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sabato 11 giugno 2011

E' così che finirà Israele? - Parla Franklin Lamb, esperto in Diritto Internazionale

Homepage Egeria - N° 23
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di Egeria

In basso la traduzione di un recente articolo scritto dal giurista americano di fama internazionale, Dr. Franklin Lamb, che da anni vive in Libano per supportare la Resistenza dei rifugiati Palestinesi, forte della sua competenza nel campo del Diritto Internazionale.

Da molti anni seguo le vicende di Franklin Lamb, che gode di grande stima da parte della comunità dell'attivismo internazionale pro-palestinese in virtù del suo enorme impegno nel fornire l'assistenza legale alle entità politiche e ai rifugiati Palestinesi che combattono contro il regime sionista.

Nel suo articolo, il Dr. Lamb fornisce alcuni dati demografici sconcertanti in merito alla popolazione israeliana, che testimoniano la precarietà del collante sociale dello stato sionista, e lasciano intravvedere una possibile fine inattesa dell’esistenza di Israele in quanto entità politica.

Tuttavia vorrei introdurre l’articolo con alcune osservazioni complementari, altrettanto interessanti.

Alcuni giorni fa l’esperto in affari mediorientali Alan Hart, autore di una trilogia sulla storia del sionismo, commentava i recenti avvenimenti che hanno visto i rifugiati Palestinesi in Libano e Siria assaltare in massa le frontiere arbitrarie di Israele. Alla domanda su quali fossero le sue previsioni in merito ai futuri sviluppi della questione Palestinese, Alan Hart rispondeva che da molto tempo, e in particolare dall'inizio delle rivolte arabe, i segnali parlano chiaramente di un prossimo attacco da parte di Israele sia contro il Libano che contro i Palestinesi della Cisgiordania.
«Ora che i rifugiati Palestinesi dimostrano con fatti inequivocabili la loro assoluta determinazione a riappropriarsi dei territori occupati - diceva Alan Hart - Israele si sta preparando a schiacciare nel sangue la rivolta Palestinese. E si sta preparando ad invadere di nuovo il Libano, nonostante la consapevolezza che Israele soffrirà ingenti perdite non solo tra le forze militari, ma anche tra la popolazione civile, a causa dell’enorme arsenale di missili a lunga gittata di cui il Libano dispone da qualche tempo. Israele sa che le proprie forze militari sono di gran lunga superiori e garantiranno comunque la vittoria militare.

Anche questa volta le potenze mondiali staranno a guardare e non interverranno. Prevedo una seconda ‘pulizia etnica’ della Palestina, talmente feroce da provocare la mobilitazione in massa della comunità internazionale - non quella dei governi, ma dei popoli, e perfino di quello americano. L’indignazione dei cittadini americani per i crimini di Israele aumenta di giorno in giorno, in modo esponenziale. Se succederà quanto temo, questa volta l’ira delle popolazioni del mondo si scaglierà contro gli ebrei, non solo contro Israele».
La rivolta in massa dei cittadini americani contro le politiche estere di Washington in favore di Israele sarebbe di enorme importanza strategica nella lotta contro il regime sionista, la cui sopravvivenza dipende in gran parte dall'appoggio del Parlamento statunitense e dal veto che gli USA esercitano nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU contro ogni tentativo di ostacolare l'impunità di Israele.

Abbiamo avuto altre occasioni, in questo blog, di dare la parola al Dr. Franklin Lamb. Quando le rivolte dell’Egitto e della Tunisia stavano contagiando l’intero mondo arabo, Franklin Lamb era intervenuto durante una lunga diretta di PressTv, fornendo un resoconto sulle reazioni di Israele e Washington alle vicende arabe. Commentava allora Franklin Lamb - come riportato in Civium Libertas il 10 marzo in un post dal titolo Rivolta Araba: come reagiscono USA e Israele:
«Dai miei contatti in Israele e Washington sono venuto a sapere che molti cittadini israeliani hanno espresso l’intenzione di espatriare ... Vogliono trasferirsi negli Stati Uniti. Diventa sempre più chiaro alla popolazione israeliana, che il regime sionista non ha più futuro e che l’occupazione e colonizzazione della Palestina dovranno cessare».

Continuava il Dr. Lamb: «E’ evidente ormai, e in particolare per i cittadini israeliani, che le popolazioni arabe in rivolta sono determinate a continuare con le sommosse finché la rivoluzione si sia compiuta fino in fondo. E una delle conseguenze inevitabili sarà la resa dei conti con Israele, che inoltre ha perso il supporto da parte della comunità internazionale meglio informata.

E aggiungeva queste informazioni: «A Washington la Lobby Sionista AIPAC è riuscita ad ottenere l’emissione di decine di migliaia di passaporti americani [al momento già 30.000] destinati ai cittadini israeliani che vogliono emigrare in America. L’ufficio per l’emissione dei passaporti, a Washington, sta facendo letteralmente gli straordinari per venire incontro alle richieste della AIPAC, che detta legge in tutte le sfere del potere americano».
Questo succedeva in marzo di quest’anno. Vediamo quali sono ora gli aggiornamenti sorprendenti che fornisce di seguito il giurista americano nel suo articolo apparso su ‘Uprooted Palestinians’ e pubblicato in seguito da Gilad Atzmon - noto ai lettori di questo blog - che è sempre molto attento a segnalare sul proprio sito ogni informazione che riguarda la Palestina e il suo feroce aguzzino.

In molte delle sue interviste Gilad Atzmon fornisce la ragione per cui ha rinnegato il proprio stato di origine, Israele, per diventare forse il più determinato e onesto tra gli ebrei dissidenti ex-israeliani impegnati a combattere contro l’occupazione della Palestina.
«Durante la guerra di Israele contro il Libano e i suoi rifugiati Palestinesi, nel 1982, spiega Gilad Atzmon, ero una soldato di leva. Presto mi sono accorto che loro, i Palestinesi, erano gli Ebrei, e noi, l’esercito israeliano, eravamo i nazisti.»

«E’ così che finirà il progetto sionista?»
di Franklin Lamb
4 giugno 2011



Quella della Palestina è una situazione che non ha pari nel mondo. Mi chiedo se gli storici o gli antropologi che esaminano il corso degli eventi umani siano in grado di identificare per noi un paese in cui, come in Palestina, una percentuale così alta della popolazione di colonizzatori di recente immigrazione si sia organizzata per la possibilità di ripartire alla volta del luogo di provenienza, mentre allo stesso tempo la popolazione indigena, con radici millenarie ma vittima di pulizia etnica, si sia organizzata per mettere in atto il diritto al Ritorno, come fanno ora i Palestinesi.

Uno dei tanti aspetti ironici che caratterizzano l’impresa di colonizzazione della Palestina, progettata e iniziata dai sionisti nel 19esimo secolo, è il fatto che questo progetto, ormai sul punto di sfaldarsi, sia stato propagandato per gran parte del 20esimo secolo come una presunta oasi nel Medio Oriente, che offriva un rifugio per il ‘ritorno’ degli ebrei perseguitati in Europa. L’ironia sta nel fatto che oggi, nel 21esimo secolo, è proprio l’Europa ad assumere agli occhi di molti occupanti illegali della Palestina l’aspetto di meta ambita per gli ebrei in cerca di rifugio che vogliono tornare dal Medio Oriente ai paesi di origine.

Per parafrasare il giornalista israeliano Gideon Levy [che scrive su Haaretz e si definisce un sionista moderato, opposto alle politiche di Israele, ma in favore di uno stato ebraico, n.d.t.]: «Se i nostri padri sognavano un passaporto israeliano per fuggire dall’Europa, ora molti di noi sognano un secondo passaporto per fuggire in Europa».

E’ così che finirà il progetto sionista?

Alcuni studi condotti in Israele, un altro condotto da parte della AIPAC [in USA] e un altro ancora condotto in Germania da parte dell’organizzazione israeliana Jewish National Fund, indicano che circa la metà degli ebrei di Israele sta valutando di lasciare la Palestina nei prossimi anni se l’attuale trend politico e sociale dovesse continuare. Da un sondaggio condotto dall’istituto Menachem Begin Heritage Center di Gerusalemme, è emerso che già nel 2008 il 59% degli israeliani aveva contattato ambasciate straniere per informarsi o fare domanda per un passaporto e per la cittadinanza. Oggi le stime sono nell’ordine del 70%.

