martedì 2 febbraio 2010

Alan Hart: 6. Lineamenti di storia del sionismo

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Dobbiamo ad una Lettrice e collaboratrice, che ben conosce l’opera di Alan Hart, la traduzione di questi testi. Li pubblichiamo volentieri per far conoscere meglio al pubblico italiano le linee generali della storia del sionismo tracciata da Hart nei suoi tre volumi, di recente aggiornati nel volume terzo dell’edizione americana. Si spera di poterne avere presto un’edizione in lingua italiana..

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Civium Libertas


“Celebrare la Negazione della Pulizia Etnica” –


Ovvero, una breve sintesi della Storia del Sionismo fino alla dichiarazione unilaterale, da parte dei sionisti, dell’esistenza dello stato di Israele da parte dei sionisti. Il racconto si serve di materiale documentato che mette in risalto le dichiarazioni e i punti di vista dei fondatori e leader sionisti.


di Alan Hart

13 Maggio 2008


Il 14 maggio del 1948 lo Stato Sionista di Israele dichiarò la propria esistenza.


Prima e dopo tale evento di 60 anni fa, molti Arabi della Palestina vennero espropriati della loro terra e dei loro diritti, e venne a crearsi il problema dei rifugiati palestinesi.


Come è realmente accaduto tutto questo?


L’essenza di questa storia è di seguito brevemente riepilogata, e viene raccontata in prevalenza dal punto di vista dei Leader del Sionismo, con rilievo preminente alle loro stesse dichiarazioni.


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COME NASCE IL SIONISMO E QUALI SONO I SUOI VERI OBIETTIVI


(sul fondatore di Israele – David Ben Gurion)


Il fondatore di Israele, figlio di un avvocato, è nato nel 1886 in Polonia, a Plonsk, un piccolo centro industriale a 38 miglia da Varsavia. Alla nascita, il suo nome era David Green.


Nel 1906 è partito dalla sua patria polacca per un viaggio in Palestina, con un visto di 3 mesi come “turista russo” e, per usare le sue stesse parole, “semplicemente estesi il mio soggiorno oltre il visto concesso”.


Durante la sua prima visita a Gerusalemme, e riflettendo sul fatto che l’esiguo numero di Ebrei allora risedenti in Palestina provenissero da molte nazioni, descrisse la Città Santa come una “Torre di Babele” con gli Ebrei che “parlavano gli uni agli altri in 40 lingue diverse, con l’una metà incapace di comunicare con l’altra metà”.


In seguito David Green, con il nome di David Ben Gurion, divenne il primo Premier Israeliano e poi il Ministro alla Difesa.


Nel 1937, come riportato nel suo diario, Ben Gurion scrisse una lettera a suo figlio, in cui disse: “Gli arabi se ne devono andare, ma bisogna trovare un momento opportuno perché questo accada, ad esempio una guerra.”


(sul fondatore dell’esercito israeliano)


Il fondatore del Militare Israeliano fu Vladimir Jabotinsky. Era un ebreo russo, nato in Odessa nel 1880. Nel 1923 Jabotinsky pubblicò The Iron WallIl muro di ferro – che divenne il principale testo di riferimento per tutti gli Ebrei Nazionalisti votati all’Impresa Coloniale del Sionismo. L’obiettivo manifestato nello scritto era: “appropriarsi della maggiore quantità possibile di territorio arabo con il minor numero possibile di arabi a viverci”.


Nel suo scritto, Il muro di ferro, Jabotinsky era brutalmente esplicito su quale doveva essere l’Etica Sionista. Scrisse questo:

Il Sionismo è un’Impresa Coloniale e quindi “cade o sta in piedi” per mezzo della forza militare - altra etica non c’è. E’ importante saper parlare l’ebraico, ma purtroppo è più importante saper sparare – altrimenti rinuncio al gioco della colonizzazione. E ai tediosi rimproveri che il mio punto di vista è anti-etico, rispondo: assolutamente falso. Fino a quando agli Arabi verrà concesso anche il più minuscolo barlume di speranza di poterci ostacolare, loro non rinunceranno a tale speranza, non in cambio di un “piatto di lenticchie”, perché questa gente non è marmaglia, ma un Popolo, un popolo vero, e nessun popolo fa concessioni tanto enormi su questioni tanto vitali, a meno ché non ci sia più alcuna speranza, perché noi non avremo chiuso ogni spiraglio nel Muro di Ferro”.


(sul fondatore del Sionismo, Theodor Herzl e sul 1° Congresso Mondiale Sionista, 1897)


In effetti, la necessità di espropriare gli arabi palestinesi della loro terra e dei loro diritti, era stata riconosciuta e accettata da parte del fondatore del sionismo, Theodor Herzl. Un Ebreo nato in Ungheria, che aveva lavorato a Vienna come giornalista e commediografo, Herzl indisse il primo Congresso dell’Organizzazione Mondiale Sionista a Basilea, in Svizzera, nel 1897. Il Congresso terminò con la prima dichiarazione pubblica sulla missione del sionismo, che era: “creare per gli ebrei una dimora in Palestina” (‘dimora’ dai termini anglosassoni home’ o ‘heim’: che significa il posto in cui si è di casa) .


Il termine “home” veniva usato perché i Sionisti non volevano che il mondo sapesse delle loro reali intenzioni – creare uno Stato Sovrano.


Ciò che Herzl davvero pensava all’epoca, venne espresso nel suo diario, che fu reso pubblico solo nel 1960. Nella pagina del diario con data del 3 settembre 1897, Herzl diceva:

Se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una sola parola, che mi guarderò bene dal pronunciare in pubblico, sarebbe questa: in Basilea è stato fondato lo ‘Stato Ebraico’. Forse tra 5 anni – e certamente tra 50 – tutti sapranno. … A Basilea, allora, ho creato questa astrazione che, come tale, è invisibile alla maggioranza della gente.”

Al suo diario Herzl confidò anche la propria visione in merito a cosa doveva succedere agli arabi palestinesi:

“Dovremo creare condizioni di impoverimento e attirare le popolazioni impoverite oltre i confini, procurando occupazione lavorativa nei Paesi di “transito”, e negando loro il lavoro nel ‘nostro’ Paese … Sia il processo di esproprio (di terre arabe) che la rimozione della popolazione impoverita deve essere effettuato con discrezione e circospezione.”

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(Anni dopo, nel 1940, quando la persecuzione nazista degli Ebrei in Europa si stava trasformando in sterminio, Joseph Weitz, il capo del Dipartimento di Colonizzazione Ebraica in Palestina, scrisse un memorandum segreto, dal titolo Una Soluzione al Problema dei Rifugiati Ebrei. Diceva:

Deve essere chiaro, che non c’è posto per entrambi i popoli in questo paese. Non potremo raggiungere il nostro obiettivo se gli Arabi rimangono in questa terra. Non c’è altra scelta, che “trasferire” gli Arabi – tutti gli Arabi - da qui nei paesi confinanti. Non un solo villaggio, non una sola tribù deve rimanere!”).

“Trasferimento” era, ed è tuttora, l’eufemismo usato dai Sionisti per intendere “Pulizia Etnica”.



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SULLA “DICHIARAZIONE DI BALFOUR” durante la 1° Guerra Mondiale -

E SULLA FALSA LEGALITA’ DEL SIONISMO


Nel 1917, durante la 1a Guerra Mondiale, fu l’ex-premier britannico Arthur James Balfour, allora Ministro degli Esteri, a dare al progetto coloniale sionista una falsa legittimità.


Lo fece con una breve lettera indirizzata al barone Lionel Rothschild il 2 novembre del 1917.


La Dichiarazione di Balfour, (come divenne nota) era in parte una risposta alle richieste insistenti del Dr. Chaim Weizman, che era diventato il capo dell’Organizzazione Mondiale Sionista dopo la morte prematura del suo fondatore, Theodor Herzl. Il documento diceva:

Il Governo di Sua Maestà vede con favore l’istituzione di una patria nazionale per il popolo Ebraico in Palestina e impiegherà ogni sforzo per il raggiungimento di tale obiettivo, a condizione che non si faccia niente che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche in Palestina, o che possa pregiudicare per gli ebrei gli stessi diritti e lo stesso status politico che essi godono già negli altri Paesi.

In quel periodo la Palestina era sotto il controllo della Turchia, e la Gran Bretagna non aveva alcun diritto di disporre della Palestina e farne concessione ad altri né in toto, né in parte.


(Nel 1957 un articolo pubblicato nella rivista giuridica American Bar Association Journal’ da Sol Linowitz - che in seguito divenne consigliere e negoziatore per il Pres. Carter - concludeva che la cosiddetta Dichiarazione di Balfour era “legalmente impotente”)


La Dichiarazione di Balfour nascondeva al pubblico una realtà che, se rivelata, avrebbe portato alla conclusione inevitabile che le reali mire del sionismo, se messe in atto, avrebbero generato conseguenze catastrofiche. La Dichiarazione di Balfour infatti ometteva la considerazione di un dato importante: la realtà demografica della Popolazione in Palestina.


