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mercoledì 21 ottobre 2009

Israele e i clandestini. Il loro centro di accoglienza: il cimitero di Hatzor!

Vers. 1.0/21.10.09
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Nel monitorare l’hasbarotica torinese «Informazione Corretta» mi era quasi sfuggita la notizia, che non è quella che gli hasbarotici pensano di far passare, ma una ben diversa da ricavare per successive deduzioni. È stato reso noto come lo stato maggiore israeliano si stia mosso e stia dando disposizioni per un’operazione “piombo fuso” sull’«ebreo rinnegato» Richard Goldstone allo stesso modo in cui credo secondo identica strategia mediatica erat stata scatenata un’operazione “piombo fuso” sul vescovo Williamson. Ma andiamo per ordine. Qual è uno degli argomenti che si tenta di far valere contro il rapporto Goldstone, la Commissione dei Diritti Umani e l’ONU che contro Israele ha emesse oltre 70 risoluzioni di condanna. Poco importa che siano vincolanti o non vincolanti, secondo quanto amano distinguere gli istruiti. Resta intatto tutto il loro valore politico, malgrado le pressioni, le minacce, i ricatti che subiscono i numerosi nuovi stati usciti dalla dominazione coloniale occidentale ed assurti a membri delle Nazioni Uniti. Resta intatto il valore politica anche della risoluzione che nel 1974 equiparava sionismo e razzismo. Il fatto che questa sia stata “ritirata” è cosa che resta semplicemente da capire, andandosi a studiare che cosa è successo per far ritirare quella risoluzione, che è stata sostanzialmente riproposta in Durban I e Durban II. Che lo stato ebraico sionista sia una costruzione che fa a pugni con la nozione di stato di diritto è cosa facile da evincere con un minimo di riflessione, giungendo per questa via all’ovvietà dell’equiparazione di sionismo e razzismo.

Che così sia sempre stato per il sionismo emerge facilmente, appena ci si addentra nei Padri sionisti, tutti concordi nel progetto genocida, pur con diversi varianti da attuazione. La documentazione di ciò che affermiano è sempre meglio darla. Qui la prendiamo da Jeff Halper e riguarda una dichiarazione del 1923 di Ze’ev Jabotinsky, il risorgimentalista, il Mazzini ebreo-sionista, anticipatore del Muro d’Acciaio, oggi detto con mutato terminologia hasbarotica “Barriera difensiva”. Sottolinea Halper che l’anno è il 1923: molto prima del lancio dei sigari Kassam, delle Intifade ovvero lancio di pietre contro carri armati israeliani, ma anche prima della passeggiate turistico-diplomatiche del mufti esule dopo gli anni 1936-39, durante i quali i civilizzatori inglesi decapitarono tutta la dirigenza politica palestinesi che non aveva capi quando nel 1948 i sionisti applicarono il loro premeditassimo piano Dalet della pulizia etnica. L’incredibile propaganda hasbarota di questi giorni vuol far passare “Piombo Fuso” come la giusta vendetta per il fatto che durante il suo esilio l’impotente e disperato Muftì era andato a farsi ricevere da Hitler. Non diversamente da come il papà Jabotinsky aveva bussato alla porta di Mussolini, che non si sa se lo abbia ricevuto, ma di cui esiste una dichiarazione entusiasta sul razzismo sionista. L’incredibile faccia tosta degli hasbaroti pretende che i palestinesi fossero davanti ai forni crematori negli anni tragici per l’Europa 1943-45. Gli hasbaroti passano sotto silenzio il fatto che i più longevi sionisti furono in affari per tutta la durata del breve nazismo (1933-1945), al quale peraltro l’Agenzia ebraica già nel marzo 1933 aveva fatto una vera e propria dichiarazione di guerra, i cui soldati combattenti avrebbero dovuto essere anche gli ebrei tedeschi. Con quale risultato lo si può arguire facilmente, anche se i libri scolastici di storia non ce lo dicono. Ma diamo la parola al Jabotinsky del 1923 ed al suo Muro d’Acciaio:
Ogni popolazione indigena resisterà ai coloni finché avrà una qualche speranza di sbarazzarsi dei loro insediamenti. È così che gli arabi si comporteranno e continueranno a comportarsi finché ci sarà una minima speranza di poter impedire alla Palestina di diventare Terra d’Israele. [Dunque, l’unica via possibile per un accordo] è la costruzione di un muro d’acciaio, vale a dire, l’istituzione in Palestina di una forza che non possa subire l’influenza araba… un accordo volontario è impraticabile. Possiamo scegliere se sospendere i nostri sforzi di colonizzazione o continuarli senza aprestare attenzione ai nativi. Gli insediamenti potrebbero così svilupparsi sotto la protezione di una forza indipendente dalla popolazione locale, dietro un muro d’acciaio che non riusciranno mai ad infrangere.
Citato in
Jeff Halper, Ostacoli alla pace, Edizioni “Una Città”. 2009, p. 17-18.
Si noti lo stile “mazziniano”. Una operazione politico-culturale con autorevole avallo pretende di farci digerire tutta l’avventura coloniale e razzista del sionismo come una filiazione del Risorgimento italiano, che già ha a che fare con un certo revisionismo storiografico. Se per disgrazia dovesse risultare ulteriormente accredita e accettata una simile figliolanza, credo che resterebbe ben poco del nostro Risorgimento e la Padania da una parte, lo stato borbonico dall’altra potrebbero con fondamento richiedere il ritorno allo status quo ante il 1861. Ma io non credo che le cose stiano così e rinvio ad altro blog dove mi sono impegnato nel lungo lavoro di rivisitazione dell’opera omnia di Mazzini. Ma torniamo all’oggi. Se Goldstone avesse incorporato nella sua documentazione anche questo brano di Jabotinsky, non avrebbe sentito il bisogno per dimostrare la sua imparzialità di addossare una parte della colpa anche ad Hamas, secondo la migliore tradizione giudiziaria: un po’ di colpa per tutti. Già nel 1923 il sionismo progettava che agli “indigeni” non dovesse restare neppure la speranza. I sionisti della porta nostrani si affannano a sostenere la non sproporzione del piombo fuso versato, ignorando che la sproporzione era già programmata in questo testo del 1923 per la penna del Mazzini sionista. È da notare che “i nostri sforzi” del brano citato non avrebbero fruttato un bel nulla se non avessero avuto (fino ad oggi) il sostegno esterno della Lobby Eterna, entro la quale sono da includere non pochi uomini politici italiani, i cui nomi ognuno può conoscere facilmente. A fronte di questo “sostegno” il totale abbandono delle vittime sacrificali, la cui grande colpa è di non essere spariti in silenzio come gli “indigeni” d’America.

