lunedì 19 settembre 2016

Teodoro Klitsche de la Grange: «Monocameralismo e rappresentanza»

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MONOCAMERALISMO E RAPPRESENTANZA

Matteo Renzi ed Elena Boschi (Wiki)
La riforma Boschi-Renzi della Costituzione conferma come alcuni concetti – secolari – della dottrina dello Stato e del diritto pubblico siano ancora essenziali per comprendere il senso di ciò che è costituzionale, malgrado spesso trascurati dai giuristi contemporanei, in particolare da quelli di regime.

E non ricordati, neppure per caso, nel “titolo” del provvedimento; questo reca “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione dei parlamentari…”. Dopo questa “apertura” riduttiva, l’art. 1  tuttavia dispone “Ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione” (riformulando l’art. 55 della Costituzione) e subito dopo ridimensiona il Senato, il quale “rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti”; nell’art. 67 (della Costituzione modificata) invece si prescriveva che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione” (1).

Diversamente da come spesso s’intende correntemente, il carattere di rappresentanza politica di taluni organi dello Stato non è legato alla scelta elettorale “dal basso” ma all’esigenza di dare forma all’unità politica. Come scriveva Schmitt sui due principi di forma politica (identità e rappresentanza) “nella realtà della vita politica esiste tanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali del principio d’identità, quanto poco uno Stato che possa rinunciare agli elementi strutturali della rappresentanza”. Nessuno Stato può concretamente esistere, se basato esclusivamente su uno solo di tali principi (contrapposti e complementari). Non c’è forma politica senza rappresentanza e identità (2).

La dottrina del diritto pubblico e dello Stato – in particolare quella meno recente – si è diffusa sulla distinzione tra rappresentanza (politica) e non, in particolare tra quella moderna e quella medievale (o “cetuale” o “corporativa”), individuandone i caratteri differenziali. Ne ricordiamo i principali, come li descriveva V. E. Orlando per quella medievale “Così il diritto di mandare un rappresentante all’assemblea degli stati non competeva al popolo, ma bensì a questi stati o ceti privilegiati. ….. In questo ordinamento che fondeva principi di Diritto privato, avveniva che i rappresentanti del terzo stato erano veri mandatari delle comunità che gli inviavano”. Mentre per lo Stato a lui coevo: “Il Diritto pubblico moderno si fonda su principii opposti: Il popolo appare come unità organica; la fonte della sovranità è unica; la partecipazione alla vita pubblica appartiene ai cittadini non a corpi privilegiati. Conseguenza: il deputato non rappresenta il corpo elettorale che lo ha scelto, ma bensì tutta la nazione. … Il Diritto pubblico prescinde affatto dal criterio proprio al Diritto privato delle prestazioni reciproche. L’obbedienza alla volontà dello Stato è nel cittadino un dovere assoluto, non un corrispettivo di diritti. Conseguenze mediate di questo principio sono: che nessun mandato imperativo può darsi dagli elettori al deputato” (3).

Nel costituzionalismo moderno il carattere rappresentativo è stato riconosciuto (a partire dalla Costituzione francese del 1791), normalmente, solo a due organi: il capo dello Stato e il Parlamento. La stessa Costituzione italiana del ’48 qualifica come rappresentanti politici sia i membri del parlamento che il Presidente della Repubblica (art. 87).

Per rimarcare ancor più la differenza tra organi rappresentativi e quelli che non lo sono, già la Costituzione francese del 1791 precisava che gli altri funzionari pubblici non avevano alcun carattere di rappresentanza (politica). Cioè non potevano volere in nome della Nazione.

Sulla questione – spesso dibattuta – della distinzione tra rappresentanti e simples agents, ricordiamo che Hauriou ne individuava i principi (e i criteri distintivi) nell’autonomia della volontà (4); il cui principale connotato è l’iniziativa: “c’est parce que l’organe exécutif prend librement et fréquemment des initiatives au nom de l’Etat qu’il est un organe représentatif … le Parlement est un organe représentatif parce qu’il prend librement l’initiative des lois” (5). L’altro criterio è la responsabilità politica, connotato proprio degli organi rappresentativi (6), mentre i “funzionari sono semplici agenti, anche quelli dotati, in fatto, di grandi poteri, (perché) non hanno responsabilità politica” (7).

L’abolizione del carattere di rappresentanza della Nazione (cioè dell’unità politica) va messa in stretta correlazione con la perdita, da parte della Camera “alta”, di tutte quelle funzioni, il cui valore (ed effetto) politico è di gran lunga superiore a quello del legiferare, anche se il Senato avesse mantenuto integro il proprio potere legislativo “equiordinato” a quello della Camera (che, invece ha, in grande misura, perso). Infatti non ha più né il potere di deliberare lo stato di guerra e conferire al Governo i poteri necessari (art. 17); né concedere amnistia e indulto (art. 18); non può, con una eccezione, ratificare i trattati internazionali (art. 19); e neppure promuovere, sempre con un’eccezione, inchieste parlamentari (art. 20). L’art. 1, IV comma con disposizione decisiva, prescrive che “La Camera dei deputati è titolare del rapporto di fiducia con il Governo ed esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo”, riservando alla Camera il relativo potere.

Entra così nel testo della Costituzione la funzione di indirizzo politico, non disciplinata prima dell’attuale revisione. E viene menzionata solo per chiarire che compete alla Camera dei deputati e non al Senato. Mortati, pur rilevando che nel testo della Costituzione non era nominata, scriveva che tale funzione è essenziale ad ogni tipo di Stato e denota, per l’organo che l’esercita, la di esso “preminenza”, tale da non sopprimere l’autonomia degli altri, ma da condizionarne l’attività.

Peraltro, mentre i componenti la Camera, come detto, rappresentano la Nazione, quelli del Senato, rappresentano gli enti (nuovo testo). La differenza è anch’essa fondamentale. Come scrive Schmitt “Rappresentare significa rendere visibile e illustrare un essere invisibile per mezzo di un essere che è presente pubblicamente” (s’intende, qui, rappresentare politicamente) (8).

In ogni caso nella rappresentanza politica ciò che è rappresentato non è un essere concretamente esistente (persone fisiche, giuridiche o anche gruppi sociali) ma un’entità come il “popolo”, la “nazione”, come scritto in tante Carte Costituzionali (9).

Come sostiene Freund “la rappresentanza  politica da esistenza concreta a quello che rappresenta, fa un tutt’uno (corps) con il rappresentato” (10).

Al contrario rappresentare chi è esistente (visibile, presente) non è connotato della rappresentanza politica; vale quello che scriveva (tra i tanti) Orlando, prima citato.

Con ciò, in sostanza, il Senato ha perso quello che Hauriou chiamava “il potere deliberante”. Notava il giurista francese che avendo il Parlamento una pluralità di funzioni, era riduttivo qualificarlo per una sola di quelle, ovvero la legislativa; e che il carattere peculiare di tale potere era prendere risoluzioni collettive (quindi non solo leggi) su soggetti di governo o d’amministrazione, a maggioranza e previa discussione (11).

Da quanto risulta da questa riforma, di oggetti su cui decidere, al di là della limitata partecipazione al processo legislativo, il Senato ne ha pochissimi, riconducibili al carattere rappresentativo delle istituzioni territoriali che gli è riconosciuto.

E su tale punto occorre peraltro ricordare la distinzione, risalente a Thomas Hobbes, e che la riforma Renzi-Boschi riporta all’attualità. Il filosofo inglese rilevava che il rappresentante politico è colui che rappresenta l’unità e la totalità; e che bisognava distinguerlo da coloro che rappresentavano solo dei gruppi particolari incaricati, per l’appunto, di render noto al sovrano, cioè al rappresentante dell’unità, valutazioni e richieste delle articolazioni sociali (contee, città, corporazioni): “dove è stato già creato un potere sovrano, non può essere altra rappresentanza dello stesso popolo se non solo per certi scopi particolari, limitati dal sovrano; altrimenti si creano due sovrani” con il pericolo di perdita dell’unità politica.

Solo il primo è vero rappresentante politico, perché con le sue decisioni (ed azioni) costituisce e garantisce l’esistenza e l’azione della comunità e dell’unità politica della stessa; i secondi sono rappresentanti solo di istituzioni o di gruppi subordinati.

La dottrina pubblicistica francese d’altra parte, ha particolarmente evidenziato il rapporto tra rappresentanza politica e sovranità. Scriveva Esmein “è nella forma del governo rappresentativo che si è attestata ed esercitata la sovranità nazionale nei tempi moderni (12)  e Carrè de Malberg ritiene che “il regime rappresentativo ha il proprio punto di partenza nel sistema della sovranità nazionale come, del pari e all’inverso, la nozione di sovranità nazionale porta essenzialmente al governo rappresentativo (13).

I senatori, perdendo la rappresentanza della Nazione, hanno perduto così anche (l’esercizio della) sovranità. Non sono ancora, come diceva Napoleone, dei cochons engraissés, ma sono sulla via di diventarlo.

Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE

(1) Ricordiamo, nella seguente bibliografia i principali contributi “classici” (e meno recenti) sulla rappresentanza: R. Carrè De Malberg, Contribution à la theorie général de l’Etat. Parigi 1922, Tome II, pp. 199 ss.; M. Hauriou, Précis de droit constitutionnel, Parigi, pp. 146 ss.; C. Schmitt, Verfassungslehre, Berlino 1928, §§ 16 e 24; Santi Romano, Principi di diritto costituzionale generale, Milano 1947, pp. 160, ss.; G. Jellinek, Allgemeine Staatslehre, trad. it., Milano 1949, pp. Pp. 139 ss.; C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, Tomo I, Padova 1975, pp. 423 ss.; G. Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Milano 1970, pp. 99 ss.; E. Crosa, Diritto Costituzionale, Torino 1955, pp. 245 ss.; V. E. Orlando, Diritto pubblico generale. Scritti vari, Milano 1940, pp. 417 ss.; C. Lavagna, Diritto costituzionale, Vol. I, Milano 1957, pp. 527 ss.; L. Rossi, I principi fondamentali della rappresentanza politica. Il rapporto rappresentativo, Vol. I, Bologna 1894; J. H. Kaiser, Die Rapresentätion organisierter Interessen, Berlino 1956.

(2) E scriveva anche “La diversità delle forme di Stato si basa sul fatto che ci sono due principi di forma politica contrapposti, dalla cui realizzazione ogni unità politica assume la sua forma concreta. … Lo Stato è una condizione, e precisamente la condizione di un popolo. Ma il popolo può raggiungere e ottenere in due diversi modi la condizione dell’unità politica. Esso può già nella sua immediata datità – in virtù di una forte e consapevole omogeneità, in seguito a stabili confini naturali o per qualsiasi altra ragione – esser capace di agire politicamente. Inoltre esso è come entità realmente presente nella sua immediata identità con se stesso una unità politica. … Il principio contrapposto parte dall’idea che l’unità politica del popolo in quanto tale non può mai essere presente nella reale identità e perciò deve sempre essere rappresentata fisicamente da uomini. … Queste due possibilità, l’identità e la rappresentanza, non si escludono, ma sono solo due punti contrapposti di orientamento nella concreta strutturazione dell’unità politica. In ogni Stato prevale l’uno o l’altro, ma entrambi fanno parte dell’esistenza politica di un popolo”. V. Verfassungslehre, trad. it. di A: Caracciolo La dottrina della Costituzione, Milano 1984 p. 270 ss.

(3)  V. Principi di diritto costituzionale, 4ª ed. (Barbera) 1904.

(4) “Le principe de la distinction est certainement l’autonomie de la volonté: les organes de l’Etat sont ceux qui veulent au nom de l’Etat, avec autonomie, avec «un pouvoir arbitraire», disait Esmein” V. Précis de droit constitutionnel, Paris 1929 p. 212.

(5) Op. loc. cit..

(6) Tous les organes représentatifs sont responsables politiquement et, même, il convient d’affirmer que plus un pouvoir est politiquement responsable, plus il est un organe de l’Etat autonome et plein d’initiative, car la responsabilité politique est corrélative à l’autonomie. Op. loc. cit.

(7) Op. loc. cit. p. 213.

(8) V. Op. cit.;  v. l’esplicazione del concetto e le citazioni p. 277 ss.

(9) A titolo d’esempio ricordiamo norme di costituzioni scritte sulla rappresentanza; v. art. 32 Cost. belga; art. 38 Cost. tedesca; art. 56 e 66 della Cost. spagnola; art. 2 titolo I della Cost. francese del 1791; art. 21 Cost. francese del 1848.

