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venerdì 20 maggio 2011

Discorso di Obama al Mondo Arabo - Parte I: Qualcosa di nuovo o aria fritta?

Homepage Egeria - N° 19
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Parla Egeria

Giovedì sera è andato in onda in diretta mondiale l’atteso discorso del presidente americano Obama sul ‘Mondo Arabo’, che troverete tradotto in basso, alla fine di questa premessa. Il discorso arriva in un momento di importanza strategica sullo scacchiere politico internazionale. C’è molta carne al fuoco sia sul fronte mediorientale che su quello nazionale degli Stati Uniti. Facciamo quindi un breve riepilogo della situazione attuale, all’interno della quale si colloca il discorso.

Negli Stati Uniti è iniziata la campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali e per il rinnovo di metà del Parlamento centrale. Obama è appena rientrato nelle grazie dell’elettorato americano dopo il presunto assassinio di bin Laden, come confermano le agenzie di rating della popolarità politica.

Netanyahu in questi giorni sarà a Washington per conferire con Obama. Ma Netanyahu parlerà soprattutto di fronte alla Israel Lobby AIPAC e di fronte al Parlamento americano - ribatezzato ‘Parlamento Sionista’ nell’articolo di Alan Hart che introduce la visita del premier israeliano negli Usa. Sappiamo che negli Stati Uniti ogni leader politico israeliano in visita gode del beneficio di enorme attenzione mediatica, e Netanyahu ha l’obiettivo di dare nuovo lustro all’immagine pubblica seriamente compromessa di Israele. Ci proverà perlomeno sulla scena pubblica americana, vitale per la difesa degli interessi di Israele nel Parlamento americano. Ci riuscirà? Vedremo.

Dall’altra parte del mondo, nel Medio Oriente, la scena politica è in fermento - in particolare sul fronte per la liberazione della Palestina.

Gli israeliani sono allarmati per il forte supporto che ricevono i Palestinesi, mentre Israele rimane sempre più isolata, malgrado le ripetute manifestazioni di servilismo da parte dei nostri governi occidentali. Gli eventi del Nakba Day hanno fornito la prova che la Resistenza Palestinese è più viva che mai, come lo è la solidarietà con i Palestinesi, che aumenta e accelera di giorno in giorno. Ovunque nel mondo.

In occasione del Nakba Day di quest’anno, per la prima volta decine di migliaia di rifugiati palestinesi nel Libano si sono riversati sulle frontiere tra Libano e Israele per la ‘Marcia su Israele’. Si stima fossero circa 70.000 - ma sono stati ricacciati indietro dal fuoco israeliano: 12 morti, centinaia di feriti. I testimoni dicono di avere visto decine di carri armati israeliani in lontananza, ma sembra non siano arrivati nelle immediate vicinanze della frontiera. Un esperto commentava che facessero parte del contingente israeliano sempre in allerta nell’area delle Alture del Golan. Anche oggi, come spesso accade, gli aerei di ricognizione israeliani hanno invaso lo spazio aereo libanese nella parte sud del Libano. Il Libano continua a presentare formali proteste alla Nazioni Unite, che però sembrano sorde da quell’orecchio, come sempre.

Altrettanto è successo alle frontiere tra Siria e Israele - da anni poco pattugliate dalle guardie israeliane, perché niente accadeva. Anche qui tentativi in massa di ‘marciare su Israele’. E anche qui i militari israeliani hanno sparato, ferito, ucciso. Solo un gruppo isolato di Palestinesi siriani ha sfondato le barriere ed è passato in territorio israeliano per ricongiungersi ai compagni e parenti palestinesi che li aspettavano dall’altra parte della frontiera. Un’invasione pacifica in piena regola. Il giorno dopo abbiamo visto i soldati israeliani all’opera per riparare le recinzioni.

E tutto questo mentre nei confronti della Siria è in atto il tentativo da parte di mercenari infiltrati, al soldo dei soliti servizi segreti a noi noti, di provocare una guerra civile per giustificare un intervento della Nato sul modello delle Libia. La Siria rappresenta la principale spina nel fianco per gli israeliani, che ne ambiscono i territori. Non solo, la Siria fa parte di quel gruppo di paesi, insieme a Turchia, Iran e Libano, i cui governi sono apertamente ostili al regime sionista, mentre sappiamo che tutti gli altri regimi arabi hanno stretto un patto di interesse con Washington e Londra per salvaguardare l’egemonia di Israele nella regione. Nel caso della Siria, tuttavia, la Nato non avrà gioco facile. La Russia, alleata della Siria, fa sapere chiaramente che non starà a guardare in silenzio. Si profilerebbe dunque l’eventualità di un conflitto militare che vedrebbe Stati Uniti e Russia schierati pericolosamente su due fronti opposti. Molto pericolosamente, per noi tutti, in Occidente e Medio Oriente.

Per oggi, venerdì 20 maggio, era stata annunciata un’iniziativa dei Palestinesi del Libano: la ‘Marcia dei 100.000 su Israele’.

Sono partititi la mattina presto per la spedizione, ma è già pomeriggio e finora non ci sono ancora aggiornamenti. Israele è in allerta: sente il fiato sul collo degli ‘Arabi’, come i sionisti chiamano collettivamente le popolazioni confinanti, e in particolare i Palestinesi. Il termine ‘Palestinesi’ non viene mai pronunciato pubblicamente in Israele. Oggi abbiamo visto il massiccio dispiego di forze israeliane alle frontiere con Libano e Siria, e forse la ‘Marcia su Israele’ è stata revocata.

In Egitto per il Nakba Day era programmata la ‘Marcia su Gaza’ di decine di migliaia di egiziani, con partenza programmata da Piazza Tahrir, in Cairo - tentativo abortito dalla Giunta Militare al potere, che ha scoraggiato le compagnie di trasporto dal presentarsi all’appuntamento previsto per la partenza verso il Sinai e la località di frontiera Rafah. Per tutta risposta la sera stessa si è scatenata la rivolta di fronte all’ambasciata israeliana nel Cairo.

La folla ha bruciato le bandiere israeliane e ha chiesto ad alta voce l’interruzione dei rapporti diplomatici con Israele. La furia era anche indirizzata ai Colonnelli egiziani, che due settimane prima avevano espresso l’intenzione di ‘riaprire la frontiera con Gaza entro dieci giorni’, ma si erano poi rimangiati la parola. Le forze dell’ordine hanno aperto il fuoco: 350 feriti, 185 arresti. Anche oggi, venerdì 20, tutti di nuovo in piazza, in Egitto: la rivoluzione continua. Si urla contro Israele, si chiede il rilascio dei prigionieri detenuti illegalmente in custodia militare.

Anche in Giordania un tentativo di ‘Marcia su Israele’ si è concluso nella violenza. Ricordiamo che i cittadini ‘giordani’ sono in realtà Palestinesi di origine: ancora oggi circa il 70% della popolazione è direttamente imparentata con i Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania. Come sappiamo, la Giordania è territorio sottratto alla Palestina e consegnato alla dinastia degli Hashemiti per fondare uno stato che avrebbe completato l’accerchiamento della popolazione Palestinese in Cisgiordania. Proprio mentre scrivo, vedo sullo schermo le strade della Giordania invase da manifestanti che protestano contro Israele e chiedono - come hanno fatto da mesi ormai - la riunificazione con i Palestinesi della Cisgiordania.
Sulla carta potrà sembrare una ‘missione impossibile’, ma lo sembrava anche la riunificazione delle Germanie nel periodo del Muro di Berlino e della Guerra Fredda.


Ovunque in Palestina, Gaza, Gerusalemme Al Quds, i soldati israeliani hanno sparato sui manifestanti del Nakba Day, sotto gli occhi inorriditi del mondo. Come è successo in altri scontri, anche questa volta i soldati israeliani hanno sparato intenzionalmente perfino sui giornalisti, ferendo alcuni, uccidendo un foto-reporter. Il giorno dopo, i soldati israeliani hanno aperto il fuoco sul corteo funebre che accompagnava uno dei caduti nel suo ultimo viaggio. E anche oggi assistiamo a nuove rappresaglie israeliane nei confronti della popolazione di Gaza, con tanti feriti, sempre solo tra i palestinesi.

In Marocco, Tunisia e Algeria le proteste continuano anche in questi giorni. Niente di ciò che chiedono i cittadini è stato implementato. Al contrario, la repressione da parte dei regimi si è intensificata. Ma il popolo non desiste. Continua a chiedere a gran voce il rispetto dei propri diritti fondamentali e a protestare contro Israele.

