martedì 26 gennaio 2016

Teodoro Klitsche de la Grange: rec. a Carl SCHMITT, Imperium.

Carl Schmitt, Imperium, Quodlibet, Macerata 2015 pp. 292, € 26,00

Nel 1971 Carl Schmitt fu intervistato dallo storico Dieter Groh e dal giornalista Klaus Figge; tale intervista (radiofonica) è stata trascritta dai nastri e tradotta per la prima volta in italiano in questo libro.

Dato il tema e l’occasione il libro ha un valore prevalentemente storico e biografico; per il lettore dei saggi del giurista di Plettemberg, questo taglio presenta comunque anche qualche interesse “sistematico” e soprattutto è utile a comprendere il rapporto tra il percorso di vita (e storia) di Schmitt e alcune delle sue tesi, esposte nelle opere più note.

Una consistente parte dell’intervista è dedicata alla presa del potere di Hitler, ed alle altre figure principali di quel frangente; Hindenburg, Von Papen, Scheicher. Ed ai rapporti che Schmitt ebbe con questi. Nel rileggerlo il pensiero va ai saggi “Il custode della Costituzione” e “Legalità e legittimità” come alla Verfassungslehre.

E’ interessante sapere che Schmitt studiò giurisprudenza, per il consiglio di un ricco zio lorenese che appreso che avrebbe voluto studiare filologia  lo dissuase dicendo che questa era “una ben misera occupazione … Ti do un buon consiglio: studia giurisprudenza!”. E facendo la fila per l’immatricolazione all’Università Humboldt ricordò “Ho ancora davanti agli occhi quei cartelli con scritto: facoltà di Giurisprudenza e Facoltà di Filosofia ... mi fermai per un momento a riflettere, perché stavo ancora pensando a quello che mio zio André, così si chiamava, mi aveva detto a Rombach, e poi andai alla Facoltà di Giurisprudenza. Come primo corso ho seguito quello di Kohler, scoprendo così quanto potesse essere interessante questa facoltà. Non fu dunque frutto di una profonda riflessione …. Ascoltandolo, qualcuno dei miei persecutori forse dirà: «Quale disgrazia ci sarebbe stata risparmiata se all’epoca si fosse messo in un’altra fila!». Vedete, è così che si svolge la storia del mondo”. E’ gustoso il racconto che fa Schmitt del discorso dallo stesso tenuto per l’anniversario della fondazione del Secondo Reich presso l’Istituto universitario per il Commercio “Ero stato chiamato alla cattedra di quell’istituto che prima era stata di Hugo Preuß e di Schücking – era la cattedra più bella, perciò ebbi automaticamente come nemici mortali i professori ordinari di diritto pubblico all’Università di Berlino”. Dopo il discorso, tenuto alla presenza di François-Poncet, allora ambasciatore di Francia, il commento dei colleghi era malevolo “All’università correvano queste voci rabbiose, perché era impensabile consentire a chicchessia di parlare in quel modo, Dio mio … dalla cattedra di Hugo Preuß … Dopo di che, ci fu un filosofo, pure lui professore all’istituto universitario per il commercio, Arthur Liebert, curatore della rivista «Kant-Studien», che disse: «E’ un discorso ontologico quello che fate». E così si diffuse con la rapidità del vento questa espressione: «ontologico». … Data la situazione, un filosofo esperto avrebbe forse inteso questo termine, come un grosso complimento. Ma tra giovani praticanti del positivismo giuridico, che a malapena ne conoscevano il significato, tale espressione poteva al massimo suonare come un’ingiuria ….”.

Un ricco ed accurato apparato di note correda il libro.
Teodoro Klitsche de la Grange

mercoledì 6 gennaio 2016

Verso la terza guerra mondiale, in un’analisi di Paul Craig Roberts

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Paul Craig Roberts
Di solito non importiamo testi da altri siti. Ma qui vogliamo fare un’eccezione perché a nostro giudizio si tratta di un’analisi eccezionalmente lucida dei pericoli che incombono nella nostra testa. Purtroppo, lo stato di depravazione intellettuale al quale ci riducono stampa e televisione, ci impediscono di comprendere come la nostra vita quotidiana dipenda dalla politica interna e come questa a sua volta sia soggetta alla politica internazionale, e come in particolare la nostra propria condizione politica sia la conseguenza di quella sconfitta militare – chiamata Resistenza e Liberazione – che i nostri padri subirono 70 anni fa. Ci ritroviamo con un’occupazione militare costituita da circa 130 basi americane e soprattutto ci troviamo asserviti in una coalizione militare dove il ruolo servente dei “nostri” militari balza subito agli occhi. Non parlo a caso: fu questa la mia netta sensazione, trovandomi non ricordo come in una specie di seminario/convegno organizzato da ufficiali. La mia sensazione fu quella di trovarmi in una riunione di militari italiani che si esprimevano in lingua italiana... E più non dico, ma invito i miei ora Sei Lettori, cresciuti di una unità rispetto ai Cinque precedenti, a fare tesoro del testo che segue e che io insieme a loro leggerò e rileggerò con crescente attenzione.


PERCHE’ LA TERZA GUERRA MONDIALE SI PROFILA ALL’ORIZZONTE
Postato il Mercoledì, 06 gennaio @ 07:35:00 GMT di davide    
          
DI PAUL CRAIG ROBERTS

informationclearinghouse.info

Il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991 ha dato vita ad una pericolosa ideologia statunitense chiamata neoconservatorismo. L’Unione Sovietica era servita fino ad allora come vincolo alle azioni unilaterali da parte degli USA. Con la rimozione di questo vincolo su Washington, i neoconservatori hanno intrapreso il loro piano di egemonia statunitense sul mondo. Gli USA erano improvvisamente diventati “l’unica superpotenza”, “l’unico potere”, che avrebbe potuto agire senza limiti, ovunque nel mondo.”

Charles Krauthammer
Il giornalista neoconservatore del Wahington Post Charles Krauthammer ha riassunto la “nuova realtà” come segue:

“Abbiamo uno schiacciante potere a livello mondiale. Siamo i custodi designati dalla storia del sistema internazionale. Quando l’Unione Sovietica è caduta, è nato qualcosa di nuovo, qualcosa di totalmente nuovo – un mondo unipolare dominato da una sola superpotenza scevra dal controllo di rivali e con possibilità di raggiungere ogni angolo del globo. Questo è uno sconvolgente sviluppo nella storia, mai visto dai tempi della caduta di Roma. Persino Roma non può essere presa a modello di quello che rappresentano gli USA oggi”.

L’incredibile potere unipolare che la storia ha dato a Washington deve essere protetto ad ogni costo. Nel 1992 uno dei massimi ufficiali del Pentagono, il sottosegretario Paul Wolfowitz, ha scritto la Dottrina Wolfowitz, la quale è diventata la base della politica estera degli USA.

