lunedì 22 luglio 2013

Giustizia o vendetta? L’imbarbarimento del diritto in Italia, terra del diritto romano.

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Uno dei motivi sui quali la Lobby imbastì contro di me un attacco mediatico, per il quale pende ancora la mia causa donchisciottesca contro Repubblica, dopo essere stato assolto in sede amministrativa, fu il mio giudizio su un accanimento per me incomprensibile contro una persona assai anziana, che ritenevo avesse scontato la sua pena. Che di una stessa trama si tratti lo dimostra il “caso” Valli che abbiamo seguito per ultimo ed il mio stesso “caso,” del 2009,  che ha dato avvio alle mie ricerche, al mio Osservatorio. Per restare alla sortita odierna del nostri “amici”, mi limito a dire che avendo studiato un poco di diritto penale, so che nel nostro sistema la pena deve tendere alla “rieducazione” e che comunque, scontata la pena, giusta o ingiusta che fosse, il “reo” ha pagato alla società tutto il suo debito. Ed inoltre la società è tenuta a cooperare, accogliendolo e consentendogli una vita normale, alla “rieducazione” del cittadino che è ritornato in libertà ed a poter fare uso di una libertà che gli è stata restituita.


Non ho seguito né mai mi sono interessato alle vicende processuali in questione. La mia attenzione è venuta dopo, a pena scontata. Nella mia memoria si erano impresse le parole di Marco Pannella, che a sua volta riprendeva un giudizio del rabbino Elio Toaff. Se la memoria non mi inganna, suonava all’incirca così nel suo senso: lo hanno condannato, abbiamo ottenuto la soddisfazione giudiziaria che volevamo, quindi lasciamolo morire in pace. Ed eccolo il punto: non lo si vuol lasciar morire in pace, anche se tarda a morire, giungendo a... “festeggiare” – lo si può dire? – i cento anni di vita, un traguardo che ognuno di noi desidererebbe raggiungere e che sempre suscita sentimenti di pietà negli altri.

Accanirsi contro un centenario, qualunque sia stata la sua vita, ed avendo per giunta scontato presso il giudice terreno le colpe di cui era imputato, non corrisponde alla mia educazione cattolica, almeno quella preconciliare, essendomi oscura l’evoluzione postconciliare. Non vedo nulla di eticamente buono nell’accanimento, che ravviso nel Corriere della Sera,  uno, anzi il primo dei grandi quotidiani italiani, dove la stessa Lobby può trovare di volta in volta “pezzi” sui temi di loro interesse. Pensano in questo modo di essere l’«opinione pubblica», ovvero di rappresentare o condizionare l’«opinione pubblica», magari ripresa, citando lo stesso “pezzo di carta”, da qualche Loro parlamentare (ne hanno tanti!)... Oh, potenza delle Lobbies e disgrazia d’Italia, di quei tanti che non hanno santi in paradiso, in quel di Montecitorio e vicini Palazzi.

All’epoca vi fu anche un giornalista del Corriere, che dopo il colpo di Repubblica, voleva fare il bis sul Corsera. Allora avevo tanti che mi stavano addosso ed è difficile difendersi contro una intera muta di cani, anzi di sciacalli. Ad uno ad uno, si può anche farcela, ma contro tutti insieme anche un leone soccombe ad un branco di iene. Di questo individuo, la cui faccia vorrei qualche volta vedere, o forse è meglio non vederla, ricordo al telefono l’ostinazione con la quale voleva farmi dire non ciò che io effettivamente pensavo, e tentavo di spiegargli, ma ciò che lui voleva io pensassi e gli dicessi... Dopo i primi attacchi canini non mi fu difficile capire il gioco di questo «signore» che si presentava come “giornalista”. Gli intimai tassativamente una diffida, che lui aggirò scrivendo un articolo che più denigratorio ed offensivo non poteva essere... Non feci nulla allora e la partita resta ancora aperta.

Sto mescolando esperienze personali e osservazione di una pratica giornalistica, le cui trame ormai ben riconosco ogni volta che si ripresentano su materie solo in apparenza distinte e scollegate. Non si tratta di informazione che nasce su una notizia del giorno, ma esattamente di una “trama” mediatica che ha dietro di sé una pluralità di soggetti collegati, una “associazione” alla quale nessun giudice – anche lui probabile soggetto della stessa trama – va a contestare il classico “reato associativo”, come sta avvenendo in questi mesi, con salti da Bolzano a Lecce e collegando persone del tutto ignare l’una dall’altra. Questi signori considerano la carta stampata, ormai “carta straccia” secondo Giampaolo Pansa, e le televisioni, come una cosa loro, dove hanno i loro uomini e dove possono attuare quanto si trova enunciato nel principio:
“Governare equivale non a dire la verità, ma a far credere e a convincere gli altri di pensare quel che si vuole”
Attraverso giornali, associazioni come l’AIPAC, che hanno in Italia i loro equivalenti, e quanto altro, questi signori sono più che convinti di poterci costringere, con le buone o le cattive, a pensare ciò che loro vogliono noi pensiamo. Ad assumere il pieno controllo delle nostre menti e dei meccanismi individuali di ideazione, dall’infanzia alla estrema vecchiezza. I “diritti umani” che si dice di voler rispettare da una parte vengono poi clamorosamente violati e disattesi dall’altra, e grazie ai media, questi media, senza nessuno che rilevi la contraddizione. Non esiste più l’uomo libero di pensare, nel bene o nel male, ma un suo simulacro, coniato dal Governo o meglio da chi sta al Governo o ancora meglio dietro ai Governi che si succedono come in uno spettacolo di burattini.

Ma non vogliamo andare per le lunghe in queste nostre riflessioni del tutto estemporanee. Non abbiamo intenzione di scrivere un libro, un lungo libro, che poi nessuno ha il tempo di leggere, sempre che ne avesse l’interesse e la voglia.

Nel pezzo collocato sul Corriere della Sera, e commentato dalla Lobby, si parla di “pentimento” e di “perdono”. Se il mio catechismo non si è del tutto oscurato il pentimento sta ad indicare una posizione della coscienza, certamente libera, davanti a Dio e ai suoi comandamenti. Il “perdono” ha poi poco senso, quando si è scontata o si sta scontando la pena che un giudice terreno ha inflitto... Perdono di chi a chi?... Per il giudice divino, che potrebbe perfino ribaltare il responso del giudice terreno, bisogna aspettare i tempi tecnici, anche se 100 anni sono già tanti e la Provvidenza non pone limiti...

Insomma, io penso di poter confermare il mio giudizio secondo cui in questo accanimento non vi è “giustizia”, ma una “vendetta persecutoria” sulla quale – per quelli che ci credono – la giurisdizione compete al Giudice Divino. Ripeto: non mi sono mai interessato delle carte processuali, non prendo posizione al riguardo, ma mi baso su un giudizio etico che prescinde da ogni merito della causa. Tuttavia trovo ben strano l’Addebito se – come ha fatto il matematico Odifreddi – posto in confronto, ad esempio, un solo esempio fra innumerevoli noti e ancora ignoti, con “Piombo Fuso” dove le vittime, non meno innocenti, ascrivibili agli Eredi delle Vittime, sono enormemente maggiori. Nessun Tribunale è stato costituito e nessun processo avviato per oltre un migliaio di vittime, di cui centinaia bambini e loro madri. Per non dire poi della grande “pulizia etnica” avvenuta in Palestina nel 1948, narrata e divulgata da Ilan Pappe, che ha dovuto lasciare il suo paese per aver detto quella “Verità”, di cui ben sappiamo che esiste, anche se non la si può dire e non ce la lasciano dire.

venerdì 19 luglio 2013

Lettera aperta del dott. medico Giuseppe Luigi Sassi al Signor Paolo Berizzi del giornale “Repubblica”

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John Stuart Mill
Riceviamo e volentieri pubblichiamo senza indugio questa “Lettera aperta” sul “caso” Valli, al quale abbiamo dedicato i precedenti post. Di nostro a mo’ di commento estemporaneo e provvisorio aggiungiamo che appare ormai ben delineata l’esistenza di una Lobby liberticida il cui unico scopo è di spegnere ogni voce fuori dal coro. Noi non riteniamo che idee e posizioni come quelle del dott. Valli o di chiunque altro debbano essere condivise, ma certamente possono essere espresse e su di esse avviarsi un utile e fecondo contraddittorio. Ricordiamo il solo limite che John Stuart Mill poneva alla libertà di espressione: il principio del danno. Mill riteneva sommamente utile alla società anche la libera espressione di idee “erronee” perché solo con il confronto ed il libero contraddittorio le idee “vere” potevano rivelarsi come tali: non certo con la repressione e la criminalizzazione delle idee antitetiche. Gli scritti del dott. Valli, e non di lui solo, non ledono nessun interesse individuale e riguardano temi di interesse storico e filosofico. È la classica materia in cui maggiormente si esercita il diritto alla libertà di espressione. Non ci sono mariti e mogli tradite che si vedono messi in pasto al gossip. Niente che non rientri nella problematica storica, filosofica, letteraria, teologica. 

