lunedì 6 luglio 2015

Teodoro Klitsche de la Grange: «Responsabilità politica e giurisdizione»

Questo articolo, qui in editing con i tipi di “Civium Libertas”, esce contemporaneamente sul sito Behemoth. 

RESPONSABILITA’ POLITICA E GIURISDIZIONE

1. Può sembrare ovvio, nell’Italia contemporanea, che possa essere giudicato (e condannato) un parlamentare per averne corrotto un altro, al fine di ribaltare la risicata maggioranza che sosteneva il governo Prodi del 2006-2008, come nel processo a Berlusconi in corso a Napoli. Ma non lo è. Anzi, a ben vedere, è ovvio il contrario. Se si comincia a recitare il “salmo dell’uguaglianza”, ossia che tutti i cittadini sono uguali e quindi soggetti alla giurisdizione, il discorso ha il limite di “provare troppo” e di essere facilmente confutabile. Perché l’ordinamento dei poteri pubblici si fonda sul fatto che orwellianamente, alcuni “cittadini” sono più uguali degli altri. Ossia che taluni, i funzionari pubblici (in senso lato), hanno il diritto di comandare entro certi limiti (più o meno estesi), e i cittadini il dovere di obbedire.

E quindi ai rapporti di diritto pubblico è connaturale una cospicua dose di diseguaglianza. Per cui non è un argomento che possa andare oltre un talk-show, malgrado ossessivamente ripetuto. Ed esulerebbe dai limiti del presente scritto enumerare gli altri, assai meno frequentati e ripetuti.

Piuttosto nessuno si pone il problema che non tutti i tipi di potere (giuridico) e di responsabilità (che ne consegue) hanno gli stessi effetti, comportano le stesse conseguenze e la stessa funzione. Se le responsabilità prescritte per un funzionario pubblico in uno Stato legislativo, dove vige il principio di legalità, ossia della conformità degli atti delle burocrazie (amministrativa e giudiziaria) al dettato della legge (parlamentare o in casi “eccezionali” di fonte governativa), è sindacabile l’atto (o il comportamento) del funzionario nell’ “applicare” la legge, questo criterio può avere valore solo secondario per un ministro o un parlamentare, i quali hanno sempre poteri di direzione politica e (quasi sempre) di iniziativa legislativa, e per gli atti di maggior rilievo politico di loro attribuzione non hanno norme da applicare. L’essenza della responsabilità politica è la decisione e la congruità di questa al raggiungimento dello scopo (il bene comune): dell’altra (la responsabilità giuridica del funzionario) la conformità delle norme di grado inferiore a quello superiore (o del comportamento del funzionario alla norma osservanda).

2. Il che è di particolare evidenza quando il Parlamentare (o il Ministro) esercita i poteri di “direzione politica” (o di governo). I quali sono quelli più rilevanti e concernono (prevalentemente) sia i rapporti tra poteri ed organi dello Stato sia tra gli Stati (e poco o punto l’applicazione di norme). Il che risale all’epoca dei vagiti dello Stato borghese di diritto.

Quando, infatti, Montesquieu nell’Esprit des lois inizia ad esporre la teoria della distinzione dei poteri scrive “Esistono, in ogni Stato, tre sorte di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere esecutivo di quelle che dipendono dal diritto civile.

In base al primo di questi poteri, il principe o il magistrato fa delle leggi per sempre o a termine, e corregge o abroga quelli esistenti. In base al secondo, fa la pace o la guerra, invia o riceve delle ambascerie, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. Il base al terzo punisce i crimini, o giudica le liti dei privati. Quest’ultimo potere sarà chiamato il potere giudiziario, e l’altro, semplicemente, potere esecutivo dello Stato” (1).

Dato che organi come Parlamento e governo esercitano poteri diversi (legislativo, amministrativo e di “direzione politica”) sorse il problema di come sindacare (o non sindacare) gli atti che avrebbero dovuto – per altre ragioni – essere controllati giudiziariamente dagli altri. E nacque in Francia la dottrina degli “actes de gouvernements”.

Carrè de Malberg riteneva, al riguardo, che “Ciò che caratterizza, di converso, l’atto di governo è proprio d’essere, a differenza degli atti amministrativi, svincolato dalle necessità d’abilitazione legislativa e deciso dall’autorità amministrativa con un potere d’iniziativa libera in virtù di un potere proprio e che deriva da una fonte diversa dalle leggi; di guisa da poter qualificare (la funzione di ) governo, almeno in tal senso, come indipendente dalle leggi” e che esiste  “Una determinata sfera di attribuzioni, ch’è precisamente quella del governo, all’interno della quale esso occupa una posizione costituzionale analoga a quella del legislatore, nel senso  che,  proprio come il parlamento, trae i propri poteri relativi a queste attribuzioni direttamente dalla Costituzione” (2).

Per cui non essendo legislativa l’  “habilitation” ne deriva da un lato che essa consegue dalla stessa Costituzione; dall’altra che tali atti non sono soggetti a controllo giurisdizionale (cioè di conformità alla legge – non essendolo “per natura”): mentre gli atti amministrativi, anche se connotati da ampia discrezionalità, sono impugnabili in via giudiziaria, les actes de gouvernement, no. Ma ciò non esclude che, malgrado tali caratteri, siano conformi all’ordinamento giuridico (ordre juridique) vigente, dato che la Costituzione, che li autorizza, ne è la source fondamentale. E’ chiaro che il concetto di costituzione qui va inteso non in senso formale, ma come ritiene Barile, in un certo senso, per la natura delle cose.

Jellinek arriva a conclusioni simili, sul punto della “libertà” (e ragioni della stessa) degli atti di governo, partendo dalla distinzione tra attività statale “libera o vincolata” (3). L’una e l’altra rinvenibili in ogni assetto e regime politico. Per cui non è possibile (concepire e) dare esistenza a uno Stato in cui ogni attività statale sia mera esecuzione delle leggi  “uno Stato con un governo che agisse unicamente secondo le leggi, sarebbe un’assurdità politica: sull’indirizzo dell’attività statale emanante dal governo non può mai decidere una semplice regola giuridica” (4). Il problema si pose anche nel diritto italiano, dato che l’art. 31 T.U. 26/6/1924 nel Consiglio di Stato (sostanzialmente ripetitivo dell’art.24 del precedente T.U. 2/6/1889) prevede l’inammissibilità del ricorso al Consiglio di Stato per impugnare atti emanati dal Governo nell’esercizio del potere politico. E’ penetrante il giudizio di Barile che l’attività politica non può venir “definita unicamente un’attività libera, ma un’attività libera perché politica” e che gli atti espressione della funzione di governo sono “istituzionalmente sottratti ad ogni sindacato giurisdizionale. Essi sono sottratti per natura, non perché esiste l’art. 31 T.U. sul Consiglio di Stato” (5).

Anche Vittorio Emanuele Orlando nel trattare le “immunità” dalla giurisdizione di determinati organi “supremi” dello Stato scriveva “Che fra gli organi onde lo Stato manifesta la sua volontà e la attua, uno ve ne sia che su tutti gli altri sovrasta, superiorem non recognoscens, e che non potendo appunto ammettere un superiore (chè allora la potestà suprema si trasporterebbe in quest’altro) deve essere sottratto ad ogni giurisdizione e diventa, per ciò stesso, inviolabile ed irresponsabile, è noto” (il corsivo è nostro) e Santi Romano nel trattare delle immunità parlamentari sosteneva “Il fondamento di tutte queste immunità dei senatori e dei deputati è da ricercarsi non soltanto nel bisogno di tutelare il potere legislativo da ogni attentato del potere esecutivo e nella convenienza di non distrarre senza gravi motivi i membri del Parlamento dall’esercizio delle loro funzioni, ma nel principio più generale dell’indipendenza e dell’autonomia delle Camere verso tutti gli altri organi e poteri dello Stato: di tale principio esse costituiscono una delle varie applicazioni o, meglio, una particolare guarentigia” (6).

Sintetizzando, l’opinione sul punto più largamente – ed autorevolmente – condivisa consta di due asserzioni fondamentali: la prima che non è possibile (né opportuno, né naturale) che in uno Stato tutti gli atti di competenza del potere governativo-amministrativo siano soggetti al sindacato giudiziario; la seconda, anche data la pochezza (e vaghezza) della definizione degli atti “sottratti” al controllo del giudice, e la generalità del sindacato giudiziario, che le deroghe fossero “tassative”. Determinazione quanto mai ardua. La giurisprudenza francese (sulla sindacabilità da parte del Conseil d’État, ricondusse ad una liste jurisprudentielle tali atti, includendoci in particolare quelli relativi ai rapporti internazionali, quelli relativi ai rapporti tra organi costituzionali, poi anche le misure eccezionali di cui all’art. 16 della Costituzione della Vª Repubblica. In realtà, passando da un tentativo di definizione denotativa, come la liste jurisprudentielle, ad una connotativa, emergono quali criteri distintivi degli atti politici da un lato lo scopo per cui sono presi tali atti: la difesa della società o del governo dai nemici, il funzionamento delle istituzioni statali (necessità di avere un governo e quindi – in regime parlamentare - la fiducia del parlamento).

Per quanto riguarda (ma la soluzione non differisce un granché) la giustizia civile e soprattutto quella penale, scrive Schmitt che “Nelle controversie, che a seconda della loro fattispecie o oggetto, quando sia attuata una forma generale di giurisdizione, debbano essere decise per competenza dai tribunali generali – civili, penali o amministrativi -, il carattere politico della questione o l’interesse politico all’oggetto della controversia può venire così fortemente in risalto che anche in uno Stato borghese di diritto deve essere presa in considerazione la caratteristica politica di questi casi. In ciò consiste il vero problema della giurisdizione politica” (7).

3. Nel processo a Napoli, non si tratta di festini in villa – come nel “caso Ruby” – cioè di attività totalmente “privata” ma di materia costituzionale e quindi politica, essendo l’istituto della fiducia parlamentare previsto dell’art. 94 della Costituzione e, più ancora, costitutivo (e distintivo) della forma  parlamentare di governo.

Già Benjamin  Constant sostenne a tale proposito (cioè per giudizi con “materia” costituzionale, a carico dei ministri che i “I tribunali  ordinari, possono e debbono giudicare i ministri colpevoli di attentati contro gli individui; ma i loro membri sono poco adatti a pronunciare su cause che sono piuttosto politiche che giudiziarie; sono più o meno estranei alle conoscenze diplomatiche , alle combinazioni militari, alle operazioni finanziarie: conoscono solo imperfettamente la situazione dell’Europa, hanno studiato soltanto i codici delle leggi  positive, sono costretti dai loro doveri abituali a consultare soltanto la lettera morta e a chiederne soltanto la stretta applicazione” (8).

Sul fatto poi che la giustizia politica non avesse la stessa necessità di “espiazione della pena” di quella amministrata per reati comuni e che   lo scopo principale fosse l’allontanamento dal potere (nella specie) del ministro responsabile sosteneva “Da tutte le disposizioni precedenti risulta che i ministri saranno spesso denunciati, accusati talvolta, raramente condannati, quasi mai puniti. Tale risultato può, a prima vista, sembrare insufficiente agli uomini i quali pensino che, per i delitti dei ministri come per quelli degli individui, una punizione positiva e severa è pienamente giusta e assolutamente necessaria. Io non condivido però questa opinione. Mi sembra che la responsabilità debba perseguire soprattutto due scopi: quello di togliere il potere ai ministri colpevoli e quello di mantenere nella nazione, con la vigilanza dei suoi rappresentanti, con la pubblicità dei loro dibattiti e con l’esercizio della libertà di stampa nell’analisi di tutti gli atti ministeriali, lo spirito critico, un interesse abituale alla conservazione della Costituzione dello Stato, una partecipazione costante agli affari, in una parola un sentimento animato della vita politica” (9).

4. Nel caso, l’opinione criticata non tiene conto, in particolare, di due circostanze. Che la/e responsabilità è/sono giuridica/e (e giudiziaria/e) ma anche politiche (a tacer d’altro).

E che ciò che conta in tali questioni non è solo il quid ma anche il quis judicabit cioè chi ha il diritto (la potestà) di giudicare fatti del genere, essenzialmente politici, e le “sanzioni” che sono loro congrue.

Quanto al primo profilo fra tanti, è il caso di ricordare quanto sosteneva Jellinek: “Ad ogni titolare della posizione di organo statale incombe di fronte allo Stato una responsabilità individuale … Anche le Camere, solo però nella loro attività come organi collegiali dello Stato, sono libere da qualsiasi responsabilità. Per l’attività della sua funzione il membro di una Camera è soggetto ad una responsabilità, sia pur molto limitata, di fronte alla Camera stessa: responsabilità, che non può mai, però, colpire il suo voto. Pel contrario, il funzionario è civilmente, penalmente e disciplinarmente responsabile verso lo Stato del legale esercizio della sua funzione. Questa responsabilità è, di regola, esercitata mediante tribunali ed autorità disciplinari” (10).

Nella specie, tra gli organi costituzionali, la responsabilità politica consiste per il governo e i Ministri di esserlo verso le Camere, che possono sfiduciarli, per i parlamentari di non essere eletti alla successiva tornata. E quindi ad esercitarla è il corpo elettorale.

