sabato 19 settembre 2015

Irritazione quotidiana davanti ai talk show...

Non riassumo le conversazioni di un talk mattutino che mi sono dovuto sorbire senza poter replicare. Una facile domanda: perché mi sono auto-inflitto la pena di seguire, in parte, la trasmissione? Ho già risposto numerose volte a una domanda che nessuno mi ha posto, ma che solo io ho ipotizzato. Considero “nulli” i contenuti informativi che si possono trarre da simili trasmissioni. Ognuno di noi si procura informazioni studiando, leggendo, ascoltando altri che sanno, facendo esperienze ed esperimenti... Nel caso dei talk show, ma anche dei telegiornali, non vi sono informazioni da acquisire (o altrimenti guai a bere da simili fonti), ma vi è solo da capire dove si vuol condurre il terminale umano della catena comunicativa. Si parla tanto di “comunicazione”, ma in fondo non è una bella cosa. Heidegger – al quale ormai è stata decretata una cattiva stampa, dando inizio ad un processo diffamatorio – parlando di Verità, ne riconduce il significato alla parola greca, Aleteia, che significa “disvelamento” e lascia intendere un faticoso lavoro da parte di un singolo soggetto che va alla faticosa ricerca della Verità. I media invece non solo te la comunicano ogni giorno senza fatica alcuna da parte di chi la riceve, ma te la impongono anche per legge e sotto pesante sanzione penale. È stato divertente nella trasmissione mattutina vedere come i talkshowisti siano stati tutti pervasi da sacro e religioso terrore appena si è sfiorato il “fatto” dei migranti “accolti” con loro soddisfazione in... Buchenwald. Non sia mai che possano insinuarsi nella mente di qualcuno pensieri irriverenti e sacrileghi!....

Non ero presente fra cotanto senno, cosa inconcepibile, ma confido che la verità dei fatti emerga infine da sola, per forza propria, rendendo ancora più goffi e ridicoli quanti tentano di negare l’evidenza. Poiché tanto si parla di barchi, barconi, navi... è forse il caso di ricordare un nome: Exodus, che era una nave, ma dal cui nome mi pare sia stato anche fatto un premio annuale. Esiste un’abbondantissima narrativa letteraria e cinematografica che ci descrive il cammino degli “ebrei” d’Europa verso la Palestina, che non è e non è mai stata una terra disabitata, un “deserto” che aspettava appunto di essere popolata dai coloni ebrei. Nel 1861 la popolazione ebrea autoctona della Palestina era appena il 3,5 % della popolazione totale, a grandissima maggioranza musulmana. Fu solo con la “pulizia etnica della Palestina” nel 1948 (Ilan Pappe) che il “sionismo” raggiunse finalmente l’obiettivo di diventare maggioranza in Palestina. Per raggiungere questo obiettivo, a danno degli arabi palestinesi e di tutto il Vicino o Medio Oriente, l’Occidente diede unanimamente tutto il suo aiuto, tutte le coperture politiche, economiche, militari, mediatiche che erano possibili. E la cosa continua ancora oggi... Se l’ospitare “migranti” a Buchenwald fa scattare subito reazioni e condanne, non fa invece nessuno effetto lo spettacolo ricorrente e quotidiano dei bombardamenti in un altro Lager, quello di Gaza, dove sono rinchiusi oltre un milione e mezzo di persone, periodicamente bombardati per non far aumentare troppo la demografia dei prigionieri... Se tanta emozione ha suscitato la fotografia, pare manipolata, del bambino migrante morto su una spiaggia, non ne ha suscitata altrettanta la foto dei quattro bambini palestinesi impallinata sulla spiaggia di Gaza da soldati israeliani o di innumerevoli altri bambini la cui morta diretta o indiretta è riconducibile alla nostra superiore civiltà occidentale, le cui istituzioni, la cui (fasulla) democrazia viene esportata a suon di bombe, la cui ingerenza umanitaria negli affari altrui non poteva essere più pelosa.

Mi preme avviarmi a conclusione. Mi chiedo quando salterà fuori il legittimo quesito sulla responsabilità dello “Stato ebraico di Israele” in tutte le guerre che divampano in Medio Oriente, poniamo da quella in Iraq, la cui responsabilità promotrice di Israele è stata richiamata perfino da Obama, in polemica con la Israel lobby, che non vuole l’accordo sul nucleare iraniano ma da sempre spinge a una nuova guerra contro l’Iran... Il coinvolgimento di Israele in Siria, a sostegno dell’IS è cosa di cui si parla nella informazione alternativa, ma non nei talk show, che insistono sempre e soltanto sulla “bestialità” dei cittadini italiani che non si commuovono davanti allo spettacolo quotidiano dell’invasione dei loro paesi, delle loro città, delle loro case. Mai che si pongano domande sulle cause del fenomeno e sulle sue responsabilità. Non vi sarebbe del resto di che stupirsi se si considera che responsabili della causa della migrazione sono quegli stessi (politici e media loro asserviti) che ora ci rinfacciano la nostra “bestialità”.

E dunque non si può immaginare a una sorta di Nemesi storica per quanto riguarda l’«esodo biblico» che stiamo vivendo? Il linguaggio biblico nei media ricorre, stupidamente, pure con l’espressione «Terra Promessa»! Una «Terra Promessa» che non è più a Oriente, ma in Occidente. E quando si parla di America che accolse i “migranti” si tace del tutto che fu a spese degli indigeni, tutti sterminati: un vero e proprio genocidio di cui si è fatta una epopea, della quale siamo stati tutti nutritii fin da bambini, giocando agli indiani e agli “arrivano i nostri”. Davvero educativo! Un bell’esempio di «buona scuola». Trovo insulse e distraenti le distinzioni in “profugo”, “clandestino”, “migrante”, “rifiugiato”, “richiedente asilo”, per distinguere fra differenti tipologie di una chiara invasione in atto, la quale - altro termine tipico di provenienza neocon - sarebbe non una iattura, una tragedia, una calamità, ma una “opportunità” da cui saper e poter lucrare... Distinzioni di lana caprina nelle quali cadono tutti ma proprio tutti senza una sola eccezione... Distinzioni forse fatte ad arte per non risalire alla causa prima di tutti i problemi: le guerre e le devastazioni che i “nostri” governi (non i loro innocenti sudditi) hanno condotto e conducono nei paesi di provenienza dei “migranti”... Se si vanno a leggere i libri di Naomi Klein, si vede come le più terribili disgrazie dell’umanità diventano “opportunità” per chi ne deve trar profitto... Da noi è stata una lucrosità opportunità il terremoto de L’Aquila, e in Mafia Capitale è tuttora una lucrosissima opportunità di guadagno, più redditizia del traffico di droga, l’arrivo dei migranti... I proprietari di alberghi vuoti fanno affari a 35 euro al giorno per migrante... Mi precipiterei a fare il turista per l’Italia se trovassi pernottamenti a 30 euro al giorno... Invece pare che per 35 euro diano la pensione completa per ogni migrante... Grandi imprenditori!

La comunicazione televisiva assai lungi dal contribuire alla maturità di un popolo, dei suoi cittadini, si rivela uno strumento potente di istupidimento collettivo e di inquadramento totalitario, con una sua propria neolingua e con un suo proprio terrorismo ideologico. È sconcertante l’unanimità con cui tutti strillano e si indignano appena vengono pronunciate talune parole, o vengono fatti paragoni... Non credo che ai tempi del fascismo, del nazismo o dell’inquisizione esistesse un simile conformismo... E questi che si vedono nei talk show sarebbe gli «intellettuali»? Di quale “intelletto”? Con quale “intelletto”? Sto leggendo i Diari di un protagonista del Fascismo (1), negli anni dalla sua caduta fino ai primi anni di questa Repubblica: annoierei il lettore con citazioni ed estratti, e necessari commenti, ma la cosa sarebbe parecchio istruttiva: non parlo a vuoto e senza fondamento quando uso l’espressione «antifascismo fascista» per caratterizzare la classe politica succeduta al potere da 70 anni a questa parte. Trovo che sia stata cosa ingiusta e sbagliata la “caccia” al fascista (o al nazista) che è diventata un sport istituzionale di alcune organizzazione e perfino uno Stato. La responsabilità del singolo può essere chiamata a rispondere delle azioni solo sulla base di un codice penale vigente ed è sempre responsabilità personale. Quanto al fascismo così ne scriveva Bottai il 13 giugno 1944: «Io, se potrò tornare alla vita della mia famiglia, non farò più della politica. Seguirò da lontano la vita politica del mio Paese. Ma se pensieri e meditazioni politiche circoleranno ancora nelle mie solitarie meditazioni, questo non avverrà mai in senso “fascista” Il fascismo è finito, e assai prima del 24 luglio 1943. Il fascismo è jeri. E l’Italia ha da guardare al suo domani». E poco sopra queste righe, Bottai sistemava così tutti i neo veri o presunti, che pure verranno dopo: «ogni nostalgia fascista, ogni rimpianto, e più ancora, ogni tentativo di restaurazione fascista, devono ormai considerarsi, non solo praticamente sterili, ma ripugnanti alla nostra coscienza d’italiani del nostro tempo». La testimonianza qui citata non poteva essere può autorevole. Sperano la leggano quei miei detrattori che, nei Forum, nel progredire serrato della discussione, a corto di argomenti, mi tacciono di “neo”, incuranti della mia asserzione circa il definitivamente trascorso di esperienze politico-istituzionali del passato. La nostra epoca si avvale però di démoni per il mantenimento e l’esercizio del Potere.

