sabato 26 febbraio 2011

Corrispondenza da una Lettrice: 4. I popoli arabi tutti in rivolta. Anche i Palestinesi?

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Ricevo dalla nostra Lettrice una nuova corrispondenza, che non ho nessun motivo di tagliare, pur avendone avuto preventivo consenso. A differenza della stampa cartaceo il digitale non ha problemi di spazio con cui dover fare i conti. Come ho già detto, è come se “Civium Libertas” avesse un corrispondente dalle televisioni estere, con preferenza – chiaramente – di alcune rispetto ad altre, ritenute poco o per nulla affidabili. Non si potrà mai escludere l’inganno mediatico, ma questo potrà essere scoperto nel giro di qualche giorno grazie – questo si – alle possibilità che internet offre. Teoricamente, con Skype, ognuno che abbia un amico in uno dei paesi in cui è in atto la rivolta araba, per chiedergli cosa stia succedendo e se per cortesia può affacciarsi alla finestra, per vedere se ci sono morti o scontri sulla piazza, al cui numero civico abita. Fidandosi del proprio amico, si darà credito lui piuttosto che al mezzo busto (ma si usa ormai la figura intera che passeggia e si dimena nello studio) televisivo della sera, del mattino o del medio dì. Quindi, le menzogne o gli inganni, consapevoli o meno, possono essere facilmenti smontati. Diamo dunque la parola alla nostra corrispondente dalle televisioni estere che ci riferisce sui programmi di ieri 25 febbraio, riservandoci sempre qualche nostro commento in corso di editing del testo che andiamo a leggere anche noi in tempo reale. Le immagini mi pervengono direttamente dalla nostra Corrispondente ed io li colloco con criteri prevalentemente grafici, allo scopo di allegire con immagini la pesantezza delle colonne di stampa.

AC
* * *


I Popoli Arabi Tutti in Rivolta.
Anche i Palestinesi?


Quello che succede nella sola giornata di oggi, 25 febbraio, nell’intero Medio Oriente e nell’Africa del Nord, ha dell’incredibile: sta diventando una pluri-sommossa in cui tutti i paesi in rivolta sono inter-connessi. E di seguito farò un breve resoconto, Paese per Paese, delle notizie di oggi in diretta.

Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulle vicende arabe, le forze dell’impero americano approfittano per intensificare gli attacchi a Pakistan e Afghanistan. In Pakistan, con cui l’America non è ufficialmente in guerra, si servono vigliaccamente dei letali droni per colpire dall’alto i civili - vecchi, donne bambini - in barba al fatto che si tratta tecnicamente di “invasione” e di violazione dello spazio aereo di un paese alleato. In Afghanistan, in un solo giorno hanno ucciso 60 civili afgani.

Anche gli israeliani continuano indisturbati i loro attacchi ai palestinesi inermi e indifesi. Forse però, i palestinesi hanno iniziato a rivoltarsi!

Da molti anni, ormai, ero in attesa di segnali di speranza in Palestina – ma sapevo che in quella terra abusata e violentata dai governi del mondo, complici dell’Impero Militare USA-Israele, non potevano esserci novità di rilievo senza un aiuto esterno. E l’aiuto esterno sta arrivando dal fronte meno probabile secondo gli esperti: il mondo arabo.

Questa mattina, erano TUTTI in piazza, in Libia, Giordania, Bahrein, Egitto, Tunisia, Yemen, Algeria. E perfino in Kuwait, Arabia Saudita e Iraq (!!!) iniziano le prime manifestazioni. Il messaggio delle folle era lo stesso ovunque: Andatevene via, governi e stranieri! Intervistati dai giornalisti, i manifestanti chiedevano: vogliamo riavere il nostro paese, vogliamo il rispetto, vogliamo la nostra dignità, vogliamo la democrazia, vogliamo essere liberi di decidere sulle nostre vite. Ma gli slogan e le richieste si differenziavano di Paese in Paese, con richieste specifiche. Le elencherò in seguito.

Nelle prime ore del pomeriggio arriva un Breaking News (ultim’ora): un filmato da Al-Khalil, in Palestina. Mostrava scontri tra manifestanti palestinesi supportati da alcuni attivisti stranieri, e militari israeliani. I palestinesi erano scesi in strada ufficialmente per la commemorazione di un martire, come erano soliti dichiarare pubblicamente ai tempi in cui in realtà scendevano in piazza per protestare – una pratica interrotta da molto tempo: troppo pericoloso. Erano “armati” di sole bandiere e slogan, ma i soldati hanno aperto il fuoco e disperso la folla con “gas lacrimogeni” – tra virgolette perché si sa che utilizzano gas letali.

Infatti ecco la notizia che un bambino palestinese è morto oggi durante una simile manifestazione in Gerusalemme-Al Quds a causa del gas inalato.

Molte cariche con manganelli, molti arresti – che sappiamo si tradurranno in torture nelle terribili carceri-lager in cui vengono detenuti i palestinesi.

Ulteriori immagini e commenti non ci sono per ora sulla Palestina. Sono indecisa su cosa sperare. I palestinesi rischiano forte, se si rivoltano in massa. Rischiano molto più rispetto ai loro fratelli arabi in altri paesi. Gli israeliani non si rassegneranno mai, finché tutto non sarà perduto. Ma sono determinati a non fare arrivare le cose fino allo scontro estremo. Tutti sappiamo dagli articoli degli autori meglio informati, come Seymour Hirsh e Alan Hart, che gli israeliani hanno spesso fatto minacce velate di usare l’arsenale nucleare se messi alle corde – e meno velate in ambito diplomatico.

Sono in ascolto permanente, sui canali che trasmettono in diretta 24 H su 24: PressTV e Al Jazeera. Se ci saranno sviluppi sulla Palestina li comunicherò.

Le news di oggi dalle piazze in rivolta.

LIBIA.
Mentre ieri Tripoli era, secondo i testimoni, una città fantasma, questa mattina le strade e piazze di Tripoli erano piene colme di manifestanti a perdita d’occhio. A voce alta chiedevano a Gheddafi di dimettersi. Presto sono arrivati i massacri da parte delle forze mercenarie africane (del Mali, Niger, Sudan, Chad) al soldo personale di Gheddafi. Le immagini erano devastanti: cadaveri orrendamente sfigurati, altri carbonizzati. Un giornalista raccontava che ogni soldato mercenario riceve 1.500 dollari al giorno, + 15.000 per ogni rivoltoso ucciso se porta una prova “concreta” dal cadavere. Una pratica che era in uso durante il dominio belga del Congo, ai tempi in cui il Belgio sfruttava le risorse di caucciù nel Congo per produrre pneumatici. I mercenari fedeli al regime belga tagliavano le mani ai rivoltosi, morti o vivi che fossero, per incassare la “taglia”.

Le cose stanno migliorando per la popolazione in rivolta nelle città libiche più vicine alla frontiera egiziana, ma in Tripoli i combattimenti si sono intensificati. I testimoni raccontano che le forze leali a Gheddafi hanno ucciso decine di manifestanti nei quartieri di Janzour e Fashlum.

Scontri e proteste di massa si sono viste anche in diverse città della Libia nord-occidentale.

Ad un certo punto è arrivato in diretta un filmato di Gheddafi che si rivolgeva ai manifestanti dall’alto di un edificio che si affaccia sulla Piazza Verde nel centro di Tripoli. Diceva alla folla: “Li combatteremo e li sconfiggeremo, come abbiamo un tempo battuto gli italiani. A chi vuole combattere metterò a disposizione i depositi di armi. Tutti devono essere armati. Cantate e danzate e siate pronti.” Il tono era cordiale, quasi di un sovrano in festa.

