venerdì 12 agosto 2011

Il mondo tossico di Murdoch: VII,2 - Parla Gordon Duff: «Il controllo dell’opinione pubblica e le guerre contro l'Islam a vantaggio di Israele»

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Nel post precedente dal titolo
«Strabismo filo-israeliano e razzismo anti-islamico: due facce della stessa moneta mediatica» abbiamo annunciato e introdotto uno studio approfondito del «mondo tossico di Murdoch» - uno studio che ha lo scopo di sondare la radice di un fenomeno sociale che ha preso piede in Occidente da decenni: la demonizzazione dell’Islam da una parte e la propaganda filo-israeliana dall’altra - legate l’una all’altra mediante i fili di una trama politica dal disegno ben preciso.

Abbiamo sottolineato che senza il contributo determinante dei media questo fenomeno irrazionale quanto ingannevole non avrebbe potuto propagarsi e generare il tabù dell’intoccabilità di Israele. E abbiamo portato all’attenzione dei lettori che, non a caso, il momento storico nel quale ha inizio la campagna di diffamazione condotta a tappeto contro le popolazioni arabe abbia coinciso con l’ascesa del sionismo, all’inizio del 20esimo secolo. Era il periodo in cui nasceva l’industria cinematografica di Hollywood, fin da allora gestita e controllata dalla comunità ebraica immigrata negli Stati Uniti dall’Europa dell’Est.

Arrivando ai giorni nostri, sappiamo che l’opinione pubblica è in prevalenza condizionata dai prodotti televisivi che hanno letteralmente invaso le nostre case, i salotti, le camere da letto, e ci accompagnano nel corso della vita fin dalla prima infanzia. È un bene? È un male? Una domanda, questa, a cui spesso si sente rispondere: «dipende da come usiamo la televisione». Una risposta, questa, che presuppone la capacità dello spettatore di essere immune dall’influenza della falsa propaganda esercitata da chi controlla i media e di saper discernere la verità dalle versioni fittizie e ingannevoli degli eventi per come vengono rappresentati da chi ‘fabbrica’ le news.

L’uomo più potente nell’industria dell’informazione è oggi l’erede naturale dei padrini della Hollywood storica e si chiama Rupert Murdoch, noto al grande pubblico italiano per essere il magnate della Tv a pagamento pur non essendo cittadino italiano.

E allora, se Murdoch è un uomo d’affari che si occupa di intrattenimento, perché parliamo di Islamofobia, Israele, Media e Murdoch all’interno dello stesso post? Tutto diventa chiaro leggendo in basso la trascrizione di un’intervista rilasciata da un autore americano che ha una profonda conoscenza di Murdoch e del mondo mediatico che il magnate ha creato per raggiungere i propri obiettivi.

In Inghilterra, dove è scoppiato, di recente, lo scandalo delle intercettazioni telefoniche che ha messo Murdoch e le testate che controlla al centro dell’attenzione pubblica, si sono dischiuse le quinte dietro le quali si cela un mondo di corruzione e ricatti tra chi ha il potere dell’informazione e chi ha il potere politico in Gran Bretagna. Tuttavia questo spiraglio si è repentinamente richiuso in conseguenza degli attentati di Oslo. [C’è anche chi ipotizza che non sia una coincidenza]. È stata comunque istituita una commissione di inchiesta parlamentare, ed è stato aperto un caso giuridico che ha già provocato arresti e dimissioni eccellenti. Entrambi i procedimenti sono tuttora in corso ma non sono attualmente sotto i riflettori pubblici.

Ma i giornalisti di inchiesta non si sono fatti sfuggire l’occasione del discredito pubblico di Murdoch, per raccontare qualche verità tenuta nascosta per troppo tempo agli occhi del pubblico occidentale.

In questo post pubblichiamo la traduzione di un'intervista rilasciata da Gordon Duff in seguito ad un articolo scabroso che l’autore stesso ha scritto nei giorni successivi allo scoppio dello scandalo delle intercettazioni. L’articolo (anche editato in formato video) aveva suscitato forte scalpore nella blogosfera e Gordon Duff è stato di conseguenza interpellato a varie riprese nei cosiddetti media alternativi per commentare la figura controversa di Rupert Murdoch.

Gordon Duff ha fatto parte del Corpo dei Marines durante la guerra del Viet-Nam. È un giornalista noto per le frequenti partecipazioni a discussioni politiche in programmi radio e Tv e per gli articoli che appaiono nelle maggiori testate di news sul web. È stato un diplomatico presso le Nazioni Unite, in veste di esperto in questioni di difesa militare. Attualmente è l’editore capo della nota testata online Veterans Today.

L'intervista audio, registrata dal servizio US-Desk della testata online di PressTv - e ripresa da molti siti - rappresenta una sintesi dell’articolo scritto dall’autore. La traduzione di alcune parti dell’articolo verrà in seguito pubblicata su questo blog, ma alcuni brevi passaggi sono già integrati nel testo dell’intervista, perché esemplificativi del discorso dell’autore.


Intervista a Gordon Duff
sulla figura del magnate Rupert Murdoch


«Ho appena finito di scrivere un articolo piuttosto controverso su Murdoch. Ciò che il pubblico in genere sa di Murdoch è che è un magnate dei media, un miliardario australiano, un conservatore. Ma in realtà Murdoch è tutt’altra cosa.

Murdoch è un israeliano. Murdoch è un ebreo. Si ritiene a torto che abbia costruito il suo impero editoriale, e la vasta rete di canali e servizi televisivi che controlla, per trarne profitto economico. Ma non è così. Il suo interesse primario è la politica – controllare il mondo politico a beneficio di Israele. Murdoch è un israeliano ultra-nazionalista estremista. Fa parte di una cerchia ristretta all’interno della Likud sospettata di avere progettato attacchi terroristici internazionali e molte delle strategie di apartheid che osserviamo in Palestina.

Ma Murdoch è molto altro ancora. E’ strettamente collegato ad una vera e propria associazione a delinquere composta da industriali e banchieri, di cui è il ‘front man’ – il leader nominale – che garantisce loro il controllo dei governi per mezzo di corruzione e ricatto. Quello che ora i cittadini in Inghilterra stanno scoprendo (in seguito allo scandalo delle intercettazioni) è che negli ultimi 20 anni Rupert Murdoch è stato in controllo del loro governo. Che i loro leader politici hanno raggiunto il potere per mezzo di Murdoch, che hanno ‘lavorato’ per Murdoch.

Tre presidenti americani sono stati essenzialmente insediati e letteralmente controllati da Murdoch. Tutto ciò che è successo durante il loro mandato – gli eventi che hanno determinato le guerre, gli attacchi dell’11 settembre, le decisioni di intraprendere due guerre folli, i tracolli finanziari in USA ed Europa: Murdoch è stato determinante nella progettazione ed esecuzione di questi piani, e non solo perché ha il controllo dell’informazione pubblica. Negli Stati Uniti possiede decine e decine di testate e riviste ed emittenti radio, oltre all’intera rete FOX [il canale internazionale a diffusione mondiale Fox News, e le affiliate nazionali nei singoli Stati americani, la produzione televisiva delle serie di FOX, la produzione FOX di Hollywood, ecc. - n.d.t.].

Murdoch, insieme ad altri affiliati, controlla la maggioranza del sistema di informazione negli Stati Uniti. Controlla le news per disinformare il pubblico. E finalmente diventa di dominio pubblico che mediante le intercettazioni – vere e proprie strategie di spionaggio – le sue organizzazioni stanno effettivamente controllando i poteri politici. Qui, nello stato in cui vivo, l’Ohio, Murdoch ha speso di tasca sua decine di milioni di dollari per fare eleggere il governatore. Ma Murdoch non si limita a fare eleggere il politico di sua scelta. Lui si serve della morsa che esercita sul potere per fare scrivere le leggi.

