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martedì 11 luglio 2023

Teodoro Klitsche de la Grange: "Daniel Halévy, Appunti sulla lunga rivoluzione francese, introduzione di F. Ingravalle, Oaks Editrice 2023, pp. 201, € 18,00"

Scritto da Halévy nel 1939, questo saggio è dedicato alla “Storia” (nel senso della percezione) della rivoluzione, in particolare, ma non soltanto; nei pensatori francesi che si sono succeduto nel successivo secolo e mezzo (1789-1939).

Ne esce, tra l’altro, una distinzione fondamentale, condivisa da molti storici e filosofi, non solo quelli citati da Halévy: che in quella francese vi siano due rivoluzioni: la liberale del 1789 e l’altra, giacobina, del 1792. La rapida successione degli eventi storici ha così fuso insieme due catene di eventi assai differenti, il cui “nocciolo duro” era per la prima la costruzione dello Stato borghese, con i suoi principi di tutela dei diritti fondamentali e di distinzione dei poteri; per la seconda il carattere democratico dello Stato con relativa uguaglianza di partecipazione, cioè (anche) di voto degli individui, ossia dei cittadini. Determinando così l’ingresso delle masse nell’età contemporanea. Tale secondo aspetto avrebbe influenzato la modernità in senso divergente dal primo: il totalitarismo del XX secolo, con le rivoluzioni bolscevica e nazi-fasciste sarebbe (anche) la conseguenza del giacobinismo. Come scrive Ingravalle nell’attenta introduzione: “Halévy resta, comunque, attaccato alla fase liberale della Rivoluzione (1789-1791), nettamente distinta dalla fase giacobina”; e così nel rifiuto del comunismo o del fascismo. La rivoluzione francese, sostiene Halévy “è una passione da vincere, non una questione intellettuale da affrontare con l’analisi razionale. Si tratta di mostrare con quali deviazioni, passionali, psicologiche, nel XIX secolo, sia stata interpretata la crisi rivoluzionaria nel suo complesso costruendo un dogma e una leggenda che sono andati a sostituirsi alla realtà storica”. Leggenda divenuta “superstizione” nazionale. E anche conformismo “l’Illuminismo rivoluzionario adottato e acclimatatosi grazie a una burocrazia di docenti è divenuto conformismo… l’Università, figlia ella Rivoluzione, insegna la Rivoluzione. A tutti i livelli, questo insegnamento esiste” confermando il giudizio di Max Weber sul carisma, la leggenda è diventata “pratica quotidiana”. Halévy nota che la rivoluzione ha avuto (anche) effetti tutt’altro che positivi sulla Francia. A tacer d’altro ciò ricorda quanto scriveva De Gaulle nelle Memoires: che quando ri-prese il potere (nel 1958) erano 169 anni che la Francia non era governata (cioè dal 1789). Che poi siamo ancora nell’influenza della rivoluzione e del di esso culto (e dei modi per celebrarlo), Halévy lo sostiene e ne descrive dogmi e liturgie a lui contemporanee, che somigliano tanto alle attuali: per i sostenitori del culto rivoluzionario “per meritare di vivere, una società deve mettere fine al duplice scandalo delle patrie separate nell’insieme dell’umanità e delle condizioni differenti all’interno di ogni patria… Quanto ai disastri causati da una avventura rivoluzionaria, un millenarista non ne è turbato: sicuro di aver fatto il proprio dovere, accusa la malvagità degli uomini e delle cose”. Che ci ricorda questo mix di umanità e uguaglianza? E Halévy prosegue citando un altro predicatore della rivoluzione “Se gli avvenimenti infirmano troppo brutalmente le nostre predizioni e puniscono la nostra orgogliosa avventura, ci consoleremo eventualmente, pensando che gli avvenimenti hanno avuto torto” Cioè le intenzioni (buone) contano più dei risultati.

In conclusione e consigliando di leggere un saggio che merita, per concisione ed efficacia, una recensione più lunga, una breve considerazione del recensore. È un fatto che le due rivoluzioni, al di là delle conseguenze negative - allorquando l’una soffoca l’altra, fin quando si tengono in equilibrio, hanno costituito il modello di forma politica del periodo successivo. Lo Stato democratico liberale nasce dalla compresenza e dall’equilibrio di un principio di forma politica, la democrazia con i principi dello stato borghese. Anche uno tra i più decisi sostenitori della libertà borghese e avversario del giacobinismo, come Constant, aveva capito benissimo che per difendere questi era necessaria la forma politica della democrazia rappresentativa. Così per avere la democrazia reale è necessario un congruo tasso di Stato di diritto. È un mélange di principi diversi, ma una fusione di successo. L’importante è tenerli in equilibrio.

 

domenica 19 luglio 2020

fb16: Non è una “storiella”: è il Vangelo!


fb16: 19-07-2020 - a
NON E' UNA "STORIELLA": E' IL VANGELO!  - Siamo di nuovo al "doppio standard". Io sono stato "crocefisso" perchè mi si è attribuito su una questione spinosa, il Tabù dei Tabù, di aver usato il termine "leggenda", che non è "favola" (cosa totalmente fantastica) e nemmeno una "storiella" che cosa blasfema se attribuita ai Vangeli, testi sacri delle Fede cristiana. Ogni bambini di fede cattolica sa ciò che il Vangelo dice, e cioè che a volere la condanna a morte e l'esecuzione della condanna furono gli ebrei descritti nei Vangeli. Si noti: ebrei che non sono gli antenati dei moderni ebrei, in buona e larga parte discendenti del Kazari (Crimea) del IX dopo Cristo convertitisi al giudaismo. I discendenti più diretti e verosimili degli ebrei dell'epoca di Gesù sono gli attuali palestinesi, che hanno seguito il destino delle dominazioni politiche che richiedevano e richiedono conversioni alla religione o ideologia del potere politico dominante. I palestinesi di epoca evangelico sono così diventati prima cristiani e poi musulmani: oggi si trovano loro in croce...
Quanto a Ponzio Pilato a me si insegnava in seconda media che fu quella la sentenza più ingiusta della storia: si riconosceva l'accusato innocente, ma lo si condannava. Anche il tentativo di graziarlo fu sventato dagli ebrei dell'epoca, che all'alternativa fra Barabba e Cristo, preferirono Barabba.
Difficile e penoso il tentativo di addossare la colpa ai Romani che crearono il sistema giuridico che è ancora oggi alla base del nostro diritto. Ma si sa che gli inquinamenti interni alla gerarchia cattolica stanno portando perfino alla "negazione" del Vangelo nella sua chiara lettera e nel suo spirito ancora più chiaro.
Quanto poi alla distinzione fra antisionismo e antisemitismo si tratta di cose del tutto distinte, a loro volta poi ancora distinte dalla conflittualità religiosa e sociale che durò dai primordi fino alla rivoluzione francese, che introdusse l'odierna equiparazione degli ebrei nei diritti degli altri cittadini. Questa equiparazione non fu gradita del corso del XIX secolo dai restanti concittadini, che non si fidavano degli ebrei. Il caso Dreyfus consiste certamente - a quanto appurato - nella condanna di un innocente dall'accusa di tradimento, ma è anche vero che questa accusa aveva come sua fondamento un pregiudizio che era all'epoca assai diffuso, e si potevano tranquillamente intitolare Associazioni Antisemite, intendendo che il loro oggetto era la contrarietà all'equiparazione giuridica introdotto dalla rivoluzione francese e poi adottato da tutte le legislazioni europee.
Il sionismo (e con esso l'antisionismo) nasce nella seconda metà del XIX secolo. Ne offre una mirabile esposizione Shlomo Sand nel libro: "Come fu inventato il popolo ebraico", alla cui lettura si rinvia. Il tentativo di equiparare antisemitismo e antisionismo è una chiarissima azione lobbistica per rendere penalmente sanzionabile tutte le critiche che possono fondatamente farsi alla pulizia etnica della Palestina, iniziata nel 1882 dai coloni "ebrei sionisti" venuti dall'Europa Orientale. Non possono esservi dubbi sui fatti e sui processi storici: la propaganda non può prevalere sulla scienza storica. E qui mi fermo.
Link:
«Informazione Corretta»

mercoledì 4 dicembre 2019

Contro il quotidiano «La Repubblica»: memoria difensiva di un filosofo, messo sotto accusa dalla sua Università che dava credito a un quotidiano, apparso il 22 ottobre 2009. Riedizione nel Decennale della Memoria.

