domenica 25 maggio 2008

L’«unica democrazia» del Medio Oriente ha paura di chi dice la verità: all’ebreo Norman Finkelstein è negato l’ingresso in Israele.

Versione 1.0

L’«unica democrazia» del Medio Oriente – secondo uno slogan corrente – ha paura di quanti possano dire e testimoniare la verità. Già alla delegazione Gaza Vive è stata negato l’ingresso nella Striscia dove si voleva verificare di persona le condizioni umanitarie di quanti vivono in un lager che in nulla è meno orribile di Auschwitz. Allo stesso modo viene ora negato l'ingresso in Israele a Norman G. Finkelstein, egli stesso ebreo ma né ebreo olocaustico né ebreo sionista. La verità della “pulizia etnica” e del “genodicio” si cui è stato fondato lo stato di Israele, secondo l'inconfutabile documentazione fornita da Ilan Pappe, può essere negata soltanto bendandosi gli occhi e chiamando verità la menzogna e la diffamazione e diffamazione la verità che Norman G. Finkelstein ha svelato ad un grande pubblico con il suo libro «L’Industria dell’Olocausto». Si noti come i «Corretti Informatori» gettino infine la maschera ed auspichino una nuova “pulizia” di quanti in Israele non ne vogliono sapere di stare allineati sulla verità ufficiale di regime. È il caso di Ilan Pappe, che sembra a seguito di minacce si è trovato costretto ad andarsene in Gran Bretagna. Avraham Burg credo se ne sia andato di sua volontà da uno stato ed una società che considera l’equivalente della Germania nazista degli anni Trenta. A Capezzone, con in quale ho avuto uno scambio epistolare privato sugli anni trenta, indico proprio Israele – a giudizio di che se ne intende, cioè Burg – come il modello presente di quella società. Il presidente Napolitano deve rivedere il suo famoso discorso su antisemitismo e antisionismo, ma soprattutto deve riconfermare in modo solenne il principio da lui asserito sulla legittimità della critica del governo israeliano, ad incominciare dai cittadini di quell’«unica democrazia» del Medio Oriente, di cui speriamo vivamente che resti «unica» nel suo genere. Ma eccoli i «Corretti Informatori» nelle loro manifestazioni di gioia:

Fonte: «Informazione Corretta»
Corriere della Sera Informazione che informa

25.05.2008 Una saggia decisione: Israele nega l'ingresso a Norman Finklestein
che però ha diversi imitatori nella stessa Israele
[a quando la loro “pulizia etnica”?
lasciando magari solo quelli che si prestano alla farsa della Fiera del Libro]


Testata: Corriere della Sera

Data: 25 maggio 2008
Pagina: 13
Autore: la redazione
Titolo: «Israele respinge Finkelstein»

Finalmente una buona notizia.
[Non vi è dubbio che per i «Corretti Informatori» sia una buona notizia non far vedere le delizie della democrazia israeliana a che non è disposto a farsi irretire dalla propaganda]
Israele non si presta al gioco degli odiatori
[raffinato concetto scientifico con cui si ribattezzano tutti i critici di Israele]
e nega a Finkelstein l'ingresso e lo rispedisce indietro. Ma l'odiatore americano non è l'unico, come sanno i lettori di IC. Uno sguardo a chi di professione disinforma
[ad informare come si deve è mestiere dei “Corretti Informatori”, come ben sanno i Lettori di questo Monitoraggio]
stando in Israele sarebbe opportuno. Non si vede perchè, in nome di una sbagliata interpretazione della democrazia,
[appunto una “sbagliata” interpretazione della democrazia. Quella giusta sappiamo quale sia, secondo i CI]
Israele debba lasciarsi diffamare.
[Le migliori benedizioni di israele la possono dare quanti sono stati scacciati dalle loro case e vivono come profughi in vari paesi]
Riprendiamo la notizia dal CORRIERE della SERA, l'unico quotidiano che la riporta oggi 25/05/2008, a pag.13, con il titolo
" Israele respinge Finkelstein":
Lo scrittore ebreo Usa

TEL AVIV — Norman Finkelstein (foto), il controverso docente universitario ebreo americano noto per le sue posizioni critiche verso Israele, è stato fermato venerdì al suo arrivo all'aeroporto di Tel Aviv. Interrogato, trattenuto in una cella dello scalo per 24 ore, è poi stato rispedito indietro con un bando decennale. Lo ha riferito l'attivista per i diritti civili Mussa Abu Hashash, che aveva previsto di incontrare Finkelstein e di guidarlo in visita nei Territori. Figlio di un'ebrea polacca sopravvissuta ai campi di sterminio, ha criticato la guerra in Libano condotta da Israele nel 2006. Finkelstein è noto soprattutto per il libro «L'industria dell'Olocausto», in cui denuncia lo sfruttamento politico della Shoah.
Come si suol dire: il testo si commenta da solo. Incapaci di reagire con gli argomenti i sionisti di madrepatria e dislocati all’estero reagiscono nelle forme a loro più appropriate. Per quanto mi riguarda non esiste il rischio che possano riservarmi lo stesso trattamento. Non ho mai messo piede in «Israele» e certamente non ho intenzione di metterci piede per il resto dei miei giorni. Mi dispiace come cittadino italiano che i responsabili castali di Torino abbiano deciso di trattare da «ospite di onore» uno Stato come Israele che nega l’ingresso ad Finkelstein. Era immaginabile Finkelstein alla Fiera del libro di Torino? È questa la concreta libertà di regime.

Altri modi
di dare e commentare la stessa notizia:

1. Infofal. Il Dr Finkelstein è considerate un “rischio per la sicurezza” da Israele. Apparentemente una nazione come Israele, che possiede sia la bomba atomica che armi termonucleari di distruzione di massa, sembra non poter sopravvivere ad una breve visita di passaggio nei territori occupati palestinesi, se non bloccando otherwise uno studioso americano con il passaporto degli Stati Uniti. Questo report illustra che interpretare Norman Filkelstein come “rischio per la sicurezza” sia risibile e smaschera Israele sulla libertà di espressione e di parola. Questa non è libertà! Questa non è libertà di parola! Questa non è libertà di dissentire! E’ questo il modo in cui Ebrei e altre minoranze sono state perseguitate durante parte dell’ultima guerra mondiale attraverso i libri bruciati e le deportazioni di massa. Il potere delle idee e i diritti d’espressione dovrebbero includere le critiche a quelli che sono il potere e le autorità.
2. Apcom.

Criticare Israele non è reato: pronunciamento giudiziario

Versione 1.0

Diamo autonoma rilevanza all'articolo che segue inoltrato alla nostra attenzione. Era in effetti prevedibile che la esternazione presidenziale, di cui nessuno è finora riuscito ha trovare una logica, avrebbe messo in atto denunce giudiziarie da parte della nostrana Israel lobby. Per fortuna, ancora i nostri giudici sono capaci di indipendenza e di senso dell'equità. La sentenza è comunque istruttiva ed in questo post raccoglieremo tutti gli elementi che ne consentano uno studio ed una valutazione.

Antonio Caracciolo

Criticare Israele non è reato!


“NON LUOGO A PROCEDERE PERCHE’ IL FATTO

NON SUSSISTE”


Si conclude dopo due anni la vicenda giudiziaria che voleva la mediatica rovina di leaders musulmani italiani

di

Hamza Piccardo

Eh si, siamo stati prosciolti dall’accusa ingiusta ed infamante di aver incitato all’odio razziale e lo diciamo con tanta grafica enfasi perché, come spesso avviene, quegli organi di stampa, TUTTI o quasi, che avevano dato grande risalto all’apertura della vicenda e alla successiva richiesta di rinvio a giudizio del PM, si sono ben guardati da dare, non dico la stessa rilevanza, ma almeno un qualche dignitoso spazio alla notizia.

Ad ogni modo la nostra soddisfazione è grande e, non solo per quanto ci incombeva personalmente, ma soprattutto perché se qualcuno aveva sperato di dare giurisprudenza ad “alte” esternazioni secondo le quali l’antisionismo discenderebbe dall’antisemitismo, ebbene la magistratura giudicante ha dato parere contrario per ben due volte.

Prima a Bologna, nel febbraio scorso, in cui era in questione solo l’inserzione “Ieri stragi naziste oggi stragi israeliane” pubblicata nell’agosto 2006 sui quotidiani del network QN ( Resto del Carlino a Bologna, La Nazione a Firenze, Il Giorno a Milano.

Il PM Morena Piazzi, incaricata dell’inchiesta, ne aveva disposto l’archiviazione in quanto “…non c’è alcuna espressione neppure in forma sottointesa o indiretta ispirata o caratterizzata da ragioni di discriminazioni razziali o religiosa e formulata allo scopo di incitare alla violenza con l’intenzione di colpire altre persone a causa delle loro caratteristiche, razziali, etniche o religiose …si tratta di una documento di denuncia politica, certamente una ricostruzione parziale che non fa cenno alle numerosissime vittime civili israeliane, ma che in nessun modo si traduce in espressioni riconducibili al reato ipotizzato o ad altra ipotesi delittuosa, risultando manifestazione costituzionalmente tutelata dalla libertà d’espressione del pensiero”.

Un brutto colpo per chi aveva sperato in una condanna esemplare che chiudesse la bocca a tutti i critici d’Israele, infangando al contempo il presidente della maggiore organizzazione islamica in Italia con una condanna che sarebbe stata presentata come infamante.

Rimaneva però il procedimento di Roma sul quale riponeva molte speranze e il noto giornalista Cristiano di nome (di fatto lo sa Dio), protestava scrivendo infatti il 13.2 sul Corriere che era “ del tutto lecito domandarsi come sia possibile che in uno Stato di diritto dove un’unica legge dovrebbe essere uguale per tutti che due procure si pronuncino in modo diametralmente opposto sullo stesso caso giudiziario…”. Si riferiva al fatto che il procedimento di cui era titolare a Roma il PM aggiunto Maria Cordova aveva registrato una richiesta di rinvio a giudizio.