E poi c’è il pasticcio della Libia. Era chiaro fin dai primi giorni - fin dall’inganno del black-out mediatico nella Libia e le menzogne propagandate dalla BBC e da Al Jazeera, poi smascherate - cosa sarebbe successo, e perché. E sappiamo che ognuno dei paesi Nato coinvolti nel massacro della Libia ha i propri sporchi fini da perseguire. Quelli di Washington sono gli stessi che persegue ovunque nelle zone con forte presenza di basi militari americane: proiettare il proprio potere imperiale, avere il controllo geo-politico sulla regione, proteggere l’egemonia di Israele nel mondo arabo, e infine indebolire la Cina escludendola dall’accesso diretto al petrolio e ad altre risorse, con gravi conseguenze sull’economia di questa nuova superpotenza, nel tentativo di impedire il sorpasso della Cina sull’America. Prima dell’attacco militare della Nato, erano attivi 30.000 cinesi in Libia, molto operosi, molto rispettosi della popolazione locale, molto apprezzati come partner commerciali. In un articolo di Paul Craig Roberts di alcune settimane fa leggevo che ora il numero di cinesi in Libia si è ridotto a forse un migliaio. E la campagna per escludere la Cina dall’estrazione del petrolio è in atto ovunque in Africa, specie in Sudan.

Nella regione del Golfo Persico le rivolte vengono al momento soffocate - ma non sono affatto sedate.

Fa eccezione il Yemen. Da molti mesi le strade e piazze sono perennemente invase da fiumi di manifestanti. Ogni giorno ci sono tanti morti, perché il dittatore Saleh, stretto alleato del tiranno saudita e di Washington non ha alcuna intenzione di dimettersi, nonostante perfino l’esercito si sia schierato ufficialmente dalla parte dei cittadini. A sparare sui manifestanti sono i mercenari, briganti e teppisti pagati dal multimiliardario Saleh per scoraggiare il popolo - che invece non demorde. In un paese dove più del 50% della popolazione vive nella povertà quasi totale, la determinazione dei cittadini che resistono è quella di chi non ha più niente da perdere.

Nel Bahrein regna il caos totale e la popolazione è precipitata nella disperazione più nera. Le condizioni di persecuzione e vessazione a cui i cittadini sono soggetti, vengono sempre più spesso paragonate a quelle terrificanti di Gaza, con la differenza che il Bahrein fino a qualche mese fa costituiva una società moderna e prosperosa, malgrado l’anacronismo di un governo di stampo oscurantista tribale, contro cui la classe intellettuale del Bahrein lottava senza tregua da anni.

Come abbiamo relazionato in precedenza, quando la rivolta araba iniziava a contagiare l’area del Golfo Persico, la casa reale Saudita si è fatta prendere dal panico e ha invaso il piccolo Bahrein - insieme ad un contingente di altri paesi alleati del Golfo - con lo scopo principale di dare ai cittadini sauditi, e agli altri della regione, una dimostrazione della sorte che sarebbe toccata anche a loro, se avessero insistito con la rivolta appena sul nascere.

Infatti, al momento poco succede nelle strade e piazze dell’Arabia Saudita, dell’Oman, del Kuwait, del Qatar - nonostante gli iniziali tentativi di insurrezione. La ‘lezione’ inflitta al Bahrein sembra avere raggiunto lo scopo - almeno per ora. Ma vedo ogni giorno piccole sacche di rivolta in Arabia Saudita (e oggi anche nel Kuwait). Un giorno si manifesta in una città, il giorno dopo in un'altra, distante centinaia di miglia. Il messaggio è questo: non siamo scoraggiati, ci stiamo organizzando, alla fine vinceremo, malgrado tutti i vostri sforzi di reprimerci.

Il Bahrein, tra tutti i paesi del Golfo, è un capitolo a parte, una nuova ‘Gaza’, militarmente occupata, accerchiata, saccheggiata, distrutta. Una società smantellata, sfaldata, decimata. Con la popolazione perseguitata, arrestata, torturata, umiliata. E tutto questo avviene sotto gli occhi di 5.000 soldati della 5a Flotta della Marina Militare americana, di stanza permanente nel Golfo Persico, con quartier generale nella capitale del Bahrein, Manama. Sono loro i tre grandi complici della regione: Washington, i reali Sauditi, e i reali del Bahrein che permettono il genocidio e la tortura sistematica dei propri cittadini.

Termino questo riepilogo della situazione nel Mondo Arabo - oggetto del discorso di Obama - illustrando due episodi, due iniziative di grande spessore umano, passate quasi inosservate mentre accadevano i fatti del Nakba Day.

Nave malese per Gaza

Una nave proveniente dalla Malesia era in viaggio con destinazione Gaza. Portava a bordo una carico enorme di tubature, che dovevano servire per ricostruire il sistema fognario di Gaza che, come sappiamo, è quasi totalmente distrutto. In Gaza le fogne sono a cielo aperto e sono causa di tante malattie soprattutto tra i bambini. Il gruppo di attivisti internazionali che accompagnava il carico aveva scelto di non fare molta pubblicità sulla spedizione, nella speranza che la marina militare israeliana avrebbe permesso alla nave di attraccare e al carico di arrivare in Gaza. Non è andata così. Israele non si è smentita: la marina militare ha sparato colpi di avvertimento e in seguito, viste le intenzioni della nave di proseguire verso Gaza, ha aperto il fuoco e costretto la nave a cambiare rotta.

Nave iraniana per il Bahrein

Sempre nel giorno del Nakba Day è partita la prima spedizione via mare diretta al Bahrein. Sembra proprio che nel Bahrein vedremo una ripetizione dello scenario di Gaza. E non è sorprendente: la repressione messa in atto nei confronti della popolazione segue alla lettera il modello sionista, come illustrato nei miei post precedenti sul Bahrein.
L’iniziativa in questo caso è stata dell’Iran - il tanto vituperato Iran, l’unico paese, finora, ad esporsi apertamente in favore del Bahrein, il coraggioso Iran che decenni fa si è rivoltato contro il potere arrogante dell’Impero, subendo le conseguenze dell’embargo economico. Il coraggioso Iran che denuncia pubblicamente i crimini di Israele. La nave con destinazione Bahrein è partita il 15 maggio. I passeggeri a bordo, uomini, donne, bambini, sapevano che non avrebbero avuto il permesso di attraccare ma, nelle parole del portavoce «l’intenzione è quella di avvicinarci il più possibile alle rive del Bahrein e di esprimere la nostra solidarietà alla popolazione assediata, con la nostra vicinanza fisica». È incredibile che nel terzo millennio siamo ancora costretti a vedere scene di questo tipo.

Vediamo cosa dice Obama, che parla anche del Bahrein nel suo discorso, e ovviamente della questione Palestinese. Non anticipo niente e non commento. Magari in seguito - in altro post, pubblicherò le analisi degli esperti, quelle più interessanti.

Visto che si tratta di un discorso molto lungo, abbiamo pensato di dividerlo in due parti. La questione Palestinese viene affrontata solo nella 2a parte, che sarà pubblicata appena terminata la traduzione.


Discorso di Obama al Mondo Arabo,
19 Maggio 2011

Parte 1a

Il discorso di Obama veniva trasmesso dalla sede del ministero degli esteri, istituzione nelle mani di Hillary, a cui Obama ha tributato un omaggio nell’apertura del discorso, dichiarando che la lady passerà alla storia come la migliore tra i ministri degli esteri che l'America abbia avuto.

"Da mesi assistiamo ad un cambiamento straordinario nel Medio Oriente e nel Nord Africa. I popoli si rivoltano e chiedono il rispetto dei loro diritti fondamentali. Due capi di governo si sono dimessi. Altri potrebbero dimettersi. E anche se terre e mari separano l’America fisicamente da questi paesi, sappiamo che il nostro futuro è legato alla regione dalle forze dell’economia e della sicurezza, dalla storia e dalla fede.

Oggi vorrei parlare di questo cambiamento, delle forze che lo sospingono, e su come noi possiamo rispondere allo scopo di avanzare i nostri valori e rafforzare la nostra sicurezza. Abbiamo già fatto molto per modificare le nostre politiche estere in seguito a un decennio caratterizzato da due conflitti costosi. Dopo anni di guerra in Iraq, abbiamo ritirato 100.000 soldati americani e abbiamo interrotto i combattimenti. In Afghanistan abbiamo spezzato il predominio dei Talebani, e in luglio di quest’anno inizieremo a portare i nostri soldati a casa e continueremo col trasferire il potere al governo afgano. E dopo anni di guerra contro al Qaeda e i suoi affiliati, abbiamo inflitto ad al Qaeda un colpo decisivo uccidendo il suo leader – Osama bin Laden.

