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martedì 24 maggio 2011

Discorso di Obama al Mondo Arabo - Parte II: - Egitto, Tunisia, Palestina, Israele

Homepage Egeria - N° 20
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Parla Egeria

Dopo questa introduzione troverete in basso la traduzione della seconda parte del discorso di Obama 'sul Mondo Arabo'. La prima parte è stata pubblicata qualche giorno fa e la troverte a questo link, preceduta da un riepilogo della situazione attuale nel mondo Arabo e in particolare in Palestina.

Nella prima parte del discorso, Obama si era scagliato contro quei paesi che non intendono sottostare alle condizioni di Washington e di Israele - come l'Iran e la Siria, e ovviamente la Libia. Aveva inoltre liquidato la grave situazione del Bahrein - causata dall'invasione dell'Arabia Saudita con l'assenso di Washington - commentando che «il governo del Bahrein ha il legittimo diritto a fare rispettare la legge», mentre sull'Arabia Saudita non ha proferito parola nell'intero discorso, nonostante la corte saudita sia il vero criminale nella regione insieme a Israele - entrambi causa di tanti mali, di tanta repressione nel mondo Arabo.

In questa seconda parte Obama affronta la questione Palestinese, proponendo - per la prima volta in pubblico - la soluzione di uno Stato Palestinese entro in confini antecedenti la guerra del 1967. Ma prima di arrivare alla questione Palestinese, Obama parla di Egitto e Tunisia e illustra una serie di iniziative per 'stimolare l'economia' di questi paesi in particolare, e di altri nella regione, anche per mezzo di erogazioni di fondi.

Agli occhi di un lettore non bene informato, questo progetto potrebbe rappresentare la prova della 'buona fede' di Washington, ma niente è più lontano dalla verità. Vediamo perché, e per quali fini questi fondi dovrebbero servire.

Egitto e Tunisia confinano con la Libia, rispettivamente a Est e a Ovest. E sappiamo bene quali siano le mire dell'Impero in Libia: tutto sembra indicare la ripetizione dello scenario visto nei Balcani, prima, e in Iraq successivamente.

L'Egitto inoltre confina a Est con Israele e con Gaza. Per decenni Mubarak ha ricevuto miliardi di dollari da Washington per fare il 'cane da guardia' di Israele, e in tempi più recenti, per mantenere chiusi i confini con Gaza. Ora al governo dell'Egitto c'è il Consiglio Militare, che è composto dagli stessi personaggi che per tre decenni sono stati gli esecutori degli ordini di Washington e Israele. Mubarak rappresentava un mero simbolo, un fantoccio ben remunerato per il ruolo che impersonava. E inoltre da sempre l'élite militare è in controllo del 90% dell'economia egiziana. L'Egitto è da molti decenni un regime militare a tutti gli effetti. E Washington farà di tutto per mantenere lo status quo, permettendo magari l'elezione di un nuovo presidente 'fantoccio'. Sappiamo che si sono proposti per la presidenza dell'Egitto due figure politiche che nei decenni hanno sempre rappresentato gli interessi di Washington e Israele nelle rispettive sedi: Amr Moussa, in veste di direttore della Lega Araba, e El Baradei, nella sua carica di direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Mai politiche, da parte di questi due signori, per mettere Israele di fronte alle proprie responsabilità, né nell'Agenzia Atomica, né nella Lega Araba. Sia Moussa che El Baradei si sono dimessi di recente dalle proprie cariche. Intendono fare sul serio nelle prossime elezioni presidenziali egiziane.

Nel discorso che segue, Obama parla molto dell'appoggio che gli USA intendono riservare ai paesi che daranno prova di una 'transizione verso la democrazia'. Ma vediamo - brevemente - cosa stanno facendo gli USA nella regione, e da cosa sono motivati. E vediamo se è vero che desiderano condizioni di vera democrazia nel mondo Arabo.

Negli USA attualmente 50 milioni di persone sono disoccupate. Il 15% della popolazione è in carcere. Un quinto della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Circa 1.000 miliardi di dollari (un trilione) vengono spesi per il budget militare e per i servizi segreti - perfino il budget per il ministero dell'energia serve soprattutto per produrre armi nucleari dell'ultima generazione. I budget per l'istruzione e la sanità sono ridotti all'osso - eppure basterebbe una somma corrispondente al costo di un solo aereo caccia impiegato in Libia per assumere 20.000 insegnanti negli USA.

Se gli USA non continueranno ad avere un accesso privilegiato, a basso costo, al petrolio e ad altre risorse fondamentali, saranno destinati al collasso in breve tempo.

E quindi - come ha brillantemente riassunto un esperto americano di origine indiana intervistato da PressTV: gli USA finanziano le enormi basi militari permanenti (circa un migliaio) in giro per il mondo, per garantire la supervisione degli interessi geo-politici americani e cioè l'accesso alle risorse, e viceversa necessitano l'accesso alle risorse per finanziare gli eserciti, gli armamenti, e le basi militari. In Iraq, ad esempio, sono in perdita e devono recuperare altrove (in Libia, ad esempio).

Per quanto riguarda l'intera area del Golfo Persico, Washington ha delegato all'Arabia Saudita il compito di agire da forza imperiale per sopprimere le sommosse nel sangue, garantire il flusso del petrolio verso l'occidente e salvaguardare l'egemonia di Israele nella regione. Solo pochi mesi prima dell'inizio delle rivolte, gli USA hanno fornito all'Arabia Saudita un arsenale bellico per la somma record di 60 miliardi di dollari.

La brutale repressione del Bahrein è servita da modello per una dimostrazione di forza indirizzata alle popolazioni del Golfo Persico, un deterrente per altri eventuali tentativi di insurrezione nell'area.

Come se non bastasse, da qualche tempo si sta costituendo un esercito privato di mercenari superaddestrati negli Emirati Arabi Uniti.

Il 15 maggio PressTv (che si riceve ovunque nel pianeta) informava il mondo su quello che appunto si sta verificando negli Emirati. L'informazione è stata poi riassunta in un breve articolo, in cui ci viene spiegato che il miliardario Erik Prince, fondatore della famigerata organizzazione mercenaria Blackwater, è stato assunto per 500 milioni di dollari dal principe erediatrio di Abu Dhabi per formare un esercito segreto di mercenari stranieri negli Emirati, in una base militare dal nome Zayed Military city. Già sono presenti numerosi colombiani e sud-africani e altri starnieri, addestrati da soldati americani, dai veterani delle unità per operazioni speciali tedesce e britanniche e dalla Legione Straniera francese. I documenti mostrano che l'esercito straniero sarà incaricato di missioni speciali sia negli Emirati che nell'area del Golfo, per difendere gli oleodotti e i grattacieli da attacchi terroristici, e per sedare eventuali rivolte. Diceva inoltre l'articolo, che gli Emirati sono stretti alleati degli Stati Uniti e un funzionario confermava che Washington è al corrente del programma, e commentava: «Gli stati del Golfo Persico e in particolare gli Emirati, non hanno molta esperienza militare; è quindi comprensibile che cerchino un aiuto all'esterno.»

Ricordiamo che PressTV trasmette in inglese, nel mondo intero, su tutti i satelliti di telecomunicazione. Non è necessaria la Tv a pagamento, basta un piccolo decoder analogico satellitare per prendere PressTV. E si può guardare in streaming sul sito di PressTv 24 h/24. Vengono trasmessi anche molti reportage e documentari di grandissimo valore culturale e divulgativo.

La seconda parte del discorso di Obama va quindi letto alla luce delle considerazioni in alto che sembrano smentire la versione dei 'buoni propositi' illustrati dal presidente americano.

Per assurdo, invece, sembra che Obama voglia forse - forse - fare sul serio con la questione Palestinese. E' quello che pensano alcuni tra gli esperti che in questi giorni si sono succeduti numerosi per commentare il discorso di Obama sul Mondo Arabo e il successivo discorso del presidente di fronte alla Israel Lobby AIPAC. E' vero che Obama nel discorso alla AIPAC ha ritrattato sul piccolo spiraglio di apertura mostrato nel discorso tradotto in basso in merito ai confini pre-guerra del 1967. Ma è anche vero che solo due giorni dopo, durante una conferenza stampa internazionale a Londra, Hillary ha citato le esatte parole di Obama sulla questione Palestinese, pronunciate nel discorso in basso, ribadendo che Obama è serio in merito alla questione.

