venerdì 11 luglio 2008

Calogero Carlo Lo Re: “War on Terror. La nuova strategia di Bush jr” - (B1/43)

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L’articolo di Calogero Carlo Lo Re, tratto dal n° 43 di Behemoth, p. 43-45, ci appare asciutto, informato, obiettivo, quindi una solida base per una discussione sul tema anche con valutazioni politiche contrapposte. Personalmente, sono del parere che la guerra all’Iraq sia stata un’aggressione vera e propria senza nessuna giustificazione di carattere giuridico o morale, quanto di più sciagurato e criminale potesse esserci. Se anche in un futuro prossimo si dovesse giungere ad “accettabili standard di sicurezza”, evidentemente per i conquistatori non certo per i conquistati ovvero “liberati”, non vi saranno benefici di sorta che possano controbilanciare i danni incalcolabili subiti da quel martoriato paese, che si pretende di aver “liberato”. Non potranno risuscitare i morti ammazzati, forse più di un milione di vittime, e restano irrimediabili le perdite e i danni materiali inflitti ad un giacimento culturale, davvero culla della civiltà, se non altro per l’invenzione della scrittura che ebbe luogo nell’area mesopotamica. “Rovesciati gli abominevoli satrapi di Bagdad” i nuovi satrapi americani o delegati indigeni a sovranità limitata non sono meno abominevoli dei vecchi. Sarebbe stato meglio e certamente avrebbe prodotti minori danni e tragedie, se si fossero lasciati i vecchi governanti e si fosse avuta fiducia nella capacità di autodeterminazione dei popoli, lasciati iberi di darsi la forma politica meglio rispondente al loro grado di civiltà ed al loro tempo storico.

Ho già respinto qualche commento stupidamente polemico a questo post. Per chi ha bisogno di capirlo preciso che fra i numerosi articoli contenuti nei 43 numeri di Behemoth, che saranno qui ripubblicati, i contenuti dei singoli articoli impegnano i rispettivi autori, che sono assolutamente liberi di esprimere le loro opinioni e le loro valutazioni. Per mia esperienza so che non esistono due cervelli eguali ed è una tragedia quando qualche cervello bizzarro pretende di essere il criterio del giusto e del vero a cui tutto i resto si debba uniformare. Costoro fanno bene a vivere dentro i recinti della loro chiesa immaginaria e possibilmente a non uscirne mai. Segnalerò all’Autore quei commenti che mi sembrano idonei ad una proficua discussione scientifico o almeno ad un onesto scambio di opinioni. Contenuti illegali o offensivi non saranno accettati, secondo le regole generali della Netiquette. Al tempo stesso sarà avviata una “pulitura” dei vecchi post di quest blog.

Antonio Caracciolo

Antologia di Behemoth - B1/43: C. C. Lo Re: War on Terror. La nuova strategia di Bush jr.B2/43: J. C. Paye: Nemico dell’Impero. – B3/44: T. Klitsche de la Grange: Fine del comunismo e concetto del politico. –











Calogero Carlo Lo Re

WAR ON TERROR: LA NUOVA STRATEGIA DI BUSH JR

Il 2007 è stato senza dubbio l’anno più importante per l’Iraq del dopo Saddam Hussein. Per la prima volta in tanto tempo, infatti, nonostante i terroristi di al Qaeda abbiano continuato ad insanguinare il Paese con stragi ed attentati, si è avuta la sensazione che ottenere un reale controllo del territorio da parte delle forze alleate e delle Autorità irachene fosse possibile. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, quartiere dopo quartiere, i soldati, sia americani che locali, hanno progressivamente guadagnato spazi di vivibilità per la gente comune. La speranza è che tali progressi si consolidino sempre più, facendo raggiungere prima possibile al Paese mesopotamico accettabili standard di sicurezza.

Ricostruire le mosse chiave della Casa Bianca dopo la sconfitta repubblicana alle elezioni di mid term del novembre 2006 può senz’altro essere utile per meglio comprendere il presente e l’eventuale futuro a medio termine dell’area. Per superare la lunga fase di stallo vissuta dall’Iraq sotto il governo di Nouri al Maliki entrato in carica nel maggio del 2006 e subito costretto ad estenuanti mediazioni fra le varie parti politiche occorreva che George Walker Bush desse un segnale di svolta, che tentasse di diradare le nebbie che avvolgevano le scelte della Casa Bianca da troppo tempo. Il segnale è giunto, ed anche forte, con tutta una serie di nomine che hanno ridisegnato i vertici diplomatico militari della cosiddetta War on Terror. Vedremo se nel lungo periodo sarà superata o meno la confusione che ha spesso regnato nel biennio 2005 2006. Di certo nel medio periodo si può affermare come almeno la presenza americana in Iraq sia molto più evidente, con i soldati che finalmente appaiono visibili per le strade delle grandi città come nei sobborghi e nei villaggi.

