domenica 14 novembre 2021
Sperimentata inefficacia dei sieri genici: discussioni in facebook.
sabato 13 novembre 2021
Dubbia efficacia delle misure governative in materia di pandemia.
Rassegna webgrafica del convegno torinese sulle politiche pandemiche
Da facebook.
giovedì 4 novembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Anthony M. Esolen, Sex and the unreal city. La demolizione del pensiero occidentale, Il Timone, Milano 2021, pp. 233, € 22,00"
Come scrive
l’autore “ora, in questa nostra epoca così apparentemente illuminata, abbiamo
dichiarato che restare ancorati alla realtà sia una cosa da condannare. Perciò
non abbiamo semplicemente finito col credere in alcune falsità”, ma alla
falsità, compreso il non essere, inteso al minimo come ciò che non esiste, anzi
ciò che ragionevolmente non può esistere. La diffusione di tale credenza è
sorprendente, e contraddice la pretesa di essere, nel contempo, dei “fedeli
della ragione”. Perché credere in una cosa che non è ma addirittura non può
essere, serve solo ad illudersi o ingannare gli altri. Come scrive Dante “ti
fai grosso / col falso imaginar, sì che non vedi / ciò che vedresti, se
l’avessi scosso”. Così una volta creduto nell’irrealtà, si deve conseguentemente
svincolarsi dalla logica e dall’esperienza. Scrive Esolen: “Uno dei sintomi
dell’irrealtà è sicuramente l’incapacità di riconoscere la propria stupidità…
Tutti, in qualche maniera, siamo degli sciocchi: ci sono gli sciocchi che lo
sanno, e gli sciocchi che, non sapendolo, sono ancora più sciocchi”, scrive
l’autore descrivendo la parabola delle università americane popolate, del tipo umano
homo academicus saecularis sinister.
Nell’illudersi
un’importanza decisiva ha il linguaggio “Una delle strane caratteristiche della
Città Irreale è l’ossessione simultanea per il linguaggio e un rifiuto generale
di riconoscere a cosa serve il linguaggio”. Nomina sunt coinsequentia rerum dicevano i romani: invece oggi,
precisa l’autore “Vogliamo creder che le nostre parole possono alterare la
realtà”. Solo che questo significa creare il falso: un uomo che afferma di essere
una donna, e pretende di essere considerato e chiamato tale, continua ad essere
un uomo. D’altra parte secondo un noto detto il Parlamento inglese poteva fare
qualsiasi cosa, tranne che cambiare l’uomo in donna; tale limite non c’è per i
creatori e fedeli di certi idola,
tendenzialmente creduli nell’onnipotenza (delle parole).
Il che somiglia
assai più che a un ragionamento a un desiderio che si trasforma in obiettivo,
in un quid da realizzare. Senza però
chiedersi se sia realizzabile. Con ciò presupporrebbe una potenza (o
onnipotenza) che non è nelle disponibilità umane. Basta all’uopo constatare – a
livello macroscopico - qual è stata la
sorte del comunismo, il cui esito era la società comunista o senza classi. Già
nel giovane Marx il comunismo era indicato come la soluzione dell’enigma
irrisolto della storia. Ossia la formula per cambiare la natura umana mutando i
rapporti di produzione. L’instaurazione della società senza classi avrebbe
comportato l’estinguersi dello Stato e del politico. Solo che non c’era un
esempio nella storia che ciò si fosse verificato. I presupposti del politico,
cioè l’insopprimibilità (la costanza) del comando/obbedienza, del
pubblico/privato, dell’amico/nemico, risultavano dati in ogni comunità umana
conosciuta (l’uomo è zoon politikon).
Il resto della parabola dimostra che il comunismo realizzato (cioè il
socialismo reale) ha retto solo perché (contrariamente alle intenzioni) ha
potenziato le tre costanti. Ha creato dittature sovrane, società che hanno
quasi completamente annichilito il “privato”, ha avuto nemici (la borghesia,
ecc.) come qualsiasi altro regime politico.
Dopo poco più di
settant’anni (al massimo, per l’URSS) il tutto è finito per implosione, dato
che la stessa classe dirigente non credeva più nel sistema e della società
senza classi non si sentiva il profumo, neanche alla lontana. Il tutto può
ripetersi in utopie/illusioni che presentino caratteri analoghi: obliterare la
realtà per andare appresso all’immaginazione di essa. Cosa che, come scriveva Machiavelli,
porta alla “ruina sua”.
