53) – il che è come dire: mettere sullo stesso piano V. Pisanty e Raoul Hilberg.

Questo volgare trucco metodologico, che costituisce la condicio sine qua non dell’esistenza stessa del libro, ne infirma dunque a priori il valore scientifico. L’operazione compiuta dalla Pisanty è analoga a quella che effettuerebbe chi, volendo confutare la tesi dello sterminio ebraico ad Auschwitz, prendesse di mira il Dizionario del Nazismo di Gustavo Ottolenghi (23) invece dei libri di Pressac. In breve, il campo d’indagine della Pisanty è una minima parte del campo d’indagine revisionistico e l’oggetto dell’indagine della Pisanty non è il revisionismo, ma una parodia di esso.

Il ricorso a questo volgare trucco non dipende soltanto da qualche enorme lacuna nell’onestà intellettuale dell’Autrice, ma ha inoltre una spiegazione pratica: sfortunatamente la grossa testa pensante della polemica antirevisionistica – Pierre Vidal-Naquet – ha pensato fino al 1987 (e ormai non penserà più) (24), perciò, per il periodo successivo, gli umili adepti del Verbo del Maestro si trovano spiazzati, non essendo in grado di pensare da soli. La cosa migliore, dunque, è tacere. Unica eccezione, le critiche che la Pisanty rivolge alle mie argomentazioni. Trovatasi senza guida, l’Autrice ha dovuto improvvisare e creare, grazie alle sue indubbie capacità semiotiche, dei sofismi passabili. Vedremo nei capitoli successivi quanto valore abbia questa simulazione di pensiero.

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5.
Le citazioni

Nel profluvio delle disquisizioni semiotico–metodologiche addotte dalla Pisanty apparentemente allo scopo di mettere al riparo il lettore dalle perfide insidie revisionistiche, l’Autrice menziona la seguente:
«Al lettore del saggio storico è richiesto un atto di fiducia basato sul riconoscimento dell’autorità dello scrittore in quanto soggetto competente nella materia di cui il saggio tratta. Solo così è possibile arrestare momentaneamente la continua richiesta di prove supplementari (tipica di un’interpretazione sospettosa) che inibirebbe lo svolgersi della narrazione storica» (p. 202).
Al lettore di questo libro sulle camere a gas è dunque richiesto un atto di fiducia basato sulla competenza dell’Autrice in ... Cappuccetto Rosso.

La Pisanty prosegue.
«Tale riconoscimento di una competenza autoriale è accompagnato dalla possibilità, offerta al lettore, di verificare da sé se la sua fiducia sia stata saggiamente riposta: grazie alla citazione delle fonti documentarie, infatti, egli può ricostruire il percorso interpretativo intrapreso dallo storico per valutarne l’appropriatezza, ovvero l’adesione o meno a principi epistemologici generalmente accettati» (p. 202, corsivo mio).
L’Autrice rileva inoltre che
«così come l’insufficienza di indicazioni bibliografiche, anche l’eccesso informativo (in quanto fonte di “rumore”) blocca l’iniziativa personale del destinatario, costringendolo a ripiegare sul metodo dell’autorità per ricavare un senso dal testo» (p. 276).
Vediamo dunque se la Pisanty offra sempre al lettore la possibilità di questa verifica e se il lettore possa riporre «saggiamente» la propria fiducia in lei.
Le citazioni della Pisanty si dividono in due grandi categorie: quella dei testi che ha letto e che indica con il riferimento esatto (autore, titolo, anno di pubblicazione e pagina) e quella dei testi che non ha letto ma che finge di aver letto e spaccia per sue. La seconda categoria comprende parecchie citazioni di seconda o di terza mano per le quali l’Autrice non sa indicare il riferimento completo.
Come ho già rilevato nel § 3, il titolo stesso del libro si fonda già su questo trucco che mira evidentemente ad un «eccesso informativo» per bloccare «l’iniziativa personale del destinatario»: la finta citazione è introdotta con la formula «nella prefazione alla seconda edizione di Passage de la ligne» e questo è tutto. Naturalmente quest’opera di Rassinier non appare neppure nella bibliografia della Pisanty, sicché per il lettore che non sia uno specialista della materia la verifica è impossibile. Già il titolo stesso del libro richiede perciò un cieco atto di fede da parte del lettore.
A p. 53 la Pisanty presenta una citazione di tal fatta con questa sola indicazione:
«Sempre nel 1958, l’insegnante Lothar Stielau di Lubecca, che vanta un passato di dirigente della Hitlerjugend, scrive un saggio teatrale in cui inserisce la seguente frase: ...» (p. 53).
La citazione della pagina seguente viene presentata così:
«Questa è la posizione sostenuta da Teresa Hendry in un articolo pubblicato nel 1967 dalla rivista The American Mercury. La Hendry scrive: ...» (p.54).
Si tratta di una citazione di terza mano alla quale la Pisanty è giunta tramite Deborah Lipstadt, la quale, pur non citando direttamente il testo in questione, fornisce le seguenti indicazioni blibliografiche:
«Teressa Hendry, “Was Anne Frank’s Diary a Hoax?” American Mercury (Summer 1967), reprinted in Myth of the Six Million, pp. 109–111» (25).
Questo libretto contiene effettivamente la ristampa dell’articolo in questione, insieme ad altri quattro articoli tratti da The American Mercury e con il riferimento cronologico (Summer 1967) (26), ma non è la fonte della citazione in questione, perché la Pisanty lo conosce solo attraverso la Lipstadt (27) e Mattogno (28).
A p. 55 la Pisanty cita Irving con questa semplice spiegazione:
«Nel 1975 lo storico revisionista/negazionista David Irving scrive, nell’introduzione al suo Hitler and His Generals: ...».
Quest’opera non appare neppure nella bibliografia della Pisanty.
Nella stessa pagina l’Autrice offre un’altra citazione che introduce così:
«Anche Faurisson, in un primo tempo, si riallaccia all’ipotesi Levin per screditare il diario di Anne Frank: in una lettera inviata a Jean–Marc Théolleyre nel settembre 1975 a proposito di un’opera di Hermann Langbein su Auschwitz, egli scrive: ...» (p. 55).
La fonte? Non si sa.

A p. 153 appare una citazione di Stäglich senza indicazione del numero di pagina.
La stessa cosa vale per la citazione di Höss a p. 157.

A p. 178 la Pisanty scrive:
«Nonostante dichiari, come tutti gli antisemiti, di non essere un antisemita, Bardèche sostiene che gli ebrei sono stranieri e dunque non si vede il motivo per cui un francese si debba preoccupare del loro destino: “Non mi sento tenuto a prendere particolarmente la difesa degli ebrei, non più di quella degli slavi o di quella dei giapponesi. [...]. Non sento una preferenza particolare nei confronti degli ebrei che abitano in Francia e non vedo perché dovrei averne”» (p. 178).
Qui la Pisanty ha fornito tutti i dati per la verifica. Verifichiamo dunque. Ecco il testo originale del passo di M. Bardèche:
«Je ne me sens pas tenu de prendre particulièrement (29) la défense des juifs, pas plus que celle des Slaves ou celle des Japonais: j’aimerais autant qu’on cesse de massacrer sans raison les juifs, les Slaves et les Japonais, et aussi les Malgaches, les Indochinois ou les Allemands des Sudètes. C’est tout. Je ne me sens pas d’élection spéciale à l’égard des juifs qui habitent la France et je ne vois pas pourquoi il faudrait que j’en aie» (30).
Come si vede, la Pisanty, con una pia omissione, ha falsato completamente il senso del testo. Il passo omesso suona: «vorrei tanto che si cessi di massacrare senza ragione gli Ebrei, gli Slavi e i Giapponesi, e anche i Malgasci, gli Indocinesi o i Tedeschi dei Sudeti. Tutto qui».