Il numero di israeliani che intendono lasciare la Palestina è in rapido aumento, secondo uno studio condotto dall’Università di Bar-Ilan per conto della Eretz Acheret, una Ong che si vanta di promuovere il dialogo culturale. Tale studio ha rilevato che già oltre 100.000 israeliani si sono premuniti di passaporto tedesco, e questo numero aumenta ogni anno di almeno 7.000, ma con trend in accelerazione. In aggiunta ai cittadini israeliani con passaporto tedesco, oltre un milione di israeliani ha pronto un passaporto di altra nazionalità per lasciare Israele nel caso in cui le condizioni deteriorassero. Una delle mete più ambite dagli israeliani che contemplano l’emigrazione sono gli Stati Uniti d’America. Attualmente oltre 500.000 israeliani sono in possesso di passaporto statunitense e altri 250.000 hanno fatto domanda per riceverlo.

In occasione del recente convegno a Washington tra il premier Netanyahu e gli agenti israeliani negli Stati Uniti, i funzionari della AIPAC hanno rassicurato la delegazione israeliana dicendo che, se e quando sarà necessario, il governo americano adotterà procedure rapide per emettere passaporti americani a tutti i cittadini israeliani EBREI che ne facciano richiesta.

Gli israeliani ARABI possono astenersi dal fare domanda.

La AIPAC ha inoltre rassicurato la delegazione israeliana sulla fiducia che si poteva riporre nei parlamentari americani, che avrebbero senz’altro approvato la creazione di fondi per gli ebrei israeliani in arrivo in America «ai quali saranno messi a disposizione sostanziose sovvenzioni in contanti per finanziare la transizione e l’insediamento nella nuova patria.»

In linea con la tendenza degli ebrei israeliani a ricorrere ad un ‘passaporto assicurativo’ per destinazione estera, una percentuale analoga di ebrei nel mondo mostra di rinunciare alla ‘aliyah’, e cioè, alla possibilità di trasferirsi in Israele. Secondo Jonathan Rynhold, un professore della Bar-Ilan specializzato in relazioni israelo-americane, gli ebrei sarebbero oggi più al sicuro in Tehran che ad Ashkelon – sempre che USA e Israele non decidano di bombardare l’Iran.

Le interviste – con il pubblico e con gli esperti - che hanno portato ai risultati degli studi menzionati in alto, identificano vari fattori che spiegano la corsa degli israeliani per ottenere passaporti stranieri, alcuni dei quali alquanto sorprendenti, se si considera la cultura israeliana ultra-nazionalista.

Le ragioni alla base dell’emigrazione da Israele

Il comune denominatore è l’ansia, l’inquietudine, sia personale che nazionale, che porta a considerare un secondo passaporto una sorta di polizza di assicurazione «per i tempi difficili che si profilano all’orizzonte», come ha spiegato uno dei ricercatori della Eretz Acheret.

Gli altri fattori includono:
  • Il fatto che due o tre generazioni in Israele non si sono rivelate sufficienti per mettere radici laddove non ne esistevano comunque in precedenza; per questa ragione Israele ha prodotto una percentuale significativa di ‘re-immigrazione’ – e cioè, il ritorno di immigrati, o dei loro discendenti, al paese di origine, che appunto NON è la Palestina, contrariamente a quanto vorrebbe la propaganda sionista.
  • Pressioni centripete all’interno della società israeliana, specie tra gli immigrati russi che rigettano il sionismo in schiacciante maggioranza. Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, circa un milione di russi è emigrato in Israele, aumentando la popolazione del 25% e formando la più alta concentrazione di ebrei russi nel mondo; ma oggi gli ebrei russi rappresentano la comunità più numerosa tra i gruppi che emigrano da Israele: tornano in Russia a frotte per ragioni di opposizione al sionismo e alla discriminazione, e a causa delle promesse non mantenute riguardo alla possibilità di trovare lavoro e una vita decente in Israele.

Ad oggi circa 200.000 russi – o meglio il 22% degli immigrati russi dal 1990 in poi – sono tornati nel loro paese. Secondo il rabbino Berel Larzar – che dal 2000 è il rabbino capo della Russia, «è davvero incredibile quante persone stanno tornando. Quando gli ebrei sono partiti, non c’era una comunità, una vita ebraica. Le persone avevano la sensazione che essere ebrei rappresentasse un anacronismo storico che aveva colpito la loro famiglia. Ora sanno che possono vivere in Russia come parte di una comunità e che non hanno bisogno di Israele».

  • Il timore che i fanatici religiosi tra i 600.000 colonizzatori illegali insediati in territorio ufficialmente Palestinese vogliano provocare una guerra civile essenzialmente per annettere altri territori ancora e trasformare Israele in uno stato ultra-fascista.
  • Mancanza di fiducia e di rispetto per i politici israeliani, molti dei quali sono considerati corrotti.
  • Un senso di disagio e di colpa nel vedere che il sionismo ha abusato del giudaismo e ha corrotto i valori tradizionali degli ebrei.
  • La crescente difficoltà a fornire risposte coerenti ai figli, man mano che sono più istruiti e consapevoli della storia.
  • Il fattore dell’onestà verso sé stessi, che mette le persone di fronte all’interrogativo sul perché sia permesso a famiglie provenienti dall’Europa o da altre parti del mondo di vivere su territori e in case rubate alla popolazione del luogo, che appunto vi abitava prima e non proveniva da altre parti del mondo.
  • Il fatto che un numero crescente di israeliani inizia a mettere in discussione la versione sionista, vedendo la straordinaria determinazione della Resistenza Palestinese, e cominciando a capire con l’aiuto di internet cosa succede davvero: una realtà che contraddice totalmente la propaganda sionista secondo cui Israele sarebbe «una terra senza popolo per un popolo senza terra».
  • La strategia dell’allarmismo adottata dai leader politici per fare in modo che i cittadini israeliani supportino le politiche del governo, ad esempio contro l’Iran, o contro i presunti innumerevoli ‘terroristi’ che sarebbero ovunque e sempre in procinto di progettare un altro olocausto, o per combattere le varie ‘minacce esistenziali’ continuamente propagandate. Le famiglie vivono in uno stato di allarme costante e arrivano alla conclusione che non vogliono continuare a crescere i figli in queste condizioni. [La strategia dell’allarmismo sembra ritorcersi contro chi la propaga].

Hillel Schenker, un ebreo americano di New York, membro del movimento Democrats Abroad Israel, spiegava che gli ebrei che arrivano in Israele «prima si assicurano di avere la possibilità di tornare nel paese di origine». Aggiungeva che «le incertezze della situazione attuale e il fatto che ad oggi Israele non sia in grado di vivere in condizioni di pace con nessuno dei paesi confinanti, hanno prodotto la conseguenza che molti israeliani abbiano fatto domanda per un passaporto europeo sulla base delle origini della famiglia, per essere pronti ad ogni evenienza».

Gene Schulman, ebreo americano e socio della Overseas American Academy in Svizzera parla senza mezzi termini del fenomeno che si osserva in Israele, evidenziando che «gli ebrei sono tutti terrorizzati all’idea di quello che probabilmente succederà ad Israele nonostante il supporto costante degli Stati Uniti».

Molti osservatori della società israeliana concordano sul fatto che la recente, inaspettata corsa degli israeliani per lasciare la Palestina è da ascrivere alle rivolte arabe che hanno rovesciato i pilastri chiave del supporto regionale ad Israele.

Secondo Layal, uno studente Palestinese del Campo Rifugiati di Shatila, che ha preso parte al movimento del Naksa Day per la marcia sulla ‘Linea Blu’ del Libano del Sud [marcia su ‘Israele’ poi abortita, n.d.t.]: «Le recenti manifestazioni per il Nakba Day che gli occupatori sionisti della Palestina hanno osservato da Piazza Tahrir del Cairo a Maroun al-Ras nel sud del Libano [narrate in questo post recente], ha convinto molti israeliani che la Resistenza Araba e Palestinese, seppure nel suo stato iniziale, si svilupperà per diventare un movimento massiccio: né le armi, né tutti gli sforzi delle politiche di apartheid potranno garantire il futuro del sionismo in Palestina; fanno bene gli israeliani a cercare altri luoghi in cui crescere i figli».

Egeria

mercoledì 27 aprile 2011

Homepage di Alan Hart su “Civium Libertas»

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Abbiamo voluto riservare in questo blog uno spazio personale ad una delle voci più autorevoli tra gli esperti impegnati a diffondere la verità sul sionismo e sulla colonizzazione della Palestina mediante occupazione militare di stampo terrorista.

Alan Hart, autore britannico, non ancora noto in Italia, è uno dei più strenui difensori della causa palestinese e una delle firme più accreditate presso il grande pubblico in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. E’ molto presente sulla blogosfera di lingua inglese e ambito come relatore negli ambienti accademici e culturali che si impegnano sul fronte della lotta contro il sionismo.


