martedì 15 febbraio 2011

Teodoro Klitsche de la Grange: Consigli di lettura

Homepage di T.K.
CONSIGLI DI LETTURA

È riportato dalla stampa che alla manifestazione di “Libertà e giustizia” uno degli intellettuali convocati avrebbe detto che la sera non guarda la televisione, preferendo leggere Kant.

Dato che il contesto generale era quello della stigmatizzazione moralistica del comportamento del Presidente del Consiglio; secondo i promotori (v. le recenti proposte di patrimoniale) poco impegnato – come i governanti di centro-sinistra – a mettere le mani nel portafoglio dei cittadini, perché le tiene occupate a palpeggiare le zone erogene delle starlettes. Onde, per tanto (e svariato) palpeggio è tenuto a dimettersi dalla carica, a dispetto della maggioranza che l’ha votato.

Mi sono chiesto se filosofia (e morale) davano veramente un supporto alla tesi del raduno dei moralisti chic, ovvero se si possono trarre dalla cultura occidentale – filosofica o teologica in primis, conclusioni contrarie a quelle dei talebani dell’imperativo categorico.

Il punto è che da circa venticinque secoli gran parte della cultura occidentale si basa sulla distinzione tra pubblico e privato e tra quanto conviene all’uomo pubblico ed a quello privato.

Cominciamo da Platone: nel Gorgia Callicle sostiene la tesi secondo cui Socrate propugnerebbe scelte morali che si addicono all’idiotes, all’uomo privato, non a quello pubblico. “Sei tu che continui a parlare di ciabattini, cuochi, medici: come se il nostro discorso riguardasse questo tipo di persone” (1).

Qualche decennio dopo Aristotele nella politica, interrogandosi su cosa sia la virtù (del cittadino), sostiene: «Ma c’è una forma di comando col quale l’uomo regge persone della stessa stirpe e libere. Questa forma di comando noi diciamo politica […] La virtù di chi comanda e di chi obbedisce è diversa, ma il bravo cittadino deve sapere e potere obbedire e comandare ed è proprio questa la virtù del cittadino […]» (2).

Passando per il mondo romano, Cicerone sostiene che la virtù si esercita soprattutto nel governo dello Stato e nell’azione politica (3). Riserva l’eterna beatitudine in coelo definitum locum a coloro che hanno salvato, aiutato, ingrandito la patria (4) (la patria quindi e non la castità).

E il cristianesimo? Nella polemica con le concezioni ireniche del cristianesimo la massima “non uccidere” era distinta se riferita al credente non esercitante funzioni di governo da coloro che queste esercitavano. Scrive Lutero: «Se tu non hai bisogno che il tuo nemico sia punito, il tuo vicino che è debole, ne ha necessità e devi venirgli in aiuto perché abbia la pace e il suo nemico sia represso. E ciò non può verificarsi se potere e autorità non sono onorati e rispettati. Cristo non dice “Non devi servire l’autorità né essere sottomesso, ma “Non devi resistere al male” (5). In particolare all’autorità compete di mantenere l’ordine e il diritto, perché istituita da Dio in vista di tale fine. “Se il potere e la spada sono un servizio divino, come ho provato sopra, tutto ciò che è necessario al potere per impiegare la forza, dev’essere anch’esso un servizio divino. Occorre che ci sia qualcuno per catturare i delinquenti, accusarli, punirli e metterli a morte, e per proteggere, discolpare, difendere e salvare gli uomini virtuosi» (6). Poco dissimile è la concezione di Calvino. Questi ritiene i magistrati “vicari di Dio”, “servitori della giustizia”; rifiutando la posizione degli anabattisti, ritiene che il loro ruolo è necessario e niente affatto contrario alla vocazione del cristiano ed alla religione cristiana. Scriveva poi S. Roberto Bellarmino, polemizzando in particolare con gli anabattisti “compito di un buon principe, al quale è affidata la protezione del bene comune, impedire che le parti corrompano il tutto, per il quale esistono; di conseguenza se non può conservare integre tutte le parti, deve piuttosto recidere una parte che lasciar perire il bene comune; come i contadini recidono i rami e i tralci che danneggiano la vite o l’albero, e il medico amputa le membra, che potrebbero corrompere il corpo”. (7). La distinzione quindi tra morale “pubblica” e “privata” (e relative “sfere”) è saldamente stabilita. Quel che è vietato al privato è concesso - anzi è dovere - dell’uomo pubblico. Ciò conferma il rapporto dell’etica cristiana con l’ordine: il bene morale è in riferimento all’ordine dell’esistenza e della vita, cui deve conformarsi il comportamento del credente. Ordine che non può sussistere (e durare) senza distinzioni di ruoli, di funzioni, e quindi di comportamenti: la distinzione tra chi comanda e chi obbedisce, tra funzione pubblica e attività privata, tra azioni vietate, permesse o comandate a seconda del ruolo sociale dell’autore, ed in funzione della conservazione della comunità, come essere ordinato (8).

Con l’età moderna, il tutto è ancora più chiaro. A partire da Machiavelli (è inutile ricordarlo data la notorietà universale delle sue tesi), per seguire con Hobbes. Quanto all’etica (politica) Hobbes scrive: “La virtù di un suddito è interamente compresa nell’obbedienza alle leggi dello stato”; e “Le virtù dei sovrani sono quelle che tendono al mantenimento dell’ordine all’interno, ed alla resistenza contro i nemici stranieri”; e conclude “tutte le azioni e abitudini devono essere considerate buone o cattive in base alle loro cause, ed alla loro utilità in relazione allo Stato, e non in base alla loro mediocrità, o al fatto che siano lodate”.

Ma è Montesquieu che, preoccupatissimo che la virtù dallo stesso ritenuta principio di governo fosse intesa erroneamente, nell’Avertissement all’Esprit des lois (cioè nella prefazione alla celebre opera) avvisa il lettore che la virtù di cui parla non è quella del buon padre di famiglia, tutto casa e chiesa – e lavoro – ma l’amor di patria.

Scendendo (e omettendo tanti pensatori) ricordiamo che Benedetto Croce ripeteva anch’egli la stessa concezione: “Un’altra manifestazione della volgare inintelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’«onestà» nella vita politica.

L’ideale che canta nell’anima di tutti gl’imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorte d’areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. Entrerebbero in quel consesso chimici, fisici, matematici, medici, padri di famiglia, e via dicendo, che avrebbero tutti per fondamentali requisiti la bontà delle intenzioni e il personale disinteresse, e, insieme con ciò, la conoscenza e l’abilità in qualche ramo dell’attività umana, che non sia per altro la politica propriamente detta: questa invece dovrebbe, nel suo senso buono, essere la risultante di un incrocio tra l’onestà e la competenza, come si dice, tecnica.

Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’ideale e nessuna voglia mostra di attuarlo… nessuno, quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica, chiede un onest’uomo, e neppure un onest’uomo filosofo o scienziato, ma tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia, forniti di occhio clinico e di abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini”. E ne concludeva che “l’amoralità della politica, l’anteriorità della politica alla morale fonda, dunque, la sua specificità e rende possibile che essa serve da strumento di vita morale” e soprattutto “non vita morale, se prima non sia posta la vita economica e politica: prima il “vivere” (dicevano gli antichi), e poi il “ben vivere”. Ma altresì non vita morale che non sia insieme vita economica e politica, come non anima senza corpo. E l’uomo morale non attua la sua moralità se non operando politicamente, accettando la logica della politica” (9).

La pertinenza di una diversa etica al governante o al governato, inclinante la prima verso il “tipo ideale” dell’etica della responsabilità l’altra verso quella dell’etica dell’intenzione (10) era l’opinione di Max Weber, il quale scriveva (11): “l’etica assoluta non si preoccupa delle conseguenze”; e invece la politica – e l’uomo politico, proprio a quelle per primo deve pensare, non foss’altro perché le sue azioni si ripercuotono sugli interessi di molti uomini. Da qui la nota distinzione di Weber tra etica della convinzione e etica della responsabilità. Per cui “v’è una differenza incolmabile tra l’agire secondo la massima dell’etica della convinzione, la quale – in termini religiosi – suona: “Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio”, e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni” e proseguiva: “Anche i primi cristiani sapevano che il mondo è governato da demoni e che chi s’immischia nella politica, ossia si serve della potenza e della violenza, stringe un patto con potenze diaboliche e, riguardo alla sua azione, non è vero che soltanto il bene possa derivare dal bene e il male dal male, bensì molto spesso il contrario. Chi non lo capisce, in politica non è che un fanciullo” (12).

Hegel era sospettoso verso la concezione della virtù dei suoi contemporanei: “il discorso sulla virtù, però, sconfina facilmente nella vuota declamazione, perché se ne parla solo come di un’entità astratta e indeterminata, e, analogamente, un tale discorrere, con le sue ragioni e le esposizioni si rivolge all’individuo come un arbitrio e capriccio soggettivo” (13), e probabilmente pensava che tanto parlare di virtù fosse ipocrisia. “nell’ipocrisia, infatti, si aggiunge la determinazione formale della non-verità – cioè della falsità – di affermare il Male come buono innanzitutto per altri, e di porsi esteriormente, in generale, come buono, coscienzioso, pio, ecc. – e questa, in tal modo, è soltanto un’acrobazia dell’atteggiamento che vuole ingannare gli altri (14).

Mette in guardia contro le visioni della moralità secondo cui quest’ultimo sarebbe permanente e soltanto una lotta ostile contro il proprio appagamento (come per gli antichi stiliti). E prosegue: “è proprio tale intelletto astratto a produrre quella visione psicologica della storia che mira a ridimensionare e disprezzare tutti i grandi atti e i grandi individui… Si tratta della visione dei camerieri psicologici, «per i quali non ci sono eroi, non perché questi non siamo eroi, ma perché quelli sono soltanto camerieri»” (15).

La frase di Hegel è ripetuta nei Lineamenti di filosofia del diritto, (par. 124) con modifiche dalla Fenomenologia dello Spirito, e ancora nelle Lezioni di filosofia della storia.

C’è poi da chiedersi se quel riferimento a Kant fosse un sottile invito alla platea a leggersi il filosofo di Könisberg.

Infatti se appare chiaro che nelle concezioni dei moralisti-chic non è chiara la distinzione tra morale e diritto, da ciò derivano due conseguenze: o si giuridifica (e si giudiziarizza) la norma morale o si moralizza quella giuridica. Ma è proprio Kant che nella Metafisica dei costumi ha distinto nettamente (e persuasivamente) morale e diritto; il cui fundamentum distinctionis è la coazione: “al diritto è quindi immediatamente connessa, secondo il principio di contraddizione, la facoltà di costringere colui che lo pregiudica” (16). La legge universale del diritto è: “Agisci esternamente in modo che il libero uso del tuo arbitrio possa coesistere con la libertà di ognuno secondo una legge universale” (17).

