mercoledì 14 settembre 2011

Alan Hart: analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre



Per la prima volta in dieci anni l’esperto in materia di sionismo Alan Hart decide di fornire la propria versione di quella che da sempre reputa essere l’ipotesi più plausibile in merito a chi fossero i mandanti degli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono. L’autore ci indica i possibili gruppi di interesse e gli obiettivi geo-politici nel loro mirino.

In tempi recenti, Alan Hart è stato ospite del programma condotto da Alex Jones per una lunga intervista sul tema dell’11 settembre. Per chi non lo conoscesse, Alex Jones è il famoso – molto battagliero - conduttore radiofonico americano e attivista politico che da dieci anni conduce campagne di informazione a tappeto e manifestazioni nelle maggiori città americane per denunciare la falsa propaganda in merito agli attacchi dell’11 settembre e alle guerre da allora mosse contro l’Islam, e per chiedere indagini oneste e approfondite che facciano luce sulle reali tecniche impiegate per fare collassare edifici costruiti con criteri di estrema resistenza ad attacchi esterni.

Nell’intervista rilasciata ad Alex Jones, l'autore britannico Alan Hart spiegava che esistono ragioni ben valide per il suo decennale silenzio, non per ultimo la necessità di serbare il segreto su fatti a lui rivelati da fonti segrete negli ambienti che Alan Hart conosce come le proprie tasche. Inoltre, rivelazioni fornite senza citare le fonti è sempre un rischio per la credibilità del relatore e quindi della notizia stessa. Durante l’intervista durata un’ora, Alan Hart si è limitato a fornire la sua analisi sui possibili mandanti degli attacchi dell’11 settembre sulla base della sua profonda conoscenza personale degli ambienti tirati in ballo.

Il contenuto dell’intervista è sintetizzato nel breve scritto pubblicato dall'autore sul proprio blog per il decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre, ed è stato tradotto in italiano per Civium Libertas. La conclusione a cui arriva l’autore è chiara. Al lettore viene fornita la possibilità di scegliere tra due scenari ipotizzati, che tuttavia non cambiano la sostanza.

Ma il motivo principale per cui Alan Hart abbia atteso tanto tempo per pronunciarsi viene spiegato bene nell’intervista che l’autore rilasciava nel programma di Alex Jones. Faceva notare l’autore, che solo di recente è stato pubblicato il terzo volume della sua trilogia epica sulla storia politica del sionismo dal titolo «Sionismo: il vero nemico degli ebrei» [vedere qui per una introduzione all’opera in italiano]. Il libro era già in cantiere quando iniziavano le polemiche sull’11 settembre e rappresentava lo strumento per opporre i fatti della verità storica alle menzogne della propaganda sionista. Alan Hart non è un ebreo e a causa della sua opposizione al sionismo e del suo impegno per la Palestina ha sempre dovuto lottare per respingere le accuse di presunto “anti-semitismo”. Era consapevole che l’uscita del suo libro avrebbe scatenato le ire sioniste – come infatti è poi avvenuto – e occorreva non fornire appigli ai sionisti per screditare pubblicamente l’opera e il suo autore.

Come Alan Hart spiegava nell’intervista, ora che anche il terzo volume è apparso sul mercato americano e sta riscuotendo il favore del pubblico. E così, dopo il recente tour americano per presentare sé stesso e l’opera al pubblico americano, Alan Hart ha ritenuto di potersi sbilanciare, entro certi limiti, se non altro per fornire un’analisi razionale basata sulla sua personale conoscenza – molto ravvicinata – degli ambienti sionisti, qui sul banco degli imputati.

Perché dovremmo attribuire autorevolezza all’ipotesi che Alan Hart propone nell’articolo che segue in merito ai mandanti dell'11 settembre? Perché l’autore è ritenuto generalmente il maggiore esperto in materia di storia del sionismo, e di tutto ciò che riguarda il cosiddetto «conflitto israelo-palestinese». Ha conosciuto personalmente tutti i principali protagonisti schierati dall’una e dall’altra parte del conflitto – leader politici, militari e dei servizi segreti, sia nel modo arabo e israeliano, che in Occidente. Fin dall’inizio della sua carriera, è stato inviato speciale in Palestina/Israele per i maggiori canali di informazione britannici – ITV e BBC - potendo constatare di persona quale fosse la realtà sul campo opposta alla propaganda della mitologia sionista. Venne a conoscenza dei veri retroscena storici riguardo all’instaurazione del regime sionista in Palestina e arrivò presto a comprendere l’enormità delle menzogne raccontate al pubblico occidentale sulla nascita del cosiddetto stato di Israele.

In seguito all’ultima terribile rivelazione fatta in segreto ad Alan Hart dalla famosa statista israeliana Golda Meir – in partica sul letto di morte – [l’episodio è narrato nel primo capitolo del Volume 1] Alan Hart prendeva la decisione di entrare nel mondo della diplomazia internazionale e venne incaricato di fungere da mediatore tra Arafat e l’israeliano Shimon Peres all’interno del cosiddetto processo di pace israelo-palestinese. Divenne anche consulente esterno per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Raccontare la verità sul sionismo è diventato il Leitmotiv della vita dell’autore. Tutto ciò che Alan Hart ha vissuto personalmente nei decenni del suo impegno per la causa Palestinese, tutti i retroscena politici e gli incontri personali con re e combattenti, è narrato nella sua opera scritta nello stile vivace del reporter, non dello storico. Ma sia ben chiaro, l’opera è anche il risultato di 5 anni di minuziosa ricerca per fornire i retroscena storici e politici dei primi decenni dell’ascesa politica del sionismo, prima che Alan Hart entrasse personalmente in scena nel racconto.

L’articolo che segue è da leggere quindi considerando che non si tratta di una semplice analisi ipotetica, ma il frutto di una lunga esperienza e conoscenza personale dell’autore in merito alla materia affrontata.

Peraltro, molti dei retroscena politici dell’epoca in cui avvenivano gli attentati dell’11 settembre, sono narrati nel Volume 3 dell’opera che termina con gli sviluppi del sionismo sotto il mandato Obama. L’autore dichiara che forse nel prossimo futuro ci sarà un Volume 4.


La frase più nota di Alan Hart, citata da molti è: «Il sionismo è il cancro al cuore delle politiche internazionali: deve essere curato prima che ci consumi tutti, ovunque nel mondo.»

Egeria

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Analisi sul probabile coinvolgimento del Mossad
negli attacchi dell’11 settembre
2001

di Alan Hart

Qualunque discussione seria e onesta sugli attacchi dell’11 settembre 2001 deve iniziare con l’interrogativo: «le Torri Gemelle di New York sono crollate a causa dell’impatto degli aerei e del calore generato dal carburante?» Se la risposta è «Sì», non sarà necessario esplorare le cosiddette teorie del “complotto”. Ma se la risposta è «No», la domanda speculativa deve essere: «Chi, Come e Perché?»


La mia risposta personale all’interrogativo è «No». A mio giudizio esiste evidenza sufficiente – visiva, tecnica e scientifica, oltre alle testimonianze pertinenti incluse quelle dei vigili del fuoco – per arrivare alla conclusione che nelle Torri Gemelle e nell’Edificio Sette, erano state piazzate cariche esplosive per fare collassare le Torri mediante la tecnica denominata “demolizione controllata”.

Per prima cosa vorrei attirare l’attenzione sull’evidente e massiccia complicità da parte dei media di massa nel sopprimere domande e discussioni aperte sugli attacchi dell’11 settembre. Ma il nocciolo della questione è il fatto che negli ultimi 63 anni – dalla creazione dello stato sionista (e non ebraico!) di Israele per mezzo di terrorismo e pulizia etnica fino ad oggi – i media mainstream si sono resi complici dei sionisti nella soppressione della verità su come si è venuto a creare e continua ancora oggi il cosiddetto conflitto in Palestina divenuta Israele. In altre parole, i media si sono prestati a diffondere ed appoggiare le menzogne della propaganda sionista.

Le due menzogne maggiori possono riassumersi brevemente come segue.

La prima falsità è che la «povera piccola Israele» sia vissuta in costante pericolo di annientamento – che Israele ama definire «la cacciata degli ebrei in mare». La verità, come documentata in dettaglio nei tre volumi della mia opera sulla storia del sionismo, è che l’esistenza di Israele non è mai stata messa in pericolo, in nessun momento, e da parte di nessuna potenza araba singola o congiunta. L’affermazione del contrario, da parte dei sionisti, è l’espediente che ha permesso a Israele di farla franca negli ambienti che più contano, e cioè nel mondo occidentale e in America in particolare, presentando la sua aggressione come auto-difesa e sé stessa come vittima mentre in realtà è sempre stata l’aguzzino.

La seconda falsità è che «Israele non ha mai avuto interlocutori Arabi per la pace». Questa è pura propaganda senza senso. Ecco due tra i tanti esempi a prova di quanto affermo.

Primo esempio. Fin dal momento in cui arrivò al potere nel 1951, il presidente egiziano Nasser ha cercato un accordo con Israele. Infatti ha intrattenuto colloqui segreti con il ministro degli esteri israeliano Moshé Sharret, che a mio avviso è stato l’unico politico israeliano razionale del suo tempo. Per avere perseguito progetti di pace con gli Arabi, Sharett venne distrutto dal fondatore e primo premier di Israele, David Ben-Gurion.

