mercoledì 21 ottobre 2009

Israele e i clandestini. Il loro centro di accoglienza: il cimitero di Hatzor!

Vers. 1.0/21.10.09
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Nel monitorare l’hasbarotica torinese «Informazione Corretta» mi era quasi sfuggita la notizia, che non è quella che gli hasbarotici pensano di far passare, ma una ben diversa da ricavare per successive deduzioni. È stato reso noto come lo stato maggiore israeliano si stia mosso e stia dando disposizioni per un’operazione “piombo fuso” sull’«ebreo rinnegato» Richard Goldstone allo stesso modo in cui credo secondo identica strategia mediatica erat stata scatenata un’operazione “piombo fuso” sul vescovo Williamson. Ma andiamo per ordine. Qual è uno degli argomenti che si tenta di far valere contro il rapporto Goldstone, la Commissione dei Diritti Umani e l’ONU che contro Israele ha emesse oltre 70 risoluzioni di condanna. Poco importa che siano vincolanti o non vincolanti, secondo quanto amano distinguere gli istruiti. Resta intatto tutto il loro valore politico, malgrado le pressioni, le minacce, i ricatti che subiscono i numerosi nuovi stati usciti dalla dominazione coloniale occidentale ed assurti a membri delle Nazioni Uniti. Resta intatto il valore politica anche della risoluzione che nel 1974 equiparava sionismo e razzismo. Il fatto che questa sia stata “ritirata” è cosa che resta semplicemente da capire, andandosi a studiare che cosa è successo per far ritirare quella risoluzione, che è stata sostanzialmente riproposta in Durban I e Durban II. Che lo stato ebraico sionista sia una costruzione che fa a pugni con la nozione di stato di diritto è cosa facile da evincere con un minimo di riflessione, giungendo per questa via all’ovvietà dell’equiparazione di sionismo e razzismo.