A Roma, insieme a Mohamed Nour Dachan, presidente dell’UCOII inquisito per la nota inserzione, c’erano i fratelli Morelli e Di Palma per un comunicato dell’associazione Imam Mahdi e il sottoscritto per la lettera scritta alla comunità nella sua funzione di Portavoce dell’organo consultivo dell’UCOII e per aver riportato su islam-online.it il suddetto documenti dei fratelli sciiti.

Giovedì scorso 22 maggio l’epilogo, davanti al GUP dott.ssa Palmisano e la dimostrazione che in fondo non c’è stato nessuna “diametrale opposizione” nella magistratura e, infatti la sentenza di proscioglimento è stata netta: “perché il fatto non sussiste”.

Un’ultima interessante annotazione: non era presente nessun giornalista e se non fosse stato per la nostra pronta comunicazione in sala stampa del tribunale e ad alcuni giornalisti con telefonate personali, niente se ne sarebbe saputo.

Recita il generoso Corano: “… tramano intrighi e Allah tesse strategie, ma Allah è miglior statega”

Ps.

Ritorneremo inch’Allah sull’argomento quando saranno state rese note le motivazioni della sentenza.



(segue)




Critica del sionismo: 1. Michele Giorno e gli articoli del Manifesto


Come «Informazione Corretta» e altri media denigrano quanti criticano il sionismo, Israele, e gli Stati Uniti nelle analisi e nelle notizie di:
Giorgio -


Come «Informazione Corretta» e altri media presentano Israele, il Medio Oriente e la Palestina nelle analisi e nelle notizie di:
Allam - Battista - Bordin - Buffa - Diaconale - Fait - Ferrara - Frattini - Israel - Loewenthal - Nirenstein - Ottolenghi - Pacifici - Pagliara - PanellaPezzana - Polito - Prister - Santus - Volli

Versione 1.0
Testo in progress

Sommario: 1. Gli “arabi modello” nell’«unica democrazia» del Medio Oriente. –

Michele Giorgio, giornalisti del “Manifesto”, è uno dei più amati dai nostri «Corretti Informatori». Le sue notizie implacabili di ciò che succede in Israele suscitano il livore di chi redige un penoso commento che in genre neppure scalfisce l'obiettività degli articoli di Michele Giorgio, che individua le giuste notizie in una redazione del testo che non violenta il lettore, lasciandolo libero nella formazione del suo giudizio. E lascia liberi anche i «Corretti Informatori» che possono soltanto inveire contro Michele Giorno ed altri solo con una sistematica denigrazione e con l’invito ai loro Lapidatori a scrivere lettere alle redazioni dei giornali presi di mira, nel tentativo, spesso vano per fortuna, di intimidire i giornalisti e di creare loro problemi con il loro datore di lavoro. Ma ecco il primo degli interessanti articoli di Michele che riproduciamo con diverso editing proprio dalla “rassegna stampa” dei «Corretti Informatori»:

1. Gli “arabi modello” nell’«unica democrazia» del Medio Oriente. – Per chi ha letto il libro appena uscito di Ilan Pappe su La pulizia etnica della Palestina diventa chiaro il quadro di una popolazione palestinese in parte massacrata il loco ed in parte espulsa dai villaggi in cui aveva sempre vissuto di generazione in generazione. Una parte rimase. L’articolo di Michele Giorgo che segue offre un quadro delle condizioni di vita di questa parte di popolazione palestinese. E da aggiungere che la situazione odierna non è per nulla mutata. I cittadini arabi di Israele vivono sotto ricatto e sono costretti alla delazione. Ma ecco il bell’articolo di Michele Giorgio a cui seguirano in questo stesso post tutti gli altri che fanno venire il mal di pancia ai «Corretti Informatori»:
Fonte e titolo originale:

Michele Giorgio, «La vita agra degli arabi-israeliani «Noi, costretti a spiarci l’un l’altro», in Il Manifesto, del 4 maggio 2008, p. 8.

Haifa. Quando una dozzina di anni fa lo studente Hillel Cohen, ora stimato docente di storia all’Università ebraica di Gerusalemme, vide quei documenti, si rese subito conto della loro eccezionale importanza. I funzionari dell’Archivio di Stato, declassificando migliaia di vecchi fascicoli della polizia su furti, rapine e altri reati comuni commessi negli anni successivi alla fondazione di Israele, non si resero conto di aver messo a disposizione del pubblico anche materiali riguardanti migliaia di cittadini palestinesi (gli arabi israeliani) che in quel periodo erano stati informatori dei servizi di sicurezza, in gran parte di piccolo calibro ma anche qualche spia a tutti gli effetti, ben integrata nel nuovo Stato nato nel 1948. Da quei vecchi fogli di carta ingialliti pieni di nomi e relative «prestazioni», Cohen riuscì a tirar fuori un libro: «Gli arabi modello». Divenne un bestseller. Mai nella storia di Israele un libro scritto in ebraico ha trovato tanti lettori tra gli arabi. Dalla Galilea Bassa e Alta fino al deserto del Negev, i palestinesi si procurarono un copia del libro, ristampato più volte. «Le pagine più lette in realtà furono quelle con l’indice dei nomi, tanti temevano per l’onore della famiglia», ha ironizzato lo scrittore Sayyed Qashua.

Ma da ridere e da ironizzare c’era ben poco, perché gli anni successivi alla creazione di Israele furono tra i più amari e tormentati per i 150-200mila palestinesi che non abbandonarono o vennero cacciati via dalla loro terra, come avvenne per altri 700-750 mila palestinesi poi finiti in Siria, Libano, Giordania e altri paesi arabi e ai quali non è mai stato concesso di tornare nella loro terra d’origine, sebbene ad affermare questo diritto sia una precisa risoluzione dell’Onu. Sbandati, senza dirigenti politici, isolati, considerati alla stregua di traditori dagli altri arabi perché vivevano sotto l’autorità di Israele e, allo stesso tempo, costantemente seguiti dai servizi di sicurezza del neonato Stato ebraico - fino al 1966 sono rimasti sotto un duro governo militare -, i palestinesi furono chiamati a superare difficoltà enormi.

«Erano cittadini, con diritto di voto, ma ogni aspetto della loro vita in quel periodo tra il 1948 e il 1966 era condizionato all’ottenimento di permessi e autorizzazioni, e per averli tanti non ebbero altra scelta che collaborare con lo shabak (il servizio di sicurezza interna)»,


ha scritto il professor Yoav Di Capua, uno studioso di quel periodo di storia israeliana. «Tanti della mia generazione hanno collaborato - racconta Abu Maher di Mekker, una cittadina vicina ad Acri - Ci spiavamo a vicenda, magari riferendo (allo shabak) solo cose poco importanti, perché l’essenziale era dimostrare che non si era contro il nuovo Stato. E chi manifestava dissenso veniva punito in tanti modi».

Quando si parla del periodo tra il 1948 e il 1967 per gran parte degli israeliani, e non solo loro, si fa riferimento ad uno Stato di Israele unito, semplice, impegnato esclusivamente a garantirsi la sopravvivenza. Una sorta di Prima Repubblica moralmente armonica che, sostengono molti, avrebbe avuto fine con l’occupazione di Cisgiordania e Gaza, «corruttrice» dei valori di una società «innocente». La storiografia israeliana recente ha spazzato via questo velo di purezza steso per decenni sui primi venti anni di vita del paese, rivelando, fra le altre cose, la condizione della minoranza palestinese in quegli anni.

E nessuno meglio di Emil Habibi, lo scrittore e giornalista scomparso nel 1996, ha saputo raccontare con amara ironia, il quel romanzo geniale che è «Il Pessottimista», la condizione di un arabo in Israele. Un contributo decisivo in questa direzione è stato dato due anni fa da Shira Robinson con il suo «Cittadini occupati in uno Stato liberale: i palestinesi di Israele» (Stanford University). Come Abu Maher di Mekker, altri anziani arabi israeliani ora hanno voglia di raccontare quegli anni, pur nascondendo ancora la loro vera identità. La paura non è scomparsa. Abu Alaa del villaggio di Tirat Haifa, (oggi Tira Carmel, alle porte di Haifa), nel 1948 aveva 17 anni. «Fuggimmo quando la milizia ebraica aprì il fuoco su Haifa, ma non per mare come fecero tanti ma verso la Giordania e la Siria» ricorda Abu Alaa. «I miei fratelli ed io alla fine del 1948 e nei primi mesi del 1949 tornammo più volte, approfittando della mancanza delle barriere di confine, per vedere le nostre terre e la nostra casa. Poi, una notte, fummo scoperti dalla polizia. I miei fratelli riuscirono a fuggire, io in preda al panico venni arrestato». Abu Alaa in carcere rimase per quasi sei mesi, accusato di essere entrato «illegalmente» nella terra dove era nato e cresciuto e dove la sua famiglia aveva vissuto per generazioni. «Avevo visto come era la vita nei campi profughi e quindi decisi di rimanere ad Haifa anche se la mia famiglia era in Siria - prosegue l’anziano - in prigione un collaborazionista mi offrì un permesso di soggiorno rinnovabile, in cambio avrei dovuto lavorare la sua terra senza compenso. Così di giorno zappavo per quell’uomo e di sera lavavo piatti e spazzavo pavimenti per gli immigrati ebrei che arrivavano dall’Europa. Ho sofferto per la fame e per il dispiacere. La mia casa era lì, ancora in piedi, ma non potevo tornarci».

