domenica 26 giugno 2016

Per una storia del Movimento Cinque Stelle: 1. Gaetano Vilnò e la Revolution.

Home | Prec. ↔ Succ.
«Per una storia del Movimento Cinque Stelle» vuole essere una storia in progress di un Movimento costituitosi ufficialmente il 4 ottobre 2009. Nato nel Nord Italia viene alla ribalta con le elezioni comunali di Parma nel maggio 2012, con le elezioni regionali siciliane dell’ottobre 2012, dove il M5s risulta essere il primo partito, lasciando prevedere il risultato delle elezioni politiche nazionali del febbraio 2013. La storia del M5s è costellata di “casi” e da domande sulla sua organizzazione e sul ruolo della Casaleggio Associati. Di certo non è un Movimento che erige barricate e occupa piazze, o partecipa a scontri di strada, ma ha come suo obiettivo principale se non unico la partecipazione alle competizioni elettorali: è dentro il sistema anche se ai suoi inizi amava apparire come anti-sistema, antipolitico, rivoluzionario. Tutto il potere dei vertici si concentra nella inclusione/esclusione dalle liste elettorali. Il suo successo politico ha delle analogie con ciò che seguì a Mani Pulite, fenomeno caratterizzato da una esplosione di scandali. Da allora è un succedersi di sigle politiche,  ma senza che la situazione complessiva del Paese sia andata migliorando, o abbia cambiato di segno. Poiché la Rete è stato il punto di partenza del M5s, è dalla Rete che attingeremo tutte le nostre notizie, cercando di discernere il grano dal loglio.
CL

Gaetano Vilnò
 La memoria di ognuno di noi si conserva in quanto viene alimentata e rinnovata di continuo. Con un processo inverso viene anche cancellata. Non si parla più di una persona o di un evento ed in questo modo quella persona scompare o l'evento viene dimenticato. Pur nella breve storia del M5s, sono ormai tanti i fatti da ricostruire e descrivere. È quel che cercheremo di fare ricorrendo alla fonte delle fonti: la Rete. In ordine causale, la prima figura che getta luce su ciò che il M5s è stato, è e diviene è quella di Gaetano Vilnò. Faremo qui di seguito una raccolta di links, riservandoci a dopo una ricostruzione e analisi critica di come sia progressivamente scomparse persone che del M5s hanno fatto parte e costituiscono la sua storia. Ed hanno per questo anche dei diritti, dei crediti, che sarebbe ingiusto non riconoscere loro.

1. 10 settembre 2012. Da Parma: “Grillo ci teme”. - Cacciato dal M5s, Gaetano Vilnò, di Parma, ha fondato un movimento alternativo al quale ha dato per nome Revolution. Siamo al settembre del 2012. Al Forum di Revolution - si legge - si sono iscritti i principali esponenti italiani del Partito dei pirati, la formazione nata in Germania e ormai cresciuta ovunque. Non pare a quest’epoca che si siano contatti e buoni rapporti con Giovanni Favia. Vilnò adotta sulla rete anche il nome di Massimo Dini. Il giornalista Marco Severo non sembra voler dare credito a Gaetano Vilnò quando scrive “a suo dire” riferendosi al fatto che: Vilnò «nel 2009 fu nominato capo dell’allora lista civica 5 stelle parmigiana da Beppe Grillo in persona», affermazione vera o falsa, che però può essere facilmente smentita da Beppe, se Gaetano non ha una pezza d’appoggio per sostenerlo. Sappiamo come è fatto Grillo e quanto sia affidabile. Gaetano Vilnò a Parma veniva dunque prima che si parlasse di Federico Pizzarotti. Queste nel settembre 2012 le parole di Vilnò su Pizzarotti, da pochi mes sindaco di Parma: «Federico lo conosco bene, alle riunioni era molto timido – ricorda - non mi sembra ancora vero che oggi sia sindaco. Ma comunque non ce l’ho con lui, lui non conta niente, io voglio tagliare direttamente la testa della serpe», a dimostrazione del fatto che, in passato come pure oggi, nella “dissidenza” interna al M5s non regna la massima concordia degli animi e delle posizioni.

- E lasciamo allo stesso Vilnò il racconto di cosa successe per ciò che lo riguarda nel 2009: «“Capitò che altri attivisti del 5 Stelle di Parma – prosegue Vilnò - tra cui Marco Vagnozzi (attuale presidente del consiglio comunale, ndr) e Peppe Carpentieri, decisero di appoggiare un gruppo civico denominato ‘Per il bene Comune’. Mi opposi, dicendo che a me interessava presentarmi come 5 Stelle e basta”. Ne nacque secondo Vilnò una faida. “Vagnozzi e Carpentieri si rivolsero a Favia, il quale perorò la causa presso Grillo che alla fine mi cacciò dal 5 Stelle”. In particolare sarebbe stato lo studio di avvocati del comico a proibire a Vilnò di utilizzare il simbolo 5 Stelle. “Mi sentii tradito in modo subdolo, da allora me la sono legata al dito” ribadisce a proposito degli ortodossi di Parma e dello stesso Favia, così descritto: “E’ un furbacchione, ha tentato in modo goffo un colpo gobbo contro Grillo. Ma Grillo mica lo butti giù con un fuorionda su La7”. E invece come, di grazia? “Andando oltre Grillo, oltre la vecchia politica, oltre tutte le dispute che ci sono state fino a oggi. Siamo tutti stanchi di essere sottomessi a tutto, basta con Pd, Pdl, Udc e basta anche con Beppe Grillo”. Sul web i "revolution" sparano a zero su “un pirla con i capelli settecenteschi”: non saranno anche loro degli erogatori di invettive? “No – assicura Vilnò – noi non siamo solo protesta, siamo proposta, a noi interessa costruire”. Tra le persone iscritte al forum su Skype figurano, da Parma, anche l’ex candidata sindaco outsider Wally Bonvicini e Manlio Maggio, portavoce dell’orchestra Teatro Regio di Parma, la formazione musicale a sua volta messa alla porta del Regio da Pizzarotti. “I 5 stelle parmigiani mi accusarono di essere poi passato a La Destra di Storace, ma la notizia è del tutto infondata, è il classico sistema mediatico messo a punto per screditarti”. Partirà davvero da Parma, proprio da Parma, questa sorta di cannibalismo grillino?».

- Il sito sopra indicato, che contiene una intervista fatta da Marco Severo a Gaetano Vilnò ha in questo momento un Forum con 40 commenti che andiamo a leggere estraendo ciò che ci sembra più interessante ai nostri fini storici. Si tratta per lo più di insulti e offese rivolte a Vilnò, reo a prescindere per il fatto di essere rivoltato: il Partito non si tocca, secondo un modo di ragionare le cui radici trovo descritte nel romanzo ”Buio a mezzogiorno” di A. Koestler. Interessante e significato questo brano: «W GRILLO e W I 5Stelle. E se è Casaleggio a dettare le regole, ben venga, perchè sono corrette e a chi non piacciono, FUORI.», dove già appare la critica di opacità rivolta alla Casaleggio Associati, ma va bene lo stesso: “Tutto va bene, madama la marchesa”! - Una Francesca lascia questo commento che si distingue dagli altri in prevalenza oltraggiosi o sguaiati e indifferenti alle divisione interne del M5s già nel settembre 2012: «Grillo ha anche detto che Vilnò non aveva mai fatto parte del movimento, invece nel sito di Grillo del 2009 addirittura compare come capolista». Ma non abbiamo trovato il riscontro.

- A Vilnò viene contestato di essere stato candidato con la lista di Storace nelle elezioni regionali del marzo 2010, nella quale risulta in effetti candidato concorrente con il «Movimento 5 stelle - Beppegrillo.it». Erano allora candidati, nessuno eletto, nella circoscrizione di Parma: 1. Federico Pizzarotti con 457 voti; 2. Marco Vagnozzi 411 voti; 3. Fabrizio Savani 266 voti; Lucio Attilio De Lorenzi 118 voti.   Ma ciò che sembra a quest'epoca venirgli maggiormente rimproverato, in un video YouTube, l’affissione abusiva di manifesti elettorali della lista Storace dove compare anche il suo nome.

2. Liberiamo il Movimento Cinque Stelle. - È una descrizione al 6 marzo 2013 del sito Movimento Revolution che risale allo stesso Vilnò e assume pseudonimi comme Pinco Pallino. Sono interessanti alcuni brani che riportiamo: «Riteniamo che il MoVimento 5 Stelle rappresenti un grande esperimento politico di democrazia dal basso. Ahinoi le modalità con cui Grillo e Casaleggio controllano il MoVimento portano ad una condizione opposta, e contraria ai principi del MoVimento stesso: accentrare il potere nelle mani di due sole persone (Grillo e Casaleggio). Assistiamo in Italia alla strumentalizzazione della tecnologia per l’accentramento del potere, mentre all’estero esistono importanti esperimenti riusciti di democrazia dal basso che riescono a gestire l’intero processo decisionale e le attività di comunicazione in modo auto-organizzato e secondo ben precisi modelli funzionali volti a garantire il principio “uno vale uno”. Casaleggio e Grillo esercitano questo potere attraverso due principali modalità:
– attraverso la gestione esclusiva, non trasparente e privata dei sistemi informatici
– attraverso il mantenimento esclusivo del diritto di comunicazione esterna.
Se fosse veramente un sistema democratico proveniente dal basso, Grillo e Casaleggio lascerebbero che il MoVimento 5 Stelle si autodetermini, guardando a grandi esperienze di democrazia (liquida)come quella tedesca del Partito Pirata Tedesco dove:
– la comunicazione esterna è “cosa di tutti” ed affidata al principio secondo cui “tutti gli iscritti sono portavoce”
– i sistemi informatici e le basi dati degli iscritti sono gestiti in modo trasparente dalla comunità, e non da un soggetto privato che ne possiede sia i dati che il software.
Osservando queste due differenze si può comprendere quale grande potere e controllo Grillo e Casaleggio esercitano in modo diretto e indiretto sul MoVimento 5 Stelle, attribuendosi leadership e arrogandosi diritti che non sono loro: questi diritti infatti appartengono al solo MoVimento 5 Stelle fatto di cittadini».

