martedì 22 luglio 2014

Lettera aperta a un Quotidiano sulla solita accusa di “antisemitismo” ad ogni contestazione dello «Stato ebraico di Israele»

Fonte: “NENA
Ho già vissuto l’esperienza di «Piombo Fuso» nel dicembre 2008-gennaio 2009. Presi anche allora pubblicamente posizione e credo che sia qui la radice dell’attacco mediatico che mi giunse poi nell’ottobre dello stesso anno ad opera di un personaggio, specializzato nel creare demonizzazione delle opinioni e posizione altrui, debitamente travisate e manipolate. Tanta disonestà altrui è stata per me altamente istruttiva sulle cose di questo mondo, di come va questo Paese che è l’Italia, in questa Europa, e con questa classe politica sempre al governo nell’una o nell’altra veste. 

Adesso la «pulizia etnica» riprende il suo corso in un mutato scenario internazionale rispetto al 2009, al tempo di «Piombo Fuso». Mi sono formato alcune opinioni su ciò che accade e chiaramente non presto nessuna attenzione ai cosiddetti «analisti» o «opinionisti» se non per fare una “analisi” delle “analisi” e delle “opinioni” che tanta autorevolezza ci vengono propinate da televisioni e giornali con il chiaro intento di condizionare e costruire le nostre stesse opinioni, che tutte insieme formano la cosiddetta «opinione pubblica», che come diceva un mio compianto amico è solo l’«opinione pubblicata» di quelli che posseggono giornali e televisioni, controllando tutti i canali della comunicazione. 

Vorrei poter fare qualcosa. Se non unirmi alle “brigate internazionali” per Gaza, evocate da Gianni Vattimo, almeno far sentire la mia voce con quei limitati strumenti a me accessibili. Ho già partecipato a numerosi Forum, ho cercato di far parlare la voce della mia ragione oltre che del mio senso etico nel modo più rigoroso ed equanime che mi è stato possibile. Oggi stesso ho pure scritto a un paio di quotidiani lettere che so bene vanno sempre a finire nel cestino e che se non sono ben misurate possono produrre una querela per diffamazione semplice, come mi era stato minacciato durante “Piombo Fuso”, quando scrisse una ben ragionata e argomentata lettera a una nota Firma, lasciandomi però sfuggire un non ammesso “testa di c...”, che era il solo motivo per il quale avrei potuto ricevere – a sentire i miei legali – una comparizione davanti al Giudice di pace, dove però non è detto che avrei perso la causa. La querela non giunse ma la minaccia mi è servita per controllare i toni ogni volta che scrivo a un quotidiano, cosa che o ripreso a fare su sollecitazione di Pino Cabras

Ho anche scritto oggi stesso un’altra inutile lettera all’Avvenire, quotidiano dei Vescovi, dove affronto delicati temi di teologia politica. Non la pubblico perché credo che attirerei verso di me una nuova tempesta mediatica, che non avrei i mezzi per fronteggiare. Pubblico soltanto una Lettera appena terminata per Libero, ma il cui indirizzo email torna indietro. In fondo, non mi interessa di finire nel cestino di Belpietro e trovo più utile darne contezza ai miei affezionati Cinque Lettori, se aspettano da me qualche pubblica presa di posizione che possa aiutarli ad avviare una loro autonoma riflessione e soprattutto presa di posizione, giacché mai come in questo momento è stato importante agire, per come uno può e sa, ma non si deve restare in nessun caso inerti.

* * *

Al Direttore del Quotidiano Libero

Riferimento: http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=16&sez=120&id=54379

Scrivere a un quotidiano come Libero, di forte caratterizzazione sionista e dove scrivono ben caratterizzati giornalisti, è normalmente operazione inutile e ingenua, per non dire di peggio.

E perché mai dunque adesso lo faccio? Intanto perché con il genocidio in atto a Gaza si crea oggettivamente una linea di demarcazione tra chi sceglie di stare da una parte e chi dall‘altra. Se non siamo alle "brigate internazionali” di cui parla Vattimo, è bene che ogni singolo non solo dica pubblicamente da che parte sta, ma se crede si dissoci come sa e come può da crimini che vede compiersi sotto i propri occhi e che attraverso il sistema delle rappresentanze politiche vengono imputati a ogni cittadino per quanto ignaro e incolpevole, i cui governi mantengono normali relazioni diplomatiche con lo «Stato ebraico di Israele».

Se da qualche storico ebreo vengono incolpati tutti i cittadini tedeschi  degli anni Trenta e Quaranta per non aver preso quella posizione che si riteneva dovuta, come noi oggi possiamo starcene in silenzio?

Sul merito dell’articolo di Carlo Panella non è per nulla difficile replicare che non sortirebbe nessun effetto la ricorrente accusa di «antisemitismo» se non fosse perché è un titolo penale  usato strumentalmente per tacitare e reprimere ogni legittima dissociazione e ogni legittima protesta... Capita a proposito al riguardo un brano odierno di quell’ineffabile personaggio che è Henri-Bernard Levy, sul quale non ci soffermiamo se non quanto ricorda Gilad Atzmon: «Jewish Power is the capacity to silence the debate on Jewish Power» (Fonte).
«…A questi imbecilli oltre che mascalzoni, o viceversa, ricordiamo, ad ogni buon conto, che mescolare ebrei e israeliani in una stessa riprovazione è il principio stesso di un antisemitismo che, in Francia, viene punito dalla legge».
Bernard-Henri Levy: Fonte.
Non io, ma un capo di stato come Erdogan ha detto a Israele di aver superato i crimini del nazismo e Netanyahu ha subito risposto non allo stesso Erdogan ma a Kerry, dando dell’ “antisemita” al capo del governo turco, quasi a dire che Lui può ammazzare tutti i bambini che vuole e dire che sono "antisemiti” tutti quelli che inorridiscono a vedere teste di bambini mozzate da cannoni ad alta precisione ebraica... E lo ha fatto rivolgendosi agli USA, “ciechi verso Israele”, ricevendo una attestazione del “diritto di esistere” di Israele, operando nel modo che ognuno può vedere e giudicare.

No! Non ha senso scrivere a Libero e al suo direttore per tentare di intavolare un discorso sull’etica e sul diritto: sarebbe ingenuo e imperdonabile.

E allora perchè?

Per dire che chi legge gli articoli dei giornali o sente i notiziari delle televisioni,  e abitualmente NON scrive a quelli che redigono i testi o ai loro Direttori, non per questo sono consezienti con i messaggi, le interpretazioni, le letture, i valori subliminali che pretendono di far passare, in questo caso su un nuovo episodio della "Pulizia etnica della Palestina”, descritta fra i tanti altri dall’ebreo israeliano Ilan Pappe, che respinge anche in toto quella nozione di “conflitto” che consente di dire e di far passare che vi sono due parte che si fronteggiano in modo paritario. Vi è in realtà l’unilateralità  di una invasione e aggressione che inizia dal 1882, ben prima che Hilter nascesse, e che prosegue ai giorni d’oggi con una connivenza e una complicità degli Stati che formano la cosiddetta «Comunità internazionale», la cui natura sarebbe ora improbo definire.

