giovedì 13 settembre 2012

Quinta lettera del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti

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Siamo ben certo che l’«Osservatore» di presunti pregiudizi altrui, Stefano Gatti, che non si accorge dei suoi propri pregiudizi non potrà competere sul piano dottrinale con il dott. Valli, che non si accanisce garbatamente contro di lui. Piuttosto ci sembra che mediante una forma letteraria, quella dell’Interlocuzione a personaggi fantastici o reali, che non rispondono, non possono o non vogliono rispondere, stia offrendo ad un più vasto pubblico una utile ed efficace sintesi di temi e problematiche trattati in molti anni di studio. Ciò che qui ci turba e colpisce è l’accenno alla vera e proprio persecuzione che in questa civilissima Europa, che esporta con la guerra il suo “diritto”, la sua “civiltà”, sono migliaia e migliaia le persone alle quali viene inflitto il carcere e la morte civile per meri “reati” di opinione. Addirittura, in un palazzo di giustizia, la citata Esther Di Cesare pretendeva davanti a dei giuristi di professione che venissero sanzionate le opinioni in quanto tali, senza che nessun concreto fare delittuoso potesse giustificare l’esercizio di un diritto penale che sanziona il fatto delittuoso, non il pensiero, e magari anche il sogno. Non solo il diritto è estraneo a tanta barbarie, ma ancor di più lo è la filosofia, nella cui casa la Donatella pensa di aver una stanza. Sui perseguitati del pensiero i media sotto stretto controllo sionista non danno notizia, non danno coperture. Queste persone non esistono, ma sono almeno 200.000 nella sola Germania, dal 1994 ad oggi. E sarebbero da aggiungere i perseguitati negli altri paesi. Il CDEC, e il Gatti, si danno molto da fare perché questa legge venga estesa anche in Italia, aggirando la ratifica parlamentare. Il nostro pensiero non può non andare ad un cittadino tedesco, Hörst Mahler, cui sono stati inflitti anni di carcere, per la sola colpa di aver scritto un libro. Ma ancor più mi turba una notizia esemplare, comunicatami per telefono, di un padre di famiglia cui sono stati inflitti nove mesi di carcere, per aver prestato ad un amico il libro di Mahler. Davanti ala giudice il padre di famiglia sostenne che non condivideva il libro di Mahler, ma che riteneva dovesse essere rispettata e garantita la libertà di pensiero di chiunque. Il padre di famiglia fu condannato, sia pure ad una pena inferiore rispetto a chi il libro lo aveva scritto. Questa è barbarie, cui si deve dare un nome: è il sionismo che proprio in Europa ha le sue radici e la sua forza. Se migliaia di persone stanno in galera ed altre oneste persone, come il dottor Valli, vengono molestate nell’esercizio dei loro diritti politici, non è per caso, ma è perché l’Italia e l’Europa subiscono pesanti condizionamenti.

Antonio Caracciolo


Quinta lettera 
del dottor Gianantonio Valli al signor Stefano Gatti


Gentile signor Stefano Gatti,

            qualche mio sodale ha avanzato l'ipotesi che la Sua persona mi abbia talmente affascinato che non riesco più ormai, malgrado il pervicace silenzio da parte Sua, a fare a meno di relazionarLe qualcosa dei miei pensieri. A questo è dovuta la brevità di tempo intercorsa tra la precedente e questa quinta mia lettera. È d'altronde vero che, non avendo mai risposto alle mie invocazioni, Ella sta rivestendo – e me ne dolgo, curioso come sono di conoscere, a parte la propensione all'insulto, alcunché del Suo intelletto – la parte del Convitato di Pietra.

            Qualche altro sodale – altrettanto stimabile di quelli che mi incitano nel continuare la garbata polemica – ricopre invece un ruolo più critico, invitandomi a staccare la spina all'insegna del già detto de minimis etc. e vista l'assoluta evanescenza, almeno finora, della sua persona. Mordi e fuggi, pensi, hanno definito la Sua irruzione nella mia vita! E Le risparmio altri e più pesanti commenti espressi sulla Sua statura morale (di quella intellettuale, nessuna menzione).