Perché Washington ha deciso di fare la guerra all’Iraq, e la guerra all’Afghanistan, senza alcun motivo di alcun tipo? A vantaggio di chi sono state fatte queste guerre? A vantaggio di Israele. Come è stato possibile attuare tutto questo orrore? Non sarebbe stato possibile senza Murdoch in controllo di tutto. Le strategie politiche di Murdoch sono essenzialmente paragonabili a quelle del regime nazista. Murdoch persegue due obiettivi. L’obiettivo principale è il trionfo di Israele e la disfatta dell’Islam. L’altro obiettivo è servirsi dello strumento e del potere mediatico come mezzo per raggiungere lo scopo primario. Mi spiego.

Murdoch non solo controlla l’informazione inventando notizie che screditano i musulmani dipingendoli come esseri sub-umani. Murdoch controlla anche una fetta essenziale dell’industria dell’intrattenimento. Crea prodotti di massa – film, fiction, serie Tv, - che sistematicamente rappresentano i musulmani come predatori pericolosi e disumani.

Ma i prodotti di Murdoch non si limitano al puro razzismo. Murdoch usa i canali di informazione e le produzioni di intrattenimento come strumenti per abbrutire e appiattire le menti del pubblico, e renderle manovrabili verso il pensiero unico razzista, autoritario, militarizzato, etno-centrico, prepotente, intollerante – in una parola: anti-culturale.

Uno dei suoi bersagli è la classe intellettuale, coloro che in ogni società sana rappresentano i leader culturali. Nell’indurre il pubblico a rivoltarsi contro gli eruditi, gli studiosi, gli intelligenti, i filosofi, ha sviluppato negli Stati Uniti, in Inghilterra e in molte società occidentali un’assuefazione tossica al sesso sordido, allo scandalo, alla violenza, all’ignoranza, al razzismo. Il mondo tossico di Murdoch asseconda il peggio dell’umanità, soddisfa i gusti più bassi, sfrutta le debolezze altrui. È un mondo che spegne la scintilla dell’intelletto e rifugge da ogni discorso costruttivo. Indottrina le menti e sforna soluzioni preconfezionate che scoraggiano la necessità di porsi gli interrogativi opportuni. Murdoch e i suoi soci nei vari paesi hanno costruito una cultura popolare che favorisce un clima politico responsabile del mondo degenere in cui oggi viviamo. Un mondo nel quale dilagano guerre insensate e in cui l’informazione è solo intrattenimento gratificante. Non c’è arte, non c’è cultura nell’Occidente controllato da Murdoch. Tutto si riduce al consumo passivo della televisione».

* * *

Nella visione del mondo riscritta da Murdoch per influenzare l’immaginario collettivo sottratto al pensiero critico, l’Islam è il nemico dichiarato dell’Occidente e degli ebrei. Mentre rimane celata al pubblico la verità: che in realtà l’Islam costituisce l’ostacolo che Israele vorrebbe rimuovere per dominare il Medio Oriente. Questo perlomeno sembra essere l’obiettivo immediato dello ‘stato’ sionista. Ecco perché le ‘guerre senza senso’ di cui parla Gordon Duff in alto. Guerre che Israele non potrebbe condurre da sola, nonostante sia la quarta potenza militare nel mondo e il quinto esportatore di armi. Ecco perché la Lobby esercita la sua morsa micidiale sul parlamento degli Stati Uniti, la superpotenza militare con migliaia di basi militari sparse nelle aree geo-politicamente critiche. Ecco perché il mondo dei media di Murdoch esalta il potere degli USA e le guerre imperialiste contro l’Islam.

Gli USA sono un alleato necessario per Israele. Ma sia ben chiaro, Israele non ricambia il favore. In realtà Israele disprezza l’America. Spesso nei media sentiamo affermazioni come: «Israele è il maggiore alleato degli USA nel Medio Oriente» - ma niente è più lontano dalla verità. Illustra bene il concetto Ray McGovern, ex funzionario della CIA addetto alla analisi di intelligence per l’area mediorientale:
«Israele NON è nostro alleato, perché la definizione di alleato si applica ad uno stato vincolato ad un altro per mezzo di un trattato strategico-militare. Israele ha sempre rifiutato di firmare un tale trattato, in quanto prevede confini di stato ben definiti. Israele vuole mantenere i propri ‘confini’ fluidi per i motivi a noi noti».
Ricordiamo che Ray McGovern è oggi un sostenitore attivo della Causa Palestinese. Lo abbiamo visto di recente partecipare alla Freedom Flotilla II, come parte della delegazione americana imbarcata sulla nave “Audacity of Hope”, ribattezzata ufficiosamente “To Gaza with Love”.

Gli effetti devastanti del linguaggio razzista promosso dai media di Murdoch e altri media ideologicamente affini sono sotto i nostri occhi ogni giorno. Gli attentati di Oslo e alcune vicende delle sommosse inglesi ne sono l’esempio più recente.

Proprio due giorni fa abbiamo assistito ad un fatto terribile in Birmingham, una città industriale con forte rappresentanza della comunità islamica inglese, che insieme a Londra, Liverpool e Manchester è stata teatro delle rivolte più intense. Nel quartiere residenziale musulmano alcuni cittadini erano scesi in strada per difendere le moschee, le abitazioni e gli esercizi pubblici, vista la latitanza delle forze dell’ordine in quel quartiere. Dell’assenza degli agenti hanno approfittato i soliti violenti delle frange militanti dell’estrema destra razzista islamofobica: hanno di proposito preso di mira alcuni dei giovani musulmani di origine pakistana pacificamente di guardia nel quartiere, investendoli con una macchina lanciata ad alta velocità, uccidendo tre di loro sul colpo.

Qual è il messaggio implicito nell’assenza delle forze dell’ordine, in quel momento di disordini violenti, in quel quartiere abitato da cittadini inglesi musulmani che dovrebbero avere gli stessi diritti ad essere protetti di cui godono i cittadini di pelle bianca? Che l’investimento fosse volontario è stato confermato dai molti testimoni presenti in loco, come ha riferito il politico britannico George Galloway agli spettatori di Press-Tv, rivelando di avere ricevuto personalmente un resoconto scioccante da parte di uno dei testimoni presenti.

Oggi abbiamo visto le immagini di una padre devastato dalla perdita insensata di un figlio descritto da tutti come «un cittadino modello, un ragazzo sempre pronto a dare una mano a chi ne avesse bisogno, un amico della comunità». Mentre l’ironia vuole che nelle stesse ore Cameron dichiarava di fronte alle telecamere:
«I cittadini hanno il diritto ad essere protetti. Non permetteremo che eventuali ‘diritti civili’ ostacolino le necessarie misure di sicurezza che adotteremo per evitare il ripetersi di violenze analoghe».
E quali saranno le comunità bersaglio di queste ‘misure di sicurezza’ annunciate, che prevedono interventi per impedire comunicazioni di messaggistica e la libera associazione mediante l’uso dei social network, come annunciato dal premier britannico? Assisteremo ad un altro giro di vite per le libertà civili delle comunità islamiche? E si continuerà ad esaltare il «diritto di Israele a proteggersi» e a demonizzare i cittadini musulmani avvelenando le menti dei giovani bianchi provenienti dagli ambienti socialmente oppressi, facili reclute dei movimenti estremisti islomofobici filo-sionisti, prodotto di una società che promuove l’assenza di cultura?

Molto altro è stato scritto su Murdoch, e forse il documento più interessante tra quelli pubblicati sul web, è una biografia scritta alcuni anni fa, che si concentra su un periodo storico ben preciso: gli attacchi dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York. L’articolo scritto da Gordon Duff e la biografia citata, di altro autore, saranno oggetto dei prossimi post di questa serie. E come già commentato nel post introduttivo: non è il caso giudiziario, né la persona di Murdoch l’oggetto del nostro interesse. Ciò che cerchiamo di scoprire è la fonte di tanto orrore a cui assistiamo nel mondo e in particolare nel Nedio Oriente, e cioè le manovre in atto per favorire Israele ai danni delle popolazioni islamiche e della nostra libertà di pensiero.

