lunedì 2 marzo 2009

Guerre in facebook. I «difensori di Israele» all’attacco contro il web italiano


Ier sera di ritorno da Poggio Mirteto, dove si festeggiava il «Carnevalone liberato» ho trovato in casa aprendo il mio computer un altro carnevale, dove gli “aggressori” erano vestiti da “aggrediti” e “vittime” nonché nelle vesti di “difensori”. Ognuno di noi conosce la favola del lupo e dell’agnello, dove l’inesistente colpa del figlio è fatta ricadere sul padre defunto, la cui colpa è non meno dubbia di quella che si vorrebbe attribuire all’agnellino che si vuol divorare. Se al posto del nomi e dei soggetti della favola si mettono i nomi di Gaza, Israele, sionismo, Nakba, pulizia etnica e così via, si vedrà che la favola ha una sua tragica attualità. Noi stessi facciamo fatica a comprendere il grado di manipolazione a cui siamo quotidiamente sottoposti. Devo alla lettura di un recentissimo libro italiano di Israel A. Shamir la comprensione di un fatto a cui non avevo pensato. Tutti sappiamo dei numerosi casi di pedofilia che hanno devastato la chiesa cattolica negli Usa in particolare. Non molti mesi fa vi è stata anche una discussa trasmissione di Santoro ad “Anno Zero”. Ciò che non avevo pensato è che il caso, certamente deprecabile, potesse rientrare in una strategia di ampio respiro contro la chiesa cattolica che ad esempio si oppose alla guerra contro l’Iraq. Esagero? Sono malato di complottismo?

Seguo ancora Israel A. Shamir che così argomenta. Se vi sono stati anche numerosi casi di sacerdoti cattolici che hanno abusato sessualmente di giovani, perché non rendere singolarmente responsabili i singoli sacerdoti autori della violenza? Perché ne deve rispondere la chiesa cattolica in quanto istituzione? Forse che se un vigile del fuoco si attarda oltre tempo in un salvataggio, abusando della vittima da salvare, a risponderne è il servizio dei vigili del fuoco e non il singolo vigile? Gli esempi qui possono essere innumerevoli ed ognuno si può sbizzarrire. Shamir espone la tesi che sia stato l’ebraismo – o come lo si voglia chiamare, magari sionismo, lobbismo e simili: il diavolo ha nomi molteplici, secondo la narrazione evangelica – a coordinare un attacco sistematico contro la chiesa cattolica. Altri momenti ne sono l’attacco alla figura di Pio XII e proprio in questi giorni l’«operazione piombo fuso sul vescovo Williamson», la cui intervista era stata estorta mesi prima della revoca della scomunica. È un dato acquisito che vi sia un pressoché completo dominio dei mezzi di informazione da parte della “Israel Lobby” (Meahrheimer e Walt) non solo negli Usa, ma in tutto il mondo cosiddetto “libero” e “democratico”, fondato sullo “stato del diritto” e sulla sua “negazione”, come è facile constatare in quei “civilissimi” paesi come la Germania, la Francia, l’Austria, etc., dove ogni anno migliaia di persone vengono incriminate e mandate in galera per meri reati di opinione. In fondo uno stupro è infinitamente meno grave di una “negazione della Shoah”, ammesso che si sappia cosa si debba esattamente intendere per un evento tragico che vede molta confusione di idee e fatta salva la pietà per le vittime, che non dovrebbero mai essere strumentalizzate.

Shamir però mi ha sorpreso per un’altra considerazione. Gli ebrei sono implacabili nel pretendere la “colpa collettiva” per azioni al massimo imputabili ai singoli, ma rifuggono essi stessi nell’assumersi la responsabilità e la colpa per crimini commessi da singoli ebrei. L’Enron – osserva Shamir – è stato “un caso tipico di inganno ebraico”. Per non parlare poi del più recente caso Madoff. Non solo in questi e numerosi altri casi gli ebrei respingono la “colpa collettiva”, ma tacciano di “antisemitismo” se qualcuno si azzarda a constatare che gli ebrei, non meno di quanti fossero i preti cattolici pedofili, sono ampiamente coinvolti. Penso qui al bolscevismo russo, di cui sto leggendo in Solgenitzin. Insomma, non vi è dubbio che siamo ogni giorno manipolati dai cosiddetti mezzi di informazione, che sono in realtà mezzi di manipolazione. Né Stalin né Hitler – mi pare sia sempre Shamir a dirlo – hanno mai avuto a loro disposizione simili mezzi di propaganda così capillari. Una piccola eccezione è forse la rete, che però è un fenomeno degli ultimi anni. Ma si sta tentando di imbavagliare anche il web. Con vari mezzi. Uno è sul piano legislativo. Ne sappiamo qualcosa ed il pericolo è sempre in agguato. Ma esiste anche da parte di Israele un altro mezzo: l’armata dei blogger! Non è più un mistero che direttamente da Gerusalemme o da New York vengono finanziate attività in rete, il cui scopo è per un verso di contrasto ai siti e ai blogger indipendenti e per l’altro – eliminate le voci critiche e indipendenti – di restare padroni del campo anche sulla rete, per poter fare ciò che già fanno sulla carta stampata e sui media televisivi. E giungiamo qui a «In difesa di Israele». Cosa è?

Fondamentalmente è una mailing-list che organizza e raccoglie tutti i sionisti, dando ad essi direttive concertate. Si individuano siti indipendenti. Gli si attacca addosso una qualche accusa che possa avere un qualche riscontro penale (antisemitismo, odio, negazionismo) e si apre una battuta di caccia: dagli addosso! La vecchia antichissima pratica della lapidazione, alla quale veniva chiamato tutto il popolo “eletto” e dove non è più dato poter distinguere il singolo sasso lanciato, magari proprio quello che produce la morte della vittima designata. Considerando che nel mondo, secondo le statistiche, gli ebrei non sono più di 13 milioni, anche ammesso che tutti partecipino alla pratica della lapidazione, essi non costituirebbero una maggioranza se nella rete della disinformazione e dell’inganno non riuscissero a far cadere altre persone. Sempre Shamir, in dissenso con Finkelstein, che attribuisce alla guerra del giugno 1967 il sorgere della propaganda sull’Olocausto, Shamir interpreta la svolta di quegli anni con il tradimento dei negri d’America da parte della sinistra ebraica americana e con la volontà di evitare non gradite ricadute rivoluzionarie sull’emancipazione dei negri. La grande fortuna degli ebrei d’America, o meglio della sua élit lobbistica, inizia proprio in quegli anni.

* * *

Ma veniamo ai nostri nemici. Si tratta qui di una forma di squadrismo mediatico. Esiste una “cupola” del sistema costituita dai grandi opinionisti che ricevono premi letterari in Israele o presso le innumerevoli organizzazioni della lobby. Non avrebbero ricevuto gli stessi premi se la loro penna fosse stata usata in difesa non di Israele, ma dei palestinesi massacrati che certamente avrebbero bisogno di difensori. Rispetto alla “cupola” gli squadristi agiscono da “megafoni” ovvero da “pappagalli”, quando pretendono di darsi una veste di intellettualità nel corso delle loro lapidazioni. Alcune di queste organizzazioni squadristiche sono note, non potendo agire sempre nell’ombra, anche se accuratamente evitano di assumere i loro nomi individuali e preferiscono nascondersi dietro l’irresponsabilità delle sigle, da dove colpiscono più facilmente persone – come il sottoscritto – che fin dalla loro comparsa in rete hanno deciso di rifuggire dall’anonimato. Una di queste organizzazioni, «(Dis)Honest Reporting Italia», è stata di recente tagliata dai finanziamenti, che per loro stessa ammissione (vedi) provenivano da Gerusalemme e da New York. Fornisco un solo esempio del modo in cui operavano. Supponiamo che uno di noi sia un poliziotto, magari fuori servizio e in borghese, che si incontra in un bar con dei colleghi, non importa se in servizio o meno, se in divisa o in borghese. Come succede al bar, si parla spesso in libertà. Se vi sfugge una frase non benevola verso Israele o il sionismo, cosa potrebbe succedervi se vi fosse in quello stesso bar un “onesto” orecchio in ascolto? Manda in centinaia o migliaia di copie una email, dove si racconta che all’ora tale, nel bar tale, vi erano agenti di polizia, di cui uno ha detto una certa frase. Si indagasse dunque – chi può – per sapere chi fosse in servizio in quel momento e in quel luogo. Quindi si inoltrasse denuncia presso i superiori e si andasse a scoprire chi aveva detto fra i colleghi la tal frase. Quindi si prendessero gli opportuni provvedimenti, non esclusa la cacciata dal corpo dell’incauto poliziotto dalla lingua sciolta. Questo il livello! Credo che durante il nazismo o il fascismo vi fosse più libertà e tolleranza e soprattutto buon senso.

Può darsi che le ragioni del mancato ulteriore finanziamento di «(Dis)Honest Reporting Italia» siano non la mancanza di denaro – si sa, vi è la crisi – ma il fatto che abbiano in Gerusalemme e in New York deciso di investire si «In difesa di Israele», le cui modalità non mi paiono però diverse da quelle della consorella. Gli stolti hanno però pensato di aprire un gruppo facebook, dove però possono essere singolarmente individuati. Vale la pena di riportare qui per esteso il loro testo che ho letto ieri sera. Per evitare confusione avverto che il testo seguente, dopo l’illustrazione, non è mio, ma dei “difensori di Israele”. Mio è soltanto il commento interlineare racchiuso fra parentesi quadre e in corsivo. Ogni tanto lo rivedo e lo integro con nuove osservazioni o rinvii.


Contro i siti antisemiti in Italia -Da diffondere Antisemitismo Ebrei Israele "Lotta al razzismo" Razzismo Shoah Olocausto Lobby Organizzatore: Mailing-list In Difesa di Israele Tipo: Cause - Protesta Rete: Global Inizio: sabato 7 marzo 2009 alle ore 8.00 Fine: martedì 7 aprile 2009 alle ore 11.00 Luogo: Italia E-mail: indifesadisraele@gmail.com Descrizione

Carissimi, come certamente saprete in Italia è pieno di siti che incitano all'odio razziale,

