martedì 1 aprile 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: «La decadenza italiana», relazione al convegno “Per una Nuova Ogettività”,

Testo in corso di editing
con note da aggiungere.

LA DECADENZA ITALIANA

1. La decadenza non è tra i temi più frequentati dalle elites politiche e culturali italiane. In un contesto culturale propenso a credere che l’economia sia il destino e che fatti e processi storici siano da valutare preferibilmente sotto l’aspetto numerico-quantitativo, dovrebbe suscitare  stupore che il dato della decrescita del PIL italiano (del sette per cento dal 2008 ad oggi) non abbia suscitato quasi nessuna discussione; questo in un paese che ama parlare diffusamente e pubblicamente anche dei fatti minimi e irrilevanti.

L’unica spiegazione che si può dare – oltre a quella che parlarne porterebbe alla ricerca dei responsabili (se ve ne sono), cosa pericolosa per chi esercita il potere – è che la decadenza è, per sua natura, opposta all’idea di progresso, e in particolare a quell’idea di progresso nota e assai coltivata negli ultimi due secoli, per cui il progresso è un dato di fatto, (e ancor più una forma di legittimazione per chi se ne proclama fautore); e l’umanità in ogni epoca si trova progredita rispetto all’epoca (al tempo) antecedente, e questo processo non avrà mai limite. Soltanto che i fatti cui far riferimento sono diversi e decisivo, per capire l’andamento, è la collocazione temporale di riferimento. Se si paragona la situazione dell’uomo moderno con quella dell’uomo del neolitico, il progresso è chiaro: in 8-10 millenni è enormemente aumentato il benessere, la durata della vita, le chances di vita. Ma se il periodo di riferimento è diverso, ad esempio tra gli ultimi secoli dell’Impero romano  d’occidente e l’epoca carolingia(circa cinque o sei secoli) parlare di progresso tra l’una e l’altra epoca appare bizzarro. Un servo della gleba carolingio avrebbe considerato con invidia l’antenato, colono di un latifondista: malgrado le vessazioni e le fiscalità della burocrazia del dominato, godeva di edifici pubblici e privati meglio costruiti; di ponti e strade mantenuti, poteva viaggiare anche per mare senza temere pirati e saraceni, e aveva una durata della vita di circa quindici anni più lunga (che è l’indice principale di benessere). Parlargli quindi di progresso – nel senso suddetto – sarebbe sembrata una boutade di cattivo gusto.

La diversità tra il punto d’osservazione e l’osservato ha prodotto pertanto una serie di concezioni dell’ “andamento” della storia, che possono così sintetizzarsi.

L’umanità è in progresso: è quella prima sintetizzata. Nello spazio cartesiano se l’ascissa indica il tempo e l’ordinata la “felicità”, è rappresentata da una retta che cresce verso l’alto.

L’umanità regredisce: è la tesi del pensiero più antico per cui l’umanità ha conosciuto all’inizio della storia l’era più felice (l’età dell’oro, il paradiso terreste, e così via) ed è andata peggiorando: è, una retta che procede verso il basso.

La storia (le vicende umane) si ripete, in cicli più o meno uguali: concezione cara a gran parte del pensiero antico, meno del moderno: nello spazio cartesiano è una sinusoide con andamento medio  - grossolanamente – parallelo all’asse delle ordinate.

2. Tale ultima ipotesi è stata la più frequentata e condivisa: dagli stoici a Nietzsche passando per Vico. Ha dalla sua un argomento forte: quello della costanza (la regolarità) della natura umana, al di là delle varie vicende storiche. Nella sua applicazione “politica”, cioè prendendo in esame le vicende politico-istituzionali, inizia con Polibio di Megalopoli, il quale tuttavia scrive di non essere il primo: “Forse con maggiore diligenza da Platone e da alcuni altri filosofi fu trattata la teoria della naturale trasformazione delle varie forme di governo” . Secondo lo storico greco ogni forma politica conosce fasi di progresso e di decadenza, al termine della quale si trasforma in altra. E passando all’esposizione della successione delle forme di governo scrive che prima è la monarchia; ma quando al primo re (“intronizzato” da una crisi – à la Girard) succedono altri, con i privilegi dei re, ma senza le sue qualità e la necessità che lo aveva favorito, “a causa dei soprusi si accesero odio ed ostilità: il regno si mutò in tirannide. Cominciò la rovina di quella forma di governo, si tramarono insidie contro i re”. Coloro che guidano la rivolta costituiscono del nuovo regime; ovvero l’aristocrazia ; ma succedendo loro i figli “ fanno sorgere di nuovo nel popolo uno stato d’animo simile a quello di cui abbiamo prima parlato, e perciò tocca anche a loro una caduta finale simile a quella toccata ai tiranni”. Quindi, altro rivolgimento  e istituzione di un regime democratico; al quale, una volta degenerato, succede un nuovo regime monarchico. E il cerchio si chiude.

Machiavelli, nei Discorsi (Lib. I, cap. 2) riprende la concezione di Polibio delle tre forme di governo che degenerano e succedono l’una all’altra “Alcuni altri e, secondo la opinione di molti, più savi, hanno opinione che siano di sei ragioni governi: delle quali tre ne siano pessimi; tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili a corrompersi che vengono ancora essi a essere perniciosi” e data la facilità delle forme “buone” a convertirsi nelle “perniziose” “se uno ordinatore di republica  ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo, perché nessuno rimedio può farvi a fare che non sdruccioli nel suo contrario”. E succedendo le forme di governo l’una all’altra Machiavelli conferma che “E questo è il cerchio nel quale girando tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano né governi medesimi, perché quasi nessuna republica  può essere di tanta vita che possa passare molte volte per queste mutazioni e rimanere in piede ”.

Tale concezione dell’avvicendamento ciclico delle forme di governo, e della loro decadenza, ritorna, tra gli altri, in Mosca e Pareto. Il primo scrive che questa s’accompagna alla “mancanza di energia nelle classi superiori, che divengono deficienti di caratteri arditi e pugnaci e ricche di individui molli e passivi… quando la classe dirigente è degenerata nel modo che abbiamo accennato, perde l’attitudine a provvedere ai casi suoi ed a quelli della società, che ha la disgrazia di essere da essa guidata” .

Il secondo vi ritorna più volte, enumerando (come fa anche Mosca) i sintomi della decadenza: attenuazione della mobilità sociale (“cristallizzazione”) soprattutto chiusura della classe dirigente; uso da parte di questa dell’astuzia più che della forza; la classe governante tende a diventare “un ceto d’impiegati, colla ristrettezza di mente che è propria di tal gente” , aumentano, nella classe dirigente, i residui della classe II e scemano quelli della classe I. Quando, nell’impero romano d’Occidente, i barbari lo fanno cadere, invertono le tendenze ricordate . E comincia un nuovo ciclo (o nuova era).

Per Pareto, com’è noto, la regola dei fenomeni sociali è l’andamento ritmico-ondulatorio, per cui ad un periodo ascendente  segue immancabilmente uno discendente, e inversamente . Le “onde” cambiano secondo la durata del fenomeno, e vi sono “vari generi di queste oscillazioni, secondo il tempo in cui si compiono. Questo tempo può essere brevissimo, breve, lungo, lunghissimo” . Scrive Pareto: “Si può dire che in ogni tempo gli uomini hanno avuto qualche idea della forma ritmica, periodica, oscillatoria, ondulata, dei fenomeni  naturali compresi i fenomeni sociali” ; nota peraltro che mentre nel passato  prevaleva la convinzione del carattere ciclico, ora prevale quella favorevole della società, di un bene crescente .

2. Il carattere ciclico non è limitato, ovviamente, ai regimi o alle “forme” politiche. Accanto a questo c’è altro. Quello del chi decade è un altro problema. Essendo ogni comunità umana un aggregato di esseri viventi, e quindi mortali, le sintesi sociali da questi costruite sono soggette allo stesso ciclo: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia.

Spengler e Toynbec considerano specificamente  l’aspetto della decadenza delle civiltà anche in funzione (di filosofia della storia) anti-eurocentrica. Per cui è la civiltà occidentale (o faustiana o anche del cristianesimo occidentale) oggi a decadere. Della quale è parte, e non poco, l’Italia.

Altri, tra cui occorre ricordare Ernste Nolte, (ma l’elenco di quanti sostengono tale constatazione è assai esteso), ad essere nella fase discendente  è l’Europa, detronizzata dalle due guerre mondiali – e successive guerre coloniali – dalla funzione di “guida” del mondo .

Anche al processo di decadenza europeo non è estranea – per motivi sia storici che geografici – l’Italia.

Però a decadere può essere anche – e principalmente -  a seguire i pensatori sopra citati – tra i tanti – anche una comunità e, più precisamente, la sua forma politica.

E qua, di converso, l’Italia si trova da sola – almeno nel contesto sia geografico che di civiltà. É a tale specifica “classe” di decadenza che occorre dedicarsi.

3. In Italia non piace parlare di decadenza sia perché falsifica – o almeno relativizza – l’idea di progresso, sia perché sminuisce il consenso alle elites al governo.

Queste, come tutte le classi dirigenti, necessitano di “miti” (derivazioni, idee, forza, tavole di valori e così via), atte a legittimarle. I quali come tutte le cose ed opere umane (comprese le istituzioni) hanno una nascita ed una morte. Al contrario ciò che si vuole di durata eterna – o almeno lunghissima, con termine in saecula saeculorum, - non ha nascita né morte (o, quanto meno, sono ignote ambedue o una delle due) .

Parlare di decadenza, di idee e realizzazioni obsolete o anche solo rapportate ad una determinata situazione storica e non aventi validità al di fuori di quella, ormai esaurita – e ancor più se la si pretende universale – ha lo stesso senso (e gradimento) di un coro che faccia le prove del requiem per il proprio direttore.