Secondo esempio. Alla fine del 1979, il pragmatico Yasser Arafat, leader della Resistenza Palestinese e Presidente del l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), aveva preparato il terreno, dalla sua parte, per un accordo di pace con Israele sulla base di una soluzione realmente praticabile per due stati separati – una pace basata su termini che ogni razionale governo e popolo israeliano avrebbe accettato con sollievo. Ma a quel tempo – come ancora oggi – i leader di Israele e la maggioranze dei suoi cittadini ebrei non erano razionali.

Prima degli attacchi dell’11 settembre, l’esempio più significativo per denunciare la complicità dei media nell’insabbiamento della verità sul conflitto in Medio Oriente è l’attacco di Israele alla nave americana USS Liberty, avvenuto l’8 giugno 1967, il quarto giorno della Guerra dei Sei Giorni.


Ho assistito personalmente a quanto è successo quel giorno. Sono stato il primo corrispondente di guerra occidentale ad arrivare sulle sponde del Canale di Suez perché mi trovavo insieme alle forze israeliane in avanzamento nel deserto del Sinai. L’attacco alla nave Liberty ha ucciso 37 militari della Marina americana e ferito gravemente altri 90.

Se le cose si fossero svolte secondo i piani dell’uomo che ha ordinato l’attacco, il ministro israeliano alla Difesa Moshé Dayan [il terribile signore della guerra con la benda nera sull’occhio] la Liberty sarebbe stata affondata con tutti a bordo, non lasciando alcun testimone per raccontare cosa realmente accadde.

Ora, se si fosse trattato di un attacco Arabo/Musulmano ad una nave americana, è ragionevole speculare che gli americani avrebbero risposto con ritorsioni militari, se non addirittura con una dichiarazione di guerra alla nazione ritenuta responsabile. Ma non si trattava di un attacco Arabo [bensì di un attacco israeliano, che i sionisti hanno giustificato dicendo agli americani che si fosse trattato di errore]. E cosa fece allora il presidente americano Johnson? Per timore di offendere la Lobby sionista e i suoi tirapiedi nel parlamento americano, ha ordinato l’insabbiamento che rimane in vigore ad oggi. E i media compiacenti si sono prestati al gioco replicando la menzogna, come fanno tutt’ora.

Ora fornisco in sintesi la mia analisi sul possibile e probabile coinvolgimento del Mossad negli attacchi dell’11 settembre. Due sono i possibili scenari - A e B.

Nello scenario A non è da escludere che il piano sia stato inizialmente congetturato da parte di un gruppo Arabo/Musulmano. Ma se anche questo fosse vero, il Mossad avrebbe avuto una pista interna quasi immediatamente. Fin dalla nascita dello stato sionista, il Mossad ha messo in atto strategie a tappeto per l’infiltrazione di agenti segreti all’interno di ogni regime Arabo, comprese le istituzioni militari e i servizi di sicurezza, e all’interno di ogni Movimento di Liberazione degli Arabi/Musulmani e di ogni gruppo terroristico. Molti degli agenti più validi erano ebrei del Nord Africa e del Marocco in particolare, perché potevano tranquillamente passare per Arabi – infatti tra un attimo vi racconterò in sintesi la storia su come il Mossad abbia infiltrato l’organizzazione terrorista di Abu Nidal.

Sempre rimanendo nello scenario A – che prevede che il Mossad abbia scoperto il piano per l’attacco dell’11 settembre ideato da un gruppo islamista. La domanda è: il Mossad lo avrà poi raccontato a qualcuno? La mia ipotesi è che ne abbia messo al corrente i propri alleati nelle sfere di potere neo-con/sioniste americane – ebrei e non-ebrei – tra cui il vice-presidente Dick Cheney (che personalmente chiamo «il vero dottor Stranamore») e altre figure come Paul Wolfowitz e Richard Perle, oltre a informare gli appositi contatti nella CIA. In questo scenario il Mossad avrebbe posto la domanda: «che ne facciamo di questo piano?» - a cui sarebbe seguita un risposta del tipo: «lo useremo come il pretesto che cercavamo, simile a quello di Pearl Harbour».

Secondo questo scenario, gli attacchi dell’11 settembre – seppure inizialmente un’idea Arabo-Musulmana – fu il risultato di una congiura tra i servizi segreti israeliani e le sfere di potere neo-con americane.

Il Mossad e il terrorismo di Abu Nidal

Prima di passare allo scenario B racconterò in breve la storia su come il Mossad penetrò le fila del gruppo terroristico di Abu Nidal. Per la cronaca, Abu Nidal era un membro di Fatah ai tempi di Arafat, ma se ne separò quando divenne evidente che Arafat era venuto a patti con la realtà dell’esistenza di Israele e stava in effetti preparando il terreno – dalla parte Palestinese - per un compromesso con Israele. Il gruppo di Abu Nidal stabilì le sue basi in prevalenza in Iraq e fu responsabile delle uccisioni, soprattutto su suolo europeo, di oltre 20 degli emissari di Arafat, allora in missione all’estero per colloqui segreti con i governi occidentali aventi lo scopo di informare circa le intenzioni serie della PLO e del gruppo dirigente di Fatah, in merito al compromesso con Israele.

Da una successiva indagine effettuata da parte di Arafat e Abu Iyad, capo del contro-spionaggio di Fatah, emerse che Abu Nidal da tempo si era dato all’alcool – era arrivato a consumare anche due bottiglie di whisky al giorno ed era quasi costantemente ubriaco. In effetti era il suo braccio destro – il numero due dell’organizzazione - a occuparsi degli affari del gruppo. Era lui a decidere chi doveva essere assassinato ed era lui a dirigere le operazioni. Il braccio destro di Abu Nidal era un agente del Mossad.

[E ora la storia prende una piega decisamente macabra e contorta, nella migliore tradizione del Mossad]. Furono in effetti due studenti palestinesi di Londra a ricevere dal gruppo di Abu Nidal l’incarico di assassinare l’ambasciatore israeliano Argov. E fu appunto quel tentato di assassinio, nel 1982, a fornire al premier israeliano Begin e al ministro alla difesa Ariel Sharon Sharon [il macellaio di Sabra e Shatila] il pretesto che cercavano per lanciare l’invasione del Libano, arrivando fino a Beirut, con l’obiettivo di sterminare l’intera leadership della PLO [appunto rifugiata in Libano] e distruggere la sua infrastruttura … Ma l’ambasciatore Argov sopravvisse e mangiò la foglia: molto tempo dopo l’attentato dichiarò di sospettare la responsabilità di Israele nel tentativo di assassinarlo.

Nello scenario B va considerato che alcuni dei presunti attentatori Arabi/Musulmani dell’11 settembre erano sorvegliati da parte di vari servizi segreti occidentali negli anni che precedettero gli attacchi. I servizi segreti che li monitoravano, ritenendoli possibili o probabili terroristi, erano tra l’altro quelli delle Germania, dell’America e di Israele.

In questo scenario non è da escludere che l’idea per gli attentati dell’11 settembre fosse suggerita a possibili/probabili terroristi Arabi/Musulmani da parte di agenti del Mossad.

Secondo questa ipotesi, sarebbe stato il Mossad a essere in effetti l’architetto del piano, con figure chiave nelle sfere neo-con sioniste americane a prendersi cura delle modalità che avrebbero garantito il risultato sperato, e cioè che gli attacchi avrebbero colpito gli obiettivi programmati. Considerando tutti gli aspetti di quanto accadde quel giorno, sono dell’avviso che il presidente Bush non fosse coinvolto nei preparativi per l’11 settembre. Penso fosse Cheney ad essere in controllo delle operazioni dalla parte americana, in quella che essenzialmente è stata un’operazione del Mossad eseguita sotto falsa bandiera (false flag operation).

Domanda: in che modo l’11 settembre ha servito gli interessi della psicopatica destra israeliana e dei suoi associati neo-con in America?

Nel loro modo di vedere le cose, Saddam Hussein [ex leader dell’Iraq] rappresentava l’unico ostacolo prevedibile al progetto della Grande Israele per il permanente dominio militare del modo Arabo. Accusando falsamente l’Iraq di coinvolgimento negli attentati dell’11 settembre, i sionisti e i loro associati neo-con americani hanno creato il pretesto che serviva per convincere Bush a entrare in guerra.

Come sappiamo, non era certo un segreto l’intenzione dei sionisti di disfarsi di Saddam Hussein. Nel 1996, sotto la direzione di Richard Pearl – che negli ambienti informati viene chiamato «il Principe delle Tenebre» - le sfere sioniste americane presentarono una proposta di legge [per Israele] mediante un documento dal titolo «Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il Regno». [Alan Hart sottolinea spesso nei suoi articoli che i politici sionisti americani e altre figure chiave sioniste negli ambienti di potere americani non operano per occuparsi degli interessi americani ma esclusivamente di quelli di Israele – un paese straniero! Ma lo stesso succede nei maggiori paesi europei, pur essendo la cosa meno nota al pubblico].

Il documento sollecitava il nuovo premier Netanyahu ad agire con decisione nel dare un taglio netto alle politiche del suo predecessore Yzak Rabin, inclini alle trattative di pace con l’OLP al costo di ‘concessioni’ di terre. Secondo il documento, la rivendicazione di Israele dell’intero territorio occupato era «legittimo e nobile». Diceva il testo: «Solo il riconoscimento incondizionato dei nostri diritti da parte degli Arabi costituisce una base solida per il futuro [il nostro del testo tradisce la totale identificazione dei politici e funzionari sionisti americani con Israele, non con gli USA, n.d.t.]. Solo dopo il taglio netto Israele sarebbe «libera di configurare la propria struttura strategica». E cosa avrebbe comportato ciò? Tra l’altro a «ristabilire il principio dell’attacco preventivo, … perseguire l’obiettivo di rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq … contenere e indebolire la Siria, l’Iran e Hezbollah nel Libano».

