venerdì 4 marzo 2011

Corrispondenza da una Lettrice: 7. La giornata di oggi proclamata “Giorno della Collera”. In aggiunta: L’Impero e le politiche della Disinformazione.

Homepage - N° 7
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Benché già stanco da una giornata di lavoro, non voglio indugiare nel pubblicare la corrispondenza della nostra Lettrice alla quale ho dato il nome di Egeria, costruendo una Homepage dove vengono raccolte tutte le sue corrispondenze. Le notizie vengono superata edi ora in ora e non avrebbe senso indugiare nel pubblicare subito quel che domani potrebbe essere già vecchio. Egeria ha piena autonomia ed io ormai ne leggo i testi in corso di editing, pur avendo licenza di intervento sugli stessi. Ho anche avvertito che altre Lettrici o Lettori possono sempre intervenire su una ricostruzione degli eventi in fieri che andiamo facendo a prescindere e contro i media. Stato riflettendo su un testo da sviluppare partendo dall’immagine del “baciomano”, di Berluscono a Geddafi. Mi dicevo ed avrei voluto replicare in qualche talk show, osservando che chi verrà dopo Berlusconi bacerà ben altro che le mani a chi soppianterà Geddafi. Dalla nostra classe politica tutta intera abbiamo poco da sperare ed io mi chiedo se saremo in grado di trarre le logiche conseguenze di quanto osserviamo nel nord Africa. Anche noi dovremmo scendere sulle piazze, non per fare delle passeggiate o dei girotondi infantili, ma per liberarci di questa classe politica che ci opprime e dissangua. Saremo capaci di farlo? Questa è la domanda più interessante che possa farsi.

AC

Oggi “Giorno di Collera”

L’Impero e Le Politiche della Disinformazione

Anche per oggi, 4 marzo, come è stato per ogni venerdì dall’inizio delle rivolte arabe, sono previste manifestazioni massicce in ognuno dei paesi arabi in cui le masse hanno manifestato nelle ultime settimane: Algeria, Tunisia, Egitto, Giordania, Oman, Yemen, Bahrein, Arabia Saudita, Iraq, e Libia. In modo esplicito e ostentato, le manifestazioni sono state denominate dai popoli arabi collettivamente “Giorno di Collera”.

In Egitto e Tunisia le manifestazioni della scorsa settimana erano finite in brutale repressione da parte delle forze dell’ordine. I regimi militari dei due paesi evidentemente non avevano fatto i conti con la determinazione dei cittadini a disfarsi del Vecchio Ordine, che era uscito dalla porta e rientrato dalla finestra. I regimi avevano tentato un rimpasto che garantisse la continuazione del potere militare, ma sia in Tunisia che in Egitto, alla fine, i rispettivi neo-eletti capi di governo si sono dovuti dimettere negli ultimi giorni. Ma non è finita. Come dice un commentatore di PressTV: solo pochi passi sono stati intrapresi delle tante miglia ancora da percorrere.

In merito all’Iraq, poco e niente viene riportato dai media sulle massicce manifestazioni in corso da qualche tempo nelle principali città. Tutti vogliono ignorare l’Iraq. Ma non Press TV che ogni giorno mostra le sommosse nelle città della nazione che ha subìto l’invasione più feroce dalla fine della guerra in Viet Nam. Una guerra, quella contro l’Iraq, voluta dal regime sionista israeliano e condotta dall’Impero pro-sionista al completo, compresi Australia e Canada. E a proposito del Canada, che il grande pubblico vede come uno degli stati occidentali più liberali, vale la pena menzionare che da qualche tempo è diventato uno dei maggiori sostenitori del regime sionista, con politiche fortemente ostili all’Islam e in particolare ai palestinesi.

Termino la breve parentesi sull’Iraq aggiungendo che finora la rivolta ha già provocato almeno 20 morti come risultato di scontri con le forze dell’ordine. Alle manifestazioni aveva partecipato anche l’uomo che era diventato famoso per avere lanciato le scarpe contro l’ex presidente Bush. Anche questa volta, durante una manifestazione, è stato arrestato.

Di tutte le insurrezioni arabe in atto, quella che attualmente desta più preoccupazione è ovviamente la rivolta della Libia, ormai già nel mirino delle navi dell’Impero appostate nei pressi delle coste. Le ho viste l’altra mattina, al risveglio, passare il Canale di Suez, in diretta su PressTV. Risveglio nell’incubo: passavano esibendo tutto l’orrore che sanno suscitare, queste macchine da guerra dall’aspetto terribile. Lo spettacolo era spettrale.

Desta preoccupazione, la Libia, perché è ormai chiaro che è stata orchestrata ad arte una campagna mediatica che giustificasse agli occhi del mondo un intervento militare esterno. Si teme una ripetizione dell’Iraq.

Veniamo a sapere per mezzo degli esperti che collaborano con PressTV che l’Impero ha sfruttato (oppure causato) il black-out mediatico durato alcuni giorni in Libia per spargere informazioni fraudolente. Emerge questo fatto: per mancanza di filmati e reportages dalla Libia da parte di giornalisti accreditati, tutti i canali di news internazionali, e in particolare quelli che da sempre seguono le vicende del Medio oriente, hanno attinto da informazioni che venivano trasmesse dalla BBC International, dalla BBC Araba e da Al Jazeera Internazionale. Essendo Al Jazeera un canale con sede principale in un paese arabo, il Qatar, e con agenzie di rappresentanza sparse in giro per la regione, nessuno si meravigliava che il canale potesse avere accesso a informazioni anche in Libia. In più, i media si fidavano dei filmati “amatoriali” che venivano inviati ai servizi di “I-Report” a disposizione degli spettatori sui siti internet per le segnalazioni di notizie – filmati che poi si sono rivelati ingannevoli.

In un mio post precedente, nel quale spiegavo che PressTV è di fatto l’unico canale di news internazionale attendibile, aggiungevo anche il seguente: “Anche Al Jazeera English è interessante, ma non sempre: fa delle distinzioni in merito alle verità da raccontare, evidenziando forti pregiudizi nei confronti di alcuni paesi islamici, come l’Iran, ma anche il Libano. I giornalisti sono gli stessi che un tempo vedevo sulla BBC International (soprannominata nella blogosfera anglo-sassone “Bush & Blair Corporation”). Al Jazeera English si discosta in questo senso dall’emittente ammiraglia, Al Jazeera Araba, molto più vicina alle strade arabe.”

Un articolo del 1° marzo, scritto da un collaboratore di Press Tv, Stephen Lendman, autore anti-sionista e conduttore radio di Chicago, inizia con queste parole: “I media americani, la BBC e Al Jazeera stanno disseminando informazioni false o comunque non verificate riguardo alla Libia.”