Chi conosce il dott. Valli conosce anche la sua gentilezza e signorilità che si esprime anche nella sua scrittura, che racchiude quel principio di “continenza” richiesta dalla giurisprudenza e che non è per nulla rispettato negli articoli demonizzanti di "Repubblica”. A proposito della quale ribadiamo una distinzione da noi già fatta e che non ha ancora trovato il suo Stuart Mill: la contrapposizione fra libertà di stampa e libertà di pensiero. La libertà di stampa di “Repubblica” attacca e reprime la libertà di pensiero del dott. Gianantonio Valli. I grandi organi di stampa sono in realtà, oggi più di ieri, strumenti di condizionamento dell’altrui opinioni. Anzi sono loro i veri “istigatori d’odio”. Nella sua epoca, nel suo ristretto uditorio di un seminario o di un’aula parlamentare, Stuart Mill non conosceva il «discorso dell’odio», oggi fonte di una normativa tanto assurda quanto liberticida. Noi riteniamo che l’unico limite che oggi si possa ammettere in questa materia non riguarda la “libertà di pensiero”, che per noi è assoluta come il diritto stesso alla vita, o anche la spontaneità dei sentimenti umani che non possono essere comandati o compressi, ma ai soli effetti dannosi della espressione pubblica della libertà di pensiero o anche alla espressione dei sentimenti umani. Si tratta però di limiti per i quali non si possono fissare normative a priori, ma che devono essere verificate caso per caso. Per ritornare al “caso” Valli non ci pare dubbio che dall’articolista in questione sia stata violata la privacy del dott. Valli, di cui si è chiamato in causa la sua onesta ed onorevole professione di medico. È questo per noi l’«imbarbarimento» della vita civile sul quale in nostro Presidente dovrebbe rivolgere la sua augusta attenzione.

Antonio Caracciolo

* * *


LETTERA APERTA AL SIGNOR PAOLO BERIZZI INVIATO DEL GIORNALE “REPUBBLICA”

Egregio Signor Berizzi,

    mi riferisco al suo scoop  sulla testata on-line di Repubblica del 12/7/13 concernente il mio collega dottor Valli Gianantonio.

    Sono l’altro medico di famiglia con studio in Cuveglio da oltre trent’anni, poco meno del dottor Valli con il quale condivido ininterrotti rapporti di fattiva e proficua collaborazione nonché di personale frequentazione nel rispetto delle rispettive specificità e individualità.

    Quasi ogni giorno passo nel suo studio, che è di fronte al mio.  Mai ho avuto occasione di riscontrare in sala d’aspetto o in sala visite la presenza di quel materiale che lei scrive «tutto lì in bella mostra».
             
    Mi riferisco a «una bella pila di riviste d’area nazionalsocialista a disposizione dei pazienti malati» e ancora «un busto di Mussolini che i pazienti giurano aver sempre fatto bella mostra di se nello studio».

    No, io non li ho mai visti.  E neppure li hanno visti le centinaia di pazienti che già hanno sottoscritto una dichiarazione in tal senso e i tanti altri che si sottoscriveranno prossimamente sotto un gazebo organizzato spontaneamente in paese.

    In riferimento poi alla «medaglia d'argento per la commemorazione di un combattente repubblichino di Cuveglio» si tratta di un caporale dell’esercito italiano caduto in Etiopia nel 1936 sette anni prima che venissero organizzate le milizie della R.S.I.

    Credo che lei signor Berizzi oltre a lezioni di minimale etica giornalistica abbisogni anche di un ripasso della Storia.

    Si, perché le notizie da lei riferite come certe al fine di sostenere l’impalcatura del vile attacco mediatico al dottor Valli sono menzogne.

    Quindi o lei, signor Berizzi, è un bugiardo nell’esercizio della sua professione oppure è uno scribacchino ignorante dei minimi principi metodologici del suo mestiere per niente diversi dal mio:

  • anamnesi, ossia raccolta di informazioni le più ampie possibili nel tempo remoto e prossimo e nella molteplicità delle fonti;
  • esame obiettivo, ossia verifica  meticolosa sul campo operativo della verosimiglianza, attendibilità, significatività delle notizie e soprattutto delle loro fonti;
  • diagnosi, ossia elaborazione della migliore ipotesi possibile da porre a fondamento dei successivi atti operativi che nel mio caso sarà una malattia con relativi protocolli di cura e nel suo caso la costruzione di un articolo giornalistico.
    Una cosa è sicura: che se parto da dati incerti potrò spero correggermi lungo la strada, ma se inizio da dati inventati o peggio ancora da menzogne insieme al fallimento del mio lavoro è giusto ed auspicabile che perisca anch’io. Il giusto ed il vero sono sovente incerti, certa è la menzogna sbugiardata.

    Mi chiedo perché lei abbia aggredito il dottor Valli  sul piano professionale tirando in ballo Ippocrate, etica e deontologia (tutte virtù che a lei – come abbiamo visto – mancano totalmente) e non invece sul piano delle idee, del pensiero e degli scritti del Valli storico cosiddetto revisionista. Si tratta di decine di migliaia di pagine in corpo 8, tutte coerenti con la sua visione politica del mondo maturata nel corso di decenni passati a masticare le più svariate pubblicazioni di storia e di politica.

  Nella sua biblioteca sono ordinati  più di trentamila libri e riviste dedicate, in  tante lingue e di tutte le tendenze ideologiche; è abbonato a riviste di ogni area politica, compresa quella giudaica.  E’ dotato di una non comune  capacità di analisi e di sintesi che  tengono costantemente aggiornata quella chiave di lettura dei fatti che gli rende istantanea la spiegazione di ogni nuovo evento.  Se lo facessi io verrei giustamente tacciato di “dietrologia” gratuita e inconcludente.  Evidentemente lei  Berizzi non è dotato delle argomentazioni necessarie per polemizzare con lui, e lo sa, quindi lo aggredisce vigliaccamente alle spalle. Indi vada a piantar patate invece di imbrattare d’inchiostro velenoso carta e siti web.

    Parliamo degli articoli di giornali o riviste che il dottore metterebbe a disposizione dei malati appendendoli nella bacheca.

    Il dottor Valli, come me, ha assistito ad un cospicuo incremento di accessi in ambulatorio di pazienti portatori di una nuova malattia: una sindrome che contempla malessere esistenziale, incertezza economica, deterioramento conseguente dei rapporti famigliari e sociali, stato di profondo avvilimento, depressione, ansia per il futuro con le conseguenti somatizzazioni. Sono uomini o donne, mogli o figli di disoccupati o mobilitati che non sanno dove cercare un lenimento al loro malessere (al bar scialacquerebbero il già misero borsellino, in chiesa si usa lasciare l’elemosina e comunque i preti sono indaffarati a soccorrere un’altra tipologia di indigenti).  Si fermano quindi nelle nostre sale d’attesa, silenziosi, si riconoscono ma non parlano neppure tra di loro, non sanno neppure cosa chiedere al medico quando è il loro turno oppure inventano una scusa banale sperando di poter entrare in argomento alla ricerca di un’improbabile cura per la loro angoscia.   I primi anni si vergognavano quasi per falso pudore come di un fallimento personale, oggi un po’ meno perché sono in tanti.

    Il dottor Valli conosce le cause del loro male, anzi le aveva già previste e scritte 10 o 15 anni fa.  Ecco perché di quando in quando prende un articolo di giornale o un manifesto elettorale del PD e lo appende, magari a scopo provocatorio alla sua bacheca.  Lo faccio anch’io perché so che spiegare ad un paziente le cause ed il nome del suo male è già una terapia anche se purtroppo alcune volte rimane unica, o quantomeno può essere un aiuto a conviverci.

    Il dottor Valli conosce il bisogno di stato sociale che oggi viene trasversalmente messo in liquidazione;  il dottor Valli conosce il bisogno di solidarietà che oggi si esprime a paroloni verso tutti ma non verso il proprio fratello di sangue.

    Il dott. Valli, che è pagano, conosce il detto evangelico “ama il prossimo tuo” ma lo ricorda fino in fondo laddove continua dicendo all’incirca così: “il prossimo tuo  è il fratello che ti sta più vicino” ed io aggiungo: in casa tua, nel tuo villaggio, nel tuo paese, nella tua Patria.  Come puoi guardare oltre mare se già non conosci le coste di casa tua?

    Che piaccia o non piaccia e che sia scomodo per tanti Gianantonio Valli è un socialista integrato nella sua nazione ed ha già letto tutto questo nei programmi del Nazionalsocialismo.

    Ovvio che faccia paura a molti, soprattutto a quelli che invece di porre mano ai problemi si dedicano a perseguire coloro che a torto o a ragione la soluzione dei problemi dicono di averla già in mano.

    E se avessero ragione?

    Ho chiesto più volte a Gianantonio quale anelito sottenda al suo ventennale sacrificio di tempo e risorse per riscrivere la storia recente diversa da come ormai è stata inculcata nelle menti di tre generazioni post-belliche.  Ebbene, nessuna aspirazione a didattiche alternative, nessuno scopo di proselitismo, nessuna volontà di indottrinamento di gruppi, associazioni o organizzazioni politiche da cui sempre rifugge (quindi nessuna apologia e ancor meno speranza di ricostituzione di quelle realtà politiche che furono militarmente schiacciate e messe fuorilegge settant’anni fa). No, egli si considera un viaggiatore disperso nel deserto che raccoglie memorie e testimonianze del suo immaginario culturale di tempi a lui meglio congeniali e le semina nella speranza che un giorno, forse tra mille anni, piova su quell’arida terra facendoli germogliare per futuri terrestri che neppure conosce.