In effetti, i «risolutori» del sionismo in USA e i loro associati neo-conservatori avevano da tempo un progetto in cantiere per disfarsi di Saddam Hussein. Erano furiosi quando Bush padre si era rifiutato di completare l’opera iniziata diversi anni addietro quando metteva insieme una coalizione per cacciare l’Iraq dal Kuwait [in quanto minaccia all’egemonia israeliana e al flusso di petrolio per gli USA]. Di conseguenza i «risolutori» americani a servizio del sionismo e i loro soci neo-con avevano bisogno di due cose: un presidente abbastanza stupido da credere ai loro deliri – e lo trovarono in “W” Bush; e poi un evento alla stregua di Pearl Harbour come pretesto per entrare in azione – che venne fornito con l’11 settembre.

Ma l’11 settembre era molto più di questo. In effetti dal punto di vista dei sionisti rappresentava una soluzione vincente in tutti i sensi.

Come era facile prevedere, dopo l’11 settembre un’ondata di crescente islamo-fobia attraversò l’intero mondo occidentale e in particolare gli Stati Uniti d’America. Nelle menti del pubblico americano disinformato e ignaro – e quindi della maggioranza degli americani – fu rinforzato il falso credo propagato dal sionismo che Israele rappresentasse per l’America l’unico vero alleato affidabile nell’intera regione Araba e Islamica.

Come dico nella mia introduzione al Volume 1 dell’edizione americana del mio libro sulla storia del sionismo, quando gli Americani hanno chiesto: «Perché loro ci odiano?», con «loro» intendevano più o meno tutti gli Arabi e Musulmani ovunque nel mondo. Ma io chiedo: «Cosa avrebbero potuto apprendere gli Americani se il presidente Bush, invece di precipitarsi a dichiarare la sua guerra al terrorismo globale, si fosse impegnato affinché la domanda ricevesse una risposta seria?»

La risposta completa ed esauriente al «perché loro ci odiano» viene fornita per mezzo dei tre volumi del mio libro. Ma una risposta breve viene fornita nella mia introduzione all’edizione americana dell’opera, ed inizia con l’affermazione che la stragrande maggioranza degli Arabi e Musulmani ovunque nel mondo NON odia l’America o gli Americani. Ciò che odiano dell’America sono le sue politiche estere e il suo «doppio standard» – l’ipocrisia dei «due pesi e due misure» che adotta nei confronti delle diverse nazioni, e in particolare il suo supporto incondizionato per Israele che sistematicamente si prende gioco di ogni Risoluzione ONU, dimostra disprezzo per il Diritto Internazionale e le Convenzioni per i Diritti Umani ed è votata al terrorismo di stato … La realtà è che per decenni molti Arabi e Musulmani avrebbero voluto avere la possibilità di emigrare in America per una vita migliore. Oggi, tuttavia il numero di Arabi e Musulmani che opterebbero per la cittadinanza e residenza americana si è ridotto all’osso, perché – triste a dirsi – il mostro dell’islamo-fobia è stato sguinzagliato attraverso il «Paese degli uomini liberi» e si sta sfregando le mani.

A differenza del pubblico americano, la maggioranza degli Arabi e altri Musulmani è ben consapevole che il supporto incondizionato per Israele non è nell’interesse dell’America. In effetti non è nell’interesse di nessuno, compresi gli ebrei ovunque nel mondo e la stessa Israele.

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L'articolo originale in inglese è pubblicato qui , e rappresenta la seconda parte di un post che inizia con una lettera aperta indirizzata ad Abe Foxman della ADL - Anti-Defamation League.

martedì 13 settembre 2011

Tripoli 2011: Mobilitazione a sostegno della Resistenza della Giamahiria e della Repubblica araba di Siria contro l’imperialismo della Nato - Appello per il 15 Ottobre 2011

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Dopo aver dato la nostra adesione all’Appello del 30 Agosto confermiamo analoga e conseguente Adesione per il Presidio del 15 ottobre in Milano. Mai è parso più chiaro come il sistema mediatico sia parte integrante della guerra di aggressione e di rapina in atto che si avvale delle più spudorate menzogne. Nessuno può credere seriamente che ai nostri politici e intellettuali di regime interessino minimamente i “diritti civili” e la “democrazia” in Libia o in Siria. L’informazione televisiva e della carta stampata è “carta straccia” da ignorare completamente, se si vuole avere intelligenza di ciò che accade in questo difficile momento per il nostro Paese, tirato in guerre contrarie alla sua costituzione ed ai suoi interessi nazionali.  La Libia è ormai il nostro Iraq. La classe politica pensa soltanto a conservare i suoi privilegi. Il popolo italiano, sempre più spinto in una crisi economica mai vista prima, è chiamato alla sua salvezza nazionale nella politica, riacquistando la sua piena sovranità interna ed estera, strettamente collegate. Civium Libertas partecipa alla mobilitazione civile e democratica.

CIVIUM LIBERTAS
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Appello per il 15 Ottobre 2011.

Fonte

Dopo oltre sei mesi dal suo inizio, sembra non avere fine la guerra della NATO contro la Giamahiria di Muammar Gheddafi:  migliaia di morti causati dai bombardamenti dal cielo contro la popolazione  e le infrastrutture civili, uso di elicotteri Apache e droni, mercenari e truppe speciali, rifornimenti di armi micidiali e di ultima generazione ai terroristi qaedisti di Bengasi, tutti insieme non sono stati sufficienti per avere la meglio sull’eroica resistenza del popolo libico guidato da Muammar Gheddafi. I grandi media della NATO continuano a fare propaganda proclamando la vittoria da settimane, se non da mesi; eppure dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che si tratta di disinformazione strategica a scopi militari. La realtà è che nei sobborghi di Tripoli, a Sirte come a Bani Walid, la resistenza  continua, rifiutando la resa e il tradimento!

L’Italia, a cui è stato ordinato di partecipare al conflitto – anche contro i suoi interessi -   dal suo padrone d’oltreoceano, per mezzo dei suoi politici servi e traditori continua a giustificare la partecipazione militare alla guerra in Libia con la disgustosa retorica dell’”azione umanitaria a difesa dei civili”.

“La Libia è invece vittima di un’ennesima aggressione della Nato, politicamente per nulla diversa da quella contro la Serbia nel 1999 e da quella contro l’Iraq nel 2003, per scopi totalmente geopolitici (approvvigionamento petrolifero e insediamento di un governo non ostile a Washington) e geo-strategici (espansione della sfera d’influenza della Nato, attraverso il comando Africom), volti al contenimento di potenze rivali nei fondamentali scenari del Vicino Oriente e del Mediterraneo”. (testo ripreso da qui).

Contemporaneamente all’azione di aggressione militare  alla Libia iniziata a Marzo, si è scatenata la macchina mediatica della NATO contro la Siria di Assad, replicando lo stesso schema utilizzato  dalla propaganda di guerra contro Gheddafi per giustificare moralmente l’intervento militare di fronte all’opinione pubblica occidentale, invocando una nuova “azione umanitaria in difesa dei civili”: Assad sarebbe un feroce dittatore autore di abominevoli repressioni contro la popolazione civile che vuole democrazia e libertà; Assad sarebbe un uomo politicamente finito odiato dal suo popolo, etc,.etc. Non importa che i disordini siano in realtà  dovuti anche qui  a terrorismo armato guidato da componenti esterne alla società siriana; no, le falsità dei media della NATO sono fondamentali per spianare la strada alle sanzioni economiche, alle menzognere risoluzioni dell’ONU e, in ultimo, all’aggressione militare funzionale alle mire strategiche dell’occidente euro-atlantico. Come per la Libia, l’Italia ha seguito e segue supinamente passo dopo passo l’escalation pianificata dalla NATO contro la Siria e tutto fa pensare che l’ “Italian Repubblic” non si sottrarrà a partecipare ad una nuova aggressione militare contro un paese sovrano, laico e socialista,  se le verrà ordinato di farlo dai suoi padroni di Washington e Londra. E dopo la Libia e la Siria, sarà il turno dell’Algeria, o  magari della Russia, come auspicato dal senatore americano, ex candidato alla presidenza, John  McCain? Dove condurranno l’Italia le strategie guerrafondaie di quei paesi, come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, che guidano e la fanno da padroni nella NATO?

“Come per la Libia, anche nel caso della Siria, nessun movimento, partito o gruppo è riuscito ad alzare una voce forte e decisa contro questo nuovo tentativo di aggressione, tanto più a sinistra e nel mondo tradizionalmente “pacifista”, dove si è sostenuta la linea imperialista e neo-colonialista imposta da Obama, da Cameron e da Sarkozy. Preso atto del fallimento storico e politico di queste componenti della società civile, e dell’impossibilità per le ragioni anti-imperialiste e della sovranità nazionale di avere una seria rappresentanza all’interno di istituzioni e grandi organi di stampa” (testo ripreso da qui), alcuni membri del comitato promotore della mobilitazione del 30 agosto 2011  hanno deciso di dare continuità all’aggregazione di forze ed intenti di quella manifestazione, allargandone la piattaforma,  per organizzare un nuovo presidio unitario in difesa della Giamahiria e della Repubblica Araba di Siria contro la NATO.