Nel periodo storico in cui la Dichiarazione di Balfour fu emessa (1917), in Palestina la popolazione si articolava come segue:

- Gli Arabi costituivano il 93 % della popolazione, con un numero di 670.000 abitanti

- Gli Ebrei erano appena il 7% della popolazione, con circa 60.000 abitanti.


Nella Dichiarazione di Balfour, il termine “Arabi” o “arabo” non veniva mai menzionato, ed è così che una maggioranza del 93% di Arabi venne ridotta allo status di “comunità non-ebraica”.


Anni dopo, nel 1937, Winston Churchill (allora non al governo, ma impegnato nel disperato tentativo di fare prendere sul serio le minacce di Hitler) spiegò alla Camera dei Deputati i motivi reali per cui la Dichiarazione di Balfour venne emessa da parte del governo britannico nel 1917. Disse questo:

Sarebbe pura illusione supporre che fosse un atto di entusiasmo filantropico. Al contrario, è stato un espediente al quale siamo ricorsi … per necessità durante la 1° Guerra Mondiale, allo scopo di assicurare la vittoria agli Alleati. In cambio della Dichiarazione ci aspettavamo, e abbiamo ricevuto, assistenza importante e preziosa.”

L’implicazione delle parole di Churchill era che nel novembre del 1917 la Gran Bretagna, in pericolo di perdere la guerra, aveva bisogno dell’influenza dei sionisti (ebrei ricchi ed influenti) ed era consapevole di dover pagare il prezzo richiesto.


Non c’è spazio in questa versione sintetica della storia del Sionismo per entrare nei dettagli documentati in merito a quale tipo di influenza e assistenza la Gran Bretagna necessitava da parte dei sionisti. Ma in sintesi si può riassumere quanto segue.


Nel novembre del 1917 la Gran Bretagna era sull’orlo della sconfitta nel conflitto mondiale. Il Ministero della Marina aveva avvisato il governo britannico sulla probabile necessità di arrendersi. Per scongiurare una tale prospettiva di disfatta, la Gran Bretagna aveva bisogno dell’influenza dei Sionisti in Russia e in America.


In altre parole, i sionisti dovevano convincere la Russia (alleata della GB) a rimanere in guerra e a impedire che la Russia cadesse sotto il dominio totale del Comunismo.


In America, i sionisti dovevano fare pressione sul governo statunitense affinché entrasse in guerra, e dovevano inoltre provvedere con estrema urgenza alla disponibilità di fondi necessari per velocizzare e modernizzare al massimo la produzione bellica statunitense (per l’espansione militare in Europa).


Ed erano in gioco altri due fattori.


Il primo: i politici britannici erano dell’avviso che l’istituzione di uno Stato Sionista nel cuore delle terre arabe, avrebbe favorito il controllo della regione da parte della Gran Bretagna – in particolare se si riusciva a mantenere gli Arabi divisi su come far fronte a una tale realtà.


Il secondo: i leader britannici non volevano che altri Ebrei arrivassero in Gran Bretagna – se lo auspicava in particolare proprio l’anti-semita Balfour. Infatti, a partire dal 1881, molti Ebrei Russi stavano fuggendo dalla povertà e dalle persecuzioni che affrontavano nella patria zarista, e cercavano di rifarsi una vita in America e in Europa Occidentale. Gli esponenti dell’Establishment Conservativo Britannico, così come gli Ebrei Britannici di lunga data, temevano che un afflusso importante di Ebrei avrebbe provocato sentimenti anti-semiti.


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SU COME LA GRAN BRETAGNA TRADI’ GLI ARABI A FAVORE DEI SIONISTI

E SU COME TENTO’ DI RIPARARE IL TORTO DUE DECENNI DOPO PER MEZZO DI UNA “DICHIARAZIONE DI INTENTI


Fu così che la Gran Bretagna (verso la fine della 1° Guerra Mondiale) si servì degli Arabi – che aveva comunque intenzione di tradire fin dall’inizio – per sconfiggere la Turchia ed occupare la Palestina, e si trovò quindi nella posizione per poter dare sostanza alla Dichiarazione di Balfour. Ma di quale “sostanza” si trattava?


Fu proprio Balfour a fornire una spiegazione in tal senso, per mezzo di un memorandum che preparò in data del 11 agosto 1919 per la Conferenza di Pace di Parigi. Diceva questo:

“In Palestina non ci faremo neanche il problema di consultare formalmente l’opinione e il volere degli abitanti della regione … Le quattro grandi potenze sono dalla parte del Sionismo.

E il Sionismo, giusto o sbagliato che sia, è radicato in antiche tradizioni, nelle necessità del presente, nelle speranze del futuro, che sono di gran lunga più importanti dei desideri e pregiudizi dei 700.000 Arabi che ora vivono in quella terra antica.”


(Sulla “Dichiarazione di Intenti” del 1939 per la riparazione del torto)


Venti anni dopo, nel 1939, dopo che i Britannici avevano represso con una schiacciante sconfitta la ribellione araba su vasta scala, e distrutto la leadership palestinese, la strategia politica di Balfour fu ripudiata da parte di una Commissione del parlamento britannico, i cui membri comprendevano il Lord Cancelliere, Vincent Caldecot. La Commissione indagava in merito alle promesse fatte agli Arabi, e il Lord Cancelliere si dichiarò inorridito per l’inganno dei Britannici scoperto da parte della Commissione, la quale in data 11 marzo 1939 rilasciò una dichiarazione unanime che diceva:

“Il Governo di Sua Maestà non aveva l’autorità di disporre della Palestina senza alcun riguardo per gli interessi e la volontà degli abitanti della Palestina.”

Sei settimane dopo, quando la 2° Guerra Mondiale si profilava all’orizzonte, atterriti dalla prospettiva che si delineava – e cioè, che gli arabi si stavano alleando con la Germania Nazista basandosi sul principio che “il nemico del mio nemico è il mio amico”, il governo Britannico rese pubblica una Dichiarazione di Intenti che illustrava la sua nuova posizione politica nei confronti della Palestina. Diceva questo:

Il Governo di Sua Maestà perciò dichiara ora, inequivocabilmente, che non è nelle sue politiche permettere che la Palestina diventi uno Stato Ebraico.”

Nel modo più esplicito possibile, eliminando ogni possibilità di equivocare e ogni opportunità di manipolazione da parte dei sionisti, la Dichiarazione di Intenti illustrava quale sarebbe stata, da allora in poi, la politica Britannica in merito alla Palestina.


L’obiettivo, secondo il testo della Dichiarazione, era “uno Stato Palestinese indipendente entro 10 anni,” in cui “Arabi ed Ebrei potevano convivere secondo principi che garantissero la salvaguardia degli interessi essenziali di ogni parte”.


A titolo di concessione in favore dei Sionisti, il documento dichiarava che la Gran Bretagna avrebbe permesso a un numero aggiuntivo di 75.000 Ebrei di entrare in Palestina nei successivi 5 anni, portando la popolazione ebraica a costituire circa 1 terzo della popolazione complessiva in Palestina. Ma passati tali 5 anni, la Gran Bretagna non intendeva permettere l’ingresso in Palestina a ulteriori Ebrei senza il consenso degli Arabi. Dato che era prevedibile che gli Arabi non avrebbero concesso l’immigrazione a un ulteriore numero di Ebrei, la Dichiarazione di Intenti del 1939 implicava l’effettiva scadenza del documento dopo 5 anni.


Il documento dichiarava, inoltre, che la Gran Bretagna si impegnava a mettere fine alla crescente immigrazione illegale di ebrei in Palestina; e che l’Alto Commissario Britannico in Palestina veniva investito del potere di regolamentare le vendite e i trasferimenti di terreni.


I sionisti respinsero il documento e accusarono la Gran Bretagna di tradimento nei confronti degli ebrei. Ben Gurion dichiarò:

Ci batteremo con gli Inglesi contro Hitler come se non ci fosse la Dichiarazione di Intenti; e ci batteremo contro la Dichiarazione come se non ci fosse la guerra.”

Ma ciò che di lì a poco sarebbe successo in Palestina – e succede tutt’ora – fu poi determinato quasi esclusivamente da ciò che accadde in Europa: il massacro di 6 milioni di Ebrei.


