sabato 27 giugno 2009

Alan Dershowitz al microscopio: 7. «Ebreo», «sionista» o «lobbista»? Cosa è propriamente questo «ospite», introdotto in Vaticano e alla Camera?

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Registrazione sonora qui commentata: Antefatto ovvero Il “Demolitore” che demolisce se stesso. – 1. È venuto a Roma per insultare il papa. – 2. Il processo alle intenzioni degli altri. – 3. L’ospite non è di nessun riguardo ed ha già rotto le scatole. – 4. Prima di cominciare: “demonizzazione, critica e delegittimazione di Israele”. – 5. Il Lobbista venuto dall’America per sedere “in conclave” con i Cardinali riuniti in Vaticano. – 6. Anche Yakov Rabkin è un accademico “fallito” e imboscatosi in un’università di quarta categoria? – 7. «Ebreo», «sionista» o «lobbista»? Cosa è propriamente questo «ospite», introdotto in Vaticano e alla Camera? – 8. Dopo gli insulti e le contumelie, la parola ai derisi e diffamati: a. Intervista al cardinale Rodriguez. – 9. Gli altri genocidi nel mondo come “manovra diversiva” per far distogliere lo sguardo dal genocidio dei “cananei”. – 10. Hamas, Iran: un male assoluto o un postulato retorico e propagandisto, parola d’ordine per lo squadrone mediatico? – 11. Ma l’«ospite americano» i libri di cui parla li legge o li travisa soltanto? – 12. Cosa vi è dietro agli attacchi a Carter. – 13. Res gestae di Alano sul Google versione italiana. – 14. Chi demonizza chi? – 15. Alan Dershowitz visto da John H. Mearsheimer e Sthephen M. Walt. –

7. «Ebreo», «sionista» o «lobbista»? Cosa è propriamente questo «ospite», introdotto in Vaticano e alla Camera? – È come il gioco delle tre carte, con il quale si tenta di ingannare l’incauto passante. Di solito, al gioco partecipa un “compare” che fa finta di essere pure lui un passante, ma fa parte del gioco e della truffa. Il tema di questo paragrafo è alquanto delicato e dovremo procedere lentamente e con cautela. Aspetto di potermi attrezzare con il libro, di 280 pagine, di Rabkin, che è uscito in italiano fin dal 2005, ma decisamente è passato sotto silenzio. È questa una delle strategie della Lobby. Silenziare chi non si può diffamare o altrimenti mettere fuori gioco. Rinvio ad una rilettura della intervista riportata al paragrafo precedente. Qui incomincio con l’osservare che i tre concetti “ebreo”, “sionista” e “lobbista” sono crocianamente “distinti”. Se però gli ebrei di oggi, per effetto della politica del governo israeliano, e delle associazioni lobbistica dei singoli stati, finiscono per identificarsi in tutto e per tutto, o almeno largamente con il “sionismo”, al punto da aver fatto porre ad un presidente di repubblica l’assioma lobbistico antisionismo = antisemitismo, ebbene questo è forse il momento peggiore della loro storia ed in un certo senso, ripeto: in un certo senso e salvo verifiche storico-filologice difficili da fare di questi tempi, dunque in un certo senso costituisce una rivincita postuma di Hitler e del nazismo, ovvero della sua politica antiebraica. Se gli odierni sionisti sono da identificare con gli ebrei perseguitati dai nazisti e gli odierni sionisti fanno quel che fanno oggi e che tutti possiamo vedere in danno ai diritti legittimi dei palestinesi, almeno sotto processo di genocidio dal 1948 ad oggi, ebbene i sionisti di oggi non sono certo migliori dei nazisti di ieri che non abbiamo mai potuto conoscere direttamente e che sono quelli che ci vengono rappresentanti dagli stessi “lobbisti”, che controllano anche la cinematografia holliwodiana oltre che la carta stampata e la stragrande maggioranza dei media. Lascio a chi è intelligente di poter trarre dal sillogisma le ulteriori conlcusioni.

(segue: è necessario procedere per tappe, giacché l’indignazione per la faccia tosta di questo incredibile individuo è di ostacolo ad una serena argomentazione. Chi vuole comunque può ascoltare la registrazione e giudicare per suo conto senza la mia mediazione interpretativa. Assicuro che non è difficile confutare Dershowitz. È invece difficile conservare la calma e non indignarsi. Costoro parlano tanto di “odio”, che attribuiscono ad altri ritenendo se stessi immuni da questo turpe passione, ma loro mancano del più elementare senso del pudore. Dershowitz è un campione di mancanza di ogni senso del pudore: le sue farneticazioni cozzano ad un tempo con la logica, con la verità dei fatti e con la più elementare decenza. Considerazioni a parte meritano i “domestici” ovvero gli “addomesticati” ammessi alla presentazione e che si sono prestati a fare da spalla ad uno spettacolo osceno. È stata davvero una fortuna – per me stesso, per Dershowitz e per gli organizzatori dell’ignobile presentazione – che io non fossi presente al luogo in cui è stato registrato il sonoro.)

venerdì 26 giugno 2009

Alan Dershowitz al microscopio: 6. Anche Yakov Rabkin è un accademico “fallito” e imboscatosi in un’università di quarta categoria?

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Registrazione sonora qui commentata: Antefatto ovvero Il “Demolitore” che demolisce se stesso. – 1. È venuto a Roma per insultare il papa. – 2. Il processo alle intenzioni degli altri. – 3. L’ospite non è di nessun riguardo ed ha già “rotto le scatole”. – 4. Prima di cominciare: “demonizzazione, critica e delegittimazione di Israele”. – 5. Il Lobbista venuto dall’America per sedere “in conclave” con i Cardinali riuniti in Vaticano. – 6. Anche Yakov Rabkin è un accademico “fallito” e imboscatosi in un’università di quarta categoria? – 7. «Ebreo», «sionista» o «lobbista»? Cosa è propriamente questo «ospite», introdotto in Vaticano e alla Camera? – 8. Dopo gli insulti e le contumelie, la parola ai derisi e diffamati: a. Intervista al cardinale Rodriguez. – 9. Gli altri genocidi nel mondo come “manovra diversiva” per far distogliere lo sguardo dal genocidio dei “cananei”. – 10. Hamas, Iran: un male assoluto o un postulato retorico e propagandisto, parola d’ordine per lo squadrone mediatico? – 11. Ma l’«ospite americano» i libri di cui parla li legge o li travisa soltanto? – 12. Cosa vi è dietro agli attacchi a Carter. – 13. Res gestae di Alano sul Google versione italiana. – 14. Chi demonizza chi? – 15. Alan Dershowitz visto da John H. Mearsheimer e Sthephen M. Walt. –

6. Anche Yakov Rabkin è un accademico “fallito” e imboscatosi in un’università di quarta categoria? – Non vi sono dubbi che Dershowitz sia un sionista “sfegatato”, ed anche a quel che lui dice di se stesso un ebreo. Mentre è assoluatmente certo che sia un “sionista” ed un lobbista, qualche dubbio potrebbe esservi se sia anche un “ebreo”. Se poi gli ebrei sono nel mondo come lui dice 13 milioni ed una metà di essi si trovano in Israele, dove certamente è facile trovare “sionisti” tutta la faccenda si complica. Ho sentito un ebreo rinfacciare ad una nota sionista, oltre che una notevole ignoranza e disonestà intellettuale, anche il grave rischio, ad essa imputabile ma anche ad un Dershowitz, di far sorgere un nuovo genere di “antisemitismo” affatto diverso da ogni altro precedente. Considerando i numeri, e la sfacciata aggressività sionista, la cui forza risiede nel lobbismo americano – di cui Dershowitz è un caporione –, il pericolo non mi sembra chimerico a fronte di oltre un miliardo di cristiani, ed in particolare cattolici, ad oltre un miliardo di musulmani, in pratica una gran fetta dell’umanità che si vede ogni giorno insultata, vilipesa, derisa dalla pattuglia sionista o ebrea. Non troviamo di meglio dell’intervista che segue, dovuta al professore ebreo Yakov Rabkin, uno storico come Pappe e Sand, al cui lavoro Rakbin si richiama, per illustrare la relazione fra “ebreo” e sionista”. Ringrazio chi mi ha fatto oggi conoscere questa intervista e il libro di Rabkin, non certo nel catalogo della eurilink, ma che quanto prima mi procurerò per divorarne tutte le 286 pagine.


23/06/2009
Ripreso da peace reporter
Ebreo, non sionista

Intervista allo storico Yakov Rabkin,
autore del libro “In nome della Torah

tradotto con titolo:
Una minaccia interna. Storia dell'opposizione ebraica al sionismo
Editore: Ombre Corte
Traduttore: Ottaviani S.
Pagine: 286
ISBN: 888700966X
Data pubblicazione: 2005

scritto per noi da
Anna Maria Volpe

Yakov Rabkin è professore titolare di una cattedra presso il dipartimento di Storia dell'Università di Montreal e membro del Centro Canadese di studi germanici ed europei. Nel suo libro In nome della Torah, Rabkin affronta la storia dell'opposizione giudaica al sionismo. Argomento spinoso, di cui si parla poco ma che si rivela cruciale per capire la differenza tra due concetti, spesso confusi ed erroneamente sovrapposti, l’essere sionisti e l’essere ebrei. Nel suo libro, Rabkin spiega quali sono le ragioni teologiche e religiose alla base del rifiuto di molti ebrei dello Stato d'Israele.

In nome della Torah è un libro che ha suscitato diverse polemiche e che ha lo scopo di chiarire le differenze tra ideologia sionista e giudaismo. Quali sono queste differenze? Perché l'esistenza d'Israele non sarebbe compatibile, a suo dire, con i precetti della Torah?

• Il sionismo rappresenta un movimento nazionalista avente quattro obiettivi essenziali: [1.] trasformare l’identità transnazionale ebraica fondata sulla Torah in una identità nazionale sul modello di quelle europee; [2.] sviluppare una lingua nazionale fondata sull’ebraico biblico e rabbinico; [3.] trasferire gli ebrei dal loro paese d’origine alla Terra Santa e [4.] stabilire un controllo politico e economico sulla Palestina. Sia i sionisti che i loro avversari concordano su un punto: sionismo e Stato d’Israele costituiscono un momento di rottura nella storia ebraica. Questa rottura risulta dall’emancipazione e della secolarizzazione degli ebrei in Europa durante il XIX e XX secolo. Nel mondo ebraico europeo alla fine del XIX, il sionismo appare come un minaccioso ed incongruo paradosso. Da una parte si tratta di un movimento modernizzatore che agisce contro la tradizione, dall’altra parte idealizza il passato biblico, utilizza simboli tradizionali e aspira a realizzare concretamente il sogno millenario del popolo giudaico. Soprattutto, il sionismo offre una nuova definizione dell’essere ebrei: l’identità giudaica perde il suo senso normativo e il nuovo ebreo è assimilato ad una razza, ad un popolo o ad un’etnia. Questa concezione accomuna sionisti ed antisemiti. Lo storico israeliano Yosef Salmon, pur riconoscendo le molteplici posizioni caratterizzanti l’opposizione religiosa ebraica al sionismo, ne dona una definizione:
«In breve, il sionismo è visto come una forza di secolarizzazione della società ebraica (...) Poiché i suoi più importanti programmi sono associati alla Terra d’Israele, oggetto delle speranze messianiche tradizionali, esso è infinitamente più pericoloso di ogni altra forza di secolarizzazione, dunque, occorre criticarlo».
Ciò spiega la persistenza dell'opposizione al sionismo da parte della cerchia ebraica tradizionale. Si tratta di un'opposizione poco conosciuta ed è per questo che me ne occupo. Questo libro è stato tradotto inizialmente in italiano e successivamente in nove lingue. E' una prova di come la questione rimanga di attualità.