Bottom. ↓

 MEMORIA DIFENSIVA 
del Dott. Antonio Caracciolo in relazione all’addebito «se abbia tenuto Lezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica»

Premesso che:
nel mese di ottobre 2009 io non svolgevo Lezioni, seminari, esercitazioni o altraattività didattica, come risulta dal Calendario delle Lezioni, affisso nella Bacheca della Facoltà;
il quotidiano “La Repubblica” del 22 ottobre 2009, con un articolo del giornalista Marco Pasqua – che estrapolava parole e frasi dal loro contesto, estratte, a loro volta, da alcuni Blog personali a cui dedico il mio tempo libero – mi accusava arbitrariamente di “negazionismo”, sbattendomi in prima pagina, come il classico e proverbiale “mostro” da additare al pubblico ludibrio;
il prof. Fulco Lanchester veniva nominato dal Rettore quale Relatore, perraccogliere le mie dichiarazioni in merito ad un quesito di addebito, dove mi sichiedeva: «(…) di confermare o smentire quanto riportato dal giornale “La Repubblica” del 22 ottobre, in particolare relativamente all’avere o meno Ella tenutoLezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica»;
ho immediatamente e tempestivamente inviato categorica smentita a “La Repubblica”, e p. c. al Rettore, prima ancora che mi giungesse la Nota di addebito;
i miei legali hanno già promosso azione civile, contro il direttore de “La Repubblica”, sig. Ezio Mauro, e contro il giornalista sig. Marco Pasqua, che si allega in copia (v. All. n° 3);
il “caso” in specie è da me considerato altamente diffamatorio, nonché inteso e percepito come emblematico dell’esistenza o meno in Italia della libertà di pensiero,delle garanzie costituzionali, della democrazia.

La presente Memoria è costituita e raccolta in tre Parti:
1. nella Prima, svolgo argomentazioni relative all’addebito di inizio e prosecuzione del Procedimento;
2. nella Seconda, mi concentro sulla Relazione del prof. Lanchester, estraneo alla Cattedra di Filosofia del diritto, nonché sugli allegati al Fascicolo;
3. nella Terza parte, allego il testo della Querela penale contro “La Repubblica”, dicui non ho ancora deciso la presentazione, in aggiunta all’azione civile. Ritengoperò che il testo di detta Querela penale sia, in ogni caso, ben descrittivo del fatto e possa quindi essere utilmente allegato come parte Terza di questa Memoria.

Abstract
1.                della Risposta al quesito di addebito, dove confermo di non avere tenuto maiLezioni universitarie sull’olocausto e si pongono questioni procedurali sulla possibilità e sul diritto di difesa; in ottobre 2009 non svolgevo nessun corso;
2.                delle controdeduzioni nelle quali sostengo che il Relatore avrebbe dovuto mantenersi entro i limiti del mandato ricevuto e non invece introdurre surrettiziamente o suggestivamente suoi personali e soggettivi giudizi, peraltroinfondati in fatto e in diritto, senza che siffatte ricostruzioni siano mai state nelledovute forme notificate e contestate all’interessato, impossibilitato a difendersi. Ciò ha dato luogo ad una specie di processo inquisitorio segreto, contrario al nostroordinamento giuridico, dove vengono sottolineate e sindacate mere opinioni, estrapolate dal loro contesto e ricostruite in violazione dell’art. 21 della costituzione.Alterazione filologica e semantica dell’espressione “cosiddetto olocausto”,erroneamente a me attribuita. Disamina di altre espressioni estrapolate e distaccate dal loro contesto. Né l’inizio né la prosecuzione del procedimento disciplinare ha fondamento alcuno, né in fatto né in diritto.
3.                Querela penale a “La Repubblica” e/o azione civile per creazione e diffusione dinotizie false a scopo diffamatorio.