E causa di
quella ruina è aver creduto
all’impossibile. Cioè alla fuga dalla realtà e dalle costanti che la governano.
martedì 2 novembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Tellurici o cosmoterroristi"
Ci si interroga
sulle intenzioni dei talebani, ma senza particolare interesse al dubbio se cercheranno di esportare il conflitto
oltre l’Afghanistan ovvero di rimanere nei confini del loro Stato. La domanda
non è peregrina e coinvolge concetti, criteri e presupposti del pensiero
politico e del diritto internazionale.
Scrive Schmitt
nella “Teoria del partigiano” che il partigiano ha carattere tellurico “Tale caratteristica è
importante per definire la posizione del partigiano la quale, a prescindere da
ogni mobilità tattica, rimane
fondamentalmente difensiva; ed egli deforma la sua natura quando fa propria
un’ideologia di aggressività assoluta e tecnicizzata o vagheggia una
rivoluzione mondiale…” e aggiunge relativamente a come distinguere il
partigiano “è indispensabile fondarlo sul carattere tellurico, per rendere più
evidente nello spazio la difensiva, cioè la
limitatezza dell’ostilità e preservarla dalle pretese assolute di una giustizia
astratta”. Questo lo differenzia da altre “categorie” di combattenti
irregolari come il pirata o il corsaro, per necessità non-tellurici in quanto
operano in un altro “spazio”, il mare. Tuttavia “Con l’ausilio della
motorizzazione la sua mobilità si fa tale che egli corre il pericolo di
sradicarsi completamente dal suo ambiente. Nelle situazioni provocate dalla
guerra fredda egli diventa un tecnico del combattimento clandestino, un
sabotatore e una spia… La motorizzazione fa perdere dunque al partigiano la sua
connotazione tellurica ed egli finisce per diventare un ingranaggio della
mastodontica macchina che opera politicamente su un piano mondiale”.
E con la
“motorizzazione” e le possibilità che offre tende ad appannarsi il carattere
difensivo del partigiano e della guerra partigiana.
Il connotato
difensivo del partigiano non andò smarrito neanche dopo che la guerra partigiana divenne – per lo più – il mezzo di
un’ostilità ideologica assoluta come
durante la guerra fredda, specie da parte del blocco comunista. In effetti
nessuna delle lotte partigiane, né dei capi, giunse a mutarne il carattere
prevalentemente difensivo. Né Mao, né
Ho Chi Min né il Fln algerino o l’Irgun hanno condotto operazioni offensive nel
territorio del nemico.
Questo è
cambiato con Al-Qaeda e con parte del terrorismo islamico contemporaneo: ormai
è normale che ad un’occupazione
militare da parte di una potenza (anche in mancanza) si risponda con attentati
terroristici offensivi (dalle Torri
gemelle al Bataclàn).
Vent’anni fa, in
occasione dell’attentato alle Twin Towers
mi capitò di scrivere che il successo dell’attentato era stato determinato: a)
dalla sostanziale invulnerabilità di
Al-Qaeda, gruppo terroristico senza popolazione e territorio, onde era quanto mai difficile organizzare una reazione
b) il tutto lo distingueva dai movimenti partigiani, i quali, come insegna
Santi Romano, hanno gli stessi elementi caratteristici dello Stato, solo in
misura poco determinata e fluttuante.
Onde se era vero
che ciò assicurava a Bin Laden un vantaggio militare, costituiva un handicap politico, impedendone o
rinviando sine die la conversione in istituzione.
Non così sembra
per i talebani, in questo assai più vicini ai movimenti partigiani “classici”.
La prima volta che conquistarono il potere, la dinamica e il contesto sia della
lotta contro l’occupante sovietico che della fase successiva per i talebani –
come per gli altri movimenti afgani di resistenza, il rapporto con la
popolazione e territorio era costituito
almeno con i territori occupati dai gruppi etnici di riferimento (per i
talebani i pastun).
Il fatto che i
talebani avessero così compiuto il percorso “canonico”, diventando forza al
governo dello Stato afgano, ne provocò la rovina. Dando protezione e asilo a Bin Laden e rifiutandosi di
consegnarlo agli USA, si assunsero così la responsabilità politica, normale nel
diritto internazionale, del territorio e di quando vi succedeva.
Da qui
l’intervento americano, che, a quanto risulta dai mass-media – non riusciva a
pacificare e a controllare (se non in
parte) - il territorio del paese – né a consolidare il governo insediato
dall’occupante.