Nel sesto capitolo lei parla della Shoah e di come essa sia servita per legittimare l’ideologia sionista. C’è stata, a suo avviso, una strumentalizzazione di questo tragico evento?

• Il mio libro non fa che sfiorare la strumentalizzazione della Shoah finalizzata a legittimare lo stato d’Israele e l’ideologia sionista. Diversi studiosi, tra cui Norman Finkelstein,
hanno consacrato a questo tema opere intere. Il mio libro vi aggiunge un’analisi del discorso tradizionale ebraico relativamente alla Shoah inserendo anche le gravi accuse rivolte ai sionisti da diverse correnti giudaiche.

Perché non si definisce sionista?

• Quando Ben Gurion, nel 1948, ha dichiarato la nascita dello Stato d’Israele, contrastando la volontà dei paesi limitrofi, ivi compresi i gruppi giudaici tradizionali, ha condannato la regione ad un conflitto cronico. Esso è una delle fonti d’instabilità nel mondo ed origine della confusione creatasi tra giudaismo rabbinico, che aborre il ricorso alla forza, e sionismo, ampiamente basato sulla forza dalla sue origini. Questa mancanza di chiarezza è pericolosa e volutamente mantenuta e accentuata affinché lo Stato d’Israele possa essere il solo rappresentante degli ebrei nel mondo. Tra i sionisti e gli ebrei, laici e religiosi, che si oppongono a Israele vi è una profonda frattura. Sempre più spesso gli ebrei si chiedono pubblicamente se lo stato-nazione etnico, stabilito in Medio Oriente, sia un buon garante per la sicurezza degli ebrei. Molti si preoccupano del fatto che il sionismo militante distrugge i valori morali giudaici e mette in pericolo gli ebrei israeliani e non. Condivido queste preoccupazioni e, da parte mia, cerco di mettere in rilievo ciò di cui i padri fondatori andavano fieri: l’antagonismo radicale tra sionismo e tradizione ebraica. Sono, per principio, opposto ad ogni tipo di nazionalismo etnico esclusivo.

Cosa risponde a chi sostiene che la sua tesi rischia di fomentare l’antisemitismo e quali sono i punti in comune tra antisemitismo e sionismo?

• Non ricordo di aver ricevuto critiche simili. Anzi, coloro che hanno letto il mio libro considerano che possa placare la violenza antiebraica in Europa e che fornisce un argomento che contrasta l’antisemitismo: dopo averlo letto sarà impossibile confondere il giudaismo con il comportamento di uno stato che ambisce a parlare in nome di tutti gli ebrei. Ci sono diversi punti di convergenza tra antisemitismo e sionismo e questi spiega il rifiuto del sionismo da parte del popolo ebraico. Ad esempio, la visione nazionalista dell’ebreo è propria sia del sionismo che dell’antisemitismo di cui gli ebrei hanno sofferto nel corso del XX secolo. Entrambi affermano che la vera patria dell’ebreo è Israele piuttosto che il suo paese natale nel quale, secondo le due ideologie, non potrebbe mai integrarsi.

Stiamo assistendo alla nascita di un'opinione pubblica ebraica e internazionale critica verso le capacità d'Israele di garantire la sicurezza agli ebrei? Che ruolo può avere questa corrente nel determinare certe politiche israeliane?

• Sin dall’inizio il progetto sionista ha ricevuto critiche. Hannah Arendt, Albert Einstein, Martin Buber e diversi rabbini hanno mostrato riserve riguardo alla nascita d’Israele. Eppure i sionisti hanno creato il loro stato senza prestare ascolto. Oggigiorno sarebbe indubbiamente più efficace convincere le leadership politiche occidentali di trattare Israele come ogni altro stato, senza considerare né il mito dello stato giudaico, né la Shoah. Attraverso le capitali dei loro paesi gli ebrei possono avere un impatto concreto e trovare il riscontro che manca in Israele.

Come è stato accolto questo libro nel mondo arabo e in quello ebraico?

• No, ho ricevute molte mail di apprezzamento da parte di lettori ebrei, cristiani e musulmani. Grandi giornali israeliani, libanesi, argentini, canadesi, italiani e tanti altri hanno parlato del libro offrendomi l'opportunità di presentarlo. Allo stesso tempo diversi media sionisti all’esterno d’Israele hanno fatto calare il silenzio sull’opera.

– La sua opera finisce con la frase dello storico israeliano Boas Efron: “Lo Stato d’Israele, e tutti gli stati del mondo, nascono e spariscono. Anche Israele sparirà (..) Ma suppongo che il popolo ebraico esisterà sinché la religione ebraica esisterà, forse ancore per migliaia di anni. L’esistenza d’Israele non presenta alcuna importanza per quella del popolo giuidaico. Gli ebrei nel mondo possono vivere molto bene senza di lui”.

Quale sarà l’avvenire d’Israele secondo lei?

• La maggior parte degli israeliani non sono ebrei praticanti. Inoltre in un numero rilevante di casi, la cittadinanza israeliana è equivoca, com’è stato recentemente dimostrato dallo storico israeliano Shlomo Sand.
Egli considera il popolo ebreo come un concetto europeo, inventato per soddisfare i bisogni del sionismo. È innegabile che la formazione dell’identità israeliana nasca in opposizione a quella ebraica tradizionale. Israele nega questa evidenza, poiché pretende di essere lo Stato di tutti gli ebrei del mondo piuttosto che dei suoi cittadini, ebrei e non. È qui che noto delle tensioni interne senza avere però l’aspirazione di predire l’avvenire di questo Stato.
Devo supporre che a Rabkin debbano estendersi le contumelie (“spazzatura”, “fallito”, etc) che l’«ospite» non ha lesinato a Finkelstein, a Pappe. Se noi avessimo rivolto questi insulti ad un qualsiasi ebrei, sarebbe subito fioccata l’immancabile accusa di “antisemitismo”. Ma fra ebrei sono consentite quelle espressioni che sono invece rigorosamente proibite da parte di un povero goym. Si noti che la risposta che in gennaio 2009, in Roma, diede Ilan Pappe circa il fatto che si è antisemiti se non si è antisionisti acquista una nuova luce e profondità leggendo questa intervista a Rabkin. Al tempo stesso il tentativo che Derhowitz fa di mettere in ridicolo i rabbini che abbracciavano Ahmadinejad si rivela per quel che è: un puro tentativo di gettare fango e diffamazione sui suoi stessi correligionari, se mai Dershowitz possa considerarsi, religiosamente parlando, un “ebreo”. O altrimenti cosa? Un sionista ed ancor più un lobbista, venuto in Italia per tentare di forgiare un lobbismo a forte somiglianza con quello americano. Bisogna vedere se gli italiani, aperti loro gli occhi, siano disposti ad accettarlo.

Comunicato stampa dell’ISM:

Poiché non vi è da attendersi che la tv di stato o i maggiori quotidiani riprendano il Comunicato stampa dell’ISM ne riproduciamo qui integralmente il testo. «Civium Libertas» aderisce alla campagna di boicottaggio contro Israele pubblicando con evidenza i relativi banner e dando rilievo e divulgazione ad ogni notizia attinente.

CIVIUM LIBERTAS

* * *


ISM-Italia
Comunicato stampa 2009/06/25

9 luglio 2004 – 9 luglio 2009
5 anni dopo la sentenza della ICJ dell’ONU sul Muro israeliano dell’Apartheid

Il 9 luglio 2004 La Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU ha emesso un parere consultivo, richiesto dall’Assemblea Generale dell’ONU, sulle conseguenze legali della costruzione del muro nei territori palestinesi occupati.
Il parere della Corte è chiarissimo:
“La costruzione del muro da parte di Israele, la Potenza Occupante, nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est e dintorni, e la regolamentazione che ne deriva, è contraria alla legge internazionale; ……
Israele ha l’obbligo di porre termine alle sue violazioni della legge internazionale; ha l’obbligo di cessare immediatamente i lavori di costruzione del muro nei Territori Palestinesi Occupati, inclusa Gerusalemme Est e dintorni, di demolire immediatamente le strutture situate in queste zone, e in più di abrogare o rendere inefficaci immediatamente tutti gli atti legislativi o regolamentari relativi, in accordo con il paragrafo 151 di questo Parere; …….
Tutti gli Stati hanno l’obbligo di non riconoscere la situazione illegale che deriva dalla costruzione del muro e di non prestare aiuto o assistenza nel mantenere la situazione creata da questa costruzione; tutti gli Stati aderenti alla Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla Protezione di Civili in Tempo di Guerra del 12 Agosto 1949 hanno inoltre l’obbligo, rispettando la Carta delle Nazioni Unite e la legge internazionale, di assicurare la conformità da parte di Israele con la legge internazionale umanitaria contenuta in quella Convenzione;”
L’Italia in un documento ufficiale del gennaio 2004 (governo Berlusconi) invitò la Corte a non pronunciarsi sull’argomento, allineandosi alla posizione USA.

E’ stata sottolineata da Domenico Gallo, magistrato, in un articolo del 15 luglio 2004 (http://www.domenicogallo.it/view.asp?id=75), l’importanza del pronunciamento della Corte, che per la prima volta si esprimeva su un problema relativo alla questione israelo-palestinese.

Sono passati 5 anni e Israele ha proseguito nella costruzione del muro senza che gli Stati si siano preoccupati di tenere in un qualche conto il parere della corte, fatto poi proprio dall’Assemblea Generale dell’ONU a larghissima maggioranza.

Dopo un anno, Il 9 luglio 2005, la società civile palestinese si appellava alla società civile mondiale per una campagna di boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni contro Israele, nota come BDS.

Mentre a l'Aquila sarà in corso il G8, si terrà a l'Aia, il 9 luglio, un incontro internazionale con la partecipazione, tra gli altri, di Richard Falk, relatore speciale dell'ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 e di Omar Barghouti, uno dei promotori della campagna BDS palestinese, http://www.unitedcivilians.nl/nl/campagnes.phtml?p=Campagnes&campagne=19.

Omar Barghouti sarà a Roma il 10 e 1'11 luglio e ISM-Italia si sta impegnando alla organizzazione di una iniziativa simile a quella del 9 luglio all'Aia.

9 luglio 2004: un parere della ICJ che bisogna far rispettare a Israele e agli Stati membri dell'ONU, rispondendo in modo più efficace e più capillare all'appello BDS palestinese del 9 luglio 2005.

BOICOTTARE ISRAELE E I SUOI COMPLICI:
UN DOVERE MORALE, UN DOVERE POLITICO.

Alan Dershowitz al microscopio: 5. Il Lobbista venuto dall’America per sedere “in conclave” con i Cardinali riuniti in Vaticano.