Il bello è che la nostra dottoressa, la quale dedica pagine e pagine alla correttezza metodologica, scrive indignata:
«Le citazioni tratte dai discorsi degli avversari vengono spesso decontestualizzate, amputate selettivamente o accompagnate da espressioni come “sorprendentemente”, “inspiegabilmente”, “sic”, volte a screditare la figura dell’enunciatore» (p. 232, corsivo mio).
Così sappiamo anche che lo scopo della sua «amputazione selettiva» è quello di «screditare la figura dell’enunciatore»: Maurice Bardèche.

A pagina 185 la Pisanty presenta due citazioni di miei testi senza indicazione della pagina e a p. 234 una citazione di Faurisson precisando che si tratta di «un brano, tratto da Faurisson»!
Nella discussione su Höss, ella finge di conoscere il testo tedesco e di citarlo a beneficio del lettore secondo la traduzione italiana:
«Le nostre informazioni sulla storia personale di Höss ci giungono per lo più dalla sua autobiografia (Kommandant in Auschwitz, d’ora in poi KiA) redatta nella prigione di Cracovia tra il gennaio e il febbraio 1947 mentre Höss attendeva la sua esecuzione» (p. 132).
Per questo – e per la sua profonda ignoranza dell’aspetto tecnico della questione, citando il passo relativo al “processo di sterminio” ad Auschwitz, neppure si accorge degli svarioni della traduttrice italiana. Il testo tedesco dice:
«Die Tür wurde nun schnell zugeschraubt und das Gas sofort durch die bereitsstehenden Desinfektoren in die Einwurfluken durch die Decke der Gaskammer in einen Luftschacht bis zum Boden geworfen» (31), cioè:
«Allora la porta veniva rapidamente serrata a vite (32) e il gas veniva gettato immediatamente dai disinfettori negli abbaini di versamento attraverso il soffitto della camera a gas in un pozzo di ventilazione (33) fino al pavimento».
Nella traduzione italiana (34) citata da V. Pisanty il passo viene reso così:
«Quindi si chiudevano rapidamente le porte e il gas veniva immediatamente fatto uscire dagli appositi serbatoi e immesso, attraverso fori praticati nel soffitto, in un pozzo d’aerazione che li faceva arrivare fino al pavimento» (p. 140).
Dunque la sprovveduta traduttrice (35) scambia i Desinfektoren («disinfettori»), cioè il personale del Desinfektionskommando (squadra di disinfestazione) diretto dall’ SS–Oberscharführer Joseph Klehr, un servizio dei Sanitätsdienstgrade (personale sanitario ausiliario) addetto all’impiego dello Zyklon B a scopo di disinfestazione, con dei «serbatoi» e la Pisanty non se ne accorge neppure!

Chiudo questa rapida carrellata con la citazione fantasma di Rassinier che la Pisanty riporta a p. 62:
«“Questo Kurt Gerstein non ha decisamente il compasso nell’occhio, e per un ingegnere non è molto lusinghiero” (Rassinier, 1964: 63)».
Qui il riferimento sembra completo: ma a quale opera si riferisce? Nella bibliografia la Pisanty menziona solo due opere di Rassinier, ma nessuna delle due è del 1964:
«Rassinier, Paul.
1950 Le mensonge d’Ulysse. Éditions Bressanes (tr. It. 1966, La Menzogna di Ulisse, Milano, Le Rune)
1967 Les responsables de la seconde guerre mondiale. Paris, Nouvelles Éditions Latines» (p. 286).
L’unica opera di Rassinier apparsa nel 1964 è Le Drame des Juifs européens, che però la Pisanty non menziona. Come si spiega questo piccolo mistero? In modo molto semplice: la Pisanty ha copiato Brayard. All’inizio di p. 101 l’Autrice riporta infatti una citazione del suddetto libro del 1964 traendola da p. 336 del libro di Brayard più volte menzionato, ma sbagliando perfino il numero di pagina: «Rassinier, 1964: 225» (p. 268). In realtà Brayard cita da p. 62 de Le Drame des Juifs européens.

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6.
I documenti

Le osservazioni precedenti mettono già in chiaro che l’onestà intellettuale della dottoressa Pisanty non è poi così cristallina come vorrebbe far credere al lettore. Ma c’è di peggio. L’Autrice non fornisce i riferimenti esatti neppure dei documenti che cita. La cosa non stupisce, perché essa li trae quasi sempre dai testi revisionistici, e dover ammettere ciò, per una olo–ricercatrice universitaria, sarebbe troppo imbarazzante.

Ella dedica parecchie pagine all’analisi del diario del dottor Kremer (pp. 68–84) e presenta perfino il testo tedesco di alcuni brani di esso (pp. 266–267), ma senza mai indicare la fonte del documento. L’unico indizio si trova nella bibliografia: «Kremer, Johann Paul, 1971 Hefte von Auschwitz, Oswiecim, Staatliches Auschwitz–Muzeum» (p. 282). Ma la Pisanty conosce questo testo solo tramite le citazioni di Faurisson (36).

Il testo del rapporto Gerstein del 26 aprile 1945 che la Pisanty offre alle pp. 253–262 è tratto senza indicazione dalla tesi di laurea di Henri Roques (37).

La citazione del documento in olandese Tötungsanstalten in Polen è una mia traduzione che la Pisanty ha tratto senza riferimento da uno dei miei libri (38). Segnalerò successivamente altri casi di questa disinvolta metodologia dell’Autrice (39).

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CAPITOLO II

LE FONTI DI VALENTINA PISANTY: ANATOMIA DI UN PLAGIO

1.
Il plagio storico-critico e argomentativo

Nel libro della Pisanty l’appropriazione indebita (senza riferimento alla fonte) di fonti o documenti di altre opere non è un fenomeno sporadico, ma una vera e propria metodologia. Non è esagerato dire che il suo intero libro è, in massima parte, il risultato di un inverecondo saccheggio di testi altrui, revisionistici e non revisionistici, dalle chiavi interpretative alle argomentazioni, dalle obiezioni agli inquadramenti storici, fino alle osservazioni e alle spiegazioni più minute.
Passiamo dunque all’esame di questo aspetto poco edificante del libro della Pisanty.
Per dimostrare le presunte strategie ingannatrici dei revisionisti, l’Autrice seleziona quattro temi fondamentali: il diario di Anna Frank, il diario del dott. Kremer, il rapporto Gerstein e le “memorie” di Höss. Alla discussione di questi temi ella dedica quasi la metà del libro; il resto è costituito da una tediosa congerie di disquisizioni metodologiche e di sottigliezze semiotiche.
Vediamo anzitutto da quali testi sia tratta la struttura argomentativa storico-critica del libro.


