venerdì 3 luglio 2009

Pacifisti: 69. Vittorio Arrigoni l’italiano sempre a Gaza ma dimenticato da Frattini

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Oggi, 3 luglio 2009, all’Auditorium del Flaminio il ministro Frattini mi ha fatto ridere davanti alle contestazioni di un partecipante al convegno, un coordinatore provinciale del PdL, che ad un certo punto ha gridato il nome “Arrigoni” al ministro che affettava un’aria umanitaria, elencando suoi risibili aiuti alla popolazione di Gaza, una popolazione che ha largamente contribuito a massacrare. Vittorio Arrigoni è l’unico italiano presente in Gaza, in costante pericolo di uccisione da parte degli israeliani. Di lui il governo, italiano, non si è mai occupato, ma Arrigoni fa parte di quegli eroici pacifisti che ha più volte forzato il blocco israeliano per portare aiuti umanitari, non armi, alla gente che in Gaza muore. Si sta consumando un vergognoso genocidio, con la complicità del nostro governo, ed i nostri politici hanno l’ipocrisia di riunirsi per parlare di “persona umana” e simili frescacce. Vittorio Arrigoni è infine entrato nel campionario della «Corretta Diffamazione». E noi ne seguiremo i momenti.

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Sommario: 1. La pirateria israeliana. – 2. Poco credibile per chi? – 3. La cattiva stampa sbugiardata da Vittorio Arrigoni. –

1. La pirateria israeliana. – Ciò che vi è di più incredibile, goffo, ottuso è l’uso del concetto di “legalità” per coprire un’azione infame da parte della marina israeliana. Da una parte vi sono persone che a rischio della propria vita – Rachel docet – cercano disperatamente di portare aiuti a gente rinchiusa in un lager e che ha bisogno di tutto e che muore lentamente perché priva di tutto. È un genocidio che si consuma con la complicità di un Frattini che parla a vanvera di “attici” ai Parioli, ma è complice della marina israeliana. Dicono che l’azione di chi porta aiuti è ... illegale! Ma sono illegali, illegittimi e criminali questi mostri, che la comunità internazionale tollera per il semplice fatto che gli stessi mostri sono insediati nelle stanze del potere. È la logia della Israel lobby negli Usa, in Francia, in Italia! Il popolo italiano non sa, non sente, non vede, ma è tenuto all’oscuro. Ma do la parola a Vittorio Arrigoni.

Il Manifesto,
3 luglio 2009, p. 16

Vittorio Arrigoni
racconta
C’è un pericolo incombente per i naviganti nel sud del Mediterraneo, una minaccia se vogliamo più subdola dei corsari somali che assaltano i mercantili nel Corno D’africa. Al largo di Gaza, la marina militare israeliana si è macchiata ancora una volta di pirateria, assaltando la «Spirit of Humanity», una minuscola imbarcazione di legno carica di aiuti umanitari e di attivisti, diretta in soccorso all’estenuata popolazione palestinese. Erano salpati da Cipro lunedì notte, i miei compagni del Free Gaza Movement, 21 fra giornalisti e attivisti per i diritti umani, rappresentati di 11 diversi paesi, fra cui anche un Nobel per la pace, Mairead Maguire, e Cynthia McKinney, candidata per i Verdi alle ultime presidenziali Usa. A circa 70 miglia dalla loro meta designata, la Spirit è stata intercettata da due navi da guerra israeliane, che ne hanno sabotato la strumentazione satellitare minacciando di aprire il fuoco per dissuadere i miei amici dal continuare la navigazione verso Gaza. Derreck, irlandese memore dei suoi avi navigatori celtici, ha tirato fuori bussola, mappe e compasso, e hanno continuato a navigare all’antica. A 23 miglia da Gaza, ancora in piene acque internazionale, commandos dei corpi speciali della marina israeliana hanno assaltato la Spirit saltando a bordo, impossessandosi del timone, di fatto sequestrando la barca e rapendo passeggeri ed equipaggio per condurli fuori dalla loro rotta verso Ashdod, un porto israeliano. In palese oltraggio a ogni legge internazionale e marittima, è la terza volta che la marina israeliana attacca una imbarcazione del Free Gaza Movement in acque internazionali mentre sono reiterati gli assalti ai pescherecci palestinesi colpevoli di voler pescare nel loro legittimo mare. Il 29 dicembre la «Dignity» fu speronata più volte, e dovette attraccare a Tiro, in Libano, seriamente danneggiata. Come accaduto per ogni altra missione, anche la «Spirit of Humanity » era stata accuratamente ispezionata dall’autorità portuale cipriota, che aveva certificato l’assenza di armi a bordo. Trasportavano infatti solo aiuti umanitari: tonnellate di medicinali, giocattoli, alberi d’ulivo e materiali per la ricostruzione. Di ricostruzione se ne parla parecchio a Gaza, da mesi, ma i progetti sono rimasti tali, sulla carta. Israele, con la complicità egiziana, non permette l’entrata nella Striscia di cemento, ferro e vetro, quei materiali necessari per iniziare a rimettere in piedi parte dei 21 mila edifici distrutti e seriamente danneggiati dall’offensiva Piombo Fuso. Mi immagino la scena dell’assalto della Spirit da parte dei commandos israeliani: armati di tutto punto e abituati a fronteggiare feroci guerriglieri si sono trovati dinnanzi delle arzille vecchiette che stringevano fra le braccia pastelli e giocattoli destinati a bambini infelici. Mi chiedo quale timore nutra Israele verso una barca in navigazione umanitaria verso una popolazione che a sei mesi di distanza dalla fine dei bombardamenti è ancora vittima della povertà, senza riuscire a ricostruirsi una vita.Un milione e mezzo di palestinesi che secondo la Croce Rossa Internazionale «stanno scivolando nella più profonda disperazione»: i pirati somali assaltano per avidità, per i soldi, la marina israeliana aggredisce e trasgredisce ogni legge internazionale in chiave di punizione collettiva per un popolo colpevole di aver scelto il suo governo tramite elezioni libere e democratiche. Mi faccio portavoce dei miei compagni tutt’ora imprigionati in un carcere a Tel Aviv, promettendo ai palestinesi di Gaza di non abdicare nel tentativo di spezzare l’assedio che strangola Gaza. Per permettere a chi ha visto la propria casa distrutta la speranza di potersela ricostruire, e per quei cuccioli d’uomo che oggi non possono godere l’innocenza dell’infanzia come qualsiasi altro bambino del mondo. Restiamo Umani.
Gli infami idioti tentano affannosamente di mescolare le carte. Non è il Manifesto che la racconta diversamene ma sono gli Infami Mentitori che tentano di travisare un fatto assolutamente evidente: da una parte chi porta aiuto alle vittime dei bombarmenti israeliani, stretti ancora di assedio, e dall’altra parte gli israeliani stessi che tentano di far morire i “sopravvissuti” per fame e mancanza di medicine e di ogni mezzo necessario all’esistenza umana, riducendo i loro prigionieri in condizioni peggiori degli internati nei lager nazisti nell’ultima fase della guerra. Vi è poco da raccontare: è così! E chi sarebbero i sacerdoti dei “vero”? Gli Eletti Mentitori! Illegale? Un c...! Voi siete illegali e criminali! Gli aiuti umanitari sono in buona parte marciti senza poter essere giungere a destinazione. Questi tiritera che Israele si difende con il genocidio è buona solo per Frattini, che tenta di farla passare invano presso i militanti e la base del suo partito. Razza di vipere non vi è mai stata elezione più democratica di quella che ha dato legittima rappresentanza ad Hamas. Voi potete nutrire tutti i dubbi che volete. È un problema che riguarda soltanto la vostra disonestà intellettuale e le vostre gravi deficienze morali. Da notare infine che Vittorio Arrigoni sta lì, fa pure parte dell’equipaggio che ha giò forzato il blocca. Come si dice, è sul campo, sulla scena. I «Corretti Informatori» stanno forse a Torino, da dove ricevono le veline dell’Hasbara. Sono “vere” per definizione le veline, mentre i testimoni presenti ed oculari non dicono il vero! Più sfacciati ed impudenti di così!

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2. Poco credibile per chi? – Andando al link si trova nell’Infame Rassegna un Infame Commento che pone in dubbio la “credibilità” della testimonianza di Vittorio Arrigoni d un fatto risalente al 30 dicembre 2005. Che Arrigoni sia un italiano, ad una sola fedeltà ed una sola nazionalità ed una sola cittadinanza, non pare dubitabile. Sulla “italianità” di chi redige, anonimamente, i consueti commenti diffamatori, i dubbi sono invece elevati. Nell’analisi dell’ebraismo, ed in particolare del sionismo, che potrebbe anche essere la degenerazione estrema dell’ebraismo quando non si condivida la tesi che esso sia la peggiore forma di nazionalismo coloniale e razzista, si arriva ad uno scoglio dove la propaganda rischia di infrangersi e andare in rovina: la doppia fedeltà. Nel nostro caso, i Corretti Diffamatori e la Lobby cui si richiamano, attaccando Arrigoni attaccano l’Italia. L’altro giorno, in Roma all’Auditorium, se mi fosse stato concesso di confutare Frattini prendendo il microfono, gli avrei posto il quesito: «Io che italiano e solo italiano lo sono da almeno 1000 anni, chiedo a te, ministro degli esteri italiano, dove e in chi devo riconosce l’Italia: in un Vittorio Arrigoni che in Gaza mette a repentaglio la sua vita per assistere le vittime o in un Frattini che nella sua bocca dice sempre “Israele, Israele”»? La domanda è chiaramente retorica e la risposta scontata. È utile evidenziare l’Infame commento, che dovrebbe essere addirittura del 30 dicembre 2005, cioè tre anni prima di “Piombo fuso”:
«Corretto Commento»

