1. Dato che di guerre, massacri e stermini la storia è piena,
occorre, per distinguerli, ricercare quanto tra quelli li accomuna,
tanto quel che li distingue. Tra i molti Tamerlano, Gengis Khan (e i
di esso successori), ma anche governanti celebrati come Giustiniano
(la rivolta di Nika fu repressa – pare – al prezzo di oltre
trentamila morti), è necessario isolare somiglianze e differenze tra
quelli e le rivoluzioni moderne; nonché all’interno di
quest’ultime, le costanti e
le variabili.
2.
Ciò che le accomuna, in primo luogo, è d’essere moderne.
Ma cos’è la modernità?
A rispondere a questa domanda non sarebbe sufficiente una biblioteca.
Figuriamoci una relazione ad un convegno tra amici. La modernità può
essere intesa in tanti modi come secolarizzazione,
come estraniamento da
Dio e di Dio dal mondo, come disincanto da questo, come percezione
meccanicistica della natura e così via. Ai nostri fini, più
limitati, ciò che maggiormente rileva sono da un canto la
secolarizzazione,
dall’altro l’emergere del concetto di sovranità
e così di conseguenza di un assoluto
politico-giuridico, peraltro immanente.
3.
Nella rivoluzione francese, ciò che prelude il terrore giacobino e
ne costituisce (peraltro involontariamente, data la vita del
pensatore rivoluzionario) è la concezione della sovranità esposta
dall’abate Sieyès, soprattutto in Cos’è il terzo
Stato «La
nazione – scrive infatti Sieyès – è preesistente a tutto, è
l’origine di tutto… Sarebbe
ridicolo supporre la nazione vincolata anch’essa dalle modalità e
dalla Costituzione cui ha assoggettato i propri mandatari. Se per
diventare una nazione le fosse stata necessaria una forma
positiva essa non sarebbe mai
diventata tale. La nazione si forma soltanto in forza del diritto
naturale […] La nazione è tutto ciò che è in grado di
essere per il solo fatto di esistere.
Non dipende dalla sua volontà attribuirsi più diritti di quanti ne
abbia […] . Alla volontà nazionale basta (invece) soltanto
la propria realtà, per essere sempre legittima. Essa è la fonte di
ogni legalità» (i corsivi sono
miei). Si può dire che per Sieyès la sovranità nazionale è
connotata dalle caratteristiche: di non essere soggetta al diritto
positivo , anzi di esserne la fonte; d’essere originaria;
di sfuggire ad una forma, in quanto origine delle forme
stesse; di non essere
vincolabile al rispetto di queste e quindi dei poteri costituiti;
il tutto condensato nella pregnante affermazione di essere «tutto
ciò che è in grado di essere, per il solo fatto di esistere» (che
è quasi una parafrasi della definizione rousseauiana della
sovranità).
Secondo
una vecchia teoria, talvolta ripetuta, ma non notata in tutta la sua
portata, sovrano è chi, in una determinata unità politica, ha tutti
i diritti e nessun dovere e l’abate rivoluzionario ne offre una
compiuta esposizione, compendiabile nel riconoscimento
dell’onnipotenza
della nazione e del di esso pouvoir constituant
nei confronti di tutti i poteri costituiti, e così nell’istituire
forme senza essere in
forma.
Come
scrive Carl Schmitt a tale proposito “Il rapporto tra pouvoir
constituant e pouvoir
constitué ha la sua più
perfetta analogia sistematica e metodologica nel rapporto tra natura
naturans e natura
naturata, un’idea che ha
trovato posto anche nel sistema razionalistico di Spinoza ma che,
appunto per questo, dimostra che quel sistema non è puramente
razionalistico… Dall’abisso infinito e insondabile del suo potere
sorgono forme sempre nuove, che essa può infrangere quando vuole e
nelle quali essa non cristallizza mai definitivamente il proprio
potere”.
Data l’onnipotenza della sovranità nazionale e dei di esso
rappresentanti, la Convenzione nazionale del 1792 quindi esercitò i
propri poteri in modo che si distingue nettamente dalla concezione
della dittatura romana, come considerata da Machiavelli. Come
sostiene Schmitt “Dallo sviluppo storico della disciplina dello
stato d’eccezione risulta che esistono essenzialmente due tipi di
dittatura, cioè una tale che malgrado tutti i poteri eccezionali si
mantiene tuttavia essenzialmente nel quadro dell’ordinamento
costituzionale esistente e nel quale il dittatore (dittatura
commissaria) è incaricato in modo costituzionale, ed un’altra
nella quale è abolito l’intero ordinamento giuridico e la
dittatura serve allo scopo di produrre un ordinamento del tutto nuovo
(dittatura sovrana)”.
Tale dittatura sovrana, scrive Schmitt, può essere esercitata sia da
un’assemblea nazionale (come la Convenzione) che da un partito
rivoluzionario (nel 1917 in Russia). Quindi ad accomunare le due
rivoluzioni è di essere le specie
di un unico genere: la
dittatura sovrana.