Abu Masih, 79 anni, un palestinese cattolico di Haifa, ha vissuto per lungo tempo in una tenda. «A causa della guerra scappai con i miei genitori in un villaggio vicino - racconta con un filo di voce - le autorità israeliane ci presero la casa, dissero che era vuota e quindi la sua proprietà era passata allo Stato. Eppure noi eravano di nuovo ad Haifa, spiegammo che ci eravano allontanati solo per qualche mese. In un attimo perdemmo tutto e per mangiare abbiamo dovuto fare ogni lavoro, senza fiatare. Volevamo rimanere nella nostra terra e lo shabak ci obbligò a collaborare. Ho taciuto per tanti anni, per la vergogna, ma ora la mia famiglia e il mondo devono sapere la verità, devono sapere cosa abbiamo sofferto».

A questo articolo, su cui vi è poco da obiettare nella sua disarmante obiettività, i «Corretti Informatori» premettono un commento che noi riportiamo per documentarne la stupida insulsaggine. Manca un nome e cognome per renderne nominativa la gloria, ma in assenza supplisce il Direttore della Testata:
Qualcuno sostiene che Israele è diventata cattiva nel 1967. La sua colpa fu vincere una guerra difensiva,
[dopo aver occupato con la violenza, la frode, l’inganno un terrotorio altrui. La difesa qui invocata è la stessa di quella di una scassinatore che si insedia in casa nostra, ci caccia via e poi “si difende” quando gli antichi proprietari vogliono rientare in casa loro. Bella faccia!]
contro una coalizione di stati arabi che ne volevano l’annientamento, e conquistare Cisgiordania e Gaza.
Al MANIFESTO e a Michele Giorgio questa tesi sembra evidentemente troppo poco radicale. Israele è cattiva dal 1948,
[Illustri “Corretti Informatori” se vi andate a leggere non gli articoli di Michele Giorgio, ma il libro dell’ebreo israliano Ilan Pappe, sopra citato, vi accorgere che lo stato la cui causa voi patrocinate è nato e prosperato su un costante genocidio. Alla faccia dell’«Olocausto», nel cui pietismo non solo avete massacrato gli innocenti palestinesi, ma avete spolpato all’osso tutti i popoli europei, privandoli perfino della libertà di poter pensare]
la sua colpa è esistere.
[Il vostro cruccio è di non essere riusciti a cancellare la memoria del genocidio palestinese: la retorica e la propaganda di regime vive nella continua enfatizzazione e falsificante mitizzazione dell”«Olocausto» di cui sarebbero colpevole Tutti gli europei, ma con maggiore criminale pertinacia si vuole nascondere la Nakba, che in realtà fu molto di più di una “disgrazia”. Fu un vero e proprio genocidio di gran lunga superiore ad Auschwitz]

A ulteriore "dimostrazione" di questa tesi il 4 maggio 2008 il quotidiano comunista
[Farebbero bene a documentarsi i nostri “Corretti Informatori”: furono i comunisti ed i cecoslovacchi a dare loro le prime armi che servirono a massacrare gli innocenti ed indifesi palestinesi durante la Nakba. Quindi hanno poco da irridere al “comunismo”: sono loro debitori.]
pubblica un articolo, di Giorgio per l’appunto, sugli informatori arabi dei servizi di sicurezza israeliani dopo la guerra del 1948.

Dal fenomeno degli informatori, Giorgio ricava la rappresentazione di una politica di discriminazione e persecuzione poliziesca. Anche lui deve ammettere che gli arabi israeliani nel 48 erano cittadini con il diritto di voto.
[E allora? Quasi che il diritto di voto sia il toccasana di ogni angheria e ricatto che quei poveri disgraziati subivano e subiscano. Il diritto di voto nelle condizioni date è un’ulteriore angheria che consente al ministero della propaganda di far circolare la bufale dell‘«unica democrazia» del Medio Oriente. Vorremmo vedere che i sionisti ammettessero una categoria di cittadini senza diritto di voto. Per giunta, le persone a cui il voto sarebbe stato negato erano pure gli originari abitanti del territorio. Evidentemente per i nostri «Corretti Informatori» la democrazia inizia e finisce con il “diritto di voto”]
Non prende nemmeno in considerazione, però, i motivi per i quali le autorità israeliane avessero da temere che all’interno della comunità araba agissero forze ostili allo Stato, subito dopo la fine della guerra.
[Sappiamo quale guerra e con quale legittimità condotta. Se si tolgono i “sionisti” e si mettono i “nazisti” il quadro che ne viene fuori non muta in peggio. Dopo il “misfatto” l’assurda pretesa del “benfatto” e del “diritto” al misfatto.]
Nè l’ipotesi che alcuni arabi israeliani vedessero in fondo il proprio interesse, magari inconfenssabile, a collaborare con Israele nella lotta al terrorismo.
[Il corrotto ed il ricattato può avere un suo interesse ad accettare ricatto e corruzione, ma ciò non assolve né il ricattatore né il corruttore.. Ecco forniti dai «corretti Informatori» in un illuminante esempio della loro “superiore” «corretta moralità»]
Senza bisogno di essere "ricattati". In ogni caso quella che per Giorgio fu una discriminazione che condanna moralmente Israele da prima del 67, non fu che l’adozione di necessarie misure di sicurezza.
[In nome della loro turpe e banditesca sicurezza i sionisti israeliani hanno superato i crimini da loro imputati ai nazisti. A risarcimento dei quali hanno preteso dai deboli governi europei il diritto a compiere maggiori crimini ai danni di terzi innocenti, cioè i palestinesi]
Misure che non misero mai in discussione i diritti fondamentali della minoranza araba, ma che fecero fronte alla difficile situazione successiva alla guerra d’indipendenza.
[Ma quale guerra di indipendenza? Indipendenza dai palestinesi che erano i legitti abitanti e possessori della terra dalla quale sono stati estromessi o degli inglesi che non hanno mai avuto diritto su quella terra e che per l'appunto se ne stavano andando dopo aver fatto tutti i guasti possibili, lasciando fango sul loro nome e sulla loro memoria? Veramente, le parole vengono qui usate con la più spudorata disinvoltura quasi avesseroa che fare con persone che possano venire ricattati e corrotti come è stato fatto con la popolazione araba di Israele, tuttora in regime di apartheid e di costante intimidazione e ricatto]
Se si va a leggere in Limes, la cui collezione completa fino a tutto il 2007 è ora disponibile in formato DVD al modico prezzo di 14,90 euro, l'articolo di...., si può vedere che al presente la situazione non è affatto immutata. Nella Cecoslovacchia ancora comunista ricordo personalmente il regime di terrore e di sospetto reciproco in in vivevano i cittadini. Ognuno sospettava dell’altro che potesse essere una spia e mi ricordo i rimproveri che mi presi da parte della mia pensionante abusiva per avergli portato in casa un occasionale amico ceco, che mi aveva a sua volta raccontato una storia allucinante. Ma la padrona di casa era invece convinto che fosse una spia. Mi è sempre rimasto il dubbio di quale fosse la verità.

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(segue)


venerdì 23 maggio 2008

Israel Lobby italiana: 19. Carlo Panella ovvero il versante fascio-islamofobo della propaganda sionista


Come «Informazione Corretta» e altri media presentano Israele, il Medio Oriente e la Palestina nelle analisi e nelle notizie di:
Versione 1.0
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Sommario: 1. Costernazione per una guerra civile mancata. – 2.

Prosegue la nostra raccolta di medaglioni con i quali cerchiamo di analizzare un insieme di pubblicisti l’un l’altro legati da comuni idealità politiche: scrivono sugli stessi giornali, si gratificano l’un l’altro, solidarizzano quando qualcuno di essi viene attaccato, fanno squadra, dicono le stesse cose sia pure con differenti tonalità. Non è una “lista nera” che vado redigendo, ma compio un normale lavoro di raccolta di scrittori omogenei allo stesso modo – ma su soggetto molto pià pregevole ed interessante – quale potrebbe essere una ricerca sui tacisti spagnoli del Cinquento, fra i quali possono trovarsi precursori di Carl Schmitt. È però giusto, in quanto cittadini, riservare parte delle proprie ricerche e del proprio studio alla contemporaneità, scoprendo mese per mese quel rapporto fra politica e cultura che anche in passato è stato assai dibattuto.

1. Costernazione per una guerra civile mancata. – Cliccando sul link si va ad un articolo di Carlo Panella – apparso su il “Foglio” e puntualmente ripreso dal megafono dei «Corretti Informatori – sulla vicenda libanese che si conclude con un accordo fra Hezbollah ed il governo libanese. Non ne faccio un consueto commento interlineare, ma mi limito ad una sua critica generale. La preoccupazione del filoisraeliano Carlo Panella è che il Libano possa diventare una Gaza – si noti bene – sotto controllo iraliano. Gaza, come ognuno sa, è un Lager a cielo aperto ed è quanto resto di un piano di pulizia etnica e di genocidio che data da quello che gli israeliani chiamano il giorno dell’Indipendenza ed i palestinesi la Nabka. Il libro di Pappe giunge dopo 60 anni a svelarci una verità che per troppo tempo è rimasta nascosta ai più. Una pubblicistica come quella di Carlo Panella, che trova una sua naturale collocazione nel “Foglio” di Giuliano Ferrara è parte integrante di un piano di nascondimento del genocidio all’interno della stessa Israele anche attraverso un piano di autoinganno dei suoi cittadini ma soprattutto è parte di un inganno sistematico dell’opinione pubblica europea. Ciò che il nome Gaza evoca nel signor Panella (con una enne per non confonderlo con Pannella) non è l’orrore di genocidio che con brutale freddezza e determinazione dura dal primo giorni in cui gli occupanti sionisti misero piede in Palestina. Suscita invece il timore che il diverso «Olocausto» consumato sulle vite dei palestinesi possa produrre quell’unità politica del mondo arabo che dà senso alle parole di Amadinejahd: la cancellazione di Israele dalla carta geografica, dove peraltro già non esiste se si leggono le mappe arabe. Credo che il vero senso di questa affermazione deliberamente e strumentalmente travisata, ammesso che sia mai stata pronunciata, vada ricercato nell’enormità dei crimini efferrati con cui un pugno di avventurieri, che ha pure compromesso moralmente il nome ebraico, ha inteso trapiantarsi su una terra non sua, scacciandone come mai si è visto gli originari abitanti. Un simile crimine non può che suscitare una generale indignazione morale quanto più esso diventa consapevole. Sarà la reazione morale, non la forza delle armi, a cancellare quell’anacronistica mostruosità politica edificata nel più totale disprezzo di quei “diritti umani” che l’Occidente non cessa di sbandierare. Delle due l’una: o cessa la retorica dei diritti umani o cessa lo Stato ebraico – sionista e nazista – magari per far posto a quello Stato Unico dove possano convivere vittime e carnefici, ma che ove fosse sarebbe la morte di Israele, cioè la sua cancellazione dalla carta geografica in quanto Stato basato sulla violenza e sull’apartheid. Poiché il nostro tempo di diletta di processi ai criminali di guerra, non è per nulla escluso che in una simile prospettiva molti nomi che ora sono nel pantheon degli eroi debbano emigrare nella schiera dei criminali.

