domenica 22 novembre 2015

Manifestazioni musulmane al guinzaglio: il “not in my name” redatto dagli «amici assoluti di Israele».

Pare siano stato un fallimento, un “flop”, dicono, le manifestazioni dei musulmani italiani (due milioni?) che avrebbero dovuto svolgersi in varie città italiane. Sembrerebbe che i musulmani scesi in piazza siano state poche centinaia e per giunta non con gli slogan che si sarebbero da loro voluti sentire. Ma fallimento per chi e da quale punto di vista? Se si pensava di condurre al guinzaglio quanti fino ad oggi erano stati pubblicamente disprezzati e marginalizzati, questi hanno capito il gioco e non ci sono stati. Il terrorismo e la condanna e dissociazione dall’ISIS qui non c’entrano. Si tratta di altro. Lor Signori hanno fifa e sotto ricatto, minacce, lusinghe ci si accorge ora dell’esistenza di ampi strati marginalizzati di immigrati di religioni islamica e li si offende nuovamente, associandoli del tutto gratuitamente all’ultima creazione della CIA, cioè l’ISIS, forse sfuggita di mano ai loro creatori, finanziatori, infermieri, fiancheggiatori: ormai si sa chi sono e i media hanno difficoltà a far finta di non saperlo. In realtà, non ai musulmani d’Italia ci si doveva rivolgere, ma al Grande Fratello e Suoi Cugini, chiedendogli di licenziare la “creatura”, forse sfuggita di mano. La manifestazione non andava fatta a Piazza Santi Apostoli, ma davanti alle Ambasciate di USA, Israele, Arabia Saudita, Turchia, monarchie del Golfo.

Avrei voluto andare, per vedere, e sentire, a qualcuna di queste manifestazioni. Non l’ho fatto, perché non essendo musulmano, volevo rispettare l’autonomia e indipendenza della manifestazione e della sua organizzazione. Ma non tutti hanno avuto gli stessi miei scrupoli ed erano più numerosi degli stessi musulmani in piazza i Cicchitto (sulla rete di lui si legge, lodevolmente, da parte sionista, che sarebbe un «assoluto amico di Israele»), i Casini (con una faccia schifata che spero di riuscire a estrarre da un video You Tube), i Santi Egidio e Israele, vari sindacalisti, i giornalisti islamofobi e antislamici che volevano vedere tanti e tanti musulmani contriti e in atto di sottomissione, pieni di senso di colpa e vogliosi di ottenere perdono e redenzione... Insomma, una manifestazione forzata, imposta con la violenza morale... una vera e propria manifestazione di... razzismo! Il razzismo colonialista di chi crede di poter disporre ancora oggi a proprio piacimento di popolazioni incivili, da educare.

Ripeto, e preciso a scanso di facili equivoci: ritengo assolutamente non responsabili la quasi o assoluta totalità di islamici presenti in Italia, o perfino divenuti cittadini italiani, con quanto da anni succede in Siria e Iraq con la sigla e firma dell’ISIS, organizzazione politico-militare nemica da condannare e contrastare. Nella malaugurata ipotesi che vi siano connessioni fra alcuni individui e l’ISIS, si tratta allora di un limitato problema di polizia e di intelligence, ma assolutamente non si possono offendere e diffamare milioni di persone, che vivono e lavorano in Italia, associandone indebitamente la responsabilità a fatti criminosi. È come se per un siciliano o calabrese che in quanto mafioso o ndrantista commette reati esecrabili, venissero chiamati a risponderne, dissociandosi, tutti i calabresi, i siciliani, i napoletani... Io mi offenderei di brutto!

Il fallimento della manifestazione voluta dagli “amici assoluti di Israele” non è però affatto tale se lo si considera da un altro punto di vista. Ci si è dovuti accorgere dell’esistenza di un vasto strato di musulmani nella stessa cittadinanza italiana, ben più vasto della “comunità ebraica”: ecco il punto! Se si mettono a confronto i “diritti”, il grado di “integrazione”, di cui godono queste due diverse “comunità”, si notano distanze abissali! Si tratterà di vedere se gli “ebrei” italiani vorranno intrattenere con i “musulmani” italiani gli stessi rapporti che esistono in Israele (o Palestina) fra gli ebrei israeliani e gli arabi israeliani o gli arabi dei territori occupati e i palestinesi dei campi profughi. La Questione palestinese difetta di informazione e riflessione. Quindi, il pretendere qualcosa dagli Islamici d’Italia significa intanto riconoscerli, dare loro attenzione, stabilire un tavolo di trattativa per il riconoscimento delle legittime domande... Chiedono Moschee... Meglio dargliele, se non si vuole che a finanziarle sia l’Arabia Saudita o il Qatar che non danno nulla per nulla... Se qualche “terrorista” pensano di trovarlo in Italia, ovvero qualche imam che faccia propaganda per l’ISIS, questo reca il marchio wahabita dell’Arabia Saudita.

24. Letture: Ernst NOLTE: Martin Heidegger tra politica e storia, Laterza 1994.

Home | Prec. ↔ Succ.
Il tema Heidegger sta tornando alla ribalta in coincidenza con la pubblicazione dei suoi “Quaderni neri”. Ad essere messo sotto accusa è il suo “antisemitismo” e la sua adesione al partito nazionalsocialista. Appare anche per questo opportuna leggere o rileggere con particolare attenzione questo libro di Ernst Nolte uscito in tedesco nel 1992 e traduzione italiana nel 1994. Nolte è stato allievo di Heidegger sia pure in un senso particolare. Ha seguito un suo proprio percorso più storico che filosofico, ma di una storia che può definirsi transpolitica o filosofica. In Italia, è stato accostato al filosofo cattolico Augusto Del Noce, che - così si diceva - perseguiva un analogo tentativo di spiegare la storia contemporanea facendo uso di categorie filosofiche anziché l’utilizzo di masse documentarie e archivistiche di dati grezzi che spesso anziché aiutare a comprendere i fatti li nascondevano e confondevano. Per Heidegger e altri agisce un potente pregiudizio: l’accusa di “antisemitismo”, che è anche e soprattutto un titolo penale. Difficile se non impossibile avere una chiara intelligenza di cosa poi sia, nel 2015, l’«antisemitismo», essendo usato tanto spesso e nei contesti più disparati. È forte il sospetto che sia divenuto un’artificiosa costruzione polemica e strumentale per inguaiare la gente, ovvero per consegnarla alla gogna mediatica.

(Segue)

venerdì 20 novembre 2015

23. Letture: Henry KISSINGER: Diplomazia della Restaurazione, Garzanti 1973.

Home | Prec. ↔ Succ.
È la quarta scheda di lettura dedicata ad uno stesso Autore, che noi consideriamo soprattutto se non esclusivamente per la sua esperienza di politico americano, protagonista di eventi assai importanti, da lui stesso determinati. Il periodo dal 1815 in poi, detto Restaurazione, è noto fin dai testi scolastici e non avrebbe senso ripercorrerlo nuovamente per apprendere le stesse cose. Può essere però una chiave di lettura interessante leggere come un uomo di esperienza quale Henry Kissinger vede lui quel periodo storico. Ed è con questo spirito che affrontiamo le lettera sequenziale di un libro non recente, acquistato per pochi euro o lire in qualche bancarella e poi dimenticato negli scaffali della mia biblioteca privata, ora rivisitata. Questo l’esordio: «È naturale che un’epoca minacciata dalla distruzione atomica guardi con nostalgia ai periodi in cui la diplomazia comportava rischi meno gravi, in cui le guerre erano limitate, e una catastrofe inimmaginabile». Ma era quella anche un’epoca nella quale l’Europa stabiliva un suo ordine continentale, e di riflesso anche mondiale, ma di fronte al quale i nascenti Stati Uniti d’America rispondevano subito con la Dottrina Monroe. Trattandosi di un autore e politico americano, responsabile delle politica estera al tempo della Guerra Fredda, sarà interessante vedere la descrizione di questo rapporto America / Europa.

Interessante la seguente definizione della “legittimità”, comunemente distinta se non opposta all’idea di “legalità”:
 “Legittimità”, nel senso in cui la si intende qui, non va confusa con la “giustizia”: significa soltanto un consenso internazionale sulla natura e l’applicabilità di determinate convenzioni, e sugli scopi e metodi consentiti per fare politica estera... etc. (p. 5)
Non riportiamo il seguito della citazione, scontato nelle sue conseguenze, ma appare degno di interesse il pensionamento dell’idea di giustizia, sia pure di una giustizia soggettivizzata, per la quale ognuno potrebbe intenderla a suo comodo e utile. È esclusa alla radice la possibilità che gli uomini possa intendersi per una comunanza di senso etico. Eppure, dal 1945 in poi, la retorica dei “diritti umana” è andata crescendo a dismisura. Da  allora sono sempre state più frequenti le guerre per “ingerenza umanitaria”. Tolta l’idea di giustizia, cade ogni fondamento che si pretenda di dare ai “diritti umani” e la stessa idea di umanità sganciata dal senso della giustizia diventa un orpello retorico, buono soltanto per i discorsi ufficiali e la propaganda. Non riusciamo a comprendere il senso di una qualsiasi idea di “legittimità” sganciata dall’idea di “giustizia”. La difficoltà ci pareva essere un’altra: o gli uomini hanno differenti idee di legittimità, ma sempre dando ad essa un valore universale che deve essere riconosciuto da tutti, o semplicemente se ne infischiano di qualsiasi legittimità e si basano sulla forza che credono di avere e di poter imporre ad altri, oppure sottomettono l’idea di giustizia e con essa di legittimità al proprio utile, convenienza, tornaconto... Per stare ai nostri giorni si pensi al ruolo dell’Arabia Saudita, ai suoi rapporti sempre più scoperti con l’ISIS, alla completa negazione della retorica dei “diritti umani”...

Le peggiori porcherie della storia da Versailles in poi vengono fatte passare per “legittime” secondo questa costruzione che vogliamo sperare stia solo nella testa di Henry Kissinger, anche se può essere una buona descrizione della prassi delle relazioni internazionali. Potrebbe essere perfino una buona spiegazione alla domanda perché mai la guerra non cessa mai di ardere. Finché l’uomo sarà capace di resistere e di difendersi, ma anche di offendere, non si porrà mai fine alla guerra.

È bene considerare le date del libro: la traduzione italiana è del 1973, ma l’originale è del 1957. Dobbiamo percorrere con la mente almeno gli eventi del dopoguerra che precedono e seguono quella data, anche in relazione alla carriera personale di Kissinger...

(Segue)

Vi è di che preoccuparsi per le nostre libertà...


Evito ogni commento alla video registrazione, che ognuno può vedere e ascoltare al seguente link:


traendone le conclusioni di cui è capace.

giovedì 19 novembre 2015

Sciacallaggio televisivo e legge Mancino-Modigliani-Taradash

Bordello Uno
Me ne vergogno... Dedico un tempo forse eccessivo nel seguire i vari talk show nei canali televisivi italiani, privati e statali. A mia discolpa, dico sempre che non mi propongo di attingere in quella sede immonda le informazioni che mi interessano, ma lo scopo è soltanto quello di studiare la forma della comunicazione e i modi della manipolazione. Credo che vi sia una sorta di patto diabolico e scellerato fra comunicazione e potere: cosa sia la “pubblica opinione” è concetto alquanto vago. Il patto scellerato è il seguente: i politici, i quacquaraquà che siedono in parlamento ed entrano in aula con un quotidiano in tasca, assumono che ciò che leggono sui giornali sia ipso facto la “pubblica opinione”, per cui basta prezzolare un qualsiasi scribacchino per attribuire al popolo italiano ciò che simili cialtroni scrivono su uno dei quotidiani, più gettonati e non per nulla finanziati con denaro pubblico e con la pubblicità: nessuno di essi si reggerebbe con le vendite nelle edicole, l’ultima cosa che interessi ai proprietari e stampatori di giornali. Con la televisione la cosa non cambia e sono ormai persuaso che in un ipotetico programma di governo possa essere tranquillamente “privatizzata” la televisione di stato. la RAI. I cittadini non ne hanno bisogno e il problema della comunicazione nazionale, necessaria, può essere risolta con altri mezzi, più economici, più efficaci, più salubri... Ma il problema è delicato e non mi sento io di affrontarlo qui.

Bordello Due
Vengo al punto, che tento di liquidare in poche battute. Giusto per farne una scheda sulla quale ritornare con gli aggiornamenti che riuscirò a fare seguendo il “caso”. Il fatto: pare che un poveretto, residente in uno dei quartieri periferici di Roma, Centocelle, dopo essere stato adescato da una signorinetta che si spaccia per “giornalista”, ma che assai meglio farebbe un altro e più onorato mestiere, il più antico del mondo, sia stato indotto con inganno, raggiri e artifici, a fare una dichiarazione, chiesta come opinione, a seguito della quale gli Onorevoli presenti al bordello televisivo abbiano tutti in coro sollecitato una denuncia, anzi l’«arresto» sulla base della Legge Mancino-Taradash-Modigliani, una legge pare varata dopo che erano state trovate scritte sui muri e di cui gli “ebrei” - una comunità di 35.000 persone a fronte dei due milioni di musulmani cittadini italiani - si erano lamentati. È incredibile, allucinante, come questi Assoluti Ciatroni, pretendano da altri che sottoscrivano, quasi passando sotto una sorta di forche caudine, condanne da Loro redatte, o che “a comando”* facciano le manifestazioni che Loro vogliono, quando Loro vogliono, e come Loro vogliono... Il “libero arbitrio” è un optional che non li riguarda... Una coscienza autenticamente religiosa sa ben distinguere fra la pietà che si deve a ogni vittima innocente e perfino ad ogni defunto, passato dalla giurisdizioni dei vivi, a quella sui defunti... Ad ogni lezione di Cathechismo “cristiano” un tempo, almeno prima del Concilio Vaticano II, si insegnava che la Condanna finale compete solo a Dio, il cui Giudizio può perfino divergere da quello del Giudice terreno... Di certo, il Passante adescato dalla Signorinetta con il Microfono in mano non è né un Giudice terreno e meno che mai Iddio Onnipotente e Onniscente! Ma la Signorinetta e i suoi Protettori mandanti vogliono... la Condanna, la Manifestazione...

* Sembra sia questa la nuova strategia del regime: costringere con evidente violenza morale le comunità islamiche a scendere in piazza per manifestazioni con slogan imposti, sotto ricatto, dai servizi di polizia in collaborazione con i conduttori dei talk show e loro ospiti, in funzione di delatori. È illuminante la pubblicità televisiva che viene fatta a patrocinio di simili manifestazioni “a comando”. Ancora più illuminante il quasi divieto e oscuramento di passate manifestazioni a sostegno del legittimo governo di Siria, quello del “sanguinario” Assad, ossia il principale soggetto politico che aveva e ha il massimo interesse al massimo contrasto all’ISIS. Sarebbe qui complesso il ragionamento da fare, ma sulla base della dinamica scientifica della contrapposizione amico/nemico ci sarebbe da aspettarsi che questa stupida e folle strategia si traduca in un regalo fatto all’ISIS, che ne potrebbe uscire rafforzato anziché isolato e indebolito.