Pertanto
aventi nel fine la
costruzione di un ordine nuovo. La dittatura sovrana si distingue da
quella ordinaria
perché ha una funzione innovativa
dell’istituzione politica e non conservativa
come quella romana (v. Machiavelli, Discorsi I, XXXIV);
non serve a “serbare gli ordini” ma a sostituirli.
4.
C’è un’altra sostanziale analogia, che al tempo è una
differenza, altrettanto sostanziale.
Scriveva
il giovane Marx che il socialismo è la soluzione dell’enigma
irrisolto della storia.
Nell’antropologia
cristiana l’uomo è libero di decidere tra il bene e il male: può
peccare (e sempre lo fa). Sia nella concezione più negativa (che è
quella di S. Agostino), che in quella meno pessimistica
(di S. Tommaso d’Aquino) è il fondo comune che rende necessario
che vi sia un’autorità che protegga i buoni e punisca i cattivi; e
ogni autorità proviene da Dio (S. Paolo). Non invano quindi esercita
la coazione (possiede il gladio, come scrive S. Paolo).
Riprendendo
il pensiero di Marx, questa costante
della natura umana può cambiare
mutando i rapporti di produzione (dal capitalismo alla società
comunista). Così l’uomo da zoon politikon
diventa zoon apolitikon.
Lo Stato si estingue perché non necessario.
In
una società dove la comunione e l’abbondanza dei beni abbia
eliminato le ragioni di conflitto, ogni apparato repressivo è
inutile. E così governanti, giudici, poliziotti e avvocati del tutto
superflui. Tuttavia c’è un ma… Per raggiungere tale situazione
paradisiaca, un’età dell’oro alla fine della storia (invece che
all’inizio), occorre distruggere chi vi si oppone.
Qua le due rivoluzioni si riavvicinano: l’oppositore al mondo
nuovo è il nemico assoluto da
estirpare.. Come i vandeani, i i preti e gli aristocratici nel 1793;
i bianchi, i kulaki, i dissenzienti nel XX secolo,
5.
C’è al fine comunque un’altra (conseguente) distinzione che
rende differenti giacobini e bolscevichi.
Stučka,
primo bolscevico commissario del popolo alla giustizia, la esponeva
in un opuscolo dallo stesso scritto durante la presa del potere dei
bolscevichi, dove criticava radicalmente il costituzionalismo
borghese. Scrive Stučka
“Non essendo nel regime socialista il popolo suddiviso in classi,
lo Stato non deve regolare rapporti fra classi e perciò è
superflua qualsiasi legge fondamentale”;
basta la dittatura del proletariato. Dopo la quale lo Stato si
estingue. Quindi niente “costituzione” (sempre) e al termine
niente Stato.
Diversamente
nel pensiero borghese non c’è in vista alcuna
rigenerazione della natura umana.
Per quanto riguarda i giacobini, tra i molti esempi adducibili,
voglio ricordare quanto è scritto nella Costituzione “giacobina”
del 1793 (mai entrata in vigore, per lo stato di guerra prima,
successivamente per la di essa sostituzione da parte della
Convenzione con la Costituzione dell’anno III). Non solo essa
costituisce la repubblica “una e indivisibile” (e si intende non
“a termine”) ma all’art. 28 della Dichiarazione dei diritti
dichiara “Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e
cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può
assoggettare alle proprie leggi le generazioni future”. Con ciò è
chiaro che lo stato politico
è naturale e
necessario, e non c’è rivoluzione che possa cambiarlo, né in
grado dicostruire la società perfetta,
quindi immutabile: si può riformare,
ma non sopprimere il politico
(e i suoi presupposti). L’uomo è zoon politikon,
come affermato da Aristotele e S. Tommaso. Non può cambiare la
propria natura, come di converso crede il marxismo, convinto di
essere “la soluzione dell’enigma della storia”. Benedetto XVI
l’ha così insegnato nell’enciclica Spe salvi:
“Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per
il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più
esserci bisogno. Che egli di ciò
non dica nulla, è logica conseguenza della sua
impostazione. Il suo errore sta
più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo
rimane sempre uomo. Ha
dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà.
Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche
per il male. Credeva che una
volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo
vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il
prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo
solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli”
(i corsivi sono miei).
In sostanza mentre per la natura politica e problematica dell’uomo
e per la necessità del politico (e dello Stato), e quindi per
l’impossibilità dell’estinzione dello Stato, non c’è
sostanziale differenza tra teologia cristiana da un lato e pensiero
borghese dall’altro (giacobini compresi) c’è una radicale
differenza tra quelli (come, in genere, con altre forme di pensiero
politico) e il marxismo, che proprio sulla capacità di costruire
l’uomo nuovo e la società perfetta si fonda.
* Relazione svolta all’incontro dell’Associazione “Identità e
Confronti” il 22/01/2026 in Roma sulle rivoluzioni giacobina e
bolscevica nel pensiero di Furet.