martedì 26 giugno 2018

«La politica come destino»: Saggio introduttivo di Teodoro Klitsche de la Grange.

“LA POLITICA COME DESTINO”
Originariamente pubblicato nella rivista “Nuovi studi politici” nel 1976 e quindi in un volume contenente anche uno scritto di Karl Lowith nel 1978, La politica come destino di Salvatore Valitutti torna oggi nuovamente nelle librerie italiane per i tipi della Liberilibri.
Valitutti, pur da liberale e con atteggiamento critico, accanto alle ragioni di dissenso riuscì ad intuire l’incisività e la validità di alcune intuizioni di Carl Schmitt.
Pubblichiamo pertanto per la gentile concessione della Società Liberilibri e dell’autore, il saggio introduttivo di Teodoro Klitsche de la Grange al libro di Salvatore Valitutti.


INTRODUZIONE ALLA “POLITICA COME  DESTINO”
di
Teodoro Klitsche de la Grange 
1. Quando un liberale italiano come Salvatore Valitutti si confronta con il pensiero di Carl Schmitt è inevitabile che accanto a ragioni di dissenso ve ne siano di apprezzamento, spesso critico, e non demonizzazione aprioristica.
E’ quanto capita in questo saggio, pubblicato prima su “Nuovi studi politici” nel 1976 e poi in libro insieme a un saggio di Karl Lövith su Schmitt (del 1935).
I punti principali della critica di Valitutti a Carl Schmitt, da un punto di vista liberale, sono tre.
Il primo è che la distinzione propria del “politico”, ovvero quella tra Amicus ed Hostis, la quale è come quelle di “buono e cattivo nel settore morale, di bello e brutto nell’estetico e di utile e dannoso nell’economico”, indipendente dalle altre e ad esse irriducibile. Cioè, come avrebbe sostenuto Freund, la politica è un’ “essenza”  (come l’etica, l’economia, l’estetica).
“La distinzione tra amicus ed hostis, di amico e nemico, (è) la estrema intensità di un legame o di una separazione…Amicus  è un gruppo di individui tenuto stretto e compatto dalla reciproca solidarietà determinata dal bisogno di difendersi, per sopravvivere, dall’Hostis. L’hostis  è hostis in quanto si contrappone al gruppo che gli è ostile, ma in se stesso è amicus.  La politica è perciò ostilità che divide e contrappone due gruppi ciascuno dei quali è amicus in se stesso, e cioè reso compatto contrapponendosi all’altro”, scrive Valitutti. I due gruppi hanno un senso dato dall’ostilità, che implica la possibilità di lotta armata. Da qui il rapporto necessario tra politica e guerra per cui se “Clausevitz scrisse che la guerra non è altro che una continuazione delle relazioni politiche con l’intervento di altri mezzi. Schmitt rovesciando la formula avrebbe potuto dire che la pace è la continuazione della guerra con l’intervento di altri mezzi”.
Schmitt, continua Valitutti, sente il bisogno di difendersi dell’accusa di una visione “guerrafondaia”. Lo fa realisticamente, spiegando che ciò consegue dall’ostilità (naturale in un pluriverso) “perché questa è la negazione essenziale di un altro essere”, affermazione che ricorda da vicino quella di Hegel sul nemico come differenza etica (in Schmitt esistenziale)[1]. Centrale, nel pensiero di Schmitt è, secondo Valitutti, il concetto di unità politica “soggetto della politica è il gruppo ma solo alla condizione che il gruppo realizzi una perfetta unità politica. L’essenza dell’unità politica consiste nell’esclusione del contrasto politico all’interno dell’unità stessa”. Ne consegue che “la teoria politica di Schmitt è una teoria monistica perché si basa sulla compattezza dell’unità politica”: una teoria pluralista diviene facilmente strumento di dissoluzione. Tuttavia se all’interno la concezione di Schmitt è monistica, all’esterno è pluralista[2].
Il secondo punto è il pessimismo antropologico.
Si fonda sulla concezione pessimistica dell’uomo, che è la medesima su cui si fonda la scriminante etica (buono, cattivo) e la possibilità di scegliere, cioè la libertà. Ma, scrive Valitutti “Schmitt nell’individuare nella malvagità dell’uomo la molla che fa scattare la politica come distinzione fra amico e nemico, non si avvede che giunge a mettere in crisi proprio   quella autonomia della politica, intesa come indipendenza dalle altre distinzioni esistenti, operanti nella vita umana…giungendo, come giunge, al presupposto  della malvagità umana   come condizione da cui scaturirebbe la necessità della politica, intesa come distinzione fra amico e nemico , egli riconduce la politica stessa proprio ad uno dei termini della coppia degli opposti che è la coppia della vita morale”.
Da ciò consegue la centralità dell’unità politica per comprenderne l’anti-liberalismo di Schmitt[3]. Questo è la “bestia nera” di Schmitt, secondo il quale ha dominato il secolo XIX. Il liberalismo combattuto da Schmitt è tuttavia un fantoccio polemico: “In questo fantoccio figurano lineamenti che appartengono al liberalismo storico ma che sono scissi da altri lineamenti essenziali dello stesso corpus di dottrine e di esperienze e che perciò appaiono deformati”[4]. Schmitt riconosce tuttavia che il liberalismo, come realtà storica, non è sfuggito né all’identificazione/designazione del nemico, né all’abolizione della guerra (perché impossibile)[5]. E Valitutti rileva che “Nella sua polemica contro il liberalismo Schmitt, credendo di incolparlo in realtà gli rende omaggio e comunque è nel vero anche quando sottolinea il rispetto del valore dell’autonomia delle varie forme dell’attività umana come un carattere distintivo del liberalismo” (il corsivo è mio)[6]. Peraltro Schmitt, partendo dal postulato dell’unità politica ha come obiettivo della di esso critica soprattutto il liberalismo sociale e associativo, che garantisce la società come “pluralità di legami sociali”. Ma così configura uno Stato che realizza continuamente “la sua unità come sintesi dialettica di differenti e congiunti centri di iniziativa. L’unità politica, secondo Schmitt, la quale ha la sua più perfetta espressione nello Stato, è viceversa un’unità monistica, immediata e immota”[7].
La distinzione amicus/hostis relativizza tutte le altre in quanto giunge a definire la distinzione politica come quella totale e totalizzante; “per cui Schmitt praticamente vanifica tutte le altre distinzioni. È l’unità politica che decide quello che è buono, bello e utile, e, in contrapposizione, quello che è cattivo, brutto e dannoso”. Il vizio di tale concezione è evidente: nel momento in cui la distinzione politica prevale sulle altre questa è non solo indipendente da quelle, ma superiore[8].
Nota poi Valitutti che tra le tante opposizioni il giurista di Plettemberg non ricorda mai quella di vero/falso[9]
Ovviamente, scrive Valitutti, in questa concezione la “volontà politica è regina assoluta”; onde è legittimo chiedersi “se egli si sia installato con tanta sicurezza e facilità nella sua teoria proprio in quanto è partito dalla preliminare negazione della realtà e del valore del pensiero teoretico”.
Valitutti prende in esame il saggio di Löwith su Schmitt pubblicato insieme al suo nel libro (da cui è tratto il saggio di Valitutti), scrivendo che Löwith attribuisce a Schmitt di credere “solo al valore della decisione per la decisione, cioè alla decisione come fine a se stessa”. Secondo Valitutti è più importante collocare storicamente la teoria di Schmitt tra “quegli atteggiamenti volontaristici e attivistici posti in essere nell’età post-hegeliana in contrapposizione alla tradizione del primato del pensiero teoretico, alcuni dei quali hanno rasentato o investito la stessa ragione deteriorandola o distruggendola”.
2. Il saggio di Valitutti appare condizionato (v. la nota bibliografica pubblicata nello stesso volume e redatta dall’autore) dal riferirsi, praticamente nella totalità delle opere di Schmitt che cita, a quelle tradotte in italiano fin verso la metà degli anni ’70 del secolo scorso, ed ai saggi su Schmitt pubblicati in Italia nello stesso periodo. Questo fa si che le note critiche dell’autore a Schmitt non tengono conto né delle opere tradotte successivamente (la stragrande maggioranza di quanto scritto dal giurista di Plettemberg) né dei successivi interventi intorno al pensiero del medesimo. Il che non significa che Valitutti abbia travisato la teoria del pensatore renano; ma che la conoscenza di queste ne avrebbe permesso di “centrare meglio” contenuto, obiettivi e senso.
In primo luogo: è vero che il liberalismo considerato da Schmitt è un “fantoccio polemico”; ma lo è per due ragioni.
La prima, ancora diffusa, nelle sue declinazioni “post-moderne”, nell’Italia degli anni a cavallo dei due secoli, e anche attualmente (che è quella prevalente, anche nell’ambiente politico e culturale non italiano) secondo la quale, sintetizzandola al massimo, il liberalismo è quell’ideologia che: a) tutela i diritti fondamentali b) prescrive la distinzione dei poteri (alla Montesquieu) c) discute ogni proposta e soluzione nelle assemblee rappresentative e (soprattutto) nell’opinione pubblica d) tutela i diritti (prevalentemente) attraverso il potere giudiziario e) ritiene la decisione dei conflitti più opportuna se disposta da organi giudiziari.
Non tutti questi aspetti godono di un consenso unanime da parte dei (spesso sedicenti) liberali, ma buona parte si.
Ciò che rende particolarmente ficcante la critica di Schmitt a tale/i concezione/i è che da un lato vi manca un qualcosa che costituisca l’unità politica; dall’altro che il liberalismo è, a intenderlo in senso ideale, non un modo di costituire il potere, ma quello di limitarlo. Onde aspettarsi di costituire una sintesi politica senza un principio politico costitutivo è vano. Come scrive Schmitt citando Mazzini “sulla libertà non si costituisce nulla”.
Ne consegue, come scrive Schmitt nella Verfassungslehre[10], che “I principi della libertà borghese possono ben modificare e temperare uno Stato, ma da soli non fondano una forma politica… Da ciò segue che in ogni costituzione con l’elemento dello Stato di diritto è connesso e misto un secondo elemento di principi politico-formali[11].
Il liberalismo può modificare qualsiasi forma di Stato, facendolo diventare una monarchia o una democrazia liberale, ma non può eliminare il principio di forma politica su cui necessariamente lo Stato si basa. La costituzione dello Stato liberale è così necessariamente mista “nel senso che l’elemento in se autonomo e concluso dello Stato di diritto si unisce con elementi politico-formali”.