Bordello Tre
Appena 24 ore dopo, è stata data la “notizia” dell’«arresto» per bocca degli stessi deputati, che evidentemente devono aver firmato la denuncia o averla fortemente sollecitata... Di Salvini mi fa specie che avesse - mi dissero - indetto un referendum per l’abrogazione della detta Legge Mancino... Si fermarono a 100.000 firme, ma se avessi saputo in tempo, vi sarebbe stata anche la mia... Di Salvini che in una delle sue ultime apparizioni televisive ha tirato fuori dalla bocca il nome Israele, nel tentativo propagandistico in atto di separare le responsabilità dello «Stato ebraico di Israele» nella produzione di guerre in Medio Oriente, per lo meno dall’Iraq in poi... secondo una precisa chiamata di correità fatta da Obama, proprio per la guerra in Iraq. Senza poi qui entrare in merito ad un “terrorismo” che ha tenuto a battesimo, se si può dire, la nascita dello Stato di Israele... Per stare a Roma si possono trovare sulla rete le foto dell’attentato terroristico all’Ambasciata inglese a Roma... Ma evidentemente vi è un terrorismo “buono” (quando conviene a noi e ai nostri amici) e uno “cattivo” (magari fatto pure dai nostri servizi e attribuito ai nostri nemici, per renderli più odiosi e imbastire appositi talk show).

Bordello Quattro
Il diavolo però ci ha messo la coda e noi terminiamo proprio con la coda del diavolo, salvo ritornarci sopra per eventuali aggiornamenti. Passando ad altra trasmissione e quartiere, da Centocelle al Mandrione, questa volta la Signorinetta Giornalista è andato a carpire per induzione informazioni/dichiarazioni/opinioni a “italiani” costretti a vivere a contatto con musulmani in un quartiere, degradato... Dichiarazioni ben più gravi e decise di quelle carpite all’ingenuo e innocente musulmano di Centocelle sono uscite dalla bocca di Italiani del Mandrione... Poiché la Legge Mancino, voluta dagli ebrei romani (si veda il filmato You Tube se ancora in rete), dovrebbe essere uguali per tutti, giustizia ed equità vorrebbe che gli stessi Onorevoli Delatori firmassero analoga richiesta di “arresto” per le ben più gravi e forti affermazioni italiote (“ammazzare tutti i negri” e/o simili). È stato chiesto... ripetutamente... ma la Onorevolessa si è sottratta con una giravolta, con un dimenamento...

Bordello Cinque (la serie continua)
Volutamente non ho fatto nomi, eccetto quello di Salvini, che mi ha deluso e di cui credo di aver compreso i recenti patti elettorali Tripartito. I lettori navigatori interessati, cui è magari sfuggita la serie di trasmissioni televisive qui citate, possono loro completare la ricerca e seguire gli aggiornamenti. Al di là del singolo episodio, la morale che se ne ricava è il disprezzo da parte di questi signori, e delle loro televisioni, del popolo italiano, ingannato, manipolato, ridotto a bestiame elettorale, da mungere di volta in volta, lasciandolo poi nella stalla e nei recinti bestiame, fino alla prossima mungitura: la chiamano “democrazia”, certamente la loro democrazia, non la nostra, che è per noi sacra, e di cui abbiamo ben diverso concetto. Questi Signori che vediamo tutte le sere nei talk show sono Onorevoli che siedono in Parlamento e fanno quelle Leggi che poi Giudici e Poliziotti – mettendoci del loro - devono applicare, anzi si chiede loro di applicare, in diretta televisiva...  Da parte nostra, di cittadini/sudditi, vi è di che sbattere la nostra testa sul muro, di che ammazzarsi, senza altro danno che l’imbrattamento del muro su cui far schizzare le nostre cervella...

Lui sì che è “sveglio”!...
Aggiornamento 1: Salvini sta insistendo a “Lo Schifo che tira...”, dove ormai si è lanciato all’attacco del Movimento 5Stelle, ormai persa ogni speranza di un’«alleanza». Beh, intanto mi compiaccio - se è questo il termine giusto - che i bordelli televisivi stiano naufragando su se stessi, sulle loro contraddizioni, via via che fatalmente viene fuori la vera origine dell’ISIS e del “terrorismo”, che ha da noi i suoi antecedenti nelle “stragi di Stato” e in “Gladio”... Quanto poi ad arrestare dei giovani sprovveduti a cui si fanno rilasciare dichiarazioni televisivi, io - garantista per davvero - ritengo che altro sia manifestare un’opinione equivoca e immatura, altro mettere in essere un concreto piano criminale, penalmente sanzionabili... Se si va in giro, per le piazze, o dentro le case, a censurare opinioni liberamente espresse, credo che tutta l’Italia diventerebbe un’immensa prigione... Ma poiché l’«allarme sociale», se esiste, di questo genere di dichiarazioni, carpite a passanti, acquistano un qualche valore di “allarme” proprio ed esclusivamente come conseguenza della trasmissione televisiva, allora i primi e unici a dover essere “arrestati” dovrebbero essere proprio i conduttori televisivi di simili bordelli: sono loro che producono l’«allarme» sociale, che può essere in sé causa di turbamento dell’ordine pubblico, non l’incauto passante la cui “vanità” è sollecitata dall’apparizione televisiva. Quanto alla sufficienza con cui Salvini tratta le dichiarazioni del Movimento Cinque Stelle, beh, gli si può dire: armi lui l’Esercito Padano e vada a misurarsi direttamente con l’ISIS in Siria... Siamo perfettamente convinti del valore padano, degno del grano padano... Scherzi a parte, gli eserciti di terra ci sono già: quello siriano, iraniano, iracheno, Hezbollah ed in ultimo quello curdo, dico in ultimo perché dalla propaganda televisiva viene messo in primo piano avendo di mira la creazione del Curdistan, che sarebbe un nuovo stato fantoccio... L’esercito di terra esiste già da cinque anni ed è quello di Assad che difende il suo popolo e la sua patria... Noi ci siamo alleati con l’ISIS contro chi difendeva a casa sua la sua patria... Sorge il problema di dove andranno a finire i “tagliagole” dell’ISIS dopo che Assad, grazie all’aiuto dei russi, li avrà totalmente cacciati dalla sua terra... Credo che ce li restituirà a noi Europei... Dovremo approntare un massiccio piano di ampliamento dell’edilizia carceraria o istituire dei nuovi Lager, stile UE, per ospitare quelli che non hanno un paese di origine in cui rimpatriarli... Del resto, con il nuovo Patto Tripartito Salvini/Berlusconi/Meloni e l’assunzione di Israele come «modello»* per l’Europa, non resta che importare la tecnologia collaudata del Lager di Gaza. In Francia sono sei milioni i cittadini francesi e musulmani, in Italia due, aggiungi gli altri Paesi d‘Europa, ed è chiaro che senza una rete di Lager per rinchiuderli e contenerli, non vi è sistema a ordinaria edilizia carceraria che possa reggere... Appunto, l’unico “modello” possibile è quello israeliano di Gaza!... A pensarci bene, noi i Lager li abbiamo già e sono le famose banlieu parigine, di cui tanto si parla... Ma anche noi abbiamo qualcosa di simile in tante nostre periferie degradate, dove abitano appunto le persone di cui tanto si parla... Con poca spesa, basta erigere dei muri di cinta e il gioco è fatto, il problema risolto!

* Ormai  è un tam-tam. Si direbbe che alla rete degli agit-prop israeliani nelle redazioni dei giornali e negli studi televisivi, o fra gli stessi parlamentari, sia stato chiesto di uscire allo scoperto e far passare il modulo “Israele come modello da seguire”. Chissà se il diavolo ci metterà la coda ed emergeranno, mediaticamente, le responsabilità di Israele, per lo meno sul fatto noto e accertato (Parsi in tv) sull’assistenza sanitaria fornita da Israele ai feriti ISIS attraverso il corridoio del Golan.

x

mercoledì 18 novembre 2015

Integralismo islamico o integralismo “occidentale”?

Per i miei Cinque affezionati Lettori ho una riflessione fresca di mattinata, tale che avendo il tempo e la pazienza, oltre che il finanziamento, potrebbe essere sviluppata in un volume di 1000 pagine, che dovrebbe poi trovare i suoi Lettori, ma che anche se lo li si trovassero resterebbe un punto fermo di dottrina. Sempre più mi appare chiaro e consapevole l’assunto per cui «L’informazione è una emanazione del potere», da me più volte enunciato. Si assiste dunque in questi giorni a una vera e propria “crociata” contro gli islamici della porta accanto, resi responsabili di ogni attacco terroristico. Da essi si pretende che emettano solenni e formali dichiarazioni di condanna e dissociazione. Su pretende che scendano in piazza e facciano manifestazioni infiammate, dove ripetano come pappagalli ciò che noi vogliano sentire da loro. Da nessuno si pretende e si può pretendere una cosa simile, che è violenza morale, ma da essi lo si esige... Si rimprovera loro razzismo, intolleranza, fanatismo, fondamentalismo, ma non ci si accorge della trave che è nel nostro occhio Occidentale...

E veniamo al punto, o ai punti. Si blatera dalla mattina alla sera dei «nostri valori», che non si sa poi bene cosa siano, quali siano, in cosa consistano... Andare al Bataplan? Per sentire quella schifezza in musica e testo? Sarebbero quelli i nostri valori? I genitori mandano i loro figli a quella scuola di “civiltà”? Contenti loro... Ma non chiamateli i “miei” valori. Non sapevo manco che esistessero...

Oppure, se vogliamo andare su un piano più serio e solido, i nostri valori sarebbero quelli classici della Rivoluzione francese, anno 1789? Ossia: libertà, uguaglianza, fraternità?

Ebbene, non ci vuole molto a rendersi conto che:

- Non esiste nessuna Libertà, se non quella di essere lasciati morir di fame o abbandonati nella propria disperazione. Se la principale (e non costosa) libertà è quella di pensiero, basta citare la legge francese Fabius-Gayssot, per dimostrare che una simile libertà non esiste nè in Francia, né in Germania, nè altrove... Esempio minimo: in una fetida trasmissione televisiva (Quinta colonna) si è mandato per le periferie giornalisti scagnozzi per carpire a immigrati musulmani, ignari quanto incauti, dichiarazioni sui fatti di Francia... uno di questi, per non aver risposto quello che si voleva sentire, pare sia stato... arrestato! Ecco, una forma di ipocrisia occidentale: mi chiedo quello che penso, te lo dico, mi fai arrestare senza che abbia fatto altro che rispondere ad una tua domanda, non importando minimamente se la mia opinione - stando ai principi di libertà - sia condivisibile o meno, intelligente o stupida, encomiabile o esecrabile... Di “libertà” ce ne sarà sempre di meno, venendo essa sacrificata con il nostro consenso in nome della “sicurezza”. Un governo scaltro e privo di scrupoli ha facile gioco a organizzare false flag, auto-attentati, strategie della tensione e poi invocare pieni poteri, sospensione dei sempre più fragili diritti fondamenti sanciti da costituzione, in nome della «sicurezza» messa in pericolo non si sa da chi e perchè... Il “complottismo” è una teoria, se non erro, elaborata proprio dalla CIA per gettare discredito verso quanti denunciano i “complotti” dei governi... Personalmente, ritengono che il sospetto fondato su indizi e ragionamenti sia una forma di difesa legittima, ma non bisogna indulgere al “complottismo”, mi sembra assai più insensato l’«ufficialismo» di quanti prendono per oro colato tutto ciò che le Autorità “ufficiali” dicono e ritengono che si debba loro credere a prescindere da qualsiasi evidenza o prova contraria.

- Eguaglianza. Già nel 1976, un mio professore di economia, tuonava dalla Cattedra: non fatevi illusioni con questo Europa: i poveri saranno più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Non solo l’Europa, ma il mondo è governato dall’1%, mentre il 99 % non conta nulla ed è preso per i fondelli proprio con la favola dei “nostri valori”, dove il “nostri” non si sa proprio chi sia.

- Fraternità. Se ciò che è successo in Grecia, come un intero popolo nella patria della democrazia sia stato umiliato, se ciò non è chiaro ai sassi della strada, vuol dire che il cervello della gente è stato tutto succhiato dagli scatolotti televisivi.

La Rivoluzione francese è stato l’inizio - che piaccia o non piaccia - della scristianizzazione dell’«Occidente». Da quel momento la religione (cristiana), per quelli che ci credevano più o meno sinceramente, è andata da una parte, e i valori laici di libertà, eguaglianza, fraternità (valori veri o fasulli) da un’altra parte. Dopo due secoli gli «Occidentali» si ritrovano senza nè religione nè valori, ma pretendono di imporre agli altri ciò che neppure loro hanno...

Parentesi: La rivoluzione francese ha prodotto l’equiparazione nei diritti degli ebrei, cui avrebbe dovuto seguire la loro “emancipazione”... Il secolo XIX si è chiuso con il Processo Dreyfus e tutto il XX Secolo ha visto il progredire della «Pulizia etnica della Palestina», grazie agli inglesi alla Balfour... L’altro giorno un sionista, ospite abituale dei talk show, ha proposto per l’Europa intera come modello di stato di diritto lo «Stato ebraico di Israele», posto come un chiodo della croce in pieno mondo arabo... Eccolo, riproposto il modello prima citato (Carlo Panella sulla Sette) su Il Foglio... Questi signori son collegati e hanno una comune regia*... Il termine «Occidente» non appartiene al mio lessico politico, lo considero una patacca; è significativo come vengano usati come intercambiabili i termini Occidente e Israele. Si dice che per difendere l’Occidente dobbiamo identificarci interamente con Israele, e quindi andare verso l’Ultima Guerra Mondiale... Come segno di buona volontà abbiamo armato questo “statarello...” con testate atomiche, di cui i Paesi Occidentali mai hanno chiesto conto...

* Un esempio di enormità della propaganda sionista: «Siamo in guerra non contro quattro delinquenti che sparano e uccidono, ma contro una forza immensa che si chiama “islam” e che si propone di conquistare il mondo» (Fonte). E se si cambiasse il soggetto, mettendo al posto di Islam “Israele” o “sionismo”? Vale per simili enormità l’applicazione della pur esecrabile Legge Mancino sempre applicato per ogni minima scalfitura di ciò che è ebraico? Lo “stato di diritto” con la legge uguale per tutti è andata allegramente a farsi friggere... In Gilad Atmon si trova questa definizione del sionismo: una forma di primatismo razziale a carattere globale. Gli attivisti del BDS si trovano in forte contrasto con la tesi di Atzmon in quanto per essi il sionismo si riduce a mero “colonialismo di insediamento” ovvero “occupazione” di territori, nella terminologia dell’Onu accompagnati dall’aggettivo “occupati” che nella propaganda israelo-sionista diventano “contesti”, per poi in certa letteratura diventare semplicemente Territori senza aggettivazione. Atzmon sgancia il sionismo da qualsiasi ancoraggio territoriale e riporta l’attenzione sul ruolo delle comunità ebraiche negli Stati in cui si trovano e sul ruolo che vi esercitano.