Infatti Obama - che sappiamo non essere particolarmente entusiasta di Netanyahu - ha fatto la mossa strategica di programmare la partenza per l'Europa, insieme a Hillary Clinton ovviamente, in una data che gli avrebbe evitato di essere presente per i discorsi di Netanyahu di fronte alla AIPAC e al Parlamento americano.

Ieri il discorso di Netanyahu di fronte alla AIPAC è stato spesso interrotto da attivisti infiltrati, poi arrestati uno dopo l'altro, in diretta mondiale. Oggi Netanyahu ha parlato di fronte al Parlamento americano. Nel suo discorso il premier israeliano dichiarava che Israele non avrebbe mai ceduto i territori previsti per uno stato Palestinese entro i confini pre-1967, e ribadiva che Israele intende appropriarsi dell'intera Gerusalemme.

Comunque per la prima volta a Washington è in corso una massiccia contro-iniziativa ANTI-AIPAC, di cui relazioneremo in altro post.

Sono poi arrivate le prime reazioni di alcuni finanziatori ebrei che hanno contribuito alla campagna elettorale di Obama del 2008 e in questi giorni partecipano al congresso della AIPAC. Dichiaravano che non avrebbero più dato contributi per la campagna di ri-elezione di Obama - prevista per l'anno prossimo - perché, a loro dire «Obama ha tradito Israele.» Obama sicuramente sapeva di correre questi rischi, e quindi sarà spinto da motivazioni serie per appoggiare la creazione di uno Stato Palestinese. E qui di seguito alcuni esperti le valutano brevemente.

Al momento i pareri degli esperti che hanno analizzato le vicende di questi giorni sono divisi. Molti vedono l'intera faccenda solo come teatrino politico a beneficio delle popolazioni arabe. Ma alcuni, sia americani che britannici che mediorientali, vedono segni di un cedimento a Washington in favore dei Palestinesi.

La docente in scienze politiche Nada Hashwi commentava: «dopo il periodo iniziale delle rivolte arabe abbiamo assistito ad un'ondata di contro-rivoluzioni, perché nel frattempo i dittatori arabi riuscivano a riprendersi e riorganizzarsi. Ma ora è in atto una rivolta Palestinese. Le vicende del Nakba Day hanno dimostrato che i Palestinesi sono determinati a riappropriarsi della loro Terra, e che la comunità internazionale sta completamente dalla loro parte. Obama è consapevole che un supporto incondizionato per Israele e l'impossibilità per i Palestinesi di avere giustizia potrebbe scatenare una guerra nell'intera area, perché tutti i popoli arabi supportano la Causa Palestinese, e sono arrivati al punto da non lasciarsi più intimidire dai loro dittatori, in particolare gli egiziani e i yemeniti.» Anche oggi circa 60 i morti nelle strade dello Yemen, ma qui Washington non vede alcuna necessità di intervenire - già: c'è poco petrolio nello stato impoverito dello Yemen.

Hussein Ibish, americano, funzionario della 'American Task Force on Palestine', Washington, commentava: «a Washington, le comunità delle politiche estere, dei servizi segreti, e del Pentagono, da qualche tempo concordano tra loro che sia essenziale e assolutamente vitale per gli interessi nazionali degli Stati Uniti fare cessare l'occupazione illegale iniziata da Israele nel 1967 e operare verso la creazione di uno stato Palestinese indipendente. Si rendono conto che gli Stati Uniti non hanno più alcuna scelta opzionale.»

A Londra veniva intervistato John Reese co-fondatore della coalizione britannica 'Stop the War'. Parlava al microfono di Hassan Ghani, mentre partecipava ad una manifestazione anti-Obama, oggi appunto a Londra, per incontrare i reali e il premier britannico. Niente più folle entusiaste a Londra per Obama, come era successo invece due anni fa. Solo proteste per ciò che succede in Palestina e nel Bahrein. Proprio due giorni fa il premier britannico aveva accolto con grandi sorrisi e cerimonie il principe ereditario del Bahrein. Londra non perdona.

John Reese riassumeva in queste parole l'opinione espressa dagli esperti che vedono uno spiraglio di speranza. «Obama si rende conto che la totalità dei popoli, eccetto quello americano, è completamente schierata dalla parte dei Palestinesi, e che presto anche gli americani si sveglieranno e vedranno la realtà. E allora per Washington sarà un bel problema.»

Sì - aggiungo io - sarà un bel problema, perché si renderanno conto che Washington ha anteposto gli interessi di Israele a quelli del popolo americano, e comprenderanno che la giustizia per il popolo americano, saccheggiato e raggirato in favore di politiche estere che rasentano la follia totale, è strettamente legata alla Giustizia per i Palestinesi.


Discorso di Obama al Mondo Arabo,
19 Maggio 2011
Parte 2a


Una lezione che possiamo apprendere in questi tempi è che le divisioni settarie non devono necessariamente risultare in conflitti. In Iraq vediamo la promessa di una democrazia multi-etnica, multi-settaria. I cittadini iracheni hanno rigettato i pericoli della violenza politica in favore del processo democratico e si sono presi la responsabilità per la propria sicurezza. Come vale per ogni democrazia sul nascere, gli iracheni affronteranno battute di arresto. Ma l’Iraq è destinato a giocare un ruolo chiave nella regione se perseguirà il suo progresso pacifico. Se così sarà, l’America sarà orgogliosa di affiancarsi al popolo come partner affidabile.

E dunque nei mesi a venire, l’America dovrà esercitare tutta la propria influenza per incoraggiare le riforme nella regione. Anche se riconosciamo che ogni paese rappresenta un caso individuale, dobbiamo parlare con onestà dei principi che difendiamo, sia con gli amici che non i nemici. Il nostro messaggio è semplice: se sarai disposto a correre i rischi che le riforme richiedono, avrai il pieno appoggio degli Stati Uniti. Perché i nostri sforzi devono indirizzarsi aldilà della élite al potere, per raggiungere le popolazioni che forgeranno il futuro – i giovani in particolare.

Continueremo a dare seguito all’impegno che ho preso nel Cairo – di sponsorizzare l’imprenditoria, di espandere gli scambi culturali; di promuovere la cooperazione nelle scienze e nella tecnologia, e di combattere le malattie. Nell’intera regione intendiamo fornire assistenza a società civili, anche a quelle ufficialmente non sanzionate nonostante dicano verità scomode (?). E useremo la tecnologia per dialogare con i popoli e ascoltare le loro voci.

Infatti, la vera riforma non potrà pervenire solo dalle urne elettorali. I nostri sforzi saranno diretti a supportare i diritti fondamentali per la libera espressione e il libero accesso all’informazione. Supporteremo il diritto dei giornalisti a fare informazione – che siano blogger o lavorino per I grandi media, e il diritto del libero accesso a internet. Nel 21esimo secolo, l’informazione è potere; la verità non può essere nascosta; e la legittimità dei governi dipenderà in ultima analisi dai cittadini informati e attivi.

Un dialogo aperto è importante anche quando le opinioni espresse non coincidono con le nostre. L’America rispetta il diritto di voci pacifiche e rispettose della legge ad esprimersi, anche se siamo in disaccordo con loro. Saremo lieti di cooperare con chiunque voglia abbracciare la causa della vera democrazia. E ci opporremo al tentativo di qualsiasi gruppo di restringere i diritti di altri, e di mantenere il potere con l’uso di mezzi coercitivi e non mediante il consenso. Perché la democrazia non dipende solo dalle elezioni, ma anche da istituzioni forti e responsabili, e dal rispetto dei diritti delle minoranze.

La tolleranza è importante in particolare per quanto riguarda la religione. In Piazza Tahrir abbiamo sentito Egiziani di tutte le fedi ed estrazioni esclamare “Musulmani o Cristiani, siamo uniti.” L’America si impegnerà per fare prevalere questo spirito – per fare rispettare tutte le fedi, e per costruire il dialogo interreligioso. In una regione che è la culla di tre religioni diffuse nel mondo, l’intolleranza può solo generare sofferenza e stagnazione. E perché questa stagione di cambiamenti abbia successo, i Cristiani Copti devono avere il diritto di culto nel Cairo, così come gli Shiiti del Bahrein hanno il diritto alla salvaguardia delle loro moschee (distrutte nella quasi totalità negli ultimi mesi, n.d.t.).