3. Ora denuncio Grillo. - La data è il 21 novembre 2012 e sono descritti i contenuti e gli estremi di una querela presentata da Gaetano Vilnò. È interessante, ai nostri fini, come nel contesto generale affiori il nome di ”Per il Bene Comune”, che incontriamo anche nella vicenda relativa ai coniugi Montanari / Gatti ed al loro microscopio. Non sappiamo quale sia stato l’esito della querela.

4. Registrazioni AUDIO: a) sul soft liquid feedback; b) ampia intervista radiofonica (non leggo la data, ma prima delle elezioni politiche del febbraio 2013) in Radio Roma RM a Gaetano Vilnò in tre parti: la prima (10.04), dove si apprende che Vilnò era presente al Teatro Smeraldo il 4 ottobre 2009, quando Vilnò chiedeva a Grillo chi avesse redatto il programma: nessuno lo sa, certamente non è stato redatto dal basso; - la seconda (10.16): Beppe Grillo un demone vestito da santone; la mia colpa: ho convocato una riunione senza il suo permesso;  - la terza: ha scritto 35 email senza avere mai risposta o meglio solo una diffida; Beppe Travaglio è un uomo di Beppe Grillo; e VIDEO: a) Vilnò accanto a Scilopoti in un convegno sui temi bancari in una intervista di Giovanna Canzano (22 dicembre 2012): al convegno su temi bancari mi sembra di ricordare che ci fossi anche io, parlando però sui temi della libertà di pensiero; non ricordo però di aver fatto conoscenza con Gaetano Vilnò, che solo in occasione di questo mio post viene alla mia attenzione; b) video clip sul Movimentorevolution.it -

5. Movimento Revolution. Il partito dei grillini evoluti si organizza. - Siamo alla data 23 ottobre 2012. Si legge che «hanno fondato un gruppo dal nome “Movimento Revolution” molto attivo sul web, su Facebook, su YouTube». L’iniziativa è dovuta a Gaetano Vilnò di Parma e Francesco Vicari di Palermo. La loro “scissione” precede quella di Giovanni Favia, ma fra di loro non risultano all’epoca contatti e collegamenti.

Montanari, Vilnò, Monteleone
6. A Parma arriva il Partito del Pirati: “noi siamo la democrazia diretta”. - Siamo al 29 settembre 2012, Parma Today, articolo di Maria Teresa Improta, con titolo e sottotitoli: «A Parma arriva il Partito dei Pirati: “Noi siamo la democrazia diretta” Monteleone membro del consiglio europeo del Partito dei Pirati ha inaugurato ieri la nascita a Parma di una nuova sezione. Presenti Stefano Montanari nanopatologo di fama internazionale e il dissidente grillino Gaetano Vilnò. "La nostra piazza è telematica"». È una rappresentazione del Partito dei Pirati, radicato soprattutto in Germania. Una foto raffiguara insieme Stefano Vilnò e Stefano Montanari, noto per la sua vicissitudine con Beppe Grillo a causa di un microscopio. Su Vilnò si legge: «Gaetano Vilnò ex grillino noto alle cronache per aver diffuso i meccanismi sottesi alla gestione del Movimento 5 Stelle organizzando l’incontro di ieri ha così dato vita alla cellula parmigiana del Partito dei Pirati dichiarando che: “da questo momento tutto il movimento revolution confluisce nel Partito dei Pirati”. Prossimi obiettivi: le elezioni parlamentari italiane e le europee del 2014».

7. Il presunto ex grillino epurato. - Siamo all’8 marzo 2013 e Vilnò assume una posizione sull’inceneritore di Parma. Continua la denuncia da parte di Vilnò di una mancanza di democrazia all’interno del M5s.

8. Di chi è il sito deputati5stelle? - Siamo al 6 marzo 2013 e si pongono problemi di identità e di siti e di loro amministratori. Le questioni toccate non ci interessano se non per il fatto che già in questa data viene posto il problema della democrazia interna al M5s, argomento che sarà costante nel tempo insieme a quello della opacità e del ruolo della Casaleggio Associati.

9. La rivincita degli anti-grillo. - La pagina web reca la data del 12 settembre 2012. Ciò che oggi interessa è che nel testo si parla dell’esistenza di anti-grillino già nel 2009: «LA NASCITA NEL 2009. Gli anti-Grillo hanno mosso i primi passi nel 2009. “Ma abbiamo voluto consapevolmente rimanere nell’ombra”, spiega il fondatore del contro-movimento, Gaetano Vilnò, “per poterci organizzare e strutturare”. Pure Vilnò, 38enne di origine parmense, rientra “nel lungo elenco delle persone cacciate da Beppe Grillo” perché tacciato di essere un infiltrato di destra. “Nel 2009, con una lettera dello studio legale Squassi”, racconta, “sono stato messo alla porta. E come me centinaia hanno ricevuto comunicazioni simili dagli avvocati ingaggiati da Grillo. Oggi è cambiata solo la strategia e il comico epura la gente direttamente dal suo blog. Evidentemente”, ironizza, “ha capito che lo studio legale è troppo dispendioso”». - In pratica, la contestazione nasce già alla data ufficiale dell’atto di nascita del M5s, il 4 ottobre 2009. Incredibilmente compare tra i possibili contatti anche il nome di Matteo Renzi, sindaco di Firenzi, ma non dobbiame però stupirci se è a tutti noto il mancato contatto di Beppe Grillo con Fassino, sindaco di Torino.

10. Apprendiamo dalla stampa. - Siamo al 3 settembre 2012 e si tratta di un articolo de il Fatto Quotidiano, che gi allora prestava particolare attenzione al M5s. Ne riporto integralmente il testo, con i virgolettati originali racchiuse nelle nostre: «“Apprendiamo dalla stampa che un gruppo di fuoriusciti del MoVimento 5 Stelle, uniti sotto il nome ‘movimento revolution’, si sia organizzato presentando un esposto all’Agcm, aprendo una crepa all’interno del MoVimento stesso. Precisiamo che non esiste nessun gruppo organizzato operante sotto il nome di ‘movimento revolution’ benché meno composto da fuoriusciti del MoVimento 5 Stelle”. Così, in un post sul blog di Beppe Grillo, il M5s dell’Emilia Romagna nega una spaccatura dentro il movimento. “Esiste invece – spiega M5s – un sito con tale dominio, gestito ad personam da Gaetano Vilnò, personaggio che purtroppo ben conosciamo da anni e che mai ha fatto parte del MoVimento 5 Stelle. Vilnò tentò nel 2009 di appropriarsi privatamente del logo M5S di Parma, con 3 anni di anticipo sulle elezioni comunali. Scoperto e segnalato dal Meetup locale, fu tempestivamente bloccato grazie all’intervento dello staff. Nel 2010, non trovando sponda nel gruppo che organizzava le liste alle elezioni regionali dell’Emilia Romagna, si candidò con la Destra di Storace. Durante la campagna elettorale si rese protagonista di diverse violazioni alle norme vigenti”. “Ci stupisce come i media possano dare credibilità ad un personaggio del genere, che mai ha avuto a che fare col MoVimento 5 Stelle, conclude il post.». - Non è però chiaro l’interesse da parte del M5s Emilia Romagna a dichiarare inesistente un movimento terzo e soprattutto a negare l’esistenza di fuoriusciti dal M5s, che ipoteticamente ben potrebbero riunisci in un’altra aggregazione costituita ad hoc, conservando lo spirito del M5s dal quale sarebbero usciti. Forse lo voleva già allora scongiurare. Queste aggregazioni esistono oggi ed il loro problema è che non riescono a superare soglie minime. Gratuito anche l’intento diffamatorio, se l’intenzione era di negare l’esistenza “movimento revolution”.

- L’articolo ha un Forum (chiuso al 28 febbraio 2014) con 41 commenti. Interessante questa conversazione:
«– Il fatto che queste cose accadano, è il segno che il Movimento 5 Stelle è un temuto fenomeno di successo; tutto bene, dunque.
– Certo che è un fenomeno di successo. Allora iniziarono le epurazioni. Oggi 28 febbraio 2014 continuano ma allora come allora [oggi] uno non vale uno.»
E quest’altro di quattro anni fa: «Prima ti usano, poi ti scaricano, poi ti insultano e ti diffamano, poi dicono che con loro non hai mai avuto a che fare .... roba vekkia cari "grillini”…».
Un altro commento, sempre di quattro anni fa: «Questo specie di articolo assomiglia a una velina del partito personalistico di Grillo.E poi il falso quotidiano pretende di insegnare agli altri come fare informazione».
Dello stesso tenore, sempre quattro anni fa: «Ma questo è un comunicato del M5S o un'articolo della redazione? Mi sa che le due cose si sono mischiate». Ovviamente, vi è chi difende questo giornalismo comunicato.

