martedì 9 dicembre 2008

L’indiano morto e l’arabo morto nell’ideologia giudeo-americana: spunti per una riflessione sull’ipocrisia democratica

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Vers. 1.0
st. 9.12.08

Ch’io sappia nessun museo dell’«Olocausto» è stato mai edificato per ricordare la quasi totalità degli indiani d’America sterminati durante la gloriosa ed infame epopea della costruzione dell’America, la più antica democrazia del mondo, come si sente dire. Se ciò è vero, se gli USA sono la più grande democrazia del mondo che si propone come modello coattivo per il mondo restante, allora vuol dire che genocidio e democrazia non sono cose incompatibili. Non vi è bisogno di negare il genocidio degli indiani perché nessuno lo nega, ma non perché sia una verità acclarata e incontrovertibile e non esiste al riguardo un “negazionismo” pernalmente perseguito. Nessuno lo nega perché nessuno se ne occupa, perché a nessuno interessa, perché non vi sono “sopravvissuti” che sul genocidio acclarato possano farvi un’industria e commerci di ogni genere. Il genocidio degli indiani d’America – in questi giorni si parla tanto degli indiani di Mumbai: è bene distinguere – è stato assorbito dall’«Occidente» così come un coccodrillo ha digerito il suo pasto. La nostra coscienza morale collettiva è sapientemente costruita da giornate della memoria di ciò che è utile ricordare ed è invece fatto oblio su ciò che invece conciene dimenticare. In ogni caso, una coscienza a comando e non libera come si pensa che dovrebbe oridnariemente essere la coscienza umana.

In vista di una più ampia e organica riflessione traggo qui spunti da una serie combinata di letture e dai fatti del giorno sottratti alla cronaca ed immersi nella storia. Intanto devo un pubblico ringraziamento a Curzio Nitoglia per il suo libro sul giudaismo americano. Molto si è detto e scritto sull’importanza della religione in America. Ma poco o nulla si è fatto per capire di quale religione si tratti e cosa a questa religione si possa attribuire. Intanto, procedono per sintesi, il puritanesimo americano ha molto poco a che fare con il nuovo testamento ed è assai vicino al giudaismo talmudico. Gli sciancati che furono scacciati dall’Europa per il loro estremismo religioso trovarono in America la loro «Terra Promessa», dove il “promessa” implica il diritto di scacciarne, sterminadoli, quanti già vi si trovavano. Nei libri scolastici di storia ho sempre letto che all’origine della dichiarazione americana di indipenza vi era il rifiuto da parte dei coloni di pagare le tasse all’Inghilterra. Invece, Curzio Nitoglia porta la mia attenzione che vi era anche il rifiuto del divieto di occupare le terre degli indiani, in pratica il rifiuto del divieto di genocidio. Nasce qui la democrazia americana! E non metto in dubbio che si tratti di democrazia. Perfino il Bush che sta per lasciare la presidenza e che si è macchiato della vita di oltre un milione di vittime irachene ha oggi dichiarato che la guerra all’Iraq è stato un “errore” che non ripeterebbe. La giornalista Ritanna Armeni nota come questa ammissione non susciti dibattito in una stampa farisaica pronta a volare da una parte all’altra inseguendo le fole dell’attimo ed incapace di comprendere il presente di cui fa professione.

Nella rassegna stampa odierna di Radio Bordin si legge con piena adesione d’animo l’intervista a pagina 33 dell’Unità, dove oggi l’ex-terrorista Delia riciclatosi grazie ai radicali spiega che la democrazia è un diritto innato, o meglio essendo i diritti umani diritti innati, non potendo i diritti umani essere esercitati se non in una democrazia, ergo esiste un diritto da parte delle nazioni democratiche di ingerirsi nell’organizzazione costituzionale delle nazioni non democratiche al fine di introdurvi con la forza la democrazia e quindi i diritti umani. Alla luce della storia i poveri indiani d’America sono stati giubilati nel nome dei diritti umani. E lo stesso è il destino disegnato agli arabi per mano israeliana. Infatti, leggo non senza apprensione in Avraham Burg come per l’israeliano ebreo l’unico arabo buono è un «arabo morto». Può sembrare un’esagerazione ma è una profondissima verità confermata dall’idea stessa dello Stato «ebraico». Tutto il lavoro programmato e fatto da oltre cento anni, già concepito in America nella prima metà del XIX secolo, non avrebbe senso se l’ebreo dovesse disperdersi in un mare arabo o il transfuga d’Europa avesse dovuto prendere in moglie una donna indiana, ovvero gli indiani avessero dovuto mischiare il loro sangue con quello europeo. Il codice programmato è lo sterminio: quello degli indiani già portato a compimento, quello degli arabi ancora tutto da compiere. Malauguratamente, gli arabi non sono gli indiani.

