sabato 28 gennaio 2012

Commissione diritti umani: Nuovo commento generale sulla libertà di pensiero e di espressione

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Si è appena conclusa la lunga sessione delle celebrazioni della Memoria, iniziata ai primi di ottobre e culminata nella giornata di ieri con tutti i discorsi ufficiali che immancabilmente reiterano condanne contro il «negazionismo», termine che gli storici ai quali lo si attribuisce rigettano fermamente e che fa pensare ai tempi dell’Inquisizione. Immancabilmente, l’Evento è accompagnato da qualche battuta di caccia con la quale giornalisti, specializzati in diffamazione, offrono carne fresca per il rogo delle nuove streghe del Terzo Millennio. Non è questa la sede per un bilancio di dieci anni di celebrazioni o per una storia fino ad oggi partendo dal 1994, quando lo storico Ernst Nolte pubblicò, in una rivista italiana di cultura politica (“Behemoth, allora diretta da chi scrive), il testo integrale una sua tormentata intervista su un settimanale tedesco, che si comportò assai scorrettamente con l’Intervistato, secondo un malcostume che sempre tocca i media, non di rado al diretto servizio di servizi segreti, come ad esempio nel caso del rapimento di Mordecai Vanunu, che credeva di fare le sue rivelazioni ad periodico, di cui non sapeva che il suo direttore era lui stesso un agente del Mossad. I particolari e la rettifica di possibile inesattezze si trovano nel libro di Eric Salerno. Il titolo redazionale del testo di Nolte suonava: «Auswitz e la libertà di pensiero». Purtroppo, non disponiamo di dati ufficiali, ma possiamo soltanto fare una stima ricavata dai dati parziali per una serie di anni. Ci viene fuori l’incredibile cifra di 200.000 persone penalmente perseguite nella sola Germania, dal 1994 ad oggi, per atti complessivamente riconducibili alla categoria dei “reati di opinione”. Una cifra mostruosa! Saremo i primi a ringraziare quanti siano in grado di smentire questa nostra stima, dandoci i dati reali ed ufficiali. Se poi ai dati tedeschi si aggiungono quelli a noi ignoti per analoghe normative esistenti in Francia, Austria, Svizzera, ecc., ne viene fuori una cifra ancora più mostruosa. E questo mentre con incredibile ipocrisia e faccia tosta ci accingiamo a fare la guerra a paesi che avrebbero il torto di non concedere ai loro cittadini il diritto umano fondamentale della libertà di pensiero ed espressione, per ripristinare il quale facciamo loro appunto la guerra, facendo ignorare ai cittadini europei che in realtà questi diritti non sono garantiti neppure nella incivilissima Germania, che in fatto di eccessi sembra confermare e superare la peggiore fama del suo passato.

Tutta questa premessa ci serve per rilevare come sia passata del tutto inosservata presso i nostri media, tutti presi come sono dalla caccia alle streghe, la 102ª sessione del Comitato per i diritti umani, riunitasi a Ginevra nello scorso mese di luglio 2011. Ne è venuto fuori un «Nuovo commento generale sulla libertà di opinione e di espressione» che noi pubblichiamo integralmente nel suo testo inglese, dandone poi successivamente una traduzione italiana. Il documento si può scaricare in formato pdf andando al link dell’Università di Padova sopra indicato. Qui ne diamo il testo in forma digitata, affinché possa entrare nei motori di ricerca. Alla pubblicazione del testo seguiranno poi tutti i possibili apparati di analisi e di studio. Vorremo che il primo a leggere il testo fosse proprio il Presidente della Repubblica, che avrebbe il compito istituzione di difendere e tutelare le libertà fondamentali dei cittadini italiani, in primis il diritto di libera espressione del pensiero e quindi di critica politica in un momento in cui si può ragionevolmente ritenere che non mai stata più bassa la stima che i cittadini hanno della classe politica e del Parlamento in tutti i 150 di storia d’Italia, appena celebrati lo scorso anno 2011.

Nella causa civile che sto conducendo contro un grande quotidiano italiano vi è al suo esordio il rifiuto di pubblicare una mia lettera di smentita, forse un po’ diversa dalle solite, dove paradossalmente ringraziavo il suo Direttore per avermi fatto comprendere, direttamente sulla mia pelle, una distinzione che ogni giorno che passa offre nuove conferme: l’opposizione di fatto esistente fra libertà di stampa e libertà di pensiero e di espressione. La libertà di stampa è il potere di cui si servono forze antidemocratiche per diffamare i cittadini, per manipolare la verità, per disinformare, per rendere i cittadini inconsapevoli dei loro diritti ed infine per sprofondarli nelle guerre, che mai i popoli vogliono, ma che sempre sono loro imposte con l’inganno e la menzogna. Dicevo nella mia lettera non pubblicata che “libertà di pensiero” è anche quella del cittadino analfabeta, che certamente non può scrivere sui giornali. Dicevo ancora in altra occasione che i diritti fondamentali, come quello di cui noi stiamo qui parlando, o si difendono nelle loro situazioni marginali, cioè garantendoli al più povero e spovveduto dei cittadini, o in realtà essi non esistono e sono soltanto un pezzo di carta che la retorica presidenziale può violentare in tutte le salse, in ogni discorso ufficiale per il popolo che non può replicare.

CIVIUM LIBERTAS

Human Right Committee
One Hundred ans second session
Geneva, 11-29 July 2011


General comment N° 34

Article 19: Freedoms of opinion and expression

General remarks

1.This general comment replaces general comment N° 10 (nineteenth session).

2. Freedom of opinion and freedom of expression are indispensable conditions for the full development of the person. They are essential for any society (1). They constitute the foundation stone for every free and democratic society. The two freedoms are closely related, with freedom of expression providing the vehicle for the exchange and development of opinions.

3. Freedom of expression is a necessary condition for the realisation of the principles of transparency and accountability that are, in turn, essential for the promotion and protection of human rights.

4. Among the other article that contain guarantees for freedom of opinion and/or expression, are article 18, 17, 25 and 27. The freedoms of opinion and expression form a basis for the full enjoyment of a wide range of other human rights. For instance, freedom of expression is integral to the enjoyment of the rights to freedon of assembly and association, and the exercise of the right to vote.

5. Taking account of the specific terms of article 19, paragraph 1, as well as the relationship of opinion and thought (article 18), a reservation to paragraph 1 would be incompatible with the object and purpose of the Covenant (2). Furthermore, although freedom of opinion is not listed among those rights that may not be derogated from pursuant to the provisions of article 4 of the Covenant, it is recalled that, «in those provisions of the Covenant that are not listed in article 4, paragraph 2, there are elements that in the Committe’s opinion cannot be made subject to lawful derogation under article 4» (3). Freedom of opinion is one such element, since it can never become necessary to derogate from it during a state of emergency (4).

6. Taking account of the relationship of freedom of expression to the other rights in the Covenant, while reservations to particular elements of article 19, paragraph 2 may be acceptable, a general reservation to the rights set out in paragraph 2 would be incompatible with the object and the purpose of the Covenant (5).

7. The obligation to respect freedoms of opinion and expression is binding on every State party as a whole. All branches of the State (executive, legislative and judicial) and other public or governmental authorities, at whatever level – national, regional or local – are in a position to engage the responsibility of the State party (6). Such responsibility may also be incurred by a State party under some circumstances in respect of acts of semi-State entities (7). The obligation also requires States parties to ensure that persons are protected from any acts of private persons or entities that would impair the enjoyment of the freedoms of opinion and expression to the extent that these Covenant rights are amenable to application between private persons or entities (8).

8. States parties are required to ensure that the rights contained in article 19 of the Covenant are given effect to in the domestic law of the State, in a manner consistent with the guidance provided by the Committee in its general comment N° 31 on the nature of the general legal obligation imposed on States parties to the Covenant. It is recalled that States parties should provide the Committee, in accordance with reports submitted pursuant to article 40, with the relevant domestic legal rules, administrative practices and judicial decisions, as well as relevant policy level and other sectorial practices relating to the rights protected by article 19, taking into account the issues discussed in the present general comment. They should also include information on remedies available if those rights are violated.

Freedom of opinion

9. Paragraph 1 of article 19 requires protection of the right to hold opinions without interference. This is a right to which the Covenant permits no exception or restriction. Freedom of opinion extends to the right to change an opinion whenever and for whatever reason a person so freely chooses. No person may be subject to the impairment of any rights under the Covenant on the basis of his or her actual, perceived or supposed opinions. All forms of opinion are protected, including opinions of a political, scientific, historic, moral or religious nature. It is incompatible with paragraph 1 to criminalise the holding of an opinion (9). The harassment, intimidation or stigmatisation of a person, including arrest, detention, trial or imprisonment for reasons of the opinions they may hold, constitutes a violation of article 19, paragraph 1 (10).

10. Any form of effort to coerce the holding or not holding of any opinion is prohibited (11). Freedom to express one’s opinion necessarily includes freedom not to express one’s opinion.

Freedom of expression

11. Paragraph 2 requires States parties to guarantee the right to freedom of expression, including the right to seek, receive and impart information and ideas of all kinds regardless of frontiers. This right includes the expression and receipt of communications of every form of idea and opinion capable of transmission to others, subject to the provisions in article 19, paragraph 3, and article 20 (12). It includes political discourse (13),  commentary on one’s own (14) and on public affairs (15), canvassing (16), discussion of human rights (17), journalism (18), cultural and artistic expression (19), teaching (20), and religious discourse (21). It may also include commercial advertising. The scope of paragraph 2 embraces even expression that may be regarded as deeply offensive (22), although such expression may be restricted in accordance with the provisions of article 19, paragraph 3 and article 20.

12. Paragraph 2 protects all forms of expression and the means of their dissemination. Such forms include spoken, written and sign language and such non-verbal expression as images and objects of art (23). Means of expression include books, newspapers (24), pamphlets (25), posters, banners (26), dress and legal submissions (27). They include all forms of audio-visual as well as electronic and internet-based modes of expression.

Freedom of expression and the media

13. A free, uncensored and unhindered press or other media is essential in any society to ensure freedom of opinion and expression and the enjoyment of other Covenant rights. It constitutes one of the corner stones of a democratic society (28). The Covenant embraces a right whereby the media may receive information on the basis of which it can carry out its function (29). The free communication of information and ideas about public and political issues between citizens, candidates and elected representatives is essential. This implies a free press and other media able to comment on public issues without censorship or restraint and to inform public opinion (30).  The public also has a corresponding right to receive media output (31).