11. Altri links. - a) Su Blitz quotidiano del 10 settembre 2012;
Post successivo.

Paolo Becchi: «Grillo è vivo e lotta insieme a noi».

Home | S A33 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano usciva l'  8 dicembre 2014. È un pubblico ringraziamento alla figura di Beppe Grillo, che ha innovato lo scenario politico italiano. Siamo ancora lontani dallo strappo che verrà. Resta tuttavia il problema della valutazione storica di un personaggio la cui parabola non è ancora conclusa. Un “rivoluzionario” che ha trasformato gli assetti socio-economici del Paese o un “reazionario” che si è sempre ascritto a suo merito l'aver impedito il sorgere di forze politiche estremistiche? Ma che vorrà poi dire estremistico?
 AC

Nell’ultimo periodo mi è capitato di criticare alcune scelte di Beppe Grillo e del M5S. Il mio voleva essere un monito contro il rischio di una deriva partitocratica che snaturerebbe il progetto politico del Movimento.

Oggi però vorrei dedicare questo post per ringraziare a titolo personale un uomo, che, con il suo coraggio e con la forza delle sue idee, ha cambiato per sempre la politica italiana. Un uomo che in questi giorni è sotto attacco non soltanto da parte dei soliti media di regime, ma addirittura anche da qualche esponente (miracolato) del movimento da lui stesso fondato. La gratitudine si sa non è una qualità molto diffusa in questo paese…

La democrazia può partire solo dal basso. Il nuovo ‘Rinascimento avrà origine nei Comuni’. Era il 7 febbraio 2008 e con il primo comunicato politico dal suo Blog, Grillo organizzava le liste per le amministrative di ottobre di quell’anno: la politica italiana non sarebbe stata più la stessa, travolta da uno tsunami di trasparenza, onestà e partecipazione.
Pubblicità

L’anno successivo, nell’impossibilità di partecipare alle Primarie del Partito Democratico e seguendo il buon consiglio di Piero Fassino – “Se Grillo vuol fare politica, fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende” – il Movimento Cinque Stelle iniziava la sua rivoluzione di democrazia diretta. Dopo lo tsunami tour del 2013, che sanciva la nascita definitiva di una vera e propria comunità, alle elezioni di febbraio M5S diventava la prima forza politica, merito che solo Napolitano non gli ha voluto riconoscere, preferendo le larghe intese pur di realizzare i dettami dei poteri forti dell’Europa.

Il Movimento entra comunque nei palazzi e con le Quirinarie, meraviglioso esempio di democrazia diretta, manda subito in tilt il sistema, costretto a sfidare la Costituzione nell’affidare un secondo mandato a ‘Re Giorgio’. Con la strenua difesa della Costituzione, la restituzione di 43 milioni di euro di finanziamenti pubblici e la drastica riduzione degli stipendi dei portavoce a sostegno delle Pmi, il biglietto da visita è rivoluzionario per un sistema abituato a ragionare in modo diametralmente opposto (Mose, Expo e MafiaCapitale sono solo gli ultimi tre esempi in tal senso). Poi dalla campagna elettorale delle Europee alla trattativa con Renzi alcuni errori, secondo me, sono stati commessi e li ho già evidenziati anche in questo blog.

L’incontro di ieri organizzato dal sindaco di Parma Pizzarotti con quelli che i mass media definiscono “dissidenti” si è contraddistinto per l’assenza di un qualsiasi gesto di gratitudine, di riconoscenza nei confronti di un uomo che, nonostante gli errori (e chi non ne ha fatti), ha sacrificato interi anni della sua vita per lasciare nel paese un’impronta indelebile di trasparenza, onestà e partecipazione. Un uomo che ha creato una comunità che rappresenta l’ultima chance per un paese sull’orlo dell’abisso. Niente di tutto ciò è stato ricordato a Parma, dove si è parlato di un passo indietro di Grillo che mai c’è stato e qualcuno ha chiesto addirittura di togliere il suo nome dal simbolo del Movimento. Di fronte a tale miseria umana è inutile spendere parole, ma mi si lasci esprimere un grazie sincero a Beppe Grillo per quello che ha fatto e continuerà a fare.

Paolo Becchi: «M5S, nessuna rivoluzione copernicana con il Comitato. Controlla ancora tutto Grillo».

Home | S A32 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano usciva il  24 dicembre 2014. Riguarda un tema come il Regolamento del M5s e il regime delle espulsioni. Veniva disposto la costituzione di un Comitato d'appello, la cui legittimità verrà contestata da tre attivisti che espulsi faranno poi causa, venendo reintegrati e dando impulso ad altre azioni civili in Tribunale, contro il Capo Politico del M5s, cioè lo stesso Beppe Grillo. Le note con asterico sono redazionali di CL, mentre le note numerate fra parentesi rinviano a link contenuti nel testo di Becchi.
 AC

Oggi il Movimento 5 Stelle vota un suo regolamento, il quale prevede, tra le altre cose, la costituzione di un Comitato d’appello (1) destinato a giudicare i ricorsi avverso i provvedimenti di espulsione. Viene anzitutto da chiedersi da dove venga l’urgenza di questo regolamento e perché sia stato previsto che la votazione online degli iscritti non abbia ad oggetto il regolamento stesso, ma soltanto la nomina di “due dei tre componenti di questo comitato all’interno di una rosa proposta di cinque persone“ (2). C’è chi ha parlato di “rivoluzione copernicana“(3)*. Affermazione non soltanto di per sé politicamente inopportuna (perché finisce per riconoscere implicitamente che, sino ad oggi, esisteva un sistema sbagliato e puramente arbitrario per decidere le espulsioni), ma anche in contrasto con quanto, da oggi, si prevede.

* È Luigi Di Maio.

Avevo già avuto modo, in occasione dell’espulsione dei deputati Artini e Pinna, di sottolineare le difficoltà e le incongruenze del Movimento e della sua disciplina delle espulsioni. Mentre, infatti, l’espulsione dal gruppo parlamentare è disciplinata dai regolamenti dei gruppi di Camera e Senato del Movimento, nulla – sino ad oggi – era previsto in merito all’espulsione dall’associazione (ossia dal Movimento, con la perdita della qualità di “iscritto”).

Si aveva, in tal modo, un doppio sistema:

a) per l’espulsione dal gruppo parlamentare, veniva (e viene tuttora) previsto che «i parlamentari del M5S riuniti, senza distinzione tra Camera e Senato, potranno per palesi violazioni del Codice di Comportamento, proporre l’espulsione di un parlamentare del M5S a maggioranza. L’espulsione dovrà essere ratificata da una votazione online sul portale del M5S tra tutti gli iscritti, anch’essa a maggioranza». Dunque, causa di espulsione è la «violazione degli obblighi assunti con la sottoscrizione del “codice di comportamento del MoVimento 5 Stelle in Parlamento”», mentre il procedimento per l’espulsione è interno al gruppo parlamentare (salvo la «ratifica» in rete da parte degli iscritti).

b) per l’espulsione dall’associazione, nessuna indicazione veniva, invece, data dallo Statuto del MoVimento (che all’art. 5 disciplina unicamente il diritto di recesso dell’associato), con la conseguenza che trovava applicazione l’art. 24 c.c., per il quale «l’esclusione d’un associato non può essere deliberata dall’assemblea che per gravi motivi; l’associato può ricorrere all’autorità giudiziaria entro sei mesi dal giorno in cui gli è stata notificata la deliberazione». Ciò implicava che, per l’espulsione di un associato, era necessaria la delibera dell’Assemblea del MoVimento.

Con il nuovo regolamento, le cose cambiano radicalmente.

Anzitutto, all’art. 4, vengono indicate specificatamente le tre cause di espulsione. 1. venire meno dei requisiti di iscrizione stabiliti dal “non statuto”; 2. violazione dei doveri previsti dall’articolo 1 del presente regolamento; 3. se eletti ad una carica elettiva, violazione degli obblighi assunti all’atto di accettazione della candidatura), laddove, prima, l’espulsione avrebbe potuto essere disposta unicamente per «gravi motivi».

Viene, poi, introdotta una procedura per l’espulsione. A disporre la sospensione dell’iscritto e la contestazione della violazione è, oggi, direttamente il «capo politico» del Movimento (Beppe Grillo). Avverso il provvedimento di espulsione – sempre disposto dal capo politico – , l’iscritto ha la possibilità, entro dieci giorni, di ricorrere al Comitato d’Appello, costituito con il regolamento.

Il comitato d’appello è composto di tre membri:

– 2 nominati dall’assemblea mediante votazione in rete tra una rosa di cinque nominativi proposti dal Consiglio Direttivo;

– 1 nominato direttamente dal consiglio direttivo.

Il Consiglio Direttivo è stato previsto fin dallo statuto del Movimento (artt. 11 e 13), e, con l’atto costitutivo dell’associazione Movimento 5 Stelle del 14 dicembre 2012, per i primi tre anni è stato stabilito che componenti del Consiglio Direttivo siano Beppe Grillo, in qualità di Presidente, Enrico Grillo, Vicepresidente, ed Enrico Maria Nadasi, Segretario (art. 7).

