martedì 21 settembre 2021
Il vaccino fa male: risposta alla campagna vaccinale.
lunedì 13 settembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: Edoardo Dallari, "Il conflitto costituente. Da Platone a Machiavelli". Mimesis Edizioni, Milano 2021, pp. 122, € 9,00
Questo saggio
prende le mosse dal carattere peculiare della filosofia italiana, d’essere “una
filosofia della ragione impura rivolta… a un’esperienza della negazione, della
fallibilità… dell’impotenza della ragione”, e così filosofia della prassi. Ma “Il
timbro prassistico della filosofia italiana è già tutto latino, ed è
esattamente questo carattere che Machiavelli farà suo e rielaborerà”. In Machiavelli,
scrive l’autore “convivono dunque tre prospettive che consentono, almeno è la
credenza che regge questo saggio, di eleggere Machiavelli a figura del destino
europeo e occidentale: anamnesi dell’antico, immanentizzazione del reale e
possibilità astratta del nichilismo”.
Il confronto con
Platone è indotto dal fatto che il pensiero del filosofo greco è volto alla
ricerca e fondazione della città ideale,
conforme agli ideali di giustizia e virtù; quello del segretario fiorentino all’esigenza
di uno Stato solido perché indipendente e durevole. In questo senso è chiaro
che Machiavelli pensava a Roma: una città che ha creato un impero, e di durata
pluricentenaria: cinque secoli in occidente e quasi quindici in oriente, a
considerare la datazione “ufficiale”.
Che poi, la
caratteristica realista dipendesse
anche dal pensiero latino lo dimostra anche il Somnium scipionis nel De
republica, di Cicerone dove il grande oratore scrive che la costituzione
romana è frutto dell’esperienza e della pratica di governo di molte generazioni:
non di un legislatore o un progetto (come Licurgo, Solone) ma di un lavoro
corale di tanti, raffinato dall’insegnamento delle crisi e delle vicende
storiche.
In questa
visione una particolare attenzione è dedicata al rapporto conflitto/ordine. Mentre
nelle concezioni “ideali” il conflitto è considerato ciò che deve evitarsi nella
polis ordinata, in Machiavelli è il
conflitto interno che ha costituito la ragione dello straordinario successo
della civitas.
Perché, data l’ineliminabilità
del conflitto, interno come esterno, l’ordine idoneo è quello che si serve del conflitto per garantire l’ordine e
accrescere la potenza dell’insieme.
Anche perché le
crisi – ineliminabili come il conflitto – pongono la necessità di novità e
cambiamento. Scrive Dallari “La storia di Roma è archetipo simbolico proprio
perché testimonia che il conflitto è costituente, funzionale alla
strutturazione della forma, che la scissione, la contraddizione è costante “essenziale”
dell’ordine, che i tumulti sono il limite trascendentale dell’atto ordinante,
che la storia è ricerca di equilibrio tra le forze nel co-implicarsi di ordine
e conflitto”.
Una considerazione
in margine a questo interessante saggio. La teoria del segretario fiorentino è
assai simile, tra le altre, a quelle realistiche dei giuristi (non positivisti)
del XX secolo: dalla considerazione di Carnelutti che il diritto nasce dal
conflitto per l’appropriazione (senza conflitto non c’è diritto); che l’ordine
giuridico è sempre in movimento (Hauriou, Smend); che la crisi (l’eccezione) ne
fa parte come la normalità (Schmitt); che è la vitalità a costituire un
ordinamento legittimo (Santi Romano).
Tutte concezioni
ben corroborate dall’esperienza storica: ma finché si ritiene che una buona
costituzione sia quella conforme ai principi, e alle “tavole di valori”, a
diritti umani presenti in dichiarazioni solenni (e non nel cuore dei cittadini),
e non nella capacità di assicurare l’esistenza politica di una comunità, la
pace tra i cittadini e l’indipendenza dello straniero (“a ognuno puzza questo
barbaro dominio”) il pensiero di Machiavelli sarà sempre attuale.
lunedì 6 settembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: Gianluca Magi Goebbels, 11 tattiche di manipolazione oscura, Piano B Edizioni, 2021, pp. 193, € 15,00
A considerare
quanto affermato (da quasi tutti) i mass-media, il nazismo sarebbe morto e
sepolto, come tutti i suoi capi – tra cui Goebbels – nel 1945. Probabilmente è
vero (per lo più) per le idee, assai meno per i mezzi di cui si servì per
conquistare e mantenere il potere. Soprattutto la propaganda di cui Goebbels fu
un vero maestro, e le cui tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica sono
tuttora praticate dalle élite dirigenti per esercitare e accrescere il proprio
potere. E quindi d’attualità. Anche se si può affermare che, essendo la
retorica – parente nobile della propaganda – già praticata e studiata
dall’antichità, molte di quelle tecniche sono attualizzazioni/adattamenti ai
mezzi moderni (stampa, radio, televisione ecc.) di modelli di persuasione già
praticati da Demostene e Cicerone. L’autore lo afferma dall’introduzione “La
volontà di dominio dell’uomo sull’uomo, le strategie di manipolazione , il
controllo sociale e l’arte dell’inganno sono antiche quanto la storia
dell’umanità”, oggi poi “se consideriamo che passiamo oltre un terzo della vita
immersi nei media (tra TV, web, film, quotidiani e riviste), possiamo
comprendere come la nostra capacità di parlare, pensare, costruire rapporti con
gli altri, i nostri desideri i nostri sogni e il nostro stesso senso d’identità
siano plasmati dai media”; dato ciò – e l’importanza decisiva che ha la
persuasione nell’esercizio del dominio -
scrive l’autore “ Perché non usare le 11 tattiche di manipolazione oscura per
illuminare chi, secondo le intenzioni, dovrebbe esserne il bersaglio?”. E per
l’appunto dopo una breve biografia di Goebbels, Magi passa ad esporre le 11
tecniche (principi tattici) usate dal ministro nazista per garantirsi il controllo
dell’opinione pubblica, soprattutto interna. E così il potere sul “seguito”.