[non è che i “difensori di Israele” incitino lodevolmente all’amore del prossimo. Se proprio vogliamo monitorare e quantificare, di «odio» se ne trova molto di più in casa sionista-ebraica che non presso quella delle loro ignare vittime. Beninteso per Lorsignori Anonimi e Innominati l’«odio» non è quella insana affezione dell’animo di cui parla l’ebreo scomunicato Spinoza, ma è soltanto un’opportunità offerta dalla legge Mancino per colpire gli avversari, i quali se sapessero bene organizzarsi potrebbero facilmente ritorcere l’accusa di “odio”. Se “odio razziale” in Italia esiste è principalmente quello detto “islamofobia”. Se poi si riesce a penetrare negli arcana del Talmud si troverà per noi goym un’amore infinito. Ognuno sa da chi è fomentato questo genere di odio e chi ha interesse a farlo. Sembra che con l’ultimo censimento gli stranieri su 60.000.000 siano ben 6 milioni. I miei personali rapporti con questi stranieri sono più che ottimi, come posso facilmente dimostrare a qualsiasi mio diffamatore. L’«odio» è una malattia dell’anima che mi è del tutto estranea. Un’interessante ricerca da fare riguarda il codice penale sovietico del 1926, dove si trova forse un precedente della legge Mancino. Non è difficile immaginare chi avesse avuto interesse a scrivere la normativa bolscevica e quale fosse la sua finalità.]
all’antisemitismo e che diffondono il “negazionismo della Shoah”.
[Con lettera a parte chiedo ai singoli “difensori” se sanno dirmi cosa è l’antisemitismo e il negazionismo. Ma è istruttivo anche l’accostamento che ne viene fatto! Ad essere rigorosi, proprio rigorosi, semiti sono i palestinesi di Gaza. Non sono invece per niente “semiti” , in senso genetico, gli ebrei israeliani in buona parte immigrati dalla Russia o da altre parti del mondo. Ma sono essi certamente “antisemiti” considerando come anche recentemente hanno trattato i “semiti” di Gaza. Quanto ai cosiddetti “negazionisti” dico qui brevemente che sono l’equivalente moderno degli “untori” manzoniani. La mia posizione al riguardo, già esplicitata mille volte, è che per me si tratta di una questione di libertà di pensiero e di ricerca che dovrebbe essere garantita ad ogni cittadino. Riguardo al merito non sono uno specialista, anche se ormai a furia di sentirne parlare e di leggere i testi demonizzati, mi vado formando una personale opinione, al quale io stesso non attribiusco soverchia importanza e che dopo la vicenda Williamson non rendo certo pubblica. Tuttavia, proprio per far arrabbiare i “difensori” della verità nonché della carità “ebraica” (se ne esiste una) dico che giudico molto più grave della stessa “negazione della Shoah” il fatto che in determinati ordinamenti giuridici vengano inflitte pesanti sanzioni penali a persone la cui unica colpa è di “negare la Shoah”. Ormai la faccenda esce fuori dalla storia per entrare in un campo prettamente religioso. Sarebbe come voler criminalizzare quanti nel mondo non vogliono credere o non si lasciano convincere riguardo al dogma della Trinità. Voler mandare costoro al rogo o criminalizzarli, sarebbe quanto di più inumano e antisociale possa esservi. Ma non vale il reciproco: chi nega la Shoah non ha riconosciuta più la sua specie umana. O meglio così certuni, fra cui i nostri “difensori” della giustizia, del diritto e dell’umanità, vorrebbero. Trovo che sia un grave imbarbarimento, un regresso della civiltà giuridica il fatto che vi sia una verità di Stato e che su questa base i cittadini possano venir condannati anziché essere protetti nella loro libertà di pensiero e opinione, giusta o sbagliata che sia ed ammesso che vi sia qualcuno che possa decidere per autorità su ciò che è metafisicamente vero o falso, giusto o ingiusto.]
Ogni tanto abbiamo visto casi sui giornali, ma noi sappiamo perfettamente che i siti sono molti di più.
[Si noti la voglia infame di forca, la sete di sangue, Non possiamo che rabbrividire allo spettacolo di ciò che costoro sono stati capaci di fare a tanti innocenti bambini palestinesi non meno innocenti dei genitori che hanno dato loro la vita.]
Purtroppo
[sic! Ma chi è che dice “purtroppo”? È il governo di Tel Aviv o un cittadino italiano la cui doppia lealtà propende più per Tel Aviv? Sempre Israel Shamir ricorda a proposito di “doppia lealtà” gli ebrei cittadini turchi che facevano spionaggio contro la Turchia e a favore dei britannici durante la prima guerra mondiale. Hanno certamente contribuito alla caduta dell’Impero Ottomano, di cui erano cittadini evidentemente “infedeli”]
in Italia manca una legge che vieti il negazionismo della Shoah
[Ecco cosa vorrebbero i nostri “difensori”. Vogliono mandare in galera, come già succede in Germania e altrove, quanto “non credono” ai loro articoli di fede. Recentemente un ministro, loro “amico”, ha detto che “siamo tutti ebrei” . In mille anni assodati in cui la mia famiglia è radicata in Italia non mi ero mai accorto di essere un ebreo. Vivo nel terrore di un carabiniere alla porta che mi imponga “per legge” la circoncisione.]
e l'unica legge "applicabile" è la legge Mancino-Scelba contro l’apologia del fascismo e la discriminazione razziale.
[Ancora più evidente la voglia di forca. È da chiedersi quale sia stata la genesi delle citate leggi. Una “ricerca” sarebbe quanto mai utile. Ma credo che sulla legge Mancino vi sia un interessante lavoro, che dovrò andare a leggermi. Ne riparlerò dopo averlo letto. Insomma, noi italiani non possiamo più essere sicuri neppure nella nostra patria, come il povero vescovo Williamson, al quale Lor Signori non volevano concedere rifugio e asilo neppure nella suo paese di nascita. Il governo inglese non ha rinnovato le nefandezze di quello argentino e si è tenuto distante dalla barbarie post-nazista imperante in Germania.]
L'obiettivo di questo evento è quello di raccogliere i siti antisemiti in lingua italiana,
[eccolo, esplicito e chiaro l’invito alla delazione! A parte che, come per le ronde, si tratterebbe di valutare a quale titolo si possano redigere “liste nere” di siti, il cui chiaro fine non è il pur lecito confronto critico, ma la vera e propria delazione in attesa di una legge che per fortuna ancora non c’è, ma che i nostri amici dalla “doppia lealtà” desiderano ardentemente. Povera Italia, quanto sei caduta in basso, preda dei tuoi nemici e senza governanti autoctoni.]
segnalateci i siti che conoscete, così da permetterci di stilare un elenco che sia il più vasto possibile e diffondete l'evento tra i vostri amici, così da far conoscere al maggior numero di persone la realtà.
[La realtà? Quale? Quella del genocidio di Gaza? O della nuova caccia all’ebreo questa volta nei panni del “negazionista” e dell’«antisemita». Questi “difensori” in fondo non si accorgono con la loro intolleranza di scagionare dalle loro colpe gli intolleranti di ieri. Una vera e propria eterogenesi dei fini.]

Elenco (assolutamente provvisorio, con una breve descrizione del tipo di sito):

http://www.disinformazione.it , in particolare la sezione http://www.disinformazione.it/paginaisraele.htm dove si sostengono le classiche testi dell'antisemitismo, come lo strapotere degli Ebrei, l'esistenza della lobby ebraica ecc...
http://www.avanguardialegionaria.com ,in particolare la sezione dedicata alla politica estera ( http://www.avanguardialegionaria.com/viewforum.php?f=6&sid=44049bde1c6e3cdf83690f99f9d329ac )dove troviamo messaggi come questo: http://www.avanguardialegionaria.com/viewtopic.php?f=6&t=2228

http://civiumlibertas.blogspot.com - Blog gestito dal dott.Antonio Caracciolo, ricercatore al dipartimento "Teoria dello Stato" dell'Università "La Sapienza" di Roma, qui troviamo numerosi messaggi relativi al negazionismo della Shoah.
[Eccomi! Son io. E son qui pronto ad accogliervi. Considero questa segnalazione vera e propria diffamazione, denigrazione, delazione. Mi basta qui pronunciare una condanna morale dell’ignobile che ha scritto queste righe. Non merita altro che il mio disprezzo. Ed è sentenza e pena più che sufficiente.]
http://www.ilduce.net -Questo sito vende materiale innegiante al fascismo come "la sciarpa della decima MAS"
Facebook:
http://www.facebook.com/group.php?gid=52423567846 - QUELLI CHE VORREBBERO FINI.... PRESIDENTE....D' ISRAELE -Basta leggere i commenti lasciati dagli iscritti
http://www.facebook.com/group.php?gid=37277218119 -Quelli che per accendere il camino usano le bandiere di Israele!
http://www.facebook.com/group.php?sid=ecdb3027c723bb9dbdce2e7a375709c1&gid=44184504230 -Boicottiamo i negozianti Ebrei
http://www.facebook.com/group.php?sid=ecdb3027c723bb9dbdce2e7a375709c1&gid=49592466786 -Anti gobbi ed Ebrei...
http://www.facebook.com/group.php?sid=ecdb3027c723bb9dbdce2e7a375709c1&gid=37908934645 -Che mondo sarebbe senza gli Ebrei
http://www.facebook.com/group.php?sid=ecdb3027c723bb9dbdce2e7a375709c1&gid=58953235548 -Per chi crede che hanno ucciso più Palestinesi gli Ebrei che Ebrei Hitler -

Se conoscete altri siti/gruppi ecc... contattateci in privato, saremo ben lieti di aggiungerli a questo evento.
[Ho avvisato qualcuno dei soggetti in elenco, che non conosco, ma non sono io il loro difensore di ufficio e son certo che sapranno agire per il meglio. Sono disposto ad una difesa comune, se mi contatteranno o riuscirò io a contattarli. Osservo che ignoro o mi sono estranei i contenuti dei siti elencati. Ritengo però che sia un comune diretto la tutela degli artt. 21 e 33 della costituzione vigente.]
Ritorno ancora a Israel Shamir, il cui libretto tradotto dal compianto Mauro Manno, ho quasi terminato di leggere. Di fronte a così inqualificabili “difensori/massacratori” la mia prima reazione sarebbe stata una scrollata di spalle mista a disprezzo. Ma invece Shamir scrive che non bisogna lasciarli agire indisturbati. Cosa fare? Non certo scendere al loro livello, adottandone i metodi. Meno che mai qualsiasi ricorso alla violenza o alla minaccia o qualsiasi esternazione di quell’«odio» che desiderano ardentemente, magari soltanto per poter inoltrare una denuncia ex legge Mancino. Niente di tutto questo. È rimedio efficace, secondo Shamir, l’esercizio della critica decostruttiva e demistificante. In effetti, basta qualche mese di studio, la lettura di libri indovinati, una costante informazione quotidiana sugli eventi, per scoprire agevolmente quanto sono deboli le loro ragioni, quanto sono fragili le fondamenta su cui edificano il loro castello di menzogne. Occorre poi far partecipare le coscienze libere e oneste di ciò che si è appreso e si può ragionevolmente sperare che il regno di Sauron possa crollare con tutto il fragore della sua Torre.

***

Tra ier sera e stamattina ho quindi reagito su sue piani: a) Una lettera inoltrata alla Direzione italiana dove denuncia un fatto a mio avviso antigiuridico, trattandosi di vera e propria diffamazione, oltre ad un sistema di figure delittuose che al momento non saprei meglio delineare ma tendenti ad impedire l’esercizio dei diritti contenuti negli artt. 21 e 33. Personalmente, sono disposto a concedere in questo blog ogni diritti di civile critica e di contraddittorio alle mie tesi e alle mie opinioni. Purtroppo, qui “purtroppo” lo dico io, costoro sono degli inetti nell’arte del ragionamento. Sono in malafede. Sono dei veri e propri pappagalli, ovvero megafoni, che ripetono grossolanamente cose elaborate dalla loro “cupola”. Sono dei veri e propri provocatori di professione che escono dal tracciato del discorso, per produrre reazioni da tacciare poi come “antisemitismo”, un’accusa con la quale condiscono tutti i piatti della loro cucina. Ho dovuto adottare il filtro della moderazione dei commenti anche per rispetto ai comuni lettori. Perché il testo di questa Lettera di Diffida verso Terzi inoltrata a Facebook non perda di evidenza l’ho collocata nella colonna di destra di questo Blog in modo che resti in buona evidenza per tutto il tempo che sarà necessario. Qui di seguito l’ultima versione di un testo che mi riservo sempre di perfezionare:


Esprimo presso la direzione di Facebook formale diffida verso un gruppo denominatosi « Contro i siti antisemiti in Italia - Da diffondere», allestito dall’agenzia sionista «In difesa di Israele», attiva nella sistematica diffamazione di ogni voce critica. Presumo sia direttamente filiata da Tel Aviv della cui protezione gli anonimi diffamatori si sentono forti. Non solo respingo fermamente le basse calunnie e le volgari farneticazioni prive di senso logico, etico e storico, ma respingo al mittente il volgarissimo attacco contestandogli un orrendo “genocidio” perpetrato proprio da Israele in Gaza, e che essi con ogni pravo artificio ed ogni sorta di menzogne si industriano di nascondere davanti agli ignari con calunnie, minacce e intimidazioni nei confronti di liberi cittadini che sanno e parlano non facendo altro che esercitare i loro diritti costituzionali. È ignobile oltre che antigiuridica ogni apologia di un siffatto orrendo crimine evidente a ogni coscienza onesta. I militari israeliani che hanno condotto il massacro in Gaza hanno pieno titolo a comparire come criminali di guerra in un Tribunale per crimini contro l’umanità. Come ha ben evidenziato lo storico ebreo-israeliano Ilan Pappe nel recente convegno «La guerra israelo-occidentale contro Gaza. Atti del seminario romano del 24 gennaio 2009» proprio in Gaza è stato dimostrato che non lo schema del
conflitto fra due parti belligeranti, ma solo il criterio ermeneutico della “pulizia etnica” può fornire la corretta lettura degli eventi presso quanti sono animati da onestà intellettuale e da ricerca della verità. Ognuno ha potuto vedere come nel massacro di Gaza a ridosso del Santo Natale 2008 da una parte stessero carriarmati, aerei, cannoni ed i più sofisticati ordigni di morte; dall’altra parte vi era solo una popolazione inerme e difensori che disponevano solo delle loro mani nude. Ben strana guerra, ben strano “conflitto” che mai ebbe contendenti ad armi tanto impari: questo può solo essere un massacro, un genocidio. È notorio come Israele oltre ad armare eserciti si serva di appositi organizzazioni volte a diffamare e a disinformare: la propaganda (leggi anche: “In difesa di Israele? sic!”) è qui non più “strumento”, ma parte stessa della guerra, essa stessa guerra. Il governo israeliano punta sulla sua capacità di controllare, condizionare e deformare l’informazione occidentale per assicurarsi una piena copertura ad un genocidio in atto. Lo “sfruttamento dell’Olocausto”, l’accusa strumentale e abusata di antisemitismo, l’«accusa del sangue» sempre ricorrente, l’artificio della “colpa collettiva” di cui gravare perfino generazioni innocenti, salvo respingere da se stessi la stessa nozione di “colpa collettiva” per le truffe finanziarie e per singoli crimini commessi da singoli ebrei, tutti i miserabili sofismi prodotti da un apposito Ufficio della Menzogna, di cui “In difesa di Israele (?! sic!)» è solo uno dei tanti organi che l’Hasbara getta sulla rete, sono tutti artifici con cui il governo di Israele tenta di distrarre e ingannare l’opinione pubblica mondiale dalla responsabilità del genocidio del popolo palestinese, ma anche da un ben altro genocidio: il venir meno della libertà di pensiero e di espressione in paesi come Germania, Francia, Svizzera, Austria e si vorrebbe anche in... Italia, come si evince dal testo anonimo su Facebook, pur istruttivo da leggere e frequentare per conoscere la “banalità del male”, cioè il materiale umano di cui il sionismo si serve. Ad ogni mese la rete informativa che fa capo ad Israele lancia nuovi attacchi, nuove operazioni “piombo fuso”: l’ultima contro il vescovo Williamson, ultimo della serie degli attacchi alla chiesa cattolica, ormai incapace di reagire. La Menzogna, l’Inganno, la Frode sono gli strumenti di cui Lor Signori fanno costante uso.
b) Poiché i singoli “Difensori” sono individuabili su Facebook cliccando l’apposito link, mi è parso opportuno rivolgermi loro con una lettera aperta. Osservo qui un fatto. Anche a quelli che io non posso evidentemente non giudicare miei “nemici” – in un senso che non posso qui approfondire – io non disconosco la loro qualità umana, anche se raccapricciante. Di alcuni di essi ho già iniziato a leggere i “profili” facebook nonché a leggere i testi dei loro “commenti”, dai quali si può evincere la loro figura intellettuale e morale. Vorrei evitare la polemica individuale, che poi sarebbe di uno solo contro diverse centinaia iscritti alla loro mailing-list. Mi è parso opportuno scrivere a tutti loro la seguente “Lettera aperta” che ho pubblica nella seconda colonna del blog con la stessa evidenza della “Diffida”. Eccone il testo che come il precedente mi riservo di perfezionare, trattandosi più di un testo teorico che non effettivamente di una lettera alle singole persone che forse neppure meritano tanta attenzione:
Nel Gruppo “Contro i siti antisemiti in Italia - Da diffondere” al quale lei risulta iscritto ho trovato una menzione infamante alla mia persona, cosa che per la verità non mi turba più di tanto. Nessuna persona dabbene ha mai dato credito a falsità manifeste che ricadono sui loro ideatori. Ho tuttavia protestato presso Facebook inviando una “Diffida pubblica” che può leggere in alto e in bella evidenza nella seconda colonna del mio blog:
http://civiumlibertas.blogspot.com/
Il sistema di pubblicità Facebook consente però di risalire agli autori singoli o collettivi dei messaggi. Ho letto vari commenti del gruppo cui appartiene, trovandovi una grande superficialità ed insincerità, per non voler qui usare parole più forti di condanna. Forse l’idea del gioco “facebook” vi distoglie dal fatto che il nome Gaza evoca morti ammazzati – un vero e proprio genocidio che ha una lunga storia – e che fortunatamente esiste ancora nella costituzione italiana un fondamentale articolo che è il numero 21, dove ad ogni cittadino è garantita la libertà delle sue opinioni. Mi sono accorto che “In difesa di Israele (? sic!) “ compare sul web in contemporanea con l’operazione “piombo fuso”. Dopo la «difesa» del genocidio di Gaza ho notato nel vostro Gruppo anche un attacco alla costituzione italiana.
Ero indeciso se scrivere o non scrivere questo testo, idealmentente indirizzato ad ogni iscritto al suo Gruppo, con una domanda che servirebbe alla mia analisi sociologica della vostra aggregazione:
Egregi Signori, state usando i termini di “antisemita” e “negazionista” fino a far scendere il latte alle ginocchia. Ho il sospetto che i primi a non esser convinti di ciò che dite siate voi stessi e che in realtà perseguiate altri e inconfessabili fini.
«Ebbene, siete perlomeno in grado di specificare voi stessi singolarmente il senso dei termini da voi usati in modo che un esterno possa capirci qualcosa? Cosa significa “antisemita”? Cosa significa “negazionista”? Cosa significa “in difesa di Israele”? Cosa significa “odio”? Odio di chi verso chi? Chi ne è il soggetto e chi l’oggetto? L’«amore» che dovrebbe esistere al posto dell’«odio» vietato da Mancino dove sta? Amore per chi? Per le vittime aggredite e massacrate o per gli aggressori? E chi è la vittima? Può essere aggressore il bambino di pochi mesi colpito in pieno da una cannonata israeliana all’inizio del massacro di Gaza?»
Non rispondetemi con citazioni tratte di peso da una letteratura che un ebreo doc come Norman G. Finkelstein ha definito “cianfrusaglie” e che ho già valutato criticamente. Se io sono “antisemita” dovrebbe essere ben strano che le mie letture e le mie principali informazioni provengano da autori ebrei come Pappe, Sand, Finkelstein, Burg, Shamir e altri ancora pur diversi fra di loro e a volte anche in opposizione.
Sarebbe per me interessante esaminare se esiste un vostro proprio e autonomo pensiero o se siete soltanto tanti megafoni, tanti pappagalli manovrati da Tel Aviv. Se avvierete un vostro dibattito in ordine alla definizione dei suddetti termini lo seguirò con vivo interesse scientifico. Se mi accorgo che però siete incapaci di riflessione e consapevolezza critica, non vi dedicherò altra attenzione, salvo ad attivare le opportune difese in caso di ulteriore fastidio e molestie da parte vostra.

Distantemente
ac
Et de hoc satis. Speriamo. Ritorno alle mie letture ed alle mie ordinarie occupazioni, da cui sono stato distolto da un evento certamente disgustoso. Proprio ieri mi sono fermato in raccoglimento sulla tomba del mio professore Aldo Moro, nel cimitero di Turrita Tiberina, la cui tragica morte ancora oggi turba il mio sonno. Speravo che da quegli anni fossimo lontani. Ma la barbarie non è per nulla cessata. Si è solo approfondita. Se non ci sono più gli attentati nelle nostre città degli anni di piombo, è però aumentata di gran lunga la disonestà e l’ipocrisia. Oggi si uccide barbaramente più di ieri, ma taluni pretendono di farci credere che un vero e proprio massacro, un vero e proprio genocidio, non è massacro ma è “difesa”. Ci vengono a dire e pretendono di farci credere che si ha il diritto in nome del proprio Dio di fare opera di pulizia etnica. Non ricordo il numero esatto delle diverse centinaia di villaggi palestinesi che sono stati letteralmente rasi al suolo, cancellandone dalla carat geografica il nome arabo. Lo hanno fatto loro, i signori Difensori, e ci vengono a dire che Ahmadinejad vuol fare su di loro ciò che loro hanno già fatto sulla pelle dei palestinesi, che nel 1948 n 750.000 pari al 50 per cento dell’intera popolazione sono stati cacciati dai loro villaggi, quando non sterminati. Parlano di “diritto al ritorno” che è riconosciuto ad ogni ebreo in qualsiasi parte del mondo viva, magari senza aver mai prima messa piede in Palestina”, ma “negano” lo stesso diritto al ritorno ai palestinesi che hanno cacciato dalla lore case nei villaggi e perfino in Gerusalemme, a quei palestinesi che ancora conservano le chiavi delle loro case. Caro maestro, sono ben certo che se tu fossi stato ancora vivo, ministro degli esteri al posto di questo attuale, il tuo senso profondo di umanità non ti avrebbe fatto tollerare tanta barbarie che si spaccia per diritto, civiltà, difesa.

* * *

L’impressione di superficialità, immaturità, ignoranza, razzismo, pregiudizio che ricavo dal sito facebook è assai deprimente. Mi chiedo se valga la pena afferrarli uno per uno ed iniziare con ognuno di essi una discussione a tu per tu. Temo che sarebbe tempo perso e non si caverebbe un ragno dal buco. Ma non dobbiamo più stupirci e stracciarci le vesti, quando celebrando il 70° anniversario delle leggi razziali i nostri politici pretendono di farci credere che gli italiani di allora fossero dei marziani oltre che autentici mostri in senso morale, politico, criminale. Se andiamo a guardare con i nostri occhi ciò che abbiamo davanti, ne dobbiamo concludere che qui vi è di peggio. Ma con una importante differenza. Qui è cosa che possiamo noi stessi verificare: hic et nunc. Per il passato dovremmo credere a quel che ci dicono. Ed io non do molto credito ai nostri politici, non importa di quale partito essi siano.

Sembra che vi siano limiti tecnici di facebook nella possibilità di inviare messaggi ai singoli partecipanti alla discussione sionista. Ho mandato cinque o sei messaggi replicando alle scempiaggini che ho letto. Poi è comparso una nota facebook che dava dei limiti alla possibilità di inviare messaggi oltre un certo numero. Meglio così non ho grande voglia di fare battibecchi con costoro. Almeno alcuni di loro hanno ricevuto il link di questo post. Resto qui in attesa. Non temo le loro argomentazioni, se mai ne hanno.

sabato 28 febbraio 2009

DE CIVE. Rivista di pensiero politico. Homepage

DE CIVE
Rivista di pensiero politico
1996

Direzione: Antonio Caracciolo
Redazione: Giuliano Borghi, Marco Caserta, Francesco Coppellotti, Matilde de Pasquale, Biagio di Iasio, Domenico di Iasio, Fulvio Fazio, Carlo Gambescia, Carmelo Geraci, Mariangela Leotta, Günter Maschke, Günter Meuter, Paolo Savarese, Agostino Severo, Roberto Valle.
Comitato Scientifico: Francesco Gentile, Giacomo Marramao, Francesco Mercadante, Antimo Negri, Helmut Quaritsch, Heinrich Scholler, Piet Tommissen
Segreteria: Claudio Matarese
Direttore Responsabile: Alessandro campi

Anno I - N° 1
Gennaio-Giugno 1996


SOMMARIO
3
Presentazione
di
Antonio Caracciolo

4
Notizie

Clemente Forte: Omaggio a Ernst Jünger, p. 4; Antonio Caracciolo: Destra e sinistra. Hanno ancora senso questi nomi?, 4-5; Riccardo Cavallo: Verso una nuova democrazia?, 5-6; Pier Franco Taboni: Polemiche: l’«insostenibile leggerezza» del ‘liberal’, 6-8; Biagio di Iasio: Etica e storia, 8-11; Biagio di Iasio: Filosofia e ambiente di vita, 11-12; Antonio Caracciolo: Augusto del Noce filosofo del nostro tempo, 12-13; Antonio Caracciolo: Monoteismo e conflitto, 13-15.