... continua ...

giovedì 11 agosto 2011

Studi: VI. Dalla ris. Onu n. 3379 di condanna del sionismo in quanto razzismo alla n. 4686 abrogativa ed oltre: cosa successe veramente?

Studi: I - II - III - IV - V - VI - VII -

Post in costruzione.

Un filosofo recentemente scomparso ebbe a definire il sionismo come un crimine per essenza e non per mero accidente. Esso è infatti una ideologia che propugna e giustifica il genocidio e la pulizia etnica di un paese, la Palestina, sulla base di una mitologia storica. Libri come quello di Shlomo Sand o di Ilan Pappe spazzano via tutti gli ideologismi che una propaganda ben fornita di mezzi e di complicità ci propina tutti i giorni. Ma i termini concettuali della questione sono di grande semplicità e non lasciano adito a dubbi. Fu così che il 30 novembre 1975 con la risoluzione n. 3379 l’Assemblea dei popoli rappresentanti alle Nazioni Unite dichiarò il sionismo una forma di razzismo e di discriminazione razziale. Fu solo per la capacità di pressione di ricatto che gli Usa esercitarono nel dicembre 1991, al tempo di Bush padre, primo invasore dell’Iraq, che si ottenne la risoluzione n. 4686 abrogativa della precedente n. 3379. Non so al momento se e quanti casi di abrogazione esistano, ma è strano che una dichiarazione cognitiva del 1975 venga abrogata da una successiva dichiarazione, come a dire che se oggi dico che una bandiera è bianca, domani dico che non è più bianca. Non è difficile immaginare cosa può essere successo, ma non basta immaginarlo, bisogna ricostruirlo e documentarlo in tutti i suoi passaggi. È quello che cercheremo di fare avvalendoci di ogni possibile fonte di informazione, incluse quelle di provenienza sionista.

SOMMARIO: 1. Antefatto: linee di ricerca ed analisi. –

1. Antefatto: linee di ricerca ed analisi. – Per capire i fatti presenti occorre spesso risalire alle loro cause remote. Oggi lo stato di Israele – ovvero l’entità sionista, come altri amano dire – ama atteggiarsi in una posizione difensiva, dicendosi aggredito ed oggetto alla prava volontà altrui di distruggerlo. Il suo diritto alla sicurezza è diventata la sua principale industria e fonte di introito oltre ai trasferimento di ricchezza a fondo perduto, senza corrispettivo, che riceve dagli Usa e dall’Europa. Ma agli inizi le cose non stavano affatto come oggi le si vuol fare apparire da parte di un apparato di propaganda che ha la stessa persuasione dei carri armati e dei buldozer che distruggono le case degli autoctoni palestinesi, il cui problema non è l’alto costo degli affitti – come per gli “indignados” israeliani che non si indignano di ciò che lo stato di Israele fa agli altri – ma la distruzione della loro casa e la loro espulsione dai luoghi in cui sono nati e vissuti di generazione in generazione per secoli e millenni.

Come stavano dunque le cose agli inizi e da dove dobbiamo incominciare? Se partiamo da quando i primi 13 biluim si insediarono nel 1882 in Palestina, ne possiamo documentare le intenzioni prendendo un brano di un certo Zeev Dubnov, uno di questi primi biluim, che scrivendo al fratello così si esprimeva:
«Credi dunque che il solo scopo della mia venuta qui sia di istallarmici e che se mi istallassi qui raggiungerei il mio scopo, mentre in caso contrario sarebbe il fallimento? Niente affatto. Il mio scopo finale, come quello di molti altri, è ambizioso, vasto, lontano, ma non irragiungibile. Il mio scopo è di arrivare ad assumere il controllo del paese, di restituire al popolo ebraico l’indipendenza politica della quale è stato privato da quasi duemila anni...
Non ridere. Non si tratta di un sogno. I mezzi per raggiungere questo scopo comprendono: la fondazione nel paese di colonie agricole e artigianali, la creazione di diverse fabbriche e il loro progressivo ampliamento; in una parola, è necessario fare uno sforzo perché tutta la terra e tutta l’industria si trovino in mani ebraiche. Inoltre, conviene insegnare ai giovani, alla nuova generazione che crescerà, a utilizzare le armi (in questa Turchia libera, selvaggia, si può fare tutto). Allora, e a questo punto anch’io comincio a sognare, allora verrà il giorno meraviglioso che il profeta Isaia aveva previsto nei suoi bei discorsi infiammati. Gli ebrei proclameranno a voce alta, e con le armi in mano se ve ne sarà bisogno, di essere i padroni della loro antica patria. Poco importa se questo giorno meraviglioso verrà tra cinquant’anni o anche più. Cosa rappresentano cinquant’anni, se non un breve istante in una prospettiva del genere? Ammettete, amici miei, che si tratta della più meravigliosa e gloriosa visione».

Citato in G. Paciello, La conquista della Palestina.
Le origini della tragedia palestinese,
Pistoia, Editrice C.R.T., 2004, p. 51-52.
Da ridere qui vi è molto, ad incominciare dalla presunta “indipendenza del popolo ebraico”, che in realtà durò nei tempi antichi poche decine di anni, infima parentesi nella dominazione sul territori di pressoché tutti i popoli dell’Antico Vicino Oriente, dopo che secondo il mitico racconto biblico la terra fu strappata con genocidio degli antichi Cananee, addirittura un genocidio comandato da dio: altro che jiad islamica. Questi erano assassini fin dalla notte dei tempi, ma per fortuna è senza fondamento la presunta discendenza storica dagli ebrei biblici. Come ha ben narrato Shlomo Sand il grosso delle comunità ebraiche proviene dalla Kararia e fin dalle epoche più recenti i movimenti emigratori sono partiti dall’Est europeo. Ma questa è altra storia su cui qui non intendiamo soffermarci oltre. È puro mito su cui si innesta l’ideologia razzista e genocidaria del sionismo, come fu ben riconosciuto dall’Assemblea Onu del 1975 e dalla prima Dichiarazione Durban del settembre 2001.

Ma riprendiamo il filo del nostro discorso. Poiché si parla spesso di proprietà e di legittimo acquisto di terre da parte degli ebrei, che espropriarono quindi subito gli autoctoni, occorre qui riassumere quanto al riguardo si trova esposto nel citato libro di Paciello. Nel processo di smembramento e spartizione dell’Impero ottomano lo strumento più efficace fu la formazione del Debito pubblico ottomano, che portò a modifiche strutturali e sostanziali della sovranità turca, all’incirca come ancora succede ai nostri giorni con la truffa del debito pubblico. Vi fu anche allora la “privatizzazione” e si passò grosso modo da un sistema di proprietà e coltivazione collettive delle terre, sulla cui produzione effettiva era anche rapportato il prelievo fiscale, ad un regime di proprietà privata e vendita delle terre, delle quali senza manco forse rendersene conto si trovarono privati i contadini autoctoni. Ad acquistare furono gli ebrei, con capitali propri o con soldi che arrivano dai loro “benefattori” e sistemi nei quali ancora oggi eccellono. È questa l’origine dell’acquisto ebraico delle terre palestinesi.