(segue)

venerdì 20 gennaio 2012

Tedoro Klitsche della Grange: In tema di “rotture della costituzione”

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Torna quanto mai di attualità questo vecchio studio di Teodoro Klitsche della Grange che da decenni stava nascosto fra le sue carte di studioso, redatto all’epoca per qualche circostanza di cui ora sfugge la memoria. Ai decenni trascorsi dalla sua redazione occorre aggiungere alcuni mesi a noi dovuti per non aver trovato il tempo per curare il consueto editing, che come i nostri pochi ed affezionati lettori comporta pur sempre del lavoro e del tempo. Il nostro blog non è comune e si inserisce in decine di altri blogs tematici che richiedono a loro volta cura e aggiornamento. Questo è detto per scusarci dei nostri ritardi e del tempo che ancora ci prenderemo per migliorare in progress l’ampio studio dell’autore, al quale premettiamo alcune osservazioni per i lettori affatto digiuni di diritto costituzionale, per i quali forse la parola “costituzione” si esaurisce in un elenco di norme che seguono al primo: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Le cose non sono così semplici come vengono fatte apparire da una pubblicistica che è sostanzialmente ideologia del regime che ci è stato imposto a Yalta, quando fu dettato il contenuto della nostra costituzione ed i limiti della nostra sovranità nonché gli obblighi imposti ai vinti, che ahimé troppo spesso amano dimenticare questa triste condizione nella quale si sono trovati tutti i popoli che nel corso dei millenni hanno subito la sconfitta. Molti sono del tutto scomparsi dalla scena, altri hanno subito mutazioni genetiche. Di “rotture della costituzione” parla Klitsche della Grange nello studio che segue. Di altre “rotture” della pazienza degli italiani, proprio in questi giorni, vorremmo parlare noi, se questa fosse la sede, ma annunciamo una nuova serie di post che riportano l’esperienza della “University Tent”, in piazza St. Paul, a Londra, nel cuore della City, dove non pochi docenti inglesi parlano di una crisi planetaria della forma politica impropriamente detta “democrazia” e dei venti di guerra che soffiano minacciosi sulle nostre teste.

Antonio Caracciolo

* * *


ROTTURE DELLA COSTITUZIONE


1. A parlare di rotture della Costituzione il primo problema che si pone è di definizione. Non essendo il termine espresso nel testo costituzionale, quindi non connotato dal costituente ma elaborato dai giuristi, il definiens di “rottura” varia a secondo dell’opinione degli interpreti.

Limitandoci alla dottrina, e a qualche opinione di giurista che possa esemplificare un particolare modo d’intendere la rottura abbiamo:

1) La concezione di Carl Schmitt, secondo il quale la rottura è la “violazione di disposizioni legislative costituzionali in uno o più casi determinati, ma come eccezione, ossia con il presupposto che le disposizioni trasgredite per il resto continuino immutate ad esser valide e non sono quindi né definitivamente soppresse né temporaneamente private della loro vigenza (sospese)”; a sua volta suddivisibili in “a) Rottura che non rispetta la costituzione, ossia violazione eccezionale di una disposizione legislativa costituzionale senza riguardo al procedimento previsto per le modifiche della costituzione” e “b) Rottura che rispetta la costituzione, ossia violazione eccezionale di una disposizione legislativa costituzionale in uno o più casi determinati, dove o una legge costituzionale ammette questa violazione eccezionale (per es. art. 48 comma 2 cost.) ovvero è osservato il procedimento prescritto per le modifiche della costituzione” .

2) La concezione di Mortati, a opinione del quale le leggi di rottura hanno carattere eccezionale e sono legittime: “Ove si accetti il punto di vista sviluppato nella prima parte, in ordine al rapporto fra la costituzione materiale e quella formale, bisognerebbe ritenere che le deroghe di cui si parla siano consentite nei limiti dello scopo supremo di preservazione dei valori fondamentali  inerenti al tipo proprio dell’ordinamento vigente ...” .

3) La concezione, diffusa, secondo cui la rottura ha carattere puntuale mentre la deroga è permanente: ambedue costituiscono eccezioni rispetto alla normativa della Costituzione formale .

2. Ovviamente tutte tali opinioni sono legittime perché, non essendoci un concetto legislativamente definito, ogni interprete può connotarlo come vuole (la definizione è quindi “stipulativa” o, meglio, convenzionale, e come tale accettata o meno). A tale proposito occorre tuttavia rilevare come le diverse connotazioni del termine dipendano da:

a) la concezione di cosa sia “costituzione”;
b) quella di cosa sia “rottura”.

Mentre su questo secondo aspetto la     convergenza è diffusa, in quanto la rottura va iscritta nella categoria dell’eccezione, e in particolare nella specie dell’eccezione puntuale (ovvero per uno o più casi determinati, e non per “classi” di oggetti o casi), sul primo la convergenza è largamente inferiore. Basti ricordare che il concetto che ne da Schmitt presuppone sia la distinzione tra costituzione e leggi costituzionali, sia il concepire la costituzione come decisione fondamentale sulla forma dell’unità politica “Tutto quello che c’è all’interno del Reich tedesco nella legalità e nella normatività, vale soltanto sulla base e nell’ambito di queste decisioni. Esse formano la sostanza della costituzione” mentre “Le altre normative, le enumerazioni e le delimitazioni delle competenze nei singoli dettagli, le leggi, per le quali per motivi determinati è scelta la forma della legge costituzionale, sono di fronte a quelle decisioni relative e secondarie; la loro particolarità esteriore è caratterizzata per il fatto che possono essere rimosse o modificate soltanto con il procedimento di modificazione aggravata dall’art. 76” .
Quanto alla tesi di Mortati, anch’essa dev’essere ricollegata alla concezione di costituzione materiale, e del rapporto di questa con quella formale .
Senza arrivare all’esame di tutte le posizioni sostenute dai giuristi che se ne sono occupati, e tenuto conto del carattere “stipulativo” e comunque non ricavabile dalla normativa delle definizioni, occorre andare alla ricerca di un concetto di rottura che sia quanto più possibile “comprendente”, cioè consenta di associarvi il maggior numero di attributi (descrizione esauriente) e distinguerlo dai concetti degli istituti più vicini (deroga, sospensione della Costituzione, o anche violazione di questa) .
A tale proposito un contributo decisivo ce lo offre Machiavelli, nel descrivere i connotati della dittatura romana. Machiavelli sostiene, confutando i detrattori dell’istituto della dittatura che “La quale cosa non fu bene, da colui che tiene questa opinione, esaminata, e fu fuori d’ogni ragione creduta. Perché e’ non fu il nome né il grado del Dittatore che facesse serva Roma, ma fu l’autorità presa dai cittadini per la lunghezza dello imperio”; l’istituto invece prevedeva che “il Dittatore era fatto a tempo e non in perpetuo, e per ovviare solamente a quella cagione mediante la quale era creato; e la sua autorità si estendeva in potere deliberare per se stesso circa i rimedi di quello urgente pericolo, e fare ogni cosa senza consulta, e punire ciascuno sanza  appellagione; ma non poteva fare cosa che fussi in diminuzione dello stato, come sarebbe stato tòrre autorità al Senato o al Popolo, disfare gli ordini vecchi della città e farne de’ nuovi”. Per cui sostiene “E veramente intra gli altri ordini romani questo è uno che merita essere considerato e numerato intra quegli che furono cagione della grandezza di tanto imperio: perché senza uno simile ordine le cittadi con difficultà usciranno dagli accidenti istraordinari... E però le repubbliche debbano intra loro ordini avere uno simile modo... Perché quando in una repubblica manca uno simile modo, è necessario, o servando gli ordini rovinare, o per non rovinare rompergli”. Si noti che nel passo citato , il Segretario fiorentino, pone l’alternativa essenziale “o servando gli ordini rovinare, o per non rovinare rompergli”.
Analizzando quindi la descrizione di Machiavelli, i caratteri salienti (a parte la coincidenza lessicale tra il termine “rottura” e quel “rompergli”), sono:
a) che degli ordini (cioè dell’ordinamento, della Verfassung dello Stato) deve far parte il rimedio (i rimedi) straordinario/i per fronteggiare l’emergenza.
b) che se questi non sono previsti, lo Stato è mal  costituito, perchè rischia di rovinare  per serbare gli “ordini” privo com’è del/dei rimedio/i straordinario/i; (questo a meno di non violare la costituzione e gli “ordini”).
c) Il tutto conferma la validità della concezione per cui  salus rei publicae suprema lex; e il prevalere di questa sull’altro fiat justitia, pereat  mundus (almeno quand’è in questione l’esistenza della comunità).
d) E il carattere eccezionale della dittatura (e di istituti vicini e similari) come la rottura rispetto all’ordinamento, che deriva dall’essere limitata (da altri poteri) e norme: contrariamente alla legge di revisione costituzionale destinata a non avere particolari limitazioni , quale esercizio del potere costituente (o del più ridotto potere di revisione).
Questi limiti sono: nel tempo; rispetto agli “ordini” (non può derogare i poteri degli organi costituzionali ordinari  “Senato o Popolo”); e circoscritto anche all’ “affare” (vale per la soluzione di una crisi, di carattere cioè speciale e non generale). Si fonda sulla necessità sopraggiunta, che può ricorrere nella vita di uno Stato, per cui non è possibile trattarla e superarla con il mezzo (e la legge) ordinario (anzi queste potrebbero essere – e in genere sono – d’impaccio). D’altra parte, come sostiene De Maistre “ Non è in potere dell’uomo creare una legge che non abbia bisogno di  un’eccezione” .
Coniugando la concezione di Machiavelli e quella di de Maistre, abbiamo che un ordinamento si compone sia di istituti, regole, modelli normali che di istituti, regole, modelli eccezionali. Mancando gli uni o gli altri l’ordinamento è mal costituito.
Da questo consegue che l’eccezione non si contrappone a ordinamento ma a norma. L’istituzione, come nel paragone dello scacchiere di Santi Romano, muove come pedine non solo le norme, ma la stessa organizzazione normale, che modifica, limita o sospende con decisioni, organi, uffici di carattere straordinario.
Un’ulteriore conseguenza è che l’eccezione è tale rispetto ad una regolarità, ma ciò non significa che concreti sempre una violazione od una trasgressione – situazioni indubbiamente con le quali presenta una certa somiglianza – dell’ordinamento giuridico. Ciò non solo per motivi formali, cioè per la legalità (se prevista) delle rotture e delle correlative attribuzioni di potestà, ma anche per la necessità di queste al perseguimento dei fini generali ed all’attuazione e conservazione dell’ordinamento .
Ancor più l’eccezione costituita delle “rotture” è relativa e non assoluta: è relativa perché rispetto alla costituzione e più ancora all’organizzazione costituzionale le “rotture” non implicano annullamento, abolizione, abrogazione della costituzione, come sarebbe se la rottura fosse assoluta e totale, cioè eversiva dei poteri e degli organi costitutivi dalla forma di Stato e di governo .
3. Il carattere distintivo rispetto ai concetti più prossimi a quello di rottura (e cioè deroga e violazione della costituzione) impone di ricercare il criterium differentiae rispetto a questi.
Quanto alla deroga, ha in comune rispetto alla rottura, di essere un’eccezione alle disposizioni costituzionali: così gli artt. 57, 3° comma (attribuzione di un numero di senatori minore al Molise  e alla Valle d’Aosta rispetto a quello ordinario) e 87, 2° comma (sui delegati all’elezione del Presidente della Repubblica, o il divieto di ricostituzione del P.N.F.) quale eccezione rispetto all’art. 49 della Costituzione.
Ma a differenza della rottura, la deroga è permanente, di carattere eccezionale ma non puntuale e specifica (orientata alla soluzione di un “affare”); non è connotata dalla “causa finale” della salvaguardia dell’ordinamento (per non rovinare ...).
Quanto alla violazione della Costituzione il discorso va direttamente alla concezione di questa.
Se si prescinde dalla distinzione tra Costituzione e leggi costituzionali, e si identifica la Costituzione con quella formale in vigore, occorre comunque distinguere se le “rotture” siano autorizzate da quella, ovvero no.
Quanto al primo caso, ricorrente in numerosi testi costituzionali (come l’art. 16 della vigente Costituzione francese; l’art. 48 della Costituzione di Weimar) il problema non si pone, perché le previsioni di poteri eccezionali, comportamenti, limitazioni anche a diritti garantiti dalla Costituzione e a situazioni comunque protette da norme costituzionali, non costituisce violazione della Costituzione, perché previsti da quella, con l’indicazione delle circostanze eccezionali e delle procedure da seguire.
Si pone invece laddove le “rotture” non siano “autorizzate” dalla Costituzione formale o, se previste, siano adottate al di fuori dei casi indicati e/o senza seguire il procedimento prescritto.
A seguire la concezione di Santi Romano dello jus involuntarium costituzionale le rotture possono essere ricondotte a due delle specie indicate da giurista siciliano: ovvero ai principi generali e  fondamentali “impliciti nella stessa esistenza dello Stato” (come la decisione per l’esistenza quale comunità politica organizzata) ; e, ancor più, alla necessità che “implica un’esigenza esplicita ed impellente di bisogni sociali, che impone una determinata condotta in difesa delle istituzioni vigenti” .
La giuridicità, come sostiene Romano, è data dall’esigenza istituzionale; e questa supera e ricomprende la legalità – anche costituzionale (non lo scrive ma è implicito e coerente al suo pensiero). Per cui le rotture, come i decreti o le ordinanze di necessità (di cui tratta) possono essere non solo praeter legem, ma anche contra legem (costituzionale).
Quello che sicuramente non possono è essere contro la costituzione. Anche se Santi Romano non esplicita mai la distinzione, come fa Schmitt, tra Costituzione e leggi costituzionali, questa può essere assimilata (anche se la coincidenza è parziale) al rapporto tra istituzione e norma, ripetuto in più passi dal giurista siciliano. Per cui quella muove la norma e non è da questa vincolata. Così la rottura, anche se non conforme alla legalità costituzionale, si distingue comunque da una rivoluzione o da un colpo di Stato perché non modifica l’assetto dei poteri pubblici (“Senato o popolo”) e così rispetta l’essenza della Costituzione; e perché non è finalizzata all’eversione di quell’assetto e neppure delle stesse disposizioni legislative costituzionali modificate (se non, in quel caso, a un fine specifico e per il tempo strettamente necessario allo scopo). Sostanzialmente, come scriveva Machiavelli a proposito della dittatura, è un modo di conservazione e non di modificazione (duraturo) dell’ordinamento. Per cui non si può parlare di violazione della Costituzione ma semmai di violazione delle leggi costituzionali.
4. A questo punto penso sia chiaro che a distinguere la rottura è, principalmente lo scopo della medesima. Se non è prevista dalla Costituzione formale gode dello status (raro) di essere un potere che non ha fondamento legislativo (base normativa scritta)  ma solo uno scopo ed è legittimato (e distinto) proprio da quello. Che ne costituisce anche il limite intrinseco: una “rottura” che non si limitasse a risolvere una crisi, non fosse legata ad una situazione determinata, all’occasione che l’ha resa necessaria diverrebbe una revisione costituzionale, connotata da una volontà innovatrice e duratura.
Così le “rotture” hanno il carattere, come scriveva Forsthoff per le misure “amministrative”, di actio più che di ratio. Tuttavia, com’è noto, non sono  le sole ad avere tale carattere, che, anzi, secondo il giurista tedesco, era connaturale all’azione (e al provvedimento) amministrativo. Diversamente da quelli, le rotture hanno l’effetto di derogare a norme (leggi) costituzionali, mentre per gli atti amministrativi (d’emergenza) ci si limita (talvolta) a quelle legislative ordinarie o ad altri caratteri denotanti la straordinarietà, senza arrivare alla deroga (puntuale) alla legislazione costituzionale.
Piuttosto altro carattere delle rotture che le differenzia – oltre alla normativa derogata da altri istituti – è quello del particolare carattere e importanza vitale dello scopo. Se questo per gli organi e la normativa straordinaria consiste nell’attività necessaria a riportare a una vita normale popolazioni sconvolte da cataclismi naturali o da turbative gravi dell’ordine pubblico, nel caso della rottura la”causa finale” dev’essere “prima” : nel senso che l’esigenza deve consistere nell’alternativa tra rottura e rovina dell’ordinamento. Ovvero dev’essere in gioco l’esistenza della comunità o la forma nella quale questa esiste ed agisce.
Inoltre, dato che la rottura può non essere legale (nel senso di prevista dalla Costituzione formale) ma si fonda sulla necessità (v. sopra), occorre, per distinguerla da colpi di Stato e rivoluzioni, che sia legittima: cioè volta a salvaguardare (l’esistenza) e la forma in cui la comunità è organizzata.
5. Resta da vedere, sempre nel caso che la rottura non sia prevista, chi la possa porre in essere.
A parte la risposta ovvia, che lo è il titolare del potere costituente, questo, per il caso di forma di Stato monarchica, facilmente se ne può servire, ma è difficilmente esercitabile se si tratta di democrazia; nel qual caso, dovrebbe competere all’organo immediatamente rappresentativo (cioè il corpo elettorale).