(10)  L’essence du politique, Paris 1965,p. 330.

(11) Sul punto, sulla pluralità di funzioni della Camera dei Comuni e sulla “preminenza” del sostegno al Governo v. W. Bagehot trad. it. da G. Cotta ne La rappresentanza politica, Milano 1983, pp. 131 ss.


(12) Citata da R. Carrè de Malberg, op. cit., p. 199; questo autore ricorda anche a tale proposito l’opinione di Duguit.

(13)  Op. loc. cit.




mercoledì 7 settembre 2016

42. Letture: a) Maria Elisabetta Lanzone, «il Movimento Cinque Stelle. Il popolo di Grillo dal web al Parlamento» (Edizioni Epoké, 2015); b) Valerio Lo Monaco: Movimento Cinque Stelle: «Dopo Grillo. E dopo Casaleggio, i nodi ancora da sciogliere, i volti che possono riuscirci» (Maxangelo edizioni, Aprile 2016); c) Davide Barillari: «Verso un governo 5 stelle. Il sogno diventa realtà» (Dissensi, maggio 2016).

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Come per le schede precedenti anche per i libri sopra indicati nel titolo del post non si tratta di recensioni in senso tecnico, accademico, ma di mere annotazioni, non ordinate, sequenziali, in corso di lettura. I tre libri mi giungono oggi da Amazon. Ormai, i libri sul M5s, prevalentemente giornalistici, escono sempre più numerosi. Li raccolgo e leggo tutti via via che escono. Sono chiaramente ineguali. Di questi tre, a decidermi per l'acquisto, è stata la data.
Maria Elisabetta Lanzone
Il primo, di Maria Elisabetta Lanzone è del 2015, con una Prefazione di Fulvio Venturino del 23 aprile 2015. Il secondo di Valerio Lo Monaco è dell'aprile 2016 ed è interessante il sottotitolo che indica anche il “dopo Casaleggio”, la cui morte è del 12 aprile 2016. Il terzo, di Davide Barillari, è del maggio 2016, stando alla data di copertina. Di tutti questi tre libri è fatta una scheda comparativa rivolta oltre che ai Sei Lettori di questo blog - Civium Libertas - anche agli iscritti al MU «Movimento Cinque Stelle: Storia, evoluzione, problemi...”, che mi sono deciso a fondare in data 1° agosto 2016, dopo essere stato ripetutamente bannato da un mu intitolato «Parlamento Cinque Stelle, ecc.», il cui proprietario ha un nome poco trasparente: LGM, e non usa dare motivazione dei suoi atti. Non per amore di polemica, ma può essere istruttivo dare un'occhiata al mondo dei meetup che è fondativo e costitutivo dello stesso M5s (da ora in poi sempre così abbreviato). A nostro avviso, in tutta questa pubblicistica, non si potrà prescindere da una data spartiacque che mi vede protagonista insieme a Roberto Motta e Paolo Palleschi, assistiti dall’ex Attivista Avv. Lorenzo Borrè, come i Tre Espulsi dal M5s reintegrati con Ordinanza del Tribunale Civile di Roma uscita il 12 aprile 2016, nello stesso giorno in cui veniva data la notizia della morte di Gianroberto Casaleggio. A questa data se ne aggiunge una seconda, collegata alla prima: il 14 luglio 2016, quando un’analoga Ordinanza del Tribunale Civile di Napoli disponeva il reintegro di 20 attivisti napoletani espulsi ed esclusi dalle Comunarie. Di queste ordinanze ne abbiamo pubblicato il testo integrale e ne abbiamo fatto discorso, al quale si rinvia. I vertici del Non-Partito fanno di tutto per silenziare questi eventi cruciali, ma la storiografia, la saggistica, la pubblicistica non potranno ignorare le Ordinanze che via via si succedono e che finora sono confermative di quella del 12 aprile della Terza Sezione del Tribunale Civile di Roma. A mio avviso, la loro capacita ermeneutica andrà commisurata a questa data spartiacque.

Della prefazione di Fulvio Venturino al libro di M.E. Lanzoni attrae la mia attenzione una frase: «...l’idea di totale eguaglianza fra cittadini e membri del movimento...». In realtà, non è così, e forse non lo è mai stato. Certo, è quel che la propaganda dice, ed anche ciò che in molti credono, ma non è così e lo dimostrano i casi di espulsione e il modo di formazione delle liste. Cercheremo di spiegare questa affermazione sulla base della nostra esperienza... In breve: per un verso la formazione delle candidature ai vari livelli istituzionali è stata una sorta di video gioco all'interno di cerchi magici e di cordate, per altro verso sono stati allontanati cittadini con competenze ben superiori a quelle degli attivisti eleggibili. Il risultato è stato un ceto politico dirigenziale alquanto inadeguato. Al tempo stesso non si è riuscito a sbarrare il passo ad arrivisti dei vecchi partiti che hanno saputo ben superare maglie e filtri di sbarramento. In alcuni casi, a me noti, ma che non voglio citare, lo Staff è stato beffato da quelli che non avrebbero potuto essere candidati se si fossero applicati gli stessi criteri con i quali nelle stesse identiche situazioni sono stati escluse dalle liste e perfino espulsi vecchi fedeli attivisti. Intendiamoci: l’«idea di totale eguaglianza fra cittadini e membri del movimento» è del tutto giusta e condivisibile, ma la sua applicazione è fallimentare nella misura in cui sono di fatto allontanati ed esclusi cittadini competenti, davvero onesti e capaci, nonché disponibili, mentre viene lasciato via libera agli incompetenti e agli arrivisti o avventurieri. In altri termini: per un verso si rivela fallimentare la selezione del nuovo ceto politico, ma ove questa selezione fosse stata fatta nel migliore dei modi resterebbe sempre il contrasto con i principi della democrazia diretta, che comporterebbe la creazione di una miriade di istituti giuridici totalmente nuovi. Non dimentichiamo che l'andare a votare, ossia l'istituto della rappresentanza politica (oggi fallimentare) si è sviluppato in oltre secoli a partire dalla rivoluzione francese. Se davvero la democrazia diretta, che è anche l’altra faccia della frase sopra citata, può essere realizzata, ciò comporta oltre che una forte volontà politica anche una notevole dose di creatività e capacità di innovazione... Cose che ancora non si vedono...

Bastano poche frasi per allontanare dal proseguimento nella lettura di un Libro, o un inizio infelice. Le impressioni possono essere tanto soggettive quanto fallaci, In fondo, vale anche per i libri la massima “de gustibus ne disputandum est”. Sto leggendo insieme e in contemporanea i tre “libri”, passando dall'uno all’altra. Ciò che leggo o non produce nessuna reazione, ma solo un’attesa per trovare il senso del discorso, il messaggio, la tesi o produce reazioni parziali su singole espressione che non sono tutto il libro, ma tradiscono il modo di pensare o di vedere dell’autore. Ripeto le impressioni possono e sono spesso fallaci ed erronee, e se gli Autori menzionati leggono queste mie righe non se l’abbiano a male: ho detto che questa serie del mio blog non sono recensioni in senso tecnico, ossia una valutazione quasi di tipo concorsuale che tiene conto di molti se non tutti i fattori che devono essere considerati e valutati. Sono annotazioni in corso di lettura, note in margine alla pagina.

Ad esempio, nel libro di Valerio Lo Monaco produce a me, Attivista reintegrato, di cui Lo Monaco non mi pare parli, anche se menziona il dopo Casaleggio, e dunque nel momento in cui scrive gli è nota la morte di Gianroberto Casaleggio, avvenuta il 12 aprile 2016. Scrive così alla pagina... che non c’è... Il libro manca di numerazione! È stato stampato in Polonia, a Wrocław, città a me ben nota, e cara...Devo citare senza poter indicare la pagina, ma a p. 2 del capitolo “Il Consenso ora” leggo:
«E infatti tutto il lavoro di proselitismo negli anni è stato portato avanti proprio da facce più spendibili e rassicuranti come ovviamente quella di Grillo e, oggi, quelle di Di Battista e Di Maio. Il primo fenomenale dal punto di vista mediatico, e gli altri due ormai adattissimi ai ruoli istituzionali (politici e comunicativi) che pur competono loro».
È un’analisi, una tesi da dimostrare, o un endorsement? Ma il punto che mi sconcerta di più è l'impiego del termine “proselitismo”. Mi chiedo chi fra i tanti attivisti del M5s si possa sentire gratificato dall’essere qualificato come “proselita”. Personalmente, lo considero un insulto. Dal momento della mia adesione al M5s non mi sono mai sentito un proselita, e nessuno mi ha mai chiamato con questo termine, ma al contrario l'aggregazione che si andava a costituire era nel segno della trasparenza e della consapevolezza critica. Questo per quello che riguarda gli attivisti. Ancora meno giustificato il termine proselita per i semplici elettori che spesso votano il primo partito nuovo che capito per protesta e disgusto verso i partiti esistenti. Non conosco per nulla Valerio Lo Monaco, ma il suo esordio concettuale non mi lascia ben sperare sulle restanti pagine che pure leggerò tutte con diligenza e attenzione. Non condivido poi l’alto concetto che Valerio ha per Alessandro e Luigi... Tutt’al più bravi ragazzi, se si lasciano guidare da chi ne sa più di loro o se sanno a chi rivolgersi per le tante cose che non sanno, ma a riporre sulle loro fragili spalle il destino del Paese credo che sia cosa che spaventi i diretti interessati... Quanto poi a Grillo credo che nell'aprile 2016 un osservatore attento dovrebbe essere in grado di dare un giudizio appunto rapportato alla data del mese di aprile 2016, quando il Comico Estroso va a dire a Pasquale Elia che lui “prima parla” e poi pensa a quel che dice: ne so qualcosa! Avesse almeno letto le Ordinanze che lo riguardavano... Ma non voglio personalizzare troppo. Mi limito a dire che la mia vicenda giudiziaria con Beppe, mi fa conoscere in personaggio tutto mediatico che è ancora il Beppe di Valerio in una luce tutta diversa... Il punto è: uno che scrive un libro fa una rivisitazione critica dei luoghi comuni e dice qualcosa di nuovo? O ripete ciò che già si dice?

E veniamo a Davide Barillari. Mi infastidisce l’esordio. Anziché andare in medias res si preoccupa della captatio benevolentiae: mettetevi comodi! E poi più avanti leggo un elenco di cose fatte ma di cui nessuno si è accorto e che proprio non hanno inciso nel quotidiano di nessuno. Ricordo un ben altro libretto di cose fatte, ma che non cito in dettaglio per non spaventare: le cose realizzate dal fascismo in quattordici anni di effettivo governo, dal 1925 al 1939. Il M5s non è ancora neppure al governo e vanta cose già fatte stando all'opposizione.
(segue)

venerdì 2 settembre 2016

Paolo Becchi - Vittorio Feltri: Corrispondenza sul referendum Renzi-Boschi. - Mia Lettera a Libero.

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Esce oggi 2 settembre 2016 su Libero uno scambio di lettere fra Paolo Becchi e Vittorio Feltri, dopo che in un lungo articolo di Paolo Becchi e Fabio Dragoni sui «50 motivi per lasciare l’euro»., dopo che il quotidiano Libero, ora diretto da Vittorio Feltri appariva tutto proteso in una campagna per l'uscita dell’euro. Ne avevamo pubblicato tutto il testo, su Civium Libertas, dandone poi una un’ulteriore versione su un MU con Forum di discussione: https://www.meetup.com/it-IT/Meetup-regione-Calabria-Roma/events/233703178/, e relativa subversione facebook. Ora la posizione del direttore Feltri, che si schiera per il si sul prossimo referendum Renzi-Boschi sembra a Paolo Becchi in contraddizione con la precedente posizione antieuropeista. Da qui la corrispondenza, in prima pagina, fra i due. Segue una nostra presa di posizione che mandiamo a Libero, ma che rendiamo noto innanzitutto ai nostri sei affezionati lettori.

I.
Lettera di Paolo Becchi al Direttore Vittorio Feltri:
il nuovo Senato ci renderà schiavi della UE.

Caro Direttore,

Ti sorprenderà questa mia lettera. Di solito sei tu che sul giornale mi rispondi. Oggi, invece, sono io che ti scrivo. Caro amico ti scrivo, così mi distraggo un po’… per la verità, ho da tempo un “grillo” per la testa che ti riguarda e lo vorrei rendere pubblico. E, per come ti conosco, sono certo che mi risponderai altrettanto pubblicamente.