 A quanti nascevano in quegli anni, dopo il 1945, del fascismo è rimasta solo la demonizzazione, ma cosa essa sia stato è del tutto o quasi ignoto. Eppure una comune riflessione - sincera, non opportunistica, non trasformistica, non camaleontica –  dei “vinti” e dei “vincitori” sul “domani” del Paese, avrebbe io penso certamente contribuito a costruire una ben diversa cultura politica e istituzionale, non ripetendo errori del passato. Invece, per come sono andate le cose, il fascismo nel suo aspetto più deteriore - totalitarismo, intolleranza - non è mai finito, ed è poi sfociato in quella corruzione che è elemento costitutivo dello Stato e della società attuali. La politica, comunemente intesa, non è altro che l‘arte di arricchirsi, di fugare le proprie responsabilità, di farle cadere sulle spalle altrui, di ricerca dei favori dei potenti per poter assurgere sempre più in alto, salvo tirare il calcio dell’asino, pronta disponibilità a vendere il proprio paese a potenze e poteri esterni...

Del prima si può dire e lascio dire tutto il male che si vuole, ma almeno vi è una condizione di sovranità. Non sono nè un nostalgico di tempi che non ho vissuto né un apologeta di un passato che mi è largamente ignoto. Oggi, dopo aver studiato quanto ho potuto, penso di poter dire del dopo che vi è tutto il male antico senza però nessuna sovranità e dignità di Stato, di popolo, di nazione, di identità religiosa e culturale, senza nessuna solidarietà fra i cittadini che vengono sempre più trasformati in atomi, in consumatori, in topi dentro le loro gabbie, in “bestie” così chiamate addirittura da chi dovrebbe governarli... Mussolini, pur con tutte le pecche denunciate da Bottai, non mi pare che fosse arrivato a tanto nel trattare il popolo italiano... Ci si conduce verso un’Europa che sarebbe il “sogno” dove però i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più povere, dove la Grecia - patria della democrazia e dell’Occidente - viene ridotta alla fame e umiliata oltre l’immaginabile, mentre ai siriani bombardati noi complici vengono offerti posti di metalmeccanico! Questa la solidarietà europea, l’unificazione dei popoli europei, fortunati per essere stati tutti debellati e non poter così più cadere nella tentazione di farsi reciprocamente la guerra... o meglio se la fanno ancora, ma non con arei che sganciano bombe, ma a colpi di “quote” di migranti da doversi accollare... Non credo però che i cittadini siano così stupidi come si vorrebbe fossero e che siano disposti a lasciarsi massacrare, cancellare, annichilire senza la minima reazione. Mi viene da pensare ad una immagine tratta da un film di Pasolini. È però troppo forte e non voglio darla. Mi limito a enunciarne invece il concetto. Una persona più essere criticamente sprovveduta quanto si vuole, afflitta da ignoranza e superstizione, ma se è appena sana di mente, non sarà mai così autolesionista da accettare un male evidente alla sua persona, alla sua famiglia, al suo paese, alla sua condizione. Trovo segni di speranza nella spontanea reazione che in ogni parte d’Italia e d’Europa si va sollevando fra la gente comune, che i media tentano di diffamare in ogni modo, a cominciare da un presidente che tratta da “bestie” i suoi cittadini, riluttanti davanti alle sue mirabolanti promesse.

Le riforme? Il nuovo a cui dobbiamo abituarci? L’inevitabile che non possiamo fermare? Io credo che abbiano una fottura paura che la gente abbia capito che si deve organizzare al di fuori e contro i partiti e il sistema della rappresentanza politica, che è la forma odierna della più bieca e totalitaria oppressione. Altro che Senato e compagnia bella! L’obiettivo delle riforme – sul modello americano – è quello di spingere la gran massa della popolazione in una sfera non politica, ad un mero ammassamento di carne umana, incapace di opporre resistenza a qualunque cosa di essa si voglia fare. Il sistema rappresentativo può ben funzionare, anzi funziona meglio, con un solo 10-20-30 % di elettorato mediatizzato, corruttibile, manipolabile, trasformabile... se però si riduce all’inazione politica la restante popolazione, alla quale si toglie ogni identità comunitaria, ogni principio solidaristico, ogni possibilità di interazione, perfino il linguaggio e la possibilità di comunicazione interpersonale, se la si riesce a governare con l’uso vario di droghe.

Questi sono i tempi, a mio modo di vedere. L’appello che rivolgo a chiunque per avventura legge queste righe è lo stesso che ho rivolto in una piazza del Sud. Una singola persona può solo cadere in depressione, ma se trova altre dieci persone con le quali tutti insieme lavorare in positivo ad un progetto sociale, comunitario, economico, politico, allora si possono sfidare tutti i Renzi del mondo con tutte le sue feste dell’Unità, le sue banche, i suoi giornali, i suoi talk show....

Ai miei critici malevoli: ho scritto di getto, correggerò dopo refusi e strutture grammaticali... basta che i miei Cinque Lettori capiscano. Li avverto anche che ogni rilettura del testo comporta una rielaborazione, e cioè un testo nuovo con inevitabili refusi, che hanno bisogno di essere riletti, con conseguente ispirazione a una rielaborazione del testo... È un tipo di scrittura del tutto diversa da quella tipografica... Non sono un musicista, ma credo sia una scrittura simile al jazz... La si improvvisa sul momento.

NOTE

(1) Di tutte le innumerevoli e disparate definizioni del fascismo, se ne vogliono qui isolare due, capitate proprio a caso, in corso di un nuovo ciclo ordinate di letture da parte di chi scrive. Renzo De Felice, storico principe del Fascismo, scrive in una pagina della sua monumentale opera (1. La Conquista del potere, p. 4) che «Storicamente non vi è dubbio – oggi – che il fascismo fu soprattutto reazione borghese-capitalistica contro la classe lavoratrice... etc». E sia! Mi capita però per caso un volumetto del celeberrimo Prof. Ernesto Bignami, autore di sunti scolastici sui quali hanno studiato intere generazioni di studenti. Nel 1933 egli era autore di un volumetto, premiato nel decennale della Rivoluzione: Cos’è il fascismo. Saggio premiato nel decennale della rivoluzione. Si legge subito alla prima nella ben nota chiarezza dei volumetti Bignami: «Due i periodi che conviene distinguere nel Fascismo, per meglio intendere questo movimento nella sua storia e nelle sue idealità: un periodo negativo, polemico, di reazione contro il vecchio mondo politico-parlamentare, che aveva reso possibile il famigerato quadriennio del ’18-’22 con l’anarchia all’interno e la liquidazione della Vittoria all’estero; un periodo positivo, ricostruttivo, architettonico, di rinnovazione della coscienza nazionale in specie ed umana in genere». Indubbiamente, vi è concordanza di vedute sulla “reazione” fra lo storico ufficiale del secondo dopoguerra, De Felice, e il divulgatore Bignami nel decennale della rivoluzione. Cambia chiaramente il giudizio di valore... Ma non ci soffermiamo qui oltre. Per il periodo positivo, dal 1925 al 1939 (14 anni) è interessante un volumetto di Alberto B. Mariantoni, di cui diremo in altra occasione. Nel Bignami, retorica a parte, vengono ascritte al Fascismo fino al 1933 le seguenti tre realizzazioni caratterizzanti: 1) la creazione della Corporazione (3 aprile 1926); 2) L’emanazione della Carta del Lavoro (21 aprile 1927); 3) La stipulazione dei Patti del Laterano (11 febbraio 1929). Vi è nel Bignami una peculiare interpretazione della storia precedente il Fascismo e che al Fascismo conduce.

venerdì 18 settembre 2015

Né “benessere" né "libertà” né “futuro”: questa la cosiddetta Europa che possiamo osservare con i nostri occhi.

I canali della propaganda di regime diffondono oggi il consueto bollettino del ragazzotto Matteo Renzi, assurto alla guida del paese Italia. Mi scuso per il tono, ma non riesco ad assumere un atteggiamento reverenziale verso una persona che tuttavia ricopre la massima carica dello Stato. Non riesco mai a seguire per intero i suoi discorsi, ben riassunti dai suoi slogan. L’ultimo di questi slogan parla di un’Europa, nata per abbattere muri, non per costruirli, e che sarebbe caratterizzata da “benessere”, “libertà”, “futuro”. Poiché non siamo tutti uguali, può darsi che vi siano persone che in questo slogan possano riconoscersi. Io non appartengo a questi pochi fortunati e vedo le cose esattamente all’opposto di come il capo di governo, mai eletto da nessuno, ce li presenta... En passant, il presidente siriano Assad in cosa sarebbe peggiore del nostro Renzi? Se qualche lettore sa dirmelo, pubblico volentieri il suo commento: che sia però una risposta seria, come è seria la domanda.