Leggere gli scritti di Alan Hart significa intraprendere un viaggio negli intrighi internazionali che hanno permesso l’ascesa del sionismo sulla scena mondiale e il suo insediamento a tutti i livelli del potere globale. Permette di vedere all’opera, nei giorni nostri, la nefasta influenza della Lobby sionista ebraico-cristiana sugli ambienti politici internazionali, causa dei tanti conflitti bellici che le potenze occidentali hanno messo in atto nei confronti del mondo islamico e dell’Africa in generale.


Da oltre 40 anni Alan Hart è coinvolto nel conflitto intorno alla Palestina e ne ha visto personalmente le terribili conseguenze fino ai giorni nostri. A partire dalla metà degli anni ’60, è stato testimone in prima persona delle guerre di invasione e occupazione che Israele ha mosso contro i popoli arabi, quando trasmetteva per la BBC, in qualità di inviato speciale in Palestina/Israele, i suoi reportage molto provocatori e le interviste ai personaggi centrali del conflitto.
Il suo impegno in favore della causa palestinese lo ha visto protagonista delle fasi centrali del cosiddetto ‘Processo di Pace’ israelo-palestinese, nella veste di diplomatico e consulente per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E’ stato lui l’uomo individuato e prescelto dalla diplomazia internazionale per fungere da mediatore nei negoziati di pace tra il leader palestinese Arafat e l’astro israeliano allora in ascesa Shimon Peres.

Alan Hart ha conosciuto personalmente tutti i leader politici e militari del suo tempo schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto, e molti tra i protagonisti occidentali della storia. Ma è con Yasser Arafat che ha instaurato, negli anni, un rapporto ravvicinato, di fiducia e di profonda stima reciproca, durato fino alla morte del grande leader palestinese.


Nel suo recente libro ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’, – non ancora pubblicato in Italia – l’autore racconta la nascita e ascesa del sionismo, e la sua espansione sulla scena internazionale fino all’epoca Obama. Racconta tutti i retroscena politici, tutte le trattative segrete tra i sionisti e i governi occidentali che si sono svolte dietro le quinte delle sfere diplomatiche a Washington, Londra, Parigi, Mosca, nelle capitali arabe e in Palestina/Israele dall’inizio del secolo scorso in poi fino ai giorni nostri – per assecondare le richieste dei sionisti in cambio dell’appoggio finanziario dei ricchi e influenti ebrei americani ed europei.

Speriamo che il libro di Alan Hart venga presto pubblicato in Italia, perché permetterà ai lettori italiani di comprendere, tra l’altro, le cause alla base delle rivolte arabe in atto nei giorni nostri. Intanto facciamo conoscere l’autore, e le verità che ci svela, pubblicando i suoi articoli, sempre pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con i protagonisti mediorientali e occidentali coinvolti nel conflitto narrato.

Iniziamo con una ‘Introduzione agli scritti di Alan Hart’, che contiene anche informazioni sul sito dell’autore, sui video dei ‘faccia a faccia’ tra l’autore e molti personaggi noti per l’impegno anti-sionista (Norman Finkelstein, Ilàn Pappe e.a.), e l’introduzione all’articolo più recente di Alan Hart dal titolo ‘Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace – Ovvero, come è nata tecnicamente l’Impunità di Israele’ – appena tradotto e pubblicato su questo blog.







martedì 26 aprile 2011

1. Per una introduzione agli scritti di Alan Hart

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Non è questione di opinione collocare Alan Hart tra i maggiori esperti del cosiddetto ‘conflitto israelo-palestinese’. Alan ha vissuto il ‘conflitto’ in prima persona per oltre 40 anni, in ruoli successivi sempre più mirati all’impegno per la causa palestinese. Il suo impegno lo ha visto inizialmente nel ruolo di inviato speciale per la BBC in Palestina/Israele – ai tempi in cui la BBC forniva informazione di qualità – e in seguito nella veste di diplomatico e consulente per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dopo avere sposato la causa palestinese senza riserve.

E’ stato lui l’uomo individuato e prescelto dalla diplomazia internazionale per fungere da mediatore nei negoziati di pace tra il leader palestinese Arafat e l’astro israeliano allora in ascesa Shimon Peres. Sappiamo che tale negoziato ha preparato la strada verso gli Accordi di Oslo, poi rivelatisi ingannevoli a causa della formulazione ‘rivisitata’, messa a punto dai sionisti. E sappiamo anche come Peres si sia poi rivelato un ‘partner per la pace’ disonesto. Forse il più disonesto tra i leader sionisti, perché ha sempre celato la mano che brandiva il coltello.

Il libro di Alan Hart ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’ – non ancora pubblicato in Italia, racconta la nascita e ascesa del sionismo, e la sua espansione sulla scena internazionale fino all’epoca Obama. Alan Hart racconta la verità storica sulla nascita del sionismo e sulla persecuzione dei palestinesi e di altri popoli arabi, smantellando l’intero castello della mitologia costruita intorno alla fondazione dello stato sionista, e dimostrando che l’esistenza di Israele non è mai stata in pericolo, in nessun momento della storia passata o presente, contrariamente a quanto i leader sionisti vogliono farci credere per assicurarsi la nostra solidarietà ad oltranza.

L’opera di Alan Hart permette ai lettori, inizialmente privi di informazione di rilievo in merito al sionismo, di constatare come tutti i tasselli del più complesso e complicato puzzle combacino tra loro per formare un quadro ben preciso della situazione politica internazionale, attuale e recente, e sulle cause che hanno generato le insurrezioni arabe a cui assistiamo nei giorni nostri.

Racconta come i sionisti abbiano corrotto e ricattato, sistematicamente, tutti i governi che si sono succeduti in America e in Europa Centrale dall’inizio del 20° secolo in poi, per mettere in atto il suo spregiudicato progetto di colonizzazione e occupazione militare della Palestina e di altri territori arabi: un progetto ideato a tavolino decenni prima dell'ascesa del nazismo.

Svela come la Palestina sia stata fatta letteralmente a pezzi dopo la 1° Guerra Mondiale (e non dopo la fine del nazismo) per essere spartita tra sionisti, britannici e leader arabi alleati degli inglesi e francesi.

Racconta come l’insediamento del regime sionista nel cuore delle terre arabe abbia provocato uno sconvolgimento totale degli equilibri geo-politici ed economici della regione e delle nostre società occidentali, con i risultati che sono sotto i nostri occhi, attualmente, tutti i giorni.

Svela la catena di tradimenti dell’Occidente nei confronti degli Arabi che hanno portato al dominio sionista in Palestina. E spiega come nei decenni successivi alla creazione di Israele i leader arabi si siano prestati a salvaguardare l’egemonia del regime sionista nella regione, in cambio di favori politici ed economici da parte di Washington. Di come i dittatori arabi abbiano messo in atto politiche repressive nei confronti dei cittadini arabi per respingere ogni tentativo di ribellione al dominio sionista, alle mire imperialiste occidentali, all’oppressione e umiliazione dei palestinesi.

E fornisce l’intero resoconto storico della sistematica impunità di Israele decretata e protetta da Washington e dalle altre succursali sioniste in Europa, con la complicità delle Nazioni Unite, dalla creazione di Israele in poi, fino ai giorni del governo Obama. Ci permette di vedere all’opera le Lobby sioniste negli Stati Uniti e in Europa nel corso dell’intero secolo appena trascorso e durante i giorni nostri.

Leggere il libro e gli articoli di Alan Hart sulle vicende del sionismo, equivale a conoscere gli eventi centrali che hanno caratterizzato il 20° secolo e la prima decade del secolo presente, e a comprendere come e perché siano accaduti. Permette di capire cosa realmente è successo e accade tuttora in Palestina e nel Medio Oriente, e di comprendere quanto “tale realtà influenzi gli eventi dei giorni nostri e le vite di tutti noi.”

Alan ha conosciuto personalmente tutti i leader politici e militari del suo tempo schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto mediorientale, e molti tra i protagonisti occidentali della storia. E’ per questo che la sua narrativa è ricca di aneddoti su conversazioni private tra l’autore e le figure centrali del conflitto. Sono episodi che mettono in evidenza, ad esempio, il divario tra la posizione ufficiale dei leader israeliani sostenuta in pubblico per alimentare il mito sionista, e ciò che in realtà tali personaggi politici e militari pensavano in privato. Emblematico, in questo senso, è certamente il capitolo dedicato interamente alla figura pubblica e privata di Golda Meir: un racconto vivace e pieno di sorprese, che si articola sulle conversazioni, avvenute negli anni, tra l’autore e la famosa statista israeliana, intercalate dalla narrazione degli eventi storici in cui i dialoghi si collocano, fino al momento della morte di Golda Meir.