Stephen Lendman ne era stato informato da un collega, Mahdi Darius Nazemroaya, esperto in questioni mediorientali, che in un articolo intitolato “Washington sta promuovendo una guerra civile per giustificare un intervento militare USA-NATO?” scriveva il seguente nella colonna intitolata “Le Politiche di Al Jazeera”: “Il governo libico ha oscurato Internet e linee telefoniche ed è in atto una guerra dell’informazione. Nonostante sia un’emittente molto professionale, è importante mettere sull’avviso che Al Jazeera non è un attore neutrale. E’ subordinata all’Emiro del Qatar e al suo governo, che è un’autocrazia. Nel fare una selezione sulle notizie da trasmettere e su come trasmetterle, i reportages di Al Jazeera sono di parte. … Le notizie in merito a presunti aerei che avrebbero sparato sui manifestanti di Tripoli e altre città sono sospette e non verificate. Non si sono visti filmati sugli attacchi aerei, mentre venivano mostrati filmati riguardo alle manifestazioni e altri eventi che succedevano in Libia.”

Continua l’articolo: “Anche i media dell’Arabia Saudita sono di parte nel narrare le vicende della Libia. Asharq Al-Awsat è una testata saudita allineata con gli interessi americani nella regione. Il redattore capo sta scrivendo editoriali in cui glorifica la Lega Araba per la decisione di sospendere la Libia, in ragione degli attacchi contro i manifestanti. Viene da chiedersi: Perché la Lega Araba non ha sospeso anche gli altri paesi che hanno usato violenza sui manifestanti come Egitto, Tunisia, Bahrein, Yemen? Sia dall’interno che dall’esterno del Mondo Arabo, i media mainstream stanno manipolando le condizioni per l’intervento militare in Libia. …

“ … I governi di USA, GBR, Francia, Germania, Italia sapevano bene che Gheddafi fosse un tiranno, ma questo non ha impedito ai paesi di fare affari lucrativi. Quanto ai media, nel mostrare le violenze dovrebbero anche sottolineare che le armi sono fornite da USA ed Europa, sollevando domande come: vendere armi fa parte della loro campagna per promuovere la democrazia?”

Ma la conferma diretta e concreta della campagna mediatica in atto per preparare le condizioni per un’invasione (a iniziare dalla Libia) arriva dall’emittente RT, il primo canale Russo che trasmette news in lingua inglese 24H/24.

“RT” Riporta quanto segue in un servizio del 1° marzo: “L’Intelligenza Militare Russa dichiara false le notizie sugli attacchi aerei contro i cittadini della Libia. … Hanno monitorato la regione araba dallo spazio e le immagini raccontano una storia totalmente diversa. Secondo la BBC e Al Jazeera, il 22 febbraio il governo libico avrebbe inflitto attacchi aerei su Bengasi e Tripoli. Ma l’esercito russo afferma che sta monitorando da vicino gli eventi arabi via satellite fin dall’inizio delle rivolte, e i presunti attacchi aerei non sono mai avvenuti. Stanno inoltre monitorando anche gli impianti di produzione del petrolio.”

Stephen Lendman, di cui parlavo in alto, è anche uno degli esperti che ho sentito in questi giorni avanzare l’ipotesi che l’Impero stia tentando di sostituire i despoti a capo dei regimi arabi, ormai vecchi, difficili da gestire, e spesso oggetto di lotte di successione interne perché prossimi a dovere consegnare le redini del governo agli eredi che costituiscono un’incognita. E l’obiettivo dell’Impero, secondo gli analisti politici, è di sostituirli con personaggi di loro fiducia individuati negli anni. Gheddafi, poi, a capo del paese africano con la produzione di petrolio più importante, rappresenta comunque una spina nel fianco perché imprevedibile.

Scrive S. Lendman: “Gheddafi è, indiscutibilmente, un despota odiato e temuto dal popolo. Sicuramente è in atto una rivolta da parte dei cittadini, ma tutto fa presumere, che la rivolta sia stata anche manipolata dall’esterno.” Che tra l’altro è una supposizione che gli esperti avanzano anche in merito a tutte la altre rivolte in atto. Mi sono riproposta di fare presto un riepilogo delle ipotesi e analisi in tal senso da parte degli esperti che leggo e vedo su PressTV. Tutti professionisti di primo piano, anti-sionisti e fortemente critici nei confronti dell’Impero occidentale. In genere PressTV mette poi online nel sito la trascrizione dei singoli interventi di analisi.

Intanto fervono le attività dietro le quinte del mondo diplomatico. Ogni nuova notizia sembra smentire, o comunque mettere in discussione, la precedente. L’invasione della Libia da parte della Nato sembrava già decretata, ma arrivano, inaspettate, dichiarazioni del contrario. Il segretario generale della Nato, Rasmussen, ha rilasciato oggi una dichiarazione secondo cui un intervento immediato – e comunque un’invasione militare – non sembra al momento “opportuna”.

Infatti i paesi membri della Nato non sono tutti allineati tra loro in merito ad un intervento militare. La Turchia, da tempo ormai apertamente schierata con il fronte arabo e in aperto conflitto con Israele in merito all’occupazione illegale della Palestina, si è anche di recente alleata con l’Iran e alcuni leader sud-americani per formare un nuovo asse contrapposto a quello apertamente pro-sionista occidentale. La Turchia, appunto membro della Nato, dichiara di opporsi all’intervento militare in Libia.

Anche il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, ha dichiarato oggi che la Germania si oppone ad azioni militari nei confronti della Libia e non prenderà parte ad una eventuale invasione da parte della Nato. (Non pensavo che i paesi membri della Nato avessero la scelta di non partecipare).

Visto questo stato di cose, dal Pentagono arriva la dichiarazione che bisogna comunque attendere le decisioni dell’Onu. Viene da commentare: e da quando in qua gli americani si sono regolati secondo le indicazioni dell’Onu, in particolare dopo l’11 settembre del 2001? Per non parlare del fatto che comunque è l’America ad avere sempre l’ultima parola nell’Onu.

Intanto, con l’ipocrisia che caratterizza le istituzioni internazionali, oggi il procuratore capo della Corte Penale Internazionale, Luis Moreno-Ocampo ha indetto una conferenza stampa, dichiarando di avere formalmente rinviato Gheddafi a giudizio. Perché, mi chiedo, proprio quel dittatore e non anche gli altri, come Mubarak, ad esempio? E perché vengono sempre deferiti alla Corte Internazionale i dittatori caduti in disgrazia agli occhi dell’occidente, mentre i capi di governo occidentali che li hanno sostenuti quei dittatori (africani o slavi o sud-americani) fanno sempre la parte dei giudici e giustizieri? E come mai, ad esempio, i capi sionisti che due anni fa hanno bombardato gli abitanti di Gaza, sotto assedio totale e senza possibilità di fuga, non sono mai stati incriminati? Inutile continuare, la lista delle ipocrisie è troppo lunga.