Che così sia sempre stato per il sionismo emerge facilmente, appena ci si addentra nei Padri sionisti, tutti concordi nel progetto genocida, pur con diversi varianti da attuazione. La documentazione di ciò che affermiano è sempre meglio darla. Qui la prendiamo da Jeff Halper e riguarda una dichiarazione del 1923 di Ze’ev Jabotinsky, il risorgimentalista, il Mazzini ebreo-sionista, anticipatore del Muro d’Acciaio, oggi detto con mutato terminologia hasbarotica “Barriera difensiva”. Sottolinea Halper che l’anno è il 1923: molto prima del lancio dei sigari Kassam, delle Intifade ovvero lancio di pietre contro carri armati israeliani, ma anche prima della passeggiate turistico-diplomatiche del mufti esule dopo gli anni 1936-39, durante i quali i civilizzatori inglesi decapitarono tutta la dirigenza politica palestinesi che non aveva capi quando nel 1948 i sionisti applicarono il loro premeditassimo piano Dalet della pulizia etnica. L’incredibile propaganda hasbarota di questi giorni vuol far passare “Piombo Fuso” come la giusta vendetta per il fatto che durante il suo esilio l’impotente e disperato Muftì era andato a farsi ricevere da Hitler. Non diversamente da come il papà Jabotinsky aveva bussato alla porta di Mussolini, che non si sa se lo abbia ricevuto, ma di cui esiste una dichiarazione entusiasta sul razzismo sionista. L’incredibile faccia tosta degli hasbaroti pretende che i palestinesi fossero davanti ai forni crematori negli anni tragici per l’Europa 1943-45. Gli hasbaroti passano sotto silenzio il fatto che i più longevi sionisti furono in affari per tutta la durata del breve nazismo (1933-1945), al quale peraltro l’Agenzia ebraica già nel marzo 1933 aveva fatto una vera e propria dichiarazione di guerra, i cui soldati combattenti avrebbero dovuto essere anche gli ebrei tedeschi. Con quale risultato lo si può arguire facilmente, anche se i libri scolastici di storia non ce lo dicono. Ma diamo la parola al Jabotinsky del 1923 ed al suo Muro d’Acciaio:
Ogni popolazione indigena resisterà ai coloni finché avrà una qualche speranza di sbarazzarsi dei loro insediamenti. È così che gli arabi si comporteranno e continueranno a comportarsi finché ci sarà una minima speranza di poter impedire alla Palestina di diventare Terra d’Israele. [Dunque, l’unica via possibile per un accordo] è la costruzione di un muro d’acciaio, vale a dire, l’istituzione in Palestina di una forza che non possa subire l’influenza araba… un accordo volontario è impraticabile. Possiamo scegliere se sospendere i nostri sforzi di colonizzazione o continuarli senza aprestare attenzione ai nativi. Gli insediamenti potrebbero così svilupparsi sotto la protezione di una forza indipendente dalla popolazione locale, dietro un muro d’acciaio che non riusciranno mai ad infrangere.
Citato in
Jeff Halper, Ostacoli alla pace, Edizioni “Una Città”. 2009, p. 17-18.
Si noti lo stile “mazziniano”. Una operazione politico-culturale con autorevole avallo pretende di farci digerire tutta l’avventura coloniale e razzista del sionismo come una filiazione del Risorgimento italiano, che già ha a che fare con un certo revisionismo storiografico. Se per disgrazia dovesse risultare ulteriormente accredita e accettata una simile figliolanza, credo che resterebbe ben poco del nostro Risorgimento e la Padania da una parte, lo stato borbonico dall’altra potrebbero con fondamento richiedere il ritorno allo status quo ante il 1861. Ma io non credo che le cose stiano così e rinvio ad altro blog dove mi sono impegnato nel lungo lavoro di rivisitazione dell’opera omnia di Mazzini. Ma torniamo all’oggi. Se Goldstone avesse incorporato nella sua documentazione anche questo brano di Jabotinsky, non avrebbe sentito il bisogno per dimostrare la sua imparzialità di addossare una parte della colpa anche ad Hamas, secondo la migliore tradizione giudiziaria: un po’ di colpa per tutti. Già nel 1923 il sionismo progettava che agli “indigeni” non dovesse restare neppure la speranza. I sionisti della porta nostrani si affannano a sostenere la non sproporzione del piombo fuso versato, ignorando che la sproporzione era già programmata in questo testo del 1923 per la penna del Mazzini sionista. È da notare che “i nostri sforzi” del brano citato non avrebbero fruttato un bel nulla se non avessero avuto (fino ad oggi) il sostegno esterno della Lobby Eterna, entro la quale sono da includere non pochi uomini politici italiani, i cui nomi ognuno può conoscere facilmente. A fronte di questo “sostegno” il totale abbandono delle vittime sacrificali, la cui grande colpa è di non essere spariti in silenzio come gli “indigeni” d’America.

Non vogliamo però anticipare adesso i temi di un interessante studio da fare in altra serie di post. Qui vorrei far soffermare i miei Cinque lettori su un aspetto, anzi sull’asse portante dell’Hasbara israelo-torinese. Si dice che nel mondo esistono ben altri panni sporchi che non quelli israeliani. E che è “antisemitismo” oltre che “antisionismo” voler guardare solo le sozzure israeliane: nel mondo ci sono ben altre sozzure! Dove? In Africa, ad esempio! Già, quell’Africa che è ampiamente rappresentata in quella fascia di un miliardo, dicasi un miliardo di persone che soffrono la fame e che muoiono di fame, mentre USA e Israele dilapidano migliaia e migliaia di miliardi di dollari in guerre ed armanenti. Pensavo che fossero 280 le testate nucleari israeliane, invece ieri sera nel libro di Jeff Halper che continuo a leggere son giunto alla pagina dove dice che sono 500. Ma Israele non vuole che si sappia e tutti i suoi fedeli amici – fra cui l’Italia di Frattini, ubicata sulla Luna, ma non nel nostro spirito – fanno finta di non saperlo e mai ne parlano nei loro discorsi ufficiali. Quest stati con i panni sporchi a casa loro e che osano parlar male di Israele sono quelli che in qualità di nuovi stati sono andati via via occupando un seggio all’ONU e quindi in Commissioni come quella sui Diritti umani, dove siedono in 47 su quasi 300 stati esistenti nel mondo. Corromperli tutti in una sola volta è cosa troppo laboriosa per la strapotente coppia USA-Israele e per le loro code europee.