Le zone “libere”
(ossia controllate dai movimenti di resistenza), probabilmente la maggior parte
del territorio, e la popolazione lì residente continuava ad essere il
“santuario” dei partigiani. Santuario fluttuante,
ma pur sempre accomunante il movimento partigiano all’istituzione statale.
Anche se la
resistenza afgana – al contrario di Al-Qaeda così poteva fruire solo
relativamente dei suggerimenti di Sun-Tzu. Questi
sostiene che di fronte al nemico ci si deve assottigliare… “più del sottile
fino a rendersi privi di forma… Soltanto
così saremo in grado di diventare gli arbitri del loro (dei nemici) destino” e
questo perché “Il Nemico manifesta una forma e con ciò si rende umano.
Io invece sono privo di forma”; “dimodoché per quanto concerne la forma
dell’azione militare, in guerra cioè, si attinge propriamente l’enfasi con
l’assenza di forma”; da ciò conclude “Insomma per quanto concerne l’azione
militare una forma siffatta è quella che
si assimila all’acqua” (i corsivi sono miei).
Quest’anno
la situazione si è ripetuta: i talebani hanno ottenuto il governo dell’Afghanistan:
sono così divenuti la classe dirigente dell’istituzione statale. Di conseguenza
hanno riacquistato sia la responsabilità conseguente che l’obbligo politico di
protezione della popolazione. A quanto risulta, pare abbiano capito la lezione
del 1998-2001. Tutto sommato le azioni terroristiche compiute in occasione della
sgombero delle forze occidentali e dei loro alleati locali sono state opera di
altri gruppi di resistenza islamica, noti per averle praticate anche altrove.
Occorre
trarre da ciò che l’insegnamento della teologia cristiana e controriformata, la
quale tanto ha influenzato il diritto internazionale westphaliano ha ancora una
sua validità: sia che bellum defensivum
semper licitum, onde non si può tacciare di jniustus hostis chi difende il proprio territorio e la propria
gente; e che fare guerra per violazione dei diritti (non dei propri sudditi o
cittadini) ma degli altri (ad vindicandas
iniurias totius orbis) è illecito: neque
a deo data est necque ex ratione colligitur. E cioè un (aduso) pretesto che
cerca di giustificare un intervento militare non meglio argomentabile. Di
converso rispondere ad azioni aggressive è sempre consentito.
Così
quando sentiamo in TV che i talebani avrebbero imposto il burqa o disposto che le scuole non siano miste, e se ne mena scandalo,
mi rallegro. Personalmente sono convinto che facciano di peggio, ma se le
malefatte fossero limitate a quelle non posso che riconoscere che condizione
della pace è (da sempre) che ognuno decida di come vivere a casa propria.
martedì 26 ottobre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Partecipazione elettorale e democrazie liberali"
L’articolo,
sintetico ed efficace di Riccardo Scarpa pubblicato dall’Opinione del 21
ottobre 2021, sulla “deriva oligarchica” di elezioni cui partecipa all’incirca
il 40% degli elettori, induce a qualche ulteriore riflessione.
La prima: è
sicuro che qualsiasi regime politico, anche non democratico, si regge (anche)
sul consenso dei governati. Questo può desumersi laddove siano monarchie ed
aristocrazie da vari “indici”. Il principale dei quali è l’obbedienza, il non
dissenso (o il dissenso parziale e contenuto). In quelli democratici c’è un
“indice” in più, peraltro numerico: le elezioni. Se il corpo elettorale è
svogliato e renitente, significa
quello che Scarpa ha ben espresso: che è un’oligarchia, non di diritto, ma di
fatto. E che una democrazia che suscita tanta indifferenza sia in buona salute
è difficile sostenerlo: anche perché fino a qualche decennio fa nella deprecata
“prima repubblica” eravamo abituati a percentuali di partecipazione al voto
almeno doppie.
In secondo
luogo: siamo abituati a distinguere tra democrazia e liberalismo. Ci sono state
nella storia democrazie poco o punto liberali e stati liberali poco (o punto)
democratici. Tra cui il Regno d’Italia, almeno fino al suffragio universale maschile
(1913). Ciò non toglie che democrazia e liberalismo, facili a distinguersi
concettualmente, si siano per lo più accompagnati nella storia. Anche un regno
del XIX secolo, in cui votava il 5% (o anche meno) dell’elettorato maschile era
più democratico di una monarchia del settecento, quando non c’erano votazioni
né rappresentanza (in senso moderno) dei governati.