E se siamo appena stati informati che Mubarak, con il suo patrimonio di 70 miliardi, era segretamente l’uomo più ricco del mondo, ecco che vengono mandati in onda i dati relativi agli assetti di liquidità che Gheddafi ha nelle banche estere: 32 miliardi nelle banche USA, oltre 70 in varie parti dell’Europa, almeno 25 nella sola Gran Bretagna: i proventi del petrolio, a cui il popolo non ha accesso, analogamente all’Egitto e molti altri paesi esportatori di petrolio in Medio Oriente e in Africa.

Quando nel ’69 Gheddafi prese il potere, i cittadini avevano riposto molte speranze nel nuovo leader. Piaceva il tono di sfida verso l’occidente, lo stesso tono che abbiamo ancora potuto apprezzare in occasione dell’ultima Assemblea delle Nazioni Unite l’anno scorso, quando Gheddafi espose nel suo discorso la necessità per una riforma del Consiglio di Sicurezza verso una gestione più democratica, visto che da sempre le Nazioni Unite sono ostaggio dei cinque Paesi con diritto di Veto su qualsiasi risoluzione dell’Assemblea prima e del Consiglio in seguito, che fa dell’ONU un’istituzione dittatoriale. Un discorso bello ma strano, visto che negli ultimi 20 anni Gheddafi si è allineato con le potenze occidentali.

Un segnale che le rivolte non sono più nazionali ma pan-arabe proviene dal fatto che oggi in Libia si sono uniti alle proteste anche molti dei 20.000 egiziani che vivono in Libia, e molti tunisini. Nelle piazze del Cairo, invece, alcuni manifestanti erano Libici fuggiti nel confinante Egitto dalle zone di conflitto e come dichiara al microfono uno dei manifestanti libici in Cairo: “sono venuto in piazza a supportare i nostri fratelli in Egitto che si ribellano al regime militare dei Colonnelli che non hanno mantenuto le promesse fatte ai cittadini egiziani”.

Dall’Egitto arrivano convogli di aiuti umanitari in Libia. Il passaggio alle frontiere è costante. Si portano semplici viveri per la stretta sopravvivenza, ma anche ospedali da campo e tende per i cittadini in fuga.

I primi bilanci non ufficiali circa il numero di morti e feriti comunicati dalle autorità sanitarie della Libia stimano i morti tra 3.000 e 5.000 e i feriti ad almeno 15.000.

E’ arrivata la dichiarazione dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU, Navi Pillay, che ha messo in guardia circa l’escalation della repressione in Libia, sollecitando la Comunità internazionale ad intervenire a sostegno dei manifestanti. Ma cosa significa?

E’ proprio un intervento internazionale ciò che gli esperti in collegamento con PressTV dichiarano di temere. Lo dicono Danny Schechter, Allen Jones, Ralph Shoenman, Noam Chomsky, Hisham Jaber, Hilal Khashan, e chiunque intervenga nella lunga diretta. Non solo si teme un intervento militare per prendere controllo dei “terminal” che dalla Libia fanno affluire il petrolio in occidente, alcuni dei quali sono già passati sotto il controllo dei cittadini libici, ma gli esperti che operano in Washington confermano le attività serrate attualmente in corso tra Pentagono e le forze militari in controllo di alcuni paesi arabi, come Egitto e Algeria.

Dice Abdul Malik, a capo della Libya Watch di London: non vogliamo un’invasione militare. Ci occuperemo noi di Gheddafi su suolo libico. Abbiamo un disperato bisogno di aiuti umanitari, di forniture e assistenza medica. Al momento i cittadini libici sono euforici per le conquiste già raggiunte. Si sentono orgogliosi. Provano una sensazione di dignità. Sì, il prezzo è alto, molti sono morti e molti ancora moriranno. Ma la lotta è la loro: non vogliono interventi militari occidentali. Sentono che questa è una nuova nascita, che porta il nome di Libertà.

Sono arrivate le offerte da parte di alcuni capi di stato africani che si dichiarano disponibili a dare rifugio a Gheddafi. Ma, come dichiara il giornalista libico di Londra, i cittadini vogliono che Gheddafi venga consegnato alla giustizia per essere processato davanti agli occhi del mondo. Sarà difficile: gli americani non lo permetteranno perché non devono emergere in modo palese le connessioni di corruzione tra USA e i tiranni arabi. E Gheddafi non risparmierebbe denunce contro nessuno di fronte ad un tribunale, qualora gli venisse concesso di parlare.

Al momento arriva la notizia secondo cui L’ONU sta attualmente vagliando sanzioni economiche nei confronti della Libia. Che ipocrisia. Ali al-Ahmed, della IGA, Washington commenta così: ricordiamo che sono USA, Gran Bretagna e UE a fornire le armi alla Libia e agli altri paesi arabi. Non se lo chiedono gli occidentali contro chi dovrebbero servire queste armi? Non certo contro altri colleghi tiranni della regione, tutti allineati con l’occidente. Il primo ministro britannico Cameron è attualmente in partenza per Egitto con un gran seguito di esperti in transazioni commerciali, allo scopo di vendere armi. E tra poco ci sarà la fiera delle armi ad Abu Dhabi, alla quale prenderanno parte 92 produttori di armi britannici.

GIORDANIA.
3.000 uomini delle forze dell’ordine dispiegati per le strade di Amman, oggi, dove la manifestazione contro il regime monarchico è iniziata all’alba. Enorme l’afflusso di manifestanti nelle piazze della capitale, riempivano le strade a perdita d’occhio.

Le richieste riflesse dagli slogan nelle piazze erano chiare e specifiche, ed erano state comunicate in via ufficiale al governo dagli organizzatori della protesta. Stanno facendo le cose in gran stile i giordani. Chiedono lo scioglimento del parlamento e dell’intero Consiglio dei Ministri. Vogliono un governo eletto dal popolo. In particolare vogliono le dimissioni del primo ministro, ex ambasciatore in Israele, con cui conserva forti legami diplomatici. L’attuale primo ministro era stato nominato dal re Abdullah solo in tempi recenti, quando erano scoppiate le prime sommosse in Giordania e il re aveva dovuto fare concessioni per placare le ire del popolo.

I cittadini giordani chiedono a furor di popolo l’abolizione del Trattato di Pace con Israele, siglato nel 1994 e la chiusura dell’ambasciata israeliana. I giordani sono fortemente contrari all’occupazione israeliana della Palestina. Vogliono mettere fine al regime giordano corrotto e repressivo che si presta al gioco del garantire l’impunità di Israele nella persecuzione dei palestinesi, in cambio di ottimi affari con l’occidente.

E qui va ricordato che i giordani in realtà sono di etnia palestinese. Anche le bandiere palestina/giordania sono quasi identiche. Il territorio giordano, un tempo parte della Palestina, rappresenta la fetta più importante dell’originario territorio palestinese che le potenze occidentali suddivisero in diverse entità politiche dopo la 1° Guerra Mondiale, consegnando il territorio oggi chiamato Giordania alla dinastia degli Hashemiti, che i palestinesi/giordani non riconoscono come legittimi sovrani. Vivono la divisione Palestina/Giordania analogamente a quella che fino due decadi fa era la divisione Germania Est/Germania Ovest. Ma come tutti gli altri stati arabi in rivolta, i giordani oggi vogliono soprattutto riappropriarsi della loro nazione, libera dal giogo israelo-americano, ed avere un governo democraticamente eletto dal popolo.