NON è affatto vero che chi tace acconsente e se ne resta inerte. Mi auguro che  oltre alla mia voce altre se ne levino forte e chiare per esprimere la netta condanna di un genocidio in atto che non può trovare nessuna giustificazione di sorta.

giovedì 17 luglio 2014

Aggiornamento degli uccisi a Gaza dai raid israeliani

(Fonte: Imemc).
Uccisi mercoledì 16 luglio:
1. Mohammad Ismael Abu Odah, 27, Rafah.
2. Mohammad Abdullah Zahouq, 23, Rafah.
3. Ahmed Adel Nawajha, 23, Rafah.
4. Mohammad Taisir Abu Sharab, 23, Khan Younis.
5. Mohammad Sabri ad-Debari, Rafah.
6. Farid Mahmoud Abu-Doqqa, 33, Khan Younis.
7. Ashraf Khalil Abu Shanab, 33, Rafah.
8. Khadra Al-Abed Salama Abu Doqqa, 65, Khan Younis.
9. Omar Ramadan Abu Doqqa, 24, Khan Younis.
10. Ibrahim Ramadan Abu Doqqa, 10, Khan Younis.
11. Ahed Atef Bakr, 10, Gaza beach.
12. Zakariya Ahed Bakr, 10, Gaza beach.
13. Mohammad Ramiz Bakr, 11, Gaza beach.
14. Ismail Mahmoud Bakr, 9, Gaza beach. 
15. Mohammad Mahmoud Al-Qadim, 22, Deir al-Balah.
15. Mohammad Kamel Abdul-Rahman, 30, Sheikh ‘Ejleen, Gaza City.
16.Husam Shamlakh, 23, Sheikh ‘Ejleen, Gaza City.
17.Usama Mahmoud Al-Astal, 6, Khan Younis (morto per le ferite ricevute in un precedente attacco contro una moschea)
18. Hussein Abdul-Nasser al-Astal, 23, Khan Younis.
19. Kawthar al-Astal, 70, Khan Younis.
20. Yasmin al-Astal, 4, Khan Younis.
21. Kamal Mohammad Abu ‘Amer, 38, Khan Younis.
22.Akram Mohammad Abu ‘Amer, 38, Khan Younis
23. Hamza Raed Thary, 6, Gaza (spiaggia di Gaza, ferito alcuni giorni fa, durante l’attacco contro bambini che giocavano in spiaggiai)
Uccisi martedì 15 luglio:
1. Abdullah Mohammad al-‘Arjani, 19 anni, Khan Younis.
2. Suleiman Abu Louly, 33, Rafah.
3. Saleh Sa’id Dahleez, 20, Rafah.
4. Yasser Eid al-Mahmoum, 18, Rafah.
5. Ismael Fattouh Ismael, 24, Gaza City.
6. Khalil Sh’aafy, Juhr Ed-Deek – Gaza.
7. Sobhi Abdul-hamid Mousa, 77, Khan Younis.
Uccisi lunedì 14 luglio:
1. Adham Abdul-Fattah Abdul-‘Aal, 27
2. Hamid Suleiman Abu al-‘Araj, 60, Deir al-Balah.
3. Abdullah Mahmoud Baraka, 24, Khan Younis.
4. Tamer Salem Qdeih, 37, Khan Younis.
5. Ziad Maher an-Najjar, 17, Khan Younis.
6. Ziad Salem ash-Shawy, 25, Rafah.
7. Mohammad Yasser Hamdan, 24, Gaza.
8. Mohammad Shakib al-Agha, 22, Khan Younis.
9.Ahmed Younis Abu Yousef, 22, Khan Younis.
10. Sara Omar Sheikh al-Eid, 4, Rafah.
11. Omar Ahmad Sheikh al-Eid, 24, Rafah.
12. Jihad Ahmad Sheikh al-Eid, 48, Rafah.
13. Kamal Atef Yousef Abu Taha, 16, Khan Younis.
14. Ismael Nabil Ahmad Abu Hatab, 21, Khan Younis.
15. Boshra Khalil Zo’rob, 53, Rafah.
16.Atwa A’mira al-’Amour, 63, Khan Younis
Uccisi domenica 13 luglio:
1. Ezzeddin Bolbol, Rafah.
2. Rami Abu Shanab, 25 anni, Deir al-Balah.
3. Ramzya Abdul-’Alem, 73, Gaza City.
4. Mo’ayyad al-‘Araj, 2, Khan Younis.
5. Husam Ibrahim Najjar, 14, Jabalia.
6. Hijaziyya al-Hilo, 80, Gaza City.
7. Huwaida abu Harb, 44, central Gaza.
8. Haitham Ashraf Zo’rob, 21, Rafah.
9. Mo’sab Daher, 22, Deir al Balah.
10. Laila Hassan al-‘Oweidat, 35, al-Maghazi.
11. Hussein Abdul-Qader Mheisin, 14, Gaza.
12. Qassem Talal Hamdan, 23, Beit Hanoun.
13. Maher Thabet abu Mour, 23, Khan Younis
14. Mohammad Salem Abu Breis, 65, Deir al-Balah
15. Moussa Shehda Moammer, 60, Khan Younis.
16. Hanadi Hamdi Moammer, 27, Khan Younis.
17. Saddam Mousa Moammer, 23, Khan Younis.
Uccisi sabato 12 luglio:
1. Anas Yousef Qandil, 17 anni, Jabalia.
2. Yousef Mohammad Qandil, 47, Jabalia.
3. Mohammad Edrees Abu Sneina, 20, Jabalia.
4. Abdul-Rahman Saleh al-Khatib, 38, Jabalia.
5. Husam Thieb ar-Razayna, 38, Jabalia.
6. Ibrahim Nabil Hamada, at-Tuffah – Gaza City.
7. Hasan Ahmad Abu Ghush, at-Tuffah – Gaza City.
8. Ahmad Mazen al-Bal’awy, at-Tuffah – Gaza City.
9. Ali Nabil Basal, 32, at-Tuffah – Gaza City.
10. Mohammad Bassem al-Halaby, 28, western Gaza City.
11. Mohammad Sweity (Abu Askar), 20, western Gaza City.
12. Khawla al-Hawajri, 24, Nuseirat refugee camp.
13. Ola Wishahi, 31, Mabarra association for the disabled in Jabalia.
14. Suha Abu Saade, 38, Mabarra association for the disabled in Jabalia.
15. Khalwa al-Hawajra, 24.
16. Rateb Subhi al-Saifi, 22, Sheikh Radwan – Gaza City.
17. Azmi Mahmoud Obeid, 51, Sheikh Radwan – Gaza City.
18. Nidal Muhammad Abu al-Malsh, 22, Sheikh Radwan – Gaza City.
19. Suleiman Said Obeid, 56, Sheikh Radwan – Gaza City.
20. Mustafa Muhammad Inaya, 58, Sheikh Radwan – Gaza City.
21. Ghassan Ahmad al-Masri, 25, Sheikh Radwan – Gaza City.
22. Rif’at Youssef Amer, 36, al-Saftawi.
23. Rif’at Syouti, western Gaza City.
24. Nahedh Na’im al-Batsh, 41, Khan Younis.
25. Baha’ Majed al-Batsh, 28, Khan Younis.
26. Qusai Issam al-Batsh, 12, Khan Younis.
27. Aziza Yousef al-Batsh, 59, Khan Younis.
28. Ahmad No’man al-Batsh, 27, Khan Younis.
29. Mohammad Issam al-Batsh, 17, Khan Younis.
30. Yahia ‘Ala’ Al-Batsh, 18, Khan Younis.
31. Jalal Majed al-Batsh, 26, Khan Younis.
32. Mahmoud Majed al-Batsh, 22, Khan Younis
33. Majed Sobhi al-Batsh, Khan Younis.
34. Marwa Majed al-Batsh, 25, Khan Younis.
35. Khaled Majed al-Batsh, 20, Khan Younis.
36. Ibrahim Majed al-Batsh, 18, Khan Younis.
37. Manar Majed al-Batsh, 13, Khan Younis.
38. Amal Hussein al-Batsh, 10, Khan Younis.
39. Anas Ala’ al-Batsh, 10, Khan Younis.
40. Qusai Ala’ al-Batsh, 20, Khan Younis.
41. Zakariyya Ala’ al-Batsh, 20, Khan Younis.
42. Mohannad Yousef Dheir, 23, Rafah.
