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domenica 15 maggio 2011

Nakba di Sangue 2011: 2. - Ogni giorno è un giorno di ordinaria follia

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Molti intendono per Nakba ciò che successe il 15 maggio del 1948, quando in un colpo solo 750.000 persone pari al 50 % della popolazione palestinese che allora viveva nella terra dove le generazioni si succedevano nei secoli fu privata della sua casa, della sua terra, del suo villaggio, della sua identità, quando non anche della vita. Uno storico sionista ammette il fatto, ma stigmatizza l’errore: li si doveva espellere tutti. Non si sarebbe oggi posto il duplice problema di un residuo 25 % ridotta a minoranza di serie B dentro lo strano Stato di Israele – un dito nel... secondo la colorita espressione di un cineasta – ed una popolazione di oltre cinque milioni di profughi che rivendicano il loro concretissimo e fondatissimo diritto al ritorno in case di cui conservano ancora la chiave, anche se la casa è stata distrutta ed il villaggio in cui si trovava raso al suolo. La propaganda dice: siccome ve ne siete andati, non avete diritto più a ritornare. Un ragionamento così bizzarro che non smette mai di stupirci ed indignarci. Quel che qui adesso si vuole esprimere è l’idea che la Nakba non è un punto nella linea del tempo, esattamente al 15 maggio 1948, ma è un processo di pulizia etnica continuo ed ininterrotto fino ai nostri giorni. In questa nuova serie di post noi andremmo illustrando ad un tempo il concetto di Nakba come processo continuo e lo documenteremo con episodi di cronaca quotidiana, ossia di ordinaria follia.

CIVIUM LIBERTAS

È pesante il bilancio complessivo delle vittime nelle manifestazioni per la commemorazione della Nakba che si sono tenute in molte parti della Palestina occupata, compresa Gaza e Gerusalemme Est, e nelle zone delle Alture del Golan in Libano e Siria sotto l'occupazione illegale di Israele.

25 morti e tante centinaia di feriti. Opera dei soldati israeliani

Il Nakba Day - o 'Giorno della Catastrofe' - segna la data in cui Israele - 63 anni fa - si autoproclamava stato sovrano. Lo stato sionista è stato creato mediante guerre di invasione, e l'evacuazione forzata della metà dei cittadini Palestinesi dalle loro case e terre, costretti a rifugiarsi negli stati arabi confinanti e in molti altri paesi del mondo. Le forze militari israeliane hanno distrutto quasi 500 villaggi e cancellato i loro nomi dalla mappa geografica. Oggi circa 4,7 milioni di Palestinesi sono profughi dispersi in giro per il mondo e sognano il ritorno alla loro terra e alle loro case.

In questo anniversario del Nakba Day, per la prima volta un numero enorme di Palestinesi - tra i 50.000 e i 70.000 - provenienti dai campi rifugiati del Libano si è riversato sulla frontiera tra Libano Sud e Israele. E un numero altrettanto impressionante di profughi Palestinesi rifugiati in Siria si è avvicinato alla frontiera con Israele, ricacciato indietro dal fuoco israeliano. Tanti morti, tanti feriti.

In un'altra zona della frontiera Siria-Israele, un gruppo di rifugiati Palestinesi ha sfondato la recinzione, raggiungendo i propri compagni e parenti che li aspettavano dall'altra parte della frontiera. E c'è un bellissimo video che mostra questa festa gloriosa tra Palestinesi, divisi da una barriera fisica e ideologica più impietosa e minacciosa del Muro di Berlino. Guardatelo interamente il video (link in basso): è una gioia per gli occhi, una scena che vorremmo vedere ogni momento, giorno dopo giorno, fino a quando ogni singolo Palestinese profugo nella propria Terra e in terra straniera sia ricongiunto al suo Popolo, in Palestina, nella Terra Santa, dalla Valle del Giordano fino al Sinai, dalla Giordania - anche essa in realtà Terra di Palestina - fino a Gaza.