Con la conseguenza che se ad ottenere indirettamente gli stessi effetti è una sentenza non è violato tanto (e solo) il diritto del parlamentare a un giusto processo, ma soprattutto quello del corpo il quale ha il potere di accertare la responsabilità (politica) e di “irrogare le sanzioni” previste; che sono, in buona sostanza quelle che Constant rilevava: l’allontanamento (o la mancata conferma) del potere.

5. Senza necessità di ricordare il giudizio di Machiavelli che, per le accuse “contro alle ambizioni dei potenti cittadini”, riteneva non potessero essere congrui i mezzi della giustizia ordinaria “perché i pochi, sempre fanno a modo de’ pochi” (11), è appena il caso di ricordare che nello Stato borghese di diritto dalla materia e dai soggetti politici “deriva sempre il caratteristico allontanamento dalla forma giurisdizionale tipica dello Stato di diritto, la considerazione del carattere politico attraverso particolarità organizzatorie o d’altro genere con le quali si attenua il principio tipico dello Stato di diritto della giurisdizione generale” (12).

In effetti negli ordinamenti costituzionali degli Stati contemporanei, la materia ed i soggetti politici comportano forme, procedure e talvolta sanzioni a carattere derogatorio di quelle dei giudizi ordinari. Per fare qualche esempio: per la Francia è disposto dagli articoli 26 e 68 della Costituzione; per la Germania dall’art. 46; per la Spagna dall’art. 71 e dall’art. 102; per il Belgio dall’art. 45; per il Giappone dagli articoli 50, 51 e 75 della Costituzione. Quindi la regola della giustizia politica è proprio di essere derogatoria – in misura maggiore o minore, e nelle differenti soluzioni – di quella ordinaria.

Ossia proprio il contrario di quello che si vorrebbe far credere, servendosi di un’interpretazione strumentale del principio d’uguaglianza.

NOTE

(1)   Ésprit des lois, lib. XI, cap. 6.

(2)   Contribution à le théorie générale de l’Etat, Tome I°, Paris 1920, p. 526

(3)  G.Jellinek Allgemeine Staatslehre, trad. it., Milano 1949, p.177.Così la definisce  “attività libera è quella determinata soltanto dall’interesse generale, ma da nessuna speciale regola di diritto; vincolata, invece, quella che consiste nell’adempimento di un obbligo giuridico. L’attività libera è la prima per importanza, logicamente originaria; che sta di base a tutta la restante attività. È per essa che lo Stato fissa la sua propria esistenza, giacché la fondazione degli Stati non è mai l’esecuzione di norme giuridiche; è da essa che lo Stato riceve indirizzo e scopo della sua evoluzione storica; è da essa che procede ogni mutamento ed ogni progresso nella sua vita. Uno Stato, di cui tutta l’attività fosse vincolata, è una concezione irrealizzabile. Quest’attività libera si riscontra in tutte le funzioni materiali dello Stato, che si sono venute storicamente distinguendo; nessuna, senza di essa, è possibile. Il suo campo più vasto è nel dominio della legislazione, la quale, in confomità stessa sua natura, deve godere della maggiore libertà. Non meno importante, però, essa si mostra nell’amministrazione, dove questo elemento assume il nome di governo (Regierung)”(il corsivo è nostro).

(4) op. cit.

(5)  V. P. Barile voce “Atto del governo e atto politico” in Enc. Dir., vol. IV, p. 225 (il corsivo è nostro).

(6) Corso di diritto costituzionale, Padova, 1928, p. 222.

(7)  E prosegue “Non si tratta in questo problema press’a poco del fatto che senza riguardo a norme decisionali riconosciute contrapposizioni di interessi politici vengano risolte per mezzo di un procedimento giurisdizionale, cioè sono artificiosamente trasformate in controversie giuridiche, ma al contrario: per specie particolari di vere controversie giuridiche è previsto a causa del loro carattere politico un procedimento speciale o una speciale istanza. Nell’ambito della giurisdizione civile naturalmente ciò entra poco in risalto, ma lo è invece nelle materie penali o nelle divergenze con un oggetto della controversia di diritto pubblico”, Verfassungslehre, trad. it. di A. Caracciolo, Milano 1985, p. 182.

(8)  Principi di politica, trad. it.a cura di U. Cerroni Roma 1970 p. 125 ss.

(9)   Op. cit. p. 130 e prosegue “Sì: i ministri saranno raramente puniti. Ma se la Costituzione è libera e se la nazione è energica, che importa la punizione di un ministro quando, colpito da un giudizio solenne, è rientrato nella classe volgare più impotente dell’ultimo cittadino dal momento che la disapprovazione lo accompagna e lo perseguita? La libertà è stata egualmente preservata dai suoi attacchi, lo spirito pubblico è stato ugualmente raggiunto da una scossa salutare che lo rianima e lo purifica” ivi p. 131.

(10) Allgemeine Staatslehre, trad. it. Milano 1949 p. 306-307.

(11) Discorsi sopra la prima deca, di Tito Livio I, 7.

(12) Carl Schmitt op. cit., p. 183 (il corsivo è nostro).
Teodoro Klitsche de la Grange

«Ero pagato per fare il Troll sionista pro-Israele»: denuncia-rivelazione delle insidie della Rete, a salvaguardia degli “ingenui”.


Riceviamo dalla nostra collaboratrice Egeria, esperta conoscitrice del web di lingua inglese, un documento impressionante. Se è vero che Internet apre nuove frontiere di conoscenza e inaudite possibilità di comunicazione, è anche vero che alla “novità” del mezzo si accompagna anche la “novità” dei pericoli e delle insidie. Per scelta di onestà e trasparenza si può anche usare il proprio nome reale e dare piena possibilità di identificazione. È questo un primo pericolo che si affronta relazionandosi con chi non usa il proprio nome o assume identità false, certo dell’impunità o dell’anonimato nel caso si conducano deliberati ed intenzionali attacchi personali e campagne diffamatorie. Se poi si trattano determinate materie sensibili, ci si scordi delle garanzie di una presunta libertà di pensiero e di espressione. 

I media si considerano essi, non i comuni cittadini, i principali intestatari del diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Se in passato il “giornalista” poteva essere considerato un professionista dell’informazione, oggi non è più così ed ognuno di noi deve imparare a difendersi dalla manipolazione e demonizzazione giornalistica: è di ieri il caso della Grecia, dove il ruolo dell’informazione è stato quello di condizionare l’esito referendario. Quanto per fare un esempio recente, di ieri, fra gli innumerevoli possibili. Poiché qui si parla di Trolls, esiste anche (vedi il caso Udo Ulfkotte) il fenomeno del giornalista a libro paga di un servizio straniero, di un partito, di uno Stato, di qualcuno che lo paga per immettere dei contenuti nel circuito informativo. Vi è perfino chi teorizza: la mia “opinione” è un «diritto», la tua un «reato», un crimine orribile da perseguire con tutti i poteri dello stato. 

Non circola la notizia, vera, di una pena di 12 anni di carcere per il solo reato di aver scritto un libro, non di gossip, ma di argomento storico, e pure ormai storico-remoto. E non è il solo caso: sono a migliaia! Neppure i reati di mafia vengono puniti così severamente. Ma è difficile trovare una qualche barlume di giustizia nella repressione penale e carceraria non di omicidio, una violenza carnale, una frode alimentare, una rapina a mano armata, una strage, etc., ma nella semplice repressione penale di una opinione in materia storica, specialmente se argomentata in libri improntati a rigore scientifico, sul quale gli storici di professione lasciano il campo ai moderni Inquisitori. Non sembra azzardato dire che se per un verso assistiamo alla autodistruzione del diritto internazionale, ossia a quel sistema di relazioni fra gli Stati avviatosi nel 1643 con il Trattato di Vestfalia, per altro verso assistiamo ormai, spesso inconsapevoli, alla cancellazione di quei diritti “fondamentali” così pomposamente sbandierati nelle Carte dei diritti e nei discorsi magnoeloquenti dei politici, grandi e piccoli, che occupano la scena delle piazze. È un panorama sconfortante che supera la forma romanzata di tutti gli scrittori che hanno immaginato il sorgere di una “neolingua” il cui scopo è l’alterazione stessa del pensiero che pone a se stesso le sue autolimitazioni con l’uso di termini imposti e programmati. 

Sulla pregevole introduzione di Egeria, dove più sotto scrive:
«Per la cronaca: non siamo mai riusciti a trovare un solo ebreo – né nel web, né in persona – che avesse dato a questa domanda una risposta favorevole ai palestinesi.»
in verità, possiamo osservare che noi almeno uno solo lo abbiamo conosciuto, anche perché venuto in Roma e in Italia ormai sono più volte, sia pure in sordina. Ci riferiamo a Gilad Atzmon, che lasciò Israele, dove era nato, all’età di trent’anni, per non farvi più ritorno, dichiarando che quella era una terra sottratta ai Palestinesi. Del resto, Gilad definisce se stesso un “ex-ebreo”, forse a testimonianza anche del fatto che l’essere o non essere ebrei non è una questione di DNA, ma una fatto storico, un’identità acquisita che si può anche abbandonare e dismettere. Quella di Atzmon (nome posticcio assunto dai suoi genitori trasmigrati in Palestina dall’Europa orientale, assumendo poi come moltissimi altri un cognome biblico, per documentare in questo modo un remotissimo e impossibile radicamento) è una personalità ben diversa da quella di un Ilan Pappe e di molti altri “ebrei” pur favorevoli, ma sempre con qualche riserva, alla “causa” palestinese.

Ma a ulteriore prova di ciò che dice più sotto Egeria, a proposito del ruolo di ascari di supporto da parte dei “non-ebrei” (goim), si può citare la manifestazione anti-Onu di Ginevra di pochi giorni, dove Israele è stata condannata per l’ennesima volta (con la sola rituale eccezione degli USA), per l’ennesimo e ultimo “massacro-genocidio” di Gaza. Erano poche centinaia di persone, per lo più evangelici sionisti “italiani”, massiciamente supportati dell’Ambasciata di Israele in Italia.  Gli ebrei in senso proprio erano  pochissimi, per esplicita ammissione degli organi di informazione smaccatamente sionisti, come “Il Foglio”. Dell’ONU lo «Stato ebraico di Israele» semplicemente se ne infischia, salvo fondare la sua legittimità sulla discutibilissima deliberazione spartitoria del 1947, la più infelice, invalida, ingiusta deliberazione in tutta la storia dell’ONU, che nel 1975 equiparò razzismo e sionismo. Una delibera che fu poi ritirata come merce di scambio durante i fallimentari accordi di Oslo del 1992-93.

Va infine notato che il singolo Internauta, ingenuo nel credere alla spontaneità del “dialogo”, del “confronto”, e della forza logica della sua capacità di argomentare, si trova spesso - a sua insaputa – ad avere come interlocutore veri e propri Stati, potenze globali, apparati con bilanci stratosferici, che possono permettersi di pagare veri e propri eserciti di “troll”, per loro non meno utili (e più economici) dei contractors inviati a devastare paesi come l’Iraq, l’Afganistan, la Libia, la Siria, il mondo intero, seminando ovunque morte e distruzione. Dunque, il testo che segue, di Egeria, è uno squarcio di luce su di un mondo malefico che per regnare ha bisogno delle tenebre e della “neolingua”: l’hobbesiano “Regno delle Tenebre”.
 
CIVIUM LIBERTAS

INTRODUZIONE

Quando è stato pubblicato in rete, nel 2012, nella versione originale inglese, l’articolo ‘confessione’ di questo troll pentito, di cui segue la traduzione in basso, ha suscitato discussioni a valanga, che durano tuttora.

L’articolo è stato successivamente ripreso per pubblicazione nella rete di lingua inglese in decine e decine di siti e blog, nei mesi e anni a seguire. Basta inserire nel motore di ricerca la frase iniziale dell’articolo – ovviamente nella versione originale inglese – e si riceve una fila infinita di risultati.

Link all’originale in inglese.

http://consciouslifenews.com/paid-internet-shill-shadowy-groups-manipulate-internet-opinion-debate/1147073/

E qui bisogna subito entrare nel merito del punto centrale che questa introduzione vuole discutere, e cioè, la reazione da parte della lobby israeliana, con l’uso delle solite strategie di intimidazione nei confronti dei gestori dei siti che hanno pubblicato la confessione, e la reazione dei troll sionisti, pro-israeliani, che hanno infestato i vari siti e blog con insulti e tattiche di ridicolizzazione dell’articolo.

Se si usa Google per la ricerca – e cioè per vedere il numero di siti che hanno pubblicato la ‘confessione’ – è interessante notare il modo in cui appare il primo risultato della lunga lista che si genera. Si tratta del sito che per primo ha pubblicato l’articolo, nel 2012, e salta subito all’occhio che il titolo è preceduto e seguito da una parola in lettere cubitali ‘HOAX’, che in inglese significa ‘Bufala’. Infatti, chi frequenta la comunità anti-sionista, anti-Israele nella rete americana, ha potuto notare come si è immediatamente messa in moto la massiccia e implacabile macchina della ‘polizia sionista’, che ha indotto, con minacce e altro, molti dei siti e blog a cancellare l’articolo. Al sito originale è stato invece intimato di fare apparire la confessione come un falso, visto che ormai non c’era verso di togliere l’articolo dalla rete.

