giovedì 13 febbraio 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: Nuove riflessioni sulla “legalità che uccide”.

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1. Non è stata dedicata dai media alla motivazione della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale  che una frazione modesta dell’attenzione tributata al dispositivo. Non appare vivace neanche il dibattito tra gli “addetti ai lavori”. Ed è un peccato perché la sentenza, nelle sue esternazioni – ed implicazioni – è tra le più interessanti della Corte, la quale nell’abbondanza di pronunce su “minutaglie” normative, non ha molte occasioni di occuparsi di materia costituzionale (in senso stretto), come il sistema d’elezione del Parlamento.  Tra i diversi punti che la sentenza solleva, è il caso di affrontarne uno.

Ed è quando la Corte scrive: “E’ evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte la normativa che disciplina  le elezioni per la Camere e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale  eventualmente adottata dalle Camere.

Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate,  compresi gli esiti delle elezioni svoltesi  e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena di ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. “retroattività” di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984).

Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti.

Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali.

Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. E’ pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finchè non siano riunite le nuove Camere»… ”.

Detta motivazione, nella conclusione non contestabile, rende palese il fine di salvaguardare l’esistenza dell’organo-Parlamento, e di quelli dallo stesso “dipendenti”, dagli effetti che da una sentenza sull’invalidità della composizione delle camere, potevano (logicamente) trarsi.

2. Ossia, dal principio – generalissimo – della nullità derivata, ripetuto da millenni: quod nullum est nullum producit effectum (quindi, soprattutto quello di porre in essere altri atti validi); quod non est confirmari nequit; e nel diritto vigente richiamando in tanti testi vigenti (v. tra gli altri, art. 604, IV comma c.p.p.; art. 159 c.p.c.; art. 829 c.p.c.) e in ancor più numerose pronunce giudiziarie (1).

La nullità derivata si applica – in linea generale – anche per gli atti formati da organi (o uffici) non validamente costituiti (v. Cass. pen., 26/04/1989; 1; 2; 3).

Ne consegue, a voler applicare detto principio (generalissimo) che le Camere invalidamente elette e altrettanto invalidamente composte (ma tranquillamente agenti) avrebbero dovuto essere rispedite a casa, convocando nuove elezioni.

La Corte ha cercato in tutti i modi di evitare la conseguenza (ovvia) della propria decisione ricorrendo a delle giustificazioni legali poco plausibili, e ad una (non legale) sicuramente condivisibile.

Appartiene al novero delle prime il richiamo ai “rapporti esauriti” per la compiuta chiusura del procedimento elettorale, onde sarebbero salvaguardati gli atti successivi delle camere illegalmente elette e composte. In breve: un procedimento di elezione – o nomina – illegale dell’organo concluso rende legali gli atti dello stesso, proprio perché concluso.

Tutto il contrario di quanto emerge dal diritto passato, vigente (e vivente).

È corretto, al contrario, il richiamo al “principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali.

Perché è condivisibile, cosa ne consegue e dove porta? anche considerando la dottrina costituzionale?

Otto von Bismarck
3. Una delle difese più appassionate di quel principio – decisivo per la storia europea successiva (2)  - la fece Bismark in un famoso discorso alla dieta prussiana. Diceva il cancelliere che “Uno statista, assai esperto in materia di costituzione, ha detto che l’intera vita costituzionale è sempre una serie di compromessi” se il compromesso non si trova “allora s’interrompe la serie dei compromessi e al loro posto nascono i conflitti, e i conflitti, visto che la vita dello Stato non può mai arrestarsi, diventano questioni di forza; chi ha la forza nelle mani tira innanzi per suo conto, perché appunto la vita dello Stato non può mai arrestarsi neppur un istante.” E dopo aver esaminato le varie posizioni e ammesso che  nella Costituzione vi fosse una lacuna (relativa all’approvazione del bilancio dello Stato) così si esprimeva “Non terrò più a lungo dietro queste teorie: basta a me la necessità che lo Stato esiste e che nella visione più pessimista esso non può lasciar accadere quello che si verificherebbe quel giorno che le pubbliche casse fosser chiuse. La necessità sola è quella che decide; di questa necessità abbiamo tenuto conto, e voi stessi non pretendereste certo che il pagamento delle rendite fosse sospeso e che non corrispondessimo agli impiegati i lor stipendi” e conclude sul punto “ Che il presente stato delle cose sia contrario alla Costituzione lo contesto nel modo più formale adesso come prima” (3).

Ma non è men vero che quanto sostenuto da  Bismarck in tale discorso sia condiviso dalla migliore dottrina del diritto a cominciare da Santi Romano, per il quale la necessità è fonte di diritto, superiore alla legge (4); o nelle pagine di Heller (5); ed è conseguente all’affermazione di Sieyés che “la Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto d’esistere”, per cui finchè esiste non può essere privata dal governo costituito, e così della propria capacità d’azione ed esistenza politica, per sentenza (6).

Tuttavia, ancorché condivisibile, tale assunto della Corte non è legale: è costituzionale ma non legale.

Non è legale per i motivi esternati dalla Corte nella sentenza: urta contro quanto si può desumere dagli articoli  ivi citati della Costituzione. Non è neanche costituzionale nel senso più diffuso, della costituzione c.d. formale (cioè quello preferito dai normativisti), per la medesima ragione. Ne consegue che la Corte ha fatto uso, (punto 7.0 della motivazione della sentenza) non di quel concetto di costituzione, ma di un altro. A prescindere, per detto concetto, dall’ovvio richiamo a Schmitt (7), si può ricorrere – per chiarirlo – alla concezione di Lavagna di costituzione in senso sostanziale, sinonimo di ordinamento costituzionale (8). Precisandolo ulteriormente e sotto il profilo funzionale, la costituzione “necessaria” o “essenziale”, e la forma qui dat esse rei, quella che rende possibile l’azione e l’esistenza politica della comunità e dell’istituzione.

Per cui la parte della Costituzione che consente quelle non è “annullabile” per sentenza – o meglio la sentenza non si applica perché non si può annullare per decisione giudiziaria (anzi a ben vedere neppure giuridica) uno Stato.

Una norma (statale) vige perché è voluta e emanata da uno Stato il quale “non è un astrazione e si realizza in concreto”: senza quel realizzarsi in concreto, non c’è nessuna norma che possa “vigere” ovvero che sia (più o meno efficacemente) applicata.

La conseguenza delle affermazioni della Corte non si limitano a quanto sopra. C’è da aggiungere che non c’è scritto in alcun luogo della Costituzione formale che occorre far salvo “il principio fondamentale della continuità dello Stato”. E’ appena il caso di cennare che la Costituzione parla di principi (v. atti 1-13); ancor più i costituzionalisti (sia vetero che neo) che trovano conforto nel fatto che la scriptura della costituzione chiarisca quali sono i principi (anche se quelli scritti non esaurirebbero la  “classe-principi”); ma nessuna norma scritta, neanche estendendone il significato a dismisura, prevede il principio fatto proprio della Corte, per non applicare (o meglio applicare a metà) la propria sentenza.

Il che pone il problema se non avesse ragione De Maistre allorché scriveva che  ciò che “c’è di più essenziale, più intrinsecamente costituzionale e di veramente fondamentale non è mai scritto e neppure potrebbe esserlo senza mettere in pericolo lo Stato” (9). In effetti la pronuncia in esame conferma la giustezza  della tesi del pensatore controrivoluzionario.

Concezione che sia prima che dopo De Maistre è stata condivisa da pensatori politici e giuristi non foss’altro perché, prima delle rivoluzioni francese e americana quasi tutte le costituzioni non erano scritte né formulate in atti appositi e organici; dopo, anche se poche, ve ne sono state (di non scritte); ma nessuno l’ha formulata con la radicalità del pensatore sabaudo (10).

Il tutto pone un altro problema: se è vero che la  Costituzione non scritta esiste e prevale – spesso – su quella non scritta – che valore può avere limitare alla costituzione formale e alle di essa norme, valori, principi il carattere costituzionale? (11)

Mortati scriveva che “la pretesa di esaurire nella Costituzione scritta l’intero sistema si è rivelata sempre più illusoria” (12). E in ciò si può sintetizzare il “nocciolo duro” di quanto espresso da tanti, che fondano la Costituzione scritta su elementi non scritti e neppure giuridici, nel senso  - tra l’altro - di fondare il diritto senza essere giuridici (e normativi) né (in larga misura) giustiziabili (Justiciables). Quel che parimenti interessa è che proprio tali elementi e presupposti non scritti sono quelli squisitamente costituzionali nel senso di co-stituire (cioè tenere insieme in modo stabile e ordinato) una comunità politica (13).

Ma proprio per questo il contributo che la Costituzione scritta può dare all’ordinamento costituzionale è secondario. Tanto per fare un esempio quasi tutte le costituzioni moderne sono frutto di una decisione deliberata, la quale presuppone l’esistenza sia della comunità politica che del potere costituente. E l’uno e l’altro non sono “modificabili” attraverso una procedura giuridica perché sono essi a costituire le condizioni minime perché una costituzione (atto del potere costituente) esista e abbia validità; con l’ulteriore conseguenza che ogni norma costituzionale e in generale la costituzione stessa debbano interpretarsi nel senso di presupporre l’esistenza della comunità politica e del potere costituente. Interpretare o applicare le norme costituzionali in senso contrario a detti presupposti costituirebbe un colpo di Stato. Che se è tale, ha bisogno del sostegno di frazioni organizzate, anche dell’opinione pubblica; se è altro, diventa inefficace, fonte solo di confusione e decomposizione.

D’altro canto l’affermazione della Corte conferma altre due circostanze presupposte. La prima l’applicazione del principio di Spinoza che ogni cosa esistente “quantum in se est, in suo esse perseverare conatur”.

Il che comporta che l’esistente prevale sul normativo; e questo vale in quanto e se non in contrasto con quello.