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COME IL SIONISMO SI SERVI’ DELL’OLOCAUSTO NAZISTA PER I PROPRI SCOPI

- e in che modo operarono le organizzazioni terroristiche sioniste -


(“l’Olocausto – Morte Ebraica, Vita Sionista”)


Prima delle atrocità dell’Olocausto nazista, le prospettive per il Sionismo di creare uno stato per gli ebrei in Palestina non erano affatto buone. Erano, anzi, improbabili. E questo dipendeva in gran parte dal fatto che la maggioranza degli ebrei nel mondo, soprattutto i meglio informati e consapevoli, erano opposti alle mire colonialiste del sionismo: le consideravano moralmente insostenibili. Sapevano che ne sarebbe scaturito un conflitto senza fine. E temevano che se il sionismo l’avesse spuntata, avrebbe prima o poi provocato un’ondata di anti-semitismo tale da mettere a grave rischio l’incolumità e perfino la sopravvivenza degli ebrei, ovunque nel mondo.


E’ anche documentato il fatto che la maggioranza degli Ebrei che furono sradicati e resi profughi durante l’occupazione nazista in Europa, non avevano intenzione di cercare rifugio in Palestina. La loro preferenza era l’America.


In effetti, il Presidente Roosevelt tentò di organizzare un piano di soccorso che doveva permettere a mezzo milione di rifugiati Europei, ebrei e altri, di essere accolti soprattutto in America e Gran Bretagna. Ma tale iniziativa venne “uccisa” dalla potente Lobby Sionista americana (che esercitava una forte influenza sul parlamento Usa, e la esercita tutt’ora, determinando la quasi totalità delle politiche americane, specie le politiche estere).


Impedire l’ingresso in Usa da parte dei profughi ebrei, fu una vittoria politica che i sionisti ottennero anche perché appoggiati dalla stragrande maggioranza degli ebrei Americani di lunga data, che si opponeva all’arrivo di troppi immigrati Ebrei – come in precedenza era successo in Gran Bretagna.


Dopo la morte di Roosevelt durante il suo mandato, anche il Presidente Truman fece un tentativo per un piano di soccorso ma, come in precedenza, a causa dell’influente Lobby Sionista, il piano non ricevette il necessario supporto dal Parlamento.


Il Sionismo non voleva che gli Ebrei profughi dell’Europa trovassero un rifugio al di fuori della Palestina: dovevano essere dirottati in Palestina per fare numero e battersi per la creazione dello Stato Sionista.


Nel primo volume del mio libro Sionismo: Il Vero Nemico Degli Ebrei (SIONISM: THE REAL ENEMY OF THE JEWS), c’è un capitolo intitolato “L’Olocausto – Morte Ebraica, Vita Sionista”.


E’ stata l’atrocità dell’Olocausto nazista che ha dato al Sionismo TUTTO ciò di cui aveva bisogno per procedere con sicurezza e presuntuosa auto-rettitudine. Tutto – compreso il supporto emotivo e politico della quasi totalità del mondo ebraico; e compresi i fondi economici che sono arrivati copiosi, in gran parte dall’America, per l’acquisto degli armamenti per combattere e sconfiggere gli eserciti arabi – di tutti gli stati arabi, se necessario.


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(Su come i Sionisti cercarono alleanze - con i Fascisti, prima,

e i Nazisti in seguito - per le proprie mire colonialiste in Palestina)


Per avere via libera in Palestina, i sionisti intendevano prima di tutto cacciare le forze britanniche dalla Palestina.


Una delle iniziative per tale scopo fu la proposta di un’alleanza con la Germania Nazista. La proposta fu avanzata da Avraham Stern, arrivato in Palestina dalla Polonia nel 1925. Fu uno dei membri fondatori della scellerata Irgun (formalmente l’Organizzazione Militare Nazionale, o NMO). Sarebbe diventata la più potente organizzazione terrorista dei sionisti; ma poi Stern se ne separò per fondare il proprio gruppo di stampo terrorista, noto come la “Stern Gang”.


Nel settembre del 1940, Stern aveva contattato i fascisti italiani di Mussolini per proporre un accordo. Quando i fascisti si dichiararono non interessati, Stern si rivolse ai nazisti.


Nel gennaio del 1941, Stern incontrò due nazisti di alto rango. Uno era Otto von Hentig, il capo della ‘Sezione per l’Oriente’ del Ministero degli Esteri nazista. La discussione generata da tale incontro si tradusse in una proposta di Stern messa per iscritto in data dell’11 gennaio 1941. Il testo della proposta diceva, tra l’altro, il seguente:

“L’istituzione dello Stato Ebraico su base nazionale totalitaria, vincolato al Terzo Reich mediante trattato, sarebbe nell’interesse del mantenimento e rafforzamento della futura posizione di potere della Germania nel Medio Oriente.

Procedendo da queste considerazioni, l’Organizzazione Militare Nazionale (NMO) in Palestina si offre di prendere parte attiva nella Guerra a fianco della Germania, a condizione che le sopramenzionate aspirazioni del ‘movimento per la libertà israeliano’ vengano riconosciute da parte del Terzo Reich.

Questa offerta da parte della NMO … si tradurrebbe nell’addestramento e nell’organizzazione militare della forza lavoro ebraica in Europa, sotto la supervisione e il comando della NMO. Tali unità militari prenderebbero parte nella battaglia per la conquista della Palestina, qualora si decidesse di aprire tale fronte.

“La partecipazione indiretta del ‘movimento per la libertà israeliano’ nel Nuovo Ordine in Europa, attualmente in fase preparatoria, dovrebbe risultare in una soluzione positiva per il problema degli Ebrei in Europa conformemente alle sopramenzionate aspirazioni del Popolo Ebraico. Ciò comporterebbe uno straordinario rafforzamento della base morale del Nuovo Ordine agli occhi dell’umanità.

Stern fu assassinato dalle forze speciali Britanniche nel 1942.


Quarantacinque anni dopo, Yehoshafat Harkabi, direttore a lungo termine dell’Intelligenza Militare Israeliana, offrì un’osservazione per questo tentativo dei sionisti di mettersi in affari con la Germania di Hitler:

Forse dovremmo guardare a quell’evento come un episodio aberrante della storia ebraica. Ma tale episodio dovrebbe anche servire da monito per capire a quali estremi si può arrivare in tempi di difficoltà, e dove le manie estremiste possono condurre.” (!!!)

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(su come il Terrorismo Sionista di Menachem Begin si liberò degli Inglesi

per avere via libera in Palestina)


Fu un altro immigrato polacco, Menachem Begin che dopo Stern, assassinato nel ’42, trasformò la Irgun in un’organizzazione terrorista molto potente. (Si tratta dello stesso Menachem Begin che molti anni dopo, nel 1977, sarebbe diventato primo ministro di Israele e avrebbe fortemente accelerato gli insediamenti illegali in Palestina, per negare ai palestinesi ogni prospettiva di terre sufficienti per formare uno Stato indipendente – o perlomeno è questo che Begin sperava).


Ma in quegli anni, prima dell’esistenza di Israele, mentre era indaffarato a ristrutturare la Irgun in Palestina e darle un indirizzo di stampo terrorista, Begin aveva in serbo un messaggio per i non-ebrei del mondo – e per gli Inglesi in particolare:

Qualora fossero poco propensi a realizzarlo, o fin troppo propensi a ignorarlo, il fatto è che dal sangue e dal fuoco e dalle lacrime e dalle ceneri, un nuovo esemplare di essere umano è nato, un nuovo esemplare completamente sconosciuto al mondo per oltre 18 secoli, l’EBREO COMBATTENTE. Quell’Ebreo, che il mondo considerava morto e sepolto, è invece risorto … per non scendere mai più nella fossa e sparire dalla faccia della terra.

Il 6 novembre del 1944, nel Cairo, due rappresentanti di questo “nuovo esemplare di essere umano” avevano assassinato Lord Moyne, il Ministro Residente Britannico per il Medio Oriente.


Nel Parlamento britannico, Churchill (che si era fortemente battuto per la causa Ebraica) rispose con queste parole:

Se i nostri sogni per il Sionismo devono morire nel fumo delle armi di assassini, e i nostri sforzi per il futuro dei sionisti non faranno che produrre un nuovo tipo di criminali degni della Germania nazista, allora molti, come me, dovranno riconsiderare la posizione che hanno mantenuto tanto a lungo e con tanta fermezza fino a oggi.”

In Palestina la Irgun si concentrava sugli attacchi alle infrastrutture e reti di comunicazione britanniche, per rendere impossibile l’amministrazione del territorio.


Il 22 luglio del 1946 la Irgun fece saltare in aria lo storico “Hotel King David” di Gerusalemme. Tra tutti gli attacchi da parte della Irgun contro le forze di occupazione britanniche, questa fu l’operazione più spettacolare e importante dal punto di vista politico. L’amministrazione britannica aveva installato il proprio quartier generale nell’ala sud del prestigioso hotel, che quindi era diventato la sede delle istituzioni centrali del governo e rappresentava il cuore del potere britannico in Palestina.