Questi principi si fondano sul disprezzo per la capacità di giudizio –
razionale o almeno ragionevole - delle masse e per lo sfruttamento dei
pre-giudizi, luoghi comuni, idola più
condivisi, basati su emozioni (e non su ragionamenti). Così la creazione del
nemico, utilissimo per la polarizzazione e il consolidamento del seguito (lo
aveva già compreso Eschilo), anche se poi il nemico non è tale; l’affermazione
dell’unanimità anche se creata fittiziamente; la semplificazione del messaggio;
l’orchestrazione (lo stesso messaggio è ripetuto all’infinito e da tutti (o
quasi) i media; l’occultamento delle
notizie in contrasto con la tesi che si sostiene; la disinformazione, con la
creazione di falsi bersagli, o comunque che abbiano l’effetto di distrarre
l’opinione pubblica. È impressionante come tali principi siano utilizzati dalle
élite contemporanee allo stesso scopo della dirigenza nazista. Tattiche come il
silenziamento, la disinformazione, lo sviamento ecc. ecc. sono identificabili facilmente
in gran parte dalla comunicazione odierna. C’è tuttavia un carattere principale
che rende differenti la propaganda della NSDAP e quelli delle élite,
soprattutto italiane, contemporanee. Mentre quella era rivolta alla conquista
del potere (prima nazionale, poi internazionale) cioè era accrescitiva e implementativa,
quella delle élite della (seconda) Repubblica e molto più limitatamente,
indirizzata a mantenere (parte del) potere gestito. Ha cioè un’ambizione
enormemente ridotta. E dati i più che mediocri risultati dei governi della
(seconda) Repubblica, sarebbe stato troppo difficile sostenere derivazioni (in senso paretiano) diverse.
Teodoro
Klitsche de la Grange
mercoledì 1 settembre 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Talebani e rivoluzione passiva"
Mentre Kabul cadeva dinanzi all’offensiva dei talebani, molti ricordavano come la “dottrina” dell’espansione del modello democratico occidentale con la forza fosse stata condivisa – a quanto si leggeva - da almeno tre Presidenti U.S.A.: Clinton, Bush jr. e Obama e i loro consiglieri sia di destra che di sinistra.
Taluni
ritenevano - non infondatamente, che fosse una derivazione degli interessi di potenza – politica ed economica -
degli U.S.A. soprattutto, se non dell’intero mondo occidentale.
Nessuno – che mi
risulti – ha ricordato, come da oltre due secoli, in varie formulazioni e
declinazioni quella concezione è stata ripetuta. Esportava gli immortali
principi dell’89, facendo la guerra alle monarchie europee (ed alle classi
dirigenti) già la Convenzione francese nel 1792, sintetizzandola in una frase efficace: “guerra ai castelli, pace
alle capanne”, con il decreto del 15/12/1792.
Il che a
prescindere dalle buone intenzioni (e dalla buona fede) era nient’altro che un
programma di guerra civile europea.
Che infatti infiammò il continente per quasi un quarto di secolo: le armate
rivoluzionarie e poi napoleoniche trovavano molti alleati nei paesi
conquistati, ma anche un “nuovo” nemico: i combattenti partigiani
controrivoluzionari. I quali, ebbero un ruolo non secondario nella caduta di
Napoleone. Fabrizio Ruffo, Empecinado, Andreas Hofer furono l’altro volto di
una ostilità “irregolare” quanto profonda che, nel pensiero di Clausewitz,
l’avvicinava alla guerra assoluta. Il richiamo agli immortali principi dell’89,
servì a suscitare nemici almeno quanto a trovare alleati-seguaci, e fu comunque
fertile nel provocare e aggravare l’ostilità. Non tanto perché presentarsi a
casa d’altri con le baionette inastate e i cannoni rombanti non è propriamente
il modo migliore e più rassicurante per farlo; ma soprattutto perché quegli
immortali principi erano poco o punto condivisi dalle popolazioni invase.
Già lo aveva
capito Vincenzo Cuoco il quale spiegava la breve esistenza della Repubblica
partenopea (quattro mesi) col concetto di “rivoluzione passiva” destinato ad
una notevole fortuna nel pensiero
politico italiano (a cominciare da Gramsci). Scriveva il pensatore
napoletano che le idee importate dalla rivoluzione francese erano lontane ed
astratte dagli usi e dai bisogni delle popolazioni meridionali, onde queste le
consideravano estranee; per di più condivise da minoranze afrancesade: “le vedute de’ patrioti e quelle del popolo non erano
le stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue
diverse”. In questa situazione mancava il principale fattore aggregante
dell’unità politica: l’idem sentire de re
publica.
Nell’epoca delle
rivoluzioni Sieyés e Thomas Paine confidarono nella condivisione di idee,
valori, interessi, bisogni e costumi tra francesi e americani per sostenere la
rivoluzione e le Costituzioni dei nuovi ordinamenti nonché delimitare i
“confini” con chi non li condivideva (sia all’esterno che all’interno della
sintesi politica). Renan ne avrebbe formulato, nel di esso concetto di nazione,
una denotazione esauriente.
Il problema si
presenta ancor più difficile quando nella storia moderna tale pratica si è
collegata allo “scontro di civiltà”. Se a popoli facenti parte della stessa
civiltà era ostico esportare certi
principi, soprattutto con le armi, non era da meno, data la maggiore distanza, tra popoli di civiltà diverse;
Toynbee ricorda i principali casi e personaggi che l’hanno tentato e, spesso,
realizzato. In senso positivo (cioè riuscito), Pietro il Grande e gli statisti
giapponesi della rivoluzione Meiji.
Tuttavia i
tentativi riusciti avevano di solito due caratteri: di essere d’iniziativa interna, e spesso del potere legittimo
(lo Zar o il Tenno), e non d’importazione
armata. Anche se generarono rivolte e repressioni (gli Strelizzi e i
Samurai) al limite della guerra civile, non c’erano “terzi interessati” a
fomentare, indirizzare, sostenere i contendenti, e trasformare così il
conflitto in guerra partigiana (contro il nemico esterno e interno). L’altro,
che si proponevano di introdurre novità sì profonde nelle società tradizionali,
ma non totali. Il fatto che fosse il
potere legittimo ad introdurle era una garanzia a favore della non totalità
delle innovazioni: cambia l’ordine, ma non l’ “ordinatore”. Oltretutto i
cambiamenti erano comunque parziali, e volti ad acquisire ed utilizzare la
tecnica e la scienza (e modelli istituzionali) occidentale, in funzione degli
interessi e del sistema di valori delle nazioni in via di modernizzazione.