L’errore di credere che possa esistere una costituzione liberale “pura” senza politica, né soprattutto elementi di forma politica era già espresso nell’art. 16 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789: “Toute société dans laquelle la garantie des droits n’est pas assurée, ni la séparation des pouvoirs déterminée, n’a point de constitution”. Fu stigmatizzato già da de Bonald, che lo riprendeva dalle (entusiastiche) parole di adesione di M.me De Staël.
Scriveva de Bonald che chiedersi se uno Stato esistente ed esistente da secoli come la Francia, non avesse una Costituzione, è come domandare ad un arzillo ottuagenario se è costituito per vivere. Ciò perché, come avrebbero affermato circa un secolo dopo altri eminenti giuristi come Santi Romano, uno Stato esistente non ha, ma è una costituzione[12]. E lo stesso faceva Schmitt nel distinguere il concetto assoluto di costituzione come “concreto modo di esistere che è dato spontaneamente con ogni unità politica esistente[13] e la cui forma “indica qualcosa di conforme all’essere uno status e non qualcosa di conforme ad un principio giuridico o di normativamente dovuto”[14]. Tuttavia “per motivi politici è spesso indicata come «vera» o «pura» costituzione solo ciò che corrisponde ad un determinato ideale di costituzione”[15]. Ma ritiene il giurista di Plettemberg “Una costituzione che non contenesse altro che queste garanzie dello Stato borghese di diritto, sarebbe impensabile; giacché lo Stato stesso, l’unità politica, ossia ciò che è da controllare, deve pur esistere ovvero al tempo stesso essere organizzato”[16].
I due elementi, quello politico e quello dei principi dello Stato di diritto, sono sempre congiunti e presenti[17].
Dove si constata la “prevalenza” dell’elemento politico su quello dello Stato borghese di diritto è nella disciplina dello Stato di eccezione con la sospensione, deroga, rottura della normativa costituzionale[18] … “In questi casi si mostra assai chiaramente che il moderno Stato costituzionale nella sua struttura è composto di due diversi elementi: di una serie di intralci al potere statale propri dello Stato borghese di diritto e di un sistema – sia esso monarchico o democratico – di attività politica”[19].
Nelle emergenze l’elemento politico (il potere costituito) sospende la normativa del bürgerliche rechtstaat, così come Jhering sosteneva che, nelle crisi gravi la forza “sacrificherà il diritto per salvare la vita”[20].
Ciò che distingue la disciplina dello “stato d’eccezione” dello Stato borghese da quello di altre sintesi politiche è l’accurata distinzione tra situazione normale  ed eccezionale, che in altri regimi è assente o sfumata. Laddove la sovranità è attribuita al vertice politico (al principe) vale il principio ulpianeo quod principi placuit legis habet vigorem applicabile ad ogni situazione contingente (quindi anche dell’emergenza); nello Stato liberal-democratico (o borghese secondo la terminologia preferita da Schmitt) i presupposti, (in parte) la normativa relativa all’eccezione, e le sanzioni per l’inosservanza sono regolate dalla Costituzione. Una norma, regolarmente votata dal Parlamento in uno Stato liberale democratico a forma di governo parlamentare che violasse la Costituzione, sarebbe annullata dal Giudice costituzionale (generalmente) istituito in tali forme di Stato. In una monarchia assoluta o in una dittatura sovrana, no. Come sostenuto da Agamben al riguardo “In ogni caso è importante non dimenticare che lo stato di eccezione moderno è una creazione della tradizione democratico-rivoluzionaria e non di quella assolutista”[21].
Sotto un altro profilo la concezione di Schmitt, corroborata dalle regolamentazioni normative che cita[22], è in linea con il “fattuale”. La regolamentazione/previsione dei poteri eccezionali è aderente alla realtà e alla necessità: se le costituzioni possono scegliere, disporre e regolare o meno i poteri eccezionali (cioè abolirli o non istituirli) non possono abolire le situazioni eccezionali. Solo l’Onnipotente può evitare guerre, calamità naturali, crisi economiche. Così un liberalismo realistico non può non prescrivere la normativa necessaria in siffatte emergenze; ed in effetti in quasi tutte le costituzioni lo dispone. Dove non è prescritta vale la regola di Jhering, e più ancora di Santi Romano: che “la necessità fa legge” ossia che è sicuro che nella situazione d’emergenza la costituzione sarà violata. E, se non violata, probabilmente sarà distrutta l’istituzione politica. Cosa che il liberalismo “ideale” – o almeno parte di esso – non considera, contrariamente a Schmitt, la cui critica è quindi confortata dalla storia.
3. Sempre il liberalismo esangue (e post-moderno, ma non solo) ha, se non abolito, messo tra parentesi il nemico (e la guerra); senza considerare sia la possibilità concreta che l’ostilità degeneri in guerra, sia soprattutto che gli interessi contrapposti, non possano essere conciliati con procedure giuridiche (trattati, mediazioni, Tribunali internazionali). Già da prima Constant e Spencer ritenevano le società orientate ad attività economiche tendenzialmente pacifiche; e Schmitt critica Constant perché considerava le società orientata al commercio (e al benessere economico) meno guerrafondaie delle comunità tradizionali.
Il tempo si è incaricato se non di contraddire, almeno di ridimensionare questa concezione. La diffusione nel periodo dell’imperialismo (classico) e cioè nel XIX secolo (ed oltre) di guerre dettate da motivi economici, d’altra parte tutt’altro che sconosciute prima (e dopo), ne è la prova[23].
Nella successiva “fase” tardo-moderna (e post-moderna) si è creduto di trasferire dall’economico e addossare al diritto il fardello di poter eliminare e/o ridurre (e decidere) i conflitti non solo all’interno – che è più naturale – ma anche all’esterno della sintesi politica. Ma se all’interno c’è comunque il soccorso della sintesi politica “totale e decisiva” col monopolio della violenza legittima e della decisione in ultima istanza, cioè sovrana e (spesso apparentemente) “neutra”, all’esterno mancano l’uno e l’altra.
Il che ha condotto a derogare, nel corso del XX secolo al principio internazionalistico che “par in parem non habet jurisdictionem”, attivando istituzioni e Tribunali internazionali, sia per la soluzione di controversie con (e tra) Stati e tra privati e Stati, sia per giudicare, specialmente dopo le guerre, i vinti da parte dei vincitori[24]. Il tutto in nome di un “diritto” universale che, al di là delle buone intenzioni, ha perso di vista come il diritto abbia anche, necessariamente, un momento (e apparati) d’applicazione. La fase successiva è stata di promuovere guerre - non denominate tali - in nome dei “diritti umani” che per lo più, al di là delle buone intenzioni – sempre presenti – hanno dimostrato che è solo la proporzione delle forze a determinare se, in quei Tribunali si è giudicati (e prima ancora, se il “reo” è debellabile senza (o con pochi rischi); onde, successivamente, i capi dell’unità politica “pacificata”, sono giudicati dalle apposite Corti (internazionali o meno). Perché un’operazione di peacekeeping contro una potenza, anche media, ancorché notoriamente vi si pratichi la violazione dei diritti umani, non si è finora vista. Spedizioni punitive del genere (e successivi giudizi dinanzi a Corti internazionali) sono state promosse in conflitti (prevalentemente) etnici, relativamente a entità statali minori e gruppi politici non consolidati, privi di strumenti militari decisivi, ed hanno visto sfilare come imputati generali e politici balcanici o dell’Africa nera.
Nessuno dei quali aveva il potere d’opporsi realmente all’operazione benintenzionata come avrebbero potuto fare tanti altri, perciò al riparo da interventi umanitari. Il che conferma il detto di Hegel che non c’è Pretore tra gli Stati[25]; perché fondandosi ciò su volontà particolari sovrane, avrebbe carattere “accidentale”. Più che altro mentre a fondamento della giustizia statale c’è un istituzione, di per sé generale, superiore, decisiva e durevole, a base di quella internazionale vi sono soltanto uffici (chiamarli organi è forse eccessivo), la cui esistenza è frutto di accordi e trattati particolari e pertanto carente (del carattere) di “istituzionalizzazione”, politica in specie.
Anche in tal caso la critica di Schmitt coglie nel segno: non appare realistico né confermato dalla storia che possano eliminarsi o ridursi drasticamente i conflitti e quindi l’inimicizia politica che ne deriva, né per l’orientamento sociale all’attività ed al benessere economico, né per decisione dei Tribunali[26].
Come la costituzione è l’assetto e l’organizzazione della comunità politica, in base all’insopprimibile (Freund) presupposto del politico  del comando/obbedienza; così non è possibile eliminare dal mondo la lotta e il nemico, altro presupposto del politico.
A base di tali illusioni c’è la credenza che sia possibile trovare, tra esseri razionali, un punto d’incontro, malgrado diverse visioni del mondo. Max Weber assicurava che si arriva comunque a valori non negoziabili e non vi è modo di conciliarli[27]. Un acuto studioso argentino come Bandieri, ha qualificato una delle correnti riconducibili a un (vago) liberalismo esangue, e cioè il c.d. “neocostituzionalismo”, come positivismo di valori, che distingue da quello di Kelsen (ed epigoni) che è positivismo di norme.
Nei casi estremi (quelli che più contano), tra comunità riconoscentesi in “tavole di valori” inconciliabili una decisione giuridificata o meglio (e soprattutto) giurisdizionalizzata, è pertanto impossibile.
Valitutti sostiene che “secondo Schmitt, l’unità politica è sempre unità decisiva, sovrana e totale. Egli scrive, e noi lo abbiamo già riferito, che è totale perché l’uomo viene afferrato tutto alle radici stesse del suo essere dalla partecipazione politica alla quale egli si da. Aggiunge incisivamente che la politica è destino… Il destino è il fatum in senso greco-latino, cioè una necessità superiore e ineluttabile. Per Schmitt il totalitarismo politico è il destino in questo significato”.