25
“Niuna terra in cielo”. Bernard Willms e la storia della filosofia
di
Roberto Farneti

29
Fondamenti della filosofia del linguaggio
nella concezione politica di Hobbes

di
Klaus M. Kodalle

41
La protezione del cittadino come fondamento della legittimità
di
Antonio Caracciolo

43
Kat–echon contro Eigner
di
Bernd A. Laska

55
I due volti del Leviatano
di
Günter Meuter

65
Morale e diritto nell’Antico Testamento
di
Paola Helzel

75
I tedeschi e i loro passati
di
Ernst Nolte

81
Recensioni

Maria Felicia Schepis: La contesa tra fratelli, a cura di Giulio Chiodi, Torino, Giappichelli, 1993, pp. 414, Lire 48.000 ISBN: 88-348-3114-4, pp. 83-84. Paul Piccone: I paradossi del conservatorismo, recensione di David Frum, Dead Right (New York: Basic Books, 1994), 230 pp. La traduzione dall’inglese della recensione è di Maria Giuseppina Masulli, pp. 84-88.

(Segue)

giovedì 26 febbraio 2009

Bernard Willms: Politica come “philosophia prima” ovvero cos’è un filosofare politico radicale?

Homepage


Nel 1996 aveva fondato De Cive. Rivista di pensiero politico, di cui per tre anni uscirono di seguito sei numeri. Da ogni fascicolo ripubblico qui in “Civium Libertas” articoli particolarmente significativi. Una apposita Homepage conterrà tutti gli indici dei fascicoli apparsi, che per gli interessati all’acquisto sono ancora disponibili presso l’Editore. Questa ripubblicazione di articoli prelude alla possibile ripresa della pubblicazione della rivista cartacea nel prossimo anno solare. Le difficoltà che hanno portato all’interruzione della rivista erano esclusivamente di carattere redazionale. Se sarà possibile costituire un’ampia redazione che possa reggere agli impegni propri di una rivista cartacea e se al tempo stesso vi sarà la prenotazione di un congruo numero di abbonamenti, potrà essere valutata la riedizione con lo stesso titolo della rivista interrotta. Scelgo come primo articolo qui ripubblicato un testo del compianto e collega Bernard Willms, al quale rivolgo un commosso ricordo. La traduzione del testo è di Roberto Farneti. L’articolo è apparso su De Cive, n° 1, gennaio-giugno 1996, pp. 17-24.

Antonio Caracciolo

* * *

Bernard Willms

POLITICA COME PHILOSOPHIA PRIMA OVVERO: CHE COS’É UN FILOSOFARE POLITICO RADICALE?


La parola radicale nella formulazione di questo tema accentua qui non tanto il Politico, quanto il Filosofare. Politicamente radicale sarebbe, da un certo punto di vista, un pensiero che arriva a toccare estremi teoretici e pratici. La radicalità politica è liquidatoria, è di parte e può mobilitare le masse. Il suo contegno mentale è ideologico. Essa appartiene all’orizzonte della patologia politica. La radicalità filosofica è, al contrario, la virtù specifica del pensiero. Essa va dritta all’intero, al riconoscimento (Anerkennung) ed è esclusiva nel senso del rigore e dell’unicità. La filosofia politica non sia qui intesa come sottodisciplina della filosofia pratica, nella comprensione della quale mantiene comunque una posizione storicamente e sistematicamente fondabile. Filosofia politica radicale sia qui detto un filosofare che vede nel Politico il fondamento di ogni pensabile. Ad ogni modo, ciò che in un pensiero è fondamento, archè, di ogni altra cosa, sia detto a ragione la sua philosophia prima.

Filosofia politica nel senso del filosofare politico radicale non tiene conto di alcun possibile rapporto esteriore di metafisica e politica. Per la filosofia politica nel senso qui precisato, metafisica nel senso di philosophia prima è la stessa cosa di politica.

Una tale radicalità non è solo il risultato di una decisione soggettiva, ma di una sfida radicale la cui obiettività può e deve essere resa plausibile. Il pensiero si inoltra nella radicalità del politico quando diventa cosciente del caso critico (Ernstfall) radicale. La classica formulazione del caso critico è sempre questo “Essere o non essere” con cui, dopo Adorno, l’individuo moderno calca la scena della storia. La finitudine di ogni esserci dà alla questione “Essere o Non essere” sempre un carattere generale, anche se gli uomini hanno imparato ad accomodarsi su questa questione – nel caso normale – in modo abbastanza ordinato. Allo stesso modo, di fronte ad un’imminente fine del mondo si potrebbe, nella misura in cui essa fosse, religiosamente e teologicamente, integrata in un ordine globale, voler piantare alberi, generare figli e costruire case. Soltanto il caso critico, non assimilabile al caso normale, restituisce a questo, nuovamente, la sua qualità originaria; e allora non bastano più quelle istituzioni ordinate o quelle irresolutezze amletiche. Quando l’improvvisa morte violenta in ictu oculi diventa una minaccia generale, completamente realizzabile per ognuno di noi, allora la questione sulla verità diviene un lusso, quella sul senso, una scappatoia, quella sulla metafisica diventa un parlare di alberi. Rimane appropriata la questione sulla necessità, e rimane certamente concreta quella sulla necessità della fondazione, conservazione e riedificazione di una situazione normale: questa è la questione del Politico.

Per filosofia politica radicale si intenda qui il risultato dell’idea che della filosofia in senso proprio non è rimasto nient’altro; di fronte ad una umanità che con le destre – ma del resto anche con le sinistre – prepara l’autodistruzione del mondo, e con le sinistre così come con le destre, distrugge i boschi, uccide in massa i propri figli, sia prima sia dopo la nascita, e lascia crescere le proprie case come agglomerati che regolarmente diventano letali per una parte dei suoi abitanti.

Queste caratterizzazioni non sono affatto da intendersi come Apocalissi scongiurate, ma come obiettivo divenire consapevoli di una nuova qualità del caso critico. Quella messa in questione che risulta dalla presa di coscienza di questo caso critico deve essere spiegata in due momenti distinti.

Per prima cosa essa deve essere resa chiara, per il diciassettesimo secolo, sulla base del pensiero di Hobbes, che alla luce del più recente sviluppo della ricerca può essere illustrato come pensiero radicale del politico.

Successivamente si dovrà cercare di rendere concretamente accessibile quella un tempo acquisita radicalità del pensiero politico per la quale non ne va di una filosofia politica compiuta, ma di mettere in mostra il tentativo che la riduzione della philosophia prima alla politica non ha un significato bloccante (verschließende) ma ne ha, al contrario, uno dischiudente (erschließende).

Il risultato più sorprendente della ricerca hobbesiana degli ultimi dieci anni è il lavoro su di un Leviathan intégral, che sta a significare una lettura ricostruttiva di Hobbes, che comprenda in una maniera più approfondita sia la dimensione scientifica, sia quella politica, sia quella teologica dell’opera, nel senso della supposizione di coerenza a favore dell’autore. Con ciò, il breve periodo di disperazione dovuto a quella disparità delle interpretazioni che vent’anni fa fu accentuata da Quentin Skinner è da vedere nel suo volgere al termine in tempi brevi. Secondo Skinner le interpretazioni hobbesiane significative del secondo terzo del nostro secolo – quindi l’interpretazione morale-giusnaturalistica di Taylor e Warrender, quella politico-aristotelizzante di Leo Strauss, quella economica di MacPherson e quella teologica di Hood e Kodalle – pagano la loro rispettiva plausibilità con l’incompatibilità reciproca, da cui Skinner dedusse l’impossibilità di una interpretazione consistente, non senza sviluppare egli stesso la proposta assai costruttiva di una accresciuta ricerca contestuale (1).

La generazione dei ricercatori hobbesiani che abbraccia sia la filosofia analitica anglosassone sia le tradizioni europeo-continentali – ed è da contrassegnare coi nomi di Aryeh Botwinnik, Sheldon J. Eisenach, David Johnston, Michele Malherbe, Tom Sorell e Yves Charles Zarka – lavora oggi, nuovamente e con successo, al Leviathan intégral, per riprendere ancora una volta l’espressione di Malherbe (2). Ciò significa che in merito a ciò non si tratta solo del Leviatano, bensì dell’opera complessiva di Hobbes, nella misura in cui essa integra gli aspetti metodologico-epistemologici, politici e teologici. In questo senso, questi autori non debbono in alcun modo pagare il prezzo della inconciliabilità delle loro interpretazioni, neppure quando gli uni non sanno nulla degli altri (3).

La nuova dimostrazione della coerenza del pensiero di Hobbes – così come può essere evidenziata, e di fatto lo è stata – ha la sua espressione più convincente nel fatto che, e nel modo in cui, la philosophia prima – nel senso metafisico della parola – sia da intendersi, in Hobbes, nel quadro della fondazione politica del suo intero pensiero. Thomas Hobbes è, per un verso, l’erede della grande tradizione filosofica occidentale, per l’altro, uno dei fondatori del moderno razionalismo scientifico: la sua philosophia prima è politica nel senso di una arché nel significato classico della parola.

Tutti questi recenti sforzi orientati alla coerenza nel pensiero politico e metodologico in Hobbes devono essere visti sullo sfondo del problema generale, che è noto come problema-Leo-Strauss e che ha giocato nella letteratura un ruolo importante (4). Leo Strauss, per farne breve menzione, ha rappresentato la concezione secondo la quale le idee, le opinioni, il pensiero di Hobbes, si fossero pienamente formati già prima della sua scoperta di Euclide all’età di quarant’anni.

Questo problema, e qui ha inizio la questione intorno alla philosophia prima di Hobbes, non si lascia tematizzare sulla base del principio: che cosa sia nato prima, l’uovo o la gallina. Piuttosto, io credo, potrebbe costituire un aiuto ulteriore se si prende a tema una distinzione che fa Karl Marx nel Poscritto alla seconda edizione del primo volume del Capitale, e cioè la distinzione tra modo di indagare e modo di esporre:
«Certo, il modo di esporre deve distinguersi formalmente dal modo di indagare. L’indagine deve appropriarsi nei particolari la materia, analizzarne le diverse forme di sviluppo e scoprirne i legami interni. Solo dopo che questo lavoro sia stato condotto a termine, si può esporre in modo adeguato il movimento reale. Se questo tentativo riesce, e se la vita della materia vi si rispecchia idealmente, può sembrare di trovarsi di fronte a una costruzione a priori» (5).
Più brevemente e più elegantemente si lascia esprimere quanto menzionato con una espressione dai Cahiers di Paul Valery:
«C’est qui est au premier plan dans la tete de moi, ne l’ets pas dans mes écrits» (6).
Ricordiamo ancora brevemente che anche Hobbes è “un figlio del suo tempo”, in questo modo ci riesce più facile considerare che per un filosofo come Hobbes – per il quale non ne va di una rielaborazione scolastica di sistematiche filosofico-tradizionali, bensì di una trasposizione filosofica delle esperienze concrete della sua epoca – questo, quindi ciò che infine nella costruzione metodica viene descritto come il primo passo, come philosophia prima, cioè la corretta definizione dei nomi generali (7), può certamente essere una premessa metodica, che significa necessaria al procedimento descrittivo, ma non sufficiente, e cioè non la sua philosophia prima in senso fondativo. Qui rimane interamente determinante per Hobbes un’idea aristotelica secondo cui qualche cosa è “il primo”, “il più alto”, “il più valido”, per mezzo del quale ogni altro riceve la sua fondazione, oppure che fonda tutti gli altri (8).

