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martedì 11 luglio 2023

Teodoro Klitsche de la Grange: "Daniel Halévy, Appunti sulla lunga rivoluzione francese, introduzione di F. Ingravalle, Oaks Editrice 2023, pp. 201, € 18,00"

Scritto da Halévy nel 1939, questo saggio è dedicato alla “Storia” (nel senso della percezione) della rivoluzione, in particolare, ma non soltanto; nei pensatori francesi che si sono succeduto nel successivo secolo e mezzo (1789-1939).

Ne esce, tra l’altro, una distinzione fondamentale, condivisa da molti storici e filosofi, non solo quelli citati da Halévy: che in quella francese vi siano due rivoluzioni: la liberale del 1789 e l’altra, giacobina, del 1792. La rapida successione degli eventi storici ha così fuso insieme due catene di eventi assai differenti, il cui “nocciolo duro” era per la prima la costruzione dello Stato borghese, con i suoi principi di tutela dei diritti fondamentali e di distinzione dei poteri; per la seconda il carattere democratico dello Stato con relativa uguaglianza di partecipazione, cioè (anche) di voto degli individui, ossia dei cittadini. Determinando così l’ingresso delle masse nell’età contemporanea. Tale secondo aspetto avrebbe influenzato la modernità in senso divergente dal primo: il totalitarismo del XX secolo, con le rivoluzioni bolscevica e nazi-fasciste sarebbe (anche) la conseguenza del giacobinismo. Come scrive Ingravalle nell’attenta introduzione: “Halévy resta, comunque, attaccato alla fase liberale della Rivoluzione (1789-1791), nettamente distinta dalla fase giacobina”; e così nel rifiuto del comunismo o del fascismo. La rivoluzione francese, sostiene Halévy “è una passione da vincere, non una questione intellettuale da affrontare con l’analisi razionale. Si tratta di mostrare con quali deviazioni, passionali, psicologiche, nel XIX secolo, sia stata interpretata la crisi rivoluzionaria nel suo complesso costruendo un dogma e una leggenda che sono andati a sostituirsi alla realtà storica”. Leggenda divenuta “superstizione” nazionale. E anche conformismo “l’Illuminismo rivoluzionario adottato e acclimatatosi grazie a una burocrazia di docenti è divenuto conformismo… l’Università, figlia ella Rivoluzione, insegna la Rivoluzione. A tutti i livelli, questo insegnamento esiste” confermando il giudizio di Max Weber sul carisma, la leggenda è diventata “pratica quotidiana”. Halévy nota che la rivoluzione ha avuto (anche) effetti tutt’altro che positivi sulla Francia. A tacer d’altro ciò ricorda quanto scriveva De Gaulle nelle Memoires: che quando ri-prese il potere (nel 1958) erano 169 anni che la Francia non era governata (cioè dal 1789). Che poi siamo ancora nell’influenza della rivoluzione e del di esso culto (e dei modi per celebrarlo), Halévy lo sostiene e ne descrive dogmi e liturgie a lui contemporanee, che somigliano tanto alle attuali: per i sostenitori del culto rivoluzionario “per meritare di vivere, una società deve mettere fine al duplice scandalo delle patrie separate nell’insieme dell’umanità e delle condizioni differenti all’interno di ogni patria… Quanto ai disastri causati da una avventura rivoluzionaria, un millenarista non ne è turbato: sicuro di aver fatto il proprio dovere, accusa la malvagità degli uomini e delle cose”. Che ci ricorda questo mix di umanità e uguaglianza? E Halévy prosegue citando un altro predicatore della rivoluzione “Se gli avvenimenti infirmano troppo brutalmente le nostre predizioni e puniscono la nostra orgogliosa avventura, ci consoleremo eventualmente, pensando che gli avvenimenti hanno avuto torto” Cioè le intenzioni (buone) contano più dei risultati.

In conclusione e consigliando di leggere un saggio che merita, per concisione ed efficacia, una recensione più lunga, una breve considerazione del recensore. È un fatto che le due rivoluzioni, al di là delle conseguenze negative - allorquando l’una soffoca l’altra, fin quando si tengono in equilibrio, hanno costituito il modello di forma politica del periodo successivo. Lo Stato democratico liberale nasce dalla compresenza e dall’equilibrio di un principio di forma politica, la democrazia con i principi dello stato borghese. Anche uno tra i più decisi sostenitori della libertà borghese e avversario del giacobinismo, come Constant, aveva capito benissimo che per difendere questi era necessaria la forma politica della democrazia rappresentativa. Così per avere la democrazia reale è necessario un congruo tasso di Stato di diritto. È un mélange di principi diversi, ma una fusione di successo. L’importante è tenerli in equilibrio.

 

giovedì 25 novembre 2010

Osservatorio sulla libertà di pensiero negata. Parte Prima: Gli Stati. Cap. XII - Lituania.

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È di poche ore la notizia di un caso che si verifica questa volta in Lituania. La notizia ci compete ed è di nostro interesse in quanto “Comitato europeo per la difesa della libertà di pensiero”. Ecco la notizia Adnkronos, che ci servirà da base per ulteriori indagini sulla situazione lituana:
«SETTE AMBASCIATORI PROTESTA GOVERNO LITUANIA – Gli ambasciatori di sette paesi europei hanno scritto una lettera di protesta al presidente e al governo lituano dopo la pubblicazione di un articolo negazionista da parte di un alto funzionario. Il contenuto della lettera è stato reso pubblico oggi, provocando le dimissioni di Petra Stankeras, funzionaria del ministero degli Interni e studiosa di storia. La Stankeras ha pubblicato sul settimanale Veidas un articolo in cui descrive il genocidio degli ebrei come «una leggenda» e definisce «una farsa legale» i processi Norimberga contro i gerarchi nazisti. «È incredibile che una pubblicazione conosciuta come Veidas consenta di pubblicare simili false affermazioni e che non vi sia stata nessuna condanna pubbblica o ufficiale», si legge nella lettera inviata dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Estonia, Francia, Finlandia, Olanda, Norvegia e Svezia. L’intera vicenda crea imbarazzo al governo lituano, dopo che ieri rappresentanti del Consiglio d’Europa per i diritti umani (Ecri) hanno espresso preoccupazione per l’atteggiamento discriminatorio di alcuni parlamentari lituani su questioni come razzismo e omofobia. La Lituania è stata uno dei paesi più colpiti dal genocidio degli ebrei perpetrato dai nazisti. Solo 4mila ebrei su 150mila sopravvisero al massacro. Fra gli eccidi di massa va ricordato quello di Paneriai, dove furono uccisi 70mila ebrei al momento della distruzione del ghetto di Vilnius». (Fonte adnkronos)
Esiste una forte tendenza – sostenuta apertamente da Israele e dalle comunità ebraiche della “dispersione”, come usa dire il linguaggio sionista, – affinché tutte le legislazioni europee si uniformino nella repressione penale di mere opinioni, ritenute politicamente scomode per Israele. Infatti, lo Stato “ebraico e sionista” ha potuto costruire nel tempo la sua base di consenso internazionale su due fattori: a) Il “cristiano sionismo”, ossia una pura superstizione religiosa che tollera, giustifica e perfino promuove i peggiori crimini israeliani, ritenendo che il ripopolamento ebraico di Israele – non importa a quale prezzo ed in che modo – favorirà la seconda Venuta del Cristo e quindi la conversione degli stessi Ebrei, che plaudono a tanta demenza. b) Il “senso di colpa” indotta in Europa da narrazioni storiche che non possono e non devono essere minimamente criticate, per non veder crollare tutta una formazione politico-culturale impartita ed imposta dal dopoguerra ad oggi. Ma sempre più frequentemente, da un capo all’altro dell’Europa, si levano voci che vengono prontamente represse e messe alla “gogna”. Seguiremo qui, per gli aspetti giuridici che riguardano l’esercizio della libertà di espressione, quanto riusciremo a raccogliere sul caso lituano. Con l’occasione andremo anche raccogliendo i riferimenti normativi vigenti in Lituania.

Sommario: 1. Il rimbalzo della notizia. – 2. Qualche dettaglio in più sul nuovo caso. – 3. I magnifici sette. – 4. Una “inquisizione talmudica”. - 5. Una citazione di traverso. – 6. «Un villano lituano». –

1. Il rimbalzo della notizia. – La notizia viene subito ripresa dall’European Jewish Press, che titola “Lithuanian historian quits after Holocaust article”. La fame, la “gogna” e la morte civile sembra sia la pena ordinaria a chi in fondo non ha scritto che un articolo. Ho dato la stima di 200.000 casi nella sola Germania, ma mi mancano del tutto dati per gli altri paesi, come ad esempio la Lituania. Saranno milioni di persone coinvolte? Non abbiamo diritto di sapere i numeri? Contemporanea a questa notizia è l’altra dell’arresto dell’ennesimo criminale nazista, che ha ora 91 anni. Detratti 65 anni trascorsi dalla fine della guerra, doveva avere 23 anni all’epoca dei “crimini di guerra”. Perfino nel sito ebraico emerge in tutta la sua ambiguità l’espressione “negazione dell’Olocausto». Infatti, la direttrice della rivista in cui è apparso l’articolo di Petras Stankeras che la sua rivista non ha “negato” e mai lo farà. L’articolo riguardava soltanto... il numero delle vittime, che non sarebbe di 6.000.000 tondi. Ma la direttrice non sa evidentemente che in molte legislazioni liberticide è proprio questo il reato! Le vittime devono essere non meno di sei milioni. Non costituisce reato aumentarne il numero, ma non lo si può ridurre. Altrimenti si incorre nel reato di “riduzionismo”. È allucinante, ma è proprio così.