Forti scontri con le forze dell’ordine, e alcuni feriti. Il popolo manifestava anche in supporto alla popolazione libica. In un secondo tempo, si è formato anche un corteo di contro-manifestazione organizzato da forze vicine al regime monarchico.

EGITTO.
Nonostante l’ufficiale divieto di manifestare sancito dal regime militare attualmente in comando arbitrariamente in Egitto, oggi i manifestanti in Piazza Tahrir erano più numerosi che mai. Per la prima volta, oltre alle bandiere egiziane, si vedevano quelle libiche e tunisine. C’erano molti rappresentanti del mondo della cultura. Le richieste dei manifestanti erano specifiche. Circola la voce che in realtà Mubarak sia sempre in comando dietro le quinte, infatti non ha mai lasciato l’Egitto e si vocifera che il feroce generale Suleiman (capo da molti anni dei servizi segreti egiziani e nominato di recente Vice-Presidente di Mubarak), sia ora agli arresti domiciliari, dopo il recente attentato fallito alla sua vita.

Gli egiziani vogliono vederci chiaro. Vogliono sapere cosa ci facevano due terzi dello Stato Maggiore egiziano a Washington, o meglio al Pentagono, dopo il dimissionamento di Mubarak. Vogliono le dimissioni immediate del ministro degli Esteri e del ministro alla Difesa e l’abolizione del Trattato di Pace con Israele, con immediata riapertura della frontiera Egitto/Gaza. Vogliono inoltre le dimissioni del ministro degli interni, da sempre stretto collaboratore di Mubarak nella persecuzione e detenzione illegale degli oppositori al regime. Vogliono le dimissioni del ministro per la giustizia e la liberazione dei detenuti politici. Vogliono che cessi immediatamente il regime militare abusivo da parte dell’esercito, che è anche in controllo da decenni del 90 percento dell’economia, e l’istituzione di un governo civile ad interim fino alle prossime elezioni. Non si sono viste le forze dell’ordine in divisa durante la manifestazione di oggi, e gruppi di giovani eseguivano perquisizioni a chiunque si avvicinasse alla piazza per controllare l’eventuale infiltrazione di agenti in civile armati. L’atmosfera era più combattiva che mai. Molti chiedevano la cessazione di tutti i regimi arabi e la riforma delle istituzioni pan-arabe.

Intanto le notizie in merito all’economia egiziana non sono confortanti. A essere colpito è soprattutto il settore turistico. Le mete storiche più visitate sono deserte. A rimetterci sono i molti cittadini che per sopravvivere dipendono dalle mance dei visitatori stranieri.

BAHREIN.
Una buona notizia e tante meno confortanti. Alcuni prigionieri politici sono stati rilasciati. La tensione era salita alle stelle e la casa reale del Bahrein è stata costretta a fare qualche concessione.

Il Bahrein conta meno di 1 milione di abitanti. Ma oggi erano in piazza centinaia di migliaia. L’inviato diceva che molti manifestanti provenivano dalla vicina Arabia Saudita. La repressione negli ultimi giorni da parte dell’esercito era stata sanguinosa. L’esercito aveva sparato sulla folla che si era accampata di notte in Pearl Square in previsione delle manifestazioni del giorno successivo. Aveva dato fuoco alle tende e impedito l’accesso delle ambulanze alla piazza. Ancora oggi circa 70 persone mancano all’appello.

La situazione del Bahrein è complicata e complessa. La piccola isola si trova nel Golfo Persico, al largo dell’Arabia Saudita. Ospita la base militare della 5° Flotta degli Stati Uniti, che è anche strettamente collegata con le numerose basi militari americane nell’alleata Arabia Saudita.

La 5° flotta americana ha il compito di pattugliare il Golfo Persico e di mantenere una posizione di minaccia nei confronti dell’Iran, non facendo mistero dei sottomarini nucleari che sostano in punti strategici del Golfo. Altro compito della flotta è controllare la sicurezza delle lunghe coste della penisola araba – Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Oman, Yemen – per garantire il passaggio sicuro delle petroliere.

L’esercito del Bahrein consiste interamente di mercenari stranieri, in prevalenza sauditi addestrati dalla difesa israeliana, e non sente quindi alcun legame con la popolazione e spara anche su manifestanti pacifici e inermi, come abbiamo visto in diretta. Nonostante ciò, le strade e piazze del Bahrein erano oggi gremite.

Il popolo chiede le dimissioni dell’intera casa reale degli al-Khalifa, che si considerano conquistatori e non cederanno mai, diceva oggi l’inviato Ali Rizk, che non è un semplice giornalista, ma un esperto in affari mediorientali. Commentava il filmato appena rilasciato in cui il re al-Khalifa annunciava un rimpasto di 3 ministri e riforme di governo. Le solite tattiche per mantenere buoni i cittadini. Purtroppo, commentava l’inviato, i capi dell’opposizione sono ancora tutti in carcere. Ricordiamo che qualche mese fa, in previsione delle elezioni farsa del Bahrein, erano stati arrestati e torturati 260 esponenti dell’opposizione. Qui in occidente non si ricevono queste notizie ma PressTV Londra e Al Jazeera hanno fatto una lunga campagna di informazione e inchiesta sulla faccenda.

L’inviato del Bahrein commentava, che allo stato attuale vedeva poche speranze che le richieste dei cittadini del Bahrein possano trovare accoglienza. Faceva notare, che gli americani si sarebbero schierati con i sovrani dell’isola.

Infatti abbiamo visto il Capo di Stato Maggiore, Ammiraglio Mike Mullen in questi giorni nel Bahrein a conferire con il re e rilasciare una dichiarazione pubblica in cui sottolineava la stretta alleanza con i sovrani e l’importanza che il governo dell’isola riveste nel tenere alla larga il “pericolo iraniano”. Come sempre, l’Iran è il capro espiatorio, lo spauracchio che mette a tacere ogni eventuale obiezione alla presenza delle forze imperialiste.

Qualche giorno fa, nel talk-show politico di prima serata della CNN “AC 360” (che in Italia si vede di notte), condotto dal famoso Anderson Cooper, era intervenuto l’ex direttore della CIA James Woolsey. Registro la trasmissione ogni notte per vederla di giorno – voglio sapere quali dis-informazioni o versioni “ritoccate” vengono date in pasto agli americani e al pubblico internazionale.

Diceva candidamente Woolsey: “è delicata la situazione nel Bahrein per gli Stati Uniti. Da una parte la Casa Bianca deve manifestare il supporto pubblico ai cittadini che chiedono riforme e rispetto dei diritti civili, dall’altra parte deve salvaguardare i rapporti con il governo alleato e difendere gli interessi americani nella regione. Un bel dilemma”. Bella ipocrisia. Gli “interessi americani” in questione consisterebbero nello sfruttamento delle risorse umane e petrolifere a basso costo, pagando i dittatori ed escludendo i cittadini della regione dai proventi della transazione di risorse che in realtà appartengono al popolo.

L’intesa degli Stati Uniti con i vari dittatori nelle varie parti del mondo è sempre la stessa: noi ti appoggiamo e ti paghiamo (in miliardi di dollari); ti finanziamo, attrezziamo e addestriamo l’esercito segreto fatto di mercenari, ti riforniamo di armi per l’esercito convenzionale, chiudiamo un occhio e anche due sulla questione dei diritti umani e civili, non ti facciamo passare per “dittatore” in occidente, anzi ti dichiariamo leader moderato e alleato prezioso nella lotta contro il terrorismo, e in cambio tu ci garantisci il flusso di petrolio a basso costo e la sicurezza e stabilità nella regione.