Questi elementi
non ricorrono nella guerra afgana né nella fase anti-sovietica né in quella
anti-americana, perché sia il comunismo che il capitalismo globalizzatore
comportano la sostituzione del “sistema di valori” delle società tradizionali,
con quello d’importazione; e così dei titolari del potere legittimo. A farne le
spese è in particolare la religione, onde la guerra che ne consegue presenta un
accentuato carattere di conflitto di religione, che Croce già notava nelle insorgenze
anti-francesi del 1799.
I talebani, data
la loro formazione di studenti di teologia, si può dire che in questo hanno un
vantaggio culturale sui loro
avversari, i quali pensano che la superiorità tecnico-scientifica occidentale
possa sostituire (o depotenziare, anche se di molto) la fede.
Errore antico e
ripetuto. Suscita stupore che, allorquando circa vent’anni fa furono decise le
invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq, si fosse anche teorizzato il contrario,
di poter esportare con la forza la democrazia e lo Stato di diritto in
società così distanti da quella del
cristianesimo occidentale di cui fa parte la potenza “liberatrice”; il tutto in
qualche decennio e con i gendarmi alla porta.
Ma fare ciò significa
pensare di ripetere in pochi lustri quanto da noi è stato concepito e
realizzato in più di tredici secoli: dalla lotta per le investiture alla
tolleranza, dalla Magna Charta alla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino, dall’editto di Rotari al Code
civil.
Oltretutto è
sopravvalutato il ruolo che un “sistema
di valori”, per quanto appetibile, può avere rispetto ai fondamenti di un
potere efficace ossia l’autorità o la legittimità, che non si vede come possa
avere un occupante straniero, anche se liberatore.
Neanche in una
società occidentale democratica il potere di un occupante– o del di esso
Quisling – è legittimo perché carente di qualsiasi riferimento al popolo sia ideale
che procedurale (e concreto). E non si comprende perché l’Afghanistan dovrebbe
fare eccezione.
Concludendo, la
caduta di Kabul induce due considerazioni.
La prima è che
se gli afgani (o buona parte di essi) è riuscita a vincere due guerre
partigiane con le maggiori superpotenze del pianeta, difendendo la propria
in-dipendenza, non è detto che la marcia, fino a qualche anno fa (asseritamente)
trionfante della globalizzazione non possa trovare altre battute d’arresto, si
spera in modi meno cruenti.
La seconda che l’impresa iniziata dopo l’11 settembre
era difficile. Oggi si risponde che è comodo e facile giudicare col…senno di
poi.
Ma in realtà,
qua si trattava di senno di prima.
Cioè di valutare gli eventi del passato, le riflessioni che avevano generato da
un lato (le difficoltà delle rivoluzioni passive) nel conformare (anche) le
istituzioni politiche, le controindicazioni all’uso della forza, dall’altro i
fatti più recenti (come la vittoria sull’occupazione sovietica). Tutti ben noti
e determinanti per capire che il tentativo di esportare la democrazia e diritti
umani con eserciti stranieri, quisling, collaborazionisti non sarebbe andato a
buon fine. Neanche – anzi forse ancor più – se non fosse stato un ipocrita
involucro per occultare la volontà ed interessi di potenza (politica ed
economica). Perché, come scriveva Machiavelli, a credere questo si va appresso
non alla realtà dei fatti ma all’ “immaginazione” che se ne ha – o se ne vuole
avere, col risultato di trovare la ruina
propria, cioè la sconfitta sul campo. Puntualmente avvenuta.
giovedì 29 luglio 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Riforma Cartabia, per piccina che tu sia..."
Scusate se
insisto; ma la discussione sulla “riforma” Cartabia ha ridestato gran parte dei
luoghi comuni sulla giustizia. Uno
dei quali è che, sanzionando comportamenti di amministratori e funzionari si
sarebbero indotti gli stessi a non decidere; col risultato di rendere (ancora)
più inefficienti le P.P.A.A. italiane. Vero è che l’attenzione si è focalizzata
su un reato specifico cioè l’abuso di potere (art. 323 c.p.) la cui
formulazione è così vaga da prestarsi ad interpretazioni plurime (e
contrastanti).
Se è certo che
detto reato si presta a strumentalizzazioni (anche) politiche, lo è altrettanto
che escludere, ridurre o rendere inefficaci le sanzioni non può che incentivare
a commetterlo. Funzione della sanzione è, come scriveva Carnelutti “Sancire, significa fondamentalmente, in
latino, rendere inviolabile e perciò avvalorare qualche cosa; ciò che viene
avvalorato, in quanto si cerca di impedirne la violazione, è il precetto, in
cui l’ordine etico si risolve… in quanto la sanzione garantisce l’osservanza
dell’ordine etico, converte il mos in
ius perché meglio congiunge, così
tiene uniti, gli uomini nella società”; ma aggiunge “non v’è alcun motivo per
riservare al castigo il carattere della sanzione: serve a garantire l’osservanza
dell’ordine etico il premio al pari del castigo; praticamente e, per ciò,
storicamente, il premio ha però una importanza assai minore”.
Per cui a
seguire il ragionamento di Carnelutti non sanzionare vuol dire non avvalorare
(almeno) la norma. Resta il fatto che senza sanzione il precetto è zoppo: ma
non è detto che a sanzionarlo debba essere la prescritta irrogazione di una
pena dal giudice penale. In effetti, come scriveva il giurista, la sanzione può
essere la più varia: al punto che può consistere in un premio per chi osserva
(e fa osservare) il diritto.