Com’è noto uno
dei pensatori liberali cui si deve la più accurata distinzione tra libertà
degli antichi (a un dipresso = democrazia) e libertà dei moderni (sempre a
dipresso di prova – liberalismo) è Benjamin Constant nel discorso “La libertà
degli antichi paragonata a quella dei moderni”. Constant sostiene che nelle
antiche polis “Scopo degli antichi era la divisione del potere sociale tra tutti i cittadini di
una medesima patria; questo essi consideravano la libertà. Scopo dei moderni è
la sicurezza nelle gioie private, ed essi chiamano libertà la garanzie
accordate da parte delle istituzioni a tali gioie” mentre nella società
moderna “serve a tale libertà, un’altra organizzazione rispetto a quella
che poteva andar bene alla libertà antica…all’interno del tipo di libertà di
cui noi siamo gelosi, più l’esercizio dei nostri diritti politici ci lascerà
tempo per dedicarci ai nostri interessi privati, più la libertà ci diverrà
preziosa. Da ciò deriva, Signori, la necessità del sistema rappresentativo. Il
sistema rappresentativo altro non è che un’organizzazione per mezzo della quale
una nazione scarica su alcuni individui ciò che non può e non vuole fare da sé”;
onde il sistema rappresentativo è essenziale alla libertà dei moderni.
Ma c’è un rischio, sostiene
il pensatore svizzero “Poiché da ciò che
la libertà moderna differisce rispetto all’antica deriva la minaccia di un
pericolo di specie differente. Il rischio a cui sottostava la libertà antica
era che, attenti ad assicurarsi solo la partecipazione al potere sociale, gli
uomini cedessero a poco prezzo i diritti e i godimenti individuali. Il rischio
della libertà moderna è che, assorbiti dal piacere della nostra indipendenza
privata e dall’inseguimento dei nostri interessi particolari, noi rinunciamo
troppo facilmente al nostro diritto di partecipare al potere politico. I
depositari dell’autorità non mancano di esortarci a far ciò. Essi sono così ben
disposti a risparmiarci ogni tipo di pena, eccetto quella di obbedire e pagare”.
E ambedue, l’obbedire e il pagare gli italiani hanno sopportato nella seconda
repubblica, assai più che nella prima. Ma non è solo questo l’inconveniente: più
grave, perché la partecipazione è necessaria alla libertà politica: “La libertà politica, sottoponendo a tutti i
cittadini, senza eccezioni, la considerazione e lo studio dei propri più sacri
interessi, aumenta il loro spirito, nobilita i loro pensieri, stabilisce tra di
loro una sorta di uguaglianza intellettuale che fa la gloria e la potenza di un
popolo. Osservate come una nazione si rafforza non appena un’istituzione le
consente l’esercizio regolare della libertà politica”, quella libertà che
in Italia è temuta come la peste dall’establishment.
Tant’è che si vota il meno possibile e, quando lo si fa, si contraddice alle
indicazioni dell’elettorato. Per cui dopo un elogio della partecipazione e del
patriottismo, Constant afferma che “Ben
lungi, Signori, dal rinunciare ad alcuna delle due specie di libertà di cui vi
ho parlato, occorre piuttosto, come ho dimostrato, imparare a combinarle tra
loro” perché “Occorre che le
istituzioni si occupino dell’educazione morale dei cittadini. Nel rispetto dei
loro diritti, avendo riguardo della loro indipendenza, senza ostacolare le loro
occupazioni, esse devono comunque consacrare l’influenza di cui dispongono alla
cosa pubblica, chiamare i cittadini a concorrere con le loro decisioni e i loro
suffragi all’esercizio del potere; esse devono garantire loro un diritto di
controllo e di sorveglianza con la manifestazione delle loro opinioni, e
formandoli in tal modo, per mezzo della pratica, a queste elevate funzioni,
donar loro al contempo il desiderio e la possibilità di adempierle”. E
questa consapevolezza dello “Stato rappresentativo” come sintesi di democrazia
e liberalismo è patrimonio comune dei liberali successivi, a partire da Orlando, Mosca, Croce.