È da dire che il governo ottomano non era per niente ignaro della sorte che le potenze europee le stavano preparando. Per quanto riguarda l’immigrazione ebraica in Palestina la posizione del governo fu subito chiara e netta, subito dopo l’uccisione dello zar, per mano anche di un attentatore di origine ebraiche. Per impedire che vi fosse un afflusso in massa verso la Palestina, nel 1882, il 28 di aprile, a Odessa, da dove partivano i flussi migratori, il console ottomano affisse alla porta del suo ufficio un Avviso così concepito:
«Il governo ottomano informa tutti (gli ebrei) che desiderano immigrare in Turchia che non è consentito loro stabilirsi in Palestina. Essi possono immigrare nelle altre province (dell’impero) e stabilirvisi come desiderano alla sola condizione che diventino sudditi ottomani e accettino di osservare le leggi dell’impero».
Paciello, op. cit., p. 55
Ma di assumere i doveri oltre che i diritti loro generosamente concessi gli immigrati non ebbero mai intenzione e conservarono sempre il passaporto di provenienza. Le resistenze turche a ciò che era evidente fin da allora furono coartate da inglesi e francesi, che avevano tutto l’interesse a contribuire allo smembramento dell’Impero ottomano servendosi anche dell’immigrazione ebraica, allo stesso modo in cui ancora oggi la collocazione di uno stato ebraico nel cuore del Vicino Oriente agisce come avamposto militare americano. Ma qui vi sarebbe poi da considerare il ruolo della Israel lobby nella politica estera americana, ampiamente analizzato dai politologi Mearsheimer e Walt, al cui libro si rinvia.

Va aggiunto quale elemento significativo del nostro discorso come gli ebrei autoctoni della Palestina, esigua minoranza, furono tra i primi ad opporsi all’immigrazione sionista ed a chiedere l’espulsione dei nuovi arrivati. Con la prima guerra mondiale fu creata la Società delle Nazione e l’istituto del Mandato. La storia ingloriosa della Società delle Nazioni è qui data per nota, passando quindi all’Organizzazione delle Nazioni Unite che le succedette come Club delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. L’abilità dell’organizzazione sionista fu quella di aver saputo profittare delle due guerre mondiali per il raggiungimento dei loro scopi a tutto scapito della popolazione autoctona palestinese che fu vergognosamente ingannata e sacrificata dalla “nazioni civili” dell’Europa. Dagli anni sessanta in poi vi fu il vasto processo di decolonizzazione che vide sorgere la nascita di numerosi nuovi Stati, che avendo appunto il titolo giuridico di Stati formalmente sovrani e indipendenti, ebbero un seggio nell’Assemblea delle Nazioni Unite, la quale quando riesce a sottrarsi all’influenza, alle pressioni, ai ricatti, alle minacce dei maggiori stati, della Potenze che siedono nel Consiglio di Sicurezza per diritto di guerra, riesce ad avere pronunciamenti come quello del 1975, fatto poi ritirare nel dicembre da Bush padre fresco invasore dell’Iraq. Ma ci restano da ricostruire i dettagli ed i contorni di una vicenda di cui molto si parla, ma poco si sa.

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(segue)

mercoledì 10 agosto 2011

Osservatorio sulla libertà di pensiero negata. Parte Prima: Gli Stati. Cap. XVI - Romania (2011).

Area di lavoro
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L’ordine di successione dei capitoli è casuale e condizionato da notizie che troviamo sulla rete e dalle quali ci sembra possa delinearsi un problema di libertà di pensiero, di espressione, di ricerca e di insegnamento. La nostra attenzione nel caso della Romania è stata attirata da un dizionario di lingua romena, i cui autori hanno ritenuto di dover e poter dare un significato definitorio ad un termine del lessico rumeno. Incredibilmente, è insorta la solita associazione ebraica – presente in ogni paese – per protestare contro la definizione del termine, a loro avviso censurabile. Non conosco la lingua rumena e non posso intervenire sulla questione linguistica, ma di censura a nostro avviso si può parlare solo per l’ingerenza di un’associazione ebraica addirittura nella redazione delle voci di un dizionario ufficiale delle lingua rumena. Da questo episodio, del tutto casuale e piuttosto marginale, prendiamo avvio per una scheda di monitoraggio sulla situazione della libertà di pensiero e di espressione in Romania.

SOMMARIO: 1. Neppure i vocabolari possono stare in pace. –

1. Neppure i vocabolari possono stare in pace. – Un linguista che redige un vocabolario non deve preoccuparsi in genere di altro che di registrare l’uso linguistico di un termine, la sua etimologia, fraseologia e quanto altro la scienza linguistica moderna consente di sapere sul significato delle parole. Direi che è difficile immaginare qualcosa di più obiettivo e neutro. Invece, l’associazionismo ebraico, o forse è meglio dire “sionista”, interviene perfino sulla redazione della voci di dizionario, pretendendo di dettare la stesura delle singole voci. La nostra ignoranza della lingua romena ci impedisce di entrare nel merito. Il fatto è comunque segnalato con toni allarmistici e demonizzanti da un apposito bollettino, specializzato in questo genere di attenzioni, il CICAD al suo n° 1463, che addirittura lancia un «Appel à modifier la définition d’un terme antisémite du dictionnaire», ripreso da un sito francese: Ouestfrance.fr - Di questo passo ci saranno anche sedie e tavoli antisemiti, vestiti antisemiti, e così via. Una gabbia di matti. Quello che si evince è che questi signori non amano l’uso libero di internet, che sembra non riescano a controllare e condizionare con la stessa facilità con sui si impongono sui media, televisivi e della carta stampata.

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domenica 7 agosto 2011

Nota di allarme, N° 1: il regime appronta i suoi mezzi repressivi contro l’uso libero di internet.

Allarme N° 1 - Successivo

Come se fosse attuale, per un evidente equivoco in buona fede, proprio in questi giorni in cui si vanno preparando scenari di crisi, per la quale tutta la classe politica è chiamata a render conto, ci è giunto il testo sotto pubblicato e della cui decadenza sono stato informato dal lettori attenti, che ricordavano meglio di me il tentativo Dalia. Ritengo di mantenere lo stesso il testo e l’allarme in considerazione del fatto che i tentativi Dalia non sono affatto cessati, ma sono ricorrenti e quindi occorre mantenere un all’erta permanente. È in pericolo oggi più ai tempi dell’emendamento Dalia il pieno esercizio da parte dei cittadini del diritto alla critica politica, garantita formalmente dall’art. 21 della Costituzione, il regime pensa di premunirsi bene, emanando la norma che segue, di cui veniamo adesso a conoscenza ed a cui diamo diffusione, affinché tutti gli internauti vi riflettano sopra e studino le opportune contromisure difensive. Non mi pare dubbio che sia un chiaro segnale di censura e di repressione, che si presta al massimo arbitrio ed è volto ad incutere terrore in semplici cittadini, che si avvalgono di internet per esprimere pensieri che un tempo sarebbero rimasti confinati dentro le pareti domestiche.

Post Scriptum: Dopo verifica fatta sul Forum di “Stampa Libera” è risultato che si tratta di notizia “vecchia” del 2009, di un testo approvato al Senato, ma poi bocciato alla Camera. Mi scuso con i Lettori di “Civium Libertas”. Ritengo tuttavia che l’allarme sussista e che sia anche utile una sorta di storia e di registro di tutti i tentativi, presenti o passati, volti a reprimere la libertà di pensiero, di espressione, di insegnamento, di ricerca, di critica politica. In particolare sull’emendamento Dalia verrà fatto uno studio storico-ricognitivo, di cui un inizio è la raccolta di links che abbiamo già iniziata.

CIVIUM LIBERTAS

* * *

SENATO DELLA REPUBBLICA
Fonte.

Proposta di modifica n. 50.0.100 al DDL n. 733

50.0.100 (testo 3)

D'ALIA

Approvato

Dopo l'articolo 50, inserire il seguente:

«Art. 50-bis.