Nella specie
l’inconveniente della prescrizione di pena è stato aumentato dalla legge
Severino, che ha previsto sanzioni “politiche” a carico di amministratori di
enti pubblici, anche in caso di sentenze non definitive (compresa la sospensione
e decadenza dall’ufficio) come l’impossibilità di ricoprire la carica per la
quale erano stati scelti dal corpo elettorale. Per cui rende più appetibile per
togliere di mezzo un amministratore scomodo, di ottenere una sentenza penale di
condanna dalla quale consegue la sospensione o la decadenza dalla carica.
Circostanza la
quale unitamente al fatto che si tratta di sentenze non definitive (ma politicamente efficaci) ha indotto molti
a ritenerla incostituzionale. Un primo passo per evitare ciò sarebbe
l’abolizione della legge Severino, fatta, come tutti hanno capito, non per amore
di giustizia, ma per il fine di parte di mandare a casa Berlusconi, a dispetto
del popolo italiano che s’intestardiva a volerlo come proprio governante. Che
è, per l’appunto, uno dei quesiti dei referendum Lega-radicali.
Ma, oltre a
ridurre l’appetibilità e le conseguenze politiche, togliendo la suddetta normativa,
la sanzione può essere utilmente ricondotta alla conseguenza di una condanna
civile e amministrativa.
Non nel senso,
però, di togliere l’amministratore dall’incarico, ma utilizzando la vasta gamma
di sanzioni previste dall’ordinamento. All’uopo rinforzandole e rendendone meno
saltuaria l’applicazione. Prendiamo ad esempio la c.d. astreinte, cioè la sanzione pecuniaria a carico dell’amministrazione
che non adempie una sentenza (!!!), malgrado l’obbligo relativo risalga (almeno)
alla Destra storica (v. all. E, L. 2248/1865). In Italia è stata prescritta
dall’art. 114 (lett. E) del c.p.a. (D.Lgs. 02/07/2010 n. 104), la quale è una delle
poche disposizioni (forse l’unica) che nella seconda Repubblica, ha previsto un
rimedio a favore dei creditori delle P.P.A.A., tra una miriade di precetti
volti a tutelare le amministrazioni dalle pretese altrui, derogando al diritto
comune.
Ebbene (ingenuamente?)
il precetto è stato formulato premettendo l’eccezione “salvo che ciò sia
manifestamente iniquo”: è bastato questo per allargare a dismisura il perimetro
dell’iniquità (??), oibò, di chiedere alle P.P.A.A. di adempiere a sentenze e
giudicati nei modi stabiliti dai giudici e dalla legge. C’è una sterminata messe
di decisioni giudiziarie limitanti l’applicazione dell’astreinte perché sarebbe “manifestamente iniquo” sanzionare uno Stato
“in bolletta” come la Repubblica italiana. Ovviamente tale giurisprudenza burofila ha dimenticato quanto scriveva Jhering
del diritto romano “classico” che “La pena pecuniaria era il mezzo civile di
pressione, onde il giudice usava, per procacciare ed assicurare l’osservanza
agli ordinamenti suoi. Un convenuto, che si rifiutasse a fare ciò che il
giudice gl’imponeva, non se la cavava col
semplice pagamento del valore della cosa dovuta” (il corsivo è mio). Basterebbe
eliminare quell’inciso per ottenere un ridimensionamento del garantismo burofilo. Ancora meglio
associarlo, ex art. 28 della Costituzione, ad una sanzione pecuniaria – anche modesta
– a carico del funzionario inadempiente. E di esempi così ne potrei fare diversi, a
costo di annoiare il lettore, più di quanto abbia già fatto.
Piuttosto
tornando a Jehring, il giurista tedesco sosteneva che il tardo diritto romano
aveva debilitato il senso del diritto attraverso mitezza e umanitarismo. Da quello
“robusto ed energico” repubblicano si era passati a una fiacchezza
contrassegnata dal miglioramento delle “condizioni del debitore alle spalle del
creditore”. Ai nostri giorni il maggior debitore è lo Stato: per cambiare
andazzo, come si chiede l’Europa, basta non eccedere in mollezza, peraltro neppure
generale, ma burofila. Come sosteneva
Jhering “credo che si può stabilire questa massima generale; le simpatie verso
i debitori sono segno di un periodo di fiacchezza. Il titolo di umanitario è esso stesso che se lo eroga”;
il contrario, praticato nei regimi decadenti consiste ne “l’umanità di san Crispino,
che rubava cuoio ai ricchi per farne stivali ai poveri”. E chissà che, ai
giorni nostri, i pagamenti ai grandi creditori sono stati ritardati quanto
quelli ai quisque de populo? Non mi
risulta d’averlo letto.
Speriamo che i
giudizi di Jhering possano ispirare anche la (di esso collega) Cartabia.
giovedì 22 luglio 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Prescrizione e burofilia (II)"
Aveva la vista
lunga Giustino Fortunato, quando, oltre un secolo fa, sintetizzò il programma
dei socialisti suoi contemporanei nello slogan
“le terre ai contadini, le fabbriche agli operai, gli uffici agli impiegati”.
Nel secolo passato sono venute meno le prime due rivendicazioni. La terra ai
contadini, perché con la riforma agraria dei governi De Gasperi (soprattutto,
ma non solo) il latifondo fu espropriato e le terre distribuite, onde la
rivendicazione è cessata. Anche le fabbriche agli operai non è più d’attualità:
un po’ perché di operai ce ne sono assai di meno, ma soprattutto per scarsità
delle fabbriche le quali in gran parte, nell’ultimo trentennio, sono state delocalizzate in paesi dalla manodopera più
economica e dal fisco meno rapace. Resta, anzi è incrementata, la terza, cioè
la patrimonializzazione surrettizia
degli uffici, non nelle forme delle società feudali,
con le funzioni pubbliche conferite (appaltate, vendute) ai privati (che in
tali casi, almeno, ne sopportavano i costi, oltre a percepirne i benefici); ma
attraverso la riduzione delle responsabilità del funzionario (disciplinare ma
soprattutto patrimoniale) il boicottaggio
legale delle pretese dei cittadini danneggiati da atti illegittimi, la
compiacenza politica e talvolta giudiziaria nei confronti dei comportamenti
delle PP.AA.. Ma soprattutto, come spesso scrivo, dalla disparità – processuale e sostanziale – tra cittadino e P.P.A.A..