            Ovviamente, mi creda, il cruccio per il Suo silenzio non è dovuto al dispiacere di avere finalmente incontrato – e di averlo perso – un interlocutore dell'altra sponda con quale scambiare quattro opinioni su qualche argomento di presa. Che so? uno a caso, l'Immaginario Olocaustico... come venne ideato e inculcato nei cervelli, goyish come giudaici, o come vengono puniti i suoi miscredenti... purtroppo non ancora in Italia. Un Paese dove ancora, malauguratamente, persiste un minimo di decenza che fa scuotere il capo, indulgenti, davanti ai contorcimenti di certi pazzarielli anche di sesso femmineo. Ma tutto a suo tempo, direbbero i Savi, arriveremo anche in Italia.

            AvvertendoLe negli occhi un guizzo di onestà intellettuale – oh, solo un guizzo, non si monti la testa! – per ora non posso che rimandarLa, immodestamente, alle mie opere, di cui Le fornii l'elenco. O meglio ancora, con più modestia, rimandarLa alle centinaia di opere degli studiosi olorevisionisti. Gran parte dei quali, ne avrà avuto contezza, puniti a dovere in tanti Paesi più evoluti – col carcere, il racket pecuniario, il sequestro di libri e computer, la devastazione della casa, la rovina dell'esistenza, l'attentato dinamitardo o perfino l'acido muriatico in volto – da una demogiustizia intrisa di pilpulismo. Demogiustizia peraltro affiancata da un attivismo giudaico talora francamente criminale.

            Promotori della repressione del pensiero, ripugnanti alla libera discussione, i Suoi congeneri? Davvero, loro che hanno tanto sofferto? Loro, che hanno visto bruciare i sacri libri? Loro, che dubitano di tutto? Loro, gli eterni inquieti? Loro, gli aperti di mente... per quanto intrisi dell'eterna psicosi messianica? Loro, i portatori di quell'anarchica, atavica tara che li fa contestare, pretendendo ragione, persino (il loro) Dio? Loro, gli inventori delle affabulazioni più stravaganti (e remunerative), quali la psicoanalisi? Loro, che hanno inventato il principio di falsificabilità per definire fondato un qualunque discorso? Veda Lei, se vuol vedere. Da parte mia, la rimando alle dette opere.

            Ma bando alle quisquilie. Per il momento offro a Lei – e per Lei ai miei sodali goyish che vorrei immaginare assidui a istruirsi sui libri, piuttosto che telespaparanzati per la «partita» – qualche spunto tratto dal mio «Holocaustica religio - Psicosi ebraica, progetto mondialista».

●   Col presente saggio – revisione, ampliamento e reimpostazione di Holo­cau­sti­ca religio - Fondamenti di un paradigma – nel quale la parola viene lascia­ta per il novanta per cento agli Eletti Arruolati di Jahweh,  riservando a noi per dovero­so rispetto e par condicio giusto un dieci per cento, ci proponia­mo di illu­stra­re 1. non gli aspetti tecnici della questione olocaustica, ormai definitiva­mente inquadra­ta nella corretta prospettiva storica dagli studiosi revisionisti in centinaia di opere, piccola parte delle quali citate in Bibliografia, e 2. neppure le incredibili persecuzioni da tali studiosi subite in trent'anni nei più vari paesi del Libero Oc­ciden­te [vedi La rivolta della ragione - Il revisionismo storico, strumento di verità], e 3. neppure i motivi etici e intellettuali del loro asso­luto diritto a vagliare col massimo di freddezza un argo­men­to storico tra i più controver­si, bensì di trattare  4. delle strutture profonde – religiose e psicotiche – che hanno reso e rendono possi­bi­le, da parte di una oscena Fantasma­tica, l'acceca­mento delle co­scienze e la meta­sta­tizza­zione del giudaismo a livello planeta­rio.