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5. Il Lobbista venuto dall’America per sedere “in conclave” con i Cardinali riuniti in Vaticano. –Non può esservi dubbio che deve trattarsi di un marchiano errore o dello stesso Dershowitz, di cui non mi è riuscito di individuare la parola inglese da lui adoperata, o certamente della sua traduttrice Emy Lowenthal, forse parente di quell’Elena, che fece una crociata contro un docente torinese, il prof. Pallavidini, la cui storia abbiamo narrato altrove. Ad un certo punto Dershowitz viene a dire che si trovava, in Vaticano, «in conclave» seduto accanto a cardinali cattolici, lui certamente cattolico non è e meno che mai cardinale. Ogni cattolico sa che da secoli ad ogni elezione di un nuovo papa, tutti i cardinali che devono eleggere il successore di Pietro, si isolano rigidamente dal mondo esterno fino a quando non hanno deciso sul Successore. Nessuno, ma proprio nessuno, può stare o essere in contatto con i cardinali che devono eleggere il papa: questo è il «conclave» nella comune e consolidato accezione di ogni cattolico che appena un poco segue le vicende della sua chiesa. En passant, senza essere affato un “bigotto” – come Dershowitz dice che sia il cardinale Rodiguez, che sedeva accanto a lui, a pochi metri, durante l’ultimo… «conclave» in Vaticano, dobe però non si capisce a quale titolo Dershowizt vi si trovasse – dico che a norma di diritto canonico sarei anche io un cattolico, in quanto “battezzato”, perfino “cresimato” e mai, ad oggi, ch’io sappia, “scomunicato”: avrei pertanto titolo pure io a parlare come cattolico, “fede” a parte. I miei critici e detrattori di parte cattolica farebbero bene a considerare questo dato di fatto, quando mi gettano in faccia il loro esser cattolici. Rimprovero loro che sono spesso “ignoranti”, non conoscendo neppure i fondamenti del cristianesimo, del cattolicesimo, della teologia cattolica, della teologia politica.

Un mio vecchio e simpatico professore, napoletano, Giuseppe Palomba, ci insegnava che esistono 99 modo per avere sempre ragione e che lui ad uno uno ce li avrebbe insegnati tutti. Naturalmente, era un modo di dire che esistono tecniche, per lo più proprie degli avvocati, per le quali si ha sempre ragione anche quando il proprio torto riesce evidente anche ai sassi. Nel caso di Dershowitz la tecnica – che non “funziona per nulla alla grande”, cara Emy – è la grande sicumera e faccia tosta con cui spara come una mitragliatrice impudenti corbellerie senza pausa alcuna. Ed in effetti è piuttosto laborioso isolare ogni singola corbelleria che spesso è logicamente confutata dalla successiva, come quando l’Avvocato d’oltreoceano si lamenta delle immagine istantanee dei bambini a Gaza ma poi gira sui tacchi quando gli si contesta che Israele né allora né prima né dopo lascia entrare in Gaza testimoni scomodi di nessun genere. Avendo un pubblico selezionatissimo di giornalisti ammaestrati, che fanno parte dello stesso giro, nessuno si cura di fargli notare le palesi contraddizioni. Uno spettacolo davvero penoso quello organizzato da Eurispes e Eurilink! Ma veniamo all’oggetto di questo paragrafo, dove dobbiamo limitarci non alle singole numerose corbellerie ma al tono generale, allo spirito.

Per un cattolico, tale a norma di diritto canonico, è intanto stupefacente l’alto onore concesso all’«ebreo» e «sionista» nonché soprattutto «lobbista» Dershowitz in Vaticano, dove ci fa sapere che vi si trovava due giorni prima del 4 maggio, giorno della registrazione delle oscenità che noi andiamo qui commentando. Nel link di Radio radicale non è indicato il luogo esatto, ma supponiamo che sia la sede della stessa Eurispes o forse un luogo procurato dell’editrice Eurilink con inviti selezionati ai giornalisti alquanto monocordi ivi raccolti. Non risponde nessuno al telefono per avere notizie dalla stessa fonte in merito all’organizzazione della performance sionista. Sorvolo su tutti i volgari insulti rivolti pubblicamente ai più alti prelati della chiesa cattolica: bigotto al cardinale Rodriguez, il quale è semplicemente uno con un coso rosso alla testa! Come ed a quale titolo alla Curia vaticana sia venuto in mente di invitare al “conclave” un simile individuo che appena due giorni dopo insulta pubblicamente il suo ospite, cioè formalmente il Papa, al quale si riconduce ogni minimo atto della Curia, è cosa tutta da indagare a parte. Cercherò di saperne e capirne qualcosa, ma senza diventare un “vaticanista”, strano mestiere che però dà da campare a non pochi giornalisti specializzati in questa arcana materia.

Chi sta più in alto nella gerarchia cattolica, quindi il papa, usa formalmente e abitualmente qualificarsi come “servus servorum”, cioè l’umiltà è una virtù e condizione richiesta a chi riveste maggiore autorità e potere. Invece, come un elefante nella stanza dei cristalli l’«ebreo», «sionista» e «lobbista» Dershowitz insulta quanti stanno in basso: Williamson non è un pio “pastore” del suo “gregge”, ma è uno di “basso rango” che si è permesso di dire cose che sono “peccato” – lo sa e lo dice lui stesso, cioè Dershowitz –. L’«ebreo» ammesso in Vaticano per insegnare il catechismo ai cardinali pretende dal papa che tiri le orecchie ai cardinali che lui ci dice essere stati “birichini”. E faccia bene attenzione il papa, se non vuole lui stesso passare qualche guaio e prendersi un cazziatone. Sembra qui di risentire quel Michelino il Folle, che prendendosela con Blondet, reo di scrivere quel che pensa, pretendenva dal presidente dell’Ordine dei giornalisti italiani che radiasse Blondet dall’Ordine. E si lamenta, deplora che il Presidente dell’Ordine dei Giornalisti non abbia risposto a tanta follia! È lo stesso ordine mentale, a tutti i livelli, la stessa tecnica, la stessa propaganda, gli «ebrei» o almeno quelli che si dicono tali, e potrebbero essere solo e semplicemente «sionisti» e «lobbisti», pretendono dal direttore di scuola elementare che censuri il bidello, dal capospazzino che censuri lo spazzino semplice e senza galloni – come in una commedia con De Filippo –, che il giornalista venga licenziato, che l’insegnante venga licenziato o, come è davvero successo in Torino, che venga sottoposto a perizia psichiatrica per aver osato dire qualcosa di non gradito ai Supremi Poteri Sionisti. Un mondo allucinante che però è quello in cui viviamo.

Dershowitz dà già per defunto papa Ratzinger e si preoccupa che a succedergli possa essere il cardinale Rodriguez, valutato ai primi cinque posti. Un cattolico non riesce ad avere tanta scienza, ma un «lobbista» che sa bene il suo mestiere sa evidentemente questo ed altro. La “Nova Aetate” ha una storia tutta interna al B’naï B’rith. Non si trattava di un episodio isolato. Partendo da allora, e facendo uso di collaudate tecniche, il “lobbismo” ebraico si è spostato in Vaticano, dove già esiste chiaramente qualcuno che apre la porta e fa entrare Dershowitz addirittura nel “conclave”, una prerogativa che per secoli e secoli non era mai stata riconosciuta a regnati e imperatori, ma a Dershowitz è riconosciuta: gli è perfino concesso non in Anagni, ma in Vaticano, di dare schiaffi e sberleffi a cardinali, vescovi e perfino papi! Se questo non è già il regno dell’Anticristo, diventa difficile immaginare cosa sia questo Anticristo di cui tanto parla Giovanni.

giovedì 25 giugno 2009

Il G8 di Frattini e la «cupidigia di servilismo»


Il palinsesto della mia giornata prevede altro, con alcune scadenze da rispettare. Tuttavia, voglio rapidamente svolgere per iscritto alcune riflessioni legate all’attualità. Più volte la tv di stato ed i principali quotidiani stampati ci hanno ricordato un evento non evento: il G8 di Franco Frattini a Trieste. L’insipienza del personaggio è tale da lasciar scivolare la notizia come priva di importanza e non meritevole di attenzione. Il sistema mediatico ha infatti questa natura: si enfatizzano le notizie che interessano chi li mette in circolazione e si ignorano o silenziano quelle che invece interessano i cittadini che non gestiscono le leve del potere, per cui questi cittadini le notizie devono andarsele a cercare altrove, fuori del sistema della propaganda di regime. Ebbene, ciò premesso, la considerazione su Frattini e il G8 da tenersi a Trieste sotto presidenza italiana è quella che segue al capoverso successivo.

Si è appreso che Ahmadinejad non ha accettato l’invito di Frattini, che avrebbe rivestito i panni di improbabile e non credibile mediatore, come se la sua “grande amicizia” per Israele non fosse nota ai sassi. Un mediatore deve essere neutro ed avere la fiducia di quanti ne accettano il ruolo: Frattini pretendeva di far vedere a Obama quanto è un bravo diplomatico! Ridicolo e penoso! Né per Fini né per Frattini sia Geddafi sia Ahmadinejad possono avere fiducia alcuna: hanno sposato, armi e bagagli, la causa del sionismo, assai peggiore del nazismo, pur nella necessaria distinzione dei due concetti e contestualizzazione storica. Bene ha fatto Geddafi a non andare da Fini, bene farà Ahmadinejad a non andare da Frattini. A costo di scandalizzare qualcuno, dico che io – italiano ad una ed una soltanto fedeltà, nazionalità e cittadinanza – mi identifico più con Geddafi e Ahmadinejad che non con Fini e Frattini, che per me rappresentanto più Israele e il sionismo che non l’Italia e la mia persona in particolare.

Il ruolo servile dell’Italia non è cosa di oggi. Lo aveva già denunciato Vittorio Emanuele Orlando parlando di “cupidigia di servilismo” dei nostri governanti. La tradizione si è conservata ed è stata fatta propria perfino da chi pretendeva di rappresentare la nazione più di altri partiti: il potere val bene qualche sacrificio ideologico. Dunque, che Ahmadinejad andasse a Trieste per sentirsi tirare le orecchie dal sionista Frattini sarebbe stato veramente una grande ingenuità. Per noi italiani il fatto che nè Geddafi nè Ahmadinejad vadano da queste persone è un modo per far sapere a tutto il popolo italiano che gli “amici di Israele” non vengono riconosciuti come rappresentanti politici di popolo italiano, quello che resta fuori di una Lobby, che si interseca in innumerevoli associazioni, fra cui ad esempio la ultra lobbistica Associazione «Amici di Israele», gestita e diretta da Israele, e di cui era presidente l’incredibile Deborah Fait, che per fortuna nostra ma per sfortuna dei palestinesi dal 1995 si è trasferita nella terra coloniale indicata sulla carta geografica con il nome di Israele: la sua creazione è stata l’ultima avventura coloniale del Novecento. Espressioni mediatiche e idiote come “diritto all’esistenza, riconoscimento” e simili nascondono un’assai triste e squallida storia di nascita, che si cerca di celare con espressioni prive di senso logico. Gli ebrei d’Italia, di Russia, di Polonia e tutta l’altra schiuma del mondo si sono riversate con le loro zanne e i loro artigli su quelle infelici regioni allo stesso modo in cui in epoche meno informatizzate i fuggiaschi e gli avventurieri o i disperati d’Europa si riversarono in America, massacrando i nativi. Nessun «Olocausto», nessuna Giornata della Memoria rievoca queste autentiche vergogne del nostro passato, fatto di cose buone ma anche di cose cattive, un passato che occorre poter liberamente ricostruire e ricordare per evitare il male fatto e redimerci con il bene che possiamo fare. In nessun modo corrisponde alla dignità, al buon nome e agli interessi economici del popolo italiano la copertura di quella che l’informatissimo Robert Fisk definisce giustamento l’ultima conquista coloniale dell’Occidente, ed io aggiungo al prezzo di un vero «Olocausto» che possiamo vedere, sentire e toccare con i nostri occhi, mentre quell’altro cui ci vogliono convincere con grande profusione di mezzi noi non possiamo né vederlo, né sentirlo né toccarlo, ma vergogna delle vergogne sappiamo che vengono rinchiusi in carcere quanti dubitano che le cose siano andate esattamente per come ce le raccontano.