Non dobbiamo, si sa, cercare a lungo per trovare l’equivalente filosofico di quanto in Aristotele in ultima istanza è il Divino: ma noi conosciamo il dio mortale, il Leviatano. Il Leviatano è un dato di cui Hobbes credette di poter dimostrare scientificamente, con necessità, l’inevitabilità, in quanto risposta alla sfida di quel caso critico che egli riconobbe nel proprio tempo. È fuori questione che Hobbes abbia vissuto il proprio tempo come un tempo di generale dissoluzione. Questa esperienza di dissoluzione sarebbe la base filosofica nel senso del cominciamento della concreta ricerca ed esperienza del mondo. Nell’esposizione sistematica questa dissoluzione corrisponde al cominciamento che ha luogo nella fittizia annihilatio mundi, la cui posizione metodologica è stata sottolineata di recente, tra gli altri, da Zarka, mentre i lavori di Johnston e Eisenach rendono estremamente chiaro un qualcosa per cui, da un punto vista pratico, alla finzione dello stato di natura corrisponde quella funzione della annihilatio mundi (9). L’esperienza reale che sta alla base di questo stato di natura è l’esperienza della dissoluzione di una normatività vincolante nella guerra civile confessionale. Tuttavia, sia annihilatio mundi sia “stato di natura” sono di nuovo, per quanto concerne loro, la premessa per rintracciare ciò che è primo, fondativo, necessario, e questo è il Leviatano ovverosia il concetto propriamente hobbesiano del politico: la philosophia prima di Hobbes è politica.

Un passo importante in questa ricostruzione del Leviathan intégral consiste in una nuova valutazione del Behemoth. Quest’opera che Hobbes compose verso la fine della sua vita è stata per lungo tempo appena presa in considerazione. Il Behemoth è rimasto all’ombra del Leviatano.

Le cose non potranno andare diversamente fintantochè entrambe le opere non verranno comprese sotto le medesime premesse dell’interrogativo che fa riferimento ai contenuti, alle questioni, alle risposte sistematiche che danno forma alla filosofia politica di Hobbes. Sulla base di questa premessa, Behemoth deve restare confinato ai margini del Leviatano. Tuttavia un’altra immagine si forma, quando viene presa sul serio la tesi secondo cui la filosofia di Hobbes, come un intero, anche nei suoi esiti più generali, deve essere compresa a partire dalla premessa delle lotte politiche che caratterizzano il diciassettesimo secolo non soltanto in Inghilterra, vale a dire delle controversie spirituali e politiche della guerra civile confessionale.

Dopo che in Germania, già negli anni Trenta, fu richiamata l’attenzione da Schmitt e Schelsky sul significato del Behemoth e dopo i lavori di McGillivray e Ashcraft negli anni Settanta c’è oggi finalmente, una nuova serie di studi sul Behemoth; di Paulette Carrive, di Noam Flinker, di Mark Hartmann e di Robert Kraynak (10). Il libro in cui Hobbes sviluppò la sua teoria sulle cause della guerra civile deve avere infatti una collocazione altamente significativa. Questo problema delle cause della guerra civile fu visto da Hobbes soprattutto nell’àmbito del conflitto sulle parole e sui significati, nell’àmbito dunque della lingua, ovvero, detto modernamente, del discorso. Il problema delle definizioni politiche legittime e illegittime è elaborato, nel Behemoth, in tutta la sua urgenza. Una delle cause della guerra civile è da vedersi secondo Hobbes proprio nel fatto che nessuno nel popolo sapeva quali fossero i doveri di un suddito; diremmo oggi che da una generale perdita di senso ne verrebbe una cospicua incertezza dei ruoli.
«Lastly, the people in general were so ignorant of their duty, as that no one perhaps of ten thousand knew what right any man had to command him, or what necessity was of king or commonwealth...» (11).
L’ignoranza del popolo non viene tuttavia ricondotta semplicemente alla sua stupidità, bensì all’influenza esercitata su di esso attraverso la diffusione di falsi princìpi, false definizioni per il tramite di sacerdoti presbiteriani e pseudopolitici ignoranti ma ambiziosi.
«In a manner all his subjects, where, by the preaching of presbyterian ministrers, and the sedicious whisperings of false and ignorant politicians, made his enemies; ...» (12).
Questo richiamo al condizionamento ideologico del popolo – attraverso una pubblica influenza retorica che ha luogo soprattutto dal pulpito, il medium di massa dell’epoca – che sta alla base della falsa concezione delle parole e che perciò dovette avere un effetto seditious, ovverosia sedizioso, si estende per tutta l’opera. L’insolita caparbietà colla quale Hobbes si concentrò su questo argomento concernente le cause ideologiche della guerra civile ha indubbiamente contribuito alla relativa sottovalutazione del Behemoth; questa esclusività è potuta sembrare una troppo grossa semplificazione. Ma gli avvenimenti politici del nostro secolo mostrano sufficienti esempi di politica delle definizioni. La concezione hobbesiana delle cause ideologiche e del significato e del ruolo degli intellettuali fanatici nella preparazione di una guerra civile – vale a dire nella distruzione della legittimità politica – fu, proprio in questo senso, confermata da Franz Neumann (nel suo Behemoth) negli anni Trenta: essa è, infatti, tutt’altro che patently ridicolous (13). Behemoth, dunque, è in primo luogo la descrizione di una mistificazione politica del linguaggio – ovverosia del discorso – una nuova Torre di Babele. Ora, si farà qui solo breve menzione su quale significato Hobbes ascrivesse al linguaggio, in particolare in àmbito politico. Egli afferma nel De homine:

«Tertio, quod imperare et imperata intelligere possimus, beneficium sermonis est, et quidem maximun» (14).

Quell’univocità che gli uomini costruiscono comunicativamente è il superamento della Babele Behemoth. La guerra civile, il male più grande, è la rottura, la distruzione di questa univocità comunicativa, ovvero, detto in termini moderni, il dissolversi della comunicazione autoritativa in una discrezionalità (Beliebigkeit) di discorsi in cui una gerarchia in quanto tale non è piu rintracciabile. La radicalizzazione filosofica dell’esperienza della guerra civile è lo stato di natura. Hobbes pervenne a questo stato di natura – distogliendo tutto ciò poco alla volta da quell’esperienza del Behemoth ricavata da una data realtà umano-sociale – come ad un qualcosa che, come norma e valore, non aveva in sé più alcuna ovvietà. Questa è la annihilatio mundi pratica che Hobbes riferisce anche alla teoria della natura e alla teoria della conoscenza; ciò che, come ha illustrato Zarka in maniera convincente, conduce ad un punto generale della costruzione ideale del mondo dal Politico.

Lo stato di natura è, senza alcun dubbio, una congettura ideale. Esso, tuttavia, è quella lotta di ognuno contro ogni altro – bellum omnium contra omnes – che si ricava necessariamente da un punto di vista ideale; almeno se si considera l’ovvietà del sistema funzionale delle norme e dei valori. Diritto, ordine e quindi libertà conservano propriamente il carattere di un compito, e certamente di un compito a cui gli uomini non debbono adempiere in un modo qualsiasi; un compito per il quale si dia un soggetto che, laboriosamente, se ne faccia carico: il Leviatano, lo Stato, in qualsivoglia forma esso sia costituito. Nella radicalizzazione filosofica bisogna dunque prendere le mosse dal fatto che, per quanto riguarda gli uomini, e sulla base della loro struttura riflessiva e della loro libertà, è da presupporre un conflitto originario, vale a dire una assenza di consenso (Nichtübereinstimmung), piuttosto che l’armonia originaria o la pace, che certamente in nessun modo possono essere escluse, anzi, il cui realizzarsi nel castigo del declino, non può mai essere abbandonato al caso o alla buona volontà dei singoli, come nello “stato di natura”. Lo Stato, il Leviatano, lo stato politico in quanto guerra civile superata attraverso un grande potere è la soluzione specifica di quel compito politico che pone gli uomini in essere.

L’opera di fondazione e di conservazione del Leviatano, ovverosia del Politico, è la premessa per ogni sviluppo dell’esistenza umano-collettiva, incluso lo sviluppo della scienza, della religione e della teologia. Nella misura in cui il pensiero del caso critico (di essere o non essere) viene preso in considerazione nel senso di cui all’inizio si è fatta menzione, la politica diventa philosophia prima. Quel caso critico fu per Hobbes la guerra civile, di cui cercò di concettualizzare la radicalità ideale nella figura della annihilatio mundi, sia da un punto di vista epistemologico-metodologico, sia da un punto di vista pratico. La francamente indiscussa radicalità di Hobbes non consiste soltanto nell’avere afferrato il problema della comunicazione su di un piano politicamente fondamentale, bensì, in primo luogo, nell’idea anticipatrice di una philosophia prima della cui possibilità concreta noi, ora, siamo divenuti consapevoli; dalla qual cosa deriva quella nuova dimensione di inevitabilità della filosofia politica.
«Perchè sono un filosofo?, chiede Michel Serres, e la sua risposta è: per Hiroshima» (15).
L’attualizzazione del Leviatano, di fronte ad una nuova dimensione nella annihilatio mundi, ha, nell’argomentazione fin qui svolta, due funzioni. Per un verso si deve tener presente il carattere paradigmatico del pensiero hobbesiano, per l’altro verso quella attualità deve servire a preparare una spiegazione sistematica della filosofia politica nel senso di quella menzionata radicalità, una radicalità che si potrebbe chiamare anche profondità di senso (Gründlichkeit), ovverosia esclusività, vale a dire, in un senso terra terra, univoca inevitabilità.

Filosofia del Politico come philosophia prima intesa in un senso anche protometafisico presuppone tre caratteri elementari: la dinamica della libertà, il rapporto di contingenza e necessità e la presenza dell’escluso. E chiamerei antropologici questi caratteri elementari se fossi in grado di ovviare all’argomento heideggeriano di fuoriuscire, con l’antropologia, dall’àmbito del filosofare sostanziale (16). Li definirei da un punto di vista postmoderno, se con ciò non mi gettassi nel pericolo di una dissertazione su moderno e postmoderno, tanto da rimanerne magari invischiato; o se per lo meno mi trovassi a dover dimostrare come mai proprio Hobbes sia un filosofo postmoderno: che non sarebbe forse né così difficile, né così pericoloso ma, in ogni caso, a questo punto, troppo lungo (17). Dunque definisco quei tre caratteri leggi fondamentali del pensiero politico, ovverosia elementi con cui il pensiero politico può e deve fare i conti; un “fare i conti” inteso sia nel senso di Gottfried Benn, sia nel senso di Thomas Hobbes. La parola “leggi”, naturalmente, esprime più di una proposta che si vuole non vincolante; dietro c’è anche il carattere di risultato di studi: quelle leggi sono il distillato che mi impegno fermamente a ricavare per via dimostrativa da ogni filosofia politica, affermativamente o criticamente, ex negativo.