Conseguenza di ciò è che “il nostro è un tempo nel quale la distinzione schmittiana tra amicus e hostis, come distinzione totale e totalizzante, fornisce il criterio interpretativo di porzioni e manifestazioni cospicue della nostra realtà politica e sociale”[28]. Secondo il liberale italiano questo iperpoliticismo è viziato: “Il vizio, se così possiamo chiamarlo, attraverso il quale passa nella realtà effettuale il totalitarismo politico, è quello stesso attraverso il quale passa l’unilateralità dell’apoliticismo, cioè la reductio ad unum della multiforme vita spirituale dell’uomo”. L’apoliticismo è frutto non tanto del primato del Bourgeois sul citoyen ma dell’essere in corso “una grande rivoluzione utilitaristico-edonistica, che ha le sue armi nella scienza e nella tecnica e che è liberatrice di ingenti forze già compresse, ma che intanto produce uno squilibrio della vita spirituale”[29]. Nella vita spirituale del (tardo) XX secolo (ma anche oggi) è sovrana la praxis[30]. Così si crea uno squilibrio, riduttivo della comune umanità[31].
Il tutto presuppone, scrive Valitutti, la priorità della figura dell’hostis anche su quella dell’amicus[32].
3. A considerare la critica di Valitutti a Schmitt, ancorché le censure del primo al secondo siano centrate, occorre valutarle nel contesto del pensiero di Schmitt, oggigiorno maggiormente noto al lettore italiano per la traduzione quasi integrale dell’opera del giurista di Pletteberg e per i contributi che ha suscitato.
Valitutti rimprovera a Schmitt l’ “iperpoliticismo” e, ad esso strettamente collegata, una concezione per così dire “settoriale” dell’uomo. Tuttavia l’intero pensiero di Schmitt è orientato allo stato d’eccezione. Come scrive nella Politische theologie nella situazione d’emergenza “L’esistenza dello Stato dimostra qui un’indubbia superiorità sulla validità della norma giuridica”[33]. Quindi l’eccezione, e la guerra, che dello stato d’eccezione è l’aspetto più rilevante, non nega la normalità, ma ne ridimensiona l’importanza e la stessa capacità di comprendere interamente il diritto, pubblico in particolare. Il diritto è norma ed eccezione: è ordinamento della vita della comunità e questa è fatta sia di situazioni normali che di eccezionali.
La critica al costituzionalismo liberale esangue consiste così proprio nel fatto che non considera l’unità e la completezza dell’ordinamento e che questa ricomprende sia norme che ordinamento, sia comando che obbedienza, legittimità oltre che legalità, forza e norma, principi di forma politica e principi dello Stato borghese. E dimentica che in tante occasioni, come nella seconda guerra mondiale, l’esistenza politica delle democrazie liberali è stata difesa anche con bombardamenti indiscriminati (atomici e non), non proprio da considerare mezzi umanitari. Alla fine le teorie da Schmitt criticate sono più che errate, parziali: coperte strette che non coprono e non spiegano l’intero e tantomeno come, proprio nello stato d’eccezione, la parte “politica” prevalga su quella “normativa”. Così avviene anche per gli altri aspetti.
Come l’antropologia di Schmitt: se è vero, come scrive Valitutti, che Schmitt non considera l’uomo “tutto intero” ma enfatizzandone l’aspetto politico, è pure vero che, nel caso di guerra il cittadino (il componente della comunità) ha il dovere di difendere la comunità e così il rischio di morire. Cosa che generalmente non succede nel discutere una teoria scientifica o filosofica.
Quindi è nell’emergenza (e in vista di quella) che lo “squilibrio”  notato da Valitutti, si realizza a causa del montare di quello che Clausewitz chiamava il “sentimento politico”, elemento fondamentale – ancorché non esclusivo – del triedro della guerra[34].
Anche in questo caso il prevalere della politica è ridimensionato proprio dallo (e in vista) dello stato d’eccezione, d’altronde, come scrive Agamben, istituto tipico degli ordinamenti costituzionali moderni.
Piuttosto quanto sostiene Valitutti è spiegabile con il periodo in cui è scritto: in pieno sessantottismo e post-sessantottismo dove  si consumavano le ultime battute del comunismo (prossimo all’implosione), con slogans che ne enfatizzavano il potenziale liberatorio e di conformazione di una nuova società umana, per realizzare la quale nessuno sforzo (e mezzo) doveva essere risparmiato (terrorismo compreso). In quel contesto il personale (era) politico: espressione che coniuga iperpoliticismo con un sotteso edonismo (cioè con la maior pars dell’a-politicismo).
Valitutti fa carico a Schmitt di sottovalutare l’attività spirituale e teorica dell’uomo. Anche qui pare piuttosto che Schmitt segua quanto scrive de Maistre “L’uomo, per il fatto di essere contemporaneamente morale e corrotto, giusto nell’intelligenza e perverso nella volontà, deve necessariamente essere governato”[35]. E, in connessione con la sua antropologia, la perversità della volontà umana, è indipendente dalla (razionalità) e giustizia della sua intelligenza (e, spesso su quest’ultima prevalente).
Va da se che in tale contesto realistico è una nobile quanto illusoria aspirazione pensare che una decisione si possa raggiungere attraverso l’accordo tra uomini razionali, ispirati da imperativi categorici[36].
Quando poi Valitutti stigmatizza come “fantoccio polemico” il liberalismo criticato da Schmitt, la censura è largamente condivisibile. A un liberale italiano, peraltro di formazione  idealistica come Valitutti, non possono che apparire (almeno) parziali e riduttivi gli appunti, pur spesso centrati, di Schmitt al “liberalismo”. Per un liberale italiano il liberalismo è soprattutto “religione della libertà” e, scriveva Croce, come tutte le religioni, crea guerre di religione. Così furono in Italia le guerre civili del 1799 e del 1860 (senza aggiungere quella del 1806) in particolare nel Mezzogiorno. Lo Stato nazionale non fu costruito da congressi, accordi, trattati, sentenze ma da tre guerre interstatali e da una guerra civile (il c.d. brigantaggio). Altro che agreements tra esseri razionali. E di ciò è consapevole ogni liberale che abbia senso storico-politico. Diceva V.E. Orlando che “nulla per noi è più intollerabile della contrapposizione; Libertà e Patria”.
Lo Stato nazionale fu costituito – diversamente che in altri paesi europei – non dalle monarchie assolute, ma dalla collaborazione tra monarchia sabauda e movimento nazionale, di cui i liberali erano  la maior pars e cui era evidente che lo Stato era “nel fatto sorto da un procedimento rivoluzionario”[37].
Il principio politico (la monarchia mista con elementi di democrazia) era coniugato ai principi del Bürgerliche Rechtstaat in uno Stato “rappresentativo”. Il che vaccinava (per lo più) i liberali italiani da certe concezioni riduttive del liberalismo, come quelle criticate dal giurista renano. Lo stesso termine con cui giuristi e scienziati politici del periodo liberale dello Stato nazionale lo qualificavano prevalentemente come rappresentativo[38] è indice sia della consapevolezza del processo di costruzione nazionale (e radicamento) che dell’unione dei principi di forma politica con quelli dello Stato borghese.
C’è un altro aspetto, meno “esclusivo”, ma comunque importante, nel pensiero liberale italiano[39]: è la concezione realistica dell’uomo, l’antropologia (moderatamente) negativa. Questa, tuttavia, è comune a ogni pensiero liberale “forte”.
Già gli autori del Federalista fondavano su quella sia la necessità dello Stato sia quella del costituzionalismo (liberale)[40]. La stessa antropologia realistica è presupposta nelle concezioni di Croce, di Fortunato, Einaudi, Puviani e tanti altri. Soprattutto nel pensiero di Mosca e Pareto l’uomo non è considerato  (solo) essere razionale e soprattutto capace di seguire una condotta  razionale, ma anche dotato di volontà, istinti, pregiudizi in grado di determinare le azioni assai più della razionalità.
Proprio Pareto con la sua teoria dei  residui  (non razionali, corrispondenti ad interessi e istinti  ) e delle derivazioni (apparentemente razionali) ne ha fatto una trattazione analitica “preceduta” dall’ancora più rilevante tra azioni logiche  e azione non logiche: le une e le altre soprattutto in relazione allo                      iato tra scopo perseguito e risultato conseguito.
Anche Mosca giudicava che la grande maggioranza degli esseri umani non agisce in base a convinzioni razionali (scientifiche) ma a illusioni diffuse[41].
Ciò non era carattere “proprio” ed esclusivo del pensiero italiano: ma è, in questo, almeno nel periodo suddetto, particolarmente sviluppato (ed autorevole).
5. In particolare il fantoccio polemico, che Valitutti critica in Schmitt è ciò che il giurista tedesco vede nei pensatori dallo stesso criticati, ma che non è né il liberalismo storico “classico” – in particolare italiano – né quello che emerge da un’analisi fattuale ma anche giuridico-normativa, sia dei comportamenti che degli ordinamenti dello Stato borghese. È piuttosto quel che risulta da condivisibili aspirazioni che hanno il limite di non considerare o di sottovalutare le costanti ossia, le regolarità  della politica (Miglio), con la conseguenza di non spiegare la conformazione dello stesso Stato democratico (o borghese a seguire Schmitt).
In questo senso l’analisi di Valitutti fatta all’inizio della “rinascita” in Italia dell’interesse per il pensiero del giurista renano[42] e in tempi in cui era demonizzato (e misconosciuto) molto più di oggi, è espressione di un coraggio intellettuale e di una pregevole indipendenza e chiarezza di giudizio.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] Per una esposizione più articolata e diffusa v. Hegel Sistem der sittlichkeit ora in “ Il dominio della politica” trad. it. di  N.Merker, Roma 1980 p. 174 ss.
[2] “Il monismo all’interno presuppone il pluralismo all’esterno. Il mondo politico – afferma Schmitt – è un pluriversum, non un universum, L’unità politica presuppone la reale possibilità  del nemico, e quindi almeno un’altra unità politica coesistente. Il mondo politico è perciò il coesistere e il competere di differenti e contrapposte unità politiche”.
Sviluppando poi il primo aspetto, Valitutti rileva “Il carattere mistico dell’unità politica nel pensiero di Schmitt è comprovato dall’assoluta negazione del suo carattere associativo”; non c’è alcuna società, ma solo comunità politica. Anche quando alla nascita un’unità politica ha carattere associativo (come nella federazione), diviene subito esclusiva e totalizzante.