a) I negazionisti americani e inglesi

L’intero paragrafo (pp. 12-14) è un collage di elementi tratti da Denying the Holocaust della Lipstadt senza alcun riferimento alla fonte. Elenco nell’ordine i saccheggi della Pisanty:
- F. P. Yockey dalle pp. 146-147, inclusa la citazione che comincia con le parole «l’Ebreo è spiritualmente logorato...», la quale è tratta da p. 147 («The Jew is spiritually worn out...»).
- H. R. Barnes dalle pp. 67-76, in particolare:
The Struggle against Historical Blackout da p. 69;
Blasting the Historical Blackout da p. 73;
Revisionism: A Key to Peace da p. 76;
The Myth of the Six Million da p. 105.
Segue un’informazione falsa tratta da Vidal-Naquet che la Pisanty cita a senso («...l’opera di Thies Christophersen, citata invariabilmente da tutti i negazionisti..»: p. 13) (40), indi riprende il saccheggio del libro della Lipstadt:
- D. Hoggan dalle pp. 71-73;
- W. Carto da p. 146, inclusa la citazione relativa agli Ebrei come «Nemico Pubblico n.1» («The Jews were “Public Enemy No.1”»: p. 147).
- Il plagio continua con le otto asserzioni di A. App che espongo nel paragrafo seguente;
- R. Harwood da p. 105 e seguenti.
Il paragrafo L’Institute for Historical Review (pp. 17-19) è tratto dall’omonimo capitolo della Lipstadt (pp. 137-156), ma la storia di M. Mermelstein, di cui mi occuperò subito, è presa da Vidal Naquet.
Il paragrafo La propaganda nelle università (pp. 19-20) è tratto dal capitolo 10 del libro della Lipstadt (pp. 183-208).
Il paragrafo I processi canadesi (pp. 20-21) è ripreso dal capitolo 9 del medesimo libro (pp. 157-182), dove, tra l’altro, la Pisanty si appropria (p. 20) anche della citazione iniziale di «The Hitler We Loved and Why» (Lipstadt, p. 157).


b) La storia di Mel Mermelstein

Al riguardo la Pisanty riferisce quanto segue:
«Nel 1981 l’Institute of Historical Review annuncia che pagherà una ricompensa di 50.000 dollari a chiunque possa dimostrare inequivocabilmente l’esistenza delle camere a gas. Naturalmente si tratta di una mossa pubblicitaria, basata sull’assunto che, se le uniche testimonianze irrefutabili sono quelle dirette, è improbabile che chi abbia avuto l’esperienza diretta della camera a gas possa essere vivo per raccontarla. La commissione è composta da Faurisson, Butz, Felderer, ecc. Mel Mermelstein, ex detenuto di Auschwitz la cui famiglia è stata massacrata dai nazisti, manda un plico di documenti che l’ IHR rifiuta come non validi. Mermelstein fa ricorso legale, e nel 1985 la Corte Suprema di Los Angeles ordina all’Istituto di pagare 90.000 dollari a Mermelstein” (pp. 262-264, corsivo mio).
La storia è tratta da Vidal-Naquet (41), con un altro prestito dalla Lipstadt per quanto riguarda la cifra (42).
L’onestà della Pisanty è pari a quella del suo Maestro. Vediamo come si sono svolti i fatti. Dopo il ricorso alla magistratura di Mermelstein, che aveva inviato all’Institut una semplice dichiarazione, il giudice T. Johnson della Corte Superiore della California prese judicial notice dello sterminio ebraico ad Auschwitz, cioè lo assunse come un dato di fatto dimostrato, ponendo Mermelstein nella condizione di aver ragione a priori in un eventuale processo. Per evitare ciò, l’Institut scelse la via del patteggiamento, e il 22 luglio 1985, di fronte al giudice della Corte Superiore R.L. Wenke, i due contendenti concordarono un risarcimento di 90.000 dollari (Mermelstein ne aveva chiesti 500.000). Nell’agosto 1986 Mermelstein tornò all’attacco pretendendo di essere stato diffamato dall’Institut. Nel 1991 egli riuscì ad ottenere una seconda judicial notice delle gasazioni omicide ad Auschwitz, ma perdette comunque il processo successivo e anche il suo ricorso alla Corte di Appello (28 ottobre) fu respinto (43).
La «Dichiarazione di Melvin Mermelstein» in virtù della quale il testimone pretendeva di “dimostrare” la realtà delle gasazioni omicde ad Auschwitz, si articola in 21 punti, di cui solo due forniscono la fatidica “prova”:
«10. Osservai il crematorio con i suoi quattro alti camini che vomitavano fumo e fiamme.
11. Il 22 maggio 1944 osservai gli edifici usati come camere a gas e vidi una colonna di donne e bambini che furono spinti nel tunnel che portava alle camere a gas, che, come accertai successivamente, era la camera a gas numero 5» (44).
Ma nessun crematorio di Birkenau aveva quattro camini: i crematori II e III ne avevano uno ciascuno, i crematori IV e V due ciascuno. Inoltre l’uscita di fiamme dai camini dei crematori era tecnicamente impossibile (45). La presunta «camera a gas numero 5» era il crematorio V, che però non aveva alcun «tunnel», essendo completamente al livello del suono.
Dunque un volgare falso testimone “risarcito” a peso d’oro!

c) Robert Faurisson critico “letterario”

A mo’ di introduzione generale ai temi storici da lei trattati, la Pisanty premette un’indagine su «Faurisson critico letterario». A questo tema, che riguarda esclusivamente la critica letteraria, l’Autrice dedica oltre dieci pagine (pp. 33-44). Non starò a tediare il lettore con le profonde disquisizioni della nostra dottoressa sull’ interpretazione di «Voyelles» da parte di Faurisson o sul suo «fondamentalismo» o «ermetismo». Mi limito soltanto a segnalare che qui la Pisanty si è appropriata in modo inverecondo dell’analisi e delle tesi di Brayard (46), che ella, tralasciando la bibliografia, cita una sola volta, così:
«Per una bibliografia dettagliata di Rassinier, v. Brayard, 1996»! (p. 263)

d) Il diario di Anna Frank

L’inquadramento storico presentato dalla Pisanty è tratto essenzialmente, come al solito senza riferimento alla fonte, dal libro di Deborah Lipstadt (47) (che, in questo contesto, l’ Autrice cita marginalmente ed esclusivamente riguardo a Ditlieb Felderer, cui del resto dedica dieci righe) e dal libro sul quale la Lipstadt basa le sue affermazioni (citandolo correttamente): «Attacks on the Authenticity of the Diary», Diary of Anne Frank di D. Barnouw. Il plagio è particolarmente evidente nel paragrafo «Gli attacchi all’autenticità dei diari di Anne Frank», che si apre con queste parole:
«Il primo a mettere in dubbio l’autenticità dei diari è il danese Harald Nielsen che, in un articolo pubblicato in Svezia nel 1957 (nel giornale Fria Ord), sostiene che il vero autore del testo sia Levin. Come prova a sostegno della sua tesi Nielsen afferma che Anne e Peter non sono tipici nomi ebraici» (p. 53).
La Lipstadt, attingendo da D. Barnouw, scrive:
«Il primo attacco documentato apparve in Svezia nel 1957. Un critico letterario danese sosteneva che il diario era stato in realtà redatto da Levin, cirando come “prova” il fatto che i nomi come Peter e Anne non erano nomi ebraici» (48).