Per cui opporre democrazia e
liberalismo significa depotenziare complessivamente
la sintesi politica; estraniare i cittadini dallo Stato e ridurli a meri
sudditi (privati). Far combattere la democrazia con la libertà vuol dire
indebolire lo Stato: cioè proprio quanto vogliono i poteri forti, non
democratici e assai poco liberali.
venerdì 22 ottobre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Polonia e cavilli"
Il riaccendersi
della vertenza tra Polonia ed UE, a mio avviso, sposta di poco la questione che
indicavo ai lettori de “L’Opinione” negli articoli del 30 settembre e del 19
novembre dell’anno passato: che l’espressione “Stato di diritto”, di cui
all’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea, è altamente polisemica, essendo considerati da un lato “Stati di diritto”
ordinamenti assai differenti; dall’altro il concetto relativo allo stato
elaborato da tanti pensatori in nodo non univoco. Ricordavo, per evitare al
lettore il “catalogo di Laparello” delle concezioni e degli autori, quanto se
ne può leggere nell’attenta voce “Stato di diritto” nel “Dizionario del
liberalismo” scritto da Anna Pintore che, stante la non-univocità del termine e
del concetto “nessuna trattazione del tema può essere neutrale”; con la
conseguenza che, proprio perciò, la formula “ha goduto fin dalla sua nascita di
apprezzamento pressoché universale, al punto da segnare oggi una strada senza
alternative: uno Stato che non incarni
questo modello deve essere considerato legittimo ed indegno di obbedienza”.
Quindi indeterminato da un lato, e perciò utile per giustificare misure sanzionatorie (se non aggressive): la
connotazione lasca è ideale per
sfornare pretesti.
Quale esempio,
scrivevo che “nella procedura Ue d’infrazione alla Polonia è stata contestata
la limitazione all’indipendenza dei giudici polacchi dopo le innovazioni degli
ultimi anni… Tuttavia negli USA tutti i giudici della Corte Suprema, e molti di
quelle “inferiori” sono di nomina (o elezione) politica, ma pare assai
difficile sostenere che gli USA non sono uno Stato di diritto, ma anche che
quel modo di nominare comprometta gravemente lo Stato di diritto”. E così si
potrebbe proseguire, non solo per la Polonia (v. sul punto le “infrazioni”
sulla libertà e l’educazione sessuale) ma anche per la procedura d’infrazione
all’Ungheria.
Ma non risulta
che Montesquieu, Gneist, Orlando, Constant (ecc. ecc.) abbiano usato come
criterio per discriminare gli Stati di diritto da quelli che non lo sono le
preferenze sessuali, il contenuto dei sussidiari e così via. Il pericolo è che,
a forza di calcare la mano su profili irrilevanti o poco rilevanti si perdano
di vista quelli essenziali (allo Stato di diritto), come avviene da decenni
soprattutto in Italia tra l’indifferenza dei mass-media di regime. Solo coll’emergenza pandemica è stato
dibattuto pubblicamente che alcune delle misure non erano proprio in linea né
col concetto del Rechtstaat ed ancor
più con i principi e le disposizioni della nostra Costituzione. Due pensatori
di valore come Agamben e Cacciari sono stati messi alla gogna per aver
sostenuto che obbligo del green pass
nei luoghi di lavoro fa a pugni (tra l’altro) con il principio costituzionale
“lavorista” (v. art. 1 Costituzione).
Piuttosto che
alla paglia nell’occhio degli altri, faremmo bene a pensare alle travi nel
nostro.
lunedì 11 ottobre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Imposte patrimoniali e rendite pubbliche"
La ventilata
riforma del catasto ha ridestato il dibattito sulle imposte patrimoniali, cioè
quelle le quali, secondo una definizione diffusa, prescindono dalla percezione
di un reddito (come, al contrario, l’IRPEF ed altre) e si applicano a chi è
proprietario (o possessore) di un bene. Onde se il bene non produce alcunché,
il possessore o proprietario è comunque obbligato a pagare l’imposta.
C’è chi esalta
la patrimoniale perché “giusta”, in quanto colpirebbe i proprietari e
lascerebbe indenni i non proprietari. Se il criterio della giustizia
corrispondesse all’appartenenza proprietaria (secondo un’ingenua opinione del socialismo ottocentesco) tale concezione
avrebbe un qualche fondamento. Ma dato che è evidente che non è così, essendoci
redditi (e ricchezze) enormi generate con nulla o modesta relazione con la
proprietà del bene (come i redditi dei manager,
i corrispettivi del commercio, le retribuzioni dei vertici burocratici, ecc. ecc.)
e, di converso, proprietà con redditi nulli o modestissimi); onde è la
sproporzione di ricchezza, non l’appartenenza a determinarne la “giustizia”. E
neppure notano che ad ottenere l’effetto redistributivo
non è la patrimonialità o meno dell’imposta, ma l’essere progressiva o no.