Fortunato
avvertiva a cosa avrebbe portato l’andazzo, in gran parte confermato a distanza
di oltre un secolo: che non è solo un problema di diritti lesi, ma anche di
ordinamento dello Stato. Scrive l’economista lucano: “non è punto immaginario,
di avere, un giorno, i pubblici poteri a disposizione de’ funzionari contro
l’interesse della collettività” e “noi, vecchi liberali, crediamo ancora di parlare, come già i
partiti storici della Destra e della Sinistra, in nome del popolo, ossia,
secondo il significato classico della parola, in nome della universalità de’
cittadini” mentre i socialisti impiegano “le maggiori energie a vantaggio
degl’impiegati dello Stato; e assumendone ufficialmente il patrocinio,
mettendosi a capo di tutto il movimento burocratico”. La burocrazia “non
concepì i servizi amministrativi se non immaginandoli pari a quelli di una
macchina, che dovesse agire per solo uso e consumo de’ suoi congegni, nel particolare esclusivo interesse di coloro
che vi fossero addetti, - la macchina per la macchina, l’ultima forma, e la
più bizzarra, di un nuovo assolutismo di classe” (il corsivo è mio); e questo
implica “la tendenza al dominio universale della burocrazia, - il cui trionfo
sarebbe la resurrezione, sott’altra forma, dell’antico assolutismo, o, meglio,
della peggiore delle tirannie, quella della servilità
uniforme e meccanica”.
Dato, quindi,
che tra i principi dello Stato borghese c’è che la funzione pubblica è
nazionalizzata e pertanto tutti i poteri pubblici non sono appropriabili, ottundere
e ridurre, escludere le correlative responsabilità e doveri è difficile.
Ma lo si è
fatto, in particolare in Italia, come constatava (e prevedeva) Fortunato sia attraverso
normative apposite, sia con comportamenti compiacenti ed assolutori.
Per la
prescrizione la normativa non è del tutto favorevole
alla P.A., e comunque la possibilità di sanzionare i funzionati inerti c’è,
anche se di attivazione non facile; pertanto occorre ai burofili, come è stato fatto, cambiare il bersaglio: dal funzionario pigro al contribuente fetente. Proprio
cioè il contrario di quello che succederebbe in un’impresa privata: nella quale
un impiegato che, incaricato di recuperare i crediti, li facesse prescrivere,
sarebbe licenziato subito e magari gli sarebbe richiesto di rifondere i danni. Nella
seconda repubblica, le privatizzazioni hanno imperversato, ma spesso a
chiacchiere, perché in tanti casi, come questo, i comportamenti sono stati
opposti; la burofilia continua ad
imperversare. E il potere non ha di meglio per occultare prassi complici o, nel
migliore dei casi, fiacche e di prendersela, come il re di G.G. Belli con i vastalli buggiaroni, colpevoli di tutto.
E quindi da punire, anche con la forca perché il potere, come il sovrano del
poeta “la vita e la robba ve l’affitto”.
L’unico
tentativo per far cessare queste mistificazioni è non fare come i sudditi nel
sonetto, che rispondono, inconsapevoli, “è vero è vero”.
martedì 20 luglio 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Prescrizione e burofilia"
A seguire (gran
parte) del dibattito sulla prescrizione, si ha l’impressione che questa sia un
istituto inventato da malintenzionati (in particolare, fino a qualche anno fa
Berlusconi) per evitare le giuste condanne per i reati commessi, pagando
profumatamente avvocati i quali più che con i codici hanno dimestichezza col
calendario e su come allungare i processi. Quasi nessuno nota che i tempi
processuali si allungano - spesso - per errori degli uffici che li gestiscono.
Analogamente nessuno
– o pochi pensano - che la prescrizione, pur diversamente disciplinata non è
limitata al diritto ed al processo penale, ma si applica a quelli civili e,
soprattutto (quel che più interessa) al diritto ed al procedimento
amministrativo. Anche in tale ultimo caso a perseguire l’interesse pubblico e a
dirigere il procedimento amministrativo è un funzionario, ovvero un dipendente
(quasi sempre) dell’Ente. Dato che la prescrizione di una pretesa dipende dal
mancato esercizio/azione/perseguimento della stessa per un determinato periodo
di tempo, la suddetta inerzia è addebitabile al funzionario che aveva il dovere
d’ufficio di agire per conto dell’Ente.
Quindi, avendo
ogni procedimento amministrativo un funzionario responsabile c’è anche nome e
cognome di chi occorre ringraziare (o meno) ove la pretesa si sia prescritta
per inerzia dell’ufficio.
Inerzia che
concerne un’attività semplicissima: basta inviare una raccomandata con la
richiesta di adempimento per interrompere il decorso della prescrizione (che è
al massimo decennale): essere inerti
significa quindi omettere (per dieci anni!) qualsiasi idonea comunicazione all’obbligato.
Tale particolare è stato completamente
dimenticato (mi è capitato di leggere solo un articolo di un quotidiano politicamente scorretto sulla
questione). Per mesi il dibattito ricorrente, perché si riaccende ad ogni
proroga della notoficazione delle cartelle esattoriali è articolato su due
posizioni: i “giustizialisti” (cioè
PD e 5S, ma più i primi che i secondi) i quali ricordano che vi siano qualche
decina di miliardi di crediti tributari (forse oltre 100) inevasi dal 2000 in
poi per colpa dei perfidi contribuenti;
di rimando Salvini il quale, in nome dei tartassati
contribuenti, ne propone la
rottamazione con agevolazioni varie.
In realtà la
questione va osservata da un’altra prospettiva, che non è (solo) quella del
male o del bene, ma (anche) della colpa
di chi aveva il dovere di curare
l’interesse pubblico (e non l’ha fatto).
In effetti se è
vero quanto affermato pubblicamente, che i crediti inevasi sono maturati dal
2000, è giusto replicare che quelli fino al 2011 sono prescritti e quindi, a
meno che l’Agenzia delle Entrate non provi di aver interrotto con atto idoneo
il decorso della prescrizione, sono inesigibili. Con la conseguenza duplice che
porli in esecuzione significa esporre l’amministrazione ad opposizioni
fondatissime, e quindi infauste per la stessa; e che i pretesi crediti non
esistono più, magari da un decennio, e quindi i “dati” comunicati sono
“fasulli”, relativi a pretese ormai inesigibili.
