«Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero» (Anonimo). Ed è per questo che i miei post sono in continua elaborazione e modificazione: vi è qualcuno che non vuole capirlo. Concettualmente e stilisticamente, l’ultima versione supera le precedenti.

domenica 28 giugno 2009

La prova del tentativo di colpo di stato in Iran? Eccola!

Versione 1.1 / 29.6.09
Precedente - Successivo

Nella prima settimana del dicembre 2007 si tenne in Roma un convegno («Fighting for Democracy in the Islamic World») organizzato da madonna Fiammetta Nirenstein, poi assunta nel Parlamento italiano per presumibile nomina dei parlamentari presenti al convegno stesso. Il quell’occasione feci un ampio commento, anzi uno studio che avrei poi dovuto sviluppare in quanto i convegnisti consideravano il loro incontro non qualcosa di una tantum e di astrattamente accademico. Si erano già fissati appuntamenti per il futuro e lo stesso convegno romano era la continuazione di qualcosa di precedente: era un’operazione in corso che aveva un momento pubblico, necessario per mobilitare la cosiddetta “opinione pubblica”. Con un poco di insistenza, vivendo in Roma, ero riuscito ad imbucarmi in un ambiente a me estraneo e ostile. Seguii con molta attenzione quel convegno, di cui conservo durevoli impressioni, ma non avendone i mezzi e neppure uno specifico interesse professionale non potei indagare gli sviluppi che certamente vi sarebbero stati: mi aspettavo le giornate iraniane di questo giugno 2009. Per chi assisteva alla presenza di un ex-capo di stato cone Aznar, di Fini, Cicchitto, ed altri numerosi personaggi di primo piano era evidente che si puntava a qualcosa di grosso. Ciò che mi stupì maggiormente fu una richiesta esplicita di denaro, di finanziamento, da parte dei “dissidenti” che erano stati lì raccolti e fra questi spiccava un iraniano, allevato e coltivato negli USA. Una simile, pubblica, sfacciata richiesta di denaro per destabilizzare gli stati che secondo l’ideologia dei convegniti non erano “democratici”. Adesso, addirittura dagli stessi «Corretti Informatori» apprendo che il governo degli USA assegna addirittura fondi pubblica ai destabilizzatori, ai dissidenti e oppositori.

Riporto i testi dalla rassegna stampa dei sionisti torinesi, «Informazione Corretta», la cui condotta merita i toni massimi consentiti

Sul “Corriere della Sera”, sul quale già usciva nel dicembre 2007 un articolo di Gigi Battista, elogiativo del convegno, se ne esce ora con queste frasi di tal Viviana Mazza:
Tutto un complotto stranie­ro, ripetono da giorni le autori­tà e i media di Stato iraniani. Le proteste contro le elezioni del 12 giugno sarebbero una «rivoluzione di velluto» («falli­ta») appoggiata da americani ed europei (che ieri il presiden­te riconfermato Ahmadinejad ha accusato ancora di interferi­re), e dai sionisti. Un complot­to finanziato dalla Cia e ispira­to dai media stranieri. Cosa manca? Solo le prove.…
La cosa non poteva essere più eclatante e sfacciata. Vuoi le prove Viviana? Te le offre sulla Stampa il tuo collega Maurizio Molinari, che merita una scheda tutta per lui. Ecco cosa scrive:
Le parole di Ahmadinejad arrivano all’indomani della nuova condanna della repressione pronunciata da Obama ricevendo alla Casa Bianca la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma ciò che più potrebbe aver irritato Teheran è la decisione presa dal Segretario di Stato, Hillary Clinton, di mettere a disposizione degli attivisti di opposizione fondi federali per 20 milioni di dollari. A darne l’annuncio sono le 31 pagine del bando denominato «Support for Civil Society and Rule of Law in Iran» (Sostegno per la società civile e lo Stato di diritto in Iran), che prevede l’assegnazione di «grants» da parte di UsAid, l’Agenzia per lo sviluppo internazionale del Dipartimento di Stato.
I finanziamenti andranno a chi presenterà progetti e programmi per «promuovere la democrazia, i diritti umani e lo Stato di diritto in Iran» compilando gli appositi moduli disponibili sul sito www.grants.gov e inviandoli all’«Office of Acquisition and Assistance» della UsAid al numero 1300 di Pennsylvania Avenue. I «grant» potranno essere richiesti da singoli o gruppi di cittadini iraniani entro il 30 giugno e sarà poi l’UsAid ad esaminarli ed assegnarli, elargendo cifre da un minimo di 100 mila dollari ad un massimo di 3 milioni di dollari: somme apparentemente non ingenti ma che in Iran possono garantire ampi margine di azione.
Il bando suggerisce ai concorrenti alcuni «esempi» di programmi possibili: denuncia della corruzione, migliore organizzazione delle ong, uso dei nuovi media. Si tratta di una strategia di sostegno all’opposizione in Iran che venne inaugurata dall’amministrazione Bush e che ora Obama dimostra di voler continuare attraverso la «Near East Regional Democracy Initiative». «Parte dei fondi di questa iniziativa sono destinati ad aumentare l’accesso da parte degli iraniani alle informazioni e comunicazioni via Internet» spiega a «UsaToday» David Carle, portavoce della sottocommissione del Congresso che li ha autorizzati, lasciando intendere la volontà di rafforzare le potenzialità del popolo di twitter che nelle ultime settimane si è dimostrato molto attivo nel sostenere le proteste.
Per la Casa Bianca questa scelta non implica [!] comunque «interferenze in Iran». Tommy Vietor, portavoce del presidente, lo dice così: «Gli Stati Uniti non finanziano alcun movimento o fazione politica in Iran, sosteniamo però i principi universali dei diritti umani, della libertà di parola e dello Stato di Diritto». Ian Kelly, portavoce di Hillary Clinton, aggiunge: «Rispettare la sovranità iraniana non significa restare in silenzio su questioni inerenti a diritti fondamentali di libertà, come il diritto a protestare pacificamente». Si tratta di un approccio che ricalca quello avuto dagli Stati Uniti con l’Urss dopo la Conferenza di Helsinki del 1975 quando la Realpolitik del dialogo bilaterale si coniugò al sostegno di singoli gruppi di attivisti per i diritti umani. La differenza rispetto al precedente programma di finanziamenti di Bush - il Segretario di Stato Condoleezza Rice stanziò 66 milioni di dollari per l’Iran nel 2006 - sta proprio nel fatto che allora i fondi andavano a gruppi politici organizzati mentre in questo caso l’assegnazione dei «grant» è a singoli cittadini.
Quali altre prove occorrono per sapere che si trattava di un’operazione analoga a quella condotta dalla CIA nel 1953? Caspita! Il “colpo di stato” finanziato con bando sulla gazzetta ufficiale!!! I “dissidenti” di madonna Fiammetta mi diedero l’impressione di “traditori” della loro patria. Io stesso sono un “dissidente” verso Frattini e perfino Berlusconi che continuo a votare in mancanza di meglio, ma mai e poi mai mi sogno di essere un traditore della mia patria. Anzi la mia lealtà si esprime proprio nel pubblico dissenso verso la politica del governo, verso un ignobile sindaco Alemanno, che ho votato ed al quale non esito a ritirare la mia fiducia. Ma tutto questo non ha nulla a che fare con un tradimento della patria, quale invece commettono i prezzolati del governo americano. Durante gli anni di Mani Pulite si sapeva che il partito comunista riceveva sostanziose sovvenzioni da parte dell’URSS. Lo si sapeva, ma non lo si doveva far sapere. A questo punto, adottando gli stessi criteri, l’URSS aveva il pieno diritto di finanziare non solo il partito comunista, ma ogni cittadino italiano che svolgesse un ruolo apprezzato a Mosca. Dapprima si ricorreva alla menzogna dei falsi armanenti di Saddam, adesso non vi è più nemmeno bisogno della menzogna. Basta presentare domanda! E se valesse anche il contrario? Il reciproco e inverso? Ad ogni singolo, anche non organizzato in gruppi, che voglia porre in essere negli USA e nei paesi europei iniziative ed azioni volte a favore la “democratizzazione” e la promozione della libertà di pensiero e dei diritti umani? In fondo, tutto è opinabile e con lo stesso vocabolo si può intendere tutto ciò che si vuole e il suo contrario: la civiltà giuridica dell’Occidente non poteva conoscere una caduta più eclatante! È l’America, faro di civiltà che avanza. Noi in Europa siamo stati civilizzati fin dal 1945.