Dire che il meccanismo previsto sia, di fatto, interamente controllato da Grillo, appare pertanto un eufemismo. Egli, infatti:

a) nella sua qualità di capo politico, accerta il verificarsi di una causa di espulsione, sospende l’iscritto e provvede successivamente alla sua espulsione;

b) nella sua qualità di Presidente del Consiglio Direttivo, nomina direttamente 1 membro del Comitato d’Appello e stabilisce i nomi dei candidati entro cui scegliere gli altri 2 membri.

Appare paradossale che l’espulso possa ricorrere, contro il provvedimento di Grillo, ad un organo di “garanzia” composto da membri sostanzialmente decisi da Grillo stesso. Non solo: il regolamento prevede che «se il comitato d’appello ritiene insussistente la violazione contestata, esprime il proprio parere motivato al capo politico del MoVimento 5 Stelle, che se rimane in disaccordo rimette la decisione sull’espulsione all’assemblea mediante votazione in rete di tutti gli iscritti, la quale si pronuncia in via definitiva sull’espulsione». Se, pertanto – ma appare un’ipotesi inverosimile – il Comitato fosse in disaccordo con il capo politico, quest’ultimo potrebbe sempre ricorrere alla consultazione diretta sulla rete per ottenere l’espulsione dell’iscritto.

Resta, allora, da chiedersi se – rispetto alle vecchie “lacune” di prima, che venivano comunque integrate dal codice civile – questa nuova disciplina costituisca davvero una «garanzia» in più per gli iscritti, se realizzi davvero una «trasparenza» prima assente.

Certamente sarà sempre possibile, per l’iscritto, ricorrere all’autorità giudiziaria contro il provvedimento di esclusione (in quanto, in questa parte, l’art. 24 c.c. non è derogabile). Il problema, però, è che il controllo effettivo del giudice sarà, in ogni caso, molto limitato. Se, infatti, prima dell’approvazione del regolamento, il Tribunale avrebbe avuto il potere di verificare la legittimità sostanziale dell’espulsione con riferimento ai «gravi motivi». Oggi, in presenza di una specifica descrizione dei motivi ritenuti idonei a provocare l’esclusione dell’associato, la verifica giudiziale sarà destinata ad arrestarsi al mero accertamento della puntuale ricorrenza di quei fatti previsti causa di esclusione.

Il Movimento ha, di fatto, deciso dunque di dotarsi di propri interni meccanismi diretti a disciplinare cause e modalità dell’esclusione degli associati. Ciò non è contestabile, ed anzi – diremo – fisiologico per un’associazione che è un movimento di massa e di natura politica. Resta, però, il fatto che questi meccanismi non rispondono in alcun modo a quella logica di democrazia diretta che ha costituito l’ispirazione ultima ed il senso del Movimento. Somigliano, piuttosto, ai meccanismi tradizionalmente utilizzati dai partiti politici, al loro «centralismo» e alla decisione “presa dall’alto”.

sabato 25 giugno 2016

Paolo Becchi: «Quirinarie o ‘metodo Sciarra’? Questo è il problema»

Home | S A31 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano esce il  21 gennaio 2015. Si svolgevano allora i rituali quirinalizi, defatiganti e noiosi ai cittadini, che non scelgono direttamente il Presidente della Repubblica. Becchi è particolarmente attento al ruolo della Rete, che si annunciava come una innovativa forma di democrazia diretta per scadere poi sempre più in una mera ratifica di decisioni già prese dalla leadership nascosta del Movimento Cinque Stelle.
 AC

 Re Giorgio ha ufficialmente abdicato e ha lasciato ai suoi sudditi l’arduo compito di trovare un successore, anche se non si può escludere al momento che sia riuscito a trasformare il regno in una monarchia ereditaria.

Difficile avanzare qualsiasi previsione. Spesso l’elezione del Presidente della Repubblica è stata un terno al lotto e l’ultima è già passata alla storia per la sua anomalia costituzionale. All’epoca, mentre i partiti dimostravano tutta la loro incapacità, dovendosi alla fine arrendere al loro fallimento, il M5S inaugurò un metodo nuovo, del tutto conforme ai suoi principi: le Quirinarie. Il nome del Presidente doveva uscire dalla Rete, dal voto dei singoli attivisti, e così avvenne: ciascun iscritto certificato poteva indicare liberamente il suo candidato e alla fine uscì una lista di dieci nomi. Dopo la rinuncia alla candidatura dei primi due della lista, il terzo accettò: Stefano Rodotà. Nella Rete un’intelligenza collettiva fluida seppe mandare in tilt il sistema partitocratico.

Purtroppo nell’ultimo periodo la Rete per il Movimento Cinque Stelle da strumento efficace di democrazia diretta si è trasformata in strumento di ratifica di decisioni già prese. Questo è avvenuto, ad esempio, per l’elezione dei membri del CSM (almeno scelti su una rosa presentata dai parlamentari), ma ancora peggio è avvenuto con l’elezione di membri della Consulta, dove la Rete si è addirittura limitata a ratificare un voto di scambio con il Pd e così Zaccaria è finito al CSM e la Sciarra alla Corte costituzionale.

Mentre le Quirinarie entreranno nei libri di storia come primo meraviglioso esempio di democrazia diretta attraverso la Rete, il metodo Sciarra è tipico della vecchia partitocrazia che il Movimento Cinque Stelle si proponeva di combattere. E i risultati li abbiamo purtroppo visti con il voto decisivo di Zaccaria per la nomina di Lo Voi quale nuovo Procuratore capo a Palermo, un regalo a Napolitano e un autogol del Movimento nella sua battaglia contro mafia e corruzione.

Molti spingono il M5S a entrare nella partita per il Quirinale, a partecipare al gioco, magari per prendere il posto di Berlusconi e poi poter gridare alla vittoria quando dovesse vincere un nome proposto da Renzi, accettato dai portavoce e ratificato dalla Rete. La rielezione di Napolitano fu una tragedia nazionale, quella del suo successore sarà comunque una farsa. Nessuno dei nomi di cui tanto si parla in questi giorni potrebbe essere votato a testa alta dal M5S. E allora perché non cominciare seriamente a pensare alle Quirinarie? Un metodo che lascerebbe i partiti cuocersi nel loro brodo una seconda volta.

Il Movimento sembra essere attualmente bloccato dalla paura di avanzare un nome con il rischio di vedersi subito bruciare il proprio candidato. Insomma, meglio aspettare, puntando sul fatto che alla quarta votazione, dove è sufficiente la maggioranza assoluta, scoppi il caos e nel caos il M5S possa spuntarla. Ma anche qui la tattica non sembra delle migliori e non bisogna dimenticare che dopo la terza votazione per l’elezione del Presidente della Repubblica sarà sufficiente la maggioranza assoluta e non è affatto escluso che il Patto del Nazareno resista. Nel qual caso la sconfitta del M5S sarebbe totale.

Un’altra possibilità, che sembra aleggiare nel Movimento, sarebbe quella di fare delle “Quirinarie bloccate”, presentando alla Rete solo pochi candidati preselezionati, in apparenza scelti dal Movimento, ma in realtà concordati con Renzi o qualche suo emissario. Questo non sarebbe solo vuoto tatticismo, ma un vero e proprio tradimento dei principi che hanno originariamente ispirato il Movimento.

Le Quirinarie offrono un’alternativa credibile, vale a dire quella di puntare non sul caos che potrebbe scoppiare dopo la terza votazione, ma sulla presentazione di un candidato sin dall’inizio: una persona onesta, certo, ma anche competente per svolgere quel ruolo di garanzia che la Costituzione gli attribuisce. Una persona che abbia soprattutto la capacità di unire il paese dopo che Napolitano lo ha diviso. Sarà difficile che quel candidato alla fine venga eletto, ma sarebbero tutti gli altri partiti a dover legittimare la loro volontà di bloccare un candidato come fu Rodotà, solo perché appoggiato dal M5S. Impedire l’ascesa di un candidato autorevole proposto dal M5S e votare un uomo gradito a Berlusconi rappresenterebbe per Renzi una sconfitta notevole.

Da tempo Grillo chiede a Renzi di fargli dei nomi da far valutare alla Rete. Già questo, a onor del vero, contrasta con i principi del Movimento. Ora il premier si è dichiarato pronto ad aprire ai Cinque Stelle, sembra intenzionato a giocare su due tavoli parlando sia con Berlusconi che, attraverso qualche emissario istituzionale, con il M5S. Ancora una volta ciò servirà a Renzi come minaccia potenziale da utilizzare a suo favore contro Forza Italia. Sia chiaro che se una tale trattativa tra il Pd e il M5S (con qualche emissario del Premier, perché Renzi parla ormai solo con Berlusconi) si dovesse aprire in questi giorni, il principio della trasparenza che da sempre anima il Movimento vorrebbe che il tutto avvenisse alla luce del sole, in streaming, e non nelle segrete stanze del potere. La cosa peggiore sarebbe appunto che nomi discussi in una trattativa segreta venissero poi proposti in votazione alla Rete.