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Il diario del dottor Kremer

Gli argomenti che la Pisanty oppone a Faurisson e a Jean-Gabriel Cohn-Bendit sono in massima parte un plagio di Pierre Vidal-Naquet, anche qui senza riferimento alla fonte, tranne che a p. 76, dove però ella non indica le pagine che cita. Adduco alcuni esempi di tali appropriazioni cominciando da una di cui è vittima Faurisson stesso:
A p. 69 l’Autrice scrive che «Kremer presenzia a un totale di quindici azioni speciali», precisando in nota quanto segue:
«Kremer partecipa a quindici azioni speciali: non undici come dice Vidal-Naquet, e nemmeno quattordici, come hanno erroneamente sostenuto Wellers e Cohn-Bendit» (p. 266).
Questa “scoperta” è tratta da un passo della Mémoire en defense di Faurisson, che del resto la Pisanty cita a p. 72:
«Il dottor Kremer dovette ugualmente partecipare a quindici riprese ad azioni speciali».
Passiamo ad altre scorrerie dell’Autrice negli argomenti di Vidal-Naquet.

Pisanty: «L’interpretazione ufficiale di questi testi consiste nell’attribuire all’espressione cifrata “azione speciale” il significato di gassazione di prigionieri sfiniti (che nel gergo del lager venivano chiamati “musulmani”) e dei nuovi arrivi, selezionati per le camere a gas» (pp. 69-70).

Vidal-Naquet: «L’interpretazione solita di questi testi sta nel dire che una “azione speciale” corrisponde precisamente alla selezione, selezione per quelli che arrivavano dall’esterno, selezione anche per i detenuti stremati» (49).

Pisanty: «Nel suo diario, Kremer talvolta racconta di avere assistito a una fucilazione; tuttavia, simili esperienze non sembrano intaccare minimamente la sua placidità, e infatti vengono menzionate distrattamente, alla stregua di episodi scarsamente rilevanti. Evidentemente sotto l’espressione in codice di azione speciale si nascondeva qualcosa di ben più ignominioso di una semplice fucilazione» (p. 70).

Vidal-Naquet: «Stessa calma il 13 e 17 ottobre, sebbene allora le esecuzioni siano state molto più numerose [...]. Il tono non cambia che in una sola serie di circostanze, per assumere allora (non sempre) un accento emotivo notevole. Si tratta di quel che il testo chiama azioni speciali, Sonderaktionen» (50).

Pisanty: «Nel contesto di Auschwitz [...] è abbastanza normale che il medico impiegasse l’espressione correntemente usata nel lager per designare le gassazioni» (p. 75).

Vidal-Naquet: «A Auschwitz, Kremer si esprime in un linguaggio semi-cifrato, quello che dominava nel campo in seno all’amministrazione SS» (51).

Pisanty: «Nel farlo, egli [Faurisson] incorre inoltre in alcuni errori o distorsioni palesi: ad esempio, affermando che lo stesso Kremer si sia ammalato di tifo, egli sorvola sul fatto che la “malattia di Auschwitz”, che Kremer dichiara di avere contratto il 3.9.1942 e il 14.9.1942, non è affatto il tifo (nelle sue due forme - esantematica e addominale - contro le quali Kremer viene vaccinato), bensì una banalissima dissenteria» (p. 76).

Vidal-Naquet: «Infine, argomento che ricordo per mostrare come Faurisson legge i testi, è falso che Kremer abbia avuto il tifo (52) e che quella che chiama la malattia di Auschwitz sia il tifo. Le indicazioni date nel Diario il 3 settembre, il 4 settembre e il 14 settembre mostrano con perfetta chiarezza che la malattia di Auschwitz è una diarrea con febbre moderata (38,7 il 14 settembre). Kremer è stato, di fatto, vaccinato contro due forme di tifo: esantematico e addominale» (53).

Pisanty: «Sebbene si proclami “sterminazionista”, Jean-Gabriel Cohn-Bendit nega l’esistenza delle camere a gas e dunque può essere agevolmente inserito nel novero degli autori negazionisti» (p. 83).

Vidal-Naquet: «Per esempio il candido Jean-Gabriel Cohn-Bendit che si proclama, contrariamente ai suoi amici, “sterminazionista”, ma non crede all’esistenza delle camere a gas» (54).
Pisanty: «Ciò significherebbe che non sono le persone (musulmani o 1600 persone) a essere messe in relazione diretta, bensì sono i luoghi di provenienza, segnalati dalla presenza di “aus”, a entrare in rapporto con le Sonderaktionen» (p. 82).

Vidal-Naquet: «Per J.-C. Cohn-Bendit, la parola essenziale è aus, “da” ...» (55).

Pisanty: «In particolare, rimangono irrimediabilmente aperti alcuni quesiti: perché un convoglio dovrebbe essere definito azione o operazione? Perché un dottore dovrebbe assistere a un convoglio? Perché l’azione speciale dovrebbe riguardare anche donne provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit sostiene che tali donne vengano indirizzate verso altri campi. Ma allora, perché trasferire delle “musulmane”, visto che stanno per morire di inedia?» (p. 83).

Vidal-Naquet: «Ma allora, perché bisogna essere presenti (zugegen) a un convoglio? Perché un convoglio è un’azione? E perché un’ “azione speciale” si eserciterebbe anche su donne provenienti dal campo stesso? Cohn-Bendit supera quest’ultima difficoltà immaginando che le donne vengano trasferite a un altro campo. Ma per quale ragione trasferire a un altro lager donne giunte alla cachessia - questo il senso della parola “musulmani” usata da Kremer - quando la logica dell’uccisione finale è, essa, coerente?» (56).

f) Il rapporto Gerstein

In questo capitolo la Pisanty plagia sfrontatamente non solo le mie indicazioni storiografiche relative alla storia processuale dei documenti, ma addirittura le critiche da me rivolte agli altri autori revisionisti nell’omonimo libro (57), appropriandosi di esse senza il minimo riferimento alla fonte e spacciandole per proprie.
Nel paragrafo 2.5.2., «Il documento Gerstein dopo la morte dell’autore», ella riprende ciò che ho scritto nei paragrafi «Il documento PS-1553 al processo di Norimberga» (58) e «Il documento PS-1553 nei processi successivi» (59). In particolare, l’Autrice scrive:
«La versione T II [il PS-1553] del rapporto Gerstein venne scoperta negli archivi della delegazione americana durante il primo grande processo di Norimberga e presentata alla corte il 30.1.1946 dal procuratore generale aggiunto della Repubblica francese, Charles Dubost. Quella mattina, il documento venne rifiutato dal presidente del tribunale in quanto mancava un certificato che ne stabilisse l’origine: dunque, si trattava di un vizio di forma. Difatti, il pomeriggio stesso il procuratore generale britannico produsse l’affidavit per l’identificazione dell’originale e il documento fu accettato come autentico, con le scuse del presidente.
Inutile dire che alcuni negazionisti hanno invocato questo piccolo incidente giuridico quale prova definitiva della presunta inautenticità del documento in questione» (p. 98).
Ciò è giustissimo, ma la Pisanty dimentica di aggiungere di aver tratto l’intera questione dal mio libro summenzionato, dove ho narrato la storia di questo piccolo equivoco legale:
«Il 30 gennaio 1946, il procuratore generale aggiunto della Repubblica francese, Charles Dubost, presentò al Tribunale di Norimberga il documento PS-1553 come RF-350. Esso era stato trovato da un collaboratore di Dubost tra i documenti sequestrati dagli Americani. In tale occasione, il documento PS-1553 RF-350 fu al centro di una controversia di carattere puramente formale tra il Presidente del Tribunale e Dubost. Questa controversia, che verteva sull’ammissibilità del documento, ha fatto nascere la tesi, largamente diffusa nella letteratura revisionista, che esso sia stato respinto dal Tribunale come falso o apocrifo ... [segue la citazione del verbale dell’udienza del mattino].
Nell’udienza pomeridiana, Sir David Maxwell-Fyfe, procuratore generale aggiunto britannico, fornisce la dichiarazione giurata richiesta dal Presidente chiudendo la controversia...[
segue la relativa citazione del verbale dell’udienza].
Il documento PS-1553 RF-350 è stato dunque ammesso dal Tribunale, che ne ha preso atto» (60).