PARTE PRIMA
Risposta al quesito rettorale
1°) A seguito di un articolo apparso su “La Repubblica” del 22 ottobre 2009 ricevevoper email la Nota di addebito rettorale (v. All. n° 1) con la quale mi si chiedeva se ioavessi tenuto Lezioni sull’olocausto all’Università, negandone o meno la veridicità storica. Mi veniva fissato il termine del 31 ottobre 2009 per rispondere al quesito e veniva nominato il prof. Lanchester come Relatore delle mie dichiarazioni riguardanti l’addebito. In verità, in ottobre, io non svolgevo nessuna attività didattica,essendo il mio corso di filosofia del diritto (vedi il relativo programma allegato agliatti del procedimento: qui All. n° 5) terminato nel mese di maggio 2009, ossia nelsemestre precedente. Non ero neppure all’università nei giorni in cui secondo “La Repubblica” vi sarebbe stato uno “shock” come conseguenza di mie inesistentiLezioni. Anche i giornalisti che mi avvicinavano, cogliendomi di sorpresa, potevanofarlo solo presso la mia abitazione o al mio telefono privato, non avendo io in queigiorni impegni di nessun genere all’università. Dal Calendario delle Lezioni affisso nella Bacheca della Facoltà risulta in modo inconfutabile che io in ottobre non potevoassolutamente svolgere quelle Lezioni che da “La Repubblica” mi venivano soggettivamente ed arbitrariamente attribuite e che altri organi, suivers, si sonopermessi il lusso di ripercuotere sul “mercato”, acriticamente e pedissequamente.
2°) Per quanto è stato già esposto nella mia formale risposta al Rettore (vedi All. n°2) e per quanto qui nuovamente si espone, letti gli artt. 3, 21, 33 e 49 dellaCostituzione italiana, nonché l’art. 1 dello Statuto dei lavoratori, dichiaro di essere stato oggetto di una gratuita ed arbitraria campagna di discriminazione, persecuzione e diffamazione ispirata da una soggettiva e infondata orchestrazione di stampa, allaquale vari soggetti, in buona o in cattiva fede, si sono associati. Una prima denunciapenale è già stata da me presentata alla Procura della Repubblica e portata aconoscenza del Rettore e già agli Atti (v. Fascicolo Procedimento). I miei legalihanno già avuto da me incarico per tutte le altre azioni penali e/o civili di cuirigorosamente valutino esservene gli estremi. Contestualmente a questoprocedimento disciplinare è ora promossa azione civile contro il quotidiano “La Repubblica” (v. All. n° 3). Si allega copia degli atti. Insomma, visto il meschino edisonorevole trattamento che mi è stato fino ad ora riservato, ho l’impressione di vivere tutta un’assurda ed orwelliana faccenda, di cui vado progressivamente ricostruendo la trama. Si fa presente, inoltre, che molte delle seguenticontrodeduzioni vertono su fatti non riconducibili alla contestazione degli addebiti equindi esulanti dal tema del presente procedimento disciplinare. Pertanto, vengono trattati solo per completezza e non perché riguardino il contesto giuridicamenterilevante.
3°) Avendo risposto al semplice quesito rettorale (All. n° 2), cioè di non aver io mai tenuto Lezioni all’Università sull’olocausto né in ottobre del corrente anno 2009 – come falsamente attribuitomi da “La Repubblica” – né mai nei passati anni accademici, come può riscontrasi chiamando, come testimonio, la prof. Teresa Serra,titolare della cattedra di Filosofia del diritto, ritenevo concluso già al suo inizio il procedimento di addebito. Invece, con mio sommo stupore, trovo una sua prosecuzione con richiesta di mia sospensione dall’ufficio e dallo stipendio sulla base di «elementi» che mai – in nessuna occasione – mi sono stati sottoposti, né specificatiné addebitati. Mi trovo, pertanto, nella condizione di non potermi difendere, non sapendo a quali precise imputazioni io debba rispondere.
4°) Ad ogni buon conto, non volendo lasciare nulla di intentato per la mia difesa,intervengo con controdeduzioni su «elementi» – estranei alla Nota di addebito a me pervenuta – che mi sembra di ravvisare tanto nella Relazione del prof. Lanchester quanto nel Fascicolo consegnato dal Rettorato al Consiglio di Disciplina. Pur avendone fatto copia, ed avendolo nel frattempo studiato, non riesco a cogliere la pertinenza e la logica di ogni singolo allegato, se posto in relazione al solo addebito al quale mi è stato chiesto di rispondere e sul quale dovermi difendere, cioè: l’avere io tenuto o meno Lezioni agli studenti sull’olocausto, negandone o meno la veridicitàstorica. Un quesito consistente in due parti e momenti logici: a) l’esistenza di siffatte Lezioni; b) la veridicità storica dell’evento evocato, che mi si sarebbe chiesto eventualmente di dimostrare scientificamente. Non essendosi mai verificato il momento a, logica vuole che non sussista il successivo momento b. A meno che non si intenda entrare nella mia sfera privata e chiedermi di giustificare, in sede disciplinare, mie personali e private opinioni, per giunta da altri travisate e falsificate.Non mi sembra però che un Consiglio di Disciplina sia la sede adatta per dibattere opinioni tutelate dall’art. 21 della Costituzione. Sono tuttavia disposto a rispondere aqualsiasi domanda mi si voglia fare.
5°) Le opinioni politiche e dottrinali a me attribuite, falsamente interpretate ecostruite, rientrano in ogni caso nell’ambito degli artt. 21 e 33 della Costituzione italiana, oltre ad essere comprese nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, come pure nell’ambito dell’art. 49, il mio specifico diritto alla “criticapolitica”. Siffatte opinioni, in ogni caso, non sono mai state oggetto del mio insegnamento universitario. Pur essendo stato sempre autonomo nelle mie ricerche enei miei studi scientifici, per quanto riguarda la mia posizione in Facoltà, il contenuto delle mie Lezioni, oltre che il mio comportamento agli esami e la correttezza neiconfronti degli studenti posso chiamare a testimoniare la già citata prof.ssa TeresaSerra, titolare dell’insegnamento di filosofia del diritto. Benché abbia incessantemente chiesto spiegazioni sulla natura dell’addebito che mi veniva contestato, non ho mai ottenuto i richiesti chiarimenti. Orbene, delle mere opinioni,quali che siano, non possono in quanto tali ledere la «dignità» e l’«onore» di un professore. Una simile lesione può ascriversi solo ad una concreta e provata condotta.Non mi è stata però mai contestata, e non poteva essere altrimenti, nessuna condottache potesse ledere il mio stesso «onore» e«dignità» – per giunta che verrebbeautolesionisticamente da me stesso leso – né dentro, né fuori, l’università. Il pensiero è l’espressione più autentica del nostro essere. La nostra coscienza morale ci consenteinoltre di sentire quando adottiamo una condotta che concreti un fare disonorevole enon dignitoso. Ma nessun essere pensante considera disonorevole e non dignitoso ilsuo stesso pensiero. Proprio perché è l’espressione più autentica del nostro essere, laCostituzione tutela il pensiero e la sua libertà, e così facendo tutela l’essere stesso cheera già stato richiamato nell’art. 3. Solo un altro che ci sia apertamente “nemico” puòconsiderare disonorevole e non dignitoso il nostro pensiero, cioè noi stessi. Ma questa, è proprio una delle innumerevoli forme subdole di razzismo e/o di discriminazione che si annidano nella nostra società e che sempre riemergono, anchequando si dice di voler combattere e reprimere il razzismo e la discriminazione. Eraproprio questo concetto – ossia la denuncia e la condanna di un razzismo immanentenelle società e perfino in noi stessi – che io avevo inteso esprimere in uno dei mieitesti studiatamente manipolati dal quotidiano “La Repubblica”.
6°) Per quanto sopra detto, ritengo perciò infondato e immotivato, sia l’inizio dellaprocedura di addebito, sia la sua prosecuzione. In effetti, come si legge in Pascal – nella Prima lettera delle “Provinciali” – non esiste qui né il fatto né il diritto. 
PARTE SECONDA
Controdeduzioni alla Relazione del prof. Lanchestere ai documenti da lui allegati–
 Sulle mie presunte “posizioni personali” –