Veniamo rapidamente al punto. Se in Africa, dove le guerre e i massacri sono endemici come le malattie infettive su cui il civilissimo Occidente specula arricchendosi, i superstiti scappano, da qualche parte devono pur andare. In Italia ne sappiamo qualcosa con gli sbarchi dei clandestini che qualche volta muoiono in mare in carrette stracolme o per tempeste o per i più svariati motivi. I nostri militari non hanno avuto l’ordine di sparare loro addosso prima ancora di toccare le nostre sacre sponde. Se poi riescono ad approdare e non li si può rispedire indietro, magari in Libia, da dove i più vengono, e se bisogna proprio trattenerli, li si manda in moderni lager detti “centri di accoglienza”, che si cerca di abbellire con questa terminologia allo stesso stesso modo in cui in altri Lager del passato noi leggiamo la scritta: Arbeit macht frei: il lavoro rende liberi. Ed in effetti questi disgraziati vengono da noi con la speranza di trovarlo un lavoro.

Ho detto: da noi. In Israele non ci vanno? Nell’«unica» – fortunatamente – democrazia del Medio Oriente, il cui esercito ha il più alto standard di moralità del mondo! Il Sudan dove si trova? Se guardiamo la carta geografica, vediamo che è più vicino all’Egitto e a Israele che non all’Italia. Il Darfur dove sta? In Sudan! Se scappano da lì, perché dovrebbero venire solo in Italia? Cosa ha di speciale l’Italia per uno che scappa e certo non può scegliersi la destinazione in una comoda agenzia di viaggi. Questi disgraziati scappano dove capita, dove la loro malasorte li conduce. Ed in parte arrivano alla frontiera israeliana. Già! E qual è l’accoglienza che ricevono nella terra del latte e del miele? Lasciamo parlare Michele Giorgio in un articolo del 20 ottobre che traiamo dagli hasbaroti che ringraziamo per averci fatto risparmiare l’abbonamento al Manifesto. L’infame commento che abitualmente accompagna gli articoli di Michele Giorgio lo trascuriamo, ma lo segnaliamo come un ordininario brano di colore hasbarotico. L’articolo di Giorgio appare però, senza il sapiente e corretto commento hasbarotico, anche in Eco, il sito degli Ebrei contro l’occupazione, ebrei che non potendo essere definiti “antisemiti”, come i goym, vengono tacciati di “rinnegati” (in ultimo tale sarebbe Goldstone, ma la qualificazione si trova anche in Poliakov) oppure psichiatricamente come “ebrei che odiano se stessi”. Peccato che siano abbastanza numerosi da richiedere non pochi ospedali psichiatrici per poter adeguatamente venir curati e ridotti alla normalità sionista.
Il sudanese ignoto.
L’unità speciale Oz a caccia d’illegali

Fino a qualche tempo fa Hatzor,
nel sud di Israele, era noto solo per essere stato uno degli ultimi kibbutz ad abbandonare il socialismo per «l’economia di mercato» e per aver dato nome ad un’importante base aerea situata a qualche chilometro di distanza. Qualcuno lo conosce anche perché ha ospitato per qualche tempo Uri Geller, il «sensitivo » israeliano che gira da tre decenni per il mondo cercando di far credere di poter piegare con la forza della mente cucchiai e forchette. Oltre a ciò sono ben pochi i motivi per parlare di Hatzor.