Gli è che a sostenere
tesi così inconsistenti è che se si esentano i patrimoni “piccoli”, si riduce
gran parte della base imponibile e così l’utilità della patrimoniale viene
ridotta: ciò quando, invece, il fine della stessa è “mettere le mani nelle
tasche” degli italiani come dice Salvini, o “spennare l’oca senza farla troppo
gridare” come scriveva Pareto, e cioè aumentare l’assetto predatorio,
compensandolo (a beneficio delle oche) con nobili e commoventi discorsi di
giustizia, eguaglianza ecc. ecc. che con l’imposta patrimoniale (secondo i di
essa sponsor) avrebbero a che vedere
più che con altri tipi di prelievo pubblico.
Si potrebbe
rispondere a ciò con altri argomenti di natura economica: che la patrimoniale
stimola a produrre reddito. Vero, ma del tutto marginale, perché ricavare reddito da un bene, direbbe la Palice è,
comunque meglio che non percepirlo affatto e così via.
È interessante,
invece, rilevare che la preferenza per la patrimoniale risponde non tanto a
criteri economici, quanto a evidenze e regolarità
politiche e politologiche.
La prima –
tipica dell’Italia repubblicana – perché è la più gestibile da un’amministrazione
sgangherata come quella nazionale.
Assai più se l’oggetto
del prelievo sono immobili censiti e soggetti a pubblicità. Per cui l’affetto
verso tale forma d’imposizione occulta la realtà di non volere e non credere
che sia possibile recuperare l’evasione fiscale, generata per lo più da redditi
di tutt’altra natura. Cioè non credere alle “riforme” sbandierate da tanti
anni. Più che di volontà di cambiare il tutto rivela rassegnazione e
compiacimento.
La seconda:
scriveva Miglio che ogni sintesi politica dà luogo a rendite politiche
distribuite dal vertice ai propri collaboratori e seguaci. La differenza principale
delle rendite politiche da quelle di mercato è che le prime sono ottenute con
la coercizione e che perciò sono garantite (e per questo assai appetite) dal
monopolio della forza. Come sostiene Miglio la garanzia della rendita del
seguace è a vita e per ogni situazione (almeno finché dura la sintesi politica).
Scrive: “comunque andranno le cose, comunque andrà il mercato e si evolverà la
situazione economica, la paga verrà ricevuta”. Mentre le rendite di mercato sono
caratterizzate in negativo dall’aleatorietà
(ossia dalla dipendenza dalla situazione economica) e in positivo della (tendenziale)
assenza di limiti; un imprenditore può morire di fame o divenire Jeff Bezos. L’unico
limite, sempre esistente, ma in misura assai differente, è quello dell’imposizione
pubblica e soprattutto fiscale.
È da notare l’analogia
tra imposta patrimoniale e i caratteri delle rendite politiche: il gettito non
dipende dall’andamento di mercato e dai flussi di reddito. Così i quattrini per
seguaci ed aiutanti devono essere trovati anche se non “prodotti” (quindi
inesistenti).
Il gettito, per
la stessa ragione, è garantito (come la rendita) perché la base imponibile è
costante e sicura. Ancorare l’imposta al valore di beni non (o poco) deperibili
come gli immobili significa, dal lato della spesa, assicurare i redditi erogati
dalla classe politica. Non che lo stesso non possa farsi con altri “tipi” d’imposta
(che non presentano le suddette analogie): ma è sintomatica la corrispondenza d’amorosi sensi tra sostenitori della patrimoniale e fruitori
delle rendite politiche (per lo più gli stessi).
Dov’è il limite
della patrimoniale? È la realtà. Nel senso che, a meno di ritenere i contribuenti
affetti da volontà di miseria, per un bene che non da reddito non può, alla
lunga, pagare imposte; con la conseguenza che per farlo, il proprietario deve
alienare il bene, ossia tollerare la propria spoliazione. Il regime/assetto parassitario (secondo la tripartizione
di Pantaleoni) si converte così in assetto predatorio. Con i proprietari espropriati (o, nel migliore dei casi, immiseriti)
per alimentare – prevalentemente – i tax-consommers.
Analogamente
pensare che un sistema fiscale possa
sostenersi senza che i beni diano un corrispettivo (a meno di alienarli)
è concepibile solo ove l’incidenza dell’imposta patrimoniale sia modesta, di
guisa che l’adempimento dell’obbligo relativo possa essere assolto con altri
redditi del contribuente.