Voglio esser breve perché non voglio passare la mattinata a scrivere un lungo post. Richiamo alla memoria un mio insegnante del lontano 1976. Si chiamava Giuseppe Palomba e così profetizzava nel 1976: Non fatevi illusioni con questa Europa. I poveri diventeranno più poveri e i ricchi più ricchi. Mi sembra che le statistiche confermino questa previsione. Io ne ho comunque la netta percezione. Sto cercando di procurarmi gli scritti di quel mio insegnante per capire meglio come fosse giunto ad una previsione che mi pare azzeccata in piena. Nello stesso corso di lezioni, un Master  (oggi si direbbe così) presso il Ministero degli esteri, fra i tanti che ho ascoltato, ricordo anche una lezione di Altiero Spinelli, il quale quasi sottovoce ci avvertiva che i nostri (di allora) politici nazionali, in realtà non contavano nulla e non dovevamo perdere troppo tempo ad ascoltarli o meno che mai seguirli. Se penso a Matteo Renzi nel contesto europeo, nazionale, ovvero nel contesto dei poteri occulti che non amano i talk show (ci mandano la Gruber a dirigerli ed hanno a loro disposizione i capi delle televisioni), anche questa previsione di Spinelli si rivela azzeccata. Per la verità, quest’ultima non è previsione perché si riferiva all’anno 1976. Ma se era vera allora, lo è molto di più oggi.

La stessa Europa – un “sogno” nell’insulso linguaggio renziano – è in realtà la forma che gli USA (e Israele) – il Conquistatore del continente europeo nel 1945 – hanno deciso per meglio amministrare i loro possedimenti sull’estremo lembo occidentale dell’Eurasia. Esistono delle fondate analisi alle quali rinvio: a mente ricordo quella di Paye. Non sto esagerando: penso e credo seriamente a ciò che qui scrivo. Ognuno che lo voglia, ne abbia il tempo e i mezzi, può avviare lui un corso di studi per rendersi lui conto, autonomamente, di cosa sia questa Europa e quanto offra di “benessere”, “libertà”, “futuro” (?!). Quanto alla libertà di pensiero basti qui citare la legislazione europea sul cosiddetto “negazionismo”. In pratica, la libertà di pensiero e di consiste nel pensare e dire solo ciò che è autorizzato e sancito per legge. Tutti gli scenari orwelliani sono largamente superati.

Quanto al “benessere” non riesco ancora a capire come interpretare la recente sortita della Merkel, che si rivolge all’industria automobilistica tedesca perché assuma come metalmeccanici gli immigrati siriani. Vorrei che i siriani potessero stare e prosperare in benessere, libertà e futuro direttamente nel loro paese, in Siria, legittimamente governato da Assad, colpevole unicamente di non essersi voluto piegare al governo imperiale Usrael. Ma sapendo dell’enorme disoccupazione italiana ed europea, non capisco proprio perché questi “posti di lavoro” non vengano offerti a giovani italiani, europei, tedeschi che sono disoccupati... Insomma, è davvero strana questa Europa che ci viene spacciata come terra di “benessere”, “libertà”, “futuro”.

giovedì 17 settembre 2015

“Tutto show, nessuna sostanza”: la competizione statunitense per la carica presidenziale.

Breve per davvero! “Tutto show e nessuna sostanza”: citazione presa da un post su Corbin che esce fuori dopo decenni di insofferenza inglese davanti al modello americano di formazione della leadership, quella cosa cui dalla quale - secondo il filosofo Cacciari - non si può assolutamente fare a meno. Se non ti lasci leaderscippare da qualcuno e non ti attacchi al suo carro, non sei che un povero “idiota”, cui non è neppure concessa la nobiltà dell’utopia, perseguendo modelli di democrazia diretta, dove certamente i cittadini dovrebbero essere simili a dei, e non certo quei poveretti che si incontrano ogni giorno per strada. A rendere idioti, sempre più idioti concorre potentemente il mezzo televisivo, la carta stampata tutta, la retorica politica, la cultura fallaciana e simili misture. Dire quel che si vuol sentire per ottenere il favore elettorale di chi ascolta, sapendo di non essere vincolato a ciò che si è detto, è ingannare non già il popolo, ma l’elettorato che è altra cosa dal popolo, un elettorato che ha memoria corta e non chiede conto delle più spudorate menzogne. Per i falsi armamenti di Saddam, che ha prodotto gli infiniti lutti della guerra in Iraq nessuno ha mai chiesto il conto e nessuno ha mai pagato... Risparmio al Lettore altre esemplificazioni, ché non sarei più breve, come annunciato. È questa la riflessione che colloco a conclusione del servizio di una corrispondente dall’America che informa noi della provincia, di questa marca un tempo di confine dell’Impero americano, adesso più esteso dopo l’inglobamento nell’Impero della ex-Iugolavia. Grande è lo sconforto al pensiero che quello è il modello a cui si sta conducendo la nostra democrazia con le riforme di Renzi, che è però solo ultimo di una serie. Altra notizia, associata, è sul ruolo che l’Italia avrebbe nell’Impero del Caos. Di Berlusconi - quale che sia il giudizio che sull’uomo si voglia dare - pare appurato che lo si volesse fare fuori per la sua amicizia con Putin e per una sia pur qualche minima impressione di autonomia nazionale che poteva dare, illudendo gli italiani, poveri italiani cui non è più concesso nessun orgoglio di cittadinanza: saranno sostituiti dagli “immigrati”, saranno pure loro “rottamati”, come nelle intenzioni della squadra di giovinastri messi alle leve di comando. Se questa è la situazione concreta, dalla quale non si può prescindere, ad uno “spirito libero” non resta che il chiuso della vita privata, fintantoché anche questa non sarà insidiata dalla inaudita pervavisità di cui è oggi capace la repressione di regime, al cui confronto quella passata è un’oasi di libertà.

«Poco credibili», «grottesche» le dichiarazioni di Assad secondo cui i siriani fuggono dalla Siria perché l’Europa finanzia e sostiene i terroristi che bombardano la Siria? - Analisi del modo in cui i media nostrani fanno “informazione”.

Una breve nota. Non sono un giornalista, non mi piace fare il giornalista, non ne avrei i mezzi se anche lo volessi e per avere i mezzi intendo avere l’accesso diretto ai fatti e ai protagonisti. Posso solo riflettere sulle “notizie” che giungono fino a me, valutarne la coerenza, l’ispirazione, le finalità, i condizionamenti, le manipolazioni. Questo blog non è il surrogato di un giornale. E non è neppure un esercizio letterario, scritto sempre di getto nel più breve tempo possibile. Confesso che seguo, in questo periodo, le televisioni nostrane più di quanto avrei desiderato. Felice quel tempo in cui proprio non vedevo la televisione né leggevo i giornali e tornando dall’estero dopo diversi mesi chiedevo ai miei conoscenti, cosa fosse nel frattempo successo. La risposta, allora, era: niente!

Veniamo al dunque. Nessun cittadino italiano può dirsi ormai estraneo alla vista della cosiddetta “immigrazione”, che meglio sarebbe chiamare “invasione”: ne guadagnerebbe la nostra percezione della Verità. Di fronte alla realtà dell’«invasione» le chiacchiere mediatiche sono destinate a spuntarsi. Ad esempio, sta sfumando la chiacchiera del “ci pagano le pensioni”. Ne avevo scritto io stesso, qui, rivolgendomi a Cinque Lettori, ma pochi giorni dopo vi è stata la reazione nientepopodimeno che del presidente della Confindustria: il lavoro – se c’è – datelo ai disoccupati italiani, non agli immigrati.

Dunque, non vi è cittadino sprovveduto quanto si vuole che ormai non sappia di profughi, migranti, clandestini o come chiamar si voglia gli “invasori”, spesso con bambini ancora in grembo, spesso - a quanto si dice - frutti di stupri di viaggio e chissà a quali professioni destinati da adulti.