Non vogliamo però anticipare adesso i temi di un interessante studio da fare in altra serie di post. Qui vorrei far soffermare i miei Cinque lettori su un aspetto, anzi sull’asse portante dell’Hasbara israelo-torinese. Si dice che nel mondo esistono ben altri panni sporchi che non quelli israeliani. E che è “antisemitismo” oltre che “antisionismo” voler guardare solo le sozzure israeliane: nel mondo ci sono ben altre sozzure! Dove? In Africa, ad esempio! Già, quell’Africa che è ampiamente rappresentata in quella fascia di un miliardo, dicasi un miliardo di persone che soffrono la fame e che muoiono di fame, mentre USA e Israele dilapidano migliaia e migliaia di miliardi di dollari in guerre ed armanenti. Pensavo che fossero 280 le testate nucleari israeliane, invece ieri sera nel libro di Jeff Halper che continuo a leggere son giunto alla pagina dove dice che sono 500. Ma Israele non vuole che si sappia e tutti i suoi fedeli amici – fra cui l’Italia di Frattini, ubicata sulla Luna, ma non nel nostro spirito – fanno finta di non saperlo e mai ne parlano nei loro discorsi ufficiali. Quest stati con i panni sporchi a casa loro e che osano parlar male di Israele sono quelli che in qualità di nuovi stati sono andati via via occupando un seggio all’ONU e quindi in Commissioni come quella sui Diritti umani, dove siedono in 47 su quasi 300 stati esistenti nel mondo. Corromperli tutti in una sola volta è cosa troppo laboriosa per la strapotente coppia USA-Israele e per le loro code europee.

Veniamo rapidamente al punto. Se in Africa, dove le guerre e i massacri sono endemici come le malattie infettive su cui il civilissimo Occidente specula arricchendosi, i superstiti scappano, da qualche parte devono pur andare. In Italia ne sappiamo qualcosa con gli sbarchi dei clandestini che qualche volta muoiono in mare in carrette stracolme o per tempeste o per i più svariati motivi. I nostri militari non hanno avuto l’ordine di sparare loro addosso prima ancora di toccare le nostre sacre sponde. Se poi riescono ad approdare e non li si può rispedire indietro, magari in Libia, da dove i più vengono, e se bisogna proprio trattenerli, li si manda in moderni lager detti “centri di accoglienza”, che si cerca di abbellire con questa terminologia allo stesso stesso modo in cui in altri Lager del passato noi leggiamo la scritta: Arbeit macht frei: il lavoro rende liberi. Ed in effetti questi disgraziati vengono da noi con la speranza di trovarlo un lavoro.

Ho detto: da noi. In Israele non ci vanno? Nell’«unica» – fortunatamente – democrazia del Medio Oriente, il cui esercito ha il più alto standard di moralità del mondo! Il Sudan dove si trova? Se guardiamo la carta geografica, vediamo che è più vicino all’Egitto e a Israele che non all’Italia. Il Darfur dove sta? In Sudan! Se scappano da lì, perché dovrebbero venire solo in Italia? Cosa ha di speciale l’Italia per uno che scappa e certo non può scegliersi la destinazione in una comoda agenzia di viaggi. Questi disgraziati scappano dove capita, dove la loro malasorte li conduce. Ed in parte arrivano alla frontiera israeliana. Già! E qual è l’accoglienza che ricevono nella terra del latte e del miele? Lasciamo parlare Michele Giorgio in un articolo del 20 ottobre che traiamo dagli hasbaroti che ringraziamo per averci fatto risparmiare l’abbonamento al Manifesto. L’infame commento che abitualmente accompagna gli articoli di Michele Giorgio lo trascuriamo, ma lo segnaliamo come un ordininario brano di colore hasbarotico. L’articolo di Giorgio appare però, senza il sapiente e corretto commento hasbarotico, anche in Eco, il sito degli Ebrei contro l’occupazione, ebrei che non potendo essere definiti “antisemiti”, come i goym, vengono tacciati di “rinnegati” (in ultimo tale sarebbe Goldstone, ma la qualificazione si trova anche in Poliakov) oppure psichiatricamente come “ebrei che odiano se stessi”. Peccato che siano abbastanza numerosi da richiedere non pochi ospedali psichiatrici per poter adeguatamente venir curati e ridotti alla normalità sionista.
Il sudanese ignoto.
L’unità speciale Oz a caccia d’illegali

Fino a qualche tempo fa Hatzor,
nel sud di Israele, era noto solo per essere stato uno degli ultimi kibbutz ad abbandonare il socialismo per «l’economia di mercato» e per aver dato nome ad un’importante base aerea situata a qualche chilometro di distanza. Qualcuno lo conosce anche perché ha ospitato per qualche tempo Uri Geller, il «sensitivo » israeliano che gira da tre decenni per il mondo cercando di far credere di poter piegare con la forza della mente cucchiai e forchette. Oltre a ciò sono ben pochi i motivi per parlare di Hatzor.

