mercoledì 7 maggio 2008

Le “urine” giornalistiche di Paolo Griseri e le fandonie dell'ambasciatore israeliano alla Fiera del Libro di Torino

Versione 1.3
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La “Repubblica” di oggi 7 maggio 2008 riporta un’ampia cronaca delle manifestazioni connesse alla Fiera del Libro di Torino che si apre ufficialmente domani. Non sono ormai più capace di leggere in silenzio articoli di giornale senza fare i miei commenti. Cosa leggo dunque? Il servizio si apre con un’intervista all’ambasciatore israeliano Gideon Meir, il quale naturalmente tira l’acqua al suo mulino, facendo il gioco delle tre carte e dando prova delle eccelse qualità della diplomazia israeliana. E non è cosa di cui stupirsi, se si prensa al precedente ambasciatore, uomo dalle grandi emozioni. Ma è da chiedersi per chi è in fondo questa benedetta “Fiera”, finanziata pare direttamente dal ministero dei Beni culturali del defunto Rutelli in accordo con il governo israeliano e dopo aver esautorato l’Egitto inizialmente previsto per quest’anno come “ospite d’onore”, un «onore» usurpato da Israele con gli stessi raggiri ed inganni con cui 60 anni fa scacciava dalle loro terre e dalle loro case i palestinesi, per i quali il 60° della Gloria israeliana coincide con la loro Nabka. Mai un evento fu associato a tanta infamia e mai trovò così servili coperture al punto da «onorare» ciò che in normali condizioni di libertà politica e morale merita solo «basimo». Ho notato come l'informazione di parte tenti di eludere il senso di ciò che Napolitano ha detto. Se si legge nel suo testo la nota del Quirinale, che riporto ancora una volta dopo averle già commentate in altro post, cui rinvio:

La replica del Colle
. Una nota è stata diffusa dal Quirinale per rispondere alle dichiarazioni di Ramadan: «In relazione a talune dichiarazioni infondate e insinuanti - si legge nella nota - si ricorda come la presenza del presidente della Repubblica all'inaugurazione della Fiera del Libro di Torino sia nella stessa linea della sua partecipazione a molteplici eventi culturali che hanno luogo in Italia. È del tutto falso, inoltre, attribuire al presidente Napolitano l'errore di aver tacciato di antisemitismo tutti coloro i quali criticano lo Stato di Israele. La critica delle politiche del governo di Israele è del tutto legittima, innanzitutto all'interno di Israele; quel che è inammissibile è qualsiasi posizione tendente a negare la legittimità dello Stato di Israele, quale nacque per volontà delle Nazioni Unite nel 1948, e il suo diritto all'esistenza nella pace e nella sicurezza».
il senso è chiaro: criticare Israele si può, ad incominciare all’interno dello stato di israele da parte dei suoi stessi cittadini. Il criticare Israele non significa fare dell’antisemitismo. L’ambasciatore imbroglione, che io rimanderei a casa, tenta di far passare il marginale ed ultroneo della nota del Quirinale per l’essenziale. Ed al tempo stesso di occultare l’affermazione principale del testo di Napolitano che se non verrà di nuovo rimangiato con una piroetta, magari a seguito della pressioni della Israel lobby nostrana, ribalta tutto il senso dell’equiparazione antisionismo = antisemitismo, sulla quale molto si era ringalluzzita la propaganda israeliano-sionista.

È in fondo questo il messaggio che intendono dare quanti – me compreso – si schierano per il “boicottaggio”, che almeno per quanto mi riguarda non significa chiudere i cancelli o impedire al presidente Napolitano ed a chiunque altri di fare la sua passeggiata fino allo stand di Israele. Il senso del boicottaggio è tutto morale e sembra dispiaccia al vicedirettore di Famiglia Cristiana, Fulvio Scaglione, secondo la non affidabile citazione che ne fa lo stesso p.g. (Paolo Griseri). Se davvero “Famiglia Cristiana” – che non leggo da una trentina d’anni – sostiene ciò, vorrà dire che si è ridotta a mal partito la pretesa di magistero morale dei cattolici: vecchia storia con torrenti di sangue che attraversano tutta la storia del cattolicesimo, sempre pronto ad affermare la promozione della Fede con saggi accordi mondani fra poteri forti ed emergenti. L’ambasciatore israeliano si preoccupa della “legittimità” dello stato di Israele, contestata dalla sinistra e da un terzo degli italiani; ma se esiste una «ostilità» di un italiano su tre, di cui nel sondaggio di Mannheimer, ciò vuol dire che gli italiani, anche quelli meno colti, non la bevono sul modo in cui ci vogliono presentare la storia mediorientale. Ripeto quel che chiesi a Fini Gianfranco, ora numero 3 del regime: questa benedetta legittimità di Israele da chi dovrebbe essere riconosciuta? Dagli stati vassalli degli Usa, da un paese come il nostro con 113 basi Usa sul nostro territorio, o dagli stati confinanti con l’«entità» Israele ovvero dagli stessi palestinesi? Secondo quale concezione di “cristiana giustizia» si può pretendere di imporre con la forza e l'inganno ad arabi e musulmani un riconoscimento del loro invasore coloniale e del loro carnefice? Eccole qui le radici giudaico-cristiane che hanno trovato finalmente il loro trattino di unione, beninteso a danno di terzi e con beneficio della fede cristiana che sarà fancora una volta imposta nel mondo con l’aiuto delle cristianissime e piissime armi del torturatore Bush, che un giorno parla di diritti umani e l‘altro dispone inumani torture nelle prigioni Guantanamo in nome di una supposta sicurezza americana. Nulla di nuovo sotto il sole ed oggi l'ipocrisia morale è più sfacciata che nel passato.

Segue nel servizio odierno di “Repubblica” un articolo di Paolo Griseri (non più p.g.) che con grande professionalità giornalistica – ben venga l”abolizione dell’Ordine e la fine del finanziamento pubblico dei giornali – constata con disappunto la grande preparazione culturale di Francesco Coppellotti, le parole non sono semplicemente “pronunciate” ma «sciorinate”, usando cioè un termine che vuole orientare il giudizio del lettore che legge il articolo che dovrebbe semplicemente “informare” chi legge, lasciandolo libero di formarsi un suo autonomo giudizio. Mando a dire a costui che se Francesco Coppelloti “sciorina”, lui Paolo Griseri – di cui apprendo per la prima volta la sua esistenza terrena – riesce al massimo solo ad «urinare» sia parlando sia scrivendo. Ignora problemi che sono troppo grossi per la sua testa di mediocre giornalista e soprattutto estranei alla sua onestà intellettuale e deontologia professionale. In merito ai problemi sfiorati da un giornalista incompetente non ripeto cose già detto in questo blog, che chi vuole può andarsi a cercare. Il senso di questo mio rapido intervento è una vibrata e tempestiva protesta contro un'infamia a mezzo stampa alla quale nelle cose riguardanti le faccende israeliane ed il nostro passato storico tocca farsi il callo, ma non senza reagire fino a quanto le libertà costituzionali ce lo consentiranno.

Lasciando perdere le urine giornalistiche di Paolo Griseri, vale però la pena di riportare le parole di Francesco Coppellotti, semplice interventore al convegno torinese di Scienze Politiche sulla pulizia etnica in Palestina perpetrata nel 1948 e di cui si fa di tutto per stendere un velo di silenzio ed omertà. Dice Coppellotti le cui parole hanno fatto scappare la pipì al giornalista di Repubblica:
«Tedeschi e palestinesi sono vittime della stessa arma: il senso di colpa collettivo scaricato su di loro dagli ebrei e dallo stato di Israele. Il concetto di colpa collettiva non l’ho inventato io. lo si ritrova nel famoso discorso che Martin Walser pronunciò nel 1998 a Francoforte».
E qui mi voglio inserire anche io, per far venire il mal di pancia a Paolo Griseri, se mai leggesse queste mie righe. Eravamo in Roma al Goethe Institut, ad una conferenza in onore di Martin Walser, di cui Coppellotti, presente al tavolo degli oratori, aveva tradotto un ultimo libro. La sala era gremita. Dal pubblico volli intervenire anche io a proposito del concetto di colpa, citando un brano di Carl Schmitt del 16 novembre 1947:
«Vivere della colpa altrui è il modo più basso di vivere a spese degli altri. Vivere di ammende e tangenti è il modo più ignobile di fare bottino. Ma essi hanno vissuto sempre così…».
La citazione è tratta da un'opera postuma di Carl Schmitt, che avrebbe dovuto uscire inizialmente presso Adelphi, che però rinunciò a pubblicarlo – dopo aver fatto di tutto per averne i diritti commerciali – quando si accorse che l'opera conteneva simili eloquenti affermazioni. Ricordo che Walser fu compiaciuto da queste citazione, che forse non conosceva. Non così però gli ebrei presenti in sala, che intervennero dopo di me per mettersi a fare polemica con me ed elevarmi al ruolo non previsto di correlatore.

La poca testa di Paolo Griseri nulla può contro simili argomentazioni e ricorre alle urine, con il cui inchiostro redige il suo articolo odierno. Va a cercare alleanze – sempre dando con beneficio di inventario ciò che riporta del pensiero altrui – con un certo Davide del “collettivo autonomo universitario”, probabilmente uno studente che ha ancora molto da studiare ed apprendere, se davvero è vittima dei pregiudizi che gli attribuisce l'Urinatore di Repubblica. In effetti, si può riflettere sulla convergenza fra un certo ebraismo ed una certo sinistrismo dell'immediato dopoguerra in un comune interesse a demonizzare la storia dei popoli appena vinti. Cosa di meglio che non gettare su tutta la generazione appena precedente la “colpa morale” di un «Olocausto» sul quale ancora oggi esiste il divieto di ricerca storica.

E qui colgo occasione per ripetere la millesima volta la mia posizione – ben nota a Coppellotti e da lui condivisa – circa il cosiddetto negazionismo. Sono da tenere ben distinti due differenti aspetti. Uno riguarda la questione di merito (esistenza o non esistenza delle camere a gas, vera natura e funzione dei campi di concentramento, numero dei morti, ecc.), che deve essere materia degli storici, i quali devono poter svolgere in assoluta libertà il loro lavoro. Come in ogni controversia storica solo il dibattito, la discussione, in contraddittorio può portare ad una communis opinio che assuma i caratteri della Verità storica dei fatti, nella misura in cui possa darsi una verità in ordine alle cose umane. Altra ben diversa questione è il carcere e l'incriminazione penale inflitta a quanti sostengono tesi non gradite al governo di israele ed alle lobby ebraiche che hanno influenza in Francia, Germania, Austria, Svizzera e che riescono a farsi confezionare apposite leggi a sostegno della loro Verità, infliggendo carcere, tortura, persecuzione, gogna a quanti possono essere di diverse vedute. È quanto di più contrario ai principi liberali possa immaginarsi. Ho appena letto la notizia – non sono in grado di verificare ora – secondo cui lo storico Ilan Pappe, autore del “La pulizia etnica della Palestina” sarebbe stato costretto da minacce a lasciare il suo insegnamento in Israele per trasferirsi in Inghilterra. Se la cosa è vera, come credo, abbiamo un concreto esempio della “unica democrazia in Medio Oriente” di cui parla Gianfranco Fini a “Porta a Porta”, in un indegno sciacallagio televisivo di stato. Per concludere, nessun serio studioso potrà pronunciarsi positivamente o negativamente in ordine al cosiddetto negazionismo fino a quando non sarà garantito a chiunque la piena libertà del suo pensiero con annesso diritto ad una libera ricerca ed un libero insegnamento. A quegli altri studiosi, che danno per scontato che certe tesi non stiano né in cielo nè in terra, deve togliersi la fiducia e avanzare il sospetto di parzialità interessata. Spiegare ciò ad una certa sinistra è ancora difficile, ma tutto sembra in movimento e forse è giunta l’epoca della caduta dei tabù.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. L’ambasciatore israeliano tenta di... cavalcare il presidente Giorgio Napolitano. – Se si presta attenzione al virgolettato ci si accorgerà che il presidente Napolitano non ritorna più nell'infelice equiparazione fra antisemitismo ed antisionismo. Invece l'ambasciatore israeliano tenta di fargli dire quello che Napolitano non sembra voglia ripetere. Forse la la prima volta ci è cascato. Non posso sapere, a meno che le facoltà mentali non gli siano indebolite. È da seguire tutta la rassegna stampa tenendo di vista questo piccolo ma essenziale particolare nel gioco delle dichiarazioni. Veramente, l'ambasciatore israeliano è pericoloso nella sua scorrettezza: occorrebbe rimandarlo a casa, ma con Frattini nuovo ministro degli esteri possiamo aspettarci una cattiva politica estera, ma non troppo cattiva. Una nuova avventura militare credo che produrrebbe una forte mobilitazione nel paese e confido nel buon senso e realismo di Berlusconi.