La sharia? Cosa è? Tutti ne parlano, ma dubito che tutti sappiano cosa sia... Io stesso non ne so molto, ma di quel poco che ne so, mi sembra cosa per lo meno da approfondire, forse cosa interessante...

Abbiamo detto che i nostri valori sono quelli “cristiani”? Lasciamo da parte se cristiani di prima o dopo il Concilio Vaticano II, lasciamo da parte se Cristo sia o non sia morto in croce perché crocefisso o morto in croce perché era sopraggiunta un raffreddore tramutatosi in polmonite e morte... Ebbene, se shairia significa unione di principi tratti dalla fede religiosa e diritto, per secoli il cristianesimo ha avuto la sua shairia... L’Islam non ha avuto la rivoluzione francese, non ha partorito quelle istituzioni bacate che sarebbero i “nostri” valori, imposti a tutti noi da quattro furbastri... Forse, quelli che meglio hanno fatto questa separazione di religione e politica sono proprio quei “dittatori” che siamo andati ad abbattere con le armi, producendo non qualche decina di morti, ma milioni e milioni, di cui non ci siamo mai dati contezza o fatti scrupolo... Le nostre masse venivano nutrite ed educate con i balaclan, mentre i nostri capi - da noi “eletti” - massacravano e depredavano in “nostro” nome, per “nostro” conto, in cambio di qualche qualche denaro in più rispetto ai miserabili della terra, che sono poi venuti a raggiungerci sui barconi...

Insomma, se andiamo un poco a scavare in questa finzione che chiamiamo «Occidente», che è il nulla, troviamo un integralismo e un fondamentalismo di gran lunga maggiore di quello che imputiamo ai musulmano di casa nostra, che - si badi bene! - non sono un soggetto politico, dai quali ci si possa aspettare manifestazioni di piazza... Questa (povera) gente sono per la gran parte emarginati, clandestini, disgraziati che a stento riescono a trovare di che vivere... Se sono religiosi, sono dediti unicamente alla preghiera e confidano nel loro Dio... Non hanno nessuna forma né di rappresentanza politica organizzata né di rappresentanza degli interessi... Non hanno nessuna interlocuzione con le istituzioni governative della Repubblica italiana... Sono attenzionati dai media solo perché si è alla ricerca di un “capro espiratorio” ossia di un soggetto contro cui prendersela senza che questo abbia nessuna colpa specifica...

Le manifestazioni concettuali dell’ISIS hanno mera natura ideologica: la contrapposizione di amico/amico ha carattere esistenziale: poco importa come io te la racconto: posso usare la narrativa della religione se così mi piace, ma anche la razza, il colore della pelle, la squadra di calcio, la nazione, l’arte, la letteratura... qualsiasi elemento discorsivo mi torni utile, la mia opposizione esistenziale di inimicizia ha carattere originario che non deriva né dalla religione nè da altro... Non voler capire questo o meglio non volerlo far capire ai teledipendenti, ai drogati dall’informazione, significa prendere per i fondelli la gente, quella gente alla quale prima si imbottisce la testa delle cose più strampalate, e poi da essa si ricavano i “sondaggi”, quasi fosse l’oracolo di Delfi, un oracolo che abbiamo abbattuto 2000 anni fa, per sostituirlo con il Dio cristiano, poi pure Lui decapitato in Francia nell’anno 1789...

Strano infine come dei tanti fondamentalismi di cui si parla non emerga mai il fondamentalismo “ebraico”... Lo si può spiegare con la proprietà o conduzione “ebraica” dei mezzi di informazione? Non facciamo nomi, non li si può fare, ma ognuno li conosce... Esiste l’interesse da parte di qualcuno affinché un miliardo di cristiani scenda in guerra contro un miliardo di musulmani? Qualcuno, un Terzo, ha interesse a che cristiani e musulmani si scannino tra di loro come ai tempi storici della Crociate?

Quanto all’ISIS vi è oramai un segreto di Pulcinella che giorno dopo giorno si va sgretolando, nel senso che perfino i media mainstream sono costretti a parlarne: è un’assoluta creazione creazione della CIA con il concorso di tutti i suoi alleati: USA, Israele, Arabia Saudita, Francia, Inghilterra, monarchie del Golfo... Per dirla con gli economisti neocon, con i ragazzi di Chicago, anche tutti noi potremmo considerare i luttuosi attentati parigini come una Grande Opportunità per incominciare ad interrogarci sui «nostri» governanti, su quelli che vanno a fare guerre in nostro nome, su quelli che ci affamano con la scusa del mercato e della legge di stabilità, con tutte le altre fandonie con le quali dopo aver mozzato la testa a Luigi XVI e a tutta la sua Nobiltà, ne hanno preso il posto con la scusa delle elezioni, del suffragio universale, dello stato di diritto e tutte le altre minchiate di cui giustamente i popoli d’Asia o d’Africa non vogliono sentir parlare. Se andremo meno alla stadio, o ai Cataplan, o staremo meno dietro a televisori e giornali, ma ci riuniremo di più per guardarci in faccia e interrogarci sulle ragione del nostro stare insieme e su ciò che vogliamo, allora forse riusciremo a capire meglio come i “nostri” governati, deputati, giornalisti ci stanno prendendo per i fondelli e come possiamo innanzitutto difenderci da essi, di gran lunga più pericolosi e peggiori dei peggiori “terroristi”, islamici o non.

(Scritto di getto, con refusi e forme linguistiche da rileggere e correggere. Se non scrivo subito di getto ciò che mi passa per la mente, poi non lo scrivo più... Questo è un blog “personale”... Non è il Corriere della Sera... I miei Lettori ideali sono solo i Cinque noti e dichiarati, o al massimo quei 68 che risultano iscritti... Poi vi è il discorso di cosa è internet e della sua forma di comunicazione che è diversa dalla Stampa tipografica iniziata con Gutenberg... Trovo assurdo scrivere in rete con gli stessi presupposti e le stesse categorie mentali della Stampa tipografica... Si consideri questo: ognuno di noi ha nella sua testa un patrimonio di pensieri, che se ben coltivato e reso libero dalle intrusioni mediatiche, può essere di grande valore... Volerlo ridurre alla forma tipografica, significa che non avrà mai la possibilità di essere espresso, e quindi significa annullarlo... Conobbi una persona assai anziana, analfabeta, la cui saggezza mi aveva letteralmente incantato... Purtroppo, non l’ho più mai incontrata di nuovo, ma il suo ricordo mi è rimasto impresso in modo indelebile. )

martedì 17 novembre 2015

22. Letture: Alain MÉNARGUES: Le mur de Sharon, Presses de la Renaissance 2004.

Home | Prec. ↔ Succ.
Non era stato facile trovare questo libro, ma dopo averlo alla fine acquistato è rimasto nello scaffale, sepolto da altri impegni e letture. L’interesse non è però mai venuto meno. Di cosa si tratta? Normalmente, la propaganda israeliana indica il noto muro, sul quale papa Francesco ha poggiato la sua fronte in segno di preghiera, come una... “barriera difensiva”. Si dice: i palestinesi, come tanti kamikaze, si scagliano contro di noi, che per questo ci difendiamo erigendo un muro “di separazione” fra noi e loro, ed in questo modo ci “difendiamo”, esercitando un nostro legittimo diritto alla “difesa”. Veramente, è piuttosto grottesco anche soltanto immaginare un uomo che voglia uccidere un altro uomo, ma per poterlo fare deve uccidere innanzitutto se stesso, trasformandosi in quello che con terminologia giapponese è chiamato “kamikaze”, per indicare i piloti giapponesi che trasformavano durante la guerra il loro aereo nell’ultima bomba a loro disposizione. Il termine è quanto mai improprio e i palestinesi, o i musulmani, che per disperazioni giungono a questo gesto estremo chiamano se stessi “martiri”, a difendersi dai quali gli israeliani dicono di aver appunto eretto un... Muro. La spiegazione di Ménargue è ben altra. Riconduce all’ideologia religiosa ebraica, o almeno di un certo ebraismo religioso, l’edificazione di un Muro che andrebbe a separare i “puri”, cioè gli ebrei stessi, dagli “impuri”, che sarebbero appunto gli arabi palestinesi. Alain Ménargue ha avuto non pochi problemi nel sostenere le sue tesi. Finalmente, il libro è venuto fuori dagli scaffali e lo terremo adesso d’occhio redigendo un’apposita scheda di lettura, che - ripetiamolo - non è la classica recensione, ma una serie di appunti nel corso di una lettura sequenziale che si può protrarre a lungo nel tempo. Il libro è di 274 pagine ed è scritto in francese, che posso leggere senza grande difficoltà. Anzi questa lettura sarà una buona occasione per rinfrescare la lingua, insieme ad altre analoghe schede che redigerò per il tedesco, l’inglese, lo spagnolo.

Il libro si apre con una citazione di Sharon, dell’aprile 2001, su Haaretz, che suona così: «La guerra d”indipendenza non è terminata, il 1948 non fu altro che il primo capitolo. Ogni metro guadagnato è un metro in più per Israele». Accanto, nel libro, una cartina che riportiamo. In questi giorni che seguono agli attentanti al Bataplan parigino, il tema Israele viene lasciato sullo sfondo e si tenta da parte di ben noti soggetti di far passare il messaggio subliminale che la difesa dell’Occidente è la difesa di Israele, che è invece all’origine (si veda Mariantoni, Gli occhi bendati sul Golfo) di tutti i conflitti mediorientali non solo da Saddam in poi, ma già da Balfour in poi, se non addirittura prima. Tutti i retroscena che portarono alla Dichiarazione Balfour sono ora chiaramente e diffusamente spiegati da Alan Hart, nella sua trilogia sul sionismo, di cui è uscito in traduzione italiana il primo volume, contro il quale si sta tentando l’oscuramento: nessuna recensione sui giornali, negazione delle sedi chieste per fare presentazioni del libro, dichiarazioni indignate contro un libro che a priori non si deve leggere e discutere, giacché basta il solo titolo: Sionismo il vero nemico degli Ebrei. Vol. 1°: Il falso Messia, che sarebbe appunto lo stato di Israele, che per “difendersi” erige il Muro di cui Menargue parla...
Ecco come il “muro di separazione” o la “barriera difensiva” - termini ai quali i media influenzati dalla propraganda israeliana  ci hanno abituati - viene definito da Menargues, nel testo francese che tradurrò in seguito: «Le mur? Une largeur d’autoroute à six voies, renforcé de haies d’acier de huit mètres de haut, surmontées de fils électriques. Aucun réalisateur n’aurait pu imaginer pour son film un tel périnètre pour un camp de prisonniers. Plus loin, des paysans regardent leurs leurs oliviers, à travers le grillage. Les arbres sont en fleur. Entfermés derrière le mur, leurs champes leurs pâturages, leurs puits sont condamnés. Un portail s’ouvre ou se ferme, au gré de l’humeur du soldat israélien de garde qui prélève, en sus, une taxe de péage: deux dollars par personne et par franchissement. Taxe officiellement “illégale”, mais prélevée classiquement par le détenteur de la force armée. Le murs nous renvoient aux régimes totalitaires, à l’apartheid, à la honte. Sauf qu’aujourd’hui, cela ce passe en Israël, pays que nous avons pris l’habitude de considerér comme démocratique. “Ce mur couple le monde en deux”, affirme Jean Baudrillard. Il a raison. Depuis plusieurs décennies, il y a d’un côté Israël et son allié stratégique américain et, de l’autre, le reste du monde. Comme si, pour les deux premiers, le peuple palestinien était une bande de “loqueteux” juste bonne à être parquées dans des réserves» (p. 10)


(Segue)

I «sopravvissuti» del «Bataplan», “nostro” modello di «civiltà».

Bacia il diavolo
Devo al blog di Maurizio Blondet, che ha pubblicato un articolo di Siro Mazza, le riflessioni aggiuntive che seguono e che cercherò di contenere in breve spazio. Non siamo più in grado di osservare ciò che sta davanti ai nostri occhi, giacché ciò che nella realtà si guarda per essere visto deve essere interpretato, e noi, ormai, non sappiamo interpretare se non con gli occhi dei media e possiamo ragionare solo con la testa dei suoi opinionisti, spesso al servizio di CIA, Mossad e affini, come ha infine rivelato il giornalista della FAZ Udo Ulfkotte, dopo anni di “onorato” servizio e dopo che perfino noi, poco convinti dei suoi “servizi”, ci eravamo scontrati, prima che lui si ravvedesse senza aver tuttavia fugato i nostri sospetti. Basta però stropicciarsi le immagini televisive attaccate ai nostri occhi, o scrollarsi dalla testa le parole vuote degli opinionisti, per riuscire a vedere con occhi nuovi e con la nostra mente ciò che ci sta davanti in tutta la sua evidenza.

La lingua italiana, come ogni lingua, ha le sue proprie locuzioni standardizzate. Il linguaggio è un fatto convenzionale: se ognuno avesse un linguaggio tutto e soltanto suo, non sarebbe possibile la comunicazione. Pertanto, quando si è sfiorato un pericolo, si dice che si è ad esso scampati e si parla di “scampato pericolo”; se poi si è trattato di un naufragio in mare, dove molti muoiono, allora si è superstiti di quel naufragio. Ed invece per l’attentato terroristica al “Bataplan”*, un luogo di spettacoli moderni, i media televisivi hanno ripetutamente indicato come «sopravvissuti» quanti - per fortuna la quasi totalità - non sono rimasti vittime dei proiettili sparati alla cieca dagli attentatori. L’Italia, ha avuto una sua «vittima» e parecchi «sopravvissuti», che sono già diventati oggetto di culto televisivo (ma anche di dibattito parlamentare), con tanto di intervista rituale ai genitori dell’«unica» vittima italiana ed a quelli dei «sopravvissuti», unite tutte in una nuova “religio” mediatica che si aggiunge a quella ufficiale, il cristianesimo, che resta assai lontano sullo sfondo, adibita a modello di «scontro» con la religione degli «islamici bastardi», giusto per meglio chiarire tutti i termini del “dialogo interreligioso”, con tutti gli attori sulla scena: ebrei, cristiani, musulmani.

* Andando al link del fatto quotidiano si apprende qualcosa su questo locale parigino per chi - come il sottoscritto - non lo avesse prima mai sentito nominare. Quanto ai musicisti questa la loro immediata reazione: «Al primo sparo i bandisti, nel senso di appartenenti a una band, si sono cacati sotto e sono precipitosamente fuggiti da un’uscita secondaria posta dietro le quinte del Bataclan, dopodiché se sono tornati negli Usa, annullando la tournee europea» (Fonte).