Quando scrive di etica di converso sostiene che “il sistema della dottrina generale dei doveri si divide in dottrina del diritto (iurisprudentia), che è suscettibile di essere tradotta in leggi esterne, e in dottrina della virtù (ethica), che sfugge a ogni legislazione di tal genere… Siccome però l’uomo è un essere libero (morale), il concetto del dovere, se si considera la determinazione interna della volontà (l’impulso), non può contenere altra costrizione se non quella che ci imponiamo da noi stessi” e prosegue: “Gli impulsi della natura rappresentano dunque nel cuore dell’uomo degli ostacoli all’adempimento del dovere, e vi oppongono delle forze potenti, che egli deve sentirsi in grado di combattere e di vincere con la ragione”.

Per cui a Kant sarebbe risultata a dir poco bizzarra l’idea, probabilmente maggioritaria in quella platea di dover imporre la morale con i carabinieri, i procuratori, o, almeno, con gli avvocati. Almeno quanto lo sarebbe pensare a norme giuridiche affidate alle buone intenzioni (e soltanto a quelle) degli uomini.

Si può replicare che la (pretesa) intemperanza sessuale di Berlusconi lede l’ “immagine dell’Italia”. Ma anche qua l’apprezzamento è del tutto soggettivo, dato che pretende di attribuire all’estero le stesse opinioni della platea. E perché mai? Avete sentito di una guerra (che è “continuazione della politica con altri mezzi”) scoppiata per questioni di “letto”? Io si: la guerra di Troia. Ma ho sempre pensato che lo stesso Omero nel tramandarla, dubitasse che tutto quello sconquasso fosse stato causato da una regina allegra, un principe intemperante e un re cornuto. E che tanti Achei si fossero fatti ammazzare per vendicare l’onore reale.

Note:

(1) Gorgia 491, a.
(2) Politica, III, 4, 1277 a-b, trad. it. di R. Laurenti, Laterza, 2002.
(3) De Republica, Lib. I, II.
(4) Ibidem, Lib. VI, III.
(5) LUTERO, Sull’autorità temporale, Oevreus, tome IV, p. 23, Ginevra 1975.
(6) Op. cit., p. 29.
(7) S. ROBERTO BELLARMINO in Scritti politici, Torino 1950, p. 250.
(8) Behemoth, trad. it., Bari 1979, p. 53.
(9) L’onestà politica ora in Etica e politica, Bari 1931, pp. 165-166.
(10) In effetti ci si trova costretti a dare, per ragioni di spazio una esposizione quanto mai concisa di una doppia distinzione: governante/governato – etica della responsabilità/etica dell’intenzione, in relazione al metodo weberiano dei tipi ideali, cui forzatamente potrebbero trovarsi tante eccezioni e precisazioni. Ce ne scusiamo e rinviamo il lettore a una lettura di Max Weber, in particolare al “Politik als beruf”.
(11) Politik als Beruf, trad. it. ne “Il lavoro intellettuale come professione”, Torino 1966, p. 109.
(12) Op. cit. p. 113.
(13) Lineamenti di filosofia del diritto, § 150.
(14) Ibidem § 140.
(15) Ibidem § 124.
(16) Die Metaphysik der Sitten, Introduzione alla dottrina del diritto, § D.
(17) Op. cit., § C.


Teodoro Klitsche de la Grange

lunedì 14 febbraio 2011

Homepage di Alberto B. Mariantoni


Costruiamo questa Homepage per una raccolta sistematica degli articoli e dei saggi, recenti e meno recenti di Alberto B. Mariantoni, di cui abbiamo pubblicato sporadicamente vari testi ed altri ancora sono nel nostro archivio. Di Mariantoni esistono negli archivi digitali del Journal de Genève, della Gazette de Lausanne e altre testate italiane ed europee numerosi articoli sulla situazione politica del Vicino Oriente, che propri in questi giorni tornano di attualità. Nel 1991 Mariantoni, in collaborazione con F. Oberson, scrisse un volume, apparso presso Jaca Book, dove era raccolta l’esperienza sul campo come corrispondente di guerra. I contenuti di questo volume sono gradualmente riversati nel nostro blog di «Geopolitica», nelle Note storiche dei singoli paesi mediterranei. Il nostro piano di edizione degli articoli di Mariantoni, quelli scritti allora e quelli che l’autore viene via via scrivendo, saranno per noi una comune occasione per riflettere su ciò che sta avvenendo sotto i nostri, che non vorrebbero essere “bendati”. Pubblicheremo in traduzione italiana, con qualche commento di aggiornamento, gli articoli apparsi allora in lingua francesi e che ci sembra ora utile riproporre. Qui per comodità nostra e del lettore uniremo tutti i contributi di Mariantoni, distinguendoli così dall’insieme degli oltre 1000 articoli, spesso saggi lunghissimi, apparsi finora su “Civium Libertas”.

Alberto B. Mariantoni: «Tunisia e Egitto: Tutti contenti e coglionati!»

Homepage di A.B.M.
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Tunisia e Egitto:

Tutti contenti e coglionati!



di
Alberto B. Mariantoni


Rivoluzioni… in Tunisia ed in Egitto? Per il momento, sono sicuro di no. Domani, invece, sono largamente tentato di non escluderlo affatto!

Ma vediamo perché…

A dire degli specialisti della massa cerebrale, sarebbe scientificamente provato che il nostro cervello – confrontato con un visibile, tangibile, allettante e succulento piatto di pasta fumante, abbondantemente condito con pomodoro, basilico e fragrante parmigiano; oppure, sollecitato da una minuziosa, lusinghevole ed invitante descrizione simbolica o metaforica dello stesso pasto – tenderebbe ordinariamente a reagire nella medesima maniera. Al punto tale che sottoposto a scansione clinica, sarebbe perfino possibile individuare ed osservare tra i meandri della materia grigia – previa inoculazione, nel circuito sanguigno, di un particolare ed inoffensivo liquido di contrasto – l’illuminazione elettrico-reattiva di equivalenti neuroni di riferimento.

Questo vorrebbe dire che l’essere umano, a causa dei suoi naturali ed ineluttabili limiti fisiologici, non sarebbe praticamente in grado, all’interno della sua psiche, di potere immediatamente focalizzare, distinguere e differenziare il “dire” dal “fare”, l’ “essere” dall’ “apparire”, l’effettiva “realtà” da una qualsiasi “rappresentazione illustrativa o narrativa”.

Non è escluso, dunque, che gli attuali responsabili dei diversi Stati e Governi occidentali – strettamente coadiuvati e sostenuti nel loro indecoroso ruolo di perfetti maggiordomi al servizio di poteri occulti, dalla maggior parte dei media cartacei ed audio-visivi – essendo perfettamente a conoscenza della suddetta particolarità umana, stiano sfruttando a fondo i singolari meccanismi di quella peculiare specificità. E questo, sia per continuare impunemente a promettere ciò che non sono mai in grado di mantenere, sia per manipolare o imbonire ad hoc le coscienze delle popolazioni, sia per perpetuare sine die ed in nome e per conto della finanza internazionale, il peggiore dei regimi che la storia abbia mai conosciuto: quello, per intenderci, Liberal-Capitalista-Globalista. Un sistema, quest’ultimo, apparentemente politico e sostanzialmente illegittimo ed usurpatore che tende pubblicamente ad esplicitarsi e formalmente ad auto-rappresentarsi agli occhi dei suoi amministrati, attraverso un furbesco ed ingannevole modello istituzionale che possiamo senz’altro definire di ‘Democrazia formale’, ‘illusoria’, ‘nominale’, ‘totalitaria’ e ‘dispotica’.

Formale, in quanto i suoi cittadini/sudditi – se si esclude l’effimero gesto che è loro concesso di potere andare, di tanto in tanto, a votare per l’uno o l’altro dei “furbi” delle differenti fazioni in campo – sono sistematicamente esclusi o marginalizzati dalla vita pubblica dei loro Paesi e studiatamente mantenuti all’oscuro delle reali problematiche che travagliano la società.

Illusoria, in quanto il “modello” istituzionale in questione – in piena e flagrante contraddizione in termini con la realtà – pretende che chi non è in grado di governare o di auto-governarsi, possa perfettamente valutare ed eleggere coloro che sono destinati a governarlo.

Nominale, in quanto, il Sistema in questione ha semplicemente preferito sostituire – al significato ed al senso sostanziali del termine Democrazia (il “governo del popolo, dal popolo, per il popolo”, secondo la definizione fornita da Demostene) – la vacuità e l’inconsistenza formale della declamazione verbale della semplice e sola “parola”. Cercando di ovviare a quel vuoto sostanziale, con un’altra serie di parole astratte a consonanza compiacente e garbata, come la “libertà”, “l’uguaglianza”, la “fratellanza”, la “solidarietà”, la “giustizia”, lo “Stato di diritto”, i “diritti dell’Uomo”, “l’umanitarismo”, la “tolleranza”, la “moderatezza”, la “partecipazione”, etc.

Totalitaria, in quanto chi, all’interno o all’esterno del suddetto modello di “Democrazia”, non accetta di riconoscere l’indiscutibile legittimità delle sue istituzioni, è immediatamente considerato la ‘personificazione del male’ ed il ‘nemico assoluto’ della società; e di conseguenza, chi non si sottomette alle ‘forche caudine’ dei suoi soggettivi ed arbitrari criteri di valutazione e di giudizio o delle sue ordinarie regole elettorali (che, naturalmente, sono forgiate ad hoc per permettere l’invariabile perpetuazione del medesimo Sistema), è automaticamente e politicamente ‘fuori gioco’.

Dispotica, in quanto, il Sistema in questione – dopo avere studiatamente occultato ed interessatamente fatto dimenticare alla maggioranza dei cittadini/sudditi gli antichi e sempre validi concetti di Isonomia (l’uguaglianza dei cittadini nei confronti della legge), Isotimia (l’uguale diritto che i cittadini avevano di accedere a qualsiasi funzione dello Stato) ed Isegoria (la libertà d’espressione di cui godevano tutti i cittadini) – non esita affatto a criminalizzare e tiranneggiare tutti coloro che non sono d’accordo con la sua prassi quotidiana, nonché a favorire ed a privilegiare sfacciatamente coloro che accettano incondizionatamente di schierarsi dalla parte della sua ‘verità ufficiale’. Al punto tale che questi ultimi – parafrasando George Orwell – “sono, sempre e comunque, più uguali degli altri”.