Anche il recente episodio dell’«intifada delle navi» si colloca in una logica di sterminio. L’ipocrisia talmudica impedisce la consegna di viveri e medicinali a un milione e mezzo di persone con la scusa del lancio di qualche missile kassam da parte dei resistenti armati o meglio disarmati: potevano anche essere dei sassi quelli da loro lanciati ed in fondo un missile kassam, una sorta di petardo a fronte dell’armamento israeliano inclusa l’atomica, è come un sasso. Né a dire che un milione e mezzo di persone sono un milione e mezzo di missili kassam. Rientrano qui i temi della colpa collettiva e tutta l’ideologica olocaustica con la quale, complice una classe politica asservita, si è gettato sulla coscienza morale dell’Europa la colpa dell’«Olocausto», sulla quale è perfino vietato indagare con libere e serie ricerche storiche. I conti tornano e ciò che appare lontano e distante si collega in uno stesso disegno. Non è dai giornali e dai giornalisti che possiamo aspettarci una comprensione dell’ora presente. La notizia di un fatto viene spesso data per nascondere o mistificare la verità del fatto stesso. Per questo sarebbe quanto mai necessario che nelle scuole i giovani venissero educati al pensiero critico e non istupiditi con una memoria imposta e discutibile. Si dice, stupidamente, che il mostrare a tanti giovani le baracche di Auschwitz sia un fatto educativo perché in questo modo saremo certi che quello che è successo non succederà più. E chi lo dice? Alemanno?

Se a qualcuno di noi venisse spiegato come si svaligia una banca, come si può aprire una cassaforte dal sofisticato congegno, e così via, siamo proprio certi che non faremo ciò che ci è stato mostrato e spiegato? Gli orrori dopo Auschwitz non sono affatto finiti, ma a dispetto della ubris ebraica sull’unicità ed incommensurabilità di un dolore che non è neppure il loro, quegli orrori sono stati superati e vengono superati. Intanto proprio in Israele, proprio a Gaza, in una pulizia etnica, in un genocidio, in un regime di apartheid di cui essi sono gli autori. La giustificazione di tutto questo è stata finora data nel nome della democrazia – cosa peraltro recentemente contestata da un rapporto dell’Acri – a fronte della non-democrazia di tutto il mondo arabo. Come se in nome della democrazia fosse lecito scannare e sterminare, secondo il modello fondativo della democrazia americana. Ed in ogni caso se questo è il prezzo della democrazia, di una democrazia che già in casa nostra non sappiamo cosa sia e quali ne siano i pregi effettivi, forse sarebbe il caso di dire: «No, grazie!».

3 commenti:

Kolza ha detto...

Nell'America non ancora USizzata ci sono state eccezioni, in merito alla commistione tra nativi e colonizzatori, sia inglesi che francesi.
Quando iniziò l'epopea statunitense, con la Corsa verso Ovest, ogni traccia di commistione razziale sparì, in nome di una pretestuosa "purezza".
Sulla definizione della "Questione Indiana", Sergio Romano inquadra le guerre, conseguenti alla colonizzazione, come "coloniali". A proposito, lo stesso Romano ha recentemente bacchettato un lettore del Corsera che ha osato paragonare l'Holodor staliniano alle politiche del New Deal. Bell'ignoranza, quella dell'ex ambasciatore!

Antonio Caracciolo ha detto...

Non comprendo molto il senso del commento, ma trattandosi chiaramente di contenuto non illegale sono ben lieto di pubblicarlo, magari ricevendone lumi. E mi corregga pure se a suo avviso sono in errore.

Come ho detto, si tratta di un abbozzo per una riflessione più organica ed attingendo alla necessaria documentazione. Leggendo padre Curzio Nicoglia ricordo la cifra di 5.000.000 di indiani all’epoca esistenti. Di questi ne rimasero o ne sono rimasti 300.000. Se non si è trattato di genocidio, non saprei come altro chiamarlo.

Mi ha anche sorpreso in Nicoglia un dato che francamente non conoscevo o non ricordavo più, per mia ignoranza o disattenzione, ma di cui chiedo a lei tutta la bibliografia possibile se il dato a lei pure risulta.

E cioè: avendo sempre studiato con passione la storia, io ricordo solo il dato del rifiuto di pagare le tasse (del tè...) da parte dei coloni americani, da cui poi sarebbe venuta la dichiarazione di indipendenza. Mi sembra però decisamente più importante e significativo il divieto posto dagli inglesi di occupare le terre degli indiani. Questo punto io desidero approfondirlo.

Per grandi linee e sulla base delle cognizioni già possedute, io penso di poter interpretare (e se la storia non è interpretazione, cosa è allora?) che via sia analogia fra l’atteggiamento americano/puritano/ebraico verso gli indiani sterminati nei secoli XVIII e XIX e quello odierno (XX e XXI secolo) da parte del mondo giudeo-americano verso gli arabi in generale e i palestinesi in particolare.

Vi è però una differenza di non poco conto: gli arabi del Medio Oriente non sono gli indiani del XVIII e XIX secolo il cui sterminio poteva compiersi al riparo di occhi indiscreti e di coscienze che potessero restarne turbate.

Le pare?

arial ha detto...

Uri Avnery' : Obama, l'Aipac, gli Usa una grande Israele, Israele una piccola Usa
http://zope.gush-shalom.org/home/en/channels/avnery/1212871846

sintesi personale
http://frammentivocalimo.blogspot.com/2008/06/uri-avnery-obama-laipac-gli-usa-una.html

c'èe del vero per me in quest'nalisi