Ciò che vale per le minoranze religiose, vale anche per i diritti delle donne. La storia ci dimostra che le nazioni con donne attive pubblicamente sono più prosperose e pacifiche. E’ per questo che continueremo ad insistere che i diritti universali riguardano sia gli uomini che le donne – nel fornire l’assistenza per la salute delle donne e dei bambini; nel supportare le donne che vogliono insegnare o avviare attività di commercio; nel difendere i diritti delle donne a candidarsi per cariche pubbliche. Perché la regione non raggiungerà mai il proprio potenziale se a metà della popolazione viene impedito di perseguirlo.

Ma i nostri sforzi non possono limitarsi a promuovere riforme politiche e diritti umani. E quindi l’altro aspetto sul quale concentrare i nostri sforzi è lo sviluppo economico delle nazioni che transitano verso la democrazia. Dopotutto la gente non è scesa in piazza solo per via della politica. Molti sono stati sospinti principalmente dalla necessità di mettere in tavola il cibo per la famiglia.

Troppe persone nella regione si svegliano al mattino con la mera speranza di arrivare alla fine della giornata, e che forse un giorno la fortuna busserà alla loro porta. Ovunque nella regione molti giovani hanno una solida istruzione, ma poche speranze di trovare un lavoro. Gli imprenditori hanno tante idee, ma il sistema corrotto non permette di realizzarle.

La risorsa meno sfruttata nella regione del Medio Oriente e Nord Africa è il talento della gente. Nelle recenti proteste abbiamo visto quel talento al lavoro, quando le persone si sono servite della tecnologia per far girare il mondo. Non a caso uno dei leader della rivolta in Piazza Tahrir era un dirigente della Google. Quell’energia ora deve essere canalizzata, in ognuno dei paesi, in modo che i successi della protesta si traducano in crescita economica. Così come le rivoluzioni democratiche possono essere innescate dalla mancanza di opportunità individuali, le transizioni verso la democrazia dipendono dallo sviluppo verso una prosperità allargata.

Dalle nostre esperienze intorno al mondo, vediamo che è importante concentrare l’attenzione sul commercio, non solo sull’aiuto umanitario; e sull’investimento, non solo sull’assistenza. L’obiettivo deve essere un modello in cui il protezionismo ceda il passo all’apertura; il regno del commercio deve passare dalle mani di pochi a quelle di tanti, in modo che l’economia generi lavoro per i giovani. Il supporto dell’America per la democrazia sarà basato quindi sulla stabilità finanziaria; sul promuovere riforme; e sull’integrare tra loro mercati competitivi per un’economia globale – a iniziare dalla Tunisia e dall’Egitto.

Prima di tutto abbiamo chiesto alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale di presentare un piano in occasione del G-8 che si riunirà la prossima settimana. Un piano che illustri cosa sia necessario per stabilizzare e modernizzare le economie di Egitto e Tunisia. Insieme dobbiamo aiutarli a riprendersi dagli sconvolgimenti della rivolta democratica, e supportare i governi che saranno eletti quest’anno. E stiamo sollecitando altre nazioni ad assistere Egitto e Tunisia a soddisfare le proprie esigenze finanziarie immediate.

In secondo luogo, vogliamo evitare che un nuovo Egitto democratico sia travolto dai debiti del passato. E quindi allevieremo l’Egitto di 1 miliardo di dollari di debito, e lavoreremo con i nostri partner egiziani affinché queste risorse siano investite ai fini della crescita imprenditoriale. Aiuteremo l’Egitto a riconquistare l’accesso ai mercati garantendo 1 miliardo di dollari in prestito, necessari per finanziare infrastrutture e creare posti di lavoro. E aiuteremo il nuovo governo democratico a recuperare il patrimonio sottratto illegalmente.

Terzo, stiamo lavorando con il nostro Parlamento per creare un Fondo Imprenditoriale da investire in Tunisia e Egitto. Il modello seguirà quello del fondo creato per supportare la transizione dell’Europa dell’Est dopo la caduta del Muro di Berlino. La OPIC (agenzia governativa americana che mobilizza capitali in aree critiche per le politiche estere degli Stati Uniti) lancerà a breve un programma per sostenere gli investimenti privati nella regione. E lavoreremo con i nostri alleati per fare in modo che la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo fornisca lo stesso supporto per transizioni democratiche e per la modernizzazione del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, come ha fatto per l’Europa.

Quarto, gli Stati Uniti lanceranno l’iniziativa per una complessiva ‘Partnership di Commercio e Investimenti’ in Medio Oriente e Nord Africa. Se si esclude l’export del petrolio, il tetto complessivo dell’export in questa regione di oltre 400 milioni di persone raggiunge appena quello della Svizzera. E quindi lavoreremo con l’Unione Europea per promuovere l’incremento del commercio nella regione, partendo dalle relazioni commerciali già esistenti per favorire l’integrazione con i mercati americani ed europei, e aprendo le porte a quelle nazioni che adotteranno uno standard alto di riforme e di liberalizzazione del commercio, per incrementare con esse gli scambi commerciali. Proprio come la creazione dell’Unione Europea è servita come incentivo per riforme in Europa, la prospettiva per una economia moderna e prosperosa nella regione potrà creare l’impulso necessario per riforme nel Medio Oriente e nel Nord Africa.

Per raggiungere la prosperità sarà anche necessario abbattere quei muri che costituiscono un ostacolo al progresso – la corruzione della classe dirigente che ruba al popolo; le pratiche viziose che impediscono ad un’idea di tradursi in attività lavorativa; il meccanismo corrotto che distribuisce le ricchezze sulla base di fattori tribali o settari. Aiuteremo i governi a soddisfare gli obblighi internazionali e a investire in sforzi per combattere la corruzione; collaborando con parlamentari impegnati in programmi di riforme, e con attivisti che fanno uso delle tecnologie per spingere il governo ad agire con responsabilità.

E vorrei concludere parlando di un altro aspetto fondamentale del nostro impegno nella regione, che riguarda l’obiettivo della pace.

Per decenni il conflitto tra israeliani e Arabi ha gettato un’ombra sulla regione. Per gli israeliani ciò ha significato vivere nel terrore di vedere i figli morire in attentati agli autobus o a causa di razzi lanciati sulle loro case, oltre al dolore di sapere che ad altri bambini nella regione si insegna ad odiarli. Per i Palestinesi ha significato subire l’umiliazione dell’occupazione, e non potere mai vivere in una Nazione che sia la loro. Inoltre, questo conflitto ha rappresentato un costo alto per il Medio Oriente, dato che ostacola la formazione di partnership che potrebbero generare maggiore sicurezza, prosperità, e potere decisionale per la gente comune.

Il mio governo ha lavorato con le due parti e con la comunità internazionale negli ultimi due anni per mettere fine al conflitto, ma le aspettative non sono state raggiunte. Le attività degli insediamenti israeliani continuano. I Palestinesi hanno abbandonato il tavolo delle trattative. Il mondo assiste ad un conflitto che si protrae da decenni ed è arrivato ad un punto morto. Alcuni sostengono che a causa dei cambiamenti e delle incertezze nella regione, semplicemente non è possibile fare passi avanti.

Personalmente, non sono d’accordo. In tempi in cui le genti della regione si stanno liberando dei pesi del passato, la necessità di spingere per una pace duratura che metta fine al conflitto e risolva le rivendicazioni è urgente più che mai. Per i Palestinesi, gli sforzi di delegittimare Israele finirà nel fallimento. Azioni simboliche per isolare Israele presso le Nazioni Unite a settembre non creeranno uno Stato Indipendente. I leader Palestinesi non otterranno pace e prosperità se Hamas prosegue sul cammino del terrore e del rifiuto. E i Palestinesi non raggiungeranno mai l’Indipendenza negando il diritto di Israele ad esistere.

Quanto ad Israele, la nostra amicizia è profondamente radicata in una storia condivisa e in valori condivisi. Il nostro impegno per la sicurezza di Israele è incrollabile. E ci opporremo a tentativi di prendere di mira Israele nelle sedi internazionali. Ma proprio in virtù della nostra amicizia, è importante che diciamo la verità: lo status quo è insostenibile, e anche Israele deve agire con coraggio per promuovere una pace duratura.

Il fatto è, che il numero di Palestinesi in Cisgiordania sta aumentando. La tecnologia renderà più difficile a Israele potersi difendere. I profondi cambiamenti che la regione sta attraversando condurranno al populismo, in cui milioni di persone – e non solo pochi leader – crederanno che la pace sia possibile. La comunità internazionale è stanca di un processo di pace che non produce risultati. Il sogno di uno stato ebraico e democratico non può avverarsi mediante occupazione permanente.