Dunque, bene farà Ahmadinejad a non andare a Trieste dopo le villanie che le stesse persone gli hanno riservato appena un anno fa, quando venne per andare alla FAO. Quanto a “democraticità” sono ben certo che egli rappresenta il popolo iraniano molto più di quanto Frattini non rappresenti quello italiano. Lo so che è un’affermazione un poco complicata da sostenere. Ma per lo meno nessuno mi verrà contestare che certamente Lui a Me non mi ha mai rappresentato fin dal primo giorno in cui ricordo di avergli sentito aprire bocca, una bocca tutta israeliana. Sarei felicissimo – e mi dispiace per i palestinesi – che anche lui, come Deborah Fait, si trasferisse in Israele e continuasse lì tutta la sua restante carriera politica. Quanto agli intrighi di questi giorni in Iran, basta ricordare quanto già USA e Gran Bretagna fecero nel 1953, quando per i loro interessi petroliferi abbatterono il governo democratico di Mossaqued per insediare il democraticissimo governo dello Scià, di cui gli iraniani poterono liberarsi con la rivoluzione del 1979, per poi difendere questa rivoluzione con 8 anni di guerra e un milione di morti causati dalla guerra mossa da Saddam, allora grande alleato e amico degli USA. Anche allora, nel 1953, furono pagate 8.000 comparse perché inscenassero manifestazioni. A Fini, non ancora Presidente della Camera, va ricordata la sua presenza in Roma nel dicembre del 2007, ad un convegno organizzato da madonna Fiammetta – poi da lui messa in lista nel PdL, da lui e non dalla base dei militanti del PdL, partito notariamente democratico delle Libertà di un Popolo che non conta nulla nel fare le liste e le candidature: può solo votarle o non votarle, senza che nulla cambi: bella democrazia! –, in un convegno, dicevo, a cui era presente Aznar e dove erano anticipate le sommosse iraniane di questi giorni. All’epoca uno dei “dissidenti” disse pure di quanto denaro aveva bisogno per fare il lavoro.


mercoledì 24 giugno 2009

Aldo Costa: Cent’anni di futurismo.

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È il secondo degli articoli, annunciati e che pubblico a pochi minuti l’uno dall’altro, dell’amico Aldo Costa, di cui ho già detto prima. Qui il tema è diverso: il futurismo. Argomento squisitamente culturale che riguardo il nostro passato. Il “futurismo” è stato offuscato dalle sue valenze e implicazioni politiche, ma è questo una nuova occasione per ribadire il diritto e il dovere al pieno recupero del nostro passato storico, della nostra memoria storica, che è conquista delle coscienza individuale di ognuno e nessuna normativa che voglia essere liberale può pretendere di comprimere, deviare, alterare. L’articolo è già uscito su un quotidiano calabrese ed è particolarmente rivolto alle celebrazioni del futurismo in Calabria, la cui “diaspora” conta in Roma circa 400.000 calabresi, che tuttavia non dispongono nella Capitali di centri culturale adeguati alla sua più ampia comunità. Il Sindaco Alemanno nutre altre simpatie e sentimenti.

Antonio Caracciolo


ALDO COSTA

Cent’anni di futurismo

Or sono cent’anni da quel 20 febbraio del 1909 allorchè il quotidiano conservatore francese “Le Figaro” pubblicò un editoriale consacrato al manifesto del futurismo che annunciava al mondo intero la nascita di un nuovo movimento artistico destinato a lasciare un’eredità profonda in vari campi, dalla pittura alla letteratura, dall’architettura al teatro.

E per celebrare il centenario della ricorrenza mostre, libri, serate futuriste e concerti musicali hanno inondato le città italiane, riportando in auge uno dei pochi movimenti culturali che ha influenzato le creazioni artistiche, musicali e letterarie del secolo scorso (e non solo).

Dalla Francia alla Germania, dalla Russia alla Spagna il Futurismo ha rappresentato un nuovo modo di concepire la vita, non solo l’arte e la letteratura, ed ha segnato intere generazioni che “ritte sulla cima del mondo scagliavano, una volta ancora, la loro sfida alle stelle”.

Con queste parole terminava il manifesto parigino ideato da Filippo Tommaso Marinetti, cui lo scrittore Giordano Bruno Guerri ha da poco dedicato un’imponente biografia e, da allora, questa corrente culturale, quest’ideologia della modernità, com’ è stata definita, non ha mai smesso di coinvolgere, suggestionare, ispirare migliaia di artisti sparsi in ogni angolo del mondo.

Scrive Filippo Ceccarelli nella recensione di uno dei più bei libri usciti recentemente a rievocare quei magici momenti, “La nostra sfida alle stelle. Futuristi in politica”, scritto da Emilio Gentile, docente universitario di storia contemporanea, che “dopo tutto il futurismo è qui, tra noi, inconsapevole, frammentario, farsesco e debitamente depurato dei suoi aspetti più truculenti…E’ un fatto di stile, di forme. E’ una specie di futurismo light che vive o forse rivive nelle pieghe della cronaca: l’avventura di Sgarbi a Salemi (o in Libia), il letame sotto Palazzo Grazioli, la scenografia dei comizi con tamburi fumogeni e palloncini, la Fontana di Trevi dipinta di rosso, le beffe di quei primitivi di un’era nuovissima che sono gli hacker, l’energia sfolgorante degli spot e delle immagini televisive, la dissoluzione del politichese nei paroliberi rap, la volontà di potenza della tecnologia wireless…”.

Chi non sembra proprio accorgersi che il Futurismo ha rappresentato un momento di grande interesse per la vita artistica regionale son proprio gli stessi calabresi che hanno dimenticato i tanti artisti che, a diverso titolo, hanno militato, è il caso di dirlo, tra le fila del movimento.

C’è un bel libro di un attento intellettuale catanzarese Franco Magro, che per le edizioni di Calabria Letteraria ha pubblicato nel 2004 “Catanzaro, Vento Futurista”, che descrive efficacemente come quella corrente letteraria artistica riuscì a infiltrarsi anche nella lontana periferia calabrese che pur tanti ingegni aveva donato ai seguaci di Marinetti.

Ed è forse utile ricordare che Umberto Boccioni, uno dei protagonisti dell’avanguardia artistica, trovò i natali proprio in questa terra a Reggio Calabria, prima di trasferirsi con l’intera famiglia a Padova.

Ma tanti altri artisti calabresi si distinsero al seguito di Marinetti: da Antonio Marasco a Rodolfo Alcaro a Alfonso Dolce, cui qualche anno fa una compagnia teatrale catanzarese dedicò la pièce “Dolce Sintetico Show”, da Giovanni Rotiroti a Leonardo Russo senza dimenticare che il reggino Enzo Benedetto fino alla sua scomparsa ha continuato a pubblicare la singolare rivista “Futurismo Oggi” e che il calabrese Luigi Tallarico è, forse, il più importante studioso del movimento e, non a caso, ha organizzato un’eccellente mostra “Futurismo, nel suo centenario la continuità” in Puglia e non nella sua regione.

E come non ricordare che le celebrazioni del Futurismo a Roma sono state aperte da una preziosa installazione di luci denominata “Nuove Iridescenze ideata dal nostro Giancarlo Cauteruccio forse, con Brian Eno, l’artista più futurista del momento.

E mentre a Roma alle Scuderie del Quirinale, in collaborazione con il Centre Pompidou di Parigi e la Tate Modern di Londra, si celebra il “Futurismo. Avanguardia - Avanguardie” e al Mart di Rovereto si mettono a confronto le avanguardie futuriste di “Italia - Germania - Russia”, more solito, la Calabria, distratta dalle solite bagattelle politiche (a parte qualche piccola iniziativa a Palmi e a Reggio Calabria) dimentica una delle pagine più belle che siano state scritte dai suoi artisti, con l’unica eccezione di una mostra, curata da Tonino Sicoli e Cristina Sonderegger, che dovrebbe tenersi al Maon - Museo d’arte dell’otto e novecento di Rende.

Dimenticavo di sottolineare che “La dinamo futurista. Omaggio a Boccioni”, titolo dell’esposizione, si è già tenuta a Lugano, in Svizzera, paese che da sempre ospita artisti ed eventi troppo spesso trascurati nella propria terra d’origine. Cosi è … purtroppo!

Aldo Costa

Aldo Costa: In ginocchio da Geddafi

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Sono molto lieto di pubblicare due articoli, già apparsi sulla stampa, che il carissimo amico Aldo Costa mi ha inviato per questo blog. Non ci capita di discutere in privato su tutti i temi disparati della politica estera o interna. Il nostro collaudato sodalizio è tale che niente e nessuno impedisce all’uno di accedere al punto di vista dell’altro, dopo franca ed amichevole discussione. È un modo per crescere insieme su molti argomenti e temi del sapere. Pubblico senz’altro questo primo articolo ed il successivo sul futurismo, rinviando ad un secondo monento la discussione pubblica o privata dei temi trattati. Annuncio che sarà ben lieto di promuove a Collaboratore permanente del Blog l’avv. Aldo Costa, fra i fondatori e iniziatori di Forza Italia in Calabria, e tuttora insieme con me militante del Pdl, dopo aver ricoperti importanti incarichi nel Comune di Catanzaro ed essere stato Direttore del Politeama. Fra le prime cose di cui parleremo sarà la mia “simpatia” (insieme a quella di Silvio) per Geddafi: non sapevo che a lui fosse antipatico, mentre io sono di diverso avviso. In ogni caso, non sarà Geddafi ad incrinare la nostra amicizia che ha ben altre e puù solida fondamenta. A me dispiace di non essere stato alla Sapienza, nella mia università, quando Geddafi è venuto: non me lo avevano detto! Ma viene tanta gente alla Sapienza… La diversità di vedute su Geddafi fra me e l’amico Avv. Aldo Costa è un mirabile esempio di come il Popolo della Libertà sia un partito dove convivono e si confrontano opinioni anche molto diverse, almeno nella base dei suoi militanti e nei suoi quadri intermedi. Dispiace vedere come dei i leaders che più di frequente appaiono in televisioni o personaggi che sono stati messi in lista, secondo dubbi e discutibili criteri, ritengano di poter parlare e dare il tono ad una militanza alquanto differenziata nelle opinioni, che trovano la loro sintesi, dopo libero e democratico confronto.

Antonio Caracciolo

ALDO COSTA

In ginocchio da Gheddafi

Finalmente è finita la tanto attesa visita del premier libico Muammar el Gheddafi nella capitale d’Italia, nel centro della Cristianità, in uno dei paesi che fanno parte a pieno titolo di quel mondo occidentale che, piaccia o meno, ha saputo conquistare e difendere valori irrinunciabili quali la libertà e la democrazia.

Ma quanta amarezza, quanta dignità perduta, quanta umiliazione in questi quattro giorni ha dovuto sopportare il popolo italiano da parte del rappresentante di uno stato assolutista, di uno dei più longevi despoti che hanno violato, e continuano a violare, i principi fondamentali del vivere civile.