Eppure il nome di questo kibbutz, dove vivono poco meno di 600 israeliani e qualche decina di «volontari» stranieri, da un paio di anni appare occasionalmente negli articoli sui migranti uccisi alla frontiera tra Israele ed Egitto. Appare con discrezione, senza far clamore. Ad Hatzor infatti sono stati sepolti dal 2007 a oggi almeno 25 sudanim almonim, sudanesi ignoti, migranti forse non solo del Sudan, uccisi negli ultimi due anni dal fuoco delle guardie di frontiera egiziane. I corpi senza vita ritrovati sul versante israeliano vengono portati prima a Bersheeva e poi ad Hatzor. Il cimitero all’esterno del kibbutz, destinato ad atei, laici e sconosciuti non è segreto e neppure nascosto. Ma non è accessibile senza l’aiuto degli abitanti e noi non troviamo disponibilità tra le rare persone che incontriamo lì intorno. «Quelli del kibbutz sono tutti al lavoro» ci dice un uomo alla guida di un fuoristrada, consigliandoci di dare un’occhiata da lontano. Lo facciamo e ci sembra di scorgere tra le tombe anche quelle dei sudanim almonim, piccoli cumuli di terra come quelli ritratti nelle foto scattate dai ricercatori di Moked-Hotline for MigrantWorkers, una coalizione di otto associazioni israeliane che cercano di tutelare i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo politico. Ad un responsabile del kibbutz ci sarebbe piaciuto chiedere conferma delle indiscrezioni che descrivono la sepoltura dei migranti uccisi sul confine come un «business» per Hatzor, pagato dallo stato per questo «servizio funebre». Un dato comunque è certo. Quelle tombe rappresentano solo una minima parte dei sudanesi, eritrei e altri africani che cadono sotto il fuoco dei militari egiziani, solerti esecutori dell’ordine ricevuto dai loro comandanti di impedire ai migranti l’ingresso clandestino in Israele.

Secondo statistiche ufficiali ma parziali, nel 2007-08 sul lato egiziano del confine sono stati uccisi una quarantina di africani. Quest’anno almeno 16. Settembre è stato uno dei mesi più insanguinati. «Il numero delle vittime è molto più alto – dice al manifesto Sigal Rosen, portavoce di Moked – sono convinta che tanti altri migranti siano stati colpiti a morte ma non riusciamo a saperlo perché le autorità egiziane non lo dicono. E non dimentichiamo che tanti altri vengono feriti o arrestati». E se a sparare sono gli egiziani, gli israeliani non restano a guardare, anche se hanno firmato le convenzioni internazionali sull’asilo politico. I migranti catturati nel Neghev - tranne, pare, un numero limitato di quelli provenienti dal Darfur - vengono immediatamente rispediti in Egitto dove, dopo un processo sommario e una detenzione durissima sono obbligati a tornare nei loro paesi d’origine. Le ong israeliane del settore denunciano quanto accade alla frontiera, hanno anche presentato un appello alla Corte Suprema, ma le autorità di governo si guardano bene dall’aprire bocca. Al contrario, appaiono soddisfatte dal lavoro che fanno gli egiziani «per garantire la sicurezza ». «La carneficina si è aggravata nel 2007 – spiega Sigal Rosen – quando Israele ha fatto la voce grossa con il Cairo affinché venissero fermati gli ingressi clandestini di sudanesi e altri africani. L’Egitto da allora applica misure durissime con il plauso dei governanti israeliani. Diversi nostri uomini politici hanno espresso apprezzamento per la collaborazione dell’Egitto alla frontiera tra i due paesi».