43. Mohammad Zo’rob, 21, Rafah.
44. Imad Bassam Zo’rob, 21, Rafah.
45. Mustafa ‘Arif, 26, eastern Gaza City.
46. Mohammad Ghazi ‘Arif, 35, eastern Gaza City.
47. Amir ‘Arif, 10, eastern Gaza City.
48. Ghazi Arif, eastern Gaza City.
49. Ahmad Yousef Dalloul, 57, Gaza.
50. Fadi Ya’coub Sukkar, 25, Gaza.
51. Qassem Jaber Odah, 16, Khan Younis.
52. Mohammad Abdullah Sharatha, 23, Jabalia.
Uccisi venerdì 11 luglio:
1. Wisam Abdul-Razeq Ghannam, 23, Rafah.
2. Mohammad Abdul-Razeq Ghannam, 26, Rafah.
3. Kifah Shihada Ghannam, 20, Rafah.
4. Ghalia Thieb Ghannam, 7, Rafah.
5. Mohammad Munir ‘Ashour, 25, Rafah.
6. Nour an-Ajdi, 10, Rafah.
7. Anas Rezeq abu al-Kas, 30, Gaza City (doctor).
8. Abdullah abu Mahrouq, Deir al-Balah.
9. Mohammad Waloud, Beit Lahia
10. Hazem Ba’lousha, Beit Lahia.
11. Ala’ Abdul Nabi, Beit Lahia
12. Ahmed Zaher Hamdan, 22, Beit Hanoun.
13. Mohammad al-Kahlout, 38, Jabalia.
14. Sami Adnan Shaldan, 25, Gaza City
15. Salem al-Ashhab,40, Gaza City.
16. Raed Abu Hani, 50, Rafah.
17.Rabea Abu- Hmeedan, 65, Jabalia.
18.Mazen Aslan, Shahrman, Al-Bureij.
19. Abu el-Kas, Al Bureij.
20. Shahd Helmi al-Qrynawi, 5, Al-Bureij.
21. Mohammad Samiri, 24, Deir al-Balah.
22. Rami Abu Mosa’ed, 24, Deir al-Balah.
23. Saber Sokkar, 80, Gaza City.
24. Hussein Mohammad al-Mamlouk, 47, Gaza City.
25. Nasser Rabah Sammama, 46, Gaza City.
26. Abdul-Halim Abdul-Mo’ty Ashra, 52, Deir al-Balah.
27. Sahar Salman Abu Namous, 4, Beit Hanoun. 
Uccisi giovedì 10 luglio:
1. Mahmoud Lutfi al-Hajj, 57, Khan Younis (padre di sei figli uccisi)
2. Bassema ‘Abdul Qader Mohammed al-Hajj, 48, Khan Younis (madre di sei figli uccisi)
3. Asma’ Mahmoud al-Hajj, 22, Khan Younis.
5. Sa’ad Mahmoud al-Hajj, 17, Khan Younis.
6. Najla’ Mahmoud al-Hajj, 29, Khan Younis.
7. Tareq Sa’ad al-Hajj, 18, Khan Younis.
8. Omar al-Hajj, 20, Khan Younis.
9. Baha’ Abu al-Leil, 35, Gaza City.
10. Suleiman Saleem Mousa al-Astal, 17, Khan Younis.
11. Ahmed Saleem Mousa al-Astal, 18, Khan Younis (fratello di Suleiman)
12. Mousa Mohammed Taher al-Astal, 15, Khan Younis.
13. Ibrahim Khalil Qanan, 24, Khan Younis.
14. Mohammad Khalil Qanan, 26, Khan Younis (fratello di Ibrahim).
15. Ibrahim Sawali, 28, Khan Younis.
16. Saleem Sawali, 23, Khan Younis.
17. Hamdi Sawali, 18, Khan Younis.
18. Mohammad al-‘Aqqad, 24, Khan Younis.
19. Ismael Abu Jame’, 19, Khan Younis.
20. Hussein Abu Jame’, 57, Khan Younis (padre di Ismael).
21. Ramadan Abu Ghazal, 5, Beit Lahia.
22. Ehsan Ferwana, 19, Khan Younis.
23. Salem Qandil, 27, Gaza City.
24. Amer al-Fayyoumi, 30, Gaza City.
Uccisi mercoledì 9 luglio:
1. Hamed Shihab, Journalist – Gaza.
2. Salmiyya al-‘Arja, 53, Rafah.
3. Miriam ‘Atiya al-‘Arja, 9, Rafah.
4. Rafiq al-Kafarna, 30.
5. Abdul-Nasser Abu Kweik, 60.
6. Khaled Abu Kweik, 31.
7. Eyad Salem ‘Oraif, 12, Gaza City.
8. Mohammad ‘Oraif, 10, Gaza City (fratello di Eyad).
9. Mohammad Mustafa Malika, 18 mesi.
10. Hana’ Mohammed Fu’ad Malaka, 28 (madre di Mohammad), 27.
11. Hatem Abu Salem.
12. Mohammad Khaled an-Nimra, 22.
13. Sahar Hamdan (al-Masry), 40, Beit Hanoun.
14. Ibrahim al-Masry, 14, Beit Hanoun.
15. Amjad Hamdan, 23, Beit Hanoun.
16. Hani Saleh Hamad, 57, Beit Hanoun.
17. Ibrahim Hani Saleh Hamad, 20, Beit Hanoun.
18. Mohammad Khalaf Nawasra, 2, al-Maghazi.
19. Nidal Khalaf Nawasra, 4, al-Maghazi.
20. Salah Awad Nawasra, 24, al-Maghazi.
21. ‘Aesha Shubib al-Nawasra, 23, incinta al quarto mese, al-Maghazi.
22. Naifa Mohammed Zaher Farajallah, 82, al-Mughraqa.
23. Aisha Najm.
24. Amal Yousef Abdul-Ghafour.
25. Ranim Jouda Abdul-Ghafour.
26. Ibrahim Daoud al-Bal’aawy.
27. Abdul-Rahman Jamal az-Zamely.
28. Ibrahim Ahmad ‘Abdin.
29. Mustafa Abu Murr.
30. Khaled Abu Murr.
31. Mazin Al-Jarba.
32. Marwan Eslayyem.
33. Hatem Abu Salem, Gaza City.
34. Nariman Abdul-Ghafour, Khan Younis.
35. Ra’ed Mohammed Abu Shalat, 35, al-Nussairat.
36. Yasmin al-Mautawaq, 3, Gaza City.
37. Ahmad Swali, 28, al-Nussairat.
Uccisi martedì 8 luglio 
1. Mohammad Sha’ban, 24, Gaza.
2. Amjad Sha’ban, 30, Gaza.
3. Khader al-Basheeleqety, 45, Gaza.
4. Rashad Yassin, 27, Nusseirat.
5. Mohammad Ayman ‘Ashour, 15, Khan Younis.
6. Riyadh Mohammad Kaware’, 50, Khan Younis.
7. Bakr Mohammad Joudeh, 50, Khan Younis.
8. Ammar Mohammad Joudeh, 26, Khan Younis.
9. Hussein Yousef Kaware’, 13, Khan Younis.
10. Bassem Salem Kaware’, 10, Khan Younis. 
11. Mohammad Ibrahim Kaware’, 50, Khan Younis.
12. Mohammad Habib, 22, Gaza.
13. Mousa Habib, 16, Gaza.
14. Saqr ‘Aayesh al-‘Ajjoury, 22, Jabalia.
15. Ahmad Nael Mahdi, 16, Gaza.
16. Hafeth Mohammad Hamad, 26, Beit Hanoun.
17. Ibrahim Mohammad Hamad, 26, Beit Hanoun.
18. Mahdi Mohammad Hamad, 46, Beit Hanoun.
19. Fawziyya Khalil Hamad, 62, Beit Hanoun.
20. Donia Mahdi Hamad, 16, Beit Hanoun.
21. Soha Hamad, 25, Beit Hanoun.
22. Suleiman Salam Abu Sawaween, 22, Khan Younis.
23. Siraj Eyad Abdul-‘Aal, 8, Khan Younis.
24. Abdul-Hadi Soufi, 24, Rafah.
Child killed in Gaza - Image By Quds News
(Bambini uccisi a Gaza – Foto di Quds News)
4-year old Sahar Salman Abu Namous, before he was decapitated by an Israeli shell (image by palestine-info.co.uk)
Sahar Salman Abu Namous, di 4 anni, prima di essere decapitato da un missile israeliano (foto di palestine-info.co.uk)

martedì 15 luglio 2014

APPELLO URGENTE DELLA SOCIETÀ CIVILE DI GAZA: AGITE SUBITO! 13.7.2014



Dalla Palestina occupata, da Gaza sotto assedio.