Bene ha fatto il Sindaco di Roma Alemanno a dichiarare, durante la visita in Campidoglio del dittatore africano, che nessuna lezione di democrazia poteva essere impartita da chi nel suo paese disattende ogni elementare principio di libertà.

Così come il Presidente della Camera Fini, in un sussulto di orgoglio missino, ha chiesto l’istituzione di una commissione d’inchiesta per verificare le condizioni umanitarie dei rifugiati o dei respinti, come si suol dire da qualche mese, nei campi libici.

Peccato che Fini non abbia potuto esprimere questi concetti al cospetto di Gheddafi il quale, come ha costantemente fatto nel corso di questa visita, era abbondantemente in ritardo sull’appuntamento prefissato in un convegno organizzato dalle Fondazioni Italiani europei e Medidea per discutere su importanti problemi internazionali e sui rapporti Italia - Libia.

Ma, è bene sottolineare, che dopo la decisione dello stesso Fini di annullare l’incontro, e il dissenso manifestato per i comportamenti assunti dal leader della Jamahiriya, gli stessi Presidenti delle due Fondazioni D’Alema e Pisanu si siano precipitati a Villa Pamphili presso la tenda dell’ospite, usuale residenza dei nomadi del deserto, per discolparsi e, probabilmente, prendere le distanze dal fermo atteggiamento del Presidente della Camera.

Così come lascia perplessi il fatto che il Presidente del Consiglio, forse preoccupato delle presunte cattive condizioni di salute del colonnello o del prolungarsi della preghiera del venerdì, sia andato di persona a salutarlo prima dell’abbondante libagione consumata con trenta ospiti presso un famoso ristorante di Piazza del Popolo.

E che dire, ancora, dell’incredibile messinscena del giorno prima nell’Aula Magna dell’università degli Studi “La Sapienza”, dove ahimè ho pure io studiato, negata addirittura al Sommo Pontefice e graziosamente concessa all’autocrate libico che ha potuto sciorinare il meglio della sua dottrina di fronte ad un silenzioso rettore che di certo non ha onorato il ruolo che occupa.

Ma, si sa, il passo da Leptis Magna (antica città della Libia diventata potente sotto il dominio dei romani) all’Aula Magna non è tanto breve, soprattutto se ci si trova di fronte a smarriti adulatori pronti ad omaggiare il potente di turno.

E lo stesso, incredibilmente, hanno fatto centinaia di donne accorse a festeggiare il rais libico che nella sua terra lascia ben poco spazio all’altra metà del cielo, impegnata a crescer figli mentre l’amato coltiva le arti della guerra, che non ha potuto però negare di fronte ad una qualificata platea che “nel mondo arabo e nel mondo islamico c’è una situazione orrenda per i diritti delle donne. Per loro la donna è un pezzo da mobilio da cambiare in qualsiasi momento”. E difatti, ha prontamente replicato la Bonino, nel suo Libro Verde le donne sono considerate esseri inferiori.

Tutto ben si comprende in una logica da realpolitik, ma il troppo è troppo, centinaia di commesse e di appalti per le nostre imprese in difficoltà non possono giustificare pesanti offese inflitte alle nazioni democratiche, assurdi paragoni tra Obama e Osama bin Laden, continui attacchi ad un oramai lontano colonialismo che, come ha scritto l’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera, “fu molte cose, non tutte e non sempre necessariamente spregevoli”, inutili rivendicazioni di un passato che si dice di voler dimenticare ma che si ostenta prepotentemente sul bavero di una giacca militare.

D’altronde per troppo tempo abbiamo ascoltato le medesime valutazioni da parte di autorevoli rappresentanti di certa sinistra, che oggi si dice indignata dall’accoglienza riservata al leader libico, ma che di fronte a possibili contratti da cinquanta miliardi di euro, come quasi tutti, altro non fa che scodinzolare di fronte all’inaspettato benefattore, non nuovo ad accordi commerciali con le imprese italiane (dalla Fiat all’allora Banca di Roma), incurante delle critiche che ha provocato in questa sua breve permanenza nel nostro paese.
Aldo Costa

Freschi di stampa: 7. Paul-Èric BLANRUE: «Sarkozy, Israël et les Juifs».

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Finalmente, ho potuto ritirare ieri il libro ordinato nella Libreria francese, dove mi servo per i libri in lingua francese. Credo di essere uno dei pochi italiani ad avere la disponibilità diretta del libro, ma anche un privilegiato rispetto ai francesi, che non possono acquistare il libro in Francia perchè se ho ben capito il suo distributore si è rifiutato di distribuirlo in Francia. Su Internet, con Google, si può seguire meglio uno scandalo e una polemica su cui io qui posso essere inesatto, giacchè mi accingo appena alla lettura diretta del libro. Ne voglio già incominciare a parlare prima di aver terminata la lettura, che potrebbe richiedere non poco tempo non gi per la mole del libro di appena 201 pagine a fronte della circa 1200 del libro di Fisk, appena terminato di leggere. Mi ci vorrà del tempo perché sono contemporaneamente impegnato nella lettura di parecchi libri: mi distribuisco ora sull’uno ora sull’altro. Quanto alla mole dico subito che avrei preferito uno studio delle consistenza fisoco-materiale del volume di Mearheimer e Walt sulla “Israel lobby e la politica estera americana”. Il libro di Blanrue è sullo stesso tema ma la seconda parte del titolo suonerebbe: «…e la politica estera francese». La “lobby ebraica” per sua natura opera nell’ombra: fa ma non vuole si sappia quel che fa. Ed invece si tratta di far sapere, di conoscere, la rete di associazioni, contatti, forme in cui opera per influenzare la legislazione che poi colpisce tutti i cittadini – fra queste la famigerata legge Fabius-Gayssot – e particolarmente gli impegni di politica estera. Sappiamo tutti, o quasi, che l’armamentario nucleare israeliano – non sono queste armi di “distruzioni di massa”? – ha origine in Francia, ma a tutti o quasi mancano i dettagli, le fasi, i personaggi, le modalità con cui si è giunti a fornire di “armi di distruzione dell’intera umanità” di una banda di esaltati, i sionisti, ben più temibile di quanto ci si vorrebbe far credere siano stati i nazisti.

Il libro rivela la rete della Israel lobby in Francia. Da Paul-Èric Blanrue avrei voluto non 201 pagine, ma almeno un libro di 700 pagine, quanto quello di Mearheimer e Walt. Ed altri volumi di eguale consistenza devorebbero essere scritti per ognuno dei paesi europei dove sono presenti lobbies ebraiche che influenzano e condizionano la politica interna ed estera degli Stati Europei. Di un Sarkozy era ure corsa la voce, su Figaro, che fosse stato un agente del Mossad. Se ciò è vero, ma vi sono parecchi altri indizi sulle inclinazioni sioniste del presidente francese, non possiamo che essere preoccupati in quanto cittadini italiani ed europei. Del nostro ministro degli esteri Frattini, sia egli o non sia ebreo, non possiamo non notare le chiare e smaccate inclinazioni. Insomma, in un futuro molto prossimo potremmo trovarci in una guerra ancora più coinvolgente con l’intero mondo arabo-musulmano per il solo fatto di esservi stati trascinati dalla lobbies ebraiche presenti nei nostri paesi e senza che ciò corrisponda minimamente ai nostri interessi politici, economici, culturali, religiosi.

I tempi sono davvero tristi. Ormai neppure i preti conoscono più il Vangelo, base del loro mestiere, ed ebrei come Dershowitz possono dire di partecipare ai “conclavi” (sic!) dove si eleggono i papi. La Lobby punta addirittura all’elezione di un papa “ebreo” che affossi definitivamente ogni traccia di cristianesimo. Cito una frase introduttiva di Blanrue, che riprende e commenta Michelet, rapportandosi ai nostri giorni, dico ai nostri giorni, ieri, oggi, domani, mentre io qui scrivo e forse qualcuno legge: «…La compréhension réelle du quotidian nous échappe». Ci sfugge la comprensione della nostra quotidianità. Ma a ciò si è giunti per l’infiltrazione capillare delle lobbies in ogni anfratto della comunicazione, insieme con la repressione sistematica di ogni voce avversa: da una parte controllo dei media, dall’altra riduzione in carcere di ogni dissenziente. Guardano all’Iran, dove già nel 1953 CIA e Gran Bretagna organizzarono un colpo di stato per rovesciare il governo democratico di Mossaqued, e dove in questi giorni ritentano l’operazione del 1953, ma non guardano alle prigioni di Francia, Germania, Austria, etc., piene di persone di niente altro colpevoli che di reati di opinione. Davvero ci viene tolta con ogni mezzo la comprensione della quotidianità. Non possiamo fare altro che resistere ed ognuno di noi che appena un poco arriva a comprendere la quotidianità ha il dovere morale di aprire gli occhi al suo vicino: solo così possiamo difenderci e riconquistare le nostre libertà.

Questo non è che un inizio di lettura. Ritornerò su questa pagina via via che proseguo nelle lettura del libro, che ho avuto solo ieri sera, leggendone al capezzale le prime pagine... Ho terminato di leggere il libro in tutte le sue pagine. Non devo modificare quanto prima scritto e fin dalle prime pagine ne ho intuito esattamente il contenuto, che è sostanzialmente una continuazione per la Francia in particolare del lavoro di individuazione di una Lobby, analoga e strettamente collegata con quella descritta da Mearsheimer e Walt. Operano su un piano internazionale, strettamente collegati, meglio collegati di tutte le altre organizzazioni, ma non vogliono che le vittime del loro lobbismo possono né divenire consapevoli del loro essere vittime né potersi organizzare e reagire in un qualsiasi modo. Da qui si spiegano le censure e le difficoltà che il libro di Blanrue incontra. Su di esso, a lettura terminata, osservo che è un lavoro pioneristico. Molto resta da fare e mi è ormai chiaro che un libro simile deve abbracciare l’intera Europa e non i singoli paesi. Intanto pubblico di seguito un testo relativo al libro, che leggo questa mattina su Facebook, e dove si richiede l’ulteriore diffusione. Questa pagina resterà a disposizione, periodicamente aggiornata, per tutte le vicende europee collegate al libro. Mi auguro che presto un editore italiano ne curi un’edizione.

APPENDICE
1.
Traduzione spagnola

Une annonce pour éditeur espagnol, ainsi que la traduction de la conclusion, toujours en espagnol : à diffuser !
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Oggi, 30 giugno 2009, alle 10.30

SARKOZY, ISRAEL Y LOS JUDIOS, por Paul-Eric Blanrue

[Este libro no encontró editor en Francia; salió en Bélgica en mayo 2009, pero es imposible comprarlo en las librerías francesas, porque el distribuidor se niega a repartirlo, en vistas a su contenido. Los medios se niegan a comentar el caso, pero no hay ninguna demanda judicial contra el mismo. El autor está dando múltiples entrevistas e Internet, y anuncia otro libro acerca de la “censura por el vacío” del que está siendo víctima, a pesar de haber publicado varios libros bien acogidos. Ver

http://www.blanrue.com y
http://sarkozyisraeletlesjuifs.blogspot.com/.

Conclusión: Por una nueva “noche del 4 de agosto” protagonizada por los franceses judíos.

Traducción al español: Gastón Pardo, México, y María Poumier, París.