In ultima analisi, spetta agli israeliani e ai Palestinesi prendere iniziative. La pace non può essere imposta, né possono interminabili deroghe far sparire il problema. Ma quello che l’America e la comunità internazionale possono fare, è parlare francamente e dire quello che tutti sanno: una pace duratura richiede due stati per due popoli. Israele come stato ebraico e patria del popolo ebraico, e lo Stato della Palestina come patria per il Popolo Palestinese; con il diritto di ogni stato all’autodeterminazione, al riconoscimento e alla pace.

Mentre è vero che le questioni centrali del conflitto dovranno essere negoziate, le basi di tali negoziati sono chiare: una Palestina attuabile, e un Israele al sicuro. Gli Stati Uniti ritengono che i negoziati dovrebbero risultare in due stati, con confini permanenti tra Palestina e: Israele, Giordania, Egitto, e con confini permanenti tra Israele e Palestina. I confini tra Israele e Palestina dovrebbero basarsi sui confini del 1967, con scambi (territoriali) concordati, in modo da stabilire confini sicuri per entrambi e rispettati da entrambe le parti. Il popolo Palestinese deve avere il diritto di auto-governarsi e raggiungere il proprio potenziale in uno stato sovrano e contiguo.

E in quanto alla sicurezza, ogni stato ha il diritto a difendersi, e Israele deve essere in grado di difendersi – autonomamente – contro ogni minaccia. Bisogna predisporre il necessario per prevenire la recrudescenza del terrorismo; per mettere fine all’infiltrazione di armi (!); e per implementare una sicurezza efficace alle frontiere. Il pieno e graduale ritiro delle forze armate israeliane deve coincidere con il presupposto che i Palestinesi agiscano con responsabilità in merito alla sicurezza, in uno stato sovrano non militarizzato (!!! – un mini-stato sovrano senza esercito né armi, accanto ad una superpotenza militare ostile - fantastico). La durata di questo periodo di transizione deve essere concordata, e l’efficacia delle disposizioni di sicurezza deve essere dimostrata.

Sulla base di questi presupposti si possono avviare i negoziati. I Palestinesi dovranno sapere quali siano i contorni territoriali del loro Stato; gli israeliani dovranno essere rassicurati in merito alle loro necessità di sicurezza. So bene che queste misure da sole non saranno sufficienti a risolvere il conflitto. Rimangono da affrontare due questioni delicate: il futuro di Gerusalemme, e la sorte dei rifugiati Palestinesi. Ma nel procedere subito per stabilire i territori e la sicurezza, si forniscono le basi per risolvere questi due aspetti in un modo equo e giusto, che rispetti i diritti e le aspirazioni degli israeliani e dei Palestinesi.

Riconoscere che i negoziati devono iniziare con gli aspetti del territorio e della sicurezza non significa che poi sarà facile tornare al tavolo dei negoziati. In particolare, il recente annuncio di un accordo tra Fatah e Hamas, solleva interrogativi legittimi per Israele – come fare a entrare in trattative con chi non si mostra disponibile a riconoscere il tuo diritto ad esistere. Nei mesi a seguire, i leader Palestinesi dovranno fornire una risposta credibile a questo interrogativo. Nel frattempo, gli Stati Uniti, i nostri partner del Quartet, e gli stati Arabi dovranno perseguire ogni sforzo per superare l’attuale impasse.

Mi rendo conto di quanto sia difficile. Il sospetto e l’ostilità sono stati trasmessi di generazione in generazione, e a periodi si sono intensificati. Ma sono convinto che gli israeliani e i Palestinesi, in maggioranza, preferiscano guardare verso il futuro, piuttosto che rimanere intrappolati nel passato. Vediamo questo spirito nel padre Israeliano il cui figlio è stato ucciso da Hamas, che ha fondato un’organizzazione per fare incontrare Israeliani e Palestinesi che avevano subito la perdita dei loro cari. Aveva detto: “Alla fine mi sono reso conto che l’unico modo per fare progressi era riconoscere la natura del conflitto.” E lo vediamo nelle azioni di un Palestinese che ha perso tre figlie, uccise dall’artiglieria israeliana in Gaza. “Ho il diritto a essere arrabbiato,” diceva. “Tante persone si aspettavano di vedermi reagire con odio. Ma la mia risposta è: mi rifiuto di odiare … preferisco sperare nel domani.”

E’ questa la scelta giusta da fare – non solo in questo conflitto, ma nell’intera regione – una scelta tra l’odio e la speranza; tra le catene del passato e la promessa del futuro. E’ una scelta che devono fare sia i leader che i popoli, ed è una scelta che definirà il futuro di una regione che è stata la culla della civiltà ma anche teatro di infiniti conflitti.

Per tutte le sfide che ci attendono, vedo molte ragioni per essere fiducioso. In Egitto vedo gli sforzi dei giovani che hanno guidato le proteste. In Siria vedo il coraggio dei manifestanti che resistono nonostante le violenze che subiscono durante le proteste pacifiche. In Banghazi, una città minacciata di distruzione, vediamo la gente radunarsi nella piazza di fronte al tribunale per celebrare la libertà finora negata. In tutta la regione, quei diritti che per noi sono scontati, vengono ora accolti con gioia da coloro che vogliono liberarsi dalla morsa della tirannia.

Per i cittadini americani le scene di insurrezione nella regione possono sembrare sconvolgenti, ma le forze che la sospingono non sono a noi sconosciute. La nostra nazione è nata in seguito alla ribellione ad un impero. Il nostro popolo ha combattuto una guerra sofferta che ha esteso i diritti alla libertà e alla dignità a coloro che erano in stato di schiavitù. E non sarei qui, oggi, se le generazioni passate non avessero usato la forza morale non-violenta per migliorare il nostro paese – organizzandosi, marciando e protestando pacificamente, insieme, per tradurre in realtà quelle verità secondo cui “tutti gli uomini sono nati eguali”.

Quelle parole devono guidare la nostra risposta alla trasformazione che sta avvenendo nel Medio Oriente e in Nord Africa – parole che ci ricordano che la repressione fallirà, che i tiranni cadranno, e che ogni essere umano ha diritti inalienabili. Non sarà facile. La linea verso il progresso non è una linea retta, e le avversità si alterneranno a tempi di speranze. Ma gli Stati Uniti d’America sono stati fondati sulla convinzione che i popoli abbiano il diritto di auto-governarsi. E quindi non possiamo esimerci dal prendere la parte di coloro che lottano per i propri diritti, sapendo che la loro vittoria porterà a un mondo più pacifico, più stabile, più giusto.

domenica 10 aprile 2011

Egitto - Di Nuovo Tutti In Piazza Contro Israele e La Giunta Militare Egiziana - Bahrein verso la distruzione

Homepage Egeria - N° 16
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Parla Egeria

Erano milioni gli egiziani in piazza durante questo weekend e quello della settimana scorsa. I cittadini si sono resi conto dell’inganno da parte della Giunta Militare al comando del paese. Niente riforme democratiche in vista. Niente apertura della frontiera con Gaza: i Colonnelli autorizzano iniziative per forniture di materiale da costruzione destinato a Gaza, ma poi agiscono nell’ombra per impedire l’entrata dei camion in Gaza. I cittadini avevano chiesto con insistenza una revisione del cosiddetto Trattato di Pace con Israele, e invece i Colonnelli stanno a guardare mentre ogni giorno Israele colpisce Gaza con missili, e i carri armati israeliani aprono il fuoco sulla popolazione. 19 morti, decine di feriti e centinaia di arresti: questo il bilancio degli ultimi 3 giorni in Gaza e altri territori occupati della Palestina.

Venerdì scorso la rabbia verso Israele e la complicità dei Colonnelli egiziani è scoppiata nelle piazze del Cairo e di Alessandria. Ma la Giunta militare è intervenuta con violenza e brutalità. In basso la cronaca delle manifestazioni con immagini che testimoniano quanto successo. Che sia ben chiaro, gli egiziani non si limitano a chiedere: prendono iniziative. Nel mio prossimo post sull'Egitto racconterò 2 tentativi da parte degli attivisti egiziani di fare aprire i cancelli di Gaza, e quali sono state le criminali reazioni del regime egiziano. Tuttavia, prima di arrivare alla cronaca delle ultime vicende egiziane, in basso, vorrei ricordare la terribile situazione del Bahrein che sta deteriorando di giorno in giorno.