Devo procedere per allusioni, giacché mi sono già scontrato con i poteri qui evocati e non sono un aspirante al “martirio”, non sono un “islamico”, ma pur sempre un cattolico, battezzato e cresimato. Se la libertà di pensiero, di espressione, di ricerca e di insegnamento, dovrebbe essere uno di quei “valori” fondanti della «nostra civiltà», opposta alla loro, quella dell’Islam, posso assicurare con la mia esperienza personale e professionale i miei Cinque Lettori che questa presunta libertà non esiste né in Italia e ancor meno in Francia. Ciò che esiste è l’obbligo di conformarsi a ciò che dallo Stato è dichiarato esser vero e che i media divulgano. La Verità Principale, che sovrasta lo stesso cristianesimo, degradato dopo il Concilio Vaticano II a religione sussidiaria e servente, è quella evocata dalla terminologia dei nuovi «sopravvissuti», subito entrati nel circuito mediatico.

(Segue)

lunedì 16 novembre 2015

Dibattito in corso alla Camera sull’attentato parigino: delusione pressoché totale.

Il Ministro degli Esteri pro tempore
Mi sono appena collegato alla Webtv della Camera per l’ascolto integrale della relazione del Ministro degli Esteri, del ministro degli interni e dei singoli deputati che hanno tenuto ciascuno una relazione per la loro parte politica. La speranza era di acquisire conoscenza e soprattutto orientamento e riflessione su fatti tragici e gravidi di conseguenze, fatti di cui tutti parlano fino alla sbornia. Nulla di tutto questo: non ne sanno più di me, che so di sapere assai poco. Il livello non è più alto di quello dei talk show nei quali questi Signori amano apparire spesso: è proprio adesso in corso una gogna mediatica, dove politici di primo piano stanno linciando un musulmano, al quale chiedono di sottoscrivere le loro dichiarazioni... Una violenza morale incredibile! Sembra di essere ritornati a certe scene medievali!  È questa la “nostra” civiltà!

Non ho nessuna voglia di fare un’analisi dei singoli interventi parlamentari, ma mi basta qui - anzi ritengo sia necessario farlo - esprimere il senso di inutilità che viene fuori da questi Signori che hanno la pretesa di governarci. Ci porteranno alla rovina... ancor più di quanto non abbiano già fatto. Non è in loro che possiamo riporre le nostre speranze! Le banalità che si succedono, intervento dopo intervento, non possono darci nessuna sicurezza, soprattutto davanti a chi ha deciso di porre fine alla sua vita, portando noi con lui in uno stesso viaggio. Non c’è intelligence che tenga! Mi terrorizza ma anche mi incute rispetto la rappresentazione di persone che, sane di mente, capaci di intendere e di volere, tengono in spregio la loro stessa vita per dirci che rifiutano quei “valori” che non sappiamo neppure noi stessi definire, ma che vogliamo loro imporre con la forza delle nostre armi.

Curioso come pressoché tutti si attacchino alla sottana del Papa, dopo aver fatto della separazione fra religione e politica, uno dei “valori” fondanti della nostra “civiltà”..., ma attacchiamo la “sharia” senza avere la più pallida idea di cosa essa sia... Emblematico un Sindaco Marino che celebra matrimoni omosessuali ma poi si aggrega alle manifestazioni sulla famiglia con il Papa presente... Assistiamo a una società “occidentale” interamente scristianizzata, ma con leaders politici che pretendono di spingere i cristiani in guerra “di civiltà” contro i musulmani in difesa dei “nostri” valori cristiani... Una solenne presa per i fondelli ad opera dei mass media, che hanno trasformato le persone in burattini, incapaci di avere rispetto del loro stesso dolore, della morte dei loro cari...

Se la prendono con un presidente di un Paese remoto, la Siria, Assad, che è più legittimo di quanto non lo siano il nostro Renzi e gli stessi deputati che parlano alla Camera... Non ho potuto capire in nome di chi e nell’interesse di chi o per ordine di chi si sono ficcati in testa che “Assad se ne deve andare”*... E perché se ne vada sono ben disposti a una terza guerra mondiale! Son matti!

* Sulle ragioni effettive del perché deve andarsene si legga e veda in bioblu.

In questa loro ostinazione principe non sanno dire altro e non sanno neppure  spiegarlo in modo che anche chi volesse seguirli ci possa almeno capire qualcosa... Ormai è un leit motiv...

Avremmo dovuto lasciare i popoli arabi in pace nelle loro terre, ma abbiamo noi iniziato, nel 1911, una guerra contro di loro, mai terminata: fu quello il vero anno di inizio della Prima Guerra Mondiale, che portò alla Seconda ed alle guerre odierne fatte per procura e su ordine dei nostri vincitori e padroni del 1945... Eravamo convinti di riuscire a far fare agli Arabi la stessa fine, riservata in Occidente, agli Indiani d’America... Solo che gli Arabi non sono la stessa cosa degli Indiani... Un piccolo errore di calcolo...

Teodoro Klitsche de la Grange: «Il doppio circuito»

IL DOPPIO CIRCUITO (*)

Maurice Hauriou (1856-1929)
1.0 Vi sono due modi – non alternativi, ma concorrenti – di governare una “sintesi politica”: il consenso dei governati, ossia della comunità nel suo insieme, di quello che Maurice Hauriou chiamava il pouvoir majoritaire; e quello dei collaboratori di chi detiene il (supremo) potere, attuandone le direttive, facendone eseguire i comandi e reperendo le risorse (a un di presso quello che Hauriou definiva pouvoir minoritaire), e che Miglio chiamava l’aiutantato. Sempre continuando col ricordare le concezioni del giurista francese e dello scienziato politico italiano, al potere minoritario e quindi a quello burocratico e amministrativo è connaturale la coazione (delegata da quello sovrano) che consente allo stesso di esercitare comando e potere e così di ritagliarsi un ambito di dominio  come “ceto”, “classe”, o comunque componente del gruppo sociale. Nel secolo scorso l’ “aiutantato” fu visto come base – e parte – della classe politica (Mosca, Pareto) e come elemento necessario dello Stato (l’organizzazione di Santi Romano), o come l’organe d’unité politique di Hauriou.

Gianfranco Miglio (1918-2001)
In ogni unità politica, il potere (politico, ma non solo) è sostenuto in parte dalla legittimità e dal consenso, in altra sulla coazione e sull’organizzazione: la percentuale dell’uno o dell’altro varia a seconda dei regimi politici. Se comunque è concretamente possibile l’esistenza di un potere senza legittimità o consenso (ad esempio quello della potenza che eserciti l’occupazione militare su un territorio e una popolazione conquistati; ma in effetti anche in tal caso il consenso, nella forma ridotta al minimo della sopportazione, può esistere), è impossibile che lo sia l’inverso, non foss’altro perché occorre sempre amministrare (anche quando lo Stato è minimo) e, dato che una sia pur limitata trasgressione è connaturale all’uomo, reprimerla e sanzionarla. Ambedue ragioni dell’esistenza necessaria del relativo apparato.

I regimi politici che hanno vitalità e quindi durata sono quelli che realizzano un equilibrio tra i due circuiti: quello per così dire della legittimità, del rapporto governanti-governati e l’altro della relazione tra potere apicale ed aiutantato. Anzi, per allungarne la durata (e a parte guerre e conquiste) il primo circuito  deve far aggio sul secondo. Chi esercita il potere ha comunque bisogno sia del consenso dei governati che dell’organizzazione di governo, cioè degli aiutanti. E non sempre – anzi raramente – il modo per ottenere il consenso degli uni non va a scapito dal mantenere quello degli altri.

L’aveva visto chiaramente Settimio Severo, del quale si dice avesse consigliato ai figli di accattivarsi quello dei soldati, e disinteressarsi degli altri. Il consiglio dell’imperatore fu seguito da tanti, con risultati, alla lunga, tutt’altro che positivi. Eliogabalo, che di Settimio era il nipote e regnò circa un decennio dopo, fu costretto a subire la richiesta delle legioni che avevano minacciato di saccheggiare Antiochia (una grande città dell’Impero) se non avessero ottenuto dei donativi; minaccia – anche con modalità diverse - più volte ripetuta nel periodo di decadenza dell’Impero; e, talvolta, anche eseguita, come per Autun. Per cui come scrive Rostovzev, era difficile convincere i soldati imperiali “che le città dell’Impero non erano loro nemiche”. E tale conseguenza, nei confronti della pervasiva burocrazia romana del dominato, fu tratta – all’inverso - anche dalla popolazione civile nei confronti dell’amministrazione imperiale. Scriveva Salviano di Marsiglia (nel V secolo d.C.) “Passiamo ora a un’altra mostruosità inqualificabile che ha origine da quella empietà appena accennata e che, sconosciuta ai barbari, è di casa per i Romani: costoro con l’esazione delle tasse si confiscano i beni a vicenda. Ma che dico! non a vicenda, perché sarebbe sicuramente più sopportabile se ognuno patisse di ritorno ciò che ha fatto patire agli altri. Più grave è il fatto che sono poche persone a confiscare i beni di una massa di gente”: il risultato, scrive Salviano, fu che la popolazione, per sfuggire alle angherie della burocrazia imperiale, emigrava verso le zone occupate dai barbari o dai ribelli.

L’esito finale (a lungo termine) di aver privilegiato l’aiutantato rispetto ai governati, anzi di aver fatto vessare i secondi dai primi, fu una delle cause, (forse la principale) della distruzione della sintesi politica, cioè  l’Impero romano d’occidente, perché aiutantato e governati si percepivano reciprocamente come nemici. Al punto che questi ultimi preferivano il rapporto politico d’amicizia con i barbari, all’origine dei regni romano-barbarici e dell’Europa medievale e moderna.

D’altra parte e osservando il tutto da un altro punto d’osservazione, ossia da un altro presupposto del politico (Freund), cioè quello del comando/obbedienza, un potere non può sostenersi – se non nel “breve periodo” - solo sulla coazione e sul relativo apparato, organizzato per esercitarlo. Come scrive Rostovzev descrivendo il governo del tardo impero romano tale sistema può essere definito come terrorismo permanente (1), il cui tratto saliente è “il crescente sviluppo del principio della coazione in tutti i rapporti del Governo con la popolazione, particolarmente nel campo delle imposte e del lavoro obbligatorio. Accanto alle imposte, ma molto più oppressivo e non meno metodicamente applicato, si svolgeva il sistema di requisire viveri, materie prime, manufatti, denari, navi, bestie da soma e uomini per condurle, e così via”.

Un sistema politico che si basi sull’aiutantato e sulla coazione, è prevalentemente un sistema il cui elemento essenziale e “vitale” è incutere paura. E acutamente Montesquieu sosteneva che il principio di governo del dispotismo è la paura.

Spesso tuttavia un sistema del genere non è (neanche) economico. Caracalla, destinatario del consiglio del padre (insieme al fratello Geta da lui assassinato) fu costretto a reperire somme enormi per comprare il favore dei militari “per riempire il tesoro dell’imperatore fu allora costretto a ricorrere a provvedimenti straordinari. Dione enumera integralmente le fonti delle entrate dell’imperatore, che derivano in prima linea dal sistematico drenaggio della ricchezza delle classi abbienti” (2). E così il sistema di governo si rivelò (come spesso ripetutosi nella storia) economicamente disastroso per lo Stato, ma lucroso per i funzionari imperiali; i quali gestivano i “flussi” di denaro e altre utilità. Il tasso di corruzione della burocrazia aumentò (come assai spesso capita quando s’incrementano funzioni esercitate, beni e somme amministrate): “Le relazioni tra lo Stato e i contribuenti assumevano l’aspetto di una rapina più o meno metodica: lavoro forzato, prestazioni forzate di cose, prestiti o donativi forzati erano il sistema corrente. L’amministrazione era corrotta e immorale” (3).

Il tutto avveniva soprattutto perché quel sistema appariva come il percorso più facilmente percorribile “per mantenere in moto le ruote dello Stato ed impedirne lo sfacelo finale” (4). Questo nel breve periodo; ma come già cennato, col tempo finì per perdere l’impero, con l’epilogo dei sudditi che scappano nei territori occupati dai Germani per sfuggire a rapine ed angherie dell’aiutantato imperiale (5).

Neppure il potenziamento sia in termini numerici (pare che l’esercito di Diocleziano fosse da una volta e mezzo a quasi il doppio, per effettivi, di quello di Augusto) che di risorse consumate, aveva portato l’apparato militare (componente essenziale dell’aiutantato) a migliorare il rendimento. Nel IV e V secolo diventano ricorrenti (e poi permanenti) le invasioni del territorio imperiale da parte dei barbari. Mentre Augusto era sconfitto a Teutoburgo, in Germania, ben oltre il Reno e Marc’Aurelio combatteva in Boemia, al di là del limes, le grandi battaglie di quel periodo (da Argentoratum ad Adrianopoli e ai Campi Catalauni) erano combattute in “casa”. Con quali sofferenze per la popolazione è facile immaginare.

D’altra parte il tutto non era limitato solo all’apparato militare, ma anche all’amministrazione civile (6); e soprattutto, come notato da molti “dopo Diocleziano lo Stato, per porre riparo alla grave crisi, che alla metà circa del terzo secolo aveva colpito l’impero, assunse poteri ed esercitò ingerenze straordinarie ed ebbe la pretesa di disciplinare tutta la vita economica” (7).

Scrive Miglio che le indagini più recenti sulla fine dell’Impero romano d’occidente “dimostrano che la ragione per la quale l’Impero romano si è inabissato, trascinando in questo collasso l’intero mondo classico, è un macroscopico squilibrio fra rendite politiche da una parte, che il mondo antico privilegiava e considerava le sole accettabili per gli elementi altolocati e le rendite di mercato, cioè la produttività dell’economia dall’altra” (8).

2.0 Miglio distingue tra i “sudditi” della sintesi politica non due, ma tre categorie (o fasce) in base alla “rendita politica” che viene loro assicurata (la quale è sempre fondata sulla costrizione). Le fasce che ne derivano sono:

a) quella dei cittadini non attivi politicamente che devono una fedeltà passiva, cioè obbedienza (9)  al vertice, da cui ottengono protezione.

b) “Diversa è invece la posizione (seconda fascia) che si crea nel caso dei seguaci attivi, cioè gli ‘aiutanti’ del potere politico. Costoro prestano ai capi politici una fedeltà attiva, ossia atti e comportamenti continuati, per far si che coloro che detengono il potere lo conservino… Nei loro riguardo i capi politici prestano una protezione attiva” (10). Tale protezione attiva oggi si manifesta in più modi, coerentemente all’evoluzione dello Stato, divenuto da assoluto a “di diritto” e poi “sociale”. Così uno dei modi “nuovi” sono le garanzie istituzionali (institutionellen garantien) spesso rivolte, sotto la (esternata) volontà di voler tutelare la funzione pubblica, a proteggere i funzionari pubblici delle conseguenze di atti illeciti.