Hai preso nelle mani un giornale, quello da te fondato, che stava per chiudere. Ti hanno dato del renziano e criticato perché avresti fatto un giornale tutto schierato da quella parte. Stai invece  facendo un’operazione molto diversa. In fondo, Libero sta diventando l’unico giornale di opposizione. Oggi opposizione significa essere contro l’Euro e contro l’Unione europea. E tu stai facendo un giornale apertamente schierato contro entrambe. Non ho dati certi, ma tutto mi fa ritenere che mentre  gli altri giornali  siano in calo di vendite, il tuo sia l’unico in controtendenza. Rese del numero di ferragosto con i “Cinquanta motivi contro l’ euro” non ne hai avute, o sbaglio?   Si, è vero,  “Prima Pagina”, il programma di Radio 3 ti censura, e nessun cittadino può intervenire nel filo diretto e parlare di Libero, ma che importa se intanto hai ripreso a venderlo nelle edicole? Eppure qualcosa non mi torna. Appunto, il “grillo” per la testa: il tuo sì al referendum sulla revisione costituzionale.

Ti vorrei esporre il mio pensiero, perché ritengo che sia molto difficile condurre la battaglia contro l’Euro e contro l’Unione europea, come stai  quotidianamente facendo con il tuo giornale, ed al contempo essere favorevole a questa “riforma”, che è voluta proprio dall’Unione europea e che per la prima volta legittimerà completamente la nostra appartenenza ad essa.

Come ho scritto in altre occasioni, e ribadito con Fabio Dragoni nei “Cinquanta motivi contro l’euro”, noi siamo entrati nella UE più che altro grazie ad alcune sentenze della Corte Costituzionale, perché la nostra Costituzione in quanto tale non consentiva quelle cessioni di sovranità a cui siamo arrivati. Di più, la nostra Costituzione è per molti versi incompatibile con molti Trattati europei. Ed è proprio per questo che Napolitano ha avuto l’ordine di cambiarla. Renzi è stato solo chiamato ad eseguire quell’ordine, come lui stesso ha ammesso in più di una occasione. 
   
La nuova Costituzione – se dovesse essere confermata dal referendum – ci renderà completamente schiavi della UE.  Pensa, tanto per cominciare, all’art. 117, comma 1, il cui linguaggio viene adeguato al nuovo ordine giuridico europeo, in quanto parla direttamente di “ordinamento dell'Unione europea” e non più, genericamente, di “ordinamento comunitario”.

Ma veniamo al sodo. La nuova Costituzione tesse nuove, fitte, relazioni tra lo Stato e l’Unione europea. L’art. 70 - prima di leggerlo è consigliabile  assumere due compresse di Peridon e non è detto che bastino -  riserva alle due Camere l’approvazione della legge «che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea». Insomma, da adesso non ci sarà più scampo, perché  la disposizione è presente addirittura in Costituzione: dovremmo approvare quello che hanno già deciso a Bruxelles, senza possibilità di tornare indietro.

La nuova Costituzione attribuisce al Senato, che non sarà più eletto direttamente, il concorso all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea. Sempre il Senato, con le Regioni e le Province autonome, nelle materie di rispettiva competenza, parteciperà alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea e verificherà l'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori, dovrà cioè controllare che su tutto il territorio nazionale siano effettivamente applicate tutte le normative provenienti dalla UE.  Più che ambire a “formare” gli atti normativi europei è evidente che il Senato sarà soprattutto chiamato ad attuare nel nostro Paese  le politiche dell’Unione  europea.
  
La direzione di marcia è tracciata: dare quel fondamento costituzionale positivo,  che sinora ancora  mancava, alla partecipazione dell’Italia all’Unione europea e al suo ordine economico-finanziario, moneta unica compresa.

La Costituzione che sta arrivando, forse passerà? Io mi sto preparando … a votare no e ho scritto persino un libro per illustrare le ragioni del no. Esce tra pochi giorni da Arianna Editrice, spero che lo leggerai e di convincerti se non con questa lettera almeno col libro. Dai, caro Vittorio, sei ancora in tempo per cambiare idea.
Paolo Becchi

II
La risposta di Vittorio Feltri:
quello di oggi non ce ne libera e ci costa caro.

Caro Professore,

ti confesso che ho faticato a capire il senso del tuo scritto. Di solito sei più chiaro. Forse in questo caso, sarà per la complessità della materia, colgo un po’ di confusione in ciò che esprimi. D’accordo. La riforma del Senato è una porcata pazzesca. L’ho affermato mille volte, Palazzo Madama andava chiuso e amen.  Una Camera basta e avanza per approvare leggi il più delle volte peggiorative dello status quo.

Il Parlamento non combina niente di positivo da parecchi anni. Pensa che un lustro fa Maria Stella Gelmini mi promise di cancellare la galera per i giornalisti, visto che costoro pagano fior di soldi qualora abbiano diffamato qualcuno. La gentile si dette da fare, venne scritta una nuova normativa che pareva dovesse passare subito e che, invece, giace ancora in un cassetto. Dimenticata da Dio - e questo non mi stupisce - e dagli uomini e dalle donne che avrebbero dovuto uniformare il nostro codice a quello dei paesi anglosassoni. Sulle questioni relative ai reati a mezzo stampa rimaniamo a livello del fascismo.



giovedì 18 agosto 2016

È morto Ernst Nolte! Ma anche Michelino Buccisano...

Ernst Nolte (11.1.1923-18.8.1923)
In Seminara, da Francesco Coppellotti, ma anche da Emanuele Castrucci, mi giunge la notizia della morte di Ernst Nolte. Di fronte alla perdita ogni parola sembra di troppo. Con Francesco Coppellotti fino agli ultimi giorni della sua vita continuavamo ad interessarci delle edizioni in Italia della opere del grande Maestro ed Amico... Ai familiari le nostre più sentire condoglianze... Nello stesso giorno, per un curioso gioco del caso, cade la morte di un familiare, l'ultimo con il cognome di mia madre, Michele Buccisano, che ha tuttavia qualche elemento in comune: se il nome di Ernst Nolte non può essere ignorato da nessuno che voglia fare seriamente i conti con la storia europea del XX secolo, invece l’ignoto Michele Buccisano, nato in Seminara il 5 gennaio 1921, era l’ultimo pezzo della memoria storica della mia famiglia... Ma sono due storie distinte l’una pubblica e politica, l’altra privata e sociale... Entrambi mi erano cari, anche se in modo alquanto diverso e di luoghi immensamente lontani: Berlino e Sant’Anna di Seminara, una frazione di circa duecento abitanti. Michele Buccisano, coetaneo di Nolte, apparteneva al mondo contadino ed io penso che un relazione fra i due possa essere questa: Nolte interpretava gli strati profondi della società, e dunque era anche un interprete del modo di essere e di pensare di un Michele Buccisano, di cui pur ignorava l’esistenza: cosa altro significa dire che il nazismo o il fascismo furono una reazione al bolscevismo? E per "bolscevismi” non mi soffermo su ciò che poteva significare...

Per Nolte, sui quotidiani, si sprecano oggi i necrologi, ma si rischia di riaccendere la polemica che già in vita accompagnava il nome di Ernst Nolte, a testimonianza di un passato che non passa perché non siamo liberi di pensare il nostro passato, solo così - potendolo pensare liberamente - è possibile superarlo. Le televisioni abbondano di documentari sulla storia recente: giro subito canale perché trovo simili filmati, condite spesso da interviste a illustri storici di regime, sono terribilmente maleodorante di propaganda post-bellica. Ricordo qui alcune parole di un altro mio maestro, se così posso dire, ma certamente mio professore all’università La Sapienza, Augusto Del Noce, il quale si faceva teorico di una “storia filosofica” presentata come metodologicamente equivalente alla "interpretazione transpolitica della storia” in Erns Nolte, a proposito degli storici documentaristi: affastellano fatti, ma non capiscono nulla. Un giudizio pesante, espresso però solo con coi studenti, ma che era anche da altro docente ricambiato con “chiacchiere” attribuite alle sortire dei filosofi nei fatti della storia. Comunque sia, a Ernst Nolte va riconosciuto il merito di essersi opposto nel 1994 all'introduzione in Germania della legge sulla Auschwitz-lüge, ora introdotta anche in Italia. Rinvio a una famosa intervista, tradotta in italiano da Francesco Collellori e da me pubblicata, nel 1994 in Behemoth e poi ripubblicata in questo blog nel maggio 2010. Di Nolte, insieme ad altri studiosi e figure eminenti, voglio ricordare con gratitudine la solidarietà che non mi è mai mancata. A nome di Francesco Coppellotti e mio abbiamo fatto pervenire un telegramma di solidarietà alla famiglia. La grande lontananza dei luoghi non mi permette di partecipare ai funerali e alle onoranze funebri, in Berlino,  mentre nello stesso giorno in Sant”Anna di Seminara, nell’estremo Sud di Italia, sono presente ai funerali del mio familiare Michele Buccisano, coetaneo di Ernst Nolte.

martedì 16 agosto 2016

Roberto Motta: Tesi sul Movimento Cinque stelle: nn. 1-10.

La comunicazione e i dibattiti politici fra attivisti ed ex-attivisti, o anche critici, del Movimento Cinque Stelle si svolgono in internet su piattaforme orizzontale come Facebook o i Meetup. Lo strumento del blog, sostanzialmente una rivista in formato elettronico, non è molto praticata. L’inconveniente di queste piattaforma è il loro difettoso sistema di archiviazione, per cui contenuti interessanti e notevoli spesso vanno dispersi. Tra i contenuti fb che meritano una comunicazione e divulgazione extra-piattaforma vi sono i post di Roberto Motta, che era candidato sindaco per il Comune di Rome in competizione con Virginia Raggi, la cui perizia e capacità di governo è ogni giorno sotto il giudizio di tutti i cittadini, non solo romani, giacché l'amministrazione del Comune di Roma è il più importante banco di prova per un governo nazionale sotto il cielo stellato. Raccoglieremo i post fb di Roberto Motta, estraendoli dal loro contesto, che cercheremo di ricostruire con un breve premessa in corsivo.
AC