Breve aggiornamento sul Bahrein


In tre post recenti ho parlato dell’invasione della piccola isola da parte delle forze dei paesi del Golfo, capeggiati dall’ammiraglia Arabia Saudita.

Ho raccontato le violenze, uccisioni, distruzioni di edifici pubblici e privati e luoghi di culto, l’assedio dei villaggi, le file di checkpoint tra un villaggio e l’altro per isolare i cittadini e impedire qualunque tentativo di rivolta organizzata. Ho relazionato in merito agli ospedali razziati e messi sotto sequestro militare, e dell’impossibilità per i feriti di essere ammessi: chiunque abbia tentato di farsi medicare è stato arrestato e torturato e alcuni feriti sono morti sotto tortura mentre erano in custodia militare. Ho parlato di medici e infermieri abbattuti stile esecuzione perché tentavano di soccorrere i feriti. Ho parlato di case abbattute o distrutte perché abitazioni degli attivisti politici o esponenti della comunità medica. Ho parlato di centinaia di arresti e altre centinaia di persone sparite, di corpi che vengono rinvenuti in luoghi nascosti alla vista pubblica.

Da qualche tempo ho interrotto il racconto del Bahrein per un motivo preciso. Sto compilando un dossier che non sia una semplice cronaca delle recenti atrocità. L’intenzione è quella di illustrare – brevemente – il tipo di società moderna, avanzata e organizzata che caratterizza il Bahrein, in totale antitesi con la realtà della monarchia che lo governa (per così dire), culturalmente arretrata, di stampo oscurantista wahabi, che si vanta di essere ‘una dinastia di conquistatori’ perché si è instaurata nel Bahrein mediante il brigantaggio e la pirateria. È contro questa combricola di gangster in antitesi con il mondo arabo moderno che il popolo si sta rivoltando. Ma raccontare questa parte è facile. Esiste invece un altro aspetto che non è semplice documentare e per il quale contavo sulle analisi degli esperti autorevoli in materia.

Perché ciò che ho visto profilarsi, da qualche tempo, in questa repressione della protesta popolare per riforme democratiche, è uno schema che ho già osservato in altri casi, in altri paesi in cui si tentava di sopprimere l’autonomia di un popolo. L’ho visto succedere in Palestina e l’ho visto succedere in Iraq. E l’analogia non è casuale: in entrambi i casi – come ora nel Bahrain – il metodo applicato è quello concepito dai sionisti: quello della decapitazione della classe accademica, scientifica, intellettuale di un popolo, per distruggere il collante culturale della società che si vuole assoggettare e piegare all’invasore – o anche sopprimere come nel caso della Palestina. Ma per affermare ciò – e cioè che nel Bahrein sia in atto di proposito la repressione di stampo sionista – è necessario l’apporto degli esperti in materia – che per ora esiste solo verbalmente in forma di commenti che accompagnano le immagini di filmati amatoriali trasmessi in tv, mentre mancano articoli pertinenti sul web.

Negli ultimi giorni alcuni degli esperti interpellati da PressTV hanno fatto notare che dietro a questa sistematica repressione della rivolta del Bahrein c’è chiaramente la mano del Mossad e della Cia e che non è certo un mistero la collaborazione tra le forze militari saudite, americane e israeliane, mirata a salvaguardare l’egemonia sionista nella regione. Tuttavia sono ancora in attesa che vengano trascritti sul sito i commenti fatti in diretta – quelli più esemplificativi. Purtroppo non tutti i commenti vengono poi trascritti e pubblicati. È successo proprio di recente e proprio in merito a commenti preziosi sul Bahrein. Certo, io posso citare quanto la memoria mi permette di registrare, ma assume tutt’altro peso un’analisi qualificata per bocca dell’esperto.

Esiste tuttavia la rivelazione di Wikileaks in merito alle connessioni tra la monarchia del Bahrein e il Mossad (v. articolo della testata israeliana Haaretz). Viene anche evidenziato che il re al Khalifa ha espressamente vietato agli esponenti del governo di chiamare Israele ‘regime sionista’ - anzi, il monarca vieta l’uso del termine sionista tout-court.

Appena possibile, quindi, tornerò di nuovo sul Bahrein, dove la situazione peggiora di giorno in giorno, di ora in ora. Ed è davvero obbligatorio parlare del Bahrein, in quanto è stato imposto da parte di Washington il black-out mediatico mondiale su quella grave situazione «per non imbarazzare l’amministrazione Obama» aveva detto un portavoce della Casa Bianca ai giornalisti secondo quanto rivelato da un'istituzione umanitaria di Washington ai suoi colleghi di Manama. È ovvio, a Manama, capitale del Bahrein si trova la Base della 5a Flotta della Marina Militare americana, con 4.500/5.000 soldati a cui è stato dato l’ordine di non intervenire. Se il mondo ne parlasse diventerebbe subito chiaro chi è il mandante degli attacchi ai cittadini del Bahrein.

E qui bisogna ricordare il patto tra Usa e Arabia Saudita in merito alla repressione violenta del Bahrein, rivelato e riportato in molti articoli sul web. Scrive Pepe Escobar, un esperto in questioni mediorientali di grande spessore. «Due fonti diplomatiche indipendenti delle Nazioni Unite confermano che Washington ha dato il via libera all’Arabia Saudita per l’invasione del Bahrein e la repressione del movimento pro-democratico, in cambio del SI' della Lega Araba per la No Fly Zone sulla Libia» - e si sa che la Lega Araba è presidio dell’Arabia Saudita: un motivo per cui la Lega è stata sempre totalmente assente o perlomeno del tutto inetta nel difendere la Palestina dall’aggressore sionista. E pensare che ora il capo della Lega Araba, Amr Moussa, osa candidarsi alla Presidenza dell’Egitto - e spero che gli egiziani non si facciano di nuovo ingannare.

I dati degli ultimi giorni in merito alla grave situazione del Bahrein sono questi: 800 arresti tra cui anche donne incinte; centinaia di persone scomparse: escono di casa per non tornare più ed è meglio per i familiari non informarsi perché si rischia di essere molestati o arrestati in casa nelle prime ore del mattino, come spesso succede. I corpi che vengono restituiti mostrano i segni di espianto di organi (come in Palestina: e spero i lettori siano informati in merito), che le autorità spiegano ai congiunti come «operazioni chirurgiche per tentare di salvare la vita al ferito».

Presi di mira sono soprattutto: medici, infermieri, insegnanti, docenti e ricercatori, studenti, scienziati, avvocati, giudici, giornalisti, artisti, scrittori – e ovviamente gli esponenti dell’opposizione politica. Ma perfino 200 atleti sono stati sospesi perché alcuni hanno espresso solidarità con la rivolta popolare. E 1.500 impiegati statali sono stati licenziati per lo stesso motivo.

E proprio mentre scrivo arrivano queste notizie: scuole prese di assalto e ora sotto assedio, insegnanti arrestati perché avevano annunciato una prossima protesta organizzata.

I carri armati sauditi stanno circondando l’enorme e modernissimo ‘Distretto Finanziario di Manama’ - Considerate l’importanza di questo centro economico: l’Indice della City of London relativo ai ‘Distretti Finanziari Globali’ ha messo il Bahrein al primo posto come ‘Centro Finanziario con la crescita più rapita’ nella classifica mondiale.

Ovviamente è presto perché possano esistere scritti approfonditi da parte di autori di spessore in merito allo smantellamento sistematico della classe intellettuale del Bahrein. Tuttavia, nel tentativo di fornire ai lettori un’idea dell’orrore in atto in quest’isola minuscola ma di enorme importanza strategica, mi è venuto in mente che esiste un documento scritto dal grande James Petras intitolato ‘The US War Against Iraq: The Destruction of a Civilization’ (la guerra degli Usa contro l'Iraq: La Distruzione di una Civiltà). Per chi non lo conoscesse, James Petras è un docente in sociologia a New York, un vero e proprio guru dell’informazione alternativa, amato e rispettato dalla blogosfera e dagli autori stessi che lo citano di frequente.