Ma è con Yasser Arafat – il grande leader palestinese - che Alan aveva stabilito, negli anni, anzi decenni, un rapporto più ravvicinato, di profonda stima reciproca, durato fino alla morte del grande leader palestinese. Tale rapporto ha indotto Alan Hart a scrivere un libro intitolato ‘Arafat, Terrorista o Pacifista?’ pubblicato in Italia nel 1985 dall’editore Frassinelli. Esiste un recente articolo alquanto divertente in cui l’autore descrive la reazione di Arafat a una parte del contenuto del libro di Alan, subito dopo la pubblicazione. Ma l’articolo è importante e credo che lo tradurrò per questo blog, soprattutto perché sintetizza al meglio la lotta impari che un leader palestinese deve sostenere avendo come avversario il resto del mondo: Israele, Washington, i governi occidentali e soprattutto i leader arabi corrotti asserviti alla Casa Bianca e determinati a ‘chiudere la pratica palestinese definitivamente’ – e cioè, a tradire la causa palestinese - per fare affari con Israele e l’occidente. Proprio come avviene oggi, mentre sono in corso le insurrezioni arabe.

(Vediamo, ad esempio, che il re del Bahrein al-Khalifa ha dato qualche settimana fa il benestare per la sistematica repressione e perfino soppressione di stampo sionista dei cittadini che lui stesso governa, per assicurarsi affari doro con l’Impero Usa/Isra/Eu. La collaborazione del monarca del Bahrein con il Mossad è stata rivelata alcuni giorni fa da Wikileaks. Collaborazione analoga a quella di tutti i dittatori arabi, pagati per salvaguardare gli interessi di Usa e Israele nella regione, ai danni dei rispettivi popoli. E, come facevo notare in post precedenti, la distruzione della società del Bahrein attualmente in corso viene tenuta nascosta agli occhi del mondo, dietro ordine di Washington.)

Molti degli articoli di Alan Hart prendono spunto da eventi storici narrati nel suo libro, commentati e analizzati dall’autore per fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere la situazione attuale nel medio oriente alla luce dei retroscena storici narrati. Sono articoli ricchi di rivelazioni, e mirano sempre a mettere sull’avviso che il punto focale dei conflitti internazionali attuali e recenti è da individuare nell’oppressione della Palestina, vittima sacrificale del dominio sionista di Israele e dei suoi complici occidentali. Gli articoli di Alan individuano le cause e propongono soluzioni.

Dice Alan Hart «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo

Personalmente sono dell’opinione che ci abbia già consumati oltre la misura consentita per una cura. Purtroppo la maggioranza delle persone non è a conoscenza del sionismo, delle Lobby israeliane che controllano le nostre società occidentali, in particolare i media. Ancora peggio: i giornalisti stessi non sono consapevoli di essere sotto l’effetto di un’ipnosi che provoca lo strabismo pro-israeliano e li induce a leggere dal copione sionista.

Come fare a curare il ‘cancro’ sionista, instaurato a tutti i livelli del potere e delle infrastrutture culturali, a iniziare dai libri di scuola? L’intoccabilità di Israele è salvaguardata da una serie di tabu inviolabili e dallo spettro dell’etichetta anti-semita (bella invenzione, quella, che se ci pensiamo è totalmente priva di significato razionale); l’intero mito sionista si basa sull’assunto che Israele sia stata progettata solo in seguito alla persecuzione nazista degli ebrei – mentre troppo pochi sanno che è la materializzazione delle mire coloniali concepite oltre un secolo fa (e decenni prima dell’ascesa del nazismo) da parte un gruppo di intellettuali ebrei dell’Europa centrale – mire, da allora, perseguite dai sionisti con tutti i mezzi più indegni che la psiche umana abbia mai generato.

Santocielo, come sperare di curare il cancro sionista, visto che il mondo non si è rivoltato neanche dopo il vile bombardamento del ghetto di Gaza, sotto assedio totale da parte di Israele con la complicità dell’Egitto? Israele osa definirsi ‘l’unica democrazia tra i paesi del Medio Oriente’ – affermazione oltraggiosa, e non solo perché Israele è un’entità totalitaria fondata sul razzismo, ma soprattutto perché rappresenta l’ostacolo primario alla formazione di governi democratici nelle nazioni arabe. La prova è sotto i nostri occhi: nessuna – ma proprio nessuna – delle rivolte in atto da parte dei coraggiosi popoli arabi che reclamano a gran voce condizioni di democrazia, mostra alcun segno di successo. Perché? E’ semplice: sono in atto tutti gli sforzi congiunti di Washington, della corte Saudita, del Mossad, della Cia, della Nato e soprattutto delle Lobby pro-Israele in America e in Europa per impedire che i cittadini arabi alzino la testa nel disperato tentativo di affrancarsi dallo stato di oppressione indotto per salvaguardare il totalitarismo sionista e quello imperialista americano, di cui i nostri governi occidentali in Europa, Australia e Canada sono vassalli volontari.

Oggi Alan Hart è uno degli esperti più consultati per la questione palestinese. E’ spesso invitato per conferenze nelle università e nei circoli accademici della Gran Bretagna. L’anno scorso è stato invitato per un giro di conferenze negli Stati Uniti e ora è appena tornato da una serie di conferenze nella Repubblica Sud-Africana, che ha avuto una grande risonanza mediatica ed ha concorso al boicottaggio accademico di Israele da parte delle università sudafricane.

Il 3 maggio, Alan sarà relatore insieme a Gilad Atzmon e Gadha Karmi nel contesto di un evento programmato all’Università di Westminster, a Londra. Evento che “esaminerà i crimini di Israele, in seguito alla ritrattazione di Goldstone”. Eventuali testi o video della conferenza verranno segnalati su questo blog.

Per chi fosse interessato, il sito dell’autore www.alanhart.net - oltre a contenere gli articoli originali in inglese - offre la possibilità di vedere i video delle conversazioni tra Alan Hart e molte personalità del mondo accademico a noi note, come il prof. Norman Finkelstein, il prof. Ilàn Pappe, l’autrice Ghada Karmi, e altri nomi e volti noti. I video sono tratti da una serie di ‘faccia a faccia’ sulla questione Palestinese, andata in onda su PressTV nei mesi che hanno preceduto il bombardamento di Gaza di due anni fa. Si accede ai video dalla homepage, a destra, sotto l’immagine della copertina del libro di Alan Hart, e dopo gli spazi Twitter e Facebook, in una sezione che porta il titolo della trasmissione da cui le interviste sono tratte: ‘Hart of the Matter’. Sono facili da trovare perché la sezione mostra le immagini dei singolo personaggi intervistati.


Introduzione al recente articolo “Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace?”

Per mezzo dei suoi articoli, Alan ci racconta le vicende del presente mettendole in relazione con gli eventi di rilievo storico per fornire al lettore gli elementi necessari a comprendere i retroscena che hanno causato la situazione politica attuale. Sono articoli vivaci, pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con personaggi che hanno forgiato la storia recente.

Alan Hart ci fa sapere, che il capitolo più importante della sua opera è quello relativo alla storia del 1967. Ed è proprio un episodio del 1967 che viene narrato nell’articolo che segue, che spiega come siamo arrivati, tecnicamente, alla totale impunità per il comportamento di Israele che agisce in disprezzo di ogni legge che regolamenti il Diritto Internazionale e i Diritti dell’Uomo ovunque nel mondo.

Si tratta del racconto di un ‘precedente’ molto pericoloso per l’equilibrio politico tra le Nazioni, creato a favore di Israele in un momento preciso della storia. Un precedente che vede sul banco degli imputati gli Stati Uniti come mandante e le Nazioni Unite come esecutore di un piano semplice quanto ingegnoso per invertire i ruoli di aggressore/vittima a favore dello stato sionista.

L’articolo è accessibile per mezzo di questo link e ha per titolo ‘Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace ?’

V. altri scritti di Alan Hart elencati nella Homepage dell'autore in questo blog
Egeria

domenica 10 aprile 2011

Egitto - Di Nuovo Tutti In Piazza Contro Israele e La Giunta Militare Egiziana - Bahrein verso la distruzione

Homepage Egeria - N° 16
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Parla Egeria

Erano milioni gli egiziani in piazza durante questo weekend e quello della settimana scorsa. I cittadini si sono resi conto dell’inganno da parte della Giunta Militare al comando del paese. Niente riforme democratiche in vista. Niente apertura della frontiera con Gaza: i Colonnelli autorizzano iniziative per forniture di materiale da costruzione destinato a Gaza, ma poi agiscono nell’ombra per impedire l’entrata dei camion in Gaza. I cittadini avevano chiesto con insistenza una revisione del cosiddetto Trattato di Pace con Israele, e invece i Colonnelli stanno a guardare mentre ogni giorno Israele colpisce Gaza con missili, e i carri armati israeliani aprono il fuoco sulla popolazione. 19 morti, decine di feriti e centinaia di arresti: questo il bilancio degli ultimi 3 giorni in Gaza e altri territori occupati della Palestina.