1. Stipendi favolosi: le prime misura del governo della Raggi. - Hanno fatto discutere nella rete la promozione di alcuni attivisti che si sono visti aumentare considerevolmente lo stipendio rispetto a quanto guadagnavano prima. In un post del 15.8.2016 ore 00.7 in commento ad altro post di Alessandro Pirrone, noto attivista m5s, Roberto Motta incomincia a dare una raffigurazione inedita del M5s, ossia dall'interno:
Per 193.000 euro con me avrebbe dovuto moltiplicare pani e pesci.
Ad 8.000 al mese (la metà) le trovo io le eccellenze.
Ovviamente le trovo senza legami politici o di potere pregressi.
Di più, nonostante i talebani ne abbiano cacciati (anche solo allontanati dopo un lungo ed offensivo isolamento) davvero tanti, avrei cominciato proprio dai pochi brillanti rimasti.
Ne avrei reintegrati diversi per il pregio della competenza che per profondo movente ideale hanno offerto al m5s il proprio skill senza mai pretendere alcunche'.
Recuperati con tanto di formali scuse per gli ingiusti torti loro inferti.
La base tutta e' stata offesa dalla Raggi che con gli assessori nominati ha dichiarato incompetente e non all'altezza l'intera base di attivisti spingendosi pericolosamente fino al rischio di disfatta definitiva in balia del girotondo centrifugato tra predissesto finanziario e preventivo concordato.
Un girotondo da me previsto e a Virginia con rimprovero anticipato nello stesso tempo in cui le contesto il voto m5s al nuovo vergognoso regolamento antenne romano.
Tutti con il culo a terra.
Imprese partecipate in agonia ed almeno un terzo di pubblico impiego capitolino.
Prove tecniche di ''reddito cittadino'' unificato destinato a sostituire anche la CIG di chi viene licenziato?
Chi può dirlo?
Predissestooooo?????
Mi chiedo se Virginia Raggi lo farà per accedere al fondo di rotazione (fino a 300 euro per abitante residente al 31 dicembre 2010 procedura che non credo affatto risolutiva per realizzare un valido piano di razionalizzazione economico e finanziario )?
Un prestito che noi romani dovremo pagare in 10 anni anche a mezzo di aumento di imposte e tasse.
Oppure e' Alemanno che si vuol salvare dalle eventuali ma pur possibili attribuzioni di responsabilità degli amministratori stabilite dalle sanzioni “politiche” (10 anni di ineleggibilità ) altrimenti applicabili, ai sensi del d.lgs. 149/2011?
A prescindere trattasi di dettagli marginali se paragonati al nodo strategico che la Raggi non solo non ha chiarito ma che pur in obbligo, verso cittadini e base, si e' ben guardata dal farlo tenendosi a debita distanza dall'assumere la responsabilità di una collocazione politica di contrapposizione e discontinuità con i 15 anni di delinquenziale linea neoliberista vicina agli interessi parassitari, speculativi ed usurai delle grandi lobby bancarie e finanziarie impegnate nella madre di tutte le truffe quale e' il pluriennale generale processo di esproprio, realizzato tramite svendite e privatizzazioni, del gigantesco patrimonio in possesso degli Enti Locali.
Patrimonio stimato al valore corrente in un intervallo compreso tra 420 e 571 miliardi ipotizzati in caso di attuazione ottimale del programma di interventi di valorizzazione preventiva.
Un limite superiore appena sotto al 40% del PIL non proprio un dettaglio su cui perculare le coscienze mediante una valanga di parole vuote.
A Roma si gioca la partita finale a difesa o contro la funzione pubblica e sociale dell’ente locale e la forza del valore patrimoniale ancora in dotazione capace di garantire l'interesse collettivo e la democrazia di prossimità riportando a se anche ruolo centrale di erogatore dei servizi di utilità sociale fondamentali per la futura coesione sociale collettiva.
Contro la trappola del debito patteggiata con la Troika da una casta criminale degna del più sommario dei processi siamo tutti chiamati a schierarci a difesa di noi stessi per interesse collettivo unico vero bene comune di coesione sociale da difendere ad ogni costo.
E' di tutta evidenza a questo punto, dato quanto sopra, che dal Sindaco di Roma Virginia Raggi? dipende il destino della democrazia reale non solo romana ma del Paese intero.
Saprà Virginia Raggi guidare la rivolta civile all'unico cambiamento possibile ovvero tradirà pavida la moltitudine di speranze in lei riposte?
Virginia Raggi saprà mai rispondere alla mia domanda?
Temo tanto, pur nell'auspicio di essere smentito, che il dubbio espresso resterà sovrano ed evidente in ogni dove.
Il testo ha suscitato e continua a suscitare reazioni e un dibattito che occorre andare a cercare fra i meandri della piattaforma fb. Noi ne estrarremmo i momenti più significativi o interessanti.

(segue)



lunedì 15 agosto 2016

Paolo Becchi (e Fabio Dragoni): I 50 motivi per lasciare l’euro.

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Esce oggi 15 agosto 2016 su Libero un lungo articolo di Paolo becchi e Fabio Dragoni sui «50 motivi per lasciare l’euro». Si presenta come una «iniziativa anti-Ue di Libero», nella nuova direzione di Vittorio Feltri. A rendere ancora più chiara la nuova linea editoriale il sottotitolo redazionale suona: «Continuamo a ripeterci che uscire dalla moneta unica è impossibile e che non ci converrebbe: ma cinque premi Nobel hanno smentito le tesi catastrofiste. Ecco le loro opinioni e cosa succederebbe se tornassimo alla lira». Con il consenso di Paolo Becchi, sentito in giornata, iniziamo “Civium Libertas” l'editing dell’articolo che occupa per intero le pagine da 1 a 11 dell'edizione cartacea odierna di Libero
Segui anche in MU con Forum di discussione: https://www.meetup.com/it-IT/Meetup-regione-Calabria-Roma/events/233703178/.
AC

Fabio Dragoni fb
Mentre tutti i giornali sono pieni zeppi di Italicum - condito ormai nelle salse più diverse - e di ragioni per il sì o il no ad un referendum su una revisione costituzionale da vero sballo, vi offriremo un manuale di salvezza nazionale su due temi che riteniamo veramente decisivi per la sorte del nostro Paese e di cui solo Libero parla. L’euro da una parte e l’Unione Europea dall’altra.

Il pri­mo è un cap­pio al col­lo che sta ine­so­ra­bil­men­te umi­lian­do e de­va­stan­do un Pae­se che nel do­po­guer­ra ha di­mo­stra­to - in­ve­ce - di sa­per bril­lan­te­men­te cam­mi­na­re e cor­re­re sul­le sue gam­be fi­no a di­ven­ta­re una del­le prin­ci­pa­li po­ten­ze ma­ni­fat­tu­rie­re del pia­ne­ta. La se­con­da è una gab­bia sof­fo­can­te che li­mi­ta la no­stra so­vra­ni­tà in spre­gio ai più ele­men­ta­ri prin­ci­pi di li­ber­tà.

Ri­con­qui­sta­re la pro­pria in­di­pen­den­za mo­ne­ta­ria è con­di­zio­ne ne­ces­sa­ria - an­che se non suf­fi­cien­te - per tor­na­re a cre­sce­re. Sen­za que­sto scat­to di or­go­glio e li­ber­tà ogni al­tro me­ri­te­vo­le sfor­zo per ri­lan­cia­re l’eco­no­mia del Pae­se si ri­ve­le­rà pur­trop­po inu­ti­le. Ec­co per­ché ab­bia­mo de­ci­so di elen­ca­re “ne­ro su bian­co” 50 buo­ni mo­ti­vi per di­re NO all’eu­ro e NO all’Unio­ne Eu­ro­pea. E lo fa­re­mo sfa­tan­do uno per uno tut­ti i luo­ghi co­mu­ni più ra­di­ca­ti di vol­ta in vol­ta ti­ra­ti in bal­lo da chi so­stie­ne che non ci sia al­ter­na­ti­va.


50 volte NO all’Unione Europea e all’euro
di Paolo Becchi e Fabio Dragoni

1. Perché i Trattati dell’Unione violentano la nostra Costituzione.  L’adozione dei Trattati palesa un’esplicita violazione dei più elementari principi fondanti della nostra Costituzione. Tutto è fuorché un progetto che risponde allo spirito della nostra Carta. Ci si riferisce in particolare all’articolo 1. Il secondo comma recita “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. È impossibile non toccare con mano come il potere decisionale sia stato di fatto delegato ad élite tecnocratiche, non elette ed irresponsabili. Come altrettanto evidente e palese è la violazione dell’articolo 11 della nostra Carta laddove viene scritto che l’Italia “consente in condizioni di parità con gli altri Stati (principio nei fatti già sconfessato dalle cronache quotidiane) alle limitazioni (si badi bene non si parla di “cessioni” ma di “limitazioni”) di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”. I Padri Costituenti si riferivano in maniera esplicita ad Organizzazioni transnazionali quali le Nazioni Unite. Non certo ad un mostro giuridico quale l’Unione Monetaria Europea che addirittura pretende di promuovere o bocciare le leggi di bilancio dei singoli Stati aderenti prima ancora che queste siano presentate al voto dei parlamenti nazionali. E cosa c’è dunque di più anticostituzionale che cedere la propria sovranità monetaria?

2. Perché la “castrazione monetaria” oltre ad essere anticostituzionale non è cosa affatto normale. Gli eurofili ritengono che sia assolutamente naturale aver conferito ad un’autorità sovranazionale come la BCE il diritto di coniare moneta. Segue un illuminante elenco di alcuni altri Paesi al mondo che hanno deciso di non coniare monete nazionali. E vi assicuriamo che vederli colorati in un planisfero (come ha fatto il sito qz.com) fa un certo effetto. Ecuador, Timor est, El Salvador, Isole Marshall, Micronesia, Palau, Turks and Caicos, Isole Vergini Britanniche, Zimbabwe, Benin, Burkina Faso, Camerun, Repubblica Centro Africana, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Antigua e Barbuda, Dominica, Grenada, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vicent and the Grenadines ecc. Tutti Stati, cioè, con un recente passato da colonia.

3. Perché l’Unione Monetaria non è fatta su misura per l’Italia. L’Europa non è affatto una casa comune. L’Italia abbandonò nel 1992 un insostenibile tasso di cambio “fisso” con le altre valute per essere poi sciaguratamente ripreso nel 1996. Nel 1999 - al momento dell'ingresso nell'euro - il reddito pro-capite degli italiani era il 96% di quello tedesco. Nel 2015 dopo sedici anni di euro il reddito degli italiani è il 76% di quello dei tedeschi (Fondo Monetario Internazionale). Le alternative sono due. O Meno Europa oppure Meno Reddito. Tertium non datur.

4.    Perché l’Unione Monetaria è fatta invece su misura della Germania. La pretesa di ritenere che l’Unione sia un progetto comune costruito nell’interesse ed al servizio di tutti è una pura utopia. Basta rielaborare i dati relativi al surplus/deficit delle partite correnti di Italia e Germania. Nel periodo intercorrente fra il 1993 ed il 1999 l’Italia ha sempre  avuto un surplus positivo per arrivare a toccare il suo massimo nel 1996. Un valore del 2,9% sul PIL. Purtroppo in quell'anno l’Italia cessa di far fluttuare liberamente la propria valuta per rientrare nuovamente nel Sistema Monetario Europeo, in previsione dell’adozione dell’euro del 1999 (sebbene l’euro sia entrato materialmente in circolazione il 1 gennaio 2002). Nello stesso periodo la Germania ha quasi sempre registrato un deficit (mediamente dell’1% con l’eccezione del 1998). Ma dal 2000 al 2013 la situazione si capovolge radicalmente. L’Italia in questi 14 anni ne colleziona 12 di deficit per arrivare ad un picco negativo di -3,5% sul PIL nel 2010 mentre la Germania "ingrana la quarta" collezionando 12 anni di surplus ed arrivando al picco positivo  del 7% nel 2012 (FMI).

5.    Perché avevano bisogno di un pollo da spennare: l'Italia. Queste in proposito le confessioni dell'ex Ministro Vincenzo Visco a Stefano Feltri nel maggio 2012: "L'Italia fuori dall’euro, visto il nostro apparato industriale, poteva fare paura a molti, incluse Francia e Germania che temevano le nostre esportazioni prezzate in lire. Ma Berlino ha consapevolmente gestito la globalizzazione: le serviva un euro deprezzato, così oggi è in surplus nei confronti di tutti i Paesi, tranne la Russia da cui compra l’energia. Era un disegno razionale, serviva l’Italia dentro la moneta unica proprio perché era debole”. Ogni ulteriore commento ci sembra superfluo.

6.    Perché economie diverse devono avere monete diverse. Ma è semplice: altrimenti il debole diventa sempre più debole ed il forte diventa sempre più forte. La moneta, cioè, assolve al ruolo di “ammortizzatore” nei rapporti fra diverse economie. Quella infatti che si trova in una situazione di difficoltà vedrà la sua  moneta svalutarsi. Ovvero il prezzo di quella moneta si riallineerà al giusto prezzo di mercato, così consentendo un recupero di competitività. Ma non potendo svalutare la moneta, l’unica alternativa per recuperare la competitività rimane quella del taglio dei salari e dell’aumento di produttività attraverso licenziamenti. E la conferma arriva addirittura dalla Commissione UE che in un report del gennaio 2014 rivelava: "Venuta meno la possibilità di svalutare la moneta, i Paesi della zona euro che tentano di recuperare competitività sul versante dei costi devono ricorrere alla ‘svalutazione interna’ (contenimento di prezzi e salari). Questa politica presenta però limiti e risvolti negativi, non da ultimo in termini di un aumento della disoccupazione e del disagio sociale “.

7.    Perché la Germania ce lo ha detto chiaro e tondo. 6 Maggio 2014 la tedeschina Ska Keller - leader dei verdi - viene intervistata in TV su Rai 3. Queste le sue testuali parole “Se la Germania lasciasse l’euro perderebbe moltissimi posti di lavoro nel settore delle esportazioni perché nessuno comprerebbe più i prodotti carissimi tedeschi”. Theo Waigel, ex ministro del finanze tedesco (10 luglio 2016): “Se la  Germania oggi uscisse dall’Unione Monetaria allora avremmo immediatamente, il giorno dopo, un apprezzamento tra il 20% ed il 30% del marco tedesco che tornerebbe nuovamente in circolazione. Chiunque si può immaginare che cosa significherebbe per il nostro export, per il nostro mercato del lavoro, per il nostro bilancio federale. Invece con un’uscita dall’euro ed un taglio netto del debito la crisi interna italiana finirebbe di colpo”.  Più chiaro di così.