Come dice il titolo, si tratta dell’analisi – completa di dati scientifici – di come le forze di invasione dell’Iraq abbiano mirato a distruggere l’intera infrastruttura accademica, intellettuale, scientifica, culturale dell’Iraq seguendo il modello sionista concepito per l’eliminazione della cultura e resistenza Palestinese. Non è un semplice articolo, quello di Petras. È reperibile online in formato PDF nel sito The James Petras Website. E stavo appunto prendendo in considerazione di tradurre il documento, ma per fortuna ho fatto una ricerca e ho visto che la traduzione italiana già esiste online. Leggendo il documento si riceve il quadro di cosa avviene attualmente nel Bahrein, seppure rapportato ad una popolazione che consiste in una frazione di quella irachena (il rapporto è di circa 23 a 1).

Ecco due link in cui trovare il testo italiano del rapporto scritto da J. Petras:

http://www.mondoarabo.it/distruzione-di-una-civilta.html

http://forum.politicainrete.net/comunismo-e-comunita/37485-la-guerra-usa-contro-liraq-la-distruzione-di-una-civilta.html

Consiglio vivamente la lettura ma avverto: vi spezzerà il cuore – tanto più sapendo che è tutt’ora in corso, in Iraq, quanto riportato nel documento di James Petras. L’Iraq è la ‘guerra dimenticata’ perché i media da una parte la ignorano e dall’altra ci forniscono resoconti fraudolenti sulla cessazione ufficiale delle operazioni militari e dell’occupazione.

Ma niente è più lontano dalla verità. Almeno 50.000 soldati Usa e Nato sono tuttora presenti nel paese, molti per proteggere la cosiddetta ‘Zona Verde’ di Baghdad, circondata da un altro Muro di Apartheid in tutto e per tutto identico a quello in Palestina, dietro il quale si cela quella che chiamano in modo ingannevole ‘Ambasciata Americana’ e che in realtà è un compound grande quanto l’intero Vaticano: una città nella città - una città americana all'interno di Baghdad. Altri soldati sono dispiegati nelle zone di produzione del petrolio.

Ma il vero scandalo consiste nelle 250.000 unità mercenarie, i feroci mastini della guerra della ex-Blackwater, armati fino ai denti che sfuggono ad ogni controllo istituzionale e – al contrario dei soldati dell’esercito regolare – non sono soggetti alle cosiddette ‘regole di ingaggio’ – in altre parole hanno il via libera per commettere qualunque efferatezza rimanendo impuniti.

E l’aspetto straordinario è che in questi giorni, anzi da settimane, vediamo i coraggiosi cittadini iracheni manifestare nelle strade e nelle piazze in protesta a quanto accade in Bahrein e Yemen.

Di seguito la cronaca e foto-cronaca degli ultimi eventi nelle piazze dell'Egitto. E alla fine il racconto della solidarietà di New York con le rivolte arabe e la popolazione palestinese.


Egitto - Di Nuovo Tutti In Piazza Contro Israele e La Giunta Militare Egiziana


Erano milioni gli egiziani in piazza nel Cairo e in Alessandria durante questo weekend e quello della settimana scorsa. Erano furiosi. Si sono resi conto che niente è cambiato da quando hanno iniziato la rivolta. La Giunta Militare - arrivata di recente al comando della nazione per mezzo di quello che gli esperti definiscono un golpe militare - ha cambiato nomi e facce dei politici in carica, ma certo non le regole di governo. Vige tutt’ora lo Stato di Emergenza che dura da 32 anni: chiunque può essere arrestato senza imputazione formale e rimanere in carcere a tempo indeterminato. I prigionieri politici non sono stati liberati. L’Egitto continua ad essere un vero e proprio Stato di Polizia.

Il recente referendum – che ha visto un’affluenza alle urne del 90% - si è rivelato essere una beffa: i cittadini sono stati ingannati a votare Sì dove occorreva il No. Nessuna delle richieste specifiche e ben articolate presentate dai rappresentanti dei cittadini è stata finora soddisfatta.

Le richieste sono mirate a cambiare radicalmente sia le politiche interne che quelle estere. I cittadini invocano una gestione democratica della cosa pubblica con partecipazione attiva dei cittadini. E vogliono la revoca del cosiddetto ‘Trattato di Pace’ con Israele che impedisce l’apertura della frontiera tra Egitto e Gaza e che fa sentire i cittadini egiziani in pratica complici dell’assedio, dei crimini e della riduzione in miseria assoluta dei loro fratelli in Gaza – perché è così che gli egiziani definiscono i palestinesi: fratelli e sorelle. «Ogni giorno che passa senza segnali di una prossima apertura della frontiera è un giorno di lutto per me», dichiarava una donna egiziana al microfono del corrispondente di PressTV nel Cairo. «Come si fa ad andare a letto tranquilli sapendo che non lontano da noi i bambini di Gaza sono affamati e terrorizzati dagli elicotteri e dagli aerei che pattugliano il cielo sopra Gaza ogni giorno e ogni notte».

In basso la foto-cronaca della protesta di Piazza Tahrir contro il regime israeliano. La piazza era inondata di bandiere Palestinesi. L’ambasciata di Israele è stata assediata e i manifestanti hanno tentato di sostituire la bandiera israeliana con quella palestinese. Molte bandiere israeliane bruciate in piazza sia nel Cairo che in Alessandria. Alcuni soldati e sottufficiali dell’esercito si sono uniti ai manifestanti del Cairo, ma sono stati arrestati e alcuni sono stati direttamente ‘giustiziati’ con colpi di arma da fuoco.

Vediamo cosa hanno chiesto i manifestanti nelle strade e piazze che durante l’intero fine settimana erano gremite a perdita d’occhio.

«Sono un avvocato - diceva uno dei manifestanti ai microfoni dell'inviato di PressTV nel Cairo. È ovvio che molti protestano perché vivono in condizioni economiche disperate, molti sono costretti a vendere un rene, destinato a Israele, per sostenere la famiglia. Ma c’è in piazza anche la rappresentanza della classe accademica che si è organizzata per presentare da mesi - mesi! - elenchi molto articolati e ben formulati in merito a cosa sia necessario per avviare la nazione verso una gestione democratica delle istituzioni. Prima di tutto abbiamo identificato e compilato una lista di nomi di esponenti della magistratura e di altre istituzioni per formare un governo civile ad interim e riformulare interamente il testo della Costituzione. Tra i nomi anche quelli di alcuni esponenti dell’opposizione attualmente in carcere. È ovvio: vogliamo l’immediato passaggio di potere dalla giunta militare al governo civile ad interim»


Comanda Mubarak per mezzo dei Colonnelli della giunta militare egiziana

Diceva questo ai microfoni di PressTV il giornalista esperto in analisi politica Said Zulficar:
«La giunta militare in comando è un gruppo elitario di pochi eletti da sempre fedeli a Mubarak, che è in antitesi con i regolari capi dell’esercito. Conosciamo bene ogni singolo esponente del Consiglio Militare al potere. Sono pagati da Mubarak e da Washington per mantenere lo status quo, per proteggere Mubarak, la sua famiglia e i suoi interessi finanziari. Sono pagati per tenere chiuse le frontiere con Gaza e garantire l’egemonia di Israele nella regione. Sono pagati per fornire a Israele il gas e il petrolio a prezzi stracciati. Sono pagati per dare a Usa e ai paesi della Nato l’accesso preferenziale e prioritario agli impianti per l’estrazione del petrolio, mantenendo la Cina a distanza. Sono pagati per fare entrare i proventi del petrolio nelle tasche di Mubarak e dei suoi fedelissimi, tra cui in particolare proprio i Colonnelli della Giunta Militare».
Ma come, Mubarak non era stato deposto? E non era fuggito chiedendo asilo al suo amico del cuore il re Abdullah dell’Arabia Saudita, che aveva alzato la voce con Washington per avere abbandonato il fedele servitore senza lottare più di tanto?

Certo, ma non è chiaro quale fosse lo scopo di Mubarak presso la corte saudita, dalla quale è tornato per barricarsi nella sua residenza imponente di Sharm el-Sheikh. Dove si dice sia ufficialmente agli arresti domiciliari, mentre gli esperti ci mettono sull’avviso che in realtà le guardie presidenziali sono dispiegate intorno e all’interno la residenza estiva presidenziale per proteggere il dittatore e concedergli il tempo necessario per mettere al sicuro le sue ingenti fortune. Le quali fortune, secondo alcuni osservatori politici, ammonterebbero a cifre astronomiche, inimmaginabili: Mille Miliardi di Dollari in metalli rari e molti altri ‘assets’ che Mubarak sembra stia tentando di convertire in liquidi. Non ho ancora avuto riscontri dal web per tali affermazioni, ma mi documenterò e ne relazionerò in questo blog.