Ma in quanto a Mubarak, è di oggi la notizia che ha trovato asilo presso il suo collega tiranno dell’Arabia Saudita. Quindi ora sono in tre, presso quella corte degli orrori: il re saudita Abdullah, l’ex presidente della Tunisia, Ben Ali, e ora Mubarak. Chissà chi altro si aggiungerà alla compagnia man mano che la rivolta si fa più accesa e collettiva.

Non hanno alcun problema, le potenze occidentali, a dare appoggio ai despoti, finché fanno comodo. Nei salotti politici dei canali di news americani a diffusione mondiale (CNN, MSNBC, FOX News, ecc.), ci si chiede in questi giorni “come mai l’occidente abbia tollerato questi Mostri al potere per tanti anni, anzi decenni”. Se quelli sono Mostri, come definire i Mostri che li hanno creati e appoggiati, e cioè i nostri paesi, le nostre società occidentali? Che dire di noi, che distogliamo lo sguardo e trattiamo con disprezzo i cittadini oppressi in quei paesi quando vengono a chiedere asilo nelle nostre belle società libere occidentali, che si godono i frutti dello sfruttamento delle risorse di quei paesi – risorse naturali e umane.

Stephen Lendman, un autore che leggo da anni, perché da anni mette pubblicamente il dito nella piaga palestinese, termina l’articolo menzionato in alto, con queste parole: “Per decenni Gheddafi ha negato al popolo libico le libertà democratiche. Ma l’occupazione Imperiale sarebbe anche peggio: ha creato condizioni da incubo per gli Iracheni, gli Afgani, e altri che hanno conosciuto il dominio stile USA, che fa sembrare i tiranni di casa benevoli a confronto.

Le sue parole mi fanno ricordare il lamento disperato di una donna nei primi mesi dell’invasione americana dell’Iraq, quando Saddam era fuggito e non si sapeva dove fosse. Vedendo le telecamere dei giornalisti, la donna era scoppiata in pianto dicendo: “Prima avevamo Saddam che ci opprimeva e ora che gli americani ci hanno invaso, quel vigliacco è fuggito senza neanche combattere e ci ha lasciato nelle mani del nemico.”

Mentre sto terminando questo scritto, sono già tutti in piazza, i nostri fratelli arabi, e sono in tanti. Li vedo dalla mia “finestra sul medio oriente”. E speriamo che oggi non ci siano violenze.

mercoledì 2 marzo 2011

Corrispondenze da Egeria: Homepage.

Aggiornata al 29 maggio 2011

Essendo ormai divenuta regolare la corrispondenza di una nostra Lettrice, di cui conserviamo l’anonimato, pare opportuno approntare un’apposita Homepage, come ormai facciamo per i collaboratori di “Civium Libertas”, dei cui testi noi curiamo l’editing. In teoria, è qui possibile che qualsiasi Lettore o Lettrice che ne abbia il tempo e la volontà possa pubblicare suoi propri testi con la stessa evidenza grafica di ogni altro testo. Dovendo dare in questi casi un nome per distinguere l’uno dall’altro Lettore o Lettrice, ne scegliamo noi uno di fantasia. Per la prima Lettrice che inaugura una serie che ci auguriamo lunga, noi scegliamo il primo nome che ci è venuto in mente: Egeria. Era una ninfa, le cui lacrime diedero luogo alla Fonte Egeria, ben nota a quanti abitano in Roma. Le “lacrime” sono quelle di noi tutti davanti alle tragedie alle quali stiamo assistendo.

Civium Libertas
A.

OSSERVATORIO SULLE RIVOLUZIONI ARABE







10.
Rivolta araba: Come reagiscono Usa e Israele?

11.
Gas nervino: la nuova arma contro i popoli in rivolta.

12.
Bahrein: cronaca di un’invasione.

13.
Bahrein: Attacco via terra e via aria ai civili inermi
da parte della Forze Armate dei Paesi del Golfo
(Iran e Iraq esclusi)
.

14.
YEMEN - Cronaca di una Rivolta - BAHREIN, la situazione è disperata - Parlano gli Esperti.

15.
«Il Barhein come la Palestina».


17.
La Lobby minaccia - Gilad Atzmon e Alan Hart resistono.

18.
Evento di Londra su Ebraicità e Sionismo
L’Inaudito è stato pronunciato, pubblicamente
.

19.
Discorso di Obama al mondo arabo, pt 1ª:
qualcosa di nuovo o aria fritta?

20.
Discorso di Obama al Mondo Arabo
Parte II: Egitto, Tunisia, Palestina, Israele
.

21.
Aperti i cancelli di Rafah!
Una piccola vittoria in uno scenario regionale inquietante
.

B.
NABKA DI SANGUE
Osservatorio sulla Palestina

1.

2.

C.
VERSO GAZA

Corrispondenza da una Lettrice: 6. Chissà se la Libia subirà il trattamento riservato agli Stati Africano che hanno la colpa di possedere l’Oro Nero?

Homepage - N° 6
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Superato il mezzo del cammin di nostra vita non possiamo più permetterci il lusso di farci menare il naso da quei media che ci presentano gli Usa preoccupati per qualche migliaio di morti libici dopo averne fatti oltre un milione con il loro intervento “umanitario” in Iraq. E non possiamo sareper quanti ne hanno fatti e ne stanno facendo in Afghanistan e in Pakistan. Impossibile avere una statistica completa da Hiroshima e Nagasaki. Senza parlare del “destino”, ormai digerito degli indiani d’America, e di quello di egual natura che si sta infliggendo ai palestinesi, con la fattiva complicità o committenza di Israele, un vero è proprio “Stato criminale”, secondo la concettualizzazione che ne aveva fatto Karl Jaspers, pensando al nazismo, ma non vedendo il sionismo: tipica cecità filosofica! Una grande partita si sta giocando sotto i nostri occhi. I popoli sono sempre stati ingannati e gabbati. Io non riesco a persuadermi che internet sia davvero il grande strumento tecnologico, rivoluzionario, capace di mobilitare le piazze in tutta la loro spontaneità. Sono portato a credere che i governi siano in grado di manipolare e orientare anche queste nuove tecnologie. Occorre perciò molta cautela nel raccogliere le informazioni, nell’interpretarle, nel divulgarle, mettendole in rete con il nostro piccolo valore aggiunto. Non dovremo avere nessuna remora nel correggere le nostre opinioni, se ci accorgiamo di essere stati ingannati ed indotti in errore o di esserci noi stessi ingannati nel valutare ciò che succede e che pur fra tanta apprensione contiene anche tanta speranza. E, dulcis in fundo, è giunto forse il momento per un grande dibattito sulla effettiva consistenza istituzionale di quella che viene indicata come la più grande e la più antica democrazia del mondo, gli USA, un vero paradiso dei diritti, ma dove vengono fuori le più grandi diseguaglianze sociali, dove i ricchi diventano sempre più ricchi ed i poveri sempre pi\ poveri, ma soprattutto dove il processo decisionale non ha nulla da invidiare alle “dittature” asiatiche da sempre sul banco degli accusati. Gli stessi “diritti umani”, a ben vedere, sono più un grimaldello per scassare la casa dell’avversario che non un complesso di principi e diritti che si riconoscano ai propri concittadini: tanto più si parla di “diritti umani” quanto più li si violano o si ha animo di farlo, appena “liberati” i popoli che si intendono soccorrere e liberare da una tirannia inefficace da sostituire con altra più efficiente e subdola.