E cosa manda a dire Assad agli Europei? Che se i siriani fuggono dalla Siria da lui legittimamente governata è perché l’Europa è largamente parte attiva (Francia, Gran Bretagna) o almeno complice (sanzioni UE alla Siria, all’Iran...) nell’armamento, addestramento, supporto (Israele) ai “tagliagole” dell’ISIS. Quanto a lui, Assad, se deve o non deve stare al governo della Siria, è cosa che deve essere decisa dal popolo siriano, non dagli USA, da Israele, da poteri occulti che decidono i “cambi di regime”. Il ragionamento non fa una grinza e i dati di fatto possono ormai essere verificati da un qualsiasi internauta esperto. Gli stessi media sono poi costretti a riportare verità che ormai circolano in internet. Se li ignorassero completamente, non farebbero che accrescere il divario fra informazione alternativa e telegiornali: e sarebbe davvero un “Liberazione”! Anche i più tonti arriverebbero a capire che se vogliono sapere la verità, non se la devono aspettare dai telegiornali. Mi dispiace che i parlamentari Cinque Stelle non abbiano capito che occorre tutelare e rafforzare l’informazione che viene dal web, dai cittadini stessi, non dai giornali e dalle televisioni... Parlano di “bavaglio all’informazione” come se l’informazione non fosse un “emanazione del potere stesso”... Come se non ne avessero fatto loro stessi le spese! Mah!

Ho notato che la “notizia” proveniente dalla bocca stessa di Assad, che si rivolge all’Europa rinfacciandole le sue responsabilità, non è così ricorrente come altre notizie. Se ripetono e fanno vedere 100 volte i respingimenti di Orban, la dichiarazione di Assad sul come i siriani sono giunti fino all’Ungheria, ricorre due o tre volte, quanto per dare una proporzione. E per giunta in ore notturne, con il commento di spiegazioni “poco credibili” e perfino “grottesche”! Al momento in cui scrivo nelle edizioni del mattino e nei talk show la notizia-bomba non ricorre neppue, non se ne discute, non la si commenta. La verità la si nasconde: questa la cifra dell’informazione, strumento dei potere.

Di cosa invece parlano? Delle “quote” che devono essere equamente ripartite in Europa. Niente di più idiota! Questo è lo stato della «informazione» italiana! Perché idiota? Mi spiego con una metafora spero efficace. Se qualcuno dei Lettori che qui leggono ha, poniamo, cento euro, che senso ha discutere in famiglia dalla mattina alla sera in quali e quante tasche devono essere distribuite i 100 euro di patrimonio familiare? Se l’Europa (quella che ce lo chiede sempre) fosse un soggetto sovrano, che senso avrebbe parlare di “quote”? Altra assurdità: se l’invasione è un flusso continuo, come è possibile stabilire delle quote? Se un miliardo di africani decide di trasferirsi in Europa, giacché qualche africana da noi integratasi e messa in lista dal PD recita che “la Terra è di tutti”, di quali quote si vuol parlare? Ai nuovi “migranti” che sopraggiungono e non possono essere fermati in nessun modo, che - si dice - sono irresistibili, a prova di muro e confine, cosa si risponderebbe? che sono “fuori quota”? Ipocrita poi la distinzione fra aventi diritto all’asilo e i non aventi diritto. Fuggono da una guerra? Ma se siamo noi ad aver bombardato i paesi da cui provengono che senso ha dire che fuggono dalla guerra e che per questo hanno diritto ad asilo umanitario? E le bombe che abbiano sganciato sulle loro teste erano pure “bombe umanitarie”? E le sanzioni che abbiano loro inflitto e che hanno danneggiato e fatto soffrire la gente comune, i bambini? Non c’è che dire: duemila anni di cristianesimo hanno prodotto tante anime belle, la cui qualità principale è una sublime ipocrisia.

Prima di chiudere, ancora una parola sui poveri disgraziati che giungono da noi. La mia pena alla loro vista è immensa. Il “senso di colpa” se mai potesse esistere in me (e non esiste!) non è per la vista dei respingimenti in Ungheria o per i non gradimenti in Italia o altrove, ma è per l’azione criminale dei governi europei che non hanno saputo e tuttora non intendono dire un chiaro, aperto e sonoro No al padrone Usrael. In questi giorni si continua a parlare di riforma del Senato, mentre i problemi della gente sono ben altri, incluso l’invasione dei migranti, che vanno a soppiantare noi indigeni con il concorso del presunto “nostro” governo, con un Renzi mai eletto rispetto al dittatore Assad, eletto, che ha il sostegno di tutto il suo popolo, eccetto l’opposizione made in USA.

Ma perché si parla tanto di riforma assurda di un assurdo e illegittimo parlamento? Il bicameralismo perfetto era stato congegnato perché non potesse più ritornare il fascismo. Questo almeno era quello che si insegnava nelle scuole e nelle università. Adesso si vuol ritornare a un modello decisionale che è peggiore o più grave ed incisive del governo fascista. Con una differenza in peggio: il regime fascista era per lo meno un regime sovrano; il regime che ci sta opprimendo non è neppure sovrano. L’unica cosa che si può ragionevolmente pensare è che i poteri esterni, quelli che decidono in un qualsiasi paese, quale governo debba insediarsi al potere, vogliono con la riforma di Renzi mano libera nel poter fare quello che vogliono senza che vi sia chi possa opporsi. Con il bicameralismo perfetto si era immaginato che fosse composto da persone tutte sagge, tanto sagge da deliberare due volte la stessa cosa, evitando ogni rischio di cattive leggi. È vero che con il tempo la supposta saggezza dei parlamentari è andata evaporando. Ti ammazzano un funzionario di polizia nell’adempimento ordinario del suo dovere? Lo trasformano in eroe e ti mettono in parlamento la vedova, ignorante come una capra, per fare le nostre leggi... Hanno riempito così il luogo dove si fanno le leggi e poco importa che le camere siano una o due... Il parlamento era già divenuto una sinecura (20.000 euro al mese), dove il servire è una finzione manifesta, e dove se va bene ci si arricchisce, per tutta la vita, alla faccia dei tanti “coglioni” che si informano guardando la televisione.

mercoledì 16 settembre 2015

Ancora su Spinoza. Una rivisitazione. Inizio di un percorso pubblico.

Dopo il “romanzo”, che mi toccava leggere per una sospetta strumentalizzazione del filosofo, proseguo a lenti ritmi e con metodi studiati, una rivisitazione di un filosofo difficile da enucleare in una esistenza, storica, separata nel tempo da secoli di distanza. L’uso corporativo della filosofia porta a credere che il pensiero umano sia appunto una fiction, con un suo ordito narrativo, i cui capitoli bisogna conoscere tutti per avere chiara la trama. La realtà credo sia diversa e che gli stessi pensieri, in tempi e luoghi e forme diverse, ricorrono nella mente di uomini diversi gli uni dagli altri e spesso sconosciuti gli uni agli altri. Ma poiché la vita è anche vita di studi non vi è nessun motivo per disdegnare la filologia, gli archivi e quanto altro può essere utile allo sviluppo della conoscenza individuale e perché anche alla sua “condivisione”, come si suol dire, per dare un altro nome alla “divulgazione”. Per la figura umana e il pensiero di Spinoza credo di essere stato avviato sulla giusta strada da lontani riassunti di Antonio Labriola. Come si dice, nel “romanzo”, la forma dell’opera di Spinoza può essere ostica al primo impatto, ma la sostanza è quanto mai semplice se la si coglie nel suo insieme. Ed è anche bene non compromettere la propria la propria lettura personale con una possibile soggezione davanti all’autorevolezza di personaggi che di Spinoza sono stati lettori. Ma soggezione non bisogna averne neppure davanti allo stesso Spinoza: di lui si prende quel che si può e si sa prendere. Probabilmente, anche lui aveva i suoi limiti umani, gli stessi limiti che abbiamo tutti, limiti di cui occorre avere consapevolezza, se si vuole sperare di poterli superare.

Uno dei temi che ricorrono trattando di Spinoza è il suo presunto “ateismo”, dallo stesso Spinoza mai dichiarato, mentre pare che fosse accentuato da un “ebreo” di nome Einstein, la cui opera scientifica non credo affronterò mai per mancanza di strumenti matematici. Ho messo fra virgolette il termine “ebreo” perché se Einstein è effettivamente tale suona strana la sua professione di “ateismo”. Si indica in genere con questo termine il non credere in dio, anzi in Un dio ben particolare che deve essere necessariamente Unico, a fronte di tutti gli altri che sono per definizione falsi se intesi al plurale. Intanto se per l’essere “ebreo” è necessaria una appartenenza religiosa, una professione di fede in un Dio particolare, piuttosto... antipatico per come dipinto nei testi ebraico, la professione di ateismo da parte di un “ebreo”, dichiarato o meno, toglie almeno una metà della sua “identità”, una identità assai gelosa. Resta la sola componente biologica, ossia razziale, in un tempo in cui il termine razza è alquanta malfamato. E qui non vado oltre, essendo il campo minato ed essendo questo testo pur sempre pubblico, anche se limitato a Cinque Lettori. Voglio concludere dicendo che Einstein a mio sommesso avviso – e stando al “romanzo” – non avrebbe dato prova di grande intelligenza, almeno intelligenza filosofica, se davanti a Spinoza avesse sentito il bisogno di professarsi ateo. Spinoza non aveva bisogno di una simile professione perché per lui, a quanto pare, natura infinita, oggi diciamo Cosmo, Universo, è la stessa cosa che dire Dio. Quel che ulteriormente impressiona è che l’uomo stesso è interamente determinato dalla Natura e quella che pare una qualche libertà concessa al singolo individuo è essa stessa un prodotto della Natura. Ha cause naturali...