E’ perciò convocato un:

PRESIDIO A MILANO,

DAVANTI AL CONSOLATO GENERALE DEGLI STATI UNITI D’AMERICA,

SABATO 15 OTTOBRE 2011,

 DALLE 15.30 ALLE 17.30, CON CONCENTRAMENTO ALLE  ORE 16.30,

PER CHIEDERE:

1. L’immediato ritiro delle forze militari  italiane dalla missione criminale in Libia e da tutte le missioni per conto della Nato e degli Stati Uniti d’America;

2. Il ritiro di tutte le forze armate americane dalle basi militari in Italia, dall’Europa e dal Medio Oriente;

3. La fine di qualsiasi tipo di sostegno dell’Italia alle azioni terroristiche in Siria e ai tentativi di destabilizzazione del paese da parte della NATO.

4.  Le dimissioni dei politici italiani servi della NATO e degli USA,  come Napolitano, Frattini, La Russa e Berlusconi, che per esaudire i desideri atlantici  continuano a violare l’art. 11 della Costituzione attaccando militarmente  la Libia e attuando la destabilizzazione della Siria progettandone  l’aggressione militare.

PER MANIFESTARE:

1. Il nostro appoggio all’eroica resistenza della Giamahiria di Muammar Gheddafi e  della popolazione libica di fronte ai mercenari, ai tagliagole jihadistii, alle bombe e alle truppe speciali della NATO.

2. Il nostro sostegno alla Siria del presidente Assad, vittima degli attacchi terroristici delle bande criminali jihadiste fomentate dall’occidente e dalle squallide campagne mediatiche  dei media della NATO.

3. Al mondo, ma soprattutto al popolo libico e siriano, che c’è un’Italia che non dorme e non subisce passivamente i diktat della NATO e che si ribella alle sue logiche criminali, che disprezza i propri politici servi e traditori  e  che vuole al più presto ristabilire dei rapporti di amicizia e cooperazione con la Grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista e con la Repubblica Araba di Siria.


PER ADERIRE SCRIVERE A: sabato15ottobre@libero.it

sabato 10 settembre 2011

Analisi a caldo della stampa embedded italiana sull’assalto del popolo egiziano all’ambasciata israeliana in Cairo, cinta da muri abusivi.

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La nostra disistima della stampa e delle televisioni italiane è ormai senza ritorno: una notizia che giunge da loro è quasi lo stesso che non sapere nulla o peggio ancora, dovendo poi faticare non poco a distingur eil vero dal falso. Evito di attingere da loro informazioni, sempre mendaci e manipolate. Anche quando sembrano assumere un tono oggettivo e neutro, basta un inciso, un aggettivo, per far capire ad un occhio esperto come tentano di formare la cosiddetta opinione pubblica, che è in realtà solo l’opinione “pubblicata” di chi redige la notizia. Quanto per intendenderci: i “territori occupati” diventano semplicemente “territori” ed in un passaggio successivo “territori contesi”. Il Muro della Vergogna e dell’Oppressione diventa “barriera difensiva”. Tutta la resistenza contro Israele è fatta da “terroristi” ed è “terrorismo”, che quando è fatto da Israele diventa “difesa” e “autodifesa”... Gli esempi di pervertimento spudorato del linguaggio sono innumerevoli ed un linguista ne potrebbe trarre materia per un grosso volume. Tutto ciò accade perché nei giornali italiani e mondiali Israele ha reclutato migliaia di pennivendoli. Per i politici vale il motto: “meglio investire nell’acquisto di un politico anziché in un carro armato”. Se potessimo avere la prova di quello di cui siamo intimante convinti ed è logico pensare, non sarebbe difficile dare una lunga lista di nome. Ma non è necessario.

Il post precedente di Egeria è basato su notizie in diretta, da press-tv, ed altre fonti attinte durante la notte. Egeria non ha fatto un lavoro diverso o di qualità inferiore a quello dei giornalisti nostrani che ieri non erano certo nelle strade del Cairo. Attingono da agenzie e orientano la percezione del fatto presso i loro lettori-bue o che immaginano tali. Così il Corriere di Sion riporta la notizia, che la “morte” (per cause naturali? Polmonite? Infarto?) dei cinque poliziotti egiziani – allegramente uccisi da Israele – è avvenuta dopo «una serie di attentati compiuti il 18 agosto a Eilat...», come a dire che quando Israele ammazza qualcuno vi è sempre una valida e fondata ragione. Quindi non può che essere criminale la reazione del popolo egiziano avvenuta questa notte davanti all’Ambasciata israeliana... E dunque il pupazzo Obama fa bene ad aprire la sua bocca da pappagalo... Una informazione vomitevole, che non ci sembra di dover illustrare oltre. Si tratta del maggior quotidiano italiano. Figuriamoci il resto.

E «La Repubblica»? Esordisce con una dichiarazione del pappagallo Obama che invita l’Egitto «al rispetto delle leggi internazionali». Ma quali? Quelle che Israele e gli Usa hanno sempre violato con sommo disprezzo? Ormai, anche uno scolaretto può vedere come costoro chiamano il loro assoluto arbitrio la Legge. E non pretendono di essere il «popolo della Legge»? Mah! Altro vomito che si aggiunge al precedente. Vomito dopo vomito si può leggere sul “Sole 24 Ore” la frase del ministro Barak, secondo cui si sarebbe trattato di «proteggere l’ambasciata dai manifestanti». In realtà, si tratta di proteggere i cittadini egiziani da decenni di angherie israeliane. Il fatto che per tutto questo tempo il “ricco” quanto “predone” Israele abbia avuto forniture del gas egiziano ad in terzo del prezzo di mercato costituisce un sostanziale tributo di guerra in conseguenza di quello che impropriamente viene chiamato il Trattato di Pace israelo-egiziano. Certo, se vanno addensando scenari di guerra, da Israele sempre agognati, ma è anche vero che i popoli possono perdere la pazienza.

«Ma quale “disastro”?!», si potrebbe obiettare a tutti gli embedded che danno fiato alle dichiarazioni israeliane, sul peggio che sarebbe stato scongiurato, grazie alla Sublime Intelligenza dei Servizi, quelli che sparano ed ammazzano, poco curandosi di incresciosi effetti collaterali e considerando un oltraggio la pretesa di scuse per i morti ammazzati. Il disastro, purtroppo, è quello permanente, in cui si trovano i popoli arabi dopo l’inganno britannico per ottenere la rivolta contro l’Impero ottomano. Da allora la loro situazione non è per nulla migliorata ed ancora oggi stanno pagando gli inganni della perfida Albione. Israele è soltanto l’esattore dei tributi... In altre parole, se si vuol capire ciò che è appena successo ieri sera e durante la notte, cosa che ci si aspetterà invano dagli Embedded, occorre essere capaci di prospettiva storica e di analisi geopolitica.

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 «Scalmanati a chi?» - Quello di “scalmanato” è l’insulto al popolo egiziano, che si può leggere su un lancio del Sole 24 Ore, aggregato da Google News. Evidentemente, non si considera neppure la possibilità di un lettore fornita di intelligenza critica che ribalti il contenuto della velina. Questo aspetto non credo interessi neppure a chi imbastisce l’informazione. Ma proviamo a ragionare. Abbiamo visto come in Libia degli autentici tagliagole sia stati letteralmente assoldati per abbattere un governo legittimo, la cui unica e vera colpa era di non volersi sottomettere alla prepotenza Us-Israel. I tagliagole sono stati sostenuti, armati e finanziati dall’«Occidente» per uccidere e massacrare civili libici. Nel corso di questa “ribellione” telecomandata, se ben ricordo, è stata anche invasa e danneggiata l’ambasciata del Venuezuela, che a Geddafi non aveva girato le spalle. Obama non ha fatto le stesse dichiarazioni per quel che riguarda l’inviolabilità delle sedi diplomatica, dichiarazioni che ha invece fatto contro il popolo egiziano sceso in piazza per chiedere una cosa molto chiara e semplice: la rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. Si apprende dal pezzo solare che addirittura i pupari avevano deciso di finanziare la primavera araba con 38 miliardi, ma l’assalto all’ambasciata israeliana li ha fatto ricredere. Insomma, abbiamo qui ancora una prova di come costoro pensano di cambiare i governi di un paese allo stesso modo in cui si cambia una camicia. La sicurezza dei diplomatici israeliani? Ma è facile da ottenere. Basta che se ne vadano dall’Egitto e non vi mettano più piede. È esattamente quello che chiedeva e chiede il popolo egiziano, molto più autentico e rappresentativo dei tagliagole libici al soldo di chi sappiamo. Non sono una banda di “scalmanati” ed una stampa che fa credere questo è a sua volta una stampa “embedded” e complice di oltre un secolo di oppressione e di angherie sulla pelle, la vita, le speranze dei popoli arabi.