Paul Wolfowitz
La Dottrina Wolfowitz sentenzia che il “primo obiettivo” della politica estera e militare degli Stati Uniti è “prevenire il riemergere di un nuovo rivale, sia sul territorio dell’ex Unione Sovietica o da qualche altra parte, che possa creare minaccia [alle azioni unilaterali degli Stati Uniti] nell’ordine di quella creata precedentemente dall’Unione Sovietica. Questa considerazione è fondamentale per sottolineare la nuova strategia di difesa regionale e richiede uno sforzo atto a prevenire che qualsivoglia potenza ostile possa controllare una regione, le cui risorse potrebbero, se sfruttate a dovere, essere sufficienti a generare un potere globale”. (Una “potenza ostile” è una nazione abbastanza forte da avere una politica estera indipendente dai dettami di Washington).

La dichiarazione unilaterale del potere statunitense è iniziata seriamente durante l’amministrazione Clinton, con l’intervento in Yugoslavia, Serbia, Kosovo e la no-fly zone imposta sull’Iraq. Nel 1997 i neoconservatori hanno stilato il “Progetto per un nuovo secolo statunitense”. Nel 1998, 3 anni prima dell’11 settembre, i neocon hanno inviato una lettera al Presidente Clinton chiedendo un cambio di regime in Iraq e la “rimozione di Saddam Hussein dal potere”. I neoconservatori hanno preparato un programma per rimuovere sette governi in cinque anni.

http://www.globalresearch.ca/we-re-going-to-take-out-7-countries-in-5-years-iraq-syria-lebanon-libya-somalia-sudan-iran/5166

Gli eventi dell’11 settembre 2001 sono considerati dalla gente informata come “la nuova Pearl Harbor”, che i neocon hanno definito come necessari per iniziare le loro guerre di conquista in Medio Oriente. Paul O’Neil, il primo Segretario del Tesoro del Presidente G. W. Bush, ha dichiarato pubblicamente che il programma del primo meeting con il suo gabinetto riguardava l’invasione dell’Iraq. Questa invasione era stata pianificata prima dell’11 settembre. Dall’11 settembre Washington ha distrutto in toto o in parte 8 nazioni ed ora si oppone alla Russia sia in Siria sia in Ucraina.

La Russia non può permettere che un Califfato jihadista si stabilisca nell’area tra Siria e Iraq, per che sarebbe la base per esportare le destabilizzazioni nella parte musulmana della Confederazione Russa. Henry Kissinger stesso lo ha detto ed è abbastanza chiaro ad ogni persona dotata di buon senso. Comunque i neocon, fanatici ed impazziti per il potere, che hanno controllato le amministrazioni Clinton, Bush e ora controllano l’amministrazione Obama, sono così presi dalla loro stessa arroganza che per pungolare la Russa sono stati disposti a far abbattere un aereo russo da un loro burattino, la Turchia, e a rovesciare un governo eletto democraticamente in Ucraina, il quale era in buoni rapporti con la Russia, sostituendolo con un governo fantoccio, controllato dagli USA.

Con questo background, possiamo capire che la situazione pericolosa a cui si affaccia il mondo è il prodotto delle arroganti politiche di egemonia statunitense sul mondo dei neoconservatori. La mancanza di giudizio e i pericoli nei conflitti siriano e ucraino sono conseguenze stesse dell’ideologia neoconservatrice.

Per perpetuare l’egemonia, i neocon hanno gettato al vento le garanzie che Washington aveva dato a Gorbachev che la NATO non si sarebbe spinta nemmeno di un centimetro verso est. Questi hanno fatto in modo che gli USA si tirassero fuori dal Trattato Anti Missili Balistici (ABM), il quale specificava che né USA né Russia avrebbero sviluppato o dispiegato missili anti-balistici. I neocon hanno riscritto la dottrina militare statunitense e innalzato le armi nucleari dal loro ruolo di minaccia a forza di attacco preventiva. Hanno iniziato a posizionare basi ABM ai confini russi, sostenendo che le basi servivano per difendere l’Europa da inesistenti missili balistici intercontinentali (ICBM) iraniani.

La Russia ed il suo Presidente Putin sono stati demonizzati dai neocon e dai loro burattini del governo e dei media. Per esempio, Hillary Clinton, un candidato Presidente del Partito Democratico, ha definito Putin “il nuovo Hitler”. Un ex ufficiale della CIA ha inneggiato all’omicidio di Putin. I candidati alle presidenziali di entrambi gli schieramenti litigano per chi sarebbe più aggressivo nei confronti della Russia e il più scurrile contro il Presidente russo.

L’effetto è stato la distruzione della fiducia tra potenze nucleari. Il governo russo ha imparato che Washington non rispetta le proprie stesse leggi, men che meno il diritto internazionale, e che non può essere considerata affidabile nel rispettare gli accordi. Questa mancanza di fiducia, unita alle aggressioni contro la Russia vomitate da Washington e dai media prostituiti, ripetuti a pappagallo nelle capitali europee, hanno preparato il terreno per una guerra nucleare. Dato che la NATO (di base gli USA) non ha la possibilità di sconfiggere la Russia in una guerra convenzionale, ancor meno in caso di alleanza Russia-Cina, la guerra sarebbe nucleare.

Per evitare la guerra, Putin evita le rappresaglie e mantiene un basso livello quando risponde alle provocazioni occidentali. Il comportamento responsabile di Putin, comunque, è mal interpretato dai neocon come segno di debolezza e paura. Questi suggeriscono al Presidente Obama di mantenere la pressione sulla Russia, per farla arrendere. Putin, tuttavia, ha dichiarato chiaramente che non intende mollare. Il messaggio è stato mandato in più occasioni. Per esempio il 28 settembre 2015, al settantesimo anniversario delle Nazioni Unite, Putin ha affermato che la Russia non può più tollerare la situazione a livello mondiale. Due giorni dopo Putin ha preso il comando della guerra contro l’ISIS in Siria.

I governi europei, specialmente Germania e Regno Unito, sono complici del declino verso una guerra nucleare. Questi due stati vassalli degli USA spingono l’aggressione senza sosta da parte di Washington contro la Russia, ripetendone la propaganda e supportandone le sanzioni e gli interventi militari contro altri paesi. Fino a che l’Europa non sarà altro che un’appendice di Washington, la prospettiva dell’Apocalisse sarà sempre più concreta.

A questo punto della storia una guerra nucleare può essere evitata solo in due modi. Uno è che Russia e Cina si arrendano ed accettino l’egemonia di Washington. L’altro è che un leader indipendente in Germania, Regno Unito o Francia decida di abbandonare la NATO. Ciò scatenerebbe un fuggifuggi dalla NATO, la quale è il primo mezzo che Washington possiede per creare conflitto con la Russia e, dunque, è la forza più pericolosa sulla faccia della Terra per qualsiasi nazione europea e per l’intero globo. Se la NATO continuerà ad esistere, questa e l’ideologia neoconservatrice di egemonia statunitense renderanno la guerra nucleare inevitabile.