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2. Qualche dettaglio in più sul nuovo caso. – La grande stampa internazionale non sembra abbia molta voglia di accanirsi sulla storica lituana, come invece ha fatto in altri casi recenti, da quello del vescovo Williamson al viaggio di Irving ad Auschwitz, per non parlare dei casi italiani. A questo riguardo osservo come anche qui ricorre il famigerato termine “leggenda”, che era stato alla base della montatura contro chi scrive nell’ottobre 2009. Forse i giornali nostrani non se la sentono di tirare ora in ballo anche una leggenda “lituana”, dopo aver toppato su quella “romana”, montando un falso degno dei romanzi di Umberto Eco. Nel sua prorompente faziosità il CICAD tuttavia rompe una sorta di consegna dei toni bassi e riprende tal quale la notizia della Croix, senza purtroppo aggiungere dati propri. Si ricavano alcune notizie in parte note: 1) le dimissioni dal suo ufficio dello storico lituano. Non si capisce però se siano state spontanee, perché magari l’interessato aveva meglio di cui occuparsi o se sia stato un licenziato larvato. La distinzione è molto importante. 2) Il ruolo degli ambasciatori era già noto, ma è una clamorosa ingerenza negli affari interni di uno stato sovrano e quel che peggio sulle opinioni di cittadini di uno stato a loro straniero. 3) La critica di Petras Stankera si rivolgeva all’intero impianto del tribunale di Norimberga, il quale «a fourni una base légale a la legende des six milions de Juifs soi-disant assassinée». Da questa frase così citata, fuori dal suo conteto di tutto l’articolo che non sapremmo leggere in lituano, sembrerebbe che il dato dei «sei milioni» sia un mero dato giudiziario, cioè una presunzione legale, e non il risultato di una conoscenza storica. Si spiega in effetti così l’immediata condanna di quanti sostengono, magari con studi accurati, un diverso dato quantitativo. Se è così, si tratta di una assoluta barbarie, non dissimile da un parlamento che decidesse un ritorno al sistema tolemaico. 4) Dalla semplice contestazione del dato quantitativo se ne desume la “negazione dell’Olocausto”, secondo la posizione espressa dai magnifici sette ambasciatori: il fatto equivarrebbe «à une négation de l’Holocauste et mérite une condamnation ferme». Evviva gli ambasciatori! Grandi e chiarissimi cultori di storia e di diritto. Sarebbe il caso di conoscerne i nomi, se i motori di ricerca ce li danno. 5) Di nome che compare nella Newsletter del CICAD vi è quello di Efraim Zuroff, del Centro Simon Wiesental, sempre presente nei nostri sogni, ma con base a Gerusalemme. Questi «a estimé que M. Stankeras devrai être poursuivi conformément à la loi anti-négationniste en vigueur en Lituanie». Sappiamo dunque che anche qui ve ne è una, ben nota al Centro Wiesenthal di Gerusalemme. Nel prosieguo della nostra ricerca tenteremo non già di conoscere il testo normativo ed in cosa si differenzi da quello esistente in altri paesi, ma quale sia stata la sua genesi, quali i gruppi che l’hanno reclamata, quante volte è stata applicata e quali soggetti sono stati colpi. Su quali possono essere stati i promotori non pare difficile indovinarlo. Più difficile venire a sapere quali siano stati gli strumenti di persuasione e le persone che si son date da fare, all’interno e all’estero.

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3. I magnifici sette. – Gli ambasciatori che hanno prodotto il “caso” sono, in ordine alfabetico quelli di: 1) Gran Bretagna; 2) Estonia; 3) Finlandia; 4) Francia; 5) Norvegia; 6) Svezia e 7) Paesi Bassi. Collocheremo in questo paragrafo ogni altra notizia su ciò che ha determinato i sette ambasciatori, che forse hanno agito di concerto, magari su impulso di uno solo e parrebbe strano senza aver sentito i rispettivi governi, che però si sarebbero presi la responsabilità di ingerenza interna nella vita di un piccolo paese come la Lituania. Un atto di prepotenza? Avrebbero fatto lo stesso se lo storico fosse un cinese ed il governo quello della Repubblica Popolare Cinese o anche la Russia?

4. Una “inquisizione talmudica”. – Per saperne qualcosa sul merito – se non è pure questo proibito – occorre andare su un blog, cliccando sul titolo del paragrafo. Vi si trova riportato un articolo di Michael Hoffman (segue).

5. Una citazione di traverso. – Siamo venuti a sapere grazie al “Guardian” di un ulteriore incremento di 1000 unità di elementi a sostegno dell’immagine di Israele, particolarmente all’estero, da dove trae la sua linfa vitale. Quello dei media è un settore delicatissimo e assai curato. Se confrontiamo il “Williamson” e quello che riguarda chi scrive, sarebbe stato imbarazzante dare rilievo sulla stampa italiana ad una “leggenda” lituana. Coloro che sanno e decidono hanno ben pensato che era meglio non parlare del caso lituano, o del caso delle migliaia di “sopravvissuti” nati in buona parte del 1945, ma regolari percettori di indennità, che la Germania è ben lieto di pagare a mo’ di moderne riparazioni di guerra, poco importa quanto fondate e come motivate. Basta pagare ed essere lasciati in pace. Se a farne le spese sono centinaia di migliaia di cittadini che hanno la forza delle loro opinioni, poco importa: è un costo sociale calcolato e sostenibile. Nell’articolo sul “Corriere” compare in via incidentale il nome di Petras, lo storico lituano, che aveva criticato il computo del numero delle vittime e l’impianto stesso del Tribunale di Norimberga. È meglio non dibattere ciò che può allargare la sfera del dubbio, o per lo meno far porre inquietanti interrogativi sulle garanzie della libertà di pensiero e di ricerca. Il pubblico italiano non sa però chi sia Petras Stankeras e perchè mai ben sette ambasciatori abbiano fatto pressioni su un piccolo stato come la Lituania. Che poi sia stato dimissionato è cosa che suscita ulteriore apprensione, ma non per l’articolista del Corsera.

6. «Un villano lituano». – In italiano fa anche rima. Cliccando sul link si accede al sito del CRIF, che naturalmente non poteva ignorare il caso. Alla repressione si unisce l’offesa personale, gratuita, a dimostrazione ulteriore, se ve ne era bisogno, della superiore moralità che animi questi accaniti difensori dei “diritti dell’uomo”, dove chiaramente nella nozione di uomo non entra il “villano lituano”, e ancor meno il suo diritto di pensiero. La nostra epoca ha stravolto gli ordinari parametri del linguaggio per cui una cosa significa l’opposto della sua più immediata ed evidente percezione. La vittima diventa il carnefice e viceversa. Non ci resta che rilevare il fatto nella speranza che si tratti di nient’altro che di un’appropriazione dei mezzi della comunicazione e che invece la retta coscienza, ispirata dal lume della ragione naturale – come si diceva nel vecchio linguaggio scolastico – sappia riconoscere le cose per quel che sono e malgrado la forza e l’intensità della propaganda. Purtroppo, mancano nell’articolo che il CRIF riprende da una delle innumerevoli testate di area, la Jeropean Jewish Press, mancano i dati tecnico-giuridici del “caso”. Non sono un tecnico delle immagini, ma la svastica che vedo nello foto mi dà il senso visivo di una sovrapposizione. Viene sempre ripetuta la frase incriminata: «Selon Petras Stankeras, le procès de Nuremberg ’a fourni una base légale à la legénde de six million de Juifs soi-disant assassinés» Appunto: “selon…”. Petras Stankeras, si legge, è uno storico ed ha questa opinione. Il crimine è nell’avere un’opinione? Non mi soffermo oltre. L’ingerenza dei sette ambasciatori pone problemi sull’automia sovrana di un piccolo stato come la Lituania. Dei sette ambasciatori occorrebbe poi sapere se hanno agito per espressa delega dei loro governi ed in questo caso sarebbe grave l’ingerenza in affari interno di uno stato sovrano, se è sovrano, oppure se questi ambasciatori non sono membri di una delle numerose associazioni di amicizia X-Israele, dove si nasconde abitalmente la Israel lobby nei singoli paesi. A tanta diplomatica insensatezza e mancanza di senso dello stato e del diritto non vi è nulla da opporre. Si deve solo prendere atto che nell’anno 2010 succedono di queste cose, che potevano comprendersi benchè non giustificarsi all’epoca della caccia alle streghe e loro messa al rogo. Altre considerazioni sono qui inibite, ma non troviamo argomentazioni nuove a sostegno di una condotta repressiva, a nostro avviso, in grave contrasto con i diritti dell’uomo, qui costituiti dal diritto umano di una persona di nome Petras Stankeras, per giunta storico e dunque persona informata, di avere sue opinione, che possono solo essere contraddette ma non represse penalmente. Manca il riferimento normativo di diritto interno lituano, per il quale Stankeras dovesse venire costretto alle dimissioni. Ed è sconcertante che essi siano venute in conseguenza di una ingerenza esterna. Sarebbe importante, ai meri fini dell’analisi, la conoscenza dei sette ambasciatori e del loro curriculum culturale-politico. Credo che si scoprirebbero dati eloquenti, ma non vi è da aspettarsi che la stampa mainstream abbia interesse a questi approfondimenti e quindi solo in qualche blog lituano si potrà risposta a questi interrogativi. È da aggiungere, per essere esaustivi, che l‘argomentazione giornalistica è del tutto estranea alla questione storiografica: siccome Giulio Cesare è stato assassinato, è fatto divieto di qualsiasi ricerca storica sull’evento che resta dunque un fatto assunto per dogma. Ci interesse infine seguire la sorte umana di Stankeras, ma la tecnica repressiva consolidata è la sparizione dopo il colpo: un nuovo desaparecido si aggiunge ad una lista infinita. Vorremmo anche sentire la sua voce e le sue ragioni, ma gli è stato tolto il diritto di parola e di replica. Gli è concessa la sola facoltà di professarsi copevole.

(segue)

domenica 15 novembre 2009

Le pasquinate “leggendarie” di Repubblica. – Il “mostro” risponde...

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Vers. 1.2 del 17.11.09

Quando lessi l’articolo che Marco Pasqua aveva scritto su me, sbattendomi in prima pagina come un mostro, la mia prima reazione fu di semplice e categorico rigetto: non è possibile, mi sono detto! Di fronte alla “porcheria” ed al fetore che ne emana, in genere ci si ritrae. Non riconoscendomi per nulla nella caricatura che di me veniva fatta – per di più, nella totale falsificazione del mio pensiero – non potevo certo mettermi a discettare su ogni singola frase che era stata stampata. Dico: stampata. Io faccio fatica a sostenere ed illustrare che la forma di scrittura su internet è qualcosa di stilisticamente e concettualmente diverso dalla carta stampata. Purtroppo, si assimila ed equipara un blog ad un giornale della carta stampata. Se però scrivo per la stampa cartacea sono diversi i metodi e le impostazioni concettuali che adopero. Lo posso affermare, come autore di testi, per ciò che mi riguarda. Di altri, non so e non sono tenuto a sapere: ognuno pensa e lavora con propri metodi. Ma tornando a Repubblica, dico che ciò che ritenni di dover fare fu una pronta “reazione a caldo”. Scrissi immediatamente al direttore responsabile, per smentire in toto il contenuto dell’articolo di Pasqua. Ne mandai identica ed istantanea copia al mio Rettore, che però, non so per quale ragione, dette l’impressione di preoccuparsi molto di più di comparire in televisione per parlare di me che non di trovare il tempo per potermi ascoltare.