    Anche io espongo talvolta  giornali o riviste “non politicamente corretti”.  Nel mio studio, alle mie spalle, discreta ma non nascosta tra le foto di mia moglie e di mia figlia c’è quella del Duce che campeggia anche su una medaglia appesa al portachiavi che getto sul tavolo di lavoro ogni volta che entro nello studio.  E allora, signor Berizzi? Anche una figura eccellente del firmamento ospedaliero, accademico e framassonico varesino espone nel suo studio, lui sì, un busto di Mussolini e pure altri cimeli del ventennio fascista.  Notizia questa verificata per la molteplicità univoca e concorde delle mie fonti; impari Berizzi!

    Suvvia signori, sappiamo entrambi come dietro questo fumo diffuso da voi manutengoli ci sia il disegno di spianare la strada, creando magari qualche “caso”, alla sempre progettata legge liberticida del pensiero e della ricerca storica che come già in Francia ed altri paesi europei punisce chi faccia studi che mettono in discussione le sentenze del processo di Norimberga e quindi del dogma olocaustico, pilastro portante del progettato governo mondiale. Non c’è riuscito Mastella, è andata buca ad Alfano ora tocca alla vostra presidentessa Boldrini.

    Infine, signor Berizzi, il prossimo mese di Agosto mi prenderò qualche settimana di vacanza.  Mi sostituirà il dottor  Valli nella assistenza ai miei pazienti e a quelli occasionali presenti a Cuveglio presso strutture residenziali.  Lei mi consiglia diversamente?

    Mi associo ad altri amici nel salutarla con un: si vergogni signor Berizzi, si vergogni.

 Dott. Giuseppe Luigi Sassi
 in Cuveglio il 18 luglio 2013

lunedì 15 luglio 2013

Può un bigliettaio che... non va a Messa la domenica continuare a vendere i biglietti e vivere di un lavoro onesto?

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Studiando le tecniche diffamatorie, messe in atto per ultimo contro un onesto medico di Cuveglio, scopro una uniformità di strategie. Davvero sempre le stesse. In genere funziona così. Si decide prima il bersaglio e cosa deve esser detto sulla persona. Poi ci si inventa una intervista. In pratica, ci si procura il numero telefonico del bersaglio. Questi riceve una telefonata del genere: “posso farle alcune domande?” “Sono un giornalista di Repubblica”. “Vorrei approfondire il suo caso?” “Ma perché vuole approfondire il mio caso? Cosa vi è da approfondire che non sia chiaro? Ma chi è lei?” E così via. Ricordo personalmente il caso di un sedicente giornalista del Corriere della Sera, ma spesso sono “precari” che collocano dei pezzi, il quale mi aveva innervosito perché appariva chiaro che non aveva nessun interesse a ciò che io effettivamente pensavo o quali fossero per davvero le mie posizioni, ma voleva che io gli confermassi le opinioni che mi voleva attribuire... Lo diffidai formalmente dall’attribuirmi una certa cosa, ma lui se ne uscì con un articolo denigratorio dove sviliva la mia persona... Erano tante allora le iene che mi stavano addosso che io non potevo tutte respingerle nello stesso tempo e soprattutto non avevo il tempo per studiarne le prave intenzioni. Per costoro l’importante non è che vi sia stata per davvero un’intervista, che corrisponde alla verità delle cose, ma che sia stata fatta una telefonata e che vi sia stato il “contatto”. Non è neppure necessario che vi sia una richiesta formale di intervista, con tutte le garanzie possibili sulle domande fatte e sulle risposte effettivamente date, ed una formale autorizzazione a pubblicare il contenuto della telefonata. Il sedicente giornalista non offre nessuna certificazione della sua identità. Potrebbe trattarsi di un impostore che si spaccia per chiunque... Poi, come nel caso ultimo del dott. Valli ci si trova nella classica posizione del “mostro sbattuto in prima pagina”, con la canaglia che aspetta il suo pasto quotidiano. Le cose che vengono attribuite, un ambulatorio trasformato in un museo delle cere, risultano immediatamente false, ma la vittima spesso è impreparata e non ha dietro di sé una rete mediatica per il fuoco di risposta. Questo è il giornalismo... di “Repubblica”, secondo quotidiano d’Italia.


L’obiettivo di questo genere di attacchi è di colpire la vittima non già tanto nelle sue opinioni, criminalizzate e demonizzate in partenza, ma di incidere sulle basi della sua esistenza materiale, sul suo mestiere che spesso non ha nulla a che fare con le opinioni professate o attribuite. Danneggiare la vittima perchè non abbia più un lavoro con il quale vivere onestamente. Vi può essere un comportamento più ignobile ed infame? Cosa ha a che fare ciò con la professione giornalistica? Ad un carcerato che esce dal carcere e che debba essere reinserito nella vita sociale si cerca di trovargli un lavoro onesto, per non tornare a delinquere. Invece questi Signori, che si ergono a Sommi Sacerdoti della Verità e della Morale, fanno di tutto per togliere alla loro vittima l’onesto lavoro del quale vivono. Un fornaio fa il pane, e non ha nessun interesse a fare del pane avvelenato. Tutti possono mangiare tranquillamente il suo pane senza minimamente curarsi o interessarsi delle opinioni del fornaio, sempre che ne abbia. Vi sono casi molto noti, come quello che ha colpito Norman G. Finkelstein, privato della cattedra. In alcune interviste rilasciate si confessa apertamente l’intenzione di privarlo di qualsiasi fonte di reddito e quindi di ridurla alla fame: “imparerà come si vive, andando al mercato per cercare la frutta che costa di meno...”. Questa “perfidia” viene dagli stessi correligionari... Similmente, dunque, se si va a leggere l’articolo di Repubblica, uscita nella cronaca di Milano, chiaramente un articolo preconfezionato, si può rilevare come il suo contenuto non è già la critica alle personali opinioni private del medico Valli, ma il suo rapporto con i pazienti, con i quali certamente il medico Valli di altro non parlava che delle loro malattie e della cura che doveva lui farne.

Norman G. Finkelstein
Tanta perfidia lascia senza fiato. Naturalmente, è una assoluta menzogna, spudorata menzogna che il medico Valli tenesse in esposizione nel suo ambulatorio il campionario di cui discetta l’Articolista. L’unica cosa che si può rimproverare al medico Valli è la sua ingenuità, o meglio la sua buona fede, per non aver subito sbattuto il telefono al giornalista di Repubblica, che lo molestava ponendogli domande campata in aria e poi del tutto falsificate nelle risposte effettivamente date, come può confermare lo stesso dott. Valli. 

È probabile che la strategia di queste combricole, lautamente finanziate e fornite di risorse illimitate, consista nella rapida diffusione della “calunnia”: un “venticello” che cresce e diventa subito tsunami, ormai inarrestabile. So per esperienza come soprattutto da persone in malafede anche a distanza di anni si continui a sfruttare una calunnia, dimostrata come tale anche in sede giudiziaria.

Basterebbe fotografare l’ambulatorio del dott. Valli, per verificare l’inesistenza dell’armamentario impiantatovi da Repubblica.  L’Articolista non ha mai messo piede nell’Ambulatorio. Per concludere, l’osservazione su cui è costruito questo post è nella rilevazione della perfidia con la quale si vuol colpire il medico Valli nel rapporto fiduciario costruito in tanti anni con i suoi clienti. Questo nuovo “caso” si aggiunge al bigliettaio che non può vendere i biglietti o all’insegnante che non potrebbe più insegnare, per colpe attribuite da una oscura e misteriosa Autorità. E così via. Fino a quando dovremo tollerare tutto questo?

domenica 14 luglio 2013

Appendice facebook: il “venticello” della calunnia nei “socialnetworks”.

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La tecnica è chiara. Un grande quotidiano è come una agenzia di stampa. Viene cioè considerato esso stesso “fonte” di una notizia, a cui tutti gli altri attingono per il valore che in astratto e senza verifica attribuiscono al quotidiano, che magari i fatti semplicemente li crea e se li inventa di sana pianta, trovando ahimé chi è disposto a bere. E che un quotidiano come “Il Corriere della Sera” o “La Repubblica” può prestarsi a operazioni di bassa lega? Basta il nome! Così dicono i ripetitori della notizia, che vanno tranquilli. Pensano: se qualcuno mi obietta qualcosa, io indico la mia fonte in Repubblica, che è la testata in generale ma poi in concreto è il singolo personaggio che infila il pezzo nel calderone. Se poi si va ad indagare sull’articolista non è escluso che se ne scoprano delle belle, ma noi qui non possiamo dare verbo ai nostri sospetti. Invitiamo chi legge a dare piena libertà alla loro fantasia.