Il leader Sionista Ben Gurion negò qualunque responsabilità, sia personale, sia delle organizzazioni militari ufficiali dei sionisti – La Haganah e la Palmach – in merito all’esplosione dell’Hotel King David. Ma non stava raccontando la verità.


Fatto sta che i 91 morti e duecento feriti misero l’amministrazione britannica locale in ginocchio. E la Gran Bretagna era stata umiliata.


Gli eventi precipitarono e la situazione degenerò.


Alla fine, i Britannici decisero di lasciare la Palestina il 13 maggio 1948, a mezzanotte. Il terrorismo Sionista era riuscito nella sua missione di piegare la volontà degli Inglesi a rimanere nella regione.


E così la patata bollente sulla sorte della Palestina fu scaricata nel grembo della neo-nata Istituzione delle Nazioni Unite. (Ma niente poteva fermare il sionismo).


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IL SIONISMO DECIDE DI IGNORARE L’ONU E DICHIARA L’ESISTENZA DI ISRAELE

- E SI SERVE DEL TERRORISMO PER APPROPRIARSI DEI TERRITORI DELLA PALESTINA

La sorte dei Palestinesi era stata decisa nel novembre del 1947.


Alla fine delle procedure di votazione, fortemente influenzate dalla Lobby Sionista, l’Assemblea Generale dell’Onu approvò con maggioranza risicata la Risoluzione 181, che decideva la spartizione della Palestina. Si trattava di una proposta per un’ingiustizia su scala imponente.


Qualora la proposta fosse stata approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il 56,4 percento del territorio palestinese sarebbe stato sottratto a favore di uno stato ebraico e di una popolazione di stranieri arrivati di recente (- e senza alcun legame biologico con gli antichi israeliti -) che costituivano il 33 percento della popolazione complessiva e possedevano il 5,6 percento del territorio.


Ma i fatti nudi e crudi del proposto Piano di Spartizione raccontano, di per sé, solo una frazione della verità storica del momento.


Senza il consenso della maggioranza dei Palestinesi, l’ONU non aveva il diritto di decidere la spartizione della Palestina né di assegnare alcuna parte del territorio ad una minoranza di immigrati stranieri per la fondazione di uno stato tutto loro.


Infatti, la proposta per il piano di spartizione approvato dall’Assemblea Generale, NON divenne Legge ONU, perché la proposta NON venne sottoposta per approvazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU – furono gli Stati Uniti a impedirlo: sapevano che se il piano fosse stato approvato contro la volontà degli Arabi e Musulmani, la spartizione poteva essere imposta solo mediante l’uso della forza; e il Presidente Truman NON aveva nessuna intenzione di ricorrere all’uso della forza per imporre la spartizione della Palestina.


Quindi, il Piano di Spartizione era invalidato da un vizio di procedura, e la questione su cosa fare con la Palestina tornò all’Assemblea Generale per ulteriore discussione.


L’opzione preferita e proposta dagli Stati Uniti consisteva in una temporanea Amministrazione Fiduciaria da parte dell’ONU. Ma mentre tale dibattito dell’Assemblea Generale era ancora in corso, Israele dichiarò UNILATERALMENTE la propria esistenza (maggio ’48)senza l’approvazione della controparte e in aperto contrasto con il volere della comunità internazionale costituita, compreso il governo Truman.


L’affermazione dei sionisti, che Israele abbia ricevuto per mano dell’ONU il proprio certificato di nascita e quindi la legittimità ad esistere come Stato, è in realtà mitologia e falsità - solo propaganda sionista.


La verità storica è che lo Stato Sionista di Israele non aveva alcun diritto di esistere, a meno ché … A meno ché non fosse riconosciuto e legittimato da parte di coloro che venivano espropriati delle loro terre e dei loro diritti mediante la creazione di tale stato.


Secondo il Diritto Internazionale, solo i Palestinesi potevano conferire tale legittimità ad Israele. E tale legittimità era l’unica cosa che i sionisti non potevano prendersi con la forza.



(sul “Piano Dalet” per la Pulizia Etnica in Palestina e sul Terrorismo Sionista)


Gli Arabi non solo erano la schiacciante maggioranza nel territorio che a loro sarebbe stato assegnato mediante il Piano di Spartizione proposto, ma rappresentavano anche il 40 percento della popolazione nel territorio che sarebbe stato assegnato agli Ebrei.


Per Ben-Gurion e i suoi colleghi della leadership sionista, tale realtà significava che bisognava agire con urgenza nel portare a termine il piano progettato – Piano Daletper la pulizia etnica, o de-arabizzazione, della Palestina nella sua totalità, se possibile.


Secondo la versione Sionista della storia, la maggioranza – se non la totalità – degli 800.000 Arabi che fuggirono dalla Palestina nei mesi precedenti e successivi alla dichiarazione di indipendenza di Israele, partirono di loro spontanea volontà dietro invito dei leader arabi stessi, per lasciare via libera agli eserciti arabi che dovevano arrivare per combattere i sionisti. Ma nel suo recente libro “La Pulizia Etnica della Palestina”, il Professor Ilan Pappe, Israeliano e principale “revisionista” (quindi onesto) storico di Israele, descrive tale versione fornita dai sionisti come “un’assoluta falsificazione”.


Nel suo libro, il prof. Pappe fornisce la versione documentata della progettazione e implementazione delle strategie Sioniste per la pulizia etnica dei Palestinesi, che descrive come un “regno di terrore sistematico” che, tra il dicembre del 1947 e il gennaio del 1949 commise 31 massacri.


Il massacro del villaggio arabo di Deir Yassin del 9 aprile 1947, fu correttamente descritto da Arthur Koestler, autore ebreo ungherese, come “il fattore psicologicamente decisivo per lo spettacolare esodo degli Arabi dalla Terra Santa, che segnò l’inizio del problema dei Rifugiati Palestinesi.” A Deir Yassin, 264 Palestinesi, tra cui 145 donne - 35 delle quali incinte – furono massacrati.


Menachem Begin, i cui terroristi della Irgun avevano eseguito l’attacco con l’assistenza della Stern Gang, in seguito scrisse questo:

Nel resto del paese gli Arabi fuggivano terrorizzati, prima ancora di scontrarsi con le forze ebraiche … La leggenda di Deir Yassin ci aiutò in particolare con la conquista di Haifa … Tutte le forze ebraiche avanzavano in Haifa come un coltello nel burro. Gli Arabi fuggivano nel panico totale, urlando ‘Deir Yassin’.”

Il 17 novembre del 1948, Aharon Cizling, il primo ministro israeliano per l’agricoltura, pronunciò queste parole di fronte al parlamento:

“Ora gli Ebrei hanno agito come i Nazisti, e il mio intero essere ne è scosso.”

Ma avendo pronunciato tali parole, si dichiarò d’accordo che la verità sui crimini commessi dallo Stato Sionista doveva essere insabbiata. Ed è rimasta insabbiata per 60 anni.


La conclusione a cui si arriva con un’analisi onesta di ciò che è realmente accaduto, è che non ci sarà, non potrà esserci, un vero processo di pace finché la maggioranza degli israeliani, e degli ebrei ovunque nel mondo, non sarà pronta a riconoscere le terribili ingiustizie commesse contro i Palestinesi da parte del sionismo, con la complicità delle grandi potenze.


Alan Hart

13 maggio 2008

lunedì 1 febbraio 2010

Osservatorio sulla libertà di pensiero negata: Homepage e zona pubblica di lavoro.

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La ricerca è strutturata in Parti e capitoli disposti cronologicamente a secondo dell’introduzione di legislazioni limitative della libertà di pensiero e di espressione, dopo il 1986, nei singoli paesi ovvero dei tentativi di introdurle in paesi che ne sono prive ovvero di paesi che hanno abrogato siffatte leggi. Vengono anche monitorati i movimenti politici e le personalità che propugnano e promuovono l’adozione di normative che sostanzialmente aggirano ed eludono il chiaro enunciato delle libertà e di espressione come diritto umano fondamentale. Vengono anche necessariamente ricostruiti gli esatti termini delle controversie storiche, per le quali si stima che nella sola Germania dal 1994 ad oggi ben 200.000 persone siano state penalmente perseguite per meri reati di opinione. Esiste infatti un deliberata disinformazione con la quale si fanno credere ai comuni cittadini le cose più assurde ed incredibili, attribuendole alle persone incriminate.