Boicottagio: 67. Naomi Klein e la nuova lotta contro l’apartheid

Homepage

Di Naomi Klein apprendo adesso per gli abituali e scontati insulti a lei rivolti dai «Corretti Informatori», che in fatto di “pregiudizi” non sono secondi a nessuno, ma anche perché di lei si parla nel libro di Blanrue, che ho appena terminato di leggere. Naomi viene presentata come una eminente personalità canadese che non ha le esitazioni di Noam Chomsky nel denunciare e riconoscere l‘esistenza di una “lobby sionista”. Insieme allo stesso Chomsky ed altri Naomi farà parte di un Tribunale internazionale sulla Palestina che inizierà a lavorare nel 2010. Ne faranno parte personalità di ogni paese. Il metodo di lotta sarà quello del boicottaggio che si è già rivelato efficace per abbattere il regime dell’apartheid in Sud Africa. Nulla si deve lasciare di intentato, ma sono convinto che Israele sia molto peggio di ciò che era il Sud Africa. Vale per Israele la nozione di Stato “criminale” che Jaspers pensava di aver coniato per il nazismo.

Vers. 1.3 / 28.9.09
Precedente - Successivo
Sommario: 1. L’unica strada: boicottare Israele. – 2. Naomi e la proprietà dell’Espresso. – 3. «I bambini innocenti per definizione». – 4. Un attacco demenziale e paranoico di Ugo Volli a Naomi. – 5. La nuova frontiera del sionismo mediatico: i diritti dei gay. –

1. L’unica strada: boicottare Israele. – Se si va al “corretto commento” si ritrova la solita favola del muro come “barriera difensiva”, in linea con la circolare hasbariana. A parte il fatto che una siffatta “barriera” è stata condannata sia dall’ONU sia dalla Corte di giustizia, emerge ora una nuova e più convincente verità, già denunciata nel 2004 da Alain Menargues ed ora resa del tutto evidente da “piombo fuso” nonché dai graffiti che gli stessi soldati israeliani hanno lasciato sui muri sventrati di Gaza. Li si può vedere nel documentario di Fulvio Grimaldi. Questi graffiti confermano ciò che Menargues scriveva nel suo libro Le Mur di Sharon, dove spiegava la teologia levitica della “purezza” che comporta un muro di separazione e perfino strade separate da quelle destinate agli arabi “impuri”. Se questo non è razzismo allo stato puro… Appunto, hanno ragione i “corretti informatori”. L’apartheid sudafricano aveva una connotazione politica, economica, sociale; quello israeliano ha in più una connotazione religiosa evidenziata da Menargues. Ma è una ragione in più per combattere con maggiore determinazione l’apartheid israeliano. La differenza non impedisce il boicottaggio, ma ne rafforza le motivazioni.

Torna al sommario.

2. Naomi e la proprietà dell’Espresso. – Andando al link si trova l’abituale infame commento su un fatto del maggio 2003, quando fu travolta da un carro armato israeliano la pacifista Rachel Corrie. La nostra attenzione non è ora qui rivolta agli eventi del maggio 2003, per la ricostruzione dei quali non possiamo certo basarci su ciò che dicono i «Corretti Informatori». Attrae invece la nostra attenzione un esempio del loro abituale modo di esprimersi e di pensare, che si rivela in una frase come la seguente: «…Sul settimanale di proprietà dell’Ing. Carlo de benedetti non si perde mai occasione di attaccare Israele…». Un ingenuo potrebbe chiedersi: ma che c’entra la proprietà? Un giornale è o non è indipendente rispetto alla proprietà? La finzione e il buon costume impongono di credere che altro è la proprietà altro è la libertà di espressione. Ma i lobbisti nostrani pensano diversamente: la proprietà deve farsi sentire ed imporre la linea. Non so se de Benedetti sia un ebreo. Non me lo sono mai chiesto e non mi interessa. Ma mi viene da riflettere che forse i «Corretti Informatori» si augurino una proprietà diversa, più gradita. Sarebbe un censimento molto interessante quello che riuscisse a stabilire quanto parte della stampa italiana e internazionale si di diretta proprietà ebraica o in quale percentuale sia influenzata e dipendendete direttamente da Israele, dagli interessi ebraici, dal sionismo, dal lobbismo pro israeliano. Si possono fare purtroppo solo stime. Ma la frase sopra riportata è la spia di un modo di pensare.