Tuttavia, siccome la vicina popolazione saudita percepisce gli abitanti del Bahrein come loro fratelli, commentava l’inviato, è possibile che l’aiuto ai manifestanti potrebbe arrivare proprio da quella direzione.

ARABIA SAUDITA.
Qui la situazione è ancora piuttosto calma, anche se oggi si sono viste timide apparizioni di cittadini in piazza. E’ proprio di due giorni fa la notizia che l’anziano e malato re saudita Abdullah, in previsione del suo rientro in patria dopo la lunga cura a cui era stato sottoposto all’estero, aveva rilasciato dichiarazioni ufficiali in cui annunciava riforme importanti per il popolo. Starà tremando anche quel trono?

TUNISIA.
I tunisini oggi hanno manifestato in massa, ed erano presenti molti abitanti fuggiti dalla Libia. Sono furiosi, i tunisini. Tanta fatica per poi aver un governo che non si discosta affatto da quello mandato in fuga, capeggiato dal dittatore, fantoccio della CIA, Ben Ali. Sono rimasti fino a notte tarda in piazza, i giovani della Tunisia. Come gli egiziani, si dichiarano ben determinati a continuare le proteste finché il Vecchio Ordine sparirà completamente. “Siamo solidali con i nostri fratelli in Egitto, che vivono una situazione simile alla nostra: i regimi sono usciti dalla porta e rientrati dalla finestra”, diceva in sostanza un ragazzo.

YEMEN.
Manifestazione fiume nelle strade di Aden e di Sana’a, e scontri con le forze dell’ordine. Due morti ufficiali, molti feriti. I manifestanti hanno preso d’assalto il ministero degli Interni ma sono stati respinti. Da settimane chiedono le dimissioni del brutale governo di Ali Abdullah Saleh, stretto alleato dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti – tanto alleato, da permettere alle forze alleate americano-saudite di attaccare con droni e carri armati le forze di opposizione, i cittadini del paese da lui governato. Proprio come fanno i presidenti di Pakistan e Afganistan.

Saleh, che è al potere dal 1978, nel tentativo di contenere le proteste ha annunciato che non si candiderà alle prossime elezioni del 2013, né passerà il potere a suo figlio. Ha anche promesso un aumento di stipendio per i dipendenti statali e 60.000 nuovi posti di lavoro per studenti neo-laureati. Ma come nel caso di altri regimi arabi con tentativi analoghi, i manifestanti insistono per le dimissioni del dittatore. Dall’inizio delle proteste ad oggi le forze dell’ordine yemenite hanno ucciso 25 manifestanti. I feriti sono centinaia. 7 parlamentari si sono dimessi negli ultimi giorni, in protesta alla crudeltà della repressione.

ALGERIA.
E’ incredibile che nei media occidentali non vengano mai mostrate le manifestazioni costanti che si susseguono in Algeria. Analogamente all’Egitto, l’Algeria è governata da un’élite militare, un regime repressivo e brutale, con a capo l’odiato presidente Abdelaziz Bouteflika. Dato che nella capitale vige il divieto di assembramento e di protesta, le forze dell’ordine sono sempre all’erta e in costante assetto di sommossa. Impediscono che le manifestazioni si svolgano in modo massiccio e compatto, con il risultato che i cortei progettati si riducono in singoli piccoli gruppi isolati tra loro, che perdono di efficacia.

Quando sono scoppiati i primi disordini, le forze dell’ordine hanno brutalmente assaltato i manifestanti: 4 morti, centinaia di feriti. Preso dal panico, il presidente Bouteflika ha annunciato che presto avrebbe revocato lo “stato di emergenza” che vige da 20 anni. Ha anche promesso di revocare il divieto di manifestare ovunque in Algeria, eccetto nella capitale. Le proteste sono quasi giornaliere, ma non attraggono i media, perché poco efficaci. Ma anche oggi, gli Algerini, gente coraggiosa e determinata, erano in piazza a manifestare e a chiedere la fine dell’attuale regime.

*

Molte ore sono passate da quando scrivevo sugli scontri tra palestinesi e soldati israeliani. Gli israeliani si sono fatti subito sentire, con i loro jet F-16 e gli elicotteri Apache. All’alba hanno di nuovo fatto incursione sulla località di Khan Yunis, Gaza. Non sono ancora disponibili rapporti di eventuali vittime.

(Segue)

venerdì 25 febbraio 2011

Dal Forum una Nota di Giorgio Vitali: «Libia ultimo atto. L’intervento diretto dei commandos inglesi potrebbe cambiare l’equilibrio delle forze...


Estraiamo dal dibattito che si svolge dentro la «Tribuna di Civium Libertas» un intervento di Giorgio Vitali a commento e integrazione di un’analisi di Antonio De Martini che esce sul... «Corriere della Collera». La situazione precipita di ora in ora ed in linea di principio io considero totalmente inaffidabili i nostri grandi media (televisioni, carta stampata). Non mi lascio andare a tifoserie e resto in attesa, dando spazio all’informazione alternativa, cercando di ordinarla in modo che riesca leggibile. La Nota di Giorgio Vitale, che lui stesso mi segnala con urgenza per il “sito”, cioè suppongo per questo Blog, è una condivisione dell’articolo di De Martini che a sua volta si basa sulla testimonianza oculare di Monsignor Innocenzo Martinelli, Vescovo di Tripoli:
«“La Farnesina mi ha chiesto di partire, io resto”. Restano anche le suore. Intervistato, ha detto: “La situazione è calma. I media ne raccontano di balle. Si sentono spari solo la sera e la notte”».
L’articolo intero del «Corriere della Collera» – che non riproduciamo – lo si legge liberamente al link con titolo:


Segue quindi la

Nota di Giorgio Vitali

Concordiamo completamente con l’analisi dell'amico Antonio De Martini. Il quadro è esattamente come lui ci presenta. D’altronde non avevamo dubbi. La configurazione della Libia e la sua popolazione escludono rivolte di massa come ci vengono presentate dai Media italiani (diciamo “italiani” per modo di dire, perchè sappiamo perfettamente chi li governa, li controlla e li paga. Che è potere NON italiano, come ci insegna, coi suoi formidabili fondi Napolibera). Tra parentesi sarebbe veramente interessante stilare statistiche sulla coglioneria media ytalika, in alternativa a quelle giornaliere sulle propensioni all’acquisto di cianfrusaglie.

A proposito di questi racconti da “Mille e una cazzata”, occorre ricordare (lo abbiamo già fatto in un video recente pubblicato su Albamed) che quando si volle colpire il “irannello” Cesausescu furono inventate stragi di “inermi cittadini” attuate dalla sua polizia politica. Si trattava in realtà di MENZOGNE allo stato puro, per coprire uno colpo di Stato, evidentemente programmato da ambienti “globalisti”, per eliminare dalla scena politica un uomo che di sicuro era un nazionalista e non avrebbe accettato la svendita delle proprietà del popolo romeno, sia pure mal amministrate da un sistema comunista, come avvenne poi in epoca Eltsin, l’«onesto ubriacone».