Ben più grave è il plagio delle mie critiche dirette a vari autori revisionisti che si erano occupati del rapporto Gerstein prima di me, come risulta dal seguente confronto di testi.

g) Rassinier
«Il primo negazionista a occuparsi del rapporto Gerstein è Paul Rassinier [...].
Rassinier indugia sul mistero che circonda le circostanze della stesura del rapporto e della morte di Gerstein ma, nel farlo, avvolge di segretezza alcuni elementi che in realtà sono perfettamente limpidi. [...].
La seconda argomentazione impiegata da Rassinier riguarda prevedibilmente il rifiuto del Tribunale di Norimberga di includere il rapporto Gerstein tra le testimonianze formalmente valide, la mattina del 30.1.1946. Come abbiamo visto, l’incidente fu risolto poche ore dopo senza molto clamore. Ciò nonostante, secondo Rassinier, “il documento Gerstein era un falso storico così falso che lo stesso Tribunale di Norimberga l’aveva escluso come non probante, il 30 gennaio 1946”» (pp. 99-100).
(Seguono altre argomentazioni tratte - parimenti senza riferimento alla fonte - dal libro di Brayard) (61).
Nel mio libro sul rapporto Gerstein ho riconosciuto il valore di alcune delle critiche mosse a Rassinier da Georges Wellers e ne ho aggiunte altre mie, tra l’altro, al riguardo ho rilevato:
«In secondo luogo, obietta Wellers, Rassinier si è limitato a fare varie supposizioni sul mistero della fine di Kurt Gerstein invece di ricercare quei documenti che lo hanno almeno in parte chiarito, come ha fatto Poliakov rivolgendosi alla Giustizia Militare francese.
Wellers ha ancora ragione a rimproverare a Rassinier di aver scritto che “il documento Gerstein era un falso storico, talmente falso che il Tribunale di Norimberga stesso l’aveva respinto come non probante, il 30 gennaio 1946”» (62).
La Pisanty ha ripreso persino la mia osservazione finale adattandola opportunamente alla sua tesi. Io ho scritto:
«La letteratura revisionista successiva non ha fatto registrare progressi sostanziali nella critica del rapporto Gerstein, limitandosi a riprendere in varia misura le critiche di Rassinier».
La nostra dottoressa ha chiosato:
«Nonostante la fragilità di questa ipotesi, la lettura di Rassinier rimane per anni il riferimento principale di tutti i negazionisti che intendano smantellare la credibilità del rapporto Gerstein» (p. 102).
h) Butz
«Arthur Butz (1976) riporta la versione T II del rapporto in appendice al suo libro e commenta: “Risulta difficile credere che chicchessia intendesse che questo “rapporto” venisse preso sul serio. Alcuni punti specifici vengono esaminati qui ma, nel complesso, lascio che sia in lettore a meravigliarsene”. Le obiezioni avanzate [...] sono le seguenti [...];
• il grado esatto del professor Pfannenstiel, che in un punto del rapporto è identificato come Obersturmbannführer, mentre altrove è definito Sturmführer, dimostrerebbe che l’autore del testo non può essere un membro delle SS. In realtà Pfannenstiel non viene mai chiamato Sturmführer nel testo di Gerstein, ma semmai Sturmbannführer, e comunque non si vede come un errore commesso da Gerstein a proposito dell’esatto grado di una persona che ha conosciuto superficialmente per pochi giorni, tre anni prima di redigere il suo rapporto, possa influire sulla credibilità complessiva del rapporto stesso;
• l’affermazione secondo la quale i detenuti dovevano marciare nudi in inverno sarebbe in evidente contrasto con il fatto che la visita di Gerstein a Belzec abbia avuto luogo in agosto. Qui Butz è fuorviato da un errore di omissione nella traduzione inglese di T II (naturalmente egli si guarda bene dal controllare il testo originale): “On me dit; aussi en hiver nus!” (“Mi si dice; nudi anche in inverno”) è reso in inglese come “Somebody says me: Naked in winter!” (pp. 102-103, corsivo mio).
Riguardo a Butz io ho rilevato:
«Arthur Butz pubblica la traduzione integrale del rapporto del 26 aprile (PS-1553) effettuata dalla delegazione americana a Norimberga. Egli riprende alcune critiche di Rassinier e rileva inoltre la contraddizione interna che “consiste nel riferire avvenimenti che ebbero luogo in agosto come se avessero avuto luogo d’inverno”. Tuttavia nel PS-1553 si legge: “On me dit: (63) aussi en hiver nus!” (“Mi si dice: anche d’inverno nudi!”) (64). La contraddizione segnalata da Butz deriva da un errore di traduzione della delegazione americana: “Somebody says me: ‘Naked in winter!’” (“Qualcuno mi dice: ‘Nudi d’inverno’!”). Lo stesso errore si trova nell’estratto del rapporto pubblicato nei “Trials of War Criminals”.
L’attribuzione del grado di SS-Sturmführer al prof. Pfannenstiel è invece un errore di Butz: sia il testo francese sia la traduzione americana del PS-1553 presentano in questo passo il grado di SS-Sturmbannführer, che è comunque in contraddizione, come abbiamo rilevato, con la successiva attribuzione del grado di “obersturmbannfuehrer” [sic]» (65).
Al plagio del mio testo la Pisanty aggiunge una falsificazione delle conclusioni di Butz, il quale non ha dedotto dal presunto errore di grado summenzionato «che l’autore del testo non può essere un membro delle SS», ma che Gerstein non avrebbe potuto commettere un simile errore se avesse redatto spontaneamente il suo rapporto:
«È poco probabile che Gerstein avrebbe fatto un tale errore se avesse redatto questa “dichiarazione” volontariamente» (66).
Il fatto che questa conclusione sia a sua volta falsa nulla toglie alla falsificazione della Pisanty.