Ciò non toglie che la decadenza vi sia; ed alcuni dati ce la confermano, e servono a chiarirne – per somme linee – la natura. Occorre ricordare che nel 1945 si apriva un nuovo ciclo, dopo una guerra persa e l’occupazione militare, con l’intronizzazione, da parte dei vincitori, di una nuova classe politica, che provvedeva, come da dichiarazione di Yalta, a dare all’Italia una nuova costituzione (peraltro la volontà costituente era anche nella volontà del popolo italiano - v. nota 14, a1); per circa trent’anni durava la fase ascendente; seguita – dopo qualche anno – da quella discendente.

Questa – anche se non esclusivamente – è prevalentemente  decadimento di istituzioni e attività pubbliche (e del relativo personale dirigente). Un dato tra i tanti disponibili, lo sintetizza il PIL italiano è, secondo i dati – il 6° nel mondo – il reddito pro-capite il 12°; mentre il Primo presidente della Corte di Cassazione (quindi non Berlusconi o Dell’Utri) anni fa disse che il funzionamento della giustizia civile italiana la collocava al 156° posto tra gli Stati (che sono, sul pianeta, 181) .

Ciò stante è evidente che la decadenza – o meglio questo fattore porincipale della decadenza italiana ossia del “pubblico” – s’iscrive precisamente nel modello “classico” del ciclo delle istituzioni e dei regimi politici pensato più in relazione a questo che alla comunità cui davano forma. Comunità che continuavano ad esistere (in suo esse perseverare), anche cambiando regime ed istituzioni, il ciclo delle quali non coincide con quello dell’esistenza comunitaria.

La decadenza delle istituzioni è comunque il fattore principale – anche se non esclusivo - della decadenza italiana, che appare chiaro dal peggioramento precedente delle attività e funzioni pubbliche rispetto a quello delle private (in primis i sette punti di PIL persi negli ultimi cinque anni): gli indici di decadenza pubblica erano già preoccupanti quando quelli non pubblici andavano discretamente: la fase discendente degli apparati istituzionali ha preceduto – di almeno vent’anni – quella delle attività private. Il che non vorrebbe dire che quella è necessariamente ed esclusivamente causa di questa; ma che lo è  in misura rilevante.

E che da almeno trent’anni s’intravedessero dei robusti “indici” di decadenza, a partire da quello della divaricazione tra governati e governanti e di calo del consenso di questi è un dato evidente . Dall’inizio poi degli anni ’90, ancora di più perché il crollo del comunismo e la “fine” dell’ordine di Yalta hanno concluso il periodo storico in cui le élites attualmente dirigenti hanno conseguito e mantenuto il potere.

Il tutto con evidenti e vistosi effetti sulla legittimazione e sulla reale capacità d’integrazione dell’ordinamento (v. nota precedente). Nella dottrina politica più antica la crisi (cioè il passaggio da un regime ad un altro e da una fase discendente  ad una ascendente) , era denotata dalla circostanza eccezionale (nel senso schmittiano o anche à la Girard) e dalla consunzione della vecchia classe dirigente (v. per tutti Polibio e Machiavelli). A partire dalla rivoluzione francese l’accento è stato posto sulla legittimità (e sul venir meno di questa). In realtà i due criteri non si elidono, né sono in opposizione; anzi la categoria (moderna) della legittimità può includere la consunzione, attribuita prevalentemente dai più antichi all’aumento del “divario” tra merito e consenso (ambedue decrescenti) della classe dirigente, col conseguente venir meno della “riverenzia” (scrive Machiavelli) dei governati.

4. Diversamente dalle crisi di civiltà descritte da Spengler e Toynbee, l’alternarsi di fasi ascendenti e discendenti dei cicli politici non comporta distruzioni (o rinnovamenti) epocali: non è la caduta dell’impero romano d’occidente o delle civiltà precolombiane, ma solo  il rinnovarsi dell’ordine politico. Indubbiamente una crisi, ma in un certo senso “normale” (perché rientrante nell’ordine naturale delle opere umane). Il pensiero “orientato all’eccezione” moderno quello giuridico in particolare (da Schmitt ad Hauriou, da Jhering a Santi Romano)  non vi vede alcuna “novità”: è la normalità del movimento della storia che comporta il cambiamento (anche) delle istituzioni. Nel pensiero politico realista, soprattutto in Mosca e Pareto, la sostituzione di èlite e regimi consunti, fiacchi e decadenti con elite nuove e vigorose, per lo più produce benefici  sociali rilevanti.

Il cambiamento non quindi è demonizzato; da un canto è considerato come un dato, dall’altro per lo più positivo, almeno nel lungo periodo. È sicuramente appare frutto di visione miope pensare che una situazione, un equilibrio o un regime politico possa essere “cristallizzato” non solo in eterno, ma anche nel breve-medio periodo. Le istituzioni (e le comunità) umane, scriveva Hauriou, sono sempre in movimento e l’ordine che presentano è quello di “un esercito che marcia”; e non, si può aggiungere, quello di un organigramma o di un trattato di geometria. Dietro e dopo la decadenza di un’istituzione si vede un nuovo ordine che è generato; e siccome l’accadere dell’una e dell’altro è regolarità storica, occorre tenerne debito conto.

E per farlo e per non sprecare le occasioni che un rinnovamento dell’ordine politico – in primis quale nuova fase ascendente – offre, vi sono cose da  evitare.

In primo luogo negare che esista la decadenza o sottovalutarla o anche – come capita – attivare la disinformazione (nella forma preferita) di non discuterne. È proprio quello che si pratica oggi in Italia dove si tenta di esorcizzare la decadenza con formule magiche tratte dall’armamentario verbale del progresso “senza se e senza ma”. Delle quali la storia non si preoccupa, come i terremoti degli autodafè.

La seconda cosa da non praticare è tentare di tirare la storia – sempre lei – per la giacchetta. Come? Paretianamente facendo leva sulle derivazioni e sul  tentativo di ri-legittimazione di classi dirigenti e di regimi esausti.

L’argomento all’uopo più impiegato è esaltare la bontà/bellezza/santità delle (asserite) idee delle elite discendenti. Occorrendo contrapponendole alla cattiveria/bruttezza/peccaminosità di quelle dei loro avversari. Ma il limite dell’ (adusata) operazione è che, specie in tempi di crisi e ancor più se le fasi discendenti si prolungano, i governati sono più attenti ai risultati che alle intenzioni dei governanti, alle (di essi) opere più che alle idee. Per cui, certi discorsi si svelano in breve per quel che sono: espedienti per occultare pratiche (e risultati) di segno contrario. Qualche volta (ma è cosa assai rara) prediche di profeti disarmati .

Il presupposto su cui si basa quest’armamentario di giustificazioni è che sia possibile cristallizzare una comunità umana, fermare o anche rallentare il movimento della storia e delle istituzioni. Come prima cennato, all’inverso, Hauriou vede l’ordine sociale come movimento lento e uniforme, che richiede necessariamente adattamenti e innovazioni .

E questa consapevolezza appartiene al giurista francese come a tanti altri, tra cui quella sopra citati, ai quali c’è da aggiungere (tra i molti) Smend e la sua teoria dell’integrazione che Schmitt riteneva uno dei significati del concetto (assoluto) di costituzione e cioè “il principio del divenire dinamico dell’unità politica”.

Che un ordine sociale possa “cristallizzarsi” è contrario non solo a quella dottrina del diritto ma a gran parte del pensiero filosofico, a cominciare dal panta rei di Eraclito.  Oltre che, ciò che più conta, ad un’osservazione, anche non particolarmente profonda, dei mutamenti storici.

In definitiva la concezione criticata trascura che nei fatti sociali vi sono – come in tutti i fatti – sia regolarità (che non si possono cambiare) che variabili (che è nella possibilità della comunità umana innovare): cosa ben nota anche nel pensiero teologico-politico ; e ancor più in quello filosofico, politico e giuridico.

5. Prima di concludere occorre fare due postille. La prima: è da rifiutare la concezione economicista – e in un certo senso, anche marxiana – che la “causa” delle decadenze (e anche della ascendenza) siano economiche. Indubbiamente l’economia ha la sua parte, ma concorrente non determinante o almeno (quasi mai) determinante.

Piuttosto è preferibile la tesi weberiana (e non solo) che sia la cultura e in particolare la religione a muovere le file: sia della fase di decadenza che di ascendenza.

In tal senso, ancora una volta in questa giornata, è il caso di ricordare cosa ne pensava Hauriou.

Secondo il quale esistono nelle istituzioni fattori di decadenza e fondazione: “come fattori di crisi il denaro e lo spirito critico; come fattori di trasformazione (cioè di crisi, ma anche di rifondazione comunitaria e istituzionale) la migrazione dei popoli e il rinnovamento religioso. Alcune di tali spiegazioni sono note: è almeno dal pensiero antico che è stata rilevata (e da sempre ripetuta) la capacità del denaro e dello spirito economicista di corrodere le istituzioni. Ma è meno ripetuto quanto avverti il giurista francese: che alla fine lo spirito economicista finisce per distruggere perfino le proprie creature (come la speculazione finanziaria fa con l’economia reale – è cronaca di questi giorni).

Lo spirito critico (oggi si direbbe relativismo): anche qui, come nelle notazioni sul carattere fondante (le istituzioni) tipico della religione, Hauriou anticipa considerazioni  che avrebbe fatto (anche) Arnold Gehlen. Ma soprattutto demistifica  anticipatamente, e a ben vedere, in una linea di pensiero che va da Vico ai pensatori controrivoluzionari come Maistre e Bonald, l’idea che lo spirito critico possa legittimare autorità e istituzioni. Non foss’altro perché, come scriveva Vico, queste esistono per dare certezze e non verità”.