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Post editi:

PARTE PRIMA.
Gli Stati.
Capitolo I: Israele (1986).
Capitolo II: Francia (1990), ossia il primo paese europeo ad aver seguito le indicazioni israeliane.
Capitolo III: Austria (1992).
Cap. IV: Germania (1994).
Cap. V: Svizzera (1995).
Cap. VI: Belgio (1995).
Cap. VII: Spagna (1995).
Cap. VIII: Lussemburgo (1997).
Cap. IX: Polonia (1999).
Cap. X: Ungheria (2010).
Cap. XI: Italia (2010).
Cap. XII: Lituania (2010).
Cap. XIII: Grecia (2010).
Cap. XIV: Vaticano (2009).
Cap. XV: Gran Bretagna (2011).
Cap. XVI: Romania (2011).

– Il Capitolo finale di questa parte prevede un excursus in tutta la legislazione costituzionale europea dal 1789 in poi relativamente alla libertà di pensiero, che terremo sempre accuratamente distinta dalla libertà di stampa, con la quale spesso la si confonde, e possibilmente anche distinta dalla libertà di coscienza e dalla libertà di fede e di religione.

PARTE SECONDA.
Le Organizzazioni.

Capitolo I: La normativa dell’ONU sull’Olocausto e sulla Giornata della Memoria.
Capitolo II: Ambiguità normative dell’Unione Europea.
Capitolo III: La giurisprudenza della Corte europea di giustizia.
Capitolo IV: L’associazionismo ebraico e le sue articolazioni.
Capitolo V: Le associazioni parlamentari e interparlamentari.
Capitolo VI: La convegnistica repressiva.



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Appunti per la redazione di nuovi post.

Altri paesi con legislazioni liberticide:
Israele (1986), Spagna (1995), Portogallo (1998), Svizzera (1995), Austria (1992), Belgio (1995), Romania, Lituania, Polonia, Francia (1990), Slovacchia....

• Il 27 gennaio 2007 vi fu una condanna delle Nazioni Unite di ogni forma di “holocaust deneal”. Sembra essere una cosa grave e contraddittoria con la dichiarazione universisale dei diritti dell’uomo per quanto riguarda la libertà di pensiero. Occorre vedere minutamente cosa accadde all’ONU e quali furono i passaggi attraverso cui si giunse alla condanna di quella che appare essere una mera “opinione” ed in quanto tale non perseguibile.

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Links contenenti materiale in lettura
o da studiare direttamente online
.
Con eventuali commenti e appunti provvisori.

Sommario: 1. Il legno storto, davvero storto. – 2. Negazionismo in Europa: è libertà di espressione? –

1. Il legno storto, davvero storto, a firma Gianni Pardo.

Stranamente, molti commenti suonano nel senso che è bene ciò che altri hanno fatto. Così ad esempio quello qui commentato.
Ovviamente, per me non si tratta se il “negazionismo” sia il gran crimine che si dice, ma se il gran bene della libertà di pensiero sia cosa a cui cui si possa rinunciare come ad un piatto di lenticchie. Quando il “negare”, il dire “no, non ci credo” o simili, diventa un reato, in cosa siamo su un piano diverso da quando si innalzavano roghi per bruciarvi streghe ed eretici?

E poi, perché mai dovrebbe essere punito anche il carcere duro la negazione di questa cosa e non anche di quell’altra? E poi ancora di quell’altra? e così via.

In realtà, per questa via si perseguono determinati interessi politici: o si è sciocchi e sprovveduti per non accorgesene o si è in malafede ed amici del giaguaro.

2. Cafebal.com: Negazionismo in Europa: è libertà di espressione? – Bisognerebbe che ce lo dicesse l’autrice Theresa Schelling cosa è la libertà di espressione e quando e da chi ciè concessa poterla avere. Correlata alla libertà, ma del tutto ignorata, è la libertà di poter sentire cosa un’altra abbia da dire. Chi toglie all’uno la libertà di parlare, toglie all’altro la libertà di ascoltare. Viene da chiedersi di chi si abbia più paura? Di chi parla o di chi può ascoltare? Chi ascolta è pur sempre libero di giudicare e di farsi un’opinione. Viene però qui considerato o come un minorenne o come un idiota. La dove Therese scrive: «Nessun altro evento della storia umana è stato indagato quanto l’Olocausto: chi, come Mahler, lo nega, fa propaganda di destra nascosta sotto la bandiera della lotta per la libertà di pensiero», è facile obiettare quanto scrive Norman G. Finkelstein a proposito di tanta “indagine” di studi: tutta paccottiglia da supermercato, stucchevolmente ripetiva. I lavori a cui tutti questa “indagatori” si rifanno risalgono al solo Hilberg ed a poco altri. La seconda parte del testo è del tutto priva di connessione logica. La libertà di pensiero non è né di destra né di sinistra; è per tutti! E non vi può essere democrazia di sorta se non è basata sulla libertà di pensiero, anche la più radicale, senza limiti, o come si dice con un brutto vezzo assai di moda: senza se e senza ma.

Torna al Sommario C.
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Analisi di testi pdf disponibili in rete.
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1.
Parto dall’assunto che “negazionismo” sia nozione pseudoscientifica. È da me considerato come una costruzione polemica elaborata per fini di denigrazione, diffamazione, delazione. È necessario creare una specifica fattispecie penale per reprimere dissidenti ed avversari politici, spesso del tutto innocui sul piano dell’agire o di vere e proprie condotte criminose che si sostanzione in reati tipici e tradizionali: omicidio, furto, violenza, ecc.
Esistono purtroppo teorici e “giuristi” che si prestano a fornire simili gabbie ideologiche. Ne passeremo in rassegna quello che troveremo in rete. Esaurita questa comoda possibilità di ricerca, ci recheremo poi il il lavoro tradizionale in biblioteca.

2.
Una definizione di negazionismo, anzi di “antinegazionismo” che si trova comunque in Joerg Luther è la seguente: «l’antinegazionismo è, di conseguenza, l’insieme delle idee e delle pratiche che negano ogni giustificazione morale del negazionismo e combattono quanto meno la negazione di un genocidio». Bah! Un genocidio per lo meno sappiamo cosa è e possiamo convenire sul suo significat: una uccisione, non importa qui in che modo, di un’intera popolazione, di un popolo. Il concetto è diverso da quello di “strage” che riguarda una moltitudine di individui. Per genocidio intendiamo comunemente una popolazione nella sua intererezza, salvo possibile e fortunati scampati e “sopravvissuti”.

Ma il punto è: in quanto fatto storicamente avvenuto un simile fatto deve pur essere accertato. Se una popolazione di 1.000.000 di persone è fisicamente soppressa altro è negare la qualificazione penalistica di “genocidio” allo stesso modo in cui non si dice che è non un omicidio l’esecuzione di un disertore inflitto in guerra ad un individuo che comunque è privato in modo violento della sua vita altro è contestare sul piano storico che il fatto sia mai avvenuto. L’accertamento del fatto, sia esso un omicidio o un’esecuzione legale di un individuo, o anche di un’intera popolazione, deve essere innanzitutto investigato e non può essere presupposto come un dato di fede.

L’antinegazionismo è in realtà il perseguimento penale di un’opinione storico su un fatto o sulla modalità in cui esso si sarebbe verificato. In sé un fatto è un fatto e la sua realtà o meno non dipende, non è costituita dall’opinione che di esso si abbia. Né le persone che siano o non siano decedute lo sono state per l’opinione che si abbia del loro decesso, vero o fittizio, nell’una o nell’altra forma avvenuto o meno.

Il reato di “negazionismo” si annuncia fin dall’inizio della nostra analisi come un reato “ideologico” con cui si intende imporre con mezzi legali una individuabile concezione della storia del Novecento interamente influenzata dal rapporto vincitori/vinti. Possiamo aggiungere: è un reato politico dove il “nemico” è dichiarato per avvenuta debellatio ipso fatto un “criminale”. È una regressione giuridica rispetto ad una precedente netta distinzione fra nemico = soldato in armi e criminale = autore di crimini elencati in un codice penale vigente.

Il concetto di «olocausto», assai ricorrente nel linguaggio politico e mediatico ovvero in una letteratura non scientifica, ha piuttosto a che fare con la teologia politica che non con la storia, intesa come accertamento e narrazione di fatti avvenuti, che non con il diritto penale in quanto chiara definizione di fattispecie penali orientate alla repressione di concrete condotte individuali. Naturalmente, qui si prescinde dalla concretezza e realtà dell’evento comunque evocato. La stessa “Convenzione Internazionale sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio del 1948” non può che riferirsi ad un fatto concretamente avvenuto e, se deve prevenire, prima che possa verificarsi: valga a ciò l’operazione “Piombo Fuso” e l’assedio di Gaza tuttora in atto. Ma di certo nel 1948 non era ancora contemplata l’opinione sul fatto stesso, sul suo accertamento più o meno veritiero.