Quanto al cosiddetto ‘abbandono’ del dittatore da parte del padrone occidentale, vale la pena ricordare che da sempre gli USA si impadroniscono di autocrati al potere e li trasformano in fantocci di Washington, per poi disfarsene quando diventano scomodi. Stringono con il tiranno di turno un patto di questo tipo: tu ci garantisci l’accesso privilegiato e a basso costo alle risorse per noi preziose (petrolio o altro), noi in cambio ti appoggiamo politicamente sulla scena politica mondiale, ti forniamo armi e finanziamenti per mantenere efficiente l’apparato militare e quello della polizia segreta, ti inviamo esperti per addestrare le guardie presidenziali per garantire che rimani al potere e per scoraggiare il popolo a rivoltarsi contro questo sfruttamento. Noi non interferiremo nelle tue politiche interne, sono affari tuoi come intendi tenere il popolo a bada. La questione dei ‘diritti umani’ non ci riguarda. E quando si tratta di dittatori arabi la richiesta principale è «la salvaguardia dell’egemonia di Israele nella regione». Nella regione del Golfo Persico è l’Arabia Saudita a fare da guardiano per le politiche favorevoli a Israele. Nell’Africa del Nord è l’Egitto a ricoprire questo ruolo onorevole da decenni.

Ieri, durante una trasmissione radiofonica di alta qualità di un’emittente con sede in Chicago, la discussione era tra due esperti ed autori molto noti alla blogosfera americana: Stephen Lendman (spesso interpellato anche da PressTV) e Robert Abele. Si discuteva delle rivolte arabe e, parlando della Libia, ecco quanto espresso da Bob Abele: tra tutti i dittatori ora contestati dai popoli arabi, Gaddafi viene sacrificato perché è comunque ‘scomodo’ dal punto di vista dell’Impero. È vero che da tempo, e in particolare dal 2003, Gaddafi si è in un certo senso conformato ai diktat di Washington, ma non è mai stato un vero ‘cane fedele’ fino in fondo, ha sempre conservato una certa autonomia e distanza critica dall’impero occidentale. Forse il più fedele di tutti, commentava Stephen Lendman, è il presidente yemenita Saleh, che da anni viene sfruttato per fare passare come ‘Lotta contro al-Quaeda’ la guerra proxy condotta dagli Usa in Yemen contro i ribelli Houthi per mezzo delle forze saudite. Ecco perché ora gli Usa non possono abbandonare il fedele Saleh: si sentirebbe tradito e in segreto sta minacciando di rivelare tutto e imbarazzare gli Usa - (e la corte saudita e soprattutto Israele, aggiungo io, ma poi mi chiedo se sia possibile ‘imbarazzare’ Israele più di tanto, visto quanto il regime sionista è già discreditato agli occhi della comunità internazionale).

Mi chiedo questo: davvero l'Impero ha abbandonato Mubarak? I segnali che arrivano dall'Egitto sembrano smentire questa ipotesi. E il popolo egiziano deve stare molto attento: sta lottando contro un mostro di proporzioni gigantesche, come lo sono tutte le creature concepite dall'Impero Usa, NeoCon, Sionista.

Ma proprio mentre scrivo, ecco che viene trasmesso un servizio in merito alla natura delle armi impiegate dagli Usa e dalla Nato. Così come nel Kossowo e in Iraq, dicono gli esperti, ora anche in Libia vengono impiegate armi all’uranio impoverito per bombardare i civili. E qualora venisse in mente a qualche speranzoso di coltivare illusioni sulle intenzioni della coalizione di ‘proteggere i civili’ della Libia, sentivo poco fa un giornalista parlare del rapporto UNICEF (basta cercare sul web per trovarlo) che avverte sulla situazione disperata della popolazione di Misratah dove molti bambini muoiono perché colpiti dall'artiglieria delle forze militari in campo oppure rimangono orfani o rischiano di morire di fame perché la popolazione non viene raggiunta dagli aiuti umanitari che erano stati promessi.

Breve aggiornamento sulla situazione in Yemen

E faccio qui una parentesi per un breve aggiornamento in merito al Yemen. Tra ieri e oggi vanno in onda su PressTV in ogni Tg le immagini dei manifestanti yemeniti colpiti dal gas “lacrimogeno” - tra virgolette perché sembra proprio che questo gas sia molto più tossico dei lacrimogeni convenzionali usati in genere in varie parti del mondo per disperdere i manifestanti.

Le immagini sono terribili e ho tentato di ‘catturare’ delle istantanee dallo streaming online, ma i singoli fotogrammi non rendono affatto l’idea di quello che si vede nei filmati amatoriali: persone a terra incapaci di riprendersi. Alcuni si dimenano freneticamente come se colti da crisi epilettica, in altri si vede il bianco degli occhi e la bava sull’intero viso, altri sono in stato catatonico e sembrano paralizzati. Altri sono paonazzi perché non riescono a respirare. Non ho ancora trovato rapporti ufficiali in merito all’analisi chimica dei gas usati, ma i medici yemeniti che soccorrono i feriti continuano a essere molto allarmati. Sembra che vengano usate o ‘sperimentate’ diverse formule di gas, contemporaneamente durante gli attacchi ai civili.

I quali civili continuano a manifestare incessantemente, ogni singolo giorno e ogni singola notte, da mesi. Di notte si vedono vere e proprie scene di guerriglia urbana. Ci sono decine di morti e feriti ogni giorno.

Intanto il presidente Saleh sta rifiutando le offerte congiunte dei vari governi del Golfo Persico per una soluzione pacifica del conflitto. E l’unica proposta che accetterebbe viene tuttavia respinta dal popolo yemenita, che chiede l’arresto e processo del dittatore, e la restituzione delle fortune accumulate da Saleh e la sua famiglia, stimate in decine di miliardi dollari, ma alcuni suggeriscono che i miliardi siano in realtà centinaia. E pensare che metà della popolazione vive in miseria totale. Ma Saleh è ben protetto e comunque la situazione è in realtà estremamente complessa e meriterebbe un vero e proprio trattato per spiegare tutti i risvolti politici interni e internazionali connessi con il paese e il suo governo. Saleh è in controllo del potere centrale, ma la configurazione politica dello Yemen si articola in decine di territori controllati da altrettante tribù con poteri regionali molto importanti - alcuni alleati altri in conflitto con il potere centrale. E' uno stato basato su un sistema di corruzione a tutti i livelli dell'amministrazione e del potere economico, controllato dal dittatore Saleh. Molti avrebbero tutto da perdere con la dipartita di Saleh. Per questo esiste anche una lotta interna per impedire che il dittatore sia fatto fuori politicamente.

E per tornare ai Colonnelli egiziani.

Diceva inoltre l’avvocato al microfono del corrispondente al Cairo, che la giunta militare sta assistendo le operazioni della Nato in Libia con invio di mercenari e artiglieria per assistere i ‘ribelli’.
«Chi poi siano questi ribelli, diventa sempre più sospetto», continuava l'intervistato. «E noi cittadini non siamo neanche stati informati e tantomeno interpellati in merito alle operazioni militari egiziane in Libia».
Ma mi chiedo anche chi siano le forze militari egiziane inviate in Libia, perché a detta degli esperti non si tratta affatto di regolari soldati dell’esercito egiziano, ma piuttosto di mercenari reclutati tra immigrati russi, serbi, africani delle zone sub-sahariane. E ovviamente vanno in soccorso dei ‘ribelli’ controllati dalle forze segrete della Nato presenti sul suolo libico.

Da due settimane i cittadini egiziani in piazza chiedono con insistenza l’arresto di Mubarak, la confisca dei suoi beni e conti all’estero, e il processo al dittatore per i crimini contro il popolo commessi durante i 32 anni di ‘stato di emergenza’. Ma chiedono anche le dimissioni del generale Tantawi, capo supremo delle forze armate e in comando della nazione. Si erano fidati di lui, gli egiziani, e ora si sentono traditi. Lo hanno visto conferire con i capi del Pentagono, poi con il premier britannico Cameron in visita nel Cairo appena dopo la caduta di Mubarak per vendere armi a Tantawi e la sua giunta militare. Poi è arrivata Hillary a conferire con Tantawi e ha suscitato le ire del popolo egiziano per avere osato calpestare il suolo di Piazza Tahrir consacrato dal sangue dei 400 martiri uccisi durante l'insurrezione.