350 i feriti tra i manifestanti in Cairo. Dopo che a migliaia di egiziani era stato impedito dalla Giunta Militare di partire come programmato per la frontiera con Gaza, la folla inferocita si è riversata sull'ambasciata israeliana del Cairo, sfondando la protezione esterna dell'edificio, bruciando la bandiera simbolo del regime di occupazione, chiedendo a gran voce la fine dei rapporti di complicità con Israele. Le forze dell'ordine hanno aperto il fuoco sui manifestanti e hanno disperso la folla. Ma molti giovani sono rimasti a protestare fino a notte fonda.

Ma oggi è soprattutto un Giorno di Lutto. Il lutto per 25 persone coraggiose cadute per avere osato affrontare il Golia dei giorni nostri, il lutto di una intera comunità di Gente sradicata e oppressa. E vorremmo esprimere la nostra solidarietà ai loro congiunti e amici, ma le nostre parole rimarranno relegate a queste pagine, visto che ci dividono dal Popolo Palestinese non solo mari e terre, ma soprattutto quel muro di impenetrabile ostracismo mediatico che impedisce il libero flusso del messaggio universale di solidarietà e fratellanza.

Oggi rimaniamo in raccolto silenzio e lasciamo parlare i versi scritti da un giovane Palestinese, il cui nome ci è ignoto. Versi che ci ricordano come ogni singolo giorno vissuto sotto l'occupazione israeliana sia un Giorno di Ordinaria Follia.

Poi torneremo all'attacco, nel blog, domani e tutti i giorni che seguiranno, per condividere con tutti ciò che è importante conoscere per individuare chi siano le vere vittime e i veri carnefici.

Non ne posso più di 63 anni di occupazione israeliana
Non ne posso più del Muro
Non ne posso più dei checkpoint tra i villaggi palestinesi
Non ne posso più dei colonizzatori illegali israeliani
e degli insediamenti
Non ne posso più della lingua ebraica
sul mio documento di identità
Non ne posso più della gente che non sa niente della nostra storia
ma sembra sapere tutto sulla storia ebraica
Non ne posso più della gente che non si cura del Diritto al ritorno
dei Palestinesi
e accetta la Legge del Ritorno degli Ebrei
Non ne posso più degli Accordi di Oslo
che nessuno qui ha mai voluto comunque
Non ne posso più dell’Autorità Palestinese
con zero autorità
Non ne posso più di vedere mio padre umiliato ai checkpoint
da persone della mia età o anche più giovani
Non ne posso più che i miei amici internazionali debbano mentire
per farmi visita; che vengano interrogati, perquisiti,
e a volte perfino espulsi
Non ne posso più della gente che non capisce cosa sia l’Occupazione
Non ne posso più di vivere nel terrore costante
Non ne posso più del Disturbo da Stress Post-Traumatico
che è un normale modo di essere in Palestina
Non ne posso più di vedere l’inefficacia dell’ONU
Non ne posso più della Legge Internazionale sui Diritti dell’Uomo
che Israele non è chiamata a rispettare
Non ne posso più dell’accusa di “anti-semitismo”
contro chi lotta per i diritti umani dei Palestinesi
o critica le politiche israeliane
Non ne posso più di vedere tutti ignorare che sono io il Semita
Non ne posso più di sentire gli israeliani gridare alla “discriminazione”
mentre proprio Israele è stato fondato sul principio della purezza etnica
Non ne posso più di vivere in un’epoca
in cui il profilo razziale è diventato accettabile
Non ne posso più di essere trattato costantemente come un sospettato
Non ne posso più di come i media descrivono noi e la nostra situazione
Non ne posso più di come tutti abbiano a cuore la sorte di Gilad Shalit
quando ci sono almeno 7.000 Palestinesi nelle carceri israeliane
Non ne posso più di provare a difendere me stesso,
i miei amici e i miei connazionali
e di essere etichettato come terrorista
Non ne posso più, perché ovunque io vada vedo Il Muro,
vedo insediamenti e vedo soldati israeliani
E non ne posso più
di 63 Anni
di Occupazione
israeliana

(autore ignoto)

DA NON PERDERE - Video: cosa è successo nel Nakba Day alla frontiera Siriana


martedì 26 aprile 2011

1. Per una introduzione agli scritti di Alan Hart

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Non è questione di opinione collocare Alan Hart tra i maggiori esperti del cosiddetto ‘conflitto israelo-palestinese’. Alan ha vissuto il ‘conflitto’ in prima persona per oltre 40 anni, in ruoli successivi sempre più mirati all’impegno per la causa palestinese. Il suo impegno lo ha visto inizialmente nel ruolo di inviato speciale per la BBC in Palestina/Israele – ai tempi in cui la BBC forniva informazione di qualità – e in seguito nella veste di diplomatico e consulente per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dopo avere sposato la causa palestinese senza riserve.