Coloro che si avvicinano al confine (lungo 250 km) quindi rischiano la vita. Non importa se fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla morte. Poco importa se sono donne e bambini. A nulla sono serviti gli ultimi appelli a fermare le uccisioni rivolti da Amnesty international e Human rightswatch (Hrw) all’Egitto e, indirettamente, a Israele. Le raffiche contro i migranti non cessano. E in risposta alla critiche, il portavoce del ministero degli affari esteri egiziano, Houssam Zaki, ha difeso l’uso della forza letale contro persone che pure non minacciano in alcun modo i militari. «Abbiamo il diritto e il dovere di proteggere la frontiera del nostro paese dalla criminalità, dal traffico di armi e dal contrabbando», ha dichiarato Zaki, aggiungendo che i migranti uccisi «non avevano rispettato l’intimazione a fermarsi fatta dai soldati». Più esplicito è stato lo scorso 9 settembre, sulle pagine del quotidiano al Masry al Youm, il governatore del Sinai, generale Mohammed Shousha. «Non è sbagliato aprire il fuoco – ha detto – intimare l’alt non serve a molto perché (i migranti) non si fermano e provano sempre ad entrare in Israele». La cooperazione al confine tra Tel Aviv e il Cairo quindi non è limitata alla chiusura che soffoca la Striscia di Gaza. Include anche il blocco di povera gente proveniente da Sudan, Eritrea e altri paesi dell’Africa subsahariana alla ricerca di una vita migliore o dell’asilo politico.

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, da 2 a 3 milioni di cittadini sudanesi, in buona parte migranti ma anche rifugiati in fuga dalla persecuzione, si trovano in Egitto. L’aumento dei morti alla frontiera peraltro indica un mutamento delle rotte della migrazione africana, dopo che la strada verso l’Europa si è fatta più difficile, anche a causa degli accordi tra Italia e Libia. Per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, attualmente gli eritrei rappresentano il gruppo nazionale più numeroso tra i migranti che cercano di entrare in Israele. Sanno di poter morire eppure non rinunciano ad infiltrarsi in quello che considerano un pezzo d’Europa in Medio Oriente.
Dopo appena tre mesi di lavoro, l’Alto funzionario del ministero dell’interno Tziki Sela pochi giorni fa ha rassegnato le dimissioni. Ma nei sobborghi più poveri di Tel Aviv e delle cittadine emarginate nel nord e nel sud del paese nessuno se l’è sentita di festeggiare l’evento.

In attesa del suo nuovo comandante, l’unità speciale «Oz» creata da Sela continuerà a dare la caccia a migranti e lavoratori senza permesso. Dal primo luglio a oggi, la «Oz» ha avuto modo di «mettersi in luce» per aver individuato un gran numero di stranieri che si trovavano illegalmente in Israele: almeno 220 nelle prime due settimane di lavoro. Fra questi non pochi sono già stati espulsi, mentre gli accertamenti proseguono ovunque. In pericolo anche 1.200 bambini, figli di lavoratori stranieri. Il ministro dell’interno Eli Yishai (del partito ultraortodosso dello Shas) intende espellerli alla fine dell’anno scolastico, ma il governo non ha ancora preso una decisione definitiva. L’incertezza ha scatenato la protesta di Yishai che ha minacciato di lasciare l’incarico se l’esecutivo non approverà il suo piano di individuazione ed espulsione dei clandestini di ogni età. Obiettivo di Yishai è allontanare tutti gli stranieri entrati o residenti illegalmente in Israele. Non è chiaro però come l’unità «Oz» potrà portare a termine l’incarico di fare piazza pulita degli «alieni».