Propagandisti: 14. Ugo Volli, il cartolinista di Sion.

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Inizialmente avevo abbinato il nome di Ugo Volli e quello di Daniela Santus in un’unica scheda, giacchè i due sembrvano marciare insieme. Poi invece sul mio computer si diradano le notizie su Daniela e prevalgono quelle di Volli. Separo pertanto le analisi e sposterà alcuni paragrafi che riguardano la Santus se mi giungeranno altri elementi di analisi. Mi hanno detto che la Santus avrebbe fatto un attacco nei miei confronti, ma non ne ho mai avuto traccia. Se capiterà, risponderò a tono. Per adesso procedo in uno studio – che spero di riuscire a condurre smorzando ogni animosità – che riguarda l’influenza della Israel lobby sulla politica interna ed estera dell’Italia. Le leggi vigente me lo dovrebbero ancora consentire. La figura umana di Ugo Volli, per quello che posso percepire dai suoi scritti, mi riesce profondamente incompatibile.

Versione 1.6 / 24.07.09
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Sommario: 1. Ugo Volli rassegnista stampa dell’UCEI. – 2. Il blog di Daniela Santus. – 3. Daniela combattente. – 4. Non poteva mancare. – 5. Palestina sempre, Israele mai. – 6. Un’incommentabile faziosità mista a idiozia. – 7. E che vuol dire? che mi devo ingozzare di merci israeliane? – 8. Gli svizzeri ragionano bene, perché sono liberi di ragionare. – 9. E allora che? – 10. Son andati a portare rose e confetti. – 11. Non è necessario andare in Israele per sapere quanta apartheid c’è. – 12. Triste storia. – 13. Una copertura infame. –

= 1. Ugo Volli rassegnista stampa dell’UCEI. – IC non è il solo servizio di “rassegna stampa” orientato sugli interessi politici dello stato di Israele. Esiste anche una rassegna stampa dell’UCEI, dove si avverte tuttavia che i commenti di chi conduce la rassegna stampa non sono identificabili con la posizione ufficiale dell’UCEI. Ed è cosa saggia e prudente al tempo stesso. Tuttavia, sono per noi interessanti i giudizi dei rassegnisti che neppure noi addebitiamo all’UCEI stesse. La nostra è un’indagine, costituzionalmente lecita, su una forma di pensiero politico che ha per suo principale oggetto la politica israeliana. Fra questi rassegnisti stampa si trova Ugo Volli. Ci sottrarremo gradualmente alla monotonia della rassegna stampa di Angelo Pezzana per vedere quale aria tira nel sito ufficiale dell’UCEI o in altro luoghi di diffusione della propaganda sionista. Il quesito che ci poniamo è il seguente: quanto IC è rappresentativa dell’ebraismo. È una domanda seria e grave.


3. Daniela combattente. – Il commento a questo sciocco testo che ho invero appena scorso con gli occhi è alquanto facile: se proprio lo vuoi, combatti tu a fianco di Magdi nuovo compagno di guerra di Gesù e grida pure “Viva chi ti pare”. Il “noi” inclusivo nel tuo invito è fatto apposta per provocare ed irritare chi in quel “noi” proprio non si riconosce ed è invece sensibile alla causa palestinese, vere vittime ignorate e vilipese del nostro tempo.

4. Non poteva mancare. – È data nel link la notizia del ritiro di un libro da alcune librerie torinesi. Non è importante quale sia il libro, ma il fatto che un libro sia stato ritirato. Fatti del genere si verificavano ancora nel Settecento, ma poi con la rivoluzione francese si è affermato il principio della libertà di stampa, di pensiero, di divulgazione. Chiaramente i libri sono di valore ineguale, ma a giudicarne è chi legge ed è in grado di valutarli. Inoltre i giudizi su uno stesso libro possono essere estremamente diversi. Resta il fatto che scrivere un libro, stamparlo e venderlo, leggerlo e parlarne è un fatto di libertà sancito dall’art. 21 della nostra costituzione. Detto ciò il libro in questione è “I protocolli dei Savi di Sion”, di cui si dice che è un falso. Ma cosa significa qui falso? Che i “Savi di Sion” , cioè i sionisti che si andavano organizzando e definivano i loro programmi ed i loro obiettivi proprio negli stessi anni in cui l’opera veniva composta pare dai servizi segreti zaristi, non sono gli effettivi autori? Che il libro non è stato scritto dallo stesso Herzl? E sia pure! Ma qualcuno lo avrà pure scritto? Ed è lecito chiedersi chi e perché e su quali basi. Se lo trovo in commercio, comprerò una copia del libro, proprio perché ne è stata proibita la vendita. E lo leggerò pure con attenzione. Fino ad oggi ne ho sentito parlare come un libro verosimile, non già vero. Gianni Vattimo ha avuto una sbotto di rabbia a proposito delle pressioni che da parte ebraica viene esercitata sui media. E l’esempio appena citato, cioè manifestazioni davanti alle librerie perché venisse ritirato dalla vendita proprio quel determinato libro, ne è una prova. Con i libri di Fiamma Nirenstein, Magdi Allam, Emanuele Ottolenghi, ecc., cosa dovrei fare a mia volta? Mettermi a protestare davanti alle librerie che li vendono? Manco per sogno! Compro quei libri e li critico in questo blog, arrabbiandomici pure. Se i manifestanti di cui al link e fra i quali Daniela Santus non sono capaci di criticare in modo intelligente i lirbi che loro non piacciono, dimostrano in tal modo tutta la loro pochezza.

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5. Palestina sempre, Israele mai. – Andando al link si trova un testo farneticante di cui non avremmo voluto occuparci, ma siamo in guerra ed ogni tanto occorre fare il propio dovere di soldati della libertà, della dignità, della verità contro non solo negano questi valori ma vorrebbero che noi stessi ce ne dimenticassimo o lasciassimo loro il controllo di tutte le informazioni che ci arrivano, senza poterle vagliare criticamente. In questa calda giornata già estiva non voglio attardarmi molto con un simile personaggio, che manda sul web “cartoline” che respingiamo al mittente. I Romani avevano chiamato Palestina la Palestina che per noi sempre Palestina è rimasta. Ancora oggi essi conservano qualche titolo di legittimità maggiore di quello dell’Italietta di un Franco Frattini, più adatto a fare il sottosgretario in Israele (esatto) che non il ministro di un’Italia che gli è tanto estranea quanto lui lo è all’Italia. Come poi sia nato il mostro politico di nome Israele noi lo sappiamo, e per noi intendo chi fortunatamente ha un un cervello non da redattore di cartoline olocaustico-sioniste. Non dobbiamo ripercorrerne ora la storia complessiva ed i singoli momenti. Sappiamo che quella mostruosa e criminale entità politica è nata su un genocidio, una pulizia etnica, un disprezzo per ogni elementare senso di umanità che è superiore a tutti i fatti simili della storia del XX secolo. Chi non sta al governo e non tesse relazioni diplomatiche ha certamente il diritto, volendo, di usare il nome Palestina anziché Israele. Nella scelta dell’uno o dell’altro nome essendo implicito un giudizio morale, politico e storico io credo che ogni spirito libero possa esprimersi in questi casi, senza bisogno di impugnare un fucile, dicendo semplicemente Palestina anziché Israele, o al massimo utilizzando il secondo solo per costrizioni burocratiche. Ma la violenza è contraria al diritto e rende nullo ogni atto che non corrisponda ai propri convicementi intereriori. Non vi è nessun bisogno di nuovi martiri per una fatto così stupido. Non ho mai messo piede in Palestina o in qualcun altro dei paesi confinanti. Non mi sembrano luoghi dove andare a fare del turismo. Mi aspetto che ogni essere umano originario di quei luoghi, dimorandovi di padre in figlio, possa guardarmi con occhi cattivi. Infatti, i nostri governi hanno portato da quelle parti solo morte e desolazione, oppressione, inganno, sfruttamento. Speriamo che un giorno possano perdonarci per non aver saputo liberarci dall’opprssione di classi dirigenti parassitarie che per aver avuto una croce in un recinto per buoi, cioè la cabina elettorale, pensano di averci sottratto perfino il diritto di poter dire Palestina anziché Israele, esprimendo così un giudizio ed un principio di politica interna ed estera, già stabilito dalla Roma dei Cesari 2000 anni fa.

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6. Un’incommentabile faziosità mista a idiozia. – Per “Informazione Corretta” ed in particolare per Ugo Volli un Blogger di “Fai Notizia” – che ho abbandonato dopo una brevissima frequentazione – aveva trovato espressioni plastiche di una grande efficacia che avrebbero meritato un premio letterario. Poi però, nella stessa giornata, il suo autore si è autocensurato, pensando che potesse incorrere forse in qualche querela. Può in effetti succedere ed è bene evitare certi livelli di polemica. Non si può però nascondere una radicale avversione che esiste in natura. Fa male alla salute. Orbene, dopo esitazioni, io mi sono confermato nell’idea che il monitoraggio della “Israel lobby”, ma si dovrebbe dire più fondatamente “lobby ebraica” perché esiste un risvolto che riguarda la politica interna ed un regime di diritto che è passato dall’esclusione e dalla discriminazione ad un’area di vero e proprio privilegio, dove a temere sono la stragrande maggioranza dei cittadini a fronte di una minoranza tracotante e incontentabile. Dunque, continua a tenere d’occhio «Informazione Corretta» che ormai senza tema di smentita posso rubricare come qualcosa di cui almeno un certo ebraismo potrebbe perfino vergognarsi. Se davvero gli “ebrei” d’Italia sono rappresentati da «Informazione Corretta» e questa è rappresentativa dell’ebraismo italiano, ebbene poveretti voi! Su questa base l’idea non vi è bisogno di nessun antisemitismo di sorta! Ritorna quanto mai pregnante la risposta di Ilàn Pappe a Giorgio Napolitano: si è antisemiti se non si è antisionisti. Che Ugo Volli ed il gruppo anonimo di «Informazione Corretta» siano dei sionisti non ci piove. Quale concetto se ne possa avere è cosa che va da sè. Nel caso di Volli che tiene la sua rubrica di cartoline di “Eurabia”, dove già nell’espressione è intriso tutto quell’odio verso gli altri, il mondo intero, che essi invece imputano al mondo intero verso di loro da sempre nel tempo ed in ogni luogo. Ogni persona di normale buon senso si chiederebbe se per caso non vi sia qualcosa di storto in lui se stesso se proprio tutti per un modo o per l’altro vengono a trovarsi in urto con lui. Non è possibile che tutti gli altri abbiano sempre torto. Le “cartoline” di Ugo Volli non valgono quasi nulla. Avendone già commentata una, basta soltanto spuntare le altre. L’uomo si conferma per quello che è. È un giudizio lapalissiano, ma almeno così non dovremo fare successiva opera di autocensura come ha forse dovuto fare il grande stilista e poeta vernacolare di “Fai Notizia”. Era davvero fantastico e non saprei ripetere esattamente la formula perché è stata in rete lo spazio di qualche ora. Non pensavo di dover annotare.