Gli “occhi” di Piero Marrazzo
Ho notato che fino a questo momento la notizia non è rimbalzata nelle televisioni o in qualche interrogazioni parlamentare o in dichiarazioni di politici. Per quel che mi riguarda quando orchestrarono analoga operazione nei miei confronti ricordo e racconto sempre con grande spasso del governatore Marrazzo che avrebbe voluto “guardarmi negli occhi”, ma poi in non meno di 24 ore ho potuto io vedere lui che nascondeva la sua faccia davanti agli stessi giornalisti a cui il giorno prima aveva rilasciato incaute dichiarazioni nei miei confronti. Insomma, posso dire per ragioni strettamente personali di aver studiato la tecnica, la regia, i personaggi e che ora vedo ripetersi l’identico ai danni di un onestissimo medico di paese. Non hanno fantasia e si ripetono identici, offrendo essi stessi la prova della macchinazione e manipolazione.

Sarà interessante seguire e prevedere gli sviluppi. La cosa è passata in facebook, un grande letamaio, dove ho tuttavia un account ma di cui mi servo il meno possibile, essendo uno strumento assai infido. Senza intervenire oltre in quello spazio farò qui l’analisi e il commento degli interventi più rilevanti. L’esordio è stato il “busto” di Hitler che sembra essere il principale capo di imputazione. Qualcuno ha osservato che non si chi aveva invece un busto di Stalin... Credo che il medico ne avesse anche lui uno di Stalin, ma non nell’ambulatorio, bensì nel suo studio privato, cioè nella casa dove abita e che in parte adibisce anche ad Ambulatorio, essendo strettamente separati i due ambienti. Di pagine facebook scopro che ve ne sono più d’una. Questa è gestita sembrerebbe direttamente da Repubblica, che dunque persevera nella condotta calunniosa. Anche se il fuoco di artiglieria è impari, si trova però on line qualche voce di contrasto, come il quotidiano Rinascita, che apre pure su una pagina fb.

Ad un dipresso la cosa sarebbe andata così, secondo le prime ricostruzioni. Ognuno di noi riceve ogni giorno telefonate dai call center: spesso ti invitano a cambiare gestore telefonico, ma ti offrono anche bottiglie di vino e di olio, fantastici viaggi assolutamente gratuiti... Si risponde in modo cortese o scortese, a seconda del proprio temperamento e del grado di disturbo che si riceve. Una di queste telefonate giunge dall’articolista di Repubblica, che con ogni evidenza aveva già pronto il pezzo ed il committente. Bisognava però procurarsi uno straccio di intervista. La telefonata – non è la prima volta – serve per poter far credere che si è fatta una intervista.

Non risulta però che l’articolista abbia messo piede nello studio del medico, nel suo ambulatorio e che abbia visto le cose che dice. Non risulta in nessun modo l’effettivo contenuto della telefonata. Che cosa abbia chiesto l’articolista al medico, come egli si sia presentato e cosa volesse, né se abbia ricevuto autorizzazioni a pubblicare interviste mai concesse. Soprattutto non si capisce cosa il Telefonista volesse dal medico. Se voleva scrivere quel che ha scritto, idiozie prima ancora che calunnie, non poteva certo pretendere di esserne pure autorizzato... A questo punto diventa evidente che si tratta di una operazione di bassa lega, che deve avere necessariamente un committente e che deve prestarsi a scopi che non sono quelli dell’informazione, ma che al contrario con l’informazione su una “non notizia” non hanno nulla a che fare... A proposito, per chi viaggiasse durante le vacanze dalle parte di Taormina è possibile acquistare busti in pietra lavica dei più disparati personaggi... Io credo di averne comprato uno, piccolo, di Mussolini, ma se ne avesse trovato una intera collezione di personaggi storici ne avrei comprati parecchi, per arredare determinati ambienti... Ovviamente, si tratta di un commercio del tutto lecito, alla luce del sole, e non è configurata nessuna fattispecie di reato... Un mio conoscente mi ha fatto vedere nella sua camera da letto, al posto del crocefisso, un pesantissimo ritratto in cemento di... Stalin. Io non ebbi nulla da obiettare su Stalin, ma espressi il mio timore per un eventuale cedimento del pesantissimo ritratto in cemento, cosa che avrebbe significato una morte certa che chi vi dormiva sotto...

Dunque, per ritornare a bomba, al nostro medico non è imputato di avere sbagliato qualche diagnosi, di aver somministrato male qualche farmaco, di aver trascurato i suoi pazienti, di aver commesso la benché minima infrazione della deontologia medica. Si badi: il dott. Valli è chiamato in causa come medico e in quanto medico, non come giocatore di golf o di tresette nel bar del paese, o per qualche debito e rissa di gioco, ma unicamente in quanto medico, al quale si imputa – secondo quel che si legge – di avere  in casa il busto di un personaggio storico. È vero poi che il medico Valli, non in quanto medico, ma in quanto cittadino ebbe a partecipare ad una manifestazione in favore del legittimo governo siriano, dove pronunciò anche un intervento. E fu quella la causa degli attacchi che ebbe a ricevere a nome di un sedicente ricercatore di un istituto che fruisce di 300.000 euro dalle tasche dei contribuenti... Ma questa è un’altra storia. A questo ricercatore il dott. Valli, che si diletta di storia e filosofia, scrisse 20 garbatissime e dottissime lettere in replica a superficialissimi giudizi liquidatori del “ricercatore Gatti”, forse collega dell’articolista di “Repubblica”, o meglio del collocatore del pezzo su Repubblica, che somministra un attacco mediatico, di cui appunto stiamo seguendo il decorso mediatico. Almeno questo calunniatori fossero in grado di argomentare le loro calunnie e demonizzazioni, ma è vano sperarlo: lanciano il fango e ritraggono la mano, un fango che però ritorna al mittente.

Nigel Warburton
Infatti, per quanto abbiamo potuto accertare nello studio ambulatorio del dott. Valli non si trova nessun busto di chicchessia. Per citare ancora Warburton, Libertà di parola, p. 6: «La libertà di parola non è questione che si riferisce a una conversazione privata o a un soliloquio davanti allo specchio in bagno...». La libertà di “parola” che può essere anche una fascia nera al braccio ha bisogno della sfera della pubblicità e non ha senso parlare di libertà di parola in uno spazio del tutto privato. Possedere un busto di chicchessia non è di per sé un reato, anche se il busto può avere in sé un significato, ma lo è ancora di meno se questo busto è conservato in uno spazio interamente privato.  Quindi, l’articolista di Repubblica che sull’esistenza di un busto nell’ambulatorio orchestra la sua campagna non solo afferma il falso, ma contesta indebitamente l’altrui libertà di parola e viola la sua privacy: tre reati in uno: falsità materiale, violazione dell’altrui libertà di espressione, violazione della sua privacy. Costui non ha nulla a che fare con la professionale giornalistica e con il “diritto di cronaca”. Se anche il dott. Valli possedesse nella sua abitazione privata una collezione di foto pornografiche, o dipinti di nudi femminili, la cosa non costituisce alcuna forma di reato, al parti di coltelli, bicchieri e suppellettili di ogni genere. L’intento e la trama diffamatoria appare evidente, ma pare altrettante evidente che non può trattarsi dell’accanimento di un Tizio che non pare abbia consuetudine alcuna con la deontologia giornalistica. Dietro vi sono soggetti, interessi, ambienti, associazioni, organizzazioni che non è difficile immaginare chi e quali siano. Chiamatelo pure complottismo: non ci offendiamo.

Libertà di parola, libertà di pensiero, libertà di stampa e libertà di manipolazione. Come “La Repubblica” di De Benedetti informa gli italiani.

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Questa recensione di un libro, di Nigel Warburton, ha una sua singolarità, perché se ne vuole illustrare il contenuto e le problematiche, con un caso specifico, i cui sviluppi seguiremo nel loro divenire. Un tranquillo medico di paese, Cuveglio, svolge con scienza e coscienza la sua professione, di animo gentile e sempre disponibile ai suoi pazienti. Come ogni medico risponde per telefono a quanti lo cercano, buoni e cattivi. Questa volta è capitato il “cattivo”, che non telefona per farsi curare di qualche cosa, ma per spiare sugli interessi del medico, estranei all’arte medica. Ognuno di noi ha un mestiere, ma quando non esercita la professione, può avere gli interessi più disparati, rigorosamente distinti dalla professione. La tecnica manipolatoria degli articolisti di Repubblica si caratterizza ripetutamente per la commistione fra i due piani. Una immagine che mi viene in mente è tratta da ciò che sta succedendo in Egitto, dove vi è chi ha interesse a suscitare la guerra civile. Tutti sanno della cinquantina di morti. L’esercito dice di aver risposto al fuoco dei manifestanti. I Fratelli Musulmani dicono di essere innocenti. Hanno forse ragione entrambi: dai tetti sparavano dei cecchini che non appartenevano né all’esercito né ai fratelli musulmani, ma che evidentemente hanno interesse a scatenare una guerra civile fra gli uni e gli altri. È con ogni verosimiglianza anche questa la strategia domestica di Repubblica, che punta sulle convinzioni private e personali di un onesto medico di provincia e sulla reazione che queste opinioni private possono suscitare da parte di altri, opportunamente istigati dal sistema mediatico messo in movimento dal secondo quotidiano d’Italia. È una strategia che “La Repubblica” segue da anni, avvalendosi di una squadra ad hoc costituita ed assemblata. Seguendo e collegando episodi in apparenza scollegati e casuali ne viene fuori una situazione che ben si collega al libro di Warburton, che andremo leggendo e collegando sulla filigrana di un caso specifico, dalla sua genesi alla sua evoluzione in itinere.