Paul Craig Roberts è un ex assistente segretario del Tesoro USA e Editore Associato del Wall Street Journal. Il suo libro How the Economy Was Lost è disponibile su counterpunh in formato digitale.Il suo ultimo libro è How America Was Lost.

29.12.2015

Fonte: http://www.informationclearinghouse.info/

Link: http://www.informationclearinghouse.info/article43823.htm

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org e l’autore della traduzione FA RANCO

lunedì 4 gennaio 2016

Domani, mi compro una Ferrari... - Miti, misteri e miserie del capitalismo globalizzato

Di prima mattina, cercando notizie sul conflitto Iran-Arabia Saudita, mi sono trovato invece la diretta della cerimonia per la quotazione in borsa della Ferrari... presente, fra i Big, il nostro Matteo Renzi, Presidente del Consiglio, nostro malgrado, successore della lunga catena di Capi di governo, che va da Mussolini fino a Letta, quindi Renzi... Non sono un economista, pur avendo studiato la materia... Mentre ascoltavo i discorsi e vedevo la diretto, mi chiedevo come l’evento potesse riguardare la mia vita quotidiana e quella di molti altri italiani, anzi la quasi totalità... Molte cose sfuggono alla mia comprensione... Naturalmente, non ho nulla contro le automobili Ferrari... Ho sentito che se ne vendono 5000 all’anno... Non credo di potermene comprare una... Renzi ha parlato di problemi del Paese da lui risolti... Ha parlato del job act di un fatto positivo positivo per il Paese... Mi chiedo se qualche giovane potrà essere ora assunto a Maranello per avvitare bulloni ed essere quindi licenziato subito se si venderanno 4999 vetture anziché 5001... Si parla di uno strano indice statistico: la “fiducia dei consumatori”, che sarebbe cresciuta... Dunque, mi compro una Ferrari? Per correre a 300 all’ora e provare l’ebrezza della velocità e della ricchezza? O magari investo tutto quello che ho acquistando titoli della Ferrari, da oggi quotata in borsa... ah! ho già perso il 2 %, a sentire l’andamento delle quotazioni...

Tutto questo è assurdo! Allucinante! Si parla tanto, anche i politici tanto ne parlano, dei Mercati quale nuove divinità che misteriosamente decidono della vita e della morte di sette miliardi di persone in tutto il mondo... L’Economia è la religione dei misteri... Non ve ne è mai stata una più misteriosa... E tutti si inchinano, tutti l’onorano, tutti sacrificano al suo altare... Ad essa si fanno anche sacrifici, anzi solo sacrifici umani e sempre di più, di più...

È questo l’inizio dell’anno 2016, che mi offre la televisione di stato, una televisione che dovrebbe essere servizio pubblico e dovrebbe consentirmi di acculturarmi, di sapere ciò che succede nel mondo, di comprenderne gli eventi. Credo che faccia esattamente l’opposto: non far comprendere la verità, ottundere l’intelligenza dei cittadini, propagare la menzogna, puntellare il potere, difendere i privilegi, propagandare un mondo fatto di ingiustizie con ricchi che diventano sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

sabato 2 gennaio 2016

Libertà di pensiero senza se e senza ma: contro la legge sul cosiddetto “Negazionismo”. - In opposizione a un testo apparso su “Pagine Ebraiche”.

In questa Repubblica che ha una costituzione di carta, straccia, è pericoloso parlare, esprimendo il proprio pensiero, garantito sulla carta dall’articolo 21. Ci limitiamo a dire che mai ci siamo occupati della materia e nulla sappiamo sulle “camere a gas” e simili (e nulla vogliamo saperne, in assenza di libertà, addirittura di poter leggere libri scritti da altri e conferenze tenute da altri: figuriamoci a scrivere propri libri e tenere propri discorsi!). Riteniamo che la piena libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento su qualsiasi materia di carattere storico, scientifico, letterario, artistico, politico debba essere un principio fondativo essenziale di una Costituzione condivisa da tutti i cittadini.

Pertanto siamo assolutamente contrari a una legge, fatta da persone assolutamente ignoranti, prone a Committenti che chiedono loro una siffatta legge, contraria ai diritti e alle libertà di 60 milioni di cittadini italiani. Parlamentari assolutamente privi di ogni cognizione su ciò che legiferano. Una disfatta per la democrazia e per la sovranità di questo disgraziato e martoriato paese che è l’Italia, nostra unica Patria.

Ci aspettiamo il peggio e ci prepariamo al peggio, spezzando la nostra penna e disertando lo spazio istituzionale e mediatico del dibattito e confronto scientifico, che lasciamo a Lor Signori, neo-tolomaici e neo-inquisitori: altri spazi e altri mondi saranno da noi cercati. Qualsiasi argomentazione con costoro è inutile... Ci arrendiamo! Ciò che si poteva loro dire è stato detto. Chi ha un minimo di raziocinio e di sale nella zucca, oltre che di onestà intellettuale, è in grado di sapere e capire qual è la partita in gioco. Pensavamo di esserci lasciati alle spalle nei secoli passati i roghi alle streghe, i tribunali dell’Inquisizione, i processi a Giordano Bruno e a Galilei Galilei. Ma non è così. L’oggi è assai peggio di ieri! Fioriscono ora “Comitati per il no” in difesa di una costituzione che è già stata affossata nei concreti diritti dei cittadini... Non se ne sono accorti ed hanno taciuto quando dovevano parlare.

venerdì 1 gennaio 2016

«L’Italia è un ologramma»: il contro-messaggio di fine anno 2015, fatto da Beppe Grillo con rassegna stampa dei commenti suscitati.