La costituzione è insieme l’istituzione e regolazione dei poteri di governo e la garanzia dell’esistenza politica e dell’azione della comunità (e dell’istituzione in cui è organizzata). Uno degli aspetti (e finalità) della quale è la durata (cioè – anche – la continuità), come scriveva Hauriou e come, analizzando il principio del “conatus” scriveva Spinoza.

L’altro, che il politico è decisivo rispetto al giuridico: il che non è altro che una specificazione della prevalenza dell’esistente sul normativo. Anche questa ripetuto da tanti che non è il caso d’insistervi, dati i limiti di questa nota.

Piuttosto c’è da chiedersi che ruolo nella comprensione ed elaborazione di una teoria costituzionale, abbia quanto ripetuto da cori di giuristi in questo secondo dopoguerra, cioè norme, valori, principi (questi intesi in senso normativo e non di forma politica). La risposta è ovvia e confermata, tra l’altro, da questa sentenza: contingente e secondario.

Contingente perché necessario perché una comunità esista ed esista politicamente e che vi siano organi in grado di assicurare l’esistenza e l’azione politica: che questi poi debbano fare questo o quell’altro, applicare questa regola o quel valore è contingente, purché non incide sull’esistenza ma, semmai, sul modo di questa. E così è secondario, perché non concerne l’esistenza della comunità, cioè l’essenza, cioè che “dat esse rei” ma solo l’accidentalità del tipo e modi scelti per la convivenza in comune in un dato momento storico.

NOTE

(1)  v. Cass. civ., sez. I, 28/07/2006, n. 17247; Cass. civ., sez. trib. 08/02/2006, n. 2798; C. conti, sez. I giur. centr. app., 03/09/2004, n. 303/A; C. Stato, sez. V, 17/09/1996, n. 1141; C. Stato, sez. IV, 03/07/1986, n. 458; e pluribus.

(2) Qualcuno scriverebbe purtroppo; dalla determinazione che Bismark dimostra in quel discorso derivò la riunificazione della Germania, fatto del quale – ancora recentemente – molti non risultano entusiasti, a cominciare da un politico fine come il defunto Andreotti.

(3)   V. discorso del 27-01-1863.

(4)  La necessità è fonte autonoma del diritto, superiore alla legge. Essa può implicare la materiale ed assoluta impossibilità di applicare, in certe condizioni, le leggi vigenti e, in questo senso, può dirsi che «necessitas non habet legem». Può anche applicare l’imprescindibile esigenza di agire secondo nuove norme da essa determinate e, in questo senso, come dice un altro comune aforisma, la necessità fa legge. In ogni caso, «salus rei publicae suprema lex». Diritto costituzionale generale, Milano 1947 p. 92.

(5) Tra l’altro ricordiamo “Di fatto, l’unità statale non ci è data né come unità organica, né come unità frutto di una finzione, ma come un tipo particolare di unità di azione umana organizzata: la legge dell’organizzazione è la legge fondamentale della formazione dello Stato. La sua unità è l’unità reale di una struttura d’azione la cui esistenza viene resa possibile nella forma dell’interazione umana, tramite l’agire di specifici organi consapevolmente indirizzato alla formazione effettiva dell’unità” v. Dottrina dello Stato, Napoli 1988, p. 355.

(6) A cui corrisponde che, avendo il potere costituente l’esistenza di quelli costituiti dipende dalla volontà nazionale.

(7)   Verfassungslehre, trad it. di A. Caracciolo, Milano 1984, pp. 15 ss.

(8) Lavagna sosteneva che “del contenuto generale degli ordinamenti costituzionali, si devono distinguere parti necessarie ed eventuali. Le prime saranno rappresentate dalla materie necessariamente, ancorché implicitamente  regolare, acciocché uno Stato esista. Le seconde dalle materie che, in seno alle prime o anche al di fuori di esse, risultino volta a volta disciplinate ed assorbite nel sistema, secondo criteri materiali o formali” v. Diritto costituzionale, Milano 1957 p. 166; di seguito scrive che “Secondo una opinione assai diffusa e, possiamo dire classica, il diritto costituzionale è, dal punto di vista sostanziale, quella parte dell’ordinamento giuridico statale che riguarda l’organizzazione dei poteri sovrani; vale a dire del governo in senso lato”, op. loc. cit. (i corsivi sono nostri).

(9)    «Que ce qu’il y a de plus essentiel, de plus intrinsèquement constitutionnel et de véritablement fondamental, n’est jamais écrit, et même ne saurait l’être, sans exposer l’état» Des constitutions politiques, Paris s. d., De Maistre fa quest’affermazione nel noto contesto della « storicità » anni della  « provvidenzialità » degli ordinamenti, criticando con l’affermazione di Thomas Payne che una costituzione non esiste se non la si può mettere in tasca. E invece esiste eccome.

(10) Neppure il bolscevismo (nascente) al potere, che accusava d’ipocrisia la redazione in forma scritta delle costituzioni borghesi “Da questo punto di vista bisogna sempre distinguere in un regime borghese la Costituzione scritta dalla non scritta, cioè un «foglio di carta» col nome di Costituzione dal reale rapporto delle forze sociali d’un dato paese” così (v. P. Stutcka “La costituzione della R.S.F.S.R. in domande e risposte”, Milano 1920), è stato così consequenziale. Non foss’altro perché limitava l’ “ipocrisia” della forma scritta alle costituzioni borghesi; mentre De Maistre considerava la propria concezione valida per tutte le costituzioni.        

 (11) Questo senza voler introdurre la nota distinzione tra materia costituzionale e costituzione formale, che è un problema a latere.

 (12)  v. C. Mortati voce Costituzione in Enciclopedia del diritto, vol. XI, p. 181.

 (13) Di solito poi scrittura e “giudiziabilità” crescono se dai “piani alti” dell’ordinamento si va verso quelli “bassi”.


Teodoro Klitsche de la Grange

Note in corso di lettura del libro di Ala Friedman, «Ammaziamo il Gattopardo», uno scoop, appena uscito, di cui tutti parlano.

Ero indeciso se comprare il libro, spendendo i suoi 18 euro, e soprattutto impiegando il tempo occorrendo per leggerlo, a detrimento degli altri libri che ho in lettura e che son tanti. Mi ero detto che tanto quel che c’era da sapere ormai lo avevo appreso da quanto se ne è ampiamente riferito e pertanto poteva risparmiarmi sia i soldi sia il tempo occorrente per leggerlo. Questi i propositi, entrando in una libreria Feltrinelli, dove ero orientato all'acquisto di alcuni libri di dizione, per imparare a parlare bene in pubblico, come sanno ben parlare i politici navigati. Poi, visto che il libro di Friedman c'era, ed il costo non mi appariva eccessivamente elevato, ho sacrificato uno dei due libri di dizione che intendevo comprare, ne ho acquistato uno solo e con al posto dell'altro ho caricato il libro di Friedman. Giunto a casa ne ho iniziato la lettura e subito alla prima pagina è scattata la sorpresa. Quale?

I miei cinque lettori sanno bene quanto io sia, diciamo pure “pigro”, ma forse non è la parola giusta. Scrivere nella dovuta forma un testo, in buona lingua e in buona forma, può essere un lavoro che richiede un tempo infinito. Appunto “Infinito”. Quanto tempo ci vorrebbe per ognuno di noi se dovesse scrivere gli Undici versi di cui consta l'omonima poesia di Leopardi? Per questo, spesso o quasi sempre mi accontento di gettare delle rapida note, sulle quale poi eventualmente ritornare, avendone il tempo o ravvisandone la necessità. Ne viene fuori una scritta, spesso piena di refusi, ad anche di sgrammaticature, sulle quali ho visto accanirsi alcuni miei nemici in malefede. A loro dico adesso: se il vostro padrone mi paga quanto paga voi per scrivere contro di me, forse posso integrare il mio reddito in modo consistente e darvi in cambio buoni testo, forse perfino «L’Infinito» o la «Divina Commedia». A parte gli scherzi, che spero vengono riconosciuti come tali, ritengo che la rete consenta un tipo di scrittura e uno stile che è diverso da quello della carta stampata, dove un testo nasce morto, cioè immodificabile e rigido come la morte.

Ciò premesso, mi resta da dire quale sarebbe dunque la mia sorpresa alla prima pagina del libro di Friedman. Un momento che vado a pescare due miei precedenti post. Uno è questo e l'altro si trova qui. Non sono autocitazioni, cose contrarie al galateo. Ma è per dire che il libro di Friedman inizia con la descrizione di una manifestazione a Roma, il 15 gennaio 2011, dove anche io ero presente e per la verità non ho visto le cose di cui Friedman parla. Ne avevo avuto prima il sospetto che Friedman stesse citando quell'evento, ma po l’ho escluso quando egli parla addirittura di «un palazzo, un intero palazzo ha preso fuoco...». Ma quando? ma dove? Io non me lo ricordo il palazzo bruciato... Era presente lo stesso Friedman? Ha visto lui le cose che descrive? Io ero partito da piazza Esedra. Eravamo proprio in tanti ed il corteo era pacifico. A San Giovanni non potemmo entrare perché la piazza era preclusa da sbarramenti di polizia. Sentivamo i rumori di botti, ma nella piazza non si poteva entrara. Io restai a lungo per poi entrare nella piazza quando ce lo consentirono. Di quel giorno, 15 ottobre, mentre in altri parti del mondo si svolgevano analoghe manifestazioni, di cui Egeria in questo blog ha fatto mirabili post, di cui si consiglia la lettura, dico di quel giorno io conservo una altra immagine ben diversa da quelle descritte da Friedman. Un ragazzino che forse poteva avere 16 anni che armato dei suoi piedi prendeva a calci una specie di carro armato della polizia. Poi conservo l'immagine dello stesso ragazzino portavo via per un braccio da un poliziotto di dimensioni doppie. Collegato a questo ricordo, qualche giorno dopo, conservo l'immagine di Di Pietro davanti a Montecitorio che invocava pene ancora più severe di quelle esistente. Io mi misi a sfotterlo mentre rilasciava la sua intervista. E se l'ebbe a male, andandosene via trattandomi con sufficienza. Per fortuna, non frequenta più le stanze di Montecitorio, dove in quel momento io mi trovava per altra storia che pure avevo intrapreso a narrare in quei giorni. Lessi poi di pesantissime condanne inflitte ai ragazzini del 15 ottobre 2011. Queste ricadute repressive escono poi dalla luce dei riflettori dei media, ma nella mia memoria di quel 15 ottobre non ho traccia del “palazzo bruciato” bensì solo del minuscono ragazzino che impavido prendeva a calci l'immenso automezzo blindato della polizia di stato, quella stessa a cui Grillo chiede di non massacrare il popolo che si ribella e di non far consistere il loro mestiere nel proteggere armati di tutto punto, mentre dietro di loro un ineffabile Gasparri alza il dito medio contro i cittadini che manifestano fuori del Palazzo.