Noi abbiamo scelto di mettere come link al testo originale inglese, la pubblicazione apparsa in un sito alquanto noto e autorevole nella comunità del ‘giornalismo di verità’ in USA (v. link in alto), soprattutto perché l’editore ha introdotto la pubblicazione fornendo appunto le informazioni circa le minacce ricevute da un sedicente gruppo di rappresentanti legali che sosteneva di ‘avere le prove’ che la confessione fosse un falso, e anche perché è molto appropriata l’analisi fornita dall’editore nella sua prefazione.

Che il sito sia molto frequentato è deducibile anche dal numero di commenti generati: ben 245.

Entreremo in seguito in merito alla varietà e natura dei commenti apparsi nei vari forum di lingua inglese.

Ma andiamo per ordine.

In seguito alle intimidazioni dei sedicenti legali, l’editore ha chiesto chiarimenti sulla loro identità, oltre all’esibizione delle ‘prove’ sul presunto ‘falso’ della confessione. Tuttavia – come era da aspettarsi – l’editore non ha mai ricevuto alcuna risposta. Ha quindi deciso di non cancellare la pubblicazione, fornendone le motivazioni.

Nella sua nota introduttiva, l’editore fa notare che, a prescindere che si voglia dare credito o no alla ‘confessione’ anonima in oggetto, è cosa ben nota che l’attività di trolling è una strategia molto diffusa e molto più comune di quanto si possa immaginare, e che viene impiegata da parte di gruppi di potere per salvaguardare i propri interessi.

In effetti, si tratta di una vera e propria industria, le cui strategie vengono chiamate ‘Astroturfing’ e hanno fini sia di propaganda che disinformazione.

Nella sua introduzione, l’editore in questione fornisce anche un elenco di articoli da consultare per approfondire le tecniche di ‘Astroturfing’, che però sono scritti in inglese. Ma basta inserire il termine nella versione italiana di Wikipedia per avere almeno una descrizione blanda di questa strategia usata a livello universale.

Comunque la frase introduttiva è la seguente in Wikipedia:
«Astroturfing è un termine coniato negli USA intorno alla metà degli anni ‘80 nell'ambito del marketing, e definisce la creazione a tavolino del consenso proveniente dal basso, della memoria o della storia pregressa di un’idea, un prodotto, o comunque qualsiasi bene oggetto di propaganda (bene di consumo, candidato alle elezioni, etc.). La tecnica di astroturfing si affida spesso a persone retribuite affinché esse producano artificialmente un'aura positiva intorno al bene da promuovere».
Per non appesantire questa introduzione, non entreremo qui nei dettagli delle strategie dell’Astroturfing, di cui comunque il troll pentito fornisce alcuni esempi concreti nella sua confessione in basso.

Tuttavia, chi vi scrive ha una conoscenza ravvicinata e pluriennale delle strategie del trolling sionista nella vastissima rete di lingua inglese specializzata nel contrastare Israele, il giudaismo e il potere ebraico.

I troll più esperti, che fanno questo mestiere da anni, operano soprattutto nelle chat politiche, dove vige la comunicazione ‘botta e risposta’ e non c’è tempo per comporre risposte congetturate ad arte.

Per fortuna negli USA si gode ancora della libertà di espressione, e – a differenza dell’Europa – non esistono finora leggi che prevedono la persecuzione legale per chi esprima pubblicamente opinioni cosiddette ‘anti-semite’ (che peraltro sappiamo essere un termine falso, ingannevole e insidioso). Per questo motivo esiste un gran numero di network con programmi radio che trasmettono, sia nel web che per radio, talk-show politici in diretta con tematiche di critica a Israele e alla lobby israeliana che è in controllo totale del parlamento USA (il Congress) e della maggioranza delle varie confessioni religiose cristiane.

A questi talk-show il pubblico può partecipare sia con chiamate in diretta, sia entrando nella discussione che si genera contemporaneamente nella ‘chat’ in internet che ogni network possiede.

I troll non hanno vita facile in queste chat, perché i partecipanti regolari sono persone molto informate e ben consapevoli delle strategie del potere ebraico. Sanno individuare un troll (in inglese: shill) a kilometri di distanza, per così dire. E infatti, come si vedrà nella ‘confessione’ pubblicata di seguito, i troll pagati per operare nelle chat sono un gruppo a parte, e per esperienza sappiamo che sono i più rari.

Invece i troll che si inseriscono nei forum di commento sono un vero e proprio esercito, perché (come spiegato dal troll pentito) per questa attività esistono modelli di risposta ben collaudati, e non è necessaria una grande esperienza.

Ma sono questi i troll più insidiosi, perché operano in siti frequentati dai lettori con i background più disparati, non tutti emotivamente immuni al giudizio altrui, molti ancora terrorizzati all’idea di essere considerati ‘razzisti anti-semiti’. Questi sono lettori che preferiscono desistere dal proseguire la discussione se attaccati, e molti si sentono perfino in colpa per avere osato intrattenere certi pensieri, oltre che per averli espressi ... per cui si trovano a scusarsi e giustificarsi, facendo il gioco dei troll, ovvero dei loro committenti.

Come vedremo dalla ‘confessione’, i troll sono veri e propri impiegati, con stipendi fissi e con bonus per i risultati di un certo livello. Quindi non ‘mollano l’osso’ per non perdere i vantaggi economici, e diventano sempre più efficaci.

Per esperienza sappiamo che sono molto rari i troll pro-Israele che svolgono questa attività per convinzione politica personale.

Sono rari perché:
1 - i troll pro-Israele non sono quasi mai ebrei, e
2 - sono pochi i non-ebrei in favore delle politiche israeliane.

Gli ebrei stessi, invece, si dichiarano apertamente nei forum e nelle chat – almeno negli USA – e hanno uno stile inconfondibile. In genere sono giovani che cercano il consenso del popolo di internet, e ci tengono a informare i partecipanti alle discussioni che loro stessi «non sono come gli ebrei di Israele», che loro sono «contrari alla violenza contro i palestinesi», e che «i giovani ebrei del presente prendono le distanze dai precetti dei rabbini che predicano la legittimità della pulizia etnica dei palestinesi e la violenza contro i non-ebrei in terra di Palestina».

Purtroppo però l’esperienza ci ha messo in guardia circa la sincerità delle loro dichiarazioni.

Abbiamo adottato un modo molto semplice ed efficace per smentire e smascherare la loro presunta distinzione e presunta differenza di mentalità rispetto ai loro simili in Israele.

E’ un metodo collaudato e si basa sui dibattiti che l’autore americano Mark Glenn – probabilmente il più grande esperto vivente in scritture ebraiche – ha avuto con visitatori ebrei nella chat del suo network, The Ugly Truth, e ci riserviamo di presentare l’autore e le sue analisi ai lettori italiani nel prossimo futuro.

Intanto, gli ebrei nei forum e nelle chat non parlano mai di ‘Palestinesi’ ma di ‘Arabi’ – un lapsus che tradisce la loro discriminazione e l’adesione al pensiero israeliano secondo cui «i palestinesi non esistono»…!

E poi, per testare la loro sincerità, è sufficiente chiedere:

«Ma tu sei daccordo sulla creazione dello stato di Israele in Palestina?».
Invariabilmente la risposta è: «Certo» – seguita o meno da motivazioni di vario genere.

Ed è allora che rispondiamo:

«Ma tu sai che lo stato di Israele è stato fondato per mezzo di strategie di terrorismo e pulizia etnica, mediante la cacciata e l’uccisione in massa dei Palestinesi, e che senza azioni di terrorismo Israele non sarebbe mai potuta esistere, né potrebbe continuare ad esistere nel presente. In cosa allora si distingue la tua mentalità da quella degli ebrei di Israele? Tu vuoi Israele, ma non la violenza. Pensi che se tu andassi a chiedere cortesemente ai palestinesi di andarsene e consegnare la loro terra di propria spontanea volontà a Israele, loro lo farebbero? Cosa ti importa di più: l’esistenza di Israele, oppure l’incolumità dei palestinesi?».

Per la cronaca: non siamo mai riusciti a trovare un solo ebreo – né nel web, né in persona – che avesse dato a questa domanda una risposta favorevole ai palestinesi.

Come dicevamo, gli ebrei che si dichiarano apertamente nelle chat in genere lo fanno per suscitare le nostre simpatie malgrado tutto. Qualche tempo fa Gilad Atzmon aveva pubblicato nel proprio sito le analisi di un luminare della scienza che studia le psico-patologie nelle loro varie forme e manifestazioni. Lo studioso spiegava, tra l’altro, cosa spingesse certe categorie di persone con disturbi di auto-esaltazione e complesso di superiorità a cercare con affanno il consenso degli altri, annoverando questa categoria tra i psicopatici affetti da narcisismo ossessivo. Atzmon aveva introdotto la pubblicazione di questo video-documento sulle psico-patologie dicendo: ecco qualcosa che vi farà capire Israele. Infatti si potrebbe dire che la descrizione relativa al fenomeno del narcisismo patologico si adatta bene al tentativo sistematico dei rappresentanti della classe ebraica di influenzare le nostre menti e suscitare in noi ammirazione e benevolenza attraverso il web, il cinema, gli eventi culturali, i media, ecc.

Di regola sono invece i troll quelli che entrano nei forum per seminare discordia e lanciare accuse, sia in America che in Europa. E sono stati addestrati ad usare il deterrente più efficace: suscitare sensi di colpa nei partecipanti per mezzo di riferimenti storici alle ‘persecuzioni degli ebrei’.

Ovviamente questi riferimenti storici hanno poca presa sul pubblico americano, ma in Europa la strategia del ricatto morale funziona benissimo.

E qui sarebbe utile, ma troppo impegnativo in questa istanza, iniziare una lunga discussione per fare notare, intanto, l’inutilità di entrare in simili dibattiti con personaggi il cui unico scopo è quello di destabilizzare i partecipanti, e soprattutto una discussione per evidenziare l’assurdità del senso di colpa retroattivo che si vuole generare, visto che i riferimenti sono ad eventi del passato di cui le nostre generazioni non hanno né controllo né responsabilità...
... perché altrimenti si dovrebbe cominciare con il gioco dell’accusarsi l’un l’altro, riesumando fatti storici e bellici di vasta portata, e non se ne verrebbe mai a capo.

CHE  SIA  CHIARO: il dibattito storico è sempre importantissimo, anzi vitale, se si svolge nell’ottica del determinare la verità storica ai fini della giustizia. Ciò che è inaccettabile è abbozzare e accettare il ricatto morale su questioni del passato, specie da parte di chi difende crimini e criminali del presente...!!!

E’ dunque importante per il popolo dei forum essere consapevoli che i loro ‘accusatori’ sono semplici professionisti, non-ebrei, che fanno questo mestiere per lucro, e non perché ‘abbiano a cuore la causa di Israele’. Gli ebrei stessi – i committenti dei troll – hanno cose ‘ben più importanti’ da fare che ‘perdere tempo’ nei forum e nelle chat. E’ un’attività che affidano alla bassa manovalanza non-ebraica appositamente istruita. Loro invece, in quanto ebrei organizzati, esercitano direttamente le pressioni di ‘lobbying’ su coloro ‘che contano’, come i governi e le istituzioni, per imporre i propri interessi mediante ricatti morali, corruzione, minacce e l’intera gamma di tattiche usate dalle associazioni a delinquere di stampo mafioso.

Che sia anche consapevole, il popolo dei forum, che malgrado le apparenze, sono molto rari i singoli individui occidentali che ancora difendono Israele. I pubblici ‘simpatizzanti’ dello Stato Ebraico sono in genere le organizzazioni e i loro rappresentanti, che agiscono per interesse o perché temono le rappresaglie del potere ebraico organizzato.

E’ anche importante usare il termine ‘Stato Ebraico’, perché è così che Israele si definisce e perché appunto lo ‘stato ebraico’ rappresenta il carattere degli ebrei e del giudaismo. E per capire la natura del ‘carattere’ che rappresenta, è sufficiente guardare le macerie di Gaza.

Siamo tuttavia ben consapevoli che in certi ambiti delle discussioni è necessario usare l’eufemismo ‘sionista’ o ‘sionismo’, qui in Europa – mentre nella rete americana che affronta la questione ebraica, l’uso di questi palliativi è stato ormai scartato quasi interamente e sostituito con i termini appropriati: ebreo, ebraico, giudaismo, ecc.

In ogni caso, è importante non perdersi d’animo. Israele è un malato terminale, tenuto in vita artificialmente mediante espedienti destinati a cessare, come il veto USA all’ONU, le guerre NATO in favore di Israele, i miliardi di euro e dollari e le forniture militari che Israele riceve, pagati dai contribuenti occidentali. Tutto questo non durerà a lungo, e Israele non è capace di sopravvivere come nazione senza agire da parassita (come peraltro ha dimostrato l’esperimento fallito nel Biro-Bijan, un vasto territorio nella Russia orientale, assegnato agli ebrei come ‘Regione Autonoma’ negli anni ’30, per dare agli ebrei uno stato da gestire a proprio piacere – ma agli ebrei questo non bastava, e presto hanno iniziato a litigare tra loro, e tutto si è dissolto nel nulla).