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Il popolo egiziano derubricato a «folla». - Il “Giornale” è una delle testate sioniste più sfegatate e non era per nulla difficile aspettarsi un pezzo. Il senso del tutto lo si può cogliere in una paroletta: “folla”. Così viene chiamata il popolo egiziano che rivendica il suo diritto sovrano al potere costituente, che è ancora detenuto dalla stessa casta militare di cui Mubarak era espressione e di cui qualcuno dall’esterno ha deciso che era divenuto ingombrante. Bisognava sostituirlo mantenendo l’impianto, che ha la sua vera e propria carta costituzionale nel trattato cosiddetto di pace con Israele. Si tratta in realtà di un trattato di asservimento e di umiliazione dell’Egitto, dal quale legittimamente il popolo egiziano intende sollevarsi. Neppure i bambini più ingenui possono dare credibilità ad un regime di militari che è lo stesso di ieri e che ne dà prova ristabilendo la legge d’emergenza, al solo scopo di servire uno stato straniero, Israele, che già riscuote pesanti tributi di guerra: il pagamento del gas naturale ad un terzo del suo prezzo di mercato. Cosa dunque se non il classico tributo cui erano tenuti gli stati vassalli? Ed i cosiddetti governanti che fanno? Opprimono il loro popolo per servire lo straniero. Che ci guadagnano? Il privilegio ed il vantaggio di comandare chi è costretto ad obbedire sotto la minaccia delle armi, della prigione, della tortura. Inutile andare a cercare nella nostra democrazia “esportata” un qualsiasi serio fondamento alla “rappresentanza politica”. Si tratta sempre di classi politiche fantoccio, cui si danno privilegi relativi per mantenere in soggezione i popoli che dovrebbero rappresentare. Anche nel nostro paese è ormai una presa per i fondelli sempre più manifesta quella del popolo elettore, che con il suo pezzo di carta può al massimo scegliere chi lo andrà ad asservire meglio ai vincitori del 1945, che già in Yalta avevano dettato i contenuti di una carta costituzionale, il cui art. 11 (divieto di condurre guerre) si è potuto derogare per imperiale dispensa.

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Un giorno di riscatto per l’Egitto, non di «vergogna», come vorrebbe la propaganda sionista. – Di fronte a certi testi, come quelli della stampa sionista che controlla e condiziona in modo capillare tutto il sistema mediatico italiano, e non solo, non si sa bene se dare sfogo a moti di indignazione e rigetto oppure tentare di restare sul piano della fredda analisi razionale. Ma cosa vi è da analizzare in testi che sono davvero un «mondo alla rovescia», da un punto di vista morale, intellettuale, etico, politico? Ed è sconcertante notare come taluni personaggi non vedano o non sentano come il “rovescio” siano proprio loro, con la loro testa ed il loro proprio universo morale, e non invece il mondo che essi dipingono con i loro colori, ma che tutti noi altri (= il resto del mondo) percepiamo in modo del tutto diverso, come perfino loro sanno. Mah! Non vogliamo scendere in volgarità: ben sappiamo che è proprio ciò che vorrebbero per tirare fuori il loro consueto armamentario. E dunque passiamo avanti, sia pure con sommo disgusto. Non è necessaria una laurea o una cattedra universitaria per capire cosa significa essere cacciati da casa propria: è quanto succede in Palestina dal 1882 ad oggi. Se l’inganno e la prepotenza possono prevalere per una certa durata di tempo, non è detto che altri debbano applaudire e rendersi complici e che le vittime non abbiano il sacrosanto diritto di reagire e difendersi. Vorrebbero costoro una mondo lobotomizzato dal sistema murdochiano al punto da rendere felici la vittima sotto la tortura che il carnefici gli infligge. Davvero un mondo rovesciato ed all’estremo della perversione morale.

Parlavamo appunto di “mondo alla rovescia” e giunge una puntuale ulteriore conferma, per la quale dovremmo rinviare alla nostra documentazione su “La questione sionista e il Vicino Oriente”. Riassumiamo al massimo la questione storiografica. Esisteva l’Impero ottomano sotto i quali la storia successiva insegna che gli arabi, ed in particolare i palestinesi, vivevano più felici di quanto non si possa dire oggi. Ma la perfida Albione non si fece mai scupoli di sorta nel tessere inganni, promettendo nello stesso tempo cose contraddittorie ai soggetti allora indotti ad insorgere contro il Sultano. Chi intendeva ritagliarsi una fetta del territorio ottomano, non certo per maggiore felicità dei popoli, ma per tornaconto personale non aveva nessuna remora a concludere loschi accordi. Fu così che fu stipulato un patto scellerato fra Feisal di Giordania e i sionisti di allora a tutto danno degli ignari e innocenti palestinesi, che avrebbero dovuto fare le spesse dell’accordo criminale. Ancora nel dopoguerra ed oggi la politica sionista-israeliana ha sempre proceduto alla corruzione dei leaders nel più totale disprezzo dei popoli. Di Bel Alì sappiamo che era addirittura un agente della CIA. Lo si è detto anche di Sarkò in quanto agente del Mossad. La nostra fantasia è autorizzata ai peggiori sospetti. Ebbene l’articolista del pezzo ha l’incredibile bronzea faccia di proporre come un “modello” ancora oggi valido il patto criminale quanto segreto fra Feisal e i sionisti del 1919. È da aggiungere, se non andiamo errati, che lo stesso articolista, onusto di anni, partecipò nel 1948 anche a quella che l’ebreo israeliano Ilan Pappe chiamò “La pulizia etnica della Palestina”, mentre per questi incredibili personaggi con un cervello tutto loro è invece la loro “guerra di indipendenza”. E da chi? e da che? Mah! Inutile tentare un dialogo ed un contraddittorio: ci abbiamo rinunciato. Ragionano così. Son fatti così. Ma pretendono che ragioniamo come ragionano loro ed addirittura che diventiamo loro stessi. Sono invasori e predoni, oltre che assassini, ma pretendono di essere i “Liberatori” dei popoli arabi e pretendono il loro applauso! Avendo la totale disponibilità dei mezzi di informazione fanno di tutto per alterare le coscienze, formare le opinioni, falsare la realtà dei fatti. Oggi più che mai si rivela la natura criminale del sionismo, tale per essenza e non per mero accidente sanabile. Quando uno viene a cacciarti di casa, ad ammazzare i tuoi cari, a prenderti tutto, ed a rendere precaria la tua vita residua e ultima resistenza, e ciò si chiama “sionismo”, come non attribuire ad esso una natura “criminale per essenza”? O no? Forse ce lo spiegherà il nostro presidente della repubblica ovvero il suo Consulente, guarda caso sionista pre lui. Hic Rodus hic salta.

(seguirà un monitoraggio a campione della stampa embedded)

Contro i muri israeliani: i manifestanti del Cairo assaltano l’ambasciata israeliana, abbattono il muro, mandano in fuga l'ambasciatore

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Questa notte, all'una e mezza ora di Cairo, iniziava la lunga diretta di Press-Tv su quanto succedeva ieri e la scorsa notte nel Cairo intorno all'ambasciata israeliana e al suo interno. Di seguito il racconto in tempo reale di quanto trasmesso dal canale a diffusione mondiale.


Durante l'intera giornata di oggi, massiccia protesta in Piazza Tahrir contro il muro costruito intorno all'ambasciata dell'entità sionista chiamata stato di Israele, e contro il Consiglio Militare Supremo e il suo capo, il generale Tantawi.


Le proteste si erano poi allargate anche verso l'ambasciata di 'Israele' e a varie riprese si sono viste le immagini dei manifestanti che attaccavano il lungo muro eretto di recente per circondare il complesso residenziale che ospita alloggi e locali amministrativi dell'ambasciata. I manifestanti riuscivano infine ad abbattere una parte del muro ed aprirsi un varco verso l'interno del compound.

Inizio il racconto della diretta

Ore 23.00 circa - mentre va in onda la programmazione regolare, arrivano le prime comunicazioni mostrate in sovraimpressione sugli schermi di Press-Tv: «I manifestanti prendono di assalto l'ambasciata israeliana e tirano giù la bandiera sionista».



Ore 23,45 - altra notizia sullo schermo: «I manifestanti egiziani hanno abbattuto parte del muro e sono entrati nell'ambasciata israeliana. Stanno gettando documenti dalle finestre».

Ore 23,55 - ricevo un commento da parte di un amico che seguiva le notizie in diretta: « ... sono amanti dei muri gli israeliani ... »

Ore 00,05 - in collegamento con Press-Tv, il corrispondente dal Cairo, Karim Gamal el-Deen racconta con voce concitata: «Si è scatenata la battaglia all'esterno dell'ambasciata israeliana. La polizia ha assaltato i manifestanti. Sparano e gettano gas tossico. Ci sono ambulanze ... i manifestanti mostrano segni di soffocamento ... stramazzano al suolo ... il rumore è assordante. I manifestanti da mesi e settimane chiedono a voce alta la cessazione del Trattato di Pace tra Egitto e Israele, e l'apertura a tutti gli effetti della frontiera Egitto-Gaza, ma il Consiglio Militare non li ha voluti ascoltare ... »

Ore 00,15 - arriva la notizia che è morto un manifestante soffocato dal gas tossico.

Ore 00,25 - lo schermo mostra la sovra-impressione: «almeno 230 feriti tra i manifestanti, secondo le autorità mediche.»

Ore 00,35 - altra sovraimpressione mentre va in onda il programma regolare: «l'ambasciatore israeliano in attesa di aereo militare per fuggire in Israele»

Ore 01,30 - in diretta con il Cairo vediamo che i manifestanti hanno preso possesso dell'ambasciata e si trovano all'interno dell'edificio. Dallo studio di Press-Tv veniamo informati che i manifestanti stanno gettando documenti segreti dalle finestre. Si vede la parte superiore dell'ambasciata israeliana circondata da una miriade di fogli che volano intorno all'edificio, ma invece di cadere verso il basso, danzano verso l'alto, portati dal vento nella notte del Cairo. Una pioggia di fogli che da lontano sembrano coriandoli in festa. [Ho tentato di catturare una buona immagine, ma temo sia molto scura, comunque la pubblico, qui in basso].