Ai sionisti urta l’idea che gli avversari di Israele abbiano il diritto di tenere armi. Ed in effetti, dal 1948 in poi la politica israeliana è stata quella di uccidere vittime disarmate, o meglio di ritenere che dei sassi fossero già armi tali da poter giustificare il possesso israeliano di più sofisticate fino alla bomba atomica e relative rappresaglie (interessante il numero sionista 35, di gran lunga superiore al 10 ardeatino degli stessi anni): l’atomica contro i sassi. Pappe nel suo libro parla di atrocità terroristiche (fino a dotarsi di armi chimiche per l’accecamento dei palestinesi) già nel 1948 da far ritenere sistematiche e deliberate menzogne i comunicati governativi israeliani lungo i 60 anni di storia infame. Ma nel sistema capillare e diffuso della menzogna bisogna aggiungere articoli come questi di cui tralascio la consueta analisi testuale.

Hezbollah – si è detto acutamente – non è caduto nel tranello della guerra civile, su cui tanto speravano gli amici di Israele, che vede la sua fortuna nella divisione politica del fronte nemico ed in una progressiva espansione della guerra a tutto il Medio Oriente: Afghanistan, Iraq e si spera anche Iran. Se l’11 settembre non ci fosse stato, lo si sarebbe dovuto inventare. Ma non è detto che le cose debbano per forza andare nel modo in cui sono stati programmate da menti perfide. La pace siglata in Libano, anziché la guerra civile, è un evento che suscita ottimismo o pessimismo a seconda del fronte in cui ci si trova schierati. Da che parte stia Carlo Panella lo so già da un bel po’ e questo suo articolo me ne offre conferma.

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La pulizia etnica della Palestina: una battaglia per la verità

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Pare opportuno dare autonoma rilevanza al testo che segue. Si tratta della parte quarta di un mio ampio studio del libro ultimo di Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, edito in traduzione italiana dall’editore Fazi. Se ne raccomanda l’acquisto (euro 19), lo studio e la divulgazione a quanti sono sensibili alla causa palestinese. La “pulizia etnica”, ossia il genocidio, del popolo palestinese è una verità che nella guerra ideologica che ha seguito alla fondazione della Stato israeliano si tenta in tutti i modi di nascondere e mistificare. La tecnica della propaganda è semplice. Se non si può mettere a tacere una voce che dice la verità, si produce un “pezzo” o un antiverità come quello di Efraim Karsh e forti dei propri maggiori mezzi di propaganda, dell’appoggio dei governi amici e complici, dell’assetto proprietario dei principali media, si dà alla Menzogna una voce più forte della voce della Verità in modo che il clamore e la ripetizione acritica ed in apparenza condita di professionalità distolga l’attenzione dei più e non ci si accorga di quello che Thomas Hobbes chiamava già ai suoi tempi il Regno delle Tenebre, dove i più non possono riconoscere la Verità e per questa la Menzogna diventa libera di perpetrare i suoi delitti ammantandosi pure del diritto: i diritti umani, l’unica democrazia del medio oriente, il proprio diritto all’esistenza negato da quanti sono già stati privati di quel diritto, l’«odio» da parte di vittime per le quali non si ha avuto e non si ha la minima pietà, la violenza armata con la più sofisticata tecnologia messa a disposizione dai governi amici, ahimé compreso il nostro. E così via. Ma noi finché possiamo gridiamo alata quella Verità che è a noi evidente e che ha solo bisogno di essere mostrata al maggior numero possibile di concittadini amanti della giustizia e della pace nel mondo.



Parte IV
Efraim Karsh come l’Antipappe, ma è falsificazione storica allo stato grezzo

La guerra del nostro tempo, il conflitto mediorientale, si svolge sul piano della propaganda e dell’ideologia molto più che non sul piano delle armi e della guerra guerreggiata con aerei, bombe, cannoni. Osservando ogni giorno i media italiani posso individuare le mosse mediatiche. Il libro di Ilan Pappe sulla pulizia etnica del 1948 è una mina destinata a sconvolgere il sionismo militante e propagandistica sui media italiani. Come già per il volume di Mearsheimer e Walt si tenta di correre ai ripari. Un argine mediatico si è forse creduto di averlo trovato in uno storico di nome Efraim Karsh, autore di un volume dal titolo certamente sbagliato se ci vuol convincere di un «Imperialismo islamico» quando ognuno può vedere l’esercito degli Usa e dei suoi vassalli in Afghanistan, Iraq, in Palestina. Ma torniamo a Kash, di cui riporto sotto l'ampio testo approntato dai «Corretti Informatori» e connesse agenzie sioniste. Ne farò in più sedute di lavoro un commento intertestuale. Qui anticipo alcuni motivi di critica. Non bisogna essere storici professionali per comprendere una verità storica evidente ad un bambino delle elementari. Si assiste in Palestina nell’arco degli ultimi cento anni ad un progressiva ben mirata e premeditata immigrazione ebraico-sionista volta ad espropriare ed espellere le popolazioni autoctone palestinesi che vi risiedevano da tempo immemorabile. Per il loro diritto all’esistenza è del tutto irrilevante il grado della loro consapevolezza politica e la loro capacità organizzativa. È stato dai sionisti rimproverato loro, per negarne il diritto ad esistere, la loro oscillante identità politica, ad esempio la grande Siria e simili strambi discorsi. Paradossalmente, sono proprio i sionisti ad aver dato ai palestinesi una crescente identità ed unità politica dal momento in cui meditarono di sterminarli, cioè di fare di essi genocidio secondo i significati anche normativi che questo concetto è venuto assumendo, da quando lo si è coniato per utilizzarlo contro la Germania e l’Europa tutta. Il concetto così creato si ritorce adesso contro lo stato di Israele che dal 1948 in poi è stata una vera e propria reincarnazione dello stato nazista.
Dai nazisti e dai loro metodi i sionisti hanno appreso molto, superando i loro maestri. A dirlo non sono io, ma Avraham Burg! Di tutte le cause di legittimazione che Karsh pensa di indicare a favore di Israele non ne sta in piedi neppure una. Qui non si tratta di scienza storica, che dovrebbe essere una ricostruzione veritiera di fatti storici secondo uno specifico metodo. Si tratta di filosofia politica e giuridica. E da questo punto di vista non si può invocare né l’autorità coloniale della Gran Bretagna, peraltro fatta oggetto in ultimo da parte israeliana di quello stesso “terrorismo” che oggi imputa ai suoi “nemici”, né l’ONU che non può disporre e disfare su nascita e morte degli stati né un inesistente diritto originario all'occupazione di terre altrui né un chimerico e fantastico diritto al ritorno in terre bibliche. Bastava – come era stato chiesto– che sulla spartizione della Palestina fosse stata adito la Corte internazionale di Giustizia dell’Aia, istituita nel 1946, perché venisse riconosciuta l’illegalità ed immoralità della risoluzione del 29 novembre 1947, che diede poi la stura finale alla pulizia etnica, da lungo tempo preparata. Esilarante in Karsh la balla secondo cui i sionisti avrebbero invaso la Palestina per portare “benessere” ai suoi abitanti autoctoni. Sappiamo tutti che i contadini palestinesi sono stati spossessati e scacciati dalle loro terre, quindi massacrati e che oggi vivono a Gaza in condizioni peggiori che in Auschwitz. Se il maggior titolo alla legittimità di Israele si trova nel senso di colpa verso gli ebrei da parte dell’Europa, vi è da obiettare: a) che questo senso di colpa è del tutto ingiustificato ed alquanto artificioso ed indotto; b) che a maggior ragione non si potrebbe mai giustificare un crimine certo, verificabile, attuale come è l’insediamento ed il riconoscimento di Israele dal 1948 in poi a titolo di riparazione sulle spalle di un terzo di un presunto torto fatto dai nostri padri agli ebrei nel corso di una guerra trentennale che dal 1914 al 1945 ha comportato la distruzione politica dell’Europa. Se scrivere storia significa ricercare la verità nel passato, io dubito che Efraim Karsh abbia nulla a che fare con la storia, pur scimmiottandone i metodi.