3. «I bambini innocenti per definizione». – Non ci credereste, ma questa frase virgolettata del 2004 appartiene ai «Corretti Informatori» che se ne servono per tacciare di «mala fede» Naomi Klein! Fa un certo effetto rapportare questa frase ai bambini uccisi dagli israeliani durante l’operazione “piombo fuso” o i 500.000 bambini iracheni morti come conseguenza di un embargo al quale non si può certamente ritenere estraneo Israele, come per nulla estraneo è stato nella disatroso guerra contro l’Iraq. Per non parlare delle cluster bomb specificamente destinate ai bambini libanesi durante l’invasione non riuscita del 2006. Per non parlare dei bambini – «innocenti per definizione» – che a Gaza continuano a morire come effetto del blocco. Indignarsi contro i «Corretti Informatori» non ha più senso. Si tratta soltanto della registrazione di un atto in cui si esprime l’azione della “Israel lobby” che noi andiamo studiando per quanto concerne l’Italia e gli altri paesi europei. Di Naomi Klein sappiamo che sta da questa parte e che è fatto oggetto costante degli attacchi della Lobby.

4. Un attacco demenziale e paranoico di Ugo Volli a Naomi. – Se si va a leggere il testo del semiologo, ovvero presidente di non so quale Sinagoga, non si riesce a cogliere il senso, semiologico o no. Ma che vuol dire costui? Anche i peggiori avversari possono capaci di critiche penetranti e corrosive. Per questo di preferenza leggo le critiche dei nemici piuttosto che i giudizi benevoli degli amici. Ma quando i nemici non hanno altro che insulti e contumelie non vi è nulla da apprendere e si è legittimati a restituire gli stessi insulti maggiorati degli interessi. Io che non ho cultura e identità ebraica – cosa a cui molto tiene il detto Volli – non applico gli interessi nel rendere gli insulti, ma anzi pratico uno sconto di carità tutta cristiana. Non sono santo al punto da porgere l’altra guancia, ma restituisco gli stessi insulti con minore intensità. Se la controparte facesse lo stesso allora potremmo arrivare al livello zero e forse il discorso potrebbe ripartire su base ragionale, fatta di logica e di argomenti, non di insulti. Appunto di logica ed argomenti non se ne trova per nulla in Ugo Volli, che quotidianamente rovescia il suo veleno, il suo “odio” sicuramente ebraico sul basso mondo dei goym. Forse la sola logica che si può rinvenire è quella del fuoco mediatico, del «piombo fuso», contro quanti non propagano i messaggi diffusi dall’Hasbara e trasmesso ai Folli (v in tedesco si pronuncia f) sparsi nelle Diaspore o Lobbies nazionali. Non sapevo che Naomi Klein avesse origini ebraiche prossime o remote. Questa eventualità fa letteralmente imbestialire Ugo. Ciò che mette sempre più in crisi tutti costoro è il numero crescente di persone provenienti da strati ebraici ma che però o sono antisionisti o almeno sono non-sionisti. La strategia del sionismo da un secolo a questa parte è di rendere equivalente il termine sionista ed ebreo. In effetti regna una certa confusione, piuttosto difficile da districare senza fare un certo numero di letture specifiche. Quanti più sono gli ebrei antisionisti o non-sionisti tanto più diventa difficile ed inverosimile bollarli con lo stupidissimo cliché dell’ebreo antisemita che odia se stesso. Capisco come Ugo si possa imbestialire per questo. Ma la cosa riguarda il neurologo, non il critico, il semiologo, o il politico... Et de hoc satis!


5. La nuova frontiera del sionismo mediatico: i diritti dei gay. – Il link riporta ad un articolo di Naomi Klein, inframezzato dal solito commento infame e fazioso ad uso delle squadracce assatatanate, principalmente dedicato al festival di Toronto, ma con analisi interessanti e in apparenza marginali. Su una di queste mi soffermo. Sembra che – e se lo dice Naomi va tolto il sembra – la propaganda israeliana stia tentando manovre diversive, per distogliere l’attenzione sul massacro di Gaza. Sono maestri nell’arte della manipolazione. Bisogna riconoscerlo. Ma fra queste diversioni vi è anche una battaglia per i diritti dei gay. Mi viene ancora da ridere per la consapevole battuta di Ahmadinejad alla Columbia University, quando attaccato sulla condizione dei gay in Iran, rispose che in Iran non ce ne erano, provocando l’ilarità generale. Come a dire, quelli li avete tutti voi. Ebbene l’altro giorno mentre passavo per andare ad un seminario in via Nazionale sulla condizione di Gaza, mi sono imbattuto in una manifestazione – non oceanica – confluita a piazza S. Apostoli. Solo dopo ho saputo cosa fosse e di cosa si trattasse. Era la manifestazione per gli omosessuali con uno slogan piuttosto offensivo e provocatorio: “se non tolleri il diverso, clonati!” o qualcosa di simile. Come a dire che l’essere omosessuali diventa adesso la norma e non l’eccezione. La nuova etica del “prenderlo anziché darlo”. Arrivo al dunque. Nel palco ho notato, dalle foto che dovrebbero rinvenirsi in rete, Alemanno accanto a Pacifici: la coppia ormai di ferro! Ecco, dunque cosa mi ha fatto pensare un passo marginale di Naomi. In Italia, la sezione romana del sionismo israeliano, la sua dependance, ha recepito il messaggio: avanti tutta con i gay o come altro li si voglia chiamare, forse poco rispettosamente “froci”, non bello, ma almeno è lingua italiana. Omosessuale è più corretto ma solo i più dotti usano questo termine. Probabilmente saranno contenti di questa nuova attenzione verso di loro, ma mi auguro si rendano conto che vengono ancora una volta presi per il di dietro. Sul palco ho notato quel Tajani con il quale, pur avendolo votato, ho pubblicamente contestato per l’astensionismo referendario, quando la chiesa cattolica aveva pensato di vincere non con il “si si no no”, ma con il “ni” dell’astensionismo. Ed a servire opportunisticamente, proprio contro i diritti degli omosessuali, c’erano gli stessi che oggi si trovano a braccetto con Pacifici in esecuzione delle nuove direttive mediatiche di Tel Aviv.