          Il saggio tratta quindi non (come invece usualmente trattato dagli Arruolati e dai loro reggicoda) della teologia dell'Olocausto, cioè del riflesso che costoro pretendono la Nota Vicenda abbia avuto nella psiche dell'uomo quanto alla personalità di Dio – del loro dio ebraico, e quindi cristiano – ma proprio di quella teologizzazione della storia, di quella religione «lai-ca» che da un trentennio si è affermata attraverso un martellamento diuturno e l'uso quanto più disinvolto della diffamazione (ostracismo di ogni tipo agli increduli) e della repressione giudiziaria (ammende multimilionarie e incarcerazione). Religione che andrebbe meglio intesa alla latina quale religio, vale a dire superstizione e allucinazione. Religione certo dotata delle strutture caratteristiche di ogni credo religioso (in particolare, di ogni credo ebraico ed ebraicodisceso), ma intrisa della più alta menzogna e priva di qualsivoglia fondamento razionale e storico... anche se certo non di giustificazione politica e di rendita finanziaria.

      Riprendendo, da pagani quali siamo, il pur ateo Michel Onfray, concordiamo con lui, quanto ai Primogeniti, che «va bene credere, ma pretendere di essere il pastore di chi crede, questo è troppo. Fin tanto che la religione resta un affare personale si tratta, dopo tutto, solamente di nevrosi, psicosi e di altri problemi privati. Ognuno ha le perversioni che può, fin quando esse non minacciano o non mettono in pericolo la vita degli altri. Ma quando la credenza privata diventa un affare pubblico e in nome di una patologia mentale personale si organizza conseguentemente anche il mondo per gli altri, allora il mio ateismo si rimette in moto. Perché tra l'angoscia esistenziale personale e la gestione del corpo e dell'anima altrui esiste un mondo nel quale si muovono e stanno in agguato i profittatori di questa miseria spirituale e mentale. Dirottare sull'intera umanità la pulsione di morte che li tormenta non salva il tormentato e non cambia niente della sua miseria, ma contamina il mondo».

      Visto l'attuale parossismo della caccia alle streghe scatenata dal Sistema a partire dal 1945, ma in modo parossistico dagli ultimi anni Settanta, invitiamo in ogni caso il lettore a far propri i concetti da noi espressi nell'Avvertenza, anche se del rischio che potreb­bero correre le sue e le nostre opinioni, consi­dera­ta la tutela garanti­ta – almeno in Italia – dalla Costitu­zione antifa­sci­sta alla libertà di espressio­ne di ognuno (art. 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione») e malgrado i fulmini sul più vario «vilipendio» (artt. 290 e 406 del CP), non fa conto temere.

      Tanto più che, come detto e per ragioni altamente plausibili – in primo luogo, se­guendo la consorella «torinese» Elena Loewenthal curatrice del vol­tairiano Juifs, per evitare una «strumen­tazio­ne antiebrai­ca così conven­zio­nale, e se vogliamo anche conformi­stica» e per non essere «bendat[i] da presupposti non perfetta­mente obiet­tivi» e non vedere gli e­brei «attraverso gli occhi di un pregiudizio mille­nario carico di veleni teologici e sociali» – tanto più, dicevamo, che il novan­ta per cento delle citazioni non solo è di genuina provenienza arruolatica, ma è stato considera­to iuxta sua et propria princi­pia, cioè in modo del tutto conforme al senso dei testi che ce le hanno fornite.

●   Da parte sua, il Sistema non vorrà certo comportarsi con noi in modo difforme da quanto auspicato nell'incipit di Moshe Carmilly-Wein­berger, docente alla Yeshiva University di New York, al volume di William Pop­per sulla millenaria cen­sura (ed autocensura) del talmudismo da parte cristiana: «Ideas, good or bad, cannot be suppressed by book-burning. Cen­sor­ship is a sign of fear and weak­ness. Dialogue and persuasion are the only means by which an idea can be challen­ged or defended. True demo­cracy is built upon free expression and thought. Human beings must not be depri­ved of these basic rights. The history of mankind reveals the arduous struggle for these rights throughout the last two thou­sand years, Le idee, buone o cattive che siano, non possono essere soppresse dal rogo dei libri. La censu­ra è un segno di pau­ra e di debolezza. Il dialogo e la persuasione sono gli unici mezzi coi quali un'idea può essere contestata o difesa. La vera democrazia è costruita sul­la libera espressio­ne e sul libero pensiero. Gli esseri umani non devono essere pri­vati di tali diritti fonda­menta­li. La storia dell'umanità rivela l'ardua lotta per questi diritti attraverso gli ultimi due millenni».