L’agile volumetto è preceduto da una Introduzione del traduttore, Davide Cadeddu, il quale opportunamente osserva in limine che per il 2013 l’Italia è classificata al 57° posto su 179 paesi per la “libertà di stampa”. Io vado ripetutamente osservando che libertà di stampa, libertà di parola e libertà di pensiero non sono la stessa cosa. Anzi il mio contributo vuole consistere nella rilevazione della frequente contrapposizione fra libertà di stampa e libertà di pensiero, e spesso anche libertà di parola, se si considerano i modi frequenti in cui i giornali eludono il diritto di replica previsto a tutela dei cittadini da una legge del 1948. E possiamo anche documentare come la magistratura è perfino complice in questa elusione. Dobbiamo però procedere per gradi e chi ci segue deve aver pazienza, poiché la nostra scrittura è in tempo reale, in progress. Ciò è consentito dalla rivoluzione di internet che elimina lo iato fra i tempi di ideazione, i tempi di stampa, ed i tempi di pubblicazione e distribuzione.

Frank La Rue
Andando avanti nella lettura, e saltando spunti interessanti sui reati di opinione e sulla diffusa pratica dell’autocensura, fa al nostro caso una citazione di Frank La Rue, ossia un signore che è ancora nell’anno corrente il relatore dell’ONU per la libertà di espressione. La citazione suona: «In Italia c’è una concentrazione di gruppi di potere che manipolano l’opinione pubblica». Tornando al nostro “caso” non vi è dubbio alcuno che di “manipolazione” si tratta e siamo perfino in grado di individuare con nome e cognome i “gruppi di potere”, con mandanti e scagnozzi incaricati dell’esecuzione. Non vi è dubbio di sorta che l’articolista di Repubblica, il Tale di cui evitiamo di fare il nome, non avesse da farsi curare le emorroidi o il mal di pancia, telefonando al medico Valli, il cui Ambulatorio viene trasformato in una biblioteca specializzata ed i pazienti che vi si recano abitualmente in cultori di studi storici. La “manipolazione” è evidente e consiste nel mescolare un hobby privato con l’esercizio dell’arte medica e della relativa deontologia: il medico Valli non ha mai chiesto ai suoi pazienti come la pensassero su qualsiasi argomento prima di fare la sua diagnosi della malattia e quindi somministrare i relativi farmaci. Ma l’articolista di Repubblica mette insieme i dolori causati dalle emorroidi con le tragedie della seconda guerra mondiale, per la quale gli storici di professione – non i medici – aspettano la prossima apertura degli archivi di Washington e di Mosca. Non sembra neppure che il detto Articolista sia egli stesso un cultori storici che desideri confrontarsi dialetticamente e criticamente con quegli argomenti di storia su cui il medico ha una produzione imponente. L’interesse dell’articolista di Repubblica per il medico Valli non è né di carattere medico (visita privata per cura delle emorroidi, il mal di pancia o altro), né di carattere storico (chiedere lumi o avanzare puntuali critiche), ma solo di carattere diffamatorio e demonizzante. Se fossimo noi dei magistrati, apriremmo noi un fascicolo su questo articolista e sui suoi mandanti. Ne verrebbe forse il reticolato di quella “manipolazione” di cui parla Frank La Rue, relatore dell’ONU per la libertà di espressione.

Nigel Warburton
E qui ci fermiamo, rinviando ad altro post, lo sviluppo del nostro discorso, mentre proseguiamo nella istruttiva lettura del libro di Nigel Warburton ed aspettiamo gli sviluppi e gli effetti del lancio della “notizia” da parte di Repubblica e del suo articolista, le cui cantine per reciprocità dovrebbe essere indagate con lo stesso diritto con cui costui pensa di setacciare ed infangare la vita di un galantuomo, che non è il medico Valli, ma è ognuno di noi che nei pieno rispetto delle leggi della stato e nel puntuale minuzioso pagamento delle tasse pensa di avere almeno il diritto alle proprie private opinioni ed a condurre la propria vita, protetto dalla legge delle stato e dalle sua massime statuzioni che si rammentano qui di seguito:

Primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti di America, ai quali siamo soggetti e che sul loro territorio hanno un rispetto per la libertà di pensiero alla quale noi “cupidi servi” abbiamo rinunciato spontaneamente senza esserne neppure richiesti:
“Il Congresso non potrà fare alcuna legge […] che limiti la libertà di parola, o quella di stampa, o quella del popolo di riunirsi pacificamente,  e di rivolgere petizioni al governo per la riparazione dei torti”.
Dichiarazione universale dei diritti umani, del 1948, che al suo articolo 19, dovuto alla mano di Stephen Hessel. così recita:
«Ognuno ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione. Questo diritto include la libertà di sostenere opinioni senza interferenze e di cercare, ricevere e fornire informazioni e idee in qualunque forma e senza riguardo delle frontiere».
Questo articolo va integrato il “General comment No. 34”, della Commissione dei diritti umani, riunitasi a Ginevra nel periodo 11-29 luglio 2011, che invitava espressamente gli stati al rispetto della libertà di pensiero senza alcuna limitazione fatta discendere dalle leggi memoriali. Ma di ciò ci dovremo occupare a parte, anche traducendo tutto il testo del commento. Per adesso possiamo rilevare una violazione dell’art. 19 nel tentativo legislativo in atto di introdurre anche il Italia il reato di “diffusione” di pensieri proibiti. Per cui avremo anche noi il caso di un padre di famiglia tedesco che si è trovato condannato a 9 mesi di carcere, scontando la pena, per il solo reato di aver prestato ad un amico un libro “proibito”, il cui autore sconta ancora in carcere 12 anni per averlo scritto quel libro. Forse neppure nei tempi più “bui” del medioevo!

A tutti noto dovrebbe essere l’Art. 21 della costituzione italiana sul quale ritorneremo ancora. Nel 1948 la legislazione italiano produsse anche la legge sulla stampa. che prevede il diritto di replica, di rettifica, smentita. Documenteremo il modo in cui questo obbligo viene disatteso dalla stampa nostrana, che gode impunemente del diritto di diffamare e denigrare. Se qualcuno, toccando gli stessi giudici, non i comuni cittadini, ci incappa, allora viene prontamente “graziato”.


sabato 13 luglio 2013

Sempre la solita... “La Repubblica” delle calunnie e del linciaggio. - La Calunnia all’attacco contro un medico di provincia che si diletta di storia!

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Le notizie sono confortanti e le si possono leggere in «Come don Chisciotte», in un articolo di Cori Modigliani, ripreso da “Libero Pensiero”: proprio tutti i media, Repubblica compresa, hanno avuto un poderoso calo di introiti pubblicitari: «By Bye cara cupola mediatica. Crolla in Italia il mercato dell’editoria, dell’informazione e dell’ascolto televisivo...». Il testo di Cori Modigliani è basato sul rapporto ufficiale dell’Agenzia Nielsen, azienda leader nel settore. Ieri pomeriggio, davanti a Montecitorio, vi è stata una delle nuove iniziative del Movimento Cinque Stelle: Agora. Una manifestazione che vede convocati davanti alla piazza i cittadini cinque stelle che discutono essi stessi in piazza (agorà) le leggi che i parlamentari votano in parlamento... Curioso, come ieri non vi fossero i soliti media. Davvero strano... Eppure non pochi parlamentari cinque stelle sono usciti dal Palazzo, si sono seduti per terra, ed hanno illustrato ai cittadini la loro attività dentro il Palazzo. Quindi, è proseguito il dibattito fra i presenti... un dibattito, dove certo non è mancato il dissenso, come ad esempio sulla opportunità di invocare l’estensione della legge Mancino detta così impropriamente, ma in realtà opera di Taradash-Modigliani, su commissione di interessi lobbistici che ora tornano puntualmente in campo, con azioni mediatiche di supporto. Dicevamo, su una cosa tutti erano d’accordo: sulla natura e la funzione eufemisticamente disdicevole del quotidiano “La Repubblica”, che meriterebbe dalla Presidenza della Repubblica una reprimenda non meno severa di quella impartita oggi al quotidiano “Libero”, espressione della stessa Lobby i cui tentacoli si estendono a tutto il sistema mediatico italiano ed internazionale.

Per chi ha seguito i movimenti di truppe e i compiti assegnati agli “agenti” non è difficile collocare l’odierno attacco al medico Gianantonio Valli, un galantuomo, una persona per bene, colpita dalla recente perdita della moglie, a cui era legatissimo. Quella di “Repubblica” è una assoluta vigliaccata che fa parte di una serie premedita, che è un attacco alla libertà di tutti i cittadini, quelli comuni che incontriamo per le strade, il fornaio, il barbiere, il calzolaio, il medico di famiglia. Come diceva Pasolini, so tutto, ma non posso provare nulla. Si può citare il Guardian di qualche anno fa che parla di un reclutamento massiccio da parte delle Ambasciate di “operatori” a sostegno dell’immagine e degli interessi israeliani, soprattutto in Europa. Personalmente, resto ancora in attesa da parte di “Repubblica” degli adempimenti di legge per la pubblicazione delle rettifiche e smentite, a proposito di una grossolana menzogna più grande di una montagna. Chi è vittima di un torto subito è naturalmente e spontaneamente solidale con chi subisce analoghi torti. Da qui la mia immediata discesa in campo in difesa del medico, studioso di storia, a prescindere da ogni rapporto personale di stima ed amicizia.

