L’ultimo vespaio suscitato dal discorso della Meloni alla Camera
per le citazioni del “Manifesto” di Ventotene, si presta ad una
serie di considerazioni, che vado ad enumerare:
1) Come succede spesso il
“Manifesto” è assai più citato che letto, e i di esso
estimatori (di professione)
non hanno l’accortezza di citare i passi interpretati
(magari corredandoli con l’indicazione relativa come i versetti
della Bibbia o i frammenti del Digesto). Per cui complicano il lavoro
del lettore curioso che voglia approfondire e controllare. A pensar
male la prassi sarebbe volontaria, con l’effetto (voluto) di
ascrivere a Rossi o a Spinelli le idee dell’interprete.
2)
Le affermazioni del “Manifesto” citate dalla Meloni – e
comunque oggetto della discussione, concernono idee che, all’epoca
della redazione del “manifesto” (1941) erano diffuse e dibattute,
in particolare tra intellettuali e politici.
Le
ricordiamo: “La metodologia politica democratica sarà un peso
morto nella crisi rivoluzionaria”
e “Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono
essere amministrate, ma create, la prassi democratica
fallisce clamorosamente”
(sulla democrazia).
E
sul carattere dell’auspicata rivoluzione “La
rivoluzione europea, per
rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista”.
Sulla
proprietà: “la proprietà privata dei mezzi materiali di
produzione deve essere in linea di principio abolita e
tollerata solo in linea provvisoria
quando non se ne possa proprio fare a meno… La proprietà privata
deve essere abolita,
limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea
di principio”.
Sul
rapporto tra popolo e partito dirigente: “Durante la crisi
rivoluzionaria […] (il
movimento, ndr) attinge la visione e la sicurezza di quel che va
fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora
inesistente volontà popolare,
ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde
della società… Attraverso
questa dittatura del partito rivoluzionario si
forma il nuovo Stato, e intorno a esso la nuova vera democrazia”.
Tutte
tali affermazioni, inequivocabili, corrispondono a convinzioni allora
diffuse, ma che le vicende successive – e la stessa evoluzione di
Rossi e Spinelli – hanno cambiato spesso radicalmente.
Ernesto
Rossi fu un benemerito sostenitore del liberismo contro i monopoli;
Spinelli fu a favore del Piano Marshall e nel corso della sua
carriera politica, pur sempre di sinistra, non risulta che avesse
posizioni o prassi simili a quelle esposte nel Manifesto prima
sintetizzate.
Fa
in particolare impressione il rapporto tra rivoluzionari e masse (sia
movimenti politici che cittadini comuni). Quanto ai primi nel
manifesto si criticano i partiti (e loro dirigenti) democratici: che
questi «Credono nella “generazione spontanea” degli avvenimenti
e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono
dal basso. Non vogliono forzare la mano alla “storia” al “popolo”
al “proletariato” o come altro chiamano il loro dio… Sono
perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria
amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della
bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate
solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie,
in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma
create, la prassi democratica fallisce clamorosamente».
Il popolo, nelle situazioni
rivoluzionarie è disorientato «Mille campane suonano alle sue
orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e
si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro» e
conseguentemente «i democratici si sentono smarrirti non avendo
dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare
di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e
si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi
che guidino sapendo dove arrivare… Man mano che i democratici
logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di
assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e
sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni
politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo
i vecchi schemi della contrapposizione delle classi».
Anche i comunisti, col loro
classismo «costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario
che indebolisce il tutto» per cui «Una situazione dove i comunisti
contassero come forza politica dominante significherebbe non uno
sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del
rinnovamento europeo». Invece il «partito rivoluzionario non può
essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve
sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento
politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive
d'azione… dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti
deve attingere e reclutare nell'organizzazione del partito solo
coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo
principale della loro vita… e costituiscano così la solida
rete che dia consistenza alla più labile sfera dei
simpatizzanti…Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo
partito organizzare e dirigere le forze progressiste,
utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano
spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le
forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di
essere guidate».
È
evidente l’influenza del modello del partito
rivoluzionario-totalitario e, soprattutto, l’insegnamento di Lenin.
Il quale nel “Che fare?” scriveva: il “nostro compito pratico
più urgente: creare un’organizzazione di rivoluzionari
capace di garantire alla lotta politica l’energia, la fermezza e la
continuità” e affermava “che non potrà esservi un movimento
rivoluzionario solido senza un’organizzazione stabile di dirigenti
che ne assicuri la continuità… che tale organizzazione deve essere
composta principalmente di uomini i quali abbiano come professione
l’attività rivoluzionaria”. È inutile poi ricordare il ruolo
guida che, nel pensiero di Gramsci ha il partito rivoluzionario o la
sua organizzazione tattico-insurrezionale (Malaparte). Giudizi in cui
il consenso, la democrazia, la legittimità sono quasi sempre un
impaccio, e comunque non costituiscono né una condizione né una
preoccupazione. Secondo Malaparte alla tattica insurrezionale dei
bolscevichi non servivano le masse, ma nuclei ristretti, esperti e
organizzati Tutto il resto delle citazioni della Meloni (estratte
dalle più numerose conferme esposte nel Manifesto) concernenti
socialismo, proprietà (dei mezzi di produzione) più che proprietà
in genere, sono state superate dall’attuale EU, che sicuramente non
è socialista, è contraria a ogni nazionalizzazione dei mezzi di
produzione (e così via).
Cos’è
ancora vivo nel Manifesto di Ventotene, esaminandolo con un occhio
realista?
A
mio avviso principalmente due cose: il giudizio che in un’epoca di
potenze continentali, gli Stati nazionali sono superati non avendo
ma massa critica per
competere con le superpotenze in essere o in fieri
(oggi USA, Cina, India, Russia e forse Brasile). È un buon argomento
per costruire uno Stato federale europeo come quello auspicato dal
Manifesto.
La
seconda: che Rossi e Spinelli non credevano ad una “unione” che
prescindesse dall’elemento decisivo perché unione ci sia: un
potere sovraordinato ai singoli Stati, come scriveva il giovane Hegel
sul Sacro Romano Impero (allora in via di estinzione), al quale
mancava proprio quello. L’insistenza sul partito rivoluzionario e
l’indifferenza verso
il consenso e le procedure democratiche non è altro che la
riproduzione nella prima metà del XX secolo della essenzialità per
una sintesi politica di avere un centro unificatore supremo (Hegel).
all’epoca del filosofo era il monarca assoluto, ai tempi di Rossi e
Spinelli, era diventato il partito rivoluzionario che, esercitando la
dittatura, costruiva un nuovo ordine. Al contrario dell’UE attuale,
la quale ha unificato molte cose, ma non il potere (decisivo e
superiore) ai singoli Stati, ma si è limitata ad alcuni “rami
bassi”. Anzi in Italia è stato teorizzato il “vincolo esterno”
che si presta a questa unificazione
delle mezze misure. Dai tappi delle bottiglie in su. Cioè di ciò
che non è (o è poco) politico.
E,
anche per ciò, il Manifesto, liberato da utopismo e condizionamenti
d’epoca, può dirci ancora qualcosa.