      «I libri non vanno bruciati mai, per nessun motivo», ci risoc­cor­re la Loewenthal, mentre sempre l'Anti­ca Saggezza con­corda che «far an on­mut kumt kejn patsch, ad una proposta [interpre­ta­tiva] non si risponde con ceffoni». Ancor più, come scordare l'insegnamento «popperiano» di Vilfredo Pareto?: «Prima che una teoria pos­sa essere detta cor­ret­ta, è virtual­mente indispensabile che si sia perfetta­mente liberi di rifiutar­la. Qualsivoglia limita­zione, anche indi­retta o remota, imposta a chi cerca di contrad­dirla basta a renderla sospet­ta. La libertà di esprimere il proprio pensiero, anche contro l'opinione della maggio­ranza o di tutti, an­che quando esso offende i sentimenti di qualcuno o della maggio­ranza, an­che quando è giudicato assurdo o criminale dalla ge­ne­ralità, è sempre favore­vole alla scoperta della verità obiettiva».

●   «L'ultima ca­ratteristica del­la par­re­sìa è che in essa il dire la verità è considerato come un dove­re. Per esem­pio, l'o­ra­tore che dice la verità a coloro che non vogliono accettar­la, e che può esse­re per que­sto esiliato o in qualche modo punito, è libero di stare zitto; nessu­no lo costringe a parlare: ma egli sente che è suo dovere fare così [...] La par­re­sìa è una specie di attività verbale in cui il parlan­te ha uno specifico rapporto con la verità attraverso la franchezza, una certa rela­zione con la propria vita attra­ver­so il pericolo, un certo tipo di relazione con se stesso e con gli altri attra­verso la critica (autocritica o critica di altre persone), e uno specifico rapporto con la legge morale attraverso la li­bertà e il dovere. Più precisa­mente, la parre­sìa è un'attività verba­le in cui un par­lan­te esprime la propria relazione personale con la verità, e ri­schia la propria vita perché riconosce che dire la verità è un dovere per aiutare altre per­so­ne (o se stesso) a vi­ve­re meglio. Nel­la parresìa il parlante fa uso della sua liber­tà, e sceglie il parlar franco invece della persuasione, la verità invece della falsità o del silenzio, il rischio di morire invece della vita e della sicurezza, la critica invece del­l'a­dulazio­ne, e il dovere morale invece del proprio tornaconto o dell'apatia mora­le» (il fran­cese Michel Foucault).

      Ciò in quanto, s'accende Giordano Bruno, faro di luce, «la verità è la cosa più sincera, più divi­na di tutte; anzi la divinità e la sincerità, bontà e bellezza de le cose è la verità; la quale né per violenza si toglie, né per antiquità si corrompe, né per occulta­zione si sminuisce, né per communicazione si disper­de: perché senso non la confon­de, tempo non l'arruga, luogo non l'asconde­, notte non l'interrompe, tenebra non l'avela; anzi, con essere più e più impu­gnata, più e più risuscita e cresce» (Spaccio de la bestia trionfante, dialogo secondo... quello stesso Bruno che non si trattiene dall'in­vei­re contro gli ebrei, «convitti per escremento da l’Egitto, e mai è chi abbia possuto fingere con qualche verisimilitudine, che gli Egizii abbiano preso qualche degno o indegno principio da quelli. Onde noi Greci conoscemo per parenti de le nostre favole, metafore e dottrine la gran monarchia de le lettere e nobilitade, Egitto, e non quella generazione la quale mai ebbe un palmo di terra che fusse naturalmente o per giustizia ci-vile il suo; onde a sufficienza si può conchiudere che non sono naturalmente, come né per lunga violenza di fortuna mai furo, parte del mondo», «una generazione [stirpe] tanto pesti-lente, leprosa e general­mente perni­ciosa, che merita prima esser spinta [spenta = sterminata] che nata», in quanto, così nel dialogo primo della Cabala del cavallo pegaseo, «di natura, inge­gno e fortuna saturnini e lunari, gente sempre vile, servile, mercenaria, solitaria, incomu­nicabile ed inconversabile con l'altre generazioni, che bestialmente spregiano, e da le quali per ogni raggione son degnamente dispreggiate»).