Almeno per questo episodio il libro si annuncia interessante. Non credo che Friedman fosse presente alla dimostrazione di San Giovanni, ma mi sta dando certamente una lezione di come si possa parlare di eventi per i quali non si possa dire «c’ero anch’io», come invece io titolai allora, senza pensare di scrivere un libro che magari poteva essere uno “scoop”, e magari farmi arricchire. Questa non è una critica assolutamente e non vuole togliere interesse o pregio al libro, che continuerò a legge, non tutto di un fiato, ma per lunghe pause e intervalli, durante i quali annoterò qui le mie osservazioni e rilflessioni, se mi parrà il caso, ne avrò il tempo o la voglia...

Il libro prosegue con una carrellata sui grandi personaggi degli anni ottanta, dipinti come semidei, quando oggi sappiamo che erano dei gran pezzi di m.... Come aveva accesso Friedman a questo Olimpo? La sua entratura era quella di giornalista, di un grande quotidiano economico, il Financial Times, considerato il più importante del suo genere. Vi erano persone come Ligresti che avevano interesse a farsi fare una intervista su quel quotidiano, una sorta di autopromozione.  Da qui si spiega la posizione del giornalista Friedman e le sue numerose frequentazioni. Il discorso qui è sull'«apparire», o il non apparire, trascorrendo tutta la propria vita in un onesto lavoro al riparo dei riflettori. Un lavoro i cui proventi maggiori andavano alla galleria di semidei dipinta da Friedman, che riporta pure come in quegli anni l'Italia venisse collocata al quinto posto per importanza economica. Dove sia finito tutto quel denaro e come sia stato trafugato possiamo solo immaginarlo, ma ci dicono poi che siamo “complottisti”. E mi dilungo. Tralascio tante cose che mi vengono in testa e che richiederebbero almeno una buona mezz'ora di tastiera, dicendo cose poi in fondo inutili. Intanto Friedman compare in tutti i talk show e questo dovrebbe aumentare le quotazioni e le vendite del suo libro, che non è un austero trattato di filosofia, di quelli che sondano le profondità dell'essere e sono in genere di difficile lettura, solo per addetti ai lavori.

mercoledì 12 febbraio 2014

Dal “reato di ipnosi” al “colpo di testa”. Bozza di una critica accademica a Ainis e Chiola sull'esistenza di un “colpo di stato permanente” e di una “situazione eccezionale” dove “decide” il “sovrano”

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Predispongo qui lo spazio virtuale per sviluppare tutti i concetti e gli aggiornamenti di un dibattito in corso dopo aver stabilito un collegamento testuale, un link, con l'area commenti del blog di Beppe Grillo, dove occorre racchiudere i propri interventi entro i 2000 caratteri. Non è poco se si considerare che ciò che ci resta dei filosofici presocratici – quando secondo è stato toccato il vertice del pensiero greco - non supera spesso i 2000 caratteri. Ad esempio, il brano a tutti noto di Protagora secondo cui «L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono». Se assistiamo ai dibattiti di questi giorno incandescenti, è facile verificare come dalle diverse parti in conflitto ognuna formuli i propri giudizi a seconda della propria convenienza. Assolutamente inutile andare a cercare una oggettività, una verità al di sopra delle parti. Anzi, direi, che il disprezzo per la Verità sia assoluto. Si ammette tranquillamente che non esiste altra verità se non la propria e l'abilità dei politici consiste nel dimostrare di avere sempre ragione, mentre il torto è sempre degli altri. Non manca in questo “spettacolo” l'estromissione dal gioco di chi rivendica la propria diversità ed afferma una Verità che sia o possa o debba essere di tutti, ad esempio dicendo con striscioni stesi in giù dal tetto di Montecitorio che «la costituzione è di tutti», una costituzione che ha i suoi sacerdoti stipendiati che sono i professori ordinari di diritto costituzionale, consultati nei talk show per avere lumi definitivi a fronte di pareri profani. Il guaio è che questi “lumi” dicono poi cose contrapposte, in tutto o in parte, e dunque non pare che per questa via si possono avere quelle certezze che ognuno di noi, certamente con umiltà e senza spirito polemico e arrogante, è meglio cerchi innanzitutto in se stesso, facendo uso della propria “testa” non sbattendola al muro, o facendola uscir di senno, ma confidando in essa più che in quella altrui. Un proverbio popolare, che io conosco nella versione dialettale calabrese, dice che è più savio il pazzo in casa propria che il saggio in casa altrui. Qui la casa è l'Italia ed il pazzo è il popolo italiano. Tutti gli altri sembrano “stranieri” trapiantati nella nostra casa per depredarla e prenderci in giro, dicendo magari che i nostri timori, gli allarmi lanciati ai concittadini non sono altro che “colpi di testa”, potendo invece stare ben tranquilli, essendo in buone “mani” e potendo dormire sogni tranquilli, giacché si vede già la “luce in fondo al tunnel”, una luce che gli scettici avvertono essere invece un treno che avanza e che ci viene addosso.

Ma ecco qui il link dove andiamo a collocare i nostri 2000 caratteri di commento, stabilendo una connessione reciproca, dal blog di Beppe Grillo a questo mio blog e da “Civium Libertas” a al post di Beppe Grillo dove si è dato l'annuncio della messa in stato d’accusa per Alto Tradimento del presidente della Repubblica. Il mio commento è nascosto fra altre centinaia e col tempo anche migliaia di commenti, aperti ad ogni cittadino lettore del blog ufficiale del Movimento Cinque Stelle, che non ha altri organi di espressione e non dispone di nessun finanziamente pubblico come tutti i quotidiani di regime e la televisione di stato, i cosiddetta media, la cui “informazione” è definita da John Pilger come una “emanazione del potere”, una espressione dotta che ci riporta alla dottrina di Plotino.

Ecco dunque il testo, racchiuso entro i 2000 caratteri, appena postato nel blog di Beppe Grillo “Impeachment a Napolitano: vogliamo sapere”:
Fonte
Ier notte, nella trasmissione di Vespa si chiedeva il parere di due costituzionalisti, Aines e Chiola, sull'esistenza di un “colpo di stato” e sulla validità dell’accusa di Alto Tradimento mossa dal Movimento Cinque Stelle al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale aveva reagito con sufficienza a questo addebito, rinnovato poi dalle rivelazioni del giornalista Friedman.

A “piazza pulita” Aines aveva parlato di “reato di ipnosi” che solo poteva contestarsi al presidente Napolitano, avendo i partiti sottoscritto a pieno il suo “operato”. Dal “reato di ipnosi” Aines è poi passato al “colpo di testa” attribuito a quanti secondo lui in modo infondato parlano dell'esistenza di un “colpo di stato” e denunciano un sostanziale sovvertimento dell'assetto costituzionale.

Nessuno ha parlato finora di carri armati, se è questo che si intende per “colpo di stato”. Formuliamo qui la nostra tesi, ma si rinvia al blog "Civium Libertas" per gli sviluppi della critica ai “costituzionalisti” Aines e Chiola.

Carl Schmitt definisce il “sovrano” come colui che decide sullo “stato di eccezione” ossia in una situazione non prevista e non ammessa. Orbene che nell'estate del 2011 vi fosse una “crisi” ovvero uno “stato di eccezione” è cosa che riconoscono tutti, politici e giuristi (Chiola).

Cosa ha fatto Napolitano?

Ha conferito in sordina a Monti l'incarico di formare un nuovo governo, ben PRIMA che che si aprisse la crisi FORMALE prevista dalla costituzione.

È vero: i partiti hanno POI sancito una “decisione” extra-costituzionale.

Vi è stato dunque un “colpo di stato” e il passaggio dalla forma di governo “parlamentare” allo stato “presidenziale”, di cui anche il governo Letta è chiara espressione.

Di quale altra “riforma” si vuole parlare?

È stata già fatta!

Ad aver "tradito" non è stato il solo Napolitano, ma insieme con lui hanno "tradito"  tutti i partiti “illegittimi” ex tunc.

Si può chiedere a una "maggioranza” di "traditori” di riconoscersi come tali?
Segue per affinità tematica anche il seguente “commento” al post “Il nonno di Montecristo” , e seguiremo analogo criterio di accorpamento dei “commenti”, se vi saranno sul blog di Beppe Grillo altri interventi omogenei sulla stessa materia. Rispetto al nostro testo originario, scritto sempre di getto, ci riserviamo iterventi modificativi di carattere formale o sostanziale.
Fonte
Vorrei ribadire un concetto già espresso in altri miei commenti.

È vero che l'impeachment è stato liquidato in 20 minuti, dando dello scemo a chi lo sostiene, poiché si dice che non ve ne sarebbero i presupposti formali e sostanziali.

Noi sappiamo però che esistono infiniti modi per "tradire”.

Come insegna la storia di Montecristo, i traditori possono essere più di uno e agire di concerto.

Ben sapendo tutti i parlamentari di essere sul piano "sostanziale" niente altro che dei “nominati” (da chi?) e non degli “eletti” (direttamente dal popolo), ed avendo avuto perfino recente "formale" conferma di essere degli "illegittimi”, lealtà avrebbe voluto che si precipitassero nuovamente alle urne, senza indugio alcuno, per ricevere quella legittimazione popolare che a tutti manca.