Post Scriptum: Mi è appena giunta altra lettera da altro Lettore, che ha osservazioni critiche sulla “Corrispondenza” della Lettrice, una corrispondenza che resta preziosa e che è un resoconto di ciò che si dice sui canali televisivi esteri, che dedicano all’informazione un tempo maggiore delle nostre tv, impegnati in balletti e futilissime notizie. Sono certo di interpretare il desiderio della Lettrice/Corrispondente, dando la oppurtunità ad altri Lettori di intervenire criticamente sul merito delle notizie qui date. Per pubblicare i Commenti è necessario registrarsi. A questa forma di moderazione ho deciso di ricorrere per arginare il fenomeno dei Troll, spesso direttamente al soldo di Israele, che di recente ha destinato nuovi ingenti stanziamenti destinati a questo scopo, cioè a finanziare l’intrusione di loro agenti nella rete. Interesse di tutti noi è la difficile ricerca della “verità”, non il suo nascondimento o la sua manipolazione. E sappiamo quanto questa ricerca sia difficile.
AC

* * *

CHISSÁ SE LA LIBIA

subirà lo stesso trattamento riservato agli Stati Africani
che hanno la colpa di possedere l’Oro Nero?


Molti gli avvenimenti oggi nelle strade del mondo arabo in rivolta. Alcuni suscitano speranza, altri invece fanno presagire un futuro di forti incertezze e violenze per le popolazioni.

Le speranze sono riposte nella chiamata a raccolta messa online dai giovani dell’Arabia Saudita, che hanno annunciato sul social network “Facebook” una mega-manifestazione indetta per il 13 Marzo e hanno pubblicato un documento molto articolato in cui illustrano una serie di modifiche che intendono apportare alla società saudita, tra cui l’abolizione delle misure di oppressione delle donne: una prova ulteriore che non sono i popoli a sostenere quelle ideologie oscurantiste come il wahabismo, che vengono falsamente confuse con la filosofia islamica, di cui si servono le classi dirigenti arabe per mantenere i popoli in soggezione e sottomissione, e vengono sfruttate dai neo-con/sionisti per screditare l’Islam agli occhi del mondo.

La cattiva notizia di oggi riguarda il Bahrein. Le manifestazioni continuano ininterrotte. Ma si viene a sapere che ieri l’Arabia Saudita ha inviato nel Bahrein 30 carri armati che stanno per arrivare nella capitale Manama.

Ma la notizia principale di oggi riguarda la conferenza stampa indetta al Pentagono. Sono sotto gli occhi del mondo intero le operazioni di avvicinamento militare USA-GBR-FRANCIA attualmente in atto nei confronti della Libia, e la stampa vuole informazioni.

Messi sotto pressione dall’opinione pubblica, in questo momento, mentre scrivo, 1° Marzo ore 20:45, il ministro alla Difesa americano e il Capo di Stato Maggiore, Ammiraglio Mike Mullen, stanno tenendo un briefing nella sala stampa del Pentagono per fare conoscere al mondo il destino della Libia.

Basta guardare la cartina qui accanto per vedere dove sono posizionate al momento le navi americane (USS = US-Ship) provenienti dalla flotta statunitense di stanza nel Golfo Persico, due delle quali, dice Mullen, stanno per raggiungere la Libia, con alcune migliaia di soldati americani a bordo che “dovranno appoggiare i ribelli nella lotta contro Gheddafi e il suo esercito di mercenari”. Quale espediente migliore di questo, per convincere gli americani e il mondo della presunta buona fede della santa america nel suo ruolo di benevolo soccorritore degli oppressi? La USS Enterprise mostrata nella cartina sotto al Canale di Suez, è una portaerei finora di stanza al largo della Somalia. La cartina mostra le posizioni delle navi di oggi, 1° marzo.

Come sempre in queste situazioni scottanti, le risposte di Robert Gates e Mike Mullen sono state laconiche ed evasive: “niente è ancora deciso definitivamente, bisogna attendere le decisioni dell’ONU (come se contassero davvero). E ovviamente la solita frase di rito “All options are on the table” – vengono vagliate tutte le opzioni.

L’unico commento dal tono deciso è la risposta ad un giornalista che chiedeva quale sarebbe stata la risposta americana nei confronti delle altre rivolte in atto nel mondo arabo. “E’ chiaro che le risposte saranno individuali, vanno differenziate di caso in caso. Ad esempio ai nostri stretti alleati sovrani di Giordania e Arbia Saudita dobbiamo garantire il nostro pieno appoggio, in tutti i sensi, di qualunque tipo”.

Perché mai avranno nominato proprio quei due paesi – dittature come tutte le altre nella regione? Perché sono pedine chiave per mantenere il potere dell’Impero. Come facevo notare nel mio ultimo “post”, se cadono Giordania ed Egitto, cade Israele; se cadono Arabia Saudita e Bahrein, l’America perde il controllo sull’intera area del Golfo Persico, compreso l’Iraq.

La Giordania, come spiegavo, in altro post di qualche giorno fa, è in realtà territorio palestinese, sottratto alla Palestina dopo la Prima Guerra Mondiale quando Gran Bretagna e Francia hanno riorganizzato l’intera regione a proprio uso e consumo, suddividendo e consegnando i territori a quei leader arabi che avevano appoggiato l’Occidente nella lotta contro l’Impero ottomano. La popolazione giordana, di cui il 60% è ancora oggi imparentata direttamente con i palestinesi al di là del fiume Giordano, spingono per la caduta di Israele e la riunificazione con i fratelli palestinesi.

Lo avevano temuto tutti, gli esperti che intervengono su PressTV, che prima o poi l’Impero avrebbe colpito ancora in Medio Oriente o nel Nord Africa. Alcuni, come Ralph Shoenman, Stephen Lendman, Wayne Madsen e.a. lo hanno detto forte e chiaro fin dal momento in cui la rivolta si è propagate dalla Tunisia verso l’Egitto.