E’ stato lui l’uomo individuato e prescelto dalla diplomazia internazionale per fungere da mediatore nei negoziati di pace tra il leader palestinese Arafat e l’astro israeliano allora in ascesa Shimon Peres. Sappiamo che tale negoziato ha preparato la strada verso gli Accordi di Oslo, poi rivelatisi ingannevoli a causa della formulazione ‘rivisitata’, messa a punto dai sionisti. E sappiamo anche come Peres si sia poi rivelato un ‘partner per la pace’ disonesto. Forse il più disonesto tra i leader sionisti, perché ha sempre celato la mano che brandiva il coltello.

Il libro di Alan Hart ‘Zionism: The Real Enemy of the Jews’ – non ancora pubblicato in Italia, racconta la nascita e ascesa del sionismo, e la sua espansione sulla scena internazionale fino all’epoca Obama. Alan Hart racconta la verità storica sulla nascita del sionismo e sulla persecuzione dei palestinesi e di altri popoli arabi, smantellando l’intero castello della mitologia costruita intorno alla fondazione dello stato sionista, e dimostrando che l’esistenza di Israele non è mai stata in pericolo, in nessun momento della storia passata o presente, contrariamente a quanto i leader sionisti vogliono farci credere per assicurarsi la nostra solidarietà ad oltranza.

L’opera di Alan Hart permette ai lettori, inizialmente privi di informazione di rilievo in merito al sionismo, di constatare come tutti i tasselli del più complesso e complicato puzzle combacino tra loro per formare un quadro ben preciso della situazione politica internazionale, attuale e recente, e sulle cause che hanno generato le insurrezioni arabe a cui assistiamo nei giorni nostri.

Racconta come i sionisti abbiano corrotto e ricattato, sistematicamente, tutti i governi che si sono succeduti in America e in Europa Centrale dall’inizio del 20° secolo in poi, per mettere in atto il suo spregiudicato progetto di colonizzazione e occupazione militare della Palestina e di altri territori arabi: un progetto ideato a tavolino decenni prima dell'ascesa del nazismo.

Svela come la Palestina sia stata fatta letteralmente a pezzi dopo la 1° Guerra Mondiale (e non dopo la fine del nazismo) per essere spartita tra sionisti, britannici e leader arabi alleati degli inglesi e francesi.

Racconta come l’insediamento del regime sionista nel cuore delle terre arabe abbia provocato uno sconvolgimento totale degli equilibri geo-politici ed economici della regione e delle nostre società occidentali, con i risultati che sono sotto i nostri occhi, attualmente, tutti i giorni.

Svela la catena di tradimenti dell’Occidente nei confronti degli Arabi che hanno portato al dominio sionista in Palestina. E spiega come nei decenni successivi alla creazione di Israele i leader arabi si siano prestati a salvaguardare l’egemonia del regime sionista nella regione, in cambio di favori politici ed economici da parte di Washington. Di come i dittatori arabi abbiano messo in atto politiche repressive nei confronti dei cittadini arabi per respingere ogni tentativo di ribellione al dominio sionista, alle mire imperialiste occidentali, all’oppressione e umiliazione dei palestinesi.

E fornisce l’intero resoconto storico della sistematica impunità di Israele decretata e protetta da Washington e dalle altre succursali sioniste in Europa, con la complicità delle Nazioni Unite, dalla creazione di Israele in poi, fino ai giorni del governo Obama. Ci permette di vedere all’opera le Lobby sioniste negli Stati Uniti e in Europa nel corso dell’intero secolo appena trascorso e durante i giorni nostri.