La legge della dinamica della libertà è stata la sfida specifica del pensiero moderno, e lo è tutt’ora. Si presuppongano gli uomini come liberi e ci si dovrà mettere in testa che ciò può essere buono soltanto nella misura in cui può anche essere cattivo. Questa è l’idea fondamentale di Hobbes e l’elemento che sta alla base del suo “homo homini lupus”. Non fa specie che Thomas Hobbes non sia mai divenuto una delle figure di integrazione trainanti in àmbito moderno: si arriva a ciò riflettendo sulle conseguenze del carattere di libertà, piuttosto che accettare la finzione roussoiana che l’uomo sia buono. La libertà come carattere, divenne quantificabile come “emancipazione”: sempre maggiore libertà per un sempre maggior numero di individui. Ciò che soltanto si può dire su quella legge, sempre più libertà per la politica, è quanto di peggio ci sia con cui fare i conti. Lo stato di natura hobbesiano non è altro che la cifra di questo moderno carattere di libertà che soltanto attraverso il morso della tarantola roussoiano, come disse Nietzsche (18), fu pervertito nel moderno carattere edificante della finzione; ciò che significava maggiore libertà, significava anche soltanto un maggiore bene per sé, quindi più valore, più armonia e più progresso.

Naturalmente ciascuno di noi riconosce in questa concezione di una rischiosa dinamica della libertà la propria bestia nera. Ma prima che quanto dico secchi a qualcuno, vorrei ricordare a questo proposito che Hermann Lübbe, oramai trent’anni fa, seppe aggiungere sale all’ingenuo piacere del latte di ogni stile di pensiero pio e democratico, con questa definizione:


«Libertà, infine, non è quella possibilità di essere nel privato tanto dissoluti quanto si vuole»
(19).

L’altra bestia nera, naturalmente, è Carl Schmitt, che penetrò con tale intensità la dinamica del privato da doverci fare i conti; persino al tanto ammirato Thomas Hobbes credette di doverlo rinfacciare (20). La quintessenza che si ricava da questo primario carattere elementare, suona, come è noto:
«Perciò resta valida la constatzione stupefacente e per molti sicuramente inquietante che tutte le teorie politiche in senso proprio presuppongono l’uomo come ‘cattivo’, che cioè lo considerano come un essere estremamente problematico, anzi ‘pericoloso’ e dinamico» (21).
C’è ancora bisogno del rimando alla dinamica contemporanea e alla pericolosità di un homo homini faber e cioè della minaccia definitiva e letale dell’uomo da parte del suo simile, in cui il lupo hobbesiano sveli il suo carattere specifico, per chiarire che questo carattere rende impossibile riconoscere nella parola “libertà” un qualcosa che non sia moneta hobbesiana?

E per rendere più plausibile, forse soltanto più appetibile, questa menzione allo specifico cominciamento del moderno pensiero della libertà – programmato, dal principio fino al suo naufragio, in forma di “progetto del moderno” – si faccia riferimento solamente al fatto che Jean François Lyotard, il più politico tra i pensatori di quel nuovo inizio che si definisce postmoderno, giunge, attraverso Heidegger, Wittgenstein e Feyerabend, al riconoscimento di una pluralità dei generi del discorso in cui non c’è più alcun sistema di regole discorsive (Satz-Regel-System) che possa arrogarsi un’autorità sopraordinata.

«En l’absence d’un régime de phrases ou d’un genre de discours jouissant d’une autorité universelle» (22).

Questa frase deve essere compresa nel contesto di quella radicale coscienza di libertà per la quale, all’inizio dell’età moderna (Neuzeit) Thomas Hobbes ha trovato la cifra dello stato di natura. E proprio questo fu il carattere al quale corrispose, in Hobbes, la annihilatio mundi pratica: e cioè il fatto che tutte le verità che nel diciassettesimo secolo venivano concepite solo da un punto di vista teologico furono ridotte ad una moltitudine di opinioni settarie la cui concretezza significava guerra civile. Quei sistemi di norme fondati trascendentalmente erano divenuti mere contingenze a cui si contrapponeva la necessità di un ordine da fondare ex novo. E questa fondazione non poteva affatto rinviare alla verità, ma soltanto alla necessità.

Con questo, siamo al secondo carattere elementare col quale deve fare i conti il filosofare politico: il rapporto tra contingenza e necessità. Ed è forse significativo, nel senso del nesso argomentativo svolto, lasciare la parola anzitutto ai teorici contemporanei, e proprio a Jean François Lyotard. In Le Différende egli sostiene:
«Premieremente, sur une phrase qui arrive, il faut enchainer. (Serait-ce par un silence, qui est une phrase). On n’a pas la possibilité de ne pas enchainer. Deuxièmement, enchainer est nécessaire, comment enchainer est contingent».
«Il faut enchainer. Cela n’est pas une obligation, un Sollen, mais une nécessité, un Müssen. Enchainer est nécessaire, comment enchainer ne l’est pas»
(23).
Questa non è altro che l’espressione concreta del fatto secondo cui gli uomini stanno sotto una coazione ad agire, ma che per nessuno di loro la direzione dell’agire viene programmata, sia pure in un coagulo storico-istituzionale. L’ordine è necessario, ma nessuno sa quale aspetto esso debba avere in verità. Ne consegue che ogni ordine come tale è contingente, e lo si sa realmente da quando Senofonte determinò che presso gli etiopi gli dei dovvessero essere bruni e col naso schiacciato e presso i traci, invece, biondi e con gli occhi blu. Nondimeno Eraclito ebbe a dire, per rimanere in àmbito presocratico, che i cittadini dovevano battersi per la loro costituzione come per le mura delle loro città. Entrambe le cose sono da prendere seriamente: contingenza e necessità. La loro dignità scaturisce dall’ordine come tale, fino agli ordini contingenti. Questa necessità significa che i sistemi di regole una volta trovati – sulla cui attuazione contingente, anche di fronte a tutte le pecularità etnologiche, non può sussistere alcun dubbio – debbono essere relativamente sottratti all’intervento arbitrario dei singoli. Così nascono i miti su di un diritto primigeno, o di una legislazione che scaturisce direttamente dalle mani di dio o degli dei. La necessità è all’origine del sacro, del venerando e della religione, così come di tutti i derivati metafisici. Ovviamente, sta nell’interesse di chi è favorito dal relativo ordinamento, di negarlo e di perpetuarlo nella sua contingenza e, ovviamente, risulta da ciò ogni specie di vincolo al trono e all’altare e al potere in quanto tale e alla filosofia. Nella sobria lingua della teoria delle istituzioni quella necessità resta fuori, dal momento che le istituzioni debbono rimanere relativamente escluse dall’invadenza (Zugriff) dei singoli, e ciò accade semplicemente attraverso la complicatezza della regola di condotta che ha come scopo il loro cangiamento. Sia l’arbitrarietà del costrutto istituzionale, sia quello della deroga individuale alle istituzioni (Ausgriff) sono fattivamente delimitate dalla selezione di possibilità storicamente contingenti. Prima o poi la comprensione della necessità sarà chiarita storicamente – lo stesso per la libertà; e prima o poi sarà un nonsenso voler iniziare di nuovo da un punto zero storico. Prima o poi non rimarrà nient’altro che una presunzione di potere, quella di assegnare alle istituzioni in quanto tali la dignità della necessità; ed è una arroganza di dimensione addirittura fichtiana, che un qualche politico democratico come il cancelliere Kohl sostenga di perseguire in tutta serietà lo scopo di portare i tedeschi, nel corso del suo incarico
«su di una via dalla quale non possano mai più tornare indietro» (24).
A questa assurda pretesa da burocrati di partito coscienti del proprio potere, che non sarebbe migliore di quanto è se essi si comprendessero come democratici e progettassero di intraprendere ogni cosa nel nome della libertà, corrisponde, per quanto possibile, lo sforzo dei filosofi alla giustificazione metafisica dello status quo, per mezzo della quale i filosofi cercano di proporsi come i buenintencionados, i bendisposti, in quanto parte di un establishment, quelli che, se punzecchiati, fanno saltare fuori i capi ideologici. Ma la filosofia non giustifica nulla, nemmeno se stessa: non ne ha necessità alcuna. Se la filosofia, in quanto filosofia politica, si pone in relazione con un sistema politico in quanto tale, ciò accade non nel senso di una giustificazione in senso proprio, bensì, in maggior misura, nella parte del Cid Campeador, che manda il suo re in rovina per costringerlo a comportarsi da re (25). Ma, naturalmente, anche questo è soltanto un sogno eroico di cui, di fronte alla discesa di un certo sistema nelle sconfitte della giustificazione, si conserva pur sempre l’idea; di cui un gelido totalitarismo costringe in prospettiva tutti i linguaggi e tutti i pensieri ad una performatività che consente ad esso di far passare tutto attraverso il collo di bottiglia di una società della comunicazione in rete attraverso tecniche intelligenti, un sistema per il quale sia l’autorità dello Stato e il suo diritto, sia la dignità dell’individuo, vengono concepiti come rumori di fondo, per i quali il sistema sviluppa corrispondenti strumenti di oppressione. Un’immagine che ha origine in Lyotard il quale ha valutato nei medesimi termini e comunque occasionalmente che soltanto per un 20 per cnto al massimo, questo sistema di comunicazione informatico sia del resto, nel suo insieme, ancora comunicabile (26).
«The sciences are small power» (27) ovvero: la filosofia rigorosa è poco potere, come disse Thomas Hobbes.
Ebbene, è fuori di dubbio, la filosofia si trova a mala pena nelle vesti del Cid; essa si trova, invece, in quelle di un riccio su di un’autostrada. Di quest’immagine può consolare il fatto che il riccio, come disse il generale Kutusow, al contrario della volpe può fare soltanto una cosa, anche se l’autostrada non sembra appartenere ai generi di cose seriamente rischiose. Piuttosto sono proprio le volpi a rimanere al suolo, anche se per volpi non si intendono volpi machiavelliane.

Ora, dopo questa digressione per altro prevista, tocca alla spiegazione della terza legge, fondamentale non solo per il Filosofare politico: la legge della presenza dell’escluso.

Essa altro non è che un effetto della dinamica della libertà, la quale corrisponde all’esserci (Dasein) e cioè all’esistenza dell’uomo in quanto uomo, in cui il dover-si-comportare (Sich-Verhalten-Müssen) ovverosia l’agire, è altrettanto necessario in sé dal momento che esso, in quanto agire, è determinabile solamente nell’orizzonte di possibilità in linea di principio infinite. Ogni posizione giuridica (Rechtsetzung) è dunque, in definitiva, un atto selettivo (Selektion) che si attua sullo sfondo della libertà, che condensa arbitrio e necessità e che corrisponde alla libertà in quanto necessariamente contingente, nella misura in cui ciò fa ad essa torto. Teoreticamente, alla durezza della mediazione di questo dissidio, che come tale è ineludibile, corrisponde la realtà di quelle possibilità nell’orizzonte della storia accaduta, che, pragmaticamente, conducono a quanto Hermann Lübbe ha ripetutamente definito una supposizione a favore della ragionevolezza dell’esistente.

Un esempio negativo per questa legge sarebbe forse un razionalismo il cui carattere illuminato consisterebbe nell’avere distrutto la religione, oppure un positivismo scientifico che decreta la fine della metafisica. Realizzazione positiva di questa legge è sia la conciliazione di religione e Leviatano in Hobbes, sia una regola di coesistenza di privato e pubblicità che per noi, oggi, è oggetto di una minaccia mediocratica. La sovranità del Leviatano e la sua competenza di regolamentazione sono esclusive, tuttavia l’escluso (das Ausgeschlossene) resta presente; il cristallo hobbesiano, così come è stato illustrato da Carl Schmitt, è aperto sul lato superiore. Nel suo pensiero politico si trovano caratteri che – nel senso della legge della presenza dell’escluso – debbono valere addirittura come classici. Nella tradizione della “politica in quanto politica”, nella cui teoria anche la philosophia prima è già politica domina ovunque in effetti il seguente principio: ogni ordine è, in quanto tale, tanto necessario quanto contingente. Ogni ordine è posto (gesetzt) – se questa posizione (Setzung) viene ora concepita in quanto decisione autoritativa, ovverosia in quanto istituzionalità coagulata storicamente e assurta alla dignità della prova – ed ogni ordine posto è necessariamente concreto, ed ogni ordine concreto è necessariamente contingente. Che significa che esso chiude un orizzonte di possibilità ed esiste tuttavia alla condizione di questa chiusura e cioè del principio della presenza dell’escluso.