Non ho fatto in tempo a scrivere queste poche righe, che ecco arriva la diretta del collegamento con le Nazioni Unite. Sono in atto le votazioni per sospendere la Libia dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU. E quindi ora ai coraggiosi cittadini libici viene anche sottratto il diritto di appellarsi al Consiglio per i Diritti Umani. Oltre al danno anche la beffa. A cosa dovrebbe servire? Personalmente ho una mia opinione a riguardo, ma credo che ognuno sia in grado di trarre le proprie conclusioni.

L’Onu, si sa, è un’istituzione impotente: uno stato di cose, questo, che si riflette nelle sue irrilevanti azioni. Nell’Onu contano solo gli Stati Uniti. Neanche i suoi alleati occidentali con diritto di Veto contano. Lo abbiamo potuto constatare per l’ennesima volta proprio la settimana scorsa, quando il Consiglio di Sicurezza era chiamato ad approvare l’ennesima Risoluzione nei confronti di Israele, questa volta per dichiarare illegali le continue espansioni di Israele nel territorio palestinese, ormai quasi interamente occupato, come mostra la grafica: Colore Bianco = Israele, Colore Verde = Palestina.

Tutti i paesi con diritto di Veto avevano votato a favore della Risoluzione, oppure si erano astenuti, compresa incredibilmente la Germania. Solo gli Stati Uniti hanno espresso un chiaro NO alla sanzione contro Israele! Il primo ministro di israele, Netanyahu, aveva in seguito telefonato alla cancelliere tedesca Merkel per esprimere le sue rimostranze, ma la Merkel ha risposto a tono. Non che la Risoluzione avrebbe fatto alcuna differenza: Israele non ha MAI rispettato alcuna Risoluzione e ha sistematicamente e impunemente agito in contravvenzione a tutte le Leggi Internazionali, compresa la Convenzione di Ginevra.

Anche questa volta il Pentagono – la Difesa americana – agirà secondo quello che l’apparato militare ritiene essere nell’interesse degli Stati Uniti, o meglio nell’interesse della Lobby americana pro-Israele e dell’industria militare bellica, come ha fatto nel caso dell’Iraq, quando l’America ignorò con pieno disprezzo le decisioni dell’Onu, e si inventò il “diritto alla guerra preventiva” per invadere Iraq e Afghanistan illegalmente.

La Libia è importante per la quantità e qualità del petrolio. E’ un petrolio “pulito”, che richiede poco intervento di raffineria. E la produzione è la più copiosa dell’intero continente africano.

Si teme che la Libia possa fare una fine analoga a quella di altri paesi africani con risorse di petrolio importanti – o comunque con altre materie prime altrettanto importanti.

Un caso eclatante è quello del Sudan, a sud di Libia ed Egitto, che ha due zone distinte ricche di petrolio. Una è la regione nord-occidentale, e cioè il Darfur. Suona familiare, il Darfur, ma il grande pubblico non è informato sulle vere cause del conflitto in quella regione devastata, e pensa che sia in atto una guerra civile. Ma non è così. Si tratta di una guerra di aggressione dei sionisti per il controllo del petrolio, che poi si traduce, come sempre, in conflitto tribale di stampo ideologico-religioso (cristiano-giudaici contro musulmani), con situazioni di sopravvivenza disperate e centinaia di migliaia di morti.

Anche il Sud del Sudan è ricco di petrolio, e i sionisti sono riusciti a prenderne il controllo, operando conversioni di massa al cristianesimo, con predicatori che convincono il popolo a credere che la Palestina sia la Terra Promessa dal dio cristiano-giudaico agli ebrei.

Risultato: nel gennaio di quest’anno il Sudan del Sud, in prevalenza di fede cristiano-giudaica (mentre il resto del Sudan è ancora di fede musulmana), si è reso indipendente dal resto del Sudan per mezzo di referendum ed è ora sotto il controllo diretto dell’Impero israelo-americano.

Non voglio dilungarmi nel raccontare il ruolo fortemente mediatico che ha avuto l’ignaro (oppure no?) George Clooney nell’intera faccenda, affinché tutto si svolgesse con il consenso della comunità internazionale.

L’impero ha inoltre l’obiettivo di cacciare i cinesi che fanno affari con il Sudan ricco di petrolio in modo pacifico e regolare. I cinesi sono molto amati dai paesi africani con cui hanno accordi commerciali per l’estrazione o la compravendita di materie prime. In cambio dell’accesso al petrolio, i cinesi costruiscono strade, scuole e altre infrastrutture; scavano pozzi di acqua e creano know-how tecnico per la popolazione locale. E soprattutto sono equi e leali nelle transazioni.

Da anni, migliaia di Sudanesi in fuga dal conflitto cristiano-giudaici vs. musulmani si sono riversati in Egitto e molti sono poi passati in Israele, ma Israele non li vuole più i Sudanesi, perché sono diventati scomodi in quanto molti tra loro si rivelano essere musulmani e simpatizzanti dei Palestinesi. Negli ultimi anni infatti abbiamo assistito a massacri di interi convogli sudanesi da parte dei sionisti mentre erano in fuga verso l'Egitto.

E' sempre la stessa storia: quando le maggiori potenze nel mondo vogliono appropriarsi delle risorse di altre regioni, mettono in moto la terribile macchina propagandistica per scatenare l'arma letale del razzismo religioso - come è successo nei Balcani, ormai ridotti in staterelli tutti controllati e sfruttati dai miliardari delle multinazionali USA-ISR-GBR, e come succede nelle regioni islamiche, in cui i musulmani sunniti (tradizionalisti) e i musulmani sciiti (progressisti) hanno convissuto pacificamente fino a quando sono arrivati gli occidentali per appropriarsi del petrolio e di altre risorse importanti.

Questi misfatti non vengono raccontati nei media occidentali. Come non viene raccontato che molti egiziani e sudanesi disperati vendono i reni ai sionisti per pochi soldi. Sono 2 i motivi per cui Israele compra organi per trapianto (o li estrae illegalmente dai palestinesi, come sappiamo da tanti casi che hanno riempito le cronache in tempi recenti). La religione giudaica non permette l’espianto di organi dal corpo del morituro. Quindi gli organi devono provenire da persone non di fede giudaica. L’enorme quantità di reni umani che i sionisti reperiscono in giro per il mondo, specie in paesi economicamente depressi come Ukraina, Romania, e stati dei Balcani, spesso estratti da persone che vengono rapite in strada e mai pagate, servono per il mercato illecito degli organi da trapianto, che funziona per mezzo di una vera e propria “borsa degli organi” che procura profitti astronomici.