LE  TATTICHE  DI  RIDICOLIZZAZIONE  DELLA  ‘CONFESSIONE’

E siccome questa introduzione è già fin troppo lunga per un articolo in rete, riassumiamo solo brevemente quali tattiche hanno usato i troll nei vari forum nel tentativo di screditare la pubblicazione della confessione riportata in basso.

A grandi linee, le reazioni dei troll si riducono a due tipologie di ‘obiezioni’ e si possono riassumere come segue:

- «Mi meraviglio che un sito noto e autorevole come il vostro pubblichi una ‘confessione’ anonima, ben sapendo che le dichiarazioni anonime sono in genere inventate per fini disonesti... Ma chi pensate di ingannare...?»

- «Il fatto che il troll si sia schierato dalla parte di Israele anche dopo essersi auto-accusato di inganno nei confronti dei lettori dei forum, è la dimostrazione che Israele è comunque una causa giusta...».

E’ vero, molti sono stati i commenti perplessi dei lettori comuni sulla ‘simpatia per il diavolo’ (come l’hanno battezzata), sviluppata dal troll durante la sua fraudolenta attività.

Ma molti hanno anche fornito spiegazioni di ordine psichiatrico a questa variante peculiare della ‘Sindrome di Stoccolma’, dicendo che è alquanto comune, e il risultato di un lavaggio del cervello ben riuscito, con un effetto di ‘autogol’ che presto sarebbe svanito.

Ma la reazione più sorprendente è stata quella dei molteplici ‘troll pentiti’, che di conseguenza si sono dichiarati nei forum, pur conservando l’anonimato... Per loro fortuna.

Dico per loro fortuna, perché conosciamo bene la ferocia con cui ire sioniste si scagliano su chi osa fare denunce pubbliche.

Ecco infatti cosa ha scritto in un forum un ex-troll che aveva pubblicamente confessato il suo passato di troll durante una trasmissione (in USA), in cui qualcuno lo aveva riconosciuto:
«...Hanno scoperto la mia vera identità e ora mi molestano al telefono con chiamate oscene. Mi inviano mail di minacce e pubblicano il mio nome, indirizzo e numero di telefono su base quotidiana. Postano anche i nomi dei miei figli, familiari e amici che hanno trovato su Facebook prima che bloccassi il mio account».
Altri utenti dei forum invece hanno confermato di essere vittime di alcune delle rappresaglie descritte dal troll confesso nell’articolo in basso.

Esempio delle parole di un commentatore:
«...Questa (la confessione) è una descrizione accurata delle tattiche della Hasbara su internet. In quanto assiduo frequentatore di forum politici, specie su ‘Yahoo Mid-East’, sono intimamente consapevole di queste strategie dei troll. Calunnie e menzogne sono i loro ferri del mestiere. Io stesso sono stato preso di mira dai troll della Hasbara per due lunghi anni come nemico pubblico numero 1. E le loro molestie non si limitavano a internet. Queste persone non hanno etica o principi morali. Sono capaci di qualunque cosa, purché ne traggano beneficio per l’immagine di Israele e degli ebrei».
Ecco: qualora fossimo tentati di liquidare la ‘confessione’ come un falso, ricordiamoci cosa dicono i lettori stessi...

Falso o no ... è tutto vero.


Egeria

* * * 

Ero pagato per fare il Troll sionista pro-Israele


Scrivo per uscire allo scoperto circa il mio passato come Troll pagato.

Per un periodo di oltre sei mesi sono stato pagato per diffondere disinformazione e provocare polemiche politiche su Internet.

Ho lasciato quel lavoro, un impiego fisso, verso la fine del 2011, perché ero disgustato con me stesso. Non riuscivo più a guardarmi allo specchio.

Se questa confessione innescherà una sorta di vendetta contro di me, così sia. Parte di essere un uomo vero in questo mondo è avere valori reali per i quali combattere, quali che siano le conseguenze.

La mia storia inizia nei primi mesi del 2011. Ero disoccupato da quasi un anno, dopo aver perso il mio ultimo lavoro nel campo dell’assistenza tecnica. Sempre più disperato e scoraggiato, ho colto al volo l'occasione quando una ex collega mi ha chiamato e mi ha detto di avere una potenziale miniera d'oro per me.

«Quello che ti propongo è un lavoro insolito  – spiegò la mia ex collega –  che richiede segretezza. Ma lo stipendio è buono. So che scrivi bene, e questo è un lavoro che fa per te».
(Vero: scrivere è sempre stato un hobby per me).

Mi diede un numero di telefono e un indirizzo in uno dei quartieri più squallidi di San Francisco, la città in cui vivo.

Incuriosito, ho chiesto alla mia ex-collega quale fosse il sito internet dell’azienda e qualche informazione in più. Lei si è messa a ridere: «Loro non hanno un sito web. E neanche un nome. Vedrai: ti basterà presentarti e dire che ti mando io».

OK, sembrava sospetto, ma la disoccupazione di lunga durata genera disperazione, e la disperazione induce ad accantonare i sospetti quando si tratta di mettere il cibo in tavola.

Il giorno dopo mi sono recato all'indirizzo in questione.

La ditta si trovava al terzo piano di un edificio in cattive condizioni. L’aspetto non ispirava fiducia. Dopo aver attraversato un lungo corridoio coperto di linoleum e fiocamente illuminato dal neon, sono arrivato all’ingresso della sede in questione: una pesante porta di metallo con un cartello che diceva ‘United Amalgamated Industries, Inc.’

In seguito mi resi conto che la ‘ditta’ cambiava nome su base quasi mensile, sempre utilizzando nomi blandi come quello, che non fornivano alcun indizio sulla natura delle attività reali dell’azienda.

Non troppo pieno di speranza, entrai nella sede.

L’interno era alquanto scarno. C’erano alcuni tavoli con sedie su cui una dozzina di persone scriveva usando computer obsoleti. Non c’erano decorazioni, nemmeno le solite piante finte per dare un tono allegro.
Che squallore! Ma hey, un mendicante non può fare lo schizzinoso, giusto?

Il manager, un uomo calvo sulla quarantina, si alzò dalla scrivania e mi venne incontro con un sorriso rassicurante.

«Devi essere Chris, mi disse. Yvette mi ha detto che saresti venuto».
(Yvette e Chris non sono ovviamente i nostri veri nomi).
«Benvenuto. Permettimi di darti qualche informazione su quello che facciamo qui».

Non ci fu alcun colloquio preliminare per decidere se assumermi. In seguito appresi che impiegavano solo persone raccomandate da altre che già svolgevano questa attività, in più addestrate a individuare candidati sulla base di fattori specifici, tra cui  la capacità di tenere la bocca chiusa, l’abilità a scrivere, e la necessità impellente di un impiego.

Ci siamo seduti alla scrivania del manager, e lui iniziò a farmi domande sul mio background e in particolare sulle mie idee politiche (che erano praticamente inesistenti). Poi cominciò a spiegare il lavoro.

«Qui lavoriamo per influenzare le opinioni della gente. I nostri committenti ci pagano per postare commenti nei forum, nelle chat più popolari e nei social network come Facebook».
Chi erano questi committenti?
«Oh, varie persone», disse vagamente. «A volte aziende private, a volte gruppi politici».

Soddisfatto che le mie opinioni politiche non fossero forti, mi disse che sarei stato assegnato ai forum politici.
«I candidati ideali per tali attività sono persone come te, senza ideali politici precisi», disse ridendo. «Può sembrare un controsenso, ma in realtà abbiamo scoperto che è proprio così».

OK. Finché pagano bene, accetterò di credere a tutto ciò che vorranno farmi credere.
Dopo avermi comunicato l’ammontare dello stipendio (che era molto più alto di quanto mi aspettassi) e pochi altri dettagli, il manager sottolineò la necessità di assoluta riservatezza e segretezza.

«Non puoi raccontare a nessuno quello che facciamo qui. Non a tua moglie e nemmeno al cane...» (Non avevo né l’uno né l’altro, si dà il caso). «Ti cuciamo addosso un’identità di copertura, ti diamo un numero di telefono e ti creiamo un sito web finto che potrai utilizzare. Dovrai dire alla gente che sei un consulente. Dal momento che il tuo background nella vita reale è il supporto tecnico, questa sarà anche la tua attività di copertura. E’ un problema per te?»

Nessun problema, gli assicurai.
«Allora OK. Vogliamo cominciare?»
«Adesso?», chiesi, un po 'sorpreso.
«Non c'è momento migliore del presente!», rispose con una risata.

Il resto della giornata fu dedicato alla mia formazione.
Un altro membro del team, una donna sulla trentina dalle maniere spicce, sarebbe stata il mio istruttore, e la mia formazione doveva durare due giorni.
«Sembri un tipo sveglio, mi disse, e credo che imparerai in fretta».

E infatti, il lavoro era più facile di quanto avessi immaginato.
Il mio compito era semplice: mi avrebbero assegnato a quattro diversi siti web, con l'obiettivo di entrare in determinate discussioni e promuovere determinati punti di vista.

Seppi poi che una parte del personale (come me) era assegnato ai commenti nei forum. Altri, invece, lavoravano su Facebook, e altri ancora nelle chat.
Mi resi conto che per ognuno di questi tre mezzi di comunicazione venivano adottate specifiche strategie di ‘trolling’, e ogni troll si concentrava su una di esse in particolare.

E in cosa consisteva il mio compito?

«Dare supporto a Israele, e contraddire i commentatori anti-israeliani e anti-semiti».
Mi stava bene.
Non avevo opinioni in un modo o nell’altro su Israele – e poi, a chi piacevano gli anti-semiti o i nazisti? Non a me, comunque.
Ma non sapevo molto sull’argomento. «Va benissimo», rispose la mia istruttrice. «Imparerai man mano che procedi. All’inizio ti dedicherai soprattutto a ciò che chiamiamo ‘sorveglianza tematica’. E’ alquanto semplice. In seguito, se mostri di avere talento, verrai addestrato per compiti più complessi, che richiedono una conoscenza più approfondita».

La mia istruttrice mi consegnò due raccoglitori con fogli infilati in apposite schede trasparenti.

IL  RACCOGLITORE  ‘ISRAELE’

Il primo raccoglitore era semplicemente etichettato ‘Israele’.
Era suddiviso in due sezioni.

La prima sezione conteneva informazioni di base sull’argomento. Avrei dovuto leggere e imparare a memoria alcune di queste informazioni. La sezione comprendeva link a siti con materiale da leggere, articoli e interviste, e brani tratti da libri di storia.

La seconda sezione, più voluminosa della prima, aveva il titolo: ‘Strategie’.
Conteneva una lunga lista di ‘coppie di dialoghi’.
In altre parole, erano modelli di dialogo con specifiche risposte a specifici commenti nei forum.
Se un lettore commentava nel forum qualcosa di simile al modello di commento ‘X’, bisognava rispondere seguendo le indicazioni della risposta correlata.
«Dovrai però diversificare un po’ le risposte di volta in volta – disse la mia istruttrice – altrimenti si noterà».

Questa sezione conteneva anche una serie di suggerimenti per indirizzare il discorso secondo gli obiettivi da raggiungere, o per fare deragliare conversazioni che prendevano una brutta piega secondo i nostri criteri.

Tali strategie comprendevano:
- diverse forme di attacchi personali,
- lamentarsi con i moderatori dei forum,
- calunniare e mettere in cattiva luce il carattere dei nostri ‘avversari’,
- l’uso di immagini e iconografie efficaci,
- e perfino andare sul pesante con allusioni di carattere sessuale o pornografico, e altri trucchi del genere.

«A volte dobbiamo giocare sporco», spiegò la mia istruttrice. «I nostri avversari non esitano a farlo, e quindi noi non possiamo tirarci indietro».

IL  RACCOGLITORE  ‘SITI  WEB’

Il secondo raccoglitore conteneva informazioni specifiche sui siti web a cui sarei stato assegnato.

Si trattava dei siti con i forum più frequentati (come CNN News, Yahoo News, ecc.) e una manciata di siti più piccoli da frequentare a rotazione.

Quando in seguito ho scritto questo ‘articolo-confessione’, l’ho proposto per  pubblicazione proprio al sito su cui avevo svolto gran parte della mia attività di troll. I gestori invece mi hanno perfino bandito dall’accesso al sito (forse vogliono perseguirmi legalmente?).

Le informazioni specifiche per sito comprendevano la storia del sito, compresi gli scontri recenti, e le istruzioni su ciò che doveva essere evitato in ciascun sito per non essere banditi.

Conteneva anche informazioni dettagliate sui moderatori e sui partecipanti più assidui, indicando:
- luogo di provenienza se noto (visto che l’inglese si parla in tanti paesi),
- tipo di personalità,
- interessi specifici della persona
- informazioni sulle debolezze psicologiche individuali e su come sfruttarle (!!!).

«Concentrati sui partecipanti (o lettori) più popolari, quelli a cui abbiamo assegnato un ‘marchio d’oro’ – ha detto la mia istruttrice. Sono quelli che maggiormente influenzano gli altri. Ciascuno di loro vale 50 o anche 100 dei nomi meno noti».