Il Manifesto di venerdì 30 dicembre 2005 pubblica la poco credibile
[perché poco credibile? E poco credibile per? Per chi redige il commento o anche per altri che non siano il manipoli di sionisti piemontesi che sta dietro alla testa del Pezzana, fondatore della testa con lo scopo dichiarato di fare pressione sui media?]
testimonianza di Vittorio Arrigoni, il “pacifista”
[Le “virgolette” che mi stanno a significare? O che aveva in mano bombe, bastoni, coltelli? Il “Corretto Commentatore” a “chi crede”? Ai servizi israeliani o a un italiano ad una sola fedeltà? Lui può credere a chi vuole, ma noi crediamo all”italiano Arrigoni, ad un italiano vero che lui “dubbio” italiano diffama.]
italiano espulso da Israele sulla base di informazioni di intelligence provenienti dai nostri servizi segreti.
[Qui non si capisce quali sarebbero i “nostri servizi segreti”: quelli di Israele o quelli italiani? E come costoro ne sono a conoscenza? Quali sono queste “informazioni”? Che dicono?]
Senza entrare nella valutazione
[E chi mai farebbe queste “valutazioni”? Chi quotidianamente diffama la minima voce critica verso i quotidiani crimini commessi dalla stato “criminale” di Israele? E queste siffatte “valutazioni” a chi sarebbero poi destinate? Anche a me che posso leggerle e valutatarle autonomamente o sono destinate ai soggetti stessi della Lobby? La comunicazione delle “valutazioni” è a destinazione riservata o riguardano chiunque le legge e può a sua volta valutare le valutazioni? Il Valutatore ha poi un nome e cognome o è un Valutatore anonimo, magari un agente dei servizi segreti israeliani o un impiegato dell’Hasbara?]
delle affermazioni di Arrigoni, smentite da Israele
[come a dire che il criminale smentisce il suo crimine e magari pretende pure che gli crediamo! Che crediamo alla sue “smentite”!]
e a quanto pare
[dove? come? chi ha parlato? Nome e cognome? Il contesto non consente qui di costruire nulla. Sembrerebbe che chi redige il commento abbia lui informazioni riservate che provengono però da Tel Aviv, al cui servizio con tutta evidenza lavorano: l’Italia è per loro solo il corpo vile su cui scaricale le menzogne che vengono da Israele, diffamando degli italiani e magari pretendendo che altri italiani si collochino contro un italiano per la loro bella faccia, che non ha neppure un nome.]
anche dall’Italia, ci limitiamo
[si noti la sufficienza maiestatica capace di suscitare il vomito senza ricorrere a risorse medicinali. Si “limitano” loro chi nascondono nell’anonimato, mentre diffamano il mondo intero. La patologia specifica è nella loro pretesa di essere compresi ed amati, mentre compiono le più immonde nefandezze. Pensano di avere davanti un pubblico televisivo con tanti clacchisti che applaudono a pagamenti ogni volta che si accende una luce verde o la scritta “applausi”.]
a rilevare che il suo stesso racconto non giustifica
[E quando allora si giustifica? Chi ce lo dice? Il torturatore o il torturato?]
certo l'uso di parole come “torturato”,
[e come allora? Accarezzato, consigliato, “corretto”, fatto rinsavire, rieducato?]
scelta dal quotidiano comunista per il titolo della testimonianza, o “macello”,
[ma è questione di termini o di sostanza? O che forse si deve prima passare all’Ufficio censura dell’Hasbara in Tel Aviv?]
adoperata dallo stesso Arrigoni. Inoltre, l’intervento della polizia israeliana, nella testimonianza di Arrigoni sarebbe seguito alla sua resistenza: in ogni caso, dunque, non vi sarebbe stato nessun pestaggio a freddo.
[E perché non lo lasci dire al pestato? Se, ad esempio, io dessi un calcio nel sedere a chi scrive il “Corretto Commento” varrebbe o non varrebbe la testimonianza di chi ha preso il calcio nel sedere? O dovrebbe credere che è un approccio sessuale e non un calcio? Assurdità abituali e ordinari in tutti i numeri di «Informazione Corrett», ma in questo caso con l’aggravante che si tratta di diffamazioni ai danni di un cittadino italiano, prigionieri di uno stato estero e “nemico”]
Circa le considerazioni politiche del “pacifista”
[E cosa allora un guerrafondaio? E dove le sue armi? Le sue atomiche illegalissime?]
italiano
[su questo, che sia “italiano” per lo meno non vi sono dubbi di sorta. Deo gratias!],
secondo il quale Israele avrebbe tutto da guadagnare dalle "conferenze sulla nonviolenza" organizzate dagli internazionali, ci limitiamo
[nos maietastis! Mi immagino la vista dello scrivente, ma non la posso scrivere.]
a chiedere: perché, tanto per incominciare questi ultimi non inziano una qualsiasi forma di lotta nonviolenta al terrorismo palestinese?
[Non esiste un terrorismo palestinese. Esiste una resistenza palestinese e l’unico terrorismo cui si puà dare con sicurezza questo nome è quello di stato israeliano nonché quello sionista. E che non ricordiamo tutti l’attentatato al King David Hotel e tutti gli altri innumerevoli attentati di mano ebraica? Vogliamo prendere in giro? In giro chi?]
Gandhi, quando voleva bloccare le violenze contro gli inglesi o contro i musulmani da parte degli indù, faceva lo sciopero della fame.
[In questi giorni, di luglio 2009, lo sciopero della fame gli strateghi di Piombo Fuso lo stanno imponendo di fatto ai prigionieri del Lager di Gaza. Solo che i palestinesi lo sciopero della fame non avrebbero voluto farlo. La dove non hanno finito i missili e i cannoni, completano l’opera il blocco e lo strangolamento. Arrigoni è ancora oggi a Gaza, come era in Israele nel 2005, nell’episodio di cui qui si parla.]
Gli “internazionali”
[Anche qui le virgolette sono quanto mai idiote. Di questi “internazionali” faceva parte Rachel Corrie che nel 2003 è stata uccisa da un soldato israeliano che manovrava un bulldozer. I rapporti israeliani dicono che non è stata vista e che non è stata uccisa dal Bulldozer, ma dalla terra e dai detriti ammassati fra la povera Rachel e il Bulldozer che glieli spiengeva addosso. Vera e autentica sapienza talmudica. Si noti, per stare in tema di doppia cittadinanza e doppia fedeltà, ma in realtà subordinazione dell’una all’altra, che i genitori della povera Rachel avevano chiesto che fosse presente all’autopsia un rappresentante diplomatico degli Usa. Avrebbero invece fatto sapere che non era necessario e vi è stato un diniego ad un’espressa richiesta. Chi ha fatto il diniego? E per conto e interesse di chi? Questa storia della “doppia fedeltà” puzza da tutte le parti e fa acqua da tutte le parti]. La povera Rachel era una “internazionale” come lo erano i suoi compagni. I “corretti” Diffamatori mettono le virgolette sulla loro “idiozia”]
fanno delle conferenze che sono vetrine dell’odio antiisraeliano
[Questo dell’«odio» è tipico cavallo di battaglia della propaganda di guerra israeliana. A parte il concetto filosofico di odio per il quale si rinvia a Spinoza, ma ad ognuno che non sia del giro sionista-ebraico viene spontaneo chiedersi: E tutto quello che avete fatto ai palestinesi, poniamo dal 1948 ad oggi, cosa è un monumento imperituro dell’amore ebraico per il suo prossimo? E l’autista del Bulldozer che ha ucciso intenzionalmente l’«internazionale» Rachael Corrie “amava" intensamente la sua vittima? Ovvero voi che apertamente o con l’inganno commette crimini che in una eguale misura e natura non si riescono ad attribuire neppure ai nazisti pretendete pure di essere “compresi” e “amati”? Volete il nostro amore per i vostri crimini, per la votsra pulizia etncica, per il vostro genocidio di vittima più innocenti degli ebrei perseguitati, che magari cospiravano istigati dai sionisti americani? Ma davvero credete di poterci prendere in giro? Basta documentarsi un pco per smascherare i vostri miserabili raggiri]
e per il resto si preoccupano di difendere dai buldozer di Tsahal le case dei famigliari dei terroristi suicidi.
[Importante ammissione e copertuta ideologica dei crimini commessi. Questa infame genia crede e pensa di poterci far credere che sia lecito distruggere le case dei familiari di quelli che loro chiamano “terroristi suicidi”. Davvero un unicum nella storia. Gli si può riconoscere tutta l’«unicità» della loro immoralità. Nessuno che non fossero “loro” poteva arrivare a tanta ferocia e disumana crudeltà. Non sono umani: sono degli alieni venuti da chissà dove. ]
Non è proprio la stessa cosa. Ecco il testo:
Trattati a dovere costoro – ma ci duole occuparci di tanta bassezza morale e intellettuale –, ecco il racconto di Vittorio Arrigoni del 30 dicembre 2005. La mia conoscenza di Arrigoni è recente e risale agli ultimi mesi del 2009. Non sapevo di un suo precedente impegno come “pacifista internazionale”.
Il Manifesto,
30 dicembre 2005
Vittorio Arrigoni

«Io, pacifista, torturato da Israele»

Sono ancora intorpidito, tornato da qualche ora in Italia, stamane (ieri per chi legge ndr) risvegliandomi a casa, fra la mia famiglia, ho tratto un sospiro di sollievo. Ma permane lo sconforto per non trovarmi laddove avrei dovuto essere. Avevo tutte le buone intenzioni e la ragioni, e il diritto di oltrepassare il confine israeliano, invitato ad una conferenza internazionale sulla non violenza. Avevo raccolto dei soldi per un orfanotrofio di Tulkarem, cui rimango affezionato, e alcune famiglie con cui ho condiviso in passato lutti, disgrazie e speranze, mi aspettano ormai da due anni. Sono stati giorni difficili, di tremendi sacrifici, specie dopo che sono stato messo in una cella in isolamento con una telecamera fissata sulla mia branda, 24 ore al giorno, sottoposto a privazioni fisiche e intimidazioni psicologiche.
[Perché mettere in dubbio questa affermazione riscontrabile? Arrigoni era stato forse alloggiato in un albergo a quattro stelle con servizio in camera? Esisteranno per lo meno negli archivi criminali riscontri documentali sulla prigionia in cella di isolamento? E siffatte celle israeliane sono forse un luogo di villeggiatura, una sauna, una terme, una cura dei fanghi? Non mi sembra difficile riscontrare se Arrigoni sia stato o non sia stato in una prigione israeliana. E quale crimine mai? Cosa può mai aver fatto per meritare una prigione? È questo il trattamento che Israele riserva ai cittadini italiani ad una sola fedeltà e a una sola cittadinanza. È da supporre che i cittadini italiani con una cittadinanza israeliana stiani tutti dalla parte di Israele contro il mono italiano Arrigoni, il quale parla di “privazioni fisiche” e “intimidazioni psicologiche” subite. Il corsivo che segue nel testo è nostro e vale come commento.]
Il mattatoio mercoledì 21. Nonostante avessimo più volte comunicato al capo del centro di detenzione in cui siamo stati rinchiusi, la nostra ferma intenzione di non lasciare Israele prima di apparire dinanzi alla corte, e che un avvocato stava lavorando per far sì che ciò avvenisse in tempi brevi (cosa che poi puntualmente è accaduta) il pomeriggio di mercoledì poliziotti con fare molto aggressivo si sono presentanti nella cella per portare via Michael, rispedirlo in Inghilterra. Michael allora si è accucciato nel centro della stanza, rifiutandosi di collaborare, richiedendo più volte - e io con lui - di contattare il nostro avvocato. A questo punto i poliziotti ci hanno urlato che erano autorizzati
[anche i soldatini che guidavano i Bulldozer e i carri armati erano “autorizzati" ad uccidere Rachael Corrie: le uccisioni e i massacri sono sempre “autorizzati”. Le inchieste che qualche volta si fanno sono solo una farsa per accreditare il modello propagandisto di israele stato democratico secondo gli schemi concettuali e manulaistici dello stato borghese di diritto, uscito fuori darra rivoluzione francese ed articolato sulla divisione dei poteri in amministrativo, giudizia e legislativo. In realtà, anche questo schema concettuale naufraga interamente davanti alla nozione di stato “ebraico” che discrimina il non-ebreo. Il Lager di Gaza, creato per punire i palestinesi i quali democraticamente hanno eletto Hamas, non gradito da Israele, il quale fa di tutto per produrre regimi fantoccio e quisling ai propri confini. Con l’aiuto del faraone USA, dove Giuseppe fa il suo lavoro, la politica estera americana è orientata all’abbattimento dei governi di ogni stato del medioriente per sostituirlo con uno che per prima cosa sottoscriva un trattato di pace con Israele, e magari stanzi nei suoi bilanci la creazione di tanti Musei dell’Oloacausto alla stregua di edifici religiosi di un nuovo culto, Il fatto che polizia e soldati siano “autorizzati” a compiere veri e propri “crimini contro l’umanità” giustifica pienamente l’applicazione ad Israele di quel concet]to di “Stato criminale” che Jaspers aveva conoiato pensato di poterlo applicare alloo stato nazista o forse a quello fascista, che però avevano un senso della legalità e del diritto ben superiore a quello di Israele]
a portarlo via con la violenza. Io so che Michael, sulla cinquantina, ha problemi alle ossa delle gambe, per cui ero molto preoccupato non si facesse male.
[Delle ossa del povero Michael figuriamoci quanto poteva fotteglierne ai poliziotti israeliani, magari venuti dalla Russia o discendenti degli ebrei russi massacratori di contadini: da dieci a quindici milioni inghiottiti nel nulla, dice Solgenitz. Ben più dei mitici «sei milioni». Le tradizioni si mantengono. Per capire ciò che i soldati israeliani fanno abitualmente ai palestinesi bisogna fare un’escursione storica nella Russia bolscevica. Sul tema l’industria holliwoodiana, tutta o quasi in mano ebraica, nem si guarda dal produrre fiction sul modello dell’«Olocausto». Ma caspita se vi sarebbe la materia!]
Nel momento in cui i poliziotti provavano ad afferrarlo, mi sono interposto fra lui e loro, richiedendo a gran voce il mio diritto di contattare il consolato italiano. La risposta di un poliziotto è stato una ginocchiata ai testicoli. Hanno cercato allora, ammanettandomi un polso, di trascinarmi via dalla stanza ed io con tutte le mie forze, in maniera non violenta, ho cercato di impedirglielo, aggrappandomi agli angoli del muro, ai piedi del letto.