I retroscena dell’Affaire furono rivelati ampiamente in un libro rimasto classico: Sotto la notizia niente, di Claudio Fracassi, all’epoca direttore di Avvenimenti. In quel libro l'autore denunciò anche che, mentre gli europei erano distratti dalle menzogne dedicate agli avvenimenti di Romania, gli USA invadevano Panama, che si era permessa di progettare un altro canale assieme al Giappone. Lì vi furono morti a josa. Ma questi non fanno testo. Questo libro abbiamo presentato in una video intervista su Albamed.

Tornando all'argomento in questione, è interessante notare come buona parte dell'attacco alla Libia sia stata progettata dagli inglesi, con il concorso attivo di Commandos, sicuramente esperti dei luoghi per l'esperienza acquisita durante la campagna contro l’Italia ( 1940-1943). Per inciso, facciamo notare che la Libia, come tutti gli altri territori di scontro in cui agirono le nostre truppe, è zona pertrolifera. Perchè il secondo conflitto mondiale fu appunto un conflitto per l'energia. Oggi inoltre possiamo constatare de visu quanto fossero infami la leggerezza ed il sottile tradimento con cui fu affrontato quel conflitto dal nostro stato maggiore (leggasi: marmaglia sabauda), poi risoltosi con la fuga ai danni di tutto il popolo (italiano questa volta, capire il distinguo!)

È l’Inghilterra la maggiore interessata al petrolio libico per il quale fece il conflitto africano. E presumibilmente è alle grandi petrolifere inglesi che andrebbe il petrolio sottratto alla nostra ENI, qualora Gheddafi dovesse “lasciare”. Cosa molto difficile da accadere. Ed in questo non sono d’accordo con l'amico Antonio, quando conclude che Cina e Russia stanno a guardare. Il mondo è ormai uno scacchiere in cui la partita è globale. Tutte le pedine sono utili. Soprattutto quelle come la Libia, che è comunque campo di battaglia, e Russia e Cina sarebbero potenze in via di estinzione (cioè il contrario di quello che in realtà sono), se stessero a guardare. Ma poi in gioco c’è anche l'Iran e l’asse Turco-Iranico...Tanto più che la Cina si trova ben piazzata sul Corno d’Africa. A due passi dai luoghi di questo conflitto. Tanto che: voglio ricordare come, proprio durante il secondo conflitto mondiale, fu progettato il RAGGIUNGIMENTO DELLA LIBIA da parte delle nostre truppe stanziate in Etiopia. Invece, per eccesso di prudenza, si decise di desistere e di resistere in loco. I risultati sono conosciuti. Evidentemente, per vincere, bisogna avere il coraggio di rischiare.

Giorgio Vitali

giovedì 24 febbraio 2011

Corrispondenza da una Lettrice: 3. La rivolta araba in diretta no stop su PressTv

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Ricevo dalla nostra Lettrice una corrispondenza che traduce in italiano ciò che segue in lingua inglese in PressTv che trasmette notizie sulla rivolta araba 24 ore al giorno, in una no-stop. Il file è stato da me ricevuto questa mattina e comporta un tempo supplementare di lavoro per l’editing proprio di “Civium Libertas”. Eventuali mie riflessioni saranno aggiunte in questo spazio dopo che avrà terminato la lettura e la pubblicazione del testo che segue. Si legge sotto il giudizio, fondato, di Chomsky, secondo cui gli americani di Geddafi farebbero volentieri a meno. Non hanno fatto nulla per salvarlo, come invece hanno tentato per Mubarak. Vorrei aggiungere io che la stessa sorte è riservata a Berlusconi, per quanto possa dipendere dagli americani. In Italia, già da molti anni è pronta la sponda su cui fondare l’operazione Gattopardo. Per adesso, qui i nostri media si preoccupano del problema degli sbarchi di profughi. Io che sono e mi chiamo Nessuno mi chiedo cosa la gente aspetta a ribellarsi: la nostra situazione è solo in apparenza migliore di quella dei disgraziati che vediamo morire uccisi nelle piazze nordafricane. Stiamo a vedere. E grazie alla nostra Corrispondente da Presstv!

AC

PressTv Racconta la Rivolta Araba
in diretta non-stop 24h/24

Entro breve riprenderò il filo interrotto sulla questione dell’Egitto e scriverò La Rivolta Dell’Egitto - Parte2. Attualmente, tuttavia, è in corso una catastrofe umanitaria in Libia, un massacro talmente brutale da fare impallidire la gravità della repressione altrove nel mondo arabo in rivolta.

Ho il televisore sintonizzato ormai in modo permanente sul canale PressTv che racconta la rivolta araba non-stop con filmati, commenti in studio, collegamenti con gli inviati e con gli esperti in Europa, USA e Medio Oriente. Anche mentre scrivo, o mentre leggo nel web anglo-sassone gli articoli dei giornalisti ed esperti in analisi politica, ho accanto a me questa finestra sintonizzata sul Medio Oriente. Vedo e ascolto ciò che viene raccontato, in ogni momento, quando sono in casa.

E’ l’una e mezzo di notte e fra poco spegnerò il computer perché dalle 2:00 in poi inizieranno i collegamenti con gli esperti dagli Stati Uniti in collegamento con PressTv per le analisi del giorno in merito al Medio Oriente. Devo ascoltare bene, perché sono analisi sempre di grande utilità: vengono raccontati da uomini e donne che hanno accesso a informazioni su ciò che succede dietro le quinte nella Casa Bianca, in Israele, nel Pentagono, nel Mossad.

Per ora faccio un breve riepilogo delle notizie del giorno che il canale ha raccontato.

O meglio, lo faccio tra poco, perché è già in collegamento Noam Chomsky che dice questo: (traduco in diretta) – la domanda del giornalista verte sulla Libia e sulla rivolta araba in generale.

“Seguo da vicino le vicende della Libia. Vedo che l’Est della Libia sta passando gradualmente sotto il controllo della popolazione. Ciò che invece succede a Tripoli è terribile. Eppure, nonostante gli appelli per un intervento esterno militare, sono dell’avviso che questo sarebbe un disastro. La Libia passerebbe di fatto nelle mani delle forze imperialiste occidentali. L’occidente è fortemente preoccupato per un eventuale sviluppo verso forme di governo democratiche nel Medio Oriente, nonostante la ventilata “Guerra al Terrore” abbia lo scopo ufficiale di “portare la democrazia” ai popoli islamici. L’Impero perderebbe il controllo sulle risorse, specie del petrolio e del gas, garantito finora dai dittatori della regione.

“L’Impero si trova di fronte a un dilemma: deve scegliere tra democrazia e controllo. E lo deve fare sotto gli occhi del mondo.

“L’occidente vuole che sia garantita la “stabilità”, ma un tipo di stabilità che significa “obbedienza all’occidente”. Come aveva fatto Kissinger in Cile, ad esempio. Kissinger e la CIA avevano fatto instaurare un “regime stabile”, asservito all’America. E’ questa la forma di stabilità che vogliono le forze imperialiste.

“Per quanto riguarda Gheddafi: mentre gli altri dittatori arabi garantivano una collaborazione che favoriva stabilità e controllo, Gheddafi è invece una spina nel fianco: un megalomane troppo imprevedibile. E quando un dittatore diventa scomodo, gli USA, la CIA, (e il Mossad, aggiungo io) trovano sempre un modo per disfarsene. Di Gheddafi farebbero volentieri a meno, per questo ora non lo appoggiano, mentre hanno cercato di salvare Mubarak.