7°) Nella parte “conclusiva” della sua Relazione il prof. Lanchester mi attribuisce lapaternità dell’espressione «cosiddetto olocausto», utilizzando impropriamente unamia email del 25 ottobre 2009, a lui inviata al mero scopo di illustrare le falsificazionide “La Repubblica”. Non certo avrei inviato quella lettera al prof. Lanchester perchémi venisse ritorta contro. Lo stesso testo compare peraltro in un più ampio articoloesplicativo (vedi qui mio allegato n° 8) che allo stesso scopo avevo prodotto presso la Segreteria del Rettore, oltre l’esiguo termine di una settimana concessomi perrispondere al quesito di addebito. Stranamente, il prof. Lanchester non coglie tuttavial’elemento scriminante del testo pur da lui riportato (“non intendevo negarealcunché”) e privilegia invece di significati oscuri e ambigui la mera espressione “cosiddetto olocausto”, la cui paternità risale ad un fiero avversario di negazionisti,che – per motivate ragioni – scriveva ostinatamente “cosiddetto olocausto”. Ma di ciòpiù avanti. Se la mia lettera sopra citata, del 25 ottobre, non era assolutamente da allegare, per il senso attribuito, si omette invece, stranamente, qualsiasi menzione adaltra lettera, al ‘Corriere della Sera, da me espressamente allegata nella risposta formale all’addebito, e dove si trova la esatta frase, estratta qui dal contesto di unalettera cautelativa (v. All. n° 2 ): 
Non sono un negazionista”.
Insomma, si preferisce evidenziare, in uno stesso identico contesto, ciò che micondanna e non ciò che mi assolve: in dubio contra reum? Questa indebita e sorprendente falsa attribuzione (“cosiddetto olocausto”) sembra qui rivestire particolare gravità per la luce che proietta e per ciò che forse vorrebbe lasciarintendere, quasi un segnale di riconoscimento, uno “scibboleth”. Il prof. Lanchesterscrive testualmente:
«(…) di quello che da lui viene definito “cosiddetto olocausto”»;
laddove nel mio testo, da lui stesso allegato, si legge invece esattamente:
«Per l’uso dell’espressione “cosiddetto olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar»,
la cui autorevole posizione (All. n° 4) era stata, tre anni fa, riportata da me per un’analisi teologico-politica in un contesto extra-universitario alquanto ampio.
Orbene, secondo il mio modo di intendere e praticare la lingua italiana, in nessunmodo si può evincere che l’espressione «cosiddetto olocausto» sia mia e non invecedello stesso storico ebreo Sion Segre Amar, da me citato per commentare il senso della sua, e non mia, espressione linguistica (All. n° 4). Questo sintetico rinvio, formulato anni addietro all’interno di un’aspra polemica che ebbe ricadute in numerose lettere – di cui due mie – pubblicate dal quotidiano “La Stampa”, non è stato – dal prof. Lanchester – a me contestato nei colloqui intercorsi. Se lo avesse fatto, avrei potuto immediatamente chiarirgli quanto qui cerco di fare nel modo piùsintetico possibile.
8°) Lo storico ebreo Sion Segre Amar, morto anni or sono, a me risulta essere stato un ebreo eminente, assai autorevole ed organico all’interno della comunità ebraicatorinese. Proprio lui criticava severamente l’uso del termine «olocausto» per indicarel’evento storico qui in oggetto. Si legga il testo allegato (v. All. n° 4) di un suoarticolo apparso sul quotidiano “La Stampa” il 3 maggio 1994. In quell’articolo,infatti, Sion Segre Amar si lamentava della connotazione religiosa del termine, di cui – essendo ormai invalso l’uso – si peritava di scrivere «cosiddetto olocausto», ognivolta che si fosse trovato a doverne trattare. Mentre mi sono sempre astenuto dalmerito della fenomenologia storica dell’evento, non avendo io specifiche competenzedisciplinari e fatta salva l’indiscussa pietà per le vittime, rientravano – nella circostanza data e delimitata – invece nelle mie competenze e nei miei interessi intellettuali, gli aspetti di teologia politica connessi all’uso del termine, avendo iotradotto e prefato il volume “Teologia Politica II”, di Carl Schmitt. Un autore del quale – dice il prof. Lanchester – «essere io uno dei maggiori cultori in Italia». Sembra che le osservazioni dello storico ebreo Sion Segre Amar siano state accolteall’interno dello stesso mondo ebraico e si vada progressivamente sostituendo altermine «olocausto» quello di «Shoah», che non è la semplice traduzione del primo. Sul concetto di “Shoah” cito al riguardo fugacemente il libro di Avraham Burg, già aivertici mondiali della politica e dell’associazionismo ebraico. Egli critica peraltro ilrilievo eccessivo dato alla Shoah e ad Auschwitz nella politica e nel sistema educativo dello Stato di Israele. Per non citare, poi, sullo stesso tema le posizioni eterodosse di un Gilad Atzmon o di un Norman G. Finkelstein, entrambi note personalità del mondo ebraico, che non è tutto monolitico in merito al sionismo e allaShoah, come è ben illustrato da altro studioso ebreo di nome Yakov M. Rabkin ovvero rappresentato dagli haredim di Neturei Karta.
9°) Poco prima, nel suo testo, il prof. Lanchester riferisce circa le mie “curiosità intellettuali”, facendomi pensare – nel leggere la sua relazione – all’accezione che iltermine “curiosità” ha nella giurisprudenza penale, dove mi pare che sia spessosinonimo di “frivolezza” e sia visto negativamente. In filosofia, però, il termine “curiosità”, non è sinonimo di “frivolezza”, almeno nelle intenzioni e nella comune accezione mia e del compianto Antimo Negri, annoverato fra i maggiori filosofiitaliani contemporanei. Trattasi pur sempre per il mio testo, quello riportato dal prof. Lanchester, di una bozza abbandonata e dimenticata da anni, per la quale non avrei mai e poi mai immaginato sarebbe finita in un processo inquisitorio. Tuttavia,essendo io “filosofo”, e non un giurista penalista, il tema della “curiosità” era oggettodi conversazione nelle passeggiate che facevamo con Antimo Negri, mio compianto amico, morto da qualche anno. Ricercando i fondamenti della filosofia, il suomomento di nascita nell’antica Grecia, convenivamo che esso dovesse individuarsinella “curiosità intellettuale” che è all’origine di ogni ricerca, di ogni sapere, di ognifilosofia. Dunque, il termine “curiosità” in filosofia non è sinonimo di “frivolezza”,almeno per me e per Antimo Negri. La letteratura sulla “curiosità” in filosofia è sterminata.
10°) Stupisce, invece, che dal mio testo in questione, pur allegato dal Relatore, non sia stata neppure menzionata quella espressione che era più direttamente attinente e dirimente il tema evocato dal quesito di addebito. Infatti, si può leggere:
«(…) i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché…».
Lo stesso concetto – non essere io un “negazionista” – ricorre poi più volte nelcontesto dello stesso ampio articolo, da cui il brano era estratto. Se l’addebito voleva essere quello di “negazionismo” (del resto, non previsto, sotto nessuna forma dal codice penale), non poteva esservi affermazione più scriminante! Il verbo all’imperfetto si riferiva alle delucidazioni fornite nel corso di un’acre polemica,avviata l’anno precedente da una testata militante. Già allora, sotto l’indicazione delmio titolo, di cui non è stato letto altro (solo il titolo… Peraltro contraffacendolo!), era contenuta la piena solidarietà con le vittime, tutte le vittime, con piena condivisione dei valori costituzionali richiamati dall’art. 3 della nostra Costituzione e della Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo. Il post era una semplice raccolta di links che venivano da me descritti e commentati. Uno di questi, se ben ricordo, siriferiva al caso di un Ministro tedesco della Giustizia: una donna, che veniva subitodimissionata, per aver affermato che George W. Bush, scatenando – lui – una guerrapreventiva, non si era comportato diversamente da Hitler. Occasionalmente, osservo che il titolo de “La Repubblica” è un clamoroso ed ingiustificabile falso, nonesistendo – in nessuna parte delle migliaia e migliaia di miei testi in rete – la frase: «L’olocausto è una leggenda», dove per leggenda il giornalista Marco Pasqua (“LaRepubblica”) intende e lascia intendere che l’evento storico evocato «non esiste».Assolutamente non è così che ho io inteso e non è questo il senso che ho dato altermine “leggenda”, chiarito poi come “mito” e soprattutto collegato ad un temadibattuto in Germania e posto da un Ministro tedesco circa l’uso di Auschwitz come“mito” fondativo della Repubblica federale tedesca. Questo tema era sottinteso, manon fu sviluppato. A riprova della scorrettezza e della malafede dell’articolista de “LaRepubblica” sarebbe stato sufficiente che quest’ultimo avesse letto poche righe sottoil titolo, da lui fotograficamente riportato, per avere la testuale sconfessione delle suemedesime e gratuite affermazioni. Certo, non potevo immaginare che un’asprapolemica sarebbe stata ripresa tre anni dopo, facendone riferimento a presunte mie Lezioni mai avvenute, e posta al centro di una studiata orchestrazione di stampa. È undistinto problema da valutare, se ad un ricercatore – non in quanto tale ma nella suaveste di privato cittadino – sia inibito l’uso privato, all’interno della sua abitazione,delle moderne tecnologie informatiche di comunicazione. Infatti, il mio uso della rete