Hanno cominciato a colpirmi duramente, con calci e pugni, soprattutto sulla schiena. Una volta riusciti a trascinarmi nel corridoio, la violenza da parte dei poliziotti è aumentata (Michael mi dirà in seguito che erano sette a «occuparsi» di me). Nonostante il mio fisico atletico sono cardiopatico, (seguo una terapia che prevede l'assunzione di 2 pillole al giorno).

Schiacciato a terra e malmenato da diversi poliziotti, ho iniziato ad avere problemi di respirazione, gridavo di lasciarmi, ma loro non demordevano. Quando infine ho avvertito una fitta al cuore, la mia preoccupazione si è fatta panico. Sono riuscito ad allungarmi e ad afferrare un vetro dal pavimento, una cornice di un quadro che nel frattempo cadendo era andata in frantumi. Essendo una persona non violenta, piuttosto che muovere violenza verso qualcuno sono disposto a infliggermela a me stesso. Allora ho iniziato a tagliarmi, prima il viso, poi un braccio, infine la mano, pensando che la vista del sangue placasse la ferocia dei mie aguzzini. E così infatti, dopo alcuni minuti, i poliziotti hanno mollato la presa, mi hanno permesso di prendere la mia medicina per il cuore e un’ambulanza mi ha condotto in ospedale, dove accertamenti concluderanno poi che la fitta non è il cuore ma uno strappo al muscolo pettorale dovuto ai maltrattamenti subiti.

Mi hanno ricucito anche alcuni tagli sulla mano, ma in maniera rozza, senza disinfettare le ferite, tanto che il giorno dopo si sarebbero infettati. Ma quando ho mostrato la mano ai poliziotti dall'oblò della mia cella, questi mi hanno risposto che loro non erano dottori, che mi arrangiassi. Coi denti sono stato costretto allora a rimuovere da solo i punti di sutura. Per tutto il tempo prima, durante, e dopo l'«incidente» ho continuamente richiesto di esercitare il mio diritto a contattare il mio avvocato e il consolato italiano, inutilmente. «Adesso non è possibile», la risposta ai miei continui appelli.

Di ritorno dall'ospedale, a cui sono stato condotto incatenato braccia e gambe a una barella manco fossi un pericoloso criminale, un poliziotto mi ha detto che potevo telefonare al mio console, sì ma una volta arrivato in Italia! I medicinali per curare la mia cardiopatia mi sono stati requisiti dalla polizia e mai più restituiti. Per due giorni ho subito privazioni di cibo, e nella mia cella è stato spento il riscaldamento. Non ho potuto né lavarmi né cambiarmi i vestiti incrostati di sangue. Sino a quando il console italiano, avvertito dal mio avvocato a suo volta avvisato da uno dei miei compagni reclusi che hanno assistito alla scena, non è arrivato al centro di detenzione a ristabilire i miei diritti. Sono grato per tutto l'operato del console Andrea de Felip a mio favore, nel difendere i diritti di un cittadino italiano non incriminato per nulla.

Durante un interrogatorio nel quale insistentemente mi si chiedeva, il perché avessi preso le difese di una persona che non è un mio amico, che conosco solo da pochi giorni, la mia risposta è stata più volte per «umanità», per «senso di umanità». Insistevano a non capire.
[Infatti, di “umanità” non ne hanno e non ne hanno mai avuta. Di conseguenza non possono sapere cosa sia l’«umanità». Resta un problema aperto, ancora da indagare in questo blog, se questa ignoranza sia propria del solo sionismo o appartenga intrinsecamente all’ebraismo in quanto ideologia religiosa di tipo razzista – ad esempio lo sterminio del Cananei, cui venne anche sottratta la terra per “promessa divina” – ovvero sia un retaggio dell’epoca bolscevica trapiantato in Palestina, dove vi fu e vi è una prevalenza di immigrazione russa, fin dai tempi del bolscevismo. En passant, si ricorda l’interpretazione noltiana del nazismo come reazione al bolscevismo, al cui interno la componente ebraica è cosa nota, anche se non molto divulgata.]
Sono seguiti giorni difficili di isolamento sino a martedì 27, quando ci siamo presentati dinanzi alla corte israeliana.
[Cosa da ridere. Si mantiene però la farsa democratica sopra accennata. La propaganda ripete spesso: Israele l’unica democrazia del Medio Oriente. Ma quale democrazia e cosa è una democrazia? Magari proprio perché esiste una “corte israeliana” si avalla la favola di una parvenza di diritto in un sistema essenzialmente criminale nel senso di Jasper, già detto. Personalmente, eviterei di comparire davanti ad una corte israeliana e preferirei affidarmi al sistema dell’ordalia: è più sicuro e affidabile. Le corti avallano cià che polizia ed esercito fanno. Quindi passano alla stampa e ai media.]
Ma la sentenza era già scritta, storia vecchia. Ho avuto sentore di tutto questo il giorno prima, quando nella mia cella, ho ricevuto la visita, sgradita visita, di un uomo in borghese che con fare arrogante ha iniziato a tempestarmi di domande. Alla mia richiesta di identificazione, l'uomo dopo qualche tentennamento si è definito un membro dei servizi (intelligence).
[Ecco l’intelligece di cui si parla sopra nell’infame commento: magari è la stessa persona che ha redatto il commento. Non essendo mai firmati siffatti commenti redazionali li si possono tutti formalmente attribuire ad Angelo Pezzana, direttore e titolare dell’infame baracca, ma anche a chiunque altro. Ritornando al tema dell’«italinità», si noti come la testa, formalmente “italiana” di IC, stia tutta dalla parte dell’intelligence israeliana, la cui parola vale di più di fronte alla argomentata denuncia di un italiana, vittima di maltrattamenti e torture. Magari, non gli avranno applicato le scosse elettriche ai testicoli, ma una ginocchiata ai testicoli l’hanno pur data. Può certamente darsi che per “tortura” si intenda un grado ancora più raffinato di ospitalità israeliana. Ma a noi bastano le cose descritte e denunciate già nel dicembre 2005 da Arrigoni per poter parlare di “tortura”. Per noi che non siamo così esigenti e raffinati come i «Corretti Diffamatori» basta anche una minima coercizione morale, una minima coercizione fisica perché tortura vi sia. Ancora non esiste un codice della tortura ammessa, sancito da accordi internazionali. Si è spinto su questa strada l’ebreo americano Dershowitz (vedi)]
E ha concluso il suo interrogatorio chiedendomi se realmente mi illudevo che l’indomani il giudice avrebbe potuto emettere una sentenza a nostro favore.

Le motivazioni con cui il giudice ci ha rifiutato un visto per entrare in Israele, rasentano il ridicolo. Dalla sentenza del giudice infatti si desume che dall’Italia siano giunte informazioni a riguardo di un mio coinvolgimento attivo in una rete internazionale radicale vicino agli anarchici.
[Qui arriviamo al “quanto pare” del «Corretto Commento», cui cui sopra. Chi avrebbe mandato queste informazioni? La polizia italiana? O gli stessi Corretti Delatori? O le comunità ebraiche italiane? Se queste informazioni «dall’Italia» vi sono effettivamente state sarebbe di estrema e capitale importanza sapere chi le abbia date e a quale titolo. Se poi il giudice israeliano ha mentito, abbiamo così una conferma di quel che dicevano della giustizia israeliana, la cui migliore prestazione in assoluto resta forse il trattamento inflitto a Mordechai Vanunu, colpevole di aver rivelato il segreto dell’atomica israeliana. Contro ogni diritto Vanunu fu rapito in Roma e portata in Israele, dove giudici come quelli che si sono occupati di Arrigoni hanno trattato anche il loro stesso concittadini Vanunu. L’ingenuità che ognuno di noi può avere non è però né un crimini né una dabbenagine, ma una forma di umanità, di quel restare umani che sia Arrigoni sia Rachael] Corrie, uccisa dagli israeliani nel 2003, ancora possiedono. E ciò non torna loro a disonore].
Premesso che abbracciare un'ideologia anarchica, non mi risulta essere di per sé un crimine, non ho mai avuto a che fare nella mia vita con movimenti anarchici.

Vivo un vita tranquilla, sono una persona piuttosto solitaria che trascorre le ore libere dal lavoro con gli amici, o accompagnandomi a un buon libro. Non svolgo alcuna attività politica qui in Italia, se si esclude la gestione di un blog in cui cerco di riflettere sui temi della cronaca quotidiana. (http://guerrillaradio.iobloggo.com/) Una volta all'anno parto per partecipare a progetti umanitari fuori dall’Italia in cui presto il mio lavoro volontario. Sono stato in Europa dell’Est e in Africa, a costruire orfanotrofi, ostelli per senza tetto, ristrutturare ambulatori, centri comunitari. In Palestina aderisco ai progetti dell’International Solidarity Movement (Ism),
[Ed è forse questo il punto. Sono da poco informato su questo movimento che però esite dal 2001 e di cui si parla nel filmato documentario su Rachael Corrie, dove viene intervistato lo stesso fondatore dell’ISM, il quale spiega cosa è il movimento è: un movimento non violento di assistenza e sostegno alle vittima, ad esempio a tutti quei palestinesi cui è stata distrutta la casa per ottenere uno spazio vuoto per 800 metri dirempetto al Muro. Quella terra, come giò il Muro, del tutto illegale, è stata sottratta all’abitazione all’agricoltura dei palestinesi. Rachael , pure lei dell’ISM, è stata uccisa perché totalmente inerme aveva contrato due Bulldozer di 65 tonnellate ciascuno ed un carro armato che quel giorno, come il giorno prima e il giorno dopo, demolivano le case dei palestinesi e distruggevano i loro campi agricoli. Per questo è morta Rachael Corrie. Per questo hanno impriogionato, torturato, umiliato, offeso l’italiano Vittorio Arrigoni, e con lui ogni altro italiano che porti con dignità e senso politico il nome di italiano: non possiamo dimenticarlo e ci sentiamo personalemnete coinvolti. A Frattini ho gridato dal pubblico il nome Arrigoni per esprimere tutto questo: l’Italia è con Arrigoni, non con Frattini ed i “suoi” (non “miei”) amici israeliani.]
perché li ritengo al momento i migliori per lo stato di urgenza dovuta all’occupazione israeliana, ma mi sento libero anche in futuro di partecipare ad altri progetti con altre organizzazioni.