      Ciò in quanto, afferma Baruch Spinoza – sulla scia di Saadia Gaon "il Genio" ben Yosef (882-942): «È inconcepibile che noi [sic: «noi ebrei»] si possa proibi­re un'onesta indagi­ne» – «se nessu­no può rinunzia­re alla libertà di pensare e di giudicare se­condo il proprio criterio, e se ciascuno per insop­pri­mibile diritto di natura è padro­ne dei propri pensieri, ne viene che in una comunità politica avrà un esito sempre disa­stroso il tentativo di costringe­re uomini che hanno diversi e contrastanti pareri a formulare giudizi e a espri­mersi in conformità con quanto è stato prescritto dall'au­to­rità sovrana [...] Ma supponiamo che questa libertà si possa reprimere e che gli uomi­ni si pos­sa­no domina­re al punto che non osino proferir paro­la che non sia con­for­me alle pre­scrizio­ni della suprema potestà. Con ciò, però, questa non potrà mai far sì che essi non pensino se non ciò che essa vuole: onde seguirebbe necessaria­men­te che gli uomini continuereb­bero a pensare una cosa e a dirne un'al­tra, e per conse­guenza si corrom­perebbe la fede, che in uno stato è somma­mente necessa­ria, e si favo­rirebbero l'abo­minevole adulazione e la perfidia, donde l'inganno e la corruzione di ogni buon co­stu­me [...] Quale peggior male può es-servi, in uno stato, che quello di esiliare come malviventi comuni uomini onesti, soltanto perché profes­sa­no opinioni non con­formi, e non le sanno dis­si­mula­re?» (Tractatus theologico-politicus, cap.XX; similmente nel­l'Epistola­rio XXX, rivendicando «la libertà di filosofare e di dire quello che sentiamo: libertà che io intendo difendere in tutti i modi contro i pericoli di soppres­sione rappresentati ovun­que dall'eccessiva autorità e petulanza dei predicato­ri»).

      Ciò in quanto, aggiunge Carmilly-Weinberger, «la voce di un uomo è cosa di sua proprietà, è parte di lui più dei suoi cinque sensi, e nessun potere sulla terra ha il diritto di limitarla o di farla tacere. Il singolo ha l'esclusivo diritto di usarla e farla udire come gli aggrada. Questo diritto fu dato a ogni essere umano quando il mondo fu creato; è parte della natura, non può quindi esser­gli negato. Cio­nondi­meno, molte generazioni nella storia del­l'umanità sono state contrassegnate dalla lotta per la libertà di pensiero e parola. Questa lotta è tuttora in corso. Già ci furono poteri che vollero imporsi e dominare deru­bando l'uomo del naturale diritto ad espri­mere i propri pensie­ri. La censura si impose per ridurre al silenzio la voce dell'uo­mo, ed egli fu costretto a ottenere un particolare permesso per diffondere le proprie idee. I governanti, religiosi come laici, spregiaro­no e non intesero il fatto che impo­nendo tali restrizioni rivelavano la propria debolezza. Le restrizioni della li­ber­tà di pensiero e parola non trovano spazio in democrazia. Tale libertà è il criterio distin­tivo di una vera democrazia. Senza, non possono esistere scien­za o ricer­ca degne di tal nome. Negli Stati totalita­ri l'uomo non può esprimersi o dar voce alle proprie opi­nioni, la censura investe la parola sia detta che scritta. È per questo che molti di questi regimi sono scomparsi dopo avere raggiunto l'acme nella storia. Non poterono sopravvivere, per­ché il loro mon­do era inte­ra­mente costruito sulle armi e sulla paura».