Risultato: il Sistema liberal-capitalista-globalista che pretende addirittura “esportare”, con la forza delle armi, a Nazioni terze il suo “modello” istituzionale – grazie alla televisione ed alla meticolosa ed efficace cassa di risonanza che gli è quotidianamente offerta dal resto dei media mainstream – è riuscito ad imporre, volens nolens, un vero e proprio ‘pensiero unico’ (nel senso di sola visione, permessa o autorizzata, dell’uomo, della società e del mondo, a discapito di tutte le altre) ed un linguaggio ‘politically correct’ (nel senso di ciò che si può o non si può dire, affermare o sostenere pubblicamente, pena la messa al bando, l’isolamento, la sanzione amministrativa e giuridica, nonché la morte civile dell’incauto trasgressore) alla quasi totalità dei Paesi del mondo.

Il medesimo Sistema, inoltre – dall’alto della sua pretesa e mai dimostrata ‘superiorità morale’ (che altro non è, in definitiva, che una triviale e disonesta “morale” partigiana: nel senso di unica “morale” ammessa, permessa ed autorizzata che è addirittura applicata a danno e pregiudizio di qualsiasi forma di autentica ed armoniosa ‘morale societaria’ e/o ‘politica’) – è ugualmente riuscito ad istituire ed a far valere, a suo proprio vantaggio, un concetto di giustizia a ‘geometria variabile’, valida per tutte le occasioni e situazioni, che si arroga simultaneamente il diritto, soggettivo ed arbitrario, di potere costantemente ed impunemente giocare, su ogni “tavolo” ed in qualsiasi genere di conflitto, il comodo e perverso ruolo di ‘semplice parte in causa’, di ‘giudice imparziale’, di ‘assolutore morale’ e di ‘carnefice di servizio’.

Come l’abusato e costantemente beffeggiato lettore del nostro tempo l’avrà senz’altro intuito, se mi sono permesso di fargli questa lunga e dettagliata introduzione, è stato semplicemente per potergli direttamente fornire una serie di ‘chiavi di lettura’ che, nella vita di tutti i giorni, possono senz’altro aiutarlo a discernere ed a misurare il grado di manipolazione a cui egli stesso, purtroppo, è incessantemente sottoposto, ogni giorno, dal suddetto Sistema.

L’esempio più lampante ed istruttivo, lo troviamo nelle recenti notizie dell’attualità internazionale: vale a dire nelle due cosiddette “rivoluzioni” che si sarebbero svolte, nelle scorse settimane ed in diretta televisiva, sia in Tunisia che in Egitto.

Ora, che in Tunisia ed in Egitto ci siano state delle palesi e cruente rivolte di una parte di quelle popolazioni contro i rispettivi regimi (quello del Presidente Ben Ali e quello del Presidente Mubarak) che, per decenni (21 anni il primo e 30 anni il secondo), sono stati apertamente e scandalosamente appoggiati e sostenuti dalla maggior parte dei Paesi del Blocco occidentale (USA-EU-Israel), non credo possa suscitare una qualsiasi rimessa in discussione.

Che all’interno, invece, dei suddetti Paesi, ci siano state, per il momento, delle effettive e tangibili rivoluzioni popolari che abbiano aperto la strada alla prossima instaurazione di una vera e propria Democrazia (diversa, dunque, da quella che poc’anzi ho preso la libertà di analizzare e mettere a nudo), il lettore mi scuserà, ma – conoscendo da vicino la natura ed il funzionamento interno di quegli Stati ed essendo al corrente degli osceni ed inconfessabili interessi che spingono costantemente la quasi totalità dei Paesi occidentali a puntellare e rinforzare quel genere di regimi – continuo testardamente ad avere i miei più fondati e documentabili dubbi!

In Tunisia, infatti, a parte l’ufficiale e teatrale eliminazione del “fusibile” Ben Ali, non mi sembra che sia cambiato qualcosa…

Al contrario, il regime inizialmente instaurato dal Presidente Burguiba nel lontano 1956-1957 e successivamente gestito e perfezionato dal Presidente Ben Ali, continua imperturbabilmente a rimanere ben saldo sulle sue strutture di sempre (quadri politici e governativi, servizi segreti, polizia ed esercito) ed a detenere, fino a prova del contrario – anche se con la pubblica e verbale promessa al popolo, di future e “libere” elezioni… – l’insieme dei poteri dello Stato.

Lo stesso dicasi dell’Egitto, dove – dopo l’eliminazione ufficiale del “fusibile” Mubarak e la formale promessa, agli insorti di Piazza al-Tahrir, di future e “libere” elezioni… – tutto resta come prima. Se non peggio di prima… Con il solito staff politico e dirigenziale, il solito esercito, i soliti servizi segreti e la solita polizia che – oltre ad essersi preventivamente premurati di sciogliere il vecchio Parlamento e di sospendere, per sei mesi, l’applicazione delle garanzie costituzionali – continuano seraficamente a controllare, con l’usuale beneplacito politico e diplomatico dell’Occidente, la quasi totalità dei gangli vitali (militari, politici, economici, culturali, amministrativi, giuridici e civili) del Paese.

Eppure, grazie alle enfatiche, mirate e forvianti manipolazioni operate dalla quasi totalità dei mezzi di informazione embedded del mondo, tutto sembra davvero cambiato.

Come per incanto, infatti, il regime tunisino e quello egiziano sembrano diventati improvvisamente “liberali”, “tolleranti”, “aperti al dialogo”, “pronti a qualsiasi concessione”. E gli stessi Paesi (Stati Uniti ed Unione europea in testa!) che fino a ieri ne avevano avallato e rafforzato (a colpi di miliardi di dollari o di euro…) l’esistenza, nonché sostenuto ed incoraggiato, con il loro ufficiale o ufficioso compiacimento, le più generalizzate e vomitevoli pratiche repressive, tendono, oggi, a sbracciarsi platealmente ed a fare a gara tra di loro, agli occhi del mondo ed in diretta televisiva, per dichiararsi da “sempre”… propugnatori e promotori del “nuovo” corso politico nei suddetti Stati. Il tutto, naturalmente, in nome dell’abituale e magica parola, “Democrazia”, abbondantemente farcita, come di consueto, con le solite ed allettanti altre belle parole di contorno che conosciamo: “libertà”, “uguaglianza”, “fratellanza”, “solidarietà”, “giustizia”, “Stato di diritto”, “diritti dell’Uomo”, “umanitarismo”, “tolleranza”, “moderatezza”, “partecipazione”, etc.

Il “popolo bue”, purtroppo, anche questa volta, ed è triste doverlo constatare – avendo probabilmente dimenticato o mai conosciuto le sagge e premonitrici riflessioni di Étienne de La Boétie (1530-1563), nel suo ‘Discours sur la servitude volontaire’ – si è fatto nuovamente ed ingenuamente convincere dagli abituali e prezzolati “venditori di fumo” di una certa stampa internazionale che i feroci e rapaci tiranni dei loro Paesi erano soltanto due: Ben Ali (in Tunisia) e Mubarak (in Egitto), coadiuvati, al massimo, da qualche loro stretto parente, amico o conoscente… E, per l’ennesima volta, il “popolo bue”, ha “abboccato all’amo” della solita disinformazione.

Per ora, dunque, in Tunisia ed in Egitto, a mia conoscenza, non risulta che sia avvenuto qualcosa di nuovo. Anzi, come per il passato: niente libertà (horreya), niente democrazia (dimuqratya), niente giustizia sociale (‘adala igtimaya), nessuna fine della corruzione (al-fasad), nessuna fine della disoccupazione (al-batala).

Insomma, per il momento, tutti contenti e coglionati…

E questo, fino al giorno in cui… l’uomo della strada – sia all’interno del sempre beffato, tradito e martirizzato Mondo arabo che della nostra angariata ed asservita Europa – riuscirà davvero a prendere coscienza della sua poco invidiabile condizione di volgare ed umiliato pupazzo nelle mani dei più grandi delinquenti che la Storia abbia fino ad oggi potuto sperimentare. Ed a liberarsi, con le proprie forze, sia dai suoi più infidi, radicati ed intralcianti riflessi condizionati che dalla sua annosa, avvilente e degradante schiavitù.

Allora sì, che – nei diversi Paesi delle sponde opposte del Mediterraneo e senza nessuna “diretta” televisiva… – avremo sicuramente l’occasione o l’opportunità di vederne delle belle!

Alberto B. Mariantoni

domenica 13 febbraio 2011

Correva l’anno 1921: armi agli Ebrei contro i Palestinesi disarmati!

Sinottica di «Geopolitica»
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Siamo troppo abituati, complici i media e i governi, a considerare la questione sionista ed il problema palestinese secondo gli stereotipi della propaganda dei nostri giorni. In realtà, se si sale alle radici di un’ingiustizia così palese da porre seraimente in crisi tutte le costruzioni del diritto internazionale e dei cosiddetti diritti umani, in realtà un’astuzia polemica con la quale si vuole destabilizzare governi non obbedienti ai voleri neo-coloniali del cosiddetto Occidente. Il testo che si propone di seguito fa parte di una ricerca, piuttosto erudita, con la quale ci si propone di dimostrare come ben prima che fascismo e nazismo esistessero, la tragedia palestinese, ormai secolare, era già perfettamente definita in termini ancora più chiari di oggi. Nel 1921 l’entità sionista reclamava per sé il diritto di avere armi e l’obbligo per gli indigeni di non portare armi: solo i primi avevano il diritto all’autodifesa, mentre i secondi avevano l’obbligo di accettare l’invasione, l’offesa, l’esproprio, la denazionalizzazione. Anche oggi le cose non stanno diversamente: Israele rivendica per sé il diritto di possedere non più fucili, ma addirittura un arsenale nucleare con il quale può distruggere e ricattare il mondo intero. Infinite sono le recriminazioni contro i sigari Kassam, cioè contro ordigni rudimentali che ogni palestinese rinchiuso nella prigione di Gaza può costruirsi in casa e farne magari uso individuale con scarsi o nulli effetti distruttivi sul nemico. Circa la “sproporzione” di offesa e difesa anche qui sono diversi i “punti di vista”: per un politico embedded è maggiore la pericolosità di un sigaro kassam che non tutto l’armamentario nucleare israeliano! Sembra più incredibile che grottesco, ma è ciò che ci ammanisce oggi l’ordinaria propaganda sionista, padrona incontrastata dei media. Ed è per questo che per cercare la “verità” ci rivolgiamo ad un passato che la racchiude e ce la consegna ad un secolo di distanza con una evidenza ancora più sciacciante di quanto allora non fosse. In “Civium Libertas” daremo alcuni brevi estratti della nostra ampia ricerca condotta nel blog “Geopolitica”, al quale possono risalire quanti sono interessati a maggiori dettagli.