Dall’altro che
ha perfettamente ragione Salvini, almeno per i prescritti, a proporne la
rottamazione: a farsi pagare, anche i crediti prescritti, l’amministrazione
finanziaria ha tutto da guadagnare rispetto al nulla che (ormai) le spetta. È
da discutere poi per quelli non prescritti (cioè successivi al luglio 2011), ma
non è tema di questo intervento.
Quel che più
preme rilevare è il perché una tale (asseritamente) enorme somma non è stata
richiesta. Anche perché nel periodo 2000-2011, i governi sono stati
prevalentemente di centrodestra, ma col successivo sono stati tutti fiduciati dal centrosinistra (tranne il
Conte 1), e c’è da capire se non sia addebitabile (anche) alla responsabilità politica di quei governi o almeno dei
ministri dell’economia e delle finanze, di aver lasciato prescrivere diecine di
miliardi di crediti.
Somme enormi che
i “giustizialisti” vorrebbero comodamente addossare alla perfidia dei contribuenti, servendosene prima per la loro solita
passerella, quali strenui difensori dell’interesse pubblico. Invece proprio per
il plurimiliardario importo dei crediti prescritti per inerzia (continuata per
20 anni!), sarebbe il caso di chiedersi se non vi sia una responsabilità politica, ossia (anche) di coloro che addossano
tutto alle malefatte dei contribuenti.
E, ancor più, se
non vi sia una responsabilità dei funzionari. È agevole risalire al
funzionario, e del pari controllare se per dieci anni ha fatto qualcosa o ha
solo tenuto le pratiche nel sottoscala. E ancor più chi fossero gli obbligati a
pagare i crediti erariali prescritti per inerzia; più complicato se i suddetti
crediti fossero dovuti o frutto di errori degli uffici (o altro). Perché delle
due l’una: o i crediti erano infondati, ed allora c’è da esaminare perché erano
fatti accertamenti illegittimi da parte dei funzionari. O erano fondati ed
allora la ragione per cui il funzionario responsabile non ne ha curato (almeno)
le richieste onde interrompere la prescrizione. Con le conseguenze ovvie di
carattere – almeno – disciplinare. Ma anche di responsabilità amministrativa.
Le leggi relative ci sono: basta applicarle.
Ma finché si
pone la questione dalla prospettiva del tifo da stadio, dei giustizialisti
contro i garantisti non si andrà molto lontano. Si faranno tanti talk-shows (e altro) ma resteremo con
un’amministrazione inefficiente ed una politica, oltre che inefficiente,
chiassosa ed inetta, ma affezionata e indulgente verso il di essa aiutantato.
Cioè affetta da burofilia. Alla
faccia della “resilienza”.
lunedì 12 luglio 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Machiavelli su Conte e i 5 Stelle"
Siamo tornati a
chiedere lumi a Machiavelli sulla crisi dei 5 stelle e il contrasto Conte-Grillo:
ce l’ha gentilmente concesso.
Cosa
ne pensa della vicenda Conte e del Movimento 5 Stelle?
Il Conte non era
un politico ma un privato onde “Coloro e quali solamente per fortuna diventano di privati principi, con poca
fatica diventano, ma assai si mantengono; e non hanno alcuna difficultà fra
via, perché vi volano: ma tutte le
difficultà nascono quando e’ sono posti”.
Infatti una
volta insediato, a comandare è stato qualcun altro: Conte al massimo pesava per
metà. Perchè questi governanti si
reggono “sulla volontà e fortuna di chi
lo ha concesso loro, che sono dua cose volubilissime et instabili, e non
sanno e non possono tenere quello grado: non sanno: perché, s’e’ non è un uomo
di grande ingegno e virtù, non è
ragionevole che, sendo vissuto sempre in privata fortuna, sappia comandare; non
possono perché non hanno forze che gli possino essere amiche e fedeli”. Con
buona pace dell’ “uno vale uno” (vale quando voti, non quando governi).
Quindi
la caduta del governo Conte 1…
È la conseguenza
di quanto ho appena ripetuto. Conte era la “testa di legno” di Salvini e Grillo.
Durava finché lo volevano entrambi.
Ma
c’è un sistema per consolidarsi, o almeno conservare il potere conseguito “per
arme altrui”?
Conte sapeva di
non avere i voti, che sono per voi quello che per me erano i soldati.
Dato che non l’aveva,
doveva procurarsene di propri, perché coloro che “così di repente sono
diventati principi”, per conservare il potere debbono creare, una volta
insediati al potere “quelli fondamenti” cioè ai tempi vostri, voti. Ma quando
stava al governo, sia con la Lega che con il PD, poco ha potuto fare.
Ora che è fuori
dal governo è assai difficile.
Scrissi che è
meglio preparare i “fondamenti”, ossia i mezzi e condizioni per esercitare il
potere, prima; nel caso di nomina per fortuna, almeno quando il governante s’è
insediato; ma quando l’ha perso non l’ho considerato, perché raro anzi
rarissimo.
Quindi
fuori dal governo?
Può promettere
ma poco, a meno che non trovi tanti sprovveduti, dei Messer Nicia, per capirci.
Con i quali si può essere “larghi a promettere ma nell’attender corti”. Invece
i suoi possibili seguaci, anche se digiuni di Stato (e di politica) quanto agli
affari propri, sono dei Licurghi. Capiscono subito che può mantenere poco, e
quindi poco (al massimo) manterrà. Ancor più per aver ridotto il numero dei
parlamentari. Come scrissi al principe nuovo occorre assicurarsi dai nemici,
procurarsi amici, punire i traditori, farsi amare e temere dal popolo: il tutto
presuppone di stare al potere. E Conte ora non ci sta.
Ma
potrebbe avere ancora il consenso degli elettori?