i) Stäglich
«Le obiezioni di Wilhelm Stäglich (1979) - negazionista tedesco con un passato di collaborazione con il nazismo - sono dello stesso tenore scientifico. La sua grande innovazione rispetto ai negazionisti precedenti consiste nell’osservare che, nel rapporto Gerstein, il lager di Auschwitz-Birkenau è assente dall’elenco dei campi di sterminio esistenti nel 1942 [...]» (p. 103).
Anche questa osservazione è tratta dal mio libro:
«Wilhelm Stäglich fa un breve riferimento al rapporto Gerstein seguendo Rassinier e Butz. Data la natura del suo libro, egli si interessa in particolare al campo di Auschwitz, che non compare nel testo del documento pubblicato da Poliakov nel 1951 solo perché si tratta di una versione parziale» (67).
k) The Myth of the Six Million
«Altri esempi lampanti di mislettura del rapporto Gerstein ci giungono da The Myth of the Six Million (1969), in cui l’autore sostiene che Gerstein affermò che erano stati gassati non meno di 40 milioni di prigionieri nei lager nazisti. L’errore in questo caso è duplice: prima di tutto, Gerstein non parla di detenuti gassati ma del numero complessivo delle vittime del sistema concentrazionario; inoltre, la cifra che egli fornisce è di 20 (o 25, a seconda delle versioni) milioni» (p. 106).
Qui, stranamente, la Pisanty si accontenta di una sola delle critiche che ho mosso allo scritto in questione:
«L’anonimo autore del libro The Myth of the Six Million scrive che “Gerstein affermò di sapere che erano stati gasati non meno di quaranta milioni di prigionieri nei campi di concentramento”. Tuttavia questa dichiarazione, priva peraltro di riferimento alla fonte, non compare in nessuno dei documenti in nostro possesso ed è quasi certamente falsa» (68).
È inoltre falso che «Gerstein non parla di detenuti gassati ma del numero complessivo delle vittime del sistema concentrazionario» (69) .

l) Harwood
«Nel suo pamphlet del 1974, l’inglese Richard Harwood riprende gli errori di Hoggan (70) (40 milioni) e di Butz (inverno/agosto), e ve ne aggiunge uno di propria fattura. L’obiettivo di Harwood è di delegittimare il testimone Gerstein facendolo passare per psicolabile: “La sorella di Gerstein era congenitamente malata di mente e morì di eutanasia: questo potrebbe ben suggerire che anche in Gerstein scorresse una vena di instabilità mentale” (Harwood, 1974:7). Qui Harwood confonde i gradi di parentela: Bertha Ebeling non era la sorella, bensì la cognata di Gerstein, e difficilmente si può sostenere che vi sia un legame genetico-ereditario tra parenti acquisiti» (p. 106).
Anche qui la Pisanty ripete quasi alla lettera la mia critica del 1985:
«Richard Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate e vi aggiunge la falsa contraddizione segnalata da A. Butz e l’osservazione relativa all’ammissione di Gerstein “che nella sua famiglia corre una vena di pazzia”. È certamente vero che Gerstein, parlando dell’uccisione dei malati di mente a Grafenek, Hadamar, ecc. asserisce di aver avuto un caso simile nella sua famiglia (PS-1553, p. 4), ma nel T-1310 (VfZ, p. 187) egli chiarisce che si tratta di una cognata, che Harwood trasforma incomprensibilmente in sorella» (71).
La Pisanty mi plagia persino in nota:
«Alcuni negazionisti statunitensi (Hoggan) e inglesi (Harwood) hanno erroneamente sostenuto che lo studio di Rothfels sia giunto alla conclusione che il rapporto non è autentico» (p. 268, nota 61).
L’informazione è tratta da un mio passo relativo all’autore di The Myth of the Six Million (Hoggan):
«L’autore continua: “È interessante notare che Hans Rothfels in Augenzeugenbericht zu den Massenvergasungen (Rapporto di un testimone oculare sulle gasazioni in massa), in Vierteljahreshefte für Zeitgeschichte, aprile 1953, si preoccupò di dichiarare che il vescovo evangelico di Berlino Wilhelm Dibelius denunciò i memorandum di Gerstein come inattendibili (untrustworthy)”. In realtà Rothfels dice esattamente il contrario: Dibelius ha confermato di essere convinto dell’ “attendibilità” (Zuverlässigkeit) politica e umana di Gerstein. [...]. Harwood riprende tutte queste obiezioni e critiche infondate...» (72) .
La Pisanty giunge fino ad usare contro di me una informazione plagiata da un mio testo!
«“L’autenticità formale dei rapporti attribuiti a Kurt Gerstein non è mai stata irrefutabilmente dimostrata sulla base di una perizia calligrafica, tuttavia, alla luce della documentazione esistente, non c’è a nostro avviso motivo di dubitarne” (Mattogno, 1985:33). Mattogno sorvola sul fatto che la moglie di Gerstein ha riconosciuto nelle note manoscritte e nella firma la calligrafia di suo marito» (p. 269, corsivo mio).
Qui la nostra dottoressa aggiunge al plagio la malafede, perché non solo non ho “sorvolato” su tale fatto, ma ella l’ha appreso proprio da me!
«La vedova di Kurt Gerstein ha inoltre riconosciuto in una dichiarazione giurata la calligrafia del marito nei documenti PS-1553 e T-1310» (73).
Questo è proprio uno degli elementi per i quali non dubitavo dell’autenticità dei documenti in questione!
Concludo segnalando un plagio di argomento diverso. Discutendo gli elementi testuali di una mia critica a Filip Müller, la Pisanty scrive che uno di questi è «il discorso del “dajan”» (p. 184). In nota l’Autrice spiega: “Dajjân in ebraico significa giudice...”. Ciò suscita l’impressione che io abbia citato una parola ebraica - per di più traslitterata male - senza conoscerne il significato. In realtà la Pisanty si è semplicemente appropriata della mia spiegazione:
«La parola ebraica “dajjân” significa “giudice” (specialmente di tribunale rabbinico) (M.E. Artom, Vocabolario ebraico-italiano, Roma 1965, voce indicata)» (74).
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2.
Il plagio metodologico e interpretativo

La metodologia che la Pisanty attribuisce ai revisionisti è tratta essenzialmente da Vidal-Naquet e dalla Lipstadt. Ciò che l’Autrice vi ha aggiunto di suo, sono soltanto delle osservazioni semiotiche decisamente insulse o cavillose (vedi in particolare le pp. 214-239). La sua acuta disquisizione giunge fino ad analizzare minuzie come il tendenzioso uso revisionistico delle virgolette (p. 236), che qualche pagina dopo adotta ella stessa parlando dei «negazionisti “ricercatori” » (p. 239). Dei sofismi metodologici della Pisanty mi occuperò nel capitolo VI. Ora voglio solo mostrare che anche riguardo alla critica delle metodologie e delle finalità dei revisionisti la Pisanty ha saccheggiato a piene mani i suoi maestri. Ecco un piccolo florilegio delle prede.
Cominciamo dai presunti otto “assiomi” della metodologia revisionistica. Questi
«otto assiomi (formulati nel 1973) che tuttora fungono da princìpi-guida di quell’ Institute for Historical Review che oggi coordina le attività di tutti i principali negazionisti» (p. 13),
di cui sarebbe autore Austin J. App e che la Pisanty riporta a p. 14 sono tratti di sana pianta dal “classico” della Lipstadt (75), la quale riassume il paragrafo di A.J. App intitolato «Eight Incontrovertible Assertions On The Six Million Swindle» (76) presentando correttamente le sue asserzioni come «assertions» (77); meno scrupolosa della maestra, l’allieva le trasforma invece in «assiomi». Gli otto argomenti rispecchiano le conoscenze storiche di allora e vincolano soltanto il loro autore.
Da Vidal-Naquet invece la Pisanty copia i sei “princìpi” dei revisionisti, ma apportando un suo personale contributo: pone le lettere al posto dei numeri ed elimina il punto 5. Trattandosi di un saccheggio molto esteso, riporto solo le righe iniziali.

