Da qualche millennio è noto che comportamenti ritenuti eticamente positivi nel privato (del tipo “porgere l’altra guancia”) sono considerati negativi se valutati sotto il profilo della sicurezza e financo della sopravvivenza della comunità (cioè nel pubblico).
Si può partire al riguardo da parecchi punti di vista. Questo saggio di Saad prende le mosse da un approccio psicologico: l’empatia, cioè la capacità di immedesimarsi nelle convinzioni (e situazioni) di altri; in certi casi, fino a sortire effetti distruttivi. Scrive l’autore “Immaginate per un momento che l’intellighenzia occidentale, compresa la sua classe politica progressista ed elitaria, sia infettata da un parassita mentale che fa sì che il suo modulo di empatia funzioni male in ogni modo che si possa concepire. Molte delle decisioni politiche che hanno causato caos in Occidente derivano da questa scarsa calibrazione dell’empatia, con il risultato di una società che sta galoppando rapidamente verso l’abisso della follia infinita” (il corsivo è mio). E porta ad esempio che non è detto che un comportamento empatico susciti reciprocità. A proposito del pacifismo scrive “Una società in cui tutti i membri aderiscono al pacifismo deontologico (ossia il pacifismo considerato come un principio assoluto inviolabile, in qualsiasi condizione) verrebbe rapidamente invasa da altre tribù che non condividono questa propensione alla concordia. E’ piuttosto banale dimostrare i risultati teorici di tale interazione. I pacifisti assoluti saranno sempre vittime” (il corsivo è mio). E dell’ira, la quale è un vizio capitale, di converso, ricorda: “la rabbia ha molti scopi funzionali e adattivi. Uno dei motivi principali per cui la persona A non attacca la persona B per rubarle le risorse ambite è il riconoscere che un simile attacco potrebbe essere seguito da una violenza vendicativa alimentata dalla rabbia”.
Per cui l’empatia è “una virtù nobile e selezionata dall’evoluzione, una caratteristica centrale della nostra umanità, dato che siamo una specie profondamente sociale”. E’ buona, se è praticata in giusta (e corretta) dose, senza distaccarsi dalla realtà; ma può diventare cattiva, se sovrabbondante;. Poca empatia (o troppa) indebolisce i legami sociali. Come sosteneva Aristotele, occorre trovarsi nel giusto mezzo per farne un uso prudente e produttivo (socialmente).
Se non ci riesce, l’empatia diventa suicida: una comunità o addirittura una civiltà può collassare per eccesso di comprensione, accettazione, condivisione. Tutte attitudini empatiche che non consentono di riconoscere il nemico reale, cioè quello realmente pericoloso.
E’ quello che capita in questa fase della storia dell’Occidente, in cui l’eccesso d’empatia sta portando alla negazione di una cultura che, nel bene e nel male, ha conseguito obiettivi mai raggiunti nella storia.

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