Bin Laden non è un martire. Era un uomo colpevole di uccisioni in massa che offriva un messaggio di odio – insistendo che fosse dovere dei Musulmani combattere una lotta armata contro l’Occidente, e che la violenza contro uomini, donne e bambini fosse l’unica via per un cambiamento. Rigettava la democrazia e i diritti individuali per i Musulmani in favore dell’estremismo violento; la sua strategia si indirizzava a ciò che poteva distruggere, non costruire.

Bin Laden e la sua visione omicida gli hanno procurato qualche seguace. Ma perfino prima della sua morte, al Qaeda stava perdendo terreno, perché la maggioranza della gente vedeva che la strage di innocenti non era una risposta alle loro esigenze per una vita migliore. Quando abbiamo trovato Bin Laden, la sua causa veniva già vista dalla maggioranza nella regione come una causa senza sbocco, e la gente del Medio Oriente e del Nord Africa aveva già preso il futuro nelle proprie mani.

Il processo dell’auto-determinazione era iniziato mesi fa in Tunisia. Il 17 dicembre un giovane venditore ambulante, Mohammed Bouazizi si sentì devastato quando una (donna) agente di polizia (lo aveva schiaffeggiato) e aveva confiscato la sua bancarella. Questo non è un caso isolato. Si tratta dello stesso tipo di umiliazione che tanti subiscono ogni giorno, in molte parti del mondo, sotto la tirannia di governi che negano la dignità ai propri cittadini. Solo che questa volta è andata diversamente. Dopo che le autorità locali si sono rifiutate di accogliere la sua denuncia, quest’uomo è andato alla sede del governo provinciale, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco.

A volte, nel corso della storia, le azioni di comuni cittadini scatenano movimenti rivoluzionari perché rispecchiano le aspirazioni di libertà represse per anni. Tutti ricordiamo il caso di Rosa Parks, qui in America, che ha coraggiosamente occupato quel posto sull’autobus (innescando la rivolta non violenta degli afro-americani contro la segregazione razziale). Altrettanto, l’episodio in Tunisia ha toccato la frustrazione di molti nell’intero paese. E nonostante i manganelli e gli spari delle forze dell’ordine, i manifestanti si sono rifiutati di lasciare le piazze – giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, finché un dittatore al potere da decenni ha ceduto e si è dimesso.

La storia di questa rivoluzione, e di quelle che seguirono, non dovrebbero sorprenderci. Le nazioni del Medio Oriente e del Nord Africa hanno ottenuto la propria indipendenza molto tempo fa, ma non è stato lo stesso per i tutti i cittadini. In troppi paesi il potere si è concentrato nelle mani di pochi. In troppi paesi, un cittadino come il venditore tunisino non trova organismi a cui rivolgersi, o magistrati onesti disposti ad ascoltarlo, o media disposti a dargli voce, o partiti politici disposti a rappresentare le sue esigenze, o libere elezioni in cui scegliere i propri rappresentanti.

Questa carenza di auto-determinazione – l’impossibilità di perseguire le proprie aspirazioni – è rispecchiata e si riflette sullo stato dell’economia. Sì, alcune nazioni godono della presenza di gas e petrolio, e ciò ha portato a sacche di prosperità. Ma in una economia globale, basata sul sapere e sull’innovazione, nessuna strategia di sviluppo può basarsi soltanto su ciò che si estrae dal suolo. Né possono i cittadini raggiungere il proprio potenziale se non possono perseguire un’attività senza pagare il pizzo.

Molti dei capi di governo nella regione, invece di impegnarsi a risolvere i problemi, hanno indirizzato la rabbia dei cittadini altrove: l’Occidente veniva etichettato come fonte di ogni male, a distanza di mezzo secolo dalla fine del colonialismo. L’antagonismo ad Israele diventava l’unico argomento affrontato in politica. Differenze tribali, etniche e religiose venivano manipolate come mezzo per mantenere il potere – o per toglierlo ad altri.

Ma gli eventi degli ultimi mesi provano che le strategie della repressione e della distrazione non funzionano più. La televisione satellitare e internet forniscono una finestra sul mondo - un mondo di progresso sorprendente in paesi come l’India, l’Indonesia, il Brasile. I cellulari e i social network permettono alle persone di contattarsi e organizzarsi come mai in passato. Una nuova generazione è emersa. E quelle voci ci dicono che il cambiamento non può più essere negato.

Nel Cairo abbiamo sentito la voce di quella giovane madre che diceva «Mi sento come se respirassi aria fresca per la prima volta».

In Sana’a (Yemen) abbiamo sentito gli studenti gridare slogan come «La notte dovrà terminare alla fine».

In Benghazi abbiamo sentito un ingegnere esclamare «Le nostre parole sono libere finalmente. È una sensazione indescrivibile».

In Damasco abbiamo sentito un ragazzo che diceva «Quando cominci a urlare, a gridare, finalmente senti di avere una dignità».

Quelle grida di dignità umana si sentono nell’intera regione. E per mezzo della forza morale della non-violenza, le genti della regione hanno operato più cambiamenti in sei mesi di quanto i terroristi abbiano ottenuto in decenni.

È chiaro che cambiamenti di questa entità non avvengono con facilità. Nell’era della comunicazione immediata la gente si aspetterà forse che le cose si risolvano nel giro di settimane. Ma ci vorranno anni prima che queste rivoluzioni raggiungano lo scopo desiderato. Durante il cammino, ci saranno giorni belli e giorni brutti. In alcuni luoghi, il cambiamento sarà veloce - in altri sarà graduale. E come abbiamo visto, gli appelli per un cambiamento possono scatenare feroci conflitti di potere.

La domanda che si impone alla nostra attenzione è questa: che ruolo giocherà l’America nella storia in corso? Per decenni gli Stati Uniti hanno perseguito una serie di interessi chiave nella regione: combattere il terrorismo e impedire la proliferazione nucleare; garantire il libero flusso del commercio e salvaguardare la sicurezza della regione; impegnarsi per la sicurezza di Israele e perseguire il processo di pace arabo-israeliano.

Continueremo a perseguire questi obiettivi, con la ferma convinzione che gli interessi dell’America non sono in conflitto con le aspirazioni delle popolazioni - al contrario, sono essenziali anche per loro. Siamo dell’avviso che nessuno possa beneficiare da una corsa agli armamenti nucleari nella regione, o dagli attacchi brutali di al Qaeda. Ovunque la gente assisterebbe ad un declino economico dovuto al taglio delle forniture di energia. Come abbiamo fatto nel caso della Guerra del Golfo (nel 1991, dopo che Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait), non tollereremo aggressioni attraverso le frontiere, e manterremo i nostri impegni con amici e alleati.

Ma dobbiamo anche riconoscere, che una strategia basata esclusivamente su questi interessi non è sufficiente a riempire il piatto della gente o a permettere alle persone di esprimere le proprie opinioni. Inoltre, se il nostro agire non corrisponderà alle aspirazioni della gente comune, si alimenterà il sospetto - da anni coltivato - che gli Stati Uniti perseguono i propri interessi a spese delle genti. Tuttavia c’è molta diffidenza anche dall’altra parte. Gli americani hanno subìto sequestri di persone, retorica violenta, e attacchi terroristici che hanno ucciso molti dei nostri cittadini. Se falliremo nel tentativo di cambiare approccio, il rischio sarà quello di allargare la frattura tra gli Stati Uniti e le comunità musulmane.

Ecco perché due anni fa in Cairo ho iniziato ad allargare il nostro impegno sulla base degli interessi comuni e del rispetto reciproco. Come allora, è anche oggi mia ferma convinzione che è nell’interesse di tutti perseguire non solo la stabilità delle nazioni, ma anche l’auto-determinazione individuale. Lo status quo non è sostenibile. Quelle società che stanno in piedi solo per mezzo di strategie della paura e della repressione possono, sì, offrire l’illusione di stabilità per qualche tempo, ma sono costruite su faglie che prima o poi diventeranno voragini.