– qui contemplato – è una faccenda del tutto privata che, in nessun modo, rientra ointerferisce con la mia attività universitaria. Potrei fare un lungo elenco di docenti italiani e stranieri che dispongono di una loro pagina privata sul web, senza entrarenel merito dei loro contenuti. Lo stesso giornalista Marco Pasqua, quando non scrivesu “Repubblica”, ha un suo proprio blog, dove non fa certo mistero delle posizionipolitiche che gli sono proprie, e che egli reputa – evidentemente – insindacabili, e tali da non poter essere criticate.
11°) Come già per altri termini da me usati, il Relatore, prof. Lanchester, sembrasuggestivamente caricare di negatività l’uso dell’espressione
«semplice ‘sterminio’ di popolazioni…»,
dove, per fortuna, gli apicetti dovrebbero essere originali miei, quasi lasciandotacitamente intendere che, per me, uno ‘sterminio’ ovvero un genocidio non siaqualcosa di estremamente grave, il più grave di tutti i possibili crimini. Probabilmentel’espressione è infelice, ma non potevo immaginare che sarebbe poi finita, anni dopo,in un fascicolo investigativo. Se l’espressione può essere infelice, ho però bene inmente cosa intendevo effettivamente dire. Nella mia biblioteca si trova un libro dal titolo: Il secolo dei genocidi, dove è fatto un elenco ed una tipologia dei genocidi registrati come tali in tutta la storia del Novecento. Conosco anche un altro titolo chefa la storia dei massacri e dei genocidi durante gli ultimi 2000 anni. Per fare solo alcuni esempi, recenti, lo storico Ilan Pappe spiega in un suo libro, che sta suscitandoforti reazioni in tutto il mondo, “La pulizia etnica della Palestina”, avvenuta nel 1948,che la “pulizia etnica” è equiparata nella più recente legislazione internazionale ad unvero e proprio “genocidio”, che chiaramente si distingue dallo “sterminio”: cioè, dalla semplice uccisione di popolazioni mediante uso di armi convenzionali. Altro esempio, indicato dalla normativa ONU come forma di “genocidio” è la decapitazione delle classi dirigenti di un popolo mediante uccisione mirata e sistematica di tutti i suoi capi e leaders. Per non parlare, poi, della più recente ricerca in campo militare biologico, dove sulla base della mappatura del genoma, sembra si stiano individuando virus patogeni che dovrebbero selettivamente colpire determinateetnie, escludendo le altre. Si potrebbe perfino concludere che il “genocidio semplice”,mediante ‘sterminio’ fisico, difficile da occultare, è sempre meno praticato, preferendosi altre forme più discrete ed al riparo dall’attenzione dei media (controllabili) e soprattutto dalla reazione della comune coscienza morale: morte perfame e malnutrizione (oltre due miliardi di persone, nel mondo), malattie e mancato soccorso medico, epidemie procurate, avvelenamento e contaminazionedell’ambiente, pulizia etnica, decimazione e decapitazione di gruppi etnici, ecc. È diquesti giorni la notizia che in Gaza come conseguenza della contaminazione ambientale dell’operazione “Piombo fuso”, giusto un anno fa, si siano già registratele prime nascite di bambini deformi o affetti da tumori. Se sopravviveranno, porteranno per tutta la vita le stimmate di un ‘genocidio’ che non potrei certo considerare ‘semplice’ e che non so come altrimenti definire, mancando nel lessicocorrente un’espressione standardizzata. Ma qui soprattutto si tratta di una divisione delle coscienze su un fatto storico contemporaneo della nostra quotidianità, dove con tutta la sua forza bruta agisce la politica, volta a condizionare l’opinione e laformazione della coscienza morale.
12°) Orbene, astraendo da qualsiasi contesto di luogo e di tempo, per non so qualifini, il Relatore prof. Lanchester introduce l’espressione «semplice ‘sterminio’», dicui nessun accenno è stato fatto nelle nostre conversazioni e di cui non possodeterminare il senso che lui voglia dare. Lo stesso dicasi per tutte le altre espressioni,artatamente riprese dai miei blogs personali, e caricate di oscuri e sinistri significati,ma senza che esse mi siano mai state direttamente ed esplicitamente contestate.
13°) Riguardo al mio pensiero, sarei nondimeno lieto di poter discutere le miemodeste opinioni con chiunque ritenga che esse meritino attenzione: possibilmente,non in una sede disciplinare. Ma, nella sua specifica funzione di Relatore, il prof.Lanchester – incaricato soltanto di accertare l’addebito rettorale in merito al fatto se io avessi o non tenuto Lezioni sull’olocausto all’Università – non mi ha tuttavia contestato nessuna mia opinione, che fuori dell’ambito dell’art. 21 della Costituzione,possa costituire uno specifico ed ulteriore titolo di addebito, peraltro mai specificato.Pertanto, appaiono illazioni, tanto gratuite quanto infondate, le ricostruzioni sulle mie «posizioni personali», chiaramente diverse e antitetiche, sul piano politico, a quelle del prof. Lanchester. È infine sorprendente che il Relatore, più di me esperto diinternet, non abbia individuato il brano, da lui riportato, in tutto il suo contesto di unarticolo molto più ampio, presente in rete da circa tre anni, e di cui mi ero perfinodimenticato. Non avrebbe dovuto dar credito al quotidiano “La Repubblica” – per opera di un suo giornalista, politicamente schierato – interessato a realizzare il suo “scoop” scandalistico, a danno di un suo avversario. Leggendo il mio articolo nellasua interezza, infatti, vengono meno tutte le congetture sollevate dal Relatore, edappare plausibile quel “dibattito” (su un blog personale), a cui il titolo espressamente rinviava.
14°) Nella documentazione allegata al Procedimento (qui, All. n° 8) – non tanto perillustrare la risposta al semplice quesito di addebito, risolvibile con un semplice “si” o “no”, ma quanto per offrire un esempio di stralcio di «posizione personale», si trova del materiale pubblicitario riguardante una campagna internazionale di boicottaggiodello Stato di Israele, sul modello di una prassi, non violenta, già in uso nellavittoriosa campagna contro il regime di Apartheid sudafricano. Un siffatto materialenon è per nulla pertinente alla Nota di addebito e si tratta di etichette adesivepubblicitarie illustrative di alcuni articoli del blog. Altro materiale allegato è del parinon pertinente e sarebbe qui macchinoso doverne trattare analiticamente.
15°) Trovo invece strumentale che nella individuazione e descrizione di una miapresunta «posizione personale» venga totalmente omesso, nessuno accenno sia fatto, alla «posizione personale» effettivamente da me espressa e caratterizzante nel casoaddebitatomi, e cioè: mentre mi dichiaro estraneo ed incompetente in merito al«cosiddetto negazionismo», esprimo e rivendico invece, in qualità di filosofo deldiritto – oltre che come cittadino – il mio attivismo per la strenua difesa del principiocostituzionale della libertà di pensiero e di ricerca, che occorre riconoscere,incominciando dai più deboli e meno protetti. Avevo perfino quantificato in circa
15.000 il numero delle persone che nella sola Germania ogni anno vengono perseguiti penalmente per meri reati di opinione, contrari alla lettera e allo spirito, non solo della nostra Costituzione (art. 21), ma anche alla Dichiarazione universaledei diritti dell’Uomo e alla stessa Carta europea dei diritti. Di questa mia «posizione personale», più volte da me evidenziata e pubblicamente espressa, non è fatto nessuncenno dal Relatore prof. Lanchester, che si è limitato, purtroppo, ad assecondare una campagna di stampa arbitraria e diffamatoria contro la mia persona senza che vengano mai riportate le mie smentite e le mie precisazioni. Secondo un “copione”ben collaudato, è risaputo che la strategia ordinariamente seguita da questo genere didiffamatori, tenta di collocare l’accusato di turno (cioè, me) su un piano del discorso che essi stessi hanno scelto (cioè, il “negazionismo”), obbligando il loro interlocutorea stare necessariamente sulla difensiva. Il piano di discorso che io, da almeno tre anni, tento di intavolare, è invece un’altro: la difesa del principio della libertà dipensiero, sempre e comunque. Che io non sia o almeno non mi dichiari un “negazionista” – termine moderno per indicare la «strega», l’«eretico», l’«untore», etc. – è stato detto, tre anni fa, in modo inequivocabile, almeno due volte nel testointernet che il prof. Lanchester ed i falsificatori de “La Repubblica” – quotidianocontro il quale promuovo contestualmente azione legale – pur citano, senza leggere(un caso?) le righe seguenti e i paragrafi successivi che contraddicono e sconfessanoquanto pretendono di attribuirmi. In altre parole, si altera il senso di mie frasi testualie si tace del tutto la problematica che avevo inteso porre ed evidenziare: cioè, ilgrande pericolo che incombe in Europa ed ora, anche in Italia, sulla libertà dipensiero.