Al momento il Patto del Nazareno è ben saldo. Berlusconi e Renzi sono entrambi alla ricerca di un personaggio per il Quirinale che possa essere d’aiuto al primo per le sue varie vicende giudiziarie e al contempo non faccia ombra al secondo. In questo contesto il M5S può, anzi deve fare i suoi nomi e l’occasione giusta per indire ufficialmente le Quirinarie sarebbe rappresentata a mio avviso dalla “Notte dell’onestà“.

Quirinarie o metodo Sciarra? Su questo nodo si gioca il futuro del Movimento. È l’ultima occasione per far capire agli italiani che due anni di logoramento continuo non lo hanno piegato, non lo hanno integrato nel sistema. Ma questo potrà avvenire solo ritornando alle sue origini. Se la scelta, al contrario, si dovesse limitare a un’ennesima ratifica di decisioni già prese dal capo politico e dal suo direttorio, magari dopo aver ricevuto le imbeccate di Renzi, allora sarà la fine di un sogno e la nascita di un nuovo partito. L’intelligenza collettiva fluida della democrazia diretta aveva messo sotto scacco il sistema, il “metodo Sciarra” ha portato invece un’eurista e una fautrice del Jobs Act alla Corte Costituzionale e un membro al CSM, il cui voto ha permesso una nuova occupazione politica della Procura di Palermo.

Quirinarie o metodo Sciarra? È per il Movimento Cinque Stelle come l’essere o non essere di amletiana memoria.

PS. Grazie all’ elezione della Sciarra ieri la Consulta ha avuto la possibilità di bocciare il referendum sulla legge Fornero.

Aggiornamento del 22/01/2015

Come avevo intuito il M5S tradendo la spirito originario del Movimento chiede ora a Renzi i nomi per il Quirinale per farli votare dalla Rete. La Rete ormai è ridotta a ratificare addirittura nomi proposti da Renzi. Un totale fallimento sia tattico che strategico dal momento che Renzi non farà alcun nome ed il moVimento non avrà un proprio candidato.

venerdì 24 giugno 2016

Paolo Becchi: «Brexit, il M5s prima vuole il referendum anche in Italia. Poi cambia idea».

Home | S A30 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano esce in data odierna di questo 24 giugno 2016. Mentre sul FQ è ancora aperto il Forum di discussione sui risultati elettorali amministrativi del 19 giugno secondo un'analisi fatta da Paolo Becchi, esce da poco nel blog di Becchi una breve nota sui risultati del referendum inglese per la Brexit. La trasformazione da Movimento in Partito - tesi sostenuta e illustrata da Becchi nel suo ultimo libro - è ben dimostrata anche dal disprezzo in cui viene tenuta in conto la famosa Rrrete, che avrebbe dovuto essere l'ultima istanza nella formazione della volontà politica collettiva degli “attivisti certificati”, iscritti e amministrati nei server della Casaleggio Associati. In realtà, la Rete era già un mero organo di ratifica di decisioni già prese e passate agli iscritti con cappelli introduttivi che già condizionavano il risultato. Di un vero e proprio dibattito dentro il Movimento non è il caso di parlare: sono pronti le espulsioni per chi non appare allineato. Naturalmente, gli Attivisti storici - ossia quelli che allo spirito originario ci hanno creduto per davvero - non si arrendono e insorgono contro l'inaudito: la falsificazione e sostituzione di testi per mascherare una posizione referendaria che potrebbe portare a una Italexit, dopo l’Italicum, con una posizione antireferendaria e filoUE. La confusione e ribellione che serpeggia è difficile da nascondere.
 AC

Testi a confronto prima e dopo la sostituzione nel Blog di Beppe Grillo

La coeRenzia a 5Stelle: notate che nella prima versione si dà per scontato l’uscita della moneta unica e si afferma la necessità di negoziare condizioni favorevoli con l’Ue, tanto da prospettare un referendum sulla permanenza dell’Italia nell’Ue, mentre nella seconda apparsa ieri sul dal blog di Grillo, non solo si nega decisamente la possibilità di abbandonare l’Unione, ma non si cita minimamente l’abbandono dell’euro. Chi continua a sostenere che il M5s non è cambiato, non è diventato parte integrante del sistema legga bene e confronti le due versioni. Ogni ulteriore commento ci sembra superfluo: il M5s farà la stessa fine di Tsipras. È solo una questione di tempo.

lunedì 20 giugno 2016

Paolo Becchi: « Ballottaggi 2016, vince il volto moderato e ‘pro tutto’ del Movimento 5 stelle».

Home | S A29 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano esce in data odierna di questo 20 giugno 2016. È un'analisi dei risultati elettorali nelle elezioni amministrative svoltisi ieri domenica 19 giugno nelle principali città italiane: Roma, Milano, Torino Napoli, altri capoluoghi.
 AC

I risultati delle elezioni si misurano sugli obiettivi che i partiti si sono prefissati di raggiungere. Ormai il panorama politico italiano è diviso in tre schieramenti. Il Pd di Renzi, il M5s di Di Maio e il centrodestra di Berlusconi e Salvini. Renzi, consapevole della sicura sconfitta di Giachetti a Roma, aveva puntato tutto su Sala a Milano. Il M5s voleva a tutti i costi Roma, ottenere un buon risultato a Torino e toccare la soglia del 10% nelle grandi città. Il centrodestra si presentava diviso a Roma (per misurare le forze rispettive, ben sapendo che il risultato era sin dall’inizio scontato) e unito a Milano, considerando la città decisiva.

Se le cose stanno in questi termini, e stanno in questi termini, la conclusione è evidente. Il vero vincitore di queste elezioni è il M5s e poco importa se, ad esempio a Cosenza abbia ottenuto il 2%. Conquista Roma (e la cosa oramai era scontata) con un risultato eclatante e persino Torino, dove l’impresa pareva a molti impossibile. Questa vittoria è anzitutto una vittoria di Gianroberto Casaleggio, che prima di morire ha pianificato una campagna elettorale perfetta, scegliendo candidati come Raggi e Appendino, che sono una diretta espressione di quella linea politica moderata incarnata al vertice da Luigi Di Maio, una linea pro tutto, pro Euro, pro Unione europea, pro Nato, di fatto pro Italicum, ecc., e contro nulla (o quasi). Dal Movimento di protesta è nato il partito di governo, anche se con tutti questi pro non si capisce più bene dove stia la differenza con Renzi, a parte la rilevante battaglia contro “a corrrruzzzzzione”.

Ora però il compito dei pentastellati non sarà facile: dove sinora hanno amministrato i risultati complessivi sono, per usare un eufemismo, tutt’altro che esaltanti e governare Roma, senza neppure il supporto di Casaleggio padre, non sarà facile. Insomma, i primi cento giorni saranno decisivi. Vince dunque e con una vittoria esaltante il M5s, mentre il centrodestra subisce una pesante sconfitta, perde dove si presentava diviso, ma perde anche dove si presentava unito. Berlusconi è in declino, ma Salvini non decolla. Perdere Varese dopo 23 anni di anni di Lega vorrà ben dire qualcosa.

Renzi ne esce, è vero, malconcio, ma può tirare un sospiro di sollievo: il suo candidato ha perso a Roma, ma anche se con fatica ha vinto a Milano e Fassino in fondo appartiene alla vecchia guardia. Gioisce Napolitano che gli ha affidato il compito di rottamare la Costituzione: con l’aiuto di una vasta campagna referendaria può ancora riuscirci. Molto dipenderà dal M5s, se cioè farà una seria campagna contro il referendum, o come sinora sembra solo di facciata, con l’idea di far fare il lavoro sporco a Renzi per poi, grazie all’Italicum, sostituirlo. Sarebbe il primo grande errore del dopo Casaleggio e allora a cadere sarebbe Di Maio e con lui tutto il Movimento. Finita una battaglia ne comincia subito un’altra e questa sarà decisiva per le sorti dell’intero Paese.

domenica 19 giugno 2016

Paolo Becchi: Sugli scenari politici dopo i ballottaggi amministrativi a fine primavera del 2016.

Home | S A28 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
Si tratta di un’Intervista raccolta da Andrea Piccardi il 16 giugno 2016 su Formiche.net con il titolo redazionale «Chi vincerà i ballottaggi a Roma, Milano e Torino. Parla il prof. ex grillino Becchi». Per comodità del Lettore riproduciamo qui ina precedente intervista del 12 marzo 2016, sempre raccolta da Andrea Piccardi su Formiche.net e con eguale tema sulle previsioni elettorali in Roma.
 AC

“Ci sarà una vittoria al di sopra di ogni aspettativa di Virginia Raggi che a Roma prenderà il 70% dei voti o giù di lì“. Non ha paura di lanciarsi in pronostici anche audaci Paolo Becchi, professore di Filosofia del diritto all’università di Genova e soprattutto ex teorico del M5S, dal quale è uscito perché in contrasto con la nuova linea politica del partito ormai guidato da Luigi Di Maio. Un risultato che per la verità Becchi aveva già preannunciato in un’intervista a Formiche.net dello scorso 12 marzo. “Virginia Raggi sarà il nuovo sindaco di Roma“, aveva commentato in quell’occasione. Stavolta, però, si spinge ancora più in là: “Sono disposto a scommetterci. La candidata pentastellata è avviata verso un trionfo epocale“.

• Professore, non è ancora presto per esprimere giudizi così perentori?