[3] “La prima e più consistente ragione del tenace e veemente antiliberalismo di Schmitt è da ricercare e da ravvisare nel posto che occupa nel suo pensiero il concetto di unità politica. Quanto meno è in questo concetto che si annodano e si saldano tutti i motivi del suo antiliberalismo”
[4] Sostiene Valitutti che i suoi padri (secondo Schmitt) sono soprattutto Spencer e Constant “Per Schmitt il liberalismo è puro individualismo, in quanto avrebbe solo e sempre presente come principio e fine del suo processo logico l’individuo”. Il fatto che, secondo il giurista di Plettenberg il liberalismo si muove tra le polarità dell’etica e dell’economia “non gli fa sorgere il dubbio che un pensiero politico che affonda sia pure in parte le sue radici nel concetto del primato dell’etica non possa rimanere relegato nel mero individualismo”
[5] Il problema consiste che, nella sua dimensione/aspirazione ideale “il liberalismo concepisce la realtà come gara e lotta, gara che sul piano spirituale si svolge come discussione, cioè come lotta tra idee, e sul piano economico come concorrenza, lotta e concorrenza eterne che non debbano mai diventare sanguinose, cioè degenerare in ostilità”.
[6] Aggiunge che Schmitt “individua esattamente quello che è il maggiore sforzo logico in cui si travaglia quella concezione della realtà a cui si ricollega il liberalismo politico nel secolo XIX, cioè lo sforzo inteso a distinguere le varie forme dell’attività spirituale e della vita umana per fondarne e salvaguardarne l’autonomia e insieme la connessione
[7] Per cui Schmitt concepisce l’unità politica come “decisiva, sovrana e totale”.
Questa unità, che storicamente, nella modernità si costituisce in Stato, considera tutto, potenzialmente, come politico “il decidere se una faccenda o un genere di cose sia apolitico è una decisione specificatamente politica, Perciò non c’è nulla che per virtù propria sia distinto dalla politica. Anche il non politico è una qualificazione attribuibile dalla decisione politica”. 
[8] Tuttavia a leggere Der hüter der Verfassung, trad it. di A. Caracciolo Il Custode della costituzione, Milano 1981 p. 115 ss, si ridimensiona tale giudizio di Valitutti. Scrive Schmitt quanto alla situazione costituzionale del XIX secolo e la diversa nella Repubblica di Weimar che in quella la sua struttura “fondamentale è stata riassunta dalla grande  dottrina tedesca dello Stato di questo periodo in una formula chiara ed utile: la distinzione fra Stato e società” onde “ Esso era abbastanza forte per confrontarsi autonomamente con le restanti forme sociali e quindi per determinare da sé il raggruppamento, cosicchè tutte le numerose differenze all’interno della società … erano relativizzate e non impedivano la comune considerazione in seno alla «società». Ma per altro verso esso si manteneva in una posizione di ampia neutralità e di non-intervento nei confronti della religione e dell’economia e “ripettava in notevole misura l’autonomia di questi ambiti di vita e di interessi; cioè, esso non era assoluto e non così forte nel senso che avrebbe reso privo di importanza tutto il non-statuale” mentre con Weimar “adesso lo Stato diventa l’ «auto-organizzazione della società». Perciò cade, come menzionato, la distinzione finora sempre presupposta di Stato e società” e così “la società che si organizza da sé in Stato passa dallo Stato neutrale del liberale secolo XIX ad uno Stato potenzialmente totale. La potente svolta può essere interpretata come parte di uno sviluppo dialettico, che si svolge in tre stadi: dallo Stato assoluto del XVII e XVIII secolo attraverso lo Stato neutrale del liberale secolo XIX allo Stato totale dell’identità di Stato e società”.
[9] “Se Schmitt avesse salvaguardata la coppia di vero e falso avrebbe dovuto ammettere la distinzione tra la teoria e pratica e proprio questa distinzione gli avrebbe creato non superabili difficoltà nella teorizzazione della totalità politica. Egli è potuto giungere al suo mostruoso concetto della totalità politica sul presupposto della negazione dell’attività teoretica come attività distinta e autonoma dello spirito umano”.
[10] V. trad. it. dr. A. Caracciolo La dottrina della Costituzione, Giuffrè Editore, Milano 1984.
[11] Op. ult. cit., p. 265 (il corsivo è mio).
[12] Nel criticare l’opinione che Stati costituzionali siano solo quelli rappresentativi (cioè a “regime libero”) scrive “Ogni Stato è per definizione, come si vedrà meglio in seguito, un ordinamento giuridico, e non si può immaginare, quindi, in nessuna sua forma fuori del diritto… Uno Stato «non costituito» in un modo o in un altro, bene o male, non può avere neppure un principio di esistenza, come non esiste un individuo senza almeno le parti principali del suo corpo” Principi di diritto costituzionale generale, Milano 1947, p. 3.
[13] Op. ult. cit., p. 16.
[14] Op. ult. cit., p. 17 e prosegue “Anche qui sarebbe più esatto dire che lo Stato è una costituzione; è una monarchia, un’aristocrazia, una democrazia, una repubblica dei Soviet, e non ha soltanto una costituzione monarchica, ecc. La costituzione è qui la «forma delle forme», forma formarum”.
[15] Op. ult. cit., p. 58 e poche pagine dopo scrive “Nello sviluppo storico della costituzione moderna si è affermato un particolare concetto ideale con tale successo che dal XVIII sec. Sono indicate come costituzioni solo quelle costituzioni che corrispondono alle richieste della libertà borghese e contengono determinate garanzie di questa libertà” p. 60, per cui la Costituzione è un “sistema di garanzia della libertà borghese” onde come “costituzioni liberali, che meritino il nome di «costituzione», sono considerate solo quelle costituzioni che contengono alcune garanzie della libertà borghese” (p. 61).
[16] Op. ult. cit., p. 64 e aggiunge “Le costituzioni degli attuali Stati borghesi sono perciò composte sempre di due elementi: da un lato i principi dello Stato di diritto posti a difesa della libertà borghese contro lo Stato, dall’altro l’elemento politico, dal quale si deve dedurre la vera forma di Stato (monarchia, aristocrazia, democrazia o «status mixtus»). Nel collegamento di questi due elementi si trova la caratteristica delle odierne costituzioni dello Stato borghese di diritto”.
[17] È da considerare nei rapporti tra democrazia e liberalismo il giudizio di M. Alessio che “Schmitt insomma distingue troppo rigidamente democrazia e liberalismo, senza pensare che quest’ultimo può attecchire solo su di un terreno già preparato politicamente. Il liberalismo contemporaneo è una derivazione della democrazia moderna, ed è dunque su di essa che bisognerebbe puntare dapprima l’attenzione”. Democrazia e liberalismo (lo status mixtus) sono uniti nella modernità in concreto da un ethos comune, v. Carl Schmitt Democrazia e liberalismo, Milano 2001, p. 8 (introduzione di M. Alessio).
[18] La costituzione in senso proprio, scrive Schmitt “cioè le decisioni politiche fondamentali sulla forma di esistenza di un popolo, ovviamente non può essere temporaneamente abrogata, ma – proprio nell’interesse del mantenimento di queste decisioni… possono esserlo la normative legislative costituzionali generali emanate per la sua attuazione. In particolare, ci sono le normative tipiche dello Stato di diritto poste a protezione della libertà borghese, che sono soggette ad una sospensione temporanea…Nei turbamenti della sicurezza e dell’ordine pubblico, in tempi di pericolo come una guerra e durante una rivolta, sono sospese le limitazioni legislative costituzionali. Op. cit., p. 154.
[19] Op. loc. cit..
[20] R. Von Jhering Der Zweck im Recht trad it. Di M. G. Losano, Torino 1972 p. 184 ss.. È interessante ricordare per sommi capi, la concezione di Jhering “Il diritto non è quanto di più elevato vi sia al mondo, non è fine a se stesso, ma è soltanto un mezzo diretto ad un fine, ed il suo fine ultimo è l’esistenza della società. Se si riscontra che, nella situazione giuridica attuale, la società non è in grado di esistere, se il diritto non è in grado di venirle in aiuto, interviene la forza a compiere ciò che è necessario: nella vita dei popoli e degli stati prende così forma lo stato di emergenza. Nello stato di emergenza, il diritto vien meno tanto nella vita dell’individuo quanto anche nella vita dei popoli e degli stati” e poiché “al di sopra del diritto è la vita; e se ls asituazione concreta è quella da noi ipotizzata – cioè una situazione di emergenza politica riducibile all’alternativa; o il diritto o la vita – non vi possono essere dubbi sulla decisione da prendere: la forza sacrificherà il diritto per salvare la vita” e prosegue “ Abbiamo così individuato il punto in cui il diritto sfocia nella politica e nella storia: qui il giudizio del politico, dell’uomo di stato e dello storico deve sostituirsi a quello del giurista, che giudica soltanto alla stregua del diritto positivo” … “Se non ci si fanno scrupoli nell’usare il termie “diritto” in questo senso, potremmo qui parlare di un diritto eccezionale della storia, che in linea di principio rende praticamente possibile l’esistenza del diritto e, sporadicamente, il raffiorare della forza della sua missione e funzione storica originaria, cioè come fondatrice dell’ordinamento e creatrice del diritto” op. cit. p. 185 ss.
[21] G. Agamben, Stato d’eccezione Torino 2003, p. 14; e l’affermazione è ripetuta “Lo stato di eccezione si presenta anzi in questa prospettiva come una soglia di indeterminazione fra democrazia e assolutismo” idem p. 11.
[22] V. Verfassungslehere, trad. it. cit. p. 154 ss, v. anche pp. 46,56, 236.
[23] D’altra parte Schmitt ha avanzato anche la spiegazione, assai interessante, che ciò dipendeva dalla centralità nello spirito europeo del XIX secolo dell’economia e del conseguente criterio del raggruppamento (principale) di amicus/hostis. Per cui il raggruppamento decisivo è quello borghese/proletario, come evidente in particolare nei bolscevichi e nel concetto di guerra civile mondiale. V. ne Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 167 ss.
[24] Anche se la normativa internazionale più recente ha evitato (almeno) che nel ruolo dei giudici vi fossero i vincitori e in quella dei giudicati, i vinti, precostituendo dei giudici non coinvolti.
[25] Hegel spiegava che la rappresentazione kantiana di una pace perpetua, presuppone la concordia tra gli Stati. Considera che questa si baserebbe su fondamentali morali, religiosi ed altri; ma avrebbe “pur sempre per base delle volontà sovrane particolari”, e perciò rimarrebbe affetta da accidentalità. Grundlinien des Philosophie des Recht, trad. it. di V. Cicero, Milano 1995, §333 p. 555
[26] Anzi è l’esistenza e lo svilupparsi del conflitto che rende necessario (per arrivare ad una soluzione dello stesso) ad “internazionalizzare” il diritto derogando a quello normale “interno”, come scriveva Santi Romano, nel caso delle guerre civili (amnistie, scambi di prigionieri, accordi), v. Corso di diritto internazionale, Padova, p. 73. Il processo di cui scrive il giurista è proprio l’inverso di quello criticato e la cui ratio è di applicare per risolverlo istituti di diritto interno. Infatti come nota Santi Romano “Così, in caso d’insurrezione o di guerra civile, le norme di diritto internazionale, specialmente attinenti alla guerra e alla neutralità, vengono spesso riferite agli insorti … Ciò può accadere per diverse ragioni, che però si riducono ad una sola: l’impotenza dello Stato nel quale scoppia l’insurrezione a dominare col suo ordinamento gli autori di essa, per cui lo stesso Stato sente il bisogno, per mitigare la lotta, di condurla secondo le norme internazionali, purchè anche gli insorti adottino uguale comportamento” (il corsivo è mio).
[27] “Tra i valori, cioè, si tratta in ultima analisi, ovunque e sempre, non già di semplici alternative, ma di una lotta mortale senza possibilità di conciliazione, come tra «dio» e il «demonio». Tra di loro non è possibile nessuna relativizzazione e nessun compromesso. V. ora trad. it.. di P. Rossi ne Il metodo delle scienze storico-sociali, Milano 1980, p. 332. Tuttavia prosegue: “Beninteso, non è possibile secondo il loro senso. Poiché, come ognuno ha provato nella vita, ve ne sono sempre di fatto, e quindi secondo l’apparenza esterna, ad ogni passo”. Il che significa che il compromesso è spesso praticabile ma non sempre e non in tutti i casi.
[28] Ed aggiunge “Oggi si sta moltiplicando il purus politicus, l’uomo per cui non esiste che la politica. Poiché la politica è lotta, il purus politicus è un uomo lottante … non poche antitesi si trasformano e si esasperano in antitesi politiche nel senso chiarito da Schmitt, cioè in antitesi tra amici e hostes.
[29] E prosegue “perciò si arrugginiscono, quando non si atrofizzano, quelle altre attitudini che permettono all’uomo di abbracciare tutta la realtà e di nutrirsene, e in particolare le attitudini conoscitive”
[30] “La scienza e la tecnica sono baconianamente ricercate e utilizzate per il cangiamento e il miglioramento delle condizioni di vita. La praxis è sovrana e assorbente e distoglie dalla teoria. È l’impeto della vitalità che ostruisce ad un tempo quelle che il filosofo ha chiamato le fonti della cratività morale e le vie della ricerca della verità”.
[31] Scrive Valitutti che ciò comincia da Marx e dalla celebre 11ª postilla a Feuerbach, per cui compete ai filosofi (futuri) cambiare il mondo più che interpretarlo “Oggi si tende a possedere la realtà solo praticamente e perciò solo utilitaristicamente”. La ragione è “neutralizzata; perde il rapporto con il contenuto oggettivo perché è usato per soli fini utilitari, e non per conoscere la verità”. Da un lato c’è l’apoliticismo la cui conseguenza è che “scarseggiano i fattori unificanti e aumentano quelli dirompenti. Gli uomini si accomunano e concentrano nel godimento del benessere che è intrinsecamente isolante”. E l’altra faccia di questo Giano è il “raggrupparsi politico, in cui il cemento è l’ostilità contro l’hostis, cioè contro il raggruppamento nemico. Tra apoliticismo e panpoliticismo c’è passaggio pur se il secondo si manifesta talvolta con il volto tragico del vendicatore che vuole colpire la tirannia dell’edonismo”
[32] “Concezione che ritiene erronea e “cattiva”; ma cattive teorie possono originare cattive coscienze: “come la cattiva coscienza si insinua nella cattiva teoria e le fornisce impulsi e stimoli, così la cattiva teoria fornisce un sostegno alla cattiva coscienza”.
[33] V. trad. it. di P. Schiera ne “Le categorie del politico” Bologna 1972 p. 39, e aggiunge “Il caso d’eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue nella norma giuridica e (per formulare un paradosso) l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto. Per la dottrina dello Stato di diritto di Locke e per il razionalistico XVIII secolo, lo stato d’eccezione era qualcosa di incommensurabile. La diffusa consapevolezza del significato del caso d’eccezione che domina il diritto naturale del XVII secolo, va presto perduta nel corso del secolo seguente, allorché viene instaurato un ordine relativamente durevole … Solo una filosofia della vita concreta non può ritrarsi davanti  all’eccezione e al caso estremo, anzi deve interessarsi ad esso al più alto grado. Per essa l’eccezione può essere più importante della regola, e non in base ad una ironia romantica per il paradosso, ma con tutta la serietà di un punto di vista che va più a fondo delle palesi generalizzazioni di ciò che comunemente si ripete. L’eccezione è più interessante del caso normale. Quest’ultimo non prova nulla, l’eccezione prova tutto; non solo essa conferma la regola: la regola stessa vive solo dell’eccezione. Nell’eccezione, la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione” e conclude il passo “Abitualmente non ci si accorge della difficoltà poiché si pensa al generale non con passione ma con tranquilla superficialità. L’eccezione al contrario pensa il generale con energica passionalità”
[34] Si noti che il generale prussiano il quale distingue, tra l’altro, guerra assoluta e guerra “normale”, anche nella concezione generale del fenomeno bellico ritiene che “la guerra si presenta inoltre nel suo aspetto generale, sotto il rapporto delle tendenze che regnano in essa, come uno strano triedro composto:
1. della violenza originale del suo elemento, l’odio e l’inimicizia, da considerarsi come un cieco istinto;
2. il giuoco delle probabilità e del caso, che le imprimono il carattere di una libera attività dell’anima;
3. della sua natura subordinata di strumento politico, ciò che la riconduce alla pura e semplice ragione.
La prima di queste tre facce corrisponde più specialmente al popolo, la seconda al condottiero ed al suo esercito, la terza al governo” Vom Kriege trad. it. Milano 1970, vol. I, p. 40. Quindi anche nella guerra sono presenti elementi razionali, che contribuiscono a ridimensionarla ed umanizzarla.
[35] V. Du Pape, trad. it. Milano 1995, p. 155.
[36] Che è poi uno dei presupposti di un liberalismo esangue, ispirato al pensiero di Kant (ma sottovalutando il “legno storto”). Ma che tale condivisibile aspirazione possa costituire una base – sempre e ovunque valida – non è credibile, per cui si trasforma in una sicura illusione, che seleziona della natura umana il connotato più gestibile: la ragione. E, al tempo, sminuisce quello che lo è meno, la volontà (istinti, interessi, pregiudizi e così via).
[37] V. V.E. Orlando Principii di diritto costituzionale p. 51.
[38] Ricordiamo tra gli altri: G. Mosca, Appunti di diritto costituzionale, Milano 1912 (il quale scrive anche di governo rappresentativo, di regime rappresentativo).
[39] D’altra parte condiviso anche con gran parte dai pensatori liberali non italiani.
[40] “Ma cos’è il governo se non la poderosa analisi dell’umana natura? Se gli uomini fossero angeli non occorrerebbe alcun governo. Se fossero gli angeli a governare gli uomini, ogni controllo esterno o interno sul governo diverrebbe superfluo.
Ma nell’organizzare un governo di uomini che dovranno reggere altri uomini, qui sorge la grande difficoltà: prima si dovrà mettere il governo in grado di controllare i propri governanti, e quindi abituarsi ad autocontrollarsi”. V. Il federalista, trad. it. di Bianca M. Tedeschini Lalli, Bologna 1980, p. 396. (Il corsivo è mio).
[41] “La scienza e tutti quei brani di verità… sono sempre stati l’opera di un numero molto scarso d’individui… Le masse finora non hanno mai vissuto della scienza e per la scienza, ma di grandi illusioni collettive, che trovano la loro base non nel raziocinio, ma nel sentimento umano” v. Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare, Bari 1949, p. 85 (il corsivo è mio).. D’altra parte considerazioni simili si trovano in altre opere di Mosca.
[42] Che ha preceduto la “rinascita” dell’interesse in altri paesi. Günther Maschke, in un  saggio dedicato all’impatto del pensiero di Schmitt (scritto poco dopo la morte del giurista) giudicava che l’Italia di quella rinascita costituiva la parte più cospicua, v. trad. francese (col titolo Carl Schmitt «Fossoyeur de la République» «Kronjurist» ou «Dernier classique»? in Nouvelle École n. 44, 1987, p. 53 ss.
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domenica 24 giugno 2018