...Non è poco e non intendo dare una interpretazione riduttiva. Quando si dice che Spinoza è per la forma politica democratica non credo che pensasse a un Locke di là da venire o alle forme della democrazia rappresentativa con tanto di partiti, urne, parlamentari e compagnia bella. Vedo piuttosto nella “democrazia” spinoziana una razionale associazione degli sforzi dei singoli individui umani che tutti insieme vogliono superare i loro limiti, soprattutto il limite della morte e del tempo di vita concesso per conoscere sempre meglio la Natura e per poterla dirigere dal suo interno... Sarò utopico quanto si vuole, ma io credo che l’Immortalità sia un obiettivo conseguibile nella misura in cui gli uomini cesseranno di dividersi in furbi e fessi, in poveri e ricchi, in amici e nemici, in sfruttati e sfruttatori... Credo anche che questo sia l’obiettivo al quale tende ogni generazione. Detto in altri termini, si potrebbe ipotizzare che l’Uomo stessa possa essere o debba diventare l’auto-consapevolezza della Natura, la Natura che pensa se stessa. E mi fermo. Mi resta da indagare, progressivamente, se il testo di Spinoza consenta una simile interpretazione: se non lo consente, mi arrogo io il diritto di pensarlo.

Chiudo con un’altra riflessione rispetto al “romanzo”, che non voglio rileggere. Se non ricordo male la figura appena accennata di Uriel, non mi pare sia stata messa a fuoco. Può anche essere che per fattori psicologici abbia desiderato rientrare nella “comunità” ebraica dalla quale era stato espulso, scomunicato, ma la verità finale è il suo suicidio ossia la raggiunta inconsapevolezza dell’assurdità, della incoerenza di un simile desiderio, e nelle condizioni di tempo e di luogo date, la scelta del suicidio appare come una nuova e poderosa affermazione di ciò che aveva intuito ma forse con minore sistematicità e chiarezza di quanto fosse riuscito a Spinoza.

martedì 15 settembre 2015

Ancora sulle “pensioni”, un grazioso regalo che i “migranti” ci portano sui loro barconi

La questione da me sposta pochi giorni fa, l’11 luglio, viene oggi, 15 luglio, riproposta in un talk show mattutino. Si ribadisce la tesi enunciata: gli immigrati sono utili e necessari per il pagamento delle nostre pensioni. In fatto di computo pensionistico sono tecnicamente analfabeta, ma posso capire solo quello che mi riesce di capire, non quello che si pretende aforzaq io capisca. Ed inoltre ogni cittadino ha il pieno diritto al suo giudizio politico, che vale per il presente e per il passato. La faccia dei politici è tale per cui se vi è da attribuirsi dei meriti, questi sono sempre propri. Se ci sono invece dei demeriti, delle colpe, degli errori, questi sono sempre degli altri o di chi ha preceduto nella stessa poltrona. Il giudizio politico su tutta la classe politica dal 1945 in poi è globalmente negativo, fatte poi le dovute distinzioni e gradazioni. Il regime precedente, il fascismo, aveva creato tanti istituti rimasti poi nel successivo regime, istituti condotti al dissesto. Si era voluto il “bicameralismo perfetto” per essere certi che non potesse esservi nessun ritorno al fascismo. Il guaio è che oggi l’attuale governo vuole ritornare ad un sistema bicamerale che forse è peggiore di quello esistente sotto il fascismo... mah! Sono tante le assurdità che ci tocca subire che è difficile stare dietro ad ognuna di esse.

Ma veniamo agli argomenti e relativa confutazione dei talkshowisti. Se il problema è far lavorare la gente, perché pagando contributi la stessa gente possa ridare olio all’ingranaggio, allora esistono in Italia tanti disoccupati italiani, esodati inclusi, che sarebbero ben disposti a lavorare, e quindi a pagare contributi previdenziali. Il guaio è che i disoccupati ci restano, restano a noi, e sono italiani, gli occupati li dovremmo far venire con i barconi... Quanto poi ai contributi versati da un aiutante fruttivendolo nella bancarella alla piazza del paese o del quartiere, ammesso che vengano subito dirottati per il pagamento attuale di una qualsiasi pensione, dubito che il contributo di un aiutante fruttivendolo possa pagare la pensione di un dirigente scolastico o di un professore universitario ordinario... Resta poi il fatto che se l’aiuto fruttivendolo per tutta la vita (40 anni di contributi) continuerà a versare contributi proporzionati al lavoro per il quale è pagato, da aiuto fruttivendolo, un lavoro che farà per tutta la vita, prenderà la stessa pensione che oggi percepisce un professore ordinario. Non so far bene di conti, ma ho il sospetto che si voglia imbrogliare la gente quando si dice: a) che gli immigrati pagheranno le nostre pensioni, non importa di quale entità; b) non viene spiegato perché i disoccupati italiani non possano o non vogliono fare i lavori che invece fanno gli immigrati; c) perché un immigrato accetti di fare un lavoro che il cittadino italiano giudicherebbe di non voler fare; d) non si dà una spiegazione del perché in Italia non si facciano o non si vogliono più fare dei figli, i quali crescendo avranno la certezza di un lavoro con il quale oltre a sostenere il proprio mantenimento, possono alimentare la cassa pensionistica; e) se è legittimo il dubbio che si vogliano reintrodurre forme di schiavitù grazie ai “migranti” o se si vogliono costringere gli italiani ad accettare forme di schiavitù che si ritenevano da secoli superate.

Quanto poi al calo di natalità, il discorso è ancora più semplice: si dia lavoro ai disoccupati italiani, e nella busta paga si aumentino ai costi reali gli assegni familiari per ogni componente a carico. Quando ero studente di diritto del lavoro, ricordo come il docente che avevo allora, parlando degli “assegni familiari” disse che ben sapeva che erano risibili, ma avvertiva come fosse importante il principio, e cioè che chi lavorava doveva essere in grado di poter mantenere anche la sua “prole”... Il Sistema è evoluto nel senso che al proletario viene ora tolta alche la “prole”, cioè la possibilità di aver figli, a meno che non si tratti non di far figli, ma conigli... Pare che sia la condizione familiare dei "migranti”... Ma non ha detto persino papa Bergoglio che non si devono far “conigli”?

La facile obiezione è che il “mercato non lo consente”. Ma la pronta replica è: dunque, bisogna cambiare il sistema. Lo ha detto anche il Papa: l’uomo non deve esistere per servire il Capitale, ma è il Capitale che deve servire a far vivere l’uomo, dicesi vivere come uomini, non sopravvivere come animali da soma. I politici al servizio del mercato non pensano agli uomini, ma alle “bestie’ da soma, offerte al Capitale e alla Finanza.

lunedì 14 settembre 2015

«Paura della gente» davanti ai “migranti” o presa per i fondelli da parte dei politici e dei media? - Analisi della propaganda.

Non sarò lungo. Solo una breve riflessione davanti a una “emissione” televisiva dove appariva un sottosegretario la cui bocca si apriva per proferire parole vuote, suoni senza senso nell’assoluta certezza di una mancanza di contraddittorio e di contestazione da parte dei “cittadini”, peggio che “sudditi” degli antichi regimi precedenti la rivoluzione francese. A seguire, dopo il concerto canoro del sottosegretario, si passa il microfono all’«esperto» di un primario quotidiano. Il suo compito è di dare una patina di approfondimento alla vuotezza del sottosegretario. E cosa ti dice l’«analista», l’«esperto» giornalistico che domina tutto il mondo degli accadimenti quotidiani?

Dice che in fondo non si può ignorare la «paura della gente», la cui colpa, deplorevole colpa non è tanto quella di dare consistenza (elettorale: giacché tutto si misura sempre e soltanto in termini elettorali: chi non vota è un fottuto che neppure merita menzione di stampa) ai partiti “populisti” (nuovo termine della neolingua, da affiancare a collaudati termini demonizzanti: ( fascista o neofascista, nazista o neonazista,  “bestie”, “razzisti”, “xenofobi”, “omofobi”, “antisemiti”, ecc.); quanto quella di condizionare i programma elettorali dei partiti tradizionali, sistemici, bipartisan, che devono adattare la loro propaganda a una indubbia e crescente “paura della gente”, più o meno metaforicamente portata al macello... Di quella gente che fatica a capire come si possano e si debbano dare 35/37 euro a ogni migrante “accolto” mentre cresce il numero dei disoccupati italiani, costretti a rovistare nei cassonetti o a darsi al suicidio, o mentre vengono tolte le pensioni, decurtati gli stipendi... Il “reddito di cittadinanza” viene deriso in quanto irrealizzabile, giacché non ci sarebbero le risorse che invece ci sono (“fuori dai limiti di bilancio”, si sente dire) per i “migranti”... 