Pisanty: «(a) Non vi è stato alcun genocidio programmato e le camere a gas non sono mai esistite ...» (p. 24).

Vidal-Naquet: «1. Non c’è stato genocidio, e lo strumento che lo simboleggia, la camera a gas, non è mai esistito» (78) .

Pisanty: «(b) La “soluzione finale” di cui parlano molti documenti nazisti non era che l’espulsione degli ebrei verso l’est...» (p. 24).

Vidal-Naquet: «2. La “soluzione finale” non è mai stato altro che l’espulsione degli ebrei verso l’est europeo...» (79).

Pisanty: «(c) Il numero di ebrei uccisi dai nazisti è di gran lunga inferiore a quello dichiarato» (p. 24).

Vidal-Naquet: «3. La cifra delle vittime ebraiche del nazismo è molto inferiore a quella che si è detta» (80) .

Pisanty: «La Germania hitleriana non è la maggiore responsabile per lo scoppio del conflitto» (p. 25).

Vidal-Naquet: «4. La Germania hitleriana non ha la maggiore responsabilità della seconda guerra mondiale...» (81).

Pisanty: «Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, principalmente ebraica e particolarmente sionista» (p. 25).

Vidal-Naquet: «6. Il genocidio è un’invenzione della propaganda alleata, specialmente ebraica, e in particolare sionista...» (82).

Con sottile finezza semiotica, nel punto (d) la Pisanty interpola un altro passo che Vidal-Naquet, meno fine di lei, ha collocato altrove:

Pisanty: «In genere, i negazionisti si riferiscono a una presunta dichiarazione di guerra rivolta alla Germania nel 1939 dal portavoce dell’organizzazione sionista, Chaim Weizmann, a nome della popolazione ebraica mondiale» (p. 25).

Vidal-Naquet: «Inventare di sana pianta una immaginaria dichiarazione di guerra da parte di un immaginario presidente del Congresso mondiale ebraico...» (83).

Oltre ai «princìpi» generali, la Pisanty plagia anche “metodi” singoli. Qualche esempio.
- Sull’ estorsione delle testimonianze SS:

Pisanty, parlando delle testimonianze rese dalle SS (Broad, Höss) nel dopoguerra: «Naturalmente i negazionisti ritengono che queste ultime testimonianze siano state estorte durante la prigionia dei loro autori...» (p. 68).

Vidal-Naquet: «Ogni testimonianza nazista posteriore alla fine della guerra [...] è considerata come ottenuta sotto tortura o intimidazione» (84).

- Sull’ assunzione aprioristica dell’inattendibilità delle testimonianze:

Pisanty, in riferimento alla «lettura che i negazionisti forniscono delle testimonianze dei sopravvissuti ai lager nazisti» rileva che «per loro tali testimonianze sono da scartare a priori...» (p. 129); in fondo alla pagina ella parla inoltre di «una testimonianza aprioristicamente bollata come inattendibile».

Vidal-Naquet attribuisce ai revisionisti il metodo di «respingere, per principio, tutte le testimonianze dirette per ammettere come decisive le testimonianze di coloro che, a quanto essi dicono, non hanno visto niente...» (85).

La Pisanty copia anche la seconda parte della frase di Vidal-Naquet, adattandola ad un contesto diverso come segue:
«A meno che questi [le testimonianze in quanto documenti storici: p. 92] non vadano incontro alla loro tesi, nel qual caso i criteri applicati per determinarne la validità si fanno molto meno severi» (p. 268, nota 58).

- contraffazione dei documenti:
Pisanty: «Infatti, Faurisson ritiene che tutto il materiale documentario risalente al dopoguerra sia il frutto di un’abile contraffazione storica» (p. 73).

Vidal-Naquet, con riferimento a Faurisson: «Ogni documento, in generale, che ci dà informazioni di prima mano sui metodi dei nazisti è un falso o è un documento truccato» (86).

Anche le finalità che la Pisanty attribuisce ai revisionisti sono copiate dai due maestri, in particolare, l’insinuazione che il revisionismo miri esclusivamente a riabilitare il regime nazista (p. 1, 241 e 247) rappresenta la tesi di fondo della Lipstadt.
Non c’è bisogno di dire che questi «princìpi» sono stati inventati da Vidal-Naquet e non trovano la minima applicazione nella storiografia revisionistica.

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CAPITOLO III

GLI ARGOMENTI E LE STRATEGIE ERMENEUTICHE DI VALENTINA PISANTY


1.
La «premessa indiscussa»

Una delle accuse più ricorrenti che la Pisanty muove ai revisionisti è quella di un presunto fondamentalismo che li indurrebbe a «scartare a priori» le testimonianze, a bollare «aprioristicamente» ogni testimonianza «come inattendibile» (p. 129). In pratica i revisionsti partirebbero dalla convinzione aprioristica dell’inesistenza delle camere a gas per dedurre poi sillogisticamente l’inattendibilità delle testimonianze ad esse relative.
In realtà questo principio dogmatico - mutatis mutandis - sta alla base proprio della forma mentis e del libro della Pisanty, che non esita a proclamarlo apertamente:
«Per questo motivo, l’esistenza del genocidio è la premessa indiscussa di ogni serio studio storico su questo argomento, e non la tesi da dimostrare. Si potrà discutere sul come, sul perché, sul dove, sul quando e perfino sul chi, ma non sul fatto in sé, poiché è proprio su questo fatto che tutte le testimonianze si dimostrano concordi» (p. 191).
Da questa «premessa indiscussa» scaturiscono due princìpi ermeneutici aberranti che infirmano radicalmente gli argomenti dell’Autrice: il primato della testimonianza sul documento (in senso stretto) e l’accettazione aprioristica dell’attendibilità della testimonianza. Il primo principio comporta gravi implicazioni metodologiche che vedremo nel capitolo VI. Il secondo porta inevitabilmente alla negazione del più elementare senso critico, alla fede cieca nella veridicità delle testimonianze (87) e, alla fine, al loro travisamento sistematico. Partendo dal presupposto dogmatico che tutte le testimonianze siano veridiche, la Pisanty si lambicca il cervello nel tentativo di spiegare razionalmente le assurdità e le contraddizioni di cui esse sono cosparse, minimizzandole (88), arrampicandosi sugli specchi per escogitare una spiegazione plausibile, appellandosi all’ ignoranza generale delle circostanze (che è in realtà soltanto sua), tacendole semplicemente, quando sono troppo assurde e troppo contraddittorie. Sulla base di questo principio l’Autrice si accinge a confutare le argomentazioni revisionistiche.