Pensavo di dover ascoltare qualcosa che durasse almeno lo stesso tempo del messaggio, rituale, del neopresidente Mattarella... Ed invece solo tre minuti! Ma tre minuti densi e tali da costringere le tv di regime a doverne riportare, percentualmente, una parte rilevante rispetto all’intero, al video e al testo integrale. Inoltre, essendo breve il video più essere riascoltato più volte ed ogni volta si riscoprono particolare interessanti che si proiettano su tutta la nostra storia nazionale: da Metternich, alla prima e seconda guerra mondiale, con ciò che è venuto dopo fino all’oggi. Da sempre ricordo tutti i messaggi presidenziali all’insegna della noia e della retorica, seguiti da altra noia e retorica, quella dovuta degli elogiatori istituzionali e quella servile o di comodo dei politici di accatto, alla ricerca di visibilità e carriera. Intendiamoci, non è che qui si tratta di una pregiudiziale contrapposizione alla figura del Presidente e al suo testo. Ma di cosa si tratta propriamente? Lo ha detto Grillo: un ologramma! Addirittura, essendo il Presidente della Repubblica l’espressione dell’unità nazionale ed essendo l’Italia non più quella “espressione geografica”, di cui parlava Metternich, ed a sua modo una realtà perlomeno geografica, ma solo un “ologramma”, cioè una non realtà, ecco che è acuta l’espressione di Grillo rivolta al Presidente: l’ologramma di un ologramma. Seguono quindi tutti gli altri ologrammi: Gasparri, parlamentare inossidabile, addirittura felicemente descritto come l’«ologramma del cavallo di Caligola», dove si mette il dito sulla piaga: i parlamentari non solo sono stati tutti “nominati” da chi aveva il potere di mettere in lista chi voleva, ma poi sono stati pure formalmente dichiarati in buona parte illegittimi dalla stessa Corte costituzionale. E ciononostante non solo restano in carica, ma addirittura si mettono a riformare la Costituzione stessa. Mattarella, nel suo discorso, ha ricordato che in questo anno 2016 la Repubblica compie 70 anni (vedi altro video della serie “La Cosa”: 70 anni di dominio). A me è rimasta sempre impressa una trasmissione televisiva di Rai Education, dove si parlava del referendum istituzionale del 1946 per la scelta fra Repubblica o Monarchia. Si disse che vi furono dei brogli elettorali, non di pochi voti... ma addirittura di voti determinanti... so da mia madre che mio nonno aveva votato per la Monarchia... Ma non è questo il punto che voglio richiamare all’attenzione. Bensì il fatto che nel dubbio un personaggio intervistato da Rai Education, ebbe a dire press’a poco così: “Se anche vi fossero stati brogli, allora benedetta quella truffa che ci diede la Repubblica!” Dunque, anche per effetto di questa ammissione che corrisponde a un diffuso modo di pensare e di intendere, questa nostra Repubblica nasce su di una... Truffa! È stata fondata sulla Truffa! Di cosa possiamo stupirci se insieme alla truffa sono poi venuti corruzione e criminalità pubblica e privata di ogni genere? Il messaggio di Beppe Grillo tutto impostato sull’Italia Ologramma significa una cosa molto precisa e comprensibile per chi ha pratica di internet: l’ologramma è una comunicazione che non consente interattività, replica, contraddittorio... Il Presidente, Renzi, la sua corte possono dire tutto quello che vogliono perché nessuno può replicare loro... I mezzi di comunicazione, su carta stampata o per reti televisive, sono solo megafoni e organi di propaganda, che a furia di ripetere all’infinito i comunicati ricevuti possono addirittura far credere che il Cavallo di Caligola voli alto nel cielo non più dipinto di blu, ma offuscato dai miasmi e dai fumi delle città in cui siamo costretti a vivere, respirandone i veleni.

Al solito le televisioni si sono sbrodolate a cercare commenti al discorso del Presidente, trattando con sufficienza il controdiscorso di Grillo, dicendo che è il solo a non essersi unito al coro degli apprezzamenti del discorso presidenziale... I Cinque Stelle hanno taciuto e non si sono uniti alla rituale passarella... Mi è piaciuto, come sempre Michele Giarrusso, il quale ha notato che siamo ancora alla vecchia politica fatta di “discorsi” e “commenti sui discorsi”: azzeccato e pungente!

Ma ecco, in evidenza, il breve discorso di Grillo, che sarà seguito da una rassegna stampa, delle reazioni suscitate:
L’Italia è un ologramma. Chi vi parla è l'ologramma di Beppe Grillo. Mi potete passare attraverso, come se fossi un fantasma. Io non esisto, come non esiste il governo, nè il capo del Governo, nè tanto meno Mattarella che è l'ologramma di sè stesso (unico caso al mondo). Domandatevi se avete mai visto il vostro sindaco dal vivo. Impossibile, anch'egli è solo un ologramma. E i referendum, le leggi popolari? Sono tutti ologrammi del Potere. Pensateci: è mai possibile che uno come Gasparri sia senatore (che sia un discendente del cavallo di Caligola?)? E Brunetta un deputato? o Salvini un leader politico?. Non è possibile, infatti sono solo degli ologrammi venuti male. L'Italia non è un'espressione geografica, come diceva Metternich, ma un ologramma. Da lontano sembra che esista, che abbia una sua consistenza. Poi quando ti avvicini capisci che è un barbatrucco, non c'è nulla di vero, neppure le frontiere, neppure gli 80 euro. Fumo. Le banche sono ologrammi, il Parlamento è un ologramma, i media sono ologrammi che creano ologrammi. I media infatti sono i più grossi responsabili di questa nazione. Gli ologrammi si creano dal nulla, per questo chi non ha un'identità deve controllare e usare i media per averne una .Un ologramma per amico ha però i suoi vantaggi. Non sporca, non mangia, puoi anche fare a meno di fare conversazione come con tua moglie, lasciarlo parlare da solo, ma, nel caso, lo puoi contraddire senza timore se comincia spiegarti che l'Italia è un Paese democratico, libero da ingerenze straniere, con politici responsabili e che non fai mai nulla in casa. Tu sei lui e lui è te, una copia di schizofrenici. In Italia siamo in crisi di identità. Chi non lo sa finisce sempre nei guai. Chi si allea con noi, in realtà si allea con l'ologramma e infatti finisce sempre che cambiamo alleanza in corsa, come nella prima e seconda guerra mondiale, o rinneghiamo un trattato di pace bombardando la Libia come è avvenuto con Gheddafi. La colpa non è degli italiani, ma dei loro ologrammi e di chi ci crede. Buon anno dall'ologramma di Beppe Grillo.
La prima di queste reazioni che mi è capitato di ascoltare era il commento chiesto a Padellaro, il quale obiettava che Grillo non aveva sentito il discorso di Mattarella: e come poteva se erano in contemporanea? Lui pensa che se lo avesse sentito, ne avrebbe riscontrato passaggi positivi. Ma qui non si tratta di commentare delle chiacchiere, dette più o meno bene. Si tratta di rilevare l’esistenza di poteri in grado di incidere sulla realtà del Paese. A parte Napolitano, che risponde a Obama, ubbidendo alla richiesta di portare in guerra l’Italia, in barba all’art. 11 della sua costituzione, i presidenti non incidono direttamente sulla soluzione dei problemi reali, ma confezionano discorsi esortativi.

RASSEGNA STAMPA
(esemplificativa e in ordine casuale)

1. Il Fatto Quotidiano. - Il testo dell’articolo è descrittivo e pare interessante il Forum, con oltre 400 commenti in questo momento. Sembra però futile quanto stressante iscriversi a questo Forum e partecipare alla discussione, che non pare matura... Sembra di notare una mera e deleteria forma di protagonismo senza capacità di approfondimento. È tipico dei Forum dei quotidiani online...

2. La Repubblica. – È uno dei giornali più ostili al Movimento 5 Stelle. Ricordo con gusto una battuta di Nicola Morra a Vittorio Zucconi, dove Morra ironizzava sul fatto che le prossime consultazioni per l’elezione del presidente della Repubblica Italiana dovessero tenersi nella redazione del Giornale “La Repubblica”... Nel video di Beppe, di soli tre minuti, non sono sottaciute le gravissime responsabili dei giornali, dei media, nella rovina del nostro Paese, cioè l’Italia, per chi non riuscisse a capire di quale Paese si parla e di quale sia il “nostro”.

giovedì 31 dicembre 2015

37. Letture: Aleksandr SOLGENITSIN: Due secoli insieme. Vol. 1° Ebrei e Russi prima della rivoluzione; Vol. 2° Ebrei e Russi durante il periodo sovietico. Controcorrente, 2007.