8.    Perché famosissimi economisti ce lo hanno detto chiaro e tondo. Sul testo “macroeconomia" scritto da Rudiger Dornbush e Stanley Fischer si sono  formati milioni di studenti di tutto il mondo. In un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs, Dornbusch venti anni fa scriveva: “Abolendo gli aggiustamenti del tasso di cambio l’Euro finirà per scaricare sul mercato del lavoro il compito di adeguare la competitività ed i prezzi relativi. Diventeranno preponderanti recessione, disoccupazione e pressioni sulla BCE affinché inflazioni l’economia. Una volta entrata l’Italia con una valuta sopravvalutata si troverà di nuovo alle corde come nel 1992, quando venne attaccata la lira”. Un’ulteriore conferma arriva addirittura da uno studio finanziato dalla Commissione UE a firma degli economisti Lars Jonung ed Eoin Drea. Già il titolo parla da solo: "L'Euro non può essere realizzato. È una pessima idea. Non durerà. Il parere degli economisti americani nel periodo 1989-2002". Nel sommario riassuntivo addirittura leggiamo: “Tutti gli economisti -pur nella diversità di approccio- mostrano un forte scetticismo per un progetto politico che ignora i più elementari fondamenti della scienza economica non essendo l'Europa un'area valutaria ottimale”.

9.    Perché gli Stati Uniti d'Europa sono un progetto antistorico e fallimentare. Nel 1940 gli Stati indipendenti e sovrani al mondo erano 69. Nel 2015 erano 205. In 75 anni il numero è quasi triplicato. A chi dice che gli Stati Uniti d’Europa sono un progetto che asseconda la storia noi rispondiamo quindi numeri alla mano che è l’esatto contrario (CIA factbook). E non è neppure vero che l’unione faccia la forza. Chiunque sostenga che la creazione dell’Unione Monetaria risponda all’obiettivo di rafforzare l’intero blocco si scontra con la cruda realtà dei numeri. La quota di PIL mondiale dell’eurozona nel 1999 era pari al 22%. Oggi è il 17%. (FMI).

10.    Perché non potremo mai creare gli Stati Uniti d’Europa. È un mantra ricorrente. Ossessivo e compulsivo. "La globalizzazione incombe. Impone sfide che i singoli Stati nazionali da soli non potrebbero affrontare. Abbiamo una moneta in comune? Bene andiamo avanti e facciamo gli Stati Uniti di Europa”. Ma è veramente una prospettiva concreta e razionale? È vero, i cinquanta Stati a stelle e strisce condividono il dollaro come gli Stati dell’eurozona condividono l’euro. Ma le somiglianze finiscono qui. Gli USA hanno in comune la stessa lingua. Quando il Presidente eletto parla lo comprendono in Florida e nel Wisconsin. Immaginatevi la scena di un ipotetico presidente degli Stati Uniti d’Europa che parla a reti unificate. Il suo discorso dovrebbe essere tradotto o sottotitolato in altre diciassette lingue. E che razza di campagna elettorale potremmo mai avere con queste barriere linguistiche? L’assenza delle quali -ricordiamolo- consente al disoccupato del poverissimo stato del Mississippi (il cui PIL è grosso modo quello dell’Ecuador) di poter agevolmente emigrare e trovare lavoro in Texas (il cui reddito è pari a quello dell’Australia). E voi pensate forse che un dentista disoccupato di Salonicco possa agevolmente esercitare la propria attività a Riga? E sempre negli Stati Uniti d’America esiste un bilancio federale che si fa carico di trasferimenti dalla California all'Alabama senza che a quest’ultima vengano imposte deliranti "riforme strutturali" in cambio di trasferimenti finanziari. Tutte cose che in Europa non solo non abbiamo ma neanche avremo mai; perché altrimenti le vedremmo già realizzate. E che - se comunque fatte - non agevolerebbero certamente lo sviluppo degli stati sussidiati come del resto dimostra l'esperienza plurisecolare del nostro Mezzogiorno. Ricapitolando: gli USA costituiscono  un’area valutaria ottimale non perché condividono il dollaro ma perché hanno in comune una lingua, quindi la mobilità del fattore lavoro ed anche un bilancio federale unico. L’Unione Monetaria Europea manca di tutto questo.

11.    Perché non è vero che uscire da un’Unione Monetaria sarebbe una catastrofe. È un classico, come l'agnello a Pasqua o il Panettone a Natale. "Se entrare nell'euro è stato un errore, uscirne sarebbe letale”. E con queste parole è morta lì. Ma è veramente così? Il Centro Studi Oxford Economics ha condotto nel 2015 un accurato studio evidenziando come dal 1945 ad oggi “oltre settanta Stati hanno sperimentato uscite da unioni monetarie”. In media una ogni anno. E non è neppure vero che tali disgregazioni monetarie siano state accompagnate da conseguenze economiche disastrose. Tutt'altro. Dal momento che lo studio rileva che in oltre “due casi su tre si è registrato un tasso di crescita fin dall’anno in cui un il Paese di turno ha lasciato l’Unione con un valore mediano pari al 2,7%".

12.    Perché non è vero che uscire dall’euro significhi uscire dall’UE.  Vi sono Paesi quali, ad esempio, la Svezia, l’Ungheria, la Danimarca ecc.  che pur non avendo l’euro fanno comunque parte dell’Unione Europea e guarda caso stanno meglio. Una rielaborazione del Centro Studi Unimpresa sui dati della Banca d’Italia mostra  che nel periodo 2008-2015 i Paesi dell’eurozona hanno perso 3,238 milioni di posti di lavoro mentre quelli dell’Unione con propria moneta nello stesso periodo di tempo hanno creato 1,068 milioni di posti di lavoro. L’Eurozona è un’autentica macchina di distruzione del lavoro.

13.    Perché comunque non è  vero che uscire o non far parte dell’Unione Europea significhi non avere accesso al mercato continentale. Vi sono Paesi quali la Norvegia, l’Islanda, il Liechtenstein e la Svizzera che hanno stipulato da tempo accordi per la partecipazione al mercato interno che disciplina la libera circolazione delle merci, dei servizi e dei lavoratori all’interno del cosiddetto Spazio Economico Europeo (di cui fanno parte questi Paesi assieme all’Unione Europea). Ora toccherà alla Gran Bretagna negoziare un accordo che preveda l’uscita dall’Unione Europea nel rispetto dell’esito del referendum del 23 giugno 2016. E sono già tantissimi gli osservatori che prevedono l’adozione del cosiddetto “modello Norvegia” da parte del Regno Unito.

14.    Perché fuori dall’Unione Europea si sta comunque meglio.  Mentre i Paesi senza euro ma dentro l’UE stanno meglio dei cugini che hanno scelto la moneta unica, così i Paesi che stanno fuori dall’Unione vivono molto meglio dei vicini condomini dell’UE.  Il PIL pro-capite medio dell’EFTA (l’accordo di libero scambio fra Norvegia, Liechtenstein, Islanda e Svizzera) è infatti pari a $ 62.534,  mentre quello dell’Unione Europea è pari a $ 37.800. In altre parole un cittadino dell’Unione mediamente guadagna il 60% del cugino che sta fuori. I dati sono riferiti al 2015 (Fonte CIA factbook). A riprova di quanto detto  sia l’Islanda che la Svizzera hanno di recente ufficialmente abbandonato il progetto di adesione all’Unione Europea. Un tempo si facevano carte false per entrare nell’Unione, ora se puoi la eviti.

15.    Perché non è  vero che abbandonando l’euro torneremo ai vecchi milioni e miliardi.  Sono in molti quelli che spesso - in cattiva o buona fede - fanno confusione fra tasso di conversione e tasso di cambio. L’Italia uscendo dell’euro potrà scegliere di convertire la propria nuova moneta con un tasso di conversione “convenzionale” rispetto all’euro. Cioè frutto di una deliberata scelta tecnica. Può essere 1 lira per ogni euro e quasi sicuramente così sarà per semplicità. Dopodiché il prezzo della lira sarà libero di fluttuare nel mercato valutario e quasi sicuramente svaluterà del 20%-30% circa rispetto alle altre monete.  Questo è il cosiddetto tasso di cambio. Ma ciò non deve destare preoccupazione. Per caso qualcosa nella vostra vita è drammaticamente cambiato da quando l’euro ha pesantemente svalutato rispetto al dollaro? Due anni fa con un euro acquistavamo 1,35 dollari mentre oggi ne acquistiamo 1,10 circa. Ovviamente nulla è cambiato nella vita quotidiana di ciascuno di noi per il semplice motivo che non facciamo la spesa al supermercato di Cleveland.

16.    Perché non è  vero che svalutare non serve a niente. Dopo la conversione la nostra nuova moneta si svaluterà rispetto alle altre.  Raggiungerà cioè il giusto prezzo di mercato di mercato rispetto alle altre valute. Tutti i più importanti economisti sono concordi nello stimare il riallineamento in misura pari ad una svalutazione del 20%-30%. In considerazione dei diversi livelli di prezzo relativo fra le varie economie. Sarà più conveniente per gli stranieri acquistare il Made in Italy,  fare le vacanze nel Bel Paese o mettere su una fabbrica da noi. E sarà simmetricamente più costoso per gli italiani acquistare prodotti stranieri, fare le vacanze all’estero o delocalizzare la produzione. Ma per un Paese come l’Italia che vive di manifattura e turismo si aprirebbero enormi opportunità di crescita. Tutto ciò che purtroppo oggi è precluso da una moneta artificialmente troppo forte per la nostra economia.

17.    Perché non è vero che se tornassimo alla lira saremmo travolti dall’iperinflazione o dall’inflazione. È questa una delle più ricorrenti mistificazioni. L’Italia sarebbe devastata da una terribile iperinflazione. Innanzitutto partiamo dalla sua definizione. Si parla convenzionalmente di iperinflazione quando il tasso di incremento dei prezzi supera l’1% al giorno o, alternativamente, il 50% in un mese. Il Centro Studi americano Cato Institute ha catalogato e studiato oltre 50 casi di iperinflazione avvenuti nella storia contemporanea fino ai giorni nostri. Tutti sono accomunati da uno o più fenomeni di straordinaria ed eccezionale gravità quali in particolare: (a) conflitti internazionali; (b) devastanti guerre civili interne; (c) instaurazione di regimi totalitari con conseguente adozione di scriteriate e non ragionate politiche economiche; (d) traumatica trasformazione dei modelli economici con successivo passaggio degli stessi da sistemi di mercato a regimi pianificati di tipo socialista o viceversa. Niente a che vedere con la situazione italiana. Quanto ai più tenui timori di inflazione anche qui occorre fare chiarezza. L’inflazione altro non è che l’aumento generalizzato dei prezzi al consumo dovuto ad surriscaldamento della domanda. Detto in soldoni la gente lavora, ha i soldi in tasca, acquista e quindi i prezzi crescono. Non è un caso che disoccupazione ed inflazione siano  inversamente correlate. Più una è alta, più l’altra è bassa. Detta relazione è stata modellizzata dall’economista neozelandese Phillips. Svalutazione e inflazione sono invece fenomeni  scorrelati. Ne volete una prova diretta e recente? Negli ultimi 7 mesi il prezzo del petrolio è aumentato di quasi il 50% sia in dollari che in euro.  Una svalutazione mostruosa. Vi risulta forse che gli italiani stiano tutti andando a giro a cavallo? In sintesi: l'inflazione è direttamente correlata all'occupazione e non alla svalutazione.

18.    Perché non è  vero che senza l’euro i risparmi si dimezzerebbero. Se vuoi impaurire una persona devi colpirla negli affetti più cari. Il risparmio. Che come sapete può essere investito in molti modi: case, azioni, obbligazioni, oro ecc. E non è certo cambiando la moneta che perderebbero mercato. È solo grazie alla ripresa o alla stagnazione che il valore del risparmio sale o scende. Anzi è proprio con l’euro che in Italia i risparmiatori hanno visto andare in fumo i risparmi di una vita grazie al bailin (anzi Belin! come si dice a Genova). Ne sanno qualcosa gli obbligazionisti di Banca Etruria & C.