La distinzione politologica tra vertice politico, aiutantato e base fatta da Miglio è triadica. Come nota tale studioso quella più usuale, risalente a Mosca e Pareto, è dicotomica: governanti/governati. Anche se ritiene che “Già in Mosca e Pareto tuttavia la definizione di ‘classe dirigente’ denotava questa presenza, come appare anche in altri autori che hanno seguito questa linea di ricerca. Devo però dire che normalmente la politologia moderna privilegia l’interpretazione dicotomica” (11). Il che pone il problema di identificare l’aiutantato: secondo Miglio ciò può farsi seguendo il criterio della quantificazione del comando, perché in ogni sistema politico c’è “chi comanda di più e chi di meno” (12). Ne deriva (anche quale ulteriore criterio) che “il comando è maggiore quanto maggiore è la discrezionalità” (13).

c) A queste Miglio aggiunge una terza fascia. Alla quale riconduce “quelli ai quali si estorcono le risorse per erogare le paghe politiche. Sono i seguaci che potremmo definire dominati. Prima di tutto sono i nemici vinti, ‘i tributari’ – come avviene negli imperi, sia classici che contemporanei (sovietico o statunitense) – che senza accorgersene subiscono un’estorsione di risorse” (14). “A costoro normalmente la classe politica dà una protezione che possiamo definire ‘negativa’. È la protezione nei riguardi di se stessi: consiste nel garantire la sopravvivenza” onde, aggiunge Miglio, “costoro, in cambio della sopravvivenza, devono prestare un tributo” (15).

Alle tre categorie corrispondono dei termini che ne definiscono il ruolo principale: “obbedienza” per la prima; “sottocomando” per la seconda; “dominio/dominati” per la terza.

Essenziale alla sintesi politica è il consenso dei governati: scriveva Miglio che questa è adesione, con-sentire, ossia sentire con qualcuno. Idem sentire de re publica. E questa adesione si ha rispetto all’azione dei governanti, dato che la politica è volta all’agire (16). E’ il successo dell’azione che determina il costituirsi e il mantenersi della leadership; come il fallimento a provocarne il tramonto (17).

A Donoso Cortés si deve una lettura dell’evoluzione dello Stato moderno: tanto meno questo gode d’autorità tanto più estende il proprio potere, soprattutto attraverso l’incremento dell’“aiutantato” (18).

L’autorità della religione e il consenso che essa diffonde è nel pensiero dello spagnolo il legame sociale che sopperisce alla debolezza del governo; di converso se quella viene meno, si espande il potere – politico - dello Stato (19).

Se si laicizza la teoria di  Donoso, si arriva alla tesi di Miglio del “tornaconto differito” (20).

In una società secolarizzata le ideologie permettono quel “tanto di utopia” che assicura il futuro auspicato. Scrive Miglio che “I sistemi politici nei quali più forte è questo richiamo utopico – ed è più creduto -  sono i più stabili. C’è un nesso fra efficacia dell’obbligazione e del rapporto politico e grado di utopia. Definisco questa condizione come presenza di un tornaconto differito”.  Mentre il rapporto di contratto-scambio (che contrappone a quello politico) tende ad esaurirsi presto “Laddove c’è politica, scopriamo che tanto maggiore è la presenza di ‘politico’, quanto maggiore è il differimento del tornaconto. Sotto questo profilo abbiamo esempi cospicui” (21).

I sistemi politici “vivono nel sogno, dell’utopia; E quanto più l’utopia è tale, è protesa nel  futuro, tanto più si ottiene il sacrificio e la coesione dei seguaci”: Tornando alla religione, “talune grandi religioni che danno una rappresentazione complessa e impegnata della trascendenza, discendono notevoli ideologie, si possono cioè ricavare potenti ideologie politiche. Questo avviene perché nessun differimento è più integrale e totale di quello che rimette lo scopo finale dell’esistenza in un altro mondo. Questo è il livello massimo di differimento: Tutta la civiltà medievale poggia su questo grandioso differimento ai fini della vita ultraterrena: E questo rese possibile un’aggregazione politica particolarmente stabile, duratura, malgrado tutte le sue trasformazioni, come quella caratteristica dei sistemi politici cresciuti sul mondo cristiano medievale”.

3.0 Tuttavia oltre che di sogni (e di favole per diffonderli) il potere politico ha bisogno di risorse, e quindi di rendite politiche. Sogni e favole, scriverebbe Pareto, sono le derivazioni il cui residuo è il potere e i mezzi per esercitarlo e mantenerlo.

Favole e sogni hanno una funzione essenziale: ridurre la resistenza dei governanti alle vessazioni (e predazioni) del governo e della burocrazia. Perché è evidente che gli interessi economici dei governati da un lato, e dei governanti e dell’aiutantato dall’altro, sono contrapposti: ad ogni aumento di risorse prelevate dal governo corrisponde una riduzione di quelle disponibili per i governati e viceversa.

Per far dimenticare o comunque attenuare la percezione di tale opposizione, occorre “ricostruire” un senso d’unità e di comunanza di scopi tra governati e governanti. E qua i mezzi sono tanti, molti dei quali elencati da Puviani nella Teoria dell’illusione finanziaria. Ma uno è il prediletto: far leva sulle motivazioni etiche e religiose: ai tempi d’oggi, in Europa e soprattutto in Italia, su solidarietà e buonismo. Come negare sostegno e consenso a chi sostiene di essere così sollecito della sorte degli sfortunati? E su questo si costruiscono burocrazie pubbliche (ed affari privati); strutture di solidarietà e volontariato (spesso a pagamento) (22).

D’altra parte illustrando la tipologia della rendita politica Miglio individuava all’inizio “una prima categoria di rendite politiche: la più diffusa, la più generale, quella che appare in tutti i sistemi politici di tutti i tempi e di tutti i luoghi. E’ quella costituita da coloro che assumono professionalmente una funzione pubblica” (23), cioè in primis  il personale “di carriera” (cioè i burocrati) (24);  al secondo posto pone “La seconda grande categoria di rendite politiche è quella connessa all’attività dei partiti politici. Questi sono da sempre macchine per la produzione di rendite politiche” ; chi scrive pensa che Miglio l’abbia elencata come seconda perché la prima categoria della rendita è connessa ad una regolarità della politica (e dell’istituzione): quella della classe politica, o meglio (e comunque) del seguito del vertice, dell’organizzazione, senza la quale nessuna sintesi politica (e non solo) può esistere; anche se tale funzione dei partiti d’esser “macchine per l’erogazione di rendite politiche” (25) è diffusa, non limitata al moderno partito “parlamentare” e successivamente (anche) di massa (26). La rendita politica può essere erogata legalmente o non legalmente, attraverso prassi illecite e, in molti casi penalmente rilevanti (27). Il carattere necessario dell’organizzazione (e così dell’aiutantato) fa si che i rimedi contro tali comportamenti illeciti siano difficili (talvolta, raramente, impossibili o altamente inopportuni).

4.0 Una differenza essenziale tra il privato che intraprende e il funzionario che provvede è costituita dalla responsabilità dell’uno e dell’altro e dal rischio che corrono. In primo luogo perché il privato che intraprende risponde con tutto il proprio patrimonio per l’attività che svolge; dato che caratteristica della burocrazia moderna (e non solo) è che i mezzi con cui opera sono di proprietà dell’amministrazione – e gli atti del burocrate presi per conto dell’amministrazione – tale responsabilità (la più efficace forma della stessa) non esiste o è estremamente ridotta riguardo al funzionario. Sono previste per il funzionario altri «tipi» di responsabilità: penale, contabile, disciplinare, civile (rarissima): nulla che abbia l’efficacia di quella civile “comune”.

A tale proposito e in particolare di quello che tra i diversi tipi di responsabilità “pubblica” è quello generale (perché conseguente alla natura e struttura dell’aiutantato e del suo rapporto col vertice politico), e cioè quella disciplinare (e il controllo gerarchico). Marx scriveva argutamente “La gerarchia punisce il funzionario in quanto esso pecca contro la gerarchia o commette un peccato veniale per essa, ma lo prende sotto la sua protezione non appena è la gerarchia  che pecca in lui, e per di più la gerarchia si persuade difficilmente dei peccati dei suoi membri” (28)  (quindi era poco efficace). Il tutto oltre allo sviluppo cennato delle institutionellen garantien nello Stato di diritto (e poi “sociale”).

Oltretutto nello Stato imprenditore e tuttofare del XX secolo la crescita dei compiti statali, oltre che influire sul piano quantitativo (con aumento dei prelievi, delle spese e degli impiegati) ha agito su quello qualitativo, facendo proliferare poteri, controlli e funzioni in ambiti prima non regolati (o poco regolati) della vita economica e della società.

5.0 L’attuale situazione italiana conferma quanto sostenuto da molti, tra cui – per la caduta dell’Impero romano d’occidente – gli storici (e non), prima citati. Ossia che la burocratizzazione fa decadere (prima) l’economia e (poi) lo Stato.

A tale proposito occorre ricordare che dal 2000 al 2013 mentre il PIL italiano è calato del 7%, la pressione fiscale è aumentata del 5% (con ovvio peggioramento per i governati, e  correlativo miglioramento, per l’aiutantato e i governanti, del relativo rapporto). Nello stesso periodo per la Germania il PIL aumentava del 15% e la pressione fiscale si riduceva del 6%; per la Svezia il PIL s’incrementava del 21% e la pressione fiscale calava del 14% (dati Confcommercio).

La spesa della P.P.A.A. in percentuale del PIL è aumentata di circa 3 punti tra il 2001 e il 2012: non si ha sentore di miglioramento nei servizi.

Si legge poi nei dati della ragioneria generale dello Stato che la spesa per retribuzioni pubbliche è aumentata tra il 2003 e il 2011 di quasi 30 miliardi di euro (v. www.rgs.mef.gov.it), ancorchè il personale risulti diminuito di circa 180.000 unità nello stesso periodo.

Anche se tali cifre andrebbero ragionate sotto diversi profili, in primo luogo che la grande maggioranza dei pubblici impiegati non è adibita a posizioni di “sottocomando” e pertanto in senso stretto, è l’aiutantato dell’aiutantato, (anche se fruisce di “rendita politica”), e che sono state prese misure di (qualche) contenimento della spesa per il personale, resta il fatto che, in presenza di un PIL stazionario o decrescente, l’esborso relativo (per il personale) è aumentata di circa il 15% nel periodo considerato.

Continuando in tale elencazione – minima – di dati, quando l’IVA fu istituita in Italia (1972) l’aliquota era il 12%; ora è il 22% (e pare destinata ad aumentare ancora; forse nel 2018 arriveremo al raddoppio).

Nello stesso periodo l’incremento del PIL che agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso era intorno al 4-5% annuo è diventato, da alcuni anni - di segno negativo: l’Italia da circa 7 anni fa soltanto passi indietro.

Ancor peggio va se si confrontassero gli (assai più fumosi) dati sui servizi resi dall’apparato pubblico. Il giudizio popolare diffuso è che questo funzioni assai male e lentamente, al punto di rendere solo una parte (modesta) di quanto consuma (la “macchina” di Giustino Fortunato); il che giustifica ancor meno il crescente prelievo di risorse.

Invero le classifiche internazionali non danno risultati lusinghieri. Secondo il World Economic Forum, come esposto nella relazione 2015, l’Italia, dopo il Venezuela, ha il governo meno efficiente del mondo. Anche per l’innovazione tecnologica l’Italia non ha una posizione confortante: sta tra il 40° e il 55° posto a seconda delle annate. Si noti che gli Stati presi in esame in dette relazioni sono 139 e non tutti quelli esistenti. L’efficienza della giustizia civile, come disse qualche anno fa il Presidente della Cassazione, è al 156° posto di un’altra classifica internazionale. Il tutto stride in modo evidente con le graduatorie sui dati economici generali, per cui l’Italia, nel pianeta, è all’8° posto per il PNL (10° per il PNL a parità di potere d’acquisto), secondo dati del 2012; al 32° posto per il PIL individuale (dati 2014). Per questo ultimo occorre tener conto che, in detta classifica, vi sono Stati caratterizzati da situazioni del tutto particolari come quelli produttori di petrolio (rendite petrolifere elevate e popolazione scarsa); nonché piccoli Stati caratterizzati da estesa fornitura di servizi (come il Lussemburgo) e poca popolazione e così via. Basti dire che, in tale graduatoria, gli USA sono solo al 10° posto.

Altri studi – tra i tanti – vedono sempre l’Italia prossima al fanalino di coda e, nei casi migliori, a metà del gruppo. Uno studio della CGIA di Mestre la colloca, per efficienza della P.A. al 15° posto tra i paesi dell’area euro (su 17); un altro dell’Unioncamere del Veneto al 15° posto tra gli Stati aderenti all’Unione Europea. Copiosa è poi la dottrina sull’inefficienza (o comunque di critica) alla P.A. italiana (29).

Quel che parimenti colpisce è che sia a livello di messaggi mediatici (del governo) come (forse) nelle convinzioni di parte dell’opinione pubblica, ove si manifesti una necessità, un’urgenza che colpisce l’immaginazione collettiva si provvede procedendo subito a emanare leggi (e ove possibile atti amministrativi) che sanzionino più afflittivamente i comportamenti (quasi sempre dei governati) ritenuti illeciti: cioè intensificando la coazione annunciata: che sia poi esercitata è tutto da vedere (a parte casi – quasi sempre episodici – volti a dare un contentino all’opinione pubblica). Anzi dato il basso livello di efficienza dell’apparato di governo è probabile che sia più annunciata che esercitata. Quando si parla di rigore e lo si identifica tout court col senso dello Stato (o qualche quissimile) si fa una sineddoche. Il senso dello Stato, ossia dell’istituzione politica per eccellenza, richiede di tenere conto che questo si fonda sulle relazioni vertice/seguito: cioè di comando/obbedienza, pouvoir disciplinaire/pouvoir statutaire (Hauriou), diritti/doveri (di cittadinanza). E stante che il potere consiste nel fatto che il comando sia obbedito nella comunità (Weber), concorrono a ciò (e alla vitalità e durata dell’istituzione) tanto la possibilità concreta di eseguire i comandi quanto quella che siano (per lo più spontaneamente) obbediti. La disponibilità del paziente vi concorre quanto l’autorità dell’agente.

Scambiare l’aumento di potere di coercizione e della quantità e misure delle sanzioni per un (ristretto) senso dello Stato è non comprendere i termini essenziali del rapporto tra capo e seguito.

In tutto ciò è dimenticato, anche a detrimento dell’interesse dello Stato, quanto scriveva Luigi Einaudi in materia di riscossione delle imposte seguendo Adam Smith “Il pagamento dell’imposta è già abbastanza oneroso per il contribuente, senza che i danni suoi debbano ancora crescere a cagione della mala maniera tenuta nel riscuoterla. Se l’imposta non è definita in maniera sicura, il contribuente è incerto rispetto al suo onere, non sa se debba o no intraprendere un’industria o un commercio, si trova in balìa delle estorsioni degli esattori” (30).