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7. E che vuol dire? Che mi devo ingozzare di merci israeliane? – La campagna BDS ha anche un fronte giudiziario. In un paese, come la Francia, che ha prodotta l’obbrobrio giuridico della legge Fabius-Gayssot ed in paesi che mandano in galere persone rei solo di pensarla diversamente, non vi è da stupirsi di qualche colpo giudiziario, magari da parte di giudici che non vengono dal pianeta marte. Diceva il dottor Azzegarbugli le grida sono tante ed è sempre possibile trovarne una che faccia al caso nostro. Gli attivisti del BDS devono mettere ciò nel conto e lo mettono nel conto. Ma alla fine diventa difficile mettere in prigione il più elementare buon senso. Se, ad esempio, non mi va proprio di mandare giù una determinata marca di caffè, cosa successe che me lo faranno mandare giù con la forza pubblica? Una volta si usava l’olio di ricino per gli oppositori più incalliti del regime. Adesso si userà tutto il campionario delle merci israeliane da far trangugiare ai renitenti. Magari anche le supposte verranno somministrate con il coordinato concerto di giudizi, forza pubblica, magistrati, diplomatici e delatori di turno. Le sentenze vengono pronunciate sempre in nome dei popoli. Quando i popoli della terra non si conoscono nelle sentenze pronunciate in loro nome, a venir meno sono le sentenze stesse ed i giudici che le pronunciano. Niente potrà arrestare un giudizio morale di condanna verso chi pratica l’apartheid. I valori giuridici hanno una loro gerarchia: ragionando come certi giudici non si potrebbe condannare l’omicida, perché ha il pieno diritto di usare l’arma del delitto, magari acquistata e prodotta in Israele! Per fortuna, vale anche il principio che una singola sentenza non fa costante giurisprudenza. Ben altre sentenze attendono di essere onorate. Ad esempio, quello che ha riconosciuto la totale illegittimità internazionale del Muro. La logica dell’infiltrazione lobbistica si annida perfino nella cattedra di Pietro. Figuriamoci i giudici ed i legislatori! La notizia è ripetuta trionfalisticamente in altri pezzi, dai quali si ricostruisce la rete lobbistica, ma resta la validità del boicottaggio, di cui basta ricostruire la storia per sapere cosa è e da dove trae la sua legittimità. La sovranità del consumatore e la sua libertà di decisione viene ancor prima di una “discriminazione” difficilmente rilevabile ed alquanto impropria, trattandosi nel caso del boicottaggio di una discriminazione lecita in quanto volta a tutelare maggiori diritti (quelli umani) lesi dai discriminati, cosa che i giudici sembrano non aver considerato. Quando una sentenza è strana se ne aspettano altre.

8. Gli svizzeri ragionano bene, perché sono liberi di ragionare. – La lista delle organizzazioni terroriste è una cosa che esiste perché voluta dagli USA, ai quali è stata imposta dalla Israel Lobby. Da qui è passata poi per imposizione nella UE. Gli svizzeri che sono ancora abbastanza liberi di ragionare hanno detto che al massimo possono esservi individui terroristi, ma non organizzazioni. Se così fosse in cima a tutte le organizzazione terroriste dovrebbe collocarsi lo stesso stato di Israele.

9. E allora che? – Che Israele sia nato dalla pulizia etnica del 1948 e che il genocidio degli autoctoni fosse fin dall’inizio nella mente dei padri del sionismo è cosa che si apprende con un poco di oneste letture. Il quarto capitolo del libro di Rabkin, da me spesso citato, inizia con una citazione di Samuele: «…l’uomo non prevarrà per la sua forza». Ed è solo in virtù della forza che Israele reclamo uno strano “diritto all’esistenza” che non poggia su nessuna idea di giustizia, di diritto, di santità. Or dunque nella vita può capitare ad ognuno di noi di essere soccombente e di dover mordere il freno, ma non per questo cambia la nostra percezione del diritto e della giustizia. La nostra ostilità concettuale e morale alla sopraffazione e all’angheria altrui diventa tanto più forte e intensa quanto più ingiusta ci appare la nostra condizione attuale. E dunque un rifiuto morale che dura da oltre cento anni durerà ancora per diverse centinaia di anni. Si, d’accordo: Eurabia! Le ragioni degli oppressi palestinesi sono anche le nostre ragioni: noi ci sentiamo e resteremo solidali con le vittime e mai con i coloni russi, che usciti dall Russia sono finiti per disperazione in Israele, per non essere potuti andare altrove. Su queste basi storico-sociologiche piuttosto che religiose va spiegato il sionismo e l’attuale stato di Israele, fondato su di un apartheid che mancanza di libertà e di autonomia politica gli stati europei evitano di riconoscere e di condannare. Le armi possono essere materiali ma anche morali. Sul piano morale i rapporti di forza si ribaltano decisamente. Ma questo Ugo non lo potrà mai capire o meglio non lo potrà mai accettare.

10. Son andati a portar rose e confetti. – Non riesco a leggere fino in fondo le “cartoline” di Ugo Volli. Tanta è la loro insulsaggine che piange il cuore a perder così il proprio tempo. Che a Gaza i soldatini russo-ebrei abbiano sparato a più non posso contro gente inerme non richiede molto acume per comprenderlo. Che qualche caso di coscienza davanti a tanta barbarie possa esservi non è improbabile. Ma il nostro cosa insinua? Intanto che le confessioni siano state ottenute a pagamento e che siano false e di comodo. Veramente, il denaro è sempre stato associato all’ebraismo. Sarà pure un pregiudizio, ma è così. Che poi si debba credere alle smentite dello stesso esercito israeliano, responsabile dei crimini addebbiti, del crollo di migliaia di abitazioni che non saranno state buttate giù dal vento, dei morti veri e non finti, e così, sarebbe come chiedere a un rapinatore di banche se è vero che ha svaligiato lui la banca. Ho letto che chi ha condotto l’inchiesta non si fida giustamente dell’esercito israeliano e per questo ha voluto mantenere anonime le testimonianze. La profondissima morale del nostro semiologo è che in fondo non solo li hanno ammazzati quei poveri palestinesi, ma ben se lo meritavano e ne hanno ammazzati pure poco. Come lui dice, a sospettare si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Sordida è qui la semiologia di Ugo.

11. Non è necessario andare in Israele per sapere quanto apartheid c’è. – Sempre più fesse le “cartoline” di Ugo. Chissà dove vuole arrivare, chi e di cosa vuole convincere. Dubito che l’ebreo Volli lo sia poi più di tanto. La lettura di Rabkin mi offre una visione dell’ebraismo dove un Volli può essere più correttamente definito uno sfegata sionista che non un ebreo, nel senso della Torah, di cui pure egli parla, con profonda competenza teologica e semiologica. Se fosse appena un poco più istruito di cose ebraiche il sionista Volli saprebbe che a non volere uno Stato ebraico, giudicato blasfemo, è la liù autentica tradizione giudaica, fin dai tempi in cui il sionismo emetteva i primi vagiti. Quindi non si tratta di “stato ebraico”, un paravento privo di senso logico giuridico e teologico, ma di uno stato colonialista e razzista, che nella nostra civiltà giuridica non dovrebbe più avere nessun diritto di cittadinanza.

12. Triste la storia. – Non occorre chiosare tutte le cartoline di Volli per avere un’idea dell’uomo. La storia che qui si affaccia è tuttavia ben più triste ed infame da come Ugo la vuol dare a bere agni sprovveduti, ammesso che lui stesso ci credo. Che esiste una pressione generale e diffusa per costringere ogni palestinese – anche un figlio tredicenne – a trasformarsi in un delatore è cosa che trova costante conferma. È del tutto verosimile e plausibile. Avevo altrove appena scritto del figlio costretto a tradire il padre. Eccone un caso che sfugge del tutto allo statuto morale del sionista, ahimè italico, Ugo Volli.

13. Piombo Fuso: una copertura infame. – Non occorre leggere altro per capire con chi si ha a che fare e quantp sia saggio prendere le distanze. Una tecnica che ho costantemente rilevato da parte sionista la si può tranquillamente ritorcere contro. Loro dicono abitualmente: “Con uno che... io non parlo neppure, non mi confronto, non discuto. Appunto un vile goym!”. Ebbene, gli si può rispondere: «Con uno che appena osi fare apologia di Piombo Fuso, vi è poco su cui ragionare e discutere: “guarda e passa”, diceva il Poeta».

14. Stai parlando di te stesso. – In fatto di “banalità” proprio non ti batte nessuno, detestatissimo Ugo. Mi chiedo anche quali siano i Lettori a cui ti rivolgi e che possono trarre godimento dalle tue sparate mediatiche. Che ci sto a fare io? Sto a monitorare! Le mondezze di Napoli ci hanno insegnato quanto sia importante la spazzatura e come ci dobbiamo curare anche di essa.

15. Una nuova guerra anche contro la Libia? – Non bisogna essere grandi storici per sapere che Israele deve la sua preziosa esistenza alla prima e seconda guerra mondiale. Se in mezzo a tante tragedie vi è stato qualcuno che con la guerra ha fatto sempre affari non è difficile sapere chi. Basta leggere la rassegna dei “Corretti Informatori” per trovare ogni giorno incitazioni alla guerra: contro l’Iraq, l’Afghanistan, l’Iran e potenzialemente ogni stato della terra. Piano piano si viene scoprendo che dietro ad ogni focolaio di guerra si trova sempre lo stato ebraico e sionista di Israele. Ebraico che vuol dire? Fatto di e da ebrei? Beh, non vorremmo essere tacciati di antisemitismo, a causa delle possibili implicazioni penali. Ancora una volta ci limitiamo a documentare tanta follia. Quanto poi a sapere cosa intendesse dire Geddafi non possiamo certo saperlo di Ugo Volli, che un giorno si preoccupa della pericolosa china della Svizzera perché non vuole riconoscere le liste nere del terrorismo e l’altro fine di avere a cuore la libertà della Svizzera, addirittura minacciata da Geddafi, la stessa Svizzera che è stata spolpata per bene dall’«Industri dell’Olocausto», come ha ben narrato Norman G. Finkelstein, uno di quegli ebrei che per non essere d’accordo col altri ebrei sfegatamente sionsiti è per questo un “ebreo che odia se stesso”, curiosa categoria concettuale in uso nel ministero israeliano della propaganda.