(Repressione di attività di apologia o incitamento di associazioni criminose o di attività illecitecompiuta a mezzo internet)

1. Quando si procede per delitti di istigazione a delinquere o a disobbedire alle leggi, ovvero per delitti di apologia di reato, previsti dal codice penale o da altre disposizioni penali, e sussistono concreti elementi che consentano di ritenere che alcuno compia detta attività di apologia o di istigazione in via telematica sulla rete internet, il Ministro dell'interno, in seguito a comunicazione dell'autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l'interruzione della attività indicata, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine.

2. Il Ministro dell'interno si avvale, per gli accertamenti finalizzati all'adozione del decreto di cui al comma 1, della polizia postale e delle comunicazioni. Avverso il provvedimento di interruzione è ammesso ricorso all'autorità giudiziaria. Il provvedimento di cui al comma 1 è revocato in ogni momento quando vengano meno i presupposti indicati nel medesimo comma.

3. Entro 60 giorni dalla pubblicazione della presente legge il Ministro dello sviluppo economico, con proprio decreto, di concerto con il Ministro dell'interno e con quello della pubblica amministrazione e innovazione, individua e definisce, ai fini dell'attuazione del presente articolo, i requisiti tecnici degli strumenti di filtraggio di cui al comma 1, con le relative soluzioni tecnologiche.

4. I fornitori dei servizi di connettività alla rete internet, per l'effetto del decreto di cui al comma 1, devono provvedere ad eseguire l'attività di filtraggio imposta entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000, alla cui irrogazione provvede il Ministero dello sviluppo economico.

5. Al quarto comma dell'articolo 266 del codice penale, il numero 1) è così sostituito: "col mezzo della stampa, in via telematica sulla rete internet, o con altro mezzo di propaganda"».

Il mondo tossico di Murdoch: VII,1 - Strabismo filo-israeliano e razzismo anti-islamico: due facce della stessa moneta mediatica

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Parto da lontano per arrivare alla fine a parlare di Murdoch, promotore della propaganda sionista nei nostri media occidentali, che con i loro inganni hanno partorito un mostro come l’attentatore sionista di Oslo.

Gli esperti non hanno alcun dubbio sul fatto che l’attentatore di Oslo, il filo-israeliano e razzista islamofobico Anders Behring Breivik, sia stato influenzato dalle ideologie sioniste pro-israeliane e dalla propaganda anti-islamica sistematicamente propagate nei media occidentali per mezzo di strategie di comunicazione aggressive, che hanno lo scopo di seminare diffidenza e insinuare il sospetto nei confronti delle popolazioni musulmane, rappresentate nei media come incombente minaccia esistenziale per Israele e ideologica per l’Occidente.

Né hanno alcun dubbio, gli esperti, che l’attentatore sionista - in ragione del suo estremismo fanatico - sia stato usato come pedina sacrificale per mettere in atto le trame mostruose dei ‘padrini’, affidate per la loro esecuzione ai servizi segreti, con tutta probabilità al Mossad, sempre secondo l’opinione degli esperti.

Non solo, gli esperti (giornalisti di inchiesta, esponenti del mondo accademico, ingegneri, architetti, ex funzionari delle agenzie di intelligence) fanno inoltre notare con crescente insistenza che gli attacchi terroristici avvenuti in anni recenti su suolo americano ed europeo sarebbero stati di proposito – e con il sostanzioso contributo dei media - attribuiti a presunti “estremisti islamici”, pur non essendoci alcuna prova giuridicamente valida a sostegno di queste gravi accuse.

Gli approfondimenti della storia recente da parte di autori e studiosi mettono in evidenza quanto sia distorta la versione degli eventi storici che ci viene insegnata sui banchi di scuola o raccontata mediante il cinema e la fiction, in particolare l’aspetto che riguarda il cosiddetto “popolo ebraico” e la nascita dello stato israeliano.


Mentre si inizia solo ora ad esplorare un aspetto ancora scarsamente documentato: che l’ascesa del sionismo all’inizio del 20esimo secolo coincide con il momento storico in cui prendeva il via la campagna mediatica contro il mondo arabo, nel cinema, nei giornali, nella vignettistica, e successivamente nei cartoni animati. Esiste un documentario che mostra come l’industria cinematografica di Hollywood, fin dalla nascita presidio della Lobby, abbia da sempre, sistematicamente, umiliato e ridicolizzato gli Arabi, raffigurandoli come caricature di sé stessi – idioti fanatici, pericolosi cospiratori che tramano nell’ombra contro gli ‘infedeli’, feroci e crudeli assassini assetati di sangue.

Per contro esiste un altro documentario, il cui titolo italiano dovrebbe essere: Hollywood, gli ebrei e il sogno americano, che illustra come gli ebrei, che hanno il controllo di Hollywood, abbiano proiettato sullo schermo un loro sogno, coniandolo come ‘sogno americano’, perché l’ostilità nei confronti degli ebrei immigrati in massa dall’Est europeo e guardati con sospetto dalla popolazione americana, in quell’epoca non permetteva di essere espliciti in merito ad un 'Sogno Ebraico'.

Tale 'Sogno' - secondo il documentario - consisteva nell’aspirazione ad una patria in cui stabilirsi e prosperare, per poi degenerare nell’ambizione di essere riconosciuti agli occhi del mondo come il ‘popolo eletto’ guidato da Dio per essere la ‘luce delle nazioni’ e caratterizzato da eccezionalismo di stampo supremazista, un modello di virtù e rettitudine, un’ispirazione per le genti del mondo – esattamente la stessa fanatica visione messianica che appunto abbiamo visto svilupparsi tra il popolo americano in merito al loro ‘Grande Paese’, una visione che ai loro occhi giustifica qualunque sopruso che l’America commetta nei confronti di altri popoli.

Nel sogno cinematografico americano ebraico i Pellirosse rappresentano la metafora del nemico che si oppone all’ascesa del popolo guidato da Dio verso la ‘nuova frontiera’. Gli indigeni vengono demonizzati e bollati come selvaggi, crudeli e fanatici, giustificando la loro strage, o la degradazione a cittadini di seconda classe privati della loro identità e dignità, spogliati di ogni diritto civile e giuridico, derubati dei loro territori e di ogni fonte di sussistenza autonoma.

Il senso di questo post – e di altri che seguiranno - è mettere in evidenza come sionismo e anti-islamismo siano le due facce della stessa moneta mediatica che esalta l’invasore Israele e condanna l’oppresso popolo palestinese, per mezzo di un meccanismo narrativo vizioso che fa della vittima l’aguzzino. Un meccanismo che fa parte di una strategia allargata all’intero mondo islamico e, come sappiamo, per niente limitata ad una guerra ideologica e mediatica. Quella che viene chiamata con l’inganno ‘guerra al terrore’ altro non è che una campagna bellica programmata a tavolino decenni fa, che prende di mira l’Islam dal Pakistan al Marocco, passando per i paesi del Golfo Persico, con l’obiettivo di assoggettare, depredare, impoverire, ridurre in schiavitù le popolazioni musulmane e impossessarsi delle loro risorse, uccidendo tutti quelli che oppongono resistenza. E guai al governo che osa ribellarsi, come ha fatto l’Iran. E guai a chi si oppone all’egemonia di Israele, come fanno Libano e Siria e ora la Turchia.

Sappiamo bene chi ha voluto tutto questo. E sappiamo bene chi sono gli autori di questa vera e propria strategia del terrore che induce le popolazioni occidentali a percepire i musulmani come nostri nemici ed esponenti di una cultura che viene descritta come ‘aliena’ alla nostra. Gli autori sono gli ideatori ed esponenti della corrente neo-con sionista nata alla fine degli anni ’70 a Washington e fondata dall’immigrato ebreo Irving Kristol (deceduto di recente), padre del giornalista americano Bill Kristol, un personaggio che vediamo regolarmente seduto nel salotto politico del canale americano di Murdoch, Fox News, insieme agli altri neo-con sionisti ebrei e cristiani che dagli schermi di quel canale sputano le loro sentenze contro i Democratici, contro i ‘terroristi’ Arabi, contro l’Uomo Nero Musulmano Barack ‘Hussein’ Obama, contro l’Islam e contro tutti coloro che non santificano Israele.