Stessa ed identica tecnica che ormai ben conosciamo. Ancora una volta “Repubblica” fa una caricatura delle idee e opinioni altrui, legittime, in violazione del calpestato art. 21 della costituzione italiana, nonché della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e delle più recenti raccomandazioni agli stati per il rispetto della libertà di pensiero senza che venga aggirata dalle elucubrazioni memoriali. A proposito di quest’ultime recentemente lo storico Cardini ha osservato come con la prossima scadenza dei 70 anni per l’apertura degli Archivi di Washington e di Mosca proprio su Hitler e il nazismo gli storici si troveranno costretti a “rivedere” le loro conoscenze. Ho detto “rivedere”, giacché ogni storia che non sia propaganda o arte della calunnia e della demonizzazione del diversamente pensante non può che essere continua “revisione”, o è altrimenti inutile. Far capire ciò ai calunniatori di professione è pretendere l’impossibile. Di fronte alla malafede non esiste “dialogo” di sorta ed è ingenuo aspettarselo. Questo per dire, che in condizioni ordinarie di civiltà nessuna idea o opinione, vera presunta o falsamente attribuita e manipolata, può essere materia per una autentica “porcata” come quella che ci è capitata di leggere su “Repubblica”, ancora una volta. E non si troverebbe giudici disposti a dare copertura a queste mascalzonate, sentenziando ogni volta che si tratta di “diritto di cronaca”, pur in aperta violazione di criteri giurisprudenziali della “veridicità”, “pertinenza”, continenza. Infatti, a prima vista, non vi è nessuna “pertinenza” fra l’attività medica di un ambulatorio, quello di Valli, e quanto riportato dall’Articolista neppure degno di essere nominato: trasforma un ambulatorio, un normalissimo ambulatorio, in una biblioteca specializzata di demonologia. Sarebbe interessante scrivere un libro sulla giurisprudenza di questo regime, nel quale viviamo assai infelici, comparandola con la giurisprudenza di altri regimi. E non perché con questo ci si dichiari nostalgici di quei regimi nei quali hanno vissuto i nostri padri e nonni.

In altri miei post e interviste ho insistito sulla distinzione  e contrapposizione fra “libertà di stampa” - in ispecie quella dell’articolista di Repubblica – e “libertà di pensiero” che è invece propria del medico Valli, che viene attaccato non in quanto “storico” ma in quanto “medico”, secondo una stessa identica tecnica più volte da me rilevata: se un calzolaio o un barbiere, durante l’esercizio del loro mestiere esprimono personali opinioni, condivisibili o meno, non vengono contestate le loro opinioni in quanto cittadini con diritto di avere delle opinioni, ma vengono colpisti onesti e diligenti lavoratori nel loro mestiere di calzolaio, barbiere, bigliettaio, commesso... insegnante... ricercatore... medico! Libertà di stampa e libertà di pensiero vengono spesso presentati come intercambiabili, quando la realtà odierna dimostra sempre più che sono opposti, grazie a questi giornali! A “Repubblica” è nei fatti lasciato libero il diritto di caricatura, falsificazione, denigrazione del dott. Valli, mentre il dott. Valli non avrà gli stessi identici mezzi per replicare e manifestare il suo “libero pensiero”, che potrà essere condivisibile o meno, ma che è un sacrosanto diritto costituzionale di ogni cittadino, un diritto che deve essere riconosciuto da tutti gli altri cittadini che si riconoscono nella costituzione in modo tanto più forte e deciso quanto più evidente è la sproporzione fra i mezzi di cui dispone il calunniatore, di gran lunga superiore, e quelli di cui dispone il calunniato, praticamente inesistenti, lasciando il cittadino, anche quella analfabeta, alla mercé dei potenti del regime. La professione giornalistica consiste ormai nella calunnia su commissione, nella certezza di trovare quasi sempre una magistratura compiacente e connivente: due poteri che si sostengono a vicenda.

Già scritto e commissionato, allo scopo di calunniare presso i suoi clienti un onesto e valente medico di famiglia, l’articolo odierno di Repubblica, di cui non diamo il link per non propagarne l’indecenza, trae avvio da una assoluta calunnia di un cosiddetto ricercatore, specializzato in ritagli di giornale da Repubblica, che poi come fonte autorevole cita il suddetto identico ricercatore,  al quale il dott. Valle scrisse una ventina di garbatissime e dottissime lettere di replica, alle quali l’esimio ricercatore mai seppe rispondere. Al momento il testo online di Repubblica compare in automatico in una serie di aggregatori, che evidentemente fanno affidamento sulla fonte “Repubblica”, ma non ho potuto leggere nessuna replica dove sia possibile interagire. La risposta del “ricercatore” è stata probabilmente concertata con “Repubblica” che lancia una nuova battuta di caccia alle streghe. Di solito la cosa funziona con la ripresa della fonte da altri media e quindi con una “gogna” mediatica che ha bisogno sempre di nuova carne da triturare. La cosa pare sia nata da una di quelle normali telefonate, che Valli riceve in genere dai suoi clienti o da quanti in questo periodo lo chiamano per porgli le condoglianze per la grave perdita subita. E forse la perfidia ha previsto che il dott. Valli è ora particolarmente indifeso per il grave lutto privato che lo vede disarmato nel rispondere con facile replica e confutazione del calunniatore di turno, che si inventa o travisa quanto carpito telefonicamente da una persona di animo gentile, disponibile ed in buona fede. Questo tipo di informazione è vomitevole e sarà veramente una grande segno di maturità del popolo italiano il giorno in cui neppure una copia di questi giornali sarà acquistata in edicola. La tecnologia della comunicazione consente oggi di farne a meno, e soprattutto di licenziare, metaforicamente, a pedate nel sedere questo genere di giornalisti, sedicenti tali, che si guardano bene dal mostrare la loro faccia alle vittime designate. Tra un precario che lavoro ad un Call Center ed un giornalista che si attacca ad un telefono non vi nessuna differenza, eccetto che il primo resta un lavoro ingrato ma onesto ed il secondo non ha nulla di onesto. Ed in effetti non è raro scoprire che simili figuri non hanno nulla a che fare con l’informazione in senso professionale, intesa come etica giornalistica, ma possono essere figuri messi nel sistema mediatico per losche operazione, come nel caso di spie o agenti dei servizi, espressamente incaricati di manipolare l’informazione e di indurre in errore la cosiddetta “opinione pubblica”, che in realtà non esiste e si dovrebbe parlare più concretamente di una “opinione pubblicata” di qualche Betulla d’Italia o d’Israele.

Seguiremo comunque gli sviluppi di questa nuova campagna di stampa, ma consideriamo una buona notizia il fatto che gli investitori in pubblicità vadano sempre più disertando l’industria mediatica della diffamazione, che getta fango perfino sui loro prodotti commerciali reclamizzati – le ditte lo hanno capito! – e si sposta sul web, dove anche guadagniamo cifre minuscole, centesimali, simboliche. Agli introiti pubblicitari dovranno essere tolti i milioni che i giornali ricevono dal finanziamento pubblico. I cittadini accorti potranno accelerare il processo tenendosi lontani dalle edicole e lasciando i giornali al consumo interno delle loro redazioni e dei loro committenti e padroni. Se di una Liberazione abbiamo bisogno, occorre incominciare con il liberarsi di tutte le centrali della diffamazione, facendo seguire la liberazione dai loro supporter, committenti e manutengoli. L’informazione è certamente un bene prezioso e necessario, ma costoro non hanno nessun rapporto con l’informazione e perseguono fini che è poco definire criminali.

mercoledì 26 giugno 2013

Lettera a “Repubblica” ex art. 8 della legge sulla stampa 8 febbraio 1948, n. 47, per articolo apparso nella cronaca di Roma in data 14 aprile 2013, riproducente il contenuto di altro articolo del 22 ottobre 2009

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Via Cristoforo Colombo, 98      Roma
Malgrado siano trascorsi tutti i tempi postali sembra non aver avuto alcun esito la seconda raccomandata spedita al quotidiano “La Repubblica”. Ho fatto esperienza di tutte le astuzie legali e paralegali di cui il quotidiano di De Benedetti si serve. Pazienza! Speriamo, ci auguriamo che una nuova forza politica che appare alla ribalta, il Movimento Cinque Stelle, riesca a ridare ai cittadini le libertà di cui hanno bisogno, riformando e disciplinando tutto il settore dei media e facendo cadere l’ambiguità fra una “libertà di stampa” che opprime i cittadini ed una libertà di pensiero che spetta ai cittadini, ai quali è di fatto tolta: i cittadini non hanno il diritto di pensare, essendo il loro pensiero avocato dagli organi di stampa, che se ne arrogano le veci. Ai cittadini viene attribuito ciò che non pensano e viene loro sottratto ciò che effettivamente pensano: questi sono i giornali e le televisioni in Italia. La chiamano “libertà di stampa”!