Proviamo quindi ad analizzare da vicino il turn over che per oltre un anno ha coinvolto diplomatici, generali e capi dell’Intelligence in un “giro di valzer” che, nelle intenzioni di Bush jr, dovrebbe garantire il massimo supporto alle sue nuove opzioni strategiche post Rumsfeld.

Innanzitutto, John Dimitri Negroponte – nato a Londra nel 1939 da padre greco, ex ambasciatore Usa presso le Nazioni Unite dal 2001 al 2004 ed a Baghdad dal 2004 a fine 2006, nonché fratello del più instancabile fra i cantori delle nuove tecnologie, Nicholas, il guru del being digital – è passato dal ruolo delicatissimo di direttore della National Intelligence (assunto nel 2005, alla creazione della struttura di coordinamento dei servizi segreti Usa) a vice segretario di Stato. Da tempo, infatti, il posto di secondo di Condoleeza Rice era vacante, dopo che Robert Zoellick si era dimesso per tornare a lavorare a Wall Street, alla Goldman Sachs, prima di rientrare nel grande gioco politico accettando di divenire presidente della Banca Mondiale al posto del contestatissimo Paul Wolfowitz, travolto da uno scandalo nella primavera 2007. Robert Zoellick, ideologicamente un liberista reaganiano assai realista in politica estera, stile James Baker, non è mai stato troppo vicino né a Wolfowitz, né ai neoconservatori. Nonostante le difficoltà, ha presto imparato a districarsi nella non semplice situazione che involontariamente il suo predecessore gli ha lasciato in dote, cercando di ridare senso all’azione della Banca Mondiale.

Ritornando a Negroponte, in linea di principio, il suo incarico sulle rive del Potomac sarebbe stato da considerare un declassamento, ma certo insieme alla Rice il diplomatico specialista in missioni impossibili (da giovane fu al fianco di Henry Kissinger durante i colloqui di pace con il Vietnam, aiutando attivamente l’allora segretario di Stato anche grazie alla capacità di parlare un fluente vietnamita) sta gestendo al meglio la delicata fase di transizione irachena. In ogni caso, Negroponte è comunque tornato alla sua casa madre, per così dire, quel Dipartimento di Stato nel quale dal 1960 in avanti ha svolto quasi per intero la sua chiacchierata (durante gli anni di Reagan fu invischiato anche nello scandalo Contras), ma pur sempre più che brillante carriera internazionale.

A coordinare i 16 servizi segreti a stelle e strisce (anche se, ad onor del vero, il numero delle agenzie americane che fanno Intelligence è sensibilmente più alto) al posto di Negroponte, Bush jr ha scelto l’ex ammiraglio John Michael McConnell, a capo della National Security Agency (Nsa) dal 1992 al 1996, sotto l’amministrazione Clinton, ma da molti dato per assai vicino al vice presidente Dick Cheney. Dalla sua centrale operativa con base nel palazzo della Defence Intelligence Agency (Dia), ad inizio gennaio 2007 McConnell ha seguito l’operazione americana di bombardamento di alcune basi di al Qaeda in Somalia, joint operation da manuale fra la Cia, il Pentagono ed altre agenzie. Un’integrazione quanto più reale possibile fra i vari servizi d’Intelligence degli Stati Uniti è del resto proprio il manifesto programmatico di McConnell, che in questo anno e mezzo di mandato ha fatto di tutto per creare una reale sinergia operativa fra le varie sigle, in passato purtroppo ben poco dialoganti fra loro.

Per quanto riguarda il versante militare, le novità più radicali della nuova strategia irachena della Casa Bianca nel biennio 2007 2008 scaturiscono direttamente dalle dimissioni di Donald Henry Rumsfeld da Segretario alla Difesa nel novembre 2006. Nel molo di capo delle attività militari Usa in Medio Oriente, il generale John Philip Abizaid, andato in pensione a maggio, è stato sostituito già a metà marzo 2007 dall’ammiraglio William Joseph Fallon. Come capo del Central Command regionale, però, secondo molti analisti Fallon non era proprio l’uomo più adatto a ricoprire l’incarico di Abizaid. Infatti, è un ammiraglio che si è ritrovato a coordinare la gestione di conflitti assolutamente terrestri, quali quelli in Iraq ed Afghanistan. Non essendosi dimostrato all’altezza del predecessore, Fallon da più parti criticato anche per la sua posizione contraria ad un eventuale intervento militare in Iran è stato rimosso nel marzo nel 2008, dopo un anno di lavoro abbastanza grigio. In attesa di un successore, è stato sostituito dal suo vice, il generale Martin Dempsey.