Un altro caso è quello della Nigeria. Sappiamo che la regione del Delta del fiume Niger, appunto in Nigeria, è ricca di petrolio e, per questo motivo, teatro di conflitto cosiddetto tribale. In realtà sono sempre i sionisti e i loro complici occidentali che hanno le mani sporche su tutte le aree africane ricche di materie prime. Proprio il mese scorso un mio amico che per diversi mesi all’anno lavora all’interno di una squadra che opera nell’area del Delta, mi informava di questo. Era preoccupato per il fatto che gli operai nigeriani che lavorano sotto la sua supervisione sembravano essere in costante difficoltà finanziaria, nonostante percepissero uno stipendio regolare e di buon livello. Il mio amico non sa niente del sionismo, ma mi diceva che molti dei suoi dipendenti regalavano due terzi dello stipendio ai predicatori cristiani che convincono la popolazione praticamente analfabeta a comprarsi il diritto al regno dei cieli supportando la causa di Israele, la terra designata per la discesa finale di Gesù prima del giudizio universale.

L’infinito numero di stragi in Nigeria di cui si sente regolarmente parlare nei media consiste nello scontro tra musulmani e convertiti cristiani. L’area del Delta è abitata in prevalenza da convertiti cristiano-giudaici. Il resto della Nigeria, nella parte più a Nord, è in prevalenza di fede musulmana.

Durante la trasmissione settimanale “Comment”, condotta da George Galloway negli studi di PressTV a Londra, il famoso fondatore dell’organizzazione di aiuti umanitari per Gaza “Viva Palestina” parla in diretta con gli spettatori che chiamano da tutto il mondo. Quando si parla di Gaza e Palestina, spesso arrivano telefonate da parte di nigeriani furiosi perché “i palestinesi devono capire che la Palestina appartiene di diritto agli ebrei e se ne devono andare dalla terra santa”. Arrivano poi altre telefonate di nigeriani musulmani che si scusano “per l’ignoranza” dei loro connazionali “evidentemente manipolati dai sionisti”.

Il Sudan, la Nigeria e molti altri paesi Africani potrebbero vivere in pace e prosperare. Ma l’Impero non lo permette. Chissà se anche la Libia subirà il trattamento riservato agli Stati Africani che hanno la colpa di possedere l'Oro Nero.

lunedì 28 febbraio 2011

Alberto B. Mariantoni: «Giornalismo: l’attendibile e l’inattendibile»

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Giornalismo:
l’attendibile e l’inattendibile



Alberto B. Mariantoni

Ultimamente, alcuni miei lettori, in correlazione con i diversi avvenimenti che si tanno svolgendo nel Vicino e Medio oriente, mi hanno rivolto una curiosa ed intelligente domanda: “Come fare, all’interno dei Media del nostro tempo, a distinguere una notizia attendibile o credibile da una falsa o manipolata o addomesticata”?

Visto il minimo di esperienza che credo (o almeno, spero…) di avere acquisito in questo campo – e senza per altro pretendere possedere la “scienza infusa” o una qualunque “sfera di cristallo”, né tanto meno sperare di potere essere esaustivo – proverò a rispondere alla suddetta richiesta.

Diciamo, per semplificare, che nel giornalismo in generale – purtroppo, per la maggior parte dei lettori! – esistono, ai nostri giorni, due maniere distinte e diametralmente antitetiche e contrapposte di percepire, approfondire, analizzare, presentare o descrivere gli avvenimenti.

La prima, molto diffusa e ricorrente in questo particolare periodo della nostra storia, è quella che è praticata da quei “giornalisti” che, spesso, vengono definiti “embedded” (incorporati) o “mainstream” (conformisti). Dei “giornalisti”, cioè, che a partire da un qualsiasi accadimento della cronaca o della storia – e prima ancora di provare ad informarsi, per poterlo realmente esaminare, decifrare e capire per quello che è; dopo di che, semmai, cercare di narrarlo o di raccontarlo ai loro lettori o ai loro spettatori – tendono preventivamente e pregiudizialmente a leggere, inquadrare e raccontare l’avvenimento in questione (e, qualche volta, addirittura a favorirlo, sollecitarlo o provocarlo)1, attraverso gli occhiali deformanti della loro ideologia e/o degli interessi di parte e/o degli scopi reconditi che sono perseguiti dai Media per i quali lavorano.

Questo genere di “giornalismo”, ovviamente – pur essendo, a prima vista, e nel breve termine, di maggior effetto o impatto sull’opinione pubblica – possiede, indipendentemente dall’aspeto morale o deontologico, dei grossi limiti. Una volta “sparata” la “bufala”, infatti, è praticamente condannato, dalla sua stessa logica, o ad attendere fiducioso che la realtà possa in qualche modo combaciare o convergere con i suoi schemi preconcetti, o tentare, con tutte le sue forze, di coartare o di stuprare la realtà, per meglio riuscire a poterla artificialmente fare collimare o coincidire con il significato ed il senso delle sue “verità” iniziali.

La seconda maniera di fare del giornalismo, invece – ormai, estremamente rara, nei Media dell’epoca in cui stiamo vivendo – è quella che è ordinariamente praticata da quei giornalisti che – indipendentemente dai loro punti di vista, dalle loro convinzioni o dai loro interessi politici o personali, e prima ancora di pretendere di andare ad impartire lezioni soggettive ed arbitrarie agli ignari, abusati e costantemente beffati lettori – cercano prioritariamente di capire ciò che sta avvenendo realmente, sia per evitare di morire personalmente e professionalmente ignoranti che per tentare di non offendere o urtare la sensibilità di chi, nelle diverse occasioni, fa loro l’ambìto e glorificante onore di leggerli o di ascoltarli, prendendo, per giunta, in deferente e credibile considerazione i loro reportages, le loro analisi e/o i loro commenti.

Ora, è vero che – come sottolineava il filosofo francese Gaston Bachelard (1884-1962) – “l’esprit n’est jamais jeune... car il a l’âge de ses préjugés2 (“La formation de l’esprit scientifique”, ed. Vrin, Paris, 1965, pag. 14), ma è pure vero che per potere facilmente individuare quei “giornalisti” che cercano quotidianamente e sfrontatamente di vendere “lucciole per lanterne” e, quindi, allo stesso tempo, avere ugualmente la possibilità di focalizzare e smascherare agevolmente gli inconfessabili interessi che, molto spesso, si celano dietro alle “verità” assolute ed indiscutibili che questi ultimi tentano sistematicamente di veicolare o di diffondere, è sufficiente fare attenzione all’impostazione che loro stessi danno ai loro articoli o ai loro interventi audio-visivi.

Quando già dalle prime battute dei loro articoli o dei loro contributi televisivi o radiofonici, incominciate a notare che “un tale o una specifica fazione ha inconfutabilmente ragione, mentre tal altro o un’opposta fazione ha innegabilmente torto; e, poi, come “corpo” o “riempitura ad hoc” della medesima esposizione, vi viene descritto o spiegato ciò che starebbe effettivamente accadendo”… la “notizia” o “l’informazione” in questione ha delle forti probabilità che sia sicuramente falsa o studiatamente manipolata o interessatamente addomesticata.

Quando, invece, chi cerca di informarvi per via cartacea o audio-visiva, tende principalmente a non esprimere nessun giudizio di valore; separa nettamente il fatto che vi sta raccontando dalla sua personale opinione; si sforza meticolosamente di fornirvi ogni possibile o immaginabile chiave di lettura a proposito di un certo avvenimento o accadimento; e – dulcis in fundo – lascia interamente a voi, lettori o ascoltatori, la libera possibilità o facoltà di esprimere o meno la vostra personale valutazione o il vostro soggettivo giudizio su quanto sta succedendo, ci sono delle abbondanti e copiose probabilità che la notizia o l’informazione in questione, sia attendibile o credibile; il reporter, l’analista o il commentatore che ve la sta presentando, sia intellettualmente onesto; ed il genere di giornalismo che quest’ultimo cerca di praticare, sia professionalmente serio, sostanzialmente affidabile e deontologicamente corretto e responsabile.

1) In proposito, è sufficiente ricordare le “migliaia” di innocenti che sarebbero stati fatti assassinare dal regime di Ceausescu, a Timişoara, in Romania; oppure, le “armi di distruzione di massa” ed i “legami con al-Qaeda” del regime di Saddam Husein, in Iraq.
2) Libera traduzione: “Lo spirito non è mai giovane… poiché ha l’età dei suoi pregiudizi”.


Alberto B. Mariantoni

Corrispondenza da una Lettrice: 5. Le Rivolte Arabe si Evolvono di Minuto in Minuto... Notizie dall’Arabia Saudita!

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In effetti, è dalla situazione in Arabia Saudita che possiamo aspettarci ora le novità maggiori. Ho pregato la nostra corrispondente, lettrice osservatrice dei canali televisivi esteri, in particolare mediorientali, di prestare la massima attenzione a ogni minima cosa che si muova in Arabia Saudita. Da parte mia, seguo con attenzione le reazioni degli analisti sionisti. Esilarante, come sempre, la scrittura di una nota signora, che paventava la minaccia alle «nostre coste giudaico cristiane», per indicare le coste mediterranee, sembrerebbe nuovamente in balie della navi saracene che facevano razzia di vergini e giovanette sulle coste indifese. Ma ancora più rivelatore altro analista che sembra preoccuparsi per i nostri prossimi acquisti di una bicicletta non potendosi più usare la macchina, in conseguenza di una temuta – per Israele – caduta anche dell’Arabia Saudita. Mera ipocrisia: il cuore, il cervello e la pancia di costoro ha ben altre sollecitazione. Più seria è una diversa considerazione da farsi. Per anni ed anni, per decenni, uno dei luoghi fissi, martellanti, della propaganda israeliana sionista è stato il cliché dell’«unica democrazia del Medio Oriente». Ci si chiedeva, per questo motivo, di stare dalla parte di Israele, perinde ac cadaver, qualunque cose Israele facesse. Addirittura, durante “Piombo Fuso”, abbiamo sentito dire che le bombe ed i missili israeliani erano pure essi “democratici” e per questo dovevano applaudire. Potrei fare una bella lunga lista dei nostri politici che si sono prestati al gioco: nomi per un futuro museo degli orrori. Insomma, adesso che tutti i popoli arabi e musulmani reclamano sulle piazze la democrazia, osserviamo come gli uomini politici israeliani stiano dalla parte di Mubarak e di tutti i “dittatori”, forse con la sola eccezione di Geddafi. Vengono momenti in cui cadono in un colpo solo tutti i castelli di menzogne costruiti con arte lungo un secolo intero e oltre.

AC

* * *

LE RIVOLTE ARABE EVOLVONO DI MINUTO IN MINUTO

Oggi si aggiungono Oman e Arabia Saudita !!!

Sono costretti a lavorare, gli emeriti sovrani …



- È iniziata la rivolta nell’Oman: scontri con le forze dell’ordine, 2 morti e tanti feriti, edifici amministrativi e commissariato di polizia incendiati. La manifestazione si è tenuta nella città industriale di Sohar.

Le sommosse sono scoppiate all’indomani delle riforme annunciate dal leader dell’Oman, Sultan Qaboos nel tentativo di prevenire il propagarsi delle proteste. Infatti già il 18 febbraio si erano visti i primi disordini. Il re del piccolo stato nel Golfo Persico aveva anche sostituito 6 ministri, ma come in altri paesi arabi, tali manovre non hanno ingannato i cittadini. Le popolazioni arabe vogliono disfarsi dei loro governi repressivi, fantocci delle potenze imperialiste occidentali. Certamente la sommossa non finirà qui.

È iniziata la rivolta in Arabia Saudita! E QUESTA È UNA GRANDE NOTIZIA, seppure la protesta non sia ancora massiccia. La popolazione è cauta, agisce per gradi, ha molto più da temere rispetto ad altri paesi arabi. L’Arabia Saudita è considerata il regime più potente e repressivo di tutti. Ospita le più grandi basi militari americane al di fuori del territorio statunitense. Ma i giovani sauditi sono molto bene organizzati, la mentalità è moderna e lo sguardo è rivolto all’occidente tecnologicamente avanzato.

Le proteste sono scoppiate nella provincia ricca di petrolio, Qatif. Ufficialmente i manifestanti chiedevano la liberazione dei prigionieri detenuti illegalmente senza accuse formali. Simili proteste si erano manifestate alcuni giorni prima nella vicina Awwamiya. Le autorità si erano affrettate a liberare 3 prigionieri.

Nel tentativo di prevenire rivolte, alcuni giorni fa il re Abdullah di ritorno dal suo viaggio negli Stati Uniti per motivi di salute, ha annunciato alcune riforme in merito a posti di lavoro e nuove abitazioni.

Ma i giovani sauditi non si fanno ingannare. Hanno annunciato su Facebook una manifestazione progettata per il 13 Marzo, a cui hanno dato il nome di “Giorno dell’Ira”. Molte migliaia già gli aderenti alla proposta.

Il governo del maggiore paese esportatore di petrolio è finora riuscito a tenere a bada la popolazione, e teme il contagio della rivolta dal Bahrein, che si trova a pochi chilometri dalle coste saudite. Allo stesso modo il governo del Bahrein teme che i giovani sauditi, bene organizzati, possano dare man forte ai loro “cugini” nel Bahrein.

Infatti, secondo quanto riportato dal New York Times, due giorni fa il re del Bahrein Hamad al-Khalifa ha fatto visita tempestiva al suo collega saudita, re Abdullah, per discutere la situazione di emergenza con il suo alleato chiave nella regione, appena l’anziano sovrano saudita è rientrato nella capitale Riyadh. Sono costretti a lavorare, gli emeriti sovrani, e ad avere notti insonni, come tanti sudditi e bambini affamati che dormono nelle strade di quei reami stra-ricchi.