Una delle formulazioni paradigmatiche di Carl Schmitt è naturalmente la distinzione di amico e nemico dal Concetto di “politico”. Questa formulazione, certamente sgradevole, non significa altro che ogni ordine concreto deve determinare chi vi appartiene e chi no. D’altro canto ciò non significa altro dall’idea hegeliana del § 92 dell’Enciclopedia, secondo cui i limiti di ogni cosa non sono affatto esterni ad essa, che è quanto, riferito ai limiti interni ed esterni, ha potuto sostenere Dolf Sternberger facendo appunto menzione di questo, che anche una democrazia non può dimenticare che è, ovverosia ha da essere, uno Stato (28).

L’altro esempio schmittiano è quello dello stato normale e dello stato di eccezione; esso si situa nel problema della sovranità. Come soluzione politica oppure come ordine concreto uno stato normale può essere sostenuto solo da colui che può istituzionalmente in quanto sovrano “decidere sullo stato di eccezione”. L’escluso, senza di cui non è pensabile stato normale alcuno, è qui istituzionalmente presente attraverso la decisione sovrana. Una delle formulazioni politicamente più geniali del principio della presenza dell’escluso che io conosca.

Dunque, fin qui arriva la spiegazione dei tre princìpi della filosofia politica ai quali ci si debba formalmente attenere: quanto più chiaramente riusciamo a scorgere la annihilatio mundi del caso critico definitivo – “qui solvet seclum in favilla, teste David cum Sybilla” – tanto più scorgiamo quella minaccia dell’esserci, dunque dell’esistenza dell’uomo in quanto uomo, attraverso un totalitarismo freddo, sociale.

E sebbene io sia comunque mio malgrado cosciente delle possibilità che anche questi fundamentalia del filosofare politico possano essere posti sotto sospetto metafisico – e ciò sia pure soltanto in forma di sospetto ideologico – bisogna dire che ciò va riferito al rapporto di politica e metafisica, dal momento che questo filosofare politico esclude la metafisica nel momento in cui essa non può pretendere ad alcuna verità, nè può appellarsi alla necessità: ciò va riferito, per quanto è possibile, ad un bisogno insopprimibile, a cui corrisponde il compito della filosofia, di rendere pensabile il mondo. Conformemente al principio della presenza dell’escluso, la filosofia politica è esclusiva, ma “aperta sul lato superiore”. La metafisica, o meglio i discorsi metafisici sono una forma della libertà dell’esserci (Dasein) nella misura in cui essa esiste nell’orizzonte della contingenza di ogni possibile esserci. Per cui non vedo alcuna possibilità di definirli come un mero “gioco delle perle di vetro”, o come un parco giochi o come una terapia d’occupazione per intellettuali intenti a rifletterci su, e sono senza dubbio numerosi. Ma questo esito scettico va altrettanto poco a discapito della metafisica, quanto poco il mercato dell’arte va contro l’arte.

In merito alla radicalità e all’esclusività protometafisiche del filosofare politico sia citato, in conclusione, lo storico dell’arte scomparso in questi ultimi anni Max Imdahl, di cui gli anziani abitanti di Münster hanno di certo ricordi altrettanto buoni degli abitanti di Bochum, e tutto il mondo degli specialisti in senso stretto. Imdahl mi disse una volta, trent’anni fa, in una discussione:
«Un pittore è un uomo per il quale il mondo è esclusivamente un mondo pitturabile».
Quindi, un filosofo politico sarebbe qualcuno per il quale tutta l’esistenza è fondata politicamente.

E per completare ora, davvero in conclusione, il mio personale fondo di citazioni, sia ancora una volta citato uno Schmidt, ma non Carl, bensì Arno, e proprio con questa frase da intendersi in senso metafisico-critico in quanto teologico-critico, se non addirittura politico:

«Meglio un cielo senza dei che senza nuvole» (29).

Bernard Willms

(Traduzione dal tedesco di Roberto Farneti)


NOTE


– Titolo originale: B. WILLMS, Politik als erste Philosophie oder: Was heißt radikales politisches Philosophieren?, in G. Volker (Hrsg.), Der Begriff der Politik. Bedingungen und Gründe politischen Handelns, Stuttgart, J.B. Metzlersche Verlagsbuchhandlung, 1990, pp. 252-267. Traduzione autorizzata di Roberto Farneti. La prima parte di questo testo rinvia ad una relazione tenuta il 30 maggio 1988, contestualmente ad una conferenza su Thomas Hobbes, presso la Sorbona di Parigi.

(1) In merito a questa discussione, cfr. B. WILLMS, Der Weg des Leviathan: die Hobbes-Forschung von 1968-78, Berlin, 1979, (di seguito Weg), pp. 70 segg. Torna al testo.

(2) M. MALHERBE, Thomas Hobbes, Paris, 1984, p. 218. Torna al testo.

(3) Più in dettaglio, nel mio contributo Der Leviathan und die delischen Taucher. Zur Entwicklung der Hobbes-Forschung seit 1979, in Der Staat, 27, 1988, pp. 587-588. Torna al testo.

(4) L. STRAUSS, The Political Philosophy of Hobbes. Its Basis and its Genesis, Oxford, 1936, tr. it. nel vol., Id., Che cos'è la filosofia politica, Urbino, 1977, pp. 117-350. Sulla discussione del “problema-Strauss”, cfr. Weg, (supra, nota 2), pp. 72 segg. Torna al testo.

(5) K. MARX, Il capitale, Libro primo, a cura di A. Macchioro e B. Maffi, Torino, Utet, 1974, p. 87. Torna al testo.

(6) P. VALERY, Cahiers, 1926, XXVI, XI, pp. 528-529. Torna al testo.

(7) Il luogo meglio noto è in T. HOBBES, Leviatano, tr. it. di Gianni Micheli, Firenze, La Nuova Italia, 1987, cap. 46. Torna al testo.

(8) ARISTOTELE, Metafisica, 1026 a. Torna al testo.

(9) Cfr. D. JONHSTON, The Rethoric of Leviathan, Princeton, 1986, p. 189. E. J. EISENNACH, Two Worlds of Liberalism, Chicago and London, 1981, pp. 7, 18, 33, 67. Y.C. ZARKA, La Décision Métaphysique de Hobbes, Paris, 1987, pp. 183, 250 et passim. Torna al testo.

(10) C. SCHMITTS, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes, Hamburg, 1938, (nuova edizione con una importante postfazione di G. Maschke: Köln, 1982), tr. it. in Id., Scritti su Thomas Hobbes, a cura di C. Galli, Milano, Giuffrè, 1986, pp. 61-143; H. SCHELSKY, Thomas Hobbes, Berlin, 1981, (ma la stesura risale al 1940); R. McGILLIVRAY, Thomas Hobbes' History of the English Civil War. A Study of Behemoth, in Journal of the History of Ideas, 31, 1970; R. ASHCRAFT, Ideology and Class in Hobbes' Political Theory, in Political Theory, 1978; P. CARRIVE, Béhémoth et Leviathan, in AA.VV., Hobbes Philosophie Politique, Caen, 1983; M. HARTMANN, Hobbes Concept of Political Revolution, in Journal of the History of Ideas, 47, 1986; R.P. KRAYNAK, Hobbes' Behemoth and the Argument for Absolutism, in American Political Science Review, 76, 1982; N. FLINKER, Dialogue Structure in Hobbes' Behemoth, (manoscritto, 1988). Torna al testo.

(11) Ibidem, p. 198. Torna al testo.

(12) Ibidem, p. 198. Torna al testo.

(13) M.M. GOLDSMITH, Hobbe’s Science of Politics, New York and London, 1966, p. 239. Torna al testo.

(14) T. HOBBES, De homine, X, 3. Torna al testo.

(15) P. ENGELMANN, Philosophien. Gespräche mit M. Foucault, ...und Michel Serres, Wien, 1985, p. 156. Torna al testo.

(16) M. HEIDEGGER, Essere e tempo, Milano, Longanesi, 1987, § 10. Torna al testo.

(17) B. WILLMS, Postmoderne und Politik, in Der Staat, 3, 1989, tr. it. di C. Forte in “Behemoth”, 8, 1991, pp. 9-18 e “Behemoth”, 9, 1991, pp. 11-21. Torna al testo.

(18) F. NIETZSCHE, Crepuscolo degli idoli, Milano, Adelphi, 1990, p. 3. Torna al testo.

(19) Hermann LÜBBE, detto a voce, all'incirca nel 1959. Torna al testo.

(20) Cfr. C. SCHMITT, Scritti su Thomas Hobbes, cit. Torna al testo.

(21) C. SCHMITT, Il concetto di “politico”: Testo del 1932 con una premessa e tre corollari, in Id., Le categorie del “politico”, Bologna, il Mulino, 1972, p. 146. Torna al testo.

(22) J. F. LYOTARD, Le Différend, Paris, 1983, p. 10. Torna al testo.

(23) Ibidem, p. 103. Torna al testo.

(24) In una intervista rilasciata al quotidiano Le Monde, nel gennaio 1988. Torna al testo.

(25) Cfr, la traduzione tedesca di Herder, Id. Werke, Suphan, vol. 28, pp. 478-480. La scena è stata rappresentata in modo sorprendentemente efficace nel Film El Cid di Howard Hawks, con Charlton Heston e Sophia Loren. Torna al testo.

(26) J. F. LYOTARD, La condizione postmoderna, Milano, 1981. Torna al testo.

(27) T. HOBBES, Leviatano, cit., cap. X. Torna al testo.

(28) Nell'articolo sul “patriottismo costituzionale”, nella “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 31 agosto 1982. Torna al testo.

(29) A. SCHMIDT, Gadir oder Erkenne dich selbst, Zürich, 1987, tr. it. di E. Picco, Gadir ovvero conosci te stesso, in Id., Alessandro o della verità, Torino, 1981, p. 11. Torna al testo.