Siccome i cittadini non lo capiscono, ecco che diventano “bestie” che vanno ad alimentare il “populismo”. Quegli stessi cittadini che non capiscono come a un Geddafi pochi mesi prima si andasse a baciare la mano, sottoscrivendo un solenne trattato di amicizia italo-libico subito violato. Ma il punto sul quale ci si vuole ora concentrare è il seguente, è la questione della verità:

Hanno di che aver “paura” i cittadini o le loro paura sono immotivate? Sembra che i mezzibusti televisivi e i loro “esperti” riconoscano che le paure, le preoccupazioni siano fondate. La loro preoccupazione non è però il rispetto e il riconoscimento della verità, e quindi una politica governativa conseguente alla verità dei fatti e delle situazioni. Ciò che loro importa è la conservazione del loro potere anche mediatico. E quindi che dalla “paura della gente” non possano trarre vantaggio dei partiti concorrenti e che non vengo comunque compromesso il potere governativo, di cui si riconosce in tal modo la natura: non un soggetto che esiste per rendere un “servizio” al popolo, la “protezione” hobbesiana davanti a ogni minaccia di sicurezza, ma un soggetto che al contrario esiste per meglio organizzare l’asservimento del popolo davanti a chi esercità il potere, senza neppure ormai la finzione di un’avvenuta investitura popolare a seguito di “elezioni” ormai sempre più squalificate come istituto politica della democrazia.

domenica 13 settembre 2015

La Merkel o Orban? Come l’immigrazione minaccia gli equilibri ideologici e politici dal 1945 in poi...

Tra le pieghe dei media – la cui irrazionalità (se è il termine giusto che fatigo a trovare) spunta qua e là come tanti funghi non coltivati – spuntano per pochi secondi i problemi reali del fenomeno in atto. Diciamo che l’ideologia ipocrita e perbenista tenta di inculcare nel popolo dei non pensanti, quotidianamente afflitto dai problemi del vitto e dell’alloggio, un comportamento “accogliente”: aprire i vostri paesi, le vostre case... Come se la gente forse normalmente “egoista” e “bestialmente” crudele davanti alle sofferenze altrui, sofferenze di cui non è responsabile, a meno che di non considerare la gente comune, emarginata dal potere e dall’informazione, responsabile dei veri e propri “crimini” commessi da pochi uomini messi al governo da poteri occulti...

Non ho tempo e voglia di svolgere l’argomentazione che ho in mente. Mi limito ad enunciare la contraddizione oggettiva fra un flusso costante di immigrazione che può considerarsi a pieno una “invasione” e gli interessi oggettivi delle popolazioni invase... Più si alimenta il flusso immigratorio, più sono destinate a scoppiare non solo le contraddizioni insite nella impossibilità di una “accoglienza” illimitata ma anche le contraddizione fra la propaganda mediatica e il peso crescente che viene caricato sulle spalle dei comuni cittadini, quelli che non pensano, non vanno ai talk show, non sanno parlare e neppure scrivere.

Io osservo... e consiglio i miei Cinque Lettori di fare altrettanto, sine ira et cum studio. - Giunge la notizia di un repentino cambiamento di linea politica da parte della Germania, non solo per quanto riguarda i “migranti”, ma anche la politica estera, dove la Germania apprezzerebbe l’operato della Russia in Siria... Ci si arrende lentamente alla logica delle cose: è inutile, assurdo, insensato voler fermare un flusso se non si chiude il rubinetto che lo alimenta. Il rubinetto viene tenuto dai “nostri” alleati: Usrael, Gran Bretagna, Francia, Turchia, monarchie del Golfo. Se è così, gli “scafisti” - infami di mestiere - non fanno altro che offrire un servizio, essendoci la domanda di chi sugli scafi ci sale a suo rischio e pericolo e l’accettazione di chi fa sapere che in Europa si accoglie chiunque e per qualsiasi motivo, solo che voglia venire nella “Terra Promessa”. Nient’altro che menzogne mediatiche, destinate a rotolare come verità rovesciate dopo essere state poste alla cima della comunicazione mediatica.

sabato 12 settembre 2015

«Il problema Spinoza» e «La questione ebraica». - A proposito del “romanzo“ di Yalom e delle sue finalità.

Dico subito ai miei Cinque Lettori che mi sono appena deciso di scrivere quattro righe su un libro di 450 pagine che ho finito di leggere, per intero e in ogni sua pagina, giusto ieri, mentre aspettavo che mi lavassero la macchina. Non avevo intenzione di scriverne, ma poi mi è venuto in mente l’impegno che ho assunto con me stesso e con i miei Cinque Lettori di onorare l’aggiornamento del blog. Scrivo dunque di getto, con rischio di refusi e dissonanze grammaticali e sintattiche, ma i miei Cinque Lettori questo lo sanno, mentre ai detrattori professionali dico loro, cortesemente, di girare al largo.

Ho un grande interesse per Spinoza, ma non sono uno specialista, ossia una di quelle persone che della loro occupazione su Spinoza ne fanno un vero e proprio mestiere, per tutta la vita, e ci campano con questo “lavoro”, e guai se qualcuno invade il loro campo. Se è così che bisogna fare, allora nella vira ci si può occupare di un solo pensatore, di un solo scrittore, quando invece tutti questi uomini che hanno vissuto nei tempi sono legati fra di loro in una sorta di dialogo permanente che supera il tempo e lo spazio.

Ma veniamo al punto. Se qualche studente desidera istruirsi su Spinoza non cominci con un “romanzo”, quello appunto di Irvin D. Yalom, edito da Neri e recensito - si noti - pure dall’«ebreo» Paolo Mieli, di cui già ricordo altre recensioni “tribali”, per così dire. Vi sarebbe qui da fare un discorso che non facciamo: sull’esistenza o meno di lobbies all’interno di ogni paese e del suo sistema mediatico e culturale. Mi è dispiaciuto vedere in Tv Alessandro di Battista (Cinque Stelle) che stringeva la mano a Paolo Mieli, mentre non è stato egualmente cortese con un alto prelato al quale era stato presentato. Si consiglia ad Alessandro di ascoltare nell’archivio di Radio radicale un inedito Mieli, assai preoccupato per il sostegno ad Israele da parte dei politici italiani... Ricordo Bersani che obiettava la “disumanità” dei posti di blocco israeliani e ricordo in altro momento lo stesso NMieli che si dichiara elettore non del PD, ma di Scelta Civica, e ricordo pur ele sue posizioni sulla Grecia, e ricordo pure la pronta reaziuone di Giarrusso, altro e diverso Cinque Stelle... Ma queste sono “pettegolezzi” al quale prego di non dare importanza, o al massimo sono delle spie, delle indicazioni, di nessuna importanza finchè non vengono inserite in un discorso più ampio che qui non possiamo fare. Il problema, la ricerca da fare (se lo consentono) potrebbe essere: esiste o non esiste in Italia una Israel Lobby?...

Il mio primo ricordo, durevole, di Benedetto Spinoza è il riassunto (non un “romanzo”) che ne fece Antonio Labriola alla fine del XIX secolo, in Appunti, pubblicata dall’Opera omnia che ne aveva intrapreso Feltrinelli in tre volumi di color verde scuro. Poi venne la lettura dei testi spinoziani e il dibattito su di essi... Addirittura un aggettivo (“ebreo”) determinò la chiusura di una casa editrice... Spinoza è autore difficile per la forma che usa, ma meno difficile quando si capisce il suo “problema” (da non confondere con quello di Yalom, che è altra cosa)... Dove dunque vuole andare a parare Yalom in 450 pagine? I “ringraziamenti" per la scrittura del libro, che si leggono nell’ultima pagina, mi fanno pensare alle produzioni cinematografiche hollywodiane, con una lista infinita di nomi e acronimi che scorrono sullo schermo mentre il pubblico esce dalla sala.

Spinoza è un filosofo indubbiamente importante, che determinò gli sviluppi della pensiero dal Seicento ad oggi. Quindi, un grande filosofo. È vero che era “ebreo”, ma la comunità ebraica del suo tempo lo scomunicò con infamia perpetuo e tentò perfino di assassinarlo. Il sorto Stato di Israele non si comporta diversamente di come fanno certi miei compaesani che in una piazza del paese hanno innalzato un monumento a un letterato dai natali ignoti... Lo si vuole per forza nato nel paese, per dare in questo modo importanza al paese... Ho semplificato, ma è la stessa cosa.

Il romanzo di Yalom è subdolo, ingannevole. Certo è un ‘romanzo’ ed a nessuno può essere impedito o contestato di scrivere romanzi. Ma anche un romanzo, che in questo caso non è la ‘verità’ su Spinoza, è possibile cogliere una tesi, quella che il romanziere ha in testa e che con procedimento subliminale vuol trasmettere al lettore. Hollywood esiste per questo. L’industria cinematografica è uno strumento di guerra.