18.05.2008 1948: i palestinesi non furono espulsi
[furono gentilmente e democraticamente invitati ad andarsene!]
un articolo dello storico israeliano Efraim Karsh


Testata:I segni dei tempi -tocqueville
Autore: Efraim Karsh
Titolo: «1948: Israele e Palestina, la vera storia»

Dal blog I SEGNI DEI TEMPI e dal portale TOCQUEVILLE, riportiamo la traduzione di un importante articolo dello storico israeliano Efraim Karsh sullo nascita di Israele e sul falso mito [falso lo dice chi?] della nakba palestinese

Efraim Karsh è a capo degli Studi Mediterranei del King’s College, University of London, e di recente autore de “ Imperialismo islamico: una Storia” (Yale) Questo articolo appare nel numero di maggio di Commentary. [che è tutto dire]



16 Maggio 2008 -

A sessanta anni dalla sua nascita, stabilita per il mezzo di uno strumento giuridico di auto-determinazione internazionalmente riconosciuto,
[Questo non è tema che ha a che fare con la storia. Il giudizio è quanto mai opinabile e soprattutto non confuta nulla alla tesi della pulizia etnica e del genocidio. Karsh vuol fare lo storico? Lo faccia. Con questo avvia ancora non possiamo accorgerci dell’esistenza dello storico. Anzi questo inizio getta il sospetto su ciò a cui l’illustre studioso vuole andarea a parare. Cosa vuol dire “internazionalmente riconosciuto”? Un’altro storico di nome Tom Segev scrive a proposito di quella famosa seduta del neonato Onu che si trattava di poco pi di un intrigo. In ogni caso nessuna aggregazioni di vincitori avrebbe mai potuto conferire legittimità alla creazione di uno stato a spese di un altro. Siamo qui alla classica tesi della dichiazione Onu come unico e fondamentale titolo di legittimazione della nascita dello Stato di Israele. Questa tesi comunque ci porta lontano dal quesito storico che qui ci interessa: i palestinesi furono o non furono cacciati dai loro villaggi? Vi fu o non vi fu pulizia etnica secondo la base storico-narrativa di Pappe? Se il suo collega inizia in questo modo, vi è di che diffidare. Ma andiamo avanti. Per adesso è da segnare una perdita iniziale di punti. Quanto poi all’autodeterminazione è un contributo storico di forza esilarante. Resta poi il fatto che il “riconoscimento” fu una manovra lobbistica ed occasionale. Le circa 80 condanne pronunciate dall’Onu verso Israele sono invece un fatto ben altrimenti significativo per il numero di pronunciamenti e per la loro costanza nel tempo. Da questa parte, dunque, non può essere invocato nessun titolo di legittimazione. La comunità internazionale – uscluso Usa e vassalli – condanna senza riserve e con chiarezza.]
Israele è l’unico stato al mondo
[Israele è davvero “unico” al mondo: per prepotenza, per capacità di falsificazione dei media, per capacità lobbistica. Ma fin qui non ci accorgiamo del novello Tucidide. Vediamo solo un comune propagandista di un'occupazione coloniale. Portiamo pazienza sperando di trovare più avanti argomentazioni storicamente apprezzabile, ma l’inizio è pessimo]
che deve subire un costante attacco
[storicamente parlando può parlarsi solo di occupazione coloniale da parte giudaico-sionista della Palestina. Il termine “attacco” è alquanto improprio ed è riferibile all'aggressore, non all’aggredito. Strana razza di storico questo Karsh, di cui per la verità apprendo solo ora il nome!]
consistente nelle più strampalate teorie di cospirazione
[ma quale cospirazione? L’immigrazione ebraica può anche essere vista come una forma cospirativa ai danni delle popolazioni palestinesi, volendo, ma in ciò non vi è proprio nulla di strampalato, se non nella testa di Efraim che vuole infinocchiare gli inesperti sprovveduti]
e “accuse del sangue” ( la falsa accusa cioè di usare sangue nei loro rituali);
[altra storia che a noi qui ora non interessa e che può riguardare la storia dell’ebraismo in tutto il suo arco storico. Qui ci occupiamo di pulizia etnica della Palestina nel 1948]

l’unico stato le cui politiche e azioni vengano ossessivamente condannate dalla comunità internazionale;
[e questo è un fatto, quando succede e non si frappone il veto del potente alleato Usa, succube di una Lobby. Mearsheimer e Walt hanno portato dei contributi che restano fondamentali e che per quanto io ne sappia e possa giudicare non sono stati “demoliti” (sic Molinari )]
l’unico stato il cui diritto d’esistere è costantemente dibattuto e sfidato non solo da suoi nemici arabi ma anche da alcuni segmenti della più avanzata opinione pubblica occidentale.
[Per la verità, io non sono in grado di valutare la consistenza delle forze in campo sul piano dei media. A me sembra che la stampa sia in buona parte piegata alla Lobby. Se qualche giornalista indipendente o semplicemente mosso dal suo senso di equità esce fuori dalla consegna, subito si scatena contro di lui una campagna di denigrazione, come si può già vedere nell’Archivio del «Corretti Informatori», direi composto da una bassa manovalanza rispetto a più alte ubicazioni della Lobby. Ognuno tuttavia conduce la sua lotta per la libertà e la giustizia negli spazi che gli sono propri e disponibili. In effetti, karsh parla solo di “alcuni segmenti”. Il che vuol dire che la maggior parte della “linea” si trova su “corrette” posizioni sioniste.]


Nello scorso decennio, la concreta eliminazione della Stato ebraico
[Ecco: lo Stato “ebraico”. Forse Efraim non è ben consapevole ed informato di cosa comporta l’indicazione di uno Stato “ebraico”. Ne discende un contenuto razziale, razzista, nazista, volendo essere sintetici. Ma il punto richiede approfondimenti per i quali non posso qui fare altro che rinviare alle elaborazioni di Avraham Burg, anche se forse non sufficiente ad esaurire il tema. Ma restiamo ancora in un ambito non storico. Fin qui Efraim si presenta come un ideologo di parte sionista, non ancora come uno storico – novello Tucidide – che debba e possa insegnarci qualcosa. Aspetto con pazienza che nelle righe successive appaia lo storico bandanzosamente annunciato dai “Corretti Informatori” per contrastare il recente libro di pappe sulla pulizia etnica perpetrata dallo Stato “ebraico” nel 1948, ma anche dopo fino ad oggi.]
Ma è diventato un caso di scuola per molti di questi occidentali ben informati. La “one-state solution”, come viene chiamata, è una formula eufemistica che propone la sostituzione di Israele con uno stato, teoricamente l’intero territorio della Palestina storica, in cui gli ebrei sarebbero ridotti ad essere una minoranza permanente.
[L’obiezione è che se questo soluzione fosse effettivamente praticabile, ad essere generosi sarebbero i palestinesi. Proviamo ad immaginare uno che scassi la porta della nostra abitazione, vi si piazzi dentro e noi in ultimo per amori di pace gli concediamo di poterci abitare allo stesso nostro titolo. I sionisti vogliono invece un regime di apartheid, dove gli arabi palestinesi, scampati alla Nakba del 1948, possano vivere in un perpetuo regime autizzativo simile a quello dei negri del Sud Africa. È questo lo stato “ebraico” divinato dai padri sionisti. Ma ancora in Efraim non riusciamo a vedere lo storico annunciato dai «Corretti Informator». Forse all’ultima riga incontreremo l'intellettuale professionista nel ruolo di “storico”: quanta pazienza occorre nella vita!]
Solamente questa soluzione, si afferma, può espiare il “peccato originale” della fondazione di Israele, un atto costruito (secondo le parole di un critico)
[peccato che non citi il nome di questo critico. Di certo, sono in molti a pensare allo Stato Unico come unica soluzione per porre termine ad una guerra che ha già toccato i Cento Anni e che rischia di diventare La Guerra Eterna, fondendosi con i motivi della religione che dai tempi delle Crociate oppone già Islam e Cristianesimo.]
sulle macerie della Palestina araba e ottenuta tramite il deliberato e aggressivo esproprio della sua popolazione natia.
[Se vuoi negare un siffatto “deliberato” e “aggressivo” esproprio tira fuori buoni argomenti da storico, non da mediocre ideologo quale finora appari]
Questa rivendicazione circa l’esistenza di un esproprio premeditato e il conseguente inizio della perdurante questione dei rifugiati palestinesi è, infatti, l’architrave dell’accusa sostenuta dalle cosiddette
[Il “cosiddetto” rivela la faziosità del sedicente storico. Se non sono “vittime” i palestinesi, sarà difficile trovarne di altre in giro per il mondo. Naturalmente fatta una sola eccezione: vittime sono solo gli Ebrei Olocaustici, che hanno il monopolio del dolore universale. Un vescovo, secondo quanto narrano Mearsheimer e Walt, osò mettere in dubbio un simile monopolio e subito si levarono i fulmini dell’ADL. Le vittime palestinesi sono una evidenza che perfino il papa giusto ieri ha certificato condannando quelle bombe a grappolo, nocive all'infanzia, ma di cui Israele fa ampio uso. Uno storico che incomincia con il negare le evidenze sotto gli occhi di tutti distrugge le sue credenziali prima ancora di averle esisbite.]
vittime di Israele e dai loro sostenitori occidentali. E’ un accusa che difficilmente poteva essere ignorata. Già a metà degli anni ’50, l’eminente storico americano J.C. Hurewitz intraprese una sistematica confutazione della teoria
[quale teoria? Teoria di che? Per giunta a metà degli anni cinquanta, prima che gli archivi fossero aperti e dove solo la testimonianza diretta ed oculare poteva far sapere qualcosa non già agli storici, ma ai giornalisti e cronisti dell'epoca. Ma noi qui vorremmo non delle citazioni da dover controllare, certi di non trovare nulla di quanto Efraim pretende di farci credere, ma nuove argomentazioni immediatamente fruibili. Alquanto dilettantesco il rinvio a citazioni non controllabili per i comuni lettori, salvo doverci credere per articolo di fede sionista. Il libro di Hurewitz cui si allude è del 1950. Non pochi “storici” ed “orientalisti” furono direttamente implicati nella pulizia etnica del 1948, come esce fuori dagli archivi solo recentemente resi disponibili. Non sono in grado di dire se lo Hurewitz e gli altri citati da Efraim siano stato direttamente responsabili dei crimini descritti e denunciati da Ilan Pappe. Non sono uno specialista di questi ambiti storiografici e posso solo leggere criticamente i risultati e gli scritti altrui, compresi quelli di Efraim.]
e le sue ricerche furono ampiamente confermate da successive generazioni di ricercatori e scrittori. Perfino Benny Morris, il più influente
[sarà pure il più influente, ma è fonte sospetta, di cui è lecito dubitare, secondo quanto scrive lo stesso Pappe, che ne conduce una dettagliata critica. Del resto, ormai sappiamo che i cosiddetti esperti possono ben essere uomini di parte. Ciò che fa un vero storico è la sua capacità di essere credibile per tutte le parti, pur concedendogli quella discrezionalità di giudizio che è propria di ogni essere umano.]
tra i “nuovi storici” revisionisti di Israele, e personaggio che si prodigò massimamente
[non massimamente, ma solo parzialmente, avendo ignorato sistematicamente le fonti palestinesi, secondo quanto gli viene espressamente contestato da Ilan Pappe, op. cit.,, 7-8 (sopra riportate). E se sono “parziali” i “nuovi storici” israeliani che possono accedere agli archivi, figuriamoci quanto possono esserlo i vecchi, che come nel caso dello “storico” Ben Zion-Luna (vedi sotto) furono i diretti ispiratori delle schedature che servirono per la pulizia etnica dei villaggi nel 1948, come narra sempre Pappe! Questi ed altri casi dimostrano quando occorre essere cauti nel dar credito agli storici ed agli esperti di ogni genere. Del resto, la storia del nazismo ha insegnato quanto si possa essere convinti nazisti in perfetta buona coscienza ed al tempo stesso eminentissimi esperti in ogni campo del sapere.]
per stabilire l’esistenza del “peccato originale” di Israele, dovette a malincuore ammettere che non ci fu mai un “disegno” per rimuovere gli arabi palestinesi.
[Ed invece ci fu fin dai primordi del sionismo. I passi che si possono citare sono innumerevoli e di due generi: a) di tipo ideologico. Non è difficile fare una raccolta di testi sionisti dove l’elemento autoctono indigeno è considerato con fastidio, disprezzo, repulsione. Esistono poi i documenti che possono farsi datare fin dalla fondazione dello JNF, nel 1901. La politica di esproprio delle terre non lascia adito a dubbi sulle intenzioni dei coloni immigrati.]