Venerdì scorso la rabbia verso Israele e la complicità dei Colonnelli egiziani è scoppiata nelle piazze del Cairo e di Alessandria. Ma la Giunta militare è intervenuta con violenza e brutalità. In basso la cronaca delle manifestazioni con immagini che testimoniano quanto successo. Che sia ben chiaro, gli egiziani non si limitano a chiedere: prendono iniziative. Nel mio prossimo post sull'Egitto racconterò 2 tentativi da parte degli attivisti egiziani di fare aprire i cancelli di Gaza, e quali sono state le criminali reazioni del regime egiziano. Tuttavia, prima di arrivare alla cronaca delle ultime vicende egiziane, in basso, vorrei ricordare la terribile situazione del Bahrein che sta deteriorando di giorno in giorno.

Breve aggiornamento sul Bahrein


In tre post recenti ho parlato dell’invasione della piccola isola da parte delle forze dei paesi del Golfo, capeggiati dall’ammiraglia Arabia Saudita.

Ho raccontato le violenze, uccisioni, distruzioni di edifici pubblici e privati e luoghi di culto, l’assedio dei villaggi, le file di checkpoint tra un villaggio e l’altro per isolare i cittadini e impedire qualunque tentativo di rivolta organizzata. Ho relazionato in merito agli ospedali razziati e messi sotto sequestro militare, e dell’impossibilità per i feriti di essere ammessi: chiunque abbia tentato di farsi medicare è stato arrestato e torturato e alcuni feriti sono morti sotto tortura mentre erano in custodia militare. Ho parlato di medici e infermieri abbattuti stile esecuzione perché tentavano di soccorrere i feriti. Ho parlato di case abbattute o distrutte perché abitazioni degli attivisti politici o esponenti della comunità medica. Ho parlato di centinaia di arresti e altre centinaia di persone sparite, di corpi che vengono rinvenuti in luoghi nascosti alla vista pubblica.

Da qualche tempo ho interrotto il racconto del Bahrein per un motivo preciso. Sto compilando un dossier che non sia una semplice cronaca delle recenti atrocità. L’intenzione è quella di illustrare – brevemente – il tipo di società moderna, avanzata e organizzata che caratterizza il Bahrein, in totale antitesi con la realtà della monarchia che lo governa (per così dire), culturalmente arretrata, di stampo oscurantista wahabi, che si vanta di essere ‘una dinastia di conquistatori’ perché si è instaurata nel Bahrein mediante il brigantaggio e la pirateria. È contro questa combricola di gangster in antitesi con il mondo arabo moderno che il popolo si sta rivoltando. Ma raccontare questa parte è facile. Esiste invece un altro aspetto che non è semplice documentare e per il quale contavo sulle analisi degli esperti autorevoli in materia.

Perché ciò che ho visto profilarsi, da qualche tempo, in questa repressione della protesta popolare per riforme democratiche, è uno schema che ho già osservato in altri casi, in altri paesi in cui si tentava di sopprimere l’autonomia di un popolo. L’ho visto succedere in Palestina e l’ho visto succedere in Iraq. E l’analogia non è casuale: in entrambi i casi – come ora nel Bahrain – il metodo applicato è quello concepito dai sionisti: quello della decapitazione della classe accademica, scientifica, intellettuale di un popolo, per distruggere il collante culturale della società che si vuole assoggettare e piegare all’invasore – o anche sopprimere come nel caso della Palestina. Ma per affermare ciò – e cioè che nel Bahrein sia in atto di proposito la repressione di stampo sionista – è necessario l’apporto degli esperti in materia – che per ora esiste solo verbalmente in forma di commenti che accompagnano le immagini di filmati amatoriali trasmessi in tv, mentre mancano articoli pertinenti sul web.

Negli ultimi giorni alcuni degli esperti interpellati da PressTV hanno fatto notare che dietro a questa sistematica repressione della rivolta del Bahrein c’è chiaramente la mano del Mossad e della Cia e che non è certo un mistero la collaborazione tra le forze militari saudite, americane e israeliane, mirata a salvaguardare l’egemonia sionista nella regione. Tuttavia sono ancora in attesa che vengano trascritti sul sito i commenti fatti in diretta – quelli più esemplificativi. Purtroppo non tutti i commenti vengono poi trascritti e pubblicati. È successo proprio di recente e proprio in merito a commenti preziosi sul Bahrein. Certo, io posso citare quanto la memoria mi permette di registrare, ma assume tutt’altro peso un’analisi qualificata per bocca dell’esperto.

Esiste tuttavia la rivelazione di Wikileaks in merito alle connessioni tra la monarchia del Bahrein e il Mossad (v. articolo della testata israeliana Haaretz). Viene anche evidenziato che il re al Khalifa ha espressamente vietato agli esponenti del governo di chiamare Israele ‘regime sionista’ - anzi, il monarca vieta l’uso del termine sionista tout-court.

Appena possibile, quindi, tornerò di nuovo sul Bahrein, dove la situazione peggiora di giorno in giorno, di ora in ora. Ed è davvero obbligatorio parlare del Bahrein, in quanto è stato imposto da parte di Washington il black-out mediatico mondiale su quella grave situazione «per non imbarazzare l’amministrazione Obama» aveva detto un portavoce della Casa Bianca ai giornalisti secondo quanto rivelato da un'istituzione umanitaria di Washington ai suoi colleghi di Manama. È ovvio, a Manama, capitale del Bahrein si trova la Base della 5a Flotta della Marina Militare americana, con 4.500/5.000 soldati a cui è stato dato l’ordine di non intervenire. Se il mondo ne parlasse diventerebbe subito chiaro chi è il mandante degli attacchi ai cittadini del Bahrein.

E qui bisogna ricordare il patto tra Usa e Arabia Saudita in merito alla repressione violenta del Bahrein, rivelato e riportato in molti articoli sul web. Scrive Pepe Escobar, un esperto in questioni mediorientali di grande spessore. «Due fonti diplomatiche indipendenti delle Nazioni Unite confermano che Washington ha dato il via libera all’Arabia Saudita per l’invasione del Bahrein e la repressione del movimento pro-democratico, in cambio del SI' della Lega Araba per la No Fly Zone sulla Libia» - e si sa che la Lega Araba è presidio dell’Arabia Saudita: un motivo per cui la Lega è stata sempre totalmente assente o perlomeno del tutto inetta nel difendere la Palestina dall’aggressore sionista. E pensare che ora il capo della Lega Araba, Amr Moussa, osa candidarsi alla Presidenza dell’Egitto - e spero che gli egiziani non si facciano di nuovo ingannare.

I dati degli ultimi giorni in merito alla grave situazione del Bahrein sono questi: 800 arresti tra cui anche donne incinte; centinaia di persone scomparse: escono di casa per non tornare più ed è meglio per i familiari non informarsi perché si rischia di essere molestati o arrestati in casa nelle prime ore del mattino, come spesso succede. I corpi che vengono restituiti mostrano i segni di espianto di organi (come in Palestina: e spero i lettori siano informati in merito), che le autorità spiegano ai congiunti come «operazioni chirurgiche per tentare di salvare la vita al ferito».

Presi di mira sono soprattutto: medici, infermieri, insegnanti, docenti e ricercatori, studenti, scienziati, avvocati, giudici, giornalisti, artisti, scrittori – e ovviamente gli esponenti dell’opposizione politica. Ma perfino 200 atleti sono stati sospesi perché alcuni hanno espresso solidarità con la rivolta popolare. E 1.500 impiegati statali sono stati licenziati per lo stesso motivo.

E proprio mentre scrivo arrivano queste notizie: scuole prese di assalto e ora sotto assedio, insegnanti arrestati perché avevano annunciato una prossima protesta organizzata.

I carri armati sauditi stanno circondando l’enorme e modernissimo ‘Distretto Finanziario di Manama’ - Considerate l’importanza di questo centro economico: l’Indice della City of London relativo ai ‘Distretti Finanziari Globali’ ha messo il Bahrein al primo posto come ‘Centro Finanziario con la crescita più rapita’ nella classifica mondiale.