L’analisi delle falsificazioni diffamatorie di Pasqua è possibile solo in un secondo tempo. Una volta, cioè, che sia cessato il clamore della montatura giornalistica e mediatica, avviando una serena e pacata riflessione. Repubblica non è nuova a queste cose. E alla sua Redazione rinfacciavo ciò nella prima stesura della mia lettera di replica, alla quale è seguita poi una lettera del mio legale, redatta secondo le indicazioni della giurisprudenza. Una vittima più illustre di me, ma con mezzi ben altri di cui dispongo io per poter replicare è stato Silvio Berlusconi. Devo però dire che ho seguito pochissimo quelle sue vicende. Mi è bastato subodorare che si trattava di donne, anzi di prostitute, per rivolgere la mia attenzione a temi più seri ed interessanti. Vi è stata una risposta di Berlusconi alle 10 domande poste da Repubblica. Ho letto anche di qualcuno che pretendeva le risposte di Berlusconi in parlamento: a domande poste da un quotidiano tendende allo scandalistico, come Repubblica! Ne hanno fatto una sorta di Terza Camera.

È ancora troppo grande il disgusto che avverto, per andare a prendere il testo di Repubblica, ma posso intanto osservare come il Pasqua si sia sbizzarrito ad andare a cercare quel che gli faceva comodo per suoi fini (che posso solo sospettare ma non indagare), trascurando ‘quattro parolette’ essenziali che smentivano tutto il suo castello di fandonie e riconducevano il discorso nell’alveo della posizione in cui intendevo ed intendo collocarmi: libertà di pensiero e di ricerca per tutti, e senza criminalizzazione per nessuno. Ecco le quattro parolette:

Non intendo negare alcunché
(vedi originale dell’epoca
alla data del 21 ottobre 2006
)

«Il tema del “cosiddetto Olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.

Per l’uso dell’espressione “cosiddetto Olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!

[Si noti bene che il quotidiano di cui qui si parla non è la “Repubblica”, ma la “Stampa”, che però a differenza di «Repubblica» pubblicò all’epoca ben due mie lettere di replica e smentita. Ch’io sappia, fino a questo momento, «Repubblica» non ne vuole sapere di ottemperare alle leggi sulla stampa e sul diritto di replica. Con la «Stampa» si era trattato di un analogo tentativo di bollare con il marchio infamante di “negazionisti” un gruppo di persone, che reagirono prontamente a questa manovra. Qui il fuoco è stato tutto concentrato su di me. Ma anche sulla “Stampa” respingevo l’addebito di “negazionista”. La relativa documentazione è disponibile pure sul mio blog. Il sig. Pasqua si è ben guardato dall’andarla a leggere e consultare.]

Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuole alludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’Olocausto il neo stato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti, si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».
(Ripreso
da una fonte testimoniale esterna, il cui testo appare in numerosi siti)

Prima e dopo questa affermazione netta, perentoria ed inequivocabile si trova la spiegazione di un titolo che suonava esattamente: «La leggenda dell’ “Olocausto”: riapertura di una discussione» e che avrebbe potuto certamente essere formulato diversamente, senza sacrificio del mio pensiero, se soltanto avessi potuto prevedere e sospettare l’incredibile malafede e disonestà intellettuale dei miei avversari. Né va taciuto il fatto che, a Costituzione vigente, anche l’affermazione «Napoleone non è mai esistito» è lecita e non costituisce reato. Del resto, senza una spiegazione aggiuntiva, l’affermazione stessa è per nulla probante. Potrebbe significare ad esempio: “Non abbiamo appreso nulla da lui”. In ogni caso il termine ‘leggenda’ usato come predicato nominale, non esiste in nessuna parte dei miei scritti, anzi – per essere più preciso – nelle mie ‘bozze’ su rete. Nei miei scritti a stampa, per nulla.

Anche l’idea della “verifica” dei dati è stata del tutto alterata dal Pasqua, che aveva un irrefrenabile bisogno di creare un “mostro”. Proverò a fare alcuni esempi, ma senza toccare la spinosa materia. Si tratta di dati puramente quantitativi. Mi servo di un aneddoto che mi è effettivamente capitato. Lavoravo in un ufficio, dove ancora si usava pagare lo stipendio in contanti. Una ragioniera passava per le stanze e portava ad ognuno il suo stipendio. Una di quelle volte, la ragioniera pretese da me con un certa stizza che io contassi i soldi. Volendo essere cortese, risposi che mi fidavo e che non ve n’era bisogno. Ma lei insisteva, avendo da altri, non da me, contestazioni contabili. Al conteggio ripetuto dei soldi davanti a lei, emerse che mi veniva pagato meno del dovuto! Ne prese lei atto e mi diede il mancante. Non misi in dubbio la sua buona fede. Si trattava di un banale errore. Ma se non vi fosse stata una verifica, nessuno dei due se ne sarebbe accorto. La verifica dei dati, infatti, serve per confermare una verità, non per negarla. A buon intenditore, non occorre dire altro. Agli scorretti o agli sleali, è inutile finanche parlare.

Nota: A proposito di «Commenti», il mio “timore” o meglio circospezione potrà esserci o non esserci, ma ritengo che sia il caso di cambiar registro. Per il passato non ero stato esigente o rigido nell’approvare o meno i commenti ed ero assai di manica larga. Adesso le cose cambiano oggettivamente per motivi che credo non occorra spiegare. I “commenti” saranno utili e preziosi se apportano un contributo, anche critico, al testo del post. Altrimenti non servono e sono tanto più sospetti quanto appaiono fuori luogo, illegali, offensivi, non pertinenti.

mercoledì 7 gennaio 2009

Domenico Losurdo: I «protocolli dei Savi dell’Islam» ovvero come si costruiscono le leggende nere


Ricevo da Domenico Losurdo questo articolo che pubblico senza indugio su «Civium Libertas», anche se son certo di ritrovarne lo stesso testo sul blog dell’Autore. Aggiungo qui di mio qualche illustrazione, ma soprattutto ci tengo a riprodurne il testo perché in questi giorni ho anche io notato editoriali come quelli di Piero Ostellino e di Ernesto Galli Della Loggia, la cui partigianeria non mi era sfuggita e su cui mi riservavo di intervenire. Sono però troppi i giornalisti scattati a copertura dell’operazione «Piombo fuso», che comporta anche una parallela azione mediatica, come si apprende per esempio da quanto è sfuggito in una coorispondenza del capo degli ebrei romani, riportata dal Manifesto. Il pregio di questo articolo di Losurdo, del quale avevamo già iniziato a commentare un suo libro sulla nozione di “terrorismo”, è di essere sintetico. In poche battute riesce a tratteggiare la natura e la funzione di opinionisti che presso di noi vanno per la maggiore. La nostra speranza è che il fenomeno internet e quindi l’affermarsi di una comunicazione di tipo orizzontale con diffusa interattività e possibilità di contraddittorio ridimensioni il peso dei nostri “Savi”, ossia i vari Ostellino, la cui credibilità è spendibile presso gli ispiratori stessi di concezioni come quella da essi rappresentata. Gli altri sol che abbiano un minimo di spirito critico possono tranquillamente venirne fuori con un’alzata di spalle senza perdere un tempo eccessivo nel confutare articoli che non apportano nessun contributo di conoscenza ma sono solo un supplemento di propaganda. Nella specie, trattandosi in Gaza di vero e proprio genocidio, non vorremmo trovarci, magari fra 70 anni, nei panni di quanti oggi plaudono all’aggressione israeliana.

Antonio Caracciolo

* * *

DOMENICO LOSURDO

I «Protocolli dei Savi dell’Islam»
ovvero
come si costruiscono le leggende nere


Sfogliando su Internet le reazioni al mio ultimo libro (Stalin. Storia e critica di una leggenda nera, Carocci 2008), accanto a commenti largamente positivi si notano altri contrassegnati da incredulità: è mai possibile che le infamie attribuite a Stalin e accreditate da un consenso generale siano per lo più il risultato di distorsioni e a volte di vere e proprie falsificazioni storiche?

A questi lettori in particolare voglio suggerire una riflessione a partire dalla cronaca di questi giorni. E’ sotto gli occhi di tutti la tragedia del popolo palestinese a Gaza, prima affamato dal blocco e ora invaso e massacrato dalla terribile macchina da guerra israeliana. Vediamo come reagiscono i grandi organi di «informazione». Sul «Corriere della Sera» del 29 dicembre l’editoriale di Piero Ostellino
sentenzia: «L’articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad». Vale la pena di notare che, pur facendo un’affermazione estremamente grave, il giornalista non riporta alcuna citazione testuale: esige di essere creduto sulla parola.

Qualche giorno dopo (3 gennaio) sullo stesso quotidiano incalza Ernesto Galli della Loggia.
Per la verità, egli non parla più di Ahmadinejad. Forse si deve esser reso conto dell’infortunio del suo collega. Dopo Israele l’Iran è il paese in Medio Oriente che ospita il maggior numero di ebrei (20 mila), ed essi non sembrano subire persecuzioni. In ogni caso, i palestinesi dei territori occupati potrebbero solo invidiare la sorte degli ebrei che vivono in Iran, i quali ultimi non solo non sono stati sterminati ma non devono neppure fronteggiare la minaccia del «trasferimento», che i sionisti più radicali progettano per gli arabi israeliani.

Ovviamente, Galli della Loggia sorvola su tutto ciò. Si limita a tacere su Ahmadinejad.
In compenso rincara la dose su un altro punto essenziale: Hamas non si limita a esigere «lo sterminio degli ebrei» israeliani, come sostiene Ostellino. Occorre non fermarsi a metà strada nella denuncia delle malefatte dei barbari: «Hamas auspica l’eliminazione di tutti gli ebrei dalla faccia della terra» («Corriere della Sera» del 3 gennaio). Anche in questo caso non viene apportato uno straccio di dimostrazione: il rigore scientifico è l’ultima delle preoccupazioni di Galli della Loggia, al quale però bisogna riconoscere il coraggio di sfidare il ridicolo: secondo la sua analisi, i «terroristi» palestinesi si propongono di liquidare la macchina bellica non solo di Israele ma anche degli Usa, in modo da portare a termine le infamie di cui l’editorialista del «Corriere della Sera» denuncia l’ampiezza planetaria. Peraltro, chi è in grado di infliggere una disfatta decisiva alla solitaria superpotenza mondiale, oltre che a Israele, può ben aspirare al dominio mondiale. Insomma: è come se Galli della Loggia avesse finalmente portato alla luce I protocolli dei Savi dell’Islam!