Invece che fanno?

Se ne stanno attaccati al seggio e allo stipendio netto di oltre 10.000 euro mensili, naturalmente per il bene del paese e non per il loro utile privato.

Da questi signori cosa mai ci si può aspettare?

Sul banco degli accusati di "alto tradimento del popolo italiano" dovrebbero sedere anche costoro insieme con il "loro" Presidente.

Possono proprio loro giudicare sulla ammissibilità della procedura di Impeachment presentata dal Movimento Cinque Stelle?

Peccheremmo noi di ingenuità se ci fossimo aspettati altro risultato che una bocciatura in appena 20 minuti di seduta.

La procedura avviata è stato tuttavia inutile perché in realtà si è inteso adire non un Tribunale fatto di Traditori, ma direttamente il Popolo italiano, che adesso sa e non può più ignorare, malgrado l'azione dei media e di certi "costituzionalisti” che fanno di tutto per manipolare e occultare la verità delle cose.

Le contraddizione e le incoerenze, formali e sostanziali, del sistema regime si succedono ad una frequenza tale per cui assistiamo a una implosione permanente, come dei fuochi di artificio che sembrano non finire mai e dove il botto successivo è più grande e spettacolare di quello precedente.
Il dibattito è qui aperto a quanti vogliono intervenire e pensano di poter dare utili chiarimenti e riflessioni, per la quali anticipatamente ringraziamo. Si veda intanto l'approfondimento di Teodoro Klitsche de la Grange, che esamina le implicazioni della decisione della Consulta che dichiara l'incostituzionalità del Porcellum ma pone non pochi problemi sulla situazione che la stessa corte viene a creare in conseguenza della sua natura di organo in parte giurisdizionale ma non meno di natura politica, espressione essa stessa del sistema dei partiti. Si veda anche - successiva a questo post - la recensione dello stesso Klitsche al libro di Paolo Becchi sul «Colpo di stato permanente», di cui ci continueremo ad occupare.

(testo in elaborazione: segue)

lunedì 27 gennaio 2014

Contro il giorno della Memoria

Con questo titolo «Contro il giorno della memoria» esce un libro di Elena Loewenthal, persona spiritualmente e concettualmente a me estranea, un libro che andrò a comprare e che leggerò insieme ad altri dello stesso genere. Non credo proprio che ciò che leggerò in questo libro corrisponda alla mie stesse ragioni per le quali sono “contro” una imposizione inaudita che fa pensare alle conversioni religiose forzate e di massa in epoche che pensavamo remote e irripetibili. Non sono letture piacevoli e rasserenanti, ma occorre leggere con particolare attenzione i libri che non si condividono, che appartengono all'altro campo. E non per fare con essi polemiche, ma per capire le ragioni dell'altro - se ve ne sono - confrontandole con le proprie, che non bisogna mai sostenere in modo dogmatico, fanatico, ideologico. La capacità del contraddittorio e del confronto è la via della scienza, una via che di fatto hanno voluto chiudere quanti hanno inteso imporre per legge a 60 milioni di italiani una verità settaria di cui non è difficile scoprire genesi e finalità. Ad averlo scoperto, per tutti cito Norman G. Finkelstein. Il discorso sarebbe però qui lungo da fare. È stato da me già fatto in altri interventi. Questo mio post non è il Corriere della Sera o Repubblica o la Televisione a reti unificate, ma un semplice blog personale con pochissimi lettori, un blog personale che ha però sperimentato tutta la furia e l'ostilità del media del Pensiero Unico che non ammette voci dissenzienti. E dunque riprenderò in altri momenti il discorso. Aggiungo soltanto che quanto più questi signori insistono nell'imporre proprio a me la Loro Memoria, tanto più sento imperioroso il bisogno di scavare nella mia Memoria occultata da 150 di unificazione italiana. Penso al fenomeno bollato nei libri ufficiali di storia, degli storici ufficiali di regime, bollato come “Brigantaggio”. Son certo che indagando in quei remoti fatti di 150 anni fa possono trovare la spiegazione di oltre 150 di sofferenza, angherie, discriminazione, sterminio fisico e culturale della mia gente, dico della “mia” gente, che non ha mai avuto nulla a che fare - nel bene o nel male - con la gente alla quale mi si vuole a forza assimilare, e così i miei figli ed i figli dei miei figli.

Detto fatto. Ho comprato il libro della Lowenthal e devo dire che mi è dispiaciuto aver speso quei soldi. Nello stesso scaffale di Feltrinelli ho però visto anche un libro di Shlomo Sand, di cui avevo già letto il celeberrimo “Come fu inventato il popolo ebraico” e non avevo sentito parlare del recente “Come ho smesso di essere ebreo”. Avendo a suo tempo letto con molto interesse e profitto il primo libro di Sand, non ho esitato ha comprare quest’altro del quale non mi era giunta la pubblicità, come per quello della Lowenthal. Il libro di Sand costa di più ma non mi è dispiaciuto aver speso i soldi per acquistarlo.  Suppongo che tratti il tema della “identità ebraica”, sulla quale è ormai per me definitivo il libro di Gilad Atzmon, di cui mi onoro di essere “amico” e con il quale mi trovo in perfetta comunione di idee. Atzmon è un ebreo nato in Israele, da cui è fuggito riconoscendo quella terra come appartenente ai palestinesi e non agli immigrati ebrei come suo nonno, che era un “terrorista” dell'Irgun e un convinto sionista.
Questo della “identità ebraica” è un tema quanto mai spinoso, difficile e rischioso da trattare, meglio non parlarne. La gente comune pensa agli “ebrei” per quanto se ne diceva nei Vangeli, ossia un fatto legato alla religione. Ma qui di religioso non vi è proprio nulla. E non mi addentro: rinvio a quanto ho già citato. Con una ulteriore e finale considerazione. Se io dico di essere calabrese, genovese, esquimese... È una fatto privato che riguarda soltanto la mia persona e non pesa in nessun modo sugli altri, che in genere rispettano la mia appartenza dichiarata come io rispetto la loro. Nel caso di specie non è la stessa cosa. Un “identità esagitata” invade e terrorizza l'identità altrui, ahimé con il supporto di una normazione legislativa, prodotta da una stessa Lobby che non si può neppure nominare. In questi giorni i media riportano due fatti di cronaca riguardanti entrambi gli ebrei e sulla cui tempistica nutro forti sospetti: uno, in particolare. per una faccenda di tre teste di... maiale, recapitati a tre diversi recapiti simbolici, di cui uno è l’Ambasciata israeliana in Roma. I fatti sono riportato in modo che io non commento. Ma credo che nessuno o quasi sappia che negli anni del primo dopoguerra fu recapitato ben altro pacco, con ben altro contenuto alla sede romana dell’Ambasciata britannica. Si trattava di un attentato ad opera dei “terroristi dell’Irgun” che squarciarono terribilmente l'edificio dell’Ambasciata. Poiché tanto si parla di Memoria sarebbe forse il caso di andare a recuperare quella Memoria, le cui foto si trovano in internet, che ai fini di questa verità occultata è come dice Papa Francesco davvero «un dono di dio».

sabato 25 gennaio 2014

L’«antifascismo fascista» della PD Amati, di Giovanardi e Malan, approda in Senato.

Ero seduto per terra accanto a Giovanardi e Malan, che erano venuti a manifestare per la "libertà di pensiero” messa in pericolo dai tentativi di sconvolgere il matrimonio e la famiglia come l'abbiamo sempre conosciuta, fondata sull'unione di uomo e donna e sulla filiazione. I “cattolici” non si sentono ormai abbastanza forti per appellarsi semplicemente ai valori che hanno professato nel corso dei secoli e che abbiamo appreso nei corsi di catechismo. Con tutta la cautela che è necessario avere sempre con queste persone mi ero avvicinato al biondino Galan, per chiedergli sommessamente se non riteneva di essere in contraddizione flagrante nel farsi paladino della “libertà di pensiero” (proprio lui!) nel contrasto alle leggi sul matrimonio omosessuale e nell'essere stato firmatario del ddl Amati, che vuol punire con pesanti anni di carcere (e poi pretendono di svuotare le carceri che riempiono in questo modo, per questi “reati”) per delle questioni meramente storiografiche, ogni anno sempre più remote, di cui è giusto che si occupino gli storici e gli addetti ai lavori.
Provocatoriamente, gli ho chiesto di fronte a tanta sicumera e certezza se per caso era presente agli eventi del 1943-45, per esserne così certo. Ha risposto di sì, che era presente, pur non essendo ancora nato, come tutti quei sopravvissuti, a migliaia, di cui si è letto nei media, ma non troppo, i quali “sopravvissuti” erano nati dopo il 1945, ma percepivano una pensione o indennità dal governo tedesco, per essere “sopravvissuti” ai campi di concentramento. Una "truffa” alla quale non mi pare che il governo tedesco abbia adeguatamente reagito. Poiché non voglio essere inesatto chiedo ai miei Cinque Lettori di andare a pescare il fatto di cronaca e di correggere ogni mia inesattezza. Qui mi preme di sviluppare, anzi no abbozzare, un ragionamento sui principi e sulla spiegazione che si possa dare di comportamenti così insensati, illogici, irrazionali, per davvero irritanti.