Alan Dershowitz al microscopio: 9. Gli altri genocidi nel mondo come “manovra diversiva” per far distogliere lo sguardo dal genocidio dei “cananei”.

Home 1 - 2
Vers. 1.0 / 26.6.09
Precedente - Successivo
Registrazione sonora qui commentata: Antefatto ovvero Il “Demolitore” che demolisce se stesso. – 1. È venuto a Roma per insultare il papa. – 2. Il processo alle intenzioni degli altri. – 3. L’ospite non è di nessun riguardo ed ha già rotto le scatole. – 4. Prima di cominciare: “demonizzazione, critica e delegittimazione di Israele”. – 5. Il Lobbista venuto dall’America per sedere “in conclave” con i Cardinali riuniti in Vaticano. – 6. Anche Yakov Rabkin è un accademico “fallito” e imboscatosi in un’università di quarta categoria? – 7. «Ebreo», «sionista» o «lobbista»? Cosa è propriamente questo «ospite», introdotto in Vaticano e alla Camera? – 8. Dopo gli insulti e le contumelie, la parola ai derisi e diffamati: a. Intervista al cardinale Rodriguez. – 9. Gli altri genocidi nel mondo come “manovra diversiva” per far distogliere lo sguardo dal genocidio dei “cananei”. – 10. Male assoluto o postulato retorico e propagandisto, parola d’ordine per lo squadrone mediatico? – 11. Ma l’«ospite americano» i libri di cui parla li legge o li travisa soltanto? – 12. Cosa vi è dietro agli attacchi a Carter. – 13. Res gestae di Alano sul Google versione italiana. – 14. Chi demonizza chi? – 15. Alan Dershowitz visto da John H. Mearsheimer e Sthephen M. Walt. –

9
. I genocidi degli altri come “manovra diversiva” per far distogliere lo sguardo dal genocidio di Gaza. – Sono giunto agli ultimi capitoli del libro di Blanrue. Ne interrompo la lettura per venire qui a scrivere questo ulteriore paragrafo alla mia impietosa demolizione del “demolitore” Dershowitz. Tutti costoro devono dipendere da una comune centrale ideologica che fissa le veline che poi passano alla stampa e allo squadrismo mediatico, ad esempio quello di «Informazione Corretta», ma ne esistono una caterva. I capitoli finali di Blanrue analizzano la grande decadenza della cultura francese, quella che pretendeva di “illuminare” il mondo e che era stata capace di opporsi al conformismo. Quindi, a dimostrazione della decadenza odierna si passa a parlare di Bernard Henry Levy, addirittura in sigla BHL. Costui aveva rovesciato tonnellate di insulti a quanti in Francia il 15 gennaio avevano manifestato contro il massacro di Gaza ancora in atto e mai terminato, se si considera che a tutt’oggi i palestinesi di Gaza non possono ricevere gli aiuti che sono stati loro mandati da tutto il mondo. Ho letto che sono marciti in Egitto e sono stati distrutti. Non potendo avere il cemento per la ricostruzione delle loro case, i palestinesi hanno riscoperto le murature in fango, in uso durante il periodo ottomano. Ma veniamo a noi. In quell’occasione BHL scatenò insulti inaccettabili contro i più disparati manifestanti che erano divisi su tutto ma uniti nella parola d’ordine: stop al massacro. Per il “filosofo” che ha così raggiunto lui il livello zero di pensiero la richiesta di una cessazione del massacro equivaleva ad un top di odio contro Israele. Anche in Roma, vi fu il 17 gennaio un’imponente manifestazione, dicono di 200.000 persone, per lo stesso motivo: stop al massacro. Un emulo italiano di BHL pensò di scrivere in italiano le stesse cose scritte da BHL. Appena tornato a casa, dopo aver letto le “onorevoli” bestialità che in aperto dileggio della nostra costituzione incitavano al massacro, ebbe una spontanea reazione privata, certamente assai argomentata, concettualmente filosoficamente e storicamente argomentata, ma anche un poco colorita alla grillina. Aspetto una querela non per aver manifestato insieme a 200.000 persone ed essere stato collettivamente insultato, ma per aver scritto “testa di...” ed altro di fondatissimo peso in direzione di chi se lo meritava. Ebbene, chiudendo la digressione, cosa pensava di fare BHL a fronte del massacra “attuale” di Gaza? Di occuparsi e far occupare del Darfur e di tutte le cose brutte che succedono nel mondo e che hanno spesso la stessa causa: l’imperialismo coloniale USA. Allo stesso modo di BHL l’alano Derhowiyz ci dice che succedonono cose brutte anche altrove e che non vi è nessun motivo di guardare a quel che Israele fa in “casa sua”. L’argomento è tanto tipico quanto idiota ed osceno. Immaginate, se uno di noi viene fermato da un vigile, che ci contesta una evidente infrazione per la quale non possiamo fare altro che riconoscere il nostro torto e quindi “conciliare”. A qualcuno di noi viene forse in mente di discolparsi dicendo che altri hanno fatto la stessa cosa che abbiamo fatto noi? È l’argomento che nella registrazione usa il Sommo Giurista Dershowitz, sbarcato in Italia ed a Roma per insegnare a noi il diritto ed al papa la morale cattolica. Povera Italia!