Leggere il libro e gli articoli di Alan Hart sulle vicende del sionismo, equivale a conoscere gli eventi centrali che hanno caratterizzato il 20° secolo e la prima decade del secolo presente, e a comprendere come e perché siano accaduti. Permette di capire cosa realmente è successo e accade tuttora in Palestina e nel Medio Oriente, e di comprendere quanto “tale realtà influenzi gli eventi dei giorni nostri e le vite di tutti noi.”

Alan ha conosciuto personalmente tutti i leader politici e militari del suo tempo schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto mediorientale, e molti tra i protagonisti occidentali della storia. E’ per questo che la sua narrativa è ricca di aneddoti su conversazioni private tra l’autore e le figure centrali del conflitto. Sono episodi che mettono in evidenza, ad esempio, il divario tra la posizione ufficiale dei leader israeliani sostenuta in pubblico per alimentare il mito sionista, e ciò che in realtà tali personaggi politici e militari pensavano in privato. Emblematico, in questo senso, è certamente il capitolo dedicato interamente alla figura pubblica e privata di Golda Meir: un racconto vivace e pieno di sorprese, che si articola sulle conversazioni, avvenute negli anni, tra l’autore e la famosa statista israeliana, intercalate dalla narrazione degli eventi storici in cui i dialoghi si collocano, fino al momento della morte di Golda Meir.


Ma è con Yasser Arafat – il grande leader palestinese - che Alan aveva stabilito, negli anni, anzi decenni, un rapporto più ravvicinato, di profonda stima reciproca, durato fino alla morte del grande leader palestinese. Tale rapporto ha indotto Alan Hart a scrivere un libro intitolato ‘Arafat, Terrorista o Pacifista?’ pubblicato in Italia nel 1985 dall’editore Frassinelli. Esiste un recente articolo alquanto divertente in cui l’autore descrive la reazione di Arafat a una parte del contenuto del libro di Alan, subito dopo la pubblicazione. Ma l’articolo è importante e credo che lo tradurrò per questo blog, soprattutto perché sintetizza al meglio la lotta impari che un leader palestinese deve sostenere avendo come avversario il resto del mondo: Israele, Washington, i governi occidentali e soprattutto i leader arabi corrotti asserviti alla Casa Bianca e determinati a ‘chiudere la pratica palestinese definitivamente’ – e cioè, a tradire la causa palestinese - per fare affari con Israele e l’occidente. Proprio come avviene oggi, mentre sono in corso le insurrezioni arabe.

(Vediamo, ad esempio, che il re del Bahrein al-Khalifa ha dato qualche settimana fa il benestare per la sistematica repressione e perfino soppressione di stampo sionista dei cittadini che lui stesso governa, per assicurarsi affari doro con l’Impero Usa/Isra/Eu. La collaborazione del monarca del Bahrein con il Mossad è stata rivelata alcuni giorni fa da Wikileaks. Collaborazione analoga a quella di tutti i dittatori arabi, pagati per salvaguardare gli interessi di Usa e Israele nella regione, ai danni dei rispettivi popoli. E, come facevo notare in post precedenti, la distruzione della società del Bahrein attualmente in corso viene tenuta nascosta agli occhi del mondo, dietro ordine di Washington.)

Molti degli articoli di Alan Hart prendono spunto da eventi storici narrati nel suo libro, commentati e analizzati dall’autore per fornire la chiave di lettura necessaria a comprendere la situazione attuale nel medio oriente alla luce dei retroscena storici narrati. Sono articoli ricchi di rivelazioni, e mirano sempre a mettere sull’avviso che il punto focale dei conflitti internazionali attuali e recenti è da individuare nell’oppressione della Palestina, vittima sacrificale del dominio sionista di Israele e dei suoi complici occidentali. Gli articoli di Alan individuano le cause e propongono soluzioni.

Dice Alan Hart «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo.»

Personalmente sono dell’opinione che ci abbia già consumati oltre la misura consentita per una cura. Purtroppo la maggioranza delle persone non è a conoscenza del sionismo, delle Lobby israeliane che controllano le nostre società occidentali, in particolare i media. Ancora peggio: i giornalisti stessi non sono consapevoli di essere sotto l’effetto di un’ipnosi che provoca lo strabismo pro-israeliano e li induce a leggere dal copione sionista.