Certo a tali
obiezioni si può replicare che questi inconvenienti
possono essere causati anche da altri tipi d’imposta: è vero, ma solo nella
patrimoniale la corrispondenza tra modalità del prelievo e realtà della
politica, delle sue regolarità e del dominio è così evidente. Onde si pensa di
mistificarla od occultarla con un’overdose
di derivazioni.
giovedì 30 settembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Il catasto della discordia"
Questa settimana
sul “teatrino” della politica è andata in scena la pièce del catasto, con i soliti ruoli: il centrodestra in quello
dei Gracchi, a difendere il popolo dei tartassati, il PD nell’usuale personaggio del moralgiustizialista (che
produce giustizia con il portafoglio degli altri) un Arpagone in cipria e merletti;
e il resto della compagnia in personaggi di contorno.
Data la reazione
tutt’altro che entusiasta dell’opinione pubblica, il PD ha dovuto ridimensionare
rapidamente l’iniziale consenso anche perché, a parte la solita “estrema”
sinistra, si è trovato a corto di alleati.
Tuttavia è il
caso di comprendere perché gli argomenti del PD (e compagni) sono usati e
perché funzionano sempre meno.
La
giustizia.
Ch’è argomento sia di carattere offensivo, nel senso di promuovere l’avanzata
sia difensivo, per proteggere la ritirata. Nel caso, fugacemente utilizzata nel
primo, assai più nel secondo.
Dato infatti che
i contribuenti sanno benissimo che si parte facendo appello a commoventi
discorsi di giustizia, solidarietà, ecc. ecc., ma si finisce per mungere chi le
tasse già le paga, i piddini si sono serviti della “giustizia” con la
correzione della parità di prelievo, ossia
volta a riequilibrare il prelievo tra
i contribuenti e non per aumentarlo.
Tuttavia i
contribuenti - a parte le reiterate esperienze dei risultati contrari alle esternazioni simili - forse si sono
ricordati che la manovra fu già fatta (in tono minore) una dozzina di anni fa
con le c.d. micro-zone; ma che io sappia a tutti i professionisti che se ne
sono occupati (da me contattati), me compreso, non risulta che ci fosse un sono
contribuente cui la “riformina” non avesse regalato un aumento d’imposta;
oltretutto nello stesso periodo in cui il governo Monti con la sagacia
economica che lo caratterizzava, istituiva l’IMU con enormi aumenti
dell’imposizione. Il danno così risultava aggravato ad onta dell’intento giustizialista
esternato: l’unica redistribuzione prodotta era quella dalle tasche dei governati
a quelle dei governanti.
La
credibilità.
Dato ciò, perché una classe dirigente richieda (con successo) un sacrificio ai
governati occorre che abbia autorità e legittimità. Churchill poteva farlo,
promettendo lacrime e sangue agli inglesi, sia perché lo era, sia perché c’era
da affrontare un nemico formidabile come la Germania nazista. Ma alla sinistra
(o sedicente tale) italiana contemporanea, autorità e legittimità mancano del
tutto. A provarlo sono due fatti: l’uno, decisivo, che non sono mai andati al
governo (dal 2008 in poi) per aver vinto le elezioni, cioè per volontà del
corpo elettorale (quindi popolare) ma solo per decisione di altri e/o per
manovre di palazzo. L’altro, secondario ma rivelatore, che non fanno, di
conseguenza, nelle loro argomentazioni, alcun riferimento ai desiderata del popolo, ma ad altro: “ce
lo chiede l’Europa”, “lo ha detto Greta”, “faremo cose magnifiche” (ma le
esperienze insegnano il contrario), “lo sostengono i tecnici” e così via.
Tra commoventi
appelli alla solidarietà, mozioni degli affetti, futuro paradisiaco, c’è tutto
l’armamentario della propaganda (neanche granché raffinata).
E qua casca l’asino; perché se il governo Draghi ha
di per sé il pregio di essere il più credibile tra i governi italiani degli
ultimi quindici anni, il premier non ha la vocazione a perderla, in particolare
per manovre mediocri. Onde ben fa Draghi a ripetere che questo è il momento di
dare quattrini ai cittadini e non di
toglierli. Finché è coerente, la sua credibilità non ne risente.
mercoledì 22 settembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Henry Levavasseur, L’identità come fondamento della città. Riconciliare ethnos e polis, Passaggio al bosco edizioni, 2021, € 10,00"
Questo saggio,
chiaro e sintetico, si pone il problema di come conciliare ethnos e polis, ovvero in altri termini, ma di senso vicino,
comunità e istituzione (politica).