Restando al libro di Blanrue, che non avrei potuto comprare in Francia, apprendo qualcosa di nuovo a proposito del Muro, il muro della vergogna, di cui in questo blog mi sono occupato in disputa con un sionista intervenuta nell’area dei commenti. Finora avevo sentito parlare del muro, da parte dei sionisti, come di qualcosa di autodifensivo, pur essendo un simile muro condannato dall’ONU e dalla Corte internazionale di giustizia. Pare invece che si sia qualcosa di altro e ben più profondo. A pag. 176 Blanrue riporta una citazione di Alain Menargues, autore di uno libro intitolato Le Mur de Sharon, Presse de la Renaissance, 2004. Scrive Menargue, citato da Blanrue:
«En Israël, la notion de pur et de l’impure est essentielle. Il faut, en effet, être exempte de toute soillure pour être en état de parteciper au culte et plus largement à la vie de la communauté. Cette separation du pur et de l’impure est une notion absolue, consignée dans le Lévitique, le troisieme des cinq livres de la Torah. (…) La portée de ce texte se traduit aujourd’hui, pour le religieux, dans leurs rapport avec les Arabes, que ce soit en Israël ou dans les territoires occupés. Ils considèrent que les Palestinies, descendants des “hommes du pays de Canaan”, en plus de leur prétention à la propriété de la “terre d’Israël”, sont des dangereux impurs dont il faut se séparer pour rester en état de parteciper au culte et, plus largement, à la vie de la communauté».
(cit. in Blanrue, p. 176)
Ebbene, manco a farlo apposta è lo stesso Dershowitz che ci viene in aiuto. È lui, con le sue proprie parole, registrate ed ascoltabili qui da chiunque, che insiste sull’importanza della Bibbia per ogni israeliano o ebreo che vive in Israele, sionista, colono, o comunque lo si voglia chiamare. La Bibbia che è un libro di storia e perfino di geografia oltre che di archeologia. Nella stessa pagina, relativamente allo stesso anno 2004, Menargues, affermato giornalista televisivo una una rete importante, ebbe ancora a dichiarare nel corso di un dibattito che fece epoca:
«Vous dites qu’Israël est un Ètat démocratique, permettez-moi de dire très rapidement, c’est aussi un Ètat raciste. Si vouz prenez les lois fondamentales, [sont] citoyens israéliens ceux qui ont la nationalité, mais la nationalité est divisée en termes de religion. La loi du retour, elle ne concerne que les Juifs. QU’est-ce que la base du sionisme? C’est de faire un Ètat pour les Juifs».
Naturalmente la lobby fece una guerra infinita che terminò con il licenziamento del giornalista televisivo, che dopo anni si vide riconoscere dalla Cassazione il pieno diritto alla sua libertà di pensiero insieme con un risarcimento per l’illegittimo licenziamento. Se leggiamo questo episodio del 2004 alla luce di “piombo fuso” troviamo una verifica ulteriore alla mattanza di Gaza. I “sigari Kassam” sono un debole pretesto. La verità va ricercata in una volontà di sterminio di una popolazione “impura”, addirittura identificata con gli antichi Cananei, per i quali valeva e vale l’ordine divino di sterminio: è lo stesso Dershowitz ad averci detto quanto la Bibbia, pressa alla lettera come libro di storia, geografia ed archeologia, sia di estrema importanza. Non lo trovo subito, ma ho in mente un altro episodio di fonte talmudica dove è ben spiegato che mentire ad un goym da parte di un ebreo non sia per nulla riprovevole, ma quasi doverosa. Con quanta amore di verità l’«ospite» americano sia venuto in Roma, a rafforzare e migliorare l’immagine di Israele, lo può facilmente arguire chi ascolta la registrazione con un minimo di spirito critica, di informazione, di intelligenza.

Domenico Losurdo sul tentativo di colpo di stato filo-imperialista in Iran

Versione 1.0 / 29.6.09
Precedente - Successivo


Ricevo un testo di Domenico Losurdo che circola su Facebook. Sulla base di precedenti intese con l’amico Losurdo do ulteriore circolazione al suo testo con la sola avvertenza filologica che non mi giunge direttamente da lui. Considerata la gravità del momento ed il totale sbilanciamento della stampa nella direzione del colpo di Stato, non frappongo altro indugio nel porre un argine per quanto possibile ad ognuno di noi con i mezzi di cui dispone. Aggiungo con l’occasione di non essere intervenuto con miei scritti sulla vicenda iraniana, per mancanza di informazione diretta dall’Iran. Posso invece testimoniare qui dall’Italia quanto da anni siano smaccati e sfacciati i tentativi di delegittimare un capo di governo ed uno stato che sono certamente più democratici di quanto noi pretendiamo di essere. La parola “democrazia” è stata ormai nei nostri paesi svuotata di senso e resa un mero vuoto contenitore ideologico dove vi si può deporre di tutto. Il nostro sistema elettorale con liste bloccate ed imposte, con lobbies trasversali che si trovano nell’uno e nell’altro schieramento, senza nessuna possibilità di effettiva alternanza e senza nessun reale potere decisionale dei corpo elettorale, che può anche starsene a casa, nulla potendo cambiare sia che vada a votare sia che non ci vada, è quanto di più vergognoso ed infame possa esistere! E qui ci vengono a parlare di brogli elettorali in Iran, quando noi siamo vittime dei nostri brogli elettorali. Anzi, la stessa Repubblica è nata molto probabilmente su un broglio, su una truffa, che qualche bello spirito definì pure “truffa benedetta”; essa segnò il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, la quale negli anni Novanta si dimostrò basata in larghissima misura sul furto, sulla corruzione, sul ladrocinio.

Antonio Caracciolo
Ricevo tramite Facebook e divulgo:

Oggetto: In Iran un tentativo di colpo di Stato filo-imperialista

Non c’è dubbio che in questi giorni si è assistito a un tentativo di colpo di Stato, fomentato e appoggiato dall’esterno. Ovviamente, tentativi del genere possono aver chances di successo solo in presenza di una consistente opposizione interna. E, tuttavia, la sostanza del problema non cambia.