Tutto ciò mi fa pensare alla vera utilità svolta dai servizi di intelligence nei vari paesi, a quella mano oscura di così arguti da non riuscire a sventare clamorosi attentati, tutti intenti a redigere dossier palesemente inventati per donare una parvenza di giustificazione che dia il via a questa o quella guerra. Gli stessi servizi, che dall’Italia hanno passato informazioni totalmente false a Israele riguardo alla mia persona.
[A meno che Arrigoni non abbia speciali informazioni, io dubito che a passare al giudice israeliano i dati che lo riguardano possano essere stati i servizi italiani, magari il SISDE. Per una serie di ragioni e restando comunque sempre gravi e gravissime tutte le ipotesi possibili e immaginabili. Intanto, i dati sono erronei e falsi. Anche per rispetto alla professionalista degli agenti italiani si dovrebbe per lo meno aspettarsi che i dati forniti fossero veritieri. Solo chi aveva motivi per osteggiare Arrigoni poteva confezionare dati falsi. Che degli agenti dei servizi italiani confezionismo dati falsi ai danni di un cittadino italiano, da servire ad un giudice israeliano, è certamente possibile ma mostruoso. È contrario ad ogni logica giuridica e politica che dei servizi italian di intelligence rispondano ad un giudice israeliano. Al massimo possono farlo, tramite il relativo ministero, ad un giudice italiano che li interpelli per una specifica indagine e sempre che non venga opposto il segreto di stato. Mi sembra molto più verosimile, se davvero esiste un’informativa dall’Italia, che questa venga o dalla comunità ebraica o da agenti segreti israeliani che operano in Italia, ma per raccogliere quel genere di informazioni non è necessario che i servizi segreti israeliani dispongano di agenti nascoti in Italia. Se come penso e temo le informazioni vengono da ambienti lobbistici italiani si pone allora il tutta la sua drammaticità la questione della doppia fedeltà e della doppia cittadinanza delle comunità ebraiche italiano. Un italiano non può ammettere o accettare che si manchi di solidarietà verso un italiano come Arrigoni, che non ha commesso nessun crimine, venga trattato in Israele nel modo in cui è stato trattato nel 2005, nel 2008, nel 2009. Il ministro Frattini che fa? Acchiappa farfalle? Vuol davver farci credere che lui rappresenta l’Italia ed italiani, ad una sola cittadinanza e fedeltà, come Arrigoni? Non dovremmo sacrificare Arrigoni ad uno Shalit che non ci riguarda e non ci appartiene in nessun modo? Arrigoni in quanto italiano ci onora. Uno Shalit – al quale Alemanno ha dato la cittadinanza onoraria – ci offende ed umilia.]
Il giudice ha anche sentenziato che in passato io e i miei compagni avremmo partecipato a manifestazioni violente nella West Bank. Anche questo è falso; alle uniche manifestazioni in Palestina contro il muro dell’apartheid a cui ho assistito, la mia presenza era in loco solo come osservatore di diritti umani, e in questi casi ho dovuto denunciare che le violenze giungevano dai soldati israeliani armati, piuttosto che da civili palestinesi disarmati.

Nonostante l'esito negativo della sentenza emessa dalla corte, continueremo a percorrere ogni via legale e lecita per cercare di spezzare questa catena di apartheid, questa continua illecita e illegale discriminazione promossa da Israele verso attivisti pacifisti e operatori umanitari. Israele deve capire che la presenza di internazionali in Palestina, che lavorano per la pace, non è una minaccia, ma appunto un incentivo al processo di pace fra palestinesi e israeliani. Che da una conferenza internazionale sulla non violenza Israele ha tutto da guadagnare, allorché la resistenza palestinese decidesse di adottare strategie ghandiane. Non è isolando la Palestina che Israele costruisce la sua sicurezza. Israele deve capire che la presenza di cittadini italiani, inglesi, spagnoli o americani in Palestina funge da deterrente alle continue violazioni dei diritti umani da parte dell'esercito israeliano, e da ciò ne trae beneficio Israele stesso, perché violenza genera sempre violenza, e una Palestina libera dall’occupazione militare sarebbe la migliore garanzia di sicurezza per i cittadini isrealiani.

Mentre alcuni media, rappresentano una visione del conflitto in cui Sharon e il suo governo avrebbero bruscamente virato per una politica di pace, noi che in Palestina ci mettiamo costantemente piede, sappiamo che il muro dell’apartheid continua a essere costruito, che la terra palestinese viene continuamente confiscata, che alle colonie evacuate da Gaza è corrisposta una maggiore espansione coloniale nella West Bank, che l’occupazione militare è causa di miseria e morte a tutte le ore nella vita di ogni palestinese. La criminalizzazione della pace deve essere impedita. Per questo non abdichiamo, continueremo a cercare di varcare i confini israeliani con il nostro messaggio pacifista, e in questi giorni altri volontari si stanno muovendo, pronti a partire, ben consci che i giorni di prigionia a cui siamo esposti non sono nulla in confronto alle atroci sofferenze che i detenuti palestinesi subiscono nelle carceri israeliane illegali sparse su territorio palestinese.

Dopo questi giorni per me così probanti, raccolgo ciò che di positivo se ne è tratto. Perché se sia qui in Italia, che in Australia, che in Inghilterra, questo problema è stato risollevato, se qualche coscienza è stata risvegliata, se l'ingiusta giustizia israeliana si è trovata imbarazzata nel dichiarare colpevoli dei pacifisti innocenti, il nostro «sacrificio» non è stato per niente vano. Soprattutto, se uomini politici, senatori e parlamentari attualmente all’opposizione, si sono interessati al mio caso, ciò è di buon auspicio per possibile nuove azioni qualora ci sia un passaggio di potere al governo. Perché ciò che mi ha più sconsolato, più delle umiliazioni e delle intimidazioni nel mio periodo di detenzione, è stata proprio l'immobilità dell’attuale governo nei confronti di un suo cittadino ingiustamente incarcerato. Dovessi trovarmi in futuro in una situazione simile, voglio sperare di poter essere assistito da un governo meno interessato a interessi strategico-militari e più coinvolto nella lotta per il rispetto dei diritti umani.
Non conoscevo questo testo di Arrigoni scritto nel 2005. Si tratta di un testo molto lucido. La situazione politica purtroppo non è migliorata. Sintetizzo il mio pensiero con una metafora: quando l’altro giorno mi sono visto in faccia, a pochi metri davanti a me, il ministro Frattini non ho avuto nessuna sensazione che si trattasse di un ministro che rappresenta l’Italia e faccia gli interessi dell’Italia e degli Italiani. Per lui un Arrigoni può essere tranquillamente lasciare in mano agli israeliani. Quando all’inizio della manifestazione del PdL all’Auditorium si è suonato l’inno nazionale italiano mai la cosa mi è apparsa tanto falsa e ipocrita. Costoro hanno consegnato l’Italia allo straniero, al nemico, e cantano pure l’inno nazionale. Proprio ci prendono per coglioni. Quando pagheranno per ciò?

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3. La cattiva stampa sbugiardata da Arrigoni. – Che la “stampa” è i “media”, largamente controllati dalla Lobby, siano una parte stessa della guerra e non qualcosa di neutrale, al servizio dei lettori, che desiderano solo conoscere i fatti, per poter autonomante valutare e giudicare, che si tratta ormai di una grossolana bugia, è cosa ormai assodata presso un qualsiasi lettore appena un poco criticamente provveduto. Resta difficile da valutare la percentuale degli “ingenui” in buona fede. Ed è su questo zoccolo duro che i media foraggiati dai governi e dai magnati hanno forse ancora qualche margine di affidamento. Si può stimare però che questi margini siano sempre più erosi dall’armatura leggera di internet, che per molti è diventata la fonte normale di informazione. Non per nulla si sta cercando di imbavagliare anche internet, un internet che si vuole censurare all’interno, ma si cerca di potenziare per quello che riguarda l’Iran. Infatti, l’informazione internet che aggredisce l’Iran è in larga parte diretta e manipolata dalla CIA: i soliti due pesi due misure. Contro Cina, Iran, ecc. una internet libera e non regolata al fine di destabilizzare per questa via i governi. All’interno invece una internet quanto più possibile censurata e controllata per non essere sbugiardati. Oppure come nel caso della testata sionista IC una internet amica del giaguaro. Il caso da segnalare è qui quello delle ambulanze, sulle quale i soliti soldatini israeliani – ai quali concediamo pure la cittadinanza onoraria italiana – si divertono a sparare, come pure si divertono a sparare sulle riserve d’acqua delle loro vittime: per puro divertimento. La scena di un film (Schinder List) dove in un campo di concentramento si vede sparare per divertimento su esseri umani in un lager nazista, è appunto la scena di una fiction. Invece gli spari per divertimento dei soldatini israeliani sono tragica realtà testimoniati dalle loro stesse confessioni, non ottenute sotto tortura o a pagamento. A prescindere da chi stia o possa nascondersi in un’ambulanza, o in una scuola, o in un ospedale, o in altri luoghi simile, l’ordinario senso di umanità e civiltà vorrebbe che contro questi simboli non si sparasse mai. Invece i soldatini israeliani sparano e come se sparano, ridendoci pure. Poi raccontano che dentro le ambulanza c’erano biechi “terroristi”, nome che giustifica ogni cosa: la sicurezza di israele, il suo diritto all’esistenza, all’autodifesa, prevale su ogni cosa, animata e inanimata: pereat mundus! Ma ecco un racconto di Vittorio Arrigoni dall’interno delle ambulanze:

Vittorio Arrigoni
Cronaca dall’interno di un’ambulanza
Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, ha molto da insegnare alle nuove leve del giornalismo col suo articolo del 21 gennaio, pure troppo. Io che non ho mandanti se non una morbosa ricerca della verità, e non sono un giornalista professionista, per la casacca che ho indossato durante tutto il massacro, non con la scritta press bensì l’emblema della Mezza luna rossa, dico a Cremonesi che le bugie hanno le gambe corte. Anche io posso benissimo trovare persone disposte a dirmi che è stato Hamas e non l’esercito israeliano a sterminare più di mille palestinesi, e vi assicuro che ve ne sono, specie fra coloro che mangiavano nel piatto ricco dei corrotti di Fatah. Sta a un serio ricercatore distinguere una fonte attendibile da un attentato all’informazione. Nessuna ambulanza durante queste 3 settimane è stata utilizzata dai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. Ne sono assolutamente certo, perché sulle ambulanze c’eravamo io e i miei compagni dell’Ism. Su quella ambulanze abbiamo rischiato la pelle, e un nostro amico paramedico, Arafa, ci è rimasto. 14 paramedici sono stati uccisi. I soldati israeliani sparavano alle ambulanze certi di quello che facevano, ovvero uccidere civili. Non abbiamo mai concesso a un solo membro dell’almukawama, la resistenza palestinese, di salire a bordo di uno dei nostri mezzi. Quelli che ci provavano erano spintonati giù, anche quando (è accaduto) il guerrigliero era il marito di una donna che portavamo di corsa in clinica a partorire. All’ospedale Al Quds sono tutti di Fatah, lo sanno pure i muri (le pareti infatti sono tappezzate di Arafat, neanche una icona di Ahmed Yassin), così come allo Shifa. Al Awada di Jabilia invece parteggiano quasi tutti per il Fronte Popolare. E’ un’impresa trovare personale medico pro-Hamas in tutta la Striscia, tanto che quando Fatah chiamò allo sciopero generale, incrociò le braccia l’80% dei dottori. Se la resistenza avesse utilizzato gli ospedali come postazioni per combattere, i medici li avrebbero fatti evacuare rifiutandosi di curare i feriti. Un atteggiamento come quello descritto da Cremonesi equivarrebbe a un suicidio politico per Hamas, e Hamas non vuole suicidarsi, è un movimento ben radicato che vuole ampliare i suoi consensi. Scudi umani? A Tal el Hawa durante il massacro io c’ero, e nella zona abita il mio migliore amico, Abu Nader. Suo padre e i suoi amici sì sono stati usati come scudi umani: ma non da Hamas, bensì dai soldati israeliani che andavano casa per casa a caccia di combattenti.
[Si rinvia qui al filmato documentario di Fulvio Grimaldi dove si vedono le foto di siffatti scudi umani, che io ancora non sono riuscito a trovare il rete. In una si vede un palestinese bendato e in ginocchia davanti a un israeliano, in un cantone, dove l’israliano spara avendo come scudo umano il palestinese bendato, legato, inginocchiato. Ormai, capita di rilevare sistematicamente come gli israeliano facciano proprio loro quello che imputano agli altri? L’Iran vorrebbe cancellare dalla carta geografica Israele? Ebbene Israele ha cnacellato dalla carta geografica la Palestina ed in particolare ha raso al suolo oltre 400 villaggi, letteramente cancellandone il nome arabao dalla carta geografica e sostituendolo con altro nome ebraico. Vedi Pappe: La pulizia etnica della palestina. Stesso discurso per gli “scudi umani”. Stesso discorso per il “terrorismo”. Stesso discorso per il “genocidioe” e l’«Olocausto»: il vero grande, continuo Olocausto è quello dei palestinesi, ossia gli antichi cananei, che ogni giorno vengono immolati sull’altare di Jahvè, con plauso controllo e bendedizione dei rabbini. Per la bibliografia sui moderni cananei si vada al recente libro di Blanrue.]
E’ possibile che il conto delle vittime diminuisca di qualche decina di unità, o che invece aumenti. Nel raccogliere i dati per le mie corrispondenze da questo inferno non aspettavo certo l’imboccata di Hamas, come non accetterei l’imboccata di un giornale che imponga di scrivere contro il movimento radicale islamista per porre in secondo piano il massacro. Le mie fonti erano quelle utilizzate da giornalisti palestinesi e attivisti per i diritti umani locali: fonti ospedaliere indipendenti. Se poi i morti saranno anche cento in meno, non derubricherò il massacro come meno efferato. Al momento è l’esercito israeliano a smentire Cremonesi: un suo portavoce ha dichiarato al Jerusalem Post che le vittime palestinesi dell’offensiva «Piombo Fuso» su Gaza sono circa 1.300. E poi: 5 giornalisti palestinesi sono stati uccisi durante i bombardamenti, diversi i feriti. Distrutta la sede della tv Al Aqsa, e più volte attaccato il palazzo al centro di Gaza City che ospita Reuters Cnn e Al Jazeera. Si dice che la verità è la prima a morire durante una guerra. Qualcuno in via Solferino profana il suo cadavere. Restiamo umani.
Mi sembra, e me ne occuperò in altro post, che a questo riguarda l’ineffabile Alan Dershowitz, alanamente calato in Italia per «processare i nemici di Israele» faccia riferimento, nella registrazione, di un giornalista del Corriere della Sera che sarebbe stato attendibile a differenza di altri. Potrebbe trattarsi della stessa persona.

Incontro sulla campagna di Boicottaggio ad Israele

Se ognuno/a fa di questo poster 5 o 10 copie a colori o in B/N, in formato A3 o A4, e le affigge nei luoghi che ritiene più opportuni avrà dato un contributo alla organizzazione dell’incontro.

Se ognuna/o che ha deciso di partecipare convince una seconda persona a partecipare potremmo essere il doppio.

Se ognuno/a che non può partecipare convince due altre persone a farlo si ottiene lo stesso risultato.

Si parva licet, non si tratta di moltiplicare i pani e i pesci, cosa che fu possibile in Palestina, ma le informazioni e i partecipanti.

Chi vuole saperne di più su Omar Barghouti vada all’indirizzo www.altriframmenti.frammenti.it

ISM- Italia
info@ism-italia.it
www.ism-italia.it under construction
“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”
ISM-Italia è il gruppo di supporto italiano dell’ISM.

L’International Solidarity Movement (ISM www.palsolidarity.org) è un movimento palestinese impegnato a resistere all’occupazione israeliana usando i metodi e i principi dell’azione-diretta non violenta. Fondato da un piccolo gruppo di attivisti nel 2001, ISM ha l’obiettivo di sostenere e rafforzare la resistenza popolare assicurando al popolo palestinese la protezione internazionale e una voce con la quale resistere in modo nonviolento alla schiacciante forza militare israeliana di occupazione.



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giovedì 2 luglio 2009

Pacifisti: 68. Rachael Corrie e la sua morte vituperata

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Le schede su personaggi ed eventi sono davvero innumerevoli. Ogni giorno capire di sentire un nome o un evento prima ignoto. E quindi si tratta sempre di nuovo di acquisire nuove cognizioni e di valutarle criticamente. Nel contesto che abbiamo fin qui trattato trovo mirabile per sintesi espressiva e densità concettuale una frase di apertura del libro di Pau-Èric Blanrue: ci viene sottratta la comprensione della nostra quotidianità. Ogni evento, anche la morte di una Rachael Corrie schiacciata da un bulldozer israeliano, magari con il freno difettoso, deve essere faticosamente difesa dal suo celamento e dalla sua mistificazione. Mentre le persone sinceramente mosse dalla verità non hanno ritenzione di fronte all’evidenza, altre che con la verità hanno ben rapporto pretendono di condurci all’assurdo: non è il bulldozer che ha investito e ucciso Rachael Corrie, ma è questa giovane di 23 anni che ha investito e magari danneggiato il bulldozer. Questi i tempi in cui viviamo.

Vers. 1.3 / 3.7.09
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Sommario: 1. Chi era Rachael Corrie. – 2. Per chi non è accecato dal fanatismo. – 3. Sì, Israele è il colpevole e la diffamazione dell’ISM è continua. – 4. La casa diventa un boschetto. – 5. Il solito disco con implicita ammissione di colpevolezza. – 6. La “ciliegina” di Deborah Fait. –

1. Chi era Rachael Corrie. – Traendolo dal servizio loro malgrado offertomi dai «Corretti Informatori» riporto per intero l’articolo Cristina Piccino che offre una scheda sulla giovane ventitreenne morta mentre manifestava, travolta da un carro armato israeliano. Dell’infame commento non occorre fare menzione, se non per classificarlo come “tipica” manifestazione di sionismo, ossia il peggio che si possa dire secondo il nostro orientamento di valori. Credo proprio che con costoro non sia possibile umanamente nessuna conciliazione. Ci si deve rassegnare e prendere atto della realtà delle cose.
Il Manifesto,
2 luglio 2009, p. 12