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I due grossi volumi di Aleksander Solgenitsin sono già stati da me interamente letti, ma devo ammettere che non ne conservo grande memoria. Devo perciò rileggerli per nuovi sollecitazioni che ricevo da altre letture. Mi occorre poi verificare come stiano per davvero le cose su quell’«antisemitismo» orientale che sarebbe poi l’altro grande alibi del sionismo: da una parte lo sfruttamento dell’«Olocausto» - cosa da ultimo ripetuta da Alan Hart, non da me, che mi limito solo a leggere ciò che gli altri scrivono, cosa peraltro già pericolosa -, ma prima ancora l’«antisemitismo» ottocentesco, sul quale in genere si sa poco: se ne sente sempre parlare, come un presupposto accettato e indiscusso, ma di cui poco si sa. Utile e preziosa perciò l’opera di Solgenitsin in due grossi volumi, apparsi in lingua russa nel 2002, e tradotti in italiano nel 2007, per pagine 630 il primo e 652 il secondo. Dalla quarta di copertina si riconosce intanto l’esistenza di un “popolo ebreo”, il cui ruolo “nella lunga e caotica storia umana” sarebbe stato “innegabile” e “persino considerevole”, cosa che varrebbe anche per la storia della Russia. Si tratta però di un ruolo che resta “un enigma storico”, non solo per tutti noi, ma “anche per gli ebrei”. L’Autore aveva da tempo in mente di scrivere questo libro ed ha rimandato finché ha potuto. Giunto però quasi al termine della sua vita, non ha più potuto rinviare. L’intenzione ci sembra molto seria e noi perciò rileggeremo il libro con più attenzione, pur non essendo noi né russi e tantomeno ebrei. Siamo tutti coinvolti.

Un’altra sollecitazione per una rilettura ci viene da questo brano di un articolo odierno di Saker, dove si analizzano fatti recenti della guerra in Siria, dove i russi che sostengono Assad lasciano inspiegabilmente bombardare dagli israeliani le postazioni degli Hizbollah, che combattono in prima linea, sul terreno, contro l’ISIS. Si tratta di qualcosa di sconcertante che ancora non riesce a trovare una spiegazione fra gli analisti. Ma Saker per spiegare il problema risale proprio a Solgenitsin: «Il recente assassinio di Samir Kuntar per mano israeliana ha acceso nuovamente la discussione sulla relazione tra Putin e Israele. Questo è un argomento estremamente complesso e quelli che vogliono risposte semplici o “preconfezionate” dovrebbero smettere subito di leggere. In verità la storia della relazione tra Russia e Israele e, prima ancora, quella tra russi ed ebrei, meriterebbe un libro intero. Infatti, un libro simile lo ha scritto Alexander Solzhenitsyn, dal titolo 200 anni insieme , ma a causa dell’influenza sionista sui media anglosassoni, non è ancora stato tradotto in inglese. Questo dovrebbe già farci capire qualcosa — un autore acclamato in tutto il mondo non riesce a far tradurre in inglese un suo libro, perché il suo contenuto potrebbe minare la narrativa mainstream sulle relazioni russo-ebree in generale e sul ruolo ricoperto dagli ebrei nella politica russa del Ventesimo secolo in particolare. Non sono necessarie altre prove sulla realtà della subordinazione dell’ex impero britannico agli interessi sionisti» (Fonte).

Saker continua il suo articolo con questa sorprendente affermazione: «...La seconda grande differenza è che grosso modo tra il 1917 e il 1939 una specifica sottocategoria di ebrei (ebrei bolscevichi) aveva il controllo quasi totale della Russia».  Perché sorprendente? Perchè in Ernst Nolte corrisponde perfettamente all’interpretazione storica secondo cui il nazismo si spiega essenzialmente come reazione al bolscevismo che era dunque interamente ebraico. Nolte è stato fatto ripetutamente oggetto di contestazione da fanatici veterostalinisti, che non leggono libri, pensano assai poco, e si muovono solo per obiettivi e demonizzazioni loro indicati o inculcati nelle loro teste. Sono episodi davvero spiacevoli, pur riconoscendo noi assoluta legittimità ad ogni posizione critica, purché razionalmente fondata e priva di argomentazioni in null’altro fondate che sulla violenza, la censura, l’insulto... Posizioni che mettono a dura prova la nostra fede nell’umanità.

Ma lasciamo ancora a Saker la parola: «Durante quel periodo gli ebrei bolscevichi hanno perseguitato i russi, specialmente i cristiani ortodossi, con un odio quasi genocida. Questo è un fatto storico del quale molti russi sono consapevoli, anche se questo è ancora considerato reato d’opinione in molti circoli occidentali. E’ inoltre importante sottolineare qui che gli ebrei bolscevichi non hanno perseguitato solo dei cristiani ortodossi, ma tutti i gruppi religiosi, tra i quali anche gruppi ebraici. Putin è molto più consapevole di tutti questi eventi che sono stati da lui menzionati mentre parlava ad un gruppo di ebrei a Mosca: Nel secondo degli articoli segnalati sopra ho discusso questi problemi, e ciò che intendo mostrarvi è come Putin sia veramente più consapevole di questo passato, e di come egli abbia l’onestà intellettuale di ricordare ciò agli ebrei russi». Infine, si noti che tutti i libri hanno una data, che non è tanto quella dell’anno in cui il libro è stato stampato, quanto quello in cui è stato terminato di scrivere, considerando che la sua redazione può poi estendersi nell’arco di parecchi anni. Sono importanti due date della prefazione dell’Autore: la prima, anno 1995; la seconda, anno 2000. Anni tragici per la Russia e ormai lontani dall’epoca presente, anno 2016, che vede la Russia impegnata in Siria e con un problema nuovo e inedito, nei rapporti fra Russia e Israele, dove negli ultimi decenni sono emigrati milioni di ebrei dalla Russia.