16°) Riguardo la mia collocazione non sul piano del “negazionismo” – dove artatamente ed abusivamente mi si vuole inserire – ma su quello della tutela dellalibertà di pensiero si trova nel fascicolo rettorale una corrispondenza (qui al mio All. n° 8) di cui non è chiarito per nulla il senso. Non si comprende perché stia nelfascicolo e non è data nessuna spiegazione. Non è neppure chiaro da chi sia stata allegata e perché. Tocca perciò a me darne qui una spiegazione. Terminata la presidenza di facoltà del prof. Lanchester ed iniziata qualche anno fa quella del prof.Rossi, mi ero io fatto promotore di una proposta associativa universitaria nazionaleed europea con sede presso la Facoltà di Scienze Politiche. Essa, riunendo personalità rappresentative, avrebbe dovuto occuparsi di un costante monitoraggio italiano ed europeo e quindi di iniziative a tutela della libertà di pensiero. Il tentativo, fortunatamente abortito, da parte del ministro Mastella di introdurre anche in Italia la legislazione tedesca, aveva lasciato non poche preoccupazioni in me e in parecchi altri colleghi. Avevo informalmente accennato la cosa al nuovo preside che non eraostile all’idea, pur ponendo qualche condizione operativa. Non avevo potuto però avanzare nella realizzazione del progetto, gravato com’ero dagli ordinari impegni.Paradossalmente, proprio l’orchestrazione di stampa, messa in piedi contro di me, suun inesistente caso di “negazionismo”, aveva creato una certa pubblicità ed erano giunte adesioni e sostegni che mi avevano fatto ripensare a questo precedenteprogetto, oggi più attuale che mai. Da varie università italiane, dalla Germania, dalla Francia, dalla Spagna e da altri Paesi si è manifestata una sensibilità al problema epure avvertita la necessità di fare qualcosa. È a tutti perfettamente chiaro che non sitratta qui di “negazionismo”, ma di difesa della libertà di pensiero, certamenteminacciata e in serio pericolo. Voglio sperare che – come si suol dire – non tutto ilmale venga per nuocere, e cioè: concluso al più presto il presente procedimentodisciplinare, acclarata la mia assoluta innocenza rispetto all’addebito e ad ogni altrainsinuazione, possa prendere corpo ed impulso quella che era finora solo un’idea ingestazione. E che sia proprio l’Università di Roma La Sapienza e la Facoltà diScienze Politiche a farsi promotrice e sede istituzionale di una grande aggregazione europea per il Monitoraggio costante e la Difesa della libertà di pensiero e di ricerca in tutti i luoghi dove essa appare violata o minacciata. La corrispondenza intercettataed allegata al fascicolo rettorale aveva ed ha questo senso e nessun altro: creare una mobilitazione in difesa dei valori costituzionali contenuti nell’art. 21 dellacostituzione. È probabile che in un clima di caccia alle streghe vi sia stato qualche malinteso, del tutto ingiustificato.
17°) Per riassumere e per una migliore intelligenza del mio testo, che è stato allegato al suo rapporto dallo stesso prof. Lanchester, trovo utile riportarne integralmente ilcontenuto, per poi ricapitolarne la manipolazione messa in atto da “La Repubblica”.Così recita il breve testo che è stato successivamente e completamente stravolto, nelsuo senso letterale, dal giornalista Pasqua de “La Repubblica”:
«Il tema del “cosiddetto olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.Per l’uso dell’espressione “cosiddetto olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!
Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuolealludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’olocausto il neostato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti,si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».
Il testo sopra riportato si trova nel corpo di uno degli oltre 1300 articoli di cuiconsistono i due blogs qui citati, su circa una trentina complessivi, e in quel contestovanno interpretati. L’articolista de “La Repubblica” si è esclusivamente limitato a citarne il titolo: «La leggenda dell’olocausto: riapertura di un dibattito» senza minimamente darsi la cura di leggere ciò che sotto quel titolo era scritto. Non soddisfatto di ciò, ha alterato il mio titolo che è diventato per “La Repubblica”: «L’olocausto è una leggenda», titolo che è un vero e proprio falso, che si accompagna ad altro falso: “shock alla Sapienza”, uno shock, in realtà, creato ad hoc dallo stesso quotidiano, non esistendo né il giorno prima né mai nessuno “shock” come conseguenza delle mie Lezioni, che peraltro – come ho già accennato – non erano in corso durante il mese di ottobre, ma erano terminate, in maggio, nel semestre precedente. Una simile titolazione altera il senso inequivocabile di quanto da mescritto poco sotto il titolo anni prima: i miei «intendimenti non erano di “negare” alcunché», richiamando una vecchia polemica già intentata circa tre anni or sono dauna veemente, volgare e faziosissima testata della Rete, nel cui archivio ha attinto ilgiornalista Marco Pasqua, che scrive anche su “La Repubblica”, ma che ha – nella Rete stessa – una sua ben individuabile appartenenza e militanza politica. Questatestata è stata da me monitorata da quando avevano incominciato ad attaccarmi, proprio sul solo titolo in questione, senza neppure curarsi di leggere ciò che sotto iltitolo era scritto. Nessuno degli storici revisionisti, che io sappia, nega l’esistenza della tragedia dei campi di concentramento. Gli aspetti storiografici controversi, mipare, riguardano singole problematiche, su cui non ritengo di dilungarmi in questa sede. Ma a parte il merito delle questioni storiche, la mia annunciata escursione ditesti revisionisti aveva uno scopo preminente: stabilire se l’avere scritto dei meri testi di critica storica poteva meritare la prigione, oltre che la “gogna”, ai loro autori. Lamia conclusione è che l’attività di critica storica di eventi, ogni anno sempre piùremoti, rientra perfettamente nell’attività lecita e costituzionalmente garantita dagliartt. 21 e 33 della nostra Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei dirittidell’Uomo, dalla Carta europea. Orbene, allo stesso modo in cui “La Repubblica” si èinventata di sana piana l’espressione a me attribuita «L’olocausto è una leggenda»,suscita pure ambiguità l’espressione «cosiddetto olocausto», di cui nella Relazione.Se il prof. Lanchester mi avesse reso edotto prima, gli avrei mandato l’articolo diSion Segre Amar, pur presente nel mio blog e dove era chiarito il senso del termine.
Del resto, l’espressione in sé è filologicamente neutra ed io mai avrei immaginato didoverne rispondere in una sorta di processo alle intenzioni. In altra epoca, un Censoredisse della «Divina Commedia» – non avendo letto altro che il titolo – che trattavasi di blasfemia facendosi “commedia” di cose “divine”.
18°) Secondo la migliore giurisprudenza – rinvio al “caso” francese di Edgar Morin,sul quale non posso attardarmi – il senso di un pensiero si deve ricostruire in tutto il suo contesto. La maggior parte degli oltre miei 1300 post, rimasti spesso allo stato dibozze abbandonate, nei soli due blog personali citati, concernono soprattutto la problematica della libertà di pensiero in tutte le situazioni concrete in cui essa appareminacciata e/o conculcata. In sostanza, esprimo le mie opinioni politiche in libertà esenza timori, fiducioso nella solidità della nostra democrazia. E, come militante politico, ho inteso esercitare uno specifico e aggiuntivo diritto di critica politica.Atteso il mandato da lui ricevuto per la verifica dell’addebito (“aver o non avertenuto Lezioni...”) non riesco a capire la pertinenza del materiale da lui allegato. Adesempio, quello relativo ad un articolo da me ripreso da un organo di stampa e,quindi, commentato, dove si parla di clandestini provenienti dal Sudan che vengono non “accolti” alla frontiera di Israele, ma uccisi a fucilate – sia pure da Egiziani – e seppelliti davanti ad un cimitero israeliano. Il fatto è stato da me commentato,certamente con indignazione, ma non capisco proprio perché il prof. Lanchester abbia pensato di allegare al fascicolo quel mio testo. Rilevo con forza come ciò non sia pertinente con il suo mandato di verifica dell’addebito: “avere o non avere io tenuto Lezioni sull’olocausto, negandone o meno la veridicità storica”.