Tuttavia in situazione d’urgenza il corpo elettorale non è l’organo più adatto a deliberare, nel qual caso compete all’organo che ha la competenza alla direzione politica dello Stato: in una Repubblica presidenziale il Presidente, in una Repubblica parlamentare il Parlamento.

7. Sempre nel caso della mancata previsione nel testo costituzionale delle rotture, si pone il problema di come possano essere legittimate a posteriori. A questo si può assimilare il caso che le rotture (previste dalla Costituzione) siano state deliberate senza osservare la procedura prevista o da un organo non competente.

Il problema della legittimazione a posteriori di un atto non conforme alla legalità, anche costituzionale, è stato affrontato più volte, e con particolare insistenza, da Santi Romano .

Il quale, coerentemente a quanto sopra esposto, fondava il potere di porre in essere atti illegali sulla necessità. Ma non trascurava né l’opportunità né l’importanza della legittimazione degli atti così presi, e ancor più delle (radicali) trasformazioni costituzionali, fino al caso estremo di un nuovo ordinamento. Il giurista siciliano fa al riguardo una doppia distinzione: tra diritto e legalità e tra questa e la legittimità. Quanto alla prima afferma “Quel che a noi sembra innegabile è che la dichiarazione dello stato d’assedio equivale ad una sospensione delle leggi comuni e quindi ad una temporanea abrogazione di esse: il che il Governo non può fare in base ad una legge, ma occorre, perché vi sia autorizzato, che sorga un’altra fonte del diritto che vinca la legge medesima, cioè la necessità. Ne viene che lo stato d’assedio è atto giuridico, ma illegale: donde la necessità che gli organi statuali che normalmente hanno l’ufficio di dichiarare il diritto, lo dichiarino anche quando esso, eccezionalmente, è stato dichiarato da altri” . Quanto alla seconda: “Ciò non basta perché il colpo di Stato si distingua abbastanza nettamente dai così detti provvedimenti di necessità. Questi in primo luogo, se sono a considerarsi illegali, non sembra che possano dirsi illegittimi: ci sono dei casi in cui, secondo la dottrina che sembra più accettabile, è perfettamente  giuridico non osservare una legge, salvo a riparare in seguito formalmente a questa inosservanza. La quale non è, come, a prima vista, potrebbe supporsi, qualche cosa di fatto, ma è regolata, così nel suo procedimento, come, in parte, nel suo contenuto, da norme vere e proprie di diritto” . E prosegue col distinguere i provvedimenti di necessità in cui “le mutazioni che nell’ordinamento costituzionale sono introdotte, per mezzo dei provvedimenti di cui è parola, hanno il carattere più spiccato della provvisorietà, in quanto presuppongono che, venute meno certe condizioni straordinarie, anche l’ordinario regime venga in tutto ripristinato. Non d’instaurazione di un nuovo ordinamento costituzionale è quindi in tal caso parlarsi, ma della momentanea sospensione di quello già esistente”. E indica quale criterio principale per identificare la legittimazione di un ordinamento nuovo “legittimo è solo quell’ordinamento cui non fa difetto non solo la vita attuale ma altresì la vitalità. Su quale base logica tale concetto riposi è appena necessario mostrare. La trasformazione del fatto in uno stato giuridico si fonda sulla sua necessità, sulla sua corrispondenza ai bisogni ed alle esigenze sociali. Il segno, esteriore se si vuole, ma sicuro che questa corrispondenza effettivamente esista, che non sia un’illusione o qualche cosa di artificialmente provocato, si rinviene nella suscettibilità del nuovo regime ad acquistare la stabilità, a perpetuarsi per un tempo indefinito” .

Applicando alle rotture costituzionali i criteri indicati da Santi Romano per le ordinanze di necessità e gli ordinamenti nuovi, la loro legittimazione può non avvenire con le procedure previste dalla legge (come una legge di “sanatoria costituzionale”) che, se non prevista dalla Costituzione formale, non può essere legalmente sanata: ma tutto sommato è irrilevante perché la legittimazione della rottura avviene con la di essa efficacia e congruità a risolvere la situazione d’emergenza, e l’accettazione della medesima. La quale non è un procedimento giuridico, ma uno stato (e quindi un’indagine) di fatto  e si basa sull’opinione, ripetuta anche dal giurista siciliano che “legittimo è qualunque Stato che esista di fatto”. Per cui se questo esiste superando la crisi, la “rottura” ha compiuto la sua funzione.