19.    Perché non è vero che senza l’euro i mutui andrebbero alle stelle. Le strategie del terrorismo sulla moneta unica passano con grande spregiudicatezza dai risparmi ai mutui. Il mutuo viene convertito in lire e la sua rata andrebbe alle stelle.  Come se con il passaggio dalla lira all’euro questa si fosse dimezzata. Facciamo chiarezza. Il tasso del mutuo non è indicizzato alla valuta. Il debitore deve solo temere la perdita del posto di lavoro, senza il quale non avrà fondi a sufficienza per rimborsare il mutuo. Situazione purtroppo tipica in cui si trovano oggi i molti disoccupati italiani. Circa tre milioni. Aumentati di oltre un milione rispetto al 2004 (Fonte Istat). Provate a pagare il mutuo da disoccupati, in euro o in lire la cosa non cambia.

20.    Perché non è vero che è tutta colpa della spesa pubblica. La spesa pubblica (assieme ai consumi delle famiglie, agli investimenti delle imprese ed alle esportazioni nette) è una delle componenti del PIL. Non si vede come la sua semplice riduzione possa determinare un aumento del reddito.  Certo potremmo meritoriamente utilizzare i risparmi di spesa per abbassare le tasse. Giusto. Ma avremmo comunque effettuato soltanto un’operazione di redistribuzione fiscale. E non si vede come ridurre lo stipendio al segretario comunale per incrementare lo stipendio di un creativo pubblicitario possa alimentare la domanda aggregata.  La verità è che quando la crisi morde due sono i modi per uscirne: spendere di più e tassare di meno. Ecco noi in Italia dall’arrivo di Monti in poi stiamo facendo l’esatto opposto: spendere di meno e tassare di più. E non è neppure vero che l’Italia sarebbe malata di eccessiva spesa pubblica dal momento che l’incidenza media della spesa primaria (esclusi cioè gli interessi) sul PIL nel periodo 1999-2012  è stata pari al 40% circa contro una media del 41% dell’eurozona (FMI).

21.    Perché non è  vero che tutta colpa del debito pubblico. Chi dice tutto questo, sia chiaro, non siamo noi, ma addirittura il Vice Presidente della BCE Vitor Constancio in una famosa conferenza tenuta ad Atene il 23 maggio 2013 in cui spiega a chiare lettere come il debito pubblico non sia mai la causa bensì la conseguenza di squilibri di finanza privata. Come altrimenti spiegarsi la crisi di Paesi come Spagna, Portogallo o Irlanda che nel 2007 avevano livelli di debito pubblico rispetto al PIL rispettivamente pari al 36%, al 68% ed al 25% mentre il debito privato era cresciuto nel periodo 1999-2007 (dall’introduzione dell’euro fino allo scoppio della crisi) rispettivamente del 75%, del 49% e del 101%?  Per non parlare del Giappone che con un debito del 240% del PIL registra una disoccupazione giovanile del 4%. Vero è piuttosto che il debito pubblico è la conseguenza della crisi, dal momento che alla fine tocca sempre al contribuente farsi carico degli oneri di salvataggio del sistema bancario.

22.    Perché non è  vero che il nostro debito pubblico dovremmo comunque ripagarlo in euro. Perché oltre il 96% del debito pubblico - stando alle statistiche del Tesoro - è emesso e disciplinato dalla legge italiana. E quindi in caso di uscita dalla moneta unica verrebbe convertito in valuta domestica ai sensi degli articoli 1277 e seguenti del Codice Civile (la cosiddetta Lex Monetae). Gli investitori esteri che hanno Titoli di Stato subiranno certo una perdita dovuta al rischio di cambio in caso di svalutazione della lira. Niente di  drammatico. Come nulla è successo quando gli investitori stranieri che avevano in portafoglio titoli di stato britannici hanno visto svalutare la sterlina. E lo stesso dicasi per il gli investitori americani che avevano in portafoglio titoli di stato italiani o tedeschi a seguito della pesante svalutazione dell’euro rispetto al dollaro.

23.    Perché non è affatto vero che faremo la fine dell’Argentina. Pur di impaurire e terrorizzare la gente, gli euroinomani sono soliti sproloquiare che faremo la fine dell’Argentina in caso di uscita dell’euro. Chi non ricorda il più grande default sovrano della storia? Ebbene quasi tutti trascurano che il debito pubblico argentino al momento del default era grosso modo pari al 45% del PIL. Come si spiega quindi la successiva rovinosa caduta? Semplicemente con il fatto che questo debito era stato contratto in dollari USA (cioè una valuta straniera). E si dà il caso che l’Argentina non possa stampare dollari alla bisogna per far fronte a questo debito. Illuminanti le parole dell’ex governatore della FED  Greenspan che risponde ad un preoccupato giornalista della CNBC “Gli USA possono rimborsare qualsiasi debito in quanto possiamo stampare valuta per pagarli. La probabilità di default è ZERO”. Non è quindi la quantità di debito pubblico a determinare la maggiore o minore probabilità di default ma la possibilità o meno di coniare la moneta con cui il debito viene rimborsato. Ed è così che che l’Argentina indebitata in dollari ma "virtuosa nei conti"  va in default ed il Giappone no.

24.    Perché non è vero che neppure i Paesi del Sud Europa non vogliono uscire dall’euro.  Si dice spesso che Paesi come Grecia, Irlanda e Spagna anche nei momenti più acuti della loro crisi mai hanno accarezzato l’idea di lasciare l’Unione Monetaria. Intanto si consideri che nel luglio 2015 gli elettori greci hanno con un referendum sonoramente bocciato i “piani di salvataggio” elaborati dalla Troika (BCE, Commissione UE e FMI).  inoltre si tenga conto del fatto che tutti questi Paesi hanno ricevuto corposi finanziamenti dagli altri cugini europei affinché rimborsassero con questi soldi i prestiti incautamente erogati loro dalle banche francesi e tedesche. Ad esempio nel luglio 2015 per impedire alla Grecia di uscire dall’Unione Monetaria è stato accordato un finanziamento per complessivi 86 miliardi di euro. Quasi il 50% del PIL. Insomma, se li sono comprati  per farli rimanere nell’ euro, ovviamente con i soldi nostri.

25.    Perché non è  vero che se la BCE si comportasse come la FED riusciremmo a superare la crisi rimanendo nell’euro. Sono in molti a sostenere che la BCE dovrebbe essere come la FED (la Banca Centrale USA) che fra i suoi obiettivi principali non ha soltanto il controllo della stabilità dei prezzi ma anche la crescita occupazionale. Ma in realtà tutto ciò che una Banca Centrale può fare in caso di crisi è abbassare i tassi di interesse e stampare nuova moneta per “annaffiare l’economia”. E questo è ciò che la Banca centrale Europea sta già facendo da tempo. Come rileva una rielaborazione del Centro Studi Unimpresa, nel periodo 2013-2016 le banche italiane hanno raccolto un importo lordo di 859 miliardi. Quasi un terzo del totale messo a disposizione da Draghi per tutte le banche europee. Ma nello stesso periodo i crediti ad imprese e famiglie sono diminuiti di 15 miliardi. Keynes - del resto - era solito ricordare ai suoi alunni che "la politica monetaria è come una corda. Buona per tirare ma inutile per spingere". Fuor di metafora, aumentando i tassi di interesse o drenando moneta dall'economia si raffredda il ciclo economico. Ma viceversa no. Se il cavallo non beve puoi dargli tutta l'acqua che vuoi. Sarà semplicemente sprecata.

26.    Perché non è vero che l’UE protegge le nostre banche. Era il 19 dicembre 2013 e l’allora Presidente del Consiglio Letta così festeggiava “Finita ora la sessione del Consiglio Europeo. Approvata la Banking Union. Per tutelare i risparmiatori ed evitare nuove crisi. Buon passo verso una UE più unita”. Parole che alcuni obbligazionisti di Banca Etruria, Cariferrara, Carichieti e Banca Marche troveranno a dir poco incaute e beffarde 23 mesi più tardi. Ma l’applicazione della direttiva sul bailin ha avuto conseguenze devastanti anche sull’intero sistema bancario. Basti pensare che il comparto delle banche quotate a Piazza Affari ha registrato pesantissime perdite passando da un valore di borsa di 130 miliardi a Novembre 2015 ad uno di 59 miliardi a Giugno 2016. Completamente rovesciato e sovvertito il funzionamento del sistema bancario: dai risparmiatori che finanziano le banche con l'implicita garanzia della Banca Centrale a quest'ultima che le tiene in piedi grazie a copiosi finanziamenti garantiti dagli incolpevoli risparmiatori.

27.    Perché non è  vero che è tutto e soltanto colpa della cattiva gestione delle nostre banche. Al netto di deprecabili episodi di “mala gestio” sui quali sta indagando la magistratura, la crisi delle nostre banche non può essere confinata a semplici episodi di cronaca giudiziaria. L’economista Lars Christensen estensore del blog Market Monetarist rileva che se la crescita del PIL nominale non si fosse arrestata ed invertita  in maniera così acuta a partire dal 2008 oggi non staremmo a parlare di una crisi  bancaria italiana. Nessuna bolla  speculativa prima del 2008 e neppure indizi che le banche italiane fossero state particolarmente irresponsabili. Anche la banca più prudente finirebbe nei guai non appena il PIL nominale scendesse di un quarto del suo valore. Cosa che di fatto è successa in Italia a partire dal 2008. Tutto spiegato da quella che Christensen chiama la "morte incrociata"; da una parte il PIL nominale italiano che nel periodo 2008-2015 crolla di un quarto del suo valore;  dall'altro l'esplosione dei crediti deteriorati che in pratica triplicano passando dal 4% al 12% del PIL.

28.    Perché non è  vero che basterebbe mettere le banche in condizioni di recuperare più velocemente i crediti deteriorati per rilanciare l’economia. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze annuncia nel Maggio 2016 che grazie  alle misure approvate per velocizzare le procedure esecutive le banche disporranno di maggiori spazi per l’erogazione del credito. Il punto è: rilanciare la domanda interna per rendere più semplice il rimborso del debito da parte delle imprese debitrici oppure "spezzare i mignolini subito subito a chi non paga" senza tante storie o lungaggini burocratiche? Il Governo italiano in ossequio ai diktat europei non ha avuto alcun dubbio in proposito. Ma è solo rilanciando l'economia che i debitori rimborsano i prestiti e le banche malate guariscono.

29.    Perché non è  vero che l’euro protegge la nostra industria. Chiunque pensasse che l’UE abbia protetto o rafforzato la nostra industria deve purtroppo misurarsi con la cruda realtà dei fatti. La quale dimostra che l’indice di produzione industriale è salito da un livello di circa 85 nel 1984 per arrivare ad un massimo di 120 nel 2008 e quindi ritornare intorno a 91 nel 2015. L’incapacità di reagire a shock esterni attraverso il riallineamento del cambio della moneta nei confronti dei nostri principali competitor europei ha cioè spostato le lancette dell’orologio di nuovo intorno agli anni 90. I dati sono frutto di una rielaborazione dei numeri OCSE effettuato dalla Federal Reserve di St. Louis.

30.    Perché non è vero che gli altri sono efficienti, investono in ricerca e sviluppo e le nostre imprese no. Le argomentazioni di denigrazione non mancano anche riguardo alle nostre imprese. “Non hanno fatto abbastanza in termini di efficientamento e di ricerca e sviluppo” è il mantra ricorrente. “Lo avessero fatto oggi le nostre imprese sarebbero competitive ed esporterebbero di più”. Ricordiamoci che l’euro è per la Germania  un marco svalutato che aiuta ad esportare, vendere, incassare e in queste situazioni fare innovazione è molto più semplice che non quando devi affrontare pesanti crisi di domanda interna oppure Equitalia ti notifica una cartella da pagare mentre la banca ti chiede di rientrare immediatamente nel fido. Ma pur fra queste mille difficoltà il sistema manifatturiero rimane comunque uno dei più competitivi al mondo. Non sappiamo ancora per quanto.