PQM
Per questi motivi, sopra sommariamente elencati, ritengo accettabile la Relazione del prof. Lanchester solo nella parte in cui si limita a riferire in merito al quesito posto dall’addebito rettorale, e cioè nella constatazione del non aver mai io tenuto Lezioni agli studenti in materia di olocausto, atteso che bastava leggere il calendario deicorsi per constatare che in ottobre io non svolgevo nessuna attività didattica; mentreritengo inaccettabile e inammissibile la parte dove egli, in modo erroneo, non vero einattendibile, descrive mie «posizioni personali». In particolare, è totalmente erronea,infondata, non pertinente l’attribuzione dell’espressione «cosiddetto olocausto», a meattribuita, nonché la ricostruzione del senso di altre espressioni, totalmente sganciate dal loro specifico contesto. Ritengo, in fine, completamente infondato, in fatto e diritto, l’addebito a me mosso dal Rettore, al quale ero disponibile a dare tempestivi chiarimenti e rassicurazioni di ogni genere, qualora mi avesse semplicemente chiamato.
A riprova di quanto da me espresso, riguardo il contenuto dei miei corsi e delle mieLezioni, si potrebbero chiamare a testimoniare sia la già citata titolare della cattedradi Filosofia del diritto, prof. ord. Teresa Serra, sia i colleghi che nel corso degli annihanno fatto parte delle commissioni di esami, sia gli studenti che si riescano a
rintracciare. Con riserva finale lasciata ai miei legali – Avv. Teodoro Klitsche de laGrange e Avv. Aldo Costa – di rappresentare, riformulare e illustrare meglio in tuttele sedi competenti e opportune quanto da me qui espresso.
In fede Antonio Caracciolo Roma, 5 gennaio 2009
PARTE TERZA
Allegato del testo di querela penaleal giornalista Marco Pasqua e al Direttore Ezio Mauro
– Mi resta ancora da decidere, nei termini dei 90 giorni che decorrono dal 22 ottobre 2009, se siaopportuno aggiungere all’azione civile già avviata anche l’azione penale. Il presente testo è comunque utile per una descrizione dei fatti.
Al Commissariato di P.S. presso l’Università di Roma “La Sapienza”
Oggetto: querela per creazione e diffusione di notizie false e tendenziose e di conseguenza, per diffamazione, contro il giornalista di Repubblica Marco Pasqua e contro il direttore Responsabile Ezio Mauro.
In data 22 ottobre 2009 usciva sul quotidiano a tiratura nazionale “La Repubblica”, inprima pagina e a pagina 25, un articolo (che si allega) di Marco Pasqua, che lo immette poi in rete, nel suo blog, facendolo circolare in numerosi siti.
In merito al suddetto articolo non è qui presentata querela contro le palesifalsificazioni e caricature del mio pensiero, ma è invece oggetto della presentequerela il fatto che il Pasqua ascrive a contenuto delle mie Lezioni all’università diRoma La Sapienza quanto da lui stesso e solo da lui artatamente ricostruito in assenza di ogni mio contesto e mio contradditorio.
In non ho mai detto ai miei studenti, o in sede universitaria, la frase virgolettata daRepubblica: “L’olocausto è una leggenda” né che «l’olocausto non esiste» né simili espressioni si trovano mai neppure scritte nei miei blogs pur citati da Pasqua. Anzi sitrova il contrario.
Il giornalista Pasqua irride sul fatto che io abbia numerosi blogs privati, su un server e un sito che non è dell’università. Su oltre trenta blog ve n’è ad esempio uno diarchivistica parrocchiale, dove vado digitalizzando l’anagrafe storica. Ebbene, lastoria della parrocchia non è certo argomento delle mie Lezioni di filosofia del dirittoall’università di Roma La Sapienza! Ognuno di noi, fuori servizio, ha pieno dirittoalla sua vita privata, dove può dedicarsi – se crede – tanto all’attività politica quantoal giardinaggio, all’archivistica, alla fotografia, alla storia locale, alla filosofia, etc.
Nella titolazione de “La Repubblica” si dice grottescamente che vi sarebbe stato uno «Shock alla Sapienza», intendendo e facendo intendere: a causa delle mie Lezioni.Fino al giorno prima dell’uscita dell’articolo de “La Repubblica” alla Sapienza non viera proprio nessuno “shock”; esso è stato creato ex nihilo, dal nulla, solamente da “La Repubblica” come conseguenza delle falsità pubblicate, diffuse, amplificate da unarete di complicità. Il grottesco è che io, in ottobre, non svolgevo nessuna attivitàdidattica, essendosi il mio corso concluso nel mese di maggio, nel semestre precedente. Nei giorni dello “shock”, che sarebbe stato da me causato, non ero neppure presente all’università!
Che non sia solo un problema di titolazione, dovute al “titolista”, ma si tratti di operadello stesso Pasqua lo si evince dalla frase testuale del suo articolo, dove egli scrive:«C’è da chiedersi, allora, se tra i suoi studenti… qualcuno si sia mai ribellato». Tra imiei studenti nessuno si è mai “ribellato” perché non hanno mai sentito da me le cose che il giornalista Pasqua mi ha attribuito. Non so che faccia abbia il Marco Pasqua,ma il suo nome non risulta dal registro dei miei studenti.
Non sono certamente miei studenti, ma suoi lettori, gli ignoti che sui muri della miaFacoltà hanno affisso manifesti istiganti al mio omicidio o a percosse. Ho già presentato al riguardo separata querela contro ignoti. Dal procedimento amministrativo, seguito dell’articolo del Pasqua, è subito emerso che da me non sonomai state fatte le Lezioni (olocausto, Priebke, leggi razziali, etc.) che Pasqua miattribuisce. La malafede del Pasqua emerge dallo stesso articolo de “La Repubblica” dove è fotograficamente riportato parte di un mio blog privato il cui titolo esatto è:«La leggenda dell’olocausto: riapertura di un dibattito», risalente al 21 ottobre 2006.
Nella parte tagliata del suddetto testo, poche righe più sotto, è detto espressamente ilcontrario di quanto Pasqua riporta ed è spiegato anche il significato del termine “leggenda”. Il Pasqua in sostanza ha attinto all’archivio di un sito denominato«Informazione Corretta», con il quale vi era stata appunto nel 2006 una polemicaextra-universitaria di cui, se occorre, riferirò ampiamente agli organi inquirenti.
Ripetesi: oggetto di questa querela non sono le falsificazioni e le manipolazioni del Pasqua, quali che siano, riguardo il mio pensiero politico e filosofico, ma il fatto che egli abbia indicato simili grossolane manipolazioni, proprie dello stesso Pasqua,come oggetto delle mie Lezioni, il cui contenuto è invece quello risultante daiprogrammi affissi nonché dai verbali di esame.
In altri termini, il Pasqua ricostruisce, falsificandole, mie private opinioni, in quantotali peraltro lecite e protette dall’art. 21 della costituzione, opinioni espresse in blogspersonali (“Club Tiberino” o nella Societas “Civium Libertas”), e ne fa oggetto delmio insegnamento universitario, quindi mi denigra non per le mie private opinioni, espresse privatamente ovvero in sede extrauniversitaria, ma in quanto docente universitario, che avrebbe utilizzato indebitamente la sua funzione per propagandare tesi abominevoli, se non criminali, circa tematiche estranee alle discipline insegnate.
La malafede della campagna diffamatoria risulta ancora dal fatto che, in violazionedelle leggi sulla stampa, il quotidiano “La Repubblica”, ovvero lo stesso Pasqua, nonha voluto pubblicare la mia tempestiva smentita, ed in tal modo propagando la falsanotizia dell’avere tenuto io fantomatiche Lezioni alla Sapienza, cui subito seguival’affissione di manifesti velatamente inneggianti al mio omicidio.
Chiedo pertanto la punizione dei colpevoli in relazione al reato di diffamazione amezzo stampa e per ogni altra ipotesi delittuosa dovesse esser ravvisata nei comportamenti sopra descritti.
Chiedo di essere avvisato ex art. 406.3 dell’eventuale richiesta di proroga del termine delle indagini preliminari cpp, nonché, ex art. 408.2 cpp, nel caso in cuiil PM ritenga di avanzare richiesta di archiviazione.
In fede Antonio Caracciolo Allegati alla Querela.
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mercoledì 24 ottobre 2018