Credo che per una datazione dello studio della repressione ideologica e fattuale, nonchè per la creazione stessa del reato di “negazionismo” debba partirsi dal 1986, anno in cui viene istituito in Israele e quindi “esportato” in altri paesi, principalmente europei. È un ben penoso tentativo quello di trovare antecedenti “nobili” pre 1986.

3.
Luther sembra cambiare registro quando scrive: “L’antinegazionsimo giuridico pretende di armare la repressione penale ed un’azione politica ed amministrativa efficace di prevenzione”. Qui siamo fuori dal diritto propriamente detto e si entra nella persecuzione, nella vendetta, nella guerra continuata sul piano dell’ideologia.

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Bibliografia citata, raccolta e da esaminare.

1. «In particolare il ramo dei genocide studies su cui M. Dabag, Wahrnehmung und Prävention von Genozid aus der Sicht der strukturvergleichenden Genozidforschung, in: V. Radkau / E. Fuchs / T. Lutz (ed.) Genozide und staatliche Gewaltverbrechen im 20. Jahrhundert, Innsbruck-Wien, Studienverlag 2004, pp. 22ss.».

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Riferimenti normativi nazionali e internazionali

1) A/RES/61/255 = Il 27 gennaio 2007 vi fu una condanna dell’ONU di ogni forma di “holocaust denial”.

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La stampa denigratoria

1. “Repubblica”, in prima fila. – Per tutti costoro, che operano nei media, non meritevoli di incondizionato credito e fiducia, come si apprende dal recente libro di Erich Salerno, basterebbe un’obiezione molto semplice: «Ma se siete così certi della verità, perché mai temete ed impedite ad altri di cercarla?» In realtà, non di verità si tratta, ma della costruzione di un’ideologia di regime su cui creare un nuovo consenso. Costoro, e chi li paga, non fanno niente di diverso di ciò che imputano ai regimi sconfitti, la cui colpa principale è quella di essere stati sconfitti. Se la vittoria qui dovesse venir data non dalla superiorità delle armi, ma da quella dei superiori principi di civiltà, basta ricordare l’uso dell’atomica e quanto il mondo ha visto dopo il 1945. La Nakba non è inferiore all’«Olocausto»: la precede perfino se si considera la sua lunga preparazione ideologica, il primo insediamento sionista del 1882, precedente addirittura la stessa nascita di Hitler, il collante ideologico necessario per un’operazione dove giustizia ed umanità sono foglie di fico, dietro cui si nasconde ben altro.

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Osservatorio sulla libertà di pensiero negata. Parte Prima: Gli Stati. Cap. II - Francia.

Area di lavoro
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Cito a memoria letture occasionali e mi riservo di ritornare su queste righe con più puntuali indicazioni. La Francia è il primo paese europeo ad aver seguito le indicazioni israeliane, fissate in una legge della Knesset varata nel 1986. Vi era stato un caso, il caso Faurisson, dove il docente lionese, ripetutamente portato in giudizio dalle associazioni ebraiche, particolarmente infleunti in Francia. Ogni volta il convenuto veniva assolto sulla base delle leggi esistenti e anche perché sembrava riuscisse convincente sul merito. Fu così che il 13 luglio 1990 venne approvata la legge Gayssot, detta anche Fabius-Gayssot, che puniva uno specifico reato di “negazione”, appositamente creato. A questo punto diventava perfettamente inutile qualsiasi documentazione storica si potesse portare in aule di giustizia trasformate in istituti pseudo-scientifici.

Vers. 1.0/1.2.10
Parte: I - II -
Sommario: 1. La legge Fabius-Gayssot: una regressione giuridica di molti secoli. – 2. La Israel lobby in Francia. – 3. La loi Gayssot vit-elle ses derniers jours? – 4. Reazioni in seguito alla sentenza del 26 aprile 1983 sull’affare Faurisson. – 5. Ispiratori della legge Gayssot: a) Pierre Vidal-Naquet. – 6. (Segue): b) René Samuel Sirat. – 7. (Segue): c) Laurent Fabius. – 8. Attacchi del CRIF alla Chiesa Cattolica. – 9. Il caso Georges Theil. – 10. L’equiparazione di “antisemitismo” e “negazionismo”. – 11. Il caso Hessel. – 12. «Gli argomenti della cosiddetta lobby ebraica». – 13. “Nerolistati”: un neologismo dei nostri tempi. –

1. La legge Fabius-Gayssot: una regressione giuridica di molti secoli. – In effetti, non ha senso parlare di libertà di pensiero e di espressione, se la si deve far dipendere dal gradimento di chi sta al potere o ha notevole influenza. Piuttosto che riassumerne il testo, preferisco riportare integralmente il giudizio di Jean Bricmont sulla legge Gayssot:
Il significato della legge Gayssot non viene, principalmente, dal suo contenuto – proibire di mettere in discussione alcuni aspetti del processo di Norimberga – ma dalla sua semplice esistenza. In effetti, questa legge va contro ogni principio del nostro diritto. E’ una vera e propria ”lettre de cachet ” (n.d.t.: lettera con sigillo reale, recante un ordine di imprigionamento od esilio), una regressione giuridica di molti secoli. Attraverso la sua stessa esistenza, questa legge subordina la libertà di espressione e di pensiero alle istituzioni giuridiche che la applicano ed ai gruppi che esigono la sua applicazione. Una volta ammesso un tale principio, è grande il rischio di veder estendere la sua applicazione al di là del suo oggetto originario, il processo di Norimberga. Delle aggiunte, delle interpretazioni abusive, rischiano di minacciare altre opinioni, come si vede con il dibattito a proposito del colonialismo o del genocidio degli Armeni. Infine, esercita una sottile intimidazione, mostrando la forza dei gruppi di espressione sionisti, che non esitano ad identificare la critica ad Israele con l’”antisemitismo” e, per questa via, con la negazione della “soluzione finale”. E’ un segnale indiretto, che mostra come la difesa dei diritti dei Palestinesi rischi di scontrarsi con dei gruppi di pressione capaci di distruggere la reputazione e persino la carriera dei loro avversari, per non parlare delle persecuzioni giudiziarie più o meno arbitrarie, anche se costoro accettano, come sono, in generale, pronti a fare, l’integralità del processo di Norimberga.

Ma c’è un problema più profondo di questa legge, dal sapore della predisposizione d’animo, di cui uno degli effetti è proprio l’accettazione di questa legge da parte della sinistra. E’ l’idea che si rifiuti di parlare con X o con Y perché costoro sarebbero “razzisti”, “fascisti”, “nazionalisti”, “giustificanti l’ingiustificabile”, o che so io.

L’argomento che si propone più spesso è che, se si parla con lui, si “legittima” il nemico. Io rifiuto radicalmente questo genere di atteggiamento – ho già parlato ad un gruppo musulmano “radicale”, dibattuto con un “nuovo filosofo”, discusso in una sinagoga, in un tempio protestante, così come ad una radio cattolica, mi sono confrontato con rappresentanti del partito democratico e del partito repubblicano americani, eccetera.

E’, evidentemente, quando si discute con gli avversari, non con gli amici, che si è obbligati ad affinare gli argomenti e, qualche volta, a ritornare sulle proprie posizioni. Supponiamo che io discuta con Le Pen (cosa che non farei mai, perché non sono competente in materia di immigrazione, che è il suo principale cavallo di battaglia); io sono sicuro che mi si rimprovererebbe di legittimarlo; ma agli occhi di chi? Rappresenta circa il 20% dei francesi, ed io sono solo un semplice individuo.

A sinistra si fa come se l’essenziale non fosse l’opinione pubblica realmente esistente, che bisogna cercare di influenzare – attraverso l’argomentazione ed il dibattito – ma una divinità, agli occhi della quale noi siamo i buoni, e che sarebbe offesa se cominciassimo a parlare con i “cattivi”. Il risultato di questa mentalità è un clima di intolleranza nella sinistra, soprattutto dell’estrema sinistra, che fa sì che si dibatta molto poco, anche con persone che non sono poi così lontane da noi, e che gli argomenti non cessino di indebolirsi e le idee di divenire dogmi. E, più gli argomenti si indeboliscono, più si ha paura del dibattito. E intanto, il nostro avversario si rafforza.

Ho potuto riscontrare personalmente alcuni passaggi del testo di Bricmont. La forza del pregiudizio e di un razzismo interiore si esprime nella formula «Io non parlo con uno che…». Ed ho persino della repubblica che in una trasmissione televisiva di grande seguito rimproverava il conduttore per aver invitato un musulmano, per giunta diretto interessato: non bisognava dargli visibilità in un mondo in cui l’apparire è tutto e supera di gran lunga l’essere.