Come fare a curare il ‘cancro’ sionista, instaurato a tutti i livelli del potere e delle infrastrutture culturali, a iniziare dai libri di scuola? L’intoccabilità di Israele è salvaguardata da una serie di tabu inviolabili e dallo spettro dell’etichetta anti-semita (bella invenzione, quella, che se ci pensiamo è totalmente priva di significato razionale); l’intero mito sionista si basa sull’assunto che Israele sia stata progettata solo in seguito alla persecuzione nazista degli ebrei – mentre troppo pochi sanno che è la materializzazione delle mire coloniali concepite oltre un secolo fa (e decenni prima dell’ascesa del nazismo) da parte un gruppo di intellettuali ebrei dell’Europa centrale – mire, da allora, perseguite dai sionisti con tutti i mezzi più indegni che la psiche umana abbia mai generato.

Santocielo, come sperare di curare il cancro sionista, visto che il mondo non si è rivoltato neanche dopo il vile bombardamento del ghetto di Gaza, sotto assedio totale da parte di Israele con la complicità dell’Egitto? Israele osa definirsi ‘l’unica democrazia tra i paesi del Medio Oriente’ – affermazione oltraggiosa, e non solo perché Israele è un’entità totalitaria fondata sul razzismo, ma soprattutto perché rappresenta l’ostacolo primario alla formazione di governi democratici nelle nazioni arabe. La prova è sotto i nostri occhi: nessuna – ma proprio nessuna – delle rivolte in atto da parte dei coraggiosi popoli arabi che reclamano a gran voce condizioni di democrazia, mostra alcun segno di successo. Perché? E’ semplice: sono in atto tutti gli sforzi congiunti di Washington, della corte Saudita, del Mossad, della Cia, della Nato e soprattutto delle Lobby pro-Israele in America e in Europa per impedire che i cittadini arabi alzino la testa nel disperato tentativo di affrancarsi dallo stato di oppressione indotto per salvaguardare il totalitarismo sionista e quello imperialista americano, di cui i nostri governi occidentali in Europa, Australia e Canada sono vassalli volontari.

Oggi Alan Hart è uno degli esperti più consultati per la questione palestinese. E’ spesso invitato per conferenze nelle università e nei circoli accademici della Gran Bretagna. L’anno scorso è stato invitato per un giro di conferenze negli Stati Uniti e ora è appena tornato da una serie di conferenze nella Repubblica Sud-Africana, che ha avuto una grande risonanza mediatica ed ha concorso al boicottaggio accademico di Israele da parte delle università sudafricane.

Il 3 maggio, Alan sarà relatore insieme a Gilad Atzmon e Gadha Karmi nel contesto di un evento programmato all’Università di Westminster, a Londra. Evento che “esaminerà i crimini di Israele, in seguito alla ritrattazione di Goldstone”. Eventuali testi o video della conferenza verranno segnalati su questo blog.

Per chi fosse interessato, il sito dell’autore www.alanhart.net - oltre a contenere gli articoli originali in inglese - offre la possibilità di vedere i video delle conversazioni tra Alan Hart e molte personalità del mondo accademico a noi note, come il prof. Norman Finkelstein, il prof. Ilàn Pappe, l’autrice Ghada Karmi, e altri nomi e volti noti. I video sono tratti da una serie di ‘faccia a faccia’ sulla questione Palestinese, andata in onda su PressTV nei mesi che hanno preceduto il bombardamento di Gaza di due anni fa. Si accede ai video dalla homepage, a destra, sotto l’immagine della copertina del libro di Alan Hart, e dopo gli spazi Twitter e Facebook, in una sezione che porta il titolo della trasmissione da cui le interviste sono tratte: ‘Hart of the Matter’. Sono facili da trovare perché la sezione mostra le immagini dei singolo personaggi intervistati.


Introduzione al recente articolo “Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace?”

Per mezzo dei suoi articoli, Alan ci racconta le vicende del presente mettendole in relazione con gli eventi di rilievo storico per fornire al lettore gli elementi necessari a comprendere i retroscena che hanno causato la situazione politica attuale. Sono articoli vivaci, pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con personaggi che hanno forgiato la storia recente.