Fernando Rossi: Prefazione al libro di Nikos Klistikas: ‘Dio ti protegga, o Siria’

Fonte.
Prefazione al libro di Nikos Klistikas: ‘Dio ti protegga, o Siria’
 
Ciò che è avvenuto in Siria dal 2010 ad oggi è ormai tutto chiaro e documentato, ma è risaputo che se un giornalista o un politico hanno avuto l’input di fingere di dormire, non ci sono grida che possano svegliarlo.

Solo un’incrollabile fiducia nella possibilità di redenzione della specie umana può giustificare gli sforzi di quanti cercano di fare in modo che, come i salmoni, le verità possano vincere la grande corrente d’opinione creata dai media e partiti della lobby dei globalizzatori della grande finanza e arrivare ai cittadini che ora la ignorano.

Innanzitutto va chiarito che gli attacchi al Governo di Assad sono cominciati ben prima delle ‘rivolte primaverili’, organizzate nel 2011 nei centri abitati vicini a Israele, Giordania e Turchia, con le modalità messe a punto anni fa dai servizi USA e rivelateci anche da Jesse Ventura, ex governatore del Minnesota nel suo libro.
(https://www.newtoncompton.com/libro/il-libro-che-nessun-governo-ti-farebbe-mai-leggere:
tali modalità consistono nell’infiltrarsi in gruppi politici di opposizione ai governi che si intendono rovesciare, finanziarne e guidarne l’espansione, preparare il clima mediatico con la diffusione di false notizie e, giunti al giusto livello di ebollizione socio-politica, far organizzare una grande e costosa manifestazione, durante la quale propri militari sotto copertura o uomini dei locali servizi già corrotti, avranno il compito di aprire il fuoco sui manifestanti. Di ciò verrà accusato il ‘regime’ o il Presidente da rovesciare e durante la successiva manifestazione di protesta basterà far sparare su manifestanti e sulla polizia per innescare lo scontro sociale e politico in cui anche le componenti di opposizione più moderate siano costrette a schierarsi con i rivoltosi guidati dai servizi. La campagna mediatica globale scatta e la guerra civile può in iniziare. Così è stato in Cecenia, nei Balcani, in Libia, in Siria, e più recentemente in Venezuela).
Considerando tutti gli elementi, sociali, politici, economici, militari e geopolitici che componevano il quadro entro cui USA/Nato, Israele, Arabia Saudita, Qatar e Turchia hanno deciso di rovesciare Assad, si può comprendere la loro rabbia attuale nel vederlo non solo resistere ma addirittura vincere militarmente e politicamente dopo anni di sfrenata corruzione, attentati terroristici, sabotaggi e blocco economico.

L’appoggio politico e militare della Russia, che ha una sua base militare a Tartus, nonché quello degli Hezbollah libanesi, hanno avuto un ruolo importante, ma non sarebbe certo bastato a salvare la Siria e Bashar el Assad se si fossero rivelate giuste le analisi degli aggressori e le loro previsioni sulla precarietà e fragilità della sua presidenza e della coesione sociale e religiosa della sua nazione.

Bashar el Assad diviene Presidente suo malgrado, interrompendo studi e carriera medica in Europa, a causa della morte del fratello Bassel, che il padre aveva scelto come erede. Non tardano a presentarsi scontri e frizioni con le componenti più conservatrici del partito Baath (un loro slogan era : “Bashar ha la sua clinica, Maher el Assad – suo fratello cadetto – al potere!”), in particolare quelle sunnite con simpatie saudite.

L’ex vicepresidente Abdel Halim Khaddam, dopo aver inutilmente tentato di ridurre l’influenza di Assad dentro al congresso del Baath, nel 2005 fugge in Francia, si manifesta legato ai Saud e accusa Assad dell’assassinio dell’ex premier libanese Rafic Hariri, cosa sempre negata da Assad, anche se molte voci dell’epoca indicavano come mandanti gli apparati di sicurezza siriani guidati da alawiti critici con le aperture politico-economiche di Assad e della moglie Asmāʾ Akhras (sunnita,  di nazionalità inglese), ritenute eccessive.