La tecnica dei colpi di Stato filo-imperialisti, camuffati da«rivoluzioni colorate», segue ormai uno schema ben consolidato:

1) Alla vigilia delle elezioni o immediatamente dopo il loro svolgimento una gigantesca potenza di fuoco multimediale, digitale e persino telefonica bombarda ossessivamente la tesi secondo cui a vincere è stata l’opposizione, che dunque viene spinta a scendere in piazza per protestare contro i «brogli».

2) Il «colore» e le parole d’ordine delle manifestazioni sono state già programmate da tempo; la «guerra psicologica» è stata già definita in tutti i suoi dettagli per fare apparire l’opposizione filo-imperialista come «pacifica» espressione della volontà popolare e per bollare come intrinsecamente fraudolente e violente le forze di orientamento diverso e contrapposto.

3) La rivendicazione è quella dell’annullamento delle elezioni e della loro ripetizione. Non sarà ritenuto valido nessun risultato che nonsia avallato dai giudici inappellabili che risiedono a Washington e a Bruxelles. E comunque, la ripetizione della consultazione elettorale già di per sé è destinata a produrre un rovesciamento del risultato precedente. Il blocco politico-sociale che aveva espresso il vincitore considerato illegittimo a Washington e a Bruxelles tende a sgretolarsi: appare ora privo di senso opporsi ai padroni del mondo, che già con l’annullamento delle elezioni hanno dimostrato la loro onnipotenza; donchisciottesco risulta ora tentare di opporsi alla corrente «irresistibile» della storia. Donchisciottesco e anchepericoloso: come dimostra in particolare il caso di Gaza, un risultato elettorale non gradito ai padroni del mondo spiana la stradaall’embargo, al blocco, ai bombardamenti terroristici, alla morte per inedia o sotto il fosforo bianco. Su versante opposto i «democratici» legittimati e benedetti da Washington e da Bruxelles, oltre a disporre della strapotenza economica, multimediale, digitale e telefonica dell’Occidente, saranno ulteriormente caricati dalla sensazione di muoversi in consonanza con le aspirazioni dei padroni del mondo e con la corrente «irresistibile» della storia.

Ahmadinejad con Lula
Alla luce di queste considerazioni evidente è la miseria intellettuale e politica di buona parte della «sinistra» italiana. Essa non presta nessuna attenzione ad esempio alla presa di posizione del presidente brasiliano Lula: in base a quale principio l’Occidente può pretendere di proclamare in modo inappellabile la legittimità delle elezioni in Messico dell’anno scorso e l’illegittimità delle elezioni di due settimane fa in Iran? Eppure anche nel primo caso il candidato sconfitto denunciava brogli e nel far ciò dava voce a un sentimento largamente diffuso nella popolazione, che infatti scendeva in piazza in manifestazioni non meno massicce di quelle che si sono viste a Teheran. Ed è da aggiungere che in Messico il margine di vantaggio del vincitore era assai risicato, al contrario di quello che si è verificato in Iran...

Ahmadinejad con Evo Morales
Rinvio a altra occasione l’analisi complessiva della rivoluzione e situazione iraniana. Ma una cosa intanto è chiara. Nel suo conformismo, una certa «sinistra» crede di difendere la causa della democrazia: in realtà essa prende posizione a favore di un ordinamento internazionale profondamente antidemocratico, nell’ambito del quale le potenze oggi economicamente e militarmente più forti avanzano la pretesa di decidere sovranamente della legittimità delle elezioni in ogni angolo del mondo, nonché di condannare all’inferno dell’aggressione militare e dello strangolamento economico quei popoli che esprimono preferenze elettorali «sbagliate»: Gaza docet!
Domenico Losurdo


Alan Dershowitz al microscopio: 8. Dopo gli insulti e le contumelie, la parola ai derisi e diffamati: a. Intervista al cardinale Rodriguez.

Home 1 - 2
Vers. 1.0 / 26.6.09
Precedente - Successivo
Registrazione sonora qui commentata: Antefatto ovvero Il “Demolitore” che demolisce se stesso. – 1. È venuto a Roma per insultare il papa. – 2. Il processo alle intenzioni degli altri. – 3. L’ospite non è di nessun riguardo ed ha già rotto le scatole. – 4. Prima di cominciare: “demonizzazione, critica e delegittimazione di Israele”. – 5. Il Lobbista venuto dall’America per sedere “in conclave” con i Cardinali riuniti in Vaticano. – 6. Anche Yakov Rabkin è un accademico “fallito” e imboscatosi in un’università di quarta categoria? – 7. «Ebreo», «sionista» o «lobbista»? Cosa è propriamente questo «ospite», introdotto in Vaticano e alla Camera? – 8. Dopo gli insulti e le contumelie, la parola ai derisi e diffamati: a. Intervista al cardinale Rodriguez. – 9. Gli altri genocidi nel mondo come “manovra diversiva” per far distogliere lo sguardo dal genocidio dei “cananei”. – 10. Hamas, Iran: un male assoluto o un postulato retorico e propagandisto, parola d’ordine per lo squadrone mediatico? – 11. Ma l’«ospite americano» i libri di cui parla li legge o li travisa soltanto? – 12. Cosa vi è dietro agli attacchi a Carter. – 13. Res gestae di Alano sul Google versione italiana. – 14. Chi demonizza chi? – 15. Alan Dershowitz visto da John H. Mearsheimer e Sthephen M. Walt. –