“Cuando Israel transforme su venganza eterna en una bendición eterna para Europa,
entonces amanecerá ese séptimo día en el que el viejo dios de los judíos
podrá enorgullecerse de sí mismo,
de su creación y de su pueblo elegido;
ese será el momento de regocijarnos con Él.”
(Frederic Nietzsche, Aurora, 1881).
Los judíos de Francia deberían ser cautelosos, y desconfiar tanto de sus propios representantes como de Nicolás Sarkozy. Tomando la palabra en nombre de las redes pro israelíes francesas, de las cuales el presidente francés es hoy uno de los más eminentes portavoces, dan de sí la imagen de ser partidarios incondicionales de Israel. Son ellos quienes condujeron al Estado a adoptar una posición unilateral, antitesis de nuestros principios rectores, según los cuales la República «garantiza la igualdad ante la ley de todos los ciudadanos, sin distinción de origen, raza o religión » (artículo 1 de la Constitución de 1958), no reconociendo de ninguna manera la legitimidad de los grupos particularistas.


Si un día Francia debiera entrar en guerra al lado de Israel, en Irán, Líbano o en algún otro país, ¿quién sabe cómo el repliegue comunitario de los judíos de Francia y el apoyo sistemático parecen aportar à un Estado extranjero serían evaluados en nuestro país? Dada la manera tan sanguinaria como el ejército israelí lleva a cabo sus operaciones, ¿quién puede decir cómo reaccionarán los franceses no judíos ante las nuevas matanzas, de las cuales serán considerados cómplices? El riesgo de ver reaparecer las acusaciones de «doble lealtad» no es sólo algo imaginario. En su diario (no destinado a la difusión), el fundador del sionismo, Theodor Herz, escribió: « hay que escoger entre Sión y Francia» ¿Es ésta la imagen que los judíos franceses quieren dar hoy de sí mismos?


Destaquemos en qué medida en el presente, la evolución de la imagen de los judíos en la opinión pública contribuye a exacerbar las tensiones. Las manifestaciones contra la operación « Plomo endurecido» de Gaza, en diciembre de 2008, son la irritante demostración de ello, como lo es el aumento (relativo pero real) del comportamiento antisemita. Ya no hay tiempo para lamentar que el conflicto israelí - palestino haya sido importado a Francia; el mal está ya hecho, la información se ha mundializado y las conciencias también. Ahora se trata de evitar que la situación se degrade aun más.

***


Para restablecer el orden en el flujo de informaciones contradictorias y de propaganda que nos llega de todas partes, es importante antes que nada cortar de un tajo las aproximaciones falaces. Acortar distancias es lo propio del espíritu humano; en lugar de estimular simplificaciones, sería necesario comenzar por evitar que se instalen permanentemente en la opinión, antes de que otros dramas se presenten. Aprovecho para recordar lo explicado al principio de este libro: no hay motivo serio para confundir a los judíos con los sionistas, todo lo contrario de lo que pretenden los representantes de la comunidad judía, reunidos en el CRIF (Consejo Representativo de las Instituciones Judías de Francia) con Nicolas Sarkozy a la cabeza. Históricamente hablando, sionismo y judaísmo no tienen nada en común. El judaísmo es una religión milenaria, la religión de la Torah y del Talmud, mientras que el sionismo es una opción política de creación reciente, cuyo principal iniciador, el periodista y escritor Theodor Herzl, nació en 1860.

«¡El año próximo, a Jerusalén!»: esta formula, que tradicionalmente es pronunciada en la fiesta de Pessah, por la comunidad judía, hace creer, según la interpretación sionista, que el pueblo judío, que ha vivido en el nomadismo en los últimos dos milenios, quiere recuperar su Palestina original, perdida desde la destrucción del Templo en el año 70 por Tito. Pero las investigaciones israelíes popularizadas por Schlomo Sand demuestran que no hay la menor continuidad histórica entre los judíos de entonces y los de ahora, mientras que sí la hay para los palestinos, autóctonos y habitantes inamovibles desde entonces. Y la oración de Pessah tiene una significación original mística, no es un llamado a la reconquista militar.

En realidad, antes del primer Congreso sionista, reunido en Basilea, Suiza, en 1987, la mayor parte de los rabinos condenaban sin ambigüedad el sionismo. Esto lo demuestra, por ejemplo, la resolución adoptada en la conferencia de los rabinos estadounidenses en 1869:

«El objetivo mesiánico de Israel no es la restauración del antiguo Estado judío (…), porque ello implicaría la segunda separación de las otras naciones, sino la unión de todos los hijos de Dios que profesan la fe en el Dios único, a fin de que se realice la unidad de todas las criaturas provistas de razón, y sus aspiraciones a la santidad moral».

En 1885, la conferencia de Pittsburg declaró:
« No nos consideramos ya más como una nación, sino como una comunidad religiosa. No estamos pues a la espera ni del retorno a Palestina, ni de un culto de sacrificio bajo la administración de los hijos de Aarón, ni de la restauración de leyes relativas a un estado judío»

Marcados por el desplazamiento de las nacionalidades, propio del siglo XIX europeo, los fundadores del sionismo, de origen ashkenazi, consideraban que en virtud de un hipotético pasado cultural e histórico común, era necesario abordar el judaísmo bajo el ángulo de la
« nacionalidad» y no bajo el de la religión: « Aprovechemos los ejemplos de los italianos, polacos, húngaros», solía decir el rabino Zvi Krish Kalisba. En su obra maestra, El Estado judío, Herzl precisaba: « La cuestión judía no es para mí ni una cuestión social ni religiosa, si bien ella pueda tomar en ocasiones esas formas entre otras más. La cuestión judía es una cuestión nacional (…) Nosotros somos un pueblo, un solo pueblo».


La idea de una «raza judía» estaba en el aire, y no solamente del lado de los antisemitas dedicados a practicar pogromos. Herzl solía escribir cosas como ésta: «Los judíos, material e intelectualmente superiores, habían perdido de manera definitiva el sentimientos de solidaridad de raza (…). Ahora, los judíos sobresalientes se vuelven orgullosamente a su raza cuando aparecen las persecuciones.”


Lejos de seguir alguna tradición religiosa, el judaísmo de Herzl es, de manera paradójica, laico. El fundador del sionismo se definía a sí mismo como libre pensador: « Nuestro principio supone que cada quien busque su salvación a su manera», decía. En su Diario, reconocía de buen grado que su actividad no obedecía «a un impulso religioso». El Jewish Chronicle del 11 de agosto de 1911 destacaba que « para él, las creencias religiosas extendidas sobre la Tierra Santa no eran útiles salvo como une maniobra eficaz para proteger a las fuerzas nacientes del nacionalismo, de cara al elemento devorador que implica la asimilación».


En suma, el sionismo se desprende de las ideas de los pueblos europeos de entonces. Espíritu de su tiempo, Herzl concebía al sionismo ni más ni menos que como una aventura colonial, a imitación de Francia o de la Gran Bretaña: « Mi programa es un programa colonial », solía decir, en relación a sus modelos, dirigiéndose al británico Cecil Rhodes, fundador de Rodesia y primer ministro de la colonia del Cabo, en África del Sur. Quería hacer del Estado de israel un “bastión avanzado de la civilización occidental frente a la babarie oriental”. El programa sionista de Basilea pregona, con toda claridad «la colonización de Palestina por agricultores, artesanos y comerciantes judíos». Y se contemplaron otros asentamientos posibles, en Argentina, Uganda, Congo, Chipre y Mozambique.


Desde que el proyecto sionista fue adoptado, los rabinos se opusieron con todas sus fuerzas a la empresa, hasta el punto de que los rabinos alemanes evitaron que el primer congreso sionista se reuniera en Munich, como Herzl deseaba. El mismo año tenía lugar el famoso congreso de Montreal, encargado de analizar la proposición del muy estimado rabino Isaac Meyer Wise. Fue aprobada entonces la mención siguiente: «Desaprobamos toda iniciativa tendente a la creación de un estado judío (…) Afirmamos que el objetivo del judaísmo no es político, ni nacional, sino espiritual, trabajando para afincar la paz, la justicia y el amor entre los hombres».


La inmensa mayoría de los rabinos, así de Europa como de otras partes, ortodoxos o liberales, compartían esta opinión. Herzl se inclina a polemizar con ellos en el curso de largos intercambios epistolares. Tal oposición declinó con el paso de los años, pero la proclamación del Estado de Israel en 1948 no la hizo desaparecer. En 1947, un representante de Naciones Unidas se encontraría con el rabino Yosef Zvi Duschinsky, de Nueva York, para preguntarle si deseaba un Estado judío; el rabino respondió que ese no era el caso; lo único que él pedía es que Jerusalén quedara administrada por una entidad internacional.


En 1955, el rabino Emmanuel Levyne, hijo de un deportado muerto en los campos, funda el diario Tsedek (Justicia, en hebreo) para expresar sus ideas antisionistas basándose en la tradición religiosa. Levyne era un especialista francés en la mística judía, tal como la refleja la Kabala. En su Judaïsmo contra sionismo, escribió, en 1969: “Los judíos antisionistas, hemos escogido la Paz. Esto explica que no aspiramos a la creación del Estado de Israel y que ahora en cambio pugnemos por su desaparición (por la renuncia del pueblo judío a su empeño sionista y, evidentemente, no por la guerra y el derramamiento de sangre de las poblaciones), en la medida que su existencia –como podría ser el caso de cualquier otro estado particular- sea una amenaza la paz mundial.”


En 1978, el rabino Hirsch declaraba a su vez en The Washington Post del 3 de octubre: «El sionismo es diametralmente opuesto al judaísmo. El sionismo se propone definir al pueblo judío como entidad nacional… Tal propósito es una herejía. Los judíos han recibido de Dios la misión no de forzar su retorno a Tierra Santa contra la voluntad de quienes habiten su
territorio. Y si lo hacen, asumirán las consecuencias. El Talmud dice que esta violación hará de vuestra carne la presa de los ciervos en el bosque».

Crear el lazo de unión de la mayoría de los rabinos en torno a Israel no fue tarea fácil; se logró sobre todo debido a las circunstancias más que a una necesidad religiosa intrínseca. La historia casi desconocida de la revuelta rabínica de cara el sionismo emergente debería por su significación inspirar a los judíos de Francia, en el caso de que deseen tomar el problema por la raíz y emprender el camino de un proceso de paz.

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Los rabinos no han sido los únicos miembros de la comunidad judía que decidieron guardar distancia con el sionismo y sus pronunciamientos; numerosos « judíos laicos» se asociaron en ese combate.

El psicoanalista Sigmund Freud, citado como ejemplo por Nicolas Sarkozy con ocasión de ese famoso discurso expresado ante la Knesset (ver capítulo 4), fue una de las primeras luminarias judías mundiales que expresaron serias reservas de cara al proyecto de Herzl. En febrero de 1930, Freud se abstuvo de firmar el llamado de la asociación sionista de Jerusalén Keren Hajessod, contra los impedimentos establecidos por los árabes de Palestina al ejercicio del culto judío en la ciudad santa. El psicoanalista respondió en estos términos:


« No creo que Palestina llegue jamás a ser un Estado judío ni que los mundos cristiano e islámico lleguen a aceptar que sus lugares sagrados se encuentren bajo control judío. Yo
hubiera apreciado como más sensato fundar una patria judía en una tierra menos cargada de historia. Mas reconozco que un punto de vista racional tendría pocas posibilidades de atraer el entusiasmo de la gente y el apoyo financiero de los ricos».