Ogni partecipante era classificato come ‘ostile’, ‘amichevole’ o ‘indifferente’ in relazione al nostro obiettivo.
Dovevamo legare con i partecipanti ‘amichevoli’ e ingraziarci i moderatori, e c’erano anche informazioni sulle strategie da adottare per specifici partecipanti ‘ostili’.
L’informazione era alquanto dettagliata, ma non del tutto perfetta per ciascun caso.

«Se riesci a convertire un ‘ostile’ e a portarlo dalla nostra parte, riceverai un grosso bonus. Ma questo accade raramente, purtroppo. E quindi passerai la maggior parte del tempo ad attaccare e infangare gli ostili».

All’inizio, come dicevo, il mio ruolo era relegato a fare il ‘poliziotto tematico’.

Si trattava di un’attività alquanto semplice e ripetitiva. Consisteva nel contrastare le argomentazioni e deviare il discorso introducendo nuove tematiche. Ciò non richiedeva una conoscenza approfondita della materia di discussione.

Per la maggior parte si trattava di fare uso dei modelli di ‘coppie di dialogo’ contenute nella sezione ‘Strategie’ del raccoglitore ‘Israele’. Era necessario far deragliare il filo del discorso quando andava in una direzione non favorevole dal nostro punto di vista, oppure lanciare accuse di razzismo e anti-semitismo.

A volte dovevo forzare la mano e mentire dicendo che uno specifico commentatore aveva detto o fatto qualcosa in un’altra discussione, sapendo bene che non fosse vero. La cosa mi faceva star male, ma stavo anche peggio al pensiero di perdere l’unico lavoro che ero riuscito a trovare da quando avevo perso il mio ‘vero’ lavoro.

In retrospettiva trovo curioso notare che, nonostante abbia iniziato questa attività sprovvisto di forti opinioni politiche, dopo alcune settimane mi sono ritrovato a essere emotivamente coinvolto nel difendere le idee pro-Israele, che stavo adottando per convinzione. Doveva essere intervenuto un qualche fattore psicologico ... Immagino che un buon venditore impari ad amare sinceramente i prodotti che propone.

«E’ un buon segno – commentò la mia istruttrice. Significa che sei pronto per il passo successivo: il dibattito complesso».

Il ‘dibattito complesso’ prevedeva un gran numero di corsi di formazione aggiuntivi, tra cui la memorizzazione di informazioni più approfondite sulle persone chiave (amichevoli e ostili) con cui mi sarei confrontato o scontrato.

Anche in questo caso esistevano linee-guida tematiche, ma ci era concessa maggiore libertà di argomentazione.

Il corso formativo avanzato forniva copioni specifici e strategie molto più dettagliate. Venivano analizzati perfino aspetti come la scelta dell’avatar più appropriato o l’uso di ‘immagini demotivanti’ che circolano sul web con un bordo nero.

Dovevamo anche fare uso di rapporti finti o falsificati, e di immagini montate ad arte mediante photoshop. Questa parte del lavoro mi metteva tuttavia alquanto a disagio.

In virtù del mio nuovo status venni anche autorizzato e addestrato al compito di trovare nuove reclute: persone ‘come me’ con la giusta personalità, l’inclinazione alla segretezza, la capacità di scrittura analitica, e la disperazione economica necessaria per accettare questo tipo di lavoro.

Ma di lì a poco, ho cominciato a sentirmi in colpa. Non perché mi trovassi a promuovere ed imporre opinioni (come dicevo, ero apolitico prima, e pro-Israele in seguito), ma a causa della disonestà implicita. Se le nostre argomentazioni erano tanto giuste e corrette, mi chiedevo, perché mai agire in questo modo fraudolento? La verità, in quanto tale, non dovrebbe essere propagata con naturalezza, senza necessità di falsa propaganda?

E poi: chi si celava dietro tutta questa operazione? Chi firmava il mio assegno mensile?

Lo stress di dover mentire ai miei genitori e agli amici sulla mia presunta posizione di ‘consulente’ cominciava a pesare alquanto.
Infine ho detto: adesso basta. Quando è troppo, è troppo.

Ho lasciato questo lavoro alla fine del 2011. Da allora ho svolto una serie di lavori poco affascinanti, a tempo determinato e a bassa retribuzione. Ma almeno mi guadagno da vivere senza mentire e senza molestare le persone che si rivolgono alla rete per esprimere le proprie opinioni ed esercitare la libertà di espressione.

Giorni fa sono capitato in quella parte di San Francisco e spinto dalla curiosità sono tornato sulla ‘scena del delitto’ per vedere cosa ne fosse del mio vecchio ufficio.
Non era più lì. Aveva cambiato sede.

Anche questo faceva parte della strategia. Non stare in un posto troppo a lungo, non mantenere lo stesso nome troppo a lungo, traslocare ogni sei mesi circa, mantenere un basso profilo, trovare nuovi addetti mediante il passaparola: è tutto parte dell’attività ‘trollesca’.

Ma è un modo di vivere ingannevole, e a prescindere se la causa sia nobile o no (e personalmente sono ancora in favore di Israele) il fine non giustifica mezzi tanto discutibili.

Questa è la mia confessione.
E penso sia giusto che si sappia: i Troll esistono. Sono reali.
Si muovono tra voi e prendono di mira in particolare quelli che tra voi sono marcati con l’etichetta d’oro – e cioè, quelli più ‘fastidiosi’ e scomodi.
Prendetene ben atto.
Sta a voi decidere come al meglio fare uso di questa consapevolezza.

Un troll pentito

venerdì 5 giugno 2015

Teodoro Klitsche de la Grange: «Meglio Beccaria»

Questo articolo, qui in editing con i tipi di “Civium Libertas”, esce contemporaneamente sul sito Behemoth.

MEGLIO BECCARIA

1. Malgrado le speranze suscitate, Renzi continua, in molti campi, a seguire le orme dei suoi predecessori e, peggio, le opinioni indotte dagli idola tribus (la sua), asseritamente prevalenti. Ne costituisce una conferma la recente legge sulla corruzione (ma anche la precedente sul falso in bilancio). Perché a considerarle (e non solo purtroppo quelle) si basano su una proporzione inversa: se aumenta il castigo cala la propensione al delitto.

Proporzione che ha dalla sua un fondo di verità: ma non è l’unica variabile né quella principale.   Ve ne sono altre, anche più influenti a raggiungere lo scopo di contenere la propensione a delinquere. E’ merito di Beccaria, passato alla storia per la sua condanna della tortura e della pena di morte (anche per la critica di Kant), averle ricordate nel suo libro tanto citato quanto poco (e/o superficialmente) letto, averle ricordate: la certezza della pena, la sua proporzionalità, la sua condivisione nel senso comune.

Tra questi spicca, sia per l’importanza ed ancor più per la situazione della giustizia (e in genere dello Stato e della burocrazia italiana), che il castigo sia sicuro almeno nella maggioranza dei casi – e che sia (anche) pronto, cioè non espiato decenni dopo la commissione del reato.

2. Scrive Beccaria nel XXVII capitolo di “Dei Delitti e delle pene”: «Uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma l’infallibilità di esse, e  per conseguenza la vigilanza dei magistrati, e quella severità di un giudice inesorabile, che, per essere un’utile virtù, dev’essere accompagnata da una dolce legislazione; La certezza di un castigo, benché moderato, farà sempre una maggiore impressione che non il timore di un altro più terribile, unito colla speranza dell’impunità: perché i mali, anche minimi, quando son certi, spaventano sempre gli animi umani… Perché una pena ottenga il suo effetto basta che il male della pena ecceda il bene che nasce dal delitto, e in questo eccesso di male dev’essere calcolata l’infallibilità della pena e la perdita del bene che il delitto produrrebbe. Tutto il di più è dunque superfluo e perciò tirannico».

Tali considerazioni sono così evidenti che non si può non aderirvi: tra una pena mite, ma applicata alla maggioranza dei reati commessi, ed una pena assai grave ma irrogata episodicamente, l’effetto deterrente della prima appare evidentemente superiore.

Orbene in Italia i dati delle statistiche giudiziarie c’informano che l’oltre 85% delle denunce esposte viene archiviato, su richiesta del P.M., in fase iniziale; molti dei processi non archiviati “sul nascere” si estinguono per prescrizione. Non siamo in grado di precisare quanti si concludono e, ciò che più rileva, quante condanne siano poi eseguite: ma ho l’impressione che siano intorno (al massimo) al 2-3%. In tali condizioni, si replicherà, è meglio fare leva sull’effetto deterrente di pene più gravi.

3. Ma non è così, e non solo per le considerazioni di Beccaria. Se al legislatore fosse concessa solo la sanzione afflittiva come strumento per assicurare l’osservanza dei precetti giuridici, il discorso avrebbe ancora una certa – anche se limitata – plausibilità. Non l’ha più, perché può provvedere non solo con sanzioni afflittive, ma anche con altri tipi di sanzioni, tutte volte allo stesso scopo di incentivare il rispetto della legge.

Scriveva Carnelutti che “Sancire significa fondamentalmente, in latino, rendere inviolabile e perciò avvalorare qualche cosa; ciò che viene avvalorato, in quanto si cerca di impedirne la violazione, è il precetto, in cui l’ordine etico si risolve” ma occorre distinguere le diverse specie di sanzioni: “Una prima distinzione, fondamentale, emerge già da quanto fu detto al punto che precede: secondo che consista in un bene concesso o in un male inflitto a chi ha fatto del bene o del male si distingue il premio dal castigo … non v’è alcun motivo per riservare al castigo il carattere della sanzione: serve a garantire l’osservanza dell’ordine etico il premio al pari del castigo; praticamente e, perciò, storicamente il premio ha però una importanza assai minore” (1). Per cui esistono sanzione afflittive e sanzioni premiali. Poi vi sono le sanzioni preventive e quelle successive (le prime volte ad impedire la condotta sanzionata, le altre ad eliminarla o ridurla per il futuro) quelle fisiche e quelle economiche; restitutorie o riparatorie.

Di tutta questa panoplia di strumenti sanzionatori, non limitati tra l’altro, al processo penale, che ne costituisce solo parte non maggioritaria ma sicuramente più visibile – e quindi la preferita a chi intende fare “passerella” nel teatrino della politica – il legislatore continua ad usare la sanzione afflittiva penale, dimostratasi da tempo poco efficace nel combattere la corruzione (e più ancora la dilapidazione di pubblico denaro molto superiore per danni arrecati a quelli causati da condotte penalmente rilevanti), quanto idonea a conseguire scopi e risultati politici, a stroncare o spingere carriere.

Le altre sanzioni, le quali se ben organizzate e coordinate, sono le più efficaci, sono state trascurate e anzi addirittura in taluni casi abolite. Ne deriva che la lotta alla corruzione, così condotta ha assunto il carattere della carica di don Chisciotte contro i mulini a vento: una bravata inutile contro un bersaglio sbagliato. Basti dire che a più di vent’anni da “Mani pulite” siamo sempre alle prese con gli stessi problemi – anzi peggiorati: e che quell’operazione è servita, pertanto, non a combattere la corruzione, come proclamato, ma solo a cambiare (parzialmente) una classe politica.

Il che d’altra parte è anche, per così dire, nella natura delle cose. Se un’attività illecita viene repressa solo con una (modesta) parte dell’apparato sanzionatorio, ossia con qualche norma ad hoc e relativo ufficio che le applica (o tenta di applicarle) l’effetto non può che essere modesto. Ma se tutto l’ordinamento, cioè il complesso dei poteri e degli uffici con i loro rapporti di sotto – e sovra-ordinazione e le loro connessioni e interazioni – sono modellati anche a quel fine, il risultato è ben diverso.

4. A tale proposito è bene ricordare che oltre un secolo fa Jellinek distingueva i controlli sulle attività pubbliche, assai importanti per le attività sanzionatorie, come “l’esame alla stregua di determinate norme degli atti rilevanti per lo Stato, compiuti dai suoi organi e membri, possono essere o politici o giuridici”, e ricordava l’importanza – al riguardo - delle responsabilità dei funzionari (2).