Il posto del generale George William Casey quale capo delle forze americane in Iraq è stato invece preso a fine gennaio 2007 dall’ottimo generale David Howell Petraeus – formazione militare a West Point e poi studi a Princeton ed un Phd in Relazioni internazionali – molto apprezzato a Mosul, dove ha assai ben operato nel corso degli ultimi anni. Per Petraeus, autore del manuale Counterinsurgency (“antiguerriglia”), le priorità sono state da subito una presenza capillare dei militari Usa nelle 44 strade irachene, un uso più che deciso della forza contro i terroristi, la ricostruzione delle infrastrutture (all’uopo è stato nominato coordinatore delle attività di ricostruzione in Iraq l’ambasciatore Timothy Carney) e l’ottenimento del consenso della popolazione. Nonostante l’alta perdita complessiva di soldati Usa, le scelte di Petraeus in un anno e mezzo sembrano aver già sortito effetti positivi e di certo oggi, rispetto alla passata gestione, il controllo del territorio da parte delle forze alleate è sicuramente maggiore ed anche le morti, sia di militari americani che di civili iracheni, sono in calo (statisticamente, dal giugno 2007 a fine marzo 2008, la violenza etnica e settaria si è ridotta del 90% e le morte di civili sono diminuite del 70%, al pari delle perdite fra gli uomini della coalizione).

La sorte di Abizaid e Casey (che, per inciso, nonostante sia di circa tre anni più anziano di Abizaid, non è andato in pensione, ma da febbraio 2007 è Capo di Stato Maggiore dell’Esercito) come generali operativi sul campo iracheno era di fatto segnata dall’arrivo di Robert Michael Gates a capo del Pentagono. I due alti ufficiali erano infatti gli interpreti in Iraq della teoria della presenza leggera di Rumsfeld, un segretario alla Difesa con idee fin troppo innovative, ottime in linea di principio, ma forse eccessivamente avanti nel tempo. Affrontare una guerra come quella in Iraq con l’approccio light ed ultra hi tech di Rumsfeld ha rappresentato un atto di coraggio che già nel medio periodo si è però rivelato perdente (per tacere delle gravi difficoltà iniziali, con l’avanzata delle forze di terra verso Baghdad quasi bloccata da un tempesta di sabbia). Il nuovo capo del Dipartimento della Difesa Robert Gates dall’agosto 1989 al novembre 1991 vice consigliere per la sicurezza nazionale a fianco del consigliere Bent Scowcroft e dal novembre del 1991 al gennaio del 1993 direttore della Cia ed il suo vice con delega all’Intelligence militare James Clapper, il generale che ha sostituito Stephen Cambone, fedelissimo di Rumsfeld, hanno un’idea ben diversa della guerra, certo più tradizionale e meno futuristica di quella degli immediati predecessori. Una presenza dei militari Usa in Iraq ben più evidente che negli ultimi anni è il tratto saliente del doppio cambio della guardia al Pentagono, che ha prodotto anche la sostituzione quale capo degli Stati Maggiori riuniti del generale Peter Pace, al cui posto è andato l’ammiraglio Michael Glenn Mullen, già capo delle operazioni navali.

Altra importante nomina di Bush jr nel quadro della War on Terror è arrivata a metà maggio 2007, con il generale Douglas E. Lute divenuto supervisore delle guerre in Afghanistan ed Iraq. Lute è ora il collegamento diretto fra i comandanti militari impegnati sui vari fronti, i diplomatici, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Stephen Hadley e la Casa Bianca. Recepisce le richieste dei militari e si attiva concretamente per esaudirle in breve tempo. È, insomma, una sorta di “Zar della guerra”, un grande coordinatore a detta di alcuni senza troppa esperienza sul campo e nell’imbarazzante posizione di chi è costretto a dare ordini a dei propri superiori (è ancora un generale a tre stelle e molti suoi interlocutori invece di stelle ne hanno quattro). In ogni caso, la determinazione pare non gli faccia difetto.

Ai primi di giugno 2008 è poi arrivato il pensionamento per il generale Dan McNeil, dopo quarant’anni di servizio e sedici mesi di incarico a Kabul. Al suo posto come comandante delle forze alleate in Afghanistan è stato collocato il generale David McKiernan, che nel 2003 ha guidato l’avanzata verso Baghdad da comandante delle forze terrestri del Central Command.