E’ nelle fila dei neo-con sionisti – a cui appartengono personaggi come Rumsfeld, Cheney, Wolfowitz, e molti altri con doppio passaporto - che troviamo gli ideatori del piano per diffondere nell’Occidente l’idea che esista uno «scontro delle civiltà» – che vedrebbe ideologicamente opposti e contrapposti due mondi e due culture, quella islamica e quella occidentale per la quale è stata inventata ad hoc - e con l’inganno - la definizione «cultura giudaico-cristiana» come se davvero esistesse e non fosse in realtà un termine fabbricato artificialmente per indurre i popoli occidentali a credere che ci sia un’affinità religiosa e culturale tra cristiani ed ebrei, e come se l’Occidente fosse l’espressione di questo presunto sposalizio ideologico ‘giudaico-cristiano’. E come se davvero il cristianesimo - e l’Occidente di cultura cristiana - fosse inconciliabile con l’Islam.

Se posso permettermi un commento personale, vorrei aggiungere che personalmente trovo molta più affinità spirituale tra il Vangelo di Cristo e il Corano del Profeta Maometto, che non tra il Nuovo Testamento e il Vecchio, tuttora un riferimento per la cultura ebraica. La sistematica demonizzazione dell’Islam scoraggia nel cittadino occidentale la lettura del Corano, che viene dipinto come ispirazione per il presunto terrorismo islamico e per gli attacchi suicidi*.

Due giorni fa nella rubrica di Press-Tv dal titolo «Epilogue» è stato discusso in studio un libro, di recente pubblicazione, dal titolo More bad news from Israel - che tradotto in italiano significa ‘Ancora brutte notizie da Israele’. Non ho letto il libro, per cui relaziono su quanto espresso dagli accademici che lo hanno commentato.

L’autore principale, Greg Philo, è un docente in scienze delle comunicazioni presso l’Università di Glasgow, e non è un militante nelle fila dell’attivismo accademico pro-palestinese. Il suo interesse accademico è per il modo ingannevole con cui i media rappresentano certi eventi influenzando la percezione del pubblico, che li interpreterà di conseguenza. Secondo l’autore, nessun caso di inganno mediatico è tanto eclatante quanto la sistematica campagna di disinformazione sul cosiddetto conflitto israelo-palestinese - campagna che aumenta di intensità man mano che cresce da parte del pubblico l’ostilità nei confronti di Israele.

Il libro è uno studio accademico - «molto accurato» secondo gli studiosi che lo commentavano - sulla percezione che il pubblico britannico riceve dai resoconti dei media in merito a quanto succede in Palestina. Come emerge dalla discussione, lo studio mette a nudo quanto la percezione del ‘conflitto’ sia distorta e diametralmente opposta alla verità storica e alle cronache attuali, ed evidenzia che la maggioranza del pubblico è convinto che siano i Palestinesi ad occupare illegalmente territori di cui gli israeliani sarebbero i legittimi proprietari. E questo non è sorprendente, considerando che per l’80% dei cittadini britannici l’unica fonte di informazione è quella ricevuta dalla televisione, come rivela il libro.

Sempre dallo studio emerge che i cittadini si dichiarano in genere scettici nei confronti delle versioni fornite dai media. Tuttavia, conclude l’autore, non disponendo il pubblico di informazione e di dati alternativi per un raffronto, il giudizio dello spettatore si regola inevitabilmente secondo quanto recepito dai media. In altre parole, il pubblico rimane influenzato suo malgrado, non perché mostri un atteggiamento acritico, ma perché il meccanismo dell’opinione indotta è molto aggressivo ed efficace.

Emerge inoltre, che su oltre 3.000 filmati esaminati dagli autori, trasmessi dalla BBC e da altri canali mainstream britannici, in cui vengono mostrate immagini di palese conflitto violento tra Palestinesi e israeliani, solo 17 hanno anche contestualizzato le immagini all’interno di una esposizione razionale dei fatti. Per il resto, i filmati venivano commentati con versioni favorevoli a Israele, che suggerivano il diritto di Israele a difendersi, giustificando le misure repressive contro i Palestinesi e i bombardamenti di Gaza in risposta ad una presunta incessante pioggia di missili sparati in territorio israeliano.

Durante la discussione veniva anche letta e commentata una pagina del libro. Nella pagina si legge:
«Un’analisi dei contenuti (dei servizi Tv su Palestina/Israele) evidenzia che vengono regolarmente interpellati funzionari dagli Stati Uniti per commentare i filmati e che i contributi sono sempre in supporto della posizione di Israele. Mentre viene accuratamente evitato il confronto con opinioni di esponenti di altre nazioni con posizioni critiche nei confronti di Israele. … I risultati dello studio da noi condotto mostrano che sono i punti di vista israeliani a prevalere nelle news e questo è anche il risultato di un sistema ben collaudato di lobbying e pubbliche relazioni».
Come annunciato in alto, lo scopo di questa riflessione è introdurre il mondo tossico di Murdoch, che definire un magnate sionista e anti-islamico sarebbe clamorosamente riduttivo. Sicuramente Murdoch è l’alleato più prezioso di Israele. Uno studio ravvicinato del personaggio permetterà di comprendere le sue motivazioni, il potere illimitato che si è costruito, e l’influenza malsana che esercita sugli ambienti politici internazionali. Come diceva George Galloway nella recente puntata del suo programma su PressTv:
«Gli attacchi di Oslo hanno distolto l’attenzione dal caso Murdoch e dal Vaso di Pandora che si stava schiudendo».
E noi questo vaso dai contenuti velenosi lo vogliamo scoprire e sondare fin dove possibile, limitandoci tuttavia agli aspetti che sono oggetto del nostro interesse. Non sono le vicende giudiziarie dell’individuo Murdoch che ci interessano, se non in quanto indice della totale assenza di moralità che caratterizza il personaggio. Questo non è un tribunale e noi siamo meri osservatori che tentano di capire da dove arriva tutto il male che si manifesta ai nostri occhi ogni momento di ogni giorno. Lo scopo della ricerca è quello di mettere a nudo le sfere di influenza che gravitano intorno al fenomeno chiamato Israele e definito dall’autore Alan Hart «il cancro al cuore delle politiche internazionali».

* Quest’ultima osservazione si presterebbe ad una riflessione sulla differenza tra guerre e attacchi terroristici da una parte e il sacrificio di sé stesso all’interno di azioni estreme a cui ricorre chi non dispone di altri mezzi per rivendicare il diritto alla vita e alla libertà - ma se ricordo bene, tale aspetto è stato affrontato altrove in questo blog.


... continua ...

giovedì 4 agosto 2011

Dalla strage di Oslo e Utoya ai “territori occupati” in Cisgiordania: lo spirito della Frontiera in Eretz Israel.

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Post in elaborazione.