Noi Palestinesi intrappolati dentro la Striscia di Gaza, assediata e insanguinata, facciamo appello alle persone di coscienza del mondo intero ad agire, protestare e intensificare i boicottaggi, i disinvestimenti e le sanzioni contro Israele, finché questi non finisca questo attacco criminale contro il nostro popolo e ne sia chiamato a risponderne.

Ancora una volta il mondo ci sta voltando le spalle, siamo stati lasciati negli ultimi quattro giorni a Gaza a fronteggiare un massacro dopo l’altro. Mentre leggete queste parole 120 palestinesi sono già morti, compresi venticinque bambini. Sono oltre 1.000 i feriti compresi quelli con ferite orrende che limiteranno per sempre la loro vita - più di due terzi dei feriti sono donne e bambini. Sappiamo di fatto che molti non arriveranno a domani. Chi di noi sarà il prossimo, mentre rimaniamo svegli, a causa del rumore della carneficina, nei nostri letti stanotte? Saremo la prossima foto mostrati in maniera irriconoscibile per la capacità di Israele di dilaniare i corpi, un congegno di distruzione nel fare a pezzi gli arti?
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PCHR Palestinian Centre for Human Rights Press Releases Ref: 82/2014, Date: 13 July 2014, Time: 07:00 GM

lunedì 14 luglio 2014

Recensione: Ronald Dworkin, Religione senza dio. -

Ronald Dworkin, Religione senza Dio, Il Mulino, Bologna 1914, pp. 134, € 13,00

Come scrive Salvatore  Veca nel breve saggio introduttivo, la tesi che Dworkin espone in questo libro “genera un’interpretazione della religione o, meglio, dell’atteggiamento e del punto di vista religioso che, sul piano valoriale, accomuna persone che hanno credenze etiche basate sulla credenza in Dio e persone che hanno credenze etiche che non dipendono dalla credenza in un qualche dio. Il nucleo della condivisione coincide con la duplice risposta al valore intrinseco delle vite che abbiamo da vivere e al valore intrinseco dell’universo di cui facciamo parte” e che “la libertà religiosa può essere reinterpretata in modo più inclusivo e comprensivo come indipendenza etica delle persone, siano esse credenti in una religione con Dio o senza Dio”.

Dworkin scrive nel primo capitolo che “La religione è più profonda di Dio: questo è il filo conduttore del libro. La religione è una visione del mondo profonda, speciale ed esaustiva, secondo la quale un valore intrinseco e oggettivo permea tutte le cose; l’universo e le sue creature suscitano meraviglia; la vita umana ha uno scopo e l’universo ha un ordine”. E il fascino della divinità “derivava dal fatto che si pensava riuscissero a infondere valore e finalità nel mondo. Tuttavia, come sosterrò, la convinzione che il valore riceva l’avallo di un dio presuppone l’adesione alla realtà indipendente di tale valore. Un’adesione, quest’ultima, possibile anche per i non credenti. Perciò i teisti condividono con alcuni atei un impegno che è più fondamentale di ciò che li divide, e proprio questa fede condivisa potrebbe gettare le basi per una migliore comunicazione fra di essi”.

L’atteggiamento religioso – scrive Dworkin, “in definitiva riposa sulla fede … Ho affermato ciò principalmente allo scopo di mettere in risalto che anche la scienza e la matematica sono, allo stesso modo, questioni di fede”. Le religioni monoteiste “giudaismo, cristianesimo e islamismo – hanno due componenti: una scientifica e una valoriale”; la seconda “offre un certo numero di convinzioni su come le persone dovrebbero vivere e a che cosa dovrebbero dare valore. Alcune di queste sono convincimenti teologici, cioè convincimenti che sono parassitari rispetto all’assunto che esista un dio e che non avrebbero senso senza di esso”.

Quindi componente “scientifica” (cioè attinente a “giudizi di fatto” e non a scelte di valore), ma anche componente valoriale; “…Ma altri valori religiosi non sono teologici in questa maniera:sono almeno formalmente indipendenti da qualsiasi dio. I due valori religiosi paradigmatici che ho identificato sono indipendenti in questo senso”. Quel che conta realmente è che “la componente scientifica della religione convenzionale non può fondare la componente valoriale perché – per dirla in breve, almeno per ora – esse sono concettualmente indipendenti”.

Abbiamo cercato di sintetizzare al massimo le tesi del giurista americano; quanto ai problemi che pongono, non sono novità, ma fondati su interrogativi, risposte, convinzioni da secoli trattati dal pensiero occidentale.

Ad esempio il carattere della religione (e della teologia) di “fondazione” delle comunità umane, condiviso da Machiavelli, Vico, Hauriou, solo per citare alcuni dei tanti che se ne sono occupati. In tal senso le “novità”introdotte da Dworkin sono che è religione anche l’ateismo; l’effetto “costituente” che accomuna credenti e non credenti, quest’ultimi purché dotati di fede nei valori necessari all’esistenza comunitaria. Scrive Dworkin “Ciò che differenzia la religione devota a un dio da quella senza dio, cioè la scienza della religione di dio, non è altrettanto importante della fede nel valore che le accomuna”; che i valori sono tanto più costituenti quanto più sono percepiti come oggettivi “L’atteggiamento religioso rifiuta tutte le forme di naturalismo; sostiene che i valori sono reali e fondamentali e non mere manifestazioni di qualcos’altro”.

Tali affermazioni sono state formulate da secoli. Il carattere forte e politicamente fondante dell’ateismo (identificato nel socialismo) da Donoso Cortès; lo stesso la fede in idee, valori (da Donoso Cortès a ritroso in un certo senso già con Vico e  successivamente con Pareto e Mosca); il carattere “valoriale” e “non scientifico” ma fondante della “fede”, da tanti, tra cui Pareto.

A questo punto c’è da chiedersi quale sia l’effettiva “novità” di questo libro di Dworkin. La “novità” è che il giurista americano considera decisivo il rispetto delle scelte etiche individuali, facendone, secondo la tradizione liberale della libertà di pensiero (anche etico) il punto centrale della pacifica convivenza tra gli uomini. Questo è (tendenzialmente) vero per una società moderna, ma è (anche in questa) riduttivo perché insufficiente. Ossia l’ “indipendenza etica” sia come diritto verso gli altri, sia verso lo Stato è un importante “pezzo” dell’assetto valoriale della modernità, ma non basta. Anche perché è sbilenco verso il privato: in sostanza è una “libertà da”, e come tutte le “libertà da” costituisce un limite al potere pubblico, ma serve solo a metà a esercitarlo e legittimarlo. Per far questo occorre un insieme di principi, valori, sentimenti che attengano alla sfera pubblica, alla res publica. E che (spesso) si sostanziano sia in diritti (di partecipare alle scelte pubbliche) che in doveri (ad esempio difendere la comunità fino al sacrificio personale). E non basta neppure una condivisione di “valori”, occorre quella di esistenza e di storia.