Resta il fatto che il livello di coazione pare intensificarsi: e che l’annuncio del “maggior rigore” (pare) gradito – e creduto – da parte dell’opinione pubblica. Peraltro il tutto pone nuovamente la questione del rapporto - prima cennato ricordando Donoso Cortés - tra potere ed autorità. Al riguardo, in primo luogo, occorre distinguere i due termini e i relativi concetti.

Senza poterci addentrare in problemi di storia delle idee, la distinzione tra l’uno e l’altro concetto più rispondente all’uso l’ha data Kojève, per il quale l’autorità ha il proprio connotato distintivo nel fatto di essere obbedita non incontrare opposizione né reazioni da parte di coloro ai quali gli atti (e i comandi) dell’autorità sono rivolti (se questa trova opposizione non è autorità).

La definizione di Kojève porta a escludere che la burocrazia abbia in sé autorità, perché è per essenza un “potere” caratterizzato in misura più o meno intensa dalla relativa potestà di coazione organizzata secondo norme di legge e costituente la principale articolazione dell’apparato “servente” dello Stato (31).

Tenuto conto della necessità di un vertice che difetta d’autorità di ricorrere  più estesamente al potere di coercizione, questo allora diventa un altro sintomo, sia del calo dell’autorità, che del contributo dato a ciò dall’incremento del potere burocratico (a sua volta dovuto allo scemare dell’autorità) e quindi alla coazione.

Scriveva Pareto riguardo al rapporto governati-governanti e ai sentimenti che lo denotano, in particolare quello di gerarchia, che questo connota necessariamente ogni gruppo politico, anche la democrazia “La gerarchia si trasforma, ma sussiste pur sempre nelle società che in apparenza proclamano l’uguaglianza degli individui. Vi si costituisce una specie di feudalità temporanea, nella quale dagli alti politicanti si scende sino agli infimi” (32). I sentimenti dei superiori (delle élites) “sono sentimenti di protezione e di benevolenza, ai quali si aggiungono spesso sentimenti di dominazione e di orgoglio”; quelli dei governati “Sono sentimenti di soggezione, di affetto, di riverenza, di timore” (33).

Ovviamente è difficile che tali sentimenti si sviluppino e si mantengano laddove la situazione generale è in via di peggioramento (v. i dati sul PIL e la pressione fiscale) ed è accompagnata dalla diffusa convinzione dell’inidoneità, della grettezza e della modestia della classe dirigente (aiutantato meno esposto, ma compreso): i vari scandali, connotati (anche) dall’essere costituiti spesso da ruberie modeste quanto diffuse (le spese a carico dei contribuenti per pranzi, vacanze, lingerie) che aggiungono al danno il disprezzo per personaggi di così piccina levatura, contribuiscono a distruggere l’immagine della classe politica. Hegel, riguardo alla burocrazia, ma il giudizio vale parimenti per chiunque eserciti il potere (in specie ma non solo, quotidiano) sosteneva: “Nel comportamento e nella formazione dei funzionari ha luogo il punto in cui le leggi e le decisioni del governo toccano la singolarità e vengono fatte valere nella realtà. È questo quindi il luogo da cui dipendono tanto la soddisfazione e la fiducia dei cittadini verso il governo, quanto l’attuazione o l’indebolimento e vanificazione degli intenti del governo stesso” (34). Se l’amministrazione e la burocrazia sono poco efficaci, costose e spesso corrotte, e così il “potere quotidiano”, le ripercussioni sul sistema di governo sono assicurate.

5.0 Quanto alla decadenza economica dell’Italia si potrebbe replicare che non è provato che a determinarla sia la burocratizzazione crescente (e così l’ingessatura della società). Questo è sicuramente vero. Scelte avventate o intempestive (come l’adesione all’euro e le modalità di questa) o del tutto infelici, come quelle (ripetute) relative alla gestione del debito pubblico aumentato di circa 20 punti, mentre, negli ultimi anni, la politica economica restrittiva contribuiva a causare la recessione economica, hanno il ruolo di concause nel determinarlo. Ancor più lo ha la fase “discendente” del ciclo politico, ossia della senescenza della classe dirigente della Repubblica.

Miglio attribuiva un ruolo determinante sulla senescenza della classe politica a quella – corrispondente - dell’ideologia (della “tavola dei valori”) di cui è portatrice. Secondo lo studioso lariano l’ideologia è “quel complesso di dottrine (usando il termine in un significato ristretto e specifico) che servono ad aggregare il seguito. Quando abbiamo studiato la genesi del rapporto di autorità e di leadership politica, abbiamo detto che il leader è colui il quale propone una certa interpretazione del reale” (35)  e le ideologie invecchiano “un’ideologia invecchia perché entra in conflitto con il mutamento dei rapporti, cosa che non riguarda la struttura delle relazioni politiche … Quello che cambia sono le posizioni delle stratificazioni sociali, la tecnologia” (36). Le ideologie avvizziscono cioè per il mutamento dell’(insieme della) situazione reale. E “L’ideologia politica è così non solo il fattore con cui una classe politica combatte la sua battaglia per il potere, una bandiera di combattimento, ma è anche prima di tutto una bandiera di identificazione … L’ideologia è allora indissolubile dalla relativa classe politica, come aveva intuito Gaetano Mosca, per questa ragione profonda” (37).

Aggiunge Miglio che anche se l’elaborazione/gestione dell’ideologia è compito di una particolare categoria dell’aiutantato, quello degli intellettuali, la decisione nelle scelte ideologiche, appartiene al capo (38).

Nella realtà della concorrenza di più possibili concause, occorre considerare se una di queste possa identificarsi in un “corto circuito” tra legittimità/autorità e consenso da un lato e “scambio” vertice-aiutantato.

L’essenza dei due rapporti (e le “prestazioni corrispettive”) non coincide se non in parte: dipende da quello che da il vertice da un lato e restituisce la base (della comunità o degli aiutanti) dall’altro.

Come scritto sopra, nel primo caso (la prima fascia di Miglio) la prestazione reciproca è quella tra protezione ed obbedienza; per la seconda fascia la prestazione “corrispettiva” è tra protezione attiva da un lato e fedeltà attiva (con connesso, per lo più, esercizio di sottocomando) dall’altro.

Un carattere distintivo del primo rapporto è la legittimità, cioè la convinzione che l’autorità abbia il diritto di guidare (e comandare) la comunità. Miglio si attiene alla tripartizione dei tipi di legittimazione corrispondente alla classificazione weberiana del potere: carismatico, tradizionale e razionale-legale. Ma ne aggiunge una quarta “Quando Weber lavorava a migliorare questa classificazione, alla fine della sua vita… la sua attenzione era concentrata su quello che si stava rivelando il quarto tipo di legittimazione dell’autorità: il regime delle moderne burocrazie, il tipo burocratico di legittimazione” (39). In effetti, a prescindere dal fatto che la legittimità è un rapporto tra vertice e base della comunità politica e l’aiutantato (cui va ricondotta la burocrazia, o meglio, il di essa strato dirigente) non è comunque “vertice”, manca, in tale classificazione, un altro “tipo” di legittimità: quello hobbesiano del rapporto tra protezione ed obbedienza, onde il suddito deve e, quel che più conta, ha l’interesse ad obbedire a chi assicura una protezione efficace. Decisiva è quindi la capacità del sovrano e dell’organizzazione statale a mantenere la pace all’interno e difendere la comunità dai nemici esterni. L’autorità politica si legittima, nel pensiero di Hobbes, per la capacità di assolvere tale funzione. Il dovere di obbedienza dei sudditi viene meno quando l’autorità non è più in grado di offrire protezione. Il protego ergo obligo è così la sostanza del rapporto politico.

Se la protezione non è efficace non c’è, più che il dovere, l’interesse ad obbedire. Lo scambio tra protezione ed obbedienza cessa.

E così si depotenzia (o viene meno del tutto) il rapporto tra capo e seguito, e questo non può essere sostituito da quello tra vertice ed aiutantato. L’ordine è efficace quanto è obbedito (per lo più)  spontaneamente dalla comunità; se non lo è e si basa essenzialmente sulla coercizione, l’ordinamento non è vitale.

6.0 Il pensiero politico ha dedicato una grande attenzione al “ciclo politico”. Ossia alla nascita, vita (e morte) delle sintesi politiche. È  inutile ripetere quanto scrivevano – tra gli altri – Polibio, Vico e Machiavelli (40). Più interessante è quanto sosteneva Mosca, e soprattutto Pareto. Il quale vi ritorna più volte, enumerando (come fa anche Mosca) i sintomi della decadenza: attenuazione della mobilità sociale (“cristallizzazione”), soprattutto chiusura della classe dirigente; uso da parte di questa dell’astuzia più che della forza; la classe governante senescente tende poi a diventare “un ceto d’impiegati, colla ristrettezza di mente che è propria di tal gente” (e altro). Quando i barbari provocano la caduta dell’impero romano d’Occidente, invertono le tendenze ricordate.

Miglio scrive che, come tutte le relazioni sociali, l’autorità (e quindi la classe dirigente) segue il ciclo vitale (nascita, maturità, decadenza, morte) (41). Il carisma del fondatore/i dapprima si trasforma in invocazione alla legittimità (della successione al potere della leadership carismatica), poi, al tramonto, diviene (esclusivamente) un richiamo accigliato all’osservanza di regole preventivamente e legalmente statuite, cioè alla legalità. Il tutto si accompagna alla sclerosi del sistema, quando il vertice perde il contatto (l’adesione) delle masse (42). Allora avviene che una nuova leadership può avere successo, denunciando i capi in carica come non più capi degni di essere seguiti, ma solo dei burocrati sfruttatori” (43).

In Italia il ciclo politico della Repubblica si apriva nel 1945 dopo una guerra persa e l’occupazione militare con l’arrivo al governo, propiziato dai vincitori, di una nuova classe politica; la quale provvedeva, come da dichiarazione di Yalta, a dare all’Italia una nuova costituzione; per circa trent’anni durava la fase ascendente; seguita – dopo qualche anno – da quella discendente.

Questa – anche se non esclusivamente – è prevalentemente  decadimento di istituzioni e attività pubbliche (e del relativo personale dirigente).

Ciò che più interessa è che da quasi quarant’anni (prima, cioè, del crollo del comunismo e dell’ordine di Yalta) si nota il progressivo “scollamento” tra vertice e seguito, col calo del consenso di quest’ultimo. Ne ricordiamo alcuni aspetti, in primo luogo quelli “quantitativi”;

1) Il 18/04/1948 il complesso dei partiti che aveva votato la costituzione conseguì oltre l’80% dei suffragi del corpo elettorale italiano, consenso ampio, che legittimava il nuovo regime (e la costituzione repubblicana); alle ultime elezioni – dopo che gran parte di quei partiti erano scomparsi e spezzoni delle vecchie classi dirigenti di quelli sopravvivono in altre formazioni – i partiti che si dichiarano favorevoli al mantenimento della costituzione rappresentano (forse) il 20% del corpo elettorale;

2) i votanti alle elezioni politiche, che fino agli anni ’80 erano circa il 90% degli aventi diritto, sono poco più del 70%; ancor più significativo è il calo dei votanti alle elezioni amministrative;

3) mentre fino a metà degli anni ’80 nei referendum abrogativi il “SI” vinceva (cioè prevaleva l’assenso popolare al Parlamento che aveva elaborato o mantenuto le leggi sottoposte alla consultazione), dopo ha vinto quasi sempre il “NO” (il cui senso politico è l’inverso). In alcuni referendum (quelli sul finanziamento pubblico ai partiti) nei due periodi considerati il risultato si è invertito (dal SI al NO).

Cui si aggiungono quelli “qualitativi”:

4) L’ordine di Yalta è venuto meno col crollo del comunismo;

5) una campagna giudiziario-mediatica (“mani pulite”) è riuscita a demolire gran parte del sistema partitico della Repubblica “nata dalla Resistenza”.

6) lo spazio politico dei partiti variamente “antagonisti” è cresciuto dal 10-15% dei votanti fino agli anni ’80 al 35% delle ultime elezioni politiche.

7) altra circostanza significativa: è cresciuto il ruolo pubblico del personale non-politico (burocratico e tecnocratico). Nel 2000 il Presidente della Repubblica e il Presidente del Consiglio dei Ministri (cioè i vertici dell’ordinamento costituzionale) in carica, avevano fatto “carriera” prevalentemente od esclusivamente fuori dalle assemblee elettive. Nel 2011 era varato un governo composto tutto da personale non politico. Luttwak sosteneva all’inizio di quell’andazzo: “I governi tecnici a mio avviso sono un abuso, la negazione della democrazia. Rappresentano lo spirito autoritario ereditato in Italia dal fascismo, dalla forza del comunismo e dall’influenza della Chiesa” (44).

Il tutto non migliorava la situazione (anzi); lo scarso gradimento del corpo elettorale nei confronti del governo Monti (extra-parlamentare, essendo il Presidente del Consiglio e tutti i ministri “tecnici”, nel senso di non politici e non parlamentari) era espresso nelle successive, deludenti tornate elettorali dove si presentavano liste richiamatesi al senatore (a vita, di nomina presidenziale) Monti. Nella seconda delle quali i suffragi raccolti erano pari al 0,7% di quelli espressi. Di converso – e per reazione – otteneva un grande successo il Movimento 5 Stelle, salito in pochi anni al 25% dei voti scrutinati.

Quanto al governo tecnico (ma meglio sarebbe definirlo tecno-burocratico, data la provenienza di buona parte dei componenti dai ranghi della pubblica amministrazione, e più ancora, il carattere e l’ispirazione di molti dei provvedimenti adottati), resta il fatto che la tendenza di affidare ai “tecno-burocrati” posizioni e funzioni di governo è il contrario di quanto avviene negli ordinamenti statali moderni.

Max Weber notava che “Che i moderni «ministri» e «capi dello Stato» siano i soli funzionari ai quali non viene richiesta alcuna qualificazione specializzata, dimostra che essi sono funzionari solo in senso formale e non in senso materiale, proprio come il «direttore generale» di una grande impresa privata per azioni. L’imprenditore capitalistico è altrettanto appropriato quanto il «monarca». Il potere burocratico ha dunque inevitabilmente, alla sua testa, almeno un elemento non puramente burocratico” (45). E insiste sul concetto che (l’uomo) il politico è per natura e per funzione diverso dal burocrate (46), e questo dipende in larga parte, dalla specie di responsabilità dell’uno e dell’altro, derivante dal relativo potere, di prendere decisioni in un caso, di eseguirle nell’altro (47). Il carattere tecno-burocratico del vertice fa si che il “corpo burocratico” divenga sostanzialmente autoreferenziale.