Era esattamente il 28 febbraio 2007, quando pubblicavo su “Club Tiberino” un articolo del mio compianto amico Giano Accame su Israele e il sionismo. Allora non mi interessavo quasi per nulla di questo argomento ed avrei pubblicato qualsiasi cosa Giano mi avesse dato per arricchire il mio blog. Di certo non potevo discutere con lui su un tema che conoscevo assai poco e che mi interessava ancor meno. Con Giano ci incontravamo periodicamente a cena in un ristorante dietro l’angolo di casa sua. Parlavamo di altre cose ed assai raramente degli argomenti di cui nell’articolo. Ricordo fra altre cose come una volta lui accennasse al fatto che aveva preceduto Gianfranco Fini e tanti altri nel suo avvicinamento ad Israele. La morte, sopraggiunta nell’aprile 2009, ha crudelmente precluso qualsiasi possibilità di discussione sul tema, soprattutto alla luce degli eventi più recenti. Di certo, nulla avrebbe potuto incrinare un’amicizia trentennale, qualunque fossero state le nostre eventuali divergenze e non intendo adesso fare con l’amico morto quella discussione che non abbiamo mai avuto in vita. La citazione è per me importante solo per poter datare le mie vedute al riguardo, sollecitate anche da attacchi che ho ricevuto gratuitamente e che mi offendono soprattutto per quel disconoscimento della libertà di pensiero altrui nel rispetto reciproco e perfino in una rapporto di stima ed affetto che ha contrassegnato la mia amicizia trentennale con Giano. Anzi ricordo a questo riguardo come la sua posizione in fatto di libertà di pensiero fosse stata tempestiva e ferma, benché in opposizione alla parte sionista da cui l’attacco proveniva. Questo ricordo mi dà la certezza che sul tema Israele e dei profughi palestinesi avremmo potuto essere in disaccordo, ma non certo sul tema della libertà di pensiero piena e senza sotterfugi escludenti questa o quella materia dall’ambito costituzione della garanzia ed esercizio del diritto.

Il tema che ora mi accingo ad affrontare è piuttosto complesso e richiederà più sedute di lavoro, nonché continue revisioni ed aggiornamento, secondo il mio metodo di “scrittura sull’acqua”, al quale ho più volte accennato ai miei quattro o cinque o trentacinque lettori dichiarati. E che dunque ormai dovrebbero essere abituati. È di questi giorni la notizia di intense manifestazioni interne fra i “cittadini” israeliani, per proteste anti-governative causate da insoddisfazione delle condizioni di vita in quello che dalla propaganda nostrana viene definito un “Stato di successo”, una “economia di successo”, mentre il mondo intero sprofonda nella crisi. È incredibile ma l’ottusità della propaganda si spinge fino a tanto, senza neppure chiedersi quanto di questa “prosperità” israeliana non sia sempre dipesa dalla volontà coloniale di trasformare la Palestina in un avamposto dell’Impero: prima quello britannico, ora quello statunitense. Non ho una contabilità dei flussi di denaro e di risorse che piovono continuamente verso Israele, che insaziabile chiede e pretende sempre di più: gli è dovuto!

Evidentemente tutta questa ricchezza che è piovuta in Israele non è stata ripartita equamente fra i cittadini coloni che se sempre più numerosi, sotto la copertura del Mandato britannico e poi Alleati, sono affluiti in una terra di conquista, i cui cittadini autoctoni non potevano opporre nessuna resistenza ed erano alla mercé degli invasori. La differenza dai tempi e dai metodi della conquista dell’Ovest americano è che noi oggi non ci divertiamo affatto a veder massacrare gli indigeni e siamo piuttosto refrattari a lasciarci manipolare dall’ideologia dei coloni, salvo a non essere in qualche modo parte in causa e quindi non equanimi nel giudizio politico, morale e storico su periodo di insediamento coloniale sionista dal 1882 ad oggi, con buona pace di tutte le frottole e gli ideologismi sul “diritto storico” all’occupazione della Palestina.

(segue)

mercoledì 3 agosto 2011

Scampoli di regime: il burqa alla Camera in settembre. Ed altro, mentre i cittadini sono distratti!

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Post in elaborazione.

Il primo ed unico burga che ho visto in vita mia è stato, nello scorso mese di maggio, nella città di Londra, dove però ho vista tante altre etnie, con i loro costumi. Ho anche visto di passaggio un quartiere, dove mi hanno spiegato sono concentrati gli ebrei, con le loro barbe e le donne con le loro parrucche e una nidiata di bambini, pare allo scopo di incrementare le unità demografiche ebraiche nella guerra demografica in atto contro il mondo islamico. Ho sentito al riguardo tante incredibili stranezze che non riporto in assenza di una verifica diretta, ma che però non trovo né interessanti né urgenti. In Italia, varcato da un bel po’ la soglia del mezzo del cammin di nostra vita, non ho mai visto in vita mia un solo burqa, pur avendone sentito parlare tanto spesso con toni assai accessi. Ma sembra tuttavia che al culmine di una crisi planetaria che minaccia le nostre basi di esistenza materiale, cioè il poter mangiare bere e dormire sotto un tetto, la Commissione Affari Costituzionali della Camera non abbia saputo trovare di meglio di cui occuparsi. Per fare un solo esempio, rimane ancora inattuato l’art. 49 della costituzione che prevede il diritto dei cittadini italiani alla partecipazione politica ed alla formazione della politica nazionale e contestualmente l’obbligo per i partiti di darsi con vincolo di legge un’organizzazione interna democratica. I signori deputati, con tutto quel che sono pagati, uno schiaffo e un insulto al popolo che soffre, non hanno mai saputo trovare il tempo – oberati come sono da più alti impegni – di dare attuazione a questo principio costituzionale, forse messo lì sulla carta tanto per dire al popolo afghano che in Italia esiste quella democrazia che loro non hanno e che noi per il loro bene esportiamo presso di loro con l’uso delle armi e l’impiego dei nostri militari professionisti, il cui stipendio non credo sia tra i più bassi rispetto ad altri lavori che gli italiano fanno in patria, quando hanno un lavoro. Il fatto che il parlamento si occupi di burqa non può che terrorizzarci: in quali mani è riposto il nostro destino!

Non spenderò una sola parola pro o contro un tema – burqa sì, burqa no – che giudico assolutamente futile e pretestuoso per nascondere un anti-islamismo la cui cifra si trova a Oslo e Utoya. Più importante mi sembra, ma senza voler stendere una “lista nera” per la quale venire poi perseguito, individuare le grandi menti, dentro o fuori il parlamento, che si sono occupate di un così importante problema, e magari sentirne le ragioni. Il Borghezio padano ha subito anche lui un momento di “gogna” mediatica per aver detto a bocca, viso e testa aperta che le idee del “folle” norvegese di nome Breivik sono condivisibili al 100 per cento. Mi chiedo se in fondo i crociati del burqa non stiano facendo la stessa cosa, ma senza l’ingenuità di Borghezio nel dire liberamente quel che pensa, condivisibile o meno che sia.

Il probema è: quanto interessa per davvero la libertà delle donne e quanto invece interessa trovare argomenti per alimentare il cosiddetto “scontro di civiltà”, che opporrebbe il “nostro” al “loro” «modo di esistere»? Per mettere in pratica le stesse idee di Breivik, ed in modo anche più efficace, vi sono ben altri modi, capillari e quotidiani. Inoltre, vale per queste “quisquilie” l’insegnamento di Naomi Klein, secondo il quale è proprio nei momenti di shock che si fanno passare leggi e provvedimenti che in tempi normali suscitano reazioni e indignazioni. Inoltre questo parlamento è speciale e sa di doversi affrettare per fare il “colpaccio” che già nel prossimo anno potrebbe non riuscire. È in atto la raccolta delle firme per un referendum abrogativo dell’attuale legge elettorale, che ha consentito a moltissimi uomini e donne delle lobbies di potersi insediare nel parlamento italiano per far passare tante leggi contrarie agli interessi edgli elettori e del popolo italiano. Per questo si affrettano potendo essere forse contati i loro giorni. Si sa per esperienza che mentre è facile produrre cattive leggi, diventa poi estremamente difficile abrogarle. Ci si può difendere solo cercando di eluderle, di trovare l’inganno fatta la legge. Diventa così questo il tipico modo italiano di esistere, grazie ai pessimi e corrotti legislatori che ci tocca avere e subire. Non è così, ad esempio, in Norvegia, dove le leggi vengono fatte per essere rispettate da tutti, non per essere eluse dai furbi e subite dai fessi.