L’altra novità è che, contrariamente a quanto ritengono tanti giuristi, anche quelli più ammirati delle sue idee, Dworkin ritiene insostituibile un senso di credenza, di fede per costituire e consolidare una comunità, peraltro rapportando il tutto  a diritti concreti e libertà reali.

In tempi di normativismo, di norme e procedure (e poco altro) anche questa è una (vecchia) novità. E non è poco. 
Teodoro  Klitsche de la Grange


giovedì 26 giugno 2014

Recensione: Fabio Vander, Posizione e movimento, Mimesis Edizioni, Milano 2013

Fabio Vander, Posizione e movimento, Mimesis Edizioni, Milano 2013, pp. 169, € 16,00.

Questo libro ricostruisce e indaga i rapporti tra il pensiero (e azione) strategico-militare e quello politico: una prospettiva frequentata – e ben frequentata – per secoli, la quale, da metà del secolo passato, è sempre meno trattata. Analogamente al terzo elemento del rapporto: quello dell’organizzazione e dell’ordine comunitario. Come c’è una relazione tra guerra e politica, così ve n’è un’altra – non solo, va da sé, tra politica e organizzazione istituzionale (e sociale) - ma anche tra guerra e forma politica, pensiero strategico e modellazione delle sintesi politiche.

In particolare il rapporto tra strategia e politica (quello con l’istituzione è sullo sfondo), è ormai raramente considerato, anche se, contrariamente a tale rarità contemporanea, nei pensatori maggiormente considerati nel libro cioè Gramsci, Schmitt e Jünger, ne è evidente e decisiva l’importanza. Per Schmitt basterebbe ricordare la categoria dell’amico/nemico, il che significa, in primo luogo, che ogni attività politica presuppone la guerra come possibilità reale; per Jünger tale rapporto è connaturale a gran parte dell’opera; per Gramsci è ripetutamente sottolineato dal pensatore sardo.

L’esperienza della Grande guerra infatti, con il suo immane scontro di grandi masse umane e l’impiego di mezzi spropositati determinava riflessioni e discussioni che impegnavano molti tra i più importanti politici e militari dell’epoca, compreso l’italiano Dohuet, più volte ricordato da Vander.

L’autore insiste sul carattere dialettico della guerra e della politica: amico/nemico; offesa/difesa; pace/guerra; vittoria/sconfitta. La scriminante tra questi opposti sfocia concretamente in situazioni in cui l’uno comprende anche l’altro. Come scrive l’autore “Se non si coglie il senso autentico e fondativo di questa dialettica della storia non si capisce nulla della storia in primis, ma poi anche della guerra, della politica, della filosofia, della vita.

Antonio Gramsci
Di qui il nostro interesse per l’approfondimento del nesso fra teoria e prassi, fra dialettica e guerra. Non si tratta di una esornazione filosofica, ma di una necessità per la corretta intelligenza dei fatti, nella fattispecie di una battaglia, di una guerra, di un dopoguerra”.

La dialettica è il “paio di occhiali” con cui leggere guerra e politica, e così anche le vicende della prima guerra mondiale e del successivo dopoguerra.

Vander cita a più riprese l’omologia tra arditismo e massa dell’esercito da un lato, offesa/difesa, avanguardie rivoluzionarie e popolo dall’altro. In effetti l’esaltazione delle elite militari rispetto al ruolo della massa dell’esercito, trascura che, se singoli scontri e anche battaglie possono essere vinti per l’impiego tattico di reparti scelti, quel che conta è in definitiva l’esito della guerra. La quale non può essere vinta se non “si tiene” il rapporto tra direzione politico-militare e popolo (in armi e no), come proprio la Grande Guerra (e tante altre) prova. La Russia zarista perse la guerra con gli Imperi centrali quando le fanterie russe si rifiutarono di marciare contro quelle austro-tedesche (e gli operai di produrre le armi necessarie); il Reich guglielmino quando i marinai a Kiel e i soldati in trincea presero ad ammutinarsi.

L’autore nota che Gramsci l’aveva capito bene. Malgrado criticato “per altro a sproposito, cioè con l’accusa di non aver apprezzato il profilo della guerra come «momento epocale di nazionalizzazione delle masse»; il che non solo non è vero, ma …. il pensiero politico gramsciano è davvero intelligibile solo con riferimento diretto ai problemi nuovi scaturiti dalla guerra mondiale (di cui la massificazione è elemento centrale) e particolarmente da Caporetto”. È nota l’influenza su Gramsci della “guerra di posizione” praticata sui fronti occidentale e italiano, e come sia richiamata più volte quale paradigma della rivoluzione possibile nell’occidente europeo. Gramsci ne deduceva che “non può esserci offensivismo scriteriato, sempre esso deve mediarsi con la preparazione , con la “guerra di posizione”… il vero arditismo, cioè l’arditismo moderno, è proprio della guerra di posizione, così come si è rivelata nel 14-18”… Dunque la guerra, a smentita delle letture superficiali (militari come politiche) aveva lasciato una ben precisa lezione: “arditismo” e “posizione”, assalto e preparazione sono ben compatibili”. Il pensatore sardo lo traduceva, scrive Vander, nell’azione del partito rivoluzionario: «la più diretta conseguenza politica della guerra era stata dal suo punto di vista, che non si poteva più puntare sull’arditismo politico, sulle azioni decise di piccoli gruppi rivoluzionari, su “organizzazioni armate private… Altrimenti si finisce proprio come con l’offensivismo di Cadorna: “le ‘avanguardie’ senza esercito di rincalzo, gli ‘arditi’ senza fanteria e artiglieria, sono anch’esse trasposizioni del linguaggio dell’eroismo retorico; non così le avanguardie e gli arditi come funzioni specializzate di organismi complessi e regolari”. La trasposizione in termini politici della lezione strategica “avveniva in Gramsci secondo un profilo peculiare e fondamentale. Quello della qualità della rivoluzione. In occidente. Dopo la guerra mondiale”. Non servono intellettuali senza masse (avanguardie) ma corpi organizzati secondo il primato della politica. Col che si ricongiungeva al giudizio sull’Italia moderna caratterizzata da rivoluzione senza masse o “passiva” come scritto già da Cuoco. Con minoranze intellettuali con poco o punto seguito popolare. Il volontarismo delle minoranze politiche è «il limite storico della modernità italiana: e proprio dal Risorgimento al fascismo. precisamente perché quel “volontarismo”, quell’azione di minoranze decise, “è stato un surrogato dell’intervento popolare”. Cioè un surrogato della democrazia. Sempre rivoluzioni senza masse in Italia».

Ne consegue, secondo Vander, che proprio alla sua riflessione strategico-politica sulla guerra di posizione, le organizzazioni popolari come trincee e il “primato” della difesa e del “logoramento”, dobbiamo il concetto di egemonia che si definisce «l’alternativa occidentale alla rivoluzione in Oriente. L’equivalente “in politica” della “guerra di posizione” era infatti l’ “egemonia”. Ed egemonia significa la conquista del consenso, con strutture quali “i grandi partiti politici e i grandi sindacati economici.

In questo senso rigoroso può parlarsi di “politica-egemonia” ovvero dire che il concetto di egemonia si sviluppa in Gramsci in sintonia con quello di democrazia. Era proprio questo grande retroterra peculiarmente occidentale a rendere impraticabile la “rivoluzione permanente”. L’offensivismo riproposto sul piano politico dopo il 1918 da trotskisti, soreliani e sindacalisti … era per Gramsci un anacronismo, l’atteggiamento di chi non aveva saputo cogliere la novità dei tempi, imposta a tutti dalla guerra».

