Un bel legato per i lettori questo saggio postumo lasciatoci da Infantino, in cui parte dalla considerazione, esposta nella chiara prefazione di Raimondo Cubeddu, così: «In questa Sua ultima fatica scientifica, Infantino apparentemente scrive una storia dell’affermarsi della cultura filosofica che sta a fondamento dell’ideologia totalitaria identificandola come una reazione all’individualismo su cui si fonda la “società aperta”». L’originalità del saggio «consiste pertanto nel mostrare le tappe, anche in pensatori normalmente ritenuti estranei all’influenza dell’ideologia totalitaria, dello svilupparsi di quella reazione al nascere dell’affermarsi della filosofia politica individualistica e delle sue rivoluzionarie ripercussioni sociali»; questa è un’illusione. Crede di realizzare una società perfetta perché giusta, volta alla formazione dell’ “uomo nuovo” nella “comunità perfetta” facendo “finta di ignorare che il costo e l’esito di quell’accelerata e coatta trasformazione dell’umanità sarebbe stato non la scomparsa dell’egoismo, ma l’incremento del potere, della coercizione e dell’inefficienza. Ancora un esempio – volendo essere un’altra volta accondiscendenti – di quell’arroganza della ragione e dell’etica che ignora la teoria delle conseguenze inintenzionali secondo la quale, quali che siano le intenzioni iniziali, ogni azione umana ha conseguenze imprevedibili”.
Infantino svolge le sue argomentazioni di politica, giuridiche e di teoria della conoscenza. Dominante è la considerazione che le azioni umane hanno conseguenze diverse e spesso opposte a quelle delle intenzioni e dei fini degli agenti: è l’eterogenesi dei fini di Max Weber o il paradosso delle conseguenze di Julien Freund. Ipotesi totalmente negata dai costruttori della società perfetta. E già presente in parte dagli illuministi.
Scrive Infantino che «La cultura che ha dominato il Settecento francese è stata caratterizzata dall’ostilità e/o dall’incomprensione nei confronti della possibilità di giungere al co-adattamento volontario dei piani individuali. Il che ha impedito di affrancarsi dall’idea della centralizzazione e della conseguente gerarchia obbligatoria di fini», ma tale scelta comporta che «fra le premesse e le conclusioni di Montesquieu e quelle degli enciclopedisti c’è un’incolmabile distanza». L’ammirazione per Licurgo e Sparta era la conseguenza di questa esaltazione della capacità di costruire la città perfetta (a tavolino).
Tutta questa ammirazione mancava a Cicerone che nel De re publica attribuisce la superiorità della costituzione romana al fatto che non unius esset ingenio sed multorum (non fondata dalla mente di uno solo ma di molti) e corroborata dal tempo e dall’esperienza.
Ma saltando quanto da millenni scritto sul punto, la conclusione nel secolo scorso più convincente la dava Maurice Hauriou. Questi lo fa in un modo che ricorda le considerazioni di Infantino sul carattere “spontaneo” dell’ordinamento. Scriveva il giurista francese che ogni comunità, organizzata in istituzione, ha due diritti (e due giustizie) fondati ciascuno su caratteristiche naturali dell’uomo: la prima sulla socievolezza umana, l’altra sull’organizzazione (istituzione) della comunità. Il primo egualitario è spontaneo; il secondo gerarchico e (per lo più) statuito.
Inoltre la tendenza olistica e costruttivista criticata da Infantino (e dai di esso pensatori preferiti) tende a dissolvere la distinzione tra pubblico e privato, ossia uno dei fondamenti/presupposti del “politico”. Ovviamente, perché se la società perfetta è quella pensata da uno (o più) legislatori illuminati (Estesa su carta), lo stesso metodo illuminato lo si può applicare a ogni genere di rapporti umani, compresi quelli che con la politica e il destino della comunità hanno poco o nulla a che vedere.
Così si inizia col promuovere la virtù (civica e non solo) e si finisce per vietare di abitare vicino ad un bosco.

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