Per concludere, nel caso delle rotture (e della loro legittimazione) vale quanto ripetuto da più filosofi e giuristi: che non è tanto decisivo e rilevante l’esistenza di una competenza o una procedura all’uopo o  che vi sia un Tribunale per giudicare sulla legittimità delle rotture, perché in certi frangenti vale l’ “appello a Dio”, come sosteneva Locke. E che è, in diritto costituzionale, analogo al “Er gibt Keinen Prätor... zwischen Staaten” di Hegel nel diritto internazionale.

Teodoro Klitsche de la Grange

venerdì 16 dicembre 2011

L’autore ebreo anti-sionista Stephen Lendman premiato per “migliore giornalismo di inchiesta” - Ecco un suo articolo sulla Palestina occupata


Come tutti sappiamo, esistono due comunità distinte di giornalismo nel mondo. Da una parte troviamo l’industria della propaganda di massa, con la catena di montaggio per assemblare i messaggi del potere, che formano l’apparato della disinformazione pubblica. Conosciamo bene i suoi addetti: definirli “giornalisti” è un insulto alla categoria. Ogni giorno invadono le nostre vite, bombardando le menti dei cittadini distratti con versioni fraudolente di quanto succede nel mondo e in casa nostra. Sono i “mercenari della stampa”, i “terroristi dell’informazione”. Sono tanti, sono implacabili, occupano ogni spazio della propaganda strisciante. Si insinuano nelle coscienze degli incauti per mezzo di strategie di comunicazione astute e ripetitive, studiate per il controllo delle menti, per soffocare la voce del buonsenso, per narcotizzare spettatori e lettori, riducendoli a consumatori passivi e acritici dell’informazione.

I più noti tra loro generano opinioni indotte che inevitabilmente portano il pubblico inconsapevole a sposare le cause dei poteri forti, a illudersi di sapere chi sono i cattivi, a esultare all’idea che presto la NATO farà cadere il “terribile” Assad della Siria dopo avere fatto fuori il “diabolico” Geddafi. Sono loro, i giornalisti asserviti al diktat sionista  –  per convinzione o per convenienza - che propagano false dottrine presentando l’Islam come nemico pubblico dell’Occidente e Israele come vittima circondata da terroristi. Sono loro che stanno spianando la strada per la guerra contro l’Iran preparando l’opinione pubblica occidentale ad approvarla. Una forma di giornalismo inglorioso, che semina odio tra le genti e genera schiavitù mentale volontaria, a beneficio degli oppressori.

Dall’altra parte c’è la comunità dei “truth tellers” – i giornalisti che raccontano la verità, che gridano a lettere cubitali nella blogosfera per metterci in guardia contro le aggressioni alla Siria, al Libano e all’Iran, gli unici paesi nella regione a rifiutare l’asservimento all’impero US/raeliano. Sono loro che ci svelano i 60.000 morti ammazzati dalle bombe della NATO sparate sulla Libia per “proteggere” i civili dal loro leader, mentre ogni giorno le massicce rivolte nel Bahrein e nel Yemen vengono represse nel sangue perché i loro dittatori sono appoggiati da USA e Gran Bretagna.

Sono loro che ogni singolo giorno ci prospettano le terribili conseguenze di un eventuale attacco all’Iran voluto da Israele, ben consapevoli che Israele non esiterebbe a fare uso dell’arsenale nucleare in suo possesso. Sono loro a ricordarci che non potrà esserci pace tra gli ulivi della Palestina, né altrove nel mondo, finché Israele continuerà ad esistere come entità politica, con le sue Lobby in controllo delle politiche estere e dei parlamenti occidentali.

Sono loro, accademici, intellettuali e autori di libri straordinari, che si sgolano in rete con scritti preziosi, nel tentativo di sovrapporre le loro voci preoccupate a quelle aggressive e spregiudicate dei media di massa. Sono loro che ogni giorno arricchiscono le nostre menti e coscienze con il linguaggio del giornalismo etico.

Sono loro i veri corrispondenti di guerra – quella dei Nord contro i Sud del mondo, quella dell’Occidente contro l’Islam, quella dei governi contro i cittadini, quella del terrorismo ecologico contro il sistema Terra, quella della finanza mondiale sionista contro i lavoratori che beneficia della deregolamentazione del settore finanziario attuata dalla classe politica occidentale corrotta, fin dai tempi di Reagan e della Thatcher.

Se ogni cittadino occidentale leggesse anche un solo articolo al giorno scritto da uno dei “giornalisti della verità”, è probabile che il nostro mondo si trasformerebbe in breve tempo. La verità rivelata a centinaia di milioni di occidentali rappresenta uno strumento molto potente per smascherare e contrastare le mire malsane dei pochi a spese dei tanti.

La comunità internazionale del giornalismo etico ogni anno celebra il “giornalismo di eccellenza” con l’assegnazione dei premi di categoria, che vengono consegnati in Città del Messico da parte del Club de Periodistas nel mese di dicembre. Sono riconoscimenti di grande prestigio, noti nell’ambiente come “gli Oscar del giornalismo etico”. Le categorie premiate sono tante e i giornalisti sono di varie nazionalità.

Il premio internazionale per la categoria “giornalismo di inchiesta” quest'anno è stato aggiudicato all’unanimità all’autore americano Stephen Lendman, ormai noto ai lettori di questo blog, universalmente apprezzato per il grande impegno sul fronte della lotta contro il sionismo e contro ogni forma di oppressione e violazione dei diritti umani.


Il premio per la categoria “corrispondente di guerra” è stato assegnato al canadese Mahdi Darius Nazemroaya per i preziosi reportage dal fronte della Libia durante i mesi dei bombardamenti NATO sulla popolazione civile libica, in cui raccontava la verità opposta alle menzogne della NATO prontamente servite al pubblico avido di giustizialismo come forma compensatoria di ingiustizie subite in casa propria.

Stephen Lendman è un autore e conduttore radiofonico che vive in Chicago. E’ uno degli autori più prolifici e apprezzati nella blogosfera. Alla veneranda età di 77 anni scrive ogni giorno due articoli, uno dei quali tocca regolarmente il tema della causa palestinese, del sionismo, dei crimini di Israele, delle guerre americane volute dall’insaziabile appetito dei sionisti di Tel-Aviv e Washington. Nei suoi articoli Stephen Lendman attacca la stampa sionista su base quotidiana, opponendo alla falsa propaganda la versione dei fatti ben circostanziata e documentata.

Lendman è anche l'autore di un libro sullo strapotere del settore finanziario di Wall Street, pubblicato nel settembre di quest'anno e subito diventato un best-seller per la tematica di grande attualità.

Il programma radiofonico condotto da Stephen Lendman rappresenta un salotto politico in cui convergono gli esponenti del mondo accademico anti-sionista, anti-corporativo. In ogni puntata Stephen si intrattiene con uno degli autori a noi noti, in una conversazione tra uomini di coscienza preoccupati della sorte dei popoli. Un tema ricorrente è la situazione del Medio Oriente e dell’Iran nel mirino dell’Impero. Oggi, con crescente frequenza, le analisi degli autori portano ad una conclusione inquietante: che gli appetiti voraci del mostro neo-con sionista non saranno placati finché non avrà divorato anche la preda più ambita – la Cina.

L’ospite di Lendman nella trasmissione di oggi, data in cui Obama ha annunciato la fine dell’occupazione dell’Iraq, era James Petras, autore di tante pagine memorabili di denuncia a questa guerra di aggressione estrema e distruzione di una civiltà millenaria molto avanzata di cui i cittadini occidentali sanno poco e niente. Durante la trasmissione, i due autori facevano notare che in realtà l’Iraq rimaneva occupato da almeno 18.000 soldati americani, migliaia di contractors delle organizzazioni paramilitari mercenarie, oltre che dalle migliaia di funzionari americani in controllo del paese. Il resto del contingente americano di stanza in Iraq, veniva in realtà destinato ad altre aree del Golfo per continuare l’occupazione della regione.  

L’anno scorso il premio per il giornalismo di inchiesta era stato assegnato proprio a James Petras, docente di New York, autore di numerosi libri sulle politiche sioniste americane, noto alla blogosfera mondiale per il suo attivismo pro-palestinese e i suoi articoli di feroce critica a Israele e alle politiche imperialiste americane.

Durante la conversazione, tra Lendman e Petras, è stato toccato anche il tema della recente scoperta macabra fatta in USA: che fino al 2008 i resti dei soldati americani caduti in Iraq, comprese le membra dei mutilati, sono stati gettati in una discarica non lontana da Washington, una fossa da riempire, destinata a terreno edificabile.

Nonostante sia ebreo di origine, Stephen Lendman si considera «prima di tutto un uomo di coscienza» che non può esimersi dal denunciare i crimini di Israele nei confronti dei palestinesi. Il suo impegno senza compromessi non è rimasto senza conseguenze: da tempo la cerchia di amici e parenti ebrei lo ha ripudiato, e altrettanto hanno fatto molti dei familiari.

Mi scriveva Stephen in una mail recente: «ho ricevuto centinaia di mail di felicitazioni per il premio ricevuto, in maggioranza da parte della comunità accademica nord-americana. I membri della mia famiglia – ad eccezione di due - hanno ignorato l’evento nonostante li abbia informati. Sono sicuro che il motivo è la franchezza dei miei scritti sulla questione Palestina/Israele, la ragione principale del premio di cui sono stato insignito». 

Nel commentare l’evento della premiazione, Stephen Lendman dichiarava: «La cerimonia è stata magnifica. Gli organizzatori mi hanno riservato cortesie degne di un sovrano. Sarò per sempre grato di questa esperienza unica nella vita. Hanno partecipato ospiti illustri, oltre ai giornalisti messicani e stranieri e i rappresentanti della stampa. Un portavoce del governo messicano ha letto un messaggio del presidente Felipe Calderon per i premiati».

Stephen Lendman  e Mahdi Nazemroaya sono stati invitati a rilasciare una breve intervista per un programma trasmesso ovunque nell’America Latina. Stephen ha iniziato il suo discorso dicendo: «Oggi questo gringo americano è orgoglioso di essere chiamato “periodista”».

«Tradotto significa giornalista – specificava Stephen in un suo commento successivo -  ma per il “Club dei Giornalisti” messicano significa molto più di questo. L’anno prossimo sarà il loro 60esimo anniversario. Ogni anno onorano i giornalisti per il loro contributo alla verità».

Nel suo discorso di fronte al Club, Stephen dichiarava: «Sono profondamente commosso per l’onore ricevuto. Conserverò gelosamente il ricordo di questo giorno e mi impegnerò per essere sempre all’altezza del suo significato».

Anche noi abbiamo voluto rendere omaggio al neo-premiato giornalista di inchiesta, pubblicando di seguito l’articolo scritto dall’autore il 29 novembre per la Giornata Internazionale della Solidarietà alla Palestina. Siamo sicuri di fare cosa gradita all'autore, in quanto è proprio la sorte dei palestinesi la questione che a Stephen Lendman sta maggiormente a cuore.