– Il M5S raggiungerà tutti gli obiettivi che si era prefissato: vincere a Roma, competere fino alla fine a Torino e arrivare almeno al 10% a Milano e Napoli. I progetti di Casaleggio padre – che ragionava sempre su una logica di lungo periodo – si stanno avverando.

• Se Raggi dovesse vincere come dice lei, quali problemi si troverà ad affrontare subito dopo il voto?

– I primi 100 giorni saranno decisivi per lei. Il vero problema di Raggi è che i cittadini la stanno votando come se firmassero un assegno in bianco: per disperazione a fronte dei fallimenti del centrosinistra e del centrodestra. Saranno molti esigenti nel valutare il suo operato.

• Quanto inciderà il movimento sulle scelte politiche di Virginia Raggi?

– Molto, soprattutto il direttorio nazionale. La vittoria di Raggi e, perché no, quella possibile di Chiara Appendino a Torino fanno chiaramente capire che nel M5S ha prevalso la linea moderata e istituzionale rappresentata da Di Maio. E’ lui il vero vincitore di queste elezioni perché la sua linea è diventata dominante nel partito. Semmai qualche problema potrà averlo Beppe Grillo nel far digerire il rospo ad alcuni parlamentari, a fargli capire che la leadership ormai è nelle mani del giovanissimo vicepresidente della Camera.

• La firma di Formiche.net Gianfranco Polillo oggi chiede a Virginia Raggi di fare definitivamente chiarezza sul famoso contratto firmato con la Casaleggio Associati. Che ne pensa?

–Quel contratto era stato firmato per precisa volontà di Casaleggio, per evitare che potessero ripetersi a Roma le esperienze negative di cui il movimento si è reso protagonista in passato in molti comuni. Era un modo per dire che – nonostante la vittoria di Raggi – le decisioni importanti le avrebbe comunque prese lui da Milano. Casaleggio però non c’è più: tutto sommato penso che quel contratto ormai lasci il tempo che trovi.

• Professore, spostiamoci a Torino. Qual è in questo caso la sua previsione?

– Su Appendino convergeranno i voti della Lega e del centrodestra, compresi – almeno in parte – quelli di Forza Italia. E’ vero che Piero Fassino al primo turno ha accumulato dieci punti di vantaggio, ma non si può mai dire. Attenzione, non dimentichiamo il caso di Federico Pizzarotti, ai tempi della vittoria di Parma del 2012: al primo turno prese il 19% dei consensi ma al ballottaggio stravinse con il 60%.

• Quindi chi vince?

– Non lo so, è difficile dirlo. Il M5S ha delle chance ma non ci metterei la mano sul fuoco. Bisogna riconoscere che la situazione di Torino è totalmente diversa da quella di Roma dove gli scandali degli ultimi anni e la crisi del Pd hanno facilitato l’affermazione di Raggi. Non si può dire onestamente che Fassino in questi anni abbia mal governato.

• Che faranno a Napoli, Bologna e Milano i grillini? Voteranno contro il partito di Renzi?

– I vertici non prenderanno posizione e diranno come sempre che tutti i partiti sono uguali. In realtà però voteranno in blocco contro il Pd. Non c’è dubbio che andrà a cosi. In tutte le città i pentastellati sono schierati contro il partito del presidente del Consiglio. Il M5S dice ufficialmente una cosa ma poi ufficiosamente ne fa un’altra.

• E’ sicuro che non esista un dialogo anche sotterraneo, ad esempio, tra Di Maio e Matteo Salvini che peraltro a Roma ha fatto un endorsement pubblico a favore di Raggi?

– Lo escludo categoricamente. Non c’è alcun contatto, si tratta soltanto di una scelta elettorale, in fondo comprensibile. Ed è sulla base di questo orientamento di voto che Stefano Parisi ha vinto a Milano.

• Addirittura Parisi ha già vinto per lei? Al primo turno, comunque, Beppe Sala ha ottenuto un lieve vantaggio sul suo avversario.

– Sì certamente, Parisi ha già vinto. Allo stesso modo di Roma, sono pronto a scommetterci. Il risultato non è neppure da discutere. Il M5S voterà in massa il candidato antirenziano ed orienterà in modo decisivo l’esito del voto. I miei unici dubbi – come le ho spiegato – riguardano Torino.

• A Torino si gioca in un certo senso la partita decisiva di questa tornata elettorale. Cos’è che unisce Chiara Appendino e Virginia Raggi?

– Entrambe incarnano e rappresentano la svolta moderata del M5S che nell’arco di pochissimo tempo è cambiato radicalmente. In pratica non ha quasi più niente a che fare con quello delle origini: da forza antisistema è ormai diventato una forza a favore del sistema. Anzi, oggi è una carta che il sistema può giocarsi laddove il Pd di Renzi dovesse andare in ulteriore difficoltà prima con il risultato dei ballottaggi e poi con il referendum confermativo sulla riforma della Costituzione.

• Come le descriverebbe Raggi e Appendino?

– Le due immagini ideali per vincere queste elezioni, studiate meticolosamente da Casaleggio, al quale va ascritto questo capolavoro elettorale. Retoricamente si dirà: “Lo abbiamo fatto per Casaleggio“. In realtà però è il contrario: è Casaleggio che l’ha fatto per loro. E’ il suo ultimo regalo al M5S prima di andarsene: organizzare una campagna elettorale perfetta, studiata nei minimi particolari, mettendo le persone giuste al posto giusto e cambiando i candidati sbagliati. Quanto successo a Milano è esemplificativo: Patrizia Bedori – che rappresentava il M5S delle origini – è stata messa da parte e sostituita con Gianluca Corrado perché l’obiettivo nel capoluogo lombardo era di arrivare almeno al 10% dei voti.

• In questo contesto che ruolo sta giocando il figlio di Gianroberto, Davide Casaleggio?

– Certamente la sua è una funzione fondamentale all’interno del M5S. Non credo comunque che voglia svolgere un ruolo prettamente politico. Deterrà le chiavi del sistema, in particolare di Rousseau - l’ultima creatura del padre - ma credo che le utilizzerà, queste chiavi, solo in pochi casi estremi, nelle situazioni di reale scontro interno. Questi episodi comunque saranno sempre più residuali da qui in avanti: le pulizie interne che si dovevano fare ormai sono state fatte.

• E la vicenda che ha riguardato Pizzarotti? Il sindaco di Parma sarà espulso?

– Pizzarotti farà la fine di Pippo Civati: tra qualche mese non ne parlerà più nessuno. Magari alle elezioni di Parma del prossimo anno si ricandiderà con una lista civica e continuerà a fare il sindaco.

• Quindi – quando sarà finita la campagna elettorale delle amministrative – sarà espulso?

– Penso di sì ma in fondo è un dato ininfluente. Che venga espulso formalmente o meno, di fatto è fuori in ogni caso perché ormai all’interno del M5S non conta quasi più nulla.

• Qual è lo stato dei rapporti tra lei e il movimento? Si va verso una riappacificazione?

– Ormai descrivo il fenomeno cinquestelle dall’esterno come un semplice osservatore politico. Non ho nessun rapporto con il M5S al quale non sono più iscritto. C’è chi mi dice che avrei dovuto restarmene zitto, ma perché? Il movimento è una cosa diversa da quello delle origini – che per il momento sembra piacere agli italiani – ma non è più quello al quale io ho personalmente creduto.

• Che tipo di critica si sente di muovere oggi al M5S?

– Una linea chiara e riconoscibile in politica la devi avere e il movimento non ce l’ha più. Non si può essere contemporaneamente a favore e contro l’euro, non si può dire un giorno “siamo contro la Nato” e poi quello successivo “siamo a favore” e così via. Prima o poi gli italiani capiranno che c’è un’ambiguità di fondo.

• Un’ambiguità che definirebbe come?

– Il termine che si sarebbe utilizzato una volta è opportunismo politico. Fa comodo che Di Maio si pronunci contro la Nato ma che poi vada a parlare con la Trilaterale. Questo atteggiamento opportunistico a mio avviso alla lunga non paga. E’ necessario avere una visione politica di lungo periodo. Il movimento ce l’aveva nel 2013 ma ora non più. Adesso vive alla giornata con l’idea che prima o poi andrà al governo. E’ possibile che accada ma senza una linea politica non si può governare un Paese.

• A suo modo di vedere, dunque, il M5S alla guida del Paese non è più uno scenario da fantascienza?

– Può succedere certo ma la loro strategia non mi convince. Loro sono sicuri che al referendum confermativo del prossimo ottobre vincerà Renzi, e – per questo motivo – si stanno impegnando per il No solo apparentemente. Credono, però, di avere buone chance di vittoria  – grazie al ballottaggio previsto dall’Italicum – nelle elezioni anticipate che presumibilmente avranno luogo il prossimo anno.

• Sempre che nel frattempo l’Italicum non venga cambiato…

– Non credo che Renzi lo cambi. Perché dovrebbe farlo? Una persona che riesce in un risultato mai raggiunto prima nella storia repubblicana – riformare in modo radicale la Costituzione – e che lo fa con il voto popolare favorevole, pensa che possa perdere le elezioni?

• Anche Winston Churchill vinse la seconda guerra mondiale ma poi non venne rieletto dagli inglesi. In questo senso si è espresso ad esempio a Formiche.net Peppe Caldarola in un’intervista di qualche giorno fa: “Renzi vincerà il referendum ma rischia di perdere le successive elezioni politiche“. Che ne pensa?