E come a suo tempo “I protocolli dei Savi di Sion”, anche “I protocolli dei Savi dell’Islam” valgono ormai come verità acquisita e non bisognosa di alcuna dimostrazione. Su «La Stampa» del 5 gennaio Enzo Bettiza chiarisce subito il reale significato dei bombardamenti massicci da Israele scatenati dal cielo, dal mare e dalla terra, col ricorso peraltro ad armi vietate dalle convenzioni internazionali, contro una popolazione sostanzialmente indifesa: «E’ una drastica e violentissima operazione di gendarmeria di un Paese minacciato di sterminio da una setta che ha giurato di estirparlo dalla faccia della terra».

Questa tesi, ossessivamente ripetuta, si colloca nell’ambito di una tradizione ben precisa. Tra Sette e Ottocento il mite abate Grégoire si batteva per l’abolizione della schiavitù nelle colonie francesi: ecco che dai proprietari di schiavi è bollato quale leader dei «biancofagi», i neri barbari e smaniosi di pascersi della carne degli uomini bianchi. Qualche decennio più tardi qualcosa di simile avveniva negli Stati Uniti: gli abolizionisti, spesso di fede cristiana e di orientamento non-violento, esigevano «la completa distruzione dell’istituto della schiavitù»; essi erano prontamente accusati di voler sterminare la razza bianca. Ancora a metà del Novecento, in Sudafrica i campioni dell’apartheid negavano i diritti politici ai neri, con l’argomento che l’eventuale governo nero avrebbe significato lo sterminio sistematico dei coloni bianchi e dei bianchi nel loro complesso.

La leggenda nera in voga ai giorni nostri è particolarmente ridicola: più volte Hamas ha accennato alla possibilità di un compromesso, se Israele accettasse di ritornare ai confini del 1967. Come tutti sanno o dovrebbero sapere, a rendere sempre più problematica e forse ormai impossibile la soluzione dei due Stati è l’espansione ininterrotta delle colonie israeliane nei territori occupati. E comunque, la sostituzione dell’odierno Israele quale «Stato degli ebrei» con uno Stato binazionale, che abbracci al tempo stesso ebrei e palestinesi garantendo loro eguaglianza di diritti, non comporterebbe in alcun modo lo sterminio degli ebrei, esattamente come la distruzione dello Stato razziale bianco prima nel sud degli Usa e poi in Sudafrica non ha certo significato l’annientamento dei bianchi. In realtà, coloro che idealmente agitano I protocolli dei savi dell’Islam mirano a trasformare le vittime in carnefici e i carnefici in vittime.

Non meno grottesche e non meno strumentali sono le mitologie oggi in voga in relazione a Stalin e al movimento comunista nel suo complesso. Si prenda la tesi dell’«olocausto della fame» ovvero della «carestia terroristica» che l’Unione sovietica avrebbe imposto al popolo ucraino negli anni ’30. A sostegno di questa tesi non c’è e non viene apportata alcuna prova. Ma non è neppure questo il punto essenziale. La leggenda nera diffusa in modo pianificato ai tempi di Reagan e nel momento culminante della guerra fredda serve a mettere in ombra il fatto che la «carestia terroristica» rimproverata a Stalin è da secoli messa in atto dall’Occidente liberale in particolare contro i popoli coloniali o che esso vorrebbe ridurre in condizioni coloniali o semicoloniali.

E’ quello che ho cercato di dimostrare nel mio libro. Subito dopo la grande rivoluzione nera che alla fine del Settecento a Santo Domingo/Haiti spezzava al tempo stesso le catene del dominio coloniale e dell’istituto della schiavitù, gli Stati Uniti rispondevano per bocca di Thomas Jefferson, dichiarando di voler ridurre all’inedia (starvation) il paese che aveva avuto la sfrontatezza di abolire la schiavitù. Questa medesima vicenda si è riproposta nel Novecento. Già subito dopo l’ottobre 1917, Herbert Hoover, in quel momento alto esponente dell’amministrazione Wilson e più tardi presidente degli Usa, agitava in modo esplicito la minaccia della «fame assoluta» e della «morte per inedia» non solo contro la Russia sovietica ma contro tutti popoli inclini a lasciarsi contagiare dalla rivoluzione bolscevica. Agli inizi degli anni ’60 un collaboratore dell’amministrazione Kennedy, e cioè Walt W. Rostow, si vantava per il fatto che gli Stati Uniti erano rusciti a ritardare per «decine di anni» lo sviluppo economico della Repubblica Popolare Cinese!

E’ una politica che continua ancora oggi: è noto a tutti che l’imperalismo cerca di strangolare economicamente Cuba e possibilmente di ridurla alla condizione di Gaza, dove gli oppressori possono esercitare il loro potere di vita e di morte, prima ancora che coi bombardamenti terroristici, già col controllo delle risorse vitali.

Siamo così ritornati alla Palestina. Prima di subire l’orrore che sta subendo in questi giorni, il popolo di Gaza era stato colpito da una prolungata politica che cercava di affamarlo, assetarlo, privarlo della luce elettrica, delle medicine, di ridurlo ad una condizione di sfinimento e di disperazione. Tanto più che il governo di Tel Aviv si riservava il diritto di procedere come al solito, nonostante la «tregua», alle esecuzioni extragiudiziarie dei suoi nemici. E cioè, prima ancora di essere invasa da un esercito simile ad un gigantesco e sperimentato plotone di esecuzione, Gaza era già oggetto di una politica di aggressione e di guerra. Sennonché, una concentrata potenza di fuoco multimediale è scatenata soprattutto in Occidente per annientare ogni resistenza critica alla tesi falsa e bugiarda, secondo cui Israele sarebbe in questi giorni impegnata in un’operazione di autodifesa: che nessuno osi mettere in dubbio l’autenticità dei «Protocolli dei Savi dell’Islam»!

E’ così che si costruiscono le leggende nere, quella che oggi suggella la tragedia del popolo palestinese (il popolo-martire per eccellenza dei giorni nostri), così come quelle che, dipingendo Stalin comne un mostro e riducendo a storia criminale la vicenda iniziata con la rivoluzione d’Ottobre, intendono privare i popoli oppressi di ogni speranza o prospettiva di emancipazione.

Domenico Losurdo

6 gennaio 2009

mercoledì 4 dicembre 2019

Contro il quotidiano «La Repubblica»: memoria difensiva di un filosofo, messo sotto accusa dalla sua Università che dava credito a un quotidiano, apparso il 22 ottobre 2009. Riedizione nel Decennale della Memoria.

Bottom. ↓

 MEMORIA DIFENSIVA 
del Dott. Antonio Caracciolo in relazione all’addebito «se abbia tenuto Lezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica»

Premesso che:
nel mese di ottobre 2009 io non svolgevo Lezioni, seminari, esercitazioni o altraattività didattica, come risulta dal Calendario delle Lezioni, affisso nella Bacheca della Facoltà;
il quotidiano “La Repubblica” del 22 ottobre 2009, con un articolo del giornalista Marco Pasqua – che estrapolava parole e frasi dal loro contesto, estratte, a loro volta, da alcuni Blog personali a cui dedico il mio tempo libero – mi accusava arbitrariamente di “negazionismo”, sbattendomi in prima pagina, come il classico e proverbiale “mostro” da additare al pubblico ludibrio;
il prof. Fulco Lanchester veniva nominato dal Rettore quale Relatore, perraccogliere le mie dichiarazioni in merito ad un quesito di addebito, dove mi sichiedeva: «(…) di confermare o smentire quanto riportato dal giornale “La Repubblica” del 22 ottobre, in particolare relativamente all’avere o meno Ella tenutoLezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica»;
ho immediatamente e tempestivamente inviato categorica smentita a “La Repubblica”, e p. c. al Rettore, prima ancora che mi giungesse la Nota di addebito;
i miei legali hanno già promosso azione civile, contro il direttore de “La Repubblica”, sig. Ezio Mauro, e contro il giornalista sig. Marco Pasqua, che si allega in copia (v. All. n° 3);
il “caso” in specie è da me considerato altamente diffamatorio, nonché inteso e percepito come emblematico dell’esistenza o meno in Italia della libertà di pensiero,delle garanzie costituzionali, della democrazia.

La presente Memoria è costituita e raccolta in tre Parti:
1. nella Prima, svolgo argomentazioni relative all’addebito di inizio e prosecuzione del Procedimento;
2. nella Seconda, mi concentro sulla Relazione del prof. Lanchester, estraneo alla Cattedra di Filosofia del diritto, nonché sugli allegati al Fascicolo;
3. nella Terza parte, allego il testo della Querela penale contro “La Repubblica”, dicui non ho ancora deciso la presentazione, in aggiunta all’azione civile. Ritengoperò che il testo di detta Querela penale sia, in ogni caso, ben descrittivo del fatto e possa quindi essere utilmente allegato come parte Terza di questa Memoria.

Abstract
1.                della Risposta al quesito di addebito, dove confermo di non avere tenuto maiLezioni universitarie sull’olocausto e si pongono questioni procedurali sulla possibilità e sul diritto di difesa; in ottobre 2009 non svolgevo nessun corso;
2.                delle controdeduzioni nelle quali sostengo che il Relatore avrebbe dovuto mantenersi entro i limiti del mandato ricevuto e non invece introdurre surrettiziamente o suggestivamente suoi personali e soggettivi giudizi, peraltroinfondati in fatto e in diritto, senza che siffatte ricostruzioni siano mai state nelledovute forme notificate e contestate all’interessato, impossibilitato a difendersi. Ciò ha dato luogo ad una specie di processo inquisitorio segreto, contrario al nostroordinamento giuridico, dove vengono sottolineate e sindacate mere opinioni, estrapolate dal loro contesto e ricostruite in violazione dell’art. 21 della costituzione.Alterazione filologica e semantica dell’espressione “cosiddetto olocausto”,erroneamente a me attribuita. Disamina di altre espressioni estrapolate e distaccate dal loro contesto. Né l’inizio né la prosecuzione del procedimento disciplinare ha fondamento alcuno, né in fatto né in diritto.
3.                Querela penale a “La Repubblica” e/o azione civile per creazione e diffusione dinotizie false a scopo diffamatorio.