Ore 01,35 - il corrispondente di Press-Tv tenta di farsi sentire nonostante il rumore assordante che lo circonda: «Le forze dell'ordine non riescono a fermare la folla inferocita. I manifestanti hanno incendiato le macchine della polizia ovunque nel quartiere ... Tutto il personale diplomatico israeliano è in attesa di essere evacuato ... le manifestazioni si stanno allargando verso i quartieri circostanti ... i cittadini stanno scendendo tutti in strada ... Il Consiglio Militare Supremo ha dichiarato lo stato di emergenza ... i feriti qui sono tanti, ma la gente è determinata ... »

Ore 01,40 - mentre Karim Gamal el-Deen tenta di dare un resoconto razionale di quanto succede vediamo in sovra-impressione la scritta: «Israele in stato di allerta, chiede intervento di Obama»

Ore 01,50 - mentre scorrono le immagini arrivano in collegamento dalla California i commenti di Ralph Schoenman, in gioventù braccio destro del filosofo Bertrand Russel, e molti anni dopo autore del libro "La storia segreta del sionismo". Commenta Schoenman: «Il Trattato di Pace tra Egitto e Israele vacilla ... come vacillano i muri del ghetto di Israele e tutti i muri fisici e ideologici che ha costruito tra sé e il mondo che la circonda ... Israele è isolata, non ha amici, è un corpo estraneo insediato in antagonismo ai popoli della regione, che ora tentano con coraggio di disfarsi dei propri tiranni e del giogo sionista israelo-americano, per costruire società democratiche, mentre sono osteggiati da Israele e dai suoi complici tra i dittatori arabi e le potenze occidentali ...» Quello di "Israele corpo estraneo" è un discorso che Ralph Shoenman evoca di frequente, con formulazioni adattate al caso, nei suoi collegamenti con Press-Tv per commentare le rivolte arabe che stentano a decollare perché, come ribadisce Schoenman «gli USA hanno il compito di salvaguardare l'egemonia di Israele nella regione, secondo il volere della Israel Lobby che detta legge nel parlamento degli Stati Uniti.»

Ore 02,15 - mentre scorrono le immagini e si dipana il dialogo tra diversi esperti che commentano in diretta, arriva la sovra-impressione con la reazione del presidente americano. «Obama esorta il Consiglio Militare egiziano a proteggere l'ambasciata israeliana».

Ore 02,25 - altro annuncio: «Israele chiede l'intervento dell'esercito egiziano per soffocare la rivolta.»


Ore 02,30 - commenta Mark Glenn, autore e attivista americano del movimento "Crescent & Cross": «Siamo alle solite. Israele ha l'arroganza di dettare legge ai governi di altre nazioni. Ma se lo può permettere, perché sono tutti governi pagati per proteggere Israele. Ma forse ora l'Egitto non è più un guardiano tanto affidabile. Il popolo si ribella e sono 80 milioni di cittadini infuriati che un poco alla volta guadagnano terreno nella rivolta. L'ambasciata israeliana è sotto attacco e non vedo un futuro per la presenza di personale diplomatico israeliano in Egitto. Ma qui sta il vero pericolo. Il Trattato di Pace verrà difeso con le unghie e con i denti - anzi, a suon di dollari americani che andranno nelle tasche del Consiglio Militare egiziano - e a suon di cannoni, perché gli USA invieranno rinforzi militari per dare man forte a Israele. Il governo sionista ne approfitterà per riesumare il progetto tenuto nel cassetto da decenni: l'invasione e occupazione militare del Sinai - perché ora ha l'alibi che cercava da tempo vista la situazione in Egitto. Come sempre, Israele tenterà di far girare gli eventi in proprio favore. Griderà al mondo: "vedete come siamo vulnerabili? Ci vogliono spingere in mare. Siamo costretti a difenderci mentre vorremo la pace con i nostri vicini". E gli USA non avranno altra scelta che "venire in soccorso della vittima sionista" con aiuti militari e finanziamenti sostanziosi mentre i cittadini americani devono stringere la cinghia, con 30 milioni di disoccupati e 50 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà.»

Ore 02,45 - quasi a rinforzare il discorso di Mark Glenn, vediamo in sovra-impressione sullo schermo l'annuncio che «Obama dichiara forte preoccupazione e rassicura Netanyahu che verrà in soccorso di Israele a tutti i livelli».

Ore 03,00 - le immagini continuano a mostrare scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Nuova sovra-impressione che dice: «L'ambasciatore israeliano evacuato dal Cairo» - e poco dopo nuova scritta: «Le autorità israeliane rifiutano di commentare e confermare la fuga dell'ambasciatore dal Cairo»


Ore 03,10 - vengono mostrate le immagini di documenti marcati "Confidential" raccolti dai manifestanti per strada nelle vicinanze dell'ambasciata israeliana. Il documento qui accanto mostra una lista di nomi egiziani con accanto il numero di passaporto. Perché mai a Israele devono essere noti i nomi con rispettivi passaporti di cittadini egiziani. Siamo bene al corrente della complicità decennale con Israele da parte delle autorità egiziane, ma vederne le prove fa male.

Ore 03,15 - arriva la notizia che Obama sta negoziando con il Consiglio Militare egiziano per la protezione dell'ambasciata israeliana in Cairo. Poco dopo, la notizia che il primo ministro egiziano ha convocato di urgenza i ministri del Consiglio per una riunione urgente. Viene anche confermato ufficialmente «lo stato di emergenza in Egitto».

Ore 03,20 - il corrispondente di Press-Tv in Cairo annuncia che è in arrivo nei pressi dell'ambasciata israeliana un lungo corteo di mezzi militari e carri armati. Infatti poco dopo l'area viene invasa da soldati egiziani armati fino ai denti, che si dispongono intorno all'ambasciata, mandando in fuga i manifestanti che si tengono a distanza di sicurezza.

Ore 03,45 - interviene in diretta E. Michael Jones, editore della rivista americana Culture Wars Magazine, che commenta: «Mi chiedo cosa pensa di poter risolvere Obama. La Casa Bianca non ha saputo rispondere positivamente alle rivolte arabe, specie a quella più importante di tutte, in Egitto. Alleandosi con i popoli della regione, Obama avrebbe potuto instaurare un rapporto di collaborazione appoggiando la nascita di nuovi governi democratici con cui entrare in rapporto amichevole, se non altro con l'obiettivo di ottenere risultati vantaggiosi per i rapporti commerciali tra USA e la regione ricca di petrolio e gas naturale. E ora dopo gli errori fatali commessi proprio con l'Egitto, cosa pensa si risolvere? Vuole fare la guerra a 80 milioni di cittadini egiziani in rivolta e consapevoli della propria forza? Pensa di poter proteggere Israele all'infinito? Contro ogni forza che spinge in senso contrario? Non vede Obama che il mondo non vuole più saperne di israele? E non parlo solo dei popoli, parlo dei governi. Tutti sono solidali con i Palestinesi. Tutti voteranno in favore dello Stato Palestinese tra dieci giorni nell'ONU. Tutti - compresa la Russia, che ha un peso non indifferente sul piano diplomatico. E' ora che Washington cominci a preoccuparsi dei propri cittadini, che si preparano a invadere Freedom Plaza all'inizio di ottobre in Washington con l'intenzione dichiarata di rimanere in piazza finchè cesseranno le cosiddette guerre al terrorismo e si comincerà a fare riforme per rilanciare l'economia e creare posti di lavoro. Sono determinati, quel numero massiccio di americani che hanno già ufficialmente aderito alla manifestazione in Freedom Plaza, ribattezzata per l'occasione Piazza Tahrir, proprio in solidarietà con i cittadini egiziani che hanno subito la morte violenta di 800 manifestanti durante la Battaglia di Piazza Tahrir all'inizio della rivolta per mano degli sgherri di Mubarak, ora sotto processo proprio per rispondere di tali uccisioni. Obama farà meglio a prendere molto sul serio la domanda dei Palestinesi presso l'ONU per evitare che l'America rimanga isolata insieme a Israele sullo scacchiere diplomatico mondiale. E farà bene a prendere molto sul serio i cittadini americani che presto gli creeranno dei bei grattacapi elettorali in Freedom Plaza a Washington il prossimo 6 ottobre. Non è nell'interesse dell'America continuare le guerre per soddisfare la fame insaziabile di Israele.»

Ore 04,00 - il telegiornale di Press-Tv non riporta di nuovi sviluppi nel Cairo. L'area intorno all'ambasciata israeliana è presidiata dai militari egiziani e le folle rimangono in strada a gruppi pronti a spostarsi, per mostrare la loro determinazione a non cedere.

Ricordo come fosse ieri, che in occasione della prima manifestazione in assoluto che ha dato il via alla rivolta egiziana, uno dei cartelloni esibiti dai manifestanti diceva: MUBARAK = BARAK = BARACK - e cioè Mubarak l'egiziano, uguale a Ehud Barak il ministro degli esteri israeliano, uguale a Barack Obama. Fin dal primo giorno i cittadini avevano chiesto - e hanno continuato a chiedere incessantemente - la fine della complicità con Israele ai danni dei fratelli Palestinesi, una complicità che porta il nome eufemistico di "Trattato di Pace" israelo-egiziano. E hanno chiesto con altrettanta insistenza l'interruzione della fornitura di gas naturale a Israele che l'occupatore illegale della Palestina riceve dall'Egitto ad un terzo del prezzo di mercato - un furto ai danni dei cittadini egiziani e dei Palestinesi che non beneficiano di questo regalo fatto agli israeliani ogni giorno da decenni. Fino ad oggi nessuno ha dato retta alle richieste degli Egiziani per mettere fine alla complicità con Israele. Vedremo se USA/isra e il pomposamente autonominato Consiglio Militare Supremo cominceranno a prendere atto che gli 80 milioni di Egiziani non spariranno dalla scena per lasciare il campo libero agli sfruttatori delle risorse egiziane, e agli oppressori dei Palestinesi.

venerdì 9 settembre 2011

Lisa dagli occhi blu ed il giudice di Kassel: è giustizia quella tedesca che sevizia una sedicenne?