      Ciò in quanto, attesta lo psicologo Wilfred Bion per quanto senza rife­ri­menti all'attossicato popolo ebraico – da compiangere quando vit­tima di un mostruoso Im­maginario, ma assolutamente colpevole quando spre­gia­tore della ragione e dello sforzo di porre in questione ogni inter­pre­tazione sacraliz­zata – «l'esperienza analitica mi ricorda che un sano sviluppo mentale sembra dipendere dalla verità, come l'orga­ni­smo vivente dipende dal cibo. Se la verità manca o è incompleta, la personalità si deteriora». Inoltre, una verità parziale è un'evasione dalla verità, una verità parziale non è verità ma menzogna, per­ché la verità è una sola, una e indivisibile. Celarla per opportunismo o viltà, colpirla o tacerla in un punto, signifi­ca metterla tutta in pericolo, perché nel campo del pensiero non esistono cose indiffe­renti.

      Infine, ben chiude il puritano – un puritano, ed è tutto dire! – Nathaniel Ward, «raccontare una bugia in campo pratico è un grande peccato, che però è passeggero. Ma affermare una cosa non vera in mate­ria teorica si­gnifica avallare ogni menzogna che si trovi dalla radice alla fine di ogni ramo di quella» (The Simple Cobbler of Agga­wam in America, 1647).

                Entrando nello specifico, concludo con un pugno di considerazioni altrettanto pregnanti:

●    Inoltre, come abbiamo sempre pre­sente l'immensa deva­stante di­sperazio­ne del grido di Ernst von Salomon («Ciò che mi opprime non è la nostra sconfit­ta, ma il fatto che i vincitori la rendano as­surda!»), i moniti di Ian J. Kagedan diret­tore del B'nai B'rith per i rapporti col governo canadese («Il ricordo dell'Olo­cau­sto è il principale elemento del Nuovo Ordine Mon­diale [...] Il nostro obiettivo di un Nuovo Ordine Mondiale sarà raggiunto se avremo imparato le lezioni dell'Olocausto», Toron­to Star, 26 novem­bre 1991) e dell'olo-«decano» Yehuda Bauer («L'O­locau­sto è stato uno spar­tiacque nella storia umana»), nonché le speculari conclusio­ni di Pierre Guillaume («Il genocidio e le camere a gas sono la chiave di volta di un'ideo­lo­gia che assicura un dominio spiritua­le e materia­le»), così ab­bia­mo assolu­tamente chiaro il senso della «libertà» concessa dalla democra­zia agli storici, com­pen­dia­to da Heinz Ga­linski, rabbino in Terra Rie­duca­ta: «Wir denken nicht da­ran, die For­schung über das Drit­te Reich frei­zu­geben, Non ci pen­sia­mo affat­to, a per­mettere una ricer­ca scienti­fi­ca sul Terzo Reich» (in H.-D. Sander, Staatsbrie­fe 11/1993)... dato che essa, con­corda al­quanto brutalmente il demi-juif Martin Broszat, direttore dell'Istituto di Storia Contemporanea di Monaco, deve restare «l'arsenale per lo sfruttamen­to politi­co-pedagogico e la legitti­mazione nel presente».

      Ma il fluire del tempo e l'accu­mu­lo di dati, documenti e in­ter­pre­tazioni non po­trà, pur nella repres­sione di ogni spirito libero, che porta­re a riconsi­dera­re il passato secondo ragione e giustizia. Se i singoli revisionisti ven­gono inti­mi­diti e per­seguitati, se la loro vita viene fiaccata e talora spezzata, il Revisioni­smo – intelligenza ed ansia del Vero – si im­por­rà in ogni caso col tempo, spaz­zando il cumulo di crimi­na­le ottu­si­tà che sof­fo­ca ogni essere umano, in primo luogo gli attos­si­cati gio­vani del Popolo Eletto.

      Aspetto, questo, evidenziato anche dal nonconforme ebreo Gilad Atzmon: «L'Olocausto è una religione relativamente nuova. È priva di misericordia o di compassione: al contrario, promette vendetta per mezzo del castigo. Per i suoi seguaci è qualcosa di liberatorio, perché permette loro di punire tutti quelli che vogliono fino a quando ne ricevono piacere. Questo potrebbe spiegare perché gli israeliani sono arrivati a punire i palestinesi per crimini che furono commessi dagli europei. È chiaro che la nuova religione emergente non riguarda solo l'"occhio per occhio"; in realtà, si tratta di un occhio per migliaia e migliaia di occhi [...] La religione dell'Olocausto non offre redenzione. È una manifestazione rozza e violenta di vera brutalità collettiva. Non può risolvere nulla, perché l'aggressione può solo provocare sempre nuove aggressioni. Nella religione dell'Olocausto non c'è nessuno spazio per la pace o per la grazia [...] Negare il pericolo causato dalla religione dell'Olocausto e dei suoi seguaci significa rendersi complici di un crimine crescente contro l'umanità e contro ogni possibile valore umano».