Ovviamente è presto perché possano esistere scritti approfonditi da parte di autori di spessore in merito allo smantellamento sistematico della classe intellettuale del Bahrein. Tuttavia, nel tentativo di fornire ai lettori un’idea dell’orrore in atto in quest’isola minuscola ma di enorme importanza strategica, mi è venuto in mente che esiste un documento scritto dal grande James Petras intitolato ‘The US War Against Iraq: The Destruction of a Civilization’ (la guerra degli Usa contro l'Iraq: La Distruzione di una Civiltà). Per chi non lo conoscesse, James Petras è un docente in sociologia a New York, un vero e proprio guru dell’informazione alternativa, amato e rispettato dalla blogosfera e dagli autori stessi che lo citano di frequente.

Come dice il titolo, si tratta dell’analisi – completa di dati scientifici – di come le forze di invasione dell’Iraq abbiano mirato a distruggere l’intera infrastruttura accademica, intellettuale, scientifica, culturale dell’Iraq seguendo il modello sionista concepito per l’eliminazione della cultura e resistenza Palestinese. Non è un semplice articolo, quello di Petras. È reperibile online in formato PDF nel sito The James Petras Website. E stavo appunto prendendo in considerazione di tradurre il documento, ma per fortuna ho fatto una ricerca e ho visto che la traduzione italiana già esiste online. Leggendo il documento si riceve il quadro di cosa avviene attualmente nel Bahrein, seppure rapportato ad una popolazione che consiste in una frazione di quella irachena (il rapporto è di circa 23 a 1).

Ecco due link in cui trovare il testo italiano del rapporto scritto da J. Petras:

http://www.mondoarabo.it/distruzione-di-una-civilta.html

http://forum.politicainrete.net/comunismo-e-comunita/37485-la-guerra-usa-contro-liraq-la-distruzione-di-una-civilta.html

Consiglio vivamente la lettura ma avverto: vi spezzerà il cuore – tanto più sapendo che è tutt’ora in corso, in Iraq, quanto riportato nel documento di James Petras. L’Iraq è la ‘guerra dimenticata’ perché i media da una parte la ignorano e dall’altra ci forniscono resoconti fraudolenti sulla cessazione ufficiale delle operazioni militari e dell’occupazione.

Ma niente è più lontano dalla verità. Almeno 50.000 soldati Usa e Nato sono tuttora presenti nel paese, molti per proteggere la cosiddetta ‘Zona Verde’ di Baghdad, circondata da un altro Muro di Apartheid in tutto e per tutto identico a quello in Palestina, dietro il quale si cela quella che chiamano in modo ingannevole ‘Ambasciata Americana’ e che in realtà è un compound grande quanto l’intero Vaticano: una città nella città - una città americana all'interno di Baghdad. Altri soldati sono dispiegati nelle zone di produzione del petrolio.

Ma il vero scandalo consiste nelle 250.000 unità mercenarie, i feroci mastini della guerra della ex-Blackwater, armati fino ai denti che sfuggono ad ogni controllo istituzionale e – al contrario dei soldati dell’esercito regolare – non sono soggetti alle cosiddette ‘regole di ingaggio’ – in altre parole hanno il via libera per commettere qualunque efferatezza rimanendo impuniti.

E l’aspetto straordinario è che in questi giorni, anzi da settimane, vediamo i coraggiosi cittadini iracheni manifestare nelle strade e nelle piazze in protesta a quanto accade in Bahrein e Yemen.

Di seguito la cronaca e foto-cronaca degli ultimi eventi nelle piazze dell'Egitto. E alla fine il racconto della solidarietà di New York con le rivolte arabe e la popolazione palestinese.


Egitto - Di Nuovo Tutti In Piazza Contro Israele e La Giunta Militare Egiziana


Erano milioni gli egiziani in piazza nel Cairo e in Alessandria durante questo weekend e quello della settimana scorsa. Erano furiosi. Si sono resi conto che niente è cambiato da quando hanno iniziato la rivolta. La Giunta Militare - arrivata di recente al comando della nazione per mezzo di quello che gli esperti definiscono un golpe militare - ha cambiato nomi e facce dei politici in carica, ma certo non le regole di governo. Vige tutt’ora lo Stato di Emergenza che dura da 32 anni: chiunque può essere arrestato senza imputazione formale e rimanere in carcere a tempo indeterminato. I prigionieri politici non sono stati liberati. L’Egitto continua ad essere un vero e proprio Stato di Polizia.

Il recente referendum – che ha visto un’affluenza alle urne del 90% - si è rivelato essere una beffa: i cittadini sono stati ingannati a votare Sì dove occorreva il No. Nessuna delle richieste specifiche e ben articolate presentate dai rappresentanti dei cittadini è stata finora soddisfatta.

Le richieste sono mirate a cambiare radicalmente sia le politiche interne che quelle estere. I cittadini invocano una gestione democratica della cosa pubblica con partecipazione attiva dei cittadini. E vogliono la revoca del cosiddetto ‘Trattato di Pace’ con Israele che impedisce l’apertura della frontiera tra Egitto e Gaza e che fa sentire i cittadini egiziani in pratica complici dell’assedio, dei crimini e della riduzione in miseria assoluta dei loro fratelli in Gaza – perché è così che gli egiziani definiscono i palestinesi: fratelli e sorelle. «Ogni giorno che passa senza segnali di una prossima apertura della frontiera è un giorno di lutto per me», dichiarava una donna egiziana al microfono del corrispondente di PressTV nel Cairo. «Come si fa ad andare a letto tranquilli sapendo che non lontano da noi i bambini di Gaza sono affamati e terrorizzati dagli elicotteri e dagli aerei che pattugliano il cielo sopra Gaza ogni giorno e ogni notte».

In basso la foto-cronaca della protesta di Piazza Tahrir contro il regime israeliano. La piazza era inondata di bandiere Palestinesi. L’ambasciata di Israele è stata assediata e i manifestanti hanno tentato di sostituire la bandiera israeliana con quella palestinese. Molte bandiere israeliane bruciate in piazza sia nel Cairo che in Alessandria. Alcuni soldati e sottufficiali dell’esercito si sono uniti ai manifestanti del Cairo, ma sono stati arrestati e alcuni sono stati direttamente ‘giustiziati’ con colpi di arma da fuoco.

Vediamo cosa hanno chiesto i manifestanti nelle strade e piazze che durante l’intero fine settimana erano gremite a perdita d’occhio.

«Sono un avvocato - diceva uno dei manifestanti ai microfoni dell'inviato di PressTV nel Cairo. È ovvio che molti protestano perché vivono in condizioni economiche disperate, molti sono costretti a vendere un rene, destinato a Israele, per sostenere la famiglia. Ma c’è in piazza anche la rappresentanza della classe accademica che si è organizzata per presentare da mesi - mesi! - elenchi molto articolati e ben formulati in merito a cosa sia necessario per avviare la nazione verso una gestione democratica delle istituzioni. Prima di tutto abbiamo identificato e compilato una lista di nomi di esponenti della magistratura e di altre istituzioni per formare un governo civile ad interim e riformulare interamente il testo della Costituzione. Tra i nomi anche quelli di alcuni esponenti dell’opposizione attualmente in carcere. È ovvio: vogliamo l’immediato passaggio di potere dalla giunta militare al governo civile ad interim»


Comanda Mubarak per mezzo dei Colonnelli della giunta militare egiziana

Diceva questo ai microfoni di PressTV il giornalista esperto in analisi politica Said Zulficar:
«La giunta militare in comando è un gruppo elitario di pochi eletti da sempre fedeli a Mubarak, che è in antitesi con i regolari capi dell’esercito. Conosciamo bene ogni singolo esponente del Consiglio Militare al potere. Sono pagati da Mubarak e da Washington per mantenere lo status quo, per proteggere Mubarak, la sua famiglia e i suoi interessi finanziari. Sono pagati per tenere chiuse le frontiere con Gaza e garantire l’egemonia di Israele nella regione. Sono pagati per fornire a Israele il gas e il petrolio a prezzi stracciati. Sono pagati per dare a Usa e ai paesi della Nato l’accesso preferenziale e prioritario agli impianti per l’estrazione del petrolio, mantenendo la Cina a distanza. Sono pagati per fare entrare i proventi del petrolio nelle tasche di Mubarak e dei suoi fedelissimi, tra cui in particolare proprio i Colonnelli della Giunta Militare».
Ma come, Mubarak non era stato deposto? E non era fuggito chiedendo asilo al suo amico del cuore il re Abdullah dell’Arabia Saudita, che aveva alzato la voce con Washington per avere abbandonato il fedele servitore senza lottare più di tanto?

Certo, ma non è chiaro quale fosse lo scopo di Mubarak presso la corte saudita, dalla quale è tornato per barricarsi nella sua residenza imponente di Sharm el-Sheikh. Dove si dice sia ufficialmente agli arresti domiciliari, mentre gli esperti ci mettono sull’avviso che in realtà le guardie presidenziali sono dispiegate intorno e all’interno la residenza estiva presidenziale per proteggere il dittatore e concedergli il tempo necessario per mettere al sicuro le sue ingenti fortune. Le quali fortune, secondo alcuni osservatori politici, ammonterebbero a cifre astronomiche, inimmaginabili: Mille Miliardi di Dollari in metalli rari e molti altri ‘assets’ che Mubarak sembra stia tentando di convertire in liquidi. Non ho ancora avuto riscontri dal web per tali affermazioni, ma mi documenterò e ne relazionerò in questo blog.

Quanto al cosiddetto ‘abbandono’ del dittatore da parte del padrone occidentale, vale la pena ricordare che da sempre gli USA si impadroniscono di autocrati al potere e li trasformano in fantocci di Washington, per poi disfarsene quando diventano scomodi. Stringono con il tiranno di turno un patto di questo tipo: tu ci garantisci l’accesso privilegiato e a basso costo alle risorse per noi preziose (petrolio o altro), noi in cambio ti appoggiamo politicamente sulla scena politica mondiale, ti forniamo armi e finanziamenti per mantenere efficiente l’apparato militare e quello della polizia segreta, ti inviamo esperti per addestrare le guardie presidenziali per garantire che rimani al potere e per scoraggiare il popolo a rivoltarsi contro questo sfruttamento. Noi non interferiremo nelle tue politiche interne, sono affari tuoi come intendi tenere il popolo a bada. La questione dei ‘diritti umani’ non ci riguarda. E quando si tratta di dittatori arabi la richiesta principale è «la salvaguardia dell’egemonia di Israele nella regione». Nella regione del Golfo Persico è l’Arabia Saudita a fare da guardiano per le politiche favorevoli a Israele. Nell’Africa del Nord è l’Egitto a ricoprire questo ruolo onorevole da decenni.

Ieri, durante una trasmissione radiofonica di alta qualità di un’emittente con sede in Chicago, la discussione era tra due esperti ed autori molto noti alla blogosfera americana: Stephen Lendman (spesso interpellato anche da PressTV) e Robert Abele. Si discuteva delle rivolte arabe e, parlando della Libia, ecco quanto espresso da Bob Abele: tra tutti i dittatori ora contestati dai popoli arabi, Gaddafi viene sacrificato perché è comunque ‘scomodo’ dal punto di vista dell’Impero. È vero che da tempo, e in particolare dal 2003, Gaddafi si è in un certo senso conformato ai diktat di Washington, ma non è mai stato un vero ‘cane fedele’ fino in fondo, ha sempre conservato una certa autonomia e distanza critica dall’impero occidentale. Forse il più fedele di tutti, commentava Stephen Lendman, è il presidente yemenita Saleh, che da anni viene sfruttato per fare passare come ‘Lotta contro al-Quaeda’ la guerra proxy condotta dagli Usa in Yemen contro i ribelli Houthi per mezzo delle forze saudite. Ecco perché ora gli Usa non possono abbandonare il fedele Saleh: si sentirebbe tradito e in segreto sta minacciando di rivelare tutto e imbarazzare gli Usa - (e la corte saudita e soprattutto Israele, aggiungo io, ma poi mi chiedo se sia possibile ‘imbarazzare’ Israele più di tanto, visto quanto il regime sionista è già discreditato agli occhi della comunità internazionale).

Mi chiedo questo: davvero l'Impero ha abbandonato Mubarak? I segnali che arrivano dall'Egitto sembrano smentire questa ipotesi. E il popolo egiziano deve stare molto attento: sta lottando contro un mostro di proporzioni gigantesche, come lo sono tutte le creature concepite dall'Impero Usa, NeoCon, Sionista.

Ma proprio mentre scrivo, ecco che viene trasmesso un servizio in merito alla natura delle armi impiegate dagli Usa e dalla Nato. Così come nel Kossowo e in Iraq, dicono gli esperti, ora anche in Libia vengono impiegate armi all’uranio impoverito per bombardare i civili. E qualora venisse in mente a qualche speranzoso di coltivare illusioni sulle intenzioni della coalizione di ‘proteggere i civili’ della Libia, sentivo poco fa un giornalista parlare del rapporto UNICEF (basta cercare sul web per trovarlo) che avverte sulla situazione disperata della popolazione di Misratah dove molti bambini muoiono perché colpiti dall'artiglieria delle forze militari in campo oppure rimangono orfani o rischiano di morire di fame perché la popolazione non viene raggiunta dagli aiuti umanitari che erano stati promessi.

Breve aggiornamento sulla situazione in Yemen

E faccio qui una parentesi per un breve aggiornamento in merito al Yemen. Tra ieri e oggi vanno in onda su PressTV in ogni Tg le immagini dei manifestanti yemeniti colpiti dal gas “lacrimogeno” - tra virgolette perché sembra proprio che questo gas sia molto più tossico dei lacrimogeni convenzionali usati in genere in varie parti del mondo per disperdere i manifestanti.

Le immagini sono terribili e ho tentato di ‘catturare’ delle istantanee dallo streaming online, ma i singoli fotogrammi non rendono affatto l’idea di quello che si vede nei filmati amatoriali: persone a terra incapaci di riprendersi. Alcuni si dimenano freneticamente come se colti da crisi epilettica, in altri si vede il bianco degli occhi e la bava sull’intero viso, altri sono in stato catatonico e sembrano paralizzati. Altri sono paonazzi perché non riescono a respirare. Non ho ancora trovato rapporti ufficiali in merito all’analisi chimica dei gas usati, ma i medici yemeniti che soccorrono i feriti continuano a essere molto allarmati. Sembra che vengano usate o ‘sperimentate’ diverse formule di gas, contemporaneamente durante gli attacchi ai civili.

I quali civili continuano a manifestare incessantemente, ogni singolo giorno e ogni singola notte, da mesi. Di notte si vedono vere e proprie scene di guerriglia urbana. Ci sono decine di morti e feriti ogni giorno.

Intanto il presidente Saleh sta rifiutando le offerte congiunte dei vari governi del Golfo Persico per una soluzione pacifica del conflitto. E l’unica proposta che accetterebbe viene tuttavia respinta dal popolo yemenita, che chiede l’arresto e processo del dittatore, e la restituzione delle fortune accumulate da Saleh e la sua famiglia, stimate in decine di miliardi dollari, ma alcuni suggeriscono che i miliardi siano in realtà centinaia. E pensare che metà della popolazione vive in miseria totale. Ma Saleh è ben protetto e comunque la situazione è in realtà estremamente complessa e meriterebbe un vero e proprio trattato per spiegare tutti i risvolti politici interni e internazionali connessi con il paese e il suo governo. Saleh è in controllo del potere centrale, ma la configurazione politica dello Yemen si articola in decine di territori controllati da altrettante tribù con poteri regionali molto importanti - alcuni alleati altri in conflitto con il potere centrale. E' uno stato basato su un sistema di corruzione a tutti i livelli dell'amministrazione e del potere economico, controllato dal dittatore Saleh. Molti avrebbero tutto da perdere con la dipartita di Saleh. Per questo esiste anche una lotta interna per impedire che il dittatore sia fatto fuori politicamente.

E per tornare ai Colonnelli egiziani.

Diceva inoltre l’avvocato al microfono del corrispondente al Cairo, che la giunta militare sta assistendo le operazioni della Nato in Libia con invio di mercenari e artiglieria per assistere i ‘ribelli’.
«Chi poi siano questi ribelli, diventa sempre più sospetto», continuava l'intervistato. «E noi cittadini non siamo neanche stati informati e tantomeno interpellati in merito alle operazioni militari egiziane in Libia».
Ma mi chiedo anche chi siano le forze militari egiziane inviate in Libia, perché a detta degli esperti non si tratta affatto di regolari soldati dell’esercito egiziano, ma piuttosto di mercenari reclutati tra immigrati russi, serbi, africani delle zone sub-sahariane. E ovviamente vanno in soccorso dei ‘ribelli’ controllati dalle forze segrete della Nato presenti sul suolo libico.