Eppure il nome di questo kibbutz, dove vivono poco meno di 600 israeliani e qualche decina di «volontari» stranieri, da un paio di anni appare occasionalmente negli articoli sui migranti uccisi alla frontiera tra Israele ed Egitto. Appare con discrezione, senza far clamore. Ad Hatzor infatti sono stati sepolti dal 2007 a oggi almeno 25 sudanim almonim, sudanesi ignoti, migranti forse non solo del Sudan, uccisi negli ultimi due anni dal fuoco delle guardie di frontiera egiziane. I corpi senza vita ritrovati sul versante israeliano vengono portati prima a Bersheeva e poi ad Hatzor. Il cimitero all’esterno del kibbutz, destinato ad atei, laici e sconosciuti non è segreto e neppure nascosto. Ma non è accessibile senza l’aiuto degli abitanti e noi non troviamo disponibilità tra le rare persone che incontriamo lì intorno. «Quelli del kibbutz sono tutti al lavoro» ci dice un uomo alla guida di un fuoristrada, consigliandoci di dare un’occhiata da lontano. Lo facciamo e ci sembra di scorgere tra le tombe anche quelle dei sudanim almonim, piccoli cumuli di terra come quelli ritratti nelle foto scattate dai ricercatori di Moked-Hotline for MigrantWorkers, una coalizione di otto associazioni israeliane che cercano di tutelare i diritti dei migranti e dei richiedenti asilo politico. Ad un responsabile del kibbutz ci sarebbe piaciuto chiedere conferma delle indiscrezioni che descrivono la sepoltura dei migranti uccisi sul confine come un «business» per Hatzor, pagato dallo stato per questo «servizio funebre». Un dato comunque è certo. Quelle tombe rappresentano solo una minima parte dei sudanesi, eritrei e altri africani che cadono sotto il fuoco dei militari egiziani, solerti esecutori dell’ordine ricevuto dai loro comandanti di impedire ai migranti l’ingresso clandestino in Israele.

Secondo statistiche ufficiali ma parziali, nel 2007-08 sul lato egiziano del confine sono stati uccisi una quarantina di africani. Quest’anno almeno 16. Settembre è stato uno dei mesi più insanguinati. «Il numero delle vittime è molto più alto – dice al manifesto Sigal Rosen, portavoce di Moked – sono convinta che tanti altri migranti siano stati colpiti a morte ma non riusciamo a saperlo perché le autorità egiziane non lo dicono. E non dimentichiamo che tanti altri vengono feriti o arrestati». E se a sparare sono gli egiziani, gli israeliani non restano a guardare, anche se hanno firmato le convenzioni internazionali sull’asilo politico. I migranti catturati nel Neghev - tranne, pare, un numero limitato di quelli provenienti dal Darfur - vengono immediatamente rispediti in Egitto dove, dopo un processo sommario e una detenzione durissima sono obbligati a tornare nei loro paesi d’origine. Le ong israeliane del settore denunciano quanto accade alla frontiera, hanno anche presentato un appello alla Corte Suprema, ma le autorità di governo si guardano bene dall’aprire bocca. Al contrario, appaiono soddisfatte dal lavoro che fanno gli egiziani «per garantire la sicurezza ». «La carneficina si è aggravata nel 2007 – spiega Sigal Rosen – quando Israele ha fatto la voce grossa con il Cairo affinché venissero fermati gli ingressi clandestini di sudanesi e altri africani. L’Egitto da allora applica misure durissime con il plauso dei governanti israeliani. Diversi nostri uomini politici hanno espresso apprezzamento per la collaborazione dell’Egitto alla frontiera tra i due paesi».

Coloro che si avvicinano al confine (lungo 250 km) quindi rischiano la vita. Non importa se fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla morte. Poco importa se sono donne e bambini. A nulla sono serviti gli ultimi appelli a fermare le uccisioni rivolti da Amnesty international e Human rightswatch (Hrw) all’Egitto e, indirettamente, a Israele. Le raffiche contro i migranti non cessano. E in risposta alla critiche, il portavoce del ministero degli affari esteri egiziano, Houssam Zaki, ha difeso l’uso della forza letale contro persone che pure non minacciano in alcun modo i militari. «Abbiamo il diritto e il dovere di proteggere la frontiera del nostro paese dalla criminalità, dal traffico di armi e dal contrabbando», ha dichiarato Zaki, aggiungendo che i migranti uccisi «non avevano rispettato l’intimazione a fermarsi fatta dai soldati». Più esplicito è stato lo scorso 9 settembre, sulle pagine del quotidiano al Masry al Youm, il governatore del Sinai, generale Mohammed Shousha. «Non è sbagliato aprire il fuoco – ha detto – intimare l’alt non serve a molto perché (i migranti) non si fermano e provano sempre ad entrare in Israele». La cooperazione al confine tra Tel Aviv e il Cairo quindi non è limitata alla chiusura che soffoca la Striscia di Gaza. Include anche il blocco di povera gente proveniente da Sudan, Eritrea e altri paesi dell’Africa subsahariana alla ricerca di una vita migliore o dell’asilo politico.

Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, da 2 a 3 milioni di cittadini sudanesi, in buona parte migranti ma anche rifugiati in fuga dalla persecuzione, si trovano in Egitto. L’aumento dei morti alla frontiera peraltro indica un mutamento delle rotte della migrazione africana, dopo che la strada verso l’Europa si è fatta più difficile, anche a causa degli accordi tra Italia e Libia. Per l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, attualmente gli eritrei rappresentano il gruppo nazionale più numeroso tra i migranti che cercano di entrare in Israele. Sanno di poter morire eppure non rinunciano ad infiltrarsi in quello che considerano un pezzo d’Europa in Medio Oriente.
Dopo appena tre mesi di lavoro, l’Alto funzionario del ministero dell’interno Tziki Sela pochi giorni fa ha rassegnato le dimissioni. Ma nei sobborghi più poveri di Tel Aviv e delle cittadine emarginate nel nord e nel sud del paese nessuno se l’è sentita di festeggiare l’evento.

In attesa del suo nuovo comandante, l’unità speciale «Oz» creata da Sela continuerà a dare la caccia a migranti e lavoratori senza permesso. Dal primo luglio a oggi, la «Oz» ha avuto modo di «mettersi in luce» per aver individuato un gran numero di stranieri che si trovavano illegalmente in Israele: almeno 220 nelle prime due settimane di lavoro. Fra questi non pochi sono già stati espulsi, mentre gli accertamenti proseguono ovunque. In pericolo anche 1.200 bambini, figli di lavoratori stranieri. Il ministro dell’interno Eli Yishai (del partito ultraortodosso dello Shas) intende espellerli alla fine dell’anno scolastico, ma il governo non ha ancora preso una decisione definitiva. L’incertezza ha scatenato la protesta di Yishai che ha minacciato di lasciare l’incarico se l’esecutivo non approverà il suo piano di individuazione ed espulsione dei clandestini di ogni età. Obiettivo di Yishai è allontanare tutti gli stranieri entrati o residenti illegalmente in Israele. Non è chiaro però come l’unità «Oz» potrà portare a termine l’incarico di fare piazza pulita degli «alieni».

Secondo dati del ministero dell’interno sono circa 280 mila i clandestini in Israele: 118mila sono lavoratori stranieri (soprattutto asiatici e dell’Europa dell’est) entrati regolarmente nel paese ma che sono rimasti oltre la data di scadenza del visto di lavoro (cinque anni). Altri 90mila sono «turisti» rimasti al termine del visto di tre mesi. Ventiquattromila, in gran parte «asilanti », sono entrati dall’Egitto mentre 2.000 bambini nati in Israele da genitori stranieri non hanno uno status preciso e diritto ad un permesso. «I governanti israeliani prima hanno fatto entrare un gran numero di lavoratori stranieri (per sostituire quelli palestinesi, ndr) o ora pensano di mandarli a casa con la forza - ha protestato il deputato comunista Dov Henin - non è giusto, il lavoro straniero è stato il motore della crescita economica di questo paese, ha dato enormi vantaggi a tutti gli israeliani». Henin ha anche ricordato i riflessi negativi in economia dell’espulsione di circa 40.000 manovali africani una decina di anni fa. Ma la «Oz» non è a caccia soltanto di sans papier, cerca anche i lavoratori giunti agli sgoccioli del loro visto di lavoro, per garantire che lasceranno Israele alla scadenza del permesso. E chi finisce in manette non viene certo trattato con i guanti di velluto nella prigione di Givon, dove giungono buona parte dei clandestini arrestati. Tra questi, ha riferito la stampa israeliana, c’erano nelle settimane passate anche otto ragazzini (sette egiziani e un sudanese).


Michele Giorgio
il Manifesto, 20 ottobre 2009, p. 7
Insomma, gli israeliani che hanno il più alto indice di moralità del mondo loro ai clandestini sparano o fanno sparare: come a Sabra e Shatila. Si noti il neofariseismo dei nostri giorni. Sembra di leggere il Vangelo in una edizione aggiornata all’anno 2009 di Nostro Signore. Insomma, la propaganda hasbarota ci dice che in Africa succedono ben altri genocidi, grossolani e non discreti, che non quelli raffinati di Palestina in funzione a ciclo continuo dal 1882 in fase preparatorio e dal 1948 in fase industriale ed in grande stile.In questo contesto ci si soffermi su un dettaglio. Nella fase di progettazione (1882-1947) e nella fase esecutiva (piano Dalet: 1948-2009, fino al piano “Piombo Fuso”) si poneva il problema di cosa farne degli indigeni che fossero “sopravvissuti”, malgrado le massicce operazioni di sterminio e pulizia etnica. Era prevista una sorta di condizione schiavistica da cui attingere per lavoro a basso prezzo. Negli ultimi tempi però si è valutata la convenienza politica di togliere la manovalanza schiavistica indigena sostituendola con una manovalanza non-palestinese ma neppure ebraica. Solo che una simile operazione ha senso solo se è “usa e getta”. Nello stato “ebraico” si ripresenterebbe il problema dell’integrazione e la facile soluzione della circoncisione e della conversione forzata all’ebraismo delle manodopera stagionale o a tempo determinato forse non è stata ancora pensata. Chissà che non si possa per questa via torna al periodo d’oro della Kazaria, caratterizzato da un vasto numero di conversione all’ebraismo, i cui probabili discendente sono i russi e gli slavi, in buona parte oggi in Israele.

Ecco qui che il fenomeno dei “clandestini” si ripresenta anche per Israele. Loro però al posto dei nostri “centri di accoglienza” hanno i cimiteri, o fosse e cumuli funerari davanti ai muri dei cimiteri, dove scaricano i disgraziati ai quali si spara a vista subito alla frontiera. Non si è ancora pensato alla loro cremazione che farebbe risparmiare terra preziosa. E che diamine! Era stato intimato loro l’alt! Non si sono fermati e dunque è legittimo sparargli addosso. Se la son voluta. Lo stato ebraico razzista e sionista über alles! La “sicurezza” di Israele vale bene la vita di miserabili straccioni che scappano dal Darfur o da altri luoghi dell’Africa devastata, ma le cui risorse fanno gola allo stato ebraico, come ci ha fatto sapere Geddafi, quella malalingua.

lunedì 19 ottobre 2009

Segni dei tempi. – Il nesso strisciante ma sempre più evidente fra sionismo, razzismo, islamofobia.

Vers. 1.2/20.10.09

Inizio qui una nuova serie di post fra loro collegati. Lo scopo è di comprendere, interpretare, decifrare la quotidianità, l’evento del giorno, la manipolazione in atto. Già è così! Il “popolo” non può essere altro che “manipolato” in una direzione o nell’altra. Mi tornano alla mente alcuni brani scolastici su Platone, dove il filosofo sostiene che il popolo può essere solo ingannato, magari a fin di bene e per il suo bene, ma sempre deve essere ingannato perché lo si possa governare e dirigere. È materia scolastica sulla quale non mi fermo oltre se non per dire che in questi giorni quella che sembrava noia da banchi di scuola mi squarcia la mente gettando una luce sinistra su una realtà che si ripresenta di nuovo in forme diverse ma identiche nella sostanza. E anche di scuola si parla a proposito del discusso progetto di far insegnare la religione islamica a scuola. È una proposta uscita fuori da Urso e dalla sua Fondazione “Fare Futuro”. Se vogliamo, è una logica conseguenza di quanto il giorno prima aveva detto La Russa nel talk show di Vespa, che è stato un vero e proprio processo a porte aperte ai danni di un mite islamico sul quale ha infierito più di tutti La Russa, che nella sua qualità di ministro della repubblica avrebbe per lo meno essere maggiormente ispirato ai valori costituzionali.

Riflettiamo un momento per poi ritornare sull’asse portante del post che ho in mente di scrivere e che è racchiuso nel titolo. La Russa offende e umilia tutti gli islamici d’Italia dicendo che nelle moschee si deve parlare l’italiano. Non perché gli interessi lodevolmente diffondere la nostra amata lingua, ma perché in questo modo diventano più facili i controlli di polizia. È già tanto se i nostri gloriosi carabinieri comprendono l’italiano. Figuriamoci a far loro apprendere l’arabo per mandarli a spiare nelle moschee, che sono immaginati come luoghi in cui si indicano ad ogni riunione obiettivi terroristici, treni dove collacare bombe, muri da imbrattare con scritte di “odio” e simili. Se questo non è becero razzismo, dite voi cosa altro. Immaginate lo stesso trattamento preteso per le sinagoghe o le chiese cattoliche! Il principio di eguaglianza vorrebbe però che il trattamento fosse uguale per tutti. Altrimenti diventa discriminazione, come indubbiamente è. Ecco dunque che su questa non lodevole esigenza di controllo di quattro milioni di islamici in Italia – dicono –, esce fuori dal cilindro la proposta di farlo insegnare a scuola l’Islam, magari con insegnanti inquadrati sul modello degli insegnati di religione, che sono stato regolarmente sistemati come dipendenti pubblici. Tutto sommato, quella che è stata pensata come una misura repressiva e censoria potrebbe avere per eterogenesi dei fini un risvolto positivo ed agire come elemento di integrazione. Ma ecco che a questa eventualità scatta subito la Sinagoga che ha fiutato l’affare e lo giudica non in armonia con i suoi interessi di dominio e di egemonia sulla cultura e sulla società italiana. No! Meglio la sola religione cattolica a scuola! Non anche quella islamica. Non sia mai! E Giorgino Israel, già noto per essere stato rifiutato da Odifreddi, esce allo scoperto facendosi araldo del responso non del papa, legittimo rappresentante legale del cattolicesimo, ma del rabbino di Roma, che è più del papa stesso. La vera autorità cittadina. Il vero vescovo di Roma. In calce allego sulla questione il § 22 di una scheda dove da tempo analizzo e vado monitorando il sionismo mediatico di Giorgino, che di mestiere dovrebbe essere un matematico, cioè avere a che fare con numeri, sottrazioni moltiplicazioni e simili, ma che è a me noto solo per il suo fondamentalismo sionista. Con la ministra Germini io, come filosofo del diritto e della politica, potrei meglio giustificare qui i miei interventi che non Giorgino i suoi. Io qui faccio filosofia e fortunatamente non esistono regole su come si possa e si debba fare filosofia, su come il pensiero filosofico si vada formando e faccia le sue scoperte. Ma Giorgino in una sua esternazione discetta anche da par suo in materia di profughi e spiega in un raduno di Italia-Israele le profonde ragioni matematiche per le quali non abbia valore la risoluzione ONU che ai palestinesi cacciati dalle loro case nel 1948 debba essere riconosciuto il diritto al ritorno, non nella terra promessa al popolo eletto, ma alle loro case di cui conservano ancora, non simbolicamente, le chiavi, che tuttavia non possono aprire nulla perché le case sono state rase al suolo insieme a tutto il villaggio, il cui nome per davvero è stato cancellato dalle mappe: hanno fatto loro ciò di cui accusano il povero e diffamato Ahmadinejad, che si tenta di abbattere con colpi di stato e sommosse finanziate dalla CIA, che già nel 1953 dimostrò la sua bravura in queste cose.

Ma torniamo al tracciato del discorso che questa mattina ho in mente e che è destinato a me stesso rima ancora che ai miei Cinque Lettori. È una bozza di studio. Una traccia per seguire gli eventi dei prossimi giorni la cui analisi ora tracciata potrò verificare e correggere. Sarò smentito dai fatti che si verificheranno o ne sarò confermato. Non ho partecipato alla manifestazione contro il razzismo che si è svolta sabato 17 novembre del corrente 2009. Avevo però partecipato ad altra manifestazione con numero 17. Questa faccenda dei numeri sa di cabala. Era però il 17 di gennaio e la manifestazione era contro il massacro di Gaza, dove i bombardamenti – ma non il genocidio che continua – il giorno dopo 18 gennaio. Dal 3 di aprile inizio i suoi lavori la Commissione Goldstone, che il 15 settembre ha consegnato il suo Rapporto dove si parla di “crimini di guerra” e di “crimini contro l’umanità” commessi dallo Stato sionista di Israele fra il 27 dicembre 2008 e 18 gennaio 2009. Il lettore critico e intelligente del Rapporto, che noi andiamo pubblicando integrallmente nel testo originale e in traduzione, corredato di commento e illustrazioni, in un lungo lavoro di editing, può facilmente evincere che “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” sono stati compiuti e vengono compiuti ben prima ed anche dopo di quel ristretto periodo di tempo, durante il quale nella sua tracotanza Israele ha confidato troppo nel suo regime di impunità, garantita ad esempio dal governo di un Frattini, ministreo degli esteri italiano pro tempore ed uomo della Lobby in servizio permanente.

Sia per il 17 gennaio 2009 sia per il 17 ottobre 2009 i giornali portano la cifra di 200.000 manifestanti. Non lo saranno. Nessuno può contare con assoluta precisione, ma vuol dire che erano tanti. Non certo i non più di 400 che madonna Fiammetta Nirenstein era riuscita ad attirare a piazza di Montecitorio negli stessi giorni a sostegno del massacro di Gaza, in una piazza che era stata convocata da 100 parlamentari dell’Omonima Associazione Parlamentare Italia-Israele, il cui statuto dovrebbe interessare la Corte costituzionale, se non fosse interessata a scavare la fossa a Berlusconi. Dei parlamentari che dovrebbero rappresentare il popolo italiano stanno lì invece a rappresentare sfacciatamente gli interessi di Israele. Ho sentito con le mie orecchie il miogià vicecordinatore nazionale di FI sostenere la tesi della non sproporzione: una tesi sconfessata già allora dagli strateghi israeliani che spiegano come la sproporzione di Piombo Fuso sia stata deliberatamente volutata per suscitare terrore e deterrenza, ma anche sconfessata dalle risultante del rapporto Goldstone che parla di spoporzione e per questo di crimini contro l’umanità. Non può essere riconosciuto un diritto di punizione collettiva di un milione e mezzo di persone come ritorsione per il rapimento del soldatino Shalit, al quale Alemanno ha concesso la cittadinanza onoraria di Roma! Niente di paragonabile con il centinaio di ebrei che Polito e Pacifici hanno riunito in piazza del Campidoglio, ospiti sempre di Alemanno, che si fa tranquillamente beffe del mio voto, ma non solo del mio, intascato il quale è stato gabbato il santo. Le relazioni fra Alemanno e Pacifici, che non ha votato Alemanno, sono strettissime e pubbliche alla luce del sole.

Non sono stato alla manifestazione romana del 17 novembre scorso genericamente promossa contro il razzismo non perché avessi motivo per non dover dare la mia adesione e la mia partecipazione, ma per la banale ragione che ero già stanco nel momento in cui la manifestazione partiva da piazza della Repubblica per poi sfilare per le vie del centro in 200.000 dichiarati. Ho letto la notizia che Alemanno si riserva di avocare a se ogni autorizzazione per le manifestazioni che interessano il centro storico della città. Non so se abbia effettivamente usato la parola “autorizzazione” che io ho letto in una rassegna stampa dove si stigmatizza che nel corteo vi siano stati cartelli contro Israele. Pare si tratti del simbolo Boicotta Israele, ma avrebbe dovuto essercene uno grande con la scritta SIONISMO = RAZZISMO, cosa del resto già riconosciuta dall’ONU in una risoluzione poi ritirata per immaginabili pressioni, ricatti, condizionameni. Sarà istruttivo in altro post ricostruire storicamente quella vicenda. Malgrado le angosce dei sionisti nostrani la manifestazione non ha avuto una prevalente caratterizzazione antisionista. È certamente importante la presenza di qualche cartello. Dato l’ampia piattaforma della manifestazione, qualcuno aveva perfino pensato che avrebbero partecipato anche gli ebrei di Pacifici, che in qualche occasione a parole si professano pure loro antirazzisti. Ma questa eventualità non si è per nulla verificata ed era tanto improbabile quanto improbabile l’antirazzismo delle comunità ebraiche italiane. L’unico antirazzismo che conoscono è quello che si traduce un una loro ulteriore forma di tutela.

Ma soffermiaci un istante sulla dichiarazione di Alemanno che riprendo virgolettata dal “Corriere di Sion” sopra citato:
«Ho avoca­to a me tutte le autorizzazioni per il centro storico dopo le ultime manifestazioni. Stia­mo rivedendo il protocollo per garantire che le piazze principali vengano utilizzate sola­mente per le occasioni più importanti».
Il già fascista Alemanno perde il pelo ma non il vizio. Ora in effetti è passato ad un ben più spinto fascismo, cioè al sionismo. Ricordo al riguardo le testuali parole di un ben diverso “fascista”, un vecchio fascista democratico romano che potrebbe essere Bontempo, se la memoria non mi inganna. In un’intervista televisiva osservava: “E che in questo paese non esiste più la libertà di manifestare?” Questa libertà di manifestare i nostri “amici” la rivendicano sulle piazze di Teheran se si tratta di rovesciare Ahmadinejad, contro cui Alemanno si è premurato di concedere la piazza del Campidoglio a Pacifici ed il suo centinaio di pensionati benemeriti della Repubblica, ma nega la piazza in Roma ai suoi stessi elettori.

Si badi bene: il diritto di manifestare, diritto essenziale della democrazia come la intendiamo comunemente, non può essere “autorizzato” nè dall’ex-fascista Alemanno né da nessun altro sedicente leader democraticamente eletto. Un simile diritto può essere solo “riconosciuto” ed al massimo disciplinato e regolamentato per ragioni di praticabilità. Se devono essere chiuse le strade dove deve passare un corteo, è ovvio che gli organi preposti al traffico e all’ordine pubblico devono saperlo prima. Ma Alemanno non può avocare a sé la facoltà di scegliere quali manifestazioni gli sono gradite e quali non gli sono gradite. Non credo che abbia fatto grandi studi e che la sua sola carriera sia quella politica, dove ha puntato tutto per costruire la sua fortuna. E più non dico su Alemanno, riservandomi il diritto di contestarlo, democraticamente e civilmente, come suo elettore deluso, quando me ne verrà concessa l’opportunità. Intanto è questo uno dei “segni” di cui mi volevo occupare.

Non lo sto ad illustrare oltre perché il tempo mi incomincia a scarseggiare e vorrei arrivare ad un discorso compiuto. Confido che il Lettore intelligente sappia lui decifrare il segno senza mia ulteriore illustrazione. Riprendo il filo del mio racconto. Non sono stato alla manifestazione perché non mi chiamava prepotentemente e irresistibilmente come quella del 17 gennaio 2009, ma anche e soprattutto perché avevo partecipato fino a pochi minuti prima ad un convegno nazionale di cittadini politicamente attivi ed impegnati, non mi importa sotto quale sigla, che per il prossimo 28-29 novembre ha fissato in Roma un “seminario” sul sionismo. Si voleva un più impegnativo “convegno”, ma per ragioni tecniche questa deve essere fatto slittare nel tempo, forse per maggio. È emerso con grande lucidità e unamità di vedute che il problema del nostro tempo, qui, in Italia e in Europa, è il problema del sionismo. È stata data nella stessa giornata la notizia che madonna Fiammetta si sta dando da fare per tradurre in legge l’equiparazione antisionismo = antisemitismo e quindi proibizione penale di ogni cartello critico verso Israele. Non potrà apparire un cartello come “boicotta Israele” perché sarebbe antisionismo e dunque antisemitismo e quindi proibito: galera!

Vedremo! Io avevo esattamente 18 anni nel 1968. E ricordo per esperienza che quando l’arroganza del potere, l’oppressione, la spudoratezza, l’inganno, la menzogna superano i livelli di tollerabilità diventa una conseguenza automatica la ribellione. Non è detto che la storia si debba ripetere, per giunta con gli stessi errori di allora, ma esiste il precedente storico ed esplosioni di collera popolare che hanno fatto cadere governi e regimi, ristabilendo il tasso minimo di democrazia necessaria. Ahimé la democrazia assoluta, pura, è una chimera, un’utopia dove gli uomini sono simile a dei e non quegli essere imperfetti che tutti siamo. Già il 17 di gennaio 2009 ho incontrato un mio collega alla manifestazione, vestito alla stessa maniera del 1968. Beh! Se ne avremo la forza fisica scenderemo di nuovo in piazza, come nel 1968, ma con l’esperienza accumulata e la saggezza di oggi. Se i più giovani ci vorranno dare ascolto, potranno liberamente fare uso della nostra maturità e dei nostri consigli.

Voglio toccare ora un altro aspetto del discorso: il razzismo strisciante e l’ipocrisia che lo nasconde. Nello scorso anno ci hanno afflitto con innumerevoli rievocazioni delle leggi razziali del 1938. Gli ex-fascisti si sono esercitati in atti di abiura senza neppure avere la necessaria cultura storica di quale fosse il mondo e l’Italia nel 1938. Sono state tutte celebrazioni di carattere ideologico che avevano alle spalle come committente ed ispiratore il sionismo, rappresentanto dalle associazioni ebraiche e dai loro uomini. Era arduo e poteva essere pericoloso intervenire a queste manifestazioni radiocomandate ed eterodirette. Dove è mi è capitato io sono intervenuto, dicendo quel che ne pensavo e poco curandomi di essere una voce fuori del coro. Ma prendiamo per buono quello che i celebranti hanno detto appena l’anno scorso. Dicevano: la società italiana nella sua grande maggioranza non si è accorto di quel che succedeva nel 1938; se ne è stata in silenzio; ha approvato ciò che il regime stava facendo; quel che stava facendo gli italiani del 1938 non lo sapevano affatti; i celebranti del 2008 lo sanno per loro 70 anni dopo. Ma qui si rivelano gli ipocriti.

Se prendiamo gli schemi mentali, la tipologia di discorsi che i celebranti dell’anno scorso hanno fatto per eventi remoti del 1938 e riportiamo ciò che loro stessi fanno oggi, allora scopriamo che di razzismo ve ne oggi molto di più di quanto probabilmente non ve ne fosse nel 1938. Un esempio per tutti: il problema dei clandestini e degli immigrati. Diciamo anche islamofobia, la cui centrale operativa è da collocare in Tel Aviv. Noi gli immigrati che chiedono solo lavoro e integrazione non li vogliamo e facciamo di tutto per respingerli, offenderli, umiliarli. Si immagini qui il parlamentare padano con un maiale al guinzaglio sul luogo dove avrebbe avuto sorgere una moschea. L’intenzione era quella di profanare il luogo per non farvi sorgere la moschea. Sul razzismo padano ha dubbi e non occorre spendere parole. Un lettore che appena sia fornito di cultura storica può verificare di testa sua il seguente quadro: gli immigrati ebrei sionisti che a ondate, iniziando dal 1882, si rovesciano sulla Palestina non come gli immigrati che noi vediamo nelle nostre strade, ma con la consapevole, premeditata e organizzata intenzione di scacciarne e massacrarne il popolo indigeno, secondo un modello che abbiamo visti tutti al cinema: gli indiani d’America armati di frecce aggrediti da bianchi con cannoni e fucili, senza parlare poi di epidemie indotte (coperte infette, alcool, ecc.).

Questo è il sionismo. I suoi rappresentanti si trovano non alla Knesset, ma nel parlamento italiano e nelle amministrazioni comunali. Ricevono pure premi per meriti sionisti. Numerose normative vengono confezionate in modo da iperproteggere i 30 mila ebrei esistenti in Italia, conferendo loro un vero e proprio status di privilegio. Purtroppo, atteso il carattere di astrattezza e generalità della legge, che non può essere ad personam, altrimenti non è più legge, ma un mero provvedimento amministrativo, la cosa sta sfuggendo di mano a lor signori. In pratica gli “ebrei” protetti dalle leggi non sono gli ebrei che hanno ispirato e commissionato le leggi, ma sono gli islamici, gli immigrati in genere, che si vengono a trovare in oggettive ed evidenti condizioni di discriminazione e persecuzione. Mancano ancora le “camere a gas” e i “forni crematori” per smaltire i cadaveri. Verranno anche quelli a tempo debito. In fondo, la vicenda di Mohammed, il presunto attentatore kamikaze, è più facilmente spiegabile come un’ordinaria manifestazione di emarginazione seguita da disperazione che non con schemi iracheni. Il che non toglie che possa essere e di là da venire. Ma allora ogni italiano sensato cercherà di darsene una spiegazione e si chiederà fatalmente cosa gli italiani, o meglio soldati professionisti con il logo della bandiera italiana, ci facciano in Afgahnistan o in Iraq. Credo che i politici alla La Russa faranno fatica a trovare risposte convincenti. Le voci messe in giro dal Times londinese ci fanno pensare ad una diffusa prassi sul modo di trattare gli affari pubblici e privati. La verità processuale è sempre affare di giudici, una casta deputata a dirci essa e solo essa cosa dobbiamo ritenere verità e fatto accertato. A noi non resta altro che l’esercizio del sospetto e dell’immaginazione.

Un razzismo strisciante e profondo attraversa tutta l’Italia, ma è un razzismo indotto dal sionismo che controlla i grandi media e gli uomini politici. Non siamo tutti degli stinchi di santo. Esistono nella natura umana pulsioni più o meno benefiche e distruttive. La pulsione sessuale è fisiologica ed in sé benefica. Ma esistono anche pulsioni aggressive e sadiche che possono essere ad arte sollecitate ed orientate. La consapevolezza critica mette al riparo da queste pulsioni distruttive. Non possiamo aspettarci aiuti dalla scuola, sempre più funestata da Giornate della Memoria instillata e orientata e non criticamente e liberamente formata. Chi vede o pensa di vedere più chiaro di altro ha l’obbligo morale di dare l’allarme. Noi altri, nel nostro piccolo, facciamo quel che possiamo.

Penso di aver tracciato la bozza di un discorso che andrebbe affinato, cosa che faremo certamente. Ora qui di seguito riproduco un paragrafo di una scheda dedicato all’ideologia elaborata e diffusa da un noto sionista, di cui ho parlato e si è parlato, cioè Giorgino Israel, per il quale avverto di dover rivedere le bozze a lui dedicate. Se qualche aggettivo gli dà fastidio, non il diminuitivo Giorgino ormai concesso e di cui si riconosce un tono canzonatorio, ma non diffamatorio, gli ricordo in pubblico l’offerta privata che lui ha rifiutato: può cancellare lui stesso i termini e le espressioni che non gli piacciono, lasciando però intatto la sostanza del pensiero, che è la sola cosa che mi interessi. La sua persona, mai vista di persona, non è oggetto del mio interesse. I suoi scritti pubblici sono invece, mio malgrado, oggetto necessario di una mia occupazione volta a monitorare e analizzare nonché criticare le forme e i documenti dell’ideologia sionista, che io certamente giudico in modo assai negativo. Non ritengo che sia stata senza fondamento l’equiparazione di razzismo e sionismo fatta dall’ONU.

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22. Giorgino, il rabbino e le scuole italiane. – L’articolo contiene soltanto dati biografici di Giorgino, che non conoscevamo. Sapevano della sua vocazione sionista sorta dopo il 1967. Qui ci dice che ha scuola gli hanno detto nell’ora di religione cattolica, che da ebreo poteva astenersi dal frequentare, che gli ebrei – ovviamente quelli antichi di 2000 anni fa – hanno mandato in croce Gesù Cristo. E che lui in quanto ebreo si sentiva colpevolizzato e che quindi gli sarebbe stato fatto un torto da parte dell’insegnante di religione. Io non ignoro la più recente letteratura sulla storicità del Cristo e dei Vangeli. Ed è bene che questi studi si facciano. Ma la fondazione di una religione è pur sempre un qualcosa di mitico e metastorico. Non è come la creazione di un impresa commerciale. È il sorgere di una nuova sensibilità religiosa, di nuovi valori, di un nuovo e diverso modo di rapportarsi con gli altri e con il mondo. È nell’essenza del cristianesimo, e diciamo pure del cattolicesimo, il suo enuclearsi come radicale rottura con l’ebraismo, rispetto al quale non è solo “nuovo” testamento che si aggiunge e si somma all’antico, ma un “nuovo” nel senso che supera il vecchio che per un cristiano non ha più ragione di essere. Se si pone, come oggi si fa dopo il Concilio Vaticano II, il trattino fra giudaico-cristiano intendendo una continuità si mistifica il tutto distruggendo in definitiva il cristianesimo-cattolicesimo che ha tutto il suo valore in quanto si contrappone e supera l’ebraismo. Dire che gli ebrei hanno crocefisso Cristo non è un’affermazione di rilevanza penale, ma un’affermazione di carattere religioso teologico nel senso che l’ebraismo ha sempre rifiutato, ieri come oggi, il cristianesimo in tutta la sua ragion d’essere. Non esiste somiglianza o affinità, ma solo contrapposizione. In passato questa contrapposizione ha avuto forme materiali in conformità alle condizioni storiche della civiltà. Oggi la contrapposizione si può assumere in tutta la sua sostanza teologica, ma questo non significa che sia meno radicale e assoluta che nelle epoche passate. Tutt’altro! Considerando gli attuali rapporti di forza, dove non vi è più il piissimo Carlo Magno, ma un Bush o un presidente americano abitualmente ostaggio della Israel lobby – come insegnano Mearheimer e Walt e altra letteratura – è sotto un’aggressione da parte dell’ebraismo paragonabile a Piombo Fuso. La vicenda Williamson, a pochi giorni dalla cessazione ufficiale dei bombardamenti a Gaza, è istruttiva per chi la sa leggere: Cristo è oggi di nuovo messo in croce per mano delle stesse persone di allora, anche se in una forma diversa. Ma la metafora ieri come oggi dice la stessa cosa: rifiuto radicale del Cristo da parte degli ebrei. E che devono fare i cattolici? Cosa fanno? Calano le brache! E veniamo ai musulmano e all’incredibile posizione del rabbino, il quale ritiene di aver titolo a metter bocca. E con lui Giorgino. Essendoci in Palestina, dico Palestina e non Israele, un vero e proprio genocidio di islamici palestinesi, essendo lo stato sionista di Israele in rotta di collisione con oltre un miliardo di musulmani, diventa preferibile avere una testa di legno nel cattolicesimo, ormai sotto controllo, che non dare spazio ad un islamismo, che non ha mai crofesisso Gesù o irriso alla Madonna. L’Islam non è controllabile da parte di Israele e dell’ebraismo. Dunque in una visione tattica meglio solo il cattolicesimo confessionale a scuola che non dare il benché minimo spazio all’Islam, che conta un miliardo e più di musulmani nel mondo e con il quale in termini di convivenza religiosa, dottrinale, teologica il cattolicesimo potremo scoprire un migliore rapporto di quanto non sia possibile con l’ebraismo.
(segue)