Tanto per ricordare, enumeriamo con qualche esempio come i controlli e quindi le sanzioni dei comportamenti corruttori (insisto, peggio dilapidatori) siano stati “trattati” dalla fine degli anni ’80 in poi.

a) I controlli amministrativi. Sulle amministrazioni statali, sulle Regioni e gli Enti locali erano previsti dall’art. 100 (e 103) (per gli atti delle amministrazioni statali, con la Corte dei Conti); dall’art. 125 (per gli atti delle Regioni), dall’art. 130 (per quelli dei Comuni, Provincie e degli altri enti locali). Il sistema previsto dalla Costituzione del ’48 s’innestava e modificava largamente) nei precedenti, analoghi istituti, in particolare quelli prescritti dalla legge comunale e provinciale, di controllo su Provincie, Comuni e altri Enti locali. Quando l’ordinamento regionale entrò in funzione iniziarono le doglianze sul nuovo sistema (non del tutto ingiustificate, data la composizione degli organi di controllo). Tali controlli erano riconducibili alla “classe” delle sanzioni preventive di cui alla partizione di Carnelutti, giacché esercitati prima che l’atto da controllare divenisse esecutivo. Il risultato delle critiche fu di abolirli: in un primo tempo l’occasione per il rimaneggiamento della materia fu data dalla legge 8/6/1990 n. 142, concernente il nuovo ordinamento delle autonomie locali. Con questa, gli atti soggetti a controllo erano ridotti al minimo. Poi con la riforma del titolo V della Costituzione erano totalmente aboliti. Onde non destano meraviglia le notizie, ogni tanto emergenti sulla stampa, di Comuni ed altri Enti che hanno perso rilevanti somme nell’acquisto di titoli-spazzatura cioè nell’essersi trasformati in speculatori finanziari, fatto ignoto (un tempo). Qualcosa di parzialmente diverso (ma con lo stesso scopo) è capitato anche alla Corte dei Conti. L’offensiva contro la Corte dei Conti è stata portata da due direzioni. La prima, di accreditare il controllo di legittimità come un qualcosa di “superato”, al posto del quale si impongono controlli di efficienza. Ciò che non si capiva era, perché un tipo di controllo dovesse escludere l’altro. Peraltro restava incomprensibile, il tipo di sanzione che avrebbe accompagnato un giudizio negativo sull’ “economicità” della gestione. Mentre l’atto di controllo negativo comporta la non esecutività del provvedimento “controllato” (e quindi la sua impossibilità a spiegare efficacia) – ed è quindi una sanzione efficace, un giudizio gestionale negativo è comunque un chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi. Tuttavia ciò non bastava. Occorreva incidere anche sulle funzioni giurisdizionali della Corte, ridimensionando oggetto, presupposti, limiti ed effetti dell’azione di responsabilità. Il che era compito di una pluralità di norme, di cui ricordiamo le principali: il D.L. 15/11/93 n. 453, convertito con legge 14/1/94 n. 19; la L. 14/1/94 n. 20; leggi le quali, tra l’altro, riducevano a categorie tassativamente indicate gli atti soggetti al controllo preventivo di legittimità. E altro su cui non insistiamo per non annoiare il lettore.

b) L’altra, ovvero la responsabilità dello Stato e dei funzionari è stata ridotta (la prima) e non ampliata (la seconda) peraltro già quasi totalmente disapplicata, anche se prevista dalla Costituzione.

L’art. 28 della Costituzione invero prescrive generalmente la responsabilità del funzionario per atti compiuti in violazione dei diritti (formulazione più ampia degli atti di corruzione, che comunque ricomprende buona parte di questi) è stata già trattata per i lettori di “Civium Libertas” in un mio articolo del 9 giugno 2011, cui pertanto rinvio.

5. D’altra parte non è giustificabile per quale ragione tra le sanzioni sia per lo più scelta e privilegiata quella afflittiva-penale (detentiva soprattutto). Se si prende come criterio quello della soddisfazione dell’interesse individuale sacrificato dall’illecito sia nella forma della riparazione (per equivalente) sia della restituzione, una norma penale risulta, per lo più, inutile. Se taluno mi ha rubato qualche milione di euro (o anche meno) è una ben magra soddisfazione del mio interesse sacrificato dal reato, vedere il reo – magari dopo dieci, quindici anni – passare, nel migliore – ma raro – dei casi, qualche mese in carcere. Meglio sarebbe, per la vittima del reato, che lo stesso le restituisse il maltolto.

Ovviamente lo stesso criterio, anche se con qualche (modesto) aggiustamento, vale per lo Stato e gli enti pubblici. Un condono preventivo (al processo) o una riparazione sostitutiva della pena sarebbe non soltanto più satisfattiva delle nostre casse pubbliche, ma anche più dannosa e istruttiva per il reo. Il quale dopo aver ricavato dalla commissione del reato un “bottino” di qualche milione, rigorosamente occultato, rischia, al massimo, qualche mese (effettivo) di prigione, passato il quale può godersi il bottino.

Nietzsche ne “La genealogia della morale” enumerava tutti i “sensi” che può avere il concetto di punizione “Punizione come rendere incapace di danneggiare, come impedimento di un danno ulteriore. Punizione come compenso del danno al danneggiato in qualche forma (anche in quella di un compenso di passioni). Punizione come isolamento di un turbamento di equilibrio per impedire un estendersi del turbamento. Punizione come paura di quelli che determinano ed eseguono la punizione. Punizione come una sorta di compensazione per i privilegi che il malfattore ha goduto finora (quando, per esempio, viene utilizzato come schiavo di miniera)… Punizione come festa, cioè come violentazione e beffa di un nemico finalmente abbattuto. Punizione come ricordo sia per colui che soffre la pena – la così detta «correzione», sia per i testimoni dell’esecuzione. Punizione come pagamento di un onorario da parte della potenza che protegge il malfattore dalle esagerazioni della vendetta. Punizione come compromesso con lo stato di natura della vendetta, in quanto quest’ultimo è ancora tenuto in piedi da generazioni potenti e viene esatto come privilegio. Punizione come dichiarazione di guerra e provvedimento di guerra contro un nemico della pace, della legge, dell’ordine, dell’autorità” (3); e aggiungeva di non giudicare completa tale lista.

Se si cerca la ratio (e il senso) della sanzione afflittiva, irrogata dall’autorità giudiziaria, questo è congruo solo ad uno o due dei sensi elencati dal filosofo. Per gli altri sarebbero più consoni altri tipi di sanzione. Ad esempio quelle preventive o successivo/preventive. Così ad un reo di omicidio colposo per guida d’automezzi, il divieto di guida; per un funzionario corrotto, l’interdizione (meglio perpetua) dei pubblici uffici; per uno stupratore, la castrazione clinica (in vigore in alcuni Stati) Tutte sanzioni che eliminano (o riducono) la possibilità che il reo reiteri la condotta vietata. Lo stesso accade, per altri tipi di sanzione, come quelle a carattere satisfattivo: come la riparazione del danno arrecato alle vittime della condotta illecita, che soddisfa l’identico interesse sacrificato dal reo. Mentre quella afflittiva, ed in particolare la pena “sacrifica un interesse totalmente diverso da quello subordinato dal precetto” (4). La pena detentiva, in particolare, a quale dei sensi enumerati da Nietzsche è congrua? Quello volto ad impedire il “turbamento di equilibrio” (sociale) e quello d’incutere timore di chi decide ed esegue la punizione. Nulla o poco degli altri.

6. Se si va ad esaminare la nuova legge “c.d. legge Grasso”, si può constatare che, a fronte di un grande aumento delle pene detentive per alcuni reati contro la p.a. (e di qualche estensione ad esempio per la concussione, allargata – opportunamente – agli  incaricati di pubblico servizio), sono previste alcune “sanzioni premiali” nella forma attenuata - quanto ben nota all’ordinamento – dello sconto di pena per i collaboratori (i “pentiti”)  e nel subordinare la sospensione condizionale della pena al caso in cui si sia restituito il profitto del reato. Tale seconda ipotesi è timida: meglio sarebbe, per i reati consistenti in lesione d’interessi patrimoniali procedere all’eliminazione di ogni altra pena, o semmai, alla riduzione al minimo di quella detentiva o alla sostituzione di questa con una sanzione pecuniaria. Così succede per quanto previsto dall’art. 14 della legge, per cui la sanzione riparatoria (il pagamento alla vittima) si cumula alle altre. Nulla poi perché uffici diversi da quelli ordinari (cioè le Procure e l’apparato penale) operino per impedire la commissione di reati tranne - forse – l’informativa all’Authority anticorruzione, rimedio che, quanto ad efficacia, ricorda quello delle pillole contro il terremoto. Nulla, soprattutto, perché l’intero ordinamento, comprensivo dei cittadini, assuma un ruolo attivo nella disincentivazione delle condotte sanzionate, che è poi il problema principale, attesa la modesta minoranza delle denunce di reato che “passa” la fase delle indagini preliminari, senza incorrere in archiviazione (ed altro). All’uopo c’è un sistema adottato in altri ordinamenti, segnatamente in quelli – contemporanei – anglosassoni (e non solo). Quello cioè di facultare la vittima del reato all’esercizio dell’azione penale.

In questo caso il cittadino che agisce per la realizzazione del proprio interesse (sacrificato dalla condotta del reo), cioè per un diritto soggettivo, consegue anche il risultato, già esposto con tanto vigore e logica da Rudolf Von Jhering, di rendere effettivo e concretamente applicato il diritto oggettivo.

Problema ovviamente non limitato ai reati contro la p.a., ma sussistente per ogni tipo di reato. Affidarsi oltre che allo zelo degli apparati repressivi all’iniziativa dei danneggiati è una risorsa da non trascurare. Tant’è che era realtà in tanti ordinamenti (sia nello spazio che nel tempo: le antiche città –Stato, Roma soprattutto, i Comuni medievali).

Sotto il profilo istituzionale significa fare appello a tutti i componenti delle comunità e collaborare all’attuazione del diritto con il collegamento tra interesse individuale e interesse generale (rapporto con cui si mobilita il primo a realizzare il secondo): se il primo non viene soddisfatto o lo è poco (e  male) cala pure la possibilità di rendere concretamente applicato questo. E non si mobilitano così le energie disponibili. Se l’attuazione dell’ordinamento è considerata esclusivamente compito dell’apparato burocratico, regolato dal “dovere d’ufficio” la possibilità che ne consegua un ordine concreto è comunque ridotta, avvalendosi dell’operosità del “circuito minore” (5)  e relegando la maggioranza dei componenti la comunità in un ruolo passivo, quello di spettatori non di attori, che è proprio quel che si diventa, anche in uno dei sensi del termine, si si ha il diritto di esercitare l’azione penale.

Ma è proprio quello che si vuole, perché è connotato comune di tante prassi di “governo” contemporaneo di fare dei cittadini non dei partecipi della vita pubblica della comunità, ma dei consumatori-contribuenti relegati nel privato. Cioè – a un dipresso – quello che prevedeva Tocqueville quando descriveva il “dispotismo mite” quale esito (finale) delle moderne democrazie.

NOTE

(1) Teoria generale del diritto, Roma, 1946 p. 24.

(2) “Anche di fronte ai sudditi il funzionario è responsabile civilmente, e può da loro essere perseguito penalmente; inoltre rispetto ad essi è responsabile anche lo Stato, sia in via sussidiaria, sia in luogo de’ funzionari, sebbene a questo riguardo, però, esistano spesso delle disposizioni restrittive” v. Dottrina generale del diritto dello Stato, trad. it. di M. Petrozziello, Milano 1949 pp. 306-308.

(3) La genealogia della morale, trad. it. E. Soia, Libritalia 1997, p. 69.

(4) V. F. Carnelutti, op. cit., p. 28.

(5)  Si  fa riferimento a quanto già da me scritto in “Funzionarismo” Liberilibri, Macerata 2013, in particolare p. 43 ss., cui si rinvia.


Teodoro Klitsche de la Grange

giovedì 7 maggio 2015

Teodoro Klitsche de la Grange: «Violenza e difesa» - Parte seconda

Questo articolo, qui in editing con i tipi di “Civium Libertas”, esce contemporaneamente sul sito Behemoth. Per andare alla Parte prima, si clicchi qui.

VIOLENZA E DIFESA 

(II)

1. Dopo l’omicidio plurimo di Milano, dove taluno ha visto l’effetto delle campagne di de-legittimazione della magistratura, talaltro la mera azione di uno squilibrato (anche perché una sola delle vittime era magistrato), si è aperto (o ri-aperto) un dibattito più che una riflessione (anche perché diversi interventi denotano di essere punto o poco riflessivi sulla violenza e sul farsi giustizia da soli) con tutti i consueti corollari (disciplina delle armi e così via).
C’è financo qualcuno che ha voluto connettere la violenza al liberismo accomunati dall’essere entrambi esaltatori del privato rispetto al pubblico. Tesi che fa sorridere, non solo a leggere i classici del liberismo, ma più ancora l’evanescenza dei “punti di contatto”.
Il dibattito è antico: perché, se vogliamo (ampliandone la portata) parte dal famoso dialogo tra Antigone e Creonte, dove la figlia di Edipo, tuttavia astenendosi da ogni violenza, contesta il diritto, rivendicato da Creonte quale sovrano di Tebe, di dare alla città leggi non conformi a quelle tradizionali d’origine divina. Prosegue poi – tra l’altro – nelle pagine dei teologi cristiani (in particolare, ma non solo, sulla quaestio del tirannicidio), arriva in una celebre opera letteraria come Michel Kolhahaas di Kleist e, passando per la dottrina giuridica (e le codificazioni) arriva fino ai giorni nostri e ad internet.
Onde la violenza non sempre è illegittima, anche se non-legale o illegale, e ancor più la violenza, al fine di autodifesa. Francisco Suarez riconduceva la guerra (tra sovrani) ad una quaedam potestas jurisdictionis; quanto all’autodifesa tra privati ammetteva che è “intrinsece mala”, ma tuttavia occorre darne “licentia, nisi solum intra limites justae defensionis”. In un altro passo (sulla seditio) ribadisce che omnibus competit jus defensionis (nel caso specifico di difendersi dal tiranno) (1).
In realtà nella storia umana la violenza come mezzo di realizzazione- esecuzione di una pretesa legittima (non è il caso di Milano) non è stata prevalentemente riservata al potere pubblico, ma distribuita tra quello pubblico e non pubblico. Facendo molta attenzione a tale distinzione (semplificata), perché spesso nel “privato” si deve leggere il diritto di istituzioni subordinate a quella egemone, avrebbe scritto Santi Romano (come tribù, gruppi gentilizi, signori feudali) ad esercitarlo. Quindi riservato a taluni e non pertinente a tutti.
Con l’avvento dello Stato moderno il monopolio della violenza legittima appartiene allo Stato. Il quale comunque ha dovuto lasciare qualche “valvola di sfogo”, anche perché non può garantire la sicurezza totale: per avere la quale ad ogni cittadino dovrebbe affiancare un carabiniere. Quindi come tutti gli ordinamenti, ha riconosciuto il diritto (l’esimente) di legittima difesa (art. 52 del codice penale).
Già Cicerone diceva al riguardo nell’orazione Pro-Milone che la legittima difesa è un diritto (dell’individuo) perché “ratio doctis et necessitas barbaris et mos gentibus et feris natura ipsa praescripsit, ut omnem semper vim quacumque ope possent a corpore, a capite, a vita sua propulsarent, non potestis hoc facinus improbum iudicare, quin simul iudicetis omnibus qui in latrones inciderint, aut illorum telis aut vestris sententiis esse pereundum” (2). Tuttavia la razionale argomentazione (e la splendida prosa) di Cicerone non è condivisa da parecchi.
In una trasmissione televisiva di qualche giorno orsono un rappresentante del PD, dibattendo con Salvini, confondeva la legittima difesa con la “giustizia fai da te”; confusione bizzarra perché in un caso si tratta di difendere, nell’immediato, beni propri, nell’altro di “realizzare” propri diritti. Con la prima si difendono i propri (irrinunciabili) diritti alla vita e all’incolumità: con l’altra pretese le più varie e diverse (anche meramente patrimoniali).
Da ciò – e da altro – derivano una serie di confusioni ed equivocazioni – spesso volute – che è il caso di evidenziare.