Siamo di fronte ad un’occasione storica. Abbiamo abbracciato l’opportunità di dimostrare che l’America attribuisce più valore alla dignità del venditore ambulante in Tunisia che al potere assoluto di un dittatore. Non devono esserci dubbi che gli Stati Uniti accolgono con favore cambiamenti che favoriscono l’auto-determinazione e l’opportunità. Sì, la nostra apertura ci esporrà forse a nuovi pericoli. Ma dopo decenni dell’accettare la realtà della regione per quella che è, abbiamo l’opportunità di perseguire la realtà per come dovrebbe essere.

E nel perseguire questo obiettivo, dobbiamo procedere con un senso di umiltà. Non è l’America che ha spinto la gente nelle piazze a manifestare, a Tunisi e nel Cairo – sono state le popolazioni stesse a lanciare questi movimenti e saranno loro a determinarne l’esito. Non ogni singolo paese avrà l’intenzione di implementare una forma di democrazia simile alla nostra, e ci saranno momenti in cui i nostri interessi immediati non troveranno perfetta coincidenza. Ma possiamo impegnarci per un approccio basato sui valori che hanno guidato il nostro modo di rispondere agli eventi degli ultimi sei mesi.

Gli Stati Uniti sono contrari all’uso di violenza e repressione contro i popoli della regione. Gli Stati Uniti difendono i diritti universali. Questi diritti comprendono la libertà di espressione; la libertà alla manifestazione pacifica; la libertà di culto; l’eguaglianza degli uomini di fronte alla legge; e il diritto di eleggere i propri governi – e valgono ovunque: a Baghdad come a Damasco; a Sana’a come a Tehran.

E infine supportiamo riforme politiche ed economiche nel Medio Oriente e nel Nord Africa che corrispondano alle aspirazioni legittime della gente comune nell’intera regione.

Il nostro supporto per tali principi non è cosa secondaria. Confermo qui oggi che si tratta di un aspetto prioritario che va tradotto in azioni concrete e va sostenuto mediante tutti gli strumenti diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione.

Sarò più specifico. Per prima cosa, è intenzione degli Stati Uniti di promuovere riforme nell’intera regione, e di supportare la transizione verso la democrazia.

Questi sforzi inizieranno in Egitto e Tunisia, dove la posta in gioco è alta. La Tunisia è stata l’avamposto di questo movimento democratico, e l’Egitto è un alleato di lunga data e anche la nazione più popolosa nel mondo arabo. Le due nazioni possono dare un esempio importante mediante elezioni libere e oneste, implementando una società civile, con istituzioni democratiche ed efficaci, e una leadership responsabile. Ma il nostro supporto deve estendersi anche alle nazioni in cui la transizione deve ancora iniziare.

Purtroppo, in troppi paesi, le richieste per un cambiamento sono state soffocate con la violenza. L’esempio più estremo è la Libia, dove Gaddafi è entrato in guerra contro il suo stesso popolo, promettendo che li avrebbe cacciati come ratti. Come ho detto quando gli USA si sono uniti ad una coalizione per intervenire, non possiamo combattere ogni singola ingiustizia perpetrata da un regime contro il suo popolo, e abbiamo imparato dall’esperienza dell’Iraq quanto sia costoso e difficile imporre un cambio di regime con la forza – anche quando siamo motivati da buone intenzioni.

Ma in Libia si prospettava un massacro imminente. Abbiamo ascoltato la richiesta di aiuto dei cittadini libici, e abbiamo ricevuto un mandato per agire. Se non avessimo agito insieme ai nostri alleati della NATO e della regione, migliaia sarebbero stati uccisi. Ma ora Gaddafi non ha più il controllo sul paese. L’opposizione ha creato un Consiglio ad interim, legittimo e credibile. E quando Gaddafi inevitabilmente se ne andrà o sarà costretto ad abbandonare il potere, sarà la fine di decenni di provocazione, e ci sarà la transizione verso una Libia democratica.

Mentre è vero che la violenza in Libia è stata la più feroce, è anche vero che ci sono altri paesi in cui i capi di governo hanno usato la repressione per rimanere al potere. In tempi recenti il regime al governo in Siria ha scelto di uccidere e arrestare i cittadini in massa. Gli Stati Uniti hanno condannato queste azioni. In collaborazione con la comunità internazionale abbiamo imposto sanzioni nei confronti del regime siriano e del presidente Assad.

I cittadini siriani hanno mostrato coraggio nel chiedere condizioni democratiche. Ora il presidente Assad deve scegliere: guidare il paese verso la democrazia, oppure togliere il disturbo. Il governo siriano deve smettere di sparare sui manifestanti pacifici e deve permettere proteste pacifiche; deve liberare i prigionieri politici e mettere fine agli arresti ingiusti; deve permettere agli osservatori per i diritti umani l’accesso a città come Dara’a; e iniziare un dialogo finalizzato alla transizione democratica. Altrimenti il presidente Assad continuerà ad essere sfidato dall’interno e isolato dall’esterno.

Finora la Siria ha seguito il suo alleato iraniano, chiedendo assistenza a Tehran per le tattiche di soppressione. Questo è prova dell’ipocrisia del regime iraniano, che si dichiara in favore dei diritti di protestare in altri paesi, ma sopprime i propri cittadini - (c’è un’incongruenza, qui, di cui Obama non si è accorto, a quanto pare, n.d.t.). Non dimentichiamo che le prime proteste pacifiche sono iniziate proprio a Tehran, dove poi il governo ha brutalizzato i manifestanti, uomini e donne, e ha messo in carcere persone innocenti. Possiamo ancora sentire l’eco delle grida nelle strade di Tehran. L’immagine della ragazza morta in strada è ancora fresca nella nostra memoria. E continueremo ad insistere che il popolo iraniano merita il riconoscimento dei suoi diritti umani e un governo che non soffochi le sue aspirazioni.

La nostra opposizione all’intolleranza dell’Iran, al suo programma nucleare illecito e al suo appoggio per il terrorismo, è ben nota. Ma se l’America vuole godere di credibilità, dobbiamo riconoscere che i nostri amici nella regione non hanno tutti accolto le richieste per quelle condizioni democratiche che ho illustrato oggi. Questo vale per il Yemen, dove il presidente Saleh deve dare seguito alla necessità di trasferire il potere. E questo vale per il Bahrein.

Il Bahrein è un nostro alleato di lunga data, e ci impegniamo per la sua sicurezza. Vediamo che l’Iran ha tentato di trarre vantaggio dalle agitazioni nel Bahrein, e che il governo del Bahrein ha un legittimo diritto a fare rispettare la legge. Nonostante ciò, abbiamo insistito in pubblico e in privato, che arresti di massa e forza bruta sono contrari ai diritti universali dei cittadini del Bahrein, e non potranno soffocare le legittime richieste per riforme. L’unica soluzione è quella del dialogo tra governo e opposizione. Il governo deve creare le condizioni per il dialogo, e l’opposizione deve partecipare nel forgiare un futuro di giustizia per tutti i cittadini." ...

Fine 1a Parte
... continua ...

domenica 10 aprile 2011

Egitto - Di Nuovo Tutti In Piazza Contro Israele e La Giunta Militare Egiziana - Bahrein verso la distruzione

Homepage Egeria - N° 16
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Parla Egeria

Erano milioni gli egiziani in piazza durante questo weekend e quello della settimana scorsa. I cittadini si sono resi conto dell’inganno da parte della Giunta Militare al comando del paese. Niente riforme democratiche in vista. Niente apertura della frontiera con Gaza: i Colonnelli autorizzano iniziative per forniture di materiale da costruzione destinato a Gaza, ma poi agiscono nell’ombra per impedire l’entrata dei camion in Gaza. I cittadini avevano chiesto con insistenza una revisione del cosiddetto Trattato di Pace con Israele, e invece i Colonnelli stanno a guardare mentre ogni giorno Israele colpisce Gaza con missili, e i carri armati israeliani aprono il fuoco sulla popolazione. 19 morti, decine di feriti e centinaia di arresti: questo il bilancio degli ultimi 3 giorni in Gaza e altri territori occupati della Palestina.