Alan Hart ci fa sapere, che il capitolo più importante della sua opera è quello relativo alla storia del 1967. Ed è proprio un episodio del 1967 che viene narrato nell’articolo che segue, che spiega come siamo arrivati, tecnicamente, alla totale impunità per il comportamento di Israele che agisce in disprezzo di ogni legge che regolamenti il Diritto Internazionale e i Diritti dell’Uomo ovunque nel mondo.

Si tratta del racconto di un ‘precedente’ molto pericoloso per l’equilibrio politico tra le Nazioni, creato a favore di Israele in un momento preciso della storia. Un precedente che vede sul banco degli imputati gli Stati Uniti come mandante e le Nazioni Unite come esecutore di un piano semplice quanto ingegnoso per invertire i ruoli di aggressore/vittima a favore dello stato sionista.

L’articolo è accessibile per mezzo di questo link e ha per titolo ‘Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace ?’

V. altri scritti di Alan Hart elencati nella Homepage dell'autore in questo blog
Egeria

Alan Hart: 7. Perché Israele ha il Veto sul Processo di Pace? Ovvero, come è nata tecnicamente l'impunità di Israele

Per mezzo dei suoi articoli, Alan ci racconta le vicende del presente mettendole in relazione con gli eventi di rilievo storico per fornire al lettore gli elementi necessari a comprendere i retroscena che hanno causato la situazione politica attuale. Sono articoli vivaci, pieni di rivelazioni e spesso arricchiti di conversazioni con personaggi che hanno forgiato la storia recente.

L’articolo che segue spiega come siamo arrivati, tecnicamente, alla totale impunità per il comportamento di Israele che agisce in disprezzo di ogni legge che regolamenti il Diritto Internazionale e i Diritti dell’Uomo ovunque nel mondo.

Si tratta del racconto di un ‘precedente’ molto pericoloso per l’equilibrio politico tra le Nazioni, creato a favore di Israele in un momento preciso della storia. Un precedente che vede sul banco degli imputati gli Stati Uniti come mandante e le Nazioni Unite come esecutore di un piano semplice quanto ingegnoso per invertire i ruoli di aggressore/vittima a favore dello stato sionista.


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Alan Hart, 12 aprile 2011

Come ho spiegato durante il mio recente giro di conferenze in Sud Africa – peraltro paese di Goldstone – dal quale sono appena rientrato, la risposta alla domanda del titolo – e cioè «perché Israele ha il veto sul processo di pace» consiste in ciò che è successo a porte chiuse nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu a New York, durante i mesi che seguirono la guerra del 1967. Ma per capire davvero è necessario prima di tutto rendersi conto che si è trattato di una guerra di aggressione da parte di Israele e non di legittima difesa come vorrebbe la fraudolenta versione sionista.

A distanza di oltre 40 anni, la maggior parte della gente è ancora convinta che Israele sia ‘entrata’ in guerra perché gli Arabi hanno attaccato per primi (la versione iniziale di Israele), oppure perché gli Arabi avessero l’intenzione di attaccare e Israele si sarebbe trovata costretta ad una guerra preventiva. La verità su quella guerra può essere riassunta in una semplice affermazione: gli Arabi non hanno attaccato, né avevano intenzione di attaccare. L’intera verità, tuttavia, documentata nel mio libro 'Zionism: The Real Enemy of The Jews' (non ancora uscito in Italia), evidenzia i fatti seguenti.

Il premier israeliano di quell’epoca, il molto calunniato Levi Eshkol, ricopriva allora anche la carica di ministro alla difesa e non aveva alcuna intenzione di fare entrare Israele in guerra. Né l’aveva il suo capo di stato maggiore, Yitzhak Rabin. La loro intenzione era di mettere pressione alla comunità internazionale mediante azioni militari molto limitate e per niente assimilabili ad una guerra, affinché spingesse il presidente egiziano Nasser a riaprire lo Stretto di Tiran.