Essenziale in tale quadro è che la contrapposizione amico/nemico è sempre relativa, ossia che “nessuna vittoria politica in Occidente è decisiva”. nel senso dello sterminio del nemico o almeno del suo annichilimento quale entità politica; una lezione che, in particolare la seconda guerra mondiale, ha confermato, con la Germania debellata ma riunificata dopo oltre quarant’anni e ritornata ad essere – anche se in forma assai meno inquietante – la maggiore potenza continentale europea. E l’Unione Sovietica, già vincitrice ma dopo perdente nella “guerra” fredda (che più di “posizione” non si può) cioè di un lungo logoramento culturale ed economico prima che politico. Con la conseguenza di avervi perduto buona parte del territorio e quasi metà della popolazione.

Due considerazioni finali in margine al libro di Vander. La prima è che il rapporto direzione politica - masse popolari è il medesimo nella politica e nella guerra. La sintesi politica – come scriverebbe Miglio - è robusta se funziona il “circuito” tra vertice e masse, corroborato da integrazione (e consenso). Per dirlo alla Clausewitz occorre che almeno due degli elementi del “triedro della guerra” e cioè intenzione politica (il governo) e sentimento politico (il popolo) vadano di pari passo, senza cedimenti od opposizioni.

La seconda: l’attualità della lezione (già di de Maistre) ma in particolare dell’ultimo Gentile, che la guerra è uno scontro di volontà, e la vittoria è il prevalere dell’una sull’altra. Onde per conseguire la vittoria è essenziale de-comporre l’avversario, in particolare togliendo al governo il consenso dei governati (e quasi sempre, anche quello di parte della stessa classe dirigente). La quale così – in termini gramsciani – perde l’egemonia; e in generale  la capacità di resistere ed agire politicamente. De-composizione che può attuarsi con i mezzi più vari, da quelli culturali a quelli economici, e forse anche, in futuro, con strumenti informatici. L’essenziale della guerra – la “costante” della stessa – è piegare la volontà dell’altro, del nemico. La nuova frontiera di certa postmodernità è far credere che il nemico non esiste, il che è proprio la realizzazione dello scopo di questo, di disarmare la volontà e la capacità di resistere. Cosa che questo libro ci aiuta a capire.

Teodoro Klitsche de la Grange

giovedì 29 maggio 2014

No, il processo, no. - Sul “grande imbroglio” per eliminare Berlusconi...

Gli ultimi mesi ci hanno portato una recrudescenza del “complottismo”, ovvero di quella ricorrente spiegazione che vede negli accadimenti storici una mente/i che li ha voluti e pianificati, ovviamente a proprio beneficio (e sfruttando la dabbenaggine dei più). In genere il complottismo, almeno nell’Italia  repubblicana era una sindrome che affliggeva (prevalentemente) la sinistra. Questa volta la destra, e il complotto è il “grande imbroglio” per eliminare Berlusconi dalla guida del Governo e poi dalla scena politica.

Le prove apportate sono diverse ma si possono, in gran parte, più che contestare, interpretare diversamente.

Ad esempio: Napolitano chiamò Monti nell’estate del 2011 per sondarlo sulla futura nomina  a premier. Ma lo fece perché aveva l’intenzione di giubilare l’avversario Berlusconi, o perché questi e il sistema politico-istituzionale non riusciva a esprimere e realizzare una politica che allontanasse o riducesse la tempesta finanziaria che s’addensava?

Nel primo caso, la direzione dell’intenzione, direbbe un gesuita del ‘600, non era corretta, nel secondo si; almeno a ritenere, come il miglior pensiero politico, che la regola-principe della politica è salus rei publicae suprema lex.

Molti dati poi rimangono oscuri e molti continuano ad esserlo, sia perché se un complotto c’è, ed è un complotto gestito per così dire, da professionisti, non si scopriranno facilmente e sollecitamente i “congiurati” (se no che professionisti sarebbero?); se il complotto non c’è, non c’è nulla da scoprire.

Proviamo invece ad enumerare gli argomenti – anche presuntivi, che suffragano o meno (l’idea – e) la possibilità di un complotto: quale ne fosse l’obiettivo, di che tipo possa essere, l’identikit dei protagonisti, e perché e come sia riuscito. Anche per orientarsi sul da fare.

Contrario all’idea del complotto è che la situazione dell’economia mondiale, e in particolare dell’Eurozona del sistema politico-istituzionale italiano, forzasse il cambio della guardia Berlusconi-Monti; che era quindi non una libera scelta, ma una necessità.

Sicuramente ciò è – in larga parte – vero.

Ma con due correzioni fondamentali: la prima, che, comunque, vi erano forze decise a mandare Berlusconi a casa; la seconda che non era necessitata la scelta del successore (e la di esso azione di governo). E più in generale che le stesse forze che hanno difeso (avallato, assecondato) quella manovra, ne sostengono i presupposti “necessitanti”. Se a facilitarlo è stata la riduzione della sovranità degli Stati, sostengono che è un bene; se un eccesso di liberismo – a livello internazionale – nessuno intende ricorrere alle soluzioni di Friederich List; ove ad essere accusata è l’architettura dell’euro (e dell’Unione europea),  nessuno freme per pronunciare la requisitoria; ove si critichi la gracilità del sistema costituzionale italiano, si risponde che la Costituzione è la “più bella del mondo” come, giustamente, un comico dixit.

In altri termini, forse i  congiurati non hanno fatto un complotto, ma essi, ed altri ne sostengono tutte – o quasi – le condizioni che l’hanno favorito, e che sarebbe ora di cambiare.

Sull’obiettivo del complotto ossia se fosse di far cadere Berlusconi, occorre distinguere. Dato che a “pagar pegno” per la crisi dell’eurozona sono stati quattro governi (quelli di Grecia, Italia, Spagna e Francia), sostenere che l’obiettivo fosse Berlusconi appare riduttivo. Invece appare più probabile che l’obiettivo della crisi fosse quello di far dei soldi, e a farne le spese sono stati quei governi o perché ritenuti meno arrendevoli (dai “complottardi”) e/o troppo arrendevoli o comunque incongrui (dai cittadini).

Quello che invece appare un connotato, particolarmente evidente per l’Italia (e la Grecia), è che mentre in Francia e Spagna la crisi si è risolta – sul piano istituzionale – con l’alternanza tra partiti politici, in Italia il cambiamento è stato extra parlamentare ed extra politico, nonché assai poco democratico. Ancora una volta l’Italia è stata trattata  come l’anello più debole della catena (perché lo è, almeno tra i grandi Stati europei, quelli che un tempo erano chiamati le potenze). E perciò quello cui possono impunemente imporsi le terapie e i medici più sgraditi ai cittadini. A provarlo è la parabola del sen. Monti: osannato  quale salvatore dell’Italia (qualche giornale si spinse a considerarlo quello dell’Europa), dopo i non entusiasmanti risultati del suo governo ha avuto un primo drastico ridimensionamento coi risultati delle politiche del 2013: all’incirca il 10% dei votanti, grosso modo pari alla somma (alle precedenti elezioni e nei sondaggi) dei partiti che avevano costituito la coalizione elettorale pro-Monti. Il “valore aggiunto” elettorale di Monti era quindi pari a un prefisso telefonico. Peraltro aveva propiziato con la sua azione di governo la straordinaria ascesa del movimento di Grillo. Il quale prendeva quasi il triplo dei volti dell’ex rettore. Con i risultati delle recenti elezioni europee il movimento di Monti si riduceva alla percentuale dello 0,7% dei suffragi, meno di 200.000 voti espressi.

Una misura che ne conferma il gradimento minimo che incontra presso il popolo italiano.