Venerdì scorso la rabbia verso Israele e la complicità dei Colonnelli egiziani è scoppiata nelle piazze del Cairo e di Alessandria. Ma la Giunta militare è intervenuta con violenza e brutalità. In basso la cronaca delle manifestazioni con immagini che testimoniano quanto successo. Che sia ben chiaro, gli egiziani non si limitano a chiedere: prendono iniziative. Nel mio prossimo post sull'Egitto racconterò 2 tentativi da parte degli attivisti egiziani di fare aprire i cancelli di Gaza, e quali sono state le criminali reazioni del regime egiziano. Tuttavia, prima di arrivare alla cronaca delle ultime vicende egiziane, in basso, vorrei ricordare la terribile situazione del Bahrein che sta deteriorando di giorno in giorno.

Breve aggiornamento sul Bahrein


In tre post recenti ho parlato dell’invasione della piccola isola da parte delle forze dei paesi del Golfo, capeggiati dall’ammiraglia Arabia Saudita.

Ho raccontato le violenze, uccisioni, distruzioni di edifici pubblici e privati e luoghi di culto, l’assedio dei villaggi, le file di checkpoint tra un villaggio e l’altro per isolare i cittadini e impedire qualunque tentativo di rivolta organizzata. Ho relazionato in merito agli ospedali razziati e messi sotto sequestro militare, e dell’impossibilità per i feriti di essere ammessi: chiunque abbia tentato di farsi medicare è stato arrestato e torturato e alcuni feriti sono morti sotto tortura mentre erano in custodia militare. Ho parlato di medici e infermieri abbattuti stile esecuzione perché tentavano di soccorrere i feriti. Ho parlato di case abbattute o distrutte perché abitazioni degli attivisti politici o esponenti della comunità medica. Ho parlato di centinaia di arresti e altre centinaia di persone sparite, di corpi che vengono rinvenuti in luoghi nascosti alla vista pubblica.

Da qualche tempo ho interrotto il racconto del Bahrein per un motivo preciso. Sto compilando un dossier che non sia una semplice cronaca delle recenti atrocità. L’intenzione è quella di illustrare – brevemente – il tipo di società moderna, avanzata e organizzata che caratterizza il Bahrein, in totale antitesi con la realtà della monarchia che lo governa (per così dire), culturalmente arretrata, di stampo oscurantista wahabi, che si vanta di essere ‘una dinastia di conquistatori’ perché si è instaurata nel Bahrein mediante il brigantaggio e la pirateria. È contro questa combricola di gangster in antitesi con il mondo arabo moderno che il popolo si sta rivoltando. Ma raccontare questa parte è facile. Esiste invece un altro aspetto che non è semplice documentare e per il quale contavo sulle analisi degli esperti autorevoli in materia.

Perché ciò che ho visto profilarsi, da qualche tempo, in questa repressione della protesta popolare per riforme democratiche, è uno schema che ho già osservato in altri casi, in altri paesi in cui si tentava di sopprimere l’autonomia di un popolo. L’ho visto succedere in Palestina e l’ho visto succedere in Iraq. E l’analogia non è casuale: in entrambi i casi – come ora nel Bahrain – il metodo applicato è quello concepito dai sionisti: quello della decapitazione della classe accademica, scientifica, intellettuale di un popolo, per distruggere il collante culturale della società che si vuole assoggettare e piegare all’invasore – o anche sopprimere come nel caso della Palestina. Ma per affermare ciò – e cioè che nel Bahrein sia in atto di proposito la repressione di stampo sionista – è necessario l’apporto degli esperti in materia – che per ora esiste solo verbalmente in forma di commenti che accompagnano le immagini di filmati amatoriali trasmessi in tv, mentre mancano articoli pertinenti sul web.

Negli ultimi giorni alcuni degli esperti interpellati da PressTV hanno fatto notare che dietro a questa sistematica repressione della rivolta del Bahrein c’è chiaramente la mano del Mossad e della Cia e che non è certo un mistero la collaborazione tra le forze militari saudite, americane e israeliane, mirata a salvaguardare l’egemonia sionista nella regione. Tuttavia sono ancora in attesa che vengano trascritti sul sito i commenti fatti in diretta – quelli più esemplificativi. Purtroppo non tutti i commenti vengono poi trascritti e pubblicati. È successo proprio di recente e proprio in merito a commenti preziosi sul Bahrein. Certo, io posso citare quanto la memoria mi permette di registrare, ma assume tutt’altro peso un’analisi qualificata per bocca dell’esperto.

Esiste tuttavia la rivelazione di Wikileaks in merito alle connessioni tra la monarchia del Bahrein e il Mossad (v. articolo della testata israeliana Haaretz). Viene anche evidenziato che il re al Khalifa ha espressamente vietato agli esponenti del governo di chiamare Israele ‘regime sionista’ - anzi, il monarca vieta l’uso del termine sionista tout-court.

Appena possibile, quindi, tornerò di nuovo sul Bahrein, dove la situazione peggiora di giorno in giorno, di ora in ora. Ed è davvero obbligatorio parlare del Bahrein, in quanto è stato imposto da parte di Washington il black-out mediatico mondiale su quella grave situazione «per non imbarazzare l’amministrazione Obama» aveva detto un portavoce della Casa Bianca ai giornalisti secondo quanto rivelato da un'istituzione umanitaria di Washington ai suoi colleghi di Manama. È ovvio, a Manama, capitale del Bahrein si trova la Base della 5a Flotta della Marina Militare americana, con 4.500/5.000 soldati a cui è stato dato l’ordine di non intervenire. Se il mondo ne parlasse diventerebbe subito chiaro chi è il mandante degli attacchi ai cittadini del Bahrein.

E qui bisogna ricordare il patto tra Usa e Arabia Saudita in merito alla repressione violenta del Bahrein, rivelato e riportato in molti articoli sul web. Scrive Pepe Escobar, un esperto in questioni mediorientali di grande spessore. «Due fonti diplomatiche indipendenti delle Nazioni Unite confermano che Washington ha dato il via libera all’Arabia Saudita per l’invasione del Bahrein e la repressione del movimento pro-democratico, in cambio del SI' della Lega Araba per la No Fly Zone sulla Libia» - e si sa che la Lega Araba è presidio dell’Arabia Saudita: un motivo per cui la Lega è stata sempre totalmente assente o perlomeno del tutto inetta nel difendere la Palestina dall’aggressore sionista. E pensare che ora il capo della Lega Araba, Amr Moussa, osa candidarsi alla Presidenza dell’Egitto - e spero che gli egiziani non si facciano di nuovo ingannare.

I dati degli ultimi giorni in merito alla grave situazione del Bahrein sono questi: 800 arresti tra cui anche donne incinte; centinaia di persone scomparse: escono di casa per non tornare più ed è meglio per i familiari non informarsi perché si rischia di essere molestati o arrestati in casa nelle prime ore del mattino, come spesso succede. I corpi che vengono restituiti mostrano i segni di espianto di organi (come in Palestina: e spero i lettori siano informati in merito), che le autorità spiegano ai congiunti come «operazioni chirurgiche per tentare di salvare la vita al ferito».

Presi di mira sono soprattutto: medici, infermieri, insegnanti, docenti e ricercatori, studenti, scienziati, avvocati, giudici, giornalisti, artisti, scrittori – e ovviamente gli esponenti dell’opposizione politica. Ma perfino 200 atleti sono stati sospesi perché alcuni hanno espresso solidarità con la rivolta popolare. E 1.500 impiegati statali sono stati licenziati per lo stesso motivo.

E proprio mentre scrivo arrivano queste notizie: scuole prese di assalto e ora sotto assedio, insegnanti arrestati perché avevano annunciato una prossima protesta organizzata.

I carri armati sauditi stanno circondando l’enorme e modernissimo ‘Distretto Finanziario di Manama’ - Considerate l’importanza di questo centro economico: l’Indice della City of London relativo ai ‘Distretti Finanziari Globali’ ha messo il Bahrein al primo posto come ‘Centro Finanziario con la crescita più rapita’ nella classifica mondiale.

Ovviamente è presto perché possano esistere scritti approfonditi da parte di autori di spessore in merito allo smantellamento sistematico della classe intellettuale del Bahrein. Tuttavia, nel tentativo di fornire ai lettori un’idea dell’orrore in atto in quest’isola minuscola ma di enorme importanza strategica, mi è venuto in mente che esiste un documento scritto dal grande James Petras intitolato ‘The US War Against Iraq: The Destruction of a Civilization’ (la guerra degli Usa contro l'Iraq: La Distruzione di una Civiltà). Per chi non lo conoscesse, James Petras è un docente in sociologia a New York, un vero e proprio guru dell’informazione alternativa, amato e rispettato dalla blogosfera e dagli autori stessi che lo citano di frequente.