Ma Assad ha saputo guadagnare consenso e nel contempo riformare partito e governo; nel giugno 2014, nonostante il terrorismo, il blocco economico e i miliardi spesi per corrompere militari e funzionari apicali, che avrebbero dovuto rovesciarlo, egli viene rieletto con l’88,7% dei voti in occasione della prima elezione multipartitica della Siria, mentre solo 5 generali su 1200 hanno fatto defezione.

Per superare la resistenza popolare e dei ceti medi siriani, ad un prevalere delle organizzazioni terroristiche sostenute dalla Arabia Saudita, USA, Unione Europea e paesi Nato finanziarono, addestrarono e armarono di tutto punto un fantomatico Esercito Libero Siriano, formato da qualche migliaio di disertori, tanti mercenari stranieri e decine di ‘istruttori’ USA/Nato. Dopo il primo anno questo esercito era del tutto ininfluente e gran parte delle sue armi (USA-Nato) era passato in mano a ISIS, Al Qaeda, Al Nusra e le altre bande salafite, a volte con scontri fratricidi per armi e bottini di guerra.

L’operazione politico-mediatica più importante per mettere in piedi una opposizione credibile e non in mano a Sauditi e Fratelli Musulmani fu la Conferenza di Antalya, promossa da Usāma al-Munağğid, siriano esiliato a Londra, membro del Movimento per la Giustizia e lo Sviluppo ed attivista dell’opposizione al regime. Su questo personaggio Wikileaks ha diffuso documenti diplomatici americani che attestano il suo finanziamento da parte degli USA tra il 2006 e il 2009. Tali fondi dovevano sostenere le opposizioni e le defezioni dal regime di Assad e la nascita di una tv indipendente siriana: Barada Tv, nata nell’aprile 2009 e strettamente collegata con il Movimento di al-Munağğid. Mentre la copertura mediatica e nei social globali è stata assicurata dall’ Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, installato nel Regno Unito. Questo strano ‘Osservatorio’ è formato da una sola persona, Rami Abdulrahman che risiede a Coventry, finanziato e gestito dai servizi inglesi, e le sue veline sono le fonti per le notizie sulla Siria da parte di tutti i media di proprietà della grande finanza globale.

Questo pressing di USA, petro-monarchie del Golfo Persico, Israele e paesi Nato, tra cui Italia, Grecia e Turchia, che nei loro programmi doveva essere una passeggiata modello Libia, è fallito, ma è costato alla Siria centinaia di migliaia di morti e milioni di migranti. L’ultimo sussulto di rabbia e impotenza è stata l’invenzione dell’uso dei gas tossici da parte dell’Esercito Siriano, messa in scena dai ‘Caschi Bianchi’, ONG a gestione Saudita, creata per affiancare l’attività dei terroristi.

Aereo israeliano intervenuto a sostegno dei terroristi,
 abbattuto dalla contraerea siriana.


La Siria ha vinto ed ha sconfitto i terroristi, anche quelli che venivano definiti ‘buoni’ perché gestiti da ‘istruttori’ di USA/Francia e Inghilterra e riconquistato gran parte del suo territorio, ma non sono finite le manovre politiche e geo-politiche sulla Siria e sul suo Presidente.

Israele continua a operare bombardamenti in territorio siriano per ottenere una reazione che possa essere usata per costringere USA, Nato e suoi alleati del Golfo ad una guerra aperta contro la Siria, ma lo fa da quasi 10 anni senza successo ed è prevedibile che Siria e Russia non cadranno nella trappola,  mentre governi e media europei tacciono su queste folli e criminali violazioni del diritto internazionale (provate ad immaginare cosa farebbero e direbbero se la Russia bombardasse qualche base militare USA o Nato in un paese UE).

Gli USA hanno promesso un po’ di Siria ai leader curdi, da loro armati e ‘consigliati’ se combatteranno contro il Governo Assad, ma questo ha messo in crisi i loro rapporti con Erdogan, fino al fallito tentativo di golpe in Turchia, le cui reazioni e conseguenze politico-strategiche avranno un peso significativo in quell’area.

La Mogherini, Vice Presidente della Commissione e Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che parla sempre a nome degli USA/Nato, ha detto che Assad non deve illudersi che la sua vittoria sul campo significhi che l’Europa abbandonerà gli oppositori militarmente sconfitti.

Occorrerà continuare a vigilare, controllando i comportamenti dei nostri governi e informando il maggior numero di cittadini, ma la vittoria di Assad e di chi l’ha coerentemente sostenuto contro gli aggressori ci consente di fare alcune considerazioni.

    Fortunatamente, migliaia di terroristi e salafiti andati a combattere il governo siriano su input degli imam reclutatori sparsi dai Saud in mezzo mondo sono stati eliminati, ma purtroppo i sopravvissuti,  che stanno tornando negli stati in cui risiedevano, o che vengono fatti entrare in Europa come clandestini, sono stati militarmente addestrati e resteranno legati ai loro capi  jihadisti, costituendo un serio pericolo per le nostre comunità.

    La forza di Assad e del suo governo è senza dubbio stata la coesione sociale e nazionale del suo popolo e l’eroismo dei suoi combattenti, ma un peso importante l’ha avuto anche l’abilità diplomatica ereditata dal padre, con cui ha saputo garantirsi l’appoggio diplomatico di Cina e Russia all’Onu e quello militare di Russia, Iran ed Hezbollah libanesi.

    Nonostante gli onori e le onorificenze (compresa quello di Napolitano nel 2010) che gli tributavano nei vari paesi USA/Nato, a differenza della Libia, il livello politico culturale della ‘classe dirigente’ siriana ha consentito di leggere la natura profonda del capitalismo finanziario che non può fare a meno di cercare di soffocare la sovranità dei popoli per estendere il proprio potere globale. E’ questa lucidità d’analisi che li ha indotti a prepararsi, riuscendo anche a vedere subito la regia che stava dietro ai disordini simultaneamente scoppiati nelle zone di confine con Israele, Libano, Turchia e Giordania.

    Dalle vicende siriane, i popoli europei dovrebbero trarre l’insegnamento di non credere più a quei media e a quei partiti che per tutti questi anni ci hanno raccontato menzogne, a loro richieste da finanziatori e/o proprietari dei media, destinate a coprire il criminale sostegno al terrorismo e preparare l’ingiusto blocco commerciale verso la Siria, per fiaccarne la resistenza. Facendo di questa lezione un patrimonio collettivo dei nostri popoli eviteremmo di farci scodellare/nuove guerre e nuovi crimini dei globalizzatori della grande finanza, che i loro media e i loro partiti sono già pronti a travestire da ‘difesa dei diritti umani’.

Fernando Rossi

martedì 5 giugno 2018

«`Giustizia e mito», in una recensione di Teodoro Klitsche de la Grange.

Marta Cartabia – Luciano Violante, Giustizia e mito, il Mulino, Bologna 2018, pp. 174, € 13,00.

Che due giuristi abbiano scritto questo libro, su tragedie di Sofocle, può sorprendere, ma solo in parte. In effetti l’Antigone e l’Edipo Re offrono motivi di riflessione sia per i teorici del diritto, come dello Stato e della politica.

Nell’“Antigone” di Sofocle i due personaggi principali, Antigone e Creonte, sono diffusamente considerati rappresentativi dei poli di una pluralità di opposizioni, rilevanti per i giuristi: per lo più tra diritto naturale e diritto positivo e tra legge divina e umana. Ma non è mancato chi, come Hegel, vi ha visto l’opposizione tra concezioni (principi)  maschile e femminile, per cui l’uomo (e cioè Creonte) “ha la propria vita sostanziale e reale nello Stato, nella Scienza, e simili, e inoltre nella lotta e nel travaglio con il mondo esterno e con se stesso”[1], mentre la “pietas, in una delle più sublimi esposizioni che la concernono – nell’Antigone sofoclea – viene dichiarata soprattutto come la legge della femmina, vale a dire: come la legge della sostanzialità sentimentale soggettiva, dell’interiorità che non consegue ancora la propria realizzazione perfetta, come la legge degli dèi antichi, del regno sotterraneo, come legge eterna di cui nessuno sa dire quando apparve e che è presente nell’opposizione contro la legge manifesta, la legge dello Stato”[2]. Per cui da un lato si può intravedere, in queste osservazioni di Hegel, una contrapposizione non solo tra norme (leggi) ma anche tra istituzioni (famiglia e Stato); da un altro, e più chiaramente, quella tra un diritto “tradizionale” e consuetudinario  e un altro “statuito” e razionale”.

Molte altre opposizioni sono rintracciabili, perché chiaramente esposte, nei due personaggi della tragedia. In particolare Creonte si identifica con la polis e fa della categoria amico/nemico (della polis) il criterio distintivo per la legittimazione del decreto proibente la sepoltura di Polinice, derogatorio-modificativo della legge divina (e consuetudinaria) di seppellire i morti. Ciò pone in rilievo (almeno) sia l’opposizione tra politico e giuridico (intesi nel senso di Freund) che la prevalenza e decisività del politico che privatizza (e cioè sottomette) le norme ed il rapporto “privatistico” (familiare) rispetto a quello pubblico-politico. Dice Creonte nell’entrare in scena “non tengo in alcun conto chi stima più importante della propria patria una persona cara. Io infatti – e lo sappia Zeus che sempre vede tutto – non saprei tacere quando vedessi muovere contro i cittadini la sciagura invece che la salvezza; e non farei mai amico un nemico della patria; poiché so che essa è la nostra salvezza…. Con tali principi io farò grande la nostra città”[3]. Il diritto promulgato dal governante deve essere così “razionale rispetto allo scopo” che è, nel caso, quello, essenziale alla polis, di salvaguardarla, anche onorando i buoni cittadini e non gli altri, i nemici.

Il senso di tale opposizione indica in Creonte l’archetipo di una politica e un diritto “moderno” (rispetto a quelli di Antigone): la prima perché prevalente su ogni vincolo normativo e l’altro perché razionale (rispetto allo scopo), volontario, statuito, opportuno. Creonte non è tiranno nel doppio senso attribuito a tale termine dalla Scolastica: non lo è né absque titulo, perché è diventato re di Tebe per designazione del re “abdicante”, cioè suo cognato Edipo: né lo è quoad exercitium perché, anche in altre tragedie (come l’Edipo a Colono) segue sempre la regola  di operare per la salvezza della polis. Motiva così il decreto che vieta la sepoltura di Polinice “Ma il fratello suo, Polinice dico, dall’esilio tornò volendo distruggere completamente col fuoco la terra patria e gli dèi della stirpe, volendo saziarsi del sangue dei suoi e gli altri trarre in schiavitù: e per quanto lo riguarda è stato ordinato alla città che nessuno lo onori di tomba e di compianto, ma sia lasciato insepolto cadavere, pasto ad uccelli e cani, vergogna a vedersi”. E nel dialogo del secondo episodio tra Creonte ed Antigone, mentre questa insiste sul legame parentale, quello ribatte che “ma il nemico non è mai caro, neppure quando sia morto”[4]. L’esser nemico prevale sia sulla philia che sull’adelphia.