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2. La Israel lobby in Francia. – Andando al link si trova un’intervista di Thierry Meyssan a Paul-Èric Blanrue. Ci soffermiano sulle parti che possono riguardare la nostra specifica ricerca. Dice Blanrue che in Francia l’elettorato ebraico è uno dei più importanti del mondo. Strano, se si considera il numero degli ebrei presenti in Francia. Ma cosa significa? Cerchiamo di capirlo più avanti. Per chi ha letto Rabkin non si ha bisogno di ciò che Blanrue dice meno bene al riguardo, ma quanto all’espressione “lobby ebraica” si tratta più di un pericolo terminologico da evitare che non di inesistenza del fenomeno, a mio avviso. Di certo, nessuno vuol fare discriminazione di tipo razzista, ma se esiste una connotazione lobbistica associata alle comunità ebraiche, perché non si può riconoscere il fenomeno? Apprendo, per giunta, che esiste un “salone degli scrittori del B’naï B’rith” al quale Blanrue è stato invitato. Finalmente si tocca nell’intervista la legge Gayssot, chiedendosi in quale misura essa sia “la chiave di volta della dittatura del pensiero unico” attualmente vigente in Francia. Sta lavorando su questo tema.

3. La loi Gayssot vit-elle ses derniers jours? – È il titolo di un post del blog di Blanrue del 25 febbraio 2010. In un convegno giuridico si porrebbero eccezioni di incostituzionalità alla legge. Se ne ha notizia in lingua italiana anche qui, in un articolo tradotto di Faurisson, che scrive come dal 1° marzo 2010 ogni cittadino sottoposto a giudizio potrà sollevare eccezioni di incostituzionalità.

4. Reazioni in seguito alla sentenza del 26 aprile 1983 sull’affare Faurisson. – Sono qui gli antefatti della legge Gayssot, ma è da verificare se questa sentenza del 1983 sia stata considerata nella legislazione israeliana del 1986 e solo da qui sia poi rimbalzata in Francia, che è stato il primo paese europeo a distinguersi per questa legislazione che contrasta fortememente con tutta la tradizione seguita alla rivoluzione francese del 1789. Da Blanrue sappiamo che in Francia l’elettorato ebraico ha un’eccezionale importanza e capacità di influenzare e determinare gli orientamenti della classe politica.

5. Ispiratori della legge Gayssot: a) Pierre Vidal-Naquet. – Sarebbe soltanto una simulazione la contrarietà alla legge da parte d Vidal-Naquet, che in realtà vi farà poi appello.

6. Ispiratori della legge Gayssot: b) René Samuel Sirat. – È il rabbino capo degli ebrei francesi, il cui ruolo è denunciato da Robert Faurissom.

7. Ispiratori della legge Gayssot: c) Laurent Fabius. – Nessuna legge ha vita se qualcuno non la promuove. Tra i maggiori ispiratori e promotori della legge è stato Laurent Fabius, che insieme a Gayssot darà il nome alla legge Fabius-Gayssot.

8. Attacchi del CRIF alla Chiesa cattolica. – Pare il caso di trattare nel nostro Osservatorio sulla libertà di pensiero e di espressione anche i casi di libertà di coscienza e di religione. Non sono cose molto diverse. Il pensiero può essere costituito da una professione di fede, che in quanto tale non può essere meno libero. A differenza del “pensiero” la professione di fede ha una dimensione pubblica che il pensiero può non avere, se vuole mantenersi in una sfera iniziatica e protetta. Orbene, appare quanto mai curioso l’ingerenza ebraica in uno dei momenti più peculiari del cattolicesimo: la proclamazione dei suoi “santi”. Se al cattolicesimo si togliesse questa sua fondamentale libertà, lo si colpirebbe a morte. Ed è probabilmente ciò che l’ebraismo intende fare con argomentazioni del tutto specioso. Venendo un po’ più sul merito alle contestazioni di parte ebraica si possono muovere obiezioni di assoluto buon senso. Cosa avrebbe dovuto fare Pio XII, se non pare sufficiente ciò ha effettivamente fatto? Intanto, può darsi che la realtà dei fatti non fosse per Pio XII quella che viene comunicamente accreditata e che nella sola Germania ha prodotto 200.000 procedimenti penali. Forse che vogliono processare o far processare Benedetto XVI? Ma anche ammesso che le cose stiano sul piano storico come si pretende che stiano, forse che Pio XII avrebbe dovuto mandare le sue guardie svizzere in guerra contro la Germania? E diventare in questo modo parte belligerante nella Seconda guerra mondiale? O piuttosto l’ebraismo non desidera che anche il Vaticano fosse stato ridotto in cenere da un bombardamento tedesco, se non alleato? Cercheremo di dare una risposta a questi quesiti, analizzando la stampa sionista ed i suoi personaggi. Quanto poi alla demonizzazione di Pio XII in quanto papa “pro nazista” è da chiedersi se il cristianesimo in quanto religione basata essenzialmente sulla “redenzione dal peccato” possa escludere un qualsiasi uomo, nazista compreso, dalla possibilità della “redenzione”. In altri termini, vi è un eccesso di demonizzazione del nazismo che contrasta con l’essenza stessa del cristianesimo, religione dell’amore evangelico, del porgere l’altra guancia, dell’amore per il nemico. Non per nulla il filosofo ebreo Spinoza non riconosceva questa caratterizzazione all’ebraismo, di cui invece evidenziava i legami con la vendetta e l’«odio», divenuto una sorta di pietas ebraica. Gianfranco Fini permettendo, resta poi da chiedersi se nel caso dei regimi politici della prima metà del XX secolo possa adottarsi come criterio storiografico-ermeneutico il concetto di Male assoluto e se di essi possano ritenersi esenti i regimi della seconda metà del secolo, ad incominciare da quello di Israele che ha il suo atto fondativo nella pulizia etnica del popolo palestinese e nell’allestimento di campo di concentramento dove gli scampati alla pulizia etnica vi furono rinchiusi per ben sette anni, a sentire la Croce Rossa, venendo costretti a rimuovere le pietre dei villaggi palestinesi distrutti per costruire le dimore dei coloni sionisti. Alcuni di questi personaggi che parteciparono alla guerra di «Indipendenza» (ma: di “pulizia etnica”) del 1948 siedono ai primi posti della nostra Repubblica e magari danno man forte ai critici della contestazione della Chiesa cattolica, tutta intenta alla proclamazione dei suoi Santi.

9. Il caso Georges Theil. – Siamo al 4 gennaio del 2006 e la notizia riguarda il caso di una persona a sei mesi di prigione ed una somma pecuniaria da pagare a ben undici associazioni. Il dato rilevante è qui questo numeroso associazionismo, da cui provengono gli impulsi ai procedimenti giudiziari. Non una singola persona che si ritiene lesa su una faccenda personale, ma un’associazione che riesce a far condannare una persona per sue opinioni riguardo fatti storici di oltre mezzo secolo prima. Nella notizia si parla anche di una trentina di condanne sulla base della legge Gayssot, a partire dal 1990. Sono davvero poco se comparate alle 200.000 stimate in Germania.

10. L’equiparazione di “antisemitismo” e “negazionismo”. – Andando al link si accede ad un articolo del 1998 contenuto nell’archivio del CRIF. Vi si trovano esposti parecchi fatti, ricostruiti ovviamente con l’ottica del CRIF stesso, tra i più fervidi sostenitori della legge Gayssot, forse fra i più diretti ispiratori. Qui interessa soltanto isolare e documentare una tesi ricorrente nella propaganda dell’associanismo alla CRIF: che “antisemitismo” (concetto esso stesso bisognoso di una definizione oggettivo) e “negazionismo” (termine mai fatto proprio dai diretti interessati ed in pratica base accusatoria per far scattare la legge Gayssot) siano l’un l’altro equivalenti. È, a nostro avviso, una tesi del tutto ideologica in quanto si tratta di due distinte questioni. Raccoglieremo in questo paragrafo ogni altro dato assimilabile.

11. Il caso Hessel. – Il caso è piuttosto atipico, ma rientra nell’oggetto della nostra ricerca in quanto vi è stata una negazione di sala – non è la prima volta –, sempre dietro intervento della rete delle associazioni ebraiche. Abbiamo poco tempo, ma ci riserviamo il tempo per una più ampia informazione e analisi. Sul “caso” mi giunge, su altro post, la segnalazione di un link, cui si entra cliccando qui, che contiene ulteriori dati su cui riflettere e svolgere considerazioni per esteso. Ho dato una rapida occhiata al contenuto e la mia vista è caduta su un dato di sconcertane evidenza. Vi è in Francia, ma non solo in Francia, un gruppo di signori, riuniti in un associazionismo assai spinto e invadente, i quali ritengono di avere essi soli il diritto di chi possa o non possa parlare su determinate questioni. È un’arroganza che ci ponte ulteriori inquietanti interrogativi: come è possibile ciò in una terra che per prima ha proclamato il carte costituzionale il diritto “eguale” in opposizione rivoluzionaria ad una diversa civiltà giuridica che fondava il diritto sul “privilegio”, ovvero su una divisione della società in diversi “ordini” e “caste”? Non siamo forse ritornati anche formalmente all’antico regime? Il realtà il concetto di eguaglianza – diceva un mio conterraneo, poco anni prima che la rivoluzione francese scoppiasse – non è altro che un concetto “polemico” che si utilizza quando fa comodo e si ignora quando non ritorna utile.