Sto rileggendo il testo dei due volumi, in modo sequenziale. Sono alla pagina 100 circa del primo volume. Ne viene fuori un quadro interessante che fa poi meglio capire tutta la narrativa sull’«antisemitismo» ottocentesco... Sarebbero già numerosi gli spunti su cui soffermarsi e scrivere delle riflessioni in margine al testo, ma il rischio è di non arrivare alla fine della lettura di tutta l’opera, in due grossi volumi. Alcuni brani, come quello che segue, sono però troppo suggestivi per non trarne subito delle citazioni. Così a pagina 99 del primo volume, dove si parla della particolare propensione degli ebrei ad arricchirsi con le bettole e la produzione di vodka che produceva alcolismo, indebitamente e rovina sui contadini russi, una piaga a cui il governo russo tentava di porre rimedio.
«Nel 1817, la Società missionaria inglese inviò in Russia l’avvocato Louis Weil, militante dell’uguaglianza dei diritti per gli ebrei, con lo scopo specifico di familiarizzarsi con la situazione degli ebrei russi: ebbe un colloquio con Alessandro I al quale consegnò una nota “Profondamente convinto che gli ebrei rappresentavano una nazione sovrana, Weil affermava che tutti i popoli cristiani, poiché avevano ricevuto la salvezza dagli ebrei, dovevano rendere loro i più alti omaggi e testimoniare loro la loro riconoscenza attraverso dei benefici”».
Esilarante! Incredibile, ma Solgenitsen così prosegue: «In quest’ultimo periodo della sua vita, colmo di disposizioni mistiche, Alessandro doveva essere a tali argomenti...».

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lunedì 28 dicembre 2015

36. Letture: Ziyad CLOT: Non ci sarà uno stato palestinese. Diario si un negoziatore in Palestina. A cura di Diana Carminati e Alfredo Tradardi, Zambon, 2011.

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Anche questo libro è dell’editore Zambon, curato però dalla coppia Diana Carminati e Alfredo Tradardi, che per altro loro libro, uscito nello scorso mese di giugno («Gaza e l’industria israeliana della violenza», DeriveApprodi edizioni: vedi) hanno fatto in giro per l’Italia ben 42 presentazioni, ottenendo l’esaurimento della prima edizione in 1.500 copie. Zambon ha il grande pregio di fissare prezzi bassi di copertina, per libri ben stampati, ma la cui promozione e circolazione ci sembra deficitaria. Anche Tradardi si è scontrato con censure e ostacoli frapposti al suo ultimo libro, episodi da lui narrati e resi pubblici, ma la sua ostinazione è stata superiore: ben 42 presentazioni di “Gaza e l’industria israeliana della violenza”, un libro implacabile e documentatissimo. Un noto giornalista sionista, per ostacolarne la diffusione ha evocato addirittura i “Protocolli”, di cui il libro “Gaza e l’industria israeliana della violenza” sarebbero l’analogo. Il libro è stato presentato anche in sedi universitarie, dove si era pure tentato di impedire il dibattito.

Ma torniamo al giovane Ziyad Clot, nato in Francia nel 1977, con la sua famiglia materna di origine palestinese. Ha vissuto a Parigi, in Egitto, in Israele-Palestina, nei paesi del Golfo. Avvocato, si è laureato all’Università di Parigi II. Sua madre è nata 60 anni fa ad Haifa, dunque, suppongo, una “profuga” della grande pulizia etnica del 1948, come lo è Gada Karmi, per la quale appronteremo altre schede di lettura. Per dare immediatamente un resoconto del contenuto, che poi analizzeremo, la cosa più breve è copiare direttamente dalla quarta di copertina: «A Ramallah, Ziyad Clot, accetta un posto di consigliere giuridico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e diventa un negoziatore, partecipando alle trattative che dovevano portare alla costituzione di uno Stato palestinese entro la fine del 2008. Ma si arrende rapidamente all’evidenza: “Il processo di pace è uno spettacolo, una farsa, che si gioca a danno della riconciliazione palestinese e al prezzo del sangue versato a Gaza. E io sto per diventare, mio malgrado, uno degli attori di questo dramma”. L’autore si immerge nel cuore del processo di pace, ne svela le ipocrisie, le manovre delle parti che si svolgono dietro le quinte e le rivalità interne e internazionali che contribuiscono ad alimentare il fantasma della soluzione due Stati... ». Il libro è di lettura scorrevole e non presenta difficoltà. Lo abbiamo già letto, con profitto, ricavando la convinzione che il “processo di pace” è un miserabile diversivo per consentire sotto i nostri occhi la prosecuzione del “processo della pulizia etnica”, di cui una prova vivente è lo stesso Ziyad Clot, nato in Francia, nel 1977, da madre palestinese, nata da genitori profughi della pulizia etnica del 1948.

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35. Letture: Gilad ATZMON: L’errante chi? - Un’inquitenante introspezione nella psicologia ebraica, Zambon, 2012.

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Sarà sfortuna editoriale, ma non mi sembra che il libro di Gilad Atzmon nella sua edizione italiana, uscita appena un anno dopo dall’edizione inglese, abbia avuto quell’attenzione e quella discussione che avrebbe meritato, considerata l’importanza del tema affrontato e dell’altissima competenza che l’Autore ha certamente sul tema della “identità ebraica”, di cui tutti parlano senza mai chiedersi o fa intendere di cosa propriamente parlano. Circa la mancata diffusione, è ormai noto come esista una ben individuata e collaudata strategia di silenziamento: nessuna recensione pubblicitaria sui mainstream, se si organizza qualche presentazione presso qualche istituto pubblico o privato che dovrebbe occuparsi di cultura, giungono telefonate e pressione perché la presentazione non abbia luogo e così quando il pubblico arriva in sala o bussa alla porta, gli si dice che l’evento è stato annullato... Poche volte lo si viene a sapere e si inscena qualche protesta, ma il più delle volte la cosa resta nascosta. Anche di questo “potere” occulto Atzmon parla nella sua analisi del “potere ebraico”, di cui è egli spesso vittima in Gran Bretagna, dove risiede da cittadino britannico, dopo aver abbandonato all’età di 30 Israele, dove era nato, ritenendo che quella terra sia stata ingiustamente sottratta ai palestinesi. Suo nonno era un “terrorista” dell’Irgun, come Atzmon stesso narra. A salvarlo dal sionismo di famiglia, che aveva bevuto insieme con il latte materno, è stata la sua passione precoce per il jazz, i cui maggiori autori erano addirittura dei neri, come con stupore ebbe poi a scoprire il giovane musicista che anche nell’esercito israeliano si salvò, riuscendo ad entrare nella banda musicale ed evitare i campi di battaglia nella guerra al Libano nel 1982. Fu in quest’anno, durante la visita a un campo militare israeliano, che maturò la scelta definitiva di Atzmon. Egli narra come vedendo delle gabbie di cemento di un mq per 1,30 m di altezza, era convinto che si trattasse di gabbie per i cani e non riusciva a comprendere tanta crudeltà per delle povere bestie. Gli fu invece spiegato che ci tenevano prigionieri palestinesi che dopo tre giorni di un simile trattamento, diventano devoti sionisti. Fu così che Gilad buttò via la divisa dell’esercito ed iniziò un suo percorso fatto di musica e di filosofia. Questi episodi sono narrati nel suo libro e nel suo blog dove si trovano sempre aggiornate le sue analisi filosofiche. Ad essi rinviamo per maggiore completezza ed esattezza. Qui iniziamo la rilettura del libro, per riflettere ora sull’uno ora sull’altro punto.