Come dice il titolo, si tratta dell’analisi – completa di dati scientifici – di come le forze di invasione dell’Iraq abbiano mirato a distruggere l’intera infrastruttura accademica, intellettuale, scientifica, culturale dell’Iraq seguendo il modello sionista concepito per l’eliminazione della cultura e resistenza Palestinese. Non è un semplice articolo, quello di Petras. È reperibile online in formato PDF nel sito The James Petras Website. E stavo appunto prendendo in considerazione di tradurre il documento, ma per fortuna ho fatto una ricerca e ho visto che la traduzione italiana già esiste online. Leggendo il documento si riceve il quadro di cosa avviene attualmente nel Bahrein, seppure rapportato ad una popolazione che consiste in una frazione di quella irachena (il rapporto è di circa 23 a 1).

Ecco due link in cui trovare il testo italiano del rapporto scritto da J. Petras:

http://www.mondoarabo.it/distruzione-di-una-civilta.html

http://forum.politicainrete.net/comunismo-e-comunita/37485-la-guerra-usa-contro-liraq-la-distruzione-di-una-civilta.html

Consiglio vivamente la lettura ma avverto: vi spezzerà il cuore – tanto più sapendo che è tutt’ora in corso, in Iraq, quanto riportato nel documento di James Petras. L’Iraq è la ‘guerra dimenticata’ perché i media da una parte la ignorano e dall’altra ci forniscono resoconti fraudolenti sulla cessazione ufficiale delle operazioni militari e dell’occupazione.

Ma niente è più lontano dalla verità. Almeno 50.000 soldati Usa e Nato sono tuttora presenti nel paese, molti per proteggere la cosiddetta ‘Zona Verde’ di Baghdad, circondata da un altro Muro di Apartheid in tutto e per tutto identico a quello in Palestina, dietro il quale si cela quella che chiamano in modo ingannevole ‘Ambasciata Americana’ e che in realtà è un compound grande quanto l’intero Vaticano: una città nella città - una città americana all'interno di Baghdad. Altri soldati sono dispiegati nelle zone di produzione del petrolio.

Ma il vero scandalo consiste nelle 250.000 unità mercenarie, i feroci mastini della guerra della ex-Blackwater, armati fino ai denti che sfuggono ad ogni controllo istituzionale e – al contrario dei soldati dell’esercito regolare – non sono soggetti alle cosiddette ‘regole di ingaggio’ – in altre parole hanno il via libera per commettere qualunque efferatezza rimanendo impuniti.

E l’aspetto straordinario è che in questi giorni, anzi da settimane, vediamo i coraggiosi cittadini iracheni manifestare nelle strade e nelle piazze in protesta a quanto accade in Bahrein e Yemen.

Di seguito la cronaca e foto-cronaca degli ultimi eventi nelle piazze dell'Egitto. E alla fine il racconto della solidarietà di New York con le rivolte arabe e la popolazione palestinese.


Egitto - Di Nuovo Tutti In Piazza Contro Israele e La Giunta Militare Egiziana


Erano milioni gli egiziani in piazza nel Cairo e in Alessandria durante questo weekend e quello della settimana scorsa. Erano furiosi. Si sono resi conto che niente è cambiato da quando hanno iniziato la rivolta. La Giunta Militare - arrivata di recente al comando della nazione per mezzo di quello che gli esperti definiscono un golpe militare - ha cambiato nomi e facce dei politici in carica, ma certo non le regole di governo. Vige tutt’ora lo Stato di Emergenza che dura da 32 anni: chiunque può essere arrestato senza imputazione formale e rimanere in carcere a tempo indeterminato. I prigionieri politici non sono stati liberati. L’Egitto continua ad essere un vero e proprio Stato di Polizia.

Il recente referendum – che ha visto un’affluenza alle urne del 90% - si è rivelato essere una beffa: i cittadini sono stati ingannati a votare Sì dove occorreva il No. Nessuna delle richieste specifiche e ben articolate presentate dai rappresentanti dei cittadini è stata finora soddisfatta.

Le richieste sono mirate a cambiare radicalmente sia le politiche interne che quelle estere. I cittadini invocano una gestione democratica della cosa pubblica con partecipazione attiva dei cittadini. E vogliono la revoca del cosiddetto ‘Trattato di Pace’ con Israele che impedisce l’apertura della frontiera tra Egitto e Gaza e che fa sentire i cittadini egiziani in pratica complici dell’assedio, dei crimini e della riduzione in miseria assoluta dei loro fratelli in Gaza – perché è così che gli egiziani definiscono i palestinesi: fratelli e sorelle. «Ogni giorno che passa senza segnali di una prossima apertura della frontiera è un giorno di lutto per me», dichiarava una donna egiziana al microfono del corrispondente di PressTV nel Cairo. «Come si fa ad andare a letto tranquilli sapendo che non lontano da noi i bambini di Gaza sono affamati e terrorizzati dagli elicotteri e dagli aerei che pattugliano il cielo sopra Gaza ogni giorno e ogni notte».

In basso la foto-cronaca della protesta di Piazza Tahrir contro il regime israeliano. La piazza era inondata di bandiere Palestinesi. L’ambasciata di Israele è stata assediata e i manifestanti hanno tentato di sostituire la bandiera israeliana con quella palestinese. Molte bandiere israeliane bruciate in piazza sia nel Cairo che in Alessandria. Alcuni soldati e sottufficiali dell’esercito si sono uniti ai manifestanti del Cairo, ma sono stati arrestati e alcuni sono stati direttamente ‘giustiziati’ con colpi di arma da fuoco.

Vediamo cosa hanno chiesto i manifestanti nelle strade e piazze che durante l’intero fine settimana erano gremite a perdita d’occhio.

«Sono un avvocato - diceva uno dei manifestanti ai microfoni dell'inviato di PressTV nel Cairo. È ovvio che molti protestano perché vivono in condizioni economiche disperate, molti sono costretti a vendere un rene, destinato a Israele, per sostenere la famiglia. Ma c’è in piazza anche la rappresentanza della classe accademica che si è organizzata per presentare da mesi - mesi! - elenchi molto articolati e ben formulati in merito a cosa sia necessario per avviare la nazione verso una gestione democratica delle istituzioni. Prima di tutto abbiamo identificato e compilato una lista di nomi di esponenti della magistratura e di altre istituzioni per formare un governo civile ad interim e riformulare interamente il testo della Costituzione. Tra i nomi anche quelli di alcuni esponenti dell’opposizione attualmente in carcere. È ovvio: vogliamo l’immediato passaggio di potere dalla giunta militare al governo civile ad interim»


Comanda Mubarak per mezzo dei Colonnelli della giunta militare egiziana

Diceva questo ai microfoni di PressTV il giornalista esperto in analisi politica Said Zulficar:
«La giunta militare in comando è un gruppo elitario di pochi eletti da sempre fedeli a Mubarak, che è in antitesi con i regolari capi dell’esercito. Conosciamo bene ogni singolo esponente del Consiglio Militare al potere. Sono pagati da Mubarak e da Washington per mantenere lo status quo, per proteggere Mubarak, la sua famiglia e i suoi interessi finanziari. Sono pagati per tenere chiuse le frontiere con Gaza e garantire l’egemonia di Israele nella regione. Sono pagati per fornire a Israele il gas e il petrolio a prezzi stracciati. Sono pagati per dare a Usa e ai paesi della Nato l’accesso preferenziale e prioritario agli impianti per l’estrazione del petrolio, mantenendo la Cina a distanza. Sono pagati per fare entrare i proventi del petrolio nelle tasche di Mubarak e dei suoi fedelissimi, tra cui in particolare proprio i Colonnelli della Giunta Militare».
Ma come, Mubarak non era stato deposto? E non era fuggito chiedendo asilo al suo amico del cuore il re Abdullah dell’Arabia Saudita, che aveva alzato la voce con Washington per avere abbandonato il fedele servitore senza lottare più di tanto?

Certo, ma non è chiaro quale fosse lo scopo di Mubarak presso la corte saudita, dalla quale è tornato per barricarsi nella sua residenza imponente di Sharm el-Sheikh. Dove si dice sia ufficialmente agli arresti domiciliari, mentre gli esperti ci mettono sull’avviso che in realtà le guardie presidenziali sono dispiegate intorno e all’interno la residenza estiva presidenziale per proteggere il dittatore e concedergli il tempo necessario per mettere al sicuro le sue ingenti fortune. Le quali fortune, secondo alcuni osservatori politici, ammonterebbero a cifre astronomiche, inimmaginabili: Mille Miliardi di Dollari in metalli rari e molti altri ‘assets’ che Mubarak sembra stia tentando di convertire in liquidi. Non ho ancora avuto riscontri dal web per tali affermazioni, ma mi documenterò e ne relazionerò in questo blog.