8. Dopo gli insulti e le contumelie, la parola ai derisi e diffamati: a. Intervista al cardinale Rodriguez. – Andando alla registrazione si possono ascoltare le contumelie di cui Dershowizt gratifica il cardinale Rodriguez. Lo chiama “bigotto”, uomo che porta un copricapo rosso, lascia nel dubbio se il cardinale Rodriguez abbia violato il segreto confessionale, che è cosa a cui è tenuto ogni sacerdote. Anche se pensa di saperla lunga in fatto di catechismo cattolico, che si mette a insegnare perfino al papa, risulta evidente che l’«ebreo» Dershowitz ha una conoscenza tanto sommaria quanto grossolana del cristianesimo e del cattolicesimo in particolare. Si noti la sua spiccata sensibilità lobbistica: il cardinale Rodriguez potrebbe diventare papa! In effetti, il futuro papa sarà scelto fra un centinaio circa di possibili candidati. Considerata l’esperienza dell’AIPAC, del B’naï B’rith e delle innumerevoli e prospere (leggi: Finkelstein, L’industria dell’Olocausto, dove è pure detto dove è andato a finire il denaro di Auschwitz, chi vi si è arricchito), non è difficile immaginare cosa può passare nella mente di un incallisto lobbista. Insomma, l’«ebreo», «sionista» o «lobbista» tratta un cardinale della chiesa cattolica come nessun cattolico penserebbe di fare. In apposito paragrafo, faremo vedere a proposito di pedofolilia cattolica non ciò che si fa dire a Rodriguez, ma ciò che dice un altro ebreo, di nome Israel Shamir, di una pasta ben diversa da quella di Dershowitz. Accogliamo però il suo invito a cercare su Google quello che troviamo sul web italiano. Tolto «Vituzzu», o chi per lui, che su Wikipedia accoglie prontamente l’invito della Israel lobby, e riporto una intervista al cardinale Rodriguez, da dove emerge un’immagine dell’uomo ben diversa da quella che Dershowitz vorrebbe accreditare presso i giornalisti da lui convocati e che con l’innocuità delle loro domande confermano ciò di cui appunto era in giudicato: il controllo lobbistico della stampa. Naturalmente, ci riserviamo di indagare ciò che i giornalisti presenti hanno poi scritto. Il cammino è lunga ed abbiamo tutto il tempo. Sono così tante le corbellerie di Dershowitz che è difficile contarle ed evidenziale una ad una. Tra le tante perle: in America non esiste una tradizione di “antisemitismo”. Nessun giornalista ha pensato di chiedergli da quanto tempo esiste l’America o dell’anno in cui è stato fondato a New York il B’naï B’rith. Inaudita, infinita la faccia tosta davanti ad una combricola di pennivendoli con cui parla dell’inesistente atomica dell’Iran e si tace dell’atomica israeliana! «Pugno di ferro, guanto di velluto…» e testa di rapa! In pratica, non si salva una parola di tutte quelle che sono state dette di fronte ad un pubblico connivente, “correo”, per restituire lo stesso vocabolario che si usa verso terzi assenti.


Intervista del 30 Novembre 2005 (proposta dal dott. Gagliarducci a tutti i visitatori del sito M.S.M.A.) - Questa intervista risale a tre anni fa: doveva essere pubblicata, ma non lo è stata mai. Racconta un po' del cardinal Oscar Rodriguez Maradiaga, salesiano, figura carismatica dell'episcopato latino-americano. Tanto che a più riprese è stato segnalato come uno dei possibili papabili, anche in quest'ultimo conclave. Ma sarebbe stato un Papa troppo giovane, dopo il lungo regno di Wojtila. Del quale ha il carisma. Ma in più ha la vocazione pastorale: gli piace insegnare, amministrare le cresime in qualunque chiesa salesiana si trovi nel mondo (se ci sono cresime da amministrare in quel periodo), suona il sax e la chitarra, è laureato in psicologia, filosofia, teologia, ha un passato di insegnante di matematica e fisica. Uomo di multiforme ingegno, insomma. Anche se l'intervista è datata, ritengo sia utile per fornire un ...... ritratto del cardinale. Quando fu eletto cardinale, la gente scese in piazza a festeggiare come se la nazionale avesse vinto il mondiale. Oscar Rodriguez Maradiaga, 62 anni, honduregno di Tegucigalpa, in patria è una specie di eroe. Ha denunciato con forza il mercato illecito dei narcotrafficanti, guadagnandosi così il loro odio e una serie di minacce di morte, fino al rapimento del portiere della Curia Arcivescovile, e per questo motivo in patria si deve muovere sempre scortato. E’ stato ai vertici di Davos e Greneagles, e nei suoi discorsi ha attaccato duramente il sistema capitalistico attuale, portando avanti invece l’idea di un’economia più attenta alle nazioni povere, come lo è la sua patria, l’Honduras. Porta avanti, con vigore, la campagna per la cancellazione del debito dei Paesi del Terzo Mondo, e allo stesso modo chiede che alla cancellazione del debito si accompagnino investimenti nei Paesi poveri. Investimenti nell’istruzione, più che nell’economia, in maniera tale che il Terzo Mondo non resti Terzo Mondo. Al suo impegno, al vigore delle idee, unisce un carisma straordinario. Sa parlare alla gente, sa essere come loro. Sa insegnare. E insegnante lo è stato, e lo è tuttora, nonostante l’impegno da cardinale. Delle più multiformi materie, dalla matematica alla psicologia, dalla fisica alla teologia. Così carismatico da essere stato indicato da molti, prima del Conclave, come l’ideale successore di Giovanni Paolo II, che, al tempo della sua elezione, aveva la stessa età del cardinal Rodriguez.
D - Da dove nasce il suo bel rapporto con la sua gente?

R - Sono nato a Tegucigalpa, da una famiglia di ceto medio, e a quel tempo non c’era tanta povertà come ora nel mio Paese. Questo perché eravamo pochi: quando ho finito la scuola secondaria, l’Honduras contava un milione e mezzo di abitanti. C’era, sì, la povertà, ma non come ora. Ora molta gente si muove dalla campagna alla città, per sopravvivere. Da quando ero bambino, mia madre mi ha insegnato ad aiutare sempre le persone che venivano a chiedere qualcosa da mangiare. Anni dopo, quando entrai nel collegio salesiano, mi impegnavo come catechista il sabato e la domenica, e mi occupavo di bambini più poveri di noi. Quando poi mi hanno nominato vescovo, mi hanno mandato a lavorare in una diocesi in campagna dove dovevo servire 20 mila rifugiati del Salvador dai campi di concentramento. Stare vicino alla gente è sempre stata una cosa naturale per me.

D - Lei ha sempre avuto una attenzione particolare per i giovani. Ora che è cardinale riesce a mantenere un rapporto con loro, nonostante i molteplici impegni?