* * *



- Giornata Internazionale della Solidarietà con la Palestina - 
di Stephen Lendman

- per i Palestinesi solo un altro giorno di ordinaria follia -


Istituita dall’ONU nel 1977, la Giornata Internazionale della Solidarietà con il Popolo Palestinese viene celebrata il 29 novembre e commemora la data in cui, nel 1947, venne adottata  la Risoluzione ONU 181 malgrado l’opposizione dei Palestinesi.

La Risoluzione è nota con il nome di Piano di Spartizione della Palestina. Consegnava il 56% della Palestina storica agli ebrei (che costituivano un terzo della popolazione),e il 42% ai palestinesi.

Gerusalemme venne dichiarata Città Internazionale e affidata ad un Consiglio di Amministrazione Fiduciario dell’ONU. Ufficialmente lo è tuttora. L’area comprende l’intera Gerusalemme, Betlemme, e Beit Sahour – in modo da includere tutti i luoghi sacri cristiani.

La Risoluzione 181 prevedeva anche la nascita di uno Stato Arabo Indipendente. La data per la dichiarazione ufficiale di tale stato era stata fissata per il 1° ottobre del 1948. Il testo sollecitava “tutti i Governi e Popoli ad astenersi da qualsiasi azione che possa ostacolare o ritardare la realizzazione di queste raccomandazioni”. Al Consiglio di Sicurezza veniva affidato il compito di “adottare le misure necessarie affinché il piano fosse implementato come previsto”. Il piano doveva garantire “una pace giusta e duratura …”.

Ma ciò che avvenne in seguito è noto a tutti. Prima che si potesse attuare il piano dell’ONU (comunque contro la volontà dei palestinesi), i sionisti avviarono la loro “guerra per l’indipendenza” e dichiararono l’esistenza dello stato di Israele nel maggio del 1948.

A distanza di molti decenni, la pace rimane una chimera e la Palestina è sempre occupata.

Le potenze mondiali non sono mai intervenute e oltre 8 milioni di palestinesi rimangono in attesa di giustizia, compresi i profughi e i palestinesi della diaspora.

Privo di qualsiasi potere di influenza, il Comitato per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese si riunisce ogni anno nella sede dell’Onu per osservare la Giornata della Solidarietà Internazionale. L’ipocrisia rituale si sostituisce a politiche efficaci per la Liberazione.

I palestinesi meritano impegno per la giustizia negata, non cerimonie. Un giorno, forse, i decenni di pazienza saranno ricompensati.

Il 29 novembre, i popoli ovunque nel mondo hanno espresso la loro solidarietà con la Palestina. In Gaza i membri dell’International Solidarity Movement di Beit Hanoun e altri gruppi palestinesi si sono messi in marcia verso le zone vietate da Israele per liberare migliaia di palloncini con bandiere palestinesi.

I palloncini si sono librati nel cielo, oltrepassando le frontiere che imprigionano la popolazione di Gaza. Riflettevano lo spirito del popolo che si strugge per la libertà. Un attivista palestinese ha fatto appello alle genti del mondo chiedendo di «isolare Israele nella comunità internazionale e di esercitare pressione in tutte le sue forme finché l’occupazione della Palestina avrà termine».

Radhika Sainath del Solidarity Movement dichiarava: «Oggi l’intero mondo libero è contrario all’occupazione, agli insediamenti e al muro di separazione. Continueremo la nostra opera in Palestina, con gli attivisti palestinesi, finché riusciremo a portare Libertà e Giustizia in Palestina».

Press TV riportava sui movimenti di attivismo pro-palestinese nel mondo, che ovunque bruciavano bandiere israeliane, simboli di repressione.  Gli abitanti di Gaza lanciavano le bandiere palestinesi al di là delle barriere costituite dal recinto elettrico che delimita la zona cuscinetto e impedisce ai palestinesi di accedere al 30% delle terre coltivabili.

E Israele come ha “celebrato” la Giornata?

In risposta alle manifestazioni del 29 Novembre, il giorno dopo Israele ha inviato carri armati, bulldozer e veicoli militari in Gaza. I soldati hanno aperto il fuoco dalle torrette di osservazione. L’artiglieria dei carri armati ha colpito le case a est di Khan Younis.

Le terre coltivate di Jahor al-Dik e Maqbola sono state distrutte. Gli elicotteri da guerra circolavano di continuo sull’area. Gaza rimane zona di guerra. Uomini, donne e bambini vengono colpiti costantemente.

E cosa faceva l’ONU? Il solito.

Il 28 novembre l’ONU accusava la Siria di “gravi violazioni dei diritti umani”. Il fatto che in Siria le uccisioni e altre atrocità sono opera di mercenari e membri di Al Qaeda reclutati dalle potenze occidentali non veniva specificato.

Né l’Onu condannava Israele per i quotidiani crimini contro l’umanità commessi contro i Palestinesi.

Il Segretario generale Ban Ki-moon funge unicamente da strumento dell’Impero. Dal suo ordine del giorno, gli obiettivi di pace e giustizia sono completamente assenti. Di conseguenza, i Palestinesi, i Libici, gli Iracheni, gli Afgani, i Bahreini, i Yemeniti, gli Egiziani, i Sauditi, i Somali, e altri milioni di esseri umani soffrono in modo atroce.

Ban Ki-moon non ha pronunciato parola quando a metà novembre Israele ha tagliato completamente la corrente elettrica di Gaza, «come al solito abusando del falso alibi della sicurezza», dichiarava il ministro per l’energia palestinese, Kanaan Ubeid.

L’elettricità è stata tagliata per 9 giorni interi.

Il 26 novembre Israele dichiarava che l’erogazione di acqua ed elettricità cesserà su base permanente se Fatah e Hamas formeranno un governo unitario come annunciato.

Il 29 novembre, data della Giornata della Solidarietà, il Centro Palestinese per i Diritti Umani condannava Israele per avere impedito ad una squadra di tecnici di ripristinare una rete elettrica di Gaza. Ad oggi non è stata riattivata.

La crisi elettrica genera gravi condizioni di disagio in Gaza, soprattutto ora che il freddo si fa sentire. Attualmente Gaza riceve solo un terzo del fabbisogno elettrico, in minima parte generato in Gaza e in Egitto e per il resto proveniente da Israele in misura del tutto inadeguata. 

La Società per la Distribuzione Elettrica di Gaza gestisce la situazione come può per mezzo di un piano di emergenza che comporta la mancanza di corrente elettrica per quasi metà della giornata. La malignità di Israele sta esacerbando le condizioni di grave disagio, violando le leggi internazionali.

Ufficialmente i palestinesi sono persone protette, ma Israele li tratta come criminali. I capi di stato delle potenze mondiali non intervengono, né tanto meno le autorità dell’ONU.

Ma l’elenco dei diritti violati da Israele è lungo.

Il Centro Hamoked per la Difesa dell’Individuo ha pubblicato sul proprio sito l’elenco degli abusi perpetrati da Israele su base regolare, tra cui:

1 – Il Muro di Separazione che accerchia le aree abitate dai palestinesi nelle zone in cui i coloni si sono insediati illegalmente. Il muro viola le leggi internazionali, sconvolge la vita dei palestinesi sui propri territori, ostruisce i diritti al culto religioso negando l’accesso ai luoghi sacri, rappresenta una punizione collettiva dei civili che Israele come entità di occupazione avrebbe l’obbligo di proteggere.

2 – I corpi dei palestinesi uccisi non vengono restituiti ai familiari, eccetto in casi sporadici. Dal 1988 la Hamoked ha fornito rappresentanza a centinaia di famiglie addolorate.

3 – Viene negata l’unificazione delle famiglie: Israele dichiara che i palestinesi non ne abbiano diritto e solo in casi rari “concede la riunificazione come atto di pura benevolenza”. Di conseguenza, la separazione forzata colpisce “decine di migliaia” di palestinesi di Gaza, cui viene impedito di raggiungere le famiglie nei territori palestinesi .

4 – Revoca della residenza. Dal 1967 a oggi Israele ha revocato la residenza a centinaia di migliaia di palestinesi residenti nei territori a loro ufficialmente assegnati.  In altre parole, i palestinesi che viaggiano all’estero devono depositare la propria carta di identità al momento del passaggio alle frontiere (sempre controllate dai militari israeliani, anche quelle non confinanti con Israele) e ricevono in cambio una “exit card” valida per 3 anni. Coloro che non ritornano entro tale scadenza, vengono dichiarati “emigrati all’estero”. La residenza viene revocata definitivamente, ad eccezione di casi isolati. Tale revoca viola i diritti internazionali, compresa la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, secondo cui «ognuno ha il diritto di partire dal proprio paese e da qualsiasi altro, conservando il diritto di ritornare [articolo 13(2)]».

5 – Residenza in Gerusalemme: da quando nel 1967 Israele ha illegalmente annesso Gerusalemme Est (ufficialmente riservata ai palestinesi), i residenti palestinesi subiscono varie forme di oppressione, comprese «barriere invisibili che incidono sulla vita quotidiana».

Israele ignora ogni legge internazionale con impunità.

I palestinesi non hanno diritti di alcun tipo. La loro vita è un inferno. Sanno di doversi aspettare qualunque sciagura da un momento all’altro, compreso lo sfratto forzato o la demolizione delle case per fare spazio a nuovi insediamenti di coloni israeliani.

La Hamoked assiste di continuo i palestinesi nel denunciare casi di abuso, anche presso la Corte Suprema. Ma perfino quando le sentenze sono favorevoli ai palestinesi, le disposizioni del tribunale non vengono applicate. Le autorità israeliane semplicemente ostruiscono o rimandano all’infinito l’esecuzione degli ordini del tribunale, provocando gravi sofferenze ai palestinesi.

Abusi terribili contro i palestinesi sono all’ordine del giorno.

Vediamo cosa è successo nella sola giornata del 30 novembre.

- I bulldozer dell’esercito israeliano hanno completamente sradicato ogni coltivazione del villaggio agricolo di Mas-ha, distruggendo anche gli allevamenti degli animali.

- I soldati hanno aperto il fuoco su un centro abitato vicino a Gaza City.

- Altrove nella Palestina occupata, gli attivisti di “Peace Now” sono stati presi di mira con minacce di morte e di distruzione mediante esplosivi della sede della loro associazione.Atti come questi sono in genere opera dei coloni estremisti israeliani. Ma le autorità non fanno niente per fermarli.

- Sempre il 30 novembre, i soldati israeliani hanno arrestato tre giovani di Beit Ummar, in territorio palestinese. I soldati hanno fatto irruzione violenta nelle loro abitazioni. Nei giorni precedenti, altri 16 residenti del villaggio erano stati arrestati e messi in carcere. 13 di loro erano minorenni. Gli israeliani trattano i bambini e minorenni alla stregua di adulti.