Dichiarava il giornalista egiziano Said Zulficar:
«abbiamo davvero poche speranze di portare Mubarak in tribunale e ancora meno di riappropriarci dei suoi fondi che sono sparsi ovunque nei paradisi fiscali e non certo intestati a lui. Ci sono al potere ovunque in Egitto i suoi fedeli. Ora c'è Tantawi al comando, che è stato prescelto da Mubarak 21 anni fa come capo della élite militare al controllo da sempre del paese. Forse gli egiziani hanno una speranza di potersi disfare di lui e di altre figure militari, ma sarà comunque difficile. Ma è soprattutto l’apparato della terribile polizia segreta, con 1, 5 milioni di agenti, che deve essere smantellato. Non solo. Esiste l’enorme e incredibilmente potente partito fondato da Mubarak, l’NDP (National Democratic Party). È un partito con fondi illimitati che non ha rivali politici. I suoi esponenti sono ricchi, potenti e molto influenti ad ogni livello istituzionale. Di recente hanno tenuto un’assemblea e hanno assoldato centinaia di immigrati russi per infiltrare i manifestanti e provocare azioni violente per giustificare l’intervento dei militari in piazza e scoraggiare ulteriori manifestazioni. Ovunque in Egitto gli esponenti di questo partito sono al potere. Non sono stati eletti, ma semplicemente incaricati da Mubarak. Ogni giunta comunale, ogni istituzione, di ogni città e di ogni villaggio, è sotto il controllo degli esponenti del Partito. È di queste figure che dobbiamo disfarci. E credete che sia una cosa semplice? Non certo con questi Colonnelli al comando. Il referendum? È stato un inganno, era ‘tagliato su misura’ per affermare una dittatura. Le prossime elezioni? E chi riuscirà a contrastare il potente NDP? Il 50% degli egiziani vota quello che loro viene suggerito di votare, perché analfabeti. L’altro 50% non sa per chi votare. I movimenti politici di opposizione non godono né di finanziamenti né di leader noti, forti e carismatici».
Ecco di seguito la foto-cronaca degli ultimi giorni nelle piazze del Cairo e di Alessandria. Gli slogan dei manifestanti erano tutti contro Mubarak, Tantawi e Israele. Alcune immagini non sono di grande qualità: sono state 'catturate' da video amatoriali andati in onda in 'streaming'.


Come dicono i titoli dell'immagine in alto: oltre 1 milione in piazza nel Cairo, 500.000 in Alessandria.

In Basso. In Piazza Tahrir tutti chiedono l'apertura della frontiera con Gaza - ovunque le bandiere Palestinesi ...






Come dicono i titoli delle immagini in basso: i manifestanti chiedono la revoca del cosiddetto 'Trattato di Pace' von Israele, si avviano verso l'ambasciata israeliana, e tentano di sostituire la bandiera israeliana con la bandiera Palestinese ...



In basso: come dicono i titoli delle immagini, i manifestanti bruciano le bandiere israeliane in Cairo e Aalessandria ...


... e dichiarano che continueranno a protestare finché la richiesta (dell'apertura di Gaza) sarà accolta ... al momento della messa in onda dei filmati amatoriali, da cui le immagini, uno dei titoli spiega che ci sono stati morti e feriti in Piazza Tahrir ...



In basso: i manifestanti chiedono l'arresto di Mubarak, di altri funzionari al governo, e del generale Tantawi capo supremo delle Forze Armate e del Consiglio Militare ...


In basso: in piazza a manifestare anche alcuni soldati dell'esercito egiziano che denunciano la corruzione all'interno del Consiglio Militare in comando della nazione ...


Venerdì sera molti manifestanti decidono di pernottare nelle tende in Piazza Tahrir, formando un gruppo di protezione intorno ai soldati a cui gli agenti del Consiglio Militare avevano deciso di dare la caccia ... ma le forze al comando di Tantawi fanno irruzione nella piazza di notte ...



... chiedono la consegna dei soldati che hanno protestato contro il Consiglio ...


... poi fanno carica sui manifestanti e sulle tende ...




... ma i manifestanti oppongono resistenza nel tentativo di proteggere i soldati ...

... la mattina dopo, sabato, un soldato scampato racconta che ha visto 2 dei suoi compagni giustiziati stile esecuzione ...


... i colonnelli della giunta miliatare mettono sull'avviso: «non verranno tollerate altre manifestazioni in piazza - ogni tentativo verrà represso con la forza»


In sintonia e solidarietà con la manifestazione annunciata in Piazza Tahrir, anche New York manifesta sabato 9 aprile, contro l'occupazione della Palestina, l'assedio di Gaza, e tutte le guerre in atto nel Medio Oriente ... decine di migliaia i manifestanti e oltre 500 le organizzazioni che partecipano alla marcia ...



In basso. Prende la parola Vinie Burrows: «Siamo uniti con il popolo dell'Egitto, della Palestina, dello Yemen - siamo uniti nell'opporci contro le guerre in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan - siamo uniti con i 5 milioni del popolo della Libia, attaccati durante i primi giorni della loro protesta»



In basso. Prende la parola l'autore indo-americano Vijay Prashad: «Molti dicono di essere confusi sulla guerra in Libia, ma non c'è niente da equivocare: è una guerra imperialista come lo sono tutte le altre guerre che facciamo in Iraq, in Afghanistan, in Pakistan»


Prende la Parola Omar Barghouthi della Campagna BDS per il boicottaggio di Israele: «... Abbiamo l'obbligo morale di mettere fine alla nostra complicità con questo crimine, si tratta di semplice decenza umana interrompere la nostra complicità con questi crimini»


Anche nelle strade di New York le bandiere della Palestina e dell'Egitto sventolano fianco a fianco ...


Le immagini sono tratte dal video relativo al servizio della corrispondente di PressTV da New York, Susan Modaress, e si può visionare in questo link.

* * *

E mi permetto di aggiungere questa riflessione.

Il destino dei palestinesi è diventato per me una questione molto personale da molti anni ed è difficile per tanti che conosco condividere questo senso di urgenza che provo. Ecco, vorrei riuscire a fare comprendere ad altri quanto sia in realtà davvero molto PERSONALE per tutti noi la liberazione dei Palestinesi, e ovviamente di tutto il mondo arabo. Quanto ci riguardi e dovrebbe toccarci da vicino.

Non penso di esagerare con la mia affermazione. E so per certo di non essere l'unica persona a coltivare questa convinzione. Propongo una piccola riflessione, che prendo in prestito dall’autore e amico Alan Hart (uno dei maggiori esperti in questioni mediorientali) per spiegare la portata dell’ingiustizia che i palestinesi sono costretti a subire da decenni – a dire il vero da oltre un secolo, ma questo fatto non è noto alla maggioranza delle persone in occidente.

La persecuzione degli ebrei è avvenuta qui, in Europa, non in Palestina. Anzi, i palestinesi sono stati per secoli i migliori protettori degli ebrei. Eppure sono i palestinesi a pagare per la strage degli ebrei commessa in Europa, e anche in Italia.

Abbiamo un obbligo morale a venire in soccorso dei nostri fratelli in Palestina, ognuno nel ruolo che può rivestire o che gli sia più congeniale. Anche solo parlarne è di aiuto: le opinioni possono influenzare le persone che sanno ascoltare.

Un risveglio collettivo delle coscienze può costituire un potere contrattuale molto efficace nei confronti di chi prende decisioni.

E abbiamo l’obbligo morale di aprire gli occhi sulla realtà del regime razzista di Israele, la cui mira è la pulizia etnica dei palestinesi – e non solo dei palestinesi, e lo è da oltre cento anni , da decenni prima dell'ascesa del nazismo in Germania.

Altrimenti Israele diventerà un “Mostro fuori controllo”, sempre per citare Alan Hart, che tuttavia afferma che Israele è già al di là di ogni possibile controllo che si voglia tentare di esercitare.

Quando la frontiera con Gaza si aprirà, sarà il segnale che sta iniziando un vero cambio di Regime in Egitto. E nel mondo arabo. E sarà il segnale che la morsa micidiale esercitata dall’Impero NeoCon Sionista sul Medio Oriente allargato, sta perdendo forza.

Egeria

... continua ...