Chiudo con un esempio che non è quello fatto da Yalom, anche se tocca il tema dell’«odio», colonna portante della propaganda israeliana nel mondo. Spinoza nel suo Trattato definisce l’ebraismo come una sorta di religione cultuale dell’odio: io ebreo odio te goy; di riflesso tu ricambi il mio odio con altro odio; ricevo con godimento il tuo odio perché in questo modo te lo restituisco moltiplicato. E siamo già nel Seicento olandese, molto prima che nascessero sia Alfred Rosenberg sia Adolf Hilter, che sono gli altri personaggi del “romanzo” che si svolge in parallelo su due secoli: il Seicento,  quando Spinoza viene scomunicato (cherem) dalla comunità ebraica olandese e il Novecento, dove si immagina un Rosenberg lettore e odiatore di Spinoza in quanto “ebreo”. Qui andrebbe aperta una digressione per dire come Yalom nei processi identitari di un popolo ignora la differenza dall’aspetto meramento biologico da quello prettamente politico. A Carl Schmitt l’Ufficio di Rosenberg negò la patente ideologica nazista al concetto schmittiano del politico perché in esso mancava proprio l’aspetto völkisch, biologico, razziale...

Curiosamente, Yalom nel suo ‘romanzo‘ non percepisce come è proprio nell’ebraismo che prevale l’aspetto biologico sulla componente non già politica ma religiosa. Ne viene fuori una strana religione di cui si accorse subito il filosofo Benedetto Spinoza e se ne accorgerà pure un altro ebreo, di nome, Karl Marx che ne scrisse nella sua questione ebraica, un Marx che non teneva in nessuna considerazione nessuna religione di questo mondo... Gli era stata sufficiente la frequentazione giovanile di Ludwig Feuerbach per chiudere il discorso con qualsiasi religione, e meno che mai con quella “ebraica” che in Occidente dovrà fare i conti con il Cristianesimo e l’Islam: le tre religioni monoteistiche che soppiantarono le religioni “pagane” del mondo antico.

Yalom, volutamente, non coglie il dilemma essenziale: ma l’ebraismo cosa è? Si dice comunemente: una religione e un popolo. Se è una religione, allora la si dovrebbe trattare come una qualsiasi religione, accogliendola o respingendola o ignorandola, secondo i liberi moti della propria coscienza. Ma se è un “popolo”, che deve essere necessariamente caratterizzato ad elementi come territorio, lingua, Stato, sorge il problema di come per secoli un “popolo” possa vivere da “ospite” perpetuo presso altri «popoli», la cui caratterizzazione non è in genere “biologica” ma prettamente “politica”, conclusiva di laboriosi processi di integrazioni fra vinti e vincitori, ma anche immigrati... Chi rivendica per l’eternita la “purezza” della propria discendenza dalla Dodici Tribù si esclude dalla “mescolanza” con altri popoli, che fessi non sono e percepiscono immediatamente il “nemico”, l’alieno, e dunque si difendono...

Stiamo vivendo un processo di “immigrazione”, si blatera ogni giorno del diritto dovere di accoglienza, si parla perfino di integrazione... Insomma, stanno venendo fuori tante belle contraddizioni che oggettivamente minano alla radice l’impianto ideologico messo in piedi dal Tribunale di Norimberga, di cui Yalom pure parla nella parte finale del suo “romanzo” ma senza minimante interrogarsi sulla legittimita di un Tribunali di Vincitori che pretende di processare i Vinti.... quei Vincitori che per primi sganciano la bomba atomica e che meditavano di fare lo stesso con l’alleato e collega sovietico... Ormai lo si sa ed è pure questo un dato storico.

E qui chiudo, ma avendo dato gli spunti necessari i miei Cinque Lettori possono continuare per  conto loro... Ad esempio, il sionismo nasce con Herzl o lo precede? E cosa è propriamente il sionismo? Ed ancora, il “razzismo”, ormai titolo di reato, appartiene unicamente agli “antisemiti” o è insito anche nel “sionismo”, come per ben due volte ebbe a dichiarare l’ONU: nel 1975 con apposita risoluzione assembleare e nel 2001 a Durban 1...Nel “romanzo” si parla di Sabbatei Levi e della sua “falsa” conversione all’Islam... Si pone così il sospetto dell’infiltrazione, della insincerità, della doppiezza, che poi nel XIX andrà ad alimentare l’«antisemitismo», che era inizialmente un movimento politico del tutto lecito... Insomma, sono tanti i problemi che il “romanzo” sfiora, ma senza favorire risposte scomode e perfino proibite.



venerdì 11 settembre 2015

Elogio della sovranità. - Recensione di T: Klitsche de la Grange a Biagio De Giovanni

Biagio De Giovanni. Elogio della sovranità politica. Editoriale Scientifica Napoli 2015 pp. 332, € 20,00.

De Giovanni analizza la sovranità, uno dei concetti-chiave del pensiero politico moderno, e le concezioni contemporanee volte a negarla (o esorcizzarla). Una delle quali (la principale, ma non l’unica) è il normativismo e il suo successore “legittimo” cioè l’ipercostituzionalismo, il quale, come scrive Bandieri è un positivismo non di norme, ma di valori (o, come scrivono i suoi corifei, di principi).

L’opera prende le mosse dal pensiero di Hegel e, in particolare dal paragrafo 278 dei Lineamenti di filosofia del diritto. Come scrive De Giovanni per rendere chiaro il significato del termine, come inteso dall’autore, sin dall’inizio del libro è necessario ricordare il testo di Hegel, poiché in esso c’è “l’essenziale, o almeno c’è il binario lungo il quale la mia indagine si è svolta. Eccolo, dunque, accompagnato da pochi commenti, anche perché lo reincontreremo altre volte in forma più completa, e intorno ad esso avremo modo di argomentare”. Nel paragrafo 278 Hegel sintetizza in un paio di pagine i principali connotati della sovranità: i due “lati” (interno ed esterno), il suo carattere distintivo dello Stato moderno; l’idea “direttrice” della sovranità (riportare le parti della società ad un unico potere e principio direttivo); le modalità fenomeniche di manifestazione della stessa; e la distinzione tra sovranità e dispotismo.

Quest’ultima è ricordata in modo particolare dall’autore che nota come la confusione stigmatizzata da Hegel perduri oggigiorno. Come scrive criticando Ferrajoli “Il saggio di Ferrajoli su La sovranità nel mondo moderno prende avvio da lui (Kelsen), dalla celebre frase che conclude il suo studio sul problema della sovranità e che l’autore pone quasi in epigrafe: “Il concetto di sovranità deve essere radicalmente rimosso. E’ questa la rivoluzione della coscienza culturale di cui abbiamo per prima cosa bisogno”. Questa affermazione è accompagnata da due passaggi ulteriori, il primo che teorizza l’assoluta alternatività tra sovranità e diritto, termini «logicamente incompatibili e storicamente in lotta tra loro», affermazioni, peraltro, largamente discutibili”. Per cui “La sovranità ha colpa di tutto, o meglio è il concetto che meglio di ogni altro rappresenta l’origine di quella colpa (l’egemonia occidentale) verso l’umanità intera”. Ma la tesi di Ferrajoli criticata da De Giovanni è contraddittoria: infatti se la prospettiva auspicata da Ferrajoli è il costituzionalismo garantista, scrive l’autore, il quale “libero da ogni intrusione sovrana, procede a costituire un mondo nuovo … il lettore è colpito da un vero corto-circuito analitico che percorre il libro. Raramente capita di leggere, come avviene nell’ultima parte del volume cui sto facendo riferimento, una analisi così spietata e preoccupata della crisi che questo costituzionalismo attraversa nel mondo presente. Non è necessario illustrarla in esteso, basta mettere in luce il nucleo centrale, che sta nella rappresentazione di un mondo preda di mille poteri, anomico, deprivato di ogni forma, dominato da presenze anonime di stampo finanziario, mercantile, da potenze sovranazionali ademocratiche, da una Europa tecnocratica e impolitica, da un indebolimento drammatico della democrazia rappresentativa, dalla rottura del “duplice nesso tra democrazia e popolo e tra potere e diritto”; e dal “declino della sfera pubblica e dello Stato nazionale, alla cui sovranità si sostituisce una sorta di invisibile e tacita sovranità dei mercati”.

Che è il limite di ogni costruzione concettuale (in effetti utopica) che voglia prescindere dalla sovranità: la sovranità – come la guerra – è prima che un concetto giuridico (e filosofico) un fatto: voler costruire Stati, costituzioni e istituzioni concrete senza tener conto delle regolarità del politico (Miglio), ossia, tra l’altro del presupposto del comando/obbedienza (cioè del potere), e dell’amico/nemico, ovvero della possibilità del conflitto (Freund), significa costruire sulla sabbia, senza tener conto della “realtà effettuale”.