Il carattere di tali affermazioni ha attratto anche i giuristi. In particolare Max von Seydel ha dedicato pagine alla tragedia ricordando come il dialogo tra i due protagonisti dell’Antigone (e lo svolgersi dell’azione) rivelano l’essenza della sovranità e del suo rapporto con la forza ed il diritto che può dare “alla scienza nostra (cioè al diritto pubblico) una dottrina dalla quale si può ricavare la cognizione del suo essere”. E cioè che il dominio (politico) non è altro che il “fatto della forza sopra lo Stato”, un fatto dal quale ha origine primamente il diritto”. Il quale non è altro che l’insieme delle “norme con cui il volere sovrano ordina la convivenza statuale degli uomini”. La fonte del diritto è il volere sovrano.

Per un giurista come von Seydel, rappresentante-tipo del positivismo giuridico d’antan (cioè decisionismo + normativismo) in effetti Creonte è il diritto moderno contrapposto ad Antigone, che è quello “antico”. E l’antitesi delle concezioni dei due personaggi ricorda da vicino quella di Max Weber tra potere tradizionale, ossia quello che “poggia sulla credenza quotidiana nel carattere sacro delle tradizioni valide da sempre, e nella legittimità di coloro che sono chiamati a rivestire una autorità” e potere razionale-legale e tra i differenti modi e mezzi ordinatori del diritto “tradizionale” e del diritto “statuito”. Nella posizione di Antigone è anche invertito il rapporto tra politica e diritto: per cui quella non domina questo, ma piuttosto vi è sottomessa; onde non vale il detto salus rei publicae suprema lex, ma piuttosto il fiat justitia, pereat mundus in cui la justitia è ciò che appare tale al cittadino. Anche in ciò la “modernità” di Creonte, rispetto ad Antigone è evidente. Violante ha rilevato come Creonte non sia il crudele tiranno, come abitualmente rappresentato “Se Creonte fosse davvero uno spietato dittatore e se Antigone fosse davvero una giovane donna portatrice di una nuova legge…non sempre l’oppositore è portatore di un nuovo domani; non sempre l’uomo di governo è un subdolo tiranno. La realtà politica non è una linea retta; è un poligono con molte facce”. In effetti “Antigone è testimone del diritto antico, quello della immutabilità delle regole, mentre Creonte è un innovatore, portatore del diritto nuovo, quello che fa funzionare la polis. Per questa ragione il mito è affiancabile a tutti gli altri miti greci che puniscono l’innovatore, quello che vuole cambiare”. Antigone, insomma, è il passato, Creonte il futuro. Ma le comunità si reggono quando Antigone e Creonte sono (ambo) presenti, sostiene Violante, e si riesce a trovare compromessi tra il potere pubblico e i diritti individuali.

“L’Edipo re” appare meno fecondo di spunti per i giuristi moderni. E il saggio (di Marta Cartabia) lo dimostra. Tuttavia è il caso di ricordare quanto sosteneva René Girard, sia sulla tragedia greca in generale sia sull’ “Edipo re”. Quanto a quella Girard ricorda che “Gli storici sono d’accordo nel situare la tragedia greca in un periodo di transizione tra un ordine religioso arcaico e l’ordine più ‘moderno’, statale e giudiziario, che ad esso succederà. Prima di entrare in decadenza, l’ordine arcaico dovette conoscere una certa stabilità. Tale stabilità non poteva poggiare che sul momento religioso, cioè sul rito sacrificale”; e sull’ “Edipo re” nota: “tutte le relazioni maschili sono relazioni di violenza reciproca… Tutte queste violenze sfociano nell’annullamento delle differenze, non soltanto nella famiglia ma in tutta quanta la città. La disputa tragica che oppone Edipo a Tiresia ci mostra due grandi capi spirituali in contrasto”. E Tiresia è il difensore della tradizione, che Edipo contesta perché ritiene che insidii l’autorità reale; la conseguenza, scrive l’antropologo francese, è che “Presi di mira sono gli individui ma a essere colpite sono le istituzioni. Tutti i poteri legittimi vacillano sin dalle fondamenta… L’empietà di cui parla il coro, l’oblio degli oracoli, la decadenza religiosa fanno tutt’uno sicuramente con lo sgretolarsi dei valori familiari, delle gerarchie religiose e sociali”. Occorre un rimedio per ovviare a questo incipiente hobbesiano bellum omnium contra omnes.

Scrive anche Girard che “Edipo non è colpevole in senso moderno ma è responsabile delle sventure della città. Il suo ruolo è quello di un vero e proprio capro espiatorio” e in effetti l’azione tragica si compie durante l’epidemia di peste a Tebe. La soluzione della crisi della città, che permette di rifondare l’ordine è il sacrificio della vittima espiatoria e così Edipo si punisce da se. Ciò permette il superamento della crisi e la sacralizzazione della vittima, cioè Edipo. Come scrive Girard: “      Nel momento supremo della crisi, quando la violenza reciproca giunta al parossismo si trasforma d’un sol colpo in unanimità pacificatrice, le due facce della violenza paiono ravvicinate: gli estremi si toccano. Questa metamorfosi ha come perno la vittima espiatoria… la vittima espiatoria ‘simboleggia’ il passaggio dalla violenza reciproca e distruttrice all’unanimità fondatrice; è lei che assicura questo passaggio”. Il pensiero religioso vede così nella vittima una “creatura soprannaturale che semina la violenza per poi raccogliere la pace”.

L’interpretazione di Girard permette di evidenziare nell’ “Edipo re” alcuni dei presupposti e dei fondamenti del diritto pubblico, nonché di regole, se non delle regolarità della politica. La crisi “mimetica”, ossia il dissolversi dei legami comunitari che in genere i giuristi chiamano “stato d’emergenza” o “stato d’eccezione”; in particolare l’emergere della violenza diffusa e non regolata (la guerra civile, in atto o “strisciante”); il meccanismo del “capro espiatorio”; la rifondazione dell’ordine attraverso quello e così il ridursi della conflittualità sociale.

In particolare il ricorso al “capro espiatorio” (cioè Edipo), da Machiavelli è descritto nel cap. VII del “Principe” con la vicenda di Remirro De Orco, ovviamente senza implicazioni religiose, ma come espediente per riportare ordine (e consenso), attraverso un efficace e spregiudicato esercizio del potere. Ordine e potere che sono i concetti fondamentali del diritto, pubblico in ispecie così come quello di ineguaglianza, giacché una comunità politica senza disuguaglianza e è impossibile: ne occorre almeno una, come si legge in tutti i manuali di diritto pubblico: quella tra dominanti/governanti e dominati/governati. Proprio quella che, secondo Girard, Edipo aveva violato uccidendo, anche se inconsapevolmente, il padre/re e accoppiandosi con la madre/regina.

Laio, come padre e come re è riconducibile a due dei tipi semplici d’autorità (Kojève). Autorità necessaria sia nella famiglia, e molto di più nello Stato.

Quindi riprendendo von Seydel, è utile e istruttivo ripensare la tragedia greca e in ispecie le due analizzate dagli autori in funzione (anche) del diritto presente.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] V. Grundilinien der Philosophie des Rechts (§166), trad it. di V. Cicero , Milano 1995 p. 317; v. anche Die Phänomenologie des Geistes, trad. it. di E. De Negri, Firenze 1973, pp. 29 ss.
[2] Op. loc. cit..
[3] Antigone trad. it. di R. Cantarella, rist. Milano 2005, p. 271.
[4] Op. cit. p. 293.

venerdì 1 giugno 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: recensione a «Stenio Solinas, L'infinto sessantotto» (Edizioni la Vela, 2018)

Stenio Solinas, L’infinito sessantotto, Edizioni La Vela (www.edizionilavela.it), Viareggio (LU) 2018, pp. 131, € 14,00.

Il titolo di questo saggio “L’infinito sessantotto” non è solo polemicamente indirizzato al cinquantenario (con relative autocelebrazioni e autocompiacimenti), ma alla durata delle idee (e degli idola) del ’68, che ancor oggi determinano modelli di comportamento e di sentire diffuso. Così la liberazione sessuale (prima pillola, poi aborto), il depotenziamento dei vincoli familiari (divorzio e rapporto genitori/figli in primis), la parità uomo/donna, la denatalità incipiente (ora trionfante). Solinas lo spiega ricordando che il ’68 era stato preceduto dal ventennio della ricostruzione in cui gli italiani, dopo la sconfitta e l’occupazione militare, iniziarono a “ritirarsi nel privato”.

“Quegli italiani, dunque, si chiamarono fuori dall’Italia, non ne vollero sapere: che andasse come andasse, nessuno li avrebbe più fregati, chiamati ad altri e alti destini, spronati a grandi imprese… Tornava, insomma, la dimensione familiare, si allontanava lo Stato, visto come un nemico, o come qualcosa da sfruttare… Ciò che alla fine contava era il proprio benessere, il piacere dei nuovi consumi, un’etica del lavoro individualistica, sganciata da qualsiasi istanza collettiva, da qualsiasi anelito comunitario. La politica, i partiti, erano “cosa loro”, da disprezzare, da irridere, con cui venire a patti, il voto in cambio di un favore, un posto, una raccomandazione… C’è un Paese che insegue il proprio benessere, un brodo di coltura che teorizza la liceità di ogni comportamento e giustifica dialetticamente ogni trasgressione e il relativo perdono, una classe politica che occupa manu civili la società, una classe dirigente che non sa e/o non vuole dirigere, sceglie di non scegliere, pratica un consenso clientelare e per farlo aumenta a dismisura il debito pubblico. Il ’68 è il primo cortocircuito di una modernizzazione fine a se stessa e priva di quei correttivi che potrebbero, dovrebbero, regolarla… Il secondo sarà la lunga stagione del terrorismo, da cui usciremo senza sapere bene né come né perché, e comunque appena in tempo… Il terzo, l’implosione del sistema stesso dei partiti, l’epifania del suo fallimento, e la successiva incapacità di riformarlo ovvero rifondarlo”.

Il ’68, insomma, ha lavorato su un terreno propizio e dissodato.

La durata dell’ “ideologia” sessantottina è comunque dovuta sia al processo di cooptazione nella classe dirigente, sia al correlativo adattarsi al “sistema” dei leaders del movimento studentesco.

I quali se adattati sono stati promossi e valorizzati; i non adattati (cioè i militanti  coerentemente rivoluzionari) sono stati incarcerati ed esclusi (processo comune nelle cooptazioni di èlites).