Che non aveva
quando fu nominato al potere. E perché? Quando se l’è guadagnato? Se lo ottiene
sarà sempre poco per tornare al posto di prima. Se invece lo consegue per “arme
altrui” - cosa tanto rara, di tornare al comando sempre per volontà degli
stessi – il problema si ripropone comunque. Guarda un po cosa successe al vostro
Monti: perse il governo, conseguendo poi alle elezioni europee con la propria
lista, meno dell’1%: chi lo aveva designato pochi anni prima l’ha lasciato in
naftalina, a scrivere articoli. Non crediate che saranno più generosi col
Conte. In politica la gratitudine, anche se talvolta opportuna, è merce rara.
giovedì 8 luglio 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "A metà del guado tributario"
Il documento
conclusivo licenziato dalle Commissioni Finanze di Camera e Senato su una
riforma fiscale complessiva è notevole per cose scritte e anche per quelle non
scritte.
Partiamo dalle
prime. Da (almeno) cinquant’anni si sentono ripetere luoghi comuni sulla
situazione fiscale, ed economica in genere, connotati dal carattere di
edulcorare la maggiorazione del prelievo a carico, s’intende, di tutti, ma soprattutto
di quelli che subiscono le attenzioni del fisco più rapaci. E, in genere, di ottundere, mistificare, illudere i
contribuenti.
Nel documento
tali luoghi comuni sono quasi tutti smentiti (anche se non esplicitamente, ça va sans dire). Esaminiamone alcuni.
“Il problema principale dell’economia italiana, da cui derivano molte delle
altre criticità, è un tasso di crescita del PIL sostanzialmente inferiore a quello dell’area-euro” e
subito dopo “Tutte le analisi macroeconomiche concordano nell’includere il mal funzionamento del sistema fiscale tra le
principali determinanti del nostro problema di crescita” (il corsivo è mio).
Credevamo, a
sentire i ciarlatani del regime, che il problema principale fosse quello
dell’evasione (ossia della violazione). Apprendiamo invece non solo che non è
quello, ma che probabilmente l’evasore di un sistema così controproducente è un patriota
che ha salvato (purtroppo solo i propri) quattrini delle pubbliche dissipazioni.
Secondo punto:
si legge che la tassazione sul lavoro (e non solo) “è nettamente superiore alla
media dell’area euro. In particolare, l’aliquota implicita di tassazione sul
lavoro è pari al 42,7%”. Ma il seguito è anche più interessante “L’eccessivo
carico tributario sul lavoro è un problema anche in virtù del trend di riduzione della quota di redditi da lavoro sul PIL, passata dal 68%
del 1970 al 52% del 2018”. Quindi jobs
acts e tutta la chincaglieria mediatica sul costo del lavoro è, in termini
macro economici, una litania volta ad occultare la riduzione delle retribuzioni
(e altro). C’è poi l’applicazione della curva di Laffer (“regolarità” economica
così semplice ed evidente che solo ai Balanzoni di regime non appare tale) “È
ragionevole ritenere, inoltre, che, da un lato, aliquote marginali effettive
elevate o altamente variabili possono spingere
i contribuenti di alcune fasce di reddito a sottrarre reddito all’imposizione
fiscale… la struttura delle aliquote marginali effettive presenti nel
nostro sistema imposte-benefici è altamente
inefficiente nonché dannosa per la crescita economica”. Laffer è
riabilitato.
La semplicità
legislativa. Si legge che “la complessità del nostro sistema tributario (è) uno
dei maggiori ostacoli alla crescita
economica” ed anche, aggiungiamo, maggiore incentivo alla corruzione, ad
applicare il famoso detto di Tacito corruptissima
res publica plurimae leges. In particolare occorre sottolineare quanto
afferma il documento sullo “Statuto del contribuente” riforma tanto strombazzata dai governi di centrosinistra “È
purtroppo però un fatto largamente accertato che lo Statuto del Contribuente
sia la norma meno rispettata del nostro
ordinamento giuridico”. Verissimo, ma non siamo d’accordo con la
“soluzione” proposta: costituzionalizzare lo Statuto del contribuente, perché
tutte le recenti costituzionalizzazioni, da ultimo quella dell’art. 111 Cost.,
si sono rivelate delle solenni affermazioni sulla carta di quello che, al
contrario, si legiferava, ma soprattutto si praticava nelle amministrazioni.
Erano cioè delle derivazioni (nel
senso di Pareto) preventive. Assai
meglio, per garantire che sia rispettato, seguire il consiglio di Gaetano
Mosca, da me citato nel mio ultimo articolo: sanzionare con una grossa multa il
funzionario che non rispetta lo Statuto del contribuente. State sicuri che se
quella sanzione verrà istituita e soprattutto applicata, lo Statuto del
contribuente sarà osservato almeno quanto in Inghilterra l’habeas corpus.
Da notare infine
il paragrafo sul contrasto all’evasione fiscale. Al posto del cinquantenario
ritornello “paghiamone meno, paghiamole tutti”, con cui si accompagna l’aumento
delle imposte a chi già le paga, si osserva che “vi è bisogno di un’evoluzione
culturale da ambo le parti: ciascuna di essere deve allo stesso tempo mutare i propri comportamenti in senso
virtuoso e abbandonare i pregiudizi nei confronti della «controparte»… Lo
Stato deve allontanare ogni tendenza a considerare il contribuente un «evasore
che ancora non è stato scoperto»”, e il contribuente deve internalizzare i
benefici di pagare le imposte. E il documento ribadisce “che il perseguimento
di tale strategia sia un processo di natura culturale travalica, non di poco, i confini di un documento di indirizzo, e forse
persino di ogni atto normativo” (il corsivo è mio).
Anche qui si
concorda: su cose che non risultano dal common
sense, poco può fare il legislatore. Ma assai può il popolo sovrano,
mandando a casa coloro che hanno creato un sistema siffatto e la cui
credibilità è sotto-zero. Al punto
che anche cose condivisibili, se proposte da certe forze politiche sono
percepite con diffidenza o rigettate tout-court
dalla maggioranza dei cittadini.
E quello che
manca? Non sappiamo se sia dovuto ad una preventiva delimitazione dell’indagine
o ad un’omissione (voluta); ma resta il fatto che se non si rimodella (verso la
parità delle parti) la giustizia tra privati e pubbliche amministrazioni, le
migliori intenzioni rischiano di rimanere almeno in gran parte tali.