La recente opera di rimozione del segreto di stato su milioni di documenti risalenti al Mandato britannico(1920-1948) e agli albori d’Israele, precedentemente inaccessibili a generazioni di scrittori e ignorati, o distorti, dai “nuovi storici” dipingono un quadro storico molto più preciso.
[Questo lavoro di precisione e narrazione su nuove basi lo fa appunto Ilan Pappe, nel suo volume istituzionale La pulizia etnica della Palestina. I lavori precedente, citati da Efraim sono quantomeno superati. Altri lavori, che hanno fatto perdere la tramontana ai «Corretti Informatori» documentano come i palestinesi rimasti nel 1948 fossero stati costretti ad una triste vita di delazione reciproca. Altro che “unico” Stato democratico del Medio Oriente. Meno male che è l’«unico»]
Questi documenti rivelano che la rivendicazione di esproprio non è solo completamente infondata, ma il contrario della verità.
[Mettetevi d’accordo. Pappe sostiene il contrario. Io non conosco né l'arabo né l’ebraico e non è mio mestiere andare a lavorare negli archivi israeliani. La soluzione è semplice: si pubblichino i documenti che si citano e li si rendano disponibili ad ognuno, su internet, in edizioni accessibili. Io lo faccio nel mio proprio ambito disciplinare.]
Ciò che segue è basato su nuove ricerche basate su questi documenti, i quali contengono molti fatti e dati che finora non erano stati pubblicati.



* * *

A partire dai primi anni ’20, i capi degli palestinesi arabi, lontani dall’essere quegli sfortunati oggetti di un assalto predatorio sionista, furono, contro la volontà di gran parte dei loro compatrioti, coloro che intrapresero un’ininterrotta campagna al fine di annientare la ripresa di vitalità della nazione ebraica.
[Ma che significa? Quale vitalità della nazione ebraica se si trattava di frangie minoritarie di immigrati? Sarebbero questi i nuovi documenti? Basta leggersi le statistiche note dell'immigrazione storica degli ebrei per smascherare come folle e demeziale l'immagine di una «ripresa di vitalità della nazione ebraica». Pappe rivela l’esistenza di un piano C, del 1946, che fondeva precedenti piani A e B, ora formulato nei seguenti termini:


Uccidere la dirigenza politica palestinese.

Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.

uccidere i palestinesi cge agivano contro gli ebrei.

Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi (del sistema mandatario).

Danneggiare i trasporti palestinesi.

Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, ecc.

Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.

Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi, ecc. (Pappe, 43-44)]
La campagna culminò nel violento tentativo di fermare l’applicazione della risoluzione dell’ONU del 29 novembre 1947,
[Bel salto logico e storico! negli anni ’20 di Onu non esisteva neppure l'ombra e nessuno pensava che sarebbe mai esistito. Nel 1947 era appena nato e la commissione che si occupà della Palestina, l’UNSCOP, non aveva neppure la più pallida idea dei disastri che stava combinando. Sarebbe bastato riportare il tutto alla Corte Internazionale di Giustizia dell”Aia, istituita l’anno prima, perché venisse riconosciutà l’illegalità e l'immoralità della risoluzione Onu, così riassunto dallo storico palestinese Walid Khalidi: «La popolazione nativa della Palestina, così come la popolazione nativa di qualunque altro paese del mondo arabo, dell’Asia, dell’Africa, dell‘America o dell’Europa, si rifiuta di spartire la terra con una comunità di coloni» (cit. in Pappe, op. cit., 50)]
la quale richiedeva la nascita di due stati in Palestina. Se questi leader e le loro controparti negli stati arabi vicini avessero accettato la risoluzione dell’ONU,
[E meno male che esiste il detto la storia non si fa con i se. A non conoscere questo principio è addirittura uno storico sedicente tale. Se però si legge Pappe, si trovano pagine dove si comprende come queste illazioni di Efraim Karsh sono totalmente strampalate e staccate dal reale contesto dei fatti. In ogni caso nessun popolo che avesse avuto appena un poco di dignità avrebbe potuto accettare un piano di spartizione contrario al diritto ed all'etica, per giunto deciso sulle loro spalle. Questa pratica di rendere un popolo un mero oggetto del diritto anziché un soggetto sarà praticata fino ai nostri giorni, pretendendo che la pace per i palestinesi possa venire decisa fra gli Usa ed israele, tenendo eslcusi i palestinesi. Di questa mostruosità giuridica, che Carl Schmitt denunciava per la Germania uscita da Versailles, ci si deve infine essere accorti. Ma allo scopo di produrre un fantoccio come Abu Mazen al quale far firmare ciò che gli occupanti avessero deciso. In questi giorni sembra che perfino Abu Mazen abbia rifiutato il ruolo di utile idiota al quale era stato predestinato se provvidenzialmente Hamas non avesse scoperchiato l’inganno]
non ci sarebbe stata alcuna guerra e nessuna diaspora.
[Ma guarda un poco! Quei fessi di palestinesi si sono lasciati sfuggire un ghiotta occasione! Tucidide non sarebbe mai stato capace di così elevate ed acute riflessioni, degne dei posteri.]
La verità è che il movimento sionista fu sempre disponibile ad accettare l’esistenza nel futuro Stato ebraico
[Leggi sopra il piano C. Resta tuttavia l’assurdo piano concessorio di una banda di criminali assassini che occupano terre e villaggi altrui e pensano di poter pure essere magnanimi. Quanto poi ci si possa fidare di autentici criminali è cosa di cui ognuno può giudicare. E questo sarebbe lo storico messo in campo contro Ilan Pappe!]
di una consistente minoranza araba, che avrebbe partecipato senza discriminazioni “attraverso tutti settori della vita pubblica del paese”.
[Graziosa concessione di un’infima minoranza di coloni ad una stragrande maggioranza di nativi. Se questo non è razzismo della specie peggiore…]
Sono le parole di Ze'ev Jabotinsky, il padre fondatore di quella parte del Sionismo precursore del Partito Likud. In un famoso articolo del 1923, Jabotinsky affermò di essere pronto “ a prestare un giuramento che vincolasse noi e i nostri discendenti a non fare mai nulla contrario al principio dell’eguaglianza dei diritti, e che non tenteremo mai di espellere qualcuno”.
[Qui Efraim mente spudoratamente, poco mi importa se mente sapendo di mentire o crede a quel che dice. Non entro neppure nel merito di quanto sia da prendere sul serio il “classico” autore sionista da lui citato. Non sono questi i miei “classici”. Mi limito però a citare testuamente un passo di Ilan Pappe che confuta magistralmente le asserzioni di Efraim Karsh:
«Quando si affronta la ricostruzione di quella parte di un processo storico in cui un’ideologia astratta diventa realtà tangibile, ci sono due opzioni che noi storici possiamo scegliere. Nel caso della Palestina del 1948 la prima è quella di attirare l’attenzione del lettore sulla coerenza dei leader sionisti - da Herzl fino a Ben Gurion - nel loro desiderio di svuotare il futuro Stato ebraico di quanti più palestinesi possibile e poi di descrivere come tale desiderio si sia incontrato con le espulsioni reali perpetrate nel 1948. Questo approccio è rappresentato in modo eccellente dal lavoro dello storico Nur Masalha, che ha registrato meticolosamente per noi la genealogia del sogno e dei piani di espulsione dei "padri fondatori" sionisti". Masalha dimostra come il desiderio di dearabizzare la Palestina costituisse un pilastro decisivo del pensiero sionista proprio dal primo momento in cui il movimento fece il suo ingresso sulla scena politica, nella formulazione che gli aveva dato Theodor Herzl. Come abbiamo visto, i pensieri di Ben Gurion sulla questione erano già espressi chiaramente nel 1937. Il suo biografo Michael Bar-Zohar spiega: «Nelle discussioni interne, nelle direttive alla sua gente, il "Vecchio" mostrava una posizione chiara: era preferibile che il minor numero possibile di arabi rimanesse entro l’area dello Stato». L’altra opzione per noi storici è quella di concentrarsi su come si svilupparono i piani di azione e di cercare di dimostrare come, riunione dopo riunione, le decisioni sulla strategia e i suoi metodi si fusero gradualmente in un piano globale e sistematico di pulizia etnica. Io userò entrambe le opzioni.