16. “Paesi come…” – Il tizio è ed usa un linguaggio tipicamente razzista, ma non sembra accorgersene. Pone però per altri un quesito che farebbe meglio a rivolgere a se stesso o al suo amato Israele, dove ben potrebbe trasferirsi per esercitare il suo profondissimo “odio” verso i semiti palestinesi: “ipocriti o ottusi?”.

17. Ci siamo già sottomessi: ad Israele ed al razzismo sionista! – Evidentemente, Ugo Volli ha un suo gruppo di lettori che sono la sua stessa immagine riflessa nello specchio. Forse non immagina neppure lontanamente che qualcuno possa fare una lettura critica dei suoi vomitevoli testi e trarne documentazione a sostegno dell’equivalenza sionismo = razzismo. Nel link prosegue nella direttiva che gli è stata data di vomitare odio sul mondo islamico e di tentare di indurre all’odio gli sprovveduti che si spera di guadagnare alla causa di Israele, cioè alla causa della pulizia etnica e della menzogna eretta a sistema di pensiero. Lasciamo pure che Ugo cuocia nel suo brodo. Noi abbiamo tutto il diritto a non ingurgitare quella brodaglia.

18. Fango di ritorno su Sergio Romano. – Ormai il caso è evidente. Non si trovano motivi nuovi nella prosa del nostro semiologo, strano e indefinibile mestiere. Contro Sergio Romano, colpevole di saper parare e restituire tutti i colpi della lobby, gli attacchi sono continui. Sono attacchi ignobili, il cui fango ritorno per intero sui loro ideatori. Bene, avanti tutta! Avete quel che meritate. Una sola osservazione da sviluppare altrove: nel corso dei millenni gli Eletti non hanno mai dubitato di essere degli Eletti e meno che mai si sono posto il problema di cosa i Non Eletti potessero pensare della loro elezione. Vale la pena di riportare un noto brano di Schopenhauer: «Gli ebrei sono il popolo eletto dal loro dio che è il dio eletto dal suo popolo, la qual cosa non riguarda nessun altro che loro e lui». Naturalmente, anche Schopenhauer è un atisemita e se vivesse oggi sarebbe finito in galera come moltissimi suoi odierni compatrioti. In fondo, la Germania di oggi non è meno disgraziata di quella dei tempi di Schopenhauer e di Nietzsche.

19. Le ragioni di un meritato disprezzo. – Andando al link si trova un’altra cartolina del pensatore Volli, che è una scarica di vituperi contro un altro ebreo, Goldstone, al quale nessuno se non lo stesso Volli ed i suoi “amici” hanno manifestato finora disprezzo in tutto quanto mi è capitato di leggere. Non avrebbe qui senso entrare nel merito del rapporto o sull’argomentazione che la Commissione per i diritti umani non avrebbe valore perché composta da Libia, Cuba e tutta una serie di stati non amati da Israele, che magari li vorrebbe tutti nella condizione del Sud Africa dell’apartheid con il quale aveva avuto sempre ottimi rapporti. Sono argomenti che conoscendo ormai la scrittura – non l’uomo, per fortuna – di Volli sarebbe ozioso degnare di soverchia attenzione. A meritare “disprezzo” su queste basi che ognuno può verificare è lo stesso Volli. Merita interamente tutto il nostro disprezzo per le cose che scrive. Ma lo merita non perché un “ebreo”, o meglio un “povero ebreo”, bensì per il fatto che è e si chiama Ugo Volli. Avrebbe pure potuto essere un equimese, non ebreo, ed avrebbe meritato lo stesso disprezzo. Non lo meritano gli ebrei Goldstone, Pappe, Sand, Burg e potrei continuare con una serie infinita, dove l’essere ebreo non ha di per sé nessun valore. Se mai, ma è altro discorso, l’ebraicità o il giudaismo potrebbe entrare in considerazione in un ambito strettamente teologico. Noi condiviamo al riguardo la dottrina che considera confluito interamante nel cristianesimo, cioè nel nuovo Testamento, l’ebraismo mosaico. Invece, il giudaismo moderno è tutto di natura talmudica, che non ha relazione con il precedente ebraismo. E si tratta veramente di una religione abominevole. Se il genocidio che dal 1948 a Piombo Fuso ha una benedizione e un’apologia rabbinica, allora vi è materia per la quale ognuno può valutare il valore religioso dell’ebraismo. Altro che fondamentalismo! È da notare poi che da un po’ di tempo gli hasbaroti stanno inchiodando il presidente Napolitano alla sua infelice equiparazione fra antisemitismo e antisionismo, corretta subito con la precisazione che criticare Israele si può, contrariamente a quello che vogliono far credere gli hasbaroti. Ciò significa delegittimare il presidente, che ben sa di dover essere il presidente di 57 milioni di italiani e non soltanto di 30.000 ebrei, che si sono giocati per sempre tutto il loro pietistico credito schiacciandosi sull’Israele dell’apartheid e del genocidio. Nessuno ignora o ha dimenticato i trascorsi ungheresi del presidente. Se vule rinnovarli con i carri armati di Piombo Fuso è affar suo. Sarà nostro presidente per gli anni di mandato che gli restano. Non oltre. Ed il suo successore non è vincolato alle sue dichiarazioni, più o meno storicamente ed eticamente fondate. Vale per ogni presidente che può essere migliore o peggiore del suo predessore. Aggiungiamo qui una nota per stigmatizzare una tipica bassezza del personaggio. Pensa costui di tenere una contabilità dei costi in denaro pubblico per la marcia della pace non più in Assisi, ma direttamente in Palestina. Da un punto di vista politico è una novità importante. Potrebbe essere l’inizio di una svolta. Si chiede invece l’hasbarota quanto la cosa viene a costare al contribuente italiano, che ad esempio nella sola Roma sborsa 23 milioni di euro per un museo dell’«Olocausto» che non farà progredire la conscenza storica, ma aumenterà la popolazione carceraria potendo ben prevedere l’irritazione e la contestazione che un simile museo susciterà. Ma sarebbe interessante una precisa contabilità per calcolare che cosa costano al contribuente italiano tutto l’associazionismo ebraico. Non si tratta di una spesa una tantum, ma di una spesa ordinaria. Ci piacerebbe saperlo.

20. Notizie utili. – Isterismo a parte, che si può tranquillamente isolare e buttare nel cestino della spazzatura, devo ringraziare Ugo per alcune notizie utili: in Norvegia si diffonde il boicottaggio economico ed accademico. Di alcuni personaggi non sapevo e ne trarrò utili schede. Alla scheda sulla lucina dell’ipocrisia, che non merita altro commento che la sua registrazione a titolo di infamia. Dev’essere la formazione talmudica che li fa ragionare così. È un’umanità tutta a parte, tutta a se stante. Sentir parlare un hasbarota di propaganda altrui è come ascoltare una donna di malaffare che parla di senso del pudore. Parla di mezzi giudiziari usati indebitamente quando basterebbe guardare le leggi liberticide prodotte dalla Lobby in Francia, Germania, Svizzera, ecc.

21. Occupati, non contesi! – E più non diciamo. Quanto al titolo “millenario”, in effetti, esiste, ma spetta ai palestinesi, che qualcuno dice essere i veri discendenti di quanti abitavano in quei territori nel 70 d.C. Resta insanabile un deficit di legittimità in una costruzione geopolitica che si è preteso di farci accettare, moralmente prima ancora che politicamente, come se oggi si potesse ancora giustificare lo sterminio degli indiani d’America o delle popolazioni precolombiane dell‘America latina.

22. Una lezione di geografia. – Ringrazio sinceramente Ugo Volli per la lezione di geografia, i cui dati riporterò scrupolosamente nel mio blog di Geopolitica, ovvero alla nuova serie dedicata agli «Stati del mondo», rappresentati nell’ONU. È certamente indicativo della politica estera di ognuno nonché del suo grado di indipendenza rispetto alla superpotenza USA la capacità di schierarsi sul rapporto Goldstone. Questa autonomia non ebbero quegli stati che nel 1948 votarono a favore di Israele in uno di quei rari momenti che Israele riesce ad indicare come titolo di legittimazione.

martedì 6 maggio 2008

Diego Ianiro: «Prove tecniche di Stato Unico: costituzione democratica per Israele»

Versione 1.0
Editing in progress

A torto Diego considera “vecchio” questo suo scritto del 28 luglio 2007, apparso dapprima sul suo sito e poi ripreso da un siti specializzato su quei “diritti umani”, la cui teorica ha sempre suscitato in me invincibili perplessità. Non già nel senso che io sia contrario ai cosiddetti “diritti umani”, non sempre facili da definire nel loro contenuto e nel loro numero, per non parlare poi della loro concreta tutela, ma nel senso che ogni “diritto” è per sua natura “umano”, non esistendo un diritto animale, azionato dagli stessi animali. Il primo diritto umano è già la vita stessa, nel senso del rapporto protezione/obbedienza di Thomas Hobbes, e non nel senso banale di Giuliano Ferrara, un diritto quest’ultimo disumano e contrario diritto naturale, che in Hobbes conferisce alla madre un diritto di vita e di morte sul figlio, che potrebbe essere semplicemente “abbandonato” nei suoi primi anni di vita dalla madre ed in questo modo condannato a morte certa. Il diritto hobbesiano alla vita significa poi un diritto pieno a ciò che una vita umana comporta. Hobbes ci dice al riguardo molto di più e molto meglio di quanto non sappiano fare gli odierni giuristi positivisti chiosatori e produttori di pessime leggi, che non riescono neppure a venire applicate per la loro pessime confezione.

(segue)


Scritto da Diego Ianiro
sabato 28 luglio 2007
Nell’aprile del 1986 avevo appena compiuto otto anni, e mi sembrava che il mondo stesse per finire, agonizzante, sotto la nube tossica di Chernobyl. Lo capivo da tanti segnali: la carne in scatola, mai mangiata prima, le facce cupe in televisione, che costituiva già gran parte del mio mondo, e quella sensazione come di attesa che, a pensarci bene, ancora oggi mi terrorizza. Era successo qualcosa che non riuscivo a comprendere appieno ma che, da una zona remotissima e oscura, ci minacciava tutti inesorabilmente, senza possibilità di scampo

Quella storia deve avermi colpito talmente da ritrovarmi, negli anni appena successivi, a cercare e leggere avidamente qualsiasi cosa riguardasse l’evento che, in differita, anche noi avevamo vissuto. In realtà ero spinto dalla volontà di capire come fossero andate veramente le cose. E fu così che mi imbattei nel resoconto di un superstite (ma malato terminale di cancro all’epoca dell’articolo), e della sua descrizione di una situazione paradossale.

Questo signore raccontava che al momento dell’esplosione del reattore, e con gli impianti di raffreddamento saltati, gli addetti furono mandati a “raffreddare” il ventre aperto del mostro, il nocciolo nucleare fuso, direttamente con pompe ad acqua e senza alcuna protezione. Lui era uno di costoro, probabilmente ignari del pericolo, che si ritrovarono ad innaffiare con acqua una reazione nucleare fuori controllo. Mi colpì l’immagine di quest’uomo, nelle stanze di decontaminazione poche ore dopo, che guardandosi nudo allo specchio si scoprì abbronzato come se avesse vissuto un anno ai tropici.