Tale problema nel
documento non è affatto considerato, e l’omissione rischia di compromettere
l’encomiabile sforzo di ridurre idola
e mistificazioni. Perché se i diritti del contribuente e i doveri delle
pubbliche amministrazioni (e dei funzionari) non sono giudicati da magistrati
indipendenti, e soprattutto i relativi processi denotati dalla “parità delle
armi”, rischiano di essere i diritti di “un dio minore” cioè diritti enunciati
ma non (o poco) applicati.
Ma su questo ho
già scritto tanto, onde non posso far altro che rinviarvi il lettore.
giovedì 1 luglio 2021
Teodoro Klitsche de la Grange: "Gaetano Mosca e la "Disparità delle armi"
Anche nelle
recenti norme per i sostegni al COVID-19 abbiamo avuto la conferma, perfino da
un governo non cosi scrauso come
quelli che l’hanno preceduto (da Monti in poi), di quanto la “parità delle armi”
tra cittadini e pubbliche amministrazioni sia invisa alle burocrazie italiane (e
non solo a loro).
Vi si legge
infatti che qualora sia richiesto ed ottenuto dal privato un contributo non
spettante l’Agenzia delle Entrate recupera il contributo irrogando le sanzioni
in misura corrispondente a quelle previste dall’art. 13, comma 5 del D.lgs. n. 471/1997,
e applicando gli interessi dovuti dall’art. 20 del D.P.R. n. 602/1973 (interessi
nella misura del 4%); ma se il contributo è percepito in misura superiore a €
3.999,30, è sanzionato anche penalmente con la reclusione da 6 mesi a 3 anni. Fin
qui nihil novi; come al solito, la
p.a. fruisce del privilegio di autotutela (e autodichia), cioè di accertare (tra
l’altro) che il fatto sia avvenuto, che sia un illecito, nonché la misura della
sanzione da applicare. Tutte cose che ad un privato – e giustamente – sono inibite,
di guisa che è costretto a pagare all’uopo l’avvocato per rivolgersi al
giudice.
L’enorme
disparità tra le parti è evidente: al privato che sbaglia (o imbroglia) si
applicano le sanzioni; ma se a farlo è il funzionario non c’è una sanzione
specifica che il legislatore si sia preoccupato di istituire nel decreto
sostegni. Ne è facile ricondurre la consueta pigrizia della p.a., a specifiche ipotesi di reato.
A tale proposito
è il caso di ricordare quanto scriveva Gaetano Mosca sull’Habeas Corpus. Sosteneva che tale legge “tutela i cittadini inglesi
contro gli arresti arbitrari e contro le lunghe detenzioni preventive in attesa
di giudizio in modo così pratico ed efficace che non è stato possibile in
nessun altro paese, e neppure nel secolo XIX, fare di meglio” e la norma di
chiusura dell’Habeas corpus sanziona “ogni
ufficiale di polizia, magistrato o carceriere, che violi in qualunque modo l’Habeas corpus, deve pagare, ognuno per contro
proprio, un indennizzo di cinquecento sterline alla parte lesa”[1]. E
notava come “efficacissimo strumento di tutela della libertà individuale si è
sempre dimostrata la disposizione contenuta nel comma quarto, che stabilisce la
responsabilità diretta e pecuniaria dei pubblici funzionari”.
Tale
considerazione del grande scienziato politico è da valutare seriamente anche
oggi: se proprio non è possibile (ma almeno in parte lo è) evitare, o almeno
ridurre, le sanzioni (unilaterali) a
carico dei privati; almeno ne siano previste di corrispondenti per comportamenti analoghi dei dipendenti
pubblici. In fondo, scriveva Carnelutti, la funzione della sanzione nel diritto
è “rendere inviolabile e perciò avvalorare qualche cosa; ciò che viene
avvalorato, in quanto si cerca di impedirne la violazione, è il precetto, in
cui l’ordine etico si risolve”. Per cui a
contrario se non si sanziona il comportamento del funzionario ciò significa
che non lo si vuole disincentivare,
o, quanto meno che il problema non interessa (ai governanti).
Anzi, preme il
contrario: il funzionario che non risponde della proprie azioni od omissioni, è
più incline a comportamenti “in linea” con il vertice politico che non sempre
sono conformi al diritto vigente.
D’altra parte ci
sono voluti secoli per abolire la tutela del funzionario attraverso la “garanzia
amministrativa” (su cui ironizzava Tocqueville), cancellata dalla Corte Costituzionale
solo negli anni ’50 del secolo passato; e non aspettiamoci che norme così
favorevoli ai governanti e al loro aiutantato
(Miglio), possano essere abolite o ridimensionate senza una lotta dura (e lunga).
La quale deve
partire dalle idee; ho ricordato Mosca, come in altri articoli Orlando o Pareto,
e non a caso. Se Mosca e Pareto sono considerati (o almeno tra) i padri della
scienza politica moderna, sarebbe il caso di seguirne i consigli. E soprattutto
non cadere nel sacco delle argomentazioni contrarie (usuali in casi del genere):
che così non si può più governare, che i funzionari non firmeranno niente, ecc.
ecc.
Non si capisce,
se fosse vero ciò (fino ad un certo punto lo è, e l’ho spiegato altrove), per quale
ragione stiano ottimamente in forma altri Stati, in primis la Gran Bretagna che delle disparità tra governanti e governati hanno fatto un uso tutto
sommato moderato.
A sentire certi
sermoni - e se questi fossero veri – la Gran Bretagna avrebbe dovuto essere da
secoli una provincia della Francia (o della Spagna), perché impossibilitata a
mantenersi come Stato (indipendente). Invece, malgrado l’Habeus corpus e il Bill of
rights ha costruito e gestito un grande impero ed è sempre stata
in-dipendente. Anche negli ultimi anni con la Brexit ha dato prova di volere un destino nazionale. E che gli
istituti a tutela delle libertà individuali non impediscono – almeno nel lungo
periodo – indipendenza nazionale ed efficienza pubblica.