Quella che pubblichiamo è la seconda raccomandata inviata a Repubblica. In questo quotidiano, per fini che non ci è difficile indovinare, l’arroganza e la sfacciataggine nel reiterare, aumentata, la stessa menzogna di quattro anni prima è di inaudita enormità e sfacciataggine. Di lettere ne seguiranno una terza ed una quarta, e la stessa lettera viene inviata ogni volta a quanti assumono il quotidiano “La Repubblica” come loro «fonte» della “notizia”, ritenendo in questo modo di essere coperti da ogni addebito e contestazione. All’origine di questa storia vi è un nome, che in molti hanno imparato a conoscere ed “apprezzare” per quel che merita: Marco Pasqua, che ora sembra aver spostato i suoi servigi da “La Repubblica” a “Il Messaggero”, da dove ogni tanto esce con articoli e servizi che sembrano tutti scritti con lo stampino: stessi contenuti, stesso stile, stessa demonizzazione, stesse strida ed affettazioni pervasive e ammiccanti, stesse pseudo e fantasiose argomentazioni. Degli “amici” come dei “nemici” non ci si dimentica mai. Ed è bene tenere sempre alta la guardia.

Uscì anni addietro su "Il Messaggero” un articolo, non firmato, che mi tirava in ballo in altra storia totalmente campata in aria. Vi fu da parte mia, nel giro di qualche ora, una tempestiva smentita con tutti i crismi di legge. La diffusione della notizia ad altri organi di informazione – come avvenne e avviene normalmente per “Repubblica” – fu subito sventata, ma non avendo io agenzie investigative a mio servizio mi è sempre rimasto il dubbio di come la panzana sia potuta nascere. Purtroppo, non mi resta che esercitare l’arte del sospetto e della congettura, che però grazie ad Andreotti non è cosa da sottovalutare. Bisogna solo saperla esercitare ed aspettare  che i tempi maturino per avere prove e controprove documentate.

Avviso: a quanti intendono notificare atti legali a Repubblica è consigliato di prestare attenzione ai tre numeri civici, di cui dispone il quotidiano e che come nel gioco delle tre carte sono spesso causa di inganno e di reiterate spedizioni, con eventuale decorrenza di termini prescrittivi.

*
2ª Racc. A.R.


All’Ufficio Legale
del quotidiano “La Repubblica” Gruppo Espresso
Via Cristoforo Colombo, n. 98
00147 ROMA

Comunicazione ai sensi di legge.

In data 14 aprile 2013, nella cronaca di Roma, p. 4 (vedi allegato) appariva un articolo dove testualmente si afferma che nel 2009 avrei concesso una intervista a Repubblica («A Repubblica disse il Ricercatore…»). Da me non è stata mai concessa a “La Repubblica” nessuna intervista ed il virgolettato è una manipolazione ed estrapolazione di testi diversi e disparati, sganciati dal loro contesto. Ricordo ancora una volta che la vicenda riportata da “La Repubblica” con articolo del 22 ottobre 2009 diede luogo ad un procedimento disciplinare conclusosi con piena assoluzione, per inesistenza del fatto e del diritto, e quindi con avvio di azione civile risarcitoria contro “La Repubblica”, la cui causa è ancora in corso e l’inesistenza di una siffatta intervista risulta già dagli atti di causa.

Cortesemente invito a pubblicare tale rettifica ai sensi della L. 8/2/1948 n. 47 (art. 8).

Distintamente
In Roma,  17 maggio 2013
(e in secondo invio il 5 giugno 2013)

Antonio Caracciolo

Nota Bene: il primo invio, tempestivo e dopo informale email senza esito, è stato inoltrato al n° civico 90 su informazione ed assicurazione del vostro Centralinista, il quale ha assicurato che trattavasi di civico valido ai fini postali, anche per l’inoltro all’Ufficio legale. Vi prego cortesemente di darmi comunicazione, quando e se pubblicherete la presente.


domenica 16 giugno 2013

L’«idiozia» della democrazia diretta e la scelleratezza criminale della ”rappresentanza politica”. La tirannia del parlamento. L’inganno del “voto”

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Post in elaborazione. Bozza.

Avevo intenzione di scrivere qualcosa, ma un qualcosa scritto sull’acqua, come sempre, alcuni giorni fa, dopo aver assistito ad uno dei soliti talk show di cui ho dimenticato tutto, eccetto alcune affermazioni di Massimo Cacciari, che era nella stessa trasmissione messo in un medaglione gestito dal conduttore e dove era presente, o meglio costretto, anche Paolo Becchi e il il politologo Sartori, di cui ricordo pure una gratificazione, forse pannelliana, di uomo che sa tutto e non capisce nulla. Non ho la registrazione, ma nel suo livore contro il Movimento Cinque Stelle sembra abbia pontificato con delle enormità sul diritto stesso del Movimento di partecipare alla competizione elettorale. Mi riservo di ritornare su questa enormità se ritrova e risento la video registrazione.

Ma era l’«idiozia» di Massimo Cacciari che aveva attratto la mia attenzione. Una «idiozia» che ha fatto scuola se ieri sera il giornalista Feltri (ahimé i nostri sapienti son tutti “giornalisti”, che ci servono a briciole il pane quotidiano della loro saggezza), il quale senza citare la fonte ha ripetuto tal quali le argomentazioni di Cacciari. Cosa diceva dunque? Che la “democrazia diretta” non ha neppure la dignità dell’«utopia», cosa che tutti i filosofi della storia hanno sempre considerato con rispetto, ma che era una assoluta «idiozia» nella complessità del mondo moderno. Alla realizione di questa “idiozia” confligge la “complessità” del nostro mondo, enormemente più articolato di quello antico o medievale o preistorico.

Io avrei intanto qualche perplessità proprio su questa idea di “complessità” applicata alle societù umane. che sono pensate evidentemente come “complesse” se riferite alle nostre società tecnologizzate, dove l’uomo è reso sempre più povero spiritualmente e mentalmente, e forse proprio per questo bisognoso di rimettere tutto il suo essere nelle mani e nelle disponibiltà perfino in quelle dei giornalisti e dei conduttori di talk show, pagati a 500.000 euro l’anno, come nel caso dell’eterno sorridente Floris, un sorriso stampato e mai stanco della tensione muscolare che il sorriso pur comporta. Quanto alla sicurezza con cui Massimo Cacciari pronuncia i suoi giudizi, spesso interessanti e condivisibili, ma affatto comuni e di buon senso, ha smesso di impressionarmi ed influenzarmi da quando tanti anni fa, al tempo della prima guerra del golfo, spacciandosi per esperto di strategia militare il buon Massimo ebbe a fare una dichiarazione che fu smentita dai fatti appena una settimana dopo. Dunque, è meglio di Cacciare l’invito a “pensare con la testa propria” da lui rivolto in un convegno ad un relatore che infarciva il suo discorso con citazioni che chi ascoltava non poteva verificare. Dunque, non con la testa della stesso Cacciari, ma con quello di cui ognuno di noi ha avuto da madre natura, grande o piccola che sia.

Ebbene, la prima obiezione a Massimo è che lui è sempre stato un uomo di partito ed è stato parlamentare e sindaco. È stato un “rappresentante politico” e dunque in qualche modo non è libero nel suo giudizio quando dice che la “democrazia diretta” è impossibile in quanto è una “idiozia”. Se prendiamo l’accezione che il termine “idiozia” aveva in Grecia nel IV secolo avanti scritto “idiozia” è invece, forse proprio la “rappresentanza politica”, a cui il cittadino privato, l’idiotes, si consegna quando abbandona la vita politica, quando non esce più in piazza per decidere insieme ad altri cittadini il destino della polis e della sua stessa vita privata, ormai amministrata da altri, e certamente non per il suo interesse, ma nell’interesse prevalente di chi il potere lo gestisce.

Io vorrei chiedere ad ogni italiano se crede veramente che ogni singolo parlamentare stia in Montecitorio non per quei 20.000 euro mensili assicurati, come base minima della carriera politica, ma per assicurare le condizioni di vita e di esistenza di ognuno dei 60 milioni di italiani. Vorrei anche chiedere se crede che i Mille siano davvero quanto di meglio si trovi in mezzo a 60 milioni di cittadini. Io vorrei chiedergli come si sente quando mette un segno di croce su una scheda per non poter fare null’altro. Se non credo che per effetto di questo chiamata in recinti chiusi, a mo di bestiame, non si siano innalzati sopra di sé, in dignità ricchezza e potere, persone di cui spesso (quando se ne può avere una conoscenza non mediatica, ma personale) si ha sommo disprezzo. Ed è questa appunto la “rappresentanza politica”, una formula criminale al cui confronto l’organizzazione mafiosa impallidisce.

No, caro Massimo, ad essere una “idiozia”, per giunta criminale, è proprio la “rappresentanza politica”, da cui in questi 70 anni di “antifascismo fascista” abbiamo potuto avere tutte le prove documentali che ci servivano. E resta il fatto che quando non sono “ladri” o “collusi” noi abbiamo sempre sollevato sopra noi stessi individui il cui “onore” non è maggiore del nostro, ma passano per gli Onorevoli per antonomasia. Viene da rimpiangere l’ancien règime, i cui ordini (Clero, Nobiltà e Terzo Stato) hanno ceduto il passo ed il potere a qualcosa di peggio e certamente più subdolo e ipocrita.