PARTE PRIMA
Risposta al quesito rettorale
1°) A seguito di un articolo apparso su “La Repubblica” del 22 ottobre 2009 ricevevoper email la Nota di addebito rettorale (v. All. n° 1) con la quale mi si chiedeva se ioavessi tenuto Lezioni sull’olocausto all’Università, negandone o meno la veridicità storica. Mi veniva fissato il termine del 31 ottobre 2009 per rispondere al quesito e veniva nominato il prof. Lanchester come Relatore delle mie dichiarazioni riguardanti l’addebito. In verità, in ottobre, io non svolgevo nessuna attività didattica,essendo il mio corso di filosofia del diritto (vedi il relativo programma allegato agliatti del procedimento: qui All. n° 5) terminato nel mese di maggio 2009, ossia nelsemestre precedente. Non ero neppure all’università nei giorni in cui secondo “La Repubblica” vi sarebbe stato uno “shock” come conseguenza di mie inesistentiLezioni. Anche i giornalisti che mi avvicinavano, cogliendomi di sorpresa, potevanofarlo solo presso la mia abitazione o al mio telefono privato, non avendo io in queigiorni impegni di nessun genere all’università. Dal Calendario delle Lezioni affisso nella Bacheca della Facoltà risulta in modo inconfutabile che io in ottobre non potevoassolutamente svolgere quelle Lezioni che da “La Repubblica” mi venivano soggettivamente ed arbitrariamente attribuite e che altri organi, suivers, si sonopermessi il lusso di ripercuotere sul “mercato”, acriticamente e pedissequamente.
2°) Per quanto è stato già esposto nella mia formale risposta al Rettore (vedi All. n°2) e per quanto qui nuovamente si espone, letti gli artt. 3, 21, 33 e 49 dellaCostituzione italiana, nonché l’art. 1 dello Statuto dei lavoratori, dichiaro di essere stato oggetto di una gratuita ed arbitraria campagna di discriminazione, persecuzione e diffamazione ispirata da una soggettiva e infondata orchestrazione di stampa, allaquale vari soggetti, in buona o in cattiva fede, si sono associati. Una prima denunciapenale è già stata da me presentata alla Procura della Repubblica e portata aconoscenza del Rettore e già agli Atti (v. Fascicolo Procedimento). I miei legalihanno già avuto da me incarico per tutte le altre azioni penali e/o civili di cuirigorosamente valutino esservene gli estremi. Contestualmente a questoprocedimento disciplinare è ora promossa azione civile contro il quotidiano “La Repubblica” (v. All. n° 3). Si allega copia degli atti. Insomma, visto il meschino edisonorevole trattamento che mi è stato fino ad ora riservato, ho l’impressione di vivere tutta un’assurda ed orwelliana faccenda, di cui vado progressivamente ricostruendo la trama. Si fa presente, inoltre, che molte delle seguenticontrodeduzioni vertono su fatti non riconducibili alla contestazione degli addebiti equindi esulanti dal tema del presente procedimento disciplinare. Pertanto, vengono trattati solo per completezza e non perché riguardino il contesto giuridicamenterilevante.
3°) Avendo risposto al semplice quesito rettorale (All. n° 2), cioè di non aver io mai tenuto Lezioni all’Università sull’olocausto né in ottobre del corrente anno 2009 – come falsamente attribuitomi da “La Repubblica” – né mai nei passati anni accademici, come può riscontrasi chiamando, come testimonio, la prof. Teresa Serra,titolare della cattedra di Filosofia del diritto, ritenevo concluso già al suo inizio il procedimento di addebito. Invece, con mio sommo stupore, trovo una sua prosecuzione con richiesta di mia sospensione dall’ufficio e dallo stipendio sulla base di «elementi» che mai – in nessuna occasione – mi sono stati sottoposti, né specificatiné addebitati. Mi trovo, pertanto, nella condizione di non potermi difendere, non sapendo a quali precise imputazioni io debba rispondere.
4°) Ad ogni buon conto, non volendo lasciare nulla di intentato per la mia difesa,intervengo con controdeduzioni su «elementi» – estranei alla Nota di addebito a me pervenuta – che mi sembra di ravvisare tanto nella Relazione del prof. Lanchester quanto nel Fascicolo consegnato dal Rettorato al Consiglio di Disciplina. Pur avendone fatto copia, ed avendolo nel frattempo studiato, non riesco a cogliere la pertinenza e la logica di ogni singolo allegato, se posto in relazione al solo addebito al quale mi è stato chiesto di rispondere e sul quale dovermi difendere, cioè: l’avere io tenuto o meno Lezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicitàstorica. Un quesito consistente in due parti e momenti logici: a) l’esistenza di siffatte Lezioni; b) la veridicità storica dell’evento evocato, che mi si sarebbe chiesto eventualmente di dimostrare scientificamente. Non essendosi mai verificato il momento a, logica vuole che non sussista il successivo momento b. A meno che non si intenda entrare nella mia sfera privata e chiedermi di giustificare, in sede disciplinare, mie personali e private opinioni, per giunta da altri travisate e falsificate.Non mi sembra però che un Consiglio di Disciplina sia la sede adatta per dibattere opinioni tutelate dall’art. 21 della Costituzione. Sono tuttavia disposto a rispondere aqualsiasi domanda mi si voglia fare.
5°) Le opinioni politiche e dottrinali a me attribuite, falsamente interpretate ecostruite, rientrano in ogni caso nell’ambito degli artt. 21 e 33 della Costituzione italiana, oltre ad essere comprese nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, come pure nell’ambito dell’art. 49, il mio specifico diritto alla “criticapolitica”. Siffatte opinioni, in ogni caso, non sono mai state oggetto del mio insegnamento universitario. Pur essendo stato sempre autonomo nelle mie ricerche enei miei studi scientifici, per quanto riguarda la mia posizione in Facoltà, il contenuto delle mie Lezioni, oltre che il mio comportamento agli esami e la correttezza neiconfronti degli studenti posso chiamare a testimoniare la già citata prof.ssa TeresaSerra, titolare dell’insegnamento di filosofia del diritto. Benché abbia incessantemente chiesto spiegazioni sulla natura dell’addebito che mi veniva contestato, non ho mai ottenuto i richiesti chiarimenti. Orbene, delle mere opinioni,quali che siano, non possono in quanto tali ledere la «dignità» e l’«onore» di un professore. Una simile lesione può ascriversi solo ad una concreta e provata condotta.Non mi è stata però mai contestata, e non poteva essere altrimenti, nessuna condottache potesse ledere il mio stesso «onore» e«dignità» – per giunta che verrebbeautolesionisticamente da me stesso leso – né dentro, né fuori, l’università. Il pensiero è l’espressione più autentica del nostro essere. La nostra coscienza morale ci consenteinoltre di sentire quando adottiamo una condotta che concreti un fare disonorevole enon dignitoso. Ma nessun essere pensante considera disonorevole e non dignitoso ilsuo stesso pensiero. Proprio perché è l’espressione più autentica del nostro essere, laCostituzione tutela il pensiero e la sua libertà, e così facendo tutela l’essere stesso cheera già stato richiamato nell’art. 3. Solo un altro che ci sia apertamente “nemico” puòconsiderare disonorevole e non dignitoso il nostro pensiero, cioè noi stessi. Ma questa, è proprio una delle innumerevoli forme subdole di razzismo e/o di discriminazione che si annidano nella nostra società e che sempre riemergono, anchequando si dice di voler combattere e reprimere il razzismo e la discriminazione. Eraproprio questo concetto – ossia la denuncia e la condanna di un razzismo immanentenelle società e perfino in noi stessi – che io avevo inteso esprimere in uno dei mieitesti studiatamente manipolati dal quotidiano “La Repubblica”.
6°) Per quanto sopra detto, ritengo perciò infondato e immotivato, sia l’inizio dellaprocedura di addebito, sia la sua prosecuzione. In effetti, come si legge in Pascal – nella Prima lettera delle “Provinciali” – non esiste qui né il fatto né il diritto. 
PARTE SECONDA
Controdeduzioni alla Relazione del prof. Lanchestere ai documenti da lui allegati–
 Sulle mie presunte “posizioni personali” –
7°) Nella parte “conclusiva” della sua Relazione il prof. Lanchester mi attribuisce lapaternità dell’espressione «cosiddetto olocausto», utilizzando impropriamente unamia email del 25 ottobre 2009, a lui inviata al mero scopo di illustrare le falsificazionide “La Repubblica”. Non certo avrei inviato quella lettera al prof. Lanchester perchémi venisse ritorta contro. Lo stesso testo compare peraltro in un più ampio articoloesplicativo (vedi qui mio allegato n° 8) che allo stesso scopo avevo prodotto presso la Segreteria del Rettore, oltre l’esiguo termine di una settimana concessomi perrispondere al quesito di addebito. Stranamente, il prof. Lanchester non coglie tuttavial’elemento scriminante del testo pur da lui riportato (“non intendevo negarealcunché”) e privilegia invece di significati oscuri e ambigui la mera espressione “cosiddetto olocausto”, la cui paternità risale ad un fiero avversario di negazionisti,che – per motivate ragioni – scriveva ostinatamente “cosiddetto olocausto”. Ma di ciòpiù avanti. Se la mia lettera sopra citata, del 25 ottobre, non era assolutamente da allegare, per il senso attribuito, si omette invece, stranamente, qualsiasi menzione adaltra lettera, al ‘Corriere della Sera, da me espressamente allegata nella risposta formale all’addebito, e dove si trova la esatta frase, estratta qui dal contesto di unalettera cautelativa (v. All. n° 2 ): 
Non sono un negazionista”.
Insomma, si preferisce evidenziare, in uno stesso identico contesto, ciò che micondanna e non ciò che mi assolve: in dubio contra reum? Questa indebita e sorprendente falsa attribuzione (“cosiddetto olocausto”) sembra qui rivestire particolare gravità per la luce che proietta e per ciò che forse vorrebbe lasciarintendere, quasi un segnale di riconoscimento, uno “scibboleth”. Il prof. Lanchesterscrive testualmente:
«(…) di quello che da lui viene definito “cosiddetto olocausto”»;
laddove nel mio testo, da lui stesso allegato, si legge invece esattamente:
«Per l’uso dell’espressione “cosiddetto olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar»,
la cui autorevole posizione (All. n° 4) era stata, tre anni fa, riportata da me per un’analisi teologico-politica in un contesto extra-universitario alquanto ampio.