R - Certo, certo… E’ vero che giro, ma, quando sono in diocesi, ci tengo ad occuparmi sempre delle cresime, anche se non posso seguire le catechesi. Con i giovani ho rapporti continui: ogni anno c’è una giornata giovanile prima della Settimana Santa, e seguo personalmente la Pastorale Giovanile. Ai giovani tengo moltissimo. Quest’anno ho ricevuto dal Commissario Nazionale il premio per i Diritti Umani e l’ho dedicato a loro.

D - Mi racconti la sua giornata tipo…

R - La mattina mi alzo presto, alle cinque e mezza, faccio ginnastica, faccio la preghiera, la santa Messa. Due o tre volte la settimana dico Messa in parrocchia. Tutte le domeniche sono alle sei e mezza alla cattedrale.

D - C’è crisi di vocazioni?

R - Ci sono pochi sacerdoti in Honduras, ma vanno crescendo. Quando io sono stato ordinato, eravamo 192 sacerdoti in tutto il Paese. Adesso siamo più di quattrocento. C’è anche più lavoro da sbrigare. Io faccio del lavoro di ufficio quasi tutte le mattine, il pomeriggio ci sono in genere le visite pastorali. Coprire tutta la diocesi è difficile, perché è molto grande, circa 20 mila chilometri quadrati, e comprende territori molto lontani dalla capitale. Per questo motivo stiamo portando avanti una riorganizzazione delle diocesi, ne stiamo creando di nuove. E ogni volta che si crea una nuova diocesi, la vita cresce. Da voi la gente si stringe molto intorno alla Chiesa… Sì, anche se la politica è molto settaria, è quasi un’eredità. Si vota per discendenza: se il padre aveva preferenza per il partito, anche il figlio deve votare quel partito.

D - Da lei sono partiti spesso attacchi duri alla politica…

R - Sì, perché dobbiamo cambiare.

D - Lei è stato invitato a Davos, a parlare a un grande meeting economico. Qual è la sua proposta per i poveri?

R - Io non so perché mi hanno invitato a Davos. Ho trovato politici ed economisti buoni, altri del tutto indifferenti. La mia proposta è quella di considerare il commercio come chiave della nuova giustizia sociale. Ma i potenti non vogliono capire, ed è interessante vedere come non si arrivi a soluzioni coraggiose per difendere gli interessi personali. Non si può continuare con un commercio di protezionismi e sussidi. La risposta, secondo me, è già nella dottrina sociale della Chiesa, che passo a passo va avanti, si aggiorna. Ma sono ottimista: non è lontano il giorno in cui si arriverà ad una soluzione. Quest’anno, al vertice di Gleneagles in Scozia, il Sidse - che raggruppa tutte le agenzie umanitarie scozzesi - mi ha chiesto di andare al vertice per parlare con i governanti e discutere il modo in cui si può arrivare a un condono reale del debito estero. Siamo stati ricevuti anche in Germania dal presidente, dall’allora primo ministro Schroeder, dai leader dei partiti dell’opposizione, come l’attuale Cancelliere Angela Merkel.

D- Ora si aspettano i passi concreti…

R - Ci sono già stati, perché la Banca Mondiale ha accettato il condono di 18 paesi, e in Spagna si è ravvivata un’altra volta il dibattito. Si fanno grandi passi avanti soprattutto per l’Africa.

D - E l’Honduras?

R - I problemi in America Latina sono nati perché le nostre democrazie sono troppo fragili. C’è corruzione dietro i regimi di forza, e, purtroppo, la gente preferisce i regimi autoritari piuttosto che una buona economia.

D - Lei come si muove?

R - Abbiamo cominciato corsi di formazione politica, per insegnare cosa è la politica. Se la gente non è consapevole del significato di un voto, continuerà a votare per eredità, senza spirito critico, e potrà continuare la corruzione. Poi, la nostra diocesi ha messo su una piccola Tv indipendente, perché in Honduras televisioni e giornali sono in mano ad imprenditori, non agli editori, e gli imprenditori portano avanti i loro interessi personali. Ci hanno combattuto, ci hanno tolto gli spazi pubblicitari. Per compensare la perdita di denaro della pubblicità, i fedeli della diocesi pagano ogni mese l’equivalente di una pizza. Che Chiesa sarebbe se i suoi fedeli non fossero in grado di rinunciare a una pizza ogni mese per la propria diocesi!

D - Lei dice che la strada per un commercio equo si trova già nella dottrina sociale della Chiesa, e che sta la Chiesa si sta aggiornando. E’ indubbiamente un periodo di passaggio molto importante. Come vede lei la Chiesa tra dieci anni?

R - La domanda è interessante. Stiamo andando in avanti, senza alcun dubbio, perché è lo Spirito Santo che guida la Chiesa. Papa Ratzinger ha detto: voglio lavorare per la riconciliazione e la pace. E’ in questi punti, che il Papa ha dichiarato quando ha accettato l’elezione, che vedo già un grande avanzamento. E in questo senso, il Papa ha fatto gesti coraggiosissimi, specie alla Giornata Mondiale della Gioventù, quando è andato alla Sinagoga a Colonia e a parlare con i musulmani. Anche con la Russia, un territorio critico per il rapporto con gli ortodossi, monsignor Lajolo è riuscito a instaurare buoni rapporti. E poi ho sentito dell’intenzione del Papa di andare in Turchia. Ci sono, insomma, tanti passi avanti.

Rubrica a cura del dott. Andrea Gagliarducci ( a.gagliarducci@gmail.comIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo )
Nell’intervista non si parla di ebrei, o di pedofilia, le sole cose che si trovano invece nella testa di Dershowitz, che ci parla di un uomo “bigotto”, facendo pensare ad una persona ignorante e rimbecillita. Rodriguez è invece plurilauerato e persona di ampia cultura e conoscenze, non solo pastorali. Siamo ben certi che le cognizioni generali del cardinale Rodriguez sono più ampie di quelle del prof. Dershowitz, specializzato in lobbismo. Il titolo di “lobbista” è il solo che si riesce a rinvenire nella sua venuta, non gradita, in Roma.