Quanto al cosiddetto ‘abbandono’ del dittatore da parte del padrone occidentale, vale la pena ricordare che da sempre gli USA si impadroniscono di autocrati al potere e li trasformano in fantocci di Washington, per poi disfarsene quando diventano scomodi. Stringono con il tiranno di turno un patto di questo tipo: tu ci garantisci l’accesso privilegiato e a basso costo alle risorse per noi preziose (petrolio o altro), noi in cambio ti appoggiamo politicamente sulla scena politica mondiale, ti forniamo armi e finanziamenti per mantenere efficiente l’apparato militare e quello della polizia segreta, ti inviamo esperti per addestrare le guardie presidenziali per garantire che rimani al potere e per scoraggiare il popolo a rivoltarsi contro questo sfruttamento. Noi non interferiremo nelle tue politiche interne, sono affari tuoi come intendi tenere il popolo a bada. La questione dei ‘diritti umani’ non ci riguarda. E quando si tratta di dittatori arabi la richiesta principale è «la salvaguardia dell’egemonia di Israele nella regione». Nella regione del Golfo Persico è l’Arabia Saudita a fare da guardiano per le politiche favorevoli a Israele. Nell’Africa del Nord è l’Egitto a ricoprire questo ruolo onorevole da decenni.

Ieri, durante una trasmissione radiofonica di alta qualità di un’emittente con sede in Chicago, la discussione era tra due esperti ed autori molto noti alla blogosfera americana: Stephen Lendman (spesso interpellato anche da PressTV) e Robert Abele. Si discuteva delle rivolte arabe e, parlando della Libia, ecco quanto espresso da Bob Abele: tra tutti i dittatori ora contestati dai popoli arabi, Gaddafi viene sacrificato perché è comunque ‘scomodo’ dal punto di vista dell’Impero. È vero che da tempo, e in particolare dal 2003, Gaddafi si è in un certo senso conformato ai diktat di Washington, ma non è mai stato un vero ‘cane fedele’ fino in fondo, ha sempre conservato una certa autonomia e distanza critica dall’impero occidentale. Forse il più fedele di tutti, commentava Stephen Lendman, è il presidente yemenita Saleh, che da anni viene sfruttato per fare passare come ‘Lotta contro al-Quaeda’ la guerra proxy condotta dagli Usa in Yemen contro i ribelli Houthi per mezzo delle forze saudite. Ecco perché ora gli Usa non possono abbandonare il fedele Saleh: si sentirebbe tradito e in segreto sta minacciando di rivelare tutto e imbarazzare gli Usa - (e la corte saudita e soprattutto Israele, aggiungo io, ma poi mi chiedo se sia possibile ‘imbarazzare’ Israele più di tanto, visto quanto il regime sionista è già discreditato agli occhi della comunità internazionale).

Mi chiedo questo: davvero l'Impero ha abbandonato Mubarak? I segnali che arrivano dall'Egitto sembrano smentire questa ipotesi. E il popolo egiziano deve stare molto attento: sta lottando contro un mostro di proporzioni gigantesche, come lo sono tutte le creature concepite dall'Impero Usa, NeoCon, Sionista.

Ma proprio mentre scrivo, ecco che viene trasmesso un servizio in merito alla natura delle armi impiegate dagli Usa e dalla Nato. Così come nel Kossowo e in Iraq, dicono gli esperti, ora anche in Libia vengono impiegate armi all’uranio impoverito per bombardare i civili. E qualora venisse in mente a qualche speranzoso di coltivare illusioni sulle intenzioni della coalizione di ‘proteggere i civili’ della Libia, sentivo poco fa un giornalista parlare del rapporto UNICEF (basta cercare sul web per trovarlo) che avverte sulla situazione disperata della popolazione di Misratah dove molti bambini muoiono perché colpiti dall'artiglieria delle forze militari in campo oppure rimangono orfani o rischiano di morire di fame perché la popolazione non viene raggiunta dagli aiuti umanitari che erano stati promessi.

Breve aggiornamento sulla situazione in Yemen

E faccio qui una parentesi per un breve aggiornamento in merito al Yemen. Tra ieri e oggi vanno in onda su PressTV in ogni Tg le immagini dei manifestanti yemeniti colpiti dal gas “lacrimogeno” - tra virgolette perché sembra proprio che questo gas sia molto più tossico dei lacrimogeni convenzionali usati in genere in varie parti del mondo per disperdere i manifestanti.

Le immagini sono terribili e ho tentato di ‘catturare’ delle istantanee dallo streaming online, ma i singoli fotogrammi non rendono affatto l’idea di quello che si vede nei filmati amatoriali: persone a terra incapaci di riprendersi. Alcuni si dimenano freneticamente come se colti da crisi epilettica, in altri si vede il bianco degli occhi e la bava sull’intero viso, altri sono in stato catatonico e sembrano paralizzati. Altri sono paonazzi perché non riescono a respirare. Non ho ancora trovato rapporti ufficiali in merito all’analisi chimica dei gas usati, ma i medici yemeniti che soccorrono i feriti continuano a essere molto allarmati. Sembra che vengano usate o ‘sperimentate’ diverse formule di gas, contemporaneamente durante gli attacchi ai civili.

I quali civili continuano a manifestare incessantemente, ogni singolo giorno e ogni singola notte, da mesi. Di notte si vedono vere e proprie scene di guerriglia urbana. Ci sono decine di morti e feriti ogni giorno.

Intanto il presidente Saleh sta rifiutando le offerte congiunte dei vari governi del Golfo Persico per una soluzione pacifica del conflitto. E l’unica proposta che accetterebbe viene tuttavia respinta dal popolo yemenita, che chiede l’arresto e processo del dittatore, e la restituzione delle fortune accumulate da Saleh e la sua famiglia, stimate in decine di miliardi dollari, ma alcuni suggeriscono che i miliardi siano in realtà centinaia. E pensare che metà della popolazione vive in miseria totale. Ma Saleh è ben protetto e comunque la situazione è in realtà estremamente complessa e meriterebbe un vero e proprio trattato per spiegare tutti i risvolti politici interni e internazionali connessi con il paese e il suo governo. Saleh è in controllo del potere centrale, ma la configurazione politica dello Yemen si articola in decine di territori controllati da altrettante tribù con poteri regionali molto importanti - alcuni alleati altri in conflitto con il potere centrale. E' uno stato basato su un sistema di corruzione a tutti i livelli dell'amministrazione e del potere economico, controllato dal dittatore Saleh. Molti avrebbero tutto da perdere con la dipartita di Saleh. Per questo esiste anche una lotta interna per impedire che il dittatore sia fatto fuori politicamente.

E per tornare ai Colonnelli egiziani.

Diceva inoltre l’avvocato al microfono del corrispondente al Cairo, che la giunta militare sta assistendo le operazioni della Nato in Libia con invio di mercenari e artiglieria per assistere i ‘ribelli’.
«Chi poi siano questi ribelli, diventa sempre più sospetto», continuava l'intervistato. «E noi cittadini non siamo neanche stati informati e tantomeno interpellati in merito alle operazioni militari egiziane in Libia».
Ma mi chiedo anche chi siano le forze militari egiziane inviate in Libia, perché a detta degli esperti non si tratta affatto di regolari soldati dell’esercito egiziano, ma piuttosto di mercenari reclutati tra immigrati russi, serbi, africani delle zone sub-sahariane. E ovviamente vanno in soccorso dei ‘ribelli’ controllati dalle forze segrete della Nato presenti sul suolo libico.

Da due settimane i cittadini egiziani in piazza chiedono con insistenza l’arresto di Mubarak, la confisca dei suoi beni e conti all’estero, e il processo al dittatore per i crimini contro il popolo commessi durante i 32 anni di ‘stato di emergenza’. Ma chiedono anche le dimissioni del generale Tantawi, capo supremo delle forze armate e in comando della nazione. Si erano fidati di lui, gli egiziani, e ora si sentono traditi. Lo hanno visto conferire con i capi del Pentagono, poi con il premier britannico Cameron in visita nel Cairo appena dopo la caduta di Mubarak per vendere armi a Tantawi e la sua giunta militare. Poi è arrivata Hillary a conferire con Tantawi e ha suscitato le ire del popolo egiziano per avere osato calpestare il suolo di Piazza Tahrir consacrato dal sangue dei 400 martiri uccisi durante l'insurrezione.