2. La prima è che dove c’è la violenza non c’è il diritto e altri idola simili. Nella realtà questo sarebbe condivisibile se gli uomini fossero tutti buoni, pacifici ed ossequienti alle leggi. Ma dato che non è così, di guisa che la (principale) ragione per la costituzione di un potere pubblico è proprio la innata tendenza degli uomini a trasgredire le leggi, violare i diritti altrui e prevaricare il prossimo, l’argomento è irreale, oltre che contraddittorio perché vale anche per lo Stato, principale produttore del diritto e monopolista della violenza legittima. In una società dove tutti gli uomini fossero angeli, e gli uomini fossero governati dagli angeli - è scritto nel “Federalista” - non ci sarebbe necessità né di governi, né di controlli sui governi. Ma siccome non è così bisogna istituire l’uno e gli altri. All’inverso di quanto credono i fautori della contrapposizione criticata la forza è necessaria al diritto e non opposta a questo. Se viene usata contro il diritto, allora – che il trasgressore sia privato che un pubblico ufficiale – occorre reprimerla (contrapponendole una forza superiore).

3. La seconda tesi, per così dire, ultra-hobbesiana, è che il monopolio della forza del Leviatano è positivo perché impedisce il dilagare della violenza privata, esiziale alla coesione e all’ordine sociale (bellum omnium contra omnes). Solo che il filosofo di Malmesbury non risulta che l’avesse mai esteso alla legittima difesa: il comandamento cristiano è “non uccidere” non “non difenderti”. Tale tesi ha, rispetto alla precedente, il vantaggio di un presupposto realistico, ma costituisce comunque una fiduciosa esagerazione della capacità ordinatrice del sovrano.
Fiducia che non aveva neanche Hobbes. Infatti scrive “Un patto, che non mi difende dalla forza con la forza, è sempre vano, poiché – come ho mostrato prima – nessuno può trasferire o abbandonare il proprio diritto di salvarsi dalla morte, dalle ferite, dalla prigione …” (3)  e chiarisce che un simile patto – che impedisca l’autodifesa del suddito – sarebbe “senza effetto” (4).

4. L’altra convinzione diffusa è quella che prescrive di non far ricorso alla violenza (in nessun caso). A prescindere dalla (pretesa) derivazione evangelica, sottolineata da Max Weber, è sicuro che il tutto è contrario alla funzione (principale) del diritto, che è (uno) strumento per garantire (la regolazione de) l’ordine sociale. E che si regge sulla distinzione tra lecito e illecito ossia tra permesso e vietato. Una società dove tutto fosse permesso o al contrario, vietato, regole giuridiche (oltre quella fondamentale) non avrebbero senso. Se a una violazione del diritto non si reagisce – diverso è il problema di chi e come reagisce – si ottempera al precetto di non violenza ma si collabora alla dissoluzione dell’ordine sociale e della distinzione  tra condotta lecita e illecita. Si può replicare – come anticipato -  che il problema non è di non reagire, ma di chi è abilitato a farlo. Vero: ma proprio perciò, e ricollegandoci alla prima tesi criticata, il divieto non è affatto assoluto e generale, anzi, la regola è che, in una società ordinata, si deve reagire (come scriveva Jhering nel “Kampf um’s Recht”); e ciò talvolta compete ad uffici pubblici, tal altra alla parte lesa (con i mezzi ordinari). Ma in casi eccezionali si ha facoltà di contrapporre la violenza alla violenza (vim vi repellere licet).
Onde per assicurare il diritto (la distinzione ha permesso e vietato) la violenza è necessaria; peraltro, come tutte le condotte umane, può essere permessa o vietata (a seconda che sia lecita o meno). Cosa che capita non solo a questa, ma anche all’amore, al commercio e all’industria. C’è un amore lecito (tra adulti consenzienti) ma anche non lecito (tra adulti e minorenni e così via); un commercio lecito (quasi tutto) e illecito (quello di droghe, organi espiantati, oggetti rubati); e così potrebbe continuarsi all’infinito.
L’interdetto alla violenza, e alla distinzione tra quella lecita ed illecita, a tacer d’altro, è dissolutorio del senso del diritto, del vincolo sociale e, in certi casi, dell’unità e dell’esistenza politica.

5. Un’altra tesi che si associa alle esposte è che il ricorso alla violenza del pluriomicida di Milano sarebbe l’altro aspetto della violenza nelle relazioni “internazionali” (intendendo con ciò anche quella dei movimenti non statali come movimenti partigiani, califfato e così via).
Tuttavia tale violenza “internazionale” ha un carattere pubblico che manca al pluriomicida di Milano, che ha ucciso per motivi strettamente personali e privati (dichiarazione di fallimento e conseguente giudizio penale). È inutile ripetere tutta la problematica sulla violenza (fino alla guerra) praticata da soggetti non statali, particolarmente approfondita nel XX secolo da giuristi come Carl Schmitt e Santi Romano. Resta il fatto che se Ali la-pointe, fosse andato a parlamentare per l’indipendenza dell’Algeria (invece che mettere bombe), ad Algeri governerebbe ancora Jacques Soustelle. E peraltro non è affatto sicuro che la condanna della violenza in conflitti pubblici (guerre di liberazione, resistenze contro governi tirannici, occupazioni militari straniere) sia largamente condivisa dall’opinione pubblica, come, in genere, quella per liti private.

6. L’altra tesi è che ad alimentare la violenza internazionale sia il “virus della violenza nella forma del fanatismo religioso” (v. Guido Rossi sul Sole 24 ore del 12 aprile 2015): ciò è in larga misura vero, da quando, per l’appunto e a seguito del crollo del comunismo, a ritornare in auge, quale motivo di guerra, è la religione. In ciò l’articolo citato va d’accordo con quanto sostiene il personaggio di Rediger nell’ultimo romanzo di Houllebecq. Ma non è vero che anche in assenza di religione come principale motivo di guerra – come accaduto in gran parte del secolo passato e del precedente – i conflitti, estremamente barbari e spietati, siano mancati. Anzi proprio le ideologie naturalmente atee - come il comunismo – o intrinsecamente irreligiose, come il nazismo, ne hanno provocato i più sanguinari.

7. In definitiva occorre ricordare, tra i molti, quanto sosteneva Proudhon, che la guerra (ossia la violenza del gruppo politico) “domina, regge con la religione, l’universalità dei rapporti sociali. Tutto nella storia della umanità, la suppone. Nulla si spiega senza di lei; nulla esiste senza di lei: chi sa la guerra, sa il tutto del genere umano”. Cui occorre aggiungere la (consueta) lezione di Hobbes che la conflittualità, se non è politica e organizzata, è comunque così connaturata alla natura umana, che deflagra nella forma di guerra civile, fino a quella privata. Come scriveva Montherlant, questa (la civile) è la vera guerra, quella “del vicino contro il vicino, del rivale contro il rivale, dell’amico contro l’amico”.

NOTE
(1) F. Suarez, De charitate, disp. 13 De Bello.

(2) … dalla ragione per i saggi, dalla necessità per i barbari, dal costume per tutti i popoli e dalla natura stessa per le bestie, è stato prescritto che ognuno debba sempre respingere con ogni mezzo qualsiasi violenza che lo minacci nel corpo, nel capo, nella vita; voi non potreste giudicare ingiusta questa difesa senza giudicare, nello stesso tempo, che chiunque sia incappato nei briganti debba soccombere o per le loro armi o per le vostre sentenze” (Pro-Milone XI).

(3) Cap. XIV del Leviathan, trad. it. Bari 1974 p. 122

(4) V. “Ho già mostrato nel cap. XIV, che i patti, che impediscono ad un uomo di difendere il proprio corpo, sono senza effetto; perciò, se il sovrano comanda ad un uomo – per quanto giustamente condannato – di uccidere, ferire o mutilare se stesso, o di non resistere a quelli, che assalgono, o di astenersi dal prendere cibo, aria, medicina o altra cosa, senza della quale non potrebbe vivere, quell’uomo, ha la libertà di disobbedire” op. cit., p. 192

Teodoro Klitsche de la Grange


giovedì 30 aprile 2015

Testo del discorso del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran alla Conferenza Asia-Africa svoltasi a Jakarta.

Riceviamo con richiesta di pubblicazione, anche sul nostro blog, e divulgazione il testo che segue. Lo facciamo volentieri e ci riserviamo un nostro eventuale ulteriore commento e analisi, come sono pure sempre possibili i commenti dei Lettori, assolutamente liberi purché nei limiti della vigente legalità. L’Iran è un paese che da oltre un secolo non ha mai mosso guerra a nessuno: si è sempre soltanto dovuto difendere da aggressioni altrui. L’immagine che dell’Islam viene data dai media suona falsa ed è strumentalizzata da chi promuove la guerra come mezzo ordinario della politica, da chi aizza i popoli gli uni contro gli altri e poi pretende di punire per legge il sentimento dell’odio. L’apporto dell’Islam e della civiltà islamica in un periodo in cui l’Europa era caratterizzata da «secoli bui» è ancora largamente misconosciuta. Se si vogliono cercare le “radici” della cultura europea non si può escludere l’Islam, che ci ha restituito i legami con la civiltà classica greca e romana. Per davvero: «L’Islam è la religione della logica e della scienza», come è detto più sotto nel testo. Ed a noi resta ancora da riconoscere e far conoscere di quanto siamo debitori all’Islam. Siamo ancora freschi della lettura di un libro scritto da un “islamico” italiano: il giornalista Pietrangelo Buttafuoco, il cui “Feroce Saladino” replica ai tanti luoghi comuni che popolano le pagine dei giornali, individuando «la novità militare dell’Iran» quale «unica sovranità in grado di muovere guerra all’ISIS», in difesa “del principio di Civiltà contro il Terrore” (Khamanai). Il “mondo antico” – da cui prese avvio la nostra Civiltà – costituiva una mirabile unità geopolitica, la cui attualità risulta ben evidente a chi ha interesse alla pace e alla convivenza pacifica dei popoli. Il Mediterraneo univa tre continenti che ora si trovano in guerra non per volontà di vive sulle sue sponde, ma per calcoli politici e interessi economici di potenze estranee non solo alla geografia del mondo antico, ma anche alla sua civiltà e ai suoi valori. Anche l’Impero Ottomano univa tre continente, prima che famelici appetiti coloniali accendessero i fuochi di una guerra che ormai dura da più di Cento Anni. Ben venga la pace e gli uomini di buona volontà non si stanchino mai di cercarla.

CIVIUM LIBERTAS

Testo del discorso del 
Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran
                alla Conferenza Asia-Africa svoltasi a Jakarta.


Nel nome di Dio
Lode ad Allah Signore dei mondi,
saluto di Dio sul Nostro Profeta Mohammad e la sua famiglia

     Io e la mia delegazione siamo molto lieti di poter essere qui presenti tra sapienti religiosi, autorità istituzionali, intellettuali e accademici di un paese amico come l’Indonesia.

     L’Indonesia ha una posizione particolare nel mondo dell’Islam. È il paese islamico più popoloso ed è un simbolo di convivenza pacifica tra altre religioni e di fratellanza fra gli uomini.

     Oggi il fatto che voi - autorità religiose, accademici e intellettuali - e i governi islamici possiate analizzare la situazione internazionale e individuare gli affari più importanti per il mondo dell’Islam, ha una importanza notevole.