Israele ha fatto la guerra perché così volevano i ‘falchi’ militari e politici, che a tale scopo insistevano che gli Arabi stessero per attaccare. Sapevano benissimo che era una menzogna, ma hanno sostenuto questa falsità per attaccare Eshkol sul piano politico, facendolo passare per un debole agli occhi del paese. Al culmine della campagna di diffamazione contro Eshkol i falchi hanno chiesto a gran voce che il premier passasse il portafoglio della difesa a Moshé Dayan, che tutti ricordiamo come il signore della guerra con la benda sull’occhio e maestro dell’inganno. Appena quattro giorni dopo avere ottenuto il ministero che voleva, mentre i falchi avevano ottenuto il via libera dal governo Johnson per annientare l’aviazione e l’esercito dell’Egitto, Israele ha iniziato la guerra. (Lindon Johnson era stato vice-presidente di John Kennedy, al quale era succeduto dopo l’assassinio del famoso presidente, n.d.t.)

Ciò che in realtà avvenne in Israele durante i giorni che precedettero la guerra fu qualcosa di molto simile ad un golpe militare, eseguito in segreto, a porte chiuse, senza colpo ferire. Per i falchi di Israele, in effetti, la guerra del 1967 significava portare a termine l’impresa iniziata nel 1948/49: creare la Grande Israele, con Gerusalemme -- l’intera Gerusalemme – come capitale. Avvenne questo. I falchi israeliani tesero una trappola al presidente egiziano Nasser minacciando la Siria. Sentendosi obbligato a salvare la faccia con la Siria, l’imprudente Nasser cadde nella trappola ad occhi aperti. Il giorno dopo l’inizio della guerra, il Generale Chaim Herzog, uno dei fondatori dei Servizi Segreti Militari di Israele, mi confessò questo in privato: «Anche se Nasser non fosse stato tanto stupido da fornirci un pretesto per la guerra, noi stessi ne avremmo creato uno nel giro di 12-18 mesi.»

Come dico nel mio libro, se l’affermazione che gli Arabi non avessero intenzione di attaccare e che l’esistenza di Israele non era messa a rischio fosse solo quella di un goy (un non-ebreo) - io nella fattispecie – tale affermazione potrebbe essere liquidata dai sionisti e dai sostenitori di Israele come una congettura anti-semita. Invece tale verità è stata ammessa, confessata, da molti leader israeliani. Ecco di seguito alcuni tra i tanti esempi.

In un’intervista pubblicata su Le Monde il 28 febbraio del 1968, il capo di stato maggiore Rabin disse questo: «Non credo che Nasser volesse la guerra. Le due divisioni che ha inviato nella Penisola del Sinai il 14 maggio (1967) non sarebbero state sufficienti a scatenare un’offensiva contro Israele. Lo sapeva lui e lo sapevamo noi.»

Il 14 aprile del 1971, un rapporto pubblicato nel giornale israeliano Al-Hamishmar conteneva la seguente dichiarazione di Mordecai Bentov, esponente del governo israeliano durante la guerra: «L’intera storia dell’annientamento (di Israele) è stata inventata in ogni suo dettaglio e perfino esagerata a posteriori per giustificare l’annessione di altre terre Arabe.»

Nel 1982 il primo ministro Begin si fece sfuggire questa osservazione in pubblico: «Nel giugno del 1967 avevamo una scelta. Le forze egiziane concentrate nel Sinai non erano affatto una prova che Nasser fosse davvero sul punto di attaccarci. Dobbiamo essere onesti con noi stessi. Noi abbiamo deciso di attaccarlo.»

Tuttavia l’avvenimento più catastrofico del 1967 non è stata la guerra in sé stessa con la creazione di una Israele allargata (Eretz Israel, Greater Israel, o Grande Israele come viene definita in italiano – n.d.t.).

Dietro pressione degli Stati Uniti, e con la complicità finale dell’Unione Sovietica, l’evento più catastrofico si rivelò essere il rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di condannare Israele in quanto aggressore.

Se lo avesse fatto, la storia della regione – e del mondo – potrebbe avere seguito un corso completamente diverso: ad esempio, un negoziato per la fine del conflitto israelo-arabo con la prospettiva per la pace entro un anno o due. A coloro che ritengono questa un’ipotesi non realistica dico questo: leggete il mio libro, che contiene un capitolo intitolato ‘Addio all’Integrità del Consiglio di Sicurezza’.