Il che per qualcuno – cioè gli sponsor -  è un pregio, ma in politica è un limite gravissimo.

Ancor più nei frangenti critici: un governo sostenuto dal consenso è in grado di prendere decisioni e di farle accettare. Il consenso si converte in forza. Ma se manca quello, viene meno anche questa. Scriveva Federico II° di Prussia  che la potenza di un Sovrano si misura dalla fedeltà del popolo, dall’efficienza degli eserciti, dalla sicurezza delle alleanze e dalla consistenza del tesoro.

Lasciamo perdere eserciti e tesoro (punto dolente); le alleanze poi non sono state granché di aiuto. Il sostegno che ci hanno dato somigliava, per certi alleati, a quello che la corda offre all’impiccato.

Rimaneva la fedeltà (il consenso) dei cittadini (minimo): da qui la debolezza di un governo il cui principale sostegno, non essendo quello popolare, dipendeva da altri, cui doveva rendere conto. I quali perciò avevano motivo di preferire un governo gracile, ad uno, se non forte, almeno più robusto.
Quanto ai protagonisti, la prima domanda che si pone è sono nazionali o stranieri? La domanda appare oziosa in un paese come l’Italia, dove il più delle volte, chi trama all’interno trova il sostegno esterno, e chi lo fa da fuori, lo consegue all’interno. Il tutto facilitato non solo da specificità nazionali, non riconducibili ad aspetti istituzionali, ma dall’assetto policratico-pluralistico del sistema costituzionale.

Quindi appare probabile che siano interni ed esterni.

Quanto agli effetti del “complotto” ne ha avuto diversi. In primo luogo è servito a trasferire ricchezza italiana (e dagli altri paesi mediterranei) a rentiers nazionali e no, sotto forma di esosi tassi d’interessi, attraverso l’aumento delle imposte, già tanto elevate. L’IMU, l’IVA e così via, sono i “tributi”, le “indennità”, le “riparazioni” che i cittadini italiani hanno pagato ai rentiers, De Benoist sostiene probabilmente con ragione che ci troviamo nella fase invernale di un ciclo di Kondratieff, quello in cui il capitale è indirizzato ad impieghi prevalentemente finanziari.

Per cui la crescita del debito (e dei debitori) è appetita quale fonte d’impieghi la cui domanda nel settore industriale si va riducendo.

In secondo luogo (e quale mezzo al fine suddetto) di togliere i governi più scomodi.

Che l’obiettivo fosse condiviso da altri che vi hanno contribuito, con effetto sinergico, non toglie che i maggiori (anche se non unici) beneficiari siano probabilmente le oligarchie finanziarie che hanno lucrato sul cambio di governo.

Ma se così stanno le cose, a che serve, come richiesto da molti, che sulla vicenda s’istruisca un processo? A poco, anzi pochissimo; con la probabilità che sia dannoso.

Vediamo perché. Posto che s’arrivasse ad accertare (tra venti anni o giù di lì) autori, modi, tempi, fini del complotto, l’effetto sarebbe pressoché nullo. Una pura testimonianza storica. Ma non è questo il solo inconveniente, né il principale.

Gli è che tutta la vicenda è politica e come tale non è, per sua natura, idonea ad essere trattata con la carta bollata. Non solo perché in politica la risposta dev’essere pronta, a volte immediata per essere efficace, ma, del pari, perché i “beni protetti” di tutta la vicenda non sono quelli “classici” del diritto penale, come (ad esempio) i diritti personali all’integrità fisica o patrimoniale, ma l’indipendenza nazionale e la sovranità politica. Cioè le condizioni elementari e fondamentali per un’esistenza politica libera. Le quali si conservano non con i giudici e i carabinieri, ma con la volontà di non cedere e la disponibilità a reagire. Scriveva Constant sui colpi di Stato (ma vale anche per questa vicenda) “Ciò di cui c’è bisogno è che le istituzioni siano congegnate in modo tale che le parti politiche siano dissuase dall’usare la forza, che non vi trovino né l’interesse né i mezzi  e che se qualche forsennato li sospinge in questa direzione, la grande maggioranza dei cittadini sia pronta a resistere con la forza all’uso della forza. E’ questo che si chiama spirito pubblico” (1).

In fondo è stato molto più saggio l’elettorato italiano che ha già dato una risposta – eloquente – a sapere e soprattutto a volerla leggere: ha mandato con un mezzo (e un procedimento) politico a casa Monti e fatto esplodere il Movimento  di Grillo: cioè usando lo strumento disponibile, diretto a manifestare la propria volontà di non subire. Sicuramente non basta: ma se così non fosse stato i “congiurati” avrebbero avuto la soddisfazione di aver rubato in casa col consenso (la dabbenaggine) del padrone: e così ricevuto l’invito a riprovarci.

Sull’inidoneità della giustizia ordinaria a trattare di materia politica c’è peraltro tutta una letteratura che va da Machiavelli fino alla dottrina dello Stato borghese di diritto.

Il segretario fiorentino scrive dell’opportunità che l’autorità (a ciò preposta) proceda quando i cittadini “peccarono … contro lo stato libero”. Solo che si tratta di cittadini e non di stranieri; e se i cittadini fossero dei “potenti” occorreva un giudizio (e giudici) speciali “”Perché lo accusare uno potente a otto giudici in una republica  non basta; bisogna che i giudici siano assai, perché i pochi sempre fanno a modo de’ pochi” (2).

A Robespierre si deve una delle più efficaci argomentazioni sulla “linea divisoria” tra giurisdizione e politica, esposta nel processo a Luigi XVI; a Benjamin Constant d’aver sottolineato l’oggetto e lo scopo primario che pertiene (al potere e) alla responsabilità politica e, quindi alla giustizia politica: che la sanzione idonea per il colpevole è d’allontanarlo dal potere più che affliggerlo con la pena (3).

Basti, tra i tanti inconvenienti che incontrerebbe un processo politico, ricordare quello di eseguire un’eventuale sentenza di colpevolezza. Se quegli altissimi funzionari europei, di cui parla Geithner, fossero la Merkel o Barroso, che si fa: si manda un maresciallo a Berlino o a Bruxelles ad arrestarli? Significherebbe coniugare la velleità delle intenzioni con la comicità dell’impotenza.

Piuttosto che un processo, inutile e inopportuno, occorre che lo spirito pubblico vigili e che sia assicurata una coerente gestione e risposta politica. Uno degli inconvenienti di voler fare processi politici è pensare che questi e relative sanzioni siano la soluzione. L’effetto catartico e fondante del “sacrificio” del potente colpevole può essere iscritto tra le “costanti” della natura umana e della sua essenza politica (á la Girard), ma a patto che il sacrificio si esegua e non che finisca in una “sacra” quanto in definitiva innocua rappresentazione, come sicuramente avverrebbe. Far credere che i custodi del diritto possano esserlo della comunità (e dell’istituzione) significa disabituare i cittadini a prendere in mano il proprio destino di comunità, cioè lo specifico compito del popolo in una democrazia. Nel qual caso sarebbe l’ennesimo tentativo di spoliticizzare il popolo: fargli credere che alla politica si è trovato il surrogato giudiziario; allo spirito pubblico il palliativo delle sentenze.

Un passo ulteriore verso l’irrealtà e l’asservimento.

NOTE

(1)    Principi di politica (a cura di S. De Luca), p. 118, Soveria Mannelli, 2007 (il corsivo è nostro).

(2) vivendo lui male, e per tale mezzo, senza far venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato l’animo loro” Discorsi, I, VIII.