Armi alle colonie ebraiche
Fonte
da: Oriente Moderno,
Anno I, Nr. 3,
15 agosto 1921, p. 160-161

a) Armi alle Colonie Ebraiche. - Il Karmel ha appreso dal Governatore del Distretto di Fenicia che il Governo militare ha concesso alle colonie ebraiche isolate un piccolo numero di fucili perché possano difendersi, in caso di assalto, fino all’arrivo di soccorsi. Queste armi saranno custodite in una stanza di cui terrà la chiave un funzionario governativo della colonia, o, in mancanza di funzionario, il capo della colonia. Questi sarà responsabile verso il governo, e non dovrà tirarle fuori che per ordine del Governatore del Distretto e in caso di necessità urgente. I fucili potranno venir distribuiti a persone che abbiano versato un deposito in danaro al Governo, impegnandosi a non far uso delle armi che per la difesa personale; se le adoperano per altro scopo perderanno il deposito e saranno passibili di punizioni legali. (al-Karmel, 6-7-1921).

È noto che la Palestina venne divisa, nel luglio 1920, in sette Distretti: Gerusalemme, Gaza, Bersabea, Samaria (capoluogo Nablus), Fenicia (cap. Caiffa) e Galilea (cap. Nazaret).

V. d. B.

Per protestare contro la consegna di armi agli Ebrei, il 6 luglio a Gaza ebbe luogo uno sciopero generale con chiusura di tutte le botteghe. Una commissione si è recata dal Governatore a domandare che fossero concesse armi a tutti o fossero tolte agli Ebrei. Alla dimostrazione partecipavano 100 bambini fra i 10 e i 13 anni. (al-Karmel, 13-7-1921).

V. d. B.

* * *

Si noti l’ipocrisia con cui ci si preoccupa che le armi siano sottochiave ed usate solo alla bisogna. Sarebbe come se oggi, vivendo in luoghi isolati, il governo ci distribuisse armi da usare in caso di necessità. Piuttosto macchinoso il sistema di custodia delle armi. Supponendo che uno di noi stesse subendo una rapina a mano armata, si dovrebbe chiedere al rapinatore di sospendere la rapina, per darci il tempo di andare a prendere le armi che il governo ci ha concesso in dotazione. Se i nostri vicini di casi, non appartengono alla nostra stessa etnia, non hanno diritto alla dotazione governativa di armi, chiaramente destinate alla propria autodifesa. Non vi è qui alcun bisogno di raccontare barzellette: la storia supera i nostri più applauditi comini. I Palestinesi – che esistevano già allora, nell’estate 1921 – pensarono bene di indire uno sciopero generale, in Gaza, il 6 luglio 1921: a scuola questa data non la si insegna. Non fa parte della Memoria di Stato. Nessuno ne sa niente!

sabato 12 febbraio 2011

Corrispondenza da una Lettrice: 1. La Rivolta dell’Egitto: Retroscena - Ovvero, Quello che i Media Non Raccontano

Homepage - N° 1
Corrispondenza: Successiva

Non è una finzione retorica, ma una situazione del tutto reale. “Civium Libertas” ha la fortuna di avere una Lettrice poliglotta che si muove abitualmente ed assai agevolmente sui siti web in lingua straniera. Attinge spesso di prima mano notizie che più tardi o mai giungono sul web italiano, per non parlare della carta stampata o delle televisioni. Proprio ieri sera il solito Pagliara faceva la solita propaganda, che neppure vale qui la pena di riprendere e confutare. Ho perciò dato licenza alla nostra Lettrice di disporre del blog “Civium Libertas”, inviando senza eccessive formalità stilistiche tutto ciò che trova interessante o utile da segnalare al web italiano.

Purtroppo, esistono confini linguistici che sono più solidi ed escludenti dei confini amministrativi, politici e militare stabiliti dagli stati e dal diritto internazionale. La Lettrice, di cui per ragioni concordare non sarà rivelato il nome, ha già collaborato in passato al nostro Blog con notizie che sono state poi riprese da altri blogs ed aggregatori. Riprende adesso la collaborazione, in modo più organico, costruendo un’apposita homepage dove i Lettori potranno trovare raccolte le “Nostre Corrispondenze”, da parte della comunità dei Lettori che in questo modo si trasformano in Collaboratori.

Al momento scrivo poco su “Civium Libertas” per la semplice ragione che sono impegnato ad aggiornare e sviluppare il mio blog di Geopolitica ed in particolare l’impegnativa ricerca su «La questione sionista e il Vicino Oriente», che partendo dal 1921 (in avanti e a ritroso) intende far vedere come la Questione fosse già perfettamente definiti, nei suoi termini ancora attuali, molto prima che fascismo e nazismo venissero in essere. Anzi, la Questione era allora ancora più chiara di quanto non appaia adesso, inquinata come è, da una massiccia propaganda e da un asservimento sistematico dei media e di buona parte di politici e governanti. Mubarak – finalmente uscito di scena – era l’uomo che Israele aveva imposto ad un popolo di 80 milioni di abitanti: un vero e proprio servo dello straniero, un vero e proprio traditore del suo popolo. E ce ne sono ancora tanti! E tanti ne abbiamo in caso: ognuno lo sa ma nessuno lo dice o lo può dire.

Avvertenza finale e consueta: non riteniamo di dover sacrificare a ragioni di forma linguistica e di stile l’immediatezza dell’informazione e dell’espressione. Correggeremo in un secondo tempo tutto quello che ci parrà di dover correggere, rettificare, integrare, migliorare. Il testo che segue della nostra Lettrice è già vecchio di alcuni giorni per il semplice fatto che non ho trovato prima il tempo di leggere la mia posta: ed è dunque precedente la notizia delle dimissioni di Mubarak, che adesso cambia in quadro generale della situazione.

Antonio Caracciolo


***

La Rivolta dell'Egitto: Retroscena -
Ovvero, Quello che i Media Non Raccontano


Parte 1. Breve analisi della situazione attuale.

L’intento di questo scritto non è fornire una cronologia degli eventi che si succedono in questi giorni nel Medio Oriente e nei paesi arabi, ma di spiegare in parole semplici all’uomo comune, non pienamente informato, quali siano le cause storiche e attuali alla base dei tumulti nelle piazze arabe. All'interno di questo contesto, di particolare interesse è la vicenda egiziana, in quanto rappresenta l’elemento chiave, il fattore determinante per un eventuale successo della rivoluzione araba, che mira a spezzare le catene della schiavitù dai regimi arabi corrotti e dal dominio delle forze egemoniche coloniali.
- Sugli Accordi di Camp David e il Trattato di Pace tra Egitto e Israele

Nel marzo del 1979 venne firmato il Trattato di Pace tra Egitto e Israele, come conseguenza degli Accordi di Camp David del settembre 1978, siglati dal Pres. Egiziano Anwar El Sadat e dal primo ministro israeliano Menachem Begin, già a capo della famigerata Irgun, l'organizzazione di stampo terrorista creata dagli ebrei sionisti in Palestina prima del secondo conflitto mondiale. L’Accordo di Pace, firmato alla presenza del presidente americano Jimmy Carter, valse a Sadat e Begin il Premio Nobel per la Pace.

Camp David Accords: Menachem Begin, Jimmy Carter, Anwar El Sadat

I termini del Trattato tra Egitto e Israele (eufemisticamente chiamato Trattato di Pace) erano formulati in modo tale da lasciare molto spazio ad Israele per le modalità e i tempi nell’applicazione delle condizioni. Per la formulazione e la legittimità dei termini del trattato non vennero consultati i capi di stato degli altri paesi della Lega Araba, né tantomeno vennero interpellati i Leader Palestinesi, nonostante la Questione Palestinese fosse il vero soggetto del Trattato.

Gli Accordi di Camp David risultarono anche nella disintegrazione di un fronte arabo unito nell’opporsi ad Israele. Molte nazioni arabe biasimarono l’Egitto - il paese arabo di maggiore peso economico e politico nella regione - per non avere esercitato sufficiente pressione affinché Israele prendesse decisioni in merito alla questione palestinese in termini che fossero accettabili per i palestinesi. Per questo motivo - e a causa della formulazione vaga con cui la Risoluzione ONU 242 sanciva gli obblighi di Israele in merito ai territori da restituire ai palestinesi - la questione palestinese divenne allora - ed è tutt'oggi - il punto focale del conflitto arabo-israeliano che si scatenò immediatamente dopo la firma del Trattato.

L’Accordo rappresentava l’inizio di un lungo calvario per il popolo egiziano, un calvario morale, economico, sociale: in effetti consegnava la sovranità del popolo egiziano nelle mani di USA e Israele, con la complicità dei "colonnelli" dell'esercito egiziano. L'Egitto inoltre diventava a tutti gli effetti il "cane da guardia" di Israele, costringendo i cittadini egiziani a fungere da carcerieri dei loro fratelli palestinesi.

Fu come se una pietra tombale venisse calata sulla Causa per la Liberazione della Palestina.

È importante notare, tuttavia, che negli anni a seguire altri stati arabi concordarono la pace con Israele. Analogamente al governo egiziano, i leader arabi si rendevano conto che accettare un’alleanza con Israele era una condizione necessaria per non attirarsi le ire degli Sati Uniti e delle altre maggiori potenze occidentali. Ma sapevano anche, che tale tregua comportava enormi benefici per la classe dirigente araba, motivata principalmente da miraggi economici.

Va sottolineato quindi, che i colpevoli morali del perenne conflitto in Medio Oriente sono i nostri governi occidentali alleati con gli Stati Uniti nel permettere ad Israele la totale impunità, nonostante Israele abbia da sempre agito in contravvenzione alle leggi internazionali e non abbia mai rispettato nessuna delle decine di Risoluzioni ONU sancite in merito all’occupazione illegale della Palestina.

Siamo noi, con l’asservimento alla superpotenza americana, che abbiamo messo l'Egitto e altri paesi arabi in condizione di doversi piegare al diktat israelo-americano.

* * *

Mentre scorrono in Tv le immagini suggestive che ci arrivano dalla Piazza della Liberazione del Cairo (Tahrir Square), tutti facciamo il tifo affinché quella che per ora è da considerarsi una rivolta, si trasformi a tutti gli effetti in una Rivoluzione Egiziana. Ma pochi sanno contro quali poteri si stiano rivoltando in realtà gli egiziani e l’intera popolazione araba. E pochi sanno che la lotta contro tali poteri ci riguarda tutti da vicino, non solo in Europa e nell’occidente, ma nel mondo intero.

Leggendo il titolo di questo scritto viene da chiedere: su cosa i media non vogliono informarci? E perché?

Perché, ad esempio, i media, quelli occidentali, non ci raccontano per quale motivo la rivolta di Tunisi si è risolta in poco tempo (se anche non definitivamente), mentre quella egiziana sembra doversi protrarre nel tempo con scenari che cambiano di giorno in giorno?

Perché, ora che Mubarak si è dimesso, la lotta nella Piazza della Liberazione in Cairo continua più animata che mai? Cosa chiedono i cittadini egiziani?