Come fattori di rigenerazione indicava la migrazione dei popoli e il rinnovamento dello spirito religioso.

Argomento su cui ritornò più volte : considerava la teologia il fond di ogni assetto politico che nei governements de fait (quelli generati dalle crisi) tiene unita le comunità anche nel dissolversi dalle istituzioni e da modo di ricostruirne delle nuove.

La crisi attuale è connotata proprio dal “disordine” economico-finanziario, che ha, come scriveva il giurista francese un secolo fa, inceppato la stessa macchina capitalista (cioè, in un certo senso, se stesso) ; e dallo spirito critico (che in larga misura oggi si chiama “relativismo”) , che corrode i “fattori di coesione”, cioè quelli – principale quello religioso – unificanti. Anche in questo non è difficile notare la stretta affinità tra il giudizio del giurista francese e la situazione concreta, anche se spesso – incoerentemente – contorta nelle contraddizioni del di chi vorrebbe giustificarla. Basti ricordare la bizzarria di una “Costituzione” europea (che non è costituzione), ma era spacciata come tale, che è stata privata del riferimento alle “radici giuridico-cristiane” rifiutandone così esplicitamente i caratteri unificanti (oltre che dimenticando più di un millennio di storia): in vista di un qualcosa (un “melting pot” tra culture) e che non si sa come e se avverrà e soprattutto se potrà unificare veramente popoli diversi.
Teodoro Klitsche de la Grange

(relazione tenuta il 21/02/2014 al convegno  del Movimento “Per una Nuova oggettività” su la “Decadenza”, all’ “Universale” in Roma)

giovedì 13 febbraio 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: Nuove riflessioni sulla “legalità che uccide”.

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1. Non è stata dedicata dai media alla motivazione della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale  che una frazione modesta dell’attenzione tributata al dispositivo. Non appare vivace neanche il dibattito tra gli “addetti ai lavori”. Ed è un peccato perché la sentenza, nelle sue esternazioni – ed implicazioni – è tra le più interessanti della Corte, la quale nell’abbondanza di pronunce su “minutaglie” normative, non ha molte occasioni di occuparsi di materia costituzionale (in senso stretto), come il sistema d’elezione del Parlamento.  Tra i diversi punti che la sentenza solleva, è il caso di affrontarne uno.

Ed è quando la Corte scrive: “E’ evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte la normativa che disciplina  le elezioni per la Camere e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale  eventualmente adottata dalle Camere.

Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate,  compresi gli esiti delle elezioni svoltesi  e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena di ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. “retroattività” di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984).

Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti.

Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali.

Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. E’ pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finchè non siano riunite le nuove Camere»… ”.

Detta motivazione, nella conclusione non contestabile, rende palese il fine di salvaguardare l’esistenza dell’organo-Parlamento, e di quelli dallo stesso “dipendenti”, dagli effetti che da una sentenza sull’invalidità della composizione delle camere, potevano (logicamente) trarsi.

2. Ossia, dal principio – generalissimo – della nullità derivata, ripetuto da millenni: quod nullum est nullum producit effectum (quindi, soprattutto quello di porre in essere altri atti validi); quod non est confirmari nequit; e nel diritto vigente richiamando in tanti testi vigenti (v. tra gli altri, art. 604, IV comma c.p.p.; art. 159 c.p.c.; art. 829 c.p.c.) e in ancor più numerose pronunce giudiziarie (1).

La nullità derivata si applica – in linea generale – anche per gli atti formati da organi (o uffici) non validamente costituiti (v. Cass. pen., 26/04/1989; 1; 2; 3).

Ne consegue, a voler applicare detto principio (generalissimo) che le Camere invalidamente elette e altrettanto invalidamente composte (ma tranquillamente agenti) avrebbero dovuto essere rispedite a casa, convocando nuove elezioni.

La Corte ha cercato in tutti i modi di evitare la conseguenza (ovvia) della propria decisione ricorrendo a delle giustificazioni legali poco plausibili, e ad una (non legale) sicuramente condivisibile.

Appartiene al novero delle prime il richiamo ai “rapporti esauriti” per la compiuta chiusura del procedimento elettorale, onde sarebbero salvaguardati gli atti successivi delle camere illegalmente elette e composte. In breve: un procedimento di elezione – o nomina – illegale dell’organo concluso rende legali gli atti dello stesso, proprio perché concluso.

Tutto il contrario di quanto emerge dal diritto passato, vigente (e vivente).

È corretto, al contrario, il richiamo al “principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali.

Perché è condivisibile, cosa ne consegue e dove porta? anche considerando la dottrina costituzionale?

Otto von Bismarck
3. Una delle difese più appassionate di quel principio – decisivo per la storia europea successiva (2)  - la fece Bismark in un famoso discorso alla dieta prussiana. Diceva il cancelliere che “Uno statista, assai esperto in materia di costituzione, ha detto che l’intera vita costituzionale è sempre una serie di compromessi” se il compromesso non si trova “allora s’interrompe la serie dei compromessi e al loro posto nascono i conflitti, e i conflitti, visto che la vita dello Stato non può mai arrestarsi, diventano questioni di forza; chi ha la forza nelle mani tira innanzi per suo conto, perché appunto la vita dello Stato non può mai arrestarsi neppur un istante.” E dopo aver esaminato le varie posizioni e ammesso che  nella Costituzione vi fosse una lacuna (relativa all’approvazione del bilancio dello Stato) così si esprimeva “Non terrò più a lungo dietro queste teorie: basta a me la necessità che lo Stato esiste e che nella visione più pessimista esso non può lasciar accadere quello che si verificherebbe quel giorno che le pubbliche casse fosser chiuse. La necessità sola è quella che decide; di questa necessità abbiamo tenuto conto, e voi stessi non pretendereste certo che il pagamento delle rendite fosse sospeso e che non corrispondessimo agli impiegati i lor stipendi” e conclude sul punto “ Che il presente stato delle cose sia contrario alla Costituzione lo contesto nel modo più formale adesso come prima” (3).

Ma non è men vero che quanto sostenuto da  Bismarck in tale discorso sia condiviso dalla migliore dottrina del diritto a cominciare da Santi Romano, per il quale la necessità è fonte di diritto, superiore alla legge (4); o nelle pagine di Heller (5); ed è conseguente all’affermazione di Sieyés che “la Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto d’esistere”, per cui finchè esiste non può essere privata dal governo costituito, e così della propria capacità d’azione ed esistenza politica, per sentenza (6).

Tuttavia, ancorché condivisibile, tale assunto della Corte non è legale: è costituzionale ma non legale.

Non è legale per i motivi esternati dalla Corte nella sentenza: urta contro quanto si può desumere dagli articoli  ivi citati della Costituzione. Non è neanche costituzionale nel senso più diffuso, della costituzione c.d. formale (cioè quello preferito dai normativisti), per la medesima ragione. Ne consegue che la Corte ha fatto uso, (punto 7.0 della motivazione della sentenza) non di quel concetto di costituzione, ma di un altro. A prescindere, per detto concetto, dall’ovvio richiamo a Schmitt (7), si può ricorrere – per chiarirlo – alla concezione di Lavagna di costituzione in senso sostanziale, sinonimo di ordinamento costituzionale (8). Precisandolo ulteriormente e sotto il profilo funzionale, la costituzione “necessaria” o “essenziale”, e la forma qui dat esse rei, quella che rende possibile l’azione e l’esistenza politica della comunità e dell’istituzione.

Per cui la parte della Costituzione che consente quelle non è “annullabile” per sentenza – o meglio la sentenza non si applica perché non si può annullare per decisione giudiziaria (anzi a ben vedere neppure giuridica) uno Stato.

Una norma (statale) vige perché è voluta e emanata da uno Stato il quale “non è un astrazione e si realizza in concreto”: senza quel realizzarsi in concreto, non c’è nessuna norma che possa “vigere” ovvero che sia (più o meno efficacemente) applicata.

La conseguenza delle affermazioni della Corte non si limitano a quanto sopra. C’è da aggiungere che non c’è scritto in alcun luogo della Costituzione formale che occorre far salvo “il principio fondamentale della continuità dello Stato”. E’ appena il caso di cennare che la Costituzione parla di principi (v. atti 1-13); ancor più i costituzionalisti (sia vetero che neo) che trovano conforto nel fatto che la scriptura della costituzione chiarisca quali sono i principi (anche se quelli scritti non esaurirebbero la  “classe-principi”); ma nessuna norma scritta, neanche estendendone il significato a dismisura, prevede il principio fatto proprio della Corte, per non applicare (o meglio applicare a metà) la propria sentenza.

Il che pone il problema se non avesse ragione De Maistre allorché scriveva che  ciò che “c’è di più essenziale, più intrinsecamente costituzionale e di veramente fondamentale non è mai scritto e neppure potrebbe esserlo senza mettere in pericolo lo Stato” (9). In effetti la pronuncia in esame conferma la giustezza  della tesi del pensatore controrivoluzionario.

Concezione che sia prima che dopo De Maistre è stata condivisa da pensatori politici e giuristi non foss’altro perché, prima delle rivoluzioni francese e americana quasi tutte le costituzioni non erano scritte né formulate in atti appositi e organici; dopo, anche se poche, ve ne sono state (di non scritte); ma nessuno l’ha formulata con la radicalità del pensatore sabaudo (10).