Il problema di che cosa fare della popolazione palestinese nel futuro Stato ebraico era tema di intense discussioni nei mesi precedenti la fine del Mandato e un nuovo concetto stava spuntando nei corridoi del potere sionista: «l’equilibrio». È un termine che si riferisce all’«equiibrio demografico» tra arabi ed ebrei in Palestina: quando la bilancia pende a sfavore di una maggioranza o esclusività ebraica nel paese, la situazione viene descritta come disastrosa. E l’equilibrio, sia all’interno dei confini che l’ONU offrì agli ebrei sia all’interno di quelli definiti dalla leadership sionista stessa, era esattamente quello che appariva agli occhi della leadership ebraica: un disastro incombente.

La leadership sionista arrivò a dare due generi di risposta a questa situazione: una a uso pubblico, l’altra per il gruppo ristretto degli intimi che Ben Gurion aveva raccolto intorno a sé. La politica che cominciarono a diffondere pubblicamente in luoghi aperti alla discussione come le locali Assemblee del Popolo (il “parlamento” ebraico in Palestina) era la necessità di incoraggiare una massiccia immigrazione di ebrei nel paese. In circoli più ristretti i leader ammettevano che anche la crescita dell’immigrazione non sarebbe mai stata sufficiente a controbilanciare la maggioranza palestinese: bisognava combinare l’immigrazione con altri mezzi. Ben Gurion aveva già descritto questi mezzi nel 1937, quando discuteva con gli amici dell’assenza di una solida maggioranza ebraica in uno Stato futuro. Diceva che una tale “realtà” - la maggioranza palestinese nel paese avrebbe obbligato i coloni ebraici a usare la forza per realizzare il “sogno” - una Palestina puramente ebraica. Dieci anni dopo, il 3 dicembre 1947, in un discorso di fronte ai membri

anziani del suo partito, il Mapai (il partito dei lavoratori di Eretz Israel), spiegò più esplicitamente come affrontare le realtà inaccettabili che la Risoluzione di spartizione dell’ONU lasciava prevedere:


“C’è il 40 per cento di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica... Soltanto uno Stato con almeno l’80 per cento di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile”.

II 2 novembre, cioè quasi un mese prima che venisse adottata la Risoluzione dell’ONU, in un ambito diverso, l’Esecutivo dell’Agenzia ebraica, Ben Gurion per la prima volta spiegò nei dettagli e nei termini più chiari possibili che la pulizia etnica costituiva il mezzo alternativo o complementare per assicurarsi che il nuovo Stato fosse esclusivamente ebraico. I palestinesi all’interno dello Stato ebraico, disse ai presenti, potevano diventare una quinta colonna, e in questo caso potevano «essere arrestati in massa o espulsi; è preferibile espellerli».

Ma come realizzare questo obiettivo strategico? Simcha Flapan sostiene che in quel momento la maggioranza dei leader sionisti, sul punto di compiere un’espulsione di massa, si sarebbe fermata. In altre parole, se i palestinesi si fossero astenuti dall’attaccare obiettivi ebraici dopo che era stata adottata la Risoluzione di spartizione sarebbe stato difficile per il movimento sionista realizzare la visione di una Palestina etnicamente ripulita. Eppure anche Flapan ammette che il Piano Dalet fosse un master plan per la pulizia etnica della Palestina. A differenza, per esempio, dell’analisi che Benny Morris offre nella prima edizione del suo libro sull’origine del problema dei profughi, ma molto in linea con le modifiche che apportò nella seconda edizione, il modello per la pulizia etnica della Palestina, il Piano Dalet, non fu creato dal nulla. Questo divenne uno schema definitivo in risposta al modo in cui gli eventi si andavano gradualmente dispiegando sui campo, attraverso un tipo di politica studiata per quel caso particolare, che però col tempo si cristallizzò. Ma quella risposta era sempre inesorabilmente fondata sull’ideologia sionista e sul suo obiettivo, che era lo Stato puramente ebraico. Così, l’obiettivo principale fu chiaro fin dall’inizio - la dearabizzazione della Palestina - mentre i mezzi per raggiungerlo si svilupparono nella maniera più efficace in sintonia con la reale occupazione militare dei territori palestinesi che dovevano diventare il nuovo Stato ebraico d’Israele.

Adesso che il territorio era stato definito e la supremazia militare assicurata, il quarto passo che la leadership sionista si accinse a fare per completare l’espropriazione della Palestina fu di mettere in campo i veri e propri mezzi concreti che le avrebbero permesso di trasferire una popolazione così numerosa. All’inizio di dicembre del 1947, sul territorio del futuro grande Stato ebraico viveva un milione di palestinesi su una popolazione complessiva palestinese di un milione e trecentomila, mentre la comunità ebraica era una minoranza di 600.000 persone. (Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, p. 67-70).


Undici anni dopo, Jabotinsky presiedette la stesura di una bozza di costituzione per la Palestina ebraica. Secondo le disposizioni della bozza, arabi e israeliani avrebbero condiviso sia le prerogative che i doveri dello Stato, compreso il servizio militare e civile. Ebrei e arabi avrebbero goduto dello stesso trattamento giuridico, e “in ogni gabinetto dove il primo ministro è un ebreo, il vice primo ministro sarebbe stato offerto ad un arabo e viceversa”.
[Il problema della costituzione per la quale si tentò di scomodare perfino il “nazista” Carl Schmitt (vedi) è insolubile per una ragione semplice. Le moderne costituzioni, basate sul modello dello stato di diritto sorto dalla rivoluzione francese, sono incardinate sul principio dell'eguaglianza e perfino sul principio della tutela delle minoranze. Lo stato sionista nasce su base razziale, cioè ha un suo riferimento imprenscindibile nell’elemento ebraico, sia esso costituito da una razza in senso biologico o da una comunità cementata dalla religione ebraica, da Jahve ed il suo “popolo eletto” – come ha perfino riconosciuto Bush nella sua ultima visita gratificando gli israeliani come “popolo eletto" e quindi dando implicitamente di meri “bastardi” a tutti gli altri popoli, compreso quello americano, che in un certo senso è il più “bastardo” di tutti i popoli della terra –; razzista, cioè nel senso di una etnia che pone per se stessa un principio di superiorità rispetto a tutti gli altri popoli, come è indubbio e logico che un popolo “eletto” sia; nazista, per il combinato disposto di razziale e razzista, secondo la comune rappresentazione di ciò che il nazismo è. Una costituzione su questi fondamenti è impresentabile alla Comunità internazionale. Naturarlmente, Efraim Karsh ha un concetto alquanto vago di cosa una costituzione sia. Ed è per questo che può dire sciocchezze, che non hanno nulla a che fare né con la storia con la storia concreta dei fatti e delle idee inveratesi né con il diritto.]


Se questa fu la posizione della fazione più militante del movimento nazionale ebraico, la corrente maggioritaria del Sionismo non solo diede per scontato l’eguaglianza con la minoranza araba nel futuro Stato ebraico, ma si sforzò di promuovere la coesistenza arabo-israeliana. Nel 1919 Chaim Weizmann, allora l’emergente leader del movimento sionista, raggiunse un accordo di pace e cooperazione con l’emiro hashemita Faisal ibn Hussein, il vero capo del nascente movimento pan-arabo. Da allora fino alla proclamazione dello Stato d’Israele il 14 maggio 1948, il portavoce del movimento sionista s’incontro centinaia di volte con i leader arabi a tutti i livelli. Tra questi Abdullah ibn Hussein, il fratello maggiore di Faisal e fondatore dell’emirato della Transgiordania (in seguito il regno di Giordania), attuali ed ex-primi ministri della Siria, Libano, Egitto e Iraq, i consiglieri d più alto grado del re Abdul Aziz ibn Saud (fondatore dell’Arabia Saudita) e le elite arabe palestinesi di ogni estrazione.

Non più tardi del 15 settembre 1947, due mesi prima dell’approvazione della risoluzione di partizione dell’ONU, due inviati sionisti stavano ancora cercando di convincere Abdel Rahman Azzam, Segretario Generale della Lega Araba, che il conflitto palestinese “stava inutilmente assorbendo le migliori energie della Lega Araba”, e che sia arabi sia ebrei avrebbero grandemente beneficiato “ da politiche attive di cooperazione e sviluppo”. Dietro questa proposta risiedeva una antica speranza sionista: che cioè il progresso materiale apportato dagli insediamenti ebraici in Palestina avrebbe facilitato il cammino delle popolazioni arabe locali verso una riconciliazione permanente, se non addirittura una positiva attitudine al progetto di auto-determinazione ebraico. Come David Ben-Gurion, prossimo a diventare il primo primo ministro di Israele, affermò nel dicembre del 1947:

Se il cittadino arabo si sentirà a casa nel nostro stato… se lo stato lo aiuterà in modo veritiero e dedicato al fine di raggiungere il livello economico, sociale e culturale della comunità ebraica, allora la sfiducia araba si placherà di conseguenza e un ponte sarà costruito verso un alleanza semitica ebraica –araba.