Nel caso di Tunisi, quando si profilava un eventuale successo della rivolta, le potenze occidentali non hanno poi insistito più del dovuto nell’appoggiare il loro governo fantoccio in quel paese, ritenendo evidentemente Ben Ali una pedina sacrificabile, la cui dipartita non avrebbe seriamente compromesso gli equilibri e interessi politici occidentali nei paesi arabi.

Ma l’Egitto è altra cosa.

L’attuale governo - da sempre gestito dai “colonnelli” - sembra non volersi rassegnare. Mubarak si è dimesso ma non facciamoci ingannare: all’inizio della rivolta, messo sotto pressione dalle proteste delle piazze e dai capi di stato maggiore che temevano di perdere poteri e privilegi, Mubarak ha rinnovato il Consiglio dei Ministri e ha nominato come Vice Presidente il famigerato Generale Omar Suleiman, l’uomo che da 15 anni è a capo dei terribili Servizi Segreti egiziani, l’uomo che ha fornito agli israeliani l’Intelligence (i dati sensibili) per l’attacco a Gaza, l’uomo che da anni gestisce il sistema di tortura di cui si serve la CIA per i casi di Rendition (consegna di individui illegalmente prelevati dalla CIA in varie parti del mondo e consegnati ai servizi segreti di governi consenzienti come l’Egitto per essere “interrogati” sotto tortura), l’uomo che da anni è in realtà il vero capo di stato e gestisce i rapporti con l’estero, l'uomo che viene chiamato “il servo di Israele” e collabora attivamente con il Mossad (i servizi segreti israeliani), l’uomo che sta facendo costruire la barriera di acciaio sotto la frontiera tra Egitto e Gaza, per impedire che gli abitanti di Gaza si possano servire dei tunnel sotterranei per rifornirsi in Egitto di qualche provvista, l’uomo a capo del feroce sistema repressivo e della terribile polizia segreta che ha incarcerato e torturato chiunque osasse alzare la voce contro il regime.

Suleiman rappresenta la continuazione del “sistema” messo in atto da Mubarak. È vero che anche Suleiman negli ultimi giorni si è dovuto dimettere dalla scena ufficiale, mentre le consegne sono state passate all’esercito. Ma è anche vero che il feroce Suleiman continua ad essere il vero “capo ombra” che agisce dietro le quinte, mentre alcuni dei “Colonnelli” egiziani sono attualmente a Washington, o meglio al Pentagono, per conferire con la Difesa americana su come mantenere in Egitto lo “status quo”, in altre parole, per mantenere attivi gli accordi di Camp David, in modo che USA e Israele conservino il controllo sull'Egitto e sulla regione con i Colonnelli egiziani saldamente al comando del paese.

Ma sul ruolo e potere reale dell'esercito egiziano rimando ad altra parte in questo scritto.

Mubarak è da molto tempo una mera figura simbolica, una pedina profumatamente pagata per fare la propria parte nel mantenere la cosiddetta “stabilità” Israele/Medio Oriente, a scapito dell'Egitto e del suo popolo. Proprio in questi giorni ci è stata rivelata l’entità della ricchezze accumulate da Mubarak - circa 70 miliardi di dollari -, che fa di lui l’uomo più ricco del mondo, un primato che ufficialmente apparteneva all’imprenditore messicano Carlos Slim - 55 miliardi di dollari - che secondo il magazine Forbes aveva recentemente superato Bill Gates in fortune personali.

Finché Suleiman e i suoi colonnelli rimarranno in controllo, le forze imperialiste egemoniche che reggono i fili del Medio Oriente e tengono il mondo sotto scacco si sentiranno rassicurate perché quel sistema di governo garantisce la continuazione dello stato di cose efferato che ha reso perenne il cosiddetto “Conflitto del Medio Oriente”, e che impedisce ai popoli arabi - e in particolare ai palestinesi - di riappropriarsi della sovranità dei propri paesi.

I media occidentali non ci raccontano quali siano gli interessi, e da parte di chi, a mantenere attivo il conflitto del medio oriente e a mantenere in vita l’attuale regime autoritario in Egitto.

Tutti siamo più o meno convinti che i media non ci raccontino tutto ‘“perché sono asserviti al potere”. Ma di quale “potere” stiamo parlando in questo caso? Gli interessi di chi sono serviti e tutelati nel tenere all'oscuro il pubblico occidentale, e in particolare quello americano - in merito ai retroscena internazionali riguardo all’Egitto? La risposta a questi interrogativi è la chiave per comprendere gli eventi a cui assistiamo in Egitto e altrove nel mondo arabo. Non è possibile, tuttavia, spiegare in poche righe e in un'unica soluzione, ciò che per decenni - anzi per un secolo intero - è stato nascosto al grande pubblico nel mondo occidentale.

È curioso notare che, nelle strade arabe invece, anche l'uomo comune è perfettamente al corrente dell'entità contro la quale deve combattere. Come in ogni rivoluzione, anche in Egitto la gente chiede che ci siano migliori condizioni di vita e che cessi la corruzione di chi governa. Ma nel caso dell'Egitto la “corruzione” assume proporzioni mostruose, dato che coinvolge la totalità delle maggiori potenze occidentali e arabe.

Ciò che in occidente non viene raccontato è che, se la Rivoluzione Egiziana avverrà nelle modalità che il popolo egiziano richiede, ciò comporterà lo scacco al “Re Nero” sullo scacchiere politico internazionale. Comporterà un vero e proprio sconvolgimento degli equilibri e delle forze in campo non solo nel medio oriente, ma ovunque nel mondo.

A guadagnarci saranno molti popoli oppressi, sia in Asia minore che nel continente africano.

A perdere saranno quei poteri che impediscono la la giustizia sociale e la convivenza civile ed equalitaria dei popoli nel mondo.

Per meglio spiegare chi sono i poteri che controllano i media e contro cui combattono gli egiziani e altre popolazioni arabe, bisogna mettere a confronto tra loro alcuni aspetti:
  • gli slogan che gli egiziani gridano ad alta voce in piazza della liberazione
  • le reazioni ufficiali delle maggiori potenze occidentali ed arabe ed in particolare di Israele
  • il tono e contenuto di quello che raccontano i nostri giornalisti
Gli slogan delle piazze egiziane.

Forse lo slogan che al meglio esemplifica la natura delle proteste degli egiziani è quello che ho visto durante una delle lunghe dirette non-stop su PressTv. Alcuni manifestanti in Piazza Tahrir, in Cairo, avevano un cartello che diceva:

MUBARAK = BARACK = BARAK

(Presidente Egiziano = Presidente Americano = Ehud Barak, attuale Ministro della Difesa Israeliano, famoso per il recente massacro della popolazione rinchiusa nel campo di concentramento di Gaza - il motivo per cui Barak non può più fare visita in molte parti dell’Europa, visto il tentativo di arresto al suo arrivo a Londra poco dopo il massacro di Gaza).

E un altro slogan spesso sentito e visto sui manifesti diceva:

Mubarak, Te Ne Devi Andare, Se Non Lo Capisci in Arabo Te Lo Diciamo in Isareliano

(davvero bello: lo slogan non dice "ebraico", ma "israeliano")

Ciò che le piazze egiziane intendono dire è che il loro governo si piega al diktat americano e israeliano - anche se, strano a dirsi, non è il Presidente degli Stati Uniti il Re Nero da sconfiggere, essendo egli stesso ostaggio del Pentagono e della potente Lobby sionista pro-Israele attiva tanto in America che in Europa

Paul Craig Roberts, autore del libro "La Tirannia delle Buone Intenzioni", qualche tempo fa ha scritto un articolo davvero illuminante per chi non ha ben chiaro quali siano le forze che hanno in mano i fili del mondo. L'articolo è intitolato "Il Fantoccio Obama - L'uomo Meno Potente del Mondo" http://www.counterpunch.org/roberts12022009.html, e spiega come Obama (o meglio, ogni Presidente USA), è "essenzialmente irrilevante", dato che si deve piegare alle direttive delle Lobby più potenti, in particolare quella dell'industria militare bellica, e la Lobby sionista pro-Israele. Ho tradotto l'articolo in italiano e parte del testo comparirà nel seguito di questa serie sui retroscena della Rivolta Araba.

Le reazioni ufficiali delle maggiori potenze occidentali ed arabe ed in particolare di Israele.

Quando sono iniziate le manifestazioni in Piazza Tahrir nel Cairo, uno dopo l'altro i leader occidentali si sono affrettati a fare dichiarazioni pubbliche in cui si appellavano ai rivoltosi egiziani invocando il "rispetto dei trattati internazionali" per "garantire la stabilità nella regione", senza alcuna considerazione per ciò che davvero vogliono o non vogliono i cittadini egiziani.

Fin dall’inizio della rivolta, Israele e i suoi alleati tra i regimi arabi corrotti hanno fatto enorme pressione sulla Casa Bianca per intervenire in modo “concreto” affinché il governo egiziano non crollasse. Nei media alternativi internazionali, come PressTv e Al Jazeera International, le dichiarazioni di Israele venivano riportate forti e chiare: «La Casa Bianca e le potenze occidentali NON devono spingere per il collasso del governo Mubarak. Se si vuole garantire la stabilità dell’assetto regionale e mondiale, il sostegno al governo Mubarak deve essere inequivocabile».

- Un vero e proprio ricatto pervaso di sottile minaccia. Israele e i regimi arabi sono in fermento.

... continua ...

Nel prossimo post (Parte 2):

- Il tono e contenuto di quello che raccontano i nostri giornalisti

Ero tentata, in un primo momento di fare un breve resoconto di quello che raccontano i media convenzionali a cui tutti possiamo accedere facilmente perché ci vengono proposti nelle nostre Tv e piattaforme satellitari: RAI NEWS, CNN, BBC, FOX NEWS (il canale di news più visto in USA, in mano alla corrente della destra estrema dei neo-conservatori, da sempre schierata con Bush & company), e altri canali che ora non elenco anche per non fare pubblicità a canali che non la meritano. Guardo i programmi politici di questi canali per vedere quali dis-informazioni vengono servite al pubblico, specie quello americano. ...
Invece ho deciso di citare un passaggio dell'analisi dell'inviato di Rai News in Medio Oriente, ...

- “Stabilità? Quale Stabilità? Di Stabilità sono Pieni anche i Cimiteri”

Ma di che natura sia questa "stabilità" che le maggiori potenze invocano freneticamente, nei media non viene raccontato. ...