De profundis per “Disonest Reporting Italia”


Provate ad immaginare di ricevere una sequela di lettere e molestie di ogni genere, anche pesanti e letali, per aver fatto in buona coscienza cose che ritenete di assoluta innocenza, come ad esempio l’uso per fini didattici di una carta geografica della Palestina disegnata nel 1933, quando ancora non esisteva lo stato di Israele, che anche solo per questo non poteva essere disegnato nella carta geografica. Incredibile ma vero! Un insegnante di religione cattolica si è trovato messo alla berlina per una cosa del genere. E basta un nonnulla per suscitare nella assoluta impunità innumerevoli attacchi del genere, riprese dalla catena degli eserciti virtuali di Israele, costituiti da blog, militanti, lapidatori, sionisti sfegatati puri e duri, e così via. Adesso sembra che una delle molteplici iniziative messe in atto dal governo di Israele per influenzare anche la rete non goda più di finanziamenti. E quindi i “Disonest Reporting”, la cui anima è il denaro, devono chiudere bottega:

[Il testo in tondo è l’«ultimo» comunicato di HRI.
Il testo in corsivo fra quadre è il nostro commento]

Reporting Italia finisce qui.
[Forse soppiantata da più efficaci mezzi di guerra informatica, forse da “In difesa di Israele”. Ma la nostra è una mera congettura. Di certo alla Lobby i soldi non mancano. Non crediamo che siano state ristrettezze finanziarie ad aver posto termine a “Disonest Reporting Italia”]
I finanziamenti sono improvvisamente e inspiegabilmente cessati e il server, senza finanziamenti, non invia comunicati.
[Penso a innumerevoli servizi analoghi, di cui non faccio il nome, ma di cui non credo che lavorino gratis, come invece succede per la quasi totalità delle forme di solidarietà verso i palestinesi. Una guerra del denaro contro la povertà!]
Un intero mese di frenetici scambi con Gerusalemme e con New York non ha portato alcun risultato: Honest Reporting internazionale sarebbe ben felice di continuare a garantirci l’uso del nome,
[E che nome!]
ma non il finanziamento.
[A me viene da ridere]
Questo messaggio vi arriva con mezzi di fortuna, reinviandolo una dozzina di volte per raggiungervi tutti, ora che finalmente il server ha acconsentito a fornire almeno la lista dei vostri indirizzi.
[Ahi, ahi! Non si potrebbe secondo la normativa che ogni volta sottoscriviamo negli appositi moduli. Ma costoro, lo sappiamo, sono superiori alle leggi, che invece valgono per i goym.]
E dunque, con infinita tristezza e amarezza, ci salutiamo qui: questa avventura, iniziata per volontà del compianto e rimpianto Shuny Noury
[Mai coperto, come si dice a Roma. E Google non restituisce quasi nulla a questo richiesta]
e proseguita, come gli era stato promesso sul letto di morte, per altri due anni e mezzo dopo la sua scomparsa, oggi si chiude. Un sentito grazie a tutti coloro che hanno fedelmente seguito honest reporting Italia, un grazie speciale a coloro che hanno attivamente collaborato con le loro segnalazioni e le loro lettere ai giornali.
[Delazione, diffamazione, denigrazione: questa la consueta attività di questo genere di servizi]
Ancora un’ultima segnalazione, prima di separarci definitivamente:

http://www.malainformazione.it/

È un nuovo sito, che ci aiuta a smascherare le bufale nell'informazione su Israele.
[A proposito di “bufale” arriva questo segnale da Ilan Pappe: è ora di finirla con il canone storiografico del “conflitto” israelo-palestinese. Non vi è mai stato nessun “conflitto”, ma solo fin dall’inizio un’operazione di “pulizia etnica”, fin dal 1882 all’epoca della prima immigrazione di 25.000 ebrei. I “padri” sionisti hanno avuto sempre in mente la “pulizia etnica” dei territori. L’ultima bufala è la politica dei “due stati”. Una bufala che serve per coprire il completamento del processo, lungo processo non già “di pace”, ma di “pulizia etnica”, al cui compimento è di certo necessaria la manipolazione della cosiddetta opinione pubblica europea. Servizi come “Disonest reporting Italia”, non i soli, concorrono a questo scopo]
Sulla destra troverete l'invito ad iscrivervi alla newsletter: a voi iscrivervi non costa niente, al gestore del sito invece un sufficiente numero di iscrizioni garantirà la prosecuzione del finanziamento
[Interessante! Anche io mi ci sono iscritto con un nome fittizio allo scopo di monitorare la deprecabile attività. Non immaginavo certo di concorrere al finanziamento dell’iniziativa iscrivendomi. Evidentemente, costoro fanno vedere all’erogatore di danari quanta è lunga la lista e su questa base ottengono danari. Non per nulla hanno pratica di finanza. Il denaro è il loro mestiere.]
che gli permetterà di proseguire un lavoro da cui tutti noi
[Tutti voi! Noi siamo poveri goym vostre “vittime”. Qualche ministro ha messo in giro la voce che dovremo tutti sottoporci a circoncisione, essendo “noi” «tutti ebrei».]
potremo trarre indubbia utilità. Quindi vi invito ad iscrivervi e a segnalare a vostra volta il sito alle vostre mailing list e nei vostri blog.
[Si noti qui la conferma dell’esistenza di una “rete sionista”, organizzata dal governo israeliano]
E ora, dunque, addio. O forse – chi può saperlo? – arrivederci. Magari l’anno prossimo a Gerusalemme …
[È un modo rituale con cui gli ebrei si salutano. In concreto, ha significato il piano Dalet, il programma di genocidio e pulizia etnica della Palestina. A tutti i costi vogliono coinvolgerci]

[Hanno risposto all’ultimo appello di HRI i seguenti siti: 1) «Liberali per Israele»; 2)...]
Si badi bene ciò a noi interessa sottolineare, perché è una sorta di confessione. I soldi per l’iniziativa “Disonest reporting Italia” arrivano o da New York o da Gerusalemme. Nel manifesto degli intellettuali pro Gaza si è detto che ormai la propaganda non è più strumento della guerra, ma esso stesso parte della guerra in atto. Ho personalmente sperimentato l’assoluta inutilità di un confronto critico e di un contraddittorio con questa gente: bisogno solo conoscerli quanto basta per evitarli e non averci a che fare mai più.

mercoledì 25 febbraio 2009

Freschi di stampa: 1. Israel Adam Shamir: «Per il sangue che avete sparso». In memoria di Mauro Manno

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Ho appena ricevuto in contrassegno il volume di Israel Adam Shamir, Per il sangue che avete sparso, tradotto da Mauro Manno (ma lui si firmava al minuscolo), per le Edzioni all’insegna del Veltro, con una prefazione di Serge Thion. La mia conoscenza personale con Mauro risale a pochi anni addietro, quando non gli era ancora noto il male che lo ha condotto rapidamente alla morte. Nelle nostre conversazioni telefonico, sempre più rare – non sentendomi io di affaticarlo troppo al telefono – mi parlava dei suoi interessi e di ciò che andava scrivendo. In una di queste conversazioni mi aveva accennato al volume di Shamir e ne avevamo già concordato una recensione su “Civium Libertas”, per ciò che la cosa può significare e valere non trattandosi di una rivista cartacea. Di un ultimissimo lavoro mi aveva parlato qualche mese prima della sua morte che è giunta a me inaspettata, anche se il suo male era piuttosto serio. Ero preoccupato perché non riusciva a perfezionarlo, se ho ben inteso da un punto di vista puramente formale. Gli avevo detto di non preoccuparsi, perché lo avrei supplito in questioni puramente redazionali. I libri delle piccole case editrici non posso purtroppo trovarli alla Libreria Feltrinelli che ho sotto casa. Devo ordinarli per contrassegno. Mi è giunto così l’altro ieri un altro volumetto di grande pregio scientifico ed editoriale: Giudaismo svelato, Edizioni Ar, riguardante l’opera fondamentale di Johan Andreas Eisenmenger, un’opera apparsa per la prima volta a Francoforte nell’anno 1700 – ultimo anno del secolo XVII o se si preferisce primo del XVIII – e subito boicottata e fatta sequestrare dalla comunità ebraica del tempo, potentissima allora come oggi. Di quest’opera di 4° di oltre 2000 pagine divesi in due tomi non è mai stata rifatta da allora un’edizione integrale e l’unico esemplare che in Italia ho rintracciato si trova in Torino.

Di quest’ultima opera, a cura del Gruppo di Ar, di poco più di un centinaio di pagine con brani antologici tratti dall’imponente opera di Eisenmenger, per la quale mi auguro un gruppo di lavoro che rende disponibile su internet tutta l’opera tedesca del 1700: non vi dovrebbe essere nessun copyright. Vi sarebbe bisogno solamente di una squadra di amanuensi capaci di leggere il tedesco e di ribatterlo su una tastiera. Parlo di quest’opera di Eisenmenger e di Mauro Manno insieme perché l’ambito di interesse non è separato. Riconoscevo a Mauro una grande competenza sul tema del sionismo e dell’ebraismo, a cui mi interesso solo da qualche anno. Era lui che mi informava su cose che non sapevo e leggevo sempre con molto interesse gli articoli che mi mandava. Ricordo il suo grande apprezzamento per l’opera di Israel Shamir, che fu lui a richiamare alla mia attenzione.

Internet consente una forma di scrittura diversa da quella sulla stampa cartacea. Mi sono ormai perfettamente abituato ad essa. Questa mia “recensione” sarà atipica rispetto al cartaceo. Ho parecchie decine di libri già in lettura sequenziale. Uso passare da una lettura all’altra anche dopo diversi mesi, riprendendo dalla pagina dove ero rimasto, a volte con qualche annotazione. Inizio oggi stesso la lettura del libro di Israel Adam Shamir, tradotto da Mauro Manno. Ne farò osservazioni via via che procedo nella lettura. Sul cartaceo non sarebbe stato possibile procedere in questo modo. Avrei dovuto consegnare all’editore la recensione finita, dopo aver letto il libro. Invece qui incomincio a parlarne prima ancora di accingermi alla lettura. L’editore ha posto sulla copertina l’immagine terribile di un bambino palestinese carbonizzato durante la strage di Gaza, alla quale abbiamo assistito tra la fine dell’anno appena passato e l’inizio di questo 2009. Anche qui è scattato lo stesso meccanismo della menzogna con cui già nel 1700 si avviluppò l’opera di Eisenmenger, Giudaismo svelato, bloccandola e neutralizzandola per almeno mezzo secolo. Aggiungo che leggerò lentamente le cento pagine a stampa di Shamir, perché in questo modo mi immagino di continuare ancora le mie conversazioni telefoniche con Mauro Manno, chiedendo a lui chiarimenti su Shamir.

* * *

Nella sua prefazione Serge Thion definisce Israele uno «stato privo di risorse, di spazio e di denaro» che può assicurare la sua sopravvivenza solo grazie ad una «tecnica di ricatto internazionale» (p. 6). Come ho già detto, sto leggendo i due libri in contemporanea. E leggo in Eisenmenger queste frasi scritte tre secoli prima: «essi [gli ebrei] immaginano che il mondo sia stato creato soltanto per causa loro» (Giudaismo, cit., 85); una delle fonti rabbiniche di Eisenger recita: «gli israeliti sono lo scopo del mondo inferiore, ed essi sono paragonati al grano, i popoli invece alla pula» (ivi); «il più piccolo servizio che gli (a Dio) viene reso dal popolo di Israele, gli è più accetto di un grande servizio [reso] da tutti i popoli» (ivi, 88). E così via. L’idea di un “noi” – gli unici che contano – e “loro” (che poi saremmo noi) è ricorrente ad un comune lettore che abbia almeno una volta letto quello che per “noi” è il Vecchio Testamento. La letteratura talmudica e rabbinica, setacciata ed esplorata da Eisenmenger alla fine del XVII secolo, è alquanto letterale nel senso ed assai poco metaforica, come ci viene fatto credere in numerosi passi biblici che oggi difficilmente possono superare l’esame dei diritti umani da riconoscere a tutti i popoli della terra e soprattutto a quei palestinesi che fin troppo chiaramente gli israeliani odierni pensano di poter trattare come i cananei biblici. Per fare ciò hanno certamente bisogno della copertura politica e mediatica del cosiddetto Occidente, dove la Diaspora offre il necessario sostegno.

(segue)

*
Alfabetico

Amiry - Arrigoni - Blanrue - Burg - Capovilla - Caridi - Carminati - Chiesa - Finkelstein - Fisk - Grimaldi - Khalidi - La Guardia - Halper - C. Mattogno: Le camere a gas di Auschwitz; Hitler e il nemico di razza - G. P. Mattogno - Mervin - Nilus - Pappe - Rabkin - Romano: Lettera; I falsi protocolli - Said: Il mio diritto al ritorno; La questione palestinese - Sand - Sella - Shamir - Solgenitsin: Ebrei e Russi prima della rivoluzione; durante il periodo sovietico - Tradardi - Valli - Waizman - Yahia