Questi, quindi, i cambi e le nomine più importanti sul versante militare. E sul fronte diplomatico? Intanto Zalmay Khalilzad, neocon di fede musulmana sunnita, è ora ambasciatore americano all’Onu, in sostituzione del “falco” John Bolton, bocciato dal Senato Usa. Khalilzad, convinto sostenitore della dottrina Bush, è stato ambasciatore nell’Afghanistan post talebano (oggi l’uomo di Washington a Kabul è William Wodd) e poi a Baghdad, subito dopo Negroponte. Al suo posto è giunto nella capitale irachena, proveniente dalla caldissima Islamabad, Ryan Crocker, un veterano della diplomazia Usa fin dagli anni Settanta, ottimo conoscitore del mondo islamico, mentre in Pakistan è andata Anne W. Patterson, grintosa ambasciatrice reduce dalla direzione del Plan Colombia a Bogotà.

Più o meno completata la nuova squadra per la gestione del caos iracheno (perché è chiaro che sostituzioni ed aggiustamenti “in corsa” saranno sempre necessari), nell’ultimo anno il compito più arduo di George Walker Bush è stato quello di convincere l’America ed i suoi rappresentanti dell’opportunità di sostenere la nuova strategia della Casa Bianca. Già nel discorso sullo stato dell’Unione del 23 gennaio 2007 il presidente aveva chiesto al Congresso americano, a maggioranza democratica, di appoggiare il suo piano per l’Iraq. Secondo Bush jr, per riportare la calma nel martoriato Paese mesopotamico sarebbe stato necessario l’invio di altri 21.500 soldati statunitensi, un numero comunque di molto inferiore alle stime di alcuni esperti, come Frederick Kagan (fratello del più noto Robert Kagan) e Jack Keane (ex capo di Stato Maggiore dell’Esercito), che in un accurato studio sulla situazione irachena commissionato dall’American Enterprise Institute (Choosing Victory. A Plan for Success in Iraq) a metà dicembre 2006 chiedevano l’invio di altri 50.000 uomini.

Il fallimento della linea Rumsfeld Abizaid Casey ha quindi comportato un mutamento di rotta davvero radicale nelle scelte di Bush jr. Ricavato ben poco dall’approccio light, si è passati al tentativo di controllare realmente il territorio iracheno tramite un più alto numero di soldati statunitensi dislocati per le strade ed una loro maggiore propensione all’uso della forza. Secondo alcuni, però, sarebbe stato troppo tardi per recuperare i quasi quattro anni persi inseguendo l’utopia di Rumsfeld. In guerra tentare di ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo (sia operativo che economico) rappresenta evidentemente una ben difficile quadratura del cerchio. Forse, più che difficile, impossibile. In ogni caso, la “cura Petraeus” pare stia comunque dando dei frutti più che concreti.

Il tenace militare di origini olandesi (sul quale si consiglia l’ottimo saggio di Daniele Raineri, Il caso Petraeus. Il genera¬le che ha cacciato al Qaida dall’Iraq, i Libri del Foglio, Roma, 2008) sembra essere una perfetta incarnazione dell’ideale decisionista di Carl Schmitt. Nello stato oltremodo d’emergenza dell’Iraq odierno, Petraeus rappresenta ormai un imprescindibile punto fermo sia per la Casa Bianca (ha un rapporto diretto con Bush jr e lo informa almeno due volte a settimana sugli sviluppi dello scenario di guerra) che per il governo iracheno. Le sue operazioni militari (la Fardh al Qanoon a Baghdad, la Phantom Thunder e la Phantom Strike, per fare alcuni esempi) hanno intanto conquistato zone dell’Iraq e della capitale del tutto off limits fino al 2006.

Nel frattempo, a Washington, in attesa dell’esito delle elezioni del novembre prossimo, la maggioranza democratica al Congresso finora non ha avuto il coraggio di portare alle estreme conseguenze la sua posizione contraria al conflitto in Iraq e, com’è facile capire, le buone notizie dal teatro di guerra mesopotamico finiscono con il confondere ancora di più l’altalenante politica dei deputati e dei senatori dell’Asinello, stretti fra il massimalismo di alcuni leader liberal e la necessità di non compiere errori che la Storia non perdonerebbe.

Perché si può essere favorevoli o contrari all’intervento americano in Iraq nella primavera del 2003, ma una volta dichiarata guerra al regime degli Hussein, una volta rovesciati gli abominevoli satrapi di Baghdad, una volta create istituzioni democratiche impensabili appena qualche hanno fa, sarebbe assurdo ritirare le truppe e lasciare il Paese in un caos davvero senza speranza che finirebbe per consegnare l’Iraq o ad al Qaeda o a Teheran. Piaccia o non piaccia a Nancy Pelosi, l’ultraliberal speaker democratica della Camera dei Rappresentanti, una simile responsabilità in casa democratica proprio nessuno vuole prendersela.

Catania, 4 luglio 2008

Calogero Carlo Lo Re

2 commenti:

Andrea Carancini ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.
Antonio Caracciolo ha detto...

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