- Il Presidente Americano - L’uomo Meno Potente del Mondo

La Israel Lobby non ci ha messo molto a mettere in riga il Presidente Obama in merito al suo divieto per la costruzione di nuovi insediamenti sui territori palestinesi occupati. Obama ha scoperto che un semplice presidente americano è impotente di fronte alla Israel Lobby e che agli Stati Uniti semplicemente non è concessa una linea politica separata da quella di Israele.
… E c'è la Lobby Militare/Sicurezza che ha per ordine del giorno fare le guerre e trasformare l’America in uno Stato di Polizia, e non sarà certo un mero presidente americano a fermarli. ...

venerdì 4 febbraio 2011

Teodoro Klitsche de la Grange: Il destino del 41

Homepage di T.K.

Non appena il governo ha enunciato la volontà di riscrivere l’art. 41 della Costituzione è iniziato il fuoco di sbarramento dei dissenzienti, difensori ad oltranza di tutte le disposizioni della Carta, virgole comprese.

Il tutto senza sapere bene di che si tratta (dato che lo propone il governo di centrodestra è una callida impostura a prescindere): anch’io non lo so onde provo a ragionare con le scarse anticipazioni apparse sulla stampa.

Le quali indicano quali modifiche che si vorrebbero apportare a questo articolo: a) la sostituzione del termine “iniziativa” del 1° comma con “attività”. Si ascrive grande importanza a tale innovazione, ma a me sembra che se non è zuppa è pan bagnato.

La seconda – questa sì importante – consiste nell’eliminazione del 3° comma dell’art. 41 che dispone “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

Tale disposizione deve evidentemente molto al clima politico del primo dopoguerra e, in genere, dell’intervallo tra le due guerre mondiali, di guisa che una formulazione poco diversa avrebbe potuto essere fatta, ad esempio, da teorici dello Stato corporativo fascista o da quelli del New Deal. Così detta norma legittima (tra l’altro) quel “controllo sociale” istituzionalizzato, quale forma di partecipazione dei lavoratori (ed anche dei finanziatori) alla gestione dell’impresa, come sosteneva Fanfani che fu relatore alla Costituente sul controllo sociale dell’attività economica.

La norma è una delle più “datate” di una Costituzione il cui impianto generale è ascrivibile, come detto, alla situazione politica e culturale del secondo dopoguerra.

Infatti l’on. Fanfani sosteneva nella relazione alla Costituente che il controllo sociale era stato attuato qua e la con leggi speciali (Russia, Italia, Germania, Turchia, U.S.A., Inghilterra, ecc.) ma anche “in nuove Carte costituzionali seppure di diversissima ispirazione (esempio: Weimar, U.R.S.S., Portogallo, ecc.)”. Si noti che citava una costituzione borghese (Weimar) una corporativo-fascista (Portogallo) una comunista (U.R.S.S.) a conferma della necessità “universale” di tale scelta. Altri studiosi, come Coli, che scriveva non appena promulgata la costituzione, avvertiva la filiazione diretta di quella norma sia dall’orientamento generale che dalla legislazione fascista. “L’economia regolata era la formula verso la quale dal primo dopoguerra si è orientata la politica economica in quasi tutti i paesi. L’economia pianificata sovietica è il tipo-limite dell’economia regolata. L’estremo opposto è dato dall’economia concertata, che si appaga della coordinazione attuata dai grandi gruppi industriali con la collaborazione e il controllo dello Stato “. Il fascismo non fece eccezione all’orientamento generale “la stessa premessa anti-individualista lo portava a subordinare la proprietà privata all’interesse pubblico e a concepirla come diritto-dovere, «non più espressione di egoismo individuale»”. Altri governi dittatoriali erano sulla stessa strada (quello portoghese, già ricordato) “e soprattutto quello nazional-socialista tedesco, che organizzava le imprese produttive in Reichsgruppen sotto la ferrea disciplina dello Stato e, assunto virtualmente il monopolio del commercio estero, imprimeva alla direzione unitaria dell’economia un accentuato carattere programmatico”.

In definitiva dagli anni ’30 fino agli anni ’60 (ed anche ai ’70) prevaleva la convinzione – e la prassi – che lo Stato dovesse essere il regolatore dell’economia. Il che, implicava anche economie largamente autarchiche, in ossequio all’intuizione, tra gli altri, di Fichte (espressa oltre un secolo prima) che un’economia politicamente diretta e regolata richiede uno “Stato commerciale chiuso”.

Regolazione, controllo, vincoli, programmi, piani, autarchia: è una rassegna di parole (e concetti) da cui sembra ci separino un paio di secoli, e invece sono circa sessant’anni. Alla regolazione è subentrata la de-regulation; controlli e vincoli sono più limitati (ma in Italia c’è ancora tanto da fare); i piani economici, il più famoso dei quali era quello sovietico, sono crollati con il comunismo e sono stati sostituiti dal liberismo più sfrenato e dalla flat-tax, ricette cui gran parte dei paesi ex comunisti sono ricorsi per recuperare il cinquantennio (o giù di li) perduto rispetto a quelli capitalisti; l’autarchia riguarda ormai solo Cuba e la Corea (o poco più ).

Non solo è chiara la “datazione” di quella norma, ma ne è altrettanto e forse più evidente come, dato il cambiamento della situazione, la stessa si colloca ormai tra la Scilla dell’inutilità e la Cariddi del danno. Quanto alla prima è chiaro che se, come sosteneva Fanfani, il primo obiettivo della norma è “la massima efficienza” cioè “la massima produzione ai minimi costi” per far questo non è solo necessario confidare che lo Stato e il legislatore abbiano compiuto e compiano scelte economicamente corrette (sul che più di un dubbio è lecito) ma soprattutto che ciò appaia tale ai detentori dei capitali e anche agli stessi lavoratori. Altrimenti i primi non investono, ma emigrano, e i secondi non immigrano, ma vanno appresso al capitale (in trasferta). E questo è un problema notevole, ma assai inferiore al danno che un’interpretazione “talebana” di detta (e altre) norme può e potrà arrecare, e di cui abbiamo avuto – nel mezzo secolo trascorso - non pochi esempi.

Se infatti tale disposizione invece d’essere interpretata come la prescrizione di una riserva di legge – quindi come facoltà del potere legislativo d’imporre limiti e controlli in vista di determinati fini, è ritenuta una direttiva e un dovere del legislatore ad imporre i lacci opportuni al “controllo sociale”, allora le conseguenze saranno (e sono) gravemente dannose.

Infatti la norma costituisce – come molte della nostra (ed altre) costituzioni – quello che Schmitt chiamava un “compromesso formale dilatorio” cioè un accordo raggiunto dal costituente il cui connotato peculiare è d’essere “compromessi fittizi, poiché essi non riguardano nessuna decisione oggettiva raggiunta con una concessione reciproca; la loro essenza consiste invece proprio nel differire ed aggiornare questa decisione. … Questi compromessi fittizi sono in un certo senso compromessi effettivi, giacchè essi non sarebbero possibili, se fra le parti non vi sarebbe nessuna intesa. Ma l’intesa non riguarda l’oggetto; si è d’accordo soltanto nell’aggiornare la decisione e nel lasciarsi aperte le interpretazioni e le possibilità più disparate” (1) .

Solo che essendoci in Italia una Corte costituzionale ed una cospicua tendenza a cercare di raggiungere per via giuridica-giurisdizionale ciò che non è conseguibile per quella politica, il risultato è che il “compromesso dilatorio” diventa il cavallo di Troia per cui il potere “non politico” (cioè la Corte Costituzionale e, in secondo luogo, quello giudiziario) invade ed entra in quelli politici. Perché conferire il “contenuto” “l’oggetto” a una norma che non ce l’ha, o che ne ha poco (perché generica) significa legiferare al posto dell’organo competente.

Il che comporta che il potere giudiziario che a Montesquieu appare “en quelque faςon, nul” diventa “en quelque faςon, tout” perché fa saltare la distinzione dei poteri come formulata dal Barone: pone (surrettiziamente) la regola, e l’applica al caso concreto (2).

In definitiva questa – ed altre disposizioni simili – costituiscono la via (italiana) allo Stato giurisdizionale (Justizstaat), che essendo il potere giudiziario a selezione burocratica (e la Corte costituzione di nomina indiretta) non è, per natura, responsabile verso l’elettorato.

E, ancor di più, mostra come sia assurda la pretesa di considerare la Costituzione del ’47, in tutto il suo articolato, come immodificabile. Quando era, come tutte, il prodotto di un determinato momento storico, e tra i suoi ascendenti, aveva, come ricordato da Fanfani e Coli la Costituzione salazarista portoghese (3).

Per cui è ora di voltar pagina: la Repubblica ha necessità di ben più incisivi cambiamenti costituzionali dell’art. 41. Ma intanto, per inizio, ci si può accontentare.

Note:

1) Verfassungslehre, trad. it. di Antonio Caracciolo, Milano 1984, p. 52.
2)
Esprit de lois, lib. XI, cap. 6.
3) Di cui è il caso di ricordare alcune disposizioni: art. 5 “Lo Stato portoghese è una repubblica unitaria e corporativa”; art. 6, II comma “Coordinare, sviluppare e dirigere tutte le attività sociali, facendo prevalere la giusta armonia degli interessi nella giusta subordinazione di quelli particolari a quello collettivo”; art. 31 “Lo Stato ha il diritto e il dovere di coordinare e regolare dall’alto la vita economica e sociale con i seguenti scopi…”; art. 35 “La proprietà, il capitale e il lavoro assolvono una funzione sociale, in regime di cooperazione economica e di solidarietà, potendo la legge stabilire le condizioni del loro impiego o gestione in conformità alle finalità sociali”.


Teodoro Klitsche de la Grange

venerdì 21 gennaio 2011

Alberto B. Mariantoni: Le “pagliuzze” e i “pali”…

Homepage di A.B.M.
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Pubblico di seguito un primo testo di Alberto B. Mariantoni – una grande firma del giornalismo italiano – che già circola sulla rete e sulla scorta del quale innesterò qualche riflessione su un tema intorno al quale non intendevo intervenire. È troppo avvilente la scena che ogni sera riempie tutte le edizioni dei telegiornali: “Berlusconi è uno che … ha interesse per le donne !”

Incredibile! Ma è proprio questo che offre la piazza politica. Da tempo hanno deciso, in Alto, che si deve rimpiazzare Berlusconi, non più uomo di sicuro servaggio. Dovendolo attaccarre, per farlo cadere, non trovano di meglio che andare a scovare i suoi “vizi”, se tali sono.


Tra i tanti moralisti che offrono spettacolo di sé, e parlano dal pulpito, ricordo un capo partito che propose una speciale indennità, per i deputati, che essendo lontani dalla famiglia e dalla legittima consorte, si trovavano costretti a dover soddisfare le loro necessità sessuali con escort occasionali, magari con qualche accompagnamento di droghe, in alberghi della capitale, non potendo disporre di propri palazzi privati. Insomma, questo è il livello dell’attuale dibattito politico, di cui appunto non volevo e non voglio occuparmi.