Secondo dati del ministero dell’interno sono circa 280 mila i clandestini in Israele: 118mila sono lavoratori stranieri (soprattutto asiatici e dell’Europa dell’est) entrati regolarmente nel paese ma che sono rimasti oltre la data di scadenza del visto di lavoro (cinque anni). Altri 90mila sono «turisti» rimasti al termine del visto di tre mesi. Ventiquattromila, in gran parte «asilanti », sono entrati dall’Egitto mentre 2.000 bambini nati in Israele da genitori stranieri non hanno uno status preciso e diritto ad un permesso. «I governanti israeliani prima hanno fatto entrare un gran numero di lavoratori stranieri (per sostituire quelli palestinesi, ndr) o ora pensano di mandarli a casa con la forza - ha protestato il deputato comunista Dov Henin - non è giusto, il lavoro straniero è stato il motore della crescita economica di questo paese, ha dato enormi vantaggi a tutti gli israeliani». Henin ha anche ricordato i riflessi negativi in economia dell’espulsione di circa 40.000 manovali africani una decina di anni fa. Ma la «Oz» non è a caccia soltanto di sans papier, cerca anche i lavoratori giunti agli sgoccioli del loro visto di lavoro, per garantire che lasceranno Israele alla scadenza del permesso. E chi finisce in manette non viene certo trattato con i guanti di velluto nella prigione di Givon, dove giungono buona parte dei clandestini arrestati. Tra questi, ha riferito la stampa israeliana, c’erano nelle settimane passate anche otto ragazzini (sette egiziani e un sudanese).


Michele Giorgio
il Manifesto, 20 ottobre 2009, p. 7
Insomma, gli israeliani che hanno il più alto indice di moralità del mondo loro ai clandestini sparano o fanno sparare: come a Sabra e Shatila. Si noti il neofariseismo dei nostri giorni. Sembra di leggere il Vangelo in una edizione aggiornata all’anno 2009 di Nostro Signore. Insomma, la propaganda hasbarota ci dice che in Africa succedono ben altri genocidi, grossolani e non discreti, che non quelli raffinati di Palestina in funzione a ciclo continuo dal 1882 in fase preparatorio e dal 1948 in fase industriale ed in grande stile.In questo contesto ci si soffermi su un dettaglio. Nella fase di progettazione (1882-1947) e nella fase esecutiva (piano Dalet: 1948-2009, fino al piano “Piombo Fuso”) si poneva il problema di cosa farne degli indigeni che fossero “sopravvissuti”, malgrado le massicce operazioni di sterminio e pulizia etnica. Era prevista una sorta di condizione schiavistica da cui attingere per lavoro a basso prezzo. Negli ultimi tempi però si è valutata la convenienza politica di togliere la manovalanza schiavistica indigena sostituendola con una manovalanza non-palestinese ma neppure ebraica. Solo che una simile operazione ha senso solo se è “usa e getta”. Nello stato “ebraico” si ripresenterebbe il problema dell’integrazione e la facile soluzione della circoncisione e della conversione forzata all’ebraismo delle manodopera stagionale o a tempo determinato forse non è stata ancora pensata. Chissà che non si possa per questa via torna al periodo d’oro della Kazaria, caratterizzato da un vasto numero di conversione all’ebraismo, i cui probabili discendente sono i russi e gli slavi, in buona parte oggi in Israele.

Ecco qui che il fenomeno dei “clandestini” si ripresenta anche per Israele. Loro però al posto dei nostri “centri di accoglienza” hanno i cimiteri, o fosse e cumuli funerari davanti ai muri dei cimiteri, dove scaricano i disgraziati ai quali si spara a vista subito alla frontiera. Non si è ancora pensato alla loro cremazione che farebbe risparmiare terra preziosa. E che diamine! Era stato intimato loro l’alt! Non si sono fermati e dunque è legittimo sparargli addosso. Se la son voluta. Lo stato ebraico razzista e sionista über alles! La “sicurezza” di Israele vale bene la vita di miserabili straccioni che scappano dal Darfur o da altri luoghi dell’Africa devastata, ma le cui risorse fanno gola allo stato ebraico, come ci ha fatto sapere Geddafi, quella malalingua.

2 commenti:

Waa359 ha detto...

OT!
Leggo stamano 22 OTT le Sue dichiarazioni a "Repubblica"...GRANDE!
Non è che un debutto!

Davide ha detto...

Mi complimento per l'ottima e dignitosa risposta di fronte alla canea giornalistica e di fronte a "una serqua di asini strapagati, parassiti privilegiati ben accomodati al potere, con poltrone inamovibili".