- Per la terza volta consecutiva, il 30 novembre la detenzione di Nayef Rajoub, parlamentare di Hamas, è stata estesa per altri 6 mesi.

I palestinesi possono essere detenuti all’infinito senza formali accuse, per presunte ragioni di sicurezza. Si tratta di una violazione non solo dei diritti internazionali, ma anche delle leggi israeliane.

Dal 1989, Rajoub è stato arrestato numerose volte, malgrado non abbia commesso crimini di alcun tipo.

Lo stesso vale per tanti palestinesi, la cui unica colpa è di volere vivere come cittadini liberi nella propria Terra.

Ma Israele chiama questo “terrorismo”.

- Sempre nella giornata del 30 novembre, Israele ha intercettato e arrestato 10 pescatori di Gaza. In seguito i pescatori sono stati rilasciati, ma le barche, i loro mezzi di sussistenza, sono state sequestrate.

Come sappiamo, gli israeliani hanno posto limiti estremi alla pesca nelle acque di Gaza. I pescatori spesso tornano con la barca vuota, o anche danneggiata dall’artiglieria delle navi da guerra israeliane.

In luglio di quest’anno, la Commissione Internazionale della Croce Rossa ha dichiarato che l’industria della pesca di Gaza è in pratica scomparsa. Migliaia di cittadini in Gaza dipendono dalla pesca – ma Israele li taglia fuori dalla fonte di sussistenza, restringendo l’area della pesca a 3 kilometri dalle coste di Gaza, ormai priva di pesce. Le barche che si avvicinano al limite vengono intercettate dalle navi da guerra del regime, che spesso aprono il fuoco.  Oppure la marina militare usa i potenti cannoni spara-acqua che mandano i pescherecci quasi a fondo. Tutto questo è illegale, compreso il limite dell’area di pesca. Ma nessuno interviene – tanto meno l’ONU.

- Sempre il 30 novembre, al parlamentare palestinese Qays Abdul-Karim è stato vietato di uscire dai territori palestinesi per partecipare alla 27esima sessione del Parlamento dell’America Latina in compagnia di una delegazione di altri parlamentari. Alla frontiera con la Giordania era stato fermato e interrogato da un ufficiale israeliano sul motivo del suo viaggio. Rispose che era diretto a Panama per trovare supporto alla fine dell’occupazione israeliana dei territori assegnati ai Palestinesi. L’espatrio gli venne revocato. Per ora non è stato arrestato ma, come spesso succede, c’è da aspettarsi un raid notturno per prelevarlo da un momento all’altro.

Gli arresti notturni avvengono con penosa regolarità.

La vita nella Palestina occupata è un inferno. Israele opprime i palestinesi per il semplice motivo di essere musulmani e non ebrei. Anche i cittadini israeliani arabi sono sempre a rischio. Su base quotidiana affrontano la discriminazione politica, sociale, economica e culturale.

All’inizio di novembre, la sessione sud-africana del Russel Tribunal sulla Palestina accusava Israele di sottoporre i palestinesi a condizioni di apartheid istituzionalizzata per come viene definita dal diritto internazionale.

Le politiche israeliane sono caratterizzate da discriminazione di stampo razzista. L’apartheid è un crimine internazionale. I testimoni comparsi davanti al Russel Tribunal hanno fornito testimonianze e prove di un’inequivocabile regime di apartheid imposto su chiunque non sia ebreo.

Le politiche ufficiali di Israele seguono criteri di discriminazione, repressione, isolamento e altre forme di abuso. Nonostante la persecuzione sia un crimine contro l’umanità, Israele la pratica con impunità.

Il Russel Tribunal e altre organizzazioni sono decisi a mettere fine ad ogni forma di ingiustizia perpetrata da Israele. Niente al di sotto sotto della piena giustizia è accettabile e tollerabile. 

martedì 13 dicembre 2011

Teodoro Klitsche de la Grange: «Glosse al Nomos della Terra», di Emanuele Castrucci

Emanuele Castrucci, Nomos e guerra. Glosse al Nomos della terra di Carl Schmitt, La Scuola di Pitagora, pp. 180, € 14,00.

Questo interessante saggio, dovuto al curatore dell’edizione italiana de “Il nomos della terra” di Carl Schmitt, nella forma di “glosse” al testo si confronta con le più note (spesso profetiche) tesi esposte dal grande giurista tedesco.

Stimolante, in particolare la tesi del parallelismo tra le idee di Schmitt sulla guerra e quelle di René Girard sulla violenza e il sacrificio; tema, questo, preso ripetutamente in esame sul “Behemoth”.

Scrive Castrucci che la guerre en forme dello jus publicum europeaum “classico” è una forma di ritualizzazione della violenza analoga al sacrificio: la guerre en dentelles dell’Europa dell’ancien régime otteneva lo stesso effetto di economizzare il sangue versato attraverso la limitazione della guerra: “Il contrappasso che il mondo deve subire per l’allontanamento delle modalità classiche di ritualizzazione della violenza (come era stata la guerre en forme dello jus publicum Europeaum) è quindi chiaramente rappresentato dall’estensione, di fatto incontrollabile, della medesima violenza all’intero corpo della società: la violenza endemica e senza volto che riconduce il mondo all’indifferenziato, invertendo quello che la storia dell’umanità aveva conosciuto come processo filogenetico di individuazione e differenziazione”.

Altro tema – d’attualità - che Catrucci glossa è quello delle forme atipiche di ostilità “Il pensiero classico concepisce la pace come assenza della guerra, e per guerra intende l’uso diretto della forza armata. Schmitt ritiene invece necessario soffermarsi anche sugli atti informali di ostilità, sulle misure di forza e sui mezzi di coercizione non militari. Sottile distinzione che gli permette di spiegare la possibilità di uno stato intermedio tra la guerra e la pace”. E qua l’intuizione del giurista di Plettenberg potrebb’essere completata con il confronto tra la prima definizione della guerra di Clausewitz, condivisa da Gentile che “la guerra è un atto di forza per costringere il nemico a fare la nostra volontà” e la tesi di Sun Zu secondo il quale “ottenere cento vittorie su cento battaglie non è il massimo dell’abilità: vincere il nemico senza bisogno di combattere, quello è il trionfo massimo”. Sulla quale, e sulle tesi esposte dai due “bravi colonnelli” cinesi, autori de “La guerra senza limiti” occorre riflettere, in tempi di aggressioni finanziarie di occulta provenienza.

Con la conseguenza che se la guerra come atto di forza “ritualizzato” è meno frequente, dall’altro, sono in parte incrementati gli atti di ostilità non riducibili a una violenza bellica (tipo embargo, boicottaggio economico, violazioni dello spazio “interno” degli Stati) come le guerre non “ritualizzate”, condotte da soggetti non titolari dello jus belli, senza le forme dello jus belli.

Questo e molto altro c’è nel saggio di Castrucci: dato che tuttavia gli spunti sono vari, e non riassumibili in una recensione, non resta che consigliarne la lettura.

Teodoro Klitsche de la Grange

mercoledì 7 dicembre 2011

Stefano Gatti: chi è costui? E quale il suo mestiere? - Risposta ad un attacco calunnioso e diffamatorio.

Post particolarmente collegati:
1) Seminario di Exeter.
2) Recensione documento Nirenstein.

Leggiamo sulla rete, in data odierna, nel sito sionista di «Informazione Corretta» un brano che chiaramente ci riguarda, direttamente ed inequivocabilmente, anche se non viene fatto il nostro nome (troppo “onore” il farlo, secondo un certo signor Qualcuno, alle cui direttive la Commissione Nirenstein si è attenuta, e con essa anche il “Ricercatore CDEC” (?) Stefano Gatti):
«…Questi siti hanno preso di mira numerose volte, con minacce e insulti, gli esperti e i membri del Comitato di indagine, e addirittura il gestore di un sito antiebraico ha seguito personalmente il Convegno del 17 ottobre e poi sul suo blog ha scritto una cronaca innervata di pregiudizi e insulti…».
Se come pare questo personaggio legge il mio blog, lo sfidiamo apertamente e pubblicamente a spiegare quali sono gli “insulti” e quali i miei “pregiudizi” e naturalmente in che senso questo sarebbe un sito “antiebraico”. Ci deve cioè dire se le cose sono perché le dice lui  o chi gliele mette in bocca (senza contraddittorio dei contro-interessati) o lui le dice perché lo sono in base ad un’essenza filosofica, dove lui riesce a penetrare ed a condurre pure a noi. Non vorrei qui dare lezioni di logica al presunto “scienziato”. Per adesso, con la tecnica di scrittura che ci è abituale, cioè una scrittura di getto ed estemporanea, ci occupiamo in prima battuta delle innumerevoli corbellerie, per non dire di peggio, contenute nel testo di Gatti, le cui argomentazioni in sede scientifica assolutamente non sono neppure lontanamente apprezzabili. Se però questo signore darà risposta ai nostri testuali quesiti, che si ricollegano alla ricerca di Atzmon, ci farà cosa gradita, che compensano le calunnie e le diffamazioni a cui è normalmente dedito. Se ci dirà, lui con la sua testa, cosa è “antisemitismo”, gliene saremo davvero molto grati, perché ci avrà dato una base di riflessione, sulla quale credo che anche l’amico Gilad potrà lavorare. Aspettiamo fiduciosi e sereni. Rinviamo anche al precedente post di Egeria, che è la traduzione/trascrizione di un dibattito svoltosi nell’università di Exterer, dove insegna ora Ilan Pappe, dopo che a seguito di minacce ha dovuto lasciare Israele. Questa università non è di terza o quarta categoria, come si legge, sempre nel “web ebraico”, in lingua italiana. Ma è invece un’università che onora quanti vi insegnano e studiano. La libertà del confronto e del dibattito, impossibile altrove, ne è la è più chiara dimostrazione. Mi riservo di modificare, ampliare, integrare questo post, scritto sotto l’urgenza di rispondere alle calunnie e diffamazioni del signor Stefano Gatti. Lo invitiamo ancora a leggere la “Memoria difensiva” pubblicata a margine, dove parlo effettivamente di “macchinazioni” a mio danno, il cui soggetti vado progressivamente scoprendo: complottismo? Mah! È da sapere che le testate “ebraiche” a cui è stata inviata regolare smentita, a suo tempo, non ne hanno voluto sapere di pubblicare. Hanno il loro “antisemita” e non lo vogliono mollare.