     Stabilire una scala dei problemi più importanti del mondo dell’Islam è il nostro primo dovere. Come dice il nostro Profeta, “Dobbiamo prestare maggiore attenzione alle problematiche del mondo dell’Islam”.

     In una società islamica noi dobbiamo considerare tutti i musulmani uguali come i denti di un pettine, e dobbiamo inoltre saper distinguere i problemi importanti da quelli meno importanti sia per quanto riguarda gli affari culturali che quelli religiosi. La base, il principio è l’Islam, e solo dopo vi sono la scuola sciita, hanafita, malikita e hanbalita, in quanto quest’ultime sono tutti correnti che sorgono da un’unica fonte che è l’Islam.

     Se un pericolo minaccia la fonte, allora le correnti sono a rischio di estinzione, per cui prima di pensare alle correnti dobbiamo pensare alla fonte dell’Islam, alla Rivelazione, al Tawhid, al Sacro Corano, alla Profezia e al principio generale della fede.

     Oggi il mondo dell’Islam soffre per la scissione causata dai nemici, da ignoranti e da persone che hanno dimenticato i principi dell’Islam. Vorrei citare una frase del fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran, l’Imam Khomeini, che dice: “ogni sciita che si mette contro un sunnita non è uno sciita, e ogni sunnita che si mette contro uno sciita non è un sunnita. Il mondo d’oggi è quello dell’unità dell’Islam”.

     Il problema più importante d’oggi per noi musulmani è la vita degli uomini, non solo quella dei musulmani, ma di tutti gli uomini. Non dobbiamo permettere l’uccisione di persone innocenti: uccidere un uomo vuol dire uccidere tutta l’umanità. In quale fede potete trovare una affermazione così bella per cui la vita di un essere umano vale come tutta l’umanità!

     Il nostro Profeta (saluto di Dio su di lui e la sua famiglia) dice:

“Il grido dell’oppresso per noi è importante, ed è nostro dovere aiutare chiunque ci chieda aiuto, a prescindere che sia musulmano o meno”.

     Se un uomo innocente, a prescindere dalla sua fede e religione - sia egli sciita, sunnita, ebreo, cristiano o buddista - viene ucciso, ciò è da condannare fermamente, in quanto dal punto di vista dei diritti i credenti delle diverse religioni sono uguali. Noi siamo dispiaciuti per l’uccisione di un essere umano innocente a prescindere dalla sua fede e dalla sua razza - può essere arabo, persiano, indonesiano, dell’est o dell’ovest del mondo, dell’Islam o di un’altra religione, africano o asiatico - in quanto la vita e la sicurezza degli esseri umani per noi è il fattore più importante, e la loro salvaguardia deve costituire un dovere per i governi, i sapienti religiosi e gli intellettuali.

     Noi musulmani dobbiamo essere in prima linea per difendere la vita e sicurezza degli uomini. Come possiamo sopportare che degli innocenti in Yemen, Iraq, Siria, Libia o in altre parte del mondo dell’Islam o addirittura nel cuore dell’Europa e dell’America vengano uccisi? L’uccisione di ogni innocente ci provoca dolore e tristezza. Conoscete quel racconto bellissimo che parla dell’aggressione subita da una donna non musulmana e del saccheggio dei suoi gioielli? L’Imam Alì (saluto di Dio su di lui) disse:

     “Non si può biasimare la morte causata dal dolore provocato dal venire a sapere che una persona innocente è stata vittima di aggressione e molestie”. L’Imam Alì, seguace fedele del Profeta, considera la tristezza e il dolore derivanti anche solo dall’udire la notizia di una violenza subita da una persona innocente tanto gravi da causare addirittura la morte, una morte causata dal dispiacere e dal dolore.

     Nel mondo d’oggi la nostra priorità è garantire la vita e la sicurezza degli uomini in tutto il mondo. Questo non è un compito che si limita solo al mondo dell’Islam. Noi musulmani abbiamo il dovere religioso di salvaguardare la vita degli esseri umani; noi riconosciamo il valore del diritto alla vita, per cui se viene uccisa una persona innocente noi non possiamo che condannare duramente tale atto, a prescindere dalla nazionalità e dalla fede della vittima.

     Il secondo fattore più importante nel mondo d’oggi è la nostra dignità, la dignità del mondo dell’Islam e dei musulmani. Tutti i musulmani e coloro che percorrono il sentiero tracciato dal Profeta dell’Islam devono salvaguardare la propria dignità. Purtroppo nel mondo dell’Islam vi sono delle persone che calpestano la dignità dei musulmani e si servono del nome del jihad e della religione per colpire il volto dell’Islam e il suo Messaggero, danneggiando gravemente la religione divina e la dignità di tutti i musulmani. Essi diffondono l’ìslamofobia nel mondo facendo sorgere diversi dubbi nei giovani riguardo all’Islam e ai suoi divini insegnamenti, e siamo noi che dobbiamo assumerci la responsabilità di questo tragico fenomeno.

     Oggi restare indifferenti davanti a questi attacchi sferrati all’identità e alla realtà dell’Islam vuol dire compiere un peccato. Dobbiamo sentire il dovere di reagire. In questa situazione i governi islamici, il popolo musulmano, le autorità religiose, gli intellettuali e gli accademici hanno una responsabilità enorme. Dobbiamo servirci a tal fine di tutta la nostra forza culturale, scientifica e intellettuale.

     Noi musulmani abbiamo vissuto per secoli insieme a seguaci di altre fedi, in una convivenza pacifica e proficua per tutti. La presenza di luoghi di culto di religioni diverse dall’Islam a fianco di quelli islamici in Iraq e in altri paesi islamici, luoghi di culto che risalgono ai primi tempi dell’Islam oppure addirittura antecedenti alla sua diffusione, sono una testimonianza e una conferma di quanto affermiamo, ma purtroppo molti di questi luoghi di culto sono stati distrutti da queste persone malvagie nel nome dell’Islam e con la scusa del “Jihad”.

     Qual è il primo versetto del Sacro Corano che parla del Jihad? Il sacro Corano mette in rilievo il jihad dicendo che si tratta solo di un atto difensivo, da attuare nel momento in cui i musulmani diventano oppressi. Quindi il Jihad nell’Islam significa solo “difendere gli oppressi”, significa difendere i templi, le chiese e le sinagoghe, i luoghi di cultura, di scienza e civiltà. L’Islam è la religione che difende tutti. Il jihad nell’islam vuol dire difendere tutti.

     A quegli orientalisti, islamisti o sedicenti intellettuali che hanno dichiarato, in modo falso e forse in malafede, che l’Islam è la religione della violenza, io chiedo: l’Islam in Indonesia è forse entrato con la forza? Nell’est dell’Asia, l’Islam è entrato attraverso l’aggressione e l’occupazione?

     L’Islam è la religione della logica e della scienza, non è la religione della violenza. L’Islam non si impone mai a nessuno. Un versetto del Corano dice: “Non c’è costrizione nella religione”, per cui l’Islam non coincide con la violenza. La religione vuol dire credo, dottrina. Possiamo forse imporre il credo e la dottrina nelle menti e nei cuori degli uomini con la spada?

     “Le frontiere dell’Islam sono frontiere di sangue”: questa è una falsa dichiarazione. Le frontiere dell’Islam sono le frontiere della logica, della ricerca, della scienza e sana passione.

     Il nostro Profeta era il messaggero di sana passione ed io domando a voi autorità religiose: pensate che il comportamento del nostro Profeta con i fedeli di altre religioni quando entrò a Medina per fondare il governo islamico cambiò rispetto agli ultimi anni della sua vita, quando era al potere? Nella città di Medina non vivevano fedeli di altre religioni? Il Profeta (S) non ha espulso nessuna da Medina, né ebrei né cristiani, pur sapendo che tra di essi vi erano alcuni suoi nemici. L’Islam ci ha donato una religione che sostiene la convivenza, la tolleranza e la cooperazione con gli altri.

     Ci sono delle persone che nei loro libri hanno dichiarato in modo falso che l’Islam è la religione di violenza, ed oggi proprio loro hanno creato dei gruppi terroristici per fornire delle conferme a questa loro illazione.

     L’Islam non è la religione della violenza, e oggi non dobbiamo restare indifferenti nei confronti di queste persone che hanno colpito l’immagine dell’Islam, del Sacro Corano e del Profeta in modo così grave.

     Dobbiamo avere una voce unica e dobbiamo gridare contro la violenza e l’estremismo in modo unito.

     L’Islam è la religione dell’equilibrio, della logica e della scienza. Dobbiamo presentare l’Islam vero al mondo.

     Oggi questo compito è diventato il nostro dovere improrogabile. L’Islam è la religione contro ogni disordine e caos.

     Quando il Profeta (S) inviò Ali Ibn Abi Taleb e Moaz nello Yemen, ha raccomandato loro di comportarsi con la gente in modo tale che non si allontanassero all’Islam, di non essere duri con la gente, in quanto l’Islam è la religione che semplifica le cose, e non quella che le complica, e noi dobbiamo presentare questa religione al mondo intero. L’unità nel mondo dell’Islam oggi è il nostro dovere più importante.

     Il terzo fattore più importante per il mondo dell’Islam è lo sviluppo e il progresso. L’Islam è la religione della scienza, della civiltà, della purezza interiore ed esteriore. Il Profeta (S) invitava sempre il suo popolo a curare l’aspetto e l’igiene personale.         L’Islam invita i suoi fedeli ad avere massima cura sia per l’igiene personale che la purificazione prettamente interiore, e chiede loro di imparare e coltivare le scienze e vivere in una convivenza pacifica. La nostra religione è dunque la religione dell’etica e della convivenza con gli altri, che ci chiede di imparare e coltivare le scienze. Noi musulmani dobbiamo quindi approfondire lo studio e progredire dal punto di vista scientifico ed economico: se non lo facciamo, non potremo liberarci dai complotti dei nostri nemici. E per far ciò dobbiamo aiutarci a vicenda.

     L’Iran ha pagato un caro prezzo per il suo sviluppo scientifico. Gli occidentali ci hanno imposto le sanzioni solo a causa del nostro sviluppo scientifico, perché volevano che alcune tecnologie rimanessero solo nelle loro mani. Sono dispiaciuti solo perché hanno visto che non esiste più l’esclusiva nella tecnologia, e sono stati testimoni della fine del loro dominio economico, scientifico e militare.

     Dobbiamo mettere fine al dominio di questi poteri: la scienza appartiene a tutti. Nei tempi in cui la scienza e le università appartenevano a noi musulmani, ci hanno insegnato che insegnare la scienza ad altri era la “Zakat” della scienza. L’Occidente ha imparato tanto dal mondo dell’Islam e noi abbiamo messo la nostra scienza a loro disposizione senza pretendere nulla, e oggi loro vogliono ostacolare il nostro percorso di sviluppo. Noi riteniamo che lo sviluppo scientifico e la tecnologia appartengano a tutti, anche ai musulmani. Dobbiamo restare uniti per raggiungere il nostro obbiettivo con l’aiuto di pensatori, scienziati, accademici e studiosi, e in tal modo potremo avere un altro mondo davanti a noi.

     Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei nostri figli. Non dobbiamo permettere che i dubbi sull’Islam e la grande eredità del nostro Profeta penetrino nelle menti dei nostri giovani, non dobbiamo permettere a nessuno di dividerci servendosi di settarismi, mistificazioni, violenze e aggressioni. La nostra religione è priva di ogni violenza gratuita e ingiustificata, la nostra religione è la religione della sana passione, della fratellanza e dell’uguaglianza, per cui dobbiamo sempre rispettare la moderazione e l’equilibrio nei nostri comportamenti.

     Il nostro messaggio deve essere decisivo, chiaro e inequivocabile, deve avere salde argomentazioni e una logica inoppugnabile. Questo è il nostro compito.

     Gli intellettuali e gli scienziati, in Iran, in Indonesia e in altri paesi islamici, devono unirsi davanti agli attacchi, culturali e non, che subisce il mondo dell’Islam.

     L’Islam in Iran e in Indonesia è l’Islam della moderazione e dell’equilibrio. In Iran gli sciiti e i sunniti convivono insieme in modo pacifico. Venite in Iran, e potrete vedere luoghi di culto risalenti ai secoli e millenni passati, e il nostro parlamento in cui gli sciiti, i sunniti, i cristiani, gli ebrei e gli zoroastriani hanno la loro rappresentanza, uniti tutti insieme per il bene comune!

     Questa è la logica dell’Islam e del suo Profeta (S). Noi grazie all’Islam, al Sacro Corano e alla condotta del Profeta (S), abbiamo imparato l’unità e la fratellanza. Per noi la sicurezza dei musulmani nel mondo islamico è un dovere.

     L’Iran sostiene gli sciiti del Libano e sostiene anche i sunniti di Gaza: per noi i sunniti di Gaza e gli sciiti del Libano, gli sciiti in Iraq e i sunniti in Iraq o Siria, ed anche i cristiani in Iraq e Libano, sono tutti uguali nel momento in cui sono vittime di violenze e ingiustizie. Noi vogliamo difendere gli oppressi.

     Oggi è il giorno in cui dobbiamo restare uniti, e con l’aiuto di Dio aiutarci a vicenda, come dice il Sacro Corano: “Aiutate la fede presentata da Dio, e Dio vi aiuterà”.