Filmare a Gaza, il tabù dell’occhio
di Cristina Piccino

Rachel Corrie era una ragazza americana di ventitre anni. Pacifista, militante in una Ong, era arrivata a Rafah,
sulla striscia di Gaza, a difendere le case dei palestinesi dai bulldozer israeliani. Anche Rachel mentre faceva da scudo finì col suo corpo di ragazza sotto uno di quei bulldozer stritolata a morte. Era il 16 marzo del 2003. Gli americani non aprirono un’inchiesta, gli israeliani decretarono che fu un incidente. Gli amici e i compagni di Rachel dissero che il soldato israeliano l’aveva travolta intenzionalmente. Le molte mail che la ragazza scriveva ai genitori, a qualche amico, raccontano il sogno di cambiare il mondo. E non importa se è solo un sogno un po’ ingenuo e troppo spericolato, Rachel nelle sue parole si diceva felice di essere a Rafah, diceva che aveva imparato e capito molto lì nella durezza crudele dell’occupazione, di una violenza quotidiana che opprime le persone privandole di qualsiasi orizzonte, anche il più semplice, il più immediato. La storia di Rachel nonostante l’aspetto mediatico del conflitto mediorientale è passata in tono minore, ma non è solo per questo che Simone Bitton ha voluto farci un film. Marocchina di nascita, con passaporto di Israele dove si è trasferita da ragazzina, nel ’66, Simone Bitton è una cineasta che ama le sfide come dimostra il suo precedente Il Muro, costruzione, ragioni e paradossi della barriera voluta dagli israeliani per chiudere nei ghetti dei territori occupati i palestinesi. Soprattutto Simone Bitton è documentarista che predilige l’inchiesta, che usa la macchina da presa come strumento di indagine preferendo il confronto a tutto campo all’autoritarismo dell’ideologia. E Rachel, il nuovo film che la Mostra di Pesaro ha proiettato nella sezione Bande à part (si può vedere nella ripresa romana del festival, a Piazza Vittorio, venerdì 4 alle 21.15) è un’inchiesta che lavorando sulla morte della ragazza si interroga sulla relazione del cinema con la realtà. La morte di Rachel è racchiusa in un vuoto, l’assenza di immagini. La vediamo prima e dopo, a terra, i compagni non ce la fanno a fotografarla mentre viene traascinata via, le telecamere di sorveglianza che sovrastano l’area dichiareranno lo stesso vuoto. Intorno a cui la regista costruisce le sue domande, senza risposte nonostante l’implacabile evidenza. «La storia di Rachel è stata trattata come un piccolo episodio nella guerra tra Palestina e Israele. Così ho deciso di strutturare il film come un’inchiesta cinematografica» ci dice Simone Bitton. «Rachel» cerca una verità sulla morte della ragazza contro la versione delle istituzioni israeliane e in polemica col silenzio complice americano. Al tempo stesso indaga su cosa significa fare cinema documentario oggi. Credo che il cinema documentario sia un po’ obbligato a inventare un linguaggio nuovo proprio perché si hanno più mezzi a disposizione. Siamo pieni di immagini che arrivano dai telefonini, dalle telecamere di sorveglianza, dalle mail, sul web e via dicendo. Mentre giravo ho sentito l’esigenza di indagare anche su questa abbondanza di immagini dove però è sempre possibile un vuoto. Il sistema nel caso di Rachel è riuscito a cancellare ciò che non doveva essere visto, del resto le immagini prodotte dalle telecamere di sorveglianza sono istituzionali, controllano ciò che possiamo guardare o no. I compagni di Rachel avevano vissuto un’emozione molto dolorosa, in quei momenti non si riesce a scattare una fotografia, forse è possibile farlo in tribunale ma è un’altra cosa ... Ci sono anche motivazioni personali che mi hanno portata a questo film, se si dedicano tre o quattro anni della propria vita a qualcosa non è mai per caso. La vicenda di Rachel Corrie mi permetteva di fare un film su Gaza, anche se in modo indiretto, che è un luogo nel quale gli israeliani non vogliono si girino documentari. È un luogo nascosto, un tabù a dispetto dell’attenzione dei media. Perché a Gaza viene messa in atto una distruzione sistematica, non si tratta solo di Rachel ma della vita di moltissime persone, in questo senso lei è stata una vittima collaterale. Mi aveva colpita anche la sua sfida, era una ragazza di ventitre anni e la sua storia rappresenta in qualche modo il sentimento di rivolta e il coraggio della giovinezza. È una cosa che mi fa riflettere sulla mia generazione, sul significato dell’impegno politico. Si ha l’impressione che alcuni degli intervistati, specie tra i compagni di Rachel, esprimano una distanza dagli avvenimenti che è anche una sorta di riconsiderazione della loro attività, a proposito di impegno. Non sono una regista che arriva in un posto pretendendo di trovare subito qualcosa. É molto importante per me ottenere una confidenza con le persone e i luoghi in cui giro, e in questo caso è stato un lavoro lungo perché c’erano molte reticenze; le autorità israeliane non volevano che filmassi a Gaza, per chi come me ha un passaporto israeliano avere un permesso è impossibile. Ho fatto sforzi enormi. La famiglia e gli amici di Rachel avevano molti sospetti, temevano che volessi fare un film su di lei perché era l’americana bionda e militante, che la sua storia cancellasse le altre vittime. Ho mostrato loro i miei lavori precedenti, è nata una collaborazione molto bella. Lo stesso è stato coi palestinesi che vivono lì, anche se come dicevo, arrivarci è praticamente una missione impossibile. Tornando ai compagni di Rachel non bisogna dimenticare che sono passati cinque anni, e sono molti nella vita di chi è così giovane. Al tempo stesso questo stacco mi ha permesso un rapporto con i fatti più rigoroso, non mi interessava l’emozione bruta e facile del trauma. Le immagini possono indurre all’errore. Per questo c’è bisogno di tempo, si deve sempre sapere chi ha filmato, cosa è stato tagliato ... Quando vediamo le riprese della sorveglianza, i militari addetti al controllo sono lì a guardarle insieme a noi. Diceva del legame tra i ragazzi come Rachel e la sua generazione sulla questione dell’impegno. In che senso? La mia generazione ha lottato e ha fallito in Palestina e altrove. I giovani come Rachel e i suoi compagni lottano per un’idea concreta come può essere proteggere le case palestinesi dalla distruzione, pure se sanno che la casa sarà abbattuta ugualmente. Uno dei ragazzi dice oggi che forse erano ingenui ma comunque era importante farlo. Perché? Perché ci si impegna in una battaglia, per essere vicini ai prossimi vincitori o al di là di tutto, che si vinca o meno, che si conquistino dei risultati o no? Spesso si accusano gli attivisti di essere naif, di battersi per nulla. Sono alcune contraddizioni dell’impegno. Nel film come già nel «Muro», da spazio anche alla parola del potere, i militari israeliani. Penso che dobbiamo guardare sempre il potere, in Israele specie quello militare è molto forte, ha qualcosa di terrificante e di spaventoso ma il film sarebbe stato impossibile senza. Perché la politica in medioriente non è che il riflesso della parola militare. Lo stesso vale per l’economia, sono i militari che ne determinano i corsi, nessun civile prende una posizione che non sia stata approvata dai militari. Sono loro a dirigere la vita in Israele.
Io che al cinema ci vado sempre di meno, andrò a vedere il filmato e magari ne acquisterò il dvd. Sono interessanti le considerazione sul film documentario ai nostri giorni. Ne ho visto alcuni e mi rendo conto che le immagini sono necessarie.

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2. Per chi non è accecato dal fanatismo. – Se il riferimento del titoletto tratto da una frase dell’articolo di Mario Vargas Llosa dovesse riferirsi ai «Corretti Informatori» sarebbe del tutto inappropriato. Costoro vedono e come se vedono. Ma vedono diversamente dalla restante umanità e saremmo degli ingenui se pensassismo che sono “acciecati dal fanatismo”. Per completare l’immagine della povera Rachel, morta ventitreenne, riporto integralmente l’articolo apparso su La Stampa del 6 novembre 2006 ed accompagnato dai soliti “infami commenti” ad uso interno della Lobby. Costoro prendono che quando piove si debba dimostrare che piove o che quando una giovane è travolta da un militare alla guida di una sorta di carro armato si debba dimostrare che non è stato un banale incidente. Se lo stesso criterio dovesse valere sulle nostre strade potremmo ammazzare qualsiasi persona ci piaccia, dando la colpa al morto.
La Stampa,
6 novembre 2006, p. 7

Mario Vargas Llosa

Rachel va in teatro
Non si uccidono così le giovani pacifiste

SE passate per New York, dimenticate i sontuosi musical di Broadway e cercate invece di ottenere un biglietto in un piccolo teatro caldo e sgangherato, il Minetta Lane Theatre, sito nella strada dello stesso nome, giusto tra Greenwich Village e Soho. Se ci riuscite e vedete la pièce che lí si rappresenta, «Il mio nome è Rachel Corrie», scoprirete come possa essere commovente uno spettacolo teatrale quando affonda le sue radici in una problematica d’attualità e, senza pregiudizi e con talento e verità, rappresenti sul palcoscenico una storia che, per novanta minuti, ci catapulta nell’orrore contemporaneo per via di una ragazza che, nella sua corta vita, giammai avrebbe potuto sognare che avrebbe fatto tanto discutere e svegliato tante polemiche e sarebbe stata oggetto di tanta riverenza e amore, cosí come di tante calunnie.
La pièce è stata rappresentata per la prima volta l’anno scorso nel Royal Court Theatre, a Londra, e ha dovuto superare grandi ostacoli per arrivare a Manhattan. Le pressioni delle organizzazioni estremiste filo-istraeliane hanno ottenuto che il suo primo produttore, il New York Theatre Workshop, desistesse dal montarla, fatto che ha causato manifesti e proteste a cui parteciparono artisti e intellettuali di fama, tra cui Tony Kushner. Finalmente, lo spirito liberal e tollerante di questa città si è imposto e adesso l’opera, che ha meritato eccellenti recensioni, va a gonfie vele. Il testo è un monologo della protagonista, impersonata da una giovane attrice con grande talento, Megan Dodds, elaborato da Alan Rickman e Katharine Vine con i diari, le lettere ai genitori e agli amici e altri scritti personali di Rachel Corrie. Nessuno direbbe che una pièce così ben strutturata e che scorre in modo tanto naturale, senza il minimo intoppo, non sia stata concepita come un testo organico da un drammaturgo professionista, bensí fatta solo con citazioni rammendate tra loro.

Rachel è nata a Olympia, un paese nello stato di Washington e, per quel che se ne sa, era abituata sin da bambina a dialogare con sé stessa scrivendo testi che mostrano, in modo fresco e a volte allegro, la vita provinciale di una ragazza che arriva all’adolescenza, come tante altre della sua generazione negli Stati Uniti, piena di inquietudine e confusione contro la sua vita privilegiata e il suo ristretto orizzonte da paese in cui scorre. Sospira la vaga intenzione di essere poetessa più avanti, quando crescerà e si sentirà capace di emulare quegli autori i cui versi legge senza tregua e memorizza. Non c’è nulla di eccezionale in lei, piuttosto le previsibili esperienze di una ragazzina di classe media, normale e corrente, sconcertata davanti al mondo che va scoprendo, i suoi entusiasmi per le canzoni e i cantanti trendy, le effimere civetterie con i campagni di scuola, e, questo sí, una insoddisfazione costante, inespressa, la ricerca di un qualcosa che, come la fede per i credenti - lei lo è solo a metà e comunque la sua esperienza religiosa non riempe quel vuoto che a volte la tormenta - dia di colpo alla sua vita un’orientamento, un senso, qualcosa che la impregni di entusiasmo.

Questa parte della storia di Rachel Corrie non è meno intensa né interessante della seconda, quantunque meno drammatica. La cosa singolare, vista la sua storia, è che tra tutte le inquietudini che testimoniano i suoi scritti personali, non figuri affatto la politica, fatto che riflette benissimo una condizione generazionale. Trenta anni fa, i giovani statunitensi canalizzavano la loro ribellione e la loro inquietudine con comportamenti, look, hobby o gesti, tutto ció avvolto a volte da un discreto anarchismo individualista, o, al contrario, con una militanza osservante, ma la politica era solita meritare la indifferenza più assoluta, se non il più palese disprezzo. Nella rappresentazione teatrale, forse perché quel momento critico della sua vita non è rimasto documentato nei suoi testi, c’è una grande parentesi, il periodo che porta la ragazzina provinciale che aspira a essere un giorno poetessa a compiere una scelta cosí audace da offrirsi, all’inizio del 2003, volontaria per andare a lottare pacificamente nella Striscia di Gaza contro la demolizione, da parte dell’esercito di Israele, delle case dei vicini imparentati o in rapporto con i palestinesi accusati di terrorismo.

In un primo momento ho pensato che Rachel Corrie fosse andata a lavorare con il mio amico Mair Margalit, uno degli israeliani che più ammiro, nel suo «Comitato di Israele contro la demolizione delle case», di cui ho già parlato nei miei articoli. Macché, Rachel si è iscritta al «Movimento Internazionale di Solidarietà», composto soprattutto da giovani inglesi, statunitensi e canadesi che nei Territori occupati, andando a vivere nelle abitazioni minacciate, cercano di impedire - inutile dirlo, senza molto sucecsso - un’azione moralmente e giuridicamente inaccettabile, visto che parte dal presupposto di una colpa collettiva, di una popolazione civile che deve essere castigata nel suo insieme per crimini di individui isolati.

Le lettere che Rachel scrive da Rafath, a Sud di Gaza, rivelano una progressiva presa di coscienza di una giovane che scopre, condividendole, la miseria, l’abbandono, la fame e la sete di una umanità senza speranza, emarginata in case precarie, minacciata da sparatorie, retate, espulsioni, dove la morte imminente è l’unica certezza per bambini e anziani. Rachel, sebbene dorma per terra come le famiglie palestinesi che la ospitano, o si alimenti con le stesse magre razioni, si vergogna delle cure e dell’affetto che riceve, di essere comunque una privilegiata perché lei se ne può andare in qualsiasi momento e fuggire da quella asfissia e, in cambio, loro..... Ció che più l’affligge è l’indifferenza, l’incoscenza di tanti milioni di essere umani, nel mondo intero, che non fanno niente né vogliono sapere della sorte ignomignosa di questo popolo in cui adesso lei è immersa.