Orbene, secondo il mio modo di intendere e praticare la lingua italiana, in nessunmodo si può evincere che l’espressione «cosiddetto olocausto» sia mia e non invecedello stesso storico ebreo Sion Segre Amar, da me citato per commentare il senso della sua, e non mia, espressione linguistica (All. n° 4). Questo sintetico rinvio, formulato anni addietro all’interno di un’aspra polemica che ebbe ricadute in numerose lettere – di cui due mie – pubblicate dal quotidiano “La Stampa”, non è stato – dal prof. Lanchester – a me contestato nei colloqui intercorsi. Se lo avesse fatto, avrei potuto immediatamente chiarirgli quanto qui cerco di fare nel modo piùsintetico possibile.
8°) Lo storico ebreo Sion Segre Amar, morto anni or sono, a me risulta essere stato un ebreo eminente, assai autorevole ed organico all’interno della comunità ebraicatorinese. Proprio lui criticava severamente l’uso del termine «olocausto» per indicarel’evento storico qui in oggetto. Si legga il testo allegato (v. All. n° 4) di un suoarticolo apparso sul quotidiano “La Stampa” il 3 maggio 1994. In quell’articolo,infatti, Sion Segre Amar si lamentava della connotazione religiosa del termine, di cui – essendo ormai invalso l’uso – si peritava di scrivere «cosiddetto olocausto», ognivolta che si fosse trovato a doverne trattare. Mentre mi sono sempre astenuto dalmerito della fenomenologia storica dell’evento, non avendo io specifiche competenzedisciplinari e fatta salva l’indiscussa pietà per le vittime, rientravano – nella circostanza data e delimitata – invece nelle mie competenze e nei miei interessi intellettuali, gli aspetti di teologia politica connessi all’uso del termine, avendo iotradotto e prefato il volume “Teologia Politica II”, di Carl Schmitt. Un autore del quale – dice il prof. Lanchester – «essere io uno dei maggiori cultori in Italia». Sembra che le osservazioni dello storico ebreo Sion Segre Amar siano state accolteall’interno dello stesso mondo ebraico e si vada progressivamente sostituendo altermine «olocausto» quello di «Shoah», che non è la semplice traduzione del primo. Sul concetto di “Shoah” cito al riguardo fugacemente il libro di Avraham Burg, già aivertici mondiali della politica e dell’associazionismo ebraico. Egli critica peraltro ilrilievo eccessivo dato alla Shoah e ad Auschwitz nella politica e nel sistema educativo dello Stato di Israele. Per non citare, poi, sullo stesso tema le posizioni eterodosse di un Gilad Atzmon o di un Norman G. Finkelstein, entrambi note personalità del mondo ebraico, che non è tutto monolitico in merito al sionismo e allaShoah, come è ben illustrato da altro studioso ebreo di nome Yakov M. Rabkin ovvero rappresentato dagli haredim di Neturei Karta.
9°) Poco prima, nel suo testo, il prof. Lanchester riferisce circa le mie “curiosità intellettuali”, facendomi pensare – nel leggere la sua relazione – all’accezione che iltermine “curiosità” ha nella giurisprudenza penale, dove mi pare che sia spessosinonimo di “frivolezza” e sia visto negativamente. In filosofia, però, il termine “curiosità”, non è sinonimo di “frivolezza”, almeno nelle intenzioni e nella comune accezione mia e del compianto Antimo Negri, annoverato fra i maggiori filosofiitaliani contemporanei. Trattasi pur sempre per il mio testo, quello riportato dal prof. Lanchester, di una bozza abbandonata e dimenticata da anni, per la quale non avrei mai e poi mai immaginato sarebbe finita in un processo inquisitorio. Tuttavia,essendo io “filosofo”, e non un giurista penalista, il tema della “curiosità” era oggettodi conversazione nelle passeggiate che facevamo con Antimo Negri, mio compianto amico, morto da qualche anno. Ricercando i fondamenti della filosofia, il suomomento di nascita nell’antica Grecia, convenivamo che esso dovesse individuarsinella “curiosità intellettuale” che è all’origine di ogni ricerca, di ogni sapere, di ognifilosofia. Dunque, il termine “curiosità” in filosofia non è sinonimo di “frivolezza”,almeno per me e per Antimo Negri. La letteratura sulla “curiosità” in filosofia è sterminata.
10°) Stupisce, invece, che dal mio testo in questione, pur allegato dal Relatore, non sia stata neppure menzionata quella espressione che era più direttamente attinente e dirimente il tema evocato dal quesito di addebito. Infatti, si può leggere:
«(…) i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché…».
Lo stesso concetto – non essere io un “negazionista” – ricorre poi più volte nelcontesto dello stesso ampio articolo, da cui il brano era estratto. Se l’addebito voleva essere quello di “negazionismo” (del resto, non previsto, sotto nessuna forma dal codice penale), non poteva esservi affermazione più scriminante! Il verbo all’imperfetto si riferiva alle delucidazioni fornite nel corso di un’acre polemica,avviata l’anno precedente da una testata militante. Già allora, sotto l’indicazione delmio titolo, di cui non è stato letto altro (solo il titolo… Peraltro contraffacendolo!), era contenuta la piena solidarietà con le vittime, tutte le vittime, con piena condivisione dei valori costituzionali richiamati dall’art. 3 della nostra Costituzione e della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo. Il post era una semplice raccolta di links che venivano da me descritti e commentati. Uno di questi, se ben ricordo, siriferiva al caso di un Ministro tedesco della Giustizia: una donna, che veniva subitodimissionata, per aver affermato che George W. Bush, scatenando – lui – una guerrapreventiva, non si era comportato diversamente da Hitler. Occasionalmente, osservo che il titolo de “La Repubblica” è un clamoroso ed ingiustificabile falso, nonesistendo – in nessuna parte delle migliaia e migliaia di miei testi in rete – la frase: «L’olocausto è una leggenda», dove per leggenda il giornalista Marco Pasqua (“LaRepubblica”) intende e lascia intendere che l’evento storico evocato «non esiste».Assolutamente non è così che ho io inteso e non è questo il senso che ho dato altermine “leggenda”, chiarito poi come “mito” e soprattutto collegato ad un temadibattuto in Germania e posto da un Ministro tedesco circa l’uso di Auschwitz come“mito” fondativo della Repubblica federale tedesca. Questo tema era sottinteso, manon fu sviluppato. A riprova della scorrettezza e della malafede dell’articolista de “LaRepubblica” sarebbe stato sufficiente che quest’ultimo avesse letto poche righe sottoil titolo, da lui fotograficamente riportato, per avere la testuale sconfessione delle suemedesime e gratuite affermazioni. Certo, non potevo immaginare che un’asprapolemica sarebbe stata ripresa tre anni dopo, facendone riferimento a presunte mie Lezioni mai avvenute, e posta al centro di una studiata orchestrazione di stampa. È undistinto problema da valutare, se ad un ricercatore – non in quanto tale ma nella suaveste di privato cittadino – sia inibito l’uso privato, all’interno della sua abitazione,delle moderne tecnologie informatiche di comunicazione. Infatti, il mio uso della rete
– qui contemplato – è una faccenda del tutto privata che, in nessun modo, rientra ointerferisce con la mia attività universitaria. Potrei fare un lungo elenco di docenti italiani e stranieri che dispongono di una loro pagina privata sul web, senza entrarenel merito dei loro contenuti. Lo stesso giornalista Marco Pasqua, quando non scrivesu “Repubblica”, ha un suo proprio blog, dove non fa certo mistero delle posizionipolitiche che gli sono proprie, e che egli reputa – evidentemente – insindacabili, e tali da non poter essere criticate.
11°) Come già per altri termini da me usati, il Relatore, prof. Lanchester, sembrasuggestivamente caricare di negatività l’uso dell’espressione
«semplice ‘sterminio’ di popolazioni…»,
dove, per fortuna, gli apicetti dovrebbero essere originali miei, quasi lasciandotacitamente intendere che, per me, uno ‘sterminio’ ovvero un genocidio non siaqualcosa di estremamente grave, il più grave di tutti i possibili crimini. Probabilmentel’espressione è infelice, ma non potevo immaginare che sarebbe poi finita, anni dopo,in un fascicolo investigativo. Se l’espressione può essere infelice, ho però bene inmente cosa intendevo effettivamente dire. Nella mia biblioteca si trova un libro dal titolo: Il secolo dei genocidi, dove è fatto un elenco ed una tipologia dei genocidi registrati come tali in tutta la storia del Novecento. Conosco anche un altro titolo chefa la storia dei massacri e dei genocidi durante gli ultimi 2000 anni. Per fare solo alcuni esempi, recenti, lo storico Ilan Pappe spiega in un suo libro, che sta suscitandoforti reazioni in tutto il mondo, “La pulizia etnica della Palestina”, avvenuta nel 1948,che la “pulizia etnica” è equiparata nella più recente legislazione internazionale ad unvero e proprio “genocidio”, che chiaramente si distingue dallo “sterminio”: cioè, dalla semplice uccisione di popolazioni mediante uso di armi convenzionali. Altro esempio, indicato dalla normativa ONU come forma di “genocidio” è la decapitazione delle classi dirigenti di un popolo mediante uccisione mirata e sistematica di tutti i suoi capi e leaders. Per non parlare, poi, della più recente ricerca in campo militare biologico, dove sulla base della mappatura del genoma, sembra si stiano individuando virus patogeni che dovrebbero selettivamente colpire determinateetnie, escludendo le altre. Si potrebbe perfino concludere che il “genocidio semplice”,mediante ‘sterminio’ fisico, difficile da occultare, è sempre meno praticato, preferendosi altre forme più discrete ed al riparo dall’attenzione dei media (controllabili) e soprattutto dalla reazione della comune coscienza morale: morte perfame e malnutrizione (oltre due miliardi di persone, nel mondo), malattie e mancato soccorso medico, epidemie procurate, avvelenamento e contaminazionedell’ambiente, pulizia etnica, decimazione e decapitazione di gruppi etnici, ecc. È diquesti giorni la notizia che in Gaza come conseguenza della contaminazione ambientale dell’operazione “Piombo fuso”, giusto un anno fa, si siano già registratele prime nascite di bambini deformi o affetti da tumori. Se sopravviveranno, porteranno per tutta la vita le stimmate di un ‘genocidio’ che non potrei certo considerare ‘semplice’ e che non so come altrimenti definire, mancando nel lessicocorrente un’espressione standardizzata. Ma qui soprattutto si tratta di una divisione delle coscienze su un fatto storico contemporaneo della nostra quotidianità, dove con tutta la sua forza bruta agisce la politica, volta a condizionare l’opinione e laformazione della coscienza morale.
12°) Orbene, astraendo da qualsiasi contesto di luogo e di tempo, per non so qualifini, il Relatore prof. Lanchester introduce l’espressione «semplice ‘sterminio’», dicui nessun accenno è stato fatto nelle nostre conversazioni e di cui non possodeterminare il senso che lui voglia dare. Lo stesso dicasi per tutte le altre espressioni,artatamente riprese dai miei blogs personali, e caricate di oscuri e sinistri significati,ma senza che esse mi siano mai state direttamente ed esplicitamente contestate.