Il tutto pone un altro problema: se è vero che la  Costituzione non scritta esiste e prevale – spesso – su quella non scritta – che valore può avere limitare alla costituzione formale e alle di essa norme, valori, principi il carattere costituzionale? (11)

Mortati scriveva che “la pretesa di esaurire nella Costituzione scritta l’intero sistema si è rivelata sempre più illusoria” (12). E in ciò si può sintetizzare il “nocciolo duro” di quanto espresso da tanti, che fondano la Costituzione scritta su elementi non scritti e neppure giuridici, nel senso  - tra l’altro - di fondare il diritto senza essere giuridici (e normativi) né (in larga misura) giustiziabili (Justiciables). Quel che parimenti interessa è che proprio tali elementi e presupposti non scritti sono quelli squisitamente costituzionali nel senso di co-stituire (cioè tenere insieme in modo stabile e ordinato) una comunità politica (13).

Ma proprio per questo il contributo che la Costituzione scritta può dare all’ordinamento costituzionale è secondario. Tanto per fare un esempio quasi tutte le costituzioni moderne sono frutto di una decisione deliberata, la quale presuppone l’esistenza sia della comunità politica che del potere costituente. E l’uno e l’altro non sono “modificabili” attraverso una procedura giuridica perché sono essi a costituire le condizioni minime perché una costituzione (atto del potere costituente) esista e abbia validità; con l’ulteriore conseguenza che ogni norma costituzionale e in generale la costituzione stessa debbano interpretarsi nel senso di presupporre l’esistenza della comunità politica e del potere costituente. Interpretare o applicare le norme costituzionali in senso contrario a detti presupposti costituirebbe un colpo di Stato. Che se è tale, ha bisogno del sostegno di frazioni organizzate, anche dell’opinione pubblica; se è altro, diventa inefficace, fonte solo di confusione e decomposizione.

D’altro canto l’affermazione della Corte conferma altre due circostanze presupposte. La prima l’applicazione del principio di Spinoza che ogni cosa esistente “quantum in se est, in suo esse perseverare conatur”.

Il che comporta che l’esistente prevale sul normativo; e questo vale in quanto e se non in contrasto con quello.

La costituzione è insieme l’istituzione e regolazione dei poteri di governo e la garanzia dell’esistenza politica e dell’azione della comunità (e dell’istituzione in cui è organizzata). Uno degli aspetti (e finalità) della quale è la durata (cioè – anche – la continuità), come scriveva Hauriou e come, analizzando il principio del “conatus” scriveva Spinoza.

L’altro, che il politico è decisivo rispetto al giuridico: il che non è altro che una specificazione della prevalenza dell’esistente sul normativo. Anche questa ripetuto da tanti che non è il caso d’insistervi, dati i limiti di questa nota.

Piuttosto c’è da chiedersi che ruolo nella comprensione ed elaborazione di una teoria costituzionale, abbia quanto ripetuto da cori di giuristi in questo secondo dopoguerra, cioè norme, valori, principi (questi intesi in senso normativo e non di forma politica). La risposta è ovvia e confermata, tra l’altro, da questa sentenza: contingente e secondario.

Contingente perché necessario perché una comunità esista ed esista politicamente e che vi siano organi in grado di assicurare l’esistenza e l’azione politica: che questi poi debbano fare questo o quell’altro, applicare questa regola o quel valore è contingente, purché non incide sull’esistenza ma, semmai, sul modo di questa. E così è secondario, perché non concerne l’esistenza della comunità, cioè l’essenza, cioè che “dat esse rei” ma solo l’accidentalità del tipo e modi scelti per la convivenza in comune in un dato momento storico.

NOTE

(1)  v. Cass. civ., sez. I, 28/07/2006, n. 17247; Cass. civ., sez. trib. 08/02/2006, n. 2798; C. conti, sez. I giur. centr. app., 03/09/2004, n. 303/A; C. Stato, sez. V, 17/09/1996, n. 1141; C. Stato, sez. IV, 03/07/1986, n. 458; e pluribus.

(2) Qualcuno scriverebbe purtroppo; dalla determinazione che Bismark dimostra in quel discorso derivò la riunificazione della Germania, fatto del quale – ancora recentemente – molti non risultano entusiasti, a cominciare da un politico fine come il defunto Andreotti.

(3)   V. discorso del 27-01-1863.

(4)  La necessità è fonte autonoma del diritto, superiore alla legge. Essa può implicare la materiale ed assoluta impossibilità di applicare, in certe condizioni, le leggi vigenti e, in questo senso, può dirsi che «necessitas non habet legem». Può anche applicare l’imprescindibile esigenza di agire secondo nuove norme da essa determinate e, in questo senso, come dice un altro comune aforisma, la necessità fa legge. In ogni caso, «salus rei publicae suprema lex». Diritto costituzionale generale, Milano 1947 p. 92.

(5) Tra l’altro ricordiamo “Di fatto, l’unità statale non ci è data né come unità organica, né come unità frutto di una finzione, ma come un tipo particolare di unità di azione umana organizzata: la legge dell’organizzazione è la legge fondamentale della formazione dello Stato. La sua unità è l’unità reale di una struttura d’azione la cui esistenza viene resa possibile nella forma dell’interazione umana, tramite l’agire di specifici organi consapevolmente indirizzato alla formazione effettiva dell’unità” v. Dottrina dello Stato, Napoli 1988, p. 355.

(6) A cui corrisponde che, avendo il potere costituente l’esistenza di quelli costituiti dipende dalla volontà nazionale.

(7)   Verfassungslehre, trad it. di A. Caracciolo, Milano 1984, pp. 15 ss.

(8) Lavagna sosteneva che “del contenuto generale degli ordinamenti costituzionali, si devono distinguere parti necessarie ed eventuali. Le prime saranno rappresentate dalla materie necessariamente, ancorché implicitamente  regolare, acciocché uno Stato esista. Le seconde dalle materie che, in seno alle prime o anche al di fuori di esse, risultino volta a volta disciplinate ed assorbite nel sistema, secondo criteri materiali o formali” v. Diritto costituzionale, Milano 1957 p. 166; di seguito scrive che “Secondo una opinione assai diffusa e, possiamo dire classica, il diritto costituzionale è, dal punto di vista sostanziale, quella parte dell’ordinamento giuridico statale che riguarda l’organizzazione dei poteri sovrani; vale a dire del governo in senso lato”, op. loc. cit. (i corsivi sono nostri).

(9)    «Que ce qu’il y a de plus essentiel, de plus intrinsèquement constitutionnel et de véritablement fondamental, n’est jamais écrit, et même ne saurait l’être, sans exposer l’état» Des constitutions politiques, Paris s. d., De Maistre fa quest’affermazione nel noto contesto della « storicità » anni della  « provvidenzialità » degli ordinamenti, criticando con l’affermazione di Thomas Payne che una costituzione non esiste se non la si può mettere in tasca. E invece esiste eccome.

(10) Neppure il bolscevismo (nascente) al potere, che accusava d’ipocrisia la redazione in forma scritta delle costituzioni borghesi “Da questo punto di vista bisogna sempre distinguere in un regime borghese la Costituzione scritta dalla non scritta, cioè un «foglio di carta» col nome di Costituzione dal reale rapporto delle forze sociali d’un dato paese” così (v. P. Stutcka “La costituzione della R.S.F.S.R. in domande e risposte”, Milano 1920), è stato così consequenziale. Non foss’altro perché limitava l’ “ipocrisia” della forma scritta alle costituzioni borghesi; mentre De Maistre considerava la propria concezione valida per tutte le costituzioni.        

 (11) Questo senza voler introdurre la nota distinzione tra materia costituzionale e costituzione formale, che è un problema a latere.

 (12)  v. C. Mortati voce Costituzione in Enciclopedia del diritto, vol. XI, p. 181.

 (13) Di solito poi scrittura e “giudiziabilità” crescono se dai “piani alti” dell’ordinamento si va verso quelli “bassi”.


Teodoro Klitsche de la Grange

Note in corso di lettura del libro di Ala Friedman, «Ammaziamo il Gattopardo», uno scoop, appena uscito, di cui tutti parlano.

Ero indeciso se comprare il libro, spendendo i suoi 18 euro, e soprattutto impiegando il tempo occorrendo per leggerlo, a detrimento degli altri libri che ho in lettura e che son tanti. Mi ero detto che tanto quel che c’era da sapere ormai lo avevo appreso da quanto se ne è ampiamente riferito e pertanto poteva risparmiarmi sia i soldi sia il tempo occorrente per leggerlo. Questi i propositi, entrando in una libreria Feltrinelli, dove ero orientato all'acquisto di alcuni libri di dizione, per imparare a parlare bene in pubblico, come sanno ben parlare i politici navigati. Poi, visto che il libro di Friedman c'era, ed il costo non mi appariva eccessivamente elevato, ho sacrificato uno dei due libri di dizione che intendevo comprare, ne ho acquistato uno solo e con al posto dell'altro ho caricato il libro di Friedman. Giunto a casa ne ho iniziato la lettura e subito alla prima pagina è scattata la sorpresa. Quale?

I miei cinque lettori sanno bene quanto io sia, diciamo pure “pigro”, ma forse non è la parola giusta. Scrivere nella dovuta forma un testo, in buona lingua e in buona forma, può essere un lavoro che richiede un tempo infinito. Appunto “Infinito”. Quanto tempo ci vorrebbe per ognuno di noi se dovesse scrivere gli Undici versi di cui consta l'omonima poesia di Leopardi? Per questo, spesso o quasi sempre mi accontento di gettare delle rapida note, sulle quale poi eventualmente ritornare, avendone il tempo o ravvisandone la necessità. Ne viene fuori una scritta, spesso piena di refusi, ad anche di sgrammaticature, sulle quali ho visto accanirsi alcuni miei nemici in malefede. A loro dico adesso: se il vostro padrone mi paga quanto paga voi per scrivere contro di me, forse posso integrare il mio reddito in modo consistente e darvi in cambio buoni testo, forse perfino «L’Infinito» o la «Divina Commedia». A parte gli scherzi, che spero vengono riconosciuti come tali, ritengo che la rete consenta un tipo di scrittura e uno stile che è diverso da quello della carta stampata, dove un testo nasce morto, cioè immodificabile e rigido come la morte.