Apparentemente, la speranza di Ben-Gurion si fondava su basi ragionevoli. Un flusso di immigrati ebrei e di capitali dopo la prima guerra mondiale stimolò la fino ad allora statica condizione economica della Palestina e migliorò la qualità della vita dei suoi abitanti arabi ben al di sopra del livello esistente negli stati arabi vicini. La crescita dell’industria e dell’agricoltura araba, in particolare nella produzione di agrumi, fu ampiamente finanziata dal capitale così ottenuto, e le conoscenze tecniche ebraiche contribuirono molto a sviluppare le coltivazioni arabe. Nei venti anni tra le due guerre mondiali, le piantagioni di agrumi di proprietà araba crebbero di sei volte così come fecero le terre dove crescevano le verdure, mentre il numero di uliveti aumentò di quattro volte.

Notevoli furono anche i progressi nel benessere sociale. Forse la cosa più significativa fu il drastico calo de tasso di mortalità tra la popolazione musulmana e le aspettative di vita crebbero dai 37,5 anni del 1926-27 ai 50 anni del 1942-1944 (rispetto ai 33 dell’ Egitto). Il tasso di crescita naturale crebbe di un terzo.

Il fatto che nulla di tutto questo stesse accadendo nei vicini paesi arabi dominati dai britannici, per non dire dell’India, può essere spiegato solamente dal decisivo apporto degli ebrei al benessere socioeconomico del Mandato in Palestina. Le autorità britanniche lo riconobbero in un rapporto di una commissione d’inchiesta presieduta da Lord Peel:

Il generale effetto benefico dell’immigrazione ebraica sul benessere arabo è illustrato dal fatto che la crescita della popolazione araba è più marcata nelle aree urbane influenzate dallo sviluppo ebraico. Un paragone sui dati del censimento del 1922 e 1931 mostrano che, sei anni fa, l’aumento percentuale ad Haifa è stato dell’86%, a Jaffa del 62%, a Gerusalemme del 37%, mentre in città puramente arabe come Nablus ed Hebron solo del 7% e a Gaza ci fu una flessione del 2 %.

Se alla grande maggioranza dei palestinesi arabi fosse stato consentito di decidere per se stessi, essi sarebbero stati molto probabilmente soddisfatti di trarre vantaggio dalle opportunità loro offerte. Questo è reso evidente dal fatto che, per tutto il periodo del Mandato, i periodi di pacifica coesistenza furono maggiori rispetto alle esplosioni di violenza, e queste ultime furono opera solo di una piccola frazione di palestinesi arabi. Sfortunatamente sia per arabi che ebrei, i desideri e le speranze della gente comune non furono prese in considerazione, come avviene raramente nelle comunità autoritarie ostili alla nozione di società civile o alla democrazia liberale. Nel mondo moderno, inoltre, non furono i poveri e gli oppressi a guidare le grandi rivoluzioni o a compiere i peggiori atti di violenza, quanto piuttosto le avanguardie militanti tra le classi della società meglio educate e più benestanti.

Così fu per i palestinesi. Nelle parole del rapporto Peel:

Abbiamo rilevato che sebbene gli arabi abbiano beneficiato dagli sviluppi del paese dovuti all’immigrazione ebraica, questo non ha avuto alcun effetto di riconciliazione. Al contrario… con quasi matematica precisione il miglioramento della situazione economica in Palestina ha significato il deterioramento della situazione politica.

In Palestina, gli arabi comuni venivano perseguitati e uccisi dai più alto-locati ( i “migliori”) nella comunità per il crimine di “vendere la Palestina” agli ebrei. Nel frattempo, quegli stessi “migliori” si arricchivano impunemente. Il leale pan-arabista Abdel Hadi, che giurò di combattere “fino a quando la Palestina fosse posta sotto un libero governo arabo oppure fosse diventata un cimitero per tutti gli ebrei nel paese”, facilitò la cessione di 7500 acri al movimento sionista, e alcuni dei suoi parenti, tutte rispettate figure politiche e religiose, andarono un passo oltre, vendendo interi lotti di terreno. Così fecero molti componenti della famiglia Husseini, il preminente clan arabo palestinese durante il periodo del Mandato, incluso Muhammad Tahir, padre di Hajj Amin Husseini, il famigerato muftì di Gerusalemme.

Fu la preoccupazione da parte del muftì di consolidare la propria posizione politica la vera ragione del massacro del 1929 in cui 133 ebrei furono trucidati e altre centinaia feriti - esattamente come la lotta per la preminenza politica che innescò il più lungo periodo di violenza palestinese-araba nel periodo 1936-39. Questa fu illustrata come una rivolta nazionalista contro il dominio britannico e i rifugiati ebrei che allora stavano arrivando con i piroscafi in Palestina, scappando dalla persecuzione nazista. In realtà, essa fu un enorme utilizzo della violenza che vide molti più arabi che ebrei o inglesi uccisi da bande armate arabe, le quali repressero e abusarono della popolazione araba, cosa che costrinse migliaia di arabi a fuggire dal paese in quello che fu un assaggio dell’esodo del 1947-1948.

Alcuni palestinesi-arabi, infatti, preferirono reagire e combattere contro i loro istigatori, spesso in collaborazione con le autorità britanniche e l’Hagana, la più grande organizzazione di difesa ebraica. Altri cercarono rifugio nei quartieri ebraici. Nonostante la paralisi provocata dall’atmosfera di terrore e uno spietato boicottaggio economico, la coesistenza arabo ebraica continuò su molti livelli pratici perfino durante periodi di tale agitazione, e fu ampiamente restaurata in seguito al loro calmarsi.

* * *

Di fronte a un tale scenario, è facilmente comprensibile il motivo per cui la maggior parte dei palestinesi non volle avere nulla a che fare, 10 anni dopo, con il violento tentativo dell’ Alto Comitato Arabo (AHC) guidato dal muftì, l’effettivo “governo” dei palestinesi arabi, di sovvertire la risoluzione ONU sulla partizione del 1947. Con il ricordo del periodo 1936 – 39 ancora vivo nelle loro menti, molti scelsero di restare fuori dai combattimenti. In men che non si dica, numerosi villaggi arabi ( e alcune aree urbane) stavano negoziando accordi di pace con i loro vicini ebrei; altre località attraverso il paese agirono in modo simile senza il beneficio, però, di un accordo formale.

Nemmeno si può dire che i palestinesi comuni evitarono di sfidare silenziosamente la loro leadership. Nei suoi numerosi viaggi per la regione, Abdel Qader Husseini, comandante del distretto di Gerusalemme e parente stretto del muftì, trovò la popolazione indifferente, se non ostile, alle sua ripetuta chiamata alle armi. Ad Hebron, egli non riuscì a reclutare un singolo volontario alla forza armata salariata che stava cercando di formare in quella città; i suoi sforzi nelle città di Nablus, Tulkarem e Qalqiliya ebbero scarsa fortuna. Gli arabi dei villaggi da parte loro, furono perfino meno ricettivi alla sue richieste. In un posto, Beit Safafa, Abdel Qader venne umiliato e cacciato via dai locali arrabbiati perché il loro villaggio era stato trasformato in un centro da dove partivano attacchi contro gli ebrei. Quei pochi che risposero al suo appello, lo fecero in gran parte al fine di ottenere armi gratuitamente per la loro protezione personale per poi tornarsene a casa.

C’era una motivazione economica in questa ricerca di pacificazione. Lo scoppio delle ostilità orchestrato dall’ AHC provocò un marcato calo nel commercio e un correlativo aumento dei prezzi dei beni di consumo necessari. Molti villaggi, che dipendevano per la loro sussistenza dagli ebrei o sulle città con popolazione mista, non videro alcuna buona ragione nell’appoggiare l’esplicito obiettivo dell’ AHC di sottomettere gli ebrei affamandoli. Tale era la contrarietà alla guerra che all’inizio del febbraio 1948, oltre due mesi dopo l’inizio della campagna di violenza istigata dall’ AHC, Ben-Gurion poteva affermare che “i villaggi, nella loro gran parte, erano rimasti ai margini”.

L’analisi di Ben Gurion fu condivisa da generale iracheno Ismail Safwat, comandante in capo dell’esercito di liberazione arabo (ALA), la forza volontaria araba che fu più combattiva nei mesi che precedettero la proclamazione d’indipendenza di Israele. Safwat lamentava che solamente 800 dei 5000 volontari addestrati dall’ALA provenissero dalla Palestina, e che la maggior parte avesse disertato prima di completare l’addestramento oppure immediatamente dopo. Fawzi Qawuqji, il comandante locale dell’ALA non fu meno caustico, trovando i palestinesi “poco affidabili, eccitabili e difficilmente controllabili, e in un conflitto armato virtualmente inutilizzabili”.

Questo punto di vista riassumeva la maggior parte delle percezioni contemporanee durante i fatali sei mesi di combattimenti seguiti all’approvazione della risoluzione sulla partizione. Anche quando questi mesi videro la quasi completa disintegrazione della società arabo palestinese, nessuno la descrisse come un sistematico esproprio degli arabi da parte d egli ebrei. Al contrario: con la risoluzione di partizione, per lo più vista dai capi arabi come “ sionista nell’ispirazione, sionista per principio, sionista nella sostanza e sionista nella maggior parte dei dettagli” (secondo le parole dell’accademico palestinese Walid Khalidi) e con quegli stessi leader brutalmente franchