giovedì 24 aprile 2008

Orientalistica: 4. Farian Sabahi studiosa dell’Islam non omologata

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Ormai è abbastanza chiaro come funziona la «Informazione Corretta» dei suoi ideatori sionista. Costoro scrutano per lo più la rete e le edizioni online dei principali quotidani. Individuano persone che possono essere rubricate come “nemici” degli ebrei ed in particolar modo di Israele e del sionismo. È da ben considerate che ebraismo e sionismo non sono identici, anche se il sionismo ha sempre posto come uno dei suoi principali obiettivi la rappresentava esclusiva del giudaismo, che per un autore come Rabkin è invece incompatibile, anzi il contrario del giudaismo fondato sui loro sacri testi. Io sono qui solo un osservatore esterno che da quando si è trovato lui stesso vittima di attacchi diffamatori, si è posto in osservazione dei suoi stessi detrattori per scoprire in cosa consisterebbe la loro presunta, sedicente “correttezza”. Ne è venuto fuori il quadro che abbiamo già in gran parte documentato e soprattutto sono apparse problematiche prima non facilmente visibili. Tra le tante persone che continuano ad essere oggetto delle “corrette” attenzioni degli Informatori Sionisti vi è Farian Sabahi, di cui non siamo il cavaliere difensore ma solo un lettore che trae profitto dagli articoli della studiosa di cose orientali, messi bene in luce dalle denigrazioni dei “Corretti Informatori”, i quali fanno loro malgrado meglio risaltare le ragioni e le verità di cui Farian Sabahi è portatrice.

Vers. 1.5 / 10.9.09
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1. Vivere nella diversità. – I “commenti” redazionali di «Informazione Corretta», sempre anonimi ovvero attribuibili per convenzione ad Angelo Pezzana, rivelano l'ideologia che li ispira e sulla cui base dovrebbe fondarsi il criterio di correttezza di tutta la stampa italiana, misurata nella sua posizione a favore o contro Israele. Mai capita di poter trovare ombra di critica verso Israele da parte di IC. Come a dire che Israele ha sempre ragione e sempre torto chi osa mettersi contro. In Torino, a un docente di liceo, è perfino capitato di venir sottoposto a visita psichiatrica per aver appena accennato una critica verso Israele e la Giornata della Memoria imposta per legge nelle scuole. Nel link qui segnalato, la nostra attenzione è concentrata su una pretesa critica alla giornalista Farian Sabahi, che conduce un'intervista all’insigne giurista Gustavo Zagrebelsky, trattato dai nostri “Corretti Informatori” come un mentecatto che non sa quel che dice. Nel testo sono chiare le domande dell'intevistatrice Sabahi ed altrettanto chiare e nette le risposte di Gustavo Zagrebelsky: su radici giudaco-cristiane, su mondo ebraico, su mondo musulmano, sulla visita del papa negli Usa, sull'avventurismo elettorale di Giuliano Ferrara, grande “amico” dei «Corretti Informatori», sulla pretesa inconciliabilità fra Islam e democrazia, e – cosa che attrae maggiormente l'attenzione degli IC – sul rapporto dell'ebraismo con le donne, tema sul quale il giurista Zagrebelsky ha avuto esperienza in famiglia per via di un matrimonio, potendo così fare delle interessanti scoperte su “rituali” che hanno messo in fibrillazione i «Corretti Informatori». Si noti bene che nel testo dell'intervista Zagrebelsky ha parlato di “rituale” del matrimonio ebraico, non della sua concreta prassi. In questo blog abbiamo già pubblicato un articolo sulla pratica odierna della “circoncisione”, materia esilarante. Se i «Corretti Informatori» hanno “corrette” e certe informazioni in materia, le diano o se ne stiani zitti!
1.
Vivere nella diversità
Intervista di Farian Sabahi a Gustavo Zagrebelsy

«L’accoglienza del Papa alla Casa Bianca non è disinteressata: gli Stati Uniti sono in campagna elettorale ed è evidente l’interesse ad ospitare il Pontefice che ha elogiato il modo di vivere degli americani. Questo complimento stride però con la decisione della Corte suprema che conferma la costituzionalità della pena di morte e respinge i dubbi sull’iniezione letale»: così - al convegno «Laicità della ragione, razionalità della fede?» svoltosi questa settimana a Torino - ha commentato il viaggio di Ratzinger negli Stati Uniti Gustavo Zagrebelsky, già presidente della Corte Costituzionale e oggi ordinario di Diritto costituzionale e Giustizia costituzionale dell’Università di Torino, autore da ultimo di “Contro l’etica della verità” (Laterza).
Di questi tempi religione e politica sono un’accoppiata forte e non solo negli Usa. Ma il successo non è sempre assicurato: come ha giudicato la candidatura di Giuliano Ferrara con la lista «aborto no grazie?»
«Non definirei Ferrara un cittadino cattolico quanto un non credente - o un ateo - che opera in conformità con quello che dice la Chiesa in cerca di una identificazione. Nella Storia ci sono casi di uso della politica da parte della religione e, come nel caso di Ferrara, di uso della religione da parte della politica».
Cosa pensa della possibilità di inserire le radici giudaico-cristiane nella Costituzione dell’Unione Europea?
«Insistere su questi elementi identitari non è produttivo, sono un insulto perché in Europa il cristianesimo si è formato contro l’ebraismo. Molte altre radici hanno dato connotazione al nostro continente: isolarne alcune vuol dire fare torto ad altre. Le radici cristiane sono in linea con l’idea che le nostre società si appoggiano su un fondamento morale offerto dal Cristianesimo a cui per ragioni politiche - di vita nella polis - occorre dare un ruolo privilegiato. E la laicità presuppone non l’esclusione delle fedi dalla dimensione pubblica ma un’uguale lontananza (o vicinanza) da parte dell’autorità pubblica».
Per alcuni Islam e democrazia sarebbero inconciliabili perché l’Islam non garantisce uguali diritti alle donne e alle minoranze religiose. Cristianesimo ed ebraismo sono invece più rispettosi dei diritti di tutti?
«Dal punto di vista dei principi l’ebraismo ha un approccio molto diseguale nei confronti delle donne. Recentemente nella mia famiglia abbiamo sperimentato un’unione ebraica e mi sono reso conto come siano ancora in vigore regole secondo cui il matrimonio consiste nella vendita della figlia, valutata in sicli come se fosse un cammello: la vendita è fatta a favore del marito, il contraente è la comunità ebraica e la donna è un puro oggetto. Questi sono ovviamente i rituali, la realtà è del tutto cambiata. Ma è un esempio significativo di come il mondo ebraico si sia ben assimilato entrando in contatto con la civiltà cristiana dove la donna, con molta fatica, è emersa come soggetto paritario. Quello che possiamo auspicare per l’Islam in Europa è che, grazie a spinte e rivendicazioni interne, si mettano in atto i cambiamenti che nel Cristianesimo hanno richiesto secoli».
L’Islam è ormai in Europa: come si può affrontare il problema dell’immigrazione?
«Integrarsi in una società maggioritaria vuol dire adeguarsi. L’integrazione potrebbe avere senso se i gruppi fossero - per forza, numero e cultura - equivalenti, nel qual caso il risultato sarebbe qualcosa di nuovo a cui tutti hanno contribuito. Ma questo non può avvenire in una società consolidata come la nostra e la soluzione è l’interazione intesa come riconoscimento delle diversità: viviamo insieme e ognuno può fecondare l’altro nel massimo rispetto reciproco».
A quali condizioni?
«Rifiutando la violenza tra le diverse comunità e al loro interno. E qui dobbiamo porci degli interrogativi: la poligamia porta con sé una forma di violenza? E il velo? È un’imposizione o un segno di appartenenza e quindi una valorizzazione? Che cosa sia violenza è dunque da discutere, tenendo presente che la violenza in un contesto può non essere tale altrove».
Quale soluzione si può trovare alla sottomissione della donna all’uomo, sancita da una lettura radicale dell’Islam?
«Per superare le forme di oppressione non bisogna pensare a soluzioni giuridiche ma mettere a disposizione delle immigrate i mezzi culturali con cui possano trovare la forza per modificare i rapporti. Sono processi lunghi e le scorciatoie vanno evitate perché rischiano di creare ulteriore violenza».
L’intervista si colloca nel contesto di un di un convegno su “Laicità della ragione, razionalità della fede?” che si appena svolto in Torino. Sempre in Torino la Sabahi tine un corso su “Islam e democrazia” all'università di Torino. Si tratta dunque di contesto non occasionale o improvvisato e tanto l’intervistatrice quanto l’intervistato danno criteri di massima affidabilità. Chiare le domande e chiare le risposte, ma «Informazione Corretta» insinua il dubbio e pretende conferme da Gustavo Zagrebelsky. Ma non pare “corretto” il dubbio: o IC vuol dire che l’insigne giurista ha detto delle sciocchezze, ed abbia il coraggio di dirlo; oppure che l'intervistatrice gli abbia fatto dire cose che l'intervistato non ha detto o non intendeva dire, e lo dicano i nostri «Corretti Informatori». In conclusione, non esiste nessuna critica a Farian Sabahi:
…nei suoi pezzi traspare sempre qualcosa di poco chiaro [cosa?] (a voler essere gentili) [non lo sono mai e non sanno neppure cosa sia gentilezza ed urbanità di modi. È stato riscontrato il seguente modo di rispondere alle critiche di qualche lettore di altra piazza: “Embè?”], sia che lo dica lei o che lo riporti in una intervista
ma solo l'ennesimo gratuito attacco ad una giornalista colpevole di non essere allineata secondo gli “scorretti” desideri dei “Corretti Informatori”. Proprio ieri sera all’«Infedele» dell’ebreo Gad Lerner si è autorevolmente ammesso e sottolineato il basso livello qualitativo della stampa italiana. Un’agenzia come «Informazione Corretta» nasce non per migliorare la qualità dell'informazione, ma per tentare di condizionarla e per colpire tutti quei giornalisti che riescono ad essere indipendenti quando si parla di Israele. Nasce per peggiorare la stampa italiana, attaccando giornaliste come Farian Sabahi e facendo il tifo per altre giornaliste della stessa “Stampa”, supinamente adagiate in lode di Israele. È questo il modo tipico in cui opera la Lobby pro Israel.

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2. La carità pelosa dei “Corretti Informatori”. –L’Iran, al pari di ogni stato sovrano, ha suoi propri problemi interni ed una propria evoluzione giuridica. Andando al link si trova un articolo di Sabahi dove si parla dei problemi delle donne iraniane. Si può avere interesse o meno per la questione. Certamente hanno interesse al tema le donne iraniane. Ma i propagandisti di un regime come quello israeliano fondato sull’occupazione coloniale violenta e fraudolenta, sulla pulizia etnica, sull’apartheid con quale faccia e con quale credito pensano di potersi interessare dei problemi interni di un paese come l’Iran, verso il quale si stanno preparando a muovere guerra, magari proprio per modificare il diritto matrimoniale musulmano.

3. Dove sta la minaccia. – Andando al link si ritrova la consueta ostilità dei “Corretti Informatori” per Farian Sabahi. In realtà, leggendo l’articolo si evince che non l’Iran è una minaccia per Israele, ma piuttosto Israele è una minaccia per l’Iran ed il mondo musulmano. Come già per l’Iraq anche oggi Israele vorrebbe spingere ad una guerra dell’Occidente contro l’Iran allo scopo di trarne tutti i vantaggi politici e militari. Solo che il mondo e gli USA hanno ora qualcos’altro di cui preoccuparsi. Le interviste soprattutto telefoniche e a personaggi con i quali non si abbia una lunga frequentazione e dimestichezza possono essere rischiose. L’intervistato, magari impaurito da terzi, si precipita a smentire, dando addosso al giornalista che in fondo gli ha reso un servizio pubblicitario e mandando al settimo cielo i “correttissimi informatori” che possono aver agito sull’illustre scrittore, affatto sprovvisto in geopolitica. In ordine ai fatti le illustri opinioni dell’intervistato non aggiungono nessun contributo. Anzi, confondono le acque. Il vero problema per un comune lettore non è la volontà dell’Iran di dotarsi o meno di un armamento nucleare, ma il fatto che Israele già disponga di un simile armamento. Ogni persona di buon senso è portato a chiedersi: perché Israele si e l’Iran no? Dell’Iran sappiamo che negli ultimi cento anni non ha mai fatto guerra a nessuno, mentre Israele è sorto con la guerra ed è continuamente in guerra con i suoi vicini fin dal 1948, ma anche prima se si considerano gli albori del sionismo. Occorrebbe quindi incominciare a disarmare Israele che è l’unica fonte possibile di minaccia nucleare in Medio Oriente. Tutto questo l’illustre Intervistato sembra ignorarlo e vuole perfino farci credere che l’Iran non è un problema di Israele, ma un problema che il resto del mondo deve risolvere per fare un piacere a Israele, che ha spinto gli USA alla guerra contro l’Iraq come sta ora facendo con l’Iran. Probalmente, dopo la guerra Georgia-Russia e dopo la crisi economica, i cittadini americano sono poco propensi ad una nuova avventura militare in Iran. Quindi, Israele – se proprio vuole muovere guerra all’Iran – è bene che se la faccia da sola. Aggiungo qui in coda un link da l’Opinione, dove in uno stucchevole articolo un Litta Modigliani attacca nuovamente la Sabahi. In un gesto di stizza ho mandato al solito Diaconale il seguente testo che qui riposto come semplice bozza, salvo poi a riprenderlo sul piano formale e sostanziale se sarà il caso:
Sto seguendo tutta la montatura che state costruendo su un particolare del tutto marginale circa l’intervista al famoso scrittore che sarò certamente più grande del nostro Manzoni, ma che non sembra essere molto acuto in geopolitica. Ad essere una minaccia per il Medio Oriente non è l’Iran, ma Israele, che sulla guerra da cento anni a questa parte ha prosperato e che in ultimo puntava ad una guerra dell’Occidente all’Iran, seguendo l’esempio di Iraq e Afghanistan. La speculazione che state imbastendo ai danni della giornalista Farian Sabahi è vergognosa e penosa. Del tutto ridicola. Mi chiedo chi mai pensiate di poter ingannare? Voi stessi? Non credo che possiate infinocchiare un qualsiasi lettore appena un poco fornito di senso critico. Il vostro giornale ben si distingue in un’attiva propaganda sionista. Lo abbiamo ben capito.
L’Opinione di Arturo Diaconale, che per un problema di coincidenza di titolo della testa con un altra “Opinione” ha dovuto aggiungere “delle libertà” non ha nulla a che fare con la libertà ed è una testata sionista tutta schiacciata in una propaganda spudorata a qualsiasi starnuto venga dal governo israeliano. Il quotodiano si regge sui soldi dei contribuenti. È da augurarsi che scompaia presto dalla scena mediatica se gli verranno tagliati i fondi pubblici.

4. La figura di Ahmadinejad in una intervista a Sabahi dell’aprile 2006. – In questa intervista di due anni fa emergono alcuni dati interessanti ed ancora attuali. Intanto concordo sull’immoralità di tutte le sanzioni che vanno a colpire l’intera popolazione e contrastano con i fini umanitari che le organizzazioni internazionali dichiarano. Benché si continui a cianciare di democrazia come bene di esportazione, si ignora che Amadinejad è giunto al potere in seguito ad elezioni, non ad un colpo di stato, come quello orchestrato dalla CIA nel 1953 ed in seguito al quale fu insediato lo scià, deposto dalla rivoluzione del 1979. Una figura alternativa ad Ahmadinejad sarebbe stata quella di Rafsanjani, un uomo corrotto che conserva ancora un potere maggiore di quello di Ahmadinejad, che ha invece venduto la sua casa in Teheran e ha dato in beneficenza il ricavato. Certamente l’Iran ha suoi problemi interni. come ogni altro paese e che nessuno intende negare. Ma non è facendo la guerra all’Iran che possiamo noi aiutare gli iraniani a risolverli. E soprattutto la nostra sarebbe una carità certamente pelosa.

5. Ordinaria e “corretta” volgarità. – Ciò che fa imbestialire i «Corretti Informatori», che sembrano sionisticamente gioire per un supposto licenziamento di Farian presso la “Stampa” – licenziamente però compensato dal passaggio al “Corriere” – è la storia di una delle tante vittime della “Terra Promessa”, cioè una di quelle persone catturate dalla propaganda immigratoria. Israele, terra di conquista coloniale, ha da sempre bisogno di “immigrati” ebrei, attirati da ogni parte del mondo, per poter opporre come massa umana agli autoctoni espulsi dalle loro case e dai loro villaggi. Per queste malefatte, per questi crimini che a nessun altro sarebbero permessi, Israele si trova di fatto in guerra da 61 anni, cioè dalla sua «fondazione» come stato. Le guerre qualcuno deve combatterle. La donna ebrea, immigrata dall’Iran, si è trovata così ad avere un figlio ucciso in guerra, una guerra certamente non giusta, volta come era a scacciare dalle loro case i legittimi inquilini palestinesi. Da qui il rimpianto dell’ebra iraniana: chi me la faceva fare? Dando per scontato l’amore di una madre per il figlio, la donna di cui parla Farian Sabahi rimpiange di cuore e profondamente la sua vita in Iran, dove vivono ad oggi indisturbati non pochi ebrei. Si possono immaginare – li si vada a leggere – i commenti imbestialiti dei “corretti” Informatori per i quali statutariamente l’Iran è il male assoluto e Israele è la Terra divinamente Promessa. Povera donna ingannata! Intendo dire l’ebrea iraniana, irretita dalla propaganda sionista, non certo la Sabahi che dei suoi “Correttori” potrebbe certamente ridere se non meritassero altro che il suo disprezzo.

2 commenti:

Melina2811 ha detto...

ciao e buon ponte del 25 aprile da Maria

Antonio ha detto...

ottima analisi