– Non sono d’accordo, è un’analisi che non condivido. La riforma della Costituzione  – con il Sì della maggioranza degli italiani – sarebbe così importante da consentirgli di tornare a Palazzo Chigi. Con buona pace del M5S.

* * *
Formiche.net, del 12 marzo 2016

 “Il prossimo sindaco di Roma sarà Virginia Raggi”. Non è l’auspicio o la previsione di un semplice militante del Movimento 5 Stelle ma il giudizio di Paolo Becchi, professore di Filosofia del Diritto all’università di Genova e, soprattutto, profondo conoscitore del mondo pentastellato di cui è stato – secondo le cronache – uno dei principali studiosi e teorici, prima di diventarne però un feroce critico (in uscita, ad aprile, il suo nuovo libro intitolato “Cinquestelle & Associati” pubblicato da Kaos Edizioni). “Sono fortemente contrario alla trasformazione che il movimento sta subendo a causa della gestione di Gianroberto Casaleggio”, racconta Becchi in una conversazione con Formiche.net. Nonostante questo, però, il professore non esita a indicare Raggi come la principale favorita alle prossime amministrative romane. Un approccio, il suo, in continuità con l’articolo apparso ieri sul settimanale inglese The Economist secondo cui – con la candidatura per il Campidoglio della trentasettenne – il movimento fondato da Beppe Grillo si avvia a diventare una forza politica meno anti-establishment e più convenzionale.

• Professore quindi Virginia Raggi è già promossa su tutta linea?

– Non ho motivo per dubitare delle sue qualità, avrà certamente le sue competenze ma tenga conto che il vero sindaco – dovesse vincere lei, come credo – sarà un altro.

• In che senso scusi?

– Virginia Raggi è l’immagine che il movimento proietta all’esterno ma le decisioni vere saranno prese a Milano, dalla Casaleggio Associati. Altro che Roma ai romani, Roma nelle mani di Casaleggio piuttosto. La candidata ha firmato o firmerà dichiarazioni di impegno in cui si vincola ad agire in conformità con quanto stabilito da chi – dopo l’uscita di scena di Grillo – guida il movimento. Ossia, Roberto Casaleggio.

• Questo rapporto di dipendenza di cui lei parla, non rischia, però, di danneggiare la corsa di Raggi verso il Campidoglio?

– A fare la differenza alle urne saranno le circostanze storiche che a Roma premiano il M5S. La crisi del Pd capitolino è troppo fresca per essere superata facilmente dagli elettori mentre il centrodestra si è completamente disgregato. E poi bisogna considerare che nella Capitale i grillini si giocano una partita fondamentale. Casaleggio punta a Roma come trampolino di lancio per le prossime elezioni politiche.

• Si ma è sicuro che per i romani questo sia un dato irrilevante?

– Il fatto che sia eterodiretta può essere rilevante per me ma non per gli elettori. Il documento che i candidati per il Campidoglio hanno firmato o firmeranno con la Casaleggio Associati, ormai è storia vecchia. Raggi si presenta benissimo, appare autonoma e competente. E’ questa l’immagine che sta dando di sé. Rappresenta nel migliore dei modi la trasformazione del movimento in partito politico tradizionale: all’inizio non andavano neppure in televisione e adesso invece – per candidarsi a governare, a Roma e in Italia – si affidano a volti anche televisivamente spendibili come quelli di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e, appunto, Virginia Raggi. Tutto ciò non vuol dire, però, che il M5S non debba guardarsi da alcuni problemi.

• A cosa si riferisce?

– Le cosiddette “comunarie” sono state una farsa. Era noto a tutti che avrebbe dovuto vincere Virginia Raggi, la candidata di Casaleggio. Le voci di dissenso sono state oscurate, allontanate oppure direttamente espulse. Posso anticiparvi che tra lunedì e martedì tre attivisti si rivolgeranno alla giustizia ordinaria civile perché espulsi dalla consultazione online promossa dal movimento per la scelta dei candidati al Campidoglio.

• Di chi si tratta?

– I nomi saranno svelati la prossima settimana ma si tratta di tre attivisti, regolarmente iscritti, che per un motivo o per l’altro sono stati espulsi durante le comunarie. Presenteranno apposita impugnazione e così, per la prima volta, la magistratura interverrà sugli assetti interni del movimento.

• Sta dicendo che il M5S ha seri problemi con la “base” degli iscritti?

– E’ un fatto che sempre più attivisti chiedano di fare luce su cosa accade all’interno del M5S come avviene per ogni altro partito.  E il M5S – lo dice pure l’Economist – ormai è un partito nel senso più tradizionale del termine. Anzi, un partito con una struttura per certi versi più rigida e meno trasparente di quella degli altri.

• La riporto subito a Roma per parlare di centrodestra. Prima, però, una curiosità sul M5S a Milano: perché ha puntato su un nome quasi certamente perdente come quello di Patrizia Bedori?

– Credo che nel capoluogo lombardo le elezioni le vincerà il candidato renziano Giuseppe Sala. Per il M5S la partita era persa in partenza, diciamo che Casaleggio ha puntato tutto su Roma e lasciato Milano al suo destino. Non c’è dubbio comunque che a Milano oggi il movimento si trovi ad un bivio. Un partito che ambisce a governare l’Italia, non può fare in una città così importante percentuali da zero virgola. Ed è questo che succederà con Patrizia Bedori.

• Perché con la candidatura di Bedori è questo secondo lei lo scenario che si apre a Milano per il M5S?

– A Milano sanno già di aver perso ma c’è modo e modo di perdere. Per come si è messa la situazione - con il duello tra Sala e Stefano Parisi - i risultati del movimento potrebbero essere davvero deludenti. Talmente deludenti da non farli apparire poi credibili a livello nazionale. Ecco perché penso sia possibile che qualcosa cambi da qui al voto. C’è ancora tempo fino alle elezioni, non escludo che ci possano essere sorprese e che la candidata sindaco venga sostituita.

• In effetti Bedori pensa di mollare dicendo che non si sente sostenuta. Torniamo a Roma e al caos che regna nel centrodestra diviso tra le candidature di Alfio Marchini, Guido Bertolaso e Francesco Storace. Quanto costerà questa disgregazione alle urne?

– Il centrodestra a Roma non ha alcuna possibilità di incidere, al ballottaggio andranno Roberto Giachetti e la superfavorita Raggi. Marchini è rimasto con il cerino in mano. Sabato scorso ha riempito per la sua Convention l’Auditorium della Conciliazione ma questo vuol dire poco. Avrebbe dovuto cercare con più insistenza l’accordo con i partiti di centrodestra e in quel caso sarebbe andato al ballottaggio. In questo modo, invece – solo con la sua lista civica – non potrà andare oltre un buon risultato ma niente di più. Ormai è fuori dai giochi.

• E Bertolaso invece? Berlusconi, Meloni e Salvini continuano a discutere mentre oggi e domani ci saranno i gazebo voluti dal leader di Forza Italia per confermare e rafforzare (almeno nelle speranze) la candidatura dell’ex capo della Protezione Civile.

– Le elezioni di Roma avrebbero potuto essere il canto del cigno di Berlusconi: l’ultima importantissima vittoria prima di lasciare la politica attiva. E invece così non sarà: Guido Bertolaso non è un candidato condiviso e non ha alcuna chance di vittoria. Assolutamente nessuna. Berlusconi, dunque, passerà la mano lasciando la più completa disgregazione, non solo in Forza Italia ma in tutto il campo del centrodestra. Ammesso e non concesso che ai gazebo il nome di Bertolaso venga confermato dagli elettori.

• Pensa che ci siano ancora i margini perché il centrodestra cambi “cavallo” in corsa?

– Salvo sorprese, ormai è troppo tardi. Certo è che se Bertolaso dovesse persino essere sconfitto da un referendum su di lui, dovrà farsi da parte e allora i giochi si riaprono. Altrimenti, il centrodestra andrà avanti con questo candidato nonostante la contrarietà o l’appoggio molto tiepido di Matteo Salvini. Sarà una sconfitta storica da cui dovrà nascere un centrodestra completamente nuovo, guidato da Salvini e senza Berlusconi.

venerdì 17 giugno 2016

Paolo Becchi: «Quirinarie: il M5S sull’orlo di una crisi di nervi».

Home | S A27 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano è del 27 gennaio 2015. Incomincia ad apparire la delusione circa la possibilità, l’onnipotenza della Rete come forma di democrazia partecipativa. Quale migliore occasione della scelta, designazione, determinazione del Presidente della Repubblica? Ed invece la Rete sembra destinata alla ratifica, sapientemente orchestrata, di decisione già prese, magari dagli stessi parlamentari, di cui ben dieci lasciano il M5s.
 AC

La partita a scacchi sul Quirinale finalmente comincia, ma rischia di concludersi in poche mosse. Mentre Renzi comincia il suo atipico giro di consultazioni – in apparenza alla ricerca di un nome condiviso, ma in realtà per la paura che l’elezione del Presidente della Repubblica si impaludi in una situazione di stallo –, il Movimento lascia scoperto il fianco, tenta qualche sortita in avanti, si richiude in difesa. Raro esempio di schizofrenia politica: chiede i nomi al nemico – la “lista” senza la quale non ci saranno né Quirinarie né proposte da parte del Movimento (“Renzi, dacci i nomi”) – ed al contempo si rifiuta, stizzito, di andare a parlamentare con lui (“Renzi dice ‘fate i nomi, fate i nomi’. La disonestà intellettuale rovina i rapporti tra le persone. Oggi abbiamo un buffoncello che ci ricatta, non fa i nomi neanche al suo partito e li chiede a noi…ma andate a affanculo!”).