Gli Stati Uniti sono preoccupati. Temono per le operazioni di sicurezza assegnate alle loro basi militari disseminate in vari paesi arabi del Golfo persico. Secondo l’agenzia AFP circa 27.000 soldati americani sono stanziati nelle varie basi militari installate nei paesi arabi del Golfo Persico: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita. Il Bahrein inoltre ospita il quartier generale della 5a Flotta della Marina Americana, con almeno 4.000 presenze militari.

Il Pentagono (la Difesa americana) si è affrettato a dichiarare pubblicamente, che le rivolte in atto nella regione non sono altro che “movimenti popolari” che non avranno alcuna ripercussione sul quartier generale della marina o sulle altre basi militari nella regione.

Dichiara l’ex diplomatico americano David Aaron “Nessuna delle Basi militari o degli Accordi (con i dittatori) è messo seriamente a rischio. Tuttavia la sicurezza della rete militare è critica per il potere militare americano”. (Che faccia tosta!).

Le operazioni militari americane nel Golfo hanno lo scopo principale di mantenere il controllo sul passaggio delle petroliere destinate all’occidente e di servire ostentatamente da deterrente per eventuali mire dell’Iran. E questa è, ovviamente una balla colossale. L’Iran non costituisce alcuna minaccia, e la Casa Bianca lo sa, ma è questa la linea ufficiale che l’America deve sostenere agli occhi del mondo, perché così vuole Israele, che ha bisogno di far credere ai popoli di essere sotto costante minaccia di annientamento da parte di un “nemico”.

In ogni discussione sull’Iran è mia abitudine chiedere all’interlocutore di turno: “ricordi per caso qual è l’ultima volta che l’Iran abbia invaso un altro paese? Israele invece? E gli Stati Uniti?

Esiste un filmato che viene spesso riproposto nei media di un certo tipo, quando si parla della controversia nucleare Iran/Israele. Nel filmato, che si svolge nella sala stampa della Casa Bianca con tutti i giornalisti riuniti per il “question time” con il Presidente, la famosa giornalista Helen Thomas rivolge al presidente Obama una domanda scabrosa che lo mette in evidente imbarazzo. Domanda: “Signor Presidente, che Lei sappia, esiste una nazione nel Medio Oriente che sia in possesso di armi nucleari?” Si sa che Helen Thomas era allora il simbolo, l’emblema, della rappresentanza stampa nella Casa Bianca, prima di cadere in disgrazia con il suo commento su “Israele se ne deve andare dalla Palestina”. Un altro giornalista che quel giorno avesse rivolto una simile domanda al Presidente, sarebbe stato licenziato in tronco. Comunque, per raccontare la fine della storia, Obama se l’è cavata con un sorriso e una risposta evasiva che a sua volta ha messo in imbarazzo gli altri presenti della stampa, ben consapevoli della menzogna. E’ un segreto aperto che Israele sia l’unico stato nel Medio Oriente a possedere armi atomiche: almeno 200 testate nucleari, e cioè quanto basta per fare il mondo a pezzi.

Quanto all’Iran. Anche due giorni fa, come ripetutamente nel corso degli anni, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha rilasciato una ennesima dichiarazione confermando che gli impianti iraniani per la produzione di materiale nucleare sono esclusivamente destinati e adatti all’impiego per uso civile. Ma non serve a niente: il mondo non ci crede, tanto è indottrinato dai media.

Alcuni osservatori politici (più ottimisti) sono dell’avviso che le rivolte arabe possano azzoppare seriamente il potere militare e l’influenza americana nella regione. E che possano costringere Israele a terminare l’occupazione della Palestina, che peraltro è un’occupazione militare.

Altri invece fanno notare quanto seguente ( e personalmente concordo):
  • per mettere fine al dominio americano sul Medio Oriente (compresi Iraq, Afghanistan e Pakistan) devono cadere i regimi di Arabia Saudita e Bahrein (e di conseguenza il Kuwait);
  • per mettere fine all’occupazione israeliana della Palestina, devono cadere Egitto e Giordania. (Ho già illustrato brevemente la questione Giordana nel mio precedente “Corrispondenza di Una Lettrice: 4 – I Popoli Arabi Tutti In Rivolta …”)
Esistono due servizi giornalistici in forma di video, apparsi oggi nel web, che illustrano bene questa realtà. Cercherò di riassumere i due servizi domani.

EGITTO.
Questa notte, da ore, non si fa che parlare di Egitto nei media alternativi che guardo. La situazione è seria e preoccupante. La giunta militare che ha preso il potere illegalmente tenta di imporsi con prepotenza, violenza e repressione. La manifestazione massiccia di ieri in Piazza Tharir è finita in un ennesimo assalto armato, con molti feriti e tanti arresti. Questa mattina il portavoce del Consiglio militare ha dovuto presentare le scuse ufficiali onde evitare una sommossa che rischiava di trasformarsi in qualcosa di veramente pericoloso, vista la determinazione dei manifestanti. Ora sono in atto frenetiche trattative tra forze militari e portavoce del popolo. Ma la situazione desta forti preoccupazioni tra gli esperti.

Una speranza invece arriva dagli STATI UNITI. La rivolta iniziata due settimane fa nel Wisconsin, si espande a macchia d’olio ovunque nel Paese, e fa sentire la solidarietà con la Rivolta Araba.

Di questo e altro (Tunisia, Bahrein, Palestina, Iraq, Libia, Yemen e anche Qatar – tutte zone in rivolta anche oggi) parlerò domani, se posso. Le notizie sono tante e importanti.

… continua …


Olocausto: Antonio Caracciolo. - Lettera pubblicata sul Corriere della Sera del 22 febbraio 2011

Olocausto: Antonio Caracciolo
Lettera pubblicata dal “Corriere della Sera”
del 22 febbraio 2011

Fra i casi pubblicati accanto all’articolo «Il negazionismo un reato penale? Le comunità ebraiche si dividono» (Corriere 24 gennaio) apre un brano che riporto testualmente: «…Il ricercatore: nell’ottobre 2009 choc alla Sapienza. Per il professore aggregato Antonio Caracciolo “l’Olocausto è solo una leggenda», ripreso anche dall’archivio del sito web del Corriere. Faccio presente come in data 22 ottobre 2009, quasi tutti i media, compreso il Corriere, davano credito a quanto pubblicato dal giornalista Marco Pasqua in un articolo di Repubblica. A seguito di detto articolo il professor Caracciolo è stato quindi deferito dal Rettore al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, dove il 13 gennaio 2010 è stato prosciolto con formula piena per inesistenza del fatto.

Avv. Teodoro Klitsche de la Grange