E veniamo alla “complessità” che renderebbe impossibile la “democrazia diretta” e quindi perché “impossibile” anche “idiota”. Ricordo a proposito di possibilità una distinzione che avevo trovato in un articolo di Lelio Basso, non so se sua propria o risalente ad altri. Egli distingueva fra una possibilità “astratta” in quanto priva di mezzi, ed una possibilità “concreta”, in quanto fornita di mezzi e quindi idonea a raggiungere i suoi scopi. Ebbene, se la “rappresentanza politica” è lo “strumento” con cui i cittadini realizzano i loro fini, ogni giorno che passa dimostra financo ai ciechi che questo strumento produce per un verso il fine della macelleria sociale, il fine del “genocidio” di quel popolo che si dice di rappresentare: ho detto “genocidio” che può avere tante forme, di cui quella vigente è sempre la meno sospetta e riconoscibile: quale peggiore genocidio di quello che ti toglie ad intere generazioni il futuro, la speranza, la dignità?

In un loro libro, Beppe e Casaleggio, parlano di “intelligenza collettiva”, resa oggi possibile proprio dalla forma di comunicazione della rete, appena agli esordi ed ancora assai perfettibile. Io stesso in una piazza di Brindisi a chi mi chiedeva cosa fare per uscire dall’inazione, dall’impotenza, dalla frustrazione, non ho certo detto di votare per questo o per quel partito, per questo o l’altro personaggio. Eravamo su un palco dicendo che non ci presentavamo alle elezioni e non chiedevamo il voto di nessuno. Ma ogni cittadino che insieme ad altri nove cittadini si fosse organizzato in gruppo su un progetto, anche di studio, diventava una forza notevole. Se poi in dieci si sapevano coordinare con gruppi analoghi, allora il rivolo diventava un fiume, anzi un torrente inarrestabile.

Ahimé, ho scritto più di quel che non volessi, ma concludo rapidamente e bruscamente, dicendo che proprio la “complessità” della società odierna consente di creare, sperimentare e attuare quegli istituti di cui la ‘democrazia diretta” ha bisogno. Che io sappia il filosofo Cacciari non ha mai spremuto le sue meningi filosofiche per pensare le forme della democrazia diretta. Se è stato anche lui parlamentare, la sua eredità è quella che ci troviamo oggi. E dunque non possiamo ritenere credibile la critica di Cacciari alla “democrazia diretta”, anche perché ci è preclusa la formula hobbesiana della relazione di protezione / obbedienza. I nostri “rappresentanti politici” agitano continuamente gli spauracchi pre-1945 per dirci che sono loro hanno il sovrano diritto di tiranneggiarci in un mondo che per definizione autoreferenziale è oggi migliore di quello distrutto e soggiogato nel 1945.

Se il criterio per verificare nel tempo e nello spazio la legittimità di ogni forma di potere costituito è la relazione protezione / obbedienza,  cioè ubbidisco ad una autorità che ritengo legittima solo e in quanto mi protegge nell’accezione più ampia del termine, includendo protezione fisica della vita ma anche della libertà e della dignità, allora non pare esservi dubbio che la forma attuale di potere rappresentativo (oggi Letta/Alfano) è il più “illegittimo’ del dopoguerra. Questi signori ubbidscono all’«Europa» o meglio alla Finanza, ai Mercati, allo Spead, non al popolo italiano, e del popolo italiano preparano la macelleria sociale e la repressione: devono lasciarsi scannare senza resistenze “eversive” e devono lasciarsi scannare dal governo delle larghe intese, promosse e benedette da Napolitano. Essendo precluso il ritorno a forme di governo precedenti il 1945, non resta altra via che la “democrazia diretta”, l’unica possibile e praticabile, anche se assai impervia e piena di insidie.

domenica 2 giugno 2013

Analisi del voto elettorale alle amministrative del maggio 2013 nella città di Roma: affermazione del Movimento Cinque Stelle.

A leggere i consueti giornali della carta stampata o a seguire i ludibri dei canali televisivi, in particolare quegli spettacoli immondi che sono i talk show, sembrerebbe ormai assodato che il Movimento Cinque Stelle sia scomparso, non esista più. Anche questa volta io mi sono offerto di fare il rappresentante di lista per il Movimento Cinque Stelle e non ho nascosto la mia adesione al Movimento. L’ho anzi resa pubblica e ciò ha immediatamente prodotto un ennesimo attacco da parte del quotidiano La Repubblica, di cui ho già detto in precedente post e di cui dirò nel successivo.

Qui mi soffermo brevemente sull’analisi del voto elettorale, per il quale rinvio alla discussione in atto da me avviata nel Forum romano del Movimento Cinque Stelle. Per un più ampio pubblico di lettori, anche non aderenti al Movimento Cinque Stelle, riassumo invece i termini essenziali della discussione in atto e che io mi auguro non venga abbandonata fino alla prossima scadenza elettorale delle comunali del 2018, per la quale già incominciamo a prepararci, per non ripetere gli errori fatti (se ve ne sono stati) e soprattutto per superare i limiti materiali ed umani, che già ben conosciamo.

È curioso come tutte le fonti di informazioni abbiano notato un forte incremento dell’astensione,  soprattutto a Roma, dove già nel primo turno metà dei cittadini romani ha scelto di non votare, con un incremento del 21 % rispetto al 2008, ma poi i raffronti per il Movimento Cinque Stelle vengono fatti con le politiche del febbraio scorso e non invece con le amministrative del 2008, quando il Movimento Cinque Stelle non era neppure stato fondato. Rispetto ad allora, stando a calcoli da ragioniere, il Movimento è passato da zero ad oltre il 12 per cento, un risultato certamente magro rispetto alle politiche di due mesi prima, ma più che lusinghiero rispetto allo zero di partenza.

Per maggiori dettagli e più minute argomentazioni rinvio alla discussione interna già citata. Qui ne riporto le conclusioni provvisorie. È da considerare soddisfacente il risultato che vede in Campidoglio e ai singoli Municipi la presenza di consiglieri del Movimento Cinque Stelle che porteranno all’esterno le informazioni di cui il Movimento ha bisogno per crescere.  In effetti, se in Movimento Cinque Stelle avesse conquistato di colpo l’amministrazione del più grande comune d’Italia io temo che non saremmo stati capaci di tanto onere e di tanto onore. Personalmente, mi ritengo particolarmente soddisfatto per aver mandato a casa (non ho dubbi sul ballottaggio) il signor Gianni Alemanno, con il quale ho un conto personale da quando nell’ottobre 2009 Repubblica, su commissione di terzi e con firma Marco Pasqua, scatenò una attacco mediatico contro di me. Alemanno – che disgraziatamente avevo pure votato nel 2008! – fu tra quelli che mi si avventarono contro e contro i quali la giustizia del Cielo non tardò a manifestarsi, come nel caso di Marrazzo, che oggi lamenta una campagna di stampa contro lui, dimentico che lui stesso aveva fatto parte pochi giorni prima di una campagna di stampa contro me, rilasciando dichiarazioni del tutto gratuite e prendendo come oro colato ciò che Repubblica metteva in circolazione.

Enzo Tortora, una vittima dei media
Chiedo scusa ai miei lettori se tiro fuori sempre la mia vicenda personale, ma lo faccio soltanto nella persuasione del suo valore esemplare: io stesso come Tortora, anche se per fortuna senza gli stessi connotati tragici. E non mi stancherò di ricordare la mia vicenda ogni volta che sarà pertinente al discorso corrente... E quale è qui ora il nostro discorso? Presto detto: il Movimento Cinque Stelle, al quale ho aderito convintamente e fattivamente dopo aver definitivamente sciolto qualsiasi mio vincolo con il PDL,  non è affatto finito, ma è appena al suo inizio. Molto lavoro vi è ancora da fare, perché la crisi e lo sfascio sociale aumenta di giorno in giorno. Questi partiti che ne sono la causa non ne sono e non ne saranno il rimedio. Il castello di menzogne che con il concorso dei media ogni giorno edificano con notizie date al mattino già crolla con le notizie delle sera, se appena appena i teledipendenti del regime riescono a manifestare un lieve sussulto di spirito critico.

Il Movimento romano non ha sofferto per il risultato elettorale. Le sue riunioni organizzative continuano come prima, il lavoro non si è interrotto, anzi si svolge meglio senza l’impaccio della campagna elettorale, e aumentano le adesioni e l’entusiasmo dei suoi militanti. La storia non è solo uno sguardo al passato, ahimé uno sguardo non libero ma spesso costretto e ingabbiato da ricostruzioni di regime e dal suo occhio televisivo, dove - ad esempio - in occasione di una trasmissione “educativa” sul referendum istituzionale (repubblica o monarchia) mi capitò di veder salutato come una “benedetta truffa” il risultato elettorale che ancora oggi si celebra il 2 di giugno. La storia è anche il presente nel suo farsi,  dove ognuno è protagonista, lo voglia o no, anche restando del tutto inerte davanti al fluire degli eventi.