La sovranità e il conflitto, cacciati dalla porta, così rientrano dalla finestra: la prima negli organi deputati al comando – anche nella forma delle sentenze - la seconda nelle guerre, a bassa intensità o che non si svolgono usando la forza e i mezzi militari, ma con la finanza, i blocchi economici, gli attacchi informatici e così via: e i cui esiti possono essere non meno dannosi per lo sconfitto. La soluzione di sostituire come risolutori dei conflitti organi giudiziari (Corti costituzionali e Corti internazionali) ai tradizionali poteri politici è illusoria: se il politico è, come sostiene Freund, un’essenza, questo e la sovranità si ripropongono negli organi deputati a dirimere le lotte interne ed esterne all’unità politica.

Gli è che il giuridico non può prescindere dal reale, e dalle di esso regolarità (se non si vuole chiamarle leggi) mentre buona parte del pensiero giuridico contemporaneo pensa – anche se spesso non è neanche consapevole – di poterne fare a meno.

Mentre (e proprio sulla sovranità) la consapevolezza del pensiero giuridico moderno era proprio l’inverso, ovvero che non si può eliminare, né il dato reale né i rapporti di forza, ma solo (tentare di) regolarli (se possibile). Tenuto conto che, nelle situazioni d’emergenza “la forza sacrificherà il diritto per salvare la vita” (Jhering); il quale a tale proposito così proseguiva: “Abbiamo così individuato il punto in cui il diritto sfocia nella politica e nella storia: qui il giudizio del politico, dell’uomo di stato e dello storico deve sostituirsi a quello del giurista, che giudica soltanto alla stregua del diritto positivo … Se non ci si fanno scrupoli nell’usare il termine “diritto” in questo senso, potremmo qui parlare di un diritto eccezionale della storia, che in linea di principio rende praticamente possibile l’esistenza del diritto e, sporadicamente, il riaffiorare della forza nella sua missione e funzione storica originaria, cioè come fondatrice dell’ordinamento e creatrice del diritto”.

Anche von Seydel, tipico rappresentante del pensiero gius-positivista “classico”, sosteneva l’ineliminabilità della forza e la sua antecedenza rispetto (allo Stato e) al diritto. Scriveva “la base del diritto è il dominio, la base del dominio è la forza. Se noi qui sopra abbiamo chiamato lo Stato un fatto, questa designazione non è meno conveniente per il dominio. Anche questo è un fatto, che può essere considerato indipendentemente dalla sua base originaria”; e dopo aver criticato le teorie del contratto sociale e del mandato (dei sudditi) al sovrano, proseguiva: “Il dominio è semplicemente il fatto della forza sopra lo Stato, un fatto, dal quale ha origine primamente il diritto… Il diritto non è anteriore allo Stato, ma è primamente nello Stato. Il diritto poi non è altro che l’insieme delle norme, con le quali il volere sovrano ordina la convivenza statuale degli uomini. La fonte del diritto è dunque il volere sovrano, e si spiega per ciò che questo stesso valore non può essere diritto” e concludeva sul punto “Ma pertanto è una verità incontestabile questa: non c’è diritto senza sovrano, sopra il sovrano o accanto al sovrano; c’è solo un diritto per opera del sovrano”.

Secondo De Giovanni la concezione di Hegel, con la sua distinzione tra dispotismo e sovranità “classica” si fonda sulla mediazione, in primo luogo tra politica e diritto. Che il connotato peculiare del sovrano (e del concetto di sovranità) si collochi proprio sul confine tra politica e diritto, consegue non solo al rapporto, sopra cennato, tra forza e regola, ma anche dal fatto che il potere sovrano è concepito come giuridicamente illimitato (Kant) mentre ha limiti (ontologici e) fattuali, come scriveva Spinoza (tantum juris, quantum potentiae).

L’autore richiama insistentemente la concezione di Hegel che contrappone a quella di Carl Schmitt, incentrata sullo stato d’eccezione; di quello di Hegel sottolinea il carattere formativo ed “inclusivo”. Scrive “La visione di Hegel, dunque, fa già da antidoto a quella di Schmitt, non la sovranità padrona dell’eccezione, ma la sovranità che fonda lo Stato, ne produce l’identità e contribuisce così a fondare l’esistenza di tutto ciò che vi sta dentro e intorno” e prosegue “Emerge, così, l’organizzazione della libertà dei moderni, l’ansiosa domanda di forma”; la sovranità “è il principio politico che organizza e pensa il passaggio del potere nella storia della modernità, e così la storia penetra in quella forma, la modella, le dà anche i suoi fini. Perciò, per Hegel, sovranità e costituzione si legano indissolubilmente nel mondo moderno. Ambedue partecipano del medesimo destino. Ambedue danno il ritmo alla vita obbiettiva, sono ratio e voluntas, ne accelerano il cammino”. Il che vuol dire che l’essenza del diritto è l’istituzione (cioè l’organizzazione della comunità) più che la norma. Altra ragione di distinzione dal pensiero di Kelsen (ed epigoni).

La conseguenza di un pensiero attento alla “realtà effettuale” è che, se viene meno o è indebolito il potere dell’istituzione, comunque la politica (il potere) non è affatto evitata, ma semplicemente dislocata: sovrani diventano le Corti di giustizia, i partiti, le lobbies, le istituzioni internazionali. O, più semplicemente, gli Stati esteri ancora solidi e quindi capaci di “esercitare con successo” (Weber) il loro potere anche al di la dei propri confini.

Ma ciò è tutt’altro che rassicurante per la protezione dei diritti, anche di quelli umani, garantiti da trattati internazionali: in ordinamenti democratici soprattutto, il potere politico almeno è responsabile nei confronti del corpo elettorale, dal quale può essere confermato o rimosso: ma il popolo non dispone di analoghi mezzi (elezioni, referendum) nei confronti dei poteri “supplenti”, onde l’irresponsabilità di questi è garantita.

D’altro canto l’eliminazione della sovranità diventa anche (a parole) quella della politica: come scrive De Giovanni “Giacchè la sovranità moderna si è costruita, nelle sue forme consapevoli, come punto di incontro fra decisione politica e ordinamenti giuridici, l’annientamento critico svolto dal punto di vista del diritto di uno dei termini di quel rapporto, coincide, lo si dica o no, lo si voglia o no, con l’annientamento critico della politica per il suo irrimediabile intreccio con la forza, con la decisione che, nel suo mettere in moto il novum, può apparire infondata, rischiosa. Si immagina una politica purificata da se stessa, normativizzata” onde “Togliamo la politica e saranno le varie Corti di giustizia a decidere, della legittimità della storia, immaginando di collocarsi super partes, in uno spazio neutrale dove tutti devono tacere in attesa del verdetto”; il tutto ha prodotto un “drammatico impoverimento del dibattito politico … dovuto anche a questi tentativi di amputare la storia e i concetti che contribuiscono a formarla. Si pretende di abolire la durezza della storia … abolendo l’ambiguità del principio sovrano; si immagina il trionfo del diritto abolendo il senso della decisione politica”.

D’altra parte le concezioni criticate da De Giovanni hanno il connotato comune di voler espungere il dato reale dal diritto, inteso peraltro come norma (per lo più – ma vedi nel punto il saggio di L. M. Bandieri su “Behemoth” n. 54 – www.behemoth.it). Il potere costituente non da quelle è considerato, ma comunque c’è; la guerra (il conflitto) del pari, come scrive De Giovanni: “La lotta naturalmente permane, ma si è voluto abolire il concetto che la creerebbe, con un sintomatico scambio fra realtà effettuale e immaginazione di essa”. Cioè, alla fin fine le concezioni criticate dall’autore hanno il limite di somigliare ad una coperta troppo corta, che copre – a malapena –la metà del corpo. Vale, tra tutti, in questo caso, la considerazione di Schmitt che ritiene il normativismo kelseniano carente nel fatto (tra l’altro) di non prendere in esame il problema dell’applicazione del diritto (in particolare l’esecuzione delle decisioni) che è immanente ad ogni concezione giuridica, ma è particolarmente importante per l’ “idea” e la funzione dello Stato moderno.

In definitiva un libro interessante ed attuale, che espone sia il senso (profondo) dell’idea di sovranità, sia l’inconsistenza – anche se accompagnata dalle buone intenzioni – delle critiche di chi vorrebbe farne a meno.

A proposito delle quali, e tornando ad Hegel, è quanto mai adatta a queste (e ai loro corifei) quanto il filosofo scriveva nella Fenomenologia dello Spirito, relativamente a certi suoi contemporanei “ simili essenze e fini ideali si accasciano come parole vuote che rendono elevato il cuore e vuota la ragione; simili elevate essenze edificano, ma non costruiscono, sono declamazioni che con qualche determinatezza esprimono soltanto questo contenuto: che l’individuo il quale dà ad intendere d’agire per tali nobili fini e ha sulla bocca tali frasi eccellenti, vale di fronte a se stesso come un’eccellente essenza: - ma è invece una gonfiatura che fa grossa la testa propria e quella degli altri, la fa grossa di vento –.
Teodoro Klitsche de la Grange

 Questo articolo esce contemporaneamente sul sito Behemoth.