Forse un incontro in streaming sarebbe stato il miglior metodo per tentare di “sputtanare” l’accordo del Nazareno. Sarebbe stata un’apertura azzardata ma forse efficace – a “Sistema Colle” (vecchia mossa degli scacchi, inventata dal belga Edgar Colle), mai nome sarebbe stato più appropriato, in questo caso. Ed invece, di fronte al silenzio di Renzi, il M5S cambia ancora metodo: si rivolge, con una lettera firmata Grillo-Casaleggio, direttamente ai singoli parlamentari del Pd – come se contassero davvero qualcosa al di là del suo leader – supplicando di fornirgli un elenco di candidati da poter votare in rete (“Cara/Caro parlamentare del Partito Democratico le chiediamo, dopo averlo chiesto al presidente del suo partito, di esprimere le sue preferenze per i candidati alla presidenza della Repubblica”).

Già, la rete: non avrebbe dovuto, con le Quirinarie, vedere finalmente i cittadini partecipare attivamente e direttamente alla scelta del Capo dello Stato? È evidente che non sia più così: le Quirinarie ora le fa soltanto il Fatto Quotidiano, e le stravince Magalli. La rete 5 stelle, invece, tace: il suo unico compito sembrerebbe essere quello di ratificare la decisione presa dai deputati del Movimento, sulla base delle indicazioni date da Renzi e ora dal suo partito.

Risultato: oggi altri dieci deputati lasceranno il Movimento. Si dirà, ovviamente, che era già dei traditori, degli “infiltrati”, già “schedati” e conosciuti dalla Grillo-Casaleggio Associati. Ma non è così: questi dieci lasciano perché la rete è diventata una farsa, perché il M5S ha sbagliato tutte le mosse di una partita in cui avrebbe potuto mettere realmente in difficoltà Renzi e Berlusconi. Lasciano perché la tattica 5 stelle è incomprensibile, schizofrenica e fallimentare. Forse gli scacchi sono troppo complicati per certe persone: per questo, dopotutto, fu inventata la dama. Ma, con quella, non darai mai uno scacco al Re.

martedì 14 giugno 2016

Paolo Becchi: «Nuovo Presidente della Repubblica: i dolori del giovane Grillo».

Home | S A26 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripreso dal Fatto Quotidiano è del 30 gennaio 2015. Becchi è stato fin dagli esordi un osservatore attento delle dinamiche del M5s. Notando la progressiva trasformazione in partito da parte di un Movimento che pareva innovativo e rivoluzionario, in ultimo, con l'elezione di Barbera a giudice costituzionale ha maturato il distacco dalla conduzione politica parlamentare dei 5s, ma non è per questo diminuito il suo interesse per istituti nascenti di democrazia diretta e una maggiore partecipazione popolare. Nell’articolo qui ripubblicato sono analizzate le vicende, i patteggiamenti, i rituali per la scelta del nuovo presidente della Repubblica, infine caduta su Sergio Mattarella.
AC

Non c’è dubbio il Movimento 5 Stelle sta trasformandosi in un partito che “fa politica” come tutti gli altri. Certo, sullo sfondo resta ancora la Rete, ma ormai ha perso quel ruolo decisivo che aveva alle origini. Basta fare un raffronto con le prime Quirinarie libere ed aperte e le seconde gestite dai parlamentari pentastellati per rendersi conto dei cambiamenti in atto.

I risultati mettono in evidenza un Movimento diviso tra il cuore, Imposimato, e la Realpolitik: Prodi e Bersani, che messi insieme hanno preso più o meno tanti voti quanto Imposimato. Ma non bisogna dimenticare che questi risultati valgono solo per le prime tre votazioni. Dal quarto scrutinio in poi infatti per i capi politici del Movimento: “Se i cambi di maggioranza dovessero portare a un nome condiviso tra più forze politiche, si deciderà come meglio muoverci con una votazione lampo sul blog”. Insomma, con un linguaggio da vero politichese non si esclude che se su un candidato dovessero confluire altre forze politiche, si abbandonerebbe la candidatura di Imposimato. Ed è evidente anche alle capre che quel candidato sarebbe Prodi, del resto inserito nella lista dei papabili dai capi politici del Movimento con una mossa astuta (ce l’ha chiesto il Pd, per la precisione lo hanno chiesto cinque parlamentari).

Insomma, la tattica è evidente: dividere il Pd, inserirsi nelle loro contraddizioni interne. Tutta roba vecchia, da vecchia politica, ma ormai è questo che passa il convento. Ma Renzi con un colpo solo ha spiazzato  tutti, trovando il candidato ideale a cui nessuno aveva pensato, ma che in effetti potrebbe essere condiviso da tutti.  Ammettiamolo pure: scacco matto.

Che fare?

Il dato evidente è che il Movimento 5 Stelle ha ormai perso la sua verginità. Se si era pronti a sputtanare il Movimento 5 Stelle facendo votare l’artefice della moneta unica e cioè Prodi, perché non cambiare tattica e far votare Mattarella alla quarta votazione? Invece di dividere il Pd, perché non provare a dividere Renzi da Berlusconi? Ma Mattarella, si dirà, non è nella rosa dei dieci candidati indicati nel blog. Ormai però lo sappiamo tutti che la Rete si limita a ratificare decisioni già prese dai vertici politici del Movimento. In questo caso la scelta di Mattarella anche da parte del Movimento metterebbe in crisi il Patto del Nazareno costringendo all’angolo Berlusconi. Tatticismo per tatticismo non ne varrebeb la pena?

E poi, me la fate dire un’ultima cosa? Se la politica si esaurisce alla fine nel mettere nelle istituzioni persone oneste: nessuno credo potrà dubitare sulla specchiata onestà e coerenza di un uomo della Prima Repubblica che ha avuto persino il coraggio di dimettersi per esprimere il suo dissenso da una legge che favoriva Berlusconi.

lunedì 13 giugno 2016

Paolo Becchi: «Di Battista, una ‘bufala’ del New York Times fa più notizia della Libia».

Home | S A25 - Inizio - Prec. ↔ Succ.
L’articolo qui ripresa dal Fatto Quotidiano è del 17 febbraio 2015. Di “bufale” Alessandro Di Battista non è avaro e in questa data trova ancora un suo difensore in Paolo Becchi, che nota una certa strumentalità nella notizia data dal primario quotidiano americano. I commenti al post si occupano della notizia e non danno addosso allo stesso Becchi, come succederà quando passerà alla fase di critica del M5s. Sulla Libia vale ricordare come dopo l'attentato parigino alla discoteca, nel novembre 2015, viene fatta passare una normativa che conferisce al presidente del Consiglio Matteo Renzi il potere di portare il Paese in guerra senza passare per il Palmaneto, all'incirca sul modo di operare della CIA che organizza colpi di Stato e guerre non dichiarate in ogni parte del mondo. Il M5s ha votato a favore sulla legge (Di Stefano si, Di Battista assente), salvo poi a votare contro sul decreto attuativo... Misteri della coerenza pentastellare.

AC

La vera notizia della giornata è che il New York Times legge Pagella Politica, un sito sconosciuto a tutti in Italia, ma a quanto pare una fonte per il celebre quotidiano americano.

Tra una menzogna sull’Ucraina ed un incitamento ad un colpo di stato in Venezuela, il New York 

Times ha deciso di citare un premio per la “bufala” politica scelta, dall’oggi celebre, Pagella Politica. In una giornata carica di tensione con l’Italia che si appresta a dichiarare guerra alla Libia, la stampa italiana ha trovato l’assist perfetto per attaccare nuovamente il Movimento Cinque Stelle.

Si tratta di una battuta di Alessandro di Battista fatta cinque mesi fa con alcuni attivisti accorsi all’evento Italia Cinque Stelle, tenutosi a Roma al Circo Massimo nell’ottobre scorso. Una battuta, un’iperbole sulla Nigeria, Boko Haram ed ebola per enfatizzare il fatto che la ministra della Sanità Lorenzin avesse sottovalutato il rischio sicurezza per i voli Roma-Lagos.
Pubblicità

Alessandro Di Battista ha dichiarato, erroneamente, come il “60% della Nigeria fosse in mano a Boko Haram e il restante 40% a ebola”. La “bufala” in questione che hanno riportato tutti gli organi di stampa è tale, ma gli effetti che hanno sortito oggi, a cinque mesi di distanza, hanno del paradossale.

In un periodo in cui Renzi rievoca scenari colonialisti del 1911 e, con le sue riforme, riporta il paese ai tempi dello Statuto Albertino, l’auspicio è quello che il New York Times si inizi ad occupare, dato l’effetto copia incolla che produce sui giornali italiani (73° posto per la libertà di stampa al mondo), delle derive autoritarie in atto contro la Costituzione italiana e non di “bufale” di cinque mesi fa.