Chiudo soltanto con una citazione di Machiavelli, dove io trovo la migliore spiegazione del carisma di Berlusconi. Posto che Berlusconi aveva già di suo, all’inizio della sua carriera politica, tutto ciò che gli altri, che per questo entrano in politica, vanno cercando: i soldi. E ne aveva e continua ad averne tanti. Non ha certo bisogno dell’emolumento, pur astronomico, di un parlamentare. Con quello si paga al massimo la colazione. Insomma, senza qui – neppure io – voler difendere Berlusconi (ha già tutti gli avvocati che vuole) sono più che mai convinto che quanti gli si gettano addosso in questi giorni, sono di gran lunga peggiori di lui.

Machiavelli? Che c’entra? Il teorema dell’Uno (il Principe), degli aristocratici (i magnifici 1000 deputati, poteri forti e occulti, e annessi) e il Popolo (tutti noi). L’allenza avrebbe dovuto essere fra l’Uno e il Popolo. Ed invece sembrerebbe che Berlusconi non abbia visto il Popolo che si aspettava qualcosa da lui e si sia invece circondato di puttane e avventurieri di ogni genere, che hanno perfino tentato in ultimo di dargli il calcio dell’asino. Al Popolo, che Lui scopi e vada a donne piuttosto che ad uomini, non credo interessi molto. Anzi, può perfino darsi che si compiaccia della vitalità di un settantenne, se davvero è come dicono. Quanto poi alla pudica Minorenne, motivo di tanto “reato”, beh, insomma, non prendiamoci in giro… “Tanto gentile e tanto onesta…”, lo diceva il Poeta, tanti, ma tanti, secoli fa.

Credo che il declino di Berlusconi, se è giunto il momento, debba trovarsi non nei suoi costumi sessuali, ma nella mancata mobilitazione e liberazione del popolo, in catene dal 1945 ad oggi, come ben spiega Mariantoni, nel testo che segue. Non saremo più liberi, quando lo avranno fatto fuori. Servi eravamo ed ancora più servi saremo. Se un uomo della straordinaria ricchezza di Berlusconi decide di mettersi in politica, non può essere per fare altri soldi oltre a quelli che ha già, ma deve avere necessariamente un’idea politica, un progetto. Oltre all’idea avrebbe dovuto avere anche degli alleati. Il suo punto di forza doveva essere il Popolo, non gli Ottimati, i ben situati e collocati, che hanno dissanguato questo paese e che lo hanno sempre più affossato.

(testo in elaborazione: se ne avrò tempo e voglia)


Ricevo un link di cui do ulteriore segnalazione. Il testo è ampio e mi riservo di leggerlo con più attenzione, ma ciò che mi ha subito attratto è il riferimento del titolo al 1994 ed a “Tangentopoli”. Quello che successe dopo è la storia che ci riguarda oggi, ma cosa oggi ne verrà fuori ancora non lo sappiamo ed è fondato il timore che vada a finire peggio di allora.

A. C.


Le “pagliuzze” ed i “pali”…

di: Alberto B. Mariantoni

Non è che io, con il mio intervento, voglia in qualche modo cercare di difendere l’indifendibile Berluska.

Chi mi conosce, sa perfettamente quale sia, e sia sempre stato, il profondo ed irriducibile antagonismo che mi contraddistingue nei confronti delle “idee” e del modo di fare o di agire di questo “personaggio”. E questo, sin dall’epoca in cui, l’ancora aspirante guitto in questione, era un semplice e spavaldo palazzinaro (Milano 2) che finanziava sotto-banco (in nera, naturalmente… e dall’estero!) il Partito socialista dei Pellitteri (a Milano) e dei Craxi (a Roma).

Ciò che, invece, tende particolarmente a deprimermi ed a rattristarmi profondamente, è vedere la maggior parte dei miei compatrioti ergersi, di volta in volta (spontaneamente o a comando subliminale?), ad inflessibili ed impietosi “moralisti” dei comportamenti privati di un qualunque Sirchiana, Boffo, Marrazzo o Berluska, e fregarsene altamente, se:

-l’Italia continua ad essere occupata, dal 1945 ad oggi, da più di 100 Basi ed istallazioni logistiche e miltari USA e NATO;

-i nostri figli ed i nostri fratelli continuano a morire, per conto terzi, in guerre (per la “pace” ed il “bene” dell’umanità, s’intende!) che direttamente o indirettamente non ci riguardano;

-il nostro Paese, da ex soggetto della propria politica, è diventato semplice oggetto della politica degli altri;

-i maggiordomi (di destra, sinistra, centro) che ufficialmente ci governano, per conto degli USA – e come i “ladri di Pisa”, di giorno litigano (o fanno finta di litigare…) e la notte vanno a rubare assieme… – non hanno altra preoccupazione quotidiana che quella di continuare a riempirsi le tasche, sulle spalle ed alla faccia del “popolo bue”;

-la sovranità monetaria continua ad essere delegata a dei banchieri privati e/o alla speculazione finanziaria internazionale;

-il "bravo" Marchionne e la "cara" famiglia Elkhan. zitti zitti -con la complicità di alcuni sindacati, il concorso volontario o sotto ricatto delle maestranze dei loro stabilimenti ed il beneplacito indiretto e soddisfatto della Marcegaglia -hanno praticamente azzerato 200 anni di conquiste sindacali e ricondotto il mondo del lavoro all'epoca delle abominevoli e schiavistiche condizioni di sfruttamento umano che già esistevano presso le liberistiche officine di Liverpool e di Manchester del 1760/1830;

-i migliori “gioielli di famiglia” della nostra industria nazionale – senza tenere conto della cartolarizzazione delle sorgenti, delle spiagge, dei fiumi, dei laghi, delle caserme e dei pubblici monumenti – continuano ad essere privatizzati e/o svenduti, a licitazione privata ed a prezzi simbolici;

-la precarietà del lavoro viene, ogni giorno di più, resa incerta ed insicura, da una banda di delinquenti con il colletto bianco che – per guadagnare di più ed ammassare più profitto personale o aziendale – non esita affatto a proporci gli “standard” della Cina (cioè, al massimo, 100 euro al mese, per 14 o 15 ore giornaliere, domenica compresa!);

-la scuola e le università – ridotte ormai al lumicino – non sono più in grado di formare adeguatamente nessuno, pur continuando instancabilmente a sfornare, a catena, pseudo-diplomati e pseudo•laureati, validi soltanto per la disoccupazione permanente ed irreversibile;

-nei nostri ospedali, si entra, magari, con una tonsillite o un’unghia incarnita, e si esce quasi sempre per i “piedi”…; quando non ne usciamo con qualche recondito strumento chirurgico inavvertitamente o sbadatamente ricucito dentro al nostro corpo…;

-gli OGM, gli insetticidi, i pesticidi, i fungicidi, gli erbicidi e le diossine – senza contare gli stabilizzanti, gli antiossidanti, i coloranti ed i conservanti – circolano indisturbati ed impuniti sugli scaffali dei nostri supermercati e le tavole della nostra alimentazione:

-la droga e l’alcool sono diventati il banale e spensierato diversivo quotidiano delle giovani generazioni;

-i servizi pubblici delle nostre città, anche se privatizzati, sono fatiscenti ed inefficienti, e servono unicamente a sistemare, vita natural durante (con posti reversibili o trasferibili a parenti, amici e compari…), le diverse e variegate clientele della politica e del sottogoverno;

-la corruzione ed il malcostume, come se nulla fosse, imperano e dilagano a tutti i livelli della vita pubblica e privata;

-la quasi totalità dei canali televisivi che invadono ogni giorno, a pagamento o a canone, la nostra privacy – come se non avessimo cultura o storie autoctone da raccontare – ci trasmettono ininterrottamente, fino alla noia, programmi volutamente fuorvianti o imbonitori e, in tutti i casi, esclusivamente veicolatori della sola american way of life;

- etc.

Insomma, la cosa che mi disturba e mi disgusta di più nei ciclici e formali atteggiamenti “moralizzatori” dei miei compatrioti, è che l’uomo della strada continua sistematicamente a correre dietro ai soliti “conigli di pezza” della disinformazione galoppante ed a scandalizzarsi ufficialmente delle “pagliuzze” che gli vengono studiatamente ed interessatamente fatte balenare davanti agli occhi, e non si cura affatto dei veri e propri “pali della luce” che tutti assieme, purtroppo, continuiamo innegabilmente a portare saldamente conficcati nel didietro, da più di 66 anni!

Bravi fratelli Italiani! Continuiamo pure così…

Altro che « Popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori »…

Ben presto – da indefessi e confermati omuncoli, ominicchi, pinglianculo e quaqquaraquà quali, da anni, ormai, in ogni occasione, dimostriamo di essere – non ci resterà nient’altro da fare, per cercare di assicurare la nostra futura sopravvivenza quotidiana, che tentare disperatamente di immedesimarci di nuovo – e, forse, per qualche secolo ancora… – nel “ruolo” dell’Italiano tanto caro agli anglo-americani di tutte le risme e di tutte epoche: quello dei cantastorie, degli sciuscià e delle signorine in S.p.e.!

Alberto B. Mariantoni

sabato 8 gennaio 2011

Cronaca di una mancata strage in Egitto: paghi per tre pullman extralusso e te ne mandano due in pessime condizioni.


La notizia c’è, ma gli organi del mainstream non te la danno, occupati e preoccupati come sono nel tentativo, fin troppo trasparente, di innescare una moderna crociata di cristiani contro musulmani, su commissione e a beneficio di Israele, come ha lasciato intendere in ultimo, acutamente, sul Corriere della Sera, Vittorio Messori, ricevendo subito gli strali della Brigata Sionista d’Italia. Persino il ministro degli esteri Frattini, grande amico di Israele, si è fatto televisivamente promotore di un ricatto di dubbia carità cristiana: o i paesi musulmani proteggono i “nostri” cristiani o noi, europei, non daremo più le nostre elemosine, i nostri “aiuti”. Se l’Occidente doveva dare una prova della sua superiorità morale, Frattini ne ha data una ulteriore formulazione. Ed, in effetti, quello egiziano di Mubarak è un regime che vive di elemosine dell’Occidente, principalmente degli USA, che comprarono e pagarono il trattato di pace israelo-egiziano del 1979, successivo agli accordi di Camp David. Da allora l’Egitto vive in una sorta di sudditanza e ricatto continuo: qualsiasi cosa Israele gli chiede, l’Egitto la fa, pena l’interruzione degli “aiuti” statunitensi. L’Occidente dice “democrazia” ed intende stato “fantoccio”: devi fare quel che ti dico io, anzi no, devi ingegnarti “liberamente” ad interpretare i miei più reconditi ed inconfessabili desideri. Se si ricostruisce per sommi capi la storia del Medio Oriente dallo smembramento dell’Impero ottomano ad oggi, non sono sicuro che quei martoriati paesi ci abbiano guadagnato in libertà, benessere, democrazia, civiltà. Ma questa è un’altra storia. Qui, io che giornalista non sono, cerco di narrare al meglio un grave incidente, piuttosto sospetto, occorso a un pullman di attivisti per i diritti umani, fra i quali si trovava Joe Fallisi, sulla strada che da Rafah conduce all’aeroporto del Cairo.