*

Rispondendo idealmente ad un noto giornalista, che anni addietro, si stupiva per un mio intervento al quale non sapeva né lui né altri dare risposta, uso gli stessi suoi termini per dire che considero «acquisito» il concetto di “Israel lobby” non solo perché anche in Italia è stato tradotto il libro dei due politologi americani (di cui uno dei forse anche ebreo), Maersheimer e Walt sulla “Israel lobby e la politica estera americana”, ma anche perché la stessa controparte riconosce sempre più l’uso di questo concetto di “lobby” e ne rivendica la legittimità: è vero, siamo noi la Lobby. Di fronte ad una malafede conclamata non ci si respingerà mai abbastanza l’accusa di “antisemitismo”. Non si dirà mai abbastanza che nelle condizioni della cultura politica odierna nessuno concepisce l’idea di dare addosso agli “ebrei” più di quanto non quanto si discrimini e motteggi contro zingari, bulgari, rumeni, extracomunitari, terroni, polentoni, marchigiani, genovesi e provenienze regionali macchiettistiche. Ma il vittimismo rende ancora assai bene e non si vuole rinunciare a questo filone d’oro.

Gli autori americani usarono l’espressione “Israel lobby” per evitare quella di “lobby ebraica” che più facilmente avrebbe potuto prestarsi all’accusa di “antisemitismo”, che non è stata comunque loro risparmiata. Proviene da un noto personaggio, che si è distinto in quanto presunto insigne giurista per avere in qualche modo giustificato la tortura, che viene ancora praticata negli Usa e negli stati vassalli dove si nascondono i luoghi di detenzione e di trattamento di persone rapite senza nessun rispetto delle sovranità nazionali. Il controllo mondiale dei media rende tutti costoro sicuri di poter fare ciò che vogliono e di presentarlo addirittura come difesa della libertà, del diritto, della civiltà, quando si tratta esattamente del contrario. La menzogna è ormai diventata una pratica di governo del mondo sempre più sfacciata. I piccoli stati, con classi politiche spesso corrotte ed assoldate, non fanno che adeguarvisi.

Se proprio una discriminazione e persecuzione deve ravvisarvi all’interno delle nostre società la si trova contro gli immigrati musulmani che proprio in ragione delle loro cultura e della loro religione oltre che alla loro condizione di “vittime” non possono essere guadagnate alla causa della crociata anti-islamica. Per quanto l’azione quotidiana e capillare dei media aggredisca i nostri contesti identitari è piuttosto arduo trasformare un islamico in un anti-islamico, operazione per gli altri cittadini necessaria per poterne carpire il consenso in funzione di una guerra contro l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia... la Siria, l’Iran, la Turchia, le popolazioni arabe in rivolta ma non per ottenere che le loro donne mostrino con abbondanza le nudità recondite, come già ormai è costume “acquisito” fin negli più interni villaggi d’Italia.

Il termine “islamofobia”, ampiamente in uso, è quanto mai ipocrita ed improprio. Nessuno in Italia o in Europa ha paura degli islamici, che lavorano in silenzio e pacificamente presso di noi. Almeno in un caso conosco gli ignobili motivi che hanno mosso un politico nostrano a far chiudere una moschea, o meglio un luogo di preghiera, su pressioni ricevute. Ne farò a momento e luogo debito la denuncia, ma non è ciò che qui mi preme. Posso dire su base di esperienza concreta di avere la certezza morale ed intellettuale delle mie convinzioni. In realtà, siamo noi che li aggrediamo nei loro valori e perfino nei loro costumi domestici. Sono loro che hanno paura di noi e vivono presso di noi in timore e soggezione, sempre timidi e rispettosi, sapendo che basta un nonnulla per far chiudere il loro luogo di preghiera (spesso un garage o un sottoscala), il loro esercizio commerciale, la loro bancarella, per essere licenziati dal datore di lavoro. Dobbiamo opprimerli nelle nostre città perché non sconfessino la propaganda, costruita da Mossad ed affini, con la sola vista delle loro mitezza e del loro attaccamento ad una Fede che ancora conservano, mentre al confronto le nostre città cristiane, protestanti o cattoliche, sono ricchissime di chiese ma vuote di fedeli.

Si deve invece usare il termine islamo-cidio ovvero tutte le espressioni linguistiche che servono ad indicare le angherie e le oppressioni verso una minoranza di cui abbiamo bisogno perché altrimenti non starebbe presso di noi. La bottega del mio barbiere, che era prima un italiano, è stata rilevata da un egiziano, che taglia i miei capelli non meno bene di quanto prima sapesse fare l’italiano. Non devo servirmi del barbiere egiziano? O devo pretendere da lui che si converta al cattolicesimo o all’ebraismo? Pago per il taglio dei capelli lo stesso di quanto pagavo prima, se non meno. Il barbiere ed i suoi lavoranti islamici potevano prima andare a pregare in un garage nella stessa strada, trasformato in luogo di culto. Lo hanno fatto chiudere con motivi pretestuosi e diffamatori, per farlo aprire qualche chilometro più in periferia. Sono andato a fare loro una visita ed ho visto volti impauriti. E mi sono vergognato come italiano, ma sono anche politicamente irritato contro chi ha fatto la porcata. E so chi è.

La questione della poligamia? Ne parlavo una volta con un altro musulmano, gestore precedente di una pizzeria, pure sotto casa, che ha cambiato gestione numerose volte, facendo sempre buoni affari. Mi disse, ma non saprei con quanto fondatezza: un uomo normale può benissimo accudire a quattro donne e dunque avere quattro mogli. Come si fa in Italia? Ne riconosco e legalizzo una sola e le altre tre restano, vivendo tutte insieme ed in pace domestica. Considerando la pratica occulta nostrana dei tradimenti coniugali, delle corna e dei cornuti, mi sembra una soluzione mirabile, di grande saggezza, purché fondata sulla libera scelta di ognuno, uomini e donne. Potremmo affrontare anche la questione della conversione all’islam, come è storicamente avvenuta, su base fiscale, ma non è questo il tema odierno del nostro argomento. Chiudiamo la digressione, per tornare al tracciato principale del discorso che abbiamo in mente di fare e che richiede una dose di buona volontà da parte del lettore interessato. Se avrà pazienza, gli sveleremo alcuni arcana della politica parlamentare.

(segue)

lunedì 1 agosto 2011

Islamo-cidio anziché Islamo-fobia ed in opposizione al concetto di Eurabia: Homepage


Partendo dalla strage di Oslo questa serie si propone di studiare eventi legati l’un l’altro da nessi non sempre chiari ed evidenti. La stessa proposizione dei nessi è una tesi di studio ed un’ipotesi di lavoro. Intanto, coniando qui il neologismo “islamocidio” intendiamo porre una distinzione rispetto al più diffuso termine di “islamofobia”, ricalcato forse su “omofobia”. Qui il problema della omosessualità non c’entra per nulla e l’affinità terminologica rischia di creare una grave confusione e sottovalutazione del problema, che se mai presenta qualche nesso con un altro neologismo di opposto significato: Eurabia. Quest’ultimo termine nasconde un progetto di pulizia etnica non solo della Palestina, il cui accadimento va collocato non come evento concluso nel 1948, bensì come processo continuo con inizio nel 1882 dell’insediamento sionista, ma altresì all’interno della stessa Europa, da rendere etnicamente pura per evitare ogni possibile azione di contrasto alle infiltrazioni della Israel lobby nei singoli paesi e in ogni ganglo delle istituzioni pubbliche e delle associazione private. La strage di Oslo, da cui inizia la serie, è forse il momento in cui appare più chiara una strategia che i servizi segreti attuano da decenni con la sostanziale copertura dei media, il cui silenzio sulle matrici ideologiche dello stragista norvegese offre una conferma indiretta alle tesi qui proposte.