Home / Germania / par. 8.

Offro qui sviluppo autonomo ad un caso già registrato nella serie di post concepita come “Osservatorio sulla libertà di pensiero negata”, e divisa in partizioni per singoli paesi, dove il principio della libertà di pensiero e di espressione, a parole solennemente proclamato in tutte le carte e dichiarazioni, poi è in realtà eluso e negato. Il giovane Marx già criticava acutamente le costituzioni borghesi che nel secondo comma introducevano limiti tali che ridimensionavano fortemente, fino a rimangiarsele, le concessioni fatte e proclamate nel primo comma. Questo criterio dello sviluppo autonomo di singoli paragrafi di un post principale sarà ancora seguito per dare evidenza a problematiche che restano altrimenti nascoste e compresse nella successione di brevi e sintetici paragrafi, dedicate appunto ad un singolo paese o a un problema più generale.

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Un altro titolo che mi viene in mente per questo post è: “La Bella e la Bestia”, ma lo scarto perché l’analogia metaforica non mi appare perfetta. Non so il mio abituale lettore avrà interesse e pazienza a seguire ciò che mi passa per la mente e che tento di tradurre in segni grafici. Se passa oltre e non legge, non mi offendo. Come ho scritto molte altre volte, queste mie riflessioni sono ad uso personale, interno, benché non segrete e tale che chiunque possa leggerle, avendone interesse e buona o cattiva intenzione.  Il Maligno è presente e sempre in agguato. Ne so qualcosa e la mia lotta con Lui è una partita ancora aperta. Fra non molto ne racconterò la trama e gli episodi. Per adesso la mente corre a Lisa di Kassel. Chi è questa fanciulla dal nome per me assai evocativo? Il nome è fittizio.

La vera Lisa con il volto schermato.
La giustizia tedesca nella sua immensa ipocrisia ha stabilito che trattandosi di una fanciulla di sedici anni il suo nome vero non debba essere dato alla stampa e reso di pubblico dominio. È una ipocrisia perché il torto che a mio avviso hanno commesso su questa ragazza supera di gran lunga il segreto processuale che serve solo a coprire la vergogna di almeno altri 200.000 casi simili e più gravi, che restano ignoti ai popoli europei, i quali avrebbe tutti il diritto di insorgere ed in quanto popoli di “rieducare” loro siffatti giudici. E mi viene qui in mente un’immagine sul modo, ma me ne astengo, anche se la tentazione è forte.

Ahimé! La materia è delicata e bisogna procedere con ordine e cautela. I Lettori che non avessero la necessaria pazienza sono stati già avvertiti: possono sorvolare senza che chi scrive si senta per questo offeso. Anzi li ringrazio per aver solo letto il titolo. Ieri sera anche il web italiano ha riportato quasi una stessa velina, divulgando forse a scopi “educativi” il caso di una sedicenne che insieme ad altre due compagne di età maggiore sarebbe stata condannata per aver imbrattato con graffiti i manifesti elettorali di un partito politico tedesco, la Linke. Orbene, io so bene della diffusione abusiva di manifesti di qualsiasi genere fuori dagli spazi consentiti. Per un proprietario di una casa che avesse appena restaurato la facciata e la si ritrovasse subito imbrattata da non importa quali scritte o simboli, io capisco bene la sua rabbia, che sarebbe anche la mia. Ma qui la scritta è su un effimero manifesto. Non vedo proprio il reato e mi indigna lo spavento inflitto ad una sedicenne davanti ad una corte di cosiddetta giustizia, che meglio meriterebbe il nome di camera di tortura.

Ho detto sopra che il nome Lisa mi riesce evocativo. Di cosa? Anni fa era molto popolare una canzone italiana il cui ritornello era “Lisa dagli occhi blu...”, che fu anche al Festival di Sanremo del 1969. Ed inoltre questo nome era lo stesso di una mia amica e compagna di scuola di cui persi le tracce, ma che ricordo ancora con simpatia. Adesso, metaforicamente apprendo che è stata condannata di un giudice tedesco per aver imbrattato manifesti che già più gravemente imbrattavano i muri delle strade tedesche: quelli della Linke. L’ipocrisia della giustizia e dei media tedeschi si manifesta in una sorta di segreto di stato sui 200.000 casi, anche più gravi, che tutto sommato costituiscono una repressione della libertà di pensiero e di opinione, poco importa se condivibili o meno. Addirittura, suscita in me sconcerto la pretesa del giudice di Kassel di “educare” la povera Lisa, infliggendogli una condanna “esemplare”, in ragione della minore età. Altrimenti poteva trattarsi di dodici anni di carcere, come nel caso di uno scrittore, reo di aver scritto un libro, non in linea con la “Verità”, di cui il giudice di Kassel è depositario.

Dai miei studi di diritto penale ricordo il capitolo in cui è fatto obbligo ad un subordinato di disobbedire ad un ordine manifestamente ingiusto. Come sia nata questa norma penale non è difficile intuire. Ma vorrei chiedere al giudice di Kassel se non dovesse valere anche per lui l’obbligo di disobbedire ad una legge che contrasta con i principi della giustizia naturale, quale può appunto essere la sevizie da lui inflitta ad una sedicenne. Quale la condanna? Quella di leggere uno specifico libro, che secondo lui avrebbe contenuto “educativo” oltre che “veritiero”. Fosse anche il Vangelo, non credo che oggi neppure la Chiesa infliggere come condanna e punizione la lettura del Vangelo. Ma la Germania sembra volersi sempre distinguere: o in un senso o nell’altro. L’equilibrio e la misura non sembrano appartenere a quella cultura. Naturalmente è un cliché, una battuta, uno sfogo, a cui io stesso non attribuisco peso eccessivo.

Lisa è stata dunque condannata a leggere il “Diario di Anna Frank” ed a presentarne al giudice entro dieci giorni una “relazione”, che evidentemente dovrà contenere ciò che si aspetta. Avrebbe forse fatto meglio a redigerla lui stesso e chiederne la sottoscrizione. Mi dicono che gli storici revisionisti (il termine “negazionista” è diffamatorio, denigratorio, delatorio) o comunque taluni ritengono che si tratti di un falso, essendo stato scritto con la penna a biro, che all’epoca non esisteva. Non voglio pronunciarmi sul merito della questione, che non costituisce mio ambito professionale, ma mi chiedo cosa mai potrebbe mai succedere alla povera Lisa se nella sua relazione, da presentare entro il termine tassativo di dieci giorni, dopo aver letto magari tutto d’un fiato il libro, riportasse al giudice queste opinioni, o svolgesse comunque una critica serrata al testo in questione, per i suoi contenuti ideologici o per le sue presunte e discutibili verità. È lavaggio del cervello! Se si devono rispettare e garantire costituzionalmente le opinioni di ognuno, a maggior ragione non si possono imporre a nessuno opinioni di sorta quali che siano. Il discrimine di una sana giustizia penale è fra il concreto fare qualcosa di criminose e il mero opinare anche i più fantastici propositi, come ad esempio quello di “educare” a calci nel sedere un giudice che si rivelasse indegno di ricoprire il suo ruolo.

Della povera Lisa, sedicenne, con i suoi occhi blu, si dice che abbia “idee naziste”, secondo quanto riportano i media, forse uniti in una stessa concertazione “educativa” e “terroristica”: colpire una Lisa dagli occhi blu, sedicenne, per terrorizzarne ed educarne altre cento. Ma, interrogata, Lisa ha dovuto ammettere di non sapere neppure chi fossero le SS e probabilmente ignorando anche l’origine sanscrita della svastica. Qui il discorso si andrebbe ad ampliare troppo e dobbiamo cercare di stringere. Io ho sempre sostenuto che fascismo e nazismo, in ciò che sono effettivamente stati e la cui conoscenza libera ed effettiva, in sede storica, ci è preclusa, sono finiti, definitivamente trascorsi nel 1945 con la debellatio della Germania e dell’Europa. Non possono esserci più né fascisti né nazisti. Altrimenti si può immaginare che ci siano ancora partigiani di Caio Giulio Cesare o degli uomini che lo avrebbero pugnalato. Inoltre, anche da uno studio superficiale si può apprendere che dal punto di vista ideologico il nazismo non era affatto monolitico ed andarne a definire quali furono le “idee” potrebbe essere scientificamente arduo, salvo poi imporne per le legge il mito o la narrazione. Ma naturalmente sappiamo cosa si cela dietro a tutta questa vergognosa sceneggiata, che fra poco vedrà esemplarmente punita (qualcuno nei forum ha chiesto la pena aggiuntiva di “bacchettate sui denti”) non una Lisa sedicenne, ma una Luisa dodicenne ed una bambina non ancora nata e condizionata fin nel grembo materno.