“L’Egitto gioca un ruolo fondamentale in tutta la questione mediorientale. Gli Stati Uniti e i loro alleati in Europa sono preoccupati. La popolazione è favorevole all’Iran e applaude quella rivoluzione (che risale al ’79 con la cacciata dello scià di Persia Reza Palewi). Come gli iraniani, gli egiziani sono contro il regime sionista di Israele e contro il controllo americano del loro paese. L’America farà di tutto per impedire che l’Egitto si trasformi in una democrazia, visto che metterebbe a rischio la roccaforte del patto di pace con Israele e favorirebbe una conseguente rivolta dei palestinesi. Sono preoccupati che le risorse di gas e petrolio possano diventare accessibili al popolo, invece di fluire (a basso costo) verso l’Occidente. L’America dietro l’ostentazione della lotta al terrorismo in realtà preferirebbe per l’Egitto un regime islamico fondamentalista – che non è ciò che vuole il popolo in rivolta. I popoli arabi vogliono liberarsi del giogo israelo-americano. Vogliono riprendere in mano le proprie vite, le proprie risorse, riavere la dignità, liberarsi dell’umiliazione.

Chomsky ha detto molto altro. Qualora domani trovassi il video del suo intervento su PressTV o YouTube, tradurrò altre parti interessanti. Purtroppo PressTV è un canale satellitare analogico e non è presente sulla piattaforma Sky, quindi non posso registrare sul decoder come faccio di notte con i programmi politici di CNN e analoghi.

Riepilogo delle notizie di oggi.

Solo un’ora fa PressTV è riuscita a parlare con un giornalista della Libia che ha raccontato l’orrore degli ultimi giorni. Mentre il giornalista faceva quel racconto macabro, venivano mandate in onda le immagini terribili di alcuni filmati inviati dai cittadini della Libia per mezzo del servizio U-Report a disposizione sul sito web. Negli ultimi giorni i media non avevano ricevuto immagini dalla Libia: le emittenti erano in fuga, c’è il divieto di filmare.

Diceva il giornalista dalla Libia – (sembrava via Skype):

“ho assistito a scene infernali. L’esercito di mercenari pagati dal regime ha sparato sulla popolazione con le mitragliatrici della contraerea – quelle che sparano sugli aerei, pensate.

“Ho visto gruppi interi di uomini cadere a terra tagliati in due dai proiettili delle mitragliatrici. Ho visto i soldati dell’esercito intervenire per difendere i cittadini. Molti sono stati catturati e fatti a pezzi dai mercenari. (mentre lo diceva, passavano le immagini dei filmati amatoriali che mostravano file e file di cadaveri di soldati, a volte a terra con le mani legate dietro la schiena, a volte mezzi insanguinati e mezzi carbonizzati – e le immagini di decine se non centinaia di cadaveri di cittadini libici sdraiati accanto a fosse che venivano scavate vicino a quello che sembrava una spiaggia).

“Ho visto gli aerei caccia volare basso e sparare sulla folla. Ho visto cadere donne con bambini, ho visto i mercenari trascinare dalle case persone terrorizzate che venivano brutalizzate e uccise di fronte ai familiari”. Non si conosce il numero di morti e feriti.

Altra notizia del giorno. Gaza. Israele ha eseguito diverse incursioni aeree oggi, su Gaza e Kahn Yunis. Niente morti ma molti feriti, anche bambini. Due sono in condizioni critiche. Il messaggio di Israele è forte e chiaro: Ce ne infischiamo della rivolta araba. Siamo noi i padroni e facciamo di voi quello che vogliamo.

Altra notizia. Egitto. Voci non confermate parlano di un attentato alla vita del feroce Omar Suleiman, il successore di Mubarak, il feroce capo della polizia segreta egiziana, da 15 anni a capo dei servizi segreti, l’uomo chiamato “il servo di Israele”, l’uomo che ha istituito la Guantanamo egiziana di cui si serve la CIA per le “special renditions”, le operazioni di prelievo illegale di cittadini ovunque nel mondo che vengono consegnate all’ “industria della tortura” istituita in Egitto. Non si sa quante centinaia o forse migliaia di prigionieri si trovano in quelle galere medievali. L’uomo che sta facendo costruire la barriera in acciaio sotto la frontiera Egitto/Gaza per impedire la fuga agli abitanti di Gaza. L’uomo attualmente in controllo dell’Egitto, anche se non ufficialmente. Commentava ieri Ralph Shoenman (accademico e autore ebreo americano anti-sionista): L’Egitto è nelle mani dei Colonnelli egiziani che in pratica hanno fatto un colpo di stato, in accordo con il Pentagono che fa di tutto per mantenere il Vecchio Ordine nel Medio Oriente.

Altra notizia. Un aereo della famiglia di Gheddafi ha provato ad atterrare a Malta, ma l’atterraggio è stato negato. A bordo una figlia di Gheddafi.

Altra notizia. In Libano è stato negato l’atterraggio ad un altro aereo della famiglia Gheddafi (ma quanti ne ha la famiglia?) con a bordo la moglie del figlio di Gheddafi Hannibal, se ricordo bene.

Notizia dagli Stati Uniti. I lavoratori dell’area industriale nel Nord degli Stati Uniti sono in rivolta: era iniziata qualche giorno fa nel Minnesota – a Detroit un tempo esisteva la fiorente industria automobilistica della Chrysler, oggi in declino. Era un’area talmente prosperosa, da diventare teatro dell’ascesa della classe media e medio-alta afro-americana negli anni ’50, ’60. Ha dato vita al centro di produzione della mitica casa discografica Motown, che ha prodotto tanti artisti di colore a noi noti. Oggi tutto questo non c’è più.

La rivolta dei lavoratori si è ora allargata agli Stati confinanti con il Minnesota, l’Indiana, l’Illinois, l’Ohio, dove fiorivano le industrie metallurgiche che un tempo rifornivano di materie prime le industrie automobilistiche di Detroit. Oggi ad esempio la cittadina di Gary, Indiana, (patria del Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz), un tempo centro industriale metallurgico, è semi-deserta, i pochi abitanti lavorano per un’azienda cinese per la quale gli operai fanno lavori di assemblaggio dei prodotti importati dalla Cina. Curioso come le realtà si invertano. La rivolta degli operai sta assumendo proporzioni bibliche. Ci sono venti di rivolta nel Nord degli Stati Uniti.

Altra Notizia. Venti di rivolta anche in Grecia. C’era una vera e propria guerriglia urbana oggi in Atene. Si manifestava contro il regime di austerità. Si teme un allargamento della sommossa in altre parti dell’Europa a regime di austerità.

Brevemente in merito a PressTV.

E’ un canale davvero prezioso. Tutti gli autori ed esperti che scrivono sul web anglo-sassone su questioni relative alle politiche estere americane e la questione palestinese, che da anni leggo nella blogosfera, li ho ritrovati prima o poi su PressTV, in qualità di commentatori politici o anche come autori di programmi. E’ l’unico canale di news a diffusione mondiale che racconta la verità sulla politica internazionale.

Anche Al Jazeera English è interessante, ma non sempre: fa delle distinzioni in merito alle verità da raccontare, evidenziando forti pregiudizi nei confronti di alcuni paesi islamici, come l’Iran, ma anche il Libano. I giornalisti sono gli stessi che un tempo vedevo sulla BBC International (soprannominata nella blogosfera anglo-sassone “Bush & Blair Corporation”). Al Jazeera English si discosta in questo senso dall’emittente ammiraglia, Al Jazeera Araba, molto più vicina alle strade arabe.