      «Miliardi di eventi» – si indigna il francese Eric Delcroix, avvocato del professor Faurisson ed anch'egli condannato per crimen laesae maiestatis – «che formano la trama della storia umana posso­no essere liberamen­te interpretati da ognuno. Uno solo – l'"Olo­causto" degli ebrei nelle camere a gas tra il 1942 e il 1944 – è stato decretato indiscutibile sotto pena di multe, carcere ed anche, talo­ra, interdizio­ne professionale o morte civile. Le migliaia di anni che pre­ce­dono il 1942 e il mezzo secolo che segue il 1944 posso­no, almeno in via di prin­ci­pio, esse­re oggetto di ogni inter­pre­tazione, mentre la storia degli anni 1942-1944, e solo quella, è stata posta sotto l'alta sorveglian­za delle autorità religiose, politiche, giudiziarie e massmediali di questo paese».

      «Nes­suna e­poca» – gli s'affianca lo storico Alain-Gérard Sla­ma in L'angéli­sme exterminateur - Essai sur l'ordre moral contem­porain (1993) – «è stata tanto prospera né, in linea di principio, libera come la nostra; nessuna è stata così conformi­sta [...] Mai i cittadini delle nazioni democra­ti­che hanno tanto esaltato l'indi­vi­duo, la vita priva­ta, la "società civile". Mai i diritti dell'uomo sono stati così ampiamente ricono­sciuti. Mai tuttavia, neppure al tempo in cui vigeva l'Or­dine mora­le, lo spirito e i costumi sono stati soggetti ad una pressione così costan­te. Mai le opinio­ni e i com­por­ta­menti sono stati a tal punto condizionati dai pre­giu­dizi. Mai l'apparato tecnico di propagan­da e sorve­glianza è stato, se non più co­strit­ti­vo, quanto­meno più subdolo. Mai, in ter­ra democrati­ca, l'estensione del con­trollo sociale è stata accol­ta con una così cupa rassegna­zio­ne. Né mai il potere si è trovato di fronte una o­pinione pubblica più inaffer­rabile, più flaccida. La virtù del­l'in­dignazio­ne sembra essere evaporata assieme alla capacità di sce­glie­re. Il gregge po­trebbe essere mag­gior­mente asservito. Ma non potrebbe essere più gregge di così».

      Nulla, d'altra parte, troviamo da replicare alla saggezza che (in Salcia Landmann, Jüdi­sche Witze "Umo­ri­smo ebrai­co"), sprigiona il col­lo­quio tra un pio ortodosso e un confra­tello miscredente: «Come osi ridere di un Rabbi, cui ogni venerdì sera parla Dio in per­sona? – Come sai che Dio gli parla? – Me lo ha raccontato lui! – Sei sicuro che non sia un bugiardo? - Ma che dici? Potrebbe parlare, Dio, con un bugiar­do?».

      E nulla egualmen­te alla para­noia del tizio che afferma di essere morto e che, a chi gli fa presente che non può esserlo in quanto perde san­gue dal naso, ribatte: «Ma guarda un po', chi l'avreb­be mai detto, anche i morti sanguina­no!»

Lieto di averLe dato materiale da riflessione e in attesa di risentirLa, La saluto – sempre grato alla Siria di Bashar al-Assad per l'esempio di dignità offerto alle generazioni future – con quattro versi del poeta Apollon Grigorev, che auspico verranno fatti propri e insegnati ai figli, a perenne marchio esistenziale, dai più responsabili dei miei sodali goyish: «Non sono nato per le genufles­sioni, / né per fare anticamera, / per mangiare alla tavola dei principi / o per farmi raccontare sciocchezze».

Cuveglio, 13 settembre 2012


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