31.    Perché non è vero che l’Europa migliora la qualità della vita dei consumatori. Un luogo comune ricorrente è: l’Europa ha in generale migliorato la qualità della vita di ogni cittadino tranne il fatto che non ha per ora dimostrato di avere concordato alcunché in merito alla realizzazione di opportune azioni di politica economica atte a rimuovere le cause della crisi. A parte che ci verrebbe da dire “hai detto scansati!”. Ma sinceramente non si capisce in quale misura gli sconcertanti regolamenti europei possano avere migliorato la qualità della vita dei consumatori o delle nostre imprese. Cogliamo fior da fiore alcuni regolamenti UE decisamente emblematici: c’è quello che disciplina la lunghezza minima delle banane (almeno 14 cm) o quello che impedisce la messa in vendita di fave con meno di tre piselli all’interno (sempre in tema!); quello che stabilisce che le vongole debbano avere un diametro non inferiore ai 25 mm per arrivare a quello che disciplina il raggio di curvatura del cetriolo; dai carciofi con sezione equatoriale non inferiore a 6 cm (altrimenti non commestibili?!?) alla cipolla con diametro che deve essere non inferiore ai 10 cm. L’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti in una recente intervista a Libero ha rivelato che se mettessimo in fila le oltre 32.000 pagine di Gazzetta Ufficiale Europea pubblicate nel 2015 arriveremmo a coprire la distanza record di oltre 151 km lineari.

32.    Perché non è  vero che se i prezzi calassero noi saremmo a posto. C’è pure chi magnifica la deflazione perché una diminuzione del livello dei prezzi aumenterebbe, secondo loro, il potere di acquisto dei salari. Niente di più stupido. In contesti deflattivi i consumatori rimandano le scelte di consumo (aspettando che i prezzi calino ancora). Le imprese vendono di meno, rimandano gli investimenti e licenziano. Andate a spiegare al lavoratore disoccupato quanto è bello avere i prezzi stabili o in calo se il suo reddito è zero. Ovviamente il circolo vizioso si autoalimenta in una terribile spirale. Meno salari, meno vendite, meno investimenti, meno produzione, ancora più licenziamenti ecc. Esattamente ciò che stiamo sperimentando ora. La nostra domanda è semplice: è meglio avere gente che lavora e consuma alimentando l’inflazione o il terribile circolo vizioso della deflazione?

33.    Perché non è  vero che un singolo stato nazionale non può avere tutte le necessarie leve per reagire ad uno shock economico esterno. È un altro luogo comune  con cui si intende  giustificare l’assoluta necessità di delegare potere a Bruxelles.  Niente di più falso. Basta vedere come la Gran Bretagna ha reagito al crack Lehman Brothers nel 2008.  Crollo dei mercati finanziari. Cui segue una consistente svalutazione della sterlina. Politica fiscale espansiva ed un deficit/PIL crescente.  Con la Banca Centrale che inizia ad acquistare i titoli di stato emessi da Sua Maestà. Il bilancio della Banca d’Inghilterra che si gonfia grazie alla politica monetaria accomodante. Conseguente crescita del rapporto Debito/PIL. E il PIL?  Inizia a crescere costantemente fin dal 2009. Ecco in proposito le parole rilasciate dall’ex premier islandese Gunnlaughsson in una recente intervista al The Telegraph: “Non avere l’euro è stato essenziale per riprenderci velocemente dalla crisi. Se avessimo avuto la moneta unica o comunque fossimo stati parte dell’Unione Europea oggi avremmo fatto la fine della Grecia”.

34.    Perché non è  vero che con una superpotenza come la Cina è impossibile competere per un singolo stato nazionale. Lo spettro della Cina  viene costantemente evocato per giustificare la necessità di creare un Superstato Europeo. Ovviamente è una mistificazione sesquipedale. Basti vedere ciò che ha fatto la Corea del Sud. Oltre ad essere il Paese OCSE con il tasso di disoccupazione più basso del mondo (sotto al 4%) la Corea nel periodo 1999-2014 ha visto aumentare la propria quota di PIL mondiale dall‘1,5% all1,8% circa finendo per quasi raddoppiare il proprio reddito. Ed ha la Cina li a due passi.

35.    Perché non è  vero che l’Italia da sola non ce la faceva. Ovviamente niente di più falso in quella retorica che dipinge un’Italia di operetta con la sua povera lira. Tutt'altro. L’Italia è dal 1976 che fa parte del G6 (i sei grandi). Che poi sarebbero diventati 7 con l’ingresso del Canada. Illuminanti le riflessioni di Giuseppe Guarino nel suo intervento “Il lungo e sorprendente miracolo italiano”:  “Nel periodo 1945-1980 l’Italia è stato il primo - non il secondo il primo - Paese al Mondo per tasso medio di crescita annuo. Se si considera anche il decennio 1980-1990 l’Italia è seconda al mondo solo dietro la Germania”.

36.    Perché non è  vero che senza l’euro saremmo meno affidabili. Premessa doverosa: non metteteci nel gruppo di coloro che ritengono che il giudizio di affidabilità delle agenzie di rating sia Vangelo, anzi tutt’altro. Ciò non toglie che nel 1996 (ultimo anno in cui l’Italia ha operato con un cambio flessibile) l’Italia aveva un rating AA da parte di Standard and Poor’s. Un giudizio lusinghiero quasi di massima affidabilità. Mentre oggi il voto è BBB-. Qualora detto voto fosse abbassato anche di un solo piccolo scalino,  il debito dell’Italia sarebbe catalogato come “spazzatura”.

37.    Perché non è  vero che basterebbe “più Europa” per risolvere i problemi. Dire "ci vuole più Europa" equivale a dire una fesseria. In uno stato unico le regioni ricche sussidiano quelle povere. E i tedeschi mai e poi mai si sognerebbero di fare trasferimenti in favore dei greci, dei portoghesi, degli italiani e degli spagnoli. E se anche lo volessero ci dovremmo opporre con forza noi a questa soluzione. Lo abbiamo visto col nostro Mezzogiorno. I sussidi creano malcostume e criminalità vanificando ogni sforzo imprenditoriale.

38.    Perché non è  vero che “sbattendo i pugni sul tavolo” risolveremmo i nostri problemi.  A parte il fatto che a forza di sbattere questi pugni, il tavolo dovrebbe essersi ormai rotto. Ma come diceva Sun Tzu nell’arte della guerra ogni battaglia è vinta prima di essere combattuta. Il Centro Studi Asimmetrie ha accuratamente mappato l’esercito tedesco attualmente stanziato nelle file dell’eurocrazia di Bruxelles pronto a fare gli interessi della Germania e non il nostro. Dodici potentissimi funzionari teutonici sconosciuti al grande pubblico, ma che hanno un potere decisionale enorme.  Sono a capo delle segreterie più rilevanti: dalla concorrenza alla commissione UE; dal Consiglio  UE all'Eurogruppo; dall’Unione bancaria agli affari economici. Tutti i posti chiave sono occupati da tedeschi o da amici di tedeschi.

39.    Perché non è  vero che i problemi sono solo italiani e non europei. L’argomentazione in base alla quale l’Italia soffra di problemi interni specifici rispetto all’Europa è una nuova  fesseria che non trova riscontro nei numeri. Osservando l’elenco dei Paesi OCSE riportati in ordine decrescente per tasso di disoccupazione si scoprono cose illuminati. I primi dieci Paesi sono quelli che hanno la disoccupazione più alta. Per intendersi a doppia cifra. Ebbene nove di questi Paesi su dieci con disoccupazione superiore al 10%  hanno una cosa in comune. La moneta. Abbiamo Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna (i famigerati PIIGS). Non ci facciamo mancare pure Slovenia e Slovacchia. E per finire i nostri cugini d'oltralpe - la Francia - assieme ai vichinghi della Finlandia.

40.    Perché non è  vero che l’UE è una barriera contro la povertà.  L’Europa doveva essere un progetto di libertà e prosperità. I numeri purtroppo dicono che i poveri in Italia sono aumentati in maniera esponenziale. Nel 2005 gli italiani in situazione di povertà assoluta erano 1,9 milioni. Nel 2015 quasi 4,6 milioni (rilevazione dati ISTAT). La situazione della Grecia è per certi versi ancor più drammatica ed agghiacciante. La banca di Grecia e la rivista scientifica The Lancet riportano in proposito numeri inequivocabili. La mortalità infantile è aumentata di quasi il 50%  passando dal 2,65% del 2008 al 3,75% nel 2014 mentre oltre 800.000 persone si stima che non abbiano più accesso alle cure mediche di base.

41.    Perché non vero che l’austerità paga. In questi anni la Grecia è stata oggetto dei più feroci ed insulsi esperimenti di politica economica mai concepibili. Il tutto è stato pure giustificato con affermazioni risibili del tipo: "i greci hanno truccato i conti"; "hanno sperperato denaro in apparati pubblici improduttivi" ovvero "sono pigri e lazzaroni". C'è del vero nel fatto che i conti pubblici siano stati oggetto di manipolazione e che il tessuto manifatturiero ellenico sia di fatto inesistente. Ma ciò rende ancor più deprecabile il sadismo delle torture cui il popolo e l'economia della Grecia sono stati sottoposti in questi ultimi anni dalla Troika; peraltro con risultati sconcertanti.  La Commissione Europea -ad esempio- riportava nel luglio 2015 che la spesa primaria annua (esclusi cioè gli interessi sul debito) sia stata tagliata da 110 a 81 miliardi nel periodo 2008-2014. Una sforbiciata del 26% circa. La disoccupazione è nel frattempo salita dal 7,8% al 26,5%. Cioè più che triplicata. Giusto per darvi un'idea dell'ordine di grandezza di questa follia, è come se l'Italia fosse arrivata a tagliare la spesa pubblica primaria annua di quasi 200 miliardi. In pratica cancellando tutto il Servizio Sanitario Nazionale, mandando a casa medici, infermieri ed impiegati, chiudendo tutti gli ospedali e non garantendo più alcun farmaco ai nostri assistiti, dovremmo ancora trovare dagli 80 ai 90 miliardi per raggiungere l'incredibile cifra di 200 miliardi. Viceversa l’esperienza di Paesi quali USA, Giappone e Regno Unito dimostra che arrivare a livelli di deficit di bilancio fra l’8% ed il 10% nei momenti di crisi -grazie anche agli investimenti pubblici ed alle minori tasse - aiuta l’economia a ripartire.

42.    Perché non ci dobbiamo  fidare delle previsioni di organismi quali il Fondo Monetario Internazionale. Quando gli euroinomani citano a supporto delle proprie narrazioni le previsioni del FMI (non i dati consuntivi come facciamo noi)  iniziate pure a ridere. Non ne hanno mai azzeccata una. Nel 2010 il Fondo Monetario prevedeva che il PIL 2015 della Grecia sarebbe stato 260 miliardi di euro. Nel 2011 invece scrisse che sarebbe stato intorno a 230 miliardi di euro; nel 2012 prevedeva infine che sarebbe stato intorno a 220 miliardi di euro per poi "arrotondare" questa cifra a 195 miliardi. Il PIL greco nel 2015 si è attestato comunque intorno ai 180 miliardi cioè oltre il 30% in meno rispetto a quanto prevedeva cinque anni prima (fonte The Telegraph).

43.    Perché non è  vero che il problema sono le nostre pensioni troppo alte. Altra balla. Il sistema pensionistico italiano sarebbe fuori controllo. Ma qual è effettivamente lo stato del nostro sistema pensionistico? Esiste una grandezza per determinarne la sostenibilità. È il cosiddetto debito implicito. Ovvero il debito che lo Stato deve pagare per erogare le future prestazioni previdenziali, sanitarie ed assistenziali secondo quanto previsto dalla legislazione vigente, nell'ipotesi che la legislazione sulla previdenza sociale e sulla sanità pubblica resti invariata in futuro. Ebbene uno studio dell'Università di Friburgo in Germania già nel 2011 rilevava come il nostro sistema pensionistico fosse il più sostenibile in Europa.

44.    Perché l'Unione Europea non è democratica. L’Unione Europea in generale (e quella monetaria in particolare) tutto sono fuorché democratiche. I cittadini di ben undici Stati, non si sono mai potuti esprimere sull’adesione o meno del proprio Paese all’Europa. Dieci di questi sono anche Paesi che hanno adottato la moneta comune. La cosa ancora più inquietante è che tra questi undici ci sono tutti e tre “soci fondatori” dell’Europa, cioè Francia, Germania e Italia. Ma quello che più fa paura è che la Germania, architrave dell’Europa, il Paese che detta la politica economica dell’Unione e che si è assunta il ruolo di contro-potere rispetto alla Banca Centrale Europea, in 44 anni non ha mai permesso ai propri cittadini di votare su nessuna questione che riguardasse temi europei. L’Italia lo ha fatto una sola volta e la Francia tre, una delle quali (adozione del trattato costituzionale) finita con la vittoria dei no.