Da due settimane i cittadini egiziani in piazza chiedono con insistenza l’arresto di Mubarak, la confisca dei suoi beni e conti all’estero, e il processo al dittatore per i crimini contro il popolo commessi durante i 32 anni di ‘stato di emergenza’. Ma chiedono anche le dimissioni del generale Tantawi, capo supremo delle forze armate e in comando della nazione. Si erano fidati di lui, gli egiziani, e ora si sentono traditi. Lo hanno visto conferire con i capi del Pentagono, poi con il premier britannico Cameron in visita nel Cairo appena dopo la caduta di Mubarak per vendere armi a Tantawi e la sua giunta militare. Poi è arrivata Hillary a conferire con Tantawi e ha suscitato le ire del popolo egiziano per avere osato calpestare il suolo di Piazza Tahrir consacrato dal sangue dei 400 martiri uccisi durante l'insurrezione.

Dichiarava il giornalista egiziano Said Zulficar:
«abbiamo davvero poche speranze di portare Mubarak in tribunale e ancora meno di riappropriarci dei suoi fondi che sono sparsi ovunque nei paradisi fiscali e non certo intestati a lui. Ci sono al potere ovunque in Egitto i suoi fedeli. Ora c'è Tantawi al comando, che è stato prescelto da Mubarak 21 anni fa come capo della élite militare al controllo da sempre del paese. Forse gli egiziani hanno una speranza di potersi disfare di lui e di altre figure militari, ma sarà comunque difficile. Ma è soprattutto l’apparato della terribile polizia segreta, con 1, 5 milioni di agenti, che deve essere smantellato. Non solo. Esiste l’enorme e incredibilmente potente partito fondato da Mubarak, l’NDP (National Democratic Party). È un partito con fondi illimitati che non ha rivali politici. I suoi esponenti sono ricchi, potenti e molto influenti ad ogni livello istituzionale. Di recente hanno tenuto un’assemblea e hanno assoldato centinaia di immigrati russi per infiltrare i manifestanti e provocare azioni violente per giustificare l’intervento dei militari in piazza e scoraggiare ulteriori manifestazioni. Ovunque in Egitto gli esponenti di questo partito sono al potere. Non sono stati eletti, ma semplicemente incaricati da Mubarak. Ogni giunta comunale, ogni istituzione, di ogni città e di ogni villaggio, è sotto il controllo degli esponenti del Partito. È di queste figure che dobbiamo disfarci. E credete che sia una cosa semplice? Non certo con questi Colonnelli al comando. Il referendum? È stato un inganno, era ‘tagliato su misura’ per affermare una dittatura. Le prossime elezioni? E chi riuscirà a contrastare il potente NDP? Il 50% degli egiziani vota quello che loro viene suggerito di votare, perché analfabeti. L’altro 50% non sa per chi votare. I movimenti politici di opposizione non godono né di finanziamenti né di leader noti, forti e carismatici».
Ecco di seguito la foto-cronaca degli ultimi giorni nelle piazze del Cairo e di Alessandria. Gli slogan dei manifestanti erano tutti contro Mubarak, Tantawi e Israele. Alcune immagini non sono di grande qualità: sono state 'catturate' da video amatoriali andati in onda in 'streaming'.


Come dicono i titoli dell'immagine in alto: oltre 1 milione in piazza nel Cairo, 500.000 in Alessandria.

In Basso. In Piazza Tahrir tutti chiedono l'apertura della frontiera con Gaza - ovunque le bandiere Palestinesi ...






Come dicono i titoli delle immagini in basso: i manifestanti chiedono la revoca del cosiddetto 'Trattato di Pace' von Israele, si avviano verso l'ambasciata israeliana, e tentano di sostituire la bandiera israeliana con la bandiera Palestinese ...



In basso: come dicono i titoli delle immagini, i manifestanti bruciano le bandiere israeliane in Cairo e Aalessandria ...


... e dichiarano che continueranno a protestare finché la richiesta (dell'apertura di Gaza) sarà accolta ... al momento della messa in onda dei filmati amatoriali, da cui le immagini, uno dei titoli spiega che ci sono stati morti e feriti in Piazza Tahrir ...



In basso: i manifestanti chiedono l'arresto di Mubarak, di altri funzionari al governo, e del generale Tantawi capo supremo delle Forze Armate e del Consiglio Militare ...


In basso: in piazza a manifestare anche alcuni soldati dell'esercito egiziano che denunciano la corruzione all'interno del Consiglio Militare in comando della nazione ...


Venerdì sera molti manifestanti decidono di pernottare nelle tende in Piazza Tahrir, formando un gruppo di protezione intorno ai soldati a cui gli agenti del Consiglio Militare avevano deciso di dare la caccia ... ma le forze al comando di Tantawi fanno irruzione nella piazza di notte ...



... chiedono la consegna dei soldati che hanno protestato contro il Consiglio ...


... poi fanno carica sui manifestanti e sulle tende ...




... ma i manifestanti oppongono resistenza nel tentativo di proteggere i soldati ...

... la mattina dopo, sabato, un soldato scampato racconta che ha visto 2 dei suoi compagni giustiziati stile esecuzione ...


... i colonnelli della giunta miliatare mettono sull'avviso: «non verranno tollerate altre manifestazioni in piazza - ogni tentativo verrà represso con la forza»


In sintonia e solidarietà con la manifestazione annunciata in Piazza Tahrir, anche New York manifesta sabato 9 aprile, contro l'occupazione della Palestina, l'assedio di Gaza, e tutte le guerre in atto nel Medio Oriente ... decine di migliaia i manifestanti e oltre 500 le organizzazioni che partecipano alla marcia ...



In basso. Prende la parola Vinie Burrows: «Siamo uniti con il popolo dell'Egitto, della Palestina, dello Yemen - siamo uniti nell'opporci contro le guerre in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan - siamo uniti con i 5 milioni del popolo della Libia, attaccati durante i primi giorni della loro protesta»



In basso. Prende la parola l'autore indo-americano Vijay Prashad: «Molti dicono di essere confusi sulla guerra in Libia, ma non c'è niente da equivocare: è una guerra imperialista come lo sono tutte le altre guerre che facciamo in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan»


Prende la Parola Omar Barghouthi della Campagna BDS per il boicottaggio di Israele: «... Abbiamo l'obbligo morale di mettere fine alla nostra complicità con questo crimine, si tratta di semplice decenza umana interrompere la nostra complicità con questi crimini»


Anche nelle strade di New York le bandiere della Palestina e dell'Egitto sventolano fianco a fianco ...


Le immagini sono tratte dal video relativo al servizio della corrispondente di PressTV da New York, Susan Modaress, e si può visionare in questo link.

* * *

E mi permetto di aggiungere questa riflessione.

Il destino dei palestinesi è diventato per me una questione molto personale da molti anni ed è difficile per tanti che conosco condividere questo senso di urgenza che provo. Ecco, vorrei riuscire a fare comprendere ad altri quanto sia in realtà davvero molto PERSONALE per tutti noi la liberazione dei Palestinesi, e ovviamente di tutto il mondo arabo. Quanto ci riguardi e dovrebbe toccarci da vicino.

Non penso di esagerare con la mia affermazione. E so per certo di non essere l'unica persona a coltivare questa convinzione. Propongo una piccola riflessione, che prendo in prestito dall’autore e amico Alan Hart (uno dei maggiori esperti in questioni mediorientali) per spiegare la portata dell’ingiustizia che i palestinesi sono costretti a subire da decenni – a dire il vero da oltre un secolo, ma questo fatto non è noto alla maggioranza delle persone in occidente.

La persecuzione degli ebrei è avvenuta qui, in Europa, non in Palestina. Anzi, i palestinesi sono stati per secoli i migliori protettori degli ebrei. Eppure sono i palestinesi a pagare per la strage degli ebrei commessa in Europa, e anche in Italia.

Abbiamo un obbligo morale a venire in soccorso dei nostri fratelli in Palestina, ognuno nel ruolo che può rivestire o che gli sia più congeniale. Anche solo parlarne è di aiuto: le opinioni possono influenzare le persone che sanno ascoltare.

Un risveglio collettivo delle coscienze può costituire un potere contrattuale molto efficace nei confronti di chi prende decisioni.

E abbiamo l’obbligo morale di aprire gli occhi sulla realtà del regime razzista di Israele, la cui mira è la pulizia etnica dei palestinesi – e non solo dei palestinesi, e lo è da oltre cento anni , da decenni prima dell'ascesa del nazismo in Germania.

Altrimenti Israele diventerà un “Mostro fuori controllo”, sempre per citare Alan Hart, che tuttavia afferma che Israele è già al di là di ogni possibile controllo che si voglia tentare di esercitare.

Quando la frontiera con Gaza si aprirà, sarà il segnale che sta iniziando un vero cambio di Regime in Egitto. E nel mondo arabo. E sarà il segnale che la morsa micidiale esercitata dall’Impero NeoCon Sionista sul Medio Oriente allargato, sta perdendo forza.

Egeria

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