Ciò premesso, mi resta da dire quale sarebbe dunque la mia sorpresa alla prima pagina del libro di Friedman. Un momento che vado a pescare due miei precedenti post. Uno è questo e l'altro si trova qui. Non sono autocitazioni, cose contrarie al galateo. Ma è per dire che il libro di Friedman inizia con la descrizione di una manifestazione a Roma, il 15 gennaio 2011, dove anche io ero presente e per la verità non ho visto le cose di cui Friedman parla. Ne avevo avuto prima il sospetto che Friedman stesse citando quell'evento, ma po l’ho escluso quando egli parla addirittura di «un palazzo, un intero palazzo ha preso fuoco...». Ma quando? ma dove? Io non me lo ricordo il palazzo bruciato... Era presente lo stesso Friedman? Ha visto lui le cose che descrive? Io ero partito da piazza Esedra. Eravamo proprio in tanti ed il corteo era pacifico. A San Giovanni non potemmo entrare perché la piazza era preclusa da sbarramenti di polizia. Sentivamo i rumori di botti, ma nella piazza non si poteva entrara. Io restai a lungo per poi entrare nella piazza quando ce lo consentirono. Di quel giorno, 15 ottobre, mentre in altri parti del mondo si svolgevano analoghe manifestazioni, di cui Egeria in questo blog ha fatto mirabili post, di cui si consiglia la lettura, dico di quel giorno io conservo una altra immagine ben diversa da quelle descritte da Friedman. Un ragazzino che forse poteva avere 16 anni che armato dei suoi piedi prendeva a calci una specie di carro armato della polizia. Poi conservo l'immagine dello stesso ragazzino portavo via per un braccio da un poliziotto di dimensioni doppie. Collegato a questo ricordo, qualche giorno dopo, conservo l'immagine di Di Pietro davanti a Montecitorio che invocava pene ancora più severe di quelle esistente. Io mi misi a sfotterlo mentre rilasciava la sua intervista. E se l'ebbe a male, andandosene via trattandomi con sufficienza. Per fortuna, non frequenta più le stanze di Montecitorio, dove in quel momento io mi trovava per altra storia che pure avevo intrapreso a narrare in quei giorni. Lessi poi di pesantissime condanne inflitte ai ragazzini del 15 ottobre 2011. Queste ricadute repressive escono poi dalla luce dei riflettori dei media, ma nella mia memoria di quel 15 ottobre non ho traccia del “palazzo bruciato” bensì solo del minuscono ragazzino che impavido prendeva a calci l'immenso automezzo blindato della polizia di stato, quella stessa a cui Grillo chiede di non massacrare il popolo che si ribella e di non far consistere il loro mestiere nel proteggere armati di tutto punto, mentre dietro di loro un ineffabile Gasparri alza il dito medio contro i cittadini che manifestano fuori del Palazzo.

Almeno per questo episodio il libro si annuncia interessante. Non credo che Friedman fosse presente alla dimostrazione di San Giovanni, ma mi sta dando certamente una lezione di come si possa parlare di eventi per i quali non si possa dire «c’ero anch’io», come invece io titolai allora, senza pensare di scrivere un libro che magari poteva essere uno “scoop”, e magari farmi arricchire. Questa non è una critica assolutamente e non vuole togliere interesse o pregio al libro, che continuerò a legge, non tutto di un fiato, ma per lunghe pause e intervalli, durante i quali annoterò qui le mie osservazioni e rilflessioni, se mi parrà il caso, ne avrò il tempo o la voglia...

Il libro prosegue con una carrellata sui grandi personaggi degli anni ottanta, dipinti come semidei, quando oggi sappiamo che erano dei gran pezzi di m.... Come aveva accesso Friedman a questo Olimpo? La sua entratura era quella di giornalista, di un grande quotidiano economico, il Financial Times, considerato il più importante del suo genere. Vi erano persone come Ligresti che avevano interesse a farsi fare una intervista su quel quotidiano, una sorta di autopromozione.  Da qui si spiega la posizione del giornalista Friedman e le sue numerose frequentazioni. Il discorso qui è sull'«apparire», o il non apparire, trascorrendo tutta la propria vita in un onesto lavoro al riparo dei riflettori. Un lavoro i cui proventi maggiori andavano alla galleria di semidei dipinta da Friedman, che riporta pure come in quegli anni l'Italia venisse collocata al quinto posto per importanza economica. Dove sia finito tutto quel denaro e come sia stato trafugato possiamo solo immaginarlo, ma ci dicono poi che siamo “complottisti”. E mi dilungo. Tralascio tante cose che mi vengono in testa e che richiederebbero almeno una buona mezz'ora di tastiera, dicendo cose poi in fondo inutili. Intanto Friedman compare in tutti i talk show e questo dovrebbe aumentare le quotazioni e le vendite del suo libro, che non è un austero trattato di filosofia, di quelli che sondano le profondità dell'essere e sono in genere di difficile lettura, solo per addetti ai lavori.

mercoledì 12 febbraio 2014

Dal “reato di ipnosi” al “colpo di testa”. Bozza di una critica accademica a Ainis e Chiola sull'esistenza di un “colpo di stato permanente” e di una “situazione eccezionale” dove “decide” il “sovrano”

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Predispongo qui lo spazio virtuale per sviluppare tutti i concetti e gli aggiornamenti di un dibattito in corso dopo aver stabilito un collegamento testuale, un link, con l'area commenti del blog di Beppe Grillo, dove occorre racchiudere i propri interventi entro i 2000 caratteri. Non è poco se si considerare che ciò che ci resta dei filosofici presocratici – quando secondo è stato toccato il vertice del pensiero greco - non supera spesso i 2000 caratteri. Ad esempio, il brano a tutti noto di Protagora secondo cui «L’uomo è misura di tutte le cose: di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono». Se assistiamo ai dibattiti di questi giorno incandescenti, è facile verificare come dalle diverse parti in conflitto ognuna formuli i propri giudizi a seconda della propria convenienza. Assolutamente inutile andare a cercare una oggettività, una verità al di sopra delle parti. Anzi, direi, che il disprezzo per la Verità sia assoluto. Si ammette tranquillamente che non esiste altra verità se non la propria e l'abilità dei politici consiste nel dimostrare di avere sempre ragione, mentre il torto è sempre degli altri. Non manca in questo “spettacolo” l'estromissione dal gioco di chi rivendica la propria diversità ed afferma una Verità che sia o possa o debba essere di tutti, ad esempio dicendo con striscioni stesi in giù dal tetto di Montecitorio che «la costituzione è di tutti», una costituzione che ha i suoi sacerdoti stipendiati che sono i professori ordinari di diritto costituzionale, consultati nei talk show per avere lumi definitivi a fronte di pareri profani. Il guaio è che questi “lumi” dicono poi cose contrapposte, in tutto o in parte, e dunque non pare che per questa via si possono avere quelle certezze che ognuno di noi, certamente con umiltà e senza spirito polemico e arrogante, è meglio cerchi innanzitutto in se stesso, facendo uso della propria “testa” non sbattendola al muro, o facendola uscir di senno, ma confidando in essa più che in quella altrui. Un proverbio popolare, che io conosco nella versione dialettale calabrese, dice che è più savio il pazzo in casa propria che il saggio in casa altrui. Qui la casa è l'Italia ed il pazzo è il popolo italiano. Tutti gli altri sembrano “stranieri” trapiantati nella nostra casa per depredarla e prenderci in giro, dicendo magari che i nostri timori, gli allarmi lanciati ai concittadini non sono altro che “colpi di testa”, potendo invece stare ben tranquilli, essendo in buone “mani” e potendo dormire sogni tranquilli, giacché si vede già la “luce in fondo al tunnel”, una luce che gli scettici avvertono essere invece un treno che avanza e che ci viene addosso.

Ma ecco qui il link dove andiamo a collocare i nostri 2000 caratteri di commento, stabilendo una connessione reciproca, dal blog di Beppe Grillo a questo mio blog e da “Civium Libertas” a al post di Beppe Grillo dove si è dato l'annuncio della messa in stato d’accusa per Alto Tradimento del presidente della Repubblica. Il mio commento è nascosto fra altre centinaia e col tempo anche migliaia di commenti, aperti ad ogni cittadino lettore del blog ufficiale del Movimento Cinque Stelle, che non ha altri organi di espressione e non dispone di nessun finanziamente pubblico come tutti i quotidiani di regime e la televisione di stato, i cosiddetta media, la cui “informazione” è definita da John Pilger come una “emanazione del potere”, una espressione dotta che ci riporta alla dottrina di Plotino.

Ecco dunque il testo, racchiuso entro i 2000 caratteri, appena postato nel blog di Beppe Grillo “Impeachment a Napolitano: vogliamo sapere”:
Fonte
Ier notte, nella trasmissione di Vespa si chiedeva il parere di due costituzionalisti, Aines e Chiola, sull'esistenza di un “colpo di stato” e sulla validità dell’accusa di Alto Tradimento mossa dal Movimento Cinque Stelle al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il quale aveva reagito con sufficienza a questo addebito, rinnovato poi dalle rivelazioni del giornalista Friedman.