Col senno di poi non so di quel racconto quanti dettagli tendessero al vero e quanti al romanzato: erano passati almeno sei anni e quindi c’era tutto l’interesse di mostrare all’occidente le “disattenzioni” del regime sovietico nei confronti dei propri lavoratori. Ma quella scena profondamente inquietante di persone che, di fronte all’irreparabile, pensano di poterlo “spegnere” con un po’ d’acqua non mi ha abbandonato fino ad oggi. Perché è una metafora potente, adatta soprattutto a quello che quotidianamente vedo accadere in Palestina.

E’ una metafora utile a far capire cosa vedo quando, due giorni fa, leggo su Ha’aretz che nel corso del loro incontro Olmert ha proposto ad Abbas di negoziare un accordo che prevede la creazione di uno Stato palestinese sul 90% dei Territori e sulla Striscia. Vedo quella scena perché in data luglio 2007 non è solo la ridicola pretesa di ripristinare le stesse condizioni-trappola alle quali fu sottoposto Arafat nel 2000, pochi mesi prima della “passeggiata” di Sharon, a rendere il tutto decisamente grottesco, così come il fatto che né Olmert né tantomeno Abbas siano nelle condizioni di rappresentare qualcuno oltre se stessi, ma lo è il fatto che non ci sono più, se mai ci sono state, le condizioni materiali per una soluzione a “due stati”.

L’ANP, e con esso il sogno della Palestina “libera”, è stato irrimediabilmente compromesso da quanto è accaduto tra Fatah e (il democraticamente eletto) Hamas nel mese di giugno: con una simile rottura, dai contorni anche e soprattutto geografici, è superfluo persino continuare a tergiversare sulle possibilità di un territorio sul quale stabilire lo Stato dei palestinesi. Con Abbas -il “collaborazionista”- che non riesce a rappresentare più neanche la totalità dei membri del suo partito, poi, è chiaro che tutta l’impresa di un nuovo “accordo” per i due stati non ha più solo i contorni della farsa, ma quelli della tragedia.

Questo teatrino tenta di mascherare il fatto che ci troviamo di fronte a una vittoria schiacciante, l’esito di una strategia pianificata con cura da un uomo e portata avanti con dedizione dal governo israeliano: parlo di quello che si può tranquillamente chiamare “Piano Sharon” e del quale scriverò diffusamente in seguito. Basti per ora sapere che, dal 2000 ad oggi, Israele è riuscito a spezzare l’unica cosa rimasta “integra” ai palestinesi: la loro coesione interna “di popolo” e la fiducia nell’istituto democratico maturata nonostante l’occupazione. Quello che però in pochi comprendono è che questo nuovo (tacito) ’67 – e non a caso sul blog di un ufficiale di Tsahal ho letto “qui si respira un’aria da Guerra dei Sei Giorni” – rappresenta davvero un “finale di partita” in quella scacchiera che avrebbe opposto agli israeliani l’“avversario” palestinese. Ed è un finale al quale, forse, gli stessi israeliani sono impreparati: con Gaza diventata ufficialmente Hamasland, entità separata e separabile , cosa farne dei Territori, quelle isole-gabbie recintate con intorno le colonie, e degli oltre due milioni di persone che ci vivono? Con il feticcio di un’“Autorità Nazionale” erano ancora gestibili, ma adesso che quell’Autorità ne ha persa tutta, di autorità, chi può amministrarli?

In breve questa vittoria ha riproposto un problema antico, al quale, in assenza di meglio e nell’impossibilità di eliminare/espellere i palestinesi, si vuole rispondere ripristinando la solita vecchia risoluzione che non ha funzionato neanche quando c’erano delle (minime) condizioni per farlo: gli accordi per i “due stati”. Acqua buttata sul reattore esploso, appunto. Bisogna rendersi conto che, quando il danno è fatto e non ci sono soluzioni per riparare, occorre ricostruire. E lo Stato Unico, dal Mediterraneo al Giordano, è l’unica soluzione realisticamente ed eticamente praticabile per una ricostruzione, per una pace duratura. Lo sanno molti osservatori internazionali, così come tanti palestinesi: Israele deve assorbire i palestinesi, assimilarli nel suo tessuto sociale per trasformarsi in una vera democrazia. Altrimenti la posta sarà sempre più alta, e i danni inimmaginabili.

La strada verso lo Stato Unico è, se non proprio verticale, certamente in salita. Non solo perché dopo sessanta anni di atrocità convivere con chi ha ucciso i miei figli non è proprio il massimo della giustizia divina che uno si aspetterebbe, ma anche perché c’è un punto, sul quale si “costituisce” lo stesso Israele, che rende inconciliabile l’assimilazione dei palestinesi con i principi dello Stato, ed è l’attributo “Ebraico” che lo caratterizza e lo rende unico nel panorama internazionale. Questo è il solo vero ostacolo allo Stato Unico. E, per affrontarlo e superarlo, occorre andare al cuore della Costituzione di Israele che, scopriremo in seguito perché, una Costituzione non ce l’ha. Non ancora.

Infatti esistono numerosi progetti e tentativi di redigere una Carta Costituzionale che però non trovano grande eco all’interno di Israele, figuriamoci da noi qui.

Una delle proposte più interessanti che ho trovato in rete è la “Costituzione Democratica” studiata da Adalah – The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel – la cui ultima versione è stata pubblicata nel marzo scorso (link). Adalah (“Giustizia” in arabo) è un’organizzazione israeliana per i diritti umani indipendente e senza scopo di lucro. Finalità dell’associazione è permettere alla “minoranza” araba (circa il 20% della popolazione, percentuale in costante aumento) di Israele di godere degli stessi diritti della “maggioranza” ebraica. Ma perché, si domanderà qualcuno, non è vero che Israele - l’ “unica democrazia del Medioriente” (come spesso si legge) – garantisce pari diritti a tutti? Non proprio, e scopriremo perché.

Sul sito dell’organizzazione ci sono due pagine molto ben documentate sulla storia degli arabi israeliani: da non confondere con i palestinesi tout court (quelli di Gaza e Cisgiordania, per intenderci), questa “minoranza” è ciò che resta delle popolazioni arabe all’interno del territorio israeliano dopo le deportazioni del 1948. Fino al 1966 è stato loro imposto un regime di “military rule”nonostante fossero stati dichiarati cittadini d’Israele nel 1948:

-Military rule placed tight controls on all aspects of life for the Palestinian minority. These measures of control included severe restrictions on movement, prohibitions on political organization, limitations on job opportunities, and censorship of publications. - [dal sito di Adalah]

Anche dopo il 1966 non sono mai stati completamente assimilati né considerati come minoranza, ma semplicemente come “arabi israeliani” o “non ebrei”. Senza una specifica legislazione, l’appartenere ad uno status di “cittadini di seconda classe” è stato sempre giustificato dal fatto che non fosse loro richiesto di prestare servizio militare (questo non vale per i Drusi). In realtà le norme antidemocratiche attuali sono molto più esplicite, per esempio:

-la Legge sui Matrimoni […] rinnovata ed estesa dal parlamento israeliano proprio la scorsa settimana [aprile 2005, nda], questa legge stabilisce che non saranno riconosciuti dallo stato di Israele i matrimoni fra palestinesi israeliani e palestinesi che vivono nei territori occupati. Simili restrizioni al matrimonio non si applicano agli ebrei israeliani. – [J. Petrovato “Israel/Palesatine Democracy”, www.zmag.org 18 Aprile 2005]

Ma se Israele è una “democrazia” che “assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, indipendentemente da religione, razza e sesso”, e nello specifico “appeal […] to the Arab inhabitants of the State of Israel to preserve peace and participate in the upbuilding of the State on the basis of full and equal citizenship and due representation in all its provisional and permanent institutions”, come recita la Dichiarazione di Indipendenza del 1948, com’è stata possibile una simile discriminazione, contraria agli stessi principi fondanti dello Stato?

A ben vedere questa contraddizione era già palese in quel documento, che si apre con la dichiarazione di “[…] establishment of a Jewish State in Eretz-Israel”. Come può uno stato che si definisce “ebraico”, ovvero che si fonda su un preciso e limitato assunto identitario, garantire pari diritti a chi a quell’identità non appartiene (non sente di appartenere/non è riconosciuto come appartenente a), ma si trova sul territorio di quello stato? La storia “costituzionale” di Israele è il tentativo, fino ad oggi fallito, di conciliare questi due aspetti programmatici del nazionalismo sionista: una democrazia per soli ebrei. Da costituire in territorio già abitato non da secoli, ma da millenni. Il principale ideologo dello Stato Ebraico sapeva benissimo che per realizzare una cosa simile in Palestina, ovvero in un territorio già occupato, sarebbe stato necessario allontanare la popolazione residente, come mostra un celebre passo tratto dal suo diario (12 giugno 1895) spesso utilizzato (opportunamente tagliato) dalla propaganda antisionista:

- Tenteremo di sospingere la popolazione povera oltre le frontiere procurandogli impieghi nelle nazioni di transito, mentre gli negheremo qualsiasi lavoro sulla nostra terra. I proprietari terrieri passeranno dalla nostra parte (“The property owners will come over to our side”). Sia il processo di espropriazione che l’espulsione dei poveri devono essere condotti con discrezione e con attenzione (“discreetly and circumspectly”) - [T. Herzl “The complete diaries” vol. I, p.88 - N.Y. Herzl Press, 1969]

Herzl chiama “penniless” e “poor” (in trad. inglese, l’originale è tedesco) questa popolazione genericamente non-ebraica, discriminandola non su base etnico/religiosa (è lecito quindi immaginare che vi includesse anche i sefarditi), ma in base allo status economico/sociale. La catena di eventi storici che dall’inizio della grande immigrazione ebraica del 1935 portarono alla risoluzione 181 dell’ONU, rese palese che il “problema” non ebraico era in larga misura un “problema arabo” dalle rinnovate aspirazioni nazionaliste, troppo complesso e stratificato per poter essere definitivamente “allontanato”, e alla scadenza del mandato britannico era chiaro che questa “liberazione” del territorio da tutti i residenti non ebrei sarebbe stata impossibile, anche se parte degli eventi immediatamente successivi che portarono alla Nakba furono l’estremo tentativo di realizzarla. Cosa, questa, pacificamente ammessa dagli stessi storici israeliani (Pappe in testa).

Per non perdere l’attributo democratico, fortemente voluto anche dal carattere principalmente socialista del movimento sionista, lo Stato Ebraico finalmente realizzato non avrebbe potuto omettere dalla sua dichiarazione d’indipendenza quella clausola che garantisce pari diritti ai residenti non ebrei. Ma se veramente rispettata, quella clausola avrebbe distrutto sul nascere il sogno sionista della democrazia per soli ebrei. In che modo, allora, in Israele è stato giuridicamente possibile non assicurare completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti, nel momento in cui sulla carta quest’uguaglianza sembrava dover essere garantita?