Sarà poi Joe Fallisi che di suo pugno narrerà l’esperienza da lui vissuta in Gaza, dove – entrato autononamente attraverso il valico di Rafah – ha potuto tenere un concerto, organizzato dal centro culturale Baladna (= “la mia citta”), fare un’intervista al primo ministro Ismail Haniyeh e condurre in porto il gemellaggio fra Gaza e il comune pugliese di Villa Castelli, in provincia di Brindisi. La proposta di gemellaggio avrebbe dovuto giungere, portata da Fallisi, insieme con la Freedom Flotilla, bloccata tragicamente dall’esercito israeliano il 31 maggio dello scorso anno. Fallisi è molto soddisfatto del pieno successo di questi tre obiettivi, che si era proposto nell’affrontare il suo terzo viaggio a Gaza, passando attraverso le forche caudine d’Egitto. Terminata la sua missione a Gaza, dove ha anche incontrato il suo amico Vittorio Arrigoni, un altro italiano di cui Frattini non si interessa gran che, ma che vive addirittura a Gaza da qualche anno, Joe si era unito. sulla via del ritorno, ad un folto gruppo di attivisti asiatici per i diritti umani (Lifeline-India), anch’essi riusciti ad entrare a Gaza negli stessi giorni, attraverso il valico di Rafah, per portare i loro aiuti umanitari, gratuiti e liberi, non soggetti a nessun “do ut des”, secondo il modello “politically correct” dell’attuale ministro italiano degli Affari Esteri.

Gli Asiatici, cioè un consistente gruppo di giovani, anziani, donne, bambini (compreso un neonato), avevano ordinato richiesto tre pullman di buon livello, necessari per portare da Rafah all’aeroporto del Cairo i partecipanti stremati dalla missione umanitaria, appena conclusa a prezzo di notevoli sacrifici, di puro volontariato della società civile, partendo dalle catene dell’Himalaya, per giungere a Gaza da Oriente. L’altra carovana omonina di Lifeline era invece partita dall’Inghilterrra: Oriente e Occidente così uniti nel nome della libertà di Gaza. Ordinati e pagati anticipatamente tre pullman confortevoli, i committenti si videro invece arrivare due catorci, dove è stato giocoforza stipare quanti dovevano entrare in tre bus. Nonostante la penuria di posti, Joe Fallisi è stato calorosamente accolto su uno dei due pullman per l’aeroporto. Fra l’altro, Fallisi ha potuto ritrovare e riabbracciare alcuni attivisti con i quali aveva partecipato alla Gaza Freedom March al Cairo. Durante la notte, verso le tre, mentre viaggiavano, stipati come sardine, si è udito a circa 70 km dal Cairo un grande scoppio. L’autobus ebbe una violentissima frenata, scardinò il muretto di cemento dell’autostrada, piegandosi sul fianco sinistro. La dinamica dell’incidente, la sua esatta causa a tutt’oggi non è chiara neppure a Fallisi, che su quel pullman viaggiava e che tuttora conserva dolori alle gambe per l’urto subito. Nell’incidente ci sono stati vari feriti che hanno reso indispensabile l’intervento di un’autoambulanza. È da aggiungere – dal racconto di Fallisi – come i medici avessero vivamente consigliato per alcuni feriti il ricovero ospedaliero, ma la polizia si è intromessa, sollecitando la rapida e globale partenza di tutti gli attivisti, feriti compresi, bisognosi di cure, che secondo la polizia avrebbero potuto avere nei loro rispettivi paesi. Evidentemente, la polizia e il regime erano interessati a sbarazzarsi il più presto possibile di tutti, per evitare inchieste giornalistiche, che sarebbero andate a gravare, dal punto di vista dell’informazione internazionale, sulle recenti, sanguinose e non ancora chiare vicende di Alessandria e avrebbero gettato ulteriore cattiva luce sul medesimo regime.

Fallisi stesso non sa se si sia trattato dello scoppio di una ruota o se l’autista, preso da un colpo di sonno, abbia sbandato sui bordi di cemento dell’enorme autostrada che conduce al Cairo. Ha potuto scattare alcune foto che documentano l’incidente. Può dare testimonianza del panico dei passeggeri, unito ad una grande forza d’animo, superando l’ultima avversità di un viaggio già irto di difficoltà e ostacoli. Quando io ho ricevuto una sua prima telefonata dall’aeroporto di Atene, dove era giunto dal Cairo, mi ha detto che «era vivo per miracolo» in quanto l’incidente non è stato affatto lieve e avrebbe potuto avere esiti tragici. Sarebbe stata una vera e propria strage, superiore per numero dei morti a quelli di Alessandria, essendo il pullman in questione stipato all’inverosimile. L’altro pullman, partito prima, era già giunto all’aeroporto, e stava aspettando gli altri passeggeri.

La cautela, la prudenza, il rigore nell’informazione e nella ricostruzione dei fatti impone di non gridare all’attentato, ma i dubbi permangono e con essi almeno il diritto di sapere se l’incidente debba considerarsi doloso o colposo. Se ne interesserà il nostro Ministro degli Esteri? Ne dubitiamo. Il suo cuore batte da tutt’altra parte ed i suoi pensieri hanno ben altra trama e contenuti. Viviamo in un chiaro processo di sfaldamento dell’unità nazionale, dove ognuno si arruola nella fazione che sente più vicina alla sua natura e ai suoi interessi. Credo di poter dire, a costituzione vigente, di non aver mai sentito un Frattini come “mio” ministro degli Esteri. E ne ho argomentato altrove. Anzi l’ho pure detto in faccia al signor ministro, contestandolo in un’occasione dove recitava la solita solfa della “sicurezza di Israele”, senza minimamente curarsi della “sicurezza” delle vittime palestinesi: clamorosa disparità di trattamento. Il nome dell’Italia, che per fortuna ancora c’è, io lo consegno a un Arrigoni, a un Fallisi, a quanti insieme ad altri cittadini del mondo – oltre 70 Paesi – sono saliti e saliranno sulle navi ovvero hanno partecipato e parteciperanno alle carovane, per portare aiuti, non soggetti a nessun “do ut des”, per una popolazione incredibilmente e kafkianamente rinchiusa in un Lager a cielo aperto da oltre quattro anni. La sua “colpa” è costituita dalla loro incrollabile volontà di resistere e dall’aver voluto liberamente eleggere un suo governo, non gradito ai grandi pupari della politica internazionale, nonché distruttori di ogni principio di diritto internazionale, ormai ridotto a vuoto schema concettuale per gli studenti universitari e per i professionisti di questa branca del diritto.

mercoledì 5 gennaio 2011

Editoriale di Behemoth n° 48 (luglio-dicembre 2010)

EDITORIALE
di
BEHEMOTH
Rivista di Cultura Politica
N° 48
(luglio-dicembre 2010)

Al momento in cui è scritto questo articolo, non sappiamo ancora come finirà il lungo duello tra Berlusconi e i suoi oppositori, se il governo otterrà la fiducia e se seguiranno - qualsiasi sia la decisione delle camere – nuove elezioni politiche.

Di una cosa siamo sicuri: che il tutto non ha nulla a che fare con l’immensa produzione di carta stampata – e immagini televisive – di questi ultimi mesi: non siamo chiamati a dare il voto su escort, cubiste o quartierini monegaschi, che, i protagonisti di questo (ulteriore) scontro, tengono in non cale ancor più degli italiani. No, la posta in gioco è altra: è la scelta ormai ineludibile tra la costituzione formale in vigore – e ancor più le forze residue che la sostengono e ne sono state garantite e plasmate -, e la (nuova) costituzione materiale, cioè le forze politiche non partecipi del vecchio arco costituzionale. Le quali sono riuscite a centrare solo un obiettivo, estremamente importante, del nuovo ordinamento: la legge elettorale.

Questa, nell’ispirazione maggioritaria-plebiscitaria, è poco conciliabile con la costituzione formale e quindi assai sgradita alle forze politico-sociali che la sostengono. E ciò è confermato dal ritornello ripetuto che la legge elettorale va riformata, che è la peggiore e così via. Anche chi scrive è convinto che la legge vigente abbia delle pecche enormi, che limitano assai la capacità d’integrazione del Parlamento eletto. Solo che l’obiettivo dei coristi, nascosto spesso – ma non sempre – dietro il falso scopo dell’abolizione dell’elezione secondo l’ordine di lista, è la cancellazione del premio di maggioranza. Cioè proprio quello che permette di avere qualcosa di non troppo dissimile a un governo del XXI secolo, sia sotto il profilo dell’operatività, e più ancora sotto quello della responsabilità verso il corpo elettorale.

I sostenitori dell’inverso, cioè (in primis) i poteri forti, trovano il loro brodo di cultura in un sistema parlamentare-consociativo in cui basta uno sconosciuto senatore Turigliatto (peraltro ammirevole per la coerenza alle proprie idee) a far cadere un governo; in mancanza del parlamentare marginale (e perciò decisivo) l’attivismo di qualche procura; in subordine l’abilità professionale di un paparazzo gonfiata dal sistema dei media. Tutto può tornare utile per usare la golden share sul governo, magari senza essere presenti (o avendo una presenza marginale) in Parlamento. È l’apoteosi della potestas indirecta, del potere senza responsabilità.

* * *

Passiamo alla presentazione del fascicolo.

Pubblichiamo, tradotta in italiano la prima delle sei Leçons sur le mouvement social di Maurice Hauriou. Il grande giurista ci da un saggio della poliedricità dei suoi interessi sottolineando analogie e parallelismi tra fisica e sociologia (con uno sguardo al diritto), tra leggi della termodinamica e della meccanica e ordine sociale. Al lettore valutare quanto ci sia di Bergson e quanto di S. Tommaso.

Gianfranco Lami si occupa di un autore piuttosto trascurato come Adriano Tilgher, e dei rapporti da questi intrattenuti con gli intellettuali dell’est europeo.

Andrea Salvatore scrive su un tema quasi obbligatorio: la classicità di Schmitt. Biagio di Iasio su Pareyson.

Anche Clemente Forte scrive su fisica e filosofia.

L’assoluto e l’illusione di poterne prescindere in politica è l’argomento dell’articolo di Teodoro Klitsche de la Grange.

Recensioni e segnalazioni librarie chiudono come sempre il numero.

Con l’occasione il Behemoth augura Buon Natale e Felice 2011 a tutti i lettori.