venerdì 6 novembre 2026

Teodoro Klitsche de la Grange: "I pifferi di montagna suonano sempre"

 

Si dice che la Storia sia maestra di vita, ma quasi sempre lo si nega sostenendo che non insegni niente. Tentiamo quindi di attribuire tale discussa funzione pedagogica ai detti popolari per valutare la sconfitta di Trump nelle elezioni di midterm.

Uno dei quali recita “i pifferi di montagna vennero per suonare e furono suonati”. Ed è esattamente quello che tocca a coloro che iniziano una guerra d’aggressione e poi la perdono. Come confermato dalla storia: sottovalutare il nemico o sopravvalutare la propria potenza è fatale quando i risultati sono il contrario.

Carlo XII, Napoleone e Hitler sottovalutarono la Russia: l’effetto di ciò fu che i russi sfilarono a Parigi e a Berlino, Napoleone e Hitler persero l’immenso potere che avevano, e Francia e Germania furono ridimensionate. Carlo XII morì in un assedio e la Svezia perse il ruolo di potenza egemone nel Baltico cui il defunto re aspirava. Anche Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia, cadendo nella trappola di Bismarck, e perse l’Impero a Sedan. E si potrebbe continuare citando tutti i governanti che confermano il detto.

Attenzione però: l’adagio dei pifferi conferma una legge della politica (almeno) che le azioni si valutano in base ai risultati concreti piuttosto che alle intenzioni, buone o cattive che siano.

Se, invece gli aggressori avessero vinto le loro guerre, non solo non avrebbero perso il potere anzi lo avrebbero aumentato, ma avrebbero anche moltiplicato il numero di coloro che li avrebbero esaltati, sovente attribuendo la vittoria a qualche entità sovrannaturale, da Dio in giù. Così appare evidente che gli iraniani hanno, allo stato, vinto la guerra (salvo..i tempi supplementari). Gli Ayatollah avevano correttamente ritenuto da un lato che l’obiettivo della guerra è di imporre al nemico la propria volontà; e nel caso dell’aggredito di non farsi imporre quella dell’aggressore. Dall’altro che in una democrazia come gli USA , la sconfitta si manifesta con la manifestazione evidente (soprattutto dai risultati elettorali) del dissenso dell’opinione pubblica rispetto al conflitto e quindi nella sfiducia verso il governante. Accadde anche a Lyndon Johnson: di fronte all’offensiva del TET, alle contestazioni ed ai deludenti risultati delle (prime) primarie del 1968 si ritirò dalla candidatura a Presidente e dalla vita politica.

Peraltro tale dissenso è stato rinvigorito dalla condotta pacifista di Trump nel primo mandato, che non solo non aveva iniziato guerre, ma ne aveva chiuse alcune volute dai suoi predecessori, senza che avessero peraltro conseguito risultati positivi. Il che aveva indotto molti elettori americani a sostenerlo, a dispetto (di gran parte) dell’establishment, di guisa da assicurargli una larga maggioranza dei suffragi; drasticamente ridimensionati nelle primarie del 3 novembre per delusione.

Diversamente dall’aggressore spesso l’aggredito anche se sconfitto, non è penalizzato dall’opinione pubblica del proprio Paese: il Maresciallo Mannereheim perse due guerre (difensive) con i russi, ma è ancora l’eroe nazionale dei finlandesi; Nasser quella dei 6 giorni (la quale, peraltro, anche se aggrdito, aveva contribuito a provocare) e conservò il potere sostenuto dal consenso popolare. Il che conferma che, di solito, i pifferi di montagna suonano solo per gli aggressori.

Molti sostengono che causa principale sia stato l’aumento del costo della vita, carburanti soprattutto. Ma, a parte che i risultati economici di Trump sono finora complessivamente positivi, occorre osservare che il diesel alle stelle è in gran parte o del tutto la conseguenza dell’attacco all’Iran e della chiusura dello stretto di Hormuz, onde più che una causa è un effetto.

E non bisogna dimenticare l’orientamento – tendente all’isolazionismo – degli elettori MAGA, consci che, a differenza dei popoli dell’UE, gli americani hanno condotto, dopo il 1945, guerre anche con decine di migliaia di morti. E che non l’hanno dimenticato.