In primo luogo bisogna specificare che “violare” quella clausola della dichiarazione d’indipendenza non è un atto incostituzionale, in quanto tale dichiarazione non ha valore costituzionale così come siamo soliti intenderlo. Infatti da una pagina del sito della Knesset scopriamo che

- in a series of decisions the Supreme Court ruled that the Proclamation of Independence does not have the validity of a constitutional law, and that it is not a supreme law, in light of which laws and regulations that contradict it are nullified. – [www.Knesset.gov.il]

Questo ci riporta ad un’altra questione: cos’è che ha “valore costituzionale” in Israele, paese che si vorrebbe far rientrare a pieno titolo tra gli “stati di diritto” che si fondano sul principio di legalità nel solco della tradizione post illuminista? In effetti Israele, non avendo una carta costituzionale, dispone di una serie di “Basic Laws” (14 in tutto dal 1958 al 2001, più sette “Laws of Special Interest” tra cui la famosa Legge del Ritorno) che definiscono a grandi linee i principi guida dello stato. La dichiarazione di indipendenza del 1948 non rientra tra queste leggi, però l’art. 1 di due basic laws piuttosto recenti, la “Human Dignity and Liberty” (1992) e la “Freedom of Occupation” (1992/94), sancisce, in maniera meno specifica, il rispetto dei valori indicati in quella proclamazione:

- the basic human rights in Israel are based on recognition of the value of man, the sanctity of his life and his being free, and they will be respected in the spirit of the principles (mentioned) in the proclamation of the establishment of the State of Israel – [ibid.]

Ma possono le “basic laws” considerarsi una forma di costituzione? Non è chiaro. In merito il sito della Knesset si esprime così:

- Israel has no written constitution in the formal sense, even though it has a constitution in the material sense - in other words, laws and basic rules that lay down the foundations of the system of government and the rights of the individual. Some of these are formulated in basic laws, some are scattered in other laws, and part - at least until the passing of basic laws dealing with human and civil rights - were interpreted and formulated in a series of decision by the Supreme Court. – [ibid.]

Quindi la rete di basic e special laws, più le decisioni della Corte Suprema rappresenterebbero una costituzione de facto. O meglio, un “apparato costituente” in fieri, considerando l’arco temporale e la possibilità più o meno aperta di aggiungervi leggi. Non è molto chiaro, ma lo è ancora meno quando nella pagina sulle “basic laws” dello stesso sito (istituzionale) apprendiamo che:

- Regarding the question of the superiority of the basic laws over other laws, there are differences of opinion. Some claim that the basic laws are not superior to an ordinary law, unless they include a specific stipulation to the contrary. […] Others claim that the superiority of basic laws stems from the fact that they are the product of the Knesset acting as the Constituent Assembly, and that from their mere definition as "basic laws" one may conclude that they are constitutionally superior. – [ibid.]

Nel senso, dopo sessanta anni lo statuto giuridico delle “basic laws” è ancora da definire, e in gran parte dipende dall’arbitrio dell’Alta Corte di Giustizia a seconda dei casi! La realtà dei fatti è che di una costituzione vera e propria, “imposta” dalla stessa risoluzione 181 dell’Assemblea Generale ONU del 29 novembre 1947 (la prima di una lunga serie di risoluzioni – solo del Consiglio di Sicurezza ad oggi ne sono 72 – ignorate da Israele), lo Stato Ebraico non è stato in grado di dotarsi nel corso di oltre mezzo secolo dalla sua nascita. E non perché siano mancati tentativi di redazione e adozione, anzi: a questo titolo è bene qui ricordare un aneddoto raccontato da Jacob Taubes, grande filosofo ebreo, in un testo del 1985 (tradotto in italiano nella raccolta “In divergente accordo” – Quodlibet 1996). Taubes si trovava nel 1949 a Gerusalemme con una borsa da ricercatore. Dovendo tenere - da novizio - un corso su Descartes, ritenne necessario procurarsi un testo dove il concetto di “legge” fosse analizzato sia dal punto di vista giuridico che filosofico e teologico.

- Soltanto nella Dottrina della Costituzione di Carl Schmitt si trovava una trattazione del problema nomos/lex/legge che poteva aiutarmi a circoscrivere la questione. – [J. Taubes ibid. p.30]

Taubes si recò dal direttore della Biblioteca per richiedere il testo: con Gerusalemme divisa, l’accesso al Monte Scopus, dove si trovava la biblioteca, era limitato ai soli militari di guardia. Quindi l’Università ebraica, che era stata trasferita in città, girava le richieste di consultazione dei testi della biblioteca ai soldati. Ovviamente questa procedura – che contravveniva alle disposizioni della tregua - richiedeva tempo, e un testo poteva arrivare anche dopo tre mesi: troppo per il giovane Taubes. Eppure il nostro venne richiamato, solo due settimane dopo, per ritirare il libro di Schmitt:

- Il direttore della biblioteca mi spiegò che il giorno successivo alla mia richiesta era giunta una chiamata urgente dal Ministero della Giustizia: il ministro Pinchas Rosen […] aveva bisogno della Dottrina della Costituzione [...] per risolvere alcuni difficili problemi nei progetti di costituzione dello Stato d’Israele – [ibid.]

Questo episodio stupì non poco il giovane ricercatore: un testo di Carl Schmitt, massimo teorico del Diritto sotto il regime nazionalsocialista, veniva utilizzato come “ispirazione” per la Costituzione dello Stato Ebraico! A meno di cinque anni dalla Shoah!

- Confesso che lo stordimento in me fu più forte della diffidenza all’idea che la costituzione dello Stato d’Israele (che per fortuna a tutt’oggi non esiste) venisse sviluppata lungo le linee tracciate dalla Dottrina della Costituzione di Carl Schmitt. [ibid. p. 31]

Ho riportato questo lungo aneddoto per arrivare al punto: non è solo un grande filosofo ebreo a rendersi conto, nel 1985, che per fortuna una Costituzione di Israele non esiste, ma sono i vari Ministeri della Giustizia che si sono susseguiti dal 1948 ad aver capito l’impossibilità tecnica di dotare lo Stato Ebraico di una Costituzione propriamente detta. Impossibile superare l’impasse dell’ “ebraico” e “democratico” da tenere insieme nella stessa carta per un territorio non omogeneamente ebraicizzato: o si rinuncia alla democrazia, facendo di Israele un’etnocrazia (o una teocrazia, se il valore viene dato all’aspetto “confessionale” dell’identità) in effetti troppo simile all’idea di fondo che aveva animato i sostenitori “ariani” del Terzo Reich, o si rinuncia per sempre a quell’ebraico sul quale lo stato stesso si è costituito e senza il quale non sembra avere più alcuna ragion d’essere. Per superare quest’ovvietà, ad Israele è bastato “semplicemente” non arrivare mai a formalizzarla. Le scuse ipocritamente adottate nel corso del tempo per “giustificare” questa non-formalizzazione sono da manuale, e in parte chiariscono quanto detto fin qui, come riporta il sito della Knesset:

- The main arguments put forward by those opposed to the constitution, headed by David Ben-Gurion and the religious parties, were: the idea of the constitution developed in previous centuries, against the background of social and economic struggles that no longer exist; despite and perhaps even because of the absence of a written constitution in Great Britain, the rule of law and democracy there are solid, and civil freedoms are upheld; the Proclamation of Independence includes within it the basic principles of any progressive constitution, and the Transition Law of 1949, which was passed by the Constituent Assembly, constitutes a fulfillment of the state's obligations towards the United Nations on this issue; only a minority of the Jewish people is in Israel, and the state does not have the right to adopt a constitution that will bind the millions that have not yet arrived; because of the nature and special problems of the state, it is difficult to reach a consensus regarding the spiritual principles which are to shape the image of the people and the essence of its life, and the debate about the constitution could lead to a cultural war between the religious and secular communities; the State of Israel is in the midst of a continuous process of change and crystallization, and this does not go together with a rigid constitution. – [www.knesset.gov.il]

Semplicemente, una Costituzione vera e propria sarebbe costretta a scegliere tra l’estendere effettivamente i diritti civili a tutti i cittadini, come in una normale democrazia, e il formalizzare a chiare lettere una società con diritti di casta che di democratico ha ben poco, con buona pace delle “simpatie” dell’Occidente.

Questa situazione “ambigua”, mai normalizzata, dello Stato d’Israele come “Stato di Diritto” si è potuta reggere fino ad ora grazie ad uno “stato di emergenza permanente” reiterato nel corso del tempo, con il quale “sospendere” il principio di legalità. Fino al 1967 erano le stesse circostanze storiche ad allontanare dall’agenda di governo la “normalizzazione” dello stato: con una guerra scoppiata all’indomani dell’indipendenza, mantenere un breve periodo di “military rule” per gli arabi israeliani significava tenere sotto controllo una situazione potenzialmente esplosiva. Ma mantenerla per quasi venti anni già dimostra come fosse chiara la necessità di prolungare l’emergenza ad libitum, a spese della democrazia.

Dopo la schiacciante vittoria della Guerra dei Sei Giorni, una di quelle “guerre preventive” che impareremo a conoscere bene solo diversi anni dopo, l’aporia si mostrò in tutta la sua portata: finito lo “stato d’emergenza” con cui la sensazione di assedio permanente da parte dei Paesi confinanti soffocava Israele, il vincitore indiscusso di quella guerra lampo si trovò all’improvviso a dover fronteggiare una minaccia interna ben più grave. Senza l’emergenza la normalizzazione era alle porte, e con essa la fine del sogno sionista.

Il ’67 è uno spartiacque nella storia del Medioriente: rappresenta una sorta di “presa di coscienza” sia per Israele che per la comunità internazionale di quello che sarebbe potuto succedere senza uno “stato di emergenza permanente”. Da questo punto comincia a delinearsi una precisa strategia volta, dal fronte delle potenze straniere, a destabilizzare con la presenza di Israele l’intera regione (e con questo intendo tutta l’area che dalla sponda est del Mediterraneo comprende i paesi del Golfo Persico) a vantaggio delle grandi compagnie petrolifere e, da quello interno sionista, a continuare a mantenere in sospeso la normalizzazione dello Stato che una carta costituzionale avrebbe garantito.

Con l’occupazione della Cisgiordania (che da questo momento diventerà “Territori Occupati”) e della Striscia, Israele riportava il proprio status (e il diritto internazionale tutto) ad una condizione pre-westfaliana: non applicando la Quarta Convenzione di Ginevra lo Stato Ebraico non poteva essere considerato legalmente “occupante” (nonostante spingesse a colonizzare i territori palestinesi mentre vi manteneva il costante controllo militare), e - grazie a questo ulteriore buco giuridico, rafforzato dalla scusa israeliana che, non avendo mai fatto parte di nessuno Stato, i Territori avrebbero avuto uno status da indicare come “conteso” – Israele si ritrovava tecnicamente a non avere più “confini” definiti.

In assenza di una chiara estensione territoriale, definire la cittadinanza israeliana diventa un’impresa sempre più arbitraria, e cede il passo alla definizione sionista basata su istanze identitarie di tipo etnico/confessionale, la cittadinanza etnica della Legge del Ritorno, finendo per legittimarla sempre e comunque. Lo status dei coloni è di cittadini israeliani residenti, nonostante si trovino in territorio che israeliano non è, o non dovrebbe essere. Contemporaneamente, sfruttando l’aspetto “confessionale” dell’identità, la guerra Israelo-Palestinese viene inserita in un contesto culturale da conflitto religioso che ne mistifica e stravolge la reale portata di conflitto giuridico nel consesso delle Nazioni Unite: è solo grazie alla connivenza delle potenze straniere che un simile “buco” del diritto internazionale si sia potuto mantenere così a lungo. Non basta emanare risoluzioni se nessuno si muove per farle rispettare. Allo stesso tempo si inaugura, nei confronti di Israele, la consuetudine del “fatto compiuto”: non avendo alcun arbitro internazionale a regolamentarne le infrazioni, automaticamente si ingenera un processo di legittimazione che fa di quello stato di emergenza cronicizzato la norma dello Stato Ebraico e, di riflesso, del popolo palestinese.