Era una giovane idealista e pura, vaccinata contro l’ideologia e l’odio che di solito provocano, per la pulizia dei suoi sentimenti e la sua generosità, che si riflettono in ogni riga delle lettere che scrive a sua madre, spiegandole come, nonostante la sofferenza che vede nei sui dintorni - i bambini che muoiono nelle incursioni israeliane, i pozzi d’acqua distrutti che lasciano assetati interi isolati, la proibizione di andare a lavorare che va affondando nella morte lenta migliaia di persone, il panico notturno con le sirene dei carri armati o i voli rasanti degli elicotteri - constati improvvisamente, nelle feste per una nascita, un matrimonio o un compleanno, esplosioni d’allegria, che è come se si aprisse il cielo tempestoso perché si intraveda là, lontanissimo, un cielo di un azzurro splendente, pieno di sole.

Per qualsiasi persona non accecata dal fanatismo, la testimonianza di Rachel Corrie su una delle più grandi ingiustizie della storia moderna - la condizione degli uomini e delle donne nei campi dei rifugiati palestinesi dove la vita è pura agonia - è, oltre che impressionante, un’attestazione d’umanità e compassione che giungono all’anima (o come si chiami quel residuo di decenza che tutti possediamo). Per coloro che, come me, abbiano visto da vicino quell’orrore, la voce di Rachel Corrie è un coltello che apre una piaga e la rimuove.

La fine della storia accade fuori dalla pièce, in un episodio su cui Rachel non ha avuto il tempo di testimoniare. Domenica 16 marzo 2003, con sette compagni del Movimento Internazionale di Solidarietà - ragazzi inglesi e statunitensi - Rachel si piantò davanti a un bulldozer dell’esercito israeliano che stava per buttar giù la casa di un medico palestinese di Rafah. Il bulldozer la travolse, spappolandole il cranio, le gambe e tutte le ossa della colonna vertebrale. É morta nel taxi che la portava all’ospedale di Rafah. Aveva 23 anni. Nell’ultima lettera alla madre, Rachel Corrie le aveva vergato: «Tutto questo deve finire. Dobbiamo abbandonare il resto e dedicare le nostre vite per far sì che tutto ciò finisca. Non credo che ci sia niente di più urgente. Voglio poter ballare, avere amici e innamorati e disegnare comics per i miei compagni. Ma, prima, voglio che tutto questo finisca. Ció che provo si chiama incredulità e orrore. Delusione. Mi deprime pensare che questa è la realtà fondamentale del nostro mondo e che, di fatto, tutti partecipiamo in ció che succede. Non era questo che io volevo quando mi fecero nascere. Non era questo ció che sperava la gente di qui quando venne al mondo. Questo non è il mondo in cui tu e il mio papà volevate che io vivessi quando avete deciso di concepirmi».
copyright El País
(traduzione di Gian Antonio Orighi)
Se molta gente è ancora oggi indifferente ad una ingiustizia evidente lo dobbiamo all’istupidimento prodotto intenzionalmente dalla Lobby che controlla direttamente o indirettamente il sistema mediatico ed educativo. Ne abbiamo un infimo esempio con gli «infami commenti», che puntualmente di circa otto anni, infangano e diffamano, ma anche tentano di terrorrizzare e intimidire ogni voce critica di denuncia di un genocidio che si consuma davanti ai nostri occhi, oggi, non durante la guerra di Hitler, ma oggi durante il tempo della nostra generazione. Ci hanno fatto gli occhi per vedere in un passato che non si può neppure scrutare liberamente, mentre ci precludono di poter guardare il presente. Difficile immaginare una forma più compiuto e perfezionata di oppressione.

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3. Sì, Israele è il colpevole e la diffamazione del ISM è continua. – Sto incominciando a scoprire in tutta la sua attività cosa è l’ISM, e certamente non è ciò che i «Corretti Informatori» pretendono sia, ossia un’organizzazione terroristica: tutto ciò che non è plauso acritico e incondizionato verso Israele è per costoro terrorismo e antisemitismo. Tutto sommato, lo schema con cui funziona il loro cervello è di una estrema semplicità. Può darsi che si tratti di un soft informatico, così programmato, e non di esseri umani. Ma potrebbero anche essere delle persone rovinate dal colonialismo e rosi dall’odio prodondo – questo sì che è odio – verso quei poveri indigeni che guarda un poco non ne vogliono sapere di lasciarsi morire e massacrare in silenzio, senza strillare e far commuovere quanti hanno ancora un cuore o lo avevano come la povera Rachel Corrie. Andando al link si liegge però che Rachel non è stata la sola persona dell’ISM uccisa dai sionisti. Vi è pure il caso di Tom Hurndall, «ucciso dal proiettile di un tiratore scelto mentre aiutava un gruppo di bambini palestinesi a spostarsi durante uno scontro tra l’esercito israeliano e terroristi palestinesi»: il virgolettato è dei “Corretti Informatori”, ma è da intendere fra “fra criminali israeliani e resistenti palestinesi”. L’ISM ha organizzato in Roma in gennaio il seminario sul massacro di Gaza, i cui atti si trovano anche in questo blog ed il cui editing dobbiamo ancora completare. Per Hurndall apriremo una scheda a parte. La sua uccisione dimostra che vi è un’intenzione omicida premeditata e programmata verso quanti si mostrano solidali nei confronti dei palestinesi. Risibile la scusante addotta per l’omicida, la cui condanna per omicidio “preterintenzionale” sembra una burla per i media. Per una condanna di comodo è facile immaginare quanti omicidi sono stati commessi e restano ignoti. I “crimini” dello Stato “criminale” di Israele sono noti solo in piccolissima parte.

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4. La casa diventa un boschetto. – È veramente difficile trovare dei termini per definire la mente che redige quelli che io chiamo abitualmente “infami commenti”. Ormai mi sono persuaso del bassa capacità di analisi, della mancanza di fantasia, del carattere stereotipo delle argomentazioni. Resta utile la raccolta di materiale grezzo che indefessamente ogni giorno da non pochi anni costoro fanno. Non conoscerei il nome di Rachel Corrie se non me lo avessero fatto conoscere costoro. Naturalmente su Rachel non riescono per nulla a farmi credere ciò che vorrebbero. La verità è normalmente l’opposto di ciò che loro dicono e vorrebbero far credere. L’ultima, tutta da ridere se non vi fosse da piangere, vede una Rachen che muore «in un incidente durante un tentativo di impedire a un buldozer israeloiano di abbattere non già una casa, ma un boschetto usato per nascondere un tunner per il traffico d’armi (armi destinate a uccidere i civili israeliani, non dimentichiamolo». Appunto: non dimentichiamolo!

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5. Il solito disco con implicita ammissione di colpevolezza. – È già tanto che l’impudenza non giunga qui a negare il fatto stesso della di Rachel Corrie: “è indubbio”, dice l’estensore della lettera firmata. Che poi sia morta ammazzata, ben le sta: questo il senso. Quanto poi alle distruzioni in genere delle case, queste vengono fatte solo quando si accerta (ma chi e come lo accerta?) che i familiari del kamikaze o del terrorista sapevano dell’intenzione suicida, ecc. Incredibile, ma vi è che davvero pensa in un modo così barbarico e disumano. È quello che si chiama “sionismo”. Ma ci vengono poi a dire che essere antisionisti sarebbe come essere antisemiti. Naturalmente, è una bufala ed un modo grottesco e insensato di ragionare, che però si trova ai più alti livelli del sionismo. Se dovessimo dare per fondato il ragionamento, allora ne dovremmo concludere che come è legittimo e necessario l’antisionismo – come in ultimo ha ribadito l’ebreo Ilan Pappe –, diventerrebbe pure legittimo e necessario l’antisemitismo, ed essendo Pappe un ebreo dovremme metterci a non so cosa fare contro di lui, persona più di ogni altra mite e gentile. Ho voluto portare alla sue grottesche conclusioni un ragionamento grottesco quanto mai. Intanto però l’assassinio della povera Rachel Corrie è un fatto assolutamente certo ed assolutamente tragico.

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6. La “ciliegina” di Deborah Fait. – Non per concludere, ma ahimé per continuare la nostra rassegna criminale del sionismo, riporto di seguito un brano di una tizia che per anni in Italia ha avuto a che fare che le associazioni Italia-Israele: poverà Italia dove sei andata a finire! È sempre difficile moderare il linguaggio e contenersi quando ci si occupa di costei. Lascio che ognuno giudichi l’efferatezza del testo che segue:
Per concludere questa triste rassegna razzista e per la serie "al peggio non c’e’ mai fine" ecco la ciliegina sulla torta, una ciliegina avvelenata.
Il Royal Court Theatre, uno dei piu’ prestigiosi teatri di Londra, qualcuno lo definisce il piu’ importante d’ Europa, ha aperto la stagione con una rappresentazione dal titolo :“My name is Rachel Corrie”.
Rachel Corrie, per chi non lo ricordasse, era una giovane americana arrivata nei territori palestinesi per fare da scudo umano. La ragazza partecipava attivamente alle manifestazioni contro Israele organizzate da hamas a Gaza dove bruciava in preda a odio isterico, e le foto ne sono testimonianza, le bandiere americana e israeliana.
Rachel Corrie era membro dell’ISM, International Solidarity Mouvement, organizzazione fortemente razzista e antiisraeliana, antisemita, antisionista e quant’altro, organizzazione che aveva fornito nei quattro anni di guerra appena trascorsi piu’ di un kamikaze ai gruppi terroristici capitanati da Arafat. Omar Khan Sharif e Assif Muhammad Hanhif, i due terroristi che avevano fatto saltare il Mike’sPlace di Tel Aviv erano stati contattati in Inghilterra dall’ISM.
Rachel Corrie era una di quelli che dichiaravano: "Israele e’ un’entita’ illegale che non deve esistere".
Alla fine, durante una delle sue tante dimostrazioni da scudo umano, e’ stata uccisa incidentalmente da un bulldozer israeliano a Gaza mentre urlava i suoi slogan contro Israele e, troppo distratta dal suo odio fanatico, non si era allontanata in tempo dal pericolo dei detriti che il bulldozer smuoveva, rimanendone sepolta.
La storia di questa ragazza, esempio di quanto i giovani possano essere facile preda di fanatismi, dal Royal Theatre, verra’ portata in tutte le scuole inglesi dove incitera’ all’antisemitismo migliaia di altri giovani perche’, come scrive Tom Gros, corrispondente del Jerusalem Post a Londra, in questa rappresentazione non si parla tanto di lei quanto dell’odio contro Israele che gli autori, attraverso di lei, vogliono diffondere.
Si noti un tratto tipico della prosa sionista: il tal teatro si dice che sia il migliore d’Europa. Se ha questa fama, sarò stata meritata, uno penserebbe. Ma se non sarà il primo, sarà il secondo, ed è sempre tanto, ma anche in terzo e il quarto, diciamo fino al decimo. Ma l’impagabile Deborah insinua che è un teatro infimo, dal momento che ha rappresentato sulla scena ahimé la triste storia di Rachel, stroncata a 23 anni dai compari di Deborah, che magari se la spassano pure, come abbiano potuto leggere dai graffiti che in Gaza hanno lasciato nelle case sventrate delle loro vittime. Incredibile, ma questo orribile modo di pensare e di esprimersi trova ancora oggi agganci nelle due Camere del parlamento, grazie alla strategia che le Israel lobbies seguono in USA, in Francia, ed in ogni paese dove riescono ad infiltrarsi. Inorridire serve a poco. Inveire ancora meno. Incredibile l’immagine di Rachel come “scudo umano”. Quella degli “scudi umani” è proprio una paranoia sionista. In ogni caso, loro gli scudi umani o non umani li bombardano tutti. Gli hanno dato puro l’atomica. Bombardano tutto quello che si muove e anche quello che non si muove. Che una simile mentalità e cultura omicida travolgesse con un bulldozer una giovane disarmata di 23 anni è cosa che non deve soprendere: sono fatti così e questa è la loro natura. Vi è solo da comprendere e registrare nella Memoria.