In realtà, sia Giovanardi sia Malan provengono ch'io sappia dal sottobosco cattolico, da dove attingono i loro voti. E quindi erano presenti alla manifestazione (con il bavaglio in bocca) solo per salvare i loro voti cattolici, ma non senza strizzare l'occhio al mondo ebraico, della cui natura molto vi sarebbe da discutere, se ce lo consentissero: si tratta di una "religione” o di un “popolo”? Non mi addentro nella spinosa questione, ma spero mi si consenta di dire che io riconosco carattaere religioso agli sparuti gruppi di "Neturei Karta” e non più alle varie “comunità ebraica” dislocate anche nel nostro paese e le cui preoccupazioni sono direi tutte di natura "politica” e per nulla religiosa. En passant, in un punto che mi riservo di verificare, dando poi puntuale citazione o rettifica – scrivendo ora a memoria – osservo come taluni gruppi religiosi citati, di Neturei Karta o affini, ebbero a sostenere che la Shoah vi è effettivamente stata, ma si trattata di una giusta punizione per le “colpe” di cui gli ebrei si erano macchiati. Qui non si tratta più di “negazionismo” – termine che io ho già più volte definito come estraneo alla scienza storica e partorito per finalità diffamatorie e “delatorie” – ma di un ben diverso “affermazionismo”, dove si afferma che è stata una cosa “giusta” e voluta da Dio. Ebbene, in questi casi cosa verrà a prevedere la legge?

Poiché anche io sono stato vittima di tanta follia liberticida, colgo occasione per dire che in quanto filososo non mi sconvolge o interessa tanto il Se ma il Perché del Fatto in questione. Ricordo ancora il libro arcinoto di Norman G. Finkelstein, dove non si indaga sulla questione storiografica ma si constata l'esistenza di una «Industria dell’Olocausto», dove i vantaggi perseguiti non sono solo di natura economica, ma forse ancor più di natura politica e geopolitica. E qui mi avvio ad una prima conclusione, per poi seguire nei prossimi giorni il dibattito che certamente si andrà a sollevare, non so con quale risultato: la Lobby è potente e ne vediamo qui la sua manifestazione. Lor Signori escono allo scoperto e non sfuggiranno alla nostra attenzione come fu al tempo della legge Mancino-Taradash-Modigliani, quando ad altre faccende eravamo personalmente affaccendati, allo stesso modo di tutti gli italiani, parte dei quali sono in carcere per quella legge altamente ipocrita che pretende di sanzionare l‘«odio», quando la legge stessa è prodotta dall'Odio e da una infinita Ipocrisia, contro le quali a nulla valgono le parole di Cristo contro quelli che vanno a raccogliere i loro voti in Sacrestia e in Sinagoga.

Sui famosi Giudici di Norimberga ricordo la faccenda di Katyn, cioè lo sterminio di tutti gli ufficiali polacchi attribuito ai tedeschi e poi finalmente riconosciuto come opera dei sovietici di Stalin. Non credo che si riflettuto a dovere sul valore dei giudici del Tribunale di Norimberga, che tutto perseguivano meno che la giustizia, l'umanità, la pietà, la pace. Ma vieniamo al perché dell'espessione «antifascismo fascista».

I movimenti partigiani che aggregandosi agli Alleati Invasori avevano finalmente abbattuto l'«odiato» fascismo e nazismo cosa volevano? Chiaramente, volevano il governo dei paesi dove erano sparute minoranze, dedite per lo più a fare attentati terroristici e propaganda denigratoria dall'estero, per lo più dalla Francia. Sulle leggi razziali del 1938 in Italia è uscito postumo un libro di 700 pagine, fitto di nomi, documenti, date, un libro di Alberto B. Mariantoni, dove si legge che nella guerra civile spagnola - detta dai cattolici spagnoli “cruzada”– la componente ebraica arrivava secondo taluni stime al 25 % di quanti erano schierati dal fonte contrapposto a quello dei legionari italiani e fascisti che combattevano in Spagna. Fu questo fatto e nessun altro a far rivedere al fascismo la legislazione assai benevola che avevano sempre avuto verso gli ebrei italiani, che erano anche largamente fascisti.

Finita la guerra ed avuto servito il potere dagli Alleati, i signori Partigiani dovevano delegittimare al massimo il governo abbattuto con le armi straniere per poter legittimare se stessi. Ho appreso casualmente che la famosa canzone “bella ciao” è di origine ebraica. Quale migliore occasione che l'attribuire tutte le nefandezze possibili e immaginabili, non importa se vere o false, tanto verranno “vere” per legge, al regime abbattuto, nelle cui poltrone rimaste vuote ci si sarebbe andati ad insediare? Ci sono gli ebrei che hanno la Shoah da far valere? Benissimo, ottima occasione per prendere a prestito un capo di imputazione fornito da un Terzo. Il ragionamento mi sembra chiaramente enunciato, anche se resta tutto da articolare. Vi è stata una oggettiva convergenza di interessi che ha caratterizzato tutta la cultura dal dopoguerra ad oggi e che io definisco con un termine sintetico: «antifascismo fascista», che è una traduzione concettuale, non linguistica o grammatica, di un concetto analogo elaborato dal mio “amico” Gilad Atzmon, quando parla e descrive l’«antisionismo sionista» in un libro che getta finalmente luce sulla natura della “identità ebraica”.

Non so come finirà la legge in Senato e chi prevarrà e quali saranno le forze in campo, quanto vi sarà di buona fede e quanta di malafede. Poiché anche io sono stato parte in causa, avendo dovuto sostenere un procedimento amministrato per “sospetto negazionismo” ed essendo in causa con il quotidiano che aveva architettato la manovra, ribadisco ancora una volta che il mio mestiere non è quello dello “storico” che si occupa professionalmente di “campi di concentramento” (con annessi e connessi) ma del “filosofo del diritto” che ha giusto titolo per interessarsi della “libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento”, un bene prezioso che appartiene a tutti i cittadini e che proprio in Senato sta per essere cancellato.

(testo in bozza, da correggere e rivedere)

domenica 19 gennaio 2014

L’«onore» e la «dignità» di Hollande.

Un caprone? Un ...?
I miei cinque Lettori si saranno chiesti le ragioni del mio lungo silenzio su questo blog. È presto detto. La lingua italiana è per me diventata un fattore limitativo e frustrante. Cerco di imparare quante più lingue possibili, anche estinte come il sanscrito, ad esempio. Possono seguire i mei sforzi nella serie dei miei blog linguistici, forse a loro stessi utili se sono alle prese con qualche lingua straniera, necessaria da apprendere se sono in procinto di emigrare da questo paese allo sfacelo. Fatta questa breve premessa, la mente mia si sta soffermando su alcuni fatti nazionali e internazionali sui quali molto si diffondono i media, ma come sempre senza essere capaci di produrre nessuna seria riflessione. Ed anzi, al contrario, producendo maggiore ottundimento nella massa dei lettori e dei telespettatori di cui è stato dato loro il governo e l'appalto. Non occorre mai perdere di vista la frase di John Pilger che ho sentito in un Forum londinese sulla natura dell'informazione. Quale questa natura? «L’informazione è una emanazione del Potere», ma ho scoperto che non è tanto Pilger a dire ciò quanto invece piuttosto una sotta citazione che riconduce al filosofo dell'antichità Plotino sul quale mi riservo di ritornare in uno dei miei blog filosofici.

 Dieudonné: ganno paura di lui!
Ma veniamo al tema. Scrivo sempre di getto, esponendomi a chi critica la mia scarsa conoscenza della lingua italiana, e sempre mi rivolgo ai miei Cinque Lettori, che erano Quattro fino a quando se ne è aggiunto un Quinto che ha chiesto di far parte del ristretto Gruppo, quasi un Seminario. Avverto che vado qui abbozzando un discorso che non potrei terminare in una sola seduta di scrivania. Mi ritengo soddisfatto se viene raccolta l'idea di quanto propongo alla riflessione di chi legge, un'idea che poi potrà sviluppare lui stesso. Partiamo dal comico francese Dieudonné contro il quale è stata orchestrata una vera e propria guerra, mediatica e poliziesca, per farlo tacere, per chiudergli la bocca, per non fargli fare i suoi spettacoli che avevano un vastissimo pubblico pagante. Con tutto il rispetto: non i miei Cinque Lettori da cui non lucro certo il mio sostentamento, ma un pubblico pagante biglietti dal costo stratosferico, quasi un motore per l'economia e l'occupazione. Ecco una prima riflessione, ancora in limine rispetto a quanto verrò a dire più avanti. Quando si impedisce a qualcuno di parlare, o meglio di esprimere un contenuto che è una sua creazione originale dal punto di vista artistico, storico, scientifico, filosofico (non stiamo parlando di gossip!), non si fa tanto un torto a lui quanto al suo pubblico potenziale o reale. Se Galileo, Copernico, Bruno hanno una verità alla quale sono giunti, questa Verità che li illumina resta sempre in loro, nella loro testa. L'utilità o il danno sta tutto dalla parte di chi sarebbe destinato a credere ancora che il Sole gira intorno alla Terra e non viceversa, se vuol dare credito agli Hollande, agli Alfano, ai Flick secondo cui si verrebbe a ledere la «dignità» e l’«onore» dei «morti» che per oltre mille anni hanno dato credito alla visione tolemaica dell'Universo. Insomma, non si tratta del diritto di parlare ed esprimersi da parte di chi ha qualcosa da dire quanto del diritto di poter ascoltare di chi vuole starlo a sentire, salvo poi giudicare autonomamente con la propria testa ciò che si sente. Non è un Diedonné ad essere colpito, ma tutti noi che veniamo privati della libertà e del diritto di poterlo ascoltare.

È un mentitore in Parlamento?
E perché mai si vuol chiudere la bocca ad un “comico”? I potenti hanno stuoli di consiglieri al loro servizio, giacché vogliono dare ad intendere alle masse mediatizzate che ciò fanno è sempre secondo diritto, giustizia, verità, e appunto “onore” e “dignità”. Come già con Faurisson – nella “civilissima” Francia, un tempo patria dei diritti e dello Stato moderno sorto dalla Rivoluzione francese – non ebbero a trovare di meglio che il principio della Verità di Stato per confutare una persona che usciva assolto dai tribunali davanti ai quali veniva portato da una minoranza che si è impadronita di ogni potere ed opprime la totalità dei popoli europei, ora anche con il comico Dieudonné si escogita la lesione alla «dignità» e l’«onore» non di una singola persona vivente, ma di una totalità indistinta di persone, defunta da oltre mezzo secolo. Non è la prima volta che sento questa argomentazione della «dignità» e dell’«onore» dei «morti della Shoa» per giungere poi alla introduzione delle leggi che hanno già prodotto nella sola Germania migliaia e migliaia (200.000? o quante?) ree di avere delle opinioni, di avere scritto dei libri, financo di averli letti e prestati. Ricordo un discorso dell'allora ministro della giustizia Alfano, che si pronunciava negli stessi termini davanti ad una ristrettissima Comunità, ricordo in un seminario al palazzo di Giustizia S. E. Flick che si pronunciava negli stessi termini. Non escludo altri casi, ma questi sono quelli da me uditi e purtroppo non registrati, per cui devo affidarmi alla memoria ed al rischio di inesattezze.