«La fine della democrazia?», in una recensione di Klitsche de la Grange a Rougier.

Acquisto.
Louis Rougier,  La fine della democrazia? Oaks Editrice 2018, pp. 207, € 18,00

Come scrive De Benoist nella prefazione di quest’opera di Rougier “In realtà, il punto di vista di Rougier può riassumersi nel modo seguente: lungi dall’essere fondata sulla ragione, come credevano i filosofi del XVIII secolo e, dopo di loro, i rivoluzionari del 1789, l’ideologia democratica si basa su una mistica che impregna i suoi principi essenziali. Il nucleo di questa mistica è il “dogma dell’uguaglianza naturale” … Questo dogma è stato poi diffuso e ridefinito dalla Scolastica cristiana, nel protestantesimo  calvinista e dalla filosofia degli Illuministi. Ora, per Louis Rougier, l’egualitarismo è una “semplice utopia”. Secondo Rougier “è il primato della ragione oggettiva, intesa in modo diverso ma ugualmente sostenuta dalla teologia cristiana e dai filosofi “illuminati”, che permette di stabilire tra questi un legame decisivo”: questo, spiega Rougier, perché il razionalismo “proclama l’uguaglianza naturale degli uomini e l’identità della ragione di ognuno di essi perché le verità razionali vengono comprese da tutti allo stesso modo e perché i caratteri essenziali che caratterizzano una specie non comportano diversi gradi di perfezione”. Tuttavia aggiunge “Le scienze storiche ci rivelano che le razze, i popoli, le collettività, le classi sociali, i corpi professionali hanno una mentalità distinta, una psicologia che è loro propria, un’idiosincrasia che impedisce di confonderli tra loro. La disuguaglianza è sempre prevista dalla natura”. Come Tocqueville (per l’aspetto istituzionale) il filosofo fracese pone l’accento (per il pensiero politico e non solo) non sulla rottura tra rivoluzione e ancien régime, ma sulla continuità: “Questa continuità, sottolinea Rougier, è evidente soprattutto nel caso della nozione di uguaglianza, introdotta nel pensiero europeo dal cristianesimo con il tema puramente metafisico di una relazione egualitaria tra tutte le anime e Dio, poi ripresa dai filosofi del XVIII secolo che, strappandola dalla sfera teologica, si sono sforzati di inserirla all’interno della sfera “materiale”, profana, del mondo civile e politico”. Ma dato che la disuguaglianza è nella realtà, l’aspirazione all’uguaglianza è una mistica: una credenza non fondata sulla realtà ma su convinzioni (a sfondo non-razionale). In questo Rougier è debitore di due pensatori: Vilfredo Pareto e Gustave Le Bon, ambedue convinti del ruolo delle azioni irrazionali nella condotta umana. E anche di Guglielmo Ferrero, sia per l’importanza della legittimità (decisiva per la conservazione delle comunità umane), che non è spiegabile razionalmente (o del tutto razionalmente, Hobbes docet); sia per la distinzione tra società qualitative (antichità e Medioevo) e civiltà quantitative (il cui prototipo  sono gli USA).
Il libro è impreziosito da un saggio di Giovanni Sessa su “Rougier e il problema della democrazia” il quale scrive, “Il suo pensiero ci conduce al centro del dibattito politologico contemporaneo impegnato a discutere attorno alla crisi della democrazia. A differenza di Rougier, riteniamo che ad essere in crisi non sia tanto la democrazia in sé, la democrazia nata in Grecia, quanto piuttosto il suo modello liberale”. Questo perché il sistema prevalente di democrazia, è “quello rappresentativo, vale a dire liberale, che ha subito, negli ultimi trent’anni, una radicale involuzione in senso totalitario … La democrazia rappresentativa è oggi segnata dal tratto totalitario: il popolo, suo soggetto politico, è stato posto in una condizione di sudditanza e minorità”.
Tale sviluppo ha avuto, sostiene Sessa “un iter parallelo a quello della post-modernità…Per la qualcosa, sarà bene affrontare il discorso relativo alla crisi della democrazia, assieme all’esegesi della post-modernità, al fine di rintracciare possibili vie d’uscita dall’una e dall’altra”.
Il tutto è dovuto al fatto che nello Stato-Leviatano moderno, i cittadini delegano ai rappresentanti l’esercizio della sovranità (di cui sono così spogliati).
Nella (fase) post-moderna il potere reale è stato scisso dal potere politico. Le oligarchie finanziarie “gestiscono i flussi finanziari in una situazione, sotto il profilo politico, paradossale: lo ‘statalismo senza Stato’. Fluidità e breve durata connotano la nuova ‘economia dell’esperienza’ che ha rinunciato a progetti a lunga scadenza. La precarietà si è incisa, pertanto, come segno tangibile, nelle vite di noi tutti. L’individuo post-moderno è solo perché è uomo senza Tradizione, senza passato e memoria, proiettato in un presente deprivato di profondità esistenziale e ridotto al consumo…Pertanto crisi della democrazia e della modernità, si intrecciano ad una crisi esistenziale e valoriale senza precedenti. Le pagine di Rougier, pur essendo attualissime, pensiamo debbano essere aggiornate alla situazione contemporanea”.
Secondo Sessa “L’alternativa possibile all’oligarchia finanziaria e transnazionale della governance, può davvero essere ravvisata nel concetto greco di democrazia, nella democrazia organica, centrata sulla sovranità popolare e sulle identità etno-culturali”; e solo “il pensiero di Tradizione, può indirizzare gli uomini contemporanei a recuperare il loro ‘da dove’, in funzione del loro ‘per dove’. Solo la Tradizione è in grado di svolgere il ruolo alchemico del solve et coagula nei confronti della pulsione populista e di trasmutarla in visione comunitaria”.
In altre parole “uno vale uno” non basta: come scriveva già Montesquieu (ripreso nel XX secolo da Forsthoff) per far funzionare la democrazia occorre la virtù (carattere qualitativo per eccellenza).
Rougier scrive che la mistica democratica non regge al confronto col dato reale: “Per far uso della sua autorità il popolo sovrano deve procedere ad una organizzazione del potere. Dato che in un grande Stato questo potere il popolo non può esercitarlo direttamente, esso lo delega ai suoi rappresentanti e così si afferma ciò che il Michels ha chiamato la legge ferrea delle oligarchie”.
Peraltro “regimi democratici tendono irresistibilmente ad accrescere le prerogative dello Stato, o, per meglio dire, di coloro che lo rappresentano, a detrimento delle libertà individuali”, con la conseguenza che “I cittadini verranno sempre più amministrati e per via della complessità delle funzioni dello Stato essi saranno sempre meno in grado di controllare… Come secondo la leggenda dell'apprendista stregone, l’individuo, dopo che sono stati fatti scorrere fiumi di sangue per liberarlo, diverrà l’uomo-servo di una nuova feudalità, di una feudalità più oppressiva di ogni altra perché anonima: della burocrazia statale”. Come scriveva Max Weber ed è nel DNA del pensiero borghese, almeno dall’epoca delle rivoluzioni francese ed americana.
Un libro interessante, anche per gli sviluppi che profila. Una considerazione conclusiva. Il concetto di rappresentanza, come mostrato da Carl Schmitt, non è limitato all’ordinamento borghese; in realtà è un principio di forma politica, il quale, insieme all’opposto, quello di identità, in varie conformazioni e rapporti modella la concreta forma dell’istituzione politica. Al rapporto necessario ha i due principi non sfugge alcun regime: né la monarchia, né la dittatura, l’aristocrazia, né altra.
Costruire qualcosa di nuovo, una democrazia organica e/o qualitativa non potrà prescindere da questa necessità fattuale.
Teodoro Klitsche de la Grange
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