«Per chi non lo ricordasse...». Il minimo che dobbiamo a questa giovane generosa e buona è di ricordarla sempre. Questa sera andrò in piazza Vittorio a vedere quel film documentario che i sionisti certamente non possono vedere e che vorrebbero tanto nessuno vedesse. Ma il loro potere per fortuna non è ancora arrivato a bendarci gli occhi, anche se la loro censura è certamente formidabile e ben lo sanno le migliaia e migliaia di carcerati in Francia, Germania, Austria, i tanti semplici cittadinini che con la loro mente reagiscono all’istupidimento collettivo a cui ci vorrebbe portare il nostro sistema mediatico, dove scrivono tante Debore, forse meno volgari, ma identiche nella sostanza.

Razzista chi? Niente supera in razzismo il sionismo. A dirlo è stato l’ONU. Se il mondo intero condanna Israele, non è che in Israele qualcuno si ponga lontamente qualche interrogativo su se stesso. Al contrario! È il mondo che sbaglia. E – si dice – sbaglia da 3000 anni per quanto riguarda l’ebraismo! Per il sionismo, che fa di tutto per confondersi come fosse la stessa cosa che l’ebraismo, il discorso è però diverso. Si tratta del peggiore nazionalismo di tipo coloniale e razzista che sia mai esistito. Il fatto di avere impregnato di sé – mi pare indubbio – gran parte dell’ebraismo contemporaneo è per l’ebraismo un colpo così forte quale neppure il nazismo sarebbe riuscito ad infliggere. Chi collega gli odierni crimini commessi dallo stato sionista di Israele e li collega con l’ebraismo è fortemente sollecitato a interrogarsi sulle cause delle persecuzioni e delle ostilità che gli ebrei hanno suscitato lungo tutto l’arco della loro storia religiosa, dico religiosa perché con Sand ritengo che non esista un popolo ebreo. Ma per tornare a bomba, il prossimo 11 luglio l’ISM terrà in Roma un Incontro, dove ognuno potrà conoscere il carattere nonviolento di un movimento nato nel 2001, e che ha come suo motto:
“Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo.”
Intanto esiste ed è già attivo il tribunale della nostra coscienza, che sa bene come valutare l’oltraggio alla memoria di rachel Corrie sopra riportato. I timori di Deborah sono del tutto fuori luogo: Israele è così spregevole di per sé che supera qualsiasi concetto di odio. Si può odiare l’omicidio in sé, il crimine allo stato puro, il delitto? L’odio – insegnava Spinoza – è un sentimento negativo di per sè, un vizio, una malattia passeggera dello spirito alla ricerca della sua pienezza. Il rifiuto della teoria e della prassi dell’omicidio come può mai essere una forma di odio? La propaganda sionista blatera a se stessa, per autonconvincersi dei propri crimini pasati, presenti e futuri, cose che per una mente normale sono prive di senso e costrutto logico. Et de hoc satis.

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Lettera aperta del BDS su uno spettacolo in Roma a Villa Ada

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Vengo giusto ad apprendere quanto divulgo nel testo sotto allegato: non mi occupo abitualmente di futilità canore ed il nome Noa mi giunge adesso per la prima volta. Costei avrebbe fatto meglio ad occuparsi di canzonette e affini, lasciando la politica a chi è in grado di intenderla. Purtroppo, come ieri nel caso di una stranissima cittadinanza onoraria conferita ad un soldato di un esercito “criminale” di uno stato “criminale sono sempre più numerose le infiltrazioni di una Lobby che pretende di conquistare l’opinione pubblica ad un vero e proprio genocidio che viene commesso sotto i nostri occhi. Vengono rovesciate attraverso i media tonnellate e tonnellate di menzogne, sofismi, manipolazioni di ogni genere, il cui fine ultimo è quello di toglierci il diritto e la possibilità di una comprensione della nostra quotidianità, sorretta da coscienza morale e limpida intelligenza. La lotta per la Verità è la nostra lotta come forse mai lo è stato per le generazioni che hanno preceduto la nostra. Pubblico e divulgo senza indugio la Lettera aperta che mi giunge con riserva di riservato approfondimento dei temi, degli eventi, dei soggetti sotto nominati. Con l’occasione rendo noto di essere titolare di una tessera ARCI n° 081062884, che qui utilizzo per associarmi alla protesta contro l’indecente spettacolo di Villa Ada. In merito poi al giudizio politico su Hamas, e sulle folli affermazioni della menzionata, trattasi di un movimento regolarmento eletto e rappresentativo del popolo palestinese. La realtà che che il progetto genocidiaria contlempa nel suo piano criminale proprio la “distruzione” di ogni rappresentanza politica della popolazione che si vuole sterminare, sostituendola al massimo con un personale impiegatizio di “Kapò”, a diretto servizio dei sionisti israeliani. Si tratta di una politica molto chiara e trasparente che può sfuggire solo a chi è totalmente disinformato su una realtà di occupazione coloniale e genocida, i cui albori possono farsi risalire assai prima del 1848, ed esattamente al 1882, anno del primo insediamento sionista, la cui ideologia criminale già da allora prevedeva la cacciata e lo sterminio dei “cananei”, per ordine divino secondo l’interpretazione distorta e criminale che è fatta propria da questi scellerati criminali, che vogliono ingannarci ed in questo modo coprire i loro crimini.

Antonio Caracciolo
CIVIUM LIBERTAS


* * *


NON UNITE LA VOSTRA VOCE A QUELLA DI NOA,

UNA VOCE DI MORTE AL FESTIVAL DI VILLA ADA

Lettera aperta

Cari amici della Palestina,

a gennaio, mentre i bombardieri, le navi da guerra e l’artiglieria israeliana rovesciavano sulla povera gente di Gaza migliaia di tonnellate di bombe, missili e fosforo bianco, Noa fece pubblicare una sua “lettera aperta” ai Palestinesi in cui scriveva: “Io so che nel profondo del vostro cuore desiderate la morte di questa bestia chiamata Hamas che vi ha terrorizzato e massacrato, che ha trasformato Gaza in un cumulo di spazzatura fatto di povertà, malattia e miseria”. Aggiungendo poi: “Posso soltanto augurarvi che Israele faccia il lavoro che tutti noi sappiamo deve esser fatto, e vi sbarazzi definitivamente da questo cancro, questo virus, questo mostro chiamato fanatismo, oggi chiamato Hamas. E che questi assassini scoprano quanta poca compassione possa esistere nei loro cuori e cessino di usare voi e i vostri bambini come scudi umani per la loro vigliaccheria e i loro crimini”.

L’augurio di Noa è stato esaudito, l'esercito israeliano si è “sbarazzato” di 1500 palestinesi, fra cui 400 bambini, fra cui oltre 100 donne, provocando anche più di 5000 feriti e riducendo Gaza a un cumulo di macerie.

Alla lettera di Noa ha splendidamente risposto il regista Udi Aloni, scrivendo a Noa: “Cara Achinoam Nini (è il vero nome di Noa), ho scelto di rispondere a te e non all'intera destra rabbiosa, perché credo che il tradimento del campo della pace superi il danno causato dalla destra di migliaia di volte. (...) Tu ruoti gli occhi, usi le tue parole d'amore al servizio dei tuo popolo conquistatore e chiedi ai Palestinesi di arrendersi con voce tenera. Tu dai ad Israele il ruolo di liberatore. Ad Israele - che, per oltre 60 anni, li ha occupati e umiliati.” E ancora: “Abbiamo coperto i loro cielo con i jet da combattimento, svettanti come angeli dell'inferno e seminando morte a caso. Di quale speranza stai parlando? Abbiamo distrutto ogni possibilità di moderazione e di vita in comune nel momento in cui abbiamo saccheggiato la loro terra, mentre eravamo seduti con loro al tavolo del negoziato. Possiamo avere parlato di pace, ma li abbiamo derubati anche degli occhi. Essi volevano la terra data loro dal diritto internazionale, e noi abbiamo parlato in nome di Dio.”

Oggi, dopo i 1.500 morti e gli oltre 5.000 invalidi provocati dall’operazione Piombo Fuso, la Striscia di Gaza è ancora assediata, è ancora impedito l’ingresso degli aiuti umanitari, non è ancora possibile iniziare a ricostruire le immani distruzioni provocate da quel “lavoro” che Noa tanto augurava.

Per questi motivi, il concerto di Noa a Villa Ada è una vergogna, e il fatto che sia stato organizzato all’insegna della pace e dell’incontro fra mondi diversi è un vergognoso inganno.

Se quegli ideali vi stanno a cuore, vi chiediamo di esprimere il vostro dissenso al Comune di Roma, alla Regione Lazio, all’ARCI e agli altri organizzatori e sponsor della manifestazione, per non essere vittime o complici di una ignobile speculazione sulla pelle di un intero popolo, il popolo palestinese, che vede negato da più di sessanta anni il proprio diritto alla vita, alla terra ed alla libertà.

Forum Palestina – Campagna Italiana per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS)

www.forumpalestina.orgwww.boicottaisraele.it

CLICCA QUI per leggere il documento direttamente sul sito



Per protestare contro la presenza di Noa al festival di Villa Ada mandate fax e mail, o fate telefonate di protesta agli organizzatori ARCI del festival, allegando se volete la lettera del Forum altrimenti un messaggio scritto da voi.

Associazione Arci - Via dei Monti di Pietralata, 16 - 00157 Roma - Tel. +39 06416091 - Fax +39 0641609275 scrivendo alla presidenza dell’ARCI all’indirizzo di posta elettronica :

presidenza@arci.it

Oppure all’ ARCI sede di ROMA email : roma@arci.it

Comitato Regionale Lazio
Via Dei Monti Di Pietralata, 16
00157 - Roma RM
Tel. +39 06 41795048
Fax: 06 41609234 email :
lazio@arci.it

ROMA
V.LE GIUSEPPE STEFANINI 15
00159 - ROMA RM
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...e alla radio che sponsorizza il festival:

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