Un “pizzicotto»?
La faccenda dell'«onore» e della «dignità» mi riguarda personalmente perché è sulla base di una siffatta norma, di epoca fascista, che sono stato deferito dal mio Rettore al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, venendo assolto con formula piena. Il regolamento degli impiegato della stato dice che chi ricopre una funzione pubblica, un pubblico impiego, deve farlo con “dignità” ed “onore”, naturalmente in vita e non da morto. La norma si riferisce a persone viventi, no a persone che sono morte, e si riferisce ai soggetti attivi che sarebbero venute meno all'obbligo dell'«onore» e della «dignità». Non si riferisce certamente alle loro vittime. Non – ad es. – alla “dignità” e all’«onore» di quella studentessa (maggiorenne) che subì dei pizzicotti nel sedere da parte di un professore universitario che fu per questo deferito alla stesse sede disciplinare dove mi ha preceduto e dove io ho potuto facilmente dimostrare di non aver mai dato “pizzicotti” alle studentesse in tanti anni di “onorato” servizio. Aiutato da amici avvocati e giuristi, ho potuto difendermi dall'addebito fattomi dal rettore  Frati, sollecitato dai Potenti,  dicendo che la norma in questione sanziona una condotta disdicevole (“pizzicotti” e quanto altro), ma non l'espressione di un pensiero che è tutelato dalla Costituzione, in pratica una carta che viene rivoltata come si vuole da chi concretamente gestisce il potere e ha le leve del comando in tutte le sue casematte. Essendomi dunque familiare la norma sulla “dignità e l'onore”, mi ha non poco sorpreso di vederla ribaltata dai “vivi” ai “morti”, dall'autore del reato presunto alle sue vittime pure presunte, dal piano strettamente personale (il concreto professore che dà un “pizzicotto sul sedere” ad una concreta studentessa) al piano generico ed indistinto di una pluralità di vittime, peraltro ignare del torto che verrebbe loro fatto non finché sono in vita, ma a 70 anni ed oltre dalla loro morte. Cose da pazzi! Neppure da processo alle streghe, dove vi era per lo meno il principio della attualità della lesione penale e della compresenza di parte offesa dal “reato” e del suo autore. È ormai ammesso in sede filosofica (Chomsky, ed altri) che non si può più parlare di esistenza del diritto internazionale. Grazie, ad Israele, è ormai stato condotto a termine la distruzione del diritto internazionale. Ma qui stiamo assistendo anche alla distruzione del diritto interno, praticamente alla mercé di Lobbies che possono dettare tutte le leggi che tornano loro comodo.

Luigi Pirandello
Non ho finito, anche se mi preme di giungere alla conclusione di questa bozza, rinviando ad altri momenti ulteriori sviluppi ed affinamenti del concetto, che non ho ancora espresso nella parte che mi sembra più significativa. Attenzione, per favore! Quando sentiamo parlare di “onore” e di “dignità” cosa intendiamo propriamente? Una qualità intrinseca della persona, del concreto individuo, o non piuttosto un concetto relazionale pertinente ad uno status sociale o a una funzione pubblica? È la stessa cosa che dire di un concreto individuo (lasciamo perdere la “persona” che è pure un concetto tecnico) che è “buono” o “cattivo”, “bello” o “brutto”? Nell’ancien règime avevano “dignità” e “onore” il Clero e la Nobiltà e non ne aveva alcuna il Terzo Stato. L’«Onore» era il principio costitutivo della Nobiltà in quanto ordine sociale. Insomma, “onore” e “dignità” non possono essere disgiunti da una funzione pubblica e da una relazione sociale da parte di chi ricopre una carica. Il “delitto d'onore” del marito tradito che uccide la moglie per non sentirsi dire “cornuto” nella piazza del paese è stato depennato dal nostro codice penale, se non erro. Ricordo in proposito un'opera di Pirandello, dove il marito ben sapeva che mentre lui era assente la moglie lo tradiva in casa sua. Lo sapeva e non gliene importava nulla. Solo che tornando verso casa, sentì la vicina gridare presentendo cià che avrebbe scoperto entrando in casa. E fu così, per una costrizione sociale, che l'uomo si trovò costretto ad uccidere, per difendere il suo “onore”.

Il valore dei sondaggi
Sono stanco, mi preme tornare ai miei blog linguistici ed altro, mi avvio alla conclusione provvisoria. Il signor Hollande che è presidente della Repubblica Francese ha un qualche “onore” e una qualche “dignità” mettendo le “corna” a una sua “compagna” che non è manco la sua “legittima” moglie ma che siede pure essa all’Eliseo, come Prima Donna di Francia? Curioso come gli stessa media riportavano pochi giorni prima una pauroso calo nei “sondaggi” di Hollande come leader politico, ma poi gli stessi media riferiscono di altri “sondaggi” dove sempre questi fantomatici francesi sarebbero favorevoli al 75 % per la privacy della questione di corna: un esempio di quel che valgono i “sondaggi”, dove il giorno prima si chiede se è giusto o non è giusto ammazzare la propria madre ed il giorno si chiede ancora se è meglio ammazzarlo con il veleno o con un coltello.  Un Alfano che probabilmente ha mentito al Parlamento sull'affare kazako, dove manca di “dignità” sia che “sapesse” sia - peggio ancora – che “non” sapesse? E potrei continuare, se non avessi fretta di concludere. Questi uomini che in modo così plateale, aperto e sfacciato non hanno “onore” e “dignità” come possono pretendere di parlare loro di «dignità» ed «onore», quando non hanno la minima consapevolezza di ciò che esso sia? È come se i ciechi volessero parlare di colori ed i sordi di melodie. Di certo possiedono in sommo grado una qualità in ludo indubbia: la Spudoratezza, l'assoluta mancanza di Pudore.

[a dopo la correzione dei refusi]

venerdì 3 gennaio 2014

I Sette Punti per l'Europa del Movimento Cinque Stelle

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Anche se il Blog di Beppe Grillo non ha bisogno di ulteriore pubblicità, diamo qui come “Societas Civium Libertas” e il post di presentazione del Volantino sui Sette Punti che andranno ad informare la campagna elettorale delle prossime europee e il volantino stesso, con l'invito ai nostri Lettori di discuterlo e farlo discutere. Si accoglie quindi l'invito a dare diffusione a questo e altri volantini che ancora uscirano nel sito ufficiale - unico esistente - del Movimento Cinque Stelle. A scanso di equivoci, prodotti magari ad arte da malintenzionati, si dichiara che questo blog NON RAPPRESENTA il Movimento Cinque Stelle, che in senso proprio NON è rappresentabile esserndo il Movimento una forma embrionale di “democrazia diretta”, dove “uno vale uno” e soltanto “uno”. A nessuno è concesso di rappresentare “più di uno”. L’equivoco su questo concetto è assai frequente perché giornalisti e politici non riescono proprio a uscire fuori dallo schema mentale della “rappresentanza politica”. In senso proprio, appena chiarito, neppure Beppe può dirsi un “rappresentante”, ma come egli dice è solo il “garante” di un Movimento che era nelle cose e che forse prescinde dalla persona del suo Fondatore. Al tempo stesso va detto che ex art. 49 Grillo stesso non avrebbe neppure il diritto lui di precludere l'iscrizione al cittadino che volesse iscriversi al Movimento Cinque Stelle in luogo di un qualunque altro partito politico. Non sembra fuori di luogo questa precisazione perché mi sono personalmente imbattuto nella “bestialità” giuridica di una “giornalista” del quotidiano “La Repubblica” che voleva cancellare il mio diritto costituzionale di iscrivermi a qualsiasi partito politico io voglia, incluso il Movimento Cinque Stelle. Malgrado l'attacco di Repubblica la mia domanda di iscrizione al Movimento è stata accolta e nessuna obiezione ad oggi mi è stata fatta da parte dello Staff. Non ho mai avuto fino ad oggi l'onore di conferire personalmente con Beppe Grillo o Roberto Casaleggio, ma se ciò mai sarà sarò lieto di illustrare il mio contenzioso giudiziario con Repubblica, ove il tema venga ritenuto di un qualche interesse e meritevole di attenzione.