D’altra parte se il governo è affidato a tecnici non politici e soprattutto non-eletti la responsabilità (e l’interesse) degli stessi non è verso il demos né a favore di questo, ma verso chi li ha nominati (o “cooptati”) all’incarico. A questi e non al demos va la lealtà, la fedeltà (e l’interesse) del tecnico di governo. Aspettarsi qualcosa di diverso denota una robusta dose d’ingenuità (anche se non è escluso che possa capitare).

Peraltro il potere della burocrazia non può, di per sé (solo) produrre legittimità contrariamente a (ma più che altro ridimensionando) quanto sostiene Miglio (48). Può bensì concorrere a produrla, ovvero ad aiutare il vertice politico, col realizzare una protezione efficacie o, riducendola, se consegue modesti risultati.

Se si prendono le mosse della concezione hobbesiana della legittimità la burocrazia quindi concorre (in misura non indifferente) a quella. Occorre tuttavia precisare alcune circostanze che concorrono a ridimensionare il ruolo legittimante della burocrazia.

In primo luogo che la legittimità è un rapporto tra vertice e base politica.

Nessuno, che ci risulti, ha mai associato direttamente la legittimità non alla testa, ma al corpo del potere politico: cioè alla struttura “servente” del potere, la catena di comando che dall’autorità porta alla base; perché il potere che – indubbiamente – gli aiutanti esercitano è subordinato all’ “apicale”; è questo che gode della legittimità e ha la responsabilità politica che deriva dall’esercizio del potere supremo. Il quale consiste nel dare direttive, emanare norme, prendere decisioni, riconducibili alle funzioni di guida politica.

Le disposizioni prese dalla burocrazia hanno carattere secondario, in quanto fondate, anche se mediatamente, su quelle, ovvero sulla volontà dell’autorità legittima. Una norma eseguita in modo formalmente corretto e con la procedura prescritta legalmente non rende legittima l’autorità che l’ha emanata, se quella (o anche questa) è rifiutata dalla comunità.

Se un potere legittimo rende tale anche l’apparato servente con una sorta di emanazione non è sostenibile il contrario. Un esercizio perfetto dei tratti ideali di una burocrazia professionalmente valida: correttezza, capacità di esecuzione, razionalità formale e materiale (v. Weber) non legittima il potere apicale (che può essere quello dell’usurpatore, del nemico occupatore o del tiranno) né gli atti da questi compiuti, ove odiosi al sentire comune dei componenti la comunità.

Se comunque è possibile individuare come componenti della legittimità sia la concezione hobbesiana col sinallagma protezione-obbedienza, sia il consenso non solo verso il potere ma, più genericamente, verso l’istituzione e l’ordine che questa garantisce, non pare possibile isolare quale destinatario esclusivo la burocrazia o, in senso lato, il potere amministrativo.

Quindi, da un canto la burocrazia può contribuire solo limitatamente alla legittimazione (rapporto in cui si colloca a latere); dall’altro sussiste sempre l’opposizione tra percettori e pagatori della rendita politica.

7.0 Circuito maggiore e circuito minore sono ambedue necessari ed ineludibili, come cennato. Anzi l’amministrazione burocratica moderna che è, fatte le debite differenze, comune tanto allo Stato quanto ad altre istituzioni pubbliche e private, non è “sostituibile” come scriveva Max Weber. Pertanto il potere burocratico non “appare destinato a sparire con la forma politica-Stato: anzi “oltre lo Stato” c’è la burocrazia. Perché, costituendo questa aiutantato, lo stesso superamento della forma-Stato e il passaggio a una diversa istituzione e classe dirigente non renderà superfluo l’aiutantato del potere, il “seguito attivo” di chi lo esercita. E da cui, ovviamente, è condizionato. Anche in un altro tipo di sintesi politica, non è verosimile che sarà smentita la profezia di Max Weber” (49). Ma reciprocamente non è possibile che un’amministrazione anche burocratica – per quanto efficiente possa essere sia in grado di sostituire la politica, la classe politica e il politico con se stessa, come se una comunità umana potesse essere guidata da un potere di per se “intermedio” (tra vertice e base), da un aiutantato di servizio alla direzione politica (e all’istituzione).

Scrive Miglio che c’è “un nesso tra efficacia dell’obbligazione e del rapporto politico e grado di utopia”, utopia che ha il pregio di essere mobilitante di costituire, mantenere, rinsaldare il rapporto tra capo e seguito, e così la vitalità e la durata dell’istituzione politica (50). Conseguenza è che se in una sintesi politica si conta soprattutto sull’aiutantato che è un ceto percettore di rendita e motivato più sul vivere di politica (o meglio di Stato) che per la politica (per lo Stato), si perde il sostegno decisivo.

C’è un momento in cui il prelievo della rendita politica, oltre a trovare poco o punto legittimazione dai successi della classe dirigente, diventa comunque insopportabile, onde l’equilibrio si rompe: Miglio scrive di momento X “in cui, rotto l’equilibrio, il sistema si autodistrugge” (51). In effetti quel momento appare assai vicino nel caso in cui – come l’Italia di oggi – la rendita politica, alimentata soprattutto con la pressione fiscale, continua ad aumentare, mentre il PNL e il PIL individuale decrescono per parecchi anni consecutivi. I sintomi – la perdita di consenso della classe politica “vecchia” nelle competizioni elettorali, la crescita dei partiti “contestati”, il decrescere dei votanti, ci sono tutti e prima sono stati diffusamente ricordati.

Ogni comunità umana si regge su un “tasso” di partecipazione emotiva ed istituzionale, di consenso, d’integrazione, che non può confondersi con un impiego, con un lavoro stipendiato in un ufficio. Max Weber chiamava di converso l’amministrazione burocratica “spirito rappreso” e “macchina inanimata”. Ma quanto può durare una comunità politica in cui “lo spirito rappreso” ha preso il posto dell’ “anima”, il timbro del sentimento, la coazione quello dell’adesione, il potere “d’ufficio” quello dell’autorità? Ovvero sia soltanto una «organizzazione burocratica, con la sua specializzazione del lavoro tecnico, la sua delimitazione delle competenze, i suoi regolamenti e i suoi rapporti di obbedienza ordinati gerarchicamente» (52)? Ove la burocrazia non sia più la componente servente di un organismo con un vertice politico e una rappresentazione ideale –condivisa - della società, ma sia essa stessa l’ordinamento comunitario senza vertice e, (di conseguenza, senza consenso di base) (53)  viene a mancare la vitalità all’istituzione. Quello che secondo Santi Romano, rende durevoli gli ordinamenti. Nel lungo periodo la burocratizzazione fa decadere la comunità che ne è affetta. E il ciclo, come scriveva, tra gli altri, Hauriou, si rinnova. 
Teodoro Klitsche de la Grange
NOTE

(*) Questo scritto è la rielaborazione, con ampliamenti di un capitolo del saggio “Funzionarismo” (Liberilibri, Macerata 2013). Mi scuso con i lettori di quel saggio che troveranno, in questo, delle ripetizioni.

(1) “Il sistema d’amministrazione tenuto dalla burocrazia militarizzata era essenzialmente dettato dall’alto; e il carattere di esso era conseguenza naturale dell’assoluta instabilità del potere imperiale. Esso può definirsi quale sistema di permanente terrorismo, che di tratto in tratto assumeva forme acute” v. Storia economica e sociale dell’impero romano, Firenze 1953, p. 521 (i corsivi sono nostri).

(2)  V. Rostovzev, op. cit., p. 609

(3) V. Rostovzev op. cit., p. 588. Scriveva Mazzarino ne La fine del mondo antico Milano 1982 citando Zosimo “Teodosio mandò gli esattori delle pubbliche imposte a riscuotere il tributo con la massima diligenza … E così si potè vedere che, se l’umanità dei barbari aveva lasciato qualche cosa, gli esattori delle imposte portavano via anche quella; infatti, per le tasse dovute i contribuenti davano non solo denaro, ma anche l’ornamento femminile ed ogni genere di vesti, sino agli indumenti intimi; ed in seguito a questa esazione di imposte città e campagna erano piene di lamenti e di pianto, e tutti invocavano i barbari e cercavano l’aiuto dei barbari” (v. op. cit. p. 66). E ricordando le pagine di Saviano “le rapine dei barbari non sono intollerabili come le esazioni tributarie dei Romani” (op. cit. p. 69). Riporta poi un passo di Löwenklav su Costantino “Dice Zosimo che Costantino fu prodigo, una volta arrivato al trono, perché esaurì le finanze dello stato con immense largizioni, fece grandissime spese superflue, impiegò denaro in moltissime costruzioni inutili … l’essenziale era, per lui, non rinunciare alla politica di un’abbondante emissione e largizione di moneta. All’istesso modo, ci si dice che fu liberale coi soldati, e che pure Zosimo lo attesta: né poteva essere altrimenti, avendo egli ottenuto il potere per mezzo dell’esercito e dovendo dunque perseverare per quella via” (op. cit. p. 97). E Mazzarino cita un anonimo che scriveva “Cominciò sotto Costantino l’emissione abbondante di oro; ne seguì che, anche per acquisti di poca importanza, base della transizione fosse la moneta d’oro anziché quella di bronzo … Fra i mali intollerabili che colpiscono lo Stato c’è la frode nell’emissione e circolazione della moneta d’oro, essa sollecita, negli acquisti, l’astuzia fraudolenta del compratore, profitta della dura necessità in cui il venditore si trova; e questi inconvenienti impediscono un normale svolgimento degli affari … A questi mali che colpiscono le provincie per l’avidità di ricchezze, si aggiunge la cupidigia esecranda dei governatori, rovina del contribuente. Essi, senza rispetto alcuno per la magistratura che ricoprono, si credono mandati in provincia per spremere i contribuenti” (Op. cit. p. 50-51).

(4)  V. Rostovzev op. cit., p. 574.

(5)  Negli Elementi di scienza politica Mosca scrive: “Può accadere che la quantità di ricchezza, che la classe che adempie alle altre funzioni che non siano le economiche assorbisce e consuma, diventa troppo esagerata…in questo caso viene a scemare immancabilmente la produzione stessa. Colla diminuzione della ricchezza vanno di pari passo l’emigrazione od una maggiore mortalità nelle classi povere ed infine l’esaurimento dell’intero corpo sociale. Sono questi appunto i fenomeni che scorgiamo al declinare degli Stati burocratici, li vediamo infatti nell’epoca che seguì il massimo svolgimento burocratico dell’Egitto antico e più visibilmente ancora durante la decadenza dell’impero romano” op. cit., p. 90.

(6) Sostiene Rostovzev che “I membri del Senato erano ormai per lo più antichi generali dell’esercito, ch’erano saliti dai gradi più bassi del servizio militare … a un tempo, essa era un’aristocrazia di grandi proprietari terrieri: Vedremo sul capitolo seguente come sulle rovine dell’antica aristocrazia terriera, imperiale e municipale, era venuta su una nuova classe di proprietari, per lo più antichi soldati e ufficiali. Accanto ad essi si trovavano ancora alcuni degli antichi grandi proprietari di terre … Ecco dunque la gente che ormai era rappresentata dal Senato; non più la borghesia cittadina asservita e mezzo rovinata” op. cit. p. 537. Quindi indipendentemente dal quantum di potere esercitato, il Senato del periodo tardo antico era ancora rappresentativo dello strato dirigente della società imperiale. Anche S. Mazzarino ritiene che “Gli uomini si sentivano oppressi dalla burocrazia. I contadini non amavano il loro stato. Per sfuggire ai tributi, si rifugiavano sotto il patrocinio dei potenti. L’invasione dei barbari è dunque inseparabile dalle difficoltà all’interno” La fine del mondo antico Milano 1988, p. 193. (il corsivo è mio).

(7)  V. G. Mosca, op. cit., p. 375, e prosegue: “per assicurare la continuità di ciò che ora sarebbero i servizi pubblici, ne proibì l’abbandono a coloro che vi erano addetti e costrinse i loro figli a seguire il mestiere di padre. Infine l’amministrazione era fortemente inquinata dal vizio, che è la maledizione e la fonte di ogni debolezza dei regimi burocratici, cioè dalla venalità. Il funzionario romano del basso impero generalmente badava più al suo interesse privato che all’interesse pubblico che era incaricato di tutelare, e per molte notizie è noto che talora, anche nei gradini più elevati della scala burocratica, nulla era possibile di ottenere senza ricchi presenti”.

(8)  G. Miglio, Lezioni di politica a cura di A. Vitale, vol. II, Mulino, Bologna 2011 e prosegue “Quando un’agricoltura impoverita, per tutta una serie di ragioni, non fu più in grado di alimentare con il suoi tributi il coacervo delle risorse da cui si traevano le rendite politiche, il sistema si afflosciò e si inabissò”, p. 358.

(9)  V. G. Miglio, Lezioni di politica a cura di A. Vitale, vol. II, Mulino, Bologna 2011, pp. 330ss. A questi la classe politica fornisce “prima di tutto protezione: tutelano l’esistenza, cioè garantiscono con law and order che le persone e i loro beni non siano in pericolo. Protezione, dunque, significa che la classe politica al potere deve essere in grado di tutelare la sintesi politica, i cittadini, da eventuali aggressioni dall’esterno” a cui si aggiunge “un’altra prestazione fondamentale: la tutela (che si riferisce alla protezione dei beni) del principio pacta sunt servanda. Ossia viene garantita l’efficacia del contratto, che consente ai cittadini che non aspirano a rendite politiche, di scambiare beni e prestazioni e quindi di sopravvivere”, op. loc. cit.

(10)  Miglio, op. cit., p. 332; e prosegue “Tutti i capi politici nel processo storico, i veri capi politici, hanno sempre protetto in modo particolare i loro aiutanti, i loro collaboratori più fedeli. Anzi, i politologhi indicano che la vera capacità del capo politico è la protezione diretta, attiva dei loro seguaci. Quante volte nel processo storico un principe ha personalmente mandato a morte coloro che avevano offeso o ucciso un loro aiutante! Cioè hanno esercitato una giustizia diretta, manifestando così la protezione”.

(11)  Op. cit p. 362.

(12)  La domanda che ci si pone è: «Come ci si presenta scientificamente il problema della quantificazione del comando?» Posto che in ciascun sistema politico c’è chi comanda di più e chi comanda di meno, si possono fare rilevazioni scientifiche, scoprire le regolarità di questa quantificazione del comando? Op. cit. p. 364 e aggiunge “Colui che comanda di meno fa questo perché la sua discrezionalità nel prendere decisioni (abbiamo visto che esercitare l’autorità è decidere, prendere una decisione e il comando è ‘possibilità di decidere’ e di fare accettare queste decisioni), la sua possibilità di decidere, è limitata” (p. 365).

(13)  Op. cit p. 368

(14)  Op. cit., p. 334.

(15)  Op. cit., p. 335.

(16) Scrive Miglio “Quella che era una mera convivenza di individui con rapporti che si andavano ispessendo diventando continuativi, regolari, dal momento in cui si accetta di compiere un’azione, si accetta anche una divisione di ruoli, di funzioni … L’azione presuppone però anche il raggiungimento di un certo scopo … Ne consegue il fattore determinante dell’aggregazione politica, che è, dopo l’azione, il risultato dell’azione, che diventa poi determinante anche per la nascita del leader … Quindi: successo o fallimento dell’azione. Questo ha un effetto, com’è intuitivo, di grandissima importanza sui rapporti tra i potenziali seguaci e il potenziale leader … E’ ovvio che l’insuccesso toglie valore alla capacità persuasiva del leader”. (Op. cit. p. 199).

(17)  “L’aver sott’occhio la realtà di un insuccesso fa si che a un certo punto soltanto il successo riesca a radicare il potere” (Miglio op. cit. p. 200).

(18)  V. Donoso Cortes, Discurso sobre la dictadura.

(19)  V. “ Nei tempi del feudalesimo la religione si trovava nel suo apogeo  …Cosa succede ,signori, a quell’epoca nel mondo politico…basta (il governo)   il più debole di tutti, e così si stabilisce la monarchia feudale,… la più debole di tutte le  monarchie;  con lo scemare del “termometro” religioso, saliva quello politico, dice Donoso.  La riforma  Luterana    ha come conseguenza gli eserciti permanenti (un soldato è uno  schiavo   in uniforme, afferma Donoso); a questo seguirono la polizia, il centralismo amministrativo. Per questo lo spagnolo vede, in assenza di una  reaccion religiosa….no se adonde hemos de parar. E prevede una  tirannia di tipo nuovo “ un tirano general, colosal, universal  immenso” senza le limitazioni fisiche  che divennero le tirannie “classiche” prive dei  mezzi  moderni.

(20) Scrive Miglio “Quando abbiamo identificato l’oggetto dell’0bbligazione politica, abbiamo visto che esso si sostanzia in un’attesa di  sicurezza in merito ai bisogni che ci si aspetta di dover fronteggiare nel futuro: Questo spiega perché ogni ideologia politica contenga –poco o tanto- un’utopia nel senso di qualcosa che ancora non c’è, che riguarda il futuro” op. cit. p. 337.

(21)  Ciò è vero, ma fino a un certo punto. Lo prova il crollo del comunismo, per il quale il “tornaconto differito” è durato qualche decennio. Ma indubbiamente il comunismo ha sempre avuto  la potente  stampella  della “tirannia burocratica”. La quale pur con i mezzi moderni, è durata assai meno del dominato romano.

(22) Il concetto dell’illusione finanziaria nelle due forme distinte da Puviani dell’evocazione e dell’occultamento è ripetutamente illustrata nell’opera di Puviani. Per riassumerlo riportiamo questi due brevi brani tratti nelle prime pagine “Per illusione finanziaria s’intende una rappresentazione erronea delle ricchezze pagate o da pagarsi a titolo d’imposta o di certe modalità del loro impiego … I giudizi nelle spese pubbliche, coll’occultare certi impieghi di danaro, col metterne in evidenza altri, riescono ordinariamente ad esagerare il valore dello stato, ma talvolta anche a scemarlo oltre i giusti limiti. Anche i giudizi erronei sulla imposizione possono accrescere eccessivamente l’entità di questa o attenuarla, il quale ultimo caso avviene assai più di frequente” v. Teoria dell’illusione finanziaria rist. Milano 1973 p. 6.

(23)  Op. cit. p. 341 (il corsivo è mio).

(24) Nel diritto amministrativo è normale distinguere già nella posizione del funzionario nell’Ente e verso l’Ente due tipi di rapporti: quello di servizio e quello d’ufficio. Tra i molti ricordiamo quanto scriveva M.S. Giannini “In ogni caso, tra l’ente e il titolare d’ufficio corrono due rapporti distinti. Vi è un rapporto di servizio, che è un rapporto di carattere patrimoniale, attinente alla remunerazione delle prestazioni del titolare dell’ufficio…l’altro è il rapporto d’ufficio, che è un rapporto di carattere organizzatorio…Il rapporto d’ufficio non attiene al titolare dell’ufficio nella sua meterialità di soggetto (persona, gruppo di persone, ecc.), ma attiene ad una qualità giuridica che la norma attribuisce al titolare dell’ufficio, di agire producendo effetti giuridici che non gli si imputano, esercitando potestà che come soggetto materiale non avrebbe: il prefetto, come persona fisica, non potrebbe ordinare alla forza pubblica di accedere coattivamente in una proprietà privata, anzi nessun soggetto ha tale potere: lo ha lo Stato, che lo attribuisce all’organo prefetto (e ad altri); chi lo esercita è il titolare dell’organo” (v. Diritto Amministrativo, Milano 1970 p. 248 ss.) e ricorda che “Nello scorso secolo la dottrina enucleò la nozione di «rapporto d’immedesimazione organica» per determinare la posizione del titolare dell’organo”. La distinzione giuriodica tra detti due rapporti di Weber avvalora la distinzione tra aiutantato e governati. Mentre quest’ultimi – in democrazia – hanno il diritto d’esercitare funzioni pubbliche ma non hanno né quello d’esser retribuiti, né l’inserimento (stabile e duraturo) nell’organizzazione dell’Ente (nella specie, quello politico per eccellenza, cioè lo Stato), gli aiutanti sono retribuiti e inseriti nell’organizzazione.

(25) Op. cit. p. 343.

(26) V. Miglio, op. cit. 343 ss.

(27)  V. Miglio, op. cit.  p. 346 ss.

(28)  K. Marx, La critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico p. 74.

(29) Senza voler citare i “classici” (da Fortunato a Sturzo a Puviani), tra i contributi comparsi negli ultimi anni si ricordano: A. Giangrande Italia degli sprechi, B. Carotti – E. Cavalieri, La nuova semplificazione in Giornale di Diritto Amministrativo n. 20, F. Tartaglia Estetica della pubblica amministrazione Padova 2011 (v. in particolare pp. 85 ss.)

(30)  In Principi di scienza della finanza 4ª Ed. Torino 1948 p. 132 (il corsivo è mio). E faceva notare come imposte, tariffe e tasse dovessero essere modulate con aliquote tali da non rendere appetibile l’evaderle (cioè moderate) . Se a queste considerazioni di buon senso, si sostituisce, fra i tanti e tanto sovente ripetuti, l’enunciato perentorio di un Ministro (dell’economia e finanza) secondo il quale “pagare le imposte è bellissimo”, il risultato è (probabilmente) di non ottenere un euro di più e (sicuramente) di irritare i contribuenti i quali, nella stragrande maggioranza, pagano le imposte senza l’entusiasmo del Ministro, che le preleva. Anche Francesco Saverio Nitti criticava la tesi secondo cui l’ordinamento finanziario era “uno scambio”: questo perché comunque v’è coazione: “Lo Stato, secondo alcuni teorici, è dunque un produttore di servizii pubblici: questi servigi vengono scambiati con i cittadini, che ne hanno bisogno. Vi sarebbe niente altro che una permuta. Questa dottrina non è meno antiscientifica della precedente. Come può esservi scambio quando vi è coazione? Non vi è scambio senza un rapporto di equivalenza; non vi è permuta che non sia consensuale. E d’altra parte si può considerare tutta l’opera dello Stato come un insieme di servizi pubblici permutabili? Credere che i funzionari pubblici si adoperino per soddisfare i bisogni collettivi dei contribuenti e che questi a loro volta lavorino per provvedere al mantenimento de’ funzionari pubblici, e che secondo il Bastiat, rimangano immutati da ambo le parti in tutti i casi i principii dello scambio, è concezione quasi puerile” (v. Principi di scienza delle finanze, Napoli 1903, p. 55).

(31)  Kojève distingue quattro tipi di autorità: del Padre, del Signore, del Capo, del Giudice, a sua volta suddivisibili in sottospecie, A. Kojève, La nozione di Autorità, Milano 2011, p. 27 ss., v. anche sulla nozione d’autorità l’interessante studio di J. Fueyo, L’idea di “auctoritas”: genesi e sviluppo, trad. it. in «Behemoth» n. 47, 2010; è poi interessante quanto scriveva Pareto nel Trattato di Sociologia generale par. 583 ss. (rist. Milano 1981) che dato che l’autorità non poggia su dimostrazioni razionali, ma su credenze “in molti casi rimane il dubbio se l’autorità è fonte della credenza, o invece la credenza – o meglio i sentimenti che ad essa corrispondono – è fonte dell’autorità. In altri moltissimi pare che si sia un seguito di azioni e di reazioni” v. par. 588; e l’avvertenza che il consenso all’autorità (di più uomini) va valutato cum grano salis “Accade ciò, ad esempio, quando si discorre dell’ «universal consenso» poiché è certo che nessuno ha mai potuto assicurarsene presso tutti gli uomini che hanno vissuto, o che vivono sul globo terrestre; ed è pure certo che la maggior parte di essi, il più delle volte, non intenderebbe minimamente le domande alle quali si pretende che diano tutti la stessa risposta” op. cit. par. 589.
Anche Michels ha trattato del concetto d’autorità e del tipo d’atteggiamento che genera nei governati che è d’uopo ricordare almeno per quelli propensi all’obbedienza, tenendo conto che “E’ quindi necessario che il regime di disciplina politica che fatalmente deriva dal governo di una élite sia ispirato da parte della masse non da venerazione nel senso di prostrazione  cadaverica … ma invece da masse ispirate da una adesione cosciente, consapevole (perché la consapevolezza non esclude l’entusiasmo né questo quella) all’operato dei capi carismatici, per essere con esse lavoranti e, ove occorra, doloranti”; onde “Ne scaturiscono quattro atteggiamenti principali: 1) la pieghevolezza naturale dell’uomo debole, o tradizionalista ….4) viceversa l’accettazione dell’autorità o in linea di principio o per necesità tecnica o strutturale della società”; e aggiunge che “L’autorità presuppone  dunque sempre una credenza, o in un potere in sé, o in chi è al potere, od è supposto di esservi e di parteciparvi, o in una persona provvista, o creduta tale, di doti speciali” (v. Studi sulla democrazia e l’autorità a cura di C. Gambescia e Jeronimo Molina, Ed. Il Foglio, Piombino 2015, p. 60

(32)  Trattato di sociologia generale, § 1153 e prosegue “È cosa assurda il figurarsi che l’antica feudalità in Europa fosse imposta esclusivamente dalla forza; si manteneva in parte per sentimenti di vicendevole affetto… Si può ritenere la stessa cosa per la clientela romana, per le maestranze del medio-evo, per le monarchie, ed, in generale, per tutti gli ordinamenti sociali ove esiste una gerarchia”.

(33)  Op. cit., § 1156. E continua: “Il provare questi sentimenti è condizione indispensabile per la costituzione delle società animali, l’addomesticamento degli animali, la costituzione delle società umane” e descrive il sentimento di autorità in termini non lontani da quello di Kojéve.

(34)  Op. cit., § 295.

(35)  Op. cit. p. 303.

(36)  Op. cit, p. 309.

(37)  Op. cit. p. 313.

(38)  “Questo dipende dall’analisi, che abbiamo condotto, delle funzioni del capo politico. Infatti, una di queste era proprio la decisione in ordine all’ideologia. Nelle società antiche prende l’aspetto di decisione sul terreno religioso, sul culto, mentre in quelle più avanzate, più tarde, come le nostre, la decisione e la gestione dell’ideologia è in ordine a determinate tavole di valori, a determinati punti di valore scelti dal capo politico”. Op. cit. p. 314. Sul rapporto tra aiutantato e proletariato intellettuale v. R. Michels, op. cit., pp. 75 ss.

(39)  Op. cit., p. 63.

(40)  Sul punto sia consentito rinviare al mio scritto La decadenza italiana, in Civium Libertas 2014.

(41)  Scrive Miglio che “nel momento in ci si fonda l’autorità, quest’ultima incomincia a scaricarsi … l’aggregazione politica nel momento in cui si forma, per la natura e struttura di questo stesso processo, comincia a invecchiare (op. cit. p. 202).

(42)  Op. cit. p. 207.

(43)  Miglio Op. cit. p. 209.

(44)  V. Dove va l’Italia?, Roma 1997 p. 76.

(45)  Wirtschaft und gesellschaft trad. it.  a cura di P. Rossi, Vol. I°, Milano 1980 p. 216 (il corsivo è mio).

(46) “Per il senso della sua posizione, egli è qualcosa di diverso dagli altri funzionari, come l’imprenditore e il direttore generale nell’economia privata; o, più esattamente, che egli deve essere qualcosa di diverso. E così è di fatto. Quando un dirigente è, nello spirito della sua prestazione, un «funzionario», sia pure capacissimo – ossia un uomo abituato a compiere diligentemente e onorevolmente il proprio lavoro secondo il regolamento e gli ordini ricevuti – quest’uomo non è da impiegare né a capo di un’impresa economica privata né a capo di uno stato”. Op. cit. nel vol. IV, Milano p. 503.

(47) “La differenza consiste nella specie di responsabilità dell’uno e dell’altro; partendo da questo criterio si può determinare, certo in larga misura, anche la natura delle pretese che si connettono al carattere specifico del dell’uno e dell’altro. Un funzionario il quale – torniamo a ripetere – riceve un ordine a suo giudizio sbagliato può – e deve – fare osservazioni. Se il superiore insiste nell’ordine, non è soltanto dovere del funzionario, ma suo onore eseguirlo come se esso corrispondesse alla sua convinzione, mostrando con ciò che il suo sentimento del dovere di ufficio è superiore alla sua volontà personale. E’ indifferente che il superiore sia un «organo di autorità» o una «corporazione» o un’ «assemblea»: così richiede lo spirito dell’ufficio. Un capo politico che agisse in questo modo meriterebbe disprezzo”. Il concetto di esecuzione va preso nel senso di Weber v. Op. cit. p. 503 ss.

(48) Op. cit. p.63

(49) V. (e pluribus) Wirtschaft und gesellschaft trad. it. cit. vol. V, Milano 1980, p. 502.

(50)  “Per generazioni le classi politiche riescono a ottenere il sacrificio di ogni vantaggio immediato, di ogni materiale e preciso vantaggio, dai propri seguaci, in attesa di una realtà protesa nel futuro” mentre il “differimento dello scopo è essenziale per capire anche la dinamica della rendita politica, che è un’immediata monetizzazione” Lezioni di scienza della politica, vol. II, Bologna 2011, p. 339.

 (51) Op. cit. p. 210

 (52) V. Weber, op. ult. cit., p. 501.

(53)  V. «In unione con la macchina inanimata, essa è all’opera per preparare la struttura di quella servitù futura alla quale un giorno forse gli uomini saranno costretti ad adattarsi impotenti, come i fellah dell’antico Egitto, qualora un’amministrazione e un approvvigionamento razionale mediante funzionari – pur ottimi dal punto di vista puramente tecnico – costituiscano per essi il valore ultimo ed esclusivo che deve decidere sul modo di dirigere i loro affari» (già citato nell’introduzione) M. Weber, op. loc. cit.