Intanto questo signore, che era presente alla riunione di famiglia, nella sala della Lupa di Montecitorio, dove la signora Fiammetta presentava il suo stupefacente, fatto in casa, rapporto sull’antisemitismo, non ha neppure la più pallida idea di cosa con questo termine i cittadini italiani debbano intendere. L’unica accezione che per costoro conti è una sola: chi mi sta contro deve finire in galera, non importa come e perché, le scuse si trovano, se stiamo noi al potere. Nel suo pezzo questo signore di nome Stefano Gatti, specializzato in diffamazione con garanzia di impunità, si preoccupa del fatto che vi sono persone che si limitano a constatare l’evidenza ed i fatti, accertati ed inconfutabili. Ad esempio, che Monti è un uomo della Goldman Sachs e che è espressione del mondo finanziario. Rilevare questo dato di fatto significa fare dell’antisemitismo. Per cui se non vogliamo incorrere in questa tremenda scomunica ci dobbiamo tenere Monti ed accettare senza fiatare tutto quello che le banche e la finanza vorrà fare di noi: carne da macello. Le armi di cui questi signori dispongono sono principalmente due:
a) la menzogna con la quale mirano a convincerci che tutto il male che ci fanno è per il nostro bene.
b) Se la menzogna non basta sopraggiungono i manganelli della polizia ed il carcere.
Un supporter di entrambi i metodi è questo signor Stefano Gatti, il quale se vuole applicare a se stesso il suo stesso metodo farebbe bene a dirci con quali soldi è pagato per diffamare i cittadini italiani, i quali in questi tempi di sacrifici avrebbero bene il diritto di ficcare il naso sui meccanismi con il quale il parlamento italiano, su iniziativa (guarda caso) di un certo Ruben ha erogato 300.000 euro all’ente in cui lavora il signor Gatti, il quale appunto con i nostri soldi svolge con piena impunità la sua attività diffamatoria, volta a far chiudere tutte le voci critiche, anche del suo operato.

Il presunto “ricercatore” Stefano Gatti farebbe bene a spiegarci una buona volta chi sono e cosa sono questi “ebrei”, che sarebbero vittime di non si sa chi e perché. Forse la sua testa non è adatta a recepire le profondità filosofiche di un testo decisivo sull’argomento delle politiche identitarie ebraiche. Fino adesso questi signori, che godono di altissime coperture e protezioni, hanno potuto contare sulla confusione, indistinzione ed ignoranza di termini come: «ebreo», «giudeo», «sionista», «antisionista sionista», «israeliano», «colono», «palestinese», «arabo», «sayanim», ecc. Ma adesso è finito e chi si sente accusato ha perlomeno il diritto di conoscere ciò di cui è accusato e da chi è accusato e perché è accusato.

Il documento Nirenstein è un monumento all’ignoranza, alla faziosità ed all’intolleranza, che proviene addirittura dal parlamento italiano, la cui legittimità non è mai stata così bassa come oggi. Partorisce di simili mostri (il governo Monti) e mostriciattoli autoreferenziali (il documento Nirenstein). Quanto al «monitoraggio scientifico» di cui si legge nel pezzo diffamatorio vi è da ridere a creparelle: assolutamente nulla di scientifico. Costoro non sanno neppure dove sta di casa la scienza obiettiva, fondata sui fatti e sulla chiarezza delle definizioni, oltre che sulla verifica e sul contraddittorio, cosa quest’ultima che costoro evitano accuratamente spedendo nelle patrie galere migliaia e migliaia di possibili contraddittori.

I “13 incontri” sono tutti di parte! È stato perfino testualmente detto ed accolto la direttive extra-parlamentare che non si doveva concedere l’«onore» di essere ascoltati agli oggetti umani di cui appunto ci si stava occupando. Quanto al ministro della Istruzione Gelmini, quella della tunnel dalla Svizzera al Gran Sasso, è tutto dire! E gli altri 12 non sono da meno.

Il 17 di ottobre c’ero, seppure giunto in incognito e in ritardo. Avrei anche potuto parlare, se mi fosse stato concesso. Insieme ad altri, di me assai più esperti, sarei andato alle “audizioni”, se questo “onore” ci fosse stato concesso, visto che a quanto pare di noi si voleva parlare. Ma in nostro rigorosa ed assoluta assenza. Ed è stato penoso vedere le facce di una ristretta lobby, fra cui quella del Gatti, che attenta alla democrazia italiana e di cui il popolo italiano si dovrebbe accorgere.

Perché non hanno invitato Gilad Atzmon a parlare di ebraismo? O anche Ilan Pappe? Quest’ultimo era venuto a  Roma, ma non ha potuto parlare all’università. A Monaco di Baviera si è scoperto che l’ostracismo veniva dalla comunità ebraica locale. Costoro non vogliono proprio sentire l’altra campana, manco se fatta da ebrei regolarmente circoncisi. Si, sul tavolo c’era un testo di Napolitano, forse scritto dal suo Alto Consulente, pure ebreo, Arrigo Levi… Mah! Insomma! Il presidente non si tocca! Ma non è che siamo per questo più convinti. Se mai continuiamo a pensare male sulle infiltrazioni evidenti di una lobby che certamente non ama le nostre libertà e che si cura non solo dei suoi privilegi, ma fa principalmente gli interessi di uno stato estero.

Come ben ha detto Gilad Atzmon, la rete non è così facilmente controllabile come i grandi media che hanno struttura proprietaria e possono essere comprati e ricattati con molti mezzi. La rete è fatta da tante persone che possono permettersi il lusso (finché dura) di pensare liberamente ed in modo del tutto indipendente. L’antisemitismo nella rete in realtà NON ESISTE. È solo un’invenzione di questi signori a cui torna estremanemente utile che l’antisemitismo ci sia. Ma per essere credibili dovrebbero dirci innanzitutto cosa esso sia. Ed una definizione scientifica invano la si cerca nel Documento Nirenstein o nelle volgari diffamazioni (pure in rete) del presunto “ricercatore” Stefano Gatti, ovvero diffamatore di professione. Magari il «filtro» ed il «controllo» di cui parla il Gatti lo vorrebbe esercitare proprio lui, che ad esempio son certo non riuscirebbe neppure a comprendere il linguaggio filosofico del libro di Gilad Atzmon, che getta in aria tutte le isteriche corbellerie della signora Nirenstein, nella cui scrittura invano si cercherebbe il lume di un concetto che non sia reiterata propaganda, uno sproloquio continuo che giusto nella stampa embedded si può trovare.  Invitiamo l’«ebrea» Nirenstein ad un pubblico confronto con l’«ebreo» Gilad Atzmon, magari in occasione della presentazione dell’edizione italiana del libro di Atzmon sull’identità ebraica. Vogliamo vedere all’opera la “bravura” di Fiammetta.

Il CDEC ha trovato “60 spazi”, poco curandosi di cosa ne pensano gli “inquisiti”, il cui diritto alla replica e alla difesa non è neppure lontanamente contemplato. Costoro cercano “mostri” che producono essi stessi. Questo esilarante personaggio di nome Gatti si ostina a parlarci di “pregiudizio antiebraico” senza lontanamente preoccuparsi di dirci cosa è «ebraico» e meno che mai senza accorgersi di un ben più corposo «pregiudizio ebraico». È stato detto del “negazionismo” che nessuno degli autori tacciati di “negazionismo” si ritiene “negazionista”. Il termine “negazionismo” è appunto una costruzione artificiosa con finalità pratiche: denigrazione, diffamazione, delazione.  Aspetto pubblica e quanto mai gradita smentita alla mia stima di 200.000 incriminazioni penali nella sola Germania dal 1994 ad oggi per null’altro che reati di opinione. Se il “ricercatore” Gatti si facesse in Germania, per verificare o smentire questi dati, ci farebbe un grande piacere, non avendo noi avuti 300.000 per fare una simile importante ricerca.

Con il concorso di una stampa compiacente e complice si fa credere agli ignari che esistano storici i quali “negano” che siano mai esistiti i “campi di concentramento” già nazisti, ma che poi Israele ha ricostituito tali e quali in Palestina per metterci i Palestinesi: si legga Ghada Karmi che cita una documentazione della Croce Rossa degli anni Cinquanta. E l’odierno blocco di Gaza cosa è se non un Lager che dal 2006 ad oggi supera in durata i lager nazisti del periodo bellico? Le persone appena un poco informate sanno che in questa materia dei “campi di concentramento” (la cui esistenza nessuno “nega”) vi sono tre punti di controversia, che andrebbero appianate con la discussione e la ricerca, non con il carcere e la gogna: 1) Il numero delle vittime: si pretende che debbano essere 6.000.000, con cifra non contestabile, pena la galera; 2) l’esistenza delle camere a gas; 3) l’intenzionalità del genocidio. È questo ciò di cui si occupa un numero crescente di “storici”, il cui lavoro è soggetto a galera, non a contraddittorio scientifico e dibattito.

Da un punto di vista filosofico la questione “storica” ha minore importanza, perché si tratterebbe da un punto di vista filosofico perché il fatto controverso sarebbe mai successo, su quali basi, in quale contesto, per quali scopi, ecc. Un dibattito quest’ultimo non meno inquietante di quello storico, se lo si potesse fare liberamente. Se io fossi un «ebreo», mi augurerei che gli storici “revisionisti” bollati come “negazionisti” abbiano tutta la libertà di poter svolgere le loro ricerche, perché altrimenti mi toccherebbe chiedermi perché mai qualcuno possa nutrire tanto “odio” verso gli «ebrei».

È da dubitare che il Gatti, presunto ricercatore, abbia la più pallida idea di queste problematiche: non è il suo mestiere. A lui altro si chiede. Ed è ciò che egli fa: diffamare persone che non possono replicare. Quanto alla Polizia Postale farebbe meglio ad occuparsi delle lettere e dei pacchi che non arrivano a destinazione, o del fishing: l’incompetenza storica e filosofica a trattare il tema è assoluta. Sarebbe come prendere un macellaio e portarlo in camera operatoria. Gli “insulti” e le “minacce” di cui parla il presunto ricercatore sono della assolute “calunnie”. Possono essere facilmente restituite al mittente con l’aggravante della violazione delle garanzie costituzionali dei comuni cittadini, messe in atto da parlamentari nella stessa Camera! Se fossero stati appena appena un poco onesti, anziché audire consulenti di parte, avrebbero potuto e dovuto chiamare e sentire in Aula le persone che si vogliono “incolpare”, senza loro concedere neppure il più elementare diritto di difesa e replica: questa è assoluta barbarie giuridica, indegna di un paese dove si dice sia nato il diritto.

L’operazione “Piombo Fuso” e “Mavi Marmara” e le reazioni da questi fatti suscitati non hanno assolutamente nulla a che fare con le corbellerie di cui parla Stefano Gatti: sono atti criminali dello stato di Israele, che nasce sulla “Pulizia etnica della Palestina”, descritta in ultimo anche dall’ebreo israeliano Ilan Pappe, costretto ad emigrare per minacce ricevute. Se gli “ebrei” di cui parla Gatti si identificano con la politica criminale di Israele, il problema riguarda questo genere di “ebrei” (si legga Atzmon), non quanti legittimanente criticano e si oppongono a veri e propri atti di genocidio.