D’altra parte Del Noce aveva capito con molto anticipo che il comunismo si sarebbe risolto in un mélange  di  nichilismo  libertario e buonismo umanitario, che è qualcosa di molto simile all’immagine ai modelli e ai “messaggi” della società globale. Sia quindi per la presenza di personaggi (  dalle barricate passati alle poltrone) sia per molte coincidenze di idee, il sessantotto “prosegue” nel mondo globalizzato. Non si sa se l’attuale crescere almeno nel mondo euro- occidentale di partiti e movimenti sovran-popul-  identitari prefiguri la fine della Weltanschauung sessantottina, almeno come modello dominante. Di sicuro però la fortuna di quelli è la conseguenza   dialettica del prevalere di questa. Il criterio del politico, dalla contrapposizione borghese/proletario si è spostato a quella globale/identitario; e così ha generato una nuova antitesi.

Ma anche nel populismo c’è qualcosa del (primo) sessantotto andata  - ovviamente - smarrita successivamente, ossia l’antagonismo urlato contro il “vecchio”, ovvero le élites al governo. Anche se occorre riconoscere quelle     da noi contestate allora erano molto migliori di quelle globaliste odierne, come confermato dai risultati conseguiti.

Ma questo, che le nuove élites nascono con gli stivali, quindi forti e decise e finiscono in pantofole cioè ipocrite, fraudolente e deboli, è non una novità ma  una costante della politica.

Teodoro Klitsche de la Grange

mercoledì 16 maggio 2018

Teodoro Klitsche de la Grange: Recenzione a Giovanni ORSINA, La democrazia del narcisismo (Marsilio 2018)


Giovanni Orsina, La democrazia del narcisismo, Marsilio editori, Venezia 2018, pp. 198, € 17,00
Orsina analizza l’attuale crisi dei regimi democratici sottolineandone la causa (principale) politica e la sua conseguenzialità con la natura della democrazia dei moderni (cioè post-illuminista).

Questa prende le mosse da certe promesse; la prima, già nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati uniti, è che ogni individuo ha il diritto di perseguire la realizzazione della propria felicità. Tale promessa è “connaturato alla democrazia intesa non soltanto come sistema politico, ma come modello di società. Allo stesso tempo, però, la pretesa che quella promessa sia mantenuta sottopone il regime democratico a tensioni insopportabili”. Ma dato che il capitalismo è distruzione creatrice (Schumpeter) e la modernità anche, le strutture socio-politiche che vengono distrutte da quelle tensioni sottopongono il sistema a ripetute crisi. A partire dalla seconda metà del secolo passato “la riaffermazione poderosa di quella promessa, che all’inizio era stata formulata in termini altamente politici, ha in breve tempo portato all’affacciarsi di un nuovo soggetto assai poco adatto alla politica: il narcisista. L’affermarsi di questo tipo umano contribuisce a far appassire cinque dimensioni fondamentali dell’agire politico: potere, identità, tempo, ragione e conflitto”.

Dato che soddisfare del tutto il narcisista è impossibile, le élite di governo “si sforzano di arginarlo, trasferendo il potere dalla politica verso istituzioni economiche, giudiziarie, tecnocratiche, spesso sovranazionali… così facendo, la politica col passare degli anni si va rinchiudendo sempre di più in una tagliola micidiale: richieste crescenti da un lato, strumenti sempre più deboli e inefficaci con cui soddisfarle dall’altro”. Per cui la conseguenza, iscritta nel destino degli aggregati politici umani, è di rivestire un’unica funzione da poter svolgere “quella del capro espiatorio… questo marchingegno ha agito e agisce in tutte le democrazie avanzate. Il terzo capitolo del libro, incentrato su Tangentopoli, cerca di spiegare perché in Italia esso abbia avuto effetti ancor più dirompenti di quanto non sia accaduto altrove. La fragilità della repubblica dei partiti, e in particolare la sua incapacità di dotarsi di una legittimità solida, fanno sì che nella penisola il processo di degenerazione del politico sia particolarmente grave, e possono quindi dar conto in larga misura del collasso sistemico del 1992-1993. In quel frangente, d’altra parte, s’ingenera nei confronti della politica un’ostilità così profonda e violenta da apparire tutto sommato sproporzionata rispetto alle responsabilità storiche del ceto di governo, pure notevoli, e più in generale alle cause della crisi”.
Orsina fa derivare le contraddizioni della democrazia moderna da Tocqueville “Perché una società fondata sulla promessa-pretesa di piena autodeterminazione soggettiva possa funzionare nel tempo, tuttavia, è necessario che quanti la compongono rientrino in una ben determinata categoria antropologica, dai confini ampi ma tutt’altro che illimitati. La democrazia, perciò, da un lato garantisce agli esseri umani ch’essi possono essere qualsiasi cosa desiderino, teoricamente senza alcun limite. Dall’altro però funziona unicamente se essi desiderano entro certi limiti. Non solo. La democrazia spinge gli individui a desiderare fuori da quei limiti, e così facendo mette costantemente in pericolo la sopravvivenza proprio di quel tipo di cittadino del quale non può fare a meno”; nell’attuale fase narcisistica occorre riprendere la lezione di Tocqueville il quale “ Nel secondo volume de La democrazia in America distingue con cura l’individualismo dall’egoismo. L’egoismo è un vizio istintivo che esiste da sempre ed è presente in ogni cultura: «un amore appassionato e sfrenato di se stessi, che porta l’uomo a riferire tutto soltanto a se stesso, e a preferire sé a tutto». L’individualismo è invece un frutto specifico della civiltà democratica, non è un «istinto cieco» ma «un sentimento ponderato e tranquillo»” e “La specialità del narcisista consiste nel fatto che la sua ossessione di se è fondata su una distorsione cognitiva: l’incapacità di percepire la propria persona e la realtà come due entità separate e autonome l’una dall’altra” e “Il suo rapporto col mondo è interamente determinato dal filtro di una prospettiva soggettiva non educata né maturata dal confronto. È intellettualmente una monade, insomma, prima ancora di esserlo socialmente e politicamente”.
Il narcisismo del cittadino post-moderno tende a ridimensionare le citate “dimensioni” dell’agire politico: in effetti – ancor più - le fa appassire tutte.
Anche la stessa “struttura” dello Stato borghese che Schmitt considera uno status mixtus, frutto della commistione dei principi di forma politica e di quelli della borghesia, perché tende a obliterare i primi e a ridurre i secondi, anche se s’insiste sulla dimensione universale dei diritti dell’uomo (meno su quelli del cittadino). In questa situazione è difficile che la democrazia liberale trovi un ubi consistam; a Constant (e ai “vecchi” teorici del liberalismo) era chiaro il reggersi della suddetta forma di Stato sul carattere di rappresentanza politica dei due organi fondamentali (il Re e il Parlamento). Ma se si trascura la dimensione propriamente politica (cioè sociale ed istituzionale) non è dato capire come l’istituzione Stato possa applicare e tutelare i diritti (quali che siano). In fondo l’aveva ben visto Hegel il quale sosteneva che “Lo Stato è la realtà della Libertà concreta…Il principio degli Stati moderni ha questa immane forza e profondità: esso fa sì che il principio della soggettività si compia fino all’estremo autonomo della particolarità personale, e, a un tempo, lo riconduce nell’unità sostanziale, conservando così quest’ultima in quel principio stesso”[1]. Al narcisista contemporaneo fa difetto il secondo movimento
Come scrive Orsina “con la fine delle identità collettive, è venuto meno anche il legame fra élite e popolo: il popolo non riconosce più alle élite il diritto di decidere e guidare; le élite hanno smesso di considerarsi responsabili nei confronti del popolo”.
In questo contesto la situazione italiana dopo i primi decenni del secondo dopoguerra, ha dei connotati peculiari, che la rendono più difficile da gestire di altre grandi democrazie europee, come Francia e Germania le quali si erano date ordinamenti costituzionali efficienti e responsabili. L’Italia no, per cui il sistema politico ha una stabilità, ma precaria. In primo luogo perché era impossibile che il P.C.I. potesse ascendere al potere “La presenza di quest’anomalia ha impedito alle istituzioni repubblicane di consolidare la propria legittimità, e al conflitto politico di organizzarsi in maniera funzionale a quel processo di legittimazione. Là dove per consolidamento della legittimità istituzionale deve intendersi non soltanto l’accettazione da parte degli italiani dei valori democratici considerati in astratto, ma anche, e soprattutto, la loro adesione all’assetto che la democrazia ha assunto in concreto in Italia. Un assetto al quale può benissimo negare legittimità pure chi condivida appieno i principi della democrazia liberale… L’Italia rispetta molti dei dettami della democrazia liberale, ma non tutti”.
Quindi, ad applicare le distinzioni di Ferrero, l’Italia dei partiti era in una situazione di “quasi-legittimità” o di legittimità claudicante. Per cui bastava una spinta, neppure tanto forte, per mandarla a terra. 
“Il sistema politico italiano, in conclusione, non riesce ad affermare la propria legittimità né adeguandosi al modello occidentale di democrazia maggioritaria e competitiva, né proponendosi in maniera convincente come un esempio di democrazia consensuale antifascista… Alla repubblica dei partiti non restano altro che argomentazioni congiunturali: non il richiamo esplicito e conseguente a un insieme di principi politico-istituzionali in armonia con lo spirito del tempo – quelli che Guglielmo Ferrero chiamava i «geni invisibili della città»”. In assenza di ciò è costretta a reggersi su regimi “congiunturali”: la Guerra fredda (in primo luogo), la tenuta delle istituzioni democratiche, l’accrescimento del benessere (risultato notevolissimo conseguito). Ma quando implose il comunismo e così la guerra fredda, e la crescita economica rallentò, esplose la crisi di Tangentopoli, cui Orsina dedica l’ultima parte del libro, e che “legge” attraverso il pensiero di Elias Canetti e René Girard.
L’epilogo guarda al futuro, con l’esaminare le varie ipotesi di superamento della crisi della democrazia, verso le quali l’autore manifesta il suo pessimismo (da condividere).
Tuttavia scrive che “La restaurazione della tradizione e il presentarsi di una catastrofe rappresentano la seconda e la terza ipotesi di soluzione del rompicapo democratico. Le due ipotesi sono distinte sul piano logico ma hanno cooperato spesso su quello storico”. Cui può aggiungersi che, come sosteneva M. Hauriou, il rinnovamento religioso era il fondamento di ogni rinascita delle comunità (e non solo delle democrazie).
Quanto alla catastrofe, forse non c’è bisogno di arrivare al peggio (in fondo stiamo vicini al fondo): se è vero, come già notava Eschilo nelle Eumenidi (e è stato ripetuto da tanti) che la comunità scopre (e rinnova) se stessa e quindi propria unità e identità unendosi contro un (nuovo) nemico, il fatto che sia tramontato (“neutralizzato”) il principale criterio di percezione del nemico e riconoscimento dell’amico del “secolo breve” e cioè borghese/proletario, e ne stia sorgendo uno nuovo, può ancora offrire qualche speranza.
Teodoro Klitsche de la Grange


[1] Lineamenti di filosofia del diritto, § 260