Se l’emergenza, la situazione eccezionale che dura dalla fondazione dello Stato, diventa norma per effetto di un Laissez-faire generalizzato agli ordini più delle non-regole del libero mercato che di quelle del diritto internazionale, la necessità di dotarsi di una Carta Costituzionale (di una norma, appunto) si allontana definitivamente sotto il principio guida della difesa: l’acronimo inglese di Tsahal, l’esercito israeliano, è infatti IDF – Israeli Defence Force. Le “forze di difesa” israeliane occupano, colpiscono civili, impediscono i movimenti di una popolazione che non è interna allo Stato: tutto questo diventa, incredibilmente, normale. Tra i pochi ad accorgersene, in Italia, sarà un grande intellettuale di origine ebraica, Franco Fortini, che per la sua netta presa di posizione contraria alla politica israeliana si troverà, nel 1989 (a settantadue anni!) a dover interrompere la collaborazione con il Corriere della Sera.

I fatti del ’67 inaugurano un periodo di disordine assoluto in cui la società israeliana si militarizza sistematicamente al fine di mantenere “in ostaggio” la popolazione palestinese, senza assimilarla ma allo stesso tempo non avendo la possibilità di espellerla, nel paradossale tentativo di estendere a tempo indeterminato lo stato di emergenza che permette al “Jewish and democratic state” di esistere nonostante la contraddizione.

C’è una “coincidenza” che è in grado di mostrare se è giusto parlare di politica delle popolazioni in ostaggio: chi è arrivato a leggere fin qui, avrà notato che la military rule sugli arabi israeliani si interrompe -dopo quasi venti anni- nel 1966 ed esattamente un anno dopo è come se venisse ripristinata, eliminando anche quelle poche tutele di cui godevano gli arabi in Israele, a tutta la popolazione palestinese (esclusi, ovviamente, i profughi “ospitati” negli Stati Sovrani limitrofi). Questa continuità temporale fa sorgere il legittimo sospetto che nel 1967 la politica dell’occupazione non fosse una semplice conseguenza, ma un’operazione pianificata consapevolmente per ottenere i “benefici” effetti dello stato di emergenza permanente.

In quest’ottica è chiaro come tutto il successivo accalorarsi per il processo di pace “a due stati” altro non sia stato che uno specchietto per le allodole volto a nascondere dietro velleità nazionaliste il volto di una popolazione che probabilmente avrebbe voluto “risiedere” –con tutti i diritti e doveri del caso- nel luogo dove lavorava: i palestinesi si sono sempre dimostrati la forza lavoro più economica per Israele (ma approfondire tale aspetto ci porterebbe su strade impervie…).

Se questo è chiaro a noi oggi, lo fu già e ancora di più per Arafat che a Camp David nel 2000 si vide presentare, pubblicizzata come “miglior offerta” mai concessa dal governo israeliano, una cartina del futuro “Stato Palestinese” in cui questo si mostrava –per quanto riguarda la West Bank- frammentato, senza continuità territoriale: un arcipelago di terra circondato dalle colonie. Improponibile se non come guanto di sfida gettato in faccia. Su quella mappa, Arafat vide tutta la portata della finzione dei due stati e rinunciò. I nostri media ci fecero credere, e questo lo ricordo davvero bene, che il problema fosse sorto solo sullo status di Gerusalemme, e che per questo Arafat (il colpevole) avrebbe “fatto naufragare” (il termine utilizzato più spesso) il processo di pace. Nessuno ci fece vedere quelle mappe, così come furono presentate, se non molto dopo – mentre tutto il sangue della Seconda Intifada ci inondava l’attenzione.

All’indomani di Camp David il fallimento colpì di sponda anche Barak, e le elezioni erano alle porte. L’allora leader del Likud sapeva che Arafat aveva compreso l’impossibilità dei “due stati” perché Israele non avrebbe mai voluto (né potuto) concedere un vero stato ai palestinesi. La sua strategia fu grande: da buon veterano del ’48, del ’67 e del ‘73, nonché ex Ministro della Difesa, Sharon agì come solo i militari sanno fare. Attaccando. Quel 28 settembre 2000 non salì da solo sulla Spianata, ma con mille uomini armati: questa manovra spettacolare gli garantì la vittoria elettorale sei mesi dopo. Cavalcando l’onda della rivolta di Al-Aqsa, e dei livelli massimi di “emergenza” che rappresentava, attivò la più grande macchina repressiva che il millennio appena scoccato avesse visto. Soldati, mezzi militari, missili guidati ma, soprattutto, lo strumento più potente: l’ingegneria edile. Sharon riuscì a rendere la West Bank fisicamente isolata e spezzettata, in modo che quella frammentazione fosse duratura non solo sulla carta. Calibrò le barriere sui tracciati delle colonie, escludendo progressivamente e inesorabilmente Gerusalemme Est dal resto (da “quel che resta”) della Cisgiordania.

Ritirò i coloni da Gaza per ritrasferirli nella West Bank, facendo della Striscia un’isola per il tiro al bersaglio di Tsahal e catturando contemporaneamente le simpatie dei media occidentali ancora increduli davanti al macello di Jenin. Spezzò definitivamente l’autorità di Fatah agli occhi dei palestinesi, prima bombardando Arafat a Ramallah, poi non considerando il successore Abbas come interlocutore plausibile. Minando Fatah dall’interno garantì il successo di Hamas, che fino a quel punto non riusciva a decollare, fornendo agli occhi dei palestinesi l’unica risposta apparentemente credibile di fronte a tanta violenza.

Sharon ha rimodellato i termini del conflitto con una strategia illuminante, e la sua vittoria è sotto gli occhi di tutti: un reattore aperto e fumante che contamina gli stessi israeliani. E non basterà un po’ d’acqua a spegnerlo, ci vuole una ricostruzione, una rifondazione. Si chiama Costituzione Democratica.

Diego Ianiro

lunedì 5 maggio 2008

Giorgio Napolitano si ricrede: mai detto che è antisemitismo la critica ad Israele

Versione 1.1

È proprio vero che le affermazioni si possono voltare e rivoltare. È a tutti noto, e soprattutto alle comunità ebraico-sioniste, che in un discorso il presidente Napolitano aveva assimilato l’antisionismo all’antisemitismo, come se non fosse tutt’uno dire Stato d’Israele e stato sionista (ebraico, razzista). Ne sono derivate conseguenze importanti. A Napolitano è stata rinfacciata dai contestatori questa sua posizione:
Ramadam: «Napolitano sbaglia a venire qui». Lo scrittore egiziano Tariq Ramadam, tra i promotori del boicottaggio di Israele alla Fiera ha criticato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, a suo dire, avrebbe compiuto il duplice errore di venire a Torino, certificando così «che si tratta di un fatto politico», di aver «tacciato di antisemitismo chi critica lo Stato di Israele».
Adesso in una nota, riportata dal Messaggero, apprendiamo quanto segue:

La replica del Colle
. Una nota è stata diffusa dal Quirinale per rispondere alle dichiarazioni di Ramadan: «In relazione a talune dichiarazioni infondate e insinuanti - si legge nella nota - si ricorda come la presenza del presidente della Repubblica all'inaugurazione della Fiera del Libro di Torino sia nella stessa linea della sua partecipazione a molteplici eventi culturali che hanno luogo in Italia. È del tutto falso, inoltre, attribuire al presidente Napolitano l'errore di aver tacciato di antisemitismo tutti coloro i quali criticano lo Stato di Israele. La critica delle politiche del governo di Israele è del tutto legittima, innanzitutto all'interno di Israele; quel che è inammissibile è qualsiasi posizione tendente a negare la legittimità dello Stato di Israele, quale nacque per volontà delle Nazioni Unite nel 1948, e il suo diritto all'esistenza nella pace e nella sicurezza».
Si può commentare dicendo che essendoci un riconoscimento formale dell'Italia dello Stato di israele non si può riritare il riconoscimento a suo tempo dato. E quindi interrompere le relazioni diplomatiche con tutto quel che segue. La nota, di diritto positivo, non può riconoscere per sua natura la distinzione fra legalità e legittimità. Questa distinzione è possibile sul piano della politica e dell’etica, quella stessa che alimenta la retorica sui diritti umani, violati i quali proprio dallo Stato di Israele viene incrinato il suo fondamento di legittimità, diverso dalla legalità delle relazioni diplomatiche, commerciali, militari fra Italia ed Israele. Ma noi cittadini non siamo i “rappresentanti” del presidente Napolitano. Se mai lui dovrebbe rappresentarci. Se come pare evidente, lo stato di israele si fonda sulla Nakba, è quanto mai dubbia la sua legittimità. Quanto all’atto Onu fondativo della sovranità e legittimità dello stato di Israele si tratta di cosa quanto mai dubbia e contestabile sul piano delle legittimità politica. Ovviamente, il Presidente continua a fare il suo mestiere, se lo sa fare, ma i cittadini sono liberi di pensare e di assumere le loro posizioni politiche, anche bruciando le bandiere, a meno che non debbano chiedere il permesso a Napolitano stesso prima di potersi pronunciare e manifestare in senso politico. Nella misura in cui questo evento ha valenza politica (come la ebbe la famosa bara dei sindacati, lasciata davanti alla sinagoga) si tratta di pronunciamento popolare che non può essere invalidato da parlamentari, nomimati (e non eletti in parlamento) in quella che può definirsi la più antidemocratica consultazione del dopoguerra.

Se il presidente si è in parte ricreduto, allora la contestazione della Fiera qualche risultato lo ha prodotto. Glie eventi sono ancora in corso. Si noti la titolazione della stessa notizia data da Liberazione, cioè: Il Quirinale replica a Ramadan: illegittimo negare Israele. La notizia non è questa e a Liberazione non conoscono il mestiere di giornalista. La vera ed importante notizia è che è lecito criticare Israele e che ciò non costituisce antisemitismo. Il fatto della illegittimità del negare Israele è una non-notizia su un fatto inconsistente. Proverò a spiegarlo alla redazione di “Liberazione”.

Osservatorio: 1. Udo Ulfkotte

Versione 1.2

1. Premessa. – Mi giunge una segnalazione da un mio corrispondente tedesco a proposito di Udo Ulfkotte, il cuo nome mi era fino a questa mattina totalmente sconosciuto, ma si tratta di un ben noto giornalisto tedesco, ritenuto perfino come uno dei massimi conoscitori del mondo islamico. Se ho ben compreso la notizia, il noto giornalista era stato fatto oggetto di pesante critica da parte di un Blogger a causa delle sue posizioni antislamiche. La notizia è che al blogger sarebbe stata inflitta una pena di sei mesi di carcere. Sorge per me un interesse relativo a tutto il contesto. Ritengo di fare cosa nuova ed utile nel condividere con i miei lettori la mia ricerca in progress. La cosa più interessante che però ho trovato è vecchia di un paio di anni. Il giornalista Ulfkotte scrisse un libro dove si documentava che i servizi segreti israeliani, il famigerato Mossad, articolato in sezioni, conduceva una campagna di provocazioni per inimicare l’animo dei cittadini europei nei confronti degli islamici ed in vista di quella guerra all’Iran, che poi fu bloccata all’ultimo momento, probabilmente per un sussulto di responsabilità da parte dei servizi americani che forse non volevano che gli Usa precipitassero in un’altra guerra disastrosa. Queste erano mie congetture ed invece scopro che erano anche delle realtà.