13°) Riguardo al mio pensiero, sarei nondimeno lieto di poter discutere le miemodeste opinioni con chiunque ritenga che esse meritino attenzione: possibilmente,non in una sede disciplinare. Ma, nella sua specifica funzione di Relatore, il prof.Lanchester – incaricato soltanto di accertare l’addebito rettorale in merito al fatto se io avessi o non tenuto Lezioni sull’olocausto all’Università – non mi ha tuttavia contestato nessuna mia opinione, che fuori dell’ambito dell’art. 21 della Costituzione,possa costituire uno specifico ed ulteriore titolo di addebito, peraltro mai specificato.Pertanto, appaiono illazioni, tanto gratuite quanto infondate, le ricostruzioni sulle mie «posizioni personali», chiaramente diverse e antitetiche, sul piano politico, a quelle del prof. Lanchester. È infine sorprendente che il Relatore, più di me esperto diinternet, non abbia individuato il brano, da lui riportato, in tutto il suo contesto di unarticolo molto più ampio, presente in rete da circa tre anni, e di cui mi ero perfinodimenticato. Non avrebbe dovuto dar credito al quotidiano “La Repubblica” – per opera di un suo giornalista, politicamente schierato – interessato a realizzare il suo “scoop” scandalistico, a danno di un suo avversario. Leggendo il mio articolo nellasua interezza, infatti, vengono meno tutte le congetture sollevate dal Relatore, edappare plausibile quel “dibattito” (su un blog personale), a cui il titolo espressamente rinviava.
14°) Nella documentazione allegata al Procedimento (qui, All. n° 8) – non tanto perillustrare la risposta al semplice quesito di addebito, risolvibile con un semplice “si” o “no”, ma quanto per offrire un esempio di stralcio di «posizione personale», si trova del materiale pubblicitario riguardante una campagna internazionale di boicottaggiodello Stato di Israele, sul modello di una prassi, non violenta, già in uso nellavittoriosa campagna contro il regime di Apartheid sudafricano. Un siffatto materialenon è per nulla pertinente alla Nota di addebito e si tratta di etichette adesivepubblicitarie illustrative di alcuni articoli del blog. Altro materiale allegato è del parinon pertinente e sarebbe qui macchinoso doverne trattare analiticamente.
15°) Trovo invece strumentale che nella individuazione e descrizione di una miapresunta «posizione personale» venga totalmente omesso, nessuno accenno sia fatto, alla «posizione personale» effettivamente da me espressa e caratterizzante nel casoaddebitatomi, e cioè: mentre mi dichiaro estraneo ed incompetente in merito al«cosiddetto negazionismo», esprimo e rivendico invece, in qualità di filosofo deldiritto – oltre che come cittadino – il mio attivismo per la strenua difesa del principiocostituzionale della libertà di pensiero e di ricerca, che occorre riconoscere,incominciando dai più deboli e meno protetti. Avevo perfino quantificato in circa
15.000 il numero delle persone che nella sola Germania ogni anno vengono perseguiti penalmente per meri reati di opinione, contrari alla lettera e allo spirito, non solo della nostra Costituzione (art. 21), ma anche alla Dichiarazione universaledei diritti dell’Uomo e alla stessa Carta europea dei diritti. Di questa mia «posizione personale», più volte da me evidenziata e pubblicamente espressa, non è fatto nessuncenno dal Relatore prof. Lanchester, che si è limitato, purtroppo, ad assecondare una campagna di stampa arbitraria e diffamatoria contro la mia persona senza che vengano mai riportate le mie smentite e le mie precisazioni. Secondo un “copione”ben collaudato, è risaputo che la strategia ordinariamente seguita da questo genere didiffamatori, tenta di collocare l’accusato di turno (cioè, me) su un piano del discorso che essi stessi hanno scelto (cioè, il “negazionismo”), obbligando il loro interlocutorea stare necessariamente sulla difensiva. Il piano di discorso che io, da almeno tre anni, tento di intavolare, è invece un’altro: la difesa del principio della libertà dipensiero, sempre e comunque. Che io non sia o almeno non mi dichiari un “negazionista” – termine moderno per indicare la «strega», l’«eretico», l’«untore», etc. – è stato detto, tre anni fa, in modo inequivocabile, almeno due volte nel testointernet che il prof. Lanchester ed i falsificatori de “La Repubblica” – quotidianocontro il quale promuovo contestualmente azione legale – pur citano, senza leggere(un caso?) le righe seguenti e i paragrafi successivi che contraddicono e sconfessanoquanto pretendono di attribuirmi. In altre parole, si altera il senso di mie frasi testualie si tace del tutto la problematica che avevo inteso porre ed evidenziare: cioè, ilgrande pericolo che incombe in Europa ed ora, anche in Italia, sulla libertà dipensiero.
16°) Riguardo la mia collocazione non sul piano del “negazionismo” – dove artatamente ed abusivamente mi si vuole inserire – ma su quello della tutela dellalibertà di pensiero si trova nel fascicolo rettorale una corrispondenza (qui al mio All. n° 8) di cui non è chiarito per nulla il senso. Non si comprende perché stia nelfascicolo e non è data nessuna spiegazione. Non è neppure chiaro da chi sia stata allegata e perché. Tocca perciò a me darne qui una spiegazione. Terminata la presidenza di facoltà del prof. Lanchester ed iniziata qualche anno fa quella del prof.Rossi, mi ero io fatto promotore di una proposta associativa universitaria nazionaleed europea con sede presso la Facoltà di Scienze Politiche. Essa, riunendo personalità rappresentative, avrebbe dovuto occuparsi di un costante monitoraggio italiano ed europeo e quindi di iniziative a tutela della libertà di pensiero. Il tentativo, fortunatamente abortito, da parte del ministro Mastella di introdurre anche in Italia la legislazione tedesca, aveva lasciato non poche preoccupazioni in me e in parecchi altri colleghi. Avevo informalmente accennato la cosa al nuovo preside che non eraostile all’idea, pur ponendo qualche condizione operativa. Non avevo potuto però avanzare nella realizzazione del progetto, gravato com’ero dagli ordinari impegni.Paradossalmente, proprio l’orchestrazione di stampa, messa in piedi contro di me, suun inesistente caso di “negazionismo”, aveva creato una certa pubblicità ed erano giunte adesioni e sostegni che mi avevano fatto ripensare a questo precedenteprogetto, oggi più attuale che mai. Da varie università italiane, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna e da altri Paesi si è manifestata una sensibilità al problema epure avvertita la necessità di fare qualcosa. È a tutti perfettamente chiaro che non sitratta qui di “negazionismo”, ma di difesa della libertà di pensiero, certamenteminacciata e in serio pericolo. Voglio sperare che – come si suol dire – non tutto ilmale venga per nuocere, e cioè: concluso al più presto il presente procedimentodisciplinare, acclarata la mia assoluta innocenza rispetto all’addebito e ad ogni altrainsinuazione, possa prendere corpo ed impulso quella che era finora solo un’idea ingestazione. E che sia proprio l’Università di Roma La Sapienza e la Facoltà diScienze Politiche a farsi promotrice e sede istituzionale di una grande aggregazione europea per il Monitoraggio costante e la Difesa della libertà di pensiero e di ricerca in tutti i luoghi dove essa appare violata o minacciata. La corrispondenza intercettataed allegata al fascicolo rettorale aveva ed ha questo senso e nessun altro: creare una mobilitazione in difesa dei valori costituzionali contenuti nell’art. 21 dellacostituzione. È probabile che in un clima di caccia alle streghe vi sia stato qualche malinteso, del tutto ingiustificato.
17°) Per riassumere e per una migliore intelligenza del mio testo, che è stato allegato al suo rapporto dallo stesso prof. Lanchester, trovo utile riportarne integralmente ilcontenuto, per poi ricapitolarne la manipolazione messa in atto da “La Repubblica”.Così recita il breve testo che è stato successivamente e completamente stravolto, nelsuo senso letterale, dal giornalista Pasqua de “La Repubblica”:
«Il tema del “cosiddetto olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.Per l’uso dell’espressione “cosiddetto olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!
Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuolealludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’olocausto il neostato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti,si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».
Il testo sopra riportato si trova nel corpo di uno degli oltre 1300 articoli di cuiconsistono i due blogs qui citati, su circa una trentina complessivi, e in quel contestovanno interpretati. L’articolista de “La Repubblica” si è esclusivamente limitato a citarne il titolo: «La leggenda dell’olocausto: riapertura di un dibattito» senza minimamente darsi la cura di leggere ciò che sotto quel titolo era scritto. Non soddisfatto di ciò, ha alterato il mio titolo che è diventato per “La Repubblica”: «L’olocausto è una leggenda», titolo che è un vero e proprio falso, che si accompagna ad altro falso: “shock alla Sapienza”, uno shock, in realtà, creato ad hoc dallo stesso quotidiano, non esistendo né il giorno prima né mai nessuno “shock” come conseguenza delle mie Lezioni, che peraltro – come ho già accennato – non erano in corso durante il mese di ottobre, ma erano terminate, in maggio, nel semestre precedente. Una simile titolazione altera il senso inequivocabile di quanto da mescritto poco sotto il titolo anni prima: i miei «intendimenti non erano di “negare” alcunché», richiamando una vecchia polemica già intentata circa tre anni or sono dauna veemente, volgare e faziosissima testata della Rete, nel cui archivio ha attinto ilgiornalista Marco Pasqua, che scrive anche su “La Repubblica”, ma che ha – nella Rete stessa – una sua ben individuabile appartenenza e militanza politica. Questatestata è stata da me monitorata da quando avevano incominciato ad attaccarmi, proprio sul solo titolo in questione, senza neppure curarsi di leggere ciò che sotto iltitolo era scritto. Nessuno degli storici revisionisti, che io sappia, nega l’esistenza della tragedia dei campi di concentramento. Gli aspetti storiografici controversi, mipare, riguardano singole problematiche, su cui non ritengo di dilungarmi in questa sede. Ma a parte il merito delle questioni storiche, la mia annunciata escursione ditesti revisionisti aveva uno scopo preminente: stabilire se l’avere scritto dei meri testi di critica storica poteva meritare la prigione, oltre che la “gogna”, ai loro autori. Lamia conclusione è che l’attività di critica storica di eventi, ogni anno sempre piùremoti, rientra perfettamente nell’attività lecita e costituzionalmente garantita dagliartt. 21 e 33 della nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei dirittidell’Uomo, dalla Carta europea. Orbene, allo stesso modo in cui “La Repubblica” si èinventata di sana piana l’espressione a me attribuita «L’olocausto è una leggenda»,suscita pure ambiguità l’espressione «cosiddetto olocausto», di cui nella Relazione.Se il prof. Lanchester mi avesse reso edotto prima, gli avrei mandato l’articolo diSion Segre Amar, pur presente nel mio blog e dove era chiarito il senso del termine.