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34. Letture: Yakov M. RABKIN: Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo, Ombre Corte, 2005.

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 Per la verità, stavo cercando nei miei scaffali un altro libro, visto pochi giorni fa, e di nuovo sparito. È venuto fuori invece questo libri ed altri ancora che cercavo da tempo e non trovavo. Tutti libri già letti, non libri nuovi da recensire. In questo blog esiste una distinta rubrica per le classiche recensioni: hanno un loro senso e una loro validità. La rubrica “recensioni” verrà mantenuta e collegata a questa nuova serie che chiamiamo “Letture”. Si tratta nelle nostre intenzioni di libri tutte collegati fra loro, magari da un filo sottile. Sarà nostro compito far vedere questi collegamenti se non risultano immediatamente visibili ai miei Sei Lettori. Contro i maligni, che mi accusano di “ossessione”, rassicuro che questi non sono tutti e gli unici libri che abbia letto o intenda leggere. Non sono certamente inclusi in questa serie i libri della mia biblioteca di storia locale, o la serie linguistiche, che comprende grammatiche della lingua sanscrita o araba, ahimé appena sfiorate e che attendono... attendono... tempi più tranquilli. Il volume di Rabkin è stata da letto non una sola volta, ma più volte, ed ora lo sarà ancora una volta in più, perché si lega strettamente al volume appena uscito in traduzione italiana di Alan Hart, di cui abbiamo già detto in apposita scheda. Diciamo che Hart ricostruisce il problema in un quadro storico più ampio, mentre Rabkin si mantiene strettamente all’ambito teologico. Esiste purtroppo una pessima abitudine italiana di dare al libro tradotto un titolo diverso da quello originale, che nel caso di Rabkin è: Au nom de la Torah. Une histoire de l’opposition juive au sionisme, reso in italiano con: Una minaccia interna. Storia dell’opposizione ebraica al sionismo. Non c’è nessuna “minaccia” nelle intenzioni dell’autore. Vi è invece una mia irritazione provocata da un provocatore nella pagina Facebook del deputato Cinque Stelle Manlio Di Stefano, nella quale rivolgendosi a un pubblico fra i quali mi sento di far parte, rimprovera loro di aver mai letto qualche libro. Ne abbiamo letto più d’uno, certamente non tutti quelli che esistono e sono stati stampati, ma con Cartesio riteniamo che un uomo dabbene non sia tenuto a leggere tutti i libri che siano stati stampati - cosa ancora possibile ai tempi di Cartesio - e che la Sapienza non consista nell’aver letto o nel leggere libri, che di per sé non danno sapienza, se questa non nasce per virtù sua propria del tutto autonoma dall’oggetto “libro stampato”. Pensavamo di introdurre lentamente, gradualmente, nuove schede di “Letture”, ma l’irritazione ricevuta ci induce ad accelerare la redazione di sempre nuove schede, purché nella mente ci appaia chiaro il filo che lega l’un titolo all’altro: se non sarà subito chiaro ai nostri Sei Lettori, ci faremo carico come prima cosa, in premessa, di indicare il nesso tematico, rinviando a poi le consuete annotazioni in corso di lettura.

Joseph Agassi
Il libro è preceduto da una Prefazione di Joseph Agassi, il quale deve esse un israeliano. Infatti, scrive: «Questa opera stimola il dibattito sul nazionalismo riguardo il mio paese. L’autore rivolge la sua attenzione alla messa in discussione del mito secondo cui Israele protegge tutti gli ebrei, costituendone così la patria naturale. Il libro dimostra, a buon diritto, che tale mito è antiebraico». È data così, in un periodo, il senso e il contenuto del libro, che non è in sé una “minaccia” per nessuno, o meglio non costituiscono una minaccia per nessuno quanti semplicemente vanno alla ricerca della verità e la sostengono. E prosegue: «La maggior parte degli israeliani scambia questo mito per il sionismo, sostenendo che potremo veramente raggiungere l’indipendenza solo il giorno della completa riunificazione delle diaspore. In tale contesto, la questione vitale per gli ebrei di tutto il mondo è se gli interessi di Israele coincidano o se invece entrino in conflitto con quelli della diaspora. Ma per l’attuale ideologia sionista si tratta di una questione tabù» (p. 7). Qui vi sarebbe una osservazione da fare sul termine “diaspora”, che viene anche usata da Alan Hart nella sua opera sul sionismo. Gliene viene contestata la legittimità da un suo critico: non esiste propriamente una “diaspora”. E lo si capisce dall’opera di Shlomo Sand, alla quale si rinvia con relativa scheda di lettura.

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giovedì 24 dicembre 2015

INTERVISTA a Gianroberto Casalleggio di Emanule Buzzi, dal Corriere della Sera, tratta dal blog di Beppe Grillo

Ci sembra opportuna e gradita una pubblicazione autonoma, con autonomo commento redazionale ed eventuale intervento degli Iscritti registrati al blog Civium Libertas, di una fondamentale Intervista che nella più stretta attualità offre ampia materia di analisi e riflessione politica. L’intervista è concessa al “Corriere della Sera”, ossia il principale e storico quotidiano d’Italia: non appare sul blog come unico organo del Movimento. Cosa significa? Che è venuta meno la prevenzione e diffidenza verso i media di regime? No... Direi è solo un momento tattico, nello scegliere il campo del nemico, allo scopo magari di ottenere maggiore visibilità: oltre a quella scontata del blog, anche il pubblico di chi il blog non lo legge e ancora non fa uso della rete come principale canale di informazione. Infatti, dice Roberto, in premessa: «...nonostante le falsità dell’informazione e la barriera messa in atto dai partiti in ogni forma possibile».

La domanda su Di Maio, insidiosa, non provoca una sorta di investitura senza che la risposta sia per nulla irrispettosa per Di Maio. La posta in gioco è il mantenimento del Movimento in quanto tale, ossia una spazio aperto e orizzontale, dove i cittadini sono presenti senza doversi mettere in fila per chiedere qualche favore o raccomandazione all’Onorevole di turno. Il Sistema-Regime sta operando da mesi in modo subdolo per ottenere la trasformazione del Movimento in un Partito tradizionale con la sua regia fatta da Leaders e da una loro corte. Per questo, dopo averli insultati e svillaneggiati in ogni modo, ora lisciano i Di Maio, Di Battista, ecc. Vogliono avere un Capo con suoi gregari: per meglio patteggiare e corrompere. Se il Movimento cadess in questa trappola, sarebbe la fine del Movimento, che certamente si deve sviluppare e organizzare meglio al suo interno, ma con un processo di ricerca e promozione di una sempre maggiore “qualità” – esiste addirittura una nuova scienza al riguardo, presente dentro il Movimento – e restando sempre un’aggregazione democratica di cittadini che un solo grande alleato ancora non sceso il campo: il Partito dell’Astensione. Quando i cittadini che non vanno a votare, per ragioni politicamente motivate, avranno capito che il Movimento è la soluzione al problema da loro posto, allora il Movimento non avrà bisogno di nessun premio di maggioranza per essere davvero al di sopra del 60 %, a tenersi bassi.