Otra referencia del presidente de la República es el premio Nobel de física, Albert Einstein, que firmó con la filósofa Hannah Arendt y más de veinte personalidades judías, una carta virulenta enviada al redactor en jefe del New York Times, que fue publicada el 4 de diciembre 1948:


« Es incomprensible que quienes se oponen al fascismo en el mundo, si están bien informados de las actividades y proyectos de Begin, sean capaces de apoyar con todo el peso de sus nombres al movimiento que representa. El público estadounidense debe ser informado de los actos y proyectos de Begin antes de que se produzca lo irreparable por medio de contribuciones financieras, de manifestaciones públicas en su favor, y la convicción en Palestina de que un amplio sector estadounidense apoya a los componentes fascistas del Estado de Israel. Los pronunciamientos públicos del partido de Begin no son la fuente adecuada para entender su política. Se refieren a la libertad, la democracia y el anti imperialismo, mientras que hace no mucho tiempo proclamaban abiertamente la doctrina del Estado fascista. Con tales actos el partido terrorista traiciona su verdadera naturaleza. Por sus acciones del pasado podemos juzgar lo que nos depara el futuro».


Era una condena sin equívoco de la política del naciente Estado de Israel, en respuesta a la matanza de Deir Yasín, el 9 de abril de 1948, perpetrada por el Irgún, la fuerza paramilitar de Menahem Begin. Más tarde el eminente físico exclamaría: «Yo apreciaría mucho más un acuerdo razonable con los árabes (sobre la base de una coexistencia pacífica) que la creación de un Estado judío. Más allá de toda consideración práctica, mi convicción relativa a los fundamentos del judaísmo choca con la idea de un Estado judío provisto de fronteras, un ejército y una parte del poder temporal, aunque sea limitado. Temo que el judaísmo pueda algún día sufrir en su interior por el desarrollo en nuestra propia casa de un nacionalismo estrecho, contra el cual ya nos enfrentamos sin necesidad de un Estado judío».


Por su parte, uno de los intelectuales israelíes más importantes del siglo XX, Yeshayahu Leibowitz, gran admirador de Maimónides, no vacila, en 1994, en declarar que los soldados del ejército israelí y los colonos de los territorios ocupados eran “judeo nazis”. En una
serie de entrevistas sostuvo puntos de vista extremadamente críticos en relación al sionismo:


“El Estado de Israel pierde progresivamente significación de cara a los problemas existenciales del pueblo judío y el judaísmo, exclamó. De hecho ha dejado de ser el Estado del pueblo judío para convertirse en un aparato de opresión judía sobre otro pueblo. Ni uno solo de los problemas actuales del pueblo judío puede ser abordado en el
marco del Estado de Israel. (…) ¡El Estado de Israel se ha transformado en un
aparato de violencia! ¿Quién ha hecho nacer esta situación proclamando que no
existe el pueblo palestino? Golda Meïr, la ashkénatzi de los ashkénatzis. (Declaración al Sunday Times el 15 de junio de 1967)
Ya sabemos ahora lo que significa la consigna que dice que no existe el pueblo
palestino: ¡el genocidio! No en el sentido de una eliminación física, sino en
el de la eliminación de una entidad nacional y/o política”.


Yo podría citar, en su apoyo, a centenares de personalidades judías, de Maxime Rodinson a
Abraham Leon, pasando por Israell Shahak, Ernest Mandel, el poeta Erich Fried, el violinista Yehudi Menuhin,16que, en el pasado, condenaron sin reserva al espíritu de los crímenes del sionismo. En lugar de aumentar la irritación, sería conveniente su lectura para quienes desean poner fin a su alienación y convertirla en fuente de inspiración.

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En nuestros días, algunas voces disidentes se siguen escuchando desde la comunidad judía. Pero se escucha en el caso de algunas de ellas, una especie de reticencia para tratar de esclarecer las desviaciones de las redes sionistas, los proyectos que éstas defienden y la política de Israel.


Es el caso de Noam Chomsky, pensador estadounidense anti imperialista, reconocido por su lenguaje directo al hablar Estados Unidos, pero extrañamente timorato a la hora de expresarse sobre el tema que nos ocupa. En 2006, al aparecer el artículo de John Mearsheimer y Stephen Walt, dedicado al tema del lobby pro-israelí en Estados Unidos, analizó la sugerencia que hacían los investigadores acerca de un “lobby pro-israelí informal”; Chomsky calificó el concepto de «etiqueta vacía», bajo el pretexto de que ese «lobby » tendría que incluir, según los investigadores, a «la mayoría de los miembros de la clase política e intelectual: la tesis pierde casi toda su consistencia », dijo Chomsky. Para él, pues, el lobby pro-israelí no existe porque está omnipresente, como si la potencia de un grupo de presión resultara anulada a medida que crecía. Esto no era más una coartada…


Al leer la crítica de Chomsky, el sociólogo estadounidense James Petras reaccionó así: «A pesar de su buena reputación, que es debida a su amplia cultura, su instrucción, su preferencia por el análisis y su denuncia de la hipocresía de los regímenes estadounidense y europeos, así como la precisión de su estudio de los engaños intelectuales de los exegetas del imperialismo, esas virtudes analíticas desaparecen totalmente cuando se trata de discutir sobre la génesis de la política exterior de EU en el Medio Oriente, y muy particularmente sobre el papel que juega el grupo étnico al que pertenece Chomsky, es decir, acerca del lobby judío pro israelí y sus apoyos en el gobierno».

Cuando se trataba de criticar la actividad de Israel en Estados Unidos, Chomsky se sentía intimidado. Felizmente, otras personalidades judías de su estatura salvaron el
honor. La periodista y cineasta canadiense Naomi Klein, una de los dirigentes de la corriente alter mundialista y autora del best-seller No Logo, fue una de los que tomaron parte, de manera decisiva y sin restricción, en el combate contra Israel, sus prácticas coloniales y sus
empresas guerreras.

En un artículo aparecido en The Guardian del 10 de enero de 2009, anuncia que el «tiempo del boicot había llegado». En ese texto planteaba una gran iniciativa: era necesario actuar ante Israel como, en el pasado, la comunidad internacional se comportó con Africa del Sur, el país del apartheid:
«Eso ha durado demasiado, escribió Klein. La mejor estrategia para detener esta ocupación cada vez más sangrienta es que Israel es ahora el objetivo del movimiento mundial que antes ha puesto final al apartheid en África del Sur. (…). Las sanciones económicas representan el arma más eficaz del arsenal de la no violencia: y renunciar al boicot se confunde con la complicidad activa»


Chomsky, el hombre reservado, y Klein, la mujer intrépida, se reencontraron, a pesar de todo, en el mismoTribunal Russell sobre Palestina, que apadrinn en compañía del egipcio Butros Butros Gali, antiguo secretario general de la ONU. Fundado en marzo de 2009, sobre el modelo del Tribunal internacional para los crímenes de guerra creado en la época de la guerra de Vietnam por Bertrand Russell y Jean-Paul Sartre, ese tribunal tenía por objeto «movilizar las opiniones públicas para que Naciones Unidas y los estados miembros adopten las medidas
indispensables para poner punto final a la impunidad del Estado de Israel, y para alcanzar una solución justa y permanente de este conflicto». El nuevo tribunal de opinión dará su fallo en 2010; por ahora está investigando los hechos. Por la parte francesa, se destaca la presencia prestigiosa del periodista Henri Alleg, el antiguo resistente Raymond Aubrac, el filósofo Etienne Balibar, el editor y escritor Eric Hazan, Stephane Hessel, embajador de Francia, uno de los iniciadores de la Declaración universal de los Derechos del Hombre, el genetista Albert Jacquard, Alain Joxe, director de Estudios en el EHESS; el escritor François Maspero; Gustave Massiah, presidente del CRID (Centro de investigación e información para el desarrollo), el escritor y antiguo embajador Eric Rouleau, el abogado François Roux, y el físico Gerard Toulouse.

Ante la lectura de estos nombres, la pregunta que surge es: ¿dónde están los intelectuales parisinos que militan por Darfur, a nombre de los derechos del hombre, con una vehemencia sorprendente, pues se trata de un país que nada vincula a la historia de los franceses en general, ni de los franceses judíos en particular? Bernard Henri Levy (al que los franceses se refieren como BHL), autor de una biografía de de Sartre, no parece querer seguir el ejemplo de su héroe cuando se trata de adaptarlo al tiempo presente. Ni él ni sus colegas, ni el CRIF, y ni mucho menos los políticos próximos de la mayoría presidencial; todo lo contrario: las redes pro israelíes francesas no toleran la menor crítica, creando así un entorno orweliano, donde la paz se convierte en el nombre de la guerra y donde la libertad se reduce a la esclavitud. Sus débiles argumentos les obligan a reclamar una verdadera dictadura del pensamiento para imponer puntos de vista que los hechos contradicen; y buena parte de las elites, animada por el temor de los suburbios (sospechosos de ser un refugio de terroristas en potencia en tanto que congregan a una fuerte población inmigrante), siguen sus pasos, como lo indica su silencio sobre ese asunto.


Es un hecho indiscutible que el judaísmo y el sionismo son entidades de naturaleza diferente. Uno y otro pueden cruzarse en un momento dado, reencontrarse, sobreponerse, pero también entrar en conflicto e incluso excluirse. Esta información capital ha sido disimulada por las redes pro-israelíes, que unifican estas dos nociones para satisfacción de los intereses inmediatos, sin parar en mientes por los daños que puedan causar. Antes de que una catástrofe nos llegue sería el momento, como dijo Naomi Klein, de que la comunidad judía de Francia denuncie el comportamiento irresponsable de sus representantes para comprometerse en un camino que la libere de las significaciones inmóviles y estereotipadas.

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Mientras tanto, Israel pasó a ser nuestro socio privilegiado en el Medio Oriente. Insatisfecho de colocar a nuestro país a remolque de Estados Unidos (aun cuando el nuevo presidente estadounidense, Barack Obama, parece desconfiar de su homólogo francés), Nicolas Sarkozy ha comprometido a Francia en el circuito del sionismo. El presidente estaba convencido de que Francia era algo trasnochado en la medida que se negara a seguir la ruta trazada por Estados Unidos, y en realidad todo indica que es él quien baila a contra-reloj.

Su propuesta de los «dos Estados» como solución al conflicto israelí - palestino ya perdió cualquier seriedad. El embajador de Francia, Stéphane Hessel, antiguo deportado en Buchenwald, lo reconoció así hacia el final de 2008: «Poco después de la evacuación de las colonias israelíes en Gaza, y desde el confinamiento de este pequeño territorio que ha perdido el contacto con el mundo exterior, desde que es inevitable la presencia de Hamas por un lado, y el Fatah por el otro, la única solución que parecía ser razonable y posible (la de los dos Estados –el israelí y el palestino– viviendo codo a codo como resultado de una negociación) ya no es de actualidad. Todos nuestros interlocutores presentes nos dijeron: "¡Eso está descartado! ¡Eso ya no es posible!" ¿Por qué? Esencialmente a causa de la manera en la que los israelíes han proseguido la colonización de Cisjordania y nada han hecho para facilitar el trabajo de Mahmud Abbas; ninguno de estos problemas ha evolucionado en los años últimos, con lo que la solución de dos Estados ya es hoy caduca».

Sarkozy apostó por el triunfo de Israel; una apuesta que perderá. Pues como Estados Unidos, país del que Emmanuel Todd ha demostrado su decadencia irreversible, el primer efecto es que Israël queda también en situación de potencia en declive.