A “piazza pulita” Aines aveva parlato di “reato di ipnosi” che solo poteva contestarsi al presidente Napolitano, avendo i partiti sottoscritto a pieno il suo “operato”. Dal “reato di ipnosi” Aines è poi passato al “colpo di testa” attribuito a quanti secondo lui in modo infondato parlano dell'esistenza di un “colpo di stato” e denunciano un sostanziale sovvertimento dell'assetto costituzionale.

Nessuno ha parlato finora di carri armati, se è questo che si intende per “colpo di stato”. Formuliamo qui la nostra tesi, ma si rinvia al blog "Civium Libertas" per gli sviluppi della critica ai “costituzionalisti” Aines e Chiola.

Carl Schmitt definisce il “sovrano” come colui che decide sullo “stato di eccezione” ossia in una situazione non prevista e non ammessa. Orbene che nell'estate del 2011 vi fosse una “crisi” ovvero uno “stato di eccezione” è cosa che riconoscono tutti, politici e giuristi (Chiola).

Cosa ha fatto Napolitano?

Ha conferito in sordina a Monti l'incarico di formare un nuovo governo, ben PRIMA che che si aprisse la crisi FORMALE prevista dalla costituzione.

È vero: i partiti hanno POI sancito una “decisione” extra-costituzionale.

Vi è stato dunque un “colpo di stato” e il passaggio dalla forma di governo “parlamentare” allo stato “presidenziale”, di cui anche il governo Letta è chiara espressione.

Di quale altra “riforma” si vuole parlare?

È stata già fatta!

Ad aver "tradito" non è stato il solo Napolitano, ma insieme con lui hanno "tradito"  tutti i partiti “illegittimi” ex tunc.

Si può chiedere a una "maggioranza” di "traditori” di riconoscersi come tali?
Segue per affinità tematica anche il seguente “commento” al post “Il nonno di Montecristo” , e seguiremo analogo criterio di accorpamento dei “commenti”, se vi saranno sul blog di Beppe Grillo altri interventi omogenei sulla stessa materia. Rispetto al nostro testo originario, scritto sempre di getto, ci riserviamo iterventi modificativi di carattere formale o sostanziale.
Fonte
Vorrei ribadire un concetto già espresso in altri miei commenti.

È vero che l'impeachment è stato liquidato in 20 minuti, dando dello scemo a chi lo sostiene, poiché si dice che non ve ne sarebbero i presupposti formali e sostanziali.

Noi sappiamo però che esistono infiniti modi per "tradire”.

Come insegna la storia di Montecristo, i traditori possono essere più di uno e agire di concerto.

Ben sapendo tutti i parlamentari di essere sul piano "sostanziale" niente altro che dei “nominati” (da chi?) e non degli “eletti” (direttamente dal popolo), ed avendo avuto perfino recente "formale" conferma di essere degli "illegittimi”, lealtà avrebbe voluto che si precipitassero nuovamente alle urne, senza indugio alcuno, per ricevere quella legittimazione popolare che a tutti manca.

Invece che fanno?

Se ne stanno attaccati al seggio e allo stipendio netto di oltre 10.000 euro mensili, naturalmente per il bene del paese e non per il loro utile privato.

Da questi signori cosa mai ci si può aspettare?

Sul banco degli accusati di "alto tradimento del popolo italiano" dovrebbero sedere anche costoro insieme con il "loro" Presidente.

Possono proprio loro giudicare sulla ammissibilità della procedura di Impeachment presentata dal Movimento Cinque Stelle?

Peccheremmo noi di ingenuità se ci fossimo aspettati altro risultato che una bocciatura in appena 20 minuti di seduta.

La procedura avviata è stato tuttavia inutile perché in realtà si è inteso adire non un Tribunale fatto di Traditori, ma direttamente il Popolo italiano, che adesso sa e non può più ignorare, malgrado l'azione dei media e di certi "costituzionalisti” che fanno di tutto per manipolare e occultare la verità delle cose.

Le contraddizione e le incoerenze, formali e sostanziali, del sistema regime si succedono ad una frequenza tale per cui assistiamo a una implosione permanente, come dei fuochi di artificio che sembrano non finire mai e dove il botto successivo è più grande e spettacolare di quello precedente.
Il dibattito è qui aperto a quanti vogliono intervenire e pensano di poter dare utili chiarimenti e riflessioni, per la quali anticipatamente ringraziamo. Si veda intanto l'approfondimento di Teodoro Klitsche de la Grange, che esamina le implicazioni della decisione della Consulta che dichiara l'incostituzionalità del Porcellum ma pone non pochi problemi sulla situazione che la stessa corte viene a creare in conseguenza della sua natura di organo in parte giurisdizionale ma non meno di natura politica, espressione essa stessa del sistema dei partiti.

(testo in elaborazione: segue)

lunedì 27 gennaio 2014

Contro il giorno della Memoria

Con questo titolo «Contro il giorno della memoria» esce un libro di Elena Loewenthal, persona spiritualmente e concettualmente a me estranea, un libro che andrò a comprare e che leggerò insieme ad altri dello stesso genere. Non credo proprio che ciò che leggerò in questo libro corrisponda alla mie stesse ragioni per le quali sono “contro” una imposizione inaudita che fa pensare alle conversioni religiose forzate e di massa in epoche che pensavamo remote e irripetibili. Non sono letture piacevoli e rasserenanti, ma occorre leggere con particolare attenzione i libri che non si condividono, che appartengono all'altro campo. E non per fare con essi polemiche, ma per capire le ragioni dell'altro - se ve ne sono - confrontandole con le proprie, che non bisogna mai sostenere in modo dogmatico, fanatico, ideologico. La capacità del contraddittorio e del confronto è la via della scienza, una via che di fatto hanno voluto chiudere quanti hanno inteso imporre per legge a 60 milioni di italiani una verità settaria di cui non è difficile scoprire genesi e finalità. Ad averlo scoperto, per tutti cito Norman G. Finkelstein. Il discorso sarebbe però qui lungo da fare. È stato da me già fatto in altri interventi. Questo mio post non è il Corriere della Sera o Repubblica o la Televisione a reti unificate, ma un semplice blog personale con pochissimi lettori, un blog personale che ha però sperimentato tutta la furia e l'ostilità del media del Pensiero Unico che non ammette voci dissenzienti. E dunque riprenderò in altri momenti il discorso. Aggiungo soltanto che quanto più questi signori insistono nell'imporre proprio a me la Loro Memoria, tanto più sento imperioroso il bisogno di scavare nella mia Memoria occultata da 150 di unificazione italiana. Penso al fenomeno bollato nei libri ufficiali di storia, degli storici ufficiali di regime, bollato come “Brigantaggio”. Son certo che indagando in quei remoti fatti di 150 anni fa possono trovare la spiegazione di oltre 150 di sofferenza, angherie, discriminazione, sterminio fisico e culturale della mia gente, dico della “mia” gente, che non ha mai avuto nulla a che fare - nel bene o nel male - con la gente alla quale mi si vuole a forza assimilare, e così i miei figli ed i figli dei miei figli.

Detto fatto. Ho comprato il libro della Lowenthal e devo dire che mi è dispiaciuto aver speso quei soldi. Nello stesso scaffale di Feltrinelli ho però visto anche un libro di Shlomo Sand, di cui avevo già letto il celeberrimo “Come fu inventato il popolo ebraico” e non avevo sentito parlare del recente “Come ho smesso di essere ebreo”. Avendo a suo tempo letto con molto interesse e profitto il primo libro di Sand, non ho esitato ha comprare quest’altro del quale non mi era giunta la pubblicità, come per quello della Lowenthal. Il libro di Sand costa di più ma non mi è dispiaciuto aver speso i soldi per acquistarlo.  Suppongo che tratti il tema della “identità ebraica”, sulla quale è ormai per me definitivo il libro di Gilad Atzmon, di cui mi onoro di essere “amico” e con il quale mi trovo in perfetta comunione di idee. Atzmon è un ebreo nato in Israele, da cui è fuggito riconoscendo quella terra come appartenente ai palestinesi e non agli immigrati ebrei come suo nonno, che era un “terrorista” dell'Irgun e un convinto sionista.
Questo della “identità ebraica” è un tema quanto mai spinoso, difficile e rischioso da trattare, meglio non parlarne. La gente comune pensa agli “ebrei” per quanto se ne diceva nei Vangeli, ossia un fatto legato alla religione. Ma qui di religioso non vi è proprio nulla. E non mi addentro: rinvio a quanto ho già citato. Con una ulteriore e finale considerazione. Se io dico di essere calabrese, genovese, esquimese... È una fatto privato che riguarda soltanto la mia persona e non pesa in nessun modo sugli altri, che in genere rispettano la mia appartenza dichiarata come io rispetto la loro. Nel caso di specie non è la stessa cosa. Un “identità esagitata” invade e terrorizza l'identità altrui, ahimé con il supporto di una normazione legislativa, prodotta da una stessa Lobby che non si può neppure nominare. In questi giorni i media riportano due fatti di cronaca riguardanti entrambi gli ebrei e sulla cui tempistica nutro forti sospetti: uno, in particolare. per una faccenda di tre teste di... maiale, recapitati a tre diversi recapiti simbolici, di cui uno è l’Ambasciata israeliana in Roma. I fatti sono riportato in modo che io non commento. Ma credo che nessuno o quasi sappia che negli anni del primo dopoguerra fu recapitato ben altro pacco, con ben altro contenuto alla sede romana dell’Ambasciata britannica. Si trattava di un attentato ad opera dei “terroristi dell’Irgun” che squarciarono terribilmente l'edificio dell’Ambasciata. Poiché tanto si parla di Memoria sarebbe forse il caso di andare a recuperare quella Memoria, le cui foto si trovano in internet, che ai fini di questa verità occultata è come dice Papa Francesco davvero «un dono di dio».

sabato 25 gennaio 2014

L’«antifascismo fascista» della PD Amati, di Giovanardi e Malan, approda in Senato.