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2.
Il diario di Anna Frank

La Pisanty introduce la sua “confutazione” con la seguente osservazione:
«Forse perché per molti lettori il diario di Anne Frank rappresenta il primo contatto con la storia del genocidio, i negazionisti si sono sempre sforzati di dimostrarne l’inautenticità. Da un punto di vista puramente storico, nessuno ha mai pensato di considerare questo diario come un documento che provasse l’esistenza dei campi di sterminio o delle camere a gas, e ciò per il semplice motivo che, come è noto, Anne Frank redasse i suoi diari durante gli anni della sua reclusione nell’ alloggio segreto, in Prinsengracht 263, ad Amsterdam. Sorprende dunque la veemenza con la quale i negazionisti si sono accaniti contro questo resoconto della vita quotidiana e dei pensieri di una adolescente che dovette conoscere la realtà dei lager nazisti solamente dopo aver cessato di scrivere il suo diario» (p. 44, corsivo mio).
Condivido pienamente lo stupore dell’Autrice. Al riguardo, non posso che confermare ciò che ho già scritto altrove, cioè che
«non ho mai compreso la tenacia con cui certi revisionisti si sono occupati di questo scritto che non ha alcuna relazione con la questione delle camere a gas e che, sia esso autentico o no, nulla aggiunge e nulla toglie a tale questione» (89).
Ma il mio accordo con la Pisanty finisce qui, perché ella passa immediatamente ad una abusiva generalizzazione che vorrebbe, non alcuni, bensì i (tutti!) revisionisti sempre intenti a tramare contro l’autenticità di questo scritto. In realtà il problema dell’ autenticità del diario di Anna Frank è un falso problema di cui nessun ricercatore revisionista si occupa più da una quindicina d’anni. La generalizzazione della Pisanty ha una precisa funzione tattica che appare chiara qualche pagina dopo:
«La contestazione dell’autenticità del diario di Anne Frank gioca un ruolo di un certo rilievo nell’ambito delle strategie impiegate dai negazionisti per suscitare incertezze circa l’esistenza della Shoah. L’obiettivo è di insinuare dubbi attorno a quello che, per vari motivi, col passare del tempo è diventato un documento paradigmatico nella storia della persecuzione ebraica e, facendo ciò, di sperare che il lettore - disilluso e stizzito per essere stato ingannato per tutti questi anni - estenda il proprio scetticismo a ogni altro aspetto della storia ufficiale dello sterminio nazista. La logica è quella del “Falsus in Uno, Falsus in Omnibus” (titolo di un articolo diffuso nelle università americane dal negazionista californiano Bradley Smith (90)): se il paradigma ufficiale cede anche in un solo punto della sua formulazione, allora bisogna considerarlo complessivamente mendace» (p. 67).
Il valore di questa affermazione risulta chiaro proprio dal fatto che tale questione è caduta nel dimenticatoio revisionistico da parecchi anni.
Tuttavia la Pisanty si occupa del diario di Anna Frank non solo per inventare un falso obiettivo che si possa colpire facilmente, vale a dire una finta strategia revisionistica - e questo è il motivo fondamentale -, ma anche per poter sfoggiare le sue sottigliezze semantiche sul «Lettore modello nei diari» (pp. 45-48) o sulla «topologia diaristica» (p. 265). Si tratta pur sempre di una tesi di «dottorato»!

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3.
Il diario del dottor Kremer

Come ho già rilevato nel capitolo precedente, nella trattazione del diario del dott. Kremer, la Pisanty saccheggia gli argomenti di Vidal-Naquet. Non voglio ripetere ciò che ho risposto al maestro in un libro che la Pisanty ha preferito fingere che non esista (91). Qui mi limiterò a segnalare un paio di strafalcioni supplementari della nostra dottoressa e ad aggiungere un sintetico inquadramento storico.
L’Autrice dedica un intero paragrafo alla Sprachregelung (§ 2.4.3), che sarebbe «il codice cifrato impiegato dalla burocrazia nazista» (p. 71). La citazione del termine tedesco è truffaldina, perché lascia intendere che si tratti di un termine nazista; in realtà esso è stato creato dalla storiografia olocaustica tedesca (92). Che i nazisti usassero un linguaggio burocratico è cosa ovvia, ma che questo linguaggio fosse «cifrato» è tutto da dimostrare.
Disquisendo se le Sonderaktionen significassero soltanto le gasazioni omicide o anche le selezioni per le camere a gas (fermo restando il significato criminale), la Pisanty si appella a Pressac (93), il quale ammette però che il termine «non è tuttavia specificamente criminale potendosi applicare ad un’operazione che non lo era» (p. 72).
Nell’interpretazione del diario del dott. Kremer, la Pisanty adotta la medesima metodologia di Vidal-Naquet: entrambi presuppongono a priori la prassi, ad Auschwitz, di una politica di sterminio ebraico, entrambi pressuppongono a priori l’esistenza dei cosiddetti Bunker di gasazione, entrambi forniscono una spiegazione puramente linguistica - il maestro filologica (94), l’allieva semiotica, ma entrambe le spiegazioni non hanno alcuna connessione con la realtà storica di Auschwitz quale risulta dai documenti.
Poiché le Sonderaktionen menzionate nel diario significherebbero direttamente o indirettamente la gasazione delle vittime nei cosiddetti “Bunker”, questi rappresentano il presupposto immediato della validità dell’interpretazione omicida. Al riguardo ho già scritto che
«non esiste nessun documento tedesco sui Bunker 1 e 2, sebbene negli archivi di Mosca vi siano decine di migliaia di documenti su ogni costruzione del campo, dai crematori alle stalle» (95).
Qui voglio approfondire questo punto.
La Pisanty, riferendosi, senza menzionarlo, a Pressac, scrive:
«Il comandante polacco parla dei Bunker I e II che, come risulta dai documenti del campo, furono messi in funzione tra il maggio e il giugno 1942...» (p. 181, corsivo mio).
In realtà nessun documento tedesco menziona direttamente o indirettamente i “Bunker” (come dichiara Pressac), tantomeno la loro entrata in funzione (come chiosa la Pisanty). L’Autrice, confrontando «la tecnica interpretativa adottata da Mattogno con quella di un negazionista mancato come Pressac» (p. 167) oppone «la sostanziale onestà scientifica di Pressac» (p. 167) alla - secondo la logica del discorso - sostanziale disonestà pseudoscientifica mia. Ho già dimostrato altrove quale sia la metodologia scientifica di Pressac (96). Ora vedremo questa «sostanziale onestà scientifica» in azione riguardo alla questione dei Bunker. A questo fine, bisogna anzitutto portare l’attenzione sul documento in cui, secondo Pressac, apparirebbe un (l’unico!) riferimento ai Bunker. Pressac scrive:
«Himmler aveva scaricato vigliaccamente un abominevole compito criminale su Höss che, per quanto carceriere indurito fosse, non apprezzava per nulla il dubbio onore del quale veniva gratificato. Per finanziare questo “programma” e l’estensione del campo, furono accordati dei fondi considerevoli. Giusto prima della visita del capo delle SS, Bischoff aveva steso un rapporto esplicativo, pronto il 15 luglio, sui lavori da svolgere nello Stammlager, e il cui costo previsto ammontava a 2.000.000 di RM. Il passaggio di Himmler mandò tutto all’aria. Bischoff rielaborò per intero il suo rapporto in funzione dei desideri del Reichsführer, che vedeva in grande, molto in grande, e lo monetizzò in 20.000.000 di RM, e cioè dieci volte di più, un importo accettato il 17 settembre dall’