PressTv è unica nel suo genere: ne parlerò in altro scritto per presentare le sue credenziali davvero notevoli. Mi limito a dire che sta fungendo da trait-d’union per tutti coloro che vogliono collaborare per combattere l’oppressione – in genere quella esercitata dalle potenze occidentali sul mondo islamico e sull’Africa, o anche dai Nord del Mondo sui Sud. Con “tutti coloro” intendo: giornalisti di inchiesta, attivisti, politici onesti, semplici cittadini, ecc.

Molte Organizzazioni e Associazioni internazionali e Movimenti di attivismo politico si sono conosciute via PressTv in tutto il mondo, tanto da essersi formata una comunità internazionale di persone di buona volontà, tra cui anche figure politiche (non pensavo ce ne fossero con "buona volontà"), che ora sono in contatto l’uno con l’altro in qualche forma. Molti di loro intervengono regolarmente nelle varie rubriche, forum e approfondimenti giornalieri e settimanali su PressTv - e sono gli stessi giornalisti di inchiesta che in precedenza avevamo conosciuto mediante i loro articoli sul web. Bello vederli ora intervenire in diretta in Tv.

Anche l’organizzazione “Viva Palestina” per i convogli umanitari diretti a Gaza, è nata per mezzo del contatto che George Galloway ha con il pubblico di PressTV durante la sua rubrica settimanale COMMENT, in cui risponde agli spettatori che chiamano per telefono in diretta.

La nascita del canale è avvenuta nel periodo iniziale dell’ultima campagna elettorale americana per la presidenza alla Casa Bianca, che ha visto vincitore Barack Obama.

Come ne sono venuta a conoscenza? Mediante la fantastica e molto utile comunità della blogosfera anti-sionista, anti-imperialista di lingua inglese, e cioè, le persone che postano i COMMENT online sotto gli articoli degli autori che scrivono sul web anglosassone - spesso i Comment superano in utilità gli articoli stessi.

All’inizio della campagna per le primarie, la comunità della blogosfera cominciava a informare sulla nascita del canale PressTv e a raccomandarne la visione.

In quel periodo i commenti agli articoli sulle politiche americane erano in prevalenza incentrati sull’argomento: Obama vs. Hillary Clinton. I più ingenui facevano il tifo per Obama, mentre i meglio informati ci mettevano in guardia: Obama sembrava essere il più promettente, in quanto sapeva incantare la gente con la sua retorica carismatica, ed era quindi il candidato favorito da parte dei finanziatori delle campagne elettorali: l’industria militare bellica, la classe finanziaria (Wall Street), le multinazionali farmaceutiche e assicurative, e la lobby più potente di tutte: la micidiale Lobby Sionista Giudaico/Cristiana fondamentalista pro Israele “AIPAC” che ha sempre l’ultima parola su chi deve essere eletto. Di AIPAC scriverò in seguito.

Per i finanziatori delle campagne presidenziali americane non fa alcuna differenza se il candidato più promettente sia di destra o di sinistra, democratico o repubblicano. L’importante è che la scelta cada sul candidato con caratteristiche che al meglio sappiano sfruttare la credulità popolare e convincere i cittadini ad accettare anche le proposte più spregiudicate. Sanno perfettamente che, una volta eletto, il Presidente si dovrà piegare alla volontà delle lobby più potenti. E’ per questo che i due Partiti – Repubblicano e Democratico - si differenziano magari in linguaggio, ma non in scelte politiche – specie quelle estere.

Ricordiamo tutti Obama durante i comizi nella campagna presidenziale, quella contro McCain, convincere non solo i cittadini americani ma il mondo intero sulla necessità di rinforzare il fronte Afgano: quella guerra, a suo dire, era assolutamente necessaria per sconfiggere Al Qaeda. Obama era proprio il “salesman” (venditore) che faceva al caso dei finanziatori: sapeva conferire alle guerre americane quella legittimità che alle politiche del meno affascinante Bush non era mai stata riconosciuta.

Le cose di cui parla PressTv, in molte parti del Medio Oriente sono ben note mediante i media locali. Intendo dire, che nelle regioni orientali esistono canali analoghi ma non di lingua inglese.

PressTv trasmette da Londra, Washington, New York, Beiruth - sede principale Tehran.

Adesso sta intervenendo Allen Roland, filosofo, autore, blogger, di cui nella prossima.

(Segue)

domenica 20 febbraio 2011

Corrispondenza da una Lettrice: 2. Succedeva ieri sulle piazze del Bahrain

Homepage - N° 2
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Ho appena cercato di dire, o meglio di scrivere, alla mia Lettrice che le sue corrispondenze, a mio avviso, e per la natura e le finalità di questo blog, vanno benissimo nella loro immediatezza e spontaneità. Lei è una attenta telespettatrice di Presstv e di altre emittenti straniere che danno un’informazione accurata e continua su quanto sta succedendo nelle piazze arabe. Non vi nessun paragone con la nessuna informazione che ci offre la nostra tv di stato, di cui dobbiamo pagare anche il canone (io lo pagherò con la multa, giacché non ho ancora rinnovato l’abbonamento tv). La corrispondenza che segue non ha carattere personale e può essere resa pubblica. Fino a una mezz’ora fa, io sono stato impegnato con la premessa di un lungo articolo, che non vorrei scrivere e dove devo occuparmi di un’assai fastidiosa incombenza. In fondo, i miei detrattori sono gli stessi apologeti di “Piombo Fuso” e della strage del Mavi Marmara, come si evince facilmente dal loro testo. Ma confido che quello che sta succedendo sulle piazze arabe, dove le gente che non ne può più di decenni e di secoli di angherie, li faccia riflettere. Le angherie di queste Signori sono assai simili a quelle di Mubarak e Ben Ali. E di questo passo ci costringeranno a ribellarci pure noi: ne abbiamo fin sopra i capelli della loro arroganza del potere. Non possono toglierci anche la libertà di pensare dopo averci tolto quella di parlare e di poter scrivere sui media di regime. Ringrazio dunque la Lettrice della sua corrispondenza, giunta mentre io ero impegnato con questi agenti nostrani del sionismo israeliano. L’editing e le illustrazioni è da me curato. Per le illustrazioni tiro fuori dalla rete quelle che trovo ed avverto che sono possibile errori di carattere iconografico. Per il Bahrein rinvio ad una scheda del mio blog di Geopolitica, che aggiorno quando posso, CDEC e Parlamento italiano permettendo.
AC

SUCCEDEVA IERI

Non so se ha visto cosa succede attualmente nelle piazze arabe. Il mio televisore è perennemente sintonizzato su PressTv, si trova accanto al mio computer e vedo e ascolto tutto.

Appena acceso, stamattina, ecco le immagini delle ore recenti dal centro di Manama, Bahrain, dove è in atto una carneficina.

Analogamente alla Piazza Tahrir in Cairo, la popolazione del Bahrain si era accampata per la notte nella piazza centrale della capitale, con l'intenzione di proseguire al mattino con le manifestazioni.

Invece, prima dell’alba, l’esercito ha caricato a sorpresa gli addormentati nelle tende, alcuni dei quali erano presenti con bambini.

Alcune tende sono state incendiate con uomini, donne e bambini all’interno.

Li hanno letteralmente massacrati, sparando, picchiando, trascinandoli via, caricandoli su enormi furgoni, morti e feriti tutti ammassati l’uno sull'altro, come raccontano testimoni che sono riusciti a mettersi in salvo. All’inizio alcune ambulanze sono riuscite a raccogliere i primi feriti. Ma poi le ambulanze sono state fermate nelle grandi arterie che uscivano dalla piazza. Quei bruti delle forze dell’ordine hanno assaltato e malmenato il personale medico e gettato i feriti giù dal ponte.