Del resto, l’espressione in sé è filologicamente neutra ed io mai avrei immaginato didoverne rispondere in una sorta di processo alle intenzioni. In altra epoca, un Censoredisse della «Divina Commedia» – non avendo letto altro che il titolo – che trattavasi di blasfemia facendosi “commedia” di cose “divine”.
18°) Secondo la migliore giurisprudenza – rinvio al “caso” francese di Edgar Morin,sul quale non posso attardarmi – il senso di un pensiero si deve ricostruire in tutto il suo contesto. La maggior parte degli oltre miei 1300 post, rimasti spesso allo stato dibozze abbandonate, nei soli due blog personali citati, concernono soprattutto la problematica della libertà di pensiero in tutte le situazioni concrete in cui essa appareminacciata e/o conculcata. In sostanza, esprimo le mie opinioni politiche in libertà esenza timori, fiducioso nella solidità della nostra democrazia. E, come militante politico, ho inteso esercitare uno specifico e aggiuntivo diritto di critica politica.Atteso il mandato da lui ricevuto per la verifica dell’addebito (“aver o non avertenuto Lezioni...”) non riesco a capire la pertinenza del materiale da lui allegato. Adesempio, quello relativo ad un articolo da me ripreso da un organo di stampa e,quindi, commentato, dove si parla di clandestini provenienti dal Sudan che vengono non “accolti” alla frontiera di Israele, ma uccisi a fucilate – sia pure da Egiziani – e seppelliti davanti ad un cimitero israeliano. Il fatto è stato da me commentato,certamente con indignazione, ma non capisco proprio perché il prof. Lanchester abbia pensato di allegare al fascicolo quel mio testo. Rilevo con forza come ciò non sia pertinente con il suo mandato di verifica dell’addebito: “avere o non avere io tenuto Lezioni sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica”.
PQM
Per questi motivi, sopra sommariamente elencati, ritengo accettabile la Relazione del prof. Lanchester solo nella parte in cui si limita a riferire in merito al quesito posto dall’addebito rettorale, e cioè nella constatazione del non aver mai io tenuto Lezioni agli studenti in materia di olocausto, atteso che bastava leggere il calendario deicorsi per constatare che in ottobre io non svolgevo nessuna attività didattica; mentreritengo inaccettabile e inammissibile la parte dove egli, in modo erroneo, non vero einattendibile, descrive mie «posizioni personali». In particolare, è totalmente erronea,infondata, non pertinente l’attribuzione dell’espressione «cosiddetto olocausto», a meattribuita, nonché la ricostruzione del senso di altre espressioni, totalmente sganciate dal loro specifico contesto. Ritengo, in fine, completamente infondato, in fatto e diritto, l’addebito a me mosso dal Rettore, al quale ero disponibile a dare tempestivi chiarimenti e rassicurazioni di ogni genere, qualora mi avesse semplicemente chiamato.
A riprova di quanto da me espresso, riguardo il contenuto dei miei corsi e delle mieLezioni, si potrebbero chiamare a testimoniare sia la già citata titolare della cattedradi Filosofia del diritto, prof. ord. Teresa Serra, sia i colleghi che nel corso degli annihanno fatto parte delle commissioni di esami, sia gli studenti che si riescano a
rintracciare. Con riserva finale lasciata ai miei legali – Avv. Teodoro Klitsche de laGrange e Avv. Aldo Costa – di rappresentare, riformulare e illustrare meglio in tuttele sedi competenti e opportune quanto da me qui espresso.
In fede Antonio Caracciolo Roma, 5 gennaio 2009
PARTE TERZA
Allegato del testo di querela penaleal giornalista Marco Pasqua e al Direttore Ezio Mauro
– Mi resta ancora da decidere, nei termini dei 90 giorni che decorrono dal 22 ottobre 2009, se siaopportuno aggiungere all’azione civile già avviata anche l’azione penale. Il presente testo è comunque utile per una descrizione dei fatti.
Al Commissariato di P.S. presso l’Università di Roma “La Sapienza”
Oggetto: querela per creazione e diffusione di notizie false e tendenziose e di conseguenza, per diffamazione, contro il giornalista di Repubblica Marco Pasqua e contro il direttore Responsabile Ezio Mauro.
In data 22 ottobre 2009 usciva sul quotidiano a tiratura nazionale “La Repubblica”, inprima pagina e a pagina 25, un articolo (che si allega) di Marco Pasqua, che lo immette poi in rete, nel suo blog, facendolo circolare in numerosi siti.
In merito al suddetto articolo non è qui presentata querela contro le palesifalsificazioni e caricature del mio pensiero, ma è invece oggetto della presentequerela il fatto che il Pasqua ascrive a contenuto delle mie Lezioni all’università diRoma La Sapienza quanto da lui stesso e solo da lui artatamente ricostruito in assenza di ogni mio contesto e mio contradditorio.
In non ho mai detto ai miei studenti, o in sede universitaria, la frase virgolettata daRepubblica: “L’olocausto è una leggenda” né che «l’olocausto non esiste» né simili espressioni si trovano mai neppure scritte nei miei blogs pur citati da Pasqua. Anzi sitrova il contrario.
Il giornalista Pasqua irride sul fatto che io abbia numerosi blogs privati, su un server e un sito che non è dell’università. Su oltre trenta blog ve n’è ad esempio uno diarchivistica parrocchiale, dove vado digitalizzando l’anagrafe storica. Ebbene, lastoria della parrocchia non è certo argomento delle mie Lezioni di filosofia del dirittoall’università di Roma La Sapienza! Ognuno di noi, fuori servizio, ha pieno dirittoalla sua vita privata, dove può dedicarsi – se crede – tanto all’attività politica quantoal giardinaggio, all’archivistica, alla fotografia, alla storia locale, alla filosofia, etc.
Nella titolazione de “La Repubblica” si dice grottescamente che vi sarebbe stato uno «Shock alla Sapienza», intendendo e facendo intendere: a causa delle mie Lezioni.Fino al giorno prima dell’uscita dell’articolo de “La Repubblica” alla Sapienza non viera proprio nessuno “shock”; esso è stato creato ex nihilo, dal nulla, solamente da “La Repubblica” come conseguenza delle falsità pubblicate, diffuse, amplificate da unarete di complicità. Il grottesco è che io, in ottobre, non svolgevo nessuna attivitàdidattica, essendosi il mio corso concluso nel mese di maggio, nel semestre precedente. Nei giorni dello “shock”, che sarebbe stato da me causato, non ero neppure presente all’università!
Che non sia solo un problema di titolazione, dovute al “titolista”, ma si tratti di operadello stesso Pasqua lo si evince dalla frase testuale del suo articolo, dove egli scrive:«C’è da chiedersi, allora, se tra i suoi studenti… qualcuno si sia mai ribellato». Tra imiei studenti nessuno si è mai “ribellato” perché non hanno mai sentito da me le cose che il giornalista Pasqua mi ha attribuito. Non so che faccia abbia il Marco Pasqua,ma il suo nome non risulta dal registro dei miei studenti.
Non sono certamente miei studenti, ma suoi lettori, gli ignoti che sui muri della miaFacoltà hanno affisso manifesti istiganti al mio omicidio o a percosse. Ho già presentato al riguardo separata querela contro ignoti. Dal procedimento amministrativo, seguito dell’articolo del Pasqua, è subito emerso che da me non sonomai state fatte le Lezioni (olocausto, Priebke, leggi razziali, etc.) che Pasqua miattribuisce. La malafede del Pasqua emerge dallo stesso articolo de “La Repubblica” dove è fotograficamente riportato parte di un mio blog privato il cui titolo esatto è:«La leggenda dell’olocausto: riapertura di un dibattito», risalente al 21 ottobre 2006.
Nella parte tagliata del suddetto testo, poche righe più sotto, è detto espressamente ilcontrario di quanto Pasqua riporta ed è spiegato anche il significato del termine “leggenda”. Il Pasqua in sostanza ha attinto all’archivio di un sito denominato«Informazione Corretta», con il quale vi era stata appunto nel 2006 una polemicaextra-universitaria di cui, se occorre, riferirò ampiamente agli organi inquirenti.
Ripetesi: oggetto di questa querela non sono le falsificazioni e le manipolazioni del Pasqua, quali che siano, riguardo il mio pensiero politico e filosofico, ma il fatto che egli abbia indicato simili grossolane manipolazioni, proprie dello stesso Pasqua,come oggetto delle mie Lezioni, il cui contenuto è invece quello risultante daiprogrammi affissi nonché dai verbali di esame.
In altri termini, il Pasqua ricostruisce, falsificandole, mie private opinioni, in quantotali peraltro lecite e protette dall’art. 21 della costituzione, opinioni espresse in blogspersonali (“Club Tiberino” o nella Societas “Civium Libertas”), e ne fa oggetto delmio insegnamento universitario, quindi mi denigra non per le mie private opinioni, espresse privatamente ovvero in sede extrauniversitaria, ma in quanto docente universitario, che avrebbe utilizzato indebitamente la sua funzione per propagandare tesi abominevoli, se non criminali, circa tematiche estranee alle discipline insegnate.
La malafede della campagna diffamatoria risulta ancora dal fatto che, in violazionedelle leggi sulla stampa, il quotidiano “La Repubblica”, ovvero lo stesso Pasqua, nonha voluto pubblicare la mia tempestiva smentita, ed in tal modo propagando la falsanotizia dell’avere tenuto io fantomatiche Lezioni alla Sapienza, cui subito seguival’affissione di manifesti velatamente inneggianti al mio omicidio.
Chiedo pertanto la punizione dei colpevoli in relazione al reato di diffamazione amezzo stampa e per ogni altra ipotesi delittuosa dovesse esser ravvisata nei comportamenti sopra descritti.
Chiedo di essere avvisato ex art. 406.3 dell’eventuale richiesta di proroga del termine delle indagini preliminari cpp, nonché, ex art. 408.2 cpp, nel caso in cuiil PM ritenga di avanzare richiesta di archiviazione.
In fede Antonio Caracciolo Allegati alla Querela.
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