Ero seduto per terra accanto a Giovanardi e Malan, che erano venuti a manifestare per la "libertà di pensiero” messa in pericolo dai tentativi di sconvolgere il matrimonio e la famiglia come l'abbiamo sempre conosciuta, fondata sull'unione di uomo e donna e sulla filiazione. I “cattolici” non si sentono ormai abbastanza forti per appellarsi semplicemente ai valori che hanno professato nel corso dei secoli e che abbiamo appreso nei corsi di catechismo. Con tutta la cautela che è necessario avere sempre con queste persone mi ero avvicinato al biondino Galan, per chiedergli sommessamente se non riteneva di essere in contraddizione flagrante nel farsi paladino della “libertà di pensiero” (proprio lui!) nel contrasto alle leggi sul matrimonio omosessuale e nell'essere stato firmatario del ddl Amati, che vuol punire con pesanti anni di carcere (e poi pretendono di svuotare le carceri che riempiono in questo modo, per questi “reati”) per delle questioni meramente storiografiche, ogni anno sempre più remote, di cui è giusto che si occupino gli storici e gli addetti ai lavori.
Provocatoriamente, gli ho chiesto di fronte a tanta sicumera e certezza se per caso era presente agli eventi del 1943-45, per esserne così certo. Ha risposto di sì, che era presente, pur non essendo ancora nato, come tutti quei sopravvissuti, a migliaia, di cui si è letto nei media, ma non troppo, i quali “sopravvissuti” erano nati dopo il 1945, ma percepivano una pensione o indennità dal governo tedesco, per essere “sopravvissuti” ai campi di concentramento. Una "truffa” alla quale non mi pare che il governo tedesco abbia adeguatamente reagito. Poiché non voglio essere inesatto chiedo ai miei Cinque Lettori di andare a pescare il fatto di cronaca e di correggere ogni mia inesattezza. Qui mi preme di sviluppare, anzi no abbozzare, un ragionamento sui principi e sulla spiegazione che si possa dare di comportamenti così insensati, illogici, irrazionali, per davvero irritanti.

In realtà, sia Giovanardi sia Malan provengono ch'io sappia dal sottobosco cattolico, da dove attingono i loro voti. E quindi erano presenti alla manifestazione (con il bavaglio in bocca) solo per salvare i loro voti cattolici, ma non senza strizzare l'occhio al mondo ebraico, della cui natura molto vi sarebbe da discutere, se ce lo consentissero: si tratta di una "religione” o di un “popolo”? Non mi addentro nella spinosa questione, ma spero mi si consenta di dire che io riconosco carattaere religioso agli sparuti gruppi di "Neturei Karta” e non più alle varie “comunità ebraica” dislocate anche nel nostro paese e le cui preoccupazioni sono direi tutte di natura "politica” e per nulla religiosa. En passant, in un punto che mi riservo di verificare, dando poi puntuale citazione o rettifica – scrivendo ora a memoria – osservo come taluni gruppi religiosi citati, di Neturei Karta o affini, ebbero a sostenere che la Shoah vi è effettivamente stata, ma si trattata di una giusta punizione per le “colpe” di cui gli ebrei si erano macchiati. Qui non si tratta più di “negazionismo” – termine che io ho già più volte definito come estraneo alla scienza storica e partorito per finalità diffamatorie e “delatorie” – ma di un ben diverso “affermazionismo”, dove si afferma che è stata una cosa “giusta” e voluta da Dio. Ebbene, in questi casi cosa verrà a prevedere la legge?

Poiché anche io sono stato vittima di tanta follia liberticida, colgo occasione per dire che in quanto filososo non mi sconvolge o interessa tanto il Se ma il Perché del Fatto in questione. Ricordo ancora il libro arcinoto di Norman G. Finkelstein, dove non si indaga sulla questione storiografica ma si constata l'esistenza di una «Industria dell’Olocausto», dove i vantaggi perseguiti non sono solo di natura economica, ma forse ancor più di natura politica e geopolitica. E qui mi avvio ad una prima conclusione, per poi seguire nei prossimi giorni il dibattito che certamente si andrà a sollevare, non so con quale risultato: la Lobby è potente e ne vediamo qui la sua manifestazione. Lor Signori escono allo scoperto e non sfuggiranno alla nostra attenzione come fu al tempo della legge Mancino-Taradash-Modigliani, quando ad altre faccende eravamo personalmente affaccendati, allo stesso modo di tutti gli italiani, parte dei quali sono in carcere per quella legge altamente ipocrita che pretende di sanzionare l‘«odio», quando la legge stessa è prodotta dall'Odio e da una infinita Ipocrisia, contro le quali a nulla valgono le parole di Cristo contro quelli che vanno a raccogliere i loro voti in Sacrestia e in Sinagoga.

Sui famosi Giudici di Norimberga ricordo la faccenda di Katyn, cioè lo sterminio di tutti gli ufficiali polacchi attribuito ai tedeschi e poi finalmente riconosciuto come opera dei sovietici di Stalin. Non credo che si riflettuto a dovere sul valore dei giudici del Tribunale di Norimberga, che tutto perseguivano meno che la giustizia, l'umanità, la pietà, la pace. Ma vieniamo al perché dell'espessione «antifascismo fascista».

I movimenti partigiani che aggregandosi agli Alleati Invasori avevano finalmente abbattuto l'«odiato» fascismo e nazismo cosa volevano? Chiaramente, volevano il governo dei paesi dove erano sparute minoranze, dedite per lo più a fare attentati terroristici e propaganda denigratoria dall'estero, per lo più dalla Francia. Sulle leggi razziali del 1938 in Italia è uscito postumo un libro di 700 pagine, fitto di nomi, documenti, date, un libro di Alberto B. Mariantoni, dove si legge che nella guerra civile spagnola - detta dai cattolici spagnoli “cruzada”– la componente ebraica arrivava secondo taluni stime al 25 % di quanti erano schierati dal fonte contrapposto a quello dei legionari italiani e fascisti che combattevano in Spagna. Fu questo fatto e nessun altro a far rivedere al fascismo la legislazione assai benevola che avevano sempre avuto verso gli ebrei italiani, che erano anche largamente fascisti.

Finita la guerra ed avuto servito il potere dagli Alleati, i signori Partigiani dovevano delegittimare al massimo il governo abbattuto con le armi straniere per poter legittimare se stessi. Ho appreso casualmente che la famosa canzone “bella ciao” è di origine ebraica. Quale migliore occasione che l'attribuire tutte le nefandezze possibili e immaginabili, non importa se vere o false, tanto verranno “vere” per legge, al regime abbattuto, nelle cui poltrone rimaste vuote ci si sarebbe andati ad insediare? Ci sono gli ebrei che hanno la Shoah da far valere? Benissimo, ottima occasione per prendere a prestito un capo di imputazione fornito da un Terzo. Il ragionamento mi sembra chiaramente enunciato, anche se resta tutto da articolare. Vi è stata una oggettiva convergenza di interessi che ha caratterizzato tutta la cultura dal dopoguerra ad oggi e che io definisco con un termine sintetico: «antifascismo fascista», che è una traduzione concettuale, non linguistica o grammatica, di un concetto analogo elaborato dal mio “amico” Gilad Atzmon, quando parla e descrive l’«antisionismo sionista» in un libro che getta finalmente luce sulla natura della “identità ebraica”.

Non so come finirà la legge in Senato e chi prevarrà e quali saranno le forze in campo, quanto vi sarà di buona fede e quanta di malafede. Poiché anche io sono stato parte in causa, avendo dovuto sostenere un procedimento amministrato per “sospetto negazionismo” ed essendo in causa con il quotidiano che aveva architettato la manovra, ribadisco ancora una volta che il mio mestiere non è quello dello “storico” che si occupa professionalmente di “campi di concentramento” (con annessi e connessi) ma del “filosofo del diritto” che ha giusto titolo per interessarsi della “libertà di pensiero, di espressione, di ricerca, di insegnamento”, un bene prezioso che appartiene a tutti i cittadini e che proprio in Senato sta per essere cancellato.

(testo in bozza, da correggere e rivedere)

domenica 19 gennaio 2014

L’«onore» e la «dignità» di Hollande.

Un caprone? Un ...?
I miei cinque Lettori si saranno chiesti le ragioni del mio lungo silenzio su questo blog. È presto detto. La lingua italiana è per me diventata un fattore limitativo e frustrante. Cerco di imparare quante più lingue possibili, anche estinte come il sanscrito, ad esempio. Possono seguire i mei sforzi nella serie dei miei blog linguistici, forse a loro stessi utili se sono alle prese con qualche lingua straniera, necessaria da apprendere se sono in procinto di emigrare da questo paese allo sfacelo. Fatta questa breve premessa, la mente mia si sta soffermando su alcuni fatti nazionali e internazionali sui quali molto si diffondono i media, ma come sempre senza essere capaci di produrre nessuna seria riflessione. Ed anzi, al contrario, producendo maggiore ottundimento nella massa dei lettori e dei telespettatori di cui è stato dato loro il governo e l'appalto. Non occorre mai perdere di vista la frase di John Pilger che ho sentito in un Forum londinese sulla natura dell'informazione. Quale questa natura? «L’informazione è una emanazione del Potere», ma ho scoperto che non è tanto Pilger a dire ciò quanto invece piuttosto una sotta citazione che riconduce al filosofo dell'antichità Plotino sul quale mi riservo di ritornare in uno dei miei blog filosofici.