Tutto ciò non significa che Udo Ulfklotte sia una filoislamico. È invece vero il contrario. Ed è qui che non capisco ed inizia perciò la mia ricerca in progress. Indicherò di seguito tutti i links utili, privilegiando quelli in lingua italiana e cercando di riassumere ciò che ricavo da fonti in lingue straniere a me note. Questo post inizia una nuova serie, con titolo: “Osservatorio”, dove collegando il tutto con appositi links condurrò ricerche similari, a beneficio del mio archivio privato reso pubblico ai miei Lettori. Al seguente link si trova l'accesso diretto ai “documenti islamici” raccolti da Udo, dove figura subito una foto dell'attentato alle Torri Gemelle, di cui ormai sono propenso a credere che sia cosa tutta interna nella migliore tradizione dell'assassinio dei presidenti americani e che mi fa subito inquadrare in determinato in nostro Udo, che si vuol far passare per grande esperto di Islam. Sembra invece che sia esperto di notizie riguardante i servizi segreti, un mondo a me ignoto e di cui diffido. Forse Udo è un giornalista che ama fare del sensazionalismo, ma è ancora presto per poterci fare un’idea del personaggio. La ricerca continua e tutte le conclusioni sono provvisorie.

2. Estratti da “Krieg im Dunkeln”. Il testo tedesco si trova a p. 56 e 57 del libro. Daremo di seguito la traduzione italiana insieme con un commento.
Während die Mossad-Abteilung „Politische Aktion und Verbindung“ die Auslandskontakte zu diplomatischen Einrichtungen und geheimdienstlichen Residenturen unerhält, sind die „Abteilung für Sonereinsätze“ (Abt. Metsada, zuständig etwa für Sabotage und vedeckte Attentate) und die Abteilung für psychologische Kriegführung (Abt. Lohama Psichologit, LAP) dafür zuständig, beispielsweise tendenziöse Berichterstattung in den Medien zu erzeugen und die mit Israel sympathisierenden Journalisten zu instruieren. Die Abteilungen Metsada und LAP wurden zum Beispiel während der schweren Unruhen in Frankreich im November 2005 gemeinsam aktiv: In den Städten Rouen, Lille, Nizza, Dijon, Straßburg, Marseille, Bordeaux, Rennes, Pau, Orleans, Toulouse schürten sie über Agents Provocateurs Unruhen, die sich bald auch über Lyon, Roubaix, Avignon, Saint-Dizier, Drancy, Evreux, Nantes, Dünkirchen, Montpellier, Valenciennes, Cannes und Tourcoing ausbreiteten.

Während Medien die vom Mossad lancierte Geschichte von einer spontanen Erhebung sozial schwacher Einwanderer aus den Vorstädten in der Öffentlichkeit verbreiteten, beobachtete man in westlichen Geheimdienstkreisen schon seit langem die Bemühungen des Mossad, in Frankreich , das seit Jahrzehnten proarabisch ausgerichtet ist, eine antiarabische und antimuslimische Stimmung zu schüren. Britische und deutsche Nachrichtendienstler berichteten mir im November 2005 übereinstimmend, dass man in den genannten Städten in einigen Fällen im Hintergrund auf israelische Agents Provocateurs gestoßen sei. Es sei aber unklar, ob der Mossad die Erhebungen, bei denen im Laufe von zwei Wochen mehrere Tausend Fahrzeuge angezündet wurden, ursprünglich auch initiiert oder aber nach deren Ausbruch nur insgeheim weiter geschürt habe.

Nach Angaben eines Gesprächspartners von MI6 verfolgt Israel mit solchen Aktionen das Ziel, Muslime in der öffentlichen Meinung generell als unberechenbare Bedrohung erscheinen zu lassen, die nicht integrationsfähig seien. In Deutschland wie auch in Großbritannien habe man erkennen müssen, wie leicht es einer „geschickt agierenden Psy-Op-Truppe“ (Abteilung für psychologische Kriegführung) inzwischen gemacht werde, innerhalb Europas binnen kürzester Zeit Aufstände von gewaltigem Ausmaß zu schüren oder gar zu provozieren. Der französische Innenminister Nicolas Sarkozy hatte mit markigen Worten Teile der französischen Bevölkerung hinter sich geeint, als er die Protestierer „Abschaum“ nannte und sagte, diese müssten ausgekärcht werden. Es ist wohl ein Zufall, dass Nicolas Sarkozy aus einer Familie jüdischen Glaubens stammt und wirklich ohne Absicht mit seinen provozierenden Worten die Stimmung gegen eine bestimmte Bevölkerungsgruppe in Frankreich schürte.

Links:
1. Lisistrata contro Islam. Credo di sapere chi sia questa Lisistrata ed una volta ho avuto una sua incursione in uno dei miei blogs. Dovrebbe chiamarsi Adriana Bolchini Gaigher, incredibile personaggio, una maga cartomante esperta di Islam forse quanto e più di Udo. Ho perfino trovato un suo articolo in Ragionpolitica.it Oddio, a quali mani era affidata “la formazione dei quadri della fu Forza Italia”! Ciò che si può desumere direttamente dal suo blog è che si tratta di una fanatica, in piena sintonia con l'atttività antislamica di Udo, che nel frattempo è andato fondando un apposito movimento per limitare i diritti, a suo avviso eccessivi, di cui gli islamici godrebbero in Germania. Sarà pure un grande esperto di Islam il nostro Udo, ma questo progetto mi sembra bislacco. In una società basata sul diritto moderno, sorto dalla rivoluzione francese, esistono diritti eguali per tutti, con qualche tutela per casi particolari (malati, invalidi, donne in maternità, ecc.), ma non un regime di limitazione dei diritti e perfino discriminazioni. Per questa via si giunge al razzismo ed al nazismo: ed è questa appunto la critica mossa a Udo da un blogger islamico, che però è stato condannato a sei mesi di prigione. Lisistrata non parla affatto del libro di Udo che denunciava le attività sobillatrici e provocatorio del Mossad, con sezioni specializzate per la guerra psicologica ed ideologica. Lisistrata riconosce in Udo il suo uomo.

(segue)

domenica 4 maggio 2008

Fiera del Libro: si avvicina la data fatidica ed aumenta l’isterismo dei «Corretti Informatori»

Versione 1.0

Stupidamente, direi, il direttore della Fiera, Picchioni, mena vanto del numero degli espositori e dei partecipanti alla Fiera, quasi che il successo del “boicottaggio” dovesse significare l’annullamento della Fiera stessa. L’isterismo del «Corretti Informatori» è uno spia del fatto che sono stati toccati nervi scoperti. Ciò che importa è che aumenti la generale consapevolezza di un crimine occultato, il genocidio del popolo palestinese, un genocidio in diretta con il quale la coscienza ipocrita dell’Occidente si trova a dover fare i conti.
Il presidente della Fiera di Torino, Rolando Picchioni, prova a stemperare la tensione: «Gli espositori sono in aumento, il numero dei dibattiti e dei relatori è da record. Se qualcuno ha voluto boicottare la Fiera del Libro direi che ha fallito l´obiettivo». Ma Picchioni sa perfettamente che non sono solo le cifre a decretare il successo o l´insuccesso di una edizione. Conta invece il clima che si crea intorno ai padiglioni del Lingotto, la capacità della manifestazione di parlare davvero a tutti. E su questo la scommessa è ancora da vincere.
Infelice ed inspiegabile la decisione di Giorgio Napolitano di recarsi ad inaugurare la Fiera in assenza di qualsiasi precedente. Se ha voluto ingraziarsi la Israel lobby, doveva mettere nel conto la perdita di rappresentatività che ciò avrebbe comportato. Egli, si dice, è il rappresentante di tutti gli italiani, meno qualcuno.

Intanto, è già rilevabile come questa sia l’edizione «più controversa» della Fiera torinese del Libro. Personalmente, mai come quest’anno mi sono accorto della sua esistenza, ma in ragione della sua contestazione. Quindi, la Fiera ha goduto di una pubblicità negativa. Le parole del prefetto sul “dialogo” ed il confronto di idee sono quanto mai eufenistiche. Non di idee si tratta, ma di un vero e proprio genocidio che si vuol lasciar passare come se si trattasse di una normale e volgare manifestazione. Caro Prefetto, qui si ammazza e di brutto! Il nostro Presidente avrebbe fatto meglio ad andare altrove, magari a visitare qualche cantiere, dove ogni giorno muiono operai che mettono a repentaglio la vita ogni giorno per guadagnare poche centinaio di euro al mese, necessarie per campare. Ed invece proprio a Torino doveva andare!

Dalla “rassegna” dei «Corretti Informatori» emerge una notizia quanto mai interessante ai nostri fini, se vera e vera fino a sua smentita:
…Tra i docenti, ci si divide tra sostenitori e contrari, ma qualunque sia il versante scelto, i toni virano alle posizioni nette. D´Orsi replica con la stessa moneta alle accuse dell´associazione Italia-Israele: «Che un´associazione finanziata da un governo estero si permetta di chiedere al rettore di annullare la concessione degli spazi è aberrante. L´università è un luogo libero». E ce n´è anche contro ogni eventuale pretesa bipartisan: «Basta con questa modalità "Porta a porta" della storiografia. E poi tutta la Fiera inneggia ad Israele, uno stato fondato sulla sofferenza 7,5 milioni di persone».
Contesta invece il "seminario" fin dal nome Ugo Volli, che rilancia la polemica all´indirizzo di colleghi e rettore: «E´ una manifestazione propagandistica promossa da un´organizzazione politica.…
Ossia l’associazione Italia-Israele è finanziata direttamente da Israele. Non è da stupirsene se si pensa che una sua presidente è stata la nota Deborah Fait, boccuccia di rosa, ed attualmente mi pare abbia un suo degno successore. Quanto ad Ugo Volli il suo nome è così ricorrente nel mio monitoraggio di «Informazione Corretta» da giustificare una prossima scheda a lui dedicata.

Quanto mai opportuno è il seminario di studi si ciò che davvero avvenne in Palestina nel 1948, dove va distinta la sorte di quanti fuggirono e di quanti restarono. Le risultanze di ciò che nel 1948 è veramente successo non riescono ad essere smentite dalle capriole di Benny Borris, storico ufficiale del regime. La sorte dei palestinesi costretti a scappare non fu migliore di quella degli altri che restarono. Il piano di genocidio riguardava gli uni e gli altri. In questo link si trova la consueta scarica di insulti contro il giornalista del Manifesto Michele giorgio, colpevole di dire verità sgradite quanto inconfutabile. La nuova storiografia consente di spazzare via tutte le bugie sionisti sui palestinesi che “abbandonarono” spontaneamente le loro case, quasi che la sorte di quelli che restarono sia stata migliore. Molti di loro furono costretti allo spionaggio e vissero, anzi vivono tuttora sotto ogni forma di ricatto. È letteralmente vomitevole il “corretto” commento che tenta di ribaltare un’evidenza che inchioda e che avrebbe fatto arrossire di vergogna chiunque altro che non fosse l’anonimo estensore dell’abietto commento.