CIVIUM LIBERTAS

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INTERVISTA  a Gianroberto Casalleggio
di Emanule Buzzi, dal Corriere della Sera,
tratta dal blog di Beppe Grillo


Domanda. Gli ultimi sondaggi vi accreditano quasi al 30%, a soli due punti dal Pd. Pensa sia uno scenario verosimile? Cosa comporta?
Risposta. «Che gli italiani cominciano ad accreditarci come forza di governo nonostante le falsità dell’informazione e la barriera messa in atto dai partiti in ogni forma possibile».

D. Di Maio sempre secondo gli stessi dati gode di una fiducia molto alta. Grillo una volta ha detto che le somiglia: lei si rivede in lui?
R. «Un po’ sì, ma alla sua età mi occupavo di altro. Facevo il progettista software all’Olivetti di Ivrea».

D. In questi giorni è mancata Laura Olivetti, figlia di Adriano. Lei ha lavorato nella sua impresa per molti anni. Che cosa le ha lasciato quella esperienza?
R. «Ho conosciuto personalmente Laura Olivetti e sono molto dispiaciuto della sua scomparsa. Adriano Olivetti metteva la persona prima dell’impresa, la sua idea di comunità ricorda un po’ la nostra filosofia. In un certo senso siamo figli di Adriano».

D.In primavera si va al voto. Roma, per chiunque vinca, potrebbe essere un problema da amministrare e un boomerang in vista delle prossime Politiche. Voi avete paura di vincere?
R. «Noi vogliamo vincere. Roma è una tappa obbligata prima del governo. Un banco di prova. Se avessimo paura di governare Roma non potremmo neppure pensare di voler governare il Paese».

D. Quali sono le priorità per il rilancio dell’Italia?
R. «Innovazione, istruzione, eliminazione della corruzione, diminuzione del livello di tassazione contemporaneamente a una seria lotta all’evasione, etica».

D. Avete oltre 230 potenziali candidati a sindaco di Roma: che profilo auspicherebbe? Se sarà un volto poco noto non teme possa avere dei problemi a confrontarsi con chi mastica politica da anni?
R. «Una competizione elettorale non può essere ricondotta a degli spot o a chi “mastica” politica. Il nostro punto fermo è il programma. Siamo partiti dai municipi di Roma per raccogliere le candidature che sono state spontanee e che stiamo vagliando in questi giorni».

D. Come procederete?
R. «Abbiamo identificato dieci aree di intervento per la città di Roma, la cui priorità sarà decisa con una votazione online. Sulle prime tre interverremo immediatamente dopo le elezioni. Da qui partiremo per un percorso di partecipazione, che si articolerà sia online sia con incontri in cui iscritti, comitati di quartiere, associazioni, organizzazioni attive sul sociale si confronteranno per poter avanzare proposte e priorità. Il candidato sindaco e la lista comunale saranno infine scelti online dagli iscritti di Roma».

D. Non solo Roma ma anche molte altre città importanti: quali sono le vostre ambizioni? Auspicate una svolta?
R. «La svolta c’è già stata nel 2013 quando il M5S vinse le elezioni, poi sappiamo come è andata».

D. A Bologna c’è stata polemica...
R. «Una polemica artificiosa. Comunque è un buon segno, significa che a Bologna ci temono».

D. Al Nord il Movimento presenta nuovi volti - bocconiani, pragmatici, vicini alle imprese - sta puntando senza snaturarsi ad attrarre i moderati indecisi?
R. «È probabile che si stiano avvicinando al M5S persone con profili sociali diversi rispetto all’inizio, ma non sono frutto di una scelta calata dall’alto».

D. Cosa pensa dell’accordo sulla Consulta?
R. «Credo che alla fine possa essere considerato un buon accordo, frutto di un confronto da parte nostra chiaro e trasparente con le altre forze politiche».

D.  Pensa si possa replicare per altri temi?
R. «Ogni volta che viene fatta una proposta che riteniamo corretta per il Paese noi la voteremo. Ogni volta che una proposta parte del nostro programma verrà presentata in Parlamento noi la voteremo. Bisogna ricordare però che a causa di una legge elettorale incostituzionale, noi siamo minoranza».

D. Lei da sempre sostiene la partecipazione del web. Per la Consulta, come per la Rai, non siete riusciti a esprimervi. I militanti si sono divisi: pensate a un correttivo?
R. «Ci sono situazioni, come la Consulta e la Rai, che richiedono decisioni continue e veloci, per ora ancora impraticabili con il web. In ogni caso il gruppo parlamentare ha discusso e approvato le scelte a maggioranza».

D. Negli ultimi mesi voi vi siete spesi molto per il reddito di cittadinanza. La vostra proposta però è arenata: cosa farete adesso?
R. «Il reddito di cittadinanza è il primo punto del nostro programma per le elezioni politiche, sono due anni che cerchiamo di farlo approvare, ma siamo ostacolati in ogni modo. È presente in tutti i Paesi europei tranne che in Grecia e in Italia, la stessa Ue ne ha chiesto l’introduzione nel nostro Paese».

D. Si è discusso molto dei Comuni amministrati dal Movimento. A Livorno sono stati espulsi tre consiglieri e la maggioranza ora ha numeri risicati: c’erano altre soluzioni a suo avviso? La giunta Nogarin riuscirà ad andare avanti?
R. «La strategia del Pd è dimostrare che i Comuni amministrati da noi non funzionano perché in questo caso il M5S non sarebbe neppure affidabile per governare il Paese. Nel caso di Livorno i problemi non ci sono. Sta di fatto che quando vinciamo ci troviamo quasi sempre i conti dissestati dalle precedenti amministrazioni e per prima cosa dobbiamo metterli in ordine, come stiamo facendo ovunque. La situazione di Livorno è legata a una municipalizzata con un buco di 42 milioni di euro. Chi governava Livorno prima di noi?».

D. Dopo l’addio di Grillo dal simbolo, ci saranno altre novità formali o organizzative nel 2016?
R. «Non credo, anche se il Movimento cresce molto velocemente e questo comporterà una maggiore cura organizzativa».

D. Negli ultimi giorni ci sono state polemiche per il suo libro «Veni Vidi Web»...
R. «Il libro riprende alcuni capitoli pubblicati anni fa su libri che non sono più in commercio, più qualche contributo recente tratto dal blog».

D. Lei però parla di ipermercati rasi al suolo, di rieducazione forzata, di gogna pubblica, di stop alla caccia, di chiusura per parrucchieri e macellerie, di ministeri della Pace: sono provocazioni?
R. «Quelle che lei cita sono provocazioni e non un programma di governo. Però chi non vorrebbe un Ministero della Pace? Internet non è una panacea per tutti i mali che affliggono la società però bisogna prendere atto che cambia la realtà e gestire il cambiamento piuttosto che subirlo».