 Dieudonné: ganno paura di lui!
Ma veniamo al tema. Scrivo sempre di getto, esponendomi a chi critica la mia scarsa conoscenza della lingua italiana, e sempre mi rivolgo ai miei Cinque Lettori, che erano Quattro fino a quando se ne è aggiunto un Quinto che ha chiesto di far parte del ristretto Gruppo, quasi un Seminario. Avverto che vado qui abbozzando un discorso che non potrei terminare in una sola seduta di scrivania. Mi ritengo soddisfatto se viene raccolta l'idea di quanto propongo alla riflessione di chi legge, un'idea che poi potrà sviluppare lui stesso. Partiamo dal comico francese Dieudonné contro il quale è stata orchestrata una vera e propria guerra, mediatica e poliziesca, per farlo tacere, per chiudergli la bocca, per non fargli fare i suoi spettacoli che avevano un vastissimo pubblico pagante. Con tutto il rispetto: non i miei Cinque Lettori da cui non lucro certo il mio sostentamento, ma un pubblico pagante biglietti dal costo stratosferico, quasi un motore per l'economia e l'occupazione. Ecco una prima riflessione, ancora in limine rispetto a quanto verrò a dire più avanti. Quando si impedisce a qualcuno di parlare, o meglio di esprimere un contenuto che è una sua creazione originale dal punto di vista artistico, storico, scientifico, filosofico (non stiamo parlando di gossip!), non si fa tanto un torto a lui quanto al suo pubblico potenziale o reale. Se Galileo, Copernico, Bruno hanno una verità alla quale sono giunti, questa Verità che li illumina resta sempre in loro, nella loro testa. L'utilità o il danno sta tutto dalla parte di chi sarebbe destinato a credere ancora che il Sole gira intorno alla Terra e non viceversa, se vuol dare credito agli Hollande, agli Alfano, ai Flick secondo cui si verrebbe a ledere la «dignità» e l’«onore» dei «morti» che per oltre mille anni hanno dato credito alla visione tolemaica dell'Universo. Insomma, non si tratta del diritto di parlare ed esprimersi da parte di chi ha qualcosa da dire quanto del diritto di poter ascoltare di chi vuole starlo a sentire, salvo poi giudicare autonomamente con la propria testa ciò che si sente. Non è un Diedonné ad essere colpito, ma tutti noi che veniamo privati della libertà e del diritto di poterlo ascoltare.

È un mentitore in Parlamento?
E perché mai si vuol chiudere la bocca ad un “comico”? I potenti hanno stuoli di consiglieri al loro servizio, giacché vogliono dare ad intendere alle masse mediatizzate che ciò fanno è sempre secondo diritto, giustizia, verità, e appunto “onore” e “dignità”. Come già con Faurisson – nella “civilissima” Francia, un tempo patria dei diritti e dello Stato moderno sorto dalla Rivoluzione francese – non ebbero a trovare di meglio che il principio della Verità di Stato per confutare una persona che usciva assolto dai tribunali davanti ai quali veniva portato da una minoranza che si è impadronita di ogni potere ed opprime la totalità dei popoli europei, ora anche con il comico Dieudonné si escogita la lesione alla «dignità» e l’«onore» non di una singola persona vivente, ma di una totalità indistinta di persone, defunta da oltre mezzo secolo. Non è la prima volta che sento questa argomentazione della «dignità» e dell’«onore» dei «morti della Shoa» per giungere poi alla introduzione delle leggi che hanno già prodotto nella sola Germania migliaia e migliaia (200.000? o quante?) ree di avere delle opinioni, di avere scritto dei libri, financo di averli letti e prestati. Ricordo un discorso dell'allora ministro della giustizia Alfano, che si pronunciava negli stessi termini davanti ad una ristrettissima Comunità, ricordo in un seminario al palazzo di Giustizia S. E. Flick che si pronunciava negli stessi termini. Non escludo altri casi, ma questi sono quelli da me uditi e purtroppo non registrati, per cui devo affidarmi alla memoria ed al rischio di inesattezze.

Un “pizzicotto»?
La faccenda dell'«onore» e della «dignità» mi riguarda personalmente perché è sulla base di una siffatta norma, di epoca fascista, che sono stato deferito dal mio Rettore al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, venendo assolto con formula piena. Il regolamento degli impiegato della stato dice che chi ricopre una funzione pubblica, un pubblico impiego, deve farlo con “dignità” ed “onore”, naturalmente in vita e non da morto. La norma si riferisce a persone viventi, no a persone che sono morte, e si riferisce ai soggetti attivi che sarebbero venute meno all'obbligo dell'«onore» e della «dignità». Non si riferisce certamente alle loro vittime. Non – ad es. – alla “dignità” e all’«onore» di quella studentessa (maggiorenne) che subì dei pizzicotti nel sedere da parte di un professore universitario che fu per questo deferito alla stesse sede disciplinare dove mi ha preceduto e dove io ho potuto facilmente dimostrare di non aver mai dato “pizzicotti” alle studentesse in tanti anni di “onorato” servizio. Aiutato da amici avvocati e giuristi, ho potuto difendermi dall'addebito fattomi dal rettore  Frati, sollecitato dai Potenti,  dicendo che la norma in questione sanziona una condotta disdicevole (“pizzicotti” e quanto altro), ma non l'espressione di un pensiero che è tutelato dalla Costituzione, in pratica una carta che viene rivoltata come si vuole da chi concretamente gestisce il potere e ha le leve del comando in tutte le sue casematte. Essendomi dunque familiare la norma sulla “dignità e l'onore”, mi ha non poco sorpreso di vederla ribaltata dai “vivi” ai “morti”, dall'autore del reato presunto alle sue vittime pure presunte, dal piano strettamente personale (il concreto professore che dà un “pizzicotto sul sedere” ad una concreta studentessa) al piano generico ed indistinto di una pluralità di vittime, peraltro ignare del torto che verrebbe loro fatto non finché sono in vita, ma a 70 anni ed oltre dalla loro morte. Cose da pazzi! Neppure da processo alle streghe, dove vi era per lo meno il principio della attualità della lesione penale e della compresenza di parte offesa dal “reato” e del suo autore. È ormai ammesso in sede filosofica (Chomsky, ed altri) che non si può più parlare di esistenza del diritto internazionale. Grazie, ad Israele, è ormai stato condotto a termine la distruzione del diritto internazionale. Ma qui stiamo assistendo anche alla distruzione del diritto interno, praticamente alla mercé di Lobbies che possono dettare tutte le leggi che tornano loro comodo.

Luigi Pirandello
Non ho finito, anche se mi preme di giungere alla conclusione di questa bozza, rinviando ad altri momenti ulteriori sviluppi ed affinamenti del concetto, che non ho ancora espresso nella parte che mi sembra più significativa. Attenzione, per favore! Quando sentiamo parlare di “onore” e di “dignità” cosa intendiamo propriamente? Una qualità intrinseca della persona, del concreto individuo, o non piuttosto un concetto relazionale pertinente ad uno status sociale o a una funzione pubblica? È la stessa cosa che dire di un concreto individuo (lasciamo perdere la “persona” che è pure un concetto tecnico) che è “buono” o “cattivo”, “bello” o “brutto”? Nell’ancien règime avevano “dignità” e “onore” il Clero e la Nobiltà e non ne aveva alcuna il Terzo Stato. L’«Onore» era il principio costitutivo della Nobiltà in quanto ordine sociale. Insomma, “onore” e “dignità” non possono essere disgiunti da una funzione pubblica e da una relazione sociale da parte di chi ricopre una carica. Il “delitto d'onore” del marito tradito che uccide la moglie per non sentirsi dire “cornuto” nella piazza del paese è stato depennato dal nostro codice penale, se non erro. Ricordo in proposito un'opera di Pirandello, dove il marito ben sapeva che mentre lui era assente la moglie lo tradiva in casa sua. Lo sapeva e non gliene importava nulla. Solo che tornando verso casa, sentì la vicina gridare presentendo cià che avrebbe scoperto entrando in casa. E fu così, per una costrizione sociale, che l'uomo si trovò costretto ad uccidere, per difendere il suo “onore”.

Il valore dei sondaggi
Sono stanco, mi preme tornare ai miei blog linguistici ed altro, mi avvio alla conclusione provvisoria. Il signor Hollande che è presidente della Repubblica Francese ha un qualche “onore” e una qualche “dignità” mettendo le “corna” a una sua “compagna” che non è manco la sua “legittima” moglie ma che siede pure essa all’Eliseo, come Prima Donna di Francia? Curioso come gli stessa media riportavano pochi giorni prima una pauroso calo nei “sondaggi” di Hollande come leader politico, ma poi gli stessi media riferiscono di altri “sondaggi” dove sempre questi fantomatici francesi sarebbero favorevoli al 75 % per la privacy della questione di corna: un esempio di quel che valgono i “sondaggi”, dove il giorno prima si chiede se è giusto o non è giusto ammazzare la propria madre ed il giorno si chiede ancora se è meglio ammazzarlo con il veleno o con un coltello.  Un Alfano che probabilmente ha mentito al Parlamento sull'affare kazako, dove manca di “dignità” sia che “sapesse” sia - peggio ancora – che “non” sapesse? E potrei continuare, se non avessi fretta di concludere. Questi uomini che in modo così plateale, aperto e sfacciato non hanno “onore” e “dignità” come possono pretendere di parlare loro di «dignità» ed «onore», quando non hanno la minima consapevolezza di ciò che esso sia? È come se i ciechi volessero parlare di colori ed i sordi di melodie. Di certo possiedono in sommo grado una qualità in ludo indubbia: la Spudoratezza, l'assoluta mancanza di Pudore.

[a dopo la correzione dei refusi]