CIVIUM LIBERTAS

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Cliccare per ingrandire
L'Europa. Cosa sa un italiano dell'Europa, della UE, della BCE, a parte i luoghi comuni? Ci sono degli europarlamentari italiani a Bruxelles? Certo, tra cui Mastella, ma nessuno sa cosa fanno, di cosa si occupano. Neppure chi sono. L'europarlamento è come un Grand Hotel in cui si alloggia fino alla prima opportunità elettorale in Italia, come successe per D'Alema, o un sontuoso cimitero degli elefanti di politici trombati e di seconde file. La comunicazione dei lavori europarlamentari è del tutto assente. Alzi la mano chi può tracciare un bilancio minimo dei lavori dello scorso anno. Non si discute mai di Europa, ma solo di euro che dovrebbe rappresentare l'economia europea nel suo insieme, ma che ormai non rappresenta più nulla. L'Europa è un comodo alibi. "Ce lo chiede l'Europa" è un mantra per coprire qualunque stronzata, dal Fiscal Compact al pareggio di bilancio in Costituzione. Chi è questa Europa, mitica e lontana, che ci invia i suoi messaggi per bocca di Napolitano e della coppietta di pappagalli Capitan Findus Letta e Renzie? Fuori un nome. Chi decide cosa e perché sulle nostre teste? Siamo in preda a un'allucinazione collettiva che ha trasfigurato una banca centrale europea e la burocrazia in un ideale di Europa che non esiste. Governati a livello nazionale da banchieri e burocrati che usano primi ministri come portaborse e camerieri. Le decisioni prese in Europa hanno effetti devastanti sul futuro delle prossime generazioni, nel bene così come nel male, ma nessun cittadino europeo può interferire, spesso non ne è neppure a conoscenza. L'Europa sarà politica o non sarà. Sarà partecipativa o non sarà. L'Europa non è un frullatore di nazionalità per renderle omogenee. Questo è un disegno destinato al fallimento. Un esercizio impossibile. Non siamo gli Stati Uniti d'America con popolazioni eterogenee in cerca di una nuova Patria, ma popoli con tradizioni e civiltà millenarie. Quest'Europa così invocata e così assente si è trasformata in una moderna dittatura che usa i cerimoniali democratici per legittimare sé stessa. Il MoVimento 5 Stelle entrerà in Europa per cambiarla, renderla democratica, trasparente, con decisioni condivise a livello referendario. Oggi la UE è un Club Med infestato dalle lobby. Il manifesto del M5S per le elezioni europee è di sette punti. Nelle prossime settimane ne illustreremo i motivi. In Europa per l'Italia, con il M5S!

Stampate, inviate, diffondete i "7 Punti per l'Europa".
Fonte: Beppe Grillo

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Il “funzionarismo”: cosa è in una scheda illustrativa dell'ultimo libro di Teodoro Klitsche de la Grange

IL “FUNZIONARISMO”:
UNA SCHEDA DI SINTESI

Il saggio s’interroga sul perché un termine della lingua italiana”funzionarismo” usato nella prima metà del secolo scorso da autorevoli politici e intellettuali (da Salandra a Santangelo Spoto, da Gramsci a don Sturzo, da Giustino Fortunato a Prezzolini e De Gasperi) sia oggi così “desueto” da non essere neppure citato nei dizionari italiani, sia su carta che in rete, e neppure nella Treccani.

Parte del saggio è occupato quindi dal “contenuto di senso” da dare alla parola. Il risultato è che il “funzionarismo” è usato soprattutto in due sensi: a) per designare l’aumento del potere burocratico e b) la rappresentazione che dell’universo (e dello Stato) “a misura di burocrate” da la stessa burocrazia. Ossia denota la Weltanshauung “funzionariale”, con un significato quasi sempre dispregiativo.

Diversamente dal periodo di tempo in cui il termine era impiegato le critiche rivolte al potere burocratico erano dalla rivoluzione francese fino nella prima metà del secolo scorso, ad “ampio spettro”, mentre oggi no. Sia Max Weber che Gramsci e Fortunato (ed altri) sottolineavano l’incompatibilità/opposizione della burocrazia e della relativa weltanschauug, a: a) la politica b) l’assetto istituzionale, in particolare, dello Stato borghese c) la democrazia, d) la libertà politica e sociale, e) la libertà economica. Come scriveva Gramsci, valutando correttamente il carattere della burocrazia come “corpo estraneo” ai principi dello Stato liberale “tutta l’ideologia liberale, con le sue forze e le sue debolezze, può essere racchiusa nel principio della divisione dei poteri, e appare quale sia la fonte fonte della debolezza del liberalismo: è la burocrazia, cioè la cristallizzazione del personale dirigente, che esercita il potere coercitivo e che a un certo punto diventa casta”.

Questo perché, fin dalle prime enunciazioni dei principi e dell’ethos dello Stato borghese (v. il Federalista, i discorsi – citati nel saggio - di Robespierre e Saint-Just ecc. ecc.) la burocrazia è stata vista in contrasto con il nuovo Stato e quindi da “tenere al guinzaglio”. La sintesi delle critiche al potere burocratico più profonda e “potente” l’ha data (il giovane) Marx (nella “Critica alla filosofia del diritto pubblico di Hegel”), con un “pezzo” (anch’esso dimenticato) che sta alla pari, per efficacia e perspicuità, all’ “elogio del capitalismo” nelle prime pagine del “Manifesto”.

Dalla seconda metà del secolo scorso (mentre andava smarrita la parola) le critiche alla burocrazia sono prevalentemente economiche: più attente e approfondite, tuttavia sono per ampiezza argomentativa e “potenza” critica una frazione soltanto di quanto elaborato nei due secoli precedenti.

Il tutto è analizzato, anche in relazione all’ordinamento attuale, tenuto conto dell’enorme aumento del potere burocratico anche nella seconda metà del XX secolo e delle ideologie e dottrine che più gli si addicono e che tendono a “coprirlo” o comunque a irrobustirlo. E considerando anche la prassi interpretativa “funzionarista” della Costituzione, onde precetti rilevantissimi (come l’art. 28 o il 97 – ad esempio) hanno avuto interpretazioni corrive e, soprattutto, applicazione rara e “fiacca”; e le “garanzie” istituzionali della burocrazia fatte prevalere anche sulla garanzia dei diritti fondamentali. Contrariamente al carattere di principio costituzionale – e della forma di governo – della tutela dei diritti fondamentali.

L’analisi del carattere spesso dissolutorio dell’istituzione rivestito dalla burocrazia è ricordato con riferimento alla decadenza dell’impero romano, e all’esistenza del “doppio circuito” di governo come scrive l’autore, tipico di ogni regime: il circuito che va dal vertice governativo ai cives (e viceversa); e quelli che lega il vertice politico  all’aiutantato, termine che si deve a Gianfranco Miglio, al concetto del quale l’illustre studioso riconduceva anche la burocrazia. Circuiti che devono stare in equilibrio: ma se il vertice si squilibra in favore dell’ “aiutantato” (e quindi della burocrazia) quasi sempre perde il consenso dei cittadini. E decade, e infine crolla, come l’Impero romano d’occidente.

giovedì 2 gennaio 2014

Sulle ”leggi razziali” del 1938 due libri a confronto. La tesi demonologica e la pista sionista per spiegare ciò che non si vuole spiegare.

Ahimé ho trascurato i miei Cinque Lettori, ai quali auguro un Buon Anno, malgrado la tristezza della situazione politica che ci attanaglia tutti quanti. Se si spotano nei miei blog linguistici possono vedere che ho lavorato al loro aggiornamento e se sono interessati allo studio delle lingue possono perfino trovare interessante ed a loro direttamente utili la nuovo sistemazione ed il lavoro che sto facendo in quei blog.  Perché questo furore di passare ad altra lingua? Sento stretta la lingua italiana allo stesso modo in cui da ragazzo mi spostavo dalla Calabria in una grande città dove si parlava abitualmente l'italiano ed io parlavo correntemente il solo dialetto calabrese. Adesso provo lo stesso disagio con la lingua italiano ed eccomi a studiare lingue come l'arabo o il russo... Ma non divaghiamo! Qui siamo in “Civium Libertas”. Di certo viviamo il momento peggiore dal dopoguerra ad oggi. Prima non possiamo tanto sapere come stessero le cose, perché di quei tempi in cui vissero i nostri genitori e i nostri nonni o bisnonni non ci è concesso avere scienza che non sia demonologica. In pratica nelle scuole e nei media ci vogliono far credere che i nostri "padri” furono tutti dei gran mascalzoni che dobbiamo rinnegare e dei quali ci dobbiamo vergognare. Se due più due fa quattro, questa è la somma che dobbiamo tirare, a voler dar credito a chi si arrogare il diritto di “educarci” con un nuovo “olio di ricino”, questa volta “democratico” e “antifascista”.

Fatto questa breve premessa, ed evitando assai lunghi discorsi peraltro inutili e tediosi, i libri di cui ho avviato la lettura, della cui ultimazione dalla prima all'ultima pagina mi riservo tutto il comodo, sono due assai diversi, usciti contemporaneamente e reciprocamente ignorantesi: nessuno fa menzione dell'altro ed ognuno prosegue per la sua strada che è diversa e opposto. Io non sono affatto neutrale e fra l'uno e l'altro so giudicare chi dice il vero e chi il falso. Io stesso ho subito una infame campagna di stampa per avere semplicemente detto che per quanto riguardo il passato, anche quello delle "leggi razziali” sui quali oggi il regime antifascista esercita una sua retorica in nulla inferiore a quella del passato regime fascista, bisognava essere liberi di poterlo studiare e pensare liberamente con la propria testa senza i paraocchi ideologici e demonologici. Se il passato regime, intendo quello fascista, era come si dice e si insegna caratterizzato da illiberalità e divieto di dire la propria, io non trovo che oggi le condizioni della libertà di pensiero e di libera espressione delle proprie opinioni sia di gran lunga migliore. Nessuno mi ha dato il conforto di una smentita le numerose volte in cui ho dato la stima di 200.000 procedimenti penali in Germania, dal 1994 ad oggi, per meri reati di opinione. Si è perfino additato il modello tedesco come esempio di paese civile a cui uniformarsi, per stare dietro a questo benedetta Europa che ci sta uccidendo e privando di ogni libertà, di ogni briciolo di indipendenza e sovranità.

(segue)

martedì 10 dicembre 2013

Teodoro Klitsche de la Grange: «La legalité nous tue 2»


LA LEGALITÉ NOUS TUE 2

La sentenza della Corte Costituzionale  sul Porcellum è stata accolta da un coro di commenti: alcuni preoccupati, altri (molti) orientati all’immediato e al contingente (convalidiamo i deputati eletti col premio di maggioranza annullato? il Governo che fine farà?); quasi tutti quelli che ho potuto leggere, tra tecnicismi legalitari, hanno sostenuto che la legge elettorale defunta era un insulto alla democrazia ( o almeno lo erano le norme annullate).