(3)Ricordiamo “Da tutte le disposizioni precedenti risulta che i ministri saranno spesso denunciati, accusati talvolta, raramente condannati, quasi mai puniti. Tale risultato può, a prima vista, sembrare insufficiente agli uomini i quali pensino che, per i delitti dei ministri come per quelli  degli individui, una punizione positiva e severa è pienamente giusta e assolutamente necessaria. Io non condivido però questa opinione. Mi sembra che la responsabilità debba perseguire soprattutto due scopi: quello di togliere il potere ai ministri colpevoli e quello di mantenere nella nazione, con la vigilanza dei suoi rappresentanti, con la pubblicità dei loro dibattiti e con l’esercizio della libertà di stampa nell’analisi di tutti gli atti ministeriali, lo spirito critico, un interesse abituale alla conservazione della Costituzione dello Stato, una partecipazione costante agli affari, in una parola un sentimento animato della vita politica… Sì: i ministri saranno raramente puniti. Ma se la Costituzione è libera e se la nazione è energica, che importa la punizione di un ministro quando, colpito da un giudizio solenne, è rientrato nella classe volgare più impotente dell’ultimo cittadino dal momento che la disapprovazione lo accompagna e lo perseguita? La libertà è stata egualmente preservata dai suoi attacchi, lo spirito pubblico è stato egualmente raggiunto da una scossa salutare che lo rianima e lo purifica” in Principi di politica (a cura di V. Cerroni) Roma 1970, pp. 130-131.

Teodoro Klitsche de la Grange

lunedì 12 maggio 2014

Ma cosa è un «colpo di Stato»? - Paolo Becchi letto da Teodoro Klitsche de la Grange.

Paolo Becchi, Colpo di Stato permanente, Marsilio Editori, Venezia 2014, pp. 93, € 9,00.

Non è la prima volta, a leggere quanto scrive il prof. Becchi, che si ha l’impressione egli faccia della sottile ironia a carico di chi sostiene delle tesi di cui l’autore coglie – implicitamente – le contraddizioni.

Ciò è confermato da questo agile - e leggibile – libretto. A cominciare dal primo capitolo, dove l’autore s’interroga su che cos’è un colpo di Stato, ed esordisce affermando: “È qualcosa che non riguarda la violazione della legge, di uno o più norme costituzionali: le categorie giuridiche non sono in grado di spiegarlo, perché esso non è un problema di diritto, non ha nulla a che vedere con il rispetto o meno della legalità”; esso è la manifestazione che lo Stato non è solo “di diritto” ma è (anche) un Machstaat, uno Stato di potere (e di potenza) in cui la regola decisiva è quella romana salus rei publicae suprema lex; quindi: “«Salvare lo Stato» a qualunque costo, al di là – e non necessariamente contro (ma anche servendosene) – della legalità, del rispetto della legge. Si tratta di impiegare o non impiegare la legalità, a seconda delle circostanze”; ma che dall’obiettivo – nobile e doveroso – di salvare l’esistenza politica di una comunità (e dell’istituzione relativa) si passi a quello di salvare una classe dirigente inadeguata e decadente è cosa che capita molto spesso, anche nell’Italia di oggi. Scrive Becchi: “Non abbiamo visto, in questi ultimi anni, in Italia, uno Stato che difende la sua Costituzione democratica, ma una serie di organi dello Stato – il presidente della Repubblica per primo, e i «suoi» capi di governo – che hanno utilizzato la legalità, il rispetto formale della Costituzione, al solo scopo di conservare se stessi”.

L’autore ricorda al riguardo tutte le volte in questi anni in cui si è fatto quell’uso strumentale della legalità, teorizzato – tra gli altri – da Lenin (e quel che ricorda è solo una piccola parte – ancorché la più rilevante – delle occasioni in cui ci si è serviti di una legalità formale contro la legittimità e, soprattutto, la “coerenza” democratica del sistema). L’autore indica come regista di questo “colpo di Stato permanente” il Presidente della repubblica, cui fa carico di aver istituito di fatto una nuova forma di governo; un presidenzialismo surrettizio al posto della repubblica parlamentare. Le varie vicende ricordate dall’autore di questi ultimi anni: il distacco di Fini da Berlusconi, la tempesta finanziaria dell’estate-autunno 2011, la nomina di Monti (e le manovre che l’hanno preceduta), poi di Letta, la rielezione di Napolitano, la “fine” di Berlusconi, sarebbero tutte guidate da Napolitano in vista di una forma di governo che marginalizzi il voto popolare (cioè non democratica o meno democratica).

A questo punto occorrono due notazioni. Se fosse vero che la nostra Costituzione è “la più bella del mondo” (col messaggio sottinteso: allora perché cambiarla?), nulla quaestio. Ma dato che le Costituzioni non si misurano secondo la bellezza, ma con la capacità di assicurare un’esistenza durevole ed indipendente alle comunità cui danno forma politica, che dire di una Costituzione la quale può funzionare – passabilmente – solo a prezzo di un elevato tasso di deroga? Deroghe (e violazioni) che possono essere poste in essere per fini poco encomiabili (quelli ricordati dall’autore) ma potrebbero esserlo anche per scopi condivisibili e dettati dalla necessità che, come sosteneva un acuto giurista come Santi Romano è fonte autonoma di diritto, superiore alla legge. È il risultato della deroga – e il consenso che ottiene – a decidere il successo della “rottura” costituzionale. Nella specie, i risultati di quelle di cui tratta Becchi sono stati – a dir poco – deludenti: il prof. Monti si affannava a ripetere che, senza la sua azione di governo, le cose sarebbero andate peggio, come in Grecia (o giù di li). Ma a parte che tutti possano immaginare che le cose vadano peggio, finora si è constatato che, accanto a qualche cosa buona, quel governo non ci ha dato né meno debito pubblico, né più occupazione: gli obiettivi essenziali sono stati mancati. La deroga del governo “tecnico”, e in effetti extraparlamentare non ha reso poi quel che promise allor. Ma se è vero che, come scrive l’autore. l’incarico a Monti “è stato un coup d’État deciso dai «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica”, c’è da chiedersi in che misura quella necessità è stata provocata anche da una Costituzione formale, nella quale  per paura di un governo forte (memori, i costituenti, dell’esperienza fascista) si è dato spazio ai poteri forti (interni e non) che, alla fine, hanno deciso loro, e non il popolo italiano, chi dovesse governare. Non si è tenuto conto della metafora dell’abisso di de Maistre: che un governo non abbastanza forte per opprimere, può divenire debole per proteggere. Il quale così ci ha protetto trasferendo ricchezza, sotto forma di maggiori imposte prelevate ai cittadini, alla banca e alla finanza (interna ed internazionale) quali maggiori interessi sul debito pubblico.

La seconda: Becchi in altre occasioni (e, anche se marginalmente, in questa) ha rilevato come i clercs della costituzione, cioè i costituzionalisti, siano poco sensibili ad argomentazioni del tipo di quelle svolte in questo libro. In effetti, tale menda non è solo dei costituzionalisti. A cercare di far credere agli italiani che si possa  vivere in pace, senza nemico e conflitto solo ad osservare morale, legalità e ad essere animati da bontà e disponibilità al prossimo sono nell’ordine: politici, finanzieri, industriali, giornalisti, sindacalisti e così via. In una parola la grande maggioranza della classe dirigente: il “buonismo” – in senso lato – è un’infezione diffusa. Secondo Pareto e Mosca è un’attitudine tipica delle élites decadenti. Le quali, così predicando, operano per la perdita del senso politico; che è, in primo luogo, l’individuazione del nemico e del conflitto, per i quali i buoni predicatori affermano di aver trovato la soluzione definitiva. Ma siccome l’uno e l’altro si ostinano ad essere parte della realtà, chi predica il contrario emascula un popolo, e lo rende incapace di esistenza politica. Per cui in questi frangenti, il cambiamento, anche radicale, diventa necessità, e l’inizio di un nuovo modo di vita della comunità.
Teodoro Klitsche de la Grange