(segue)

giovedì 8 settembre 2011

Teodoro Klitsche de la Grange: «Dieci anni dopo»

Homepage di T.K.
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Editing in preparazione

Il testo che segue e che pubblico subito senza indugio, curando successivamente il consueto editing di “Civium Libertas”, è una considerazione generale sul concetto schmittiano del “nemico”. Avverto i lettori abituali che l’articolo non ha per oggetto la questione della “verità” sull’11 settembre, intorno alla quale ho prestato all’amico Teodoro qualche libro e dvd ovvero segnalo i migliori articoli. Personalmente, vengo ormai rubricato fra i cosiddetti “complottisti”. Posso aiutare i miei denigratori dicendo loro che normalmente non credo alle verità ufficiali delle Amministrazioni americane e dei loro servili alleati. La critica alla versione ufficiale ha ormai raggiunto una tale vastità e complessità che mi riuscirebbe oneroso seguirla in ogni suo aspetto e negli sviluppi quotidiani. Al pari dell’analisi di Klitsche de la Grange anche il mio interesse al riguardo è di carattere generale e teorico, poco rilevando l’accertamento processuale dei fatti nudi e crudi. Sono rimasto allibito vedendo in un contraddittorio televisivo con Giulietto Chiesa come un illustre cattedratico, sempre presente nei salotti televisivi, sostenesse anche lui il principio dell’Ipse dixit: ha parlato il Presidente americano e dunque ciò che dice è vero ed indiscutibile. Io invece mi colloco nella scuola di pensiero secondo la quale il Presidente ordinariamente mente e solo eccezionalmente dice il vero. Avendone il tempo, la voglia e l’interesse si potrà indagare di volta in volta perché ed in quale misura il Presidente e suoi segugi mentono o dicono il vero. La riflessione teorica deve poter prescindere dalla manipolazione dei fatti, dalle campagne mediatiche, da quell’ingannare il popolo, già Platone teorizzato nell’interesse di un Bene che tuttavia non ha nulla a che fare con ciò che per Bene intende il Signor Presidente e accoliti. Ne abbiamo un ultimo esempio nell’aggressione alla Libia, che in quanto italiani ci tocca molto più da vicino. Mai menzogna fu più eclatante e più scoperto il ruolo dei media. Svolgiamo altrove le considerazioni e le analisi sul settembre libico nel decennale del settembre americano. Ciò che accade a Tripoli in questi giorni è forse la migliore spiegazione di ciò che accade a New York dieci anni or sono.

Links:
1. Giulietto Chiesa: Dieci anni dopo.

Antonio Caracciolo

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Teodoro Klitsche de la Grange

DIECI ANNI DOPO

Dopo un decennio dall’attentato delle due Torri, non appare granché utile accodarsi al coro delle deprecazioni (non perché non siano sacrosante, ma perché ovvie), quanto ragionare realisticamente su cosa ha rappresentato l’azione terroristica, quanto ne è derivato e sugli insegnamenti che se ne possono trarre.

In primo luogo: dieci anni fa era di moda la tesi – espressa da Fukuyama- che la conclusione della guerra fredda fosse la fine della storia; che il pianeta avesse una sola Superpotenza (gli U.S.A.); che non ci fosse nessun nemico, perché quello esistente (il comunismo) era collassato da 10 anni e niente faceva presagire che il sistema comunista sarebbe risuscitato (valutazione da confermare anche oggi).

Soprattutto, tutte tali tesi (e le altre similari) si fondavano su una convinzione: che il nemico non ci fosse più e neppure un conflitto (politico) estremo, per cui ogni tipo di lotta (residuata dopo la “fine della storia”) fosse gestibile con mezzi giuridici ed economici: governance, tecnocrazia, amministrazione delle cose (al posto del governo degli uomini).

L’occidente, così rallegrato, si avviava, senza accorgersene, non tanto alla fine della storia, quanto, probabilmente (e sicuramente l’Europa) alla decadenza costituita da una variante di quel “dispotismo mite”, profetizzato da Tocqueville nella parte IV della Democratie en Amérique.

Tutto questo coacervo di buone intenzioni (di cui com’è noto, è lastricata la strada dell’inferno) è stato... “falsificato” da quell’attentato, il quale provava: a) che le guerre non erano affatto finite, ma ne erano solo cambiati modi e soggetti; b) il nemico esiste (ancora) tant’è che si fa vivo, come e dove vuole (anche a Manhattan); c) che una società pacifica e ripiegata su se stessa e sulla propria gestione è quanto di più irreale si possa concepire; d) chi lo pensa è un Dulcamara sociale,  un venditore d’illusioni; e) adagiarsi sulle quali è la via più sicura per non risolvere e far incancrenire i problemi che sicuramente si presentano.

Quanto alle prime due circostanze ricordate è inutile insistere sull’evidenza, ma non lo è ricordare come guerra e nemico possano manifestarsi nel XXI secolo: il “camaleonte” del generale nonché professore all’Accademia militare prussiana Carl Phillip Gottlieb von Clausewitz (1780-1831) assume forme diverse, ma resta – sostanzialmente – lo stesso.

Un paio d’anni prima dell’attentato delle due Torri fu pubblicato uno studio di due colonnelli cinesi, divenuto famoso, nel quale si sosteneva che la nuova situazione creatasi dopo il 1989-1991 facesse sì che “da questo momento in poi la guerra non sarà più ciò che è stata tradizionalmente. Il che significa che, se in futuro l’umanità non avrà altra scelta che entrare in conflitto, non potrà più condurlo nei modi consueti... Quando la gente comincia ad entusiasmarsi e a gioire propendendo per la riduzione di forze militari come mezzo per la risoluzione dei conflitti, la guerra è destinata a rinascere in altre forme e su di un altro scenario...
George Soros
In tal senso esistono fondate ragioni per sostenere che l’attacco finanziario di George Soros all’Asia Orientale, l’attacco terroristico di Osama Bin Laden all’ambasciata militare in Sudan... rappresentano una ‘semi-guerra’, una ‘quasi-guerra’ e una ‘sotto-guerra’, vale a dire la forma embrionale di un altro genere di guerra”. Il tutto significava assimilare alla guerra delle situazioni in cui l’ostilità non è riconducibile al concetto classico della guerra (atto di forza).

L’acuto giudizio dei colonnelli in effetti non fa che confermare sia il famoso discorso sul potere di Tucidide (l’ambasciata degli stranieri agli abitanti di Melo) sia, ancor più, il giudizio di Karl von Clausewitz e Giovanni Gentile che la guerra è un atto di forza (comunque un mezzo) per costringere un’altra (potenza) a fare la nostra (di potenza) volontà: se a raggiungere questo fine tuttavia non è necessario far marciare gli eserciti, ma bastano le scalate in borsa o gli attentati terroristici, ciò non toglie né che questi modifichino i rapporti di forza né che costringano l’aggredito ad adeguarsi alla volontà (e al modo di combattere) dell’aggressore. L’embargo sui materiali strategici (e il congelamento dei beni giapponesi) attuato dagli Alleati nel 1941 era più efficace contro il Giappone dell’intero esercito cinese (pur non essendo un “atto di forza”). Inoltre, farlo senza spargimento di sangue occulta nemico ed ostilità o comunque non li fa avvertire come tali: essendo nell’immaginario collettivo la guerra più legata al mezzo usuale (la violenza) che al risultato finale (il cambiamento dei rapporti di forza e l’ordine nuovo che ne consegue).

É stato Osama a ricordarci come la guerra abbia diverse forme, e che il nemico esiste, anche se non si vede (anzi è tanto più pericoloso quanto più è invisibile e non visto) e a rottamare così le concezioni tardo - e post-moderne che negano la guerra e negano il nemico, degradato a criminale o qualificato come avversario, competitore, concorrente. Cioè la “controparte” in una situazione di contrapposizione politica non estrema (come, spesso, all’interno di uno Stato); in una gara sportiva (competitore); sul mercato (concorrente). Tutte rappresentazioni della realtà da cui traspare la volontà di escludere il politico (e con esso il nemico e la guerra); coll’arrière-pensée che è meglio non turbare i sogni dei popoli e, soprattutto, far mostra di avere la chiave per realizzarli.

Ovviamente il maggior beneficiario di questa dottrina è il nemico, che così si dissimula più facilmente, non pensando affatto di non essere più nemico per accontentare gli auspici e le illusioni di pacifisti e benintenzionati.

Ed  è altrettanto sicuro che non percepire il nemico, o peggio, pensare che non esista, è la via maestra per la comunità “di trovare più tosto la ruina che la preservazione sua”, come scriveva Machiavelli.

Con ciò siamo arrivati ai punti c, d, e. A proposito dei quali, dobbiamo sempre ad Al-Quaeda  la lezione (e l’iniezione) di realismo dataci col plateale attentato dell’11 settembre. Quella doppia esplosione sbugiardò Dulcamara e paternostri, fine della storia ed “amministrazione delle cose”, pensiero debole e quant’altro. Il nemico esiste e lotta contro di noi. Questo è il messaggio – realista – delle due Torri: europei svegliatevi! Del quale è necessario tener conto in ogni situazione, ivi compresa quella attuale: invece di limitarci a discutere se la “manovra” debba istituire il contributo di solidarietà o aumentare l’IVA, occorrerebbe interrogarsi se l’attacco alle economie occidentali, ma soprattutto europee, sia un puro fatto economico determinato da difficoltà finanziarie, o costituisca (anche e ancor di più) un’offensiva politica, volta a ridimensionare il potere delle comunità colpite.

Se effetto dell’attentato fosse quello di destare durevolmente dal torpore onirico indotto dal buonismo imperante, avrebbe almeno prodotto un risultato, per noi, positivo. Ma occorre sempre tener presente che le sconfitte, gli insuccessi in politica, sono tra gli incerti dell’esistenza. Che è fatta di vittorie come di sconfitte, di successi come di crisi: non esiste la politica (e la vita) senza rischi ed insuccessi (e nemici). La differenza è nel come si percepiscono e si superano le crisi. Per una Roma repubblicana vitale, Canne fu l’anticamera dell’egemonia mediterranea; ad una Roma decaduta e impotente a cambiare, Adrianopoli fu l’avvisaglia del saccheggio e del crollo definitivo.

Teodoro Klitsche de la Grange