Domanda: Perché, in effetti, era così importante dal punto di vista dei sionisti che Israele non fosse marchiato come aggressore quando in realtà lo era? In sintesi, ecco perché.

Per prima cosa, agli aggressori è vietato rimanere in possesso dei territori che invadono con la guerra – hanno l’obbligo del ritiro incondizionato. Questi sono i termini della Legge Internazionale che peraltro costituiscono un principio fondamentale che le Nazioni Unite hanno l’obbligo di applicare e difendere – proprio come hanno fatto nel 1956 quando Israele aveva invaso l’Egitto con la complicità dell’Inghilterra e della Francia.

E inoltre esiste un principio, generalmente riconosciuto, che si applica nel caso in cui uno Stato venga attaccato e diventi quindi vittima di aggressione. Qualora lo Stato attaccato decidesse di fare la guerra per legittima difesa e invadesse di conseguenza il territorio dell’aggressore, avrebbe poi il diritto, in eventuali negoziati, di dettare condizioni per il proprio ritiro.

Sulla base dei principi illustrati, ecco dunque cosa è successo nelle Nazioni Unite dopo la guerra del 1967.

E’ vero che mediante la Risoluzione 242 del 23 novembre 1967 il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha applicato il principio del ‘divieto di acquisizione di territori per mezzo di guerre’, ma lo ha fatto favorendo i sionisti. Lo ha fatto attribuendo ad Israele – e non agli Arabi - il diritto di dettare condizioni per il proprio ritiro (cioè, l’aggressore sionista è diventato la vittima). La Risoluzione 242 ha in effetti consegnato ai leader israeliani e alla Lobby sionista in America il Veto su eventuali processi di pace.

Nel 1957 il presidente americano Eisenhower aveva detto che: se ad una nazione che avesse attaccato e occupato territori stranieri fosse concesso di dettare condizioni per il proprio ritiro, «ciò equivarrebbe a rimettere indietro l’orologio dell’ordine internazionale».

Ed è proprio questo che avvenne nel 1967. Il presidente americano Johnson, preoccupato della guerra in Viet-Nam, e dietro consiglio dei sionisti più estremi nella cerchia dei suoi consiglieri, ha rimesso indietro l’orologio dell’ordine internazionale.

Con ciò vennero effettivamente creati due pesi e due misure per regolamentare il comportamento delle nazioni:

– da una parte c’erano le nazioni del mondo, escluso Israele, chiamate ad agire in conformità con le leggi internazionali e con gli obblighi derivanti dall’appartenenza alla comunità delle Nazioni Unite;

- dall’altra c’era Israele, da cui non ci si aspettava - e a cui non veniva richiesto – di comportarsi come il resto del mondo, o meglio, come uno stato normale.

Dietro insistenza dei sionisti nel governo Johnson, il rifiuto da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di bollare Israele come aggressore segnò la nascita del ‘doppio standard’ nell’interpretazione e applicazione delle regole per giudicare e sanzionare, dove appropriato, il comportamento delle nazioni. Questo ‘doppio standard’ rappresenta il motivo per cui dal 1967 ad oggi un vero e proprio processo di pace non è stato reso possibile.

A mio avviso non esiste la benché minima possibilità per un reale processo di pace fino a quando questo doppio standard – due pesi e due misure – non sarà abbandonato. Fino a quando, cioè, i governi delle maggiori potenze mondiali, con gli USA in testa, daranno ad Israele un messaggio forte e chiaro, che abbia questo significato: «Adesso basta. E’ nell’interesse di tutti noi che mettiate fine al vostro disprezzo del Diritto Internazionale. Altrimenti saremo obbligati a marchiarvi come stato canaglia e ad applicare boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni.»

Alan Hart, 12 aprile 2011

Vedi anche:
Presentazione dell'autore Alan Hart e del suo libro
Introduzione agli scritti di Alan Hart

Il testo originale in inglese di questo articolo è disponibile sul sito dell'autore www.alanhart.net al link:
http://www.alanhart.net/why-does-israel-have-a-veto-over-the-peace-process/#more-1511