45.    Perché non è vero che uscendo dall’Unione Europea perderemmo i finanziamenti UE. È vero il contrario. Lasciando l’UE risparmieremmo un sacco di soldi. Per l’esattezza 25 milioni al giorno. Questo è quanto ci costa l'UE. Dal 2001 al 2014 l'Italia ha dato all'UE 70,9 miliardi in più di quanti ne abbia ricevuti. E questo -sia chiaro- nell'ipotesi che tutti i soldi ricevuti fossero effettivamente spesi. La fonte è la Ragioneria Generale dello Stato. A questo si aggiungano i circa 60 miliardi che nel 2014 avevamo prestato in varie forme agli altri Stati dell’Unione (Grecia, Irlanda, Spagna) affinché restituissero i crediti che le banche francesi e tedesche avevano loro incautamente prestato. Crediti oggi in massima parte inesigibili e che avremmo invece potuto prestare alle nostre imprese. Ergo in 14 anni sono stati spesi 130,9 miliardi. Cioè 25 milioni al giorno. Se uscissimo di sabato dall'UE per rientrare il lunedì dopo risparmieremmo più di quanto Renzi sostiene si possa tagliare con la sua revisione costituzionale del Senato.

46.    Perché non è   vero che non sappiamo spendere i fondi che l’Unione europea ci assegna.  Le regole in materia sono talmente demenziali da far pensare che siano state disegnate pur di non far spendere questi soldi. La normativa europea spesso prevede che i fondi assegnati per determinati investimenti (soldi che –ricordiamolo!- sono nostri in quanto l’Italia è un “contribuente netto”) possano essere spesi solo e soltanto se gli Enti destinatari cofinanziano la spesa con altri fondi. E le restrittive politiche di bilancio spesso sono di tale durezza che gli enti possono benissimo non avere la disponibilità dei soldi per cofinanziare l’operazione. Ma la cosa ancor più incredibile è che talvolta anche riuscendo a racimolare i soldi per miracolo, gli investimenti devono essere comunque rimandati o accantonati pur di rispettare il demenziale vincolo di stabilità interna che obbliga tutta la Pubblica Amministrazione a razionare ogni e qualsiasi spesa pur di rispettare il “sacro” limite del 3% del rapporto deficit/PIL.

47.    Perché non è  vero che l’Unione Europea ha portato la pace.  L'Unione Europea nella sua attuale fisionomia è in vita soltanto a partire dal 1993. Prima di lei c'erano state la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio)  e poi la CEE. Organizzazioni di Paesi indipendenti e sovrani e non un superstato; soggetti capaci di assicurare decenni di prosperità e pace.  È vero invece che ogni sforzo di costringere all’unità popoli diversi è  finito tragicamente. Si pensi ai casi della  Yugoslavia e dell’Unione Sovietica. In Europa a partire da Maastricht è cominciato il disastro, o come dice Ida Magli, la “dittatura europea”.

48.    Perché non è vero che è impossibile uscire dalla UE. Che l’uscita dalla UE  da parte di uno Stato membro sia sempre possibile, lo ha dimostrato, di recente, la Brexit. Ma come funzionano le cose dal punto di vista delle procedure definite dal Trattato di Lisbona? L’art. 50 ha introdotto una particolare procedura “liberatoria”. Al primo paragrafo viene riconosciuto che «ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione». Lo Stato, tuttavia, ha l’onere di notificare tale intenzione al Consiglio Europeo. Alla luce degli orientamenti formulati da quest’ultimo, «l’Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l’Unione». L'accordo è, infine, concluso a nome dell'Unione, dal Consiglio «che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo». Secondo l’art. 50, pertanto, uno Stato che intenda uscire dall’Unione dovrebbe negoziare un accordo con quest’ultima attraverso una procedura che, per giungere ad un esito positivo, richiede non soltanto il consenso del Consiglio Europeo, ma anche l’approvazione del Parlamento Europeo. Vale la pena, però, notare che il paragrafo 3 prevede che «i trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d'intesa con lo Stato membro interessato, decida all'unanimità di prorogare tale termine». Il recesso non richiede, pertanto, la conclusione dell’accordo previsto dai primi due paragrafi dell’art. 50: nel caso di fallimento dei negoziati, infatti, i trattati cessano comunque di avere efficacia per lo Stato membro che intenda “uscire” dall’Europa, con il solo limite temporale di due anni dalla notifica dell’intenzione di recedere. L’accordo bilaterale, pertanto, non esclude la possibilità di un recesso unilaterale, ma, al contrario, la presuppone. Nei prossimi mesi vedremo quello che succederà in Gran Bretagna.

49.    E se uno Stato volesse uscire solo dall’eurozona? “Se uno Stato non volesse uscire dalla UE  ma soltanto rinunciare all’euro si potrebbe fare?” Vi sono, nell’Unione, Stati che non hanno adottato l’euro, come è noto. Logica vorrebbe, pertanto, che sia certamente possibile restare in Europa uscendo soltanto dalla moneta unica. Eppure la cosa sembra più complicata di quanto si penserebbe. Mentre, infatti, il Trattato di Lisbona disciplina, all’art. 50, la procedura di uscita dall’Unione, nessuna disposizione fa riferimento alcuno al recesso dall’Unione Monetaria (così come, del resto, nulla diceva il Trattato di Maastricht a questo proposito). Sembrerebbe quasi che, una volta accettata la moneta, non si possa più neppure tornare indietro. Impossibile uscirne, dunque? Secondo alcuni costituzionalisti l’uscita unilaterale per decreto è assolutamente legittima. Secondo altri, invece, proprio in forza del fatto che il sistema europeo è stato disegnato sia con Stati dentro che fuori dall’euro, l’uscita dovrebbe essere consentita, quantomeno con un negoziato analogo a quello previsto dall’art. 50.

50.    Perché non è vero che non è possibile un referendum su Ue e euro. Se ne è molto discusso, ma poca chiarezza è stata fatto fino ad oggi. Anzitutto, occorre precisare che dall’Euro l’Italia non potrebbe  uscire tramite un referendum abrogativo. Non soltanto, infatti, l’art. 75 della Costituzione vieta esplicitamente che possa svolgersi un simile referendum sulle leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali ma, secondo una consolidata interpretazione della Consulta, non sarebbe mai possibile interferire, attraverso referendum, con l’ambito di applicazione delle norme comunitarie e con gli obblighi assunti dall’Italia nei confronti dell’Unione Europea.  Nel nostro ordinamento, inoltre, al momento (le cose potrebbero cambiare qualora  venisse approvata la revisione costituzionale) non è possibile proporre lo svolgimento di referendum consultivi, al di là delle espresse previsioni della costituzione (articolo 132, ai sensi del quale tali consultazioni riguardano unicamente modifiche ai territori delle Regioni). Abbiamo, però, un precedente, che potrebbe valere anche per il caso dell’Euro. Nel 1989, con legge costituzionale (3 aprile 1989, n. 2), fu indetto un “referendum di indirizzo” (ossia consultivo) sul conferimento di un mandato al Parlamento Europeo per redigere un progetto di Costituzione europea. Fu necessaria, allora, una legge di iniziativa popolare promossa dal Movimento federalista europeo – successivamente sostituita dalla proposta di legge costituzionale presentata dal Partito Comunista Italiano – la cui approvazione richiese la doppia lettura in entrambi i rami del Parlamento, secondo l’iter necessario per le leggi costituzionali. La Costituzione non prevede, nella sua lettera, un’ipotesi simile, ma nell’89 i partiti furono concordi nell’approvare questo strumento atipico (il “referendum di indirizzo”) mediante una legge costituzionale ad hoc, formalmente derogando  da quanto previsto dall’art. 75 della Costituzione, per legittimare in quel caso con il ricorso al voto popolare l’accelerazione del processo di integrazione europea. Limitandosi all’indizione di quella singola consultazione peraltro la legge costituzionale non ha introdotto nel nostro ordinamento il referendum di indirizzo, il quale è per così dire, una volta svoltesi le operazioni di voto, uscito dallo scenario costituzionale. Ma nulla esclude che possa ritornare  sulla scena. Con legge costituzionale (e dunque con doppia votazione in entrambe le Camere, ed approvazione a maggioranza di 2/3 o, quantomeno, assoluta), sarebbe dunque possibile istituire un referendum di indirizzo ad hoc per la moneta unica. Si potrebbe  obiettare che non ci sono oggi le condizioni politiche per realizzare quanto accadde nel 1989 data la delicatezza del tema. Ciò non toglie che, in linea di principio, la possibilità esista. Ecco perché la raccolta di firme iniziata da Libero, oltre a stimolare il dibattito tra i cittadini, è del tutto  degna di considerazione. 




(editing in elaborazione)

martedì 9 agosto 2016

Per una Storia del Movimento Cinque Stelle: 33. Realtà locali: il caso di Domenico Cuppari mancato sindaco di Nichelino

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«Per una storia del Movimento Cinque Stelle» vuole essere una storia in progress di un Movimento costituitosi ufficialmente il 4 ottobre 2009. Nato nel Nord Italia viene alla ribalta con le elezioni comunali di Parma nel maggio 2012, con le elezioni regionali siciliane dell’ottobre 2012, dove il M5s risulta essere il primo partito, lasciando prevedere il risultato delle elezioni politiche nazionali del febbraio 2013. La storia del M5s è costellata di “casi” e da domande sulla sua organizzazione e sul ruolo della Casaleggio Associati. Di certo non è un Movimento che erige barricate e occupa piazze, o partecipa a scontri di strada, ma ha come suo obiettivo principale se non unico la partecipazione alle competizioni elettorali: è dentro il sistema anche se ai suoi inizi amava apparire come anti-sistema, antipolitico, rivoluzionario. Tutto il potere dei vertici si concentra nella inclusione/esclusione dalle liste elettorali. Il suo successo politico ha delle analogie con ciò che seguì a Mani Pulite, fenomeno caratterizzato da una esplosione di scandali. Da allora è un succedersi di sigle politiche,  ma senza che la situazione complessiva del Paese sia andata migliorando, o abbia cambiato di segno. Poiché la Rete è stato il punto di partenza del M5s, è dalla Rete che attingeremo tutte le nostre notizie, cercando di discernere il grano dal loglio.
CL

Domenico Cuppari fb
È forse il risultato di una precisa strategia da parte dei Vertici o dei Capi del Non Partito il fatto che attivisti di una regione non sappiano nulla o quasi di ciò che succede in altre regioni. Specialmente, quando si tratta di espellere ed emarginare qualcuno che per motivi spesso taciuti e ignoti ai più si è reso inviso a non si sa chi. Per mancanza di dibattito interno la versione che viene accreditata è sempre quella “ufficiale”, giacché non sono consentiti gruppi intermedi, correnti, e in pratica una qualsiasi voce che sia diversa da chi o dal gruppo che decide di emarginare militanti che hanno spesso dato un notevole impegno e che per tutto ringraziamento viene consegnato alla diffamazione e alla morte civile. Sono costanti che possono rinvenirsi tirando le somme di tanti casi diversi e slegati gli uni dagli altri. Che vi sia una feroce lotta per il potere dentro il M5s ci sembra un fatto ormai acclarato, un fatto che non può essere nascosto da una ideologia sempre più fragile e da una propaganda alquanto grossolana. Chi non vuol vedere le cose non le vedrà, e crederà a ciò che più gli aggrada o gli torna utile, ma il cittadino - anche elettore del M5s, essendo una fascia alquanto ristretta e faziosa quella degli attivisti - che vuol capire e vuol sapere, ha ormai elementi sufficienti per incominciare a leggere i fatti. Ripetiamo ancora una volta la tesi generale per la quale gli attuali partiti storici, i vecchi partiti, stanno implodendo ed in questo implosione va ricercata e spiegata l’irruzione sulla scena politica di un nuovo soggetto denominatosi M5s. Nella nostra ricerca e lezione dei fatti ci occuperemo in questo capitolo di Domenico Cuppari, mancato sindaco di Nichelino, un grosso comune di 48.000 abitanti alle porte di Torino.

1. Una espulsione piemontese. - Il link immette in una lettera di Domenico Cuppari dalla quale si desume una prima ricostruzione del fatti. È il solito Staff che nel gennaio 2016 - prima delle Ordinanze dei Tribunali di Roma (in aprile) e di Napolo (in luglio) - espelleva nel più cinico arbitrio e senza preoccuparsi in nessun modo di fornire motivazione dei suoi atti ai destinatari, che venivano congedati senza riguardi dopo anni di militanza ed impegno.

(segue)