La Commissione ha brillato per la sua ignoranza, faziosità e scorrettezza formale e sostanziale. Ne è prova il fatto che è stata espressamente esclusa qualsiasi consulenza che non fosse di parte e che è del tutto mancato qualsiasi contraddittorio. Addirittura sono stata palesamente falsificati gli stessi sondaggi su cui la Commessione dice di basarsi: la “non simpatia” rilevata viene tradotta come “ostilità”. Più beceri e antiscientifici non si poteva essere. Giunge quanto mai opportuna la notizia di una edizione italiana del recente libro di Atzmon sulle politiche identicarie ebraiche, un libro utile per spazzare via con un colpo solo le corbellerie diffamatorie di uno Stefano Gatti, di cui siamo assai curiosi di vedere se sarà in grado di leggere questo libro e di capirci qualcosa. Ne prevediamo la strategia elusiva, ma non la annunciamo.

*  *

Non per infierire contro il nostro “nemico” privato Stefano Gatti, ma solo per esaurire gli argomenti che ci vengono via via in mente in conseguenza del chiaro attacco alla nostra persona ed a questo blog, proseguiamo nel loro ordinato e sereno svolgimento. Intanto abbiamo mandato nella giornata di ieri, come atto dovuto, una email al Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, con esplicito richiamo alla legge sulla stampa, che sancisce il diritto di replica. Come per altre testate “ebraiche”, dubitiamo che vi ottemperi. Ma l’atto era dovuto e non farlo da parte nostra poteva essere pregiudizievole. Fare la stessa cosa per «Informazione Corretta» è cosa vana. Ma veniamo al discorso da dipanare in questa mattina successiva all’evento. Nella lettera sintetica (trenta righe previste dalla giurisprudenza) inviata al Bollettino abbiamo scritto che ci appare “stupida” la qualificazione “antiebraico”. Tocca qui spiegarne il senso compiuto, altrimenti lo stesso Gatti potrebbe dire che è un “insulto”, cosa di cui discutiamo più avanti. Cosa può mai significare “antiebraico”? L’unica cosa che posso immaginare è che sarei “contro” la religione ebraica. Si può definire un “ebreo” indipendentemente dalla religione ebraica? Ho appreso in altro circostanze che può essere rischioso dire ad un “ebreo” che è un “ebreo”. Occorre dire spendendo molto fiato: “cittadino italiano di religione ebraica”.

 E sia! Ma perché mai mi dovrebbe importare se uno è di religione ebraica, musulmana, luterana, anglicana, cattolica, cristiana, buddista? Proprio non riesco ad immaginarlo per quanto mi ci sforzi. Quindi una simile contestazione mi appare fondata su nulla, strampalata ed in questo senso “stupida”. È ben vero che in altro mio blog, che non aggiorno da tempo, mi occupo di “storia critica delle religioni”, ed in altro ancora ho intrapreso la rivisitazione e lo studio delle religione greco-romana, che storicamente precedettero quella ebraica e giudaica e che riscuote la nostra simpatia a preferenza di altre. Ma si tratta in ogni caso di studio. Mai si sono sognato di far cambiare religione a nessuno o di denigrare la sua religione. Certamente, io non intendo convertirmi all’ebraismo e subire la mutilazione genitale della circoncisione. Neppure provo attrazione per i tanti “crimini” che si leggono nell’Antico Testamento, che costituisce la base della religione ebraica. Ma di questi temi in questo blog non mi pare di aver mai trattato. O meglio vi sono autori come Giulio Morosini, a cui ha attinto Ariel Toaff per il suo contestatissimo libro “Pasque di sangue”, che mi interesserebbe leggere, insieme ad altri poco accessibili. Ma assolutamente nulla di “antiebraico” da parte mia, che mai ho pensato di fare l’apostolo di una qualsiasi fede a preferenza e in contrapposizione ad altre. Dunque, “stupido” l’addebito che mi viene fatto.

Se poi “ebraico” di cui io sarei “anti” significa qualche altra cosa, bisogna che lo stesso Gatti me lo spieghi. Io non riesco ad immaginare un “ebreo” del tutto scisso dalla sua “religione ebraica”, che più propriamente ho appreso a chiamare “giudaismo”, soprattutto dopo la lettura del libro di Jacob Rabkin, che introduce a tante interessanti distinzioni di cui non si trova traccia nel calderone della stampa pressoche tutta controllata da Israele. Ed «Informazione Corretta» nasce dieci anni fa proprio per controllare il “corretto” allineamento filo-israeliano della stampa italiana. Se invece Gatti per “antiebraico” intende “antisionista”, allora si tratta di tutt’altro discorso che ora ci porterebbe lontano. Non possiamo però ragionare per congetture e illazioni e dobbiamo aspettare che lo stesso Gatti raccolga il guanto di sfida rispondendo alle nostre repliche, essendo noi stati da lui più volte chiamato in causa.

Veniamo agli “insulti” che mi vengono attribuiti. Se si va a leggere il mio testo incriminato, si trova certamente il tono canzonatorio, anche la satira, ma l’«insulto» che è personale e rivolto a qualcuno cosa c’azzecca, per dirla con Di Pietro, di cui mi occupo nello stesso post contestato e con il quale mi sono imbattuto viso a viso all’uscita di Montecitorio: pure lui non meno “canzonato”, ma che però non si è fatto sentire. Avremmo continuato con lui per iscritto il “discorso” che non ha voluto sentire dal vivo.  Ad un relatore che – durante un convegno dove sono inchiodato alla sedia del pubblico, costretto a religioso silenzio – mi imputa in quanto “goi” di provare “invidia” per il fascino delle donne ebree cosa devo obiettare? Che forse le uniche donne ebree che ho potuto conoscere (non in senso biblico) erano quelle che si trovavano in sala e che - costretto ad osservarle - a me uomo di costumi orgogliosamente eterosessuali non trovavo per nulla piene di fascino! Che dire poi di un altro Tizio che nella sua relazione blaterava che “uccidere” un ebreo, piuttosto che non un musulmano o un palestinese (cosa che Israele fa quotidianamente) significa uccidere Dio stesso? Per fortuna, monsignor Fisichella se ne era già andato... Ma se ben ricordo nel racconto evangelico Gesù Cristo fu mandato a morte dal Sinedrio proprio per la pretesa di essere lui stesso Dio e Figlio di Dio. Mi ricordo dal mio Catechismo che per gli Ebrei di allora questo era il massimo della bestemmia che si potesse fare.

Ma se proprio “insulti” personali si vogliono cercare, basta leggere un qualsiasi numero di “Informazione Corretta” dove gli insulti ad personam sono a migliaia. Cito per tutti le quotidiane contumelie contro l’Ambasciatore Sergio Romano o contro tutti i giornalisti del quotidiano il Manifesto, che sprezzantemente chiamano sempre il “quotidiano di Rocca Cannuccia”. Il povero Michele Giorgio credo non abbia mai risposto a così volgari “nemici”, le cui fonti di finanziamento e dipendenze meriterebbero qualche inchiesta giornalistica. Dopo i 300.000 euro dati su iniziativa di parlamentari “ebrei” (absit iniura a verbo), volevano pure loro il finanziamento pubblico, come si legge nel loro geloso archivio, di cui sono appunto orgogliosi, ma che è soltanto un enorme deposito di fango, sul quale non mi risulta che la polizia postale abbia mai indagato, per applicare a costoro la deprecabile e faziosa legge Mancino – patrocinata e voluta dagli stessi Eletti Signori –, che quotidianamente invocano per i loro avversari e contraddittori. L’immensa bufala della signora Nirenstein, che aveva subito attribuito la strage di Oslo agli islamici, nasce da radicati “pregiudizi” islamofobici, ma poiché in questo paese, come si sa, la legge è uguale per tutti, il suo rispetto non è stato invocato per la Signora Fiammetta. L’«islamofobia» che si trova su «Informazione Corretta» non ha un «Osservatorio sul pregiudizio antislamico», come il CDEC, finanziato con i soldi di noi poveri “goym”. La polizia postale così solerte a prestarsi alle operazioni sioniste ben si guarda dall’indagare questo aspetto. Ma l’Italia è appunto una «colonia», come si legge in un brillante e lucido articolo apparso in questi giorni. Vi è da aggiungere che è una “colonia” non tanto degli Usa, quanto di Israele, cosa che spiega perfettamente tanta arroganza e tanto servilismo.

Non abbiamo esaurito le nostre osservazioni, ma rimandiamo ad altra seduta. Ora urgono altre incombenze ed i i testi di cui sopra devo essere riletti e corretti nella forma ovvero integrati con specifiche. Da tutti questi Signori il mondo non solo è visto con lenti deformati, ma hanno l’incredibile pretesa (e ci riescono!) che almeno la principale catena mediatica inforchi i loro stessi occhiali. Per dare un solo esempio, fresco di giornata, si vada qui e dopo aver visto si passi oltre.


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È ben vero che il nome e la faccia di Stefano Gatti non sono in cima ai miei pensieri, ma a tutt’oggi, ad un mese circa, non è stata raccolta la sfida. Ne ha avuto tempo per prepararsi, considenrando che i miei interventi sono sempre estemporanei e per questo un poco rischiosi. Ma non riesco ad immaginare quali argomenti questo signore possa ancora inventarsi. Non ne ha chiaramente trovati. Credo che lui e l’organizzazione di cui fa parte facciano pieno affidamento sull’innocuità della vittima di volta in volta scelta per alimentare un chimerico “antisemitismo”, la cui definizione – soprattutto dopo il libro di Atzmon –  diventa sempre più impalpabile. La sua voce però si è sentita in occasione del nuovo sacrificio rituale imbastito sulla pelle del povero Pallavidini, evidentemente mai perso di vista e del quale si fa di tutto, mediaticamente, per far saltare il sistema nervoso. Sono questi i metodi che Lor Signori usano abitualmente. Sono assai civili e tecnologicamente avanzati. Usano i termini alla rovescia: parlano di crescente “aggressività” di un inesistente “antisemitismo”, mentre l’unica aggressività che si può rilevare è proprio la loro che hanno bisogno sempre di nuove “vittime” per alimentare tutta la loro lucrosa impalcatura, una vera industria che al CDEC ha fruttato in ultimo 300.000 euro, dalle nostre tasche, che servono probabilmente per pagare uno stipendio proprio a Gatti. Se è lui il principale o l’unico “ricercatore” dell’Osservatorio dei pregiudizi altrui, ma non dei propri, non vi è molto di che lavorare per mostrane l’inconsistenza scientifica e documentale.