É chiara la crisi che si è prodotta e i tentativi di esorcizzarla, spesso facendo giochi di parole o richiamando l’autorità di giuristi di palazzo; ad esempio il Presidente Napolitano ha affermato che le camere sono legittime: sul che siamo in gran parte d’accordo, ma a patto di non credere come si fa equivocando sulle parole, che queste camere siano legali. Non lo sono perché è stata annullata dalla Corte la legge che ne regolava l’elezione. Se lo stesso fosse capitato (anche per mero errore del procedimento elettorale e così via) ad un’elezione comunale gli eletti sarebbero stati mandati a casa e nominato un commissario. Anche per le Regioni il potere di scioglimento – pur se la formulazione dell’art. 126 della Costituzione è restrittiva - il Commissario sarebbe (probabilmente) arrivato. E con esso elezioni a breve. Ciò stante se si da a quell’aggettivo “legittimo” il senso classico nel pensiero e nella dottrina politica indubbiamente queste camere sono illegali ma comunque più legittime (o meno illegittime) di molti poteri che aspirano a governare (e molto spesso ci riescono). E quindi è tutto sommato meglio, nonostante la loro non legalità, tenersele (1).

Data la novità della questione cui si può adattare il “res dura et regni novitas” di Didone, i problemi che pone, sia costituzionali che di teoria della Costituzione sono diversi. Ne esponiamo quelli che, a nostro avviso, sono i più importanti.

Il primo: è sicuro che questa legalità costituzionale, della Costituzione del dopoguerra, riesce a “funzionare” solo al prezzo d’essere violata, e proprio la Corte Costituzionale ce  l’ha confermato: non tanto con la sentenza – non ancora pubblicata -, quanto col comunicato che ne ha accompagnato il dispositivo. Infatti ad applicare i principi generali del diritto – nel caso, il principio c.d. della nullità derivata – il Parlamento eletto col Porcellum annullato è un organo illegale: ma parimenti  illegali sono il Presidente della Repubblica, eletto (la seconda volta) proprio da quelle camere, e il Governo Letta, che dalle stesse ha ottenuto la fiducia. Ma la Corte non ha tenuto conto delle conseguenze giuridiche della sentenza, e ha scritto nel comunicato che “ resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali”.

Quindi un Parlamento eletto con norme incostituzionali (pertanto, ad applicare  coerentemente certe teorie, incostituzionale) sarebbe  abilitato   a dettare le norme per la propria elezione.

A logica andiamo male: e a diritto non meglio, almeno interpretando il diritto come legge o meglio secondo il normativismo imperante. Ma bisogna capire la Corte: fatto il “buso”, tocca cucire il “tacon”. Ma chi lo può fare?

In secondo luogo, scrive Schmitt che l’eccezione è ciò che chiarisce e da un senso alle norme e, ancor più (si può aggiungere) alla situazione normale. “L’eccezione è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione” (2). Il fatto che è la prima volta che una sentenza della Corte de-legalizza il Parlamento, per cui ci troviamo nel pieno di una situazione eccezionale, mai capitata nei sessantacinque anni di vigenza di questa Costituzione. Proprio per questo è idonea a verificare in concreto il pensiero di Schmitt (e altro).

É un fatto che al contrario delle ripetute giaculatorie sul rispetto della legalità, delle ipocrisie sulle eguaglianze, di tutti gli schibboleth dei guardiani dell’attuale costituzione, questa volta la reazione è stata l’opposto.

Fino a ieri, a leggere le opinioni di molti, sembrava che il problema maggiore per la legalità repubblicana fosse la (presunta) satiriasi di Berlusconi. Non era l’euro, non la rapacità della finanza internazionale, né l’incapacità delle strutture burocratiche italiane: l’ordinamento era messo in crisi dall’eccesso di virilità del cavaliere.

Ora, c’è stato un recupero di consapevolezza e serietà. Senza, s’intende, un mea culpa sulle improbabili tesi sostenute fino a ieri. A farne le spese è stata la legalità, e  giustamente. Si sostiene che le camere sono legittime (equivocando tra legalità e legittimità); che occorre conservarle intatte ed operanti per rispetto  al “principio di continuità” dello Stato, il quale è la versione, tradotta nel linguaggio del pensiero debole, del romano salus rei publicae suprema lex. C’è un richiamo alla necessità, da tempo negletta dal costituzionalismo (vetero e neo); per cui è meglio un organo costituzionalmente illegale che niente, perché la necessità impone di rifare la legge elettorale, Il che conferma quanto sosteneva – tra gli altri – Santi Romano – che “La  necessità è fonte autonoma del diritto, superiore alla legge. Essa può implicare la materiale e assoluta impossibilità di applicare, in certe condizioni, le leggi vigenti e, in questo senso, può dirsi che  necessitas non habet legem. Può anche implicare l’imprescindibile esigenza di agire secondo nuove norme da essa determinate e, in questo senso, come dice un altro comune aforisma, la necessità fa legge. In ogni caso, salus rei publicae suprema lex”, e quindi la legalità cede alla necessità (anche ad una necessità caratterizzata dall’essere  contra-legem).

E c’è soprattutto, più o meno esternata, una preoccupazione per l’esistenza e l’azione dei massimi organi costituzionali, a due dei quali la Costituzione riconosce il carattere di rappresentanza (il terzo, cioè il governo, lo è anch’esso, anche se non denominato tale). Entrambi legalmente revocati in dubbio (e il terzo anche). Ma senza i quali uno Stato non ha esistenza ed azione politica. Il fatto che queste siano ritenute “prevalenti” sulla legalità (costituzionale) ne è la conseguenza: l’essenza della costituzione è ciò che le assicura. Ogni comunità politica organizzata ha valori, principi, norme, che variano in funzione dei tempi, del luogo, delle istituzioni (Montesquieu e de Maistre, tra gli altri): tutti diversi. Solo l’Italia in un secolo e mezzo di unità politica di “tavole dei valori” ne ha cambiate (almeno) tre. Ma nessuna sintesi politica può esistere neanche per un periodo breve se non ha un potere che l’organizzi come totalità e ne assicuri l’unità e l’agire (Hobbes ed Hegel, tra i molti). Quando quello è messo in forse, cedono e se necessario si derogano o si sospendono regole, norme  principi e “tavole di valori”. “L’esistenza dello Stato dimostra qui un’indubbia superiorità sulla validità della norma giuridica”. Come le reazioni “a caldo” alla sentenza hanno provato.

Anche i “principi” non sono intesi più come, fino a pochi giorni fa, nella dottrina ufficiale. Erano principi di “giustizia” regolativi dei conflitti tra norme e valori di cui la Costituzione serve a garantire la coesistenza (pacifica) e quindi la composizione dei conflitti nel pluralismo di valori ed interessi. Ma adesso è capitato di leggere in un’intervista ad un valente costituzionalista che il principio da salvaguardare è quello della continuità della sintesi politica (a servirsi della terminologia di Miglio): considerazione ineccepibile. Il che significa (implicitamente) che questo principio prevale su quelli di “giustizia”; non foss’altro perché una comunità prima di essere giusta dev’essere almeno esistente (in senso politico). E, ancor più che mentre quelli hanno un senso normativo, questo ha come fondamento (e causa finale) l’esistente, e a questo – esclusivamente – si rapporta.

Anche il rapporto tra coercizione e norma è stato rimesso sui piedi, cioè nel senso giusto: se si intacca l’organizzazione che assicura (più o meno, nel caso dell’Italia contemporanea) l’applicazione del diritto attraverso la forza, questo viene meno, essendogli connaturale la coazione. Certo, può durare – poco – anche senza un parlamento; ancor meno senza un governo. Neppure un attimo senza potere amministrativo. E questo, prima o poi, salvo colpi di stato, segue la sorte degli altri.

Di conseguenza bene hanno fatto la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica a identificare nel Parlamento non-legale l’organo destinato a “riempire” il buco legislativo. Non serve sostenere con argomenti da causidici che questo è l’organo che ha comunque  legalmente la funzione di legiferare anche sulle norme dichiarate illegittime  dalla Corte: in questo caso, diversamente da tutti gli altri, è venuta meno proprio la legalità dell’organo.

Evidentemente per capire tutto ciò la legalità è inutile. Meglio rifarsi alla legittimità, ed è evidente che, per quanto eletto in modo illegale, il Parlamento attuale, anche se fosse un “insulto alla democrazia”, è, tra i tanti che il popolo italiano subisce frequentemente, uno dei più lievi. Nella competizione tra poteri forti, interni ed esterni, che cercano di conculcare la volontà popolare senza assumersene la responsabilità e soprattutto senza sottoporsi alla verifica del consenso elettorale, è più titolato un organo eletto malamente, che – a parte ipotesi fantapolitiche – organi, anche statali, non elettivi.

E’ un inchino che la legalità fa alla legittimità (democratica). E che conferma come, in specie nelle situazioni eccezionali, nel Gouverment de fait di Hauriou, nell’Ausnahmezustand di Schmitt, è la legittimità a farsi carico del sostegno a un potere che ricostruisca organi e condizioni costituzionali legali di esistenza ed azione politica.. Cioè l’essenza della costituzione, irriducibile a normativismi e legalità zoppe. Come diceva Odilon Barrot, La legalité nous tue; non resta che sperare nella volontà e nella necessità dell’esistenza politica.

Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE

(1) Scriveva Hauriou che i governi di fatto (cioè non legali) e i loro atti, sono conservati perché “sono meglio dell’assenza totale di governo”; questo perché il potere è cosa naturale e d’origine divina “tale è l’insegnamento della morale teologica; tale quello della saggezza  e tale quello della pratica” Prècis de droit constitutionnel, Paris 1929, pp. 32-33.

(2) E prosegue: “Un teologo protestante che ha dimostrato di quale vitale intensità può essere capace la riflessione teologica anche nel XIX secolo, ha detto: «l’eccezione spiega il generale e sé stessa. E se si vuole studiare correttamente il generale, bisogna darsi da fare solo intorno ad una reale eccezione. Essa porta alla luce tutto molto più chiaramente del generale stesso»…” Politiche teologie, trad. it. Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 41.