Dichiarava il giornalista egiziano Said Zulficar:
«abbiamo davvero poche speranze di portare Mubarak in tribunale e ancora meno di riappropriarci dei suoi fondi che sono sparsi ovunque nei paradisi fiscali e non certo intestati a lui. Ci sono al potere ovunque in Egitto i suoi fedeli. Ora c'è Tantawi al comando, che è stato prescelto da Mubarak 21 anni fa come capo della élite militare al controllo da sempre del paese. Forse gli egiziani hanno una speranza di potersi disfare di lui e di altre figure militari, ma sarà comunque difficile. Ma è soprattutto l’apparato della terribile polizia segreta, con 1, 5 milioni di agenti, che deve essere smantellato. Non solo. Esiste l’enorme e incredibilmente potente partito fondato da Mubarak, l’NDP (National Democratic Party). È un partito con fondi illimitati che non ha rivali politici. I suoi esponenti sono ricchi, potenti e molto influenti ad ogni livello istituzionale. Di recente hanno tenuto un’assemblea e hanno assoldato centinaia di immigrati russi per infiltrare i manifestanti e provocare azioni violente per giustificare l’intervento dei militari in piazza e scoraggiare ulteriori manifestazioni. Ovunque in Egitto gli esponenti di questo partito sono al potere. Non sono stati eletti, ma semplicemente incaricati da Mubarak. Ogni giunta comunale, ogni istituzione, di ogni città e di ogni villaggio, è sotto il controllo degli esponenti del Partito. È di queste figure che dobbiamo disfarci. E credete che sia una cosa semplice? Non certo con questi Colonnelli al comando. Il referendum? È stato un inganno, era ‘tagliato su misura’ per affermare una dittatura. Le prossime elezioni? E chi riuscirà a contrastare il potente NDP? Il 50% degli egiziani vota quello che loro viene suggerito di votare, perché analfabeti. L’altro 50% non sa per chi votare. I movimenti politici di opposizione non godono né di finanziamenti né di leader noti, forti e carismatici».
Ecco di seguito la foto-cronaca degli ultimi giorni nelle piazze del Cairo e di Alessandria. Gli slogan dei manifestanti erano tutti contro Mubarak, Tantawi e Israele. Alcune immagini non sono di grande qualità: sono state 'catturate' da video amatoriali andati in onda in 'streaming'.


Come dicono i titoli dell'immagine in alto: oltre 1 milione in piazza nel Cairo, 500.000 in Alessandria.

In Basso. In Piazza Tahrir tutti chiedono l'apertura della frontiera con Gaza - ovunque le bandiere Palestinesi ...






Come dicono i titoli delle immagini in basso: i manifestanti chiedono la revoca del cosiddetto 'Trattato di Pace' von Israele, si avviano verso l'ambasciata israeliana, e tentano di sostituire la bandiera israeliana con la bandiera Palestinese ...



In basso: come dicono i titoli delle immagini, i manifestanti bruciano le bandiere israeliane in Cairo e Aalessandria ...


... e dichiarano che continueranno a protestare finché la richiesta (dell'apertura di Gaza) sarà accolta ... al momento della messa in onda dei filmati amatoriali, da cui le immagini, uno dei titoli spiega che ci sono stati morti e feriti in Piazza Tahrir ...



In basso: i manifestanti chiedono l'arresto di Mubarak, di altri funzionari al governo, e del generale Tantawi capo supremo delle Forze Armate e del Consiglio Militare ...


In basso: in piazza a manifestare anche alcuni soldati dell'esercito egiziano che denunciano la corruzione all'interno del Consiglio Militare in comando della nazione ...


Venerdì sera molti manifestanti decidono di pernottare nelle tende in Piazza Tahrir, formando un gruppo di protezione intorno ai soldati a cui gli agenti del Consiglio Militare avevano deciso di dare la caccia ... ma le forze al comando di Tantawi fanno irruzione nella piazza di notte ...



... chiedono la consegna dei soldati che hanno protestato contro il Consiglio ...


... poi fanno carica sui manifestanti e sulle tende ...




... ma i manifestanti oppongono resistenza nel tentativo di proteggere i soldati ...

... la mattina dopo, sabato, un soldato scampato racconta che ha visto 2 dei suoi compagni giustiziati stile esecuzione ...


... i colonnelli della giunta miliatare mettono sull'avviso: «non verranno tollerate altre manifestazioni in piazza - ogni tentativo verrà represso con la forza»


In sintonia e solidarietà con la manifestazione annunciata in Piazza Tahrir, anche New York manifesta sabato 9 aprile, contro l'occupazione della Palestina, l'assedio di Gaza, e tutte le guerre in atto nel Medio Oriente ... decine di migliaia i manifestanti e oltre 500 le organizzazioni che partecipano alla marcia ...



In basso. Prende la parola Vinie Burrows: «Siamo uniti con il popolo dell'Egitto, della Palestina, dello Yemen - siamo uniti nell'opporci contro le guerre in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan - siamo uniti con i 5 milioni del popolo della Libia, attaccati durante i primi giorni della loro protesta»



In basso. Prende la parola l'autore indo-americano Vijay Prashad: «Molti dicono di essere confusi sulla guerra in Libia, ma non c'è niente da equivocare: è una guerra imperialista come lo sono tutte le altre guerre che facciamo in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan»


Prende la Parola Omar Barghouthi della Campagna BDS per il boicottaggio di Israele: «... Abbiamo l'obbligo morale di mettere fine alla nostra complicità con questo crimine, si tratta di semplice decenza umana interrompere la nostra complicità con questi crimini»


Anche nelle strade di New York le bandiere della Palestina e dell'Egitto sventolano fianco a fianco ...


Le immagini sono tratte dal video relativo al servizio della corrispondente di PressTV da New York, Susan Modaress, e si può visionare in questo link.

* * *

E mi permetto di aggiungere questa riflessione.

Il destino dei palestinesi è diventato per me una questione molto personale da molti anni ed è difficile per tanti che conosco condividere questo senso di urgenza che provo. Ecco, vorrei riuscire a fare comprendere ad altri quanto sia in realtà davvero molto PERSONALE per tutti noi la liberazione dei Palestinesi, e ovviamente di tutto il mondo arabo. Quanto ci riguardi e dovrebbe toccarci da vicino.

Non penso di esagerare con la mia affermazione. E so per certo di non essere l'unica persona a coltivare questa convinzione. Propongo una piccola riflessione, che prendo in prestito dall’autore e amico Alan Hart (uno dei maggiori esperti in questioni mediorientali) per spiegare la portata dell’ingiustizia che i palestinesi sono costretti a subire da decenni – a dire il vero da oltre un secolo, ma questo fatto non è noto alla maggioranza delle persone in occidente.

La persecuzione degli ebrei è avvenuta qui, in Europa, non in Palestina. Anzi, i palestinesi sono stati per secoli i migliori protettori degli ebrei. Eppure sono i palestinesi a pagare per la strage degli ebrei commessa in Europa, e anche in Italia.

Abbiamo un obbligo morale a venire in soccorso dei nostri fratelli in Palestina, ognuno nel ruolo che può rivestire o che gli sia più congeniale. Anche solo parlarne è di aiuto: le opinioni possono influenzare le persone che sanno ascoltare.

Un risveglio collettivo delle coscienze può costituire un potere contrattuale molto efficace nei confronti di chi prende decisioni.

E abbiamo l’obbligo morale di aprire gli occhi sulla realtà del regime razzista di Israele, la cui mira è la pulizia etnica dei palestinesi – e non solo dei palestinesi, e lo è da oltre cento anni , da decenni prima dell'ascesa del nazismo in Germania.

Altrimenti Israele diventerà un “Mostro fuori controllo”, sempre per citare Alan Hart, che tuttavia afferma che Israele è già al di là di ogni possibile controllo che si voglia tentare di esercitare.

Quando la frontiera con Gaza si aprirà, sarà il segnale che sta iniziando un vero cambio di Regime in Egitto. E nel mondo arabo. E sarà il segnale che la morsa micidiale esercitata dall’Impero NeoCon Sionista sul Medio Oriente allargato, sta perdendo forza.

Egeria

... continua ...