Nella decadenza
della modernità, cioè l’epoca in cui viviamo, ethnos e polis sono stati
progressivamente separati: nel senso che si pensa possa costituirsi
un’istituzione senza una certa omogeneità
tra i cittadini. E tale omogeneità non è necessario che si fondi su dati
concreti e reali.
L’autore cita a
tale proposito, tra le tante, le interpretazioni moderne della celebre
conferenza di Renan Cos’è una nazione?
Il passo in cui Renan definisce la nazione come sintesi tra passato (possesso
in comune di una quantità di ricordi,
cose, rapporti, usi) e il presente (la volontà di vivere insieme ed avere un
destino comune) è intesa pretendendo
di ridimensionare e svalutare il passato, e attribuire alla volontà arbitraria (Tönnies) dei partecipanti la
capacità di costruire un futuro comune
tra persone prive di ogni passato comune.
Un’esegesi che annichilisce totalmente ciò che nel pensiero di Renan era
collegato necessariamente.
Alla volontà
(arbitraria) e al diritto, inteso anch’esso riduttivamente (come atto
volontario) dei consociati è rimessa la costituzione dell’ordine sociale o
almeno della magna pars di esso, cioè
la costituzione dell’istituzione. Così l’atto relativo è il risultato di una
decisione comune degli associati, direttamente o per rappresentanza.
Il tutto non
presuppone l’esistenza di una comunità: anche un’assemblea multietnica,
multirazziale e multi religiosa potrebbe agevolmente trovare un modo
d’esistenza comune e scriverlo su un pezzo di carta, sulla base della sola
ragione. Una costituzione diventa così la sorella
maggiore di un regolamento condominiale.
Ovviamente,
nella realtà, non è così; anche le costituzioni frutto di un procedimento come
quello descritto (come quasi tutte quelle moderne) sono poste in essere – e
vengono bene - se espressione di una volontà comunitaria e di un ordine già –
almeno in parte – esistente. Se non c’è in un gruppo politico almeno un certo
tasso di omogeneità tra gli associati,
l’impresa è destinata al fallimento.
Anche la storia
recente l’ha provato. Oltre trent’anni fa, nella crisi (terminale) dell’URSS,
Gorbaciov propose di stipulare (tra
le repubbliche sovietiche) un nuovo trattato dell’unione (connotato da
pluralismo e democrazia). L’impresa finì come tutti sappiamo: in gran parte
perché era difficile tenere insieme repubbliche con maggioranza di cittadini
cattolici o protestanti (come quelle baltiche) con altre a maggioranza
cristiano ortodossa, o musulmana; peraltro tutte organizzanti popoli ed etnie
diverse. In altra anche perché si può cercare di farlo, e molti imperi ci sono
riusciti, ma a patto che il potere “federale” o meglio unificante non fosse democratico ma assoluto come quello zarista e,
poi, comunista. Voler coniugare potere, disomogeneità e democrazia è un’impresa
che non risulta riuscita nella storia.
Proprio questa refrattarietà al reale e al concreto è
il principale connotato della modernità decadente. Scrive Levavasseur “questa
situazione ricorda quella della fine del mondo sovietico, la cui ideologia
marxista sembrava imporsi a tutti i popoli che controllava… sembrava che non ci
fossero altri esiti possibili, se non quello del collettivismo, fino al giorno
in cui il regime è crollato come un castello di carte, poiché la sua ideologia
si basava su parole e concetti che non avevano più nulla a che fare con la
realtà” e “La democrazia liberale potrebbe subire un giorno la stessa sorte,
con la fondamentale differenza che la sua scomparsa provocherà un caos molto
più consistente”. Distruggendo poi il passato comune, cancella l’ethos, che è fondamento dell’esistenza
dell’ethnos. È necessario ricostruire
il rapporto tra ethnos e polis, e così tra identità e sovranità
“è più che mai necessario ritornare a una concezione dell’ordine politico che
riconcilia nazione etnica (l’ethnos)
e nazione civica (la polis)”.
In conclusione
la concezione criticata della “democrazia liberale” – che a ben vedere è poco
democrazia e anche poco liberale – rischia, assai più della caduta del
comunismo, di far uscire non l’umanità, ma almeno i popoli europei dalla
storia.