12. «Gli argomenti della cosiddetta lobby ebraica». – Una delle argomentazioni che si trova da parte ebraica, quando si parla di libertà di pensiero e di espressione, è quella secondo cui si dice di essere a favore della libertà di pensiero e di espressione, che si invoca puntualmente quando si tratta di attaccare e vilipendere tutto ciò che sa di arabo e di islam, ma poi la si respinge quando la stessa libertà viene usata contro i paradigmi dell’ebraismo, del sionismo o del giudaismo. Infatti, si dice questa libertà di pensiero non è tale, ma è invece un crimine. Infatti, in ordine a determinate materia, forse a tutte le materie, l’«unico» punto di vista ammissibile e lecito è quello ebraico o sedicente tale. Non è un’esagerazione, ma è proprio il caso di un fanatico operante nella stampa italiana, che nel suo fanatismo è andato oltre i suoi stessi padroni e committenti. Nel caso di specie il redattore di un volume del Touring club, di carattere turistico, su Israele, si era limitato a tradurre in italiano depliant ufficiali del governo israeliano, che parlano proprio di «un punto di vista ebraico sulla Shoah». Il caso è da segnalare al comico francese Dieudonné, che è alle prese con la legislazione libertica francese, per liberarsi della quale occorrebbe una sommossa di tipo egiziano. Viviamo in effetti sotto uno stesso giogo e l’oppressione è la stesso. Tutto si collega come nei vasi comunicanti. L’oppressione dei paesi del Vicino Oriente e delle sponde del Mediterraneo è possibile sulla base di una compressione delle libertà civili dei paesi europei, i cui governi si spacciano per autentici apostoli della religione della libertà e dei diritti umani, salvo negarla in casa propria ai propri cittadini. Beninteso, nell’interesse e su commissione di qualcuno.

13. “Nerolistati”: un neologismo dei nostri tempi. – Ciò che attira l’attenzione in questa voce di monitoraggio è il neologismo che tradotto in italiano suonerebbe “nerolistati”, per indicare il fatto di essere messo in una lista nera di proscrizione per un qualsiasi motivo, ma generalmente per questioni attinenti la libertà di pensiero, che in Francia ha un’assai penosa condizione. Esistono sentenze che sanciscono come determinate opinioni non siano appunto opinioni, ossia una manifestazione di pensiero, ma costituiscono di per sé un crimine. Il sionismo in Francia non semplicemente governa, ma impera. Non è quindi per niente assurdo assistere ad una scena simile: la libertà di pensiero e di espressione è solo mia; il tuo pensiero è invece un crimine. Quanto al comico Dieudonné si legge: «Dieudonné, déjà condamné pour provocation à la discrimination, à la haine et à la violence raciale ou religieu». E viene da chiedersi cosa saranno mai simili capi di imputazione: “provocazione” alla discriminazione (?!). Potrei capire una “discriminazione”, ma una “provocazione alla discriminazione” supera la mia capacità di immaginazione. Lo stesso dicasi per altri capi di imputazione di cui si può solo capire che hanno una valenza ideologica. E si resta sgomenti nel constatare che cose simili succedono nell’anno 2011 in quella Francia dove si produsse una rivoluzione da cui ebbe origine il moderno costituzionalismo e la teoria dei diritti umani e civili.

(segue)

Ricerche storico-giuridiche sulla libertà di pensiero negata. Parte Prima: Gli Stati. Cap. I - Israele

Area di lavoro
Israel lobbies/Successivo

A differenza di molti vocaboli che finiscono in -ismo il negazionismo non è una dottrina o un movimento con cui i soggetti coinvolti definiscono se stessi. Anzi, al contrario, questi rigettano come offensiva una simile espressione in quanto loro essi non negano, ma affermano ciò che risulta da loro accurate e scrupolose ricerche. È in effetti un termine coniato da altri allo scopo di poter denigrare, diffamare e con il concorso di apposite leggi denunciare spesso innocui cittadini, addirittura vescovi, uomini pii e pastori di anime. Come in altre epoche in cui si dava la caccia alle streghe e agli eretici, si usa oggi il termine di “negazionista” per liberarsi di avversari politici e dissidenti, tentando di estendere in questo modo l’area del consenso e del conformismo politico ed ideologico. Il fenomeno è assai grave e costituisce un grave vulnus al nostro sistema di libertà, che non può non basarsi sulla prima di tutte le libertà possibili: la libertà di pensiero. Naturalmente, un pensiero, un’opinione può rivelarsi erronea, ma di per sé essa non costituisce un crimine ed il cammino verso la verità è un faticoso superamento di concezioni erronee ovvero l’acquisizione di nuovi dati che possono far ricredere su ciò che si riteneva certo.

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Parte: I - II -
Sommario: 1. La legge del 1986. –

1. La legge del 1986. – Per il nostro viaggio, ordinato, dobbiamo partire dalla data dell’8 luglio 1986, quando il parlamento israeliano, detto Knesset, dimostrò di essere il primo paese ad approvare una legge repressiva che fu poi adottata da altri tredici paesi: Austria, Belgio, Repubblica ceca, Francia, Germania, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Spagna e Svizzera. L’elenco è qui alfabetico, ma studieremo la tempistica ed i soggetti che si sono fatti promotori delle legislazioni nazionali. Prendiamo avvio da un articolo di Joseph P. Bellinger, disponibile in traduzione italiana. Non ci soffermiamo sulla difficoltà normativa di una definizione di “negazionismo”. Sarebbe quanto mai ozioso dare dignità concettuale ad une vera e propria misura politica di carattere repressivo che nega i principi dello stato di diritto quale è sorto dalla rivoluzione francese, che proprio sui diritti dell’uomo e sulla libertà di pensiero vantava la sua superiore legittimità rispetto ai regimi precedente fondati non sul diritto “eguale”, ma sul “privilegio”. A ben vedere, il “privilegio” è ritornato in auge sotto nuove forme. La legge israeliana, per definire il reato di “negazionismo”, così descrive il reo e l’entità della sua pena:
«un individuo che, per iscritto o verbalmente, esprime qualunque dichiarazione che neghi o diminuisca le proprorzioni degli atti commessi nel periodo del regime nazista che siano crimini contro il popolo ebreo o crimini contro l’umanità, con l’intento di difendere i perpetratori di quegli atti o di esprimere solidarietà o identificazione con essi, sarà suscettibile di impriogionamento per cinque anni».
Si tratta di una misura politica. Mancano i requisiti di generalità ed astrattezza che di solito vengono indicati nei manuali come requisiti di una legge. Si tratta anzi di una vera e proprio vendetta contro chiunque venga ravvisato come proprio avversario politico. E non è difficile capire a chi ci si riferisca e quali disegni si intendano perseguire.

A questa legge del 1986, la n° 5746, occorre collegare un suo successivo rafforzamento del 20 luglio 2004, con il quale si pretendeva di poter perseguire questo genere di reato in qualsiasi parte del mondo, magari attraverso rapimenti secondo una prassi consolidata. È come dire che lo Stato Sionista estende la sua sovranità sul mondo intero e non già entro i suoi indeterminati confini, ma forse perché indeterminati li si considerano estesi a tutto il mondo. Nella difficoltà che riscontro nel reperire dati trovo illuminante una voce che mi è giunta. Sarebbero state fatte pressioni sul parlamento europeo non solo perché questa legislazione, a dir poco liberticida, venga estesa a tutti i paesi dell’Unione europea, ma affinché venga pure concesso ad Israele il diritto di estradizione in modo da far marcire nelle galere israeliani, notoriamente comode ed ospitali, i malcapitati cittadini europei. Vi è è di che “allibire”, secondo il modo di esprimersi di un ministro compiacente.

A mo’ di commentario del brano sopra riportato è bene sottolineare come siano assai frequenti le indagini e i rapporti sull’antisemitismo che sarebbe crescente in Europa. Per lo più simili atti di antisemitismo si concretizzano in scritte sui muri. Non occorre esemplificare come una simile indagine si presti ad arbitri di ogni genere. Chiunque sia mai entrato in un vespasiano sa quale genere di letteratura parietale vi si possa trovare. Non mi soffermo nell’esemplificazione.

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(segue)