Mejor que nadie, Jacques Attali demuestra estar bien informado al respecto. Invitado por la Cámara de Comercio France-Israel para presentar su último libro, Une brève histoire de l’avenir, el ensayista declaró sin ambigüedad, y con el riesgo de conmocionar a sus interlocutores, que Israel está «condenado a desaparecer». No sólo como lo pretenden los sionistas, a causa de los países hostiles que le rodean, sino por el hecho de su propia evolución:

«El pueblo judío representaba el 10 por ciento de la población en el Imperio romano, pero constituye menos del 2 por mil en el mundo moderno”, informó el antiguo consejero de François Mitterrand. “Y la nación judía va a continuar su disminución por la inexorable asimilación y porque la identidad judía se mantiene cerrada a los nuevos habitantes. Además, la élite ya no es agrícola y, por tanto, sedentaria, sino tecnológica y, por lo tanto, nómada: es capaz de abandonar cualquier país sin sentimentalismo alguno, dirigiéndose a nuevos entornos que considere más favorables a su profesión. Sería necesario un milagro para que esta evolución se modifique».


En una conferencia ante el Fondo social judío unificado, en marzo de 2007, Attali pronunció de nuevo un discurso del mismo tenor:

« Nada es eterno en la historia humana, reconoció (…) La probabilidad de que la comunidad judía represente ahora una parte decreciente de la especie humana es una evidencia absoluta, debida a (…) la asimilación alcanzada por la vía de los matrimonios mixtos (…) En Israel propiamente dicho, expresó, se plantea la cuestión de la población judía en relación a las poblaciones vecinas, que son cada vez más numerosas en la región, y que en un periodo de 50 años, serán no sólo más numerosos en el amplio ámbito palestino, sino asimismo en el ámbito israelí. En una escala de 60 a 70 años será más numerosa sobre el territorio israelí la población no judía que la judía. Y no tardaremos en afrontar el hecho de que la población judía pasará rápidamente a ser minoritaria, a la vez que se debilita y se coloca en la vía de la extinción».

A imagen de Estados Unidos, Israel también está en vías de ser un país rechazado, lo que explica que se comporte de manera agresiva. El aplastamiento de los pequeños Estados (Irak, Corea, Cuba), por Estados Unidos; y el de los palestinos, Irán, Siria, Líbano, por Israel), no es un signo de poder, sino una confesión de debilidad, sean o no concientes de ello esos países agresores.

Los tiempos han cambiado; las alianzas evolucionan. Se pasa ahora por alto que Estados Unidos no ha apoyado a Israel todo el tiempo. En 1957, la doctrina Eisenhower planteaba el apoyo a los países árabes llamados «moderados». Al finalizar la década de los años sesenta la ayuda militar estadounidense a Israel, que había sido de varios centenares de miles de dólares al terminar la década de los años cincuenta, alcanzará la cifra de varias decenas de millones de dólares. Se trataba, entonces, de asegurarle una superioridad estratégica regional. Pero ¿qué pasará mañana? Si la protesta se hace mayor, el pueblo estadounidense podría empeñarse en poner un término a esta coalición. Y si no lo hace, Israel podría verse en la necesidad de jugarse el todo por el todo ¿Qué deberemos hacer ante este escenario inédito?

Al defender a Israel contra viento y marea, Nicolás Sarkozy demuestra retraso en su comprensión de la marcha de la historia y por ello conduce a Francia a un impasse. El mundo está en plena transformación: Rusia, China, América del Sur, al emerger provocan la caducidad de los viejos esquemas ideológicos y de las alianzas de los años setenta. Nuestro país, en lugar de consolidar un sistema que colapsa, debería interrogarse y reconducir las energías del Estado por una vía distinta de la que ha tomado Nicolás Sarkozy. Un nuevo ritmo repercutiría en favor de nuestro glorioso interés. Tenemos aún la posibilidad de integrarnos en una lucha emancipadora, como lo hicimos en la época de la Declaración de los derechos del hombre y nuestro gobierno no era el taparrabos del imperialismo. No dejemos pasar esta oportunidad.

La renovación de las alianzas nos permitiría ponernos a la vanguardia del radicalismo y a la altura de nuestra tradición moral. Pero seguir la política ciega del presidente de la República nos condena a convertirnos en una potencia supletoria en un juego la historia ya está condenando.

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Como en Israel, la comunidad judía de Francia está al pie del muro; y no sólo la minoría judía en sí misma sino las capas superiores de la burguesía, que Sarkozy quiere poner a salvo de lo que se denomina el «peligro del suburbio», porque se encuentran en situación de riesgo a
medida que avanza la crisis.

Los sionistas privilegiados, judíos o no, ya actúan como perdedores puestos contra la pared. Su estrategia es suicida. La restricción de las libertades que han conseguido que el legislador imponga desde 1990 priva a la nación de expresión y la separa así de esta ultra minoría. El diálogo entre los representantes de la comunidad judía y el resto de la sociedad es sólo una simulación. Los sionistas se refugian en su torre de marfil y se transforman en exiliados mentales, que intentan consolarse diciendo que habrían estado mucho mejor amparados en Estados Unidos. Pero a imagen de Israel, Estados Unidos se está desintegrando también y los sionistas franceses no pueden escabullirse fuera del escenario….

De manera paradójica, asistimos, al mismo tiempo al triunfo de los valores judíos laicos («visión mundial», materialismo, confianza en el progreso por la ciencia, en la liberación que acarrea la libertad para los desplazamientos de capital, la libre circulación de mercancías y personas, las migraciones), valores regados ya en todas las capas de la sociedad. Son esos valores, y los intereses materiales subyacentes, los que atraen a los inmigrantes, y hacen que todos se sumen en la creencia que concibe a la globalización como proceso irreversible y positivo.

Históricamente, muchos son los judíos que trabajaron para aflojar rigideces, y para quebrantar las estructuras opresivas en las cuales las sociedades occidentales se ahogaban. Sus actividades comerciales distendieron las fronteras, y su oposición al pensamiento dominante hizo evolucionar mentalidades y comportamientos. El filósofo Spinoza (1632-1677) fue uno de esos espíritus grandes y judíos, subversivo hasta ser excluido por su propia comunidad. ¿Dónde están sus herederos disidentes en Francia? El pobre Alain Minc, quien publicó una biografía de Spinoza, fue condenado en 1999 por plagio de la obra de otro, el verdadero especialista Patrick Rödel…

Si se liberaran de sus representantes y se distanciaran de Sarkozy, los judíos de Francia podrían volver a desempeñar el papel de aliados de las mayorías lastimadas contra los poderes arcaicos y las minorías escleróticas. Pero necesitan volver a practicar la imaginación creadora, y para ello tienen que aceptar el fin de algunos de sus privilegios. Deberían proponer ellos mismos la abolición de dichos privilegios de estilo feudal, como lo hizo la nobleza francesa el 4 de agosto de 1789, dando el impulso decisivo a la revolución, en medio de una gran euforia popular.

Para nuestros tiempos, el equivalente sería exigir la abolición de la Ley Fabius-Gayssot, última ley que permite en Francia llevar presos a los franceses por delito de opinión, si los judíos consideran que se les está vejando en algo propio. Semejante exigencia, procedente de algunas personalidades judías, sería una señal inequívoca. Esta ley se dictó en momentos en que el Frente Nacional de Le Pen parecía ser un peligro, y se temía el auge del antisemitismo, en 1990. Pero ya la explosión temida no tendrá lugar, porque dicho partido está en plena decadencia; al contrario, es la permanencia de la ley anti-revisionista la que opera como una bomba de reloj, pues engendró otras leyes que amenazan la cohesión nacional. Ahora tenemos leyes que protegen a ciertas comunidades, a semejanza de esta ley concebida para proteger a los judíos, para armenios y negros, y ya se están planteando otras, como en la región de Vendea, en memoria del genocidio allí cometido por Robespiere: reviven y se multiplican los rencores históricos en competencia unos con otros; además la ley Gayssot alimenta cierto antisemitismo basado en el resentimiento, pues cada comunidad demandante de reconocimiento legal percibe a los judíos como aquellos que quieren mantener sólo para sí mismos el privilegio de una ley protectora. Ya el rechazo de la ley Gayssot, que va a cumplir veinte años, es algo que comparten franceses viejos y franceses nuevos, los jóvenes hijos de los inmigrantes.

En realidad, los blancos pobres, aquellos que alentaron a Le Pen en un tiempo en su campaña contra la inmigración, están pactando con los “morenos” de los suburbios, e imitándolos en su estilo, musical y mental; y naturalmente se identifican con los palestinos, sintiéndose tratados como palestinos en su propia tierra. Sólo se frenan en la expresión de la crítica a Israel los jóvenes que hacen estudios superiores, los que aspiran a formar parte de la élite dirigente. Pero el filosemitismo de los dientes para afuera no basta para fundar una opción verdaderamente nacional.

En tiempos de Internet, la juventud no soporta la represión ideológica, histórica o política. Por eso interpretan la ley Gayssot como un instrumento para garantizar la impunidad a los intereses sionistas. Mientras exista Internet como alternativa a la versión oficial, la Ley Gayssot actúa como un boomerang…

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Los judíos deberían tomar distancias también de aquellos irresponsables que toman la palabra en su nombre, sacar del escenario público no solamente al funesto Sarkozy, sino también a sus secuaces en sionismo Alain Finkielkraut, BHL, André Glucksman, y los que les siguen la corriente. Al CRIF debería sustituir un órgano de debate, en vez de que funja como el gran Sanhedrín que reparte condenas y beneplácitos. De hecho, ya se han oído disonancias; así el presidente de una de las asociaciones fundadoras del CRIF, el sr. Jacques Lewkowicz, ha cortado relaciones con el CRIF, por considerarlo “en ruptura con sus valores fundadores”, al negarse a invitar al partido ecologista y al partido comunista, para su cena anual de febrero de 2009.

Para resolver los problemas dolorosos que dividen a los franceses, como eutanasia o inmigración, las soluciones sencillas aparecerán fácilmente, a partir del momento en que la rigidez del CRIF se vea invalidada. Los franceses encontrarán nuevas definiciones de la felicidad y la justicia social, acorde con los tiempos, y en continuidad con su tradición intelectual de vanguardia del continente europeo. Una vez reconquistada la libertad de pensamiento, la nación le reconocería nuevamente su autoridad al Estado, y tendría fuerzas para exigir prioridades, tales como una educación nacional que vuelva a ser bastión de idealismo y base de moralidad en las relaciones entre clases sociales. Podríamos definir un proyecto de sociedad que no esté simplemente encajado en las ilusiones del crecimiento sin fin y el consumo desaforado. Volverían a ser creativos y respetados los intelectuales, artistas, escritores e historiadores franceses. Pero las aguas vivas del pensamiento, que hacen presión sobre la represa en estos momentos, amenazando con anegarlo todo, volverán a fecundar armoniosamente la tierra solamente si los promotores históricos de todas las libertades, esto que han sido los judíos en otros tiempos, deciden abrirles paso.

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Los franceses se encuentran ante una disyuntiva; emanciparse de los mandamientos de los representantes de las redes pro israelíes, volver a su tradición nacional republicana y asociarse a las luchas liberadoras de los países pobres para rechazar con ellos la tiranía del nuevo orden mundial, o entrar en decadencia junto con los amos del presente, en una muerte anunciada. Los judíos también pueden elegir: encontrarse más tarde o más temprano, en el banco de los acusados, o adelantarse a los antisemitas y crear las condiciones de la obra emancipadora. Nuestra nación no puede limitarse a ser una entidad opresora, y reducirse ella misma a la esclavitud, el colmo.

(Segue)