I morti accertati non sono specificati al momento: sono tanti i dispersi di cui non si hanno tracce e solo pochi feriti sono riusciti a raggiungere i servizi di pronto soccorso.

La piazza è stata subito circondata di filo spinato e nessuno riesce né a entrare, né a uscire.

Tra gli assaltati anche giornalisti ed emittenti TV. Anche stranieri. Di molti non si hanno più notizie.

Non arrivano più immagini in diretta, ma ci sono persone in collegamento telefonico con PressTv che raccontano cosa succede.

E naturalmente, mentre scorrono le immagini registrate (terribili), ci sono anche i collegamenti via satellite con esperti in analisi politica sia in occidente (Londra, Berlino, Parigi) che nel medio oriente (Beirut, Damasco, Tehran). I collegamenti con Washington, New York, California, Chicago, avvengono la sera tardi.

Le poche immagini che ci sono arrivate dell’assalto notturno sono incredibili: una vera e propria sparatoria selvaggia sulla gente in fuga. Nelle ultime ore la corrispondente di PressTv in Bahrain, Mariam al-Khawaja, diceva questo in collegamento telefonico: le ultime immagini che ha potuto vedere della piazza erano terribili: morti e feriti sparsi ovunque, nessuno poteva avvicinarli, neanche le ambulanze.

Ci sono attualmente 8 grandi camion-frigo nella piazza in cui si suppone siano stati caricati i corpi delle persone uccise - e non si esclude che anche i feriti abbiano fatto quella fine. Non ci sono immagini attuali della Piazza e quindi non si può sapre dove siano i feriti, che sono almeno centinaia e non sono mai arrivati negli ospedali, con poche eccezioni.

Un parlamentare del Bahrein, che si era dimesso recentemente, raccontava a PressTv che l'esercito del Bahrain consiste in prevalenza di mercenari addestrati nell'esercito israeliano (come succede per altri regimi arabi), e quindi i “soldati” non sentono quel “legame” con la popolazione che nel caso dell'Egitto, invece, ha impedito che l'esercito insistesse in modo eccessivo con la repressione.

Bisogna aggiungere, però, che negli ultimi giorni arrivano rapporti dall'Egitto che rivelano l'enorme numero di persone che mancano all'appello. Si presume - e si spera - che siano detenuti, e che non si aggiungano ai centinaia di morti già noti.

Il vero problema attualmente è l’Egitto.

Vige la Legge Marziale. C’è il coprifuoco. C’è il divieto di assembramento. Ed è stata sopesa la Legge Costituzionale per cui i “Colonnelli” hanno il via-libera per fare quello che vogliono, che è più o meno quello che fanno da decenni. Dalla padella nella brace.

Per la causa araba e in particolare per la causa palestinese, l’Egitto rappresenta il fattore principale per un’eventuale risoluzione dell'egemonia coloniale israelo-americana.

Adesso c’è in diretta una conferenza stampa in Bahrein. Vediamo se si riesce a capire qualcosa. L’interprete fa del suo meglio per stare dietro alla traduzione, ma gli animi sono accesi e la cosa è alquanto complicata.

Alcune considerazioni sulla considerazioni altrui a mio e nostro riguardo, in particolare sul CDEC e sui suoi committenti.

Vers. 1.1 del 24.2.2011

CONSIDERAZIONI
SU UNA CAMPAGNA DI PROSCRIZIONE


Sommario: 1. Premessa. –

1. Premessa. – L’incombenza a cui mi accingo è alquanto fastidiosa. Avrei preferito occuparmi di altro anziché dover prestare attenzione a chi di mestiere fa quello di infastidire i tranquilli cittadini, la cui sola colpa per costoro è sostanzialmente quella di avere un pensiero autonomo e indipendente, che non coincide con il loro. Questi signori, che sono al potere ed hanno tutti i vantaggi del potere, si attribuiscono non solo il diritto di ledere gli altrui diritti di libertà, ma non ammettono neppure che i loro proscritti possano difendersi ed essere ascoltati nelle dorate aule di Montecitorio, dove hanno eretto il loro moderno Tribunale dell’Inquisizione.

Ho subito notato come all’inizio dei lavori della cosiddetta Commissione di indagine qualcuno aveva saggiamente osservato che si dovessero almeno sentire le persone che si andava a demonizzare e diffamare. Ed invece è stata pronta la reazione del signor Qualcuno: non sia mai! A «Signor Nessuno” non si deve concedere l’onore di doverli anche ascoltare. Che diamine! Ed i nostri Soloni, i Legislatori, hanno ubbidito al Signor Qualcuno.

Le repliche, le osservazioni, le confutazioni sarebbe facili e numerose, ma hanno un grave inconveniente: bisogna sprecare del tempo, tanto tempo, troppo tempo con i signor Qualcuno. I signor Nessuno, in fondo, non chiedono altro che di poter coltivare i propri ozi, in modo assolutamente pacifico (senza allusioni di nessun genere!), nel pieno rispetto degli altrui e propri diritti, che si spera il signor Presidente sappia, possa e voglia garantire non ai potenti, ai Qualcuno, ma ai più marginali dei cittadini, quelli che non posseggono giornali e televisioni, che non hanno lobbies parlamentari a loro disposizione, anzi ai loro piedi.

Sto aspettanza una prima sentenza della mia causa a Repubblica. Se sarà a me favorevole, come spero, la manderò al Presidente della Repubblica insieme con la mia Memoria difensiva e la Delibera di pieno proscioglimento emesso dal Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, dove era stato deferito a seguito di una delle tante ignobili campagne di stampa e di diffamazione che costituiscono ormai il modo ordinario con il quale nel nostro paese non solo si fa politica, ma si fanno perfino le leggi. Infatti, si monta il “caso”, si crea il “mostro”, e quindi si fa la legge! Povero Diritto! Povera Giustizia! Povera Legge! Per anni il nostro corso di filosofia del diritto aveva per oggetto appunto la «certezza del diritto», cosa che da gran tempo non esiste più, come ben sanno gli addetti ai lavori, ma che anche i comuni cittadini – i tanti signor Nessuno – ogni giorno avvertono sulla propria pelle.

Non posso sottrarmi ad una risposta ai denigratori del CDEC, ma la distribuirò nel tempo, in più sedute di lavoro, con interruzioni frequenti, dovute alle altre incombenze quotidiani e a più congeniali interessi teorici e dottrinali. Inoltre, avverto gli «Osservatori», che questa mia scrittura, essendo di getto, avrà necessariamente bisogno di rifacimenti e diverse redazioni. La risposta è dovuta anche a conforto dei molti che sono soggetti a minacce e intimidazioni e che forse hanno minor saldezza di nervi di quanto io non abbia, ovvero una minore comprensione delle miserabili quanto fragili montature imbastite contro di loro.

Non sono ingenuo al punto da coltivare l’idea di un “dialogo” con chi ha dato prova di malafede, ma penso sia utile fornire qualche rassicurazione sul piano del diritto e dell’eticità a quanti sono vittime di altrui persecuzioni, vittime non del “pregiudizio antiebraico”, ma di un pregiudizio “ebraico”, per l’«osservazione» del quale il Parlamento non ha elargito neppure 300 euro rispetto ai 300.000 regalati al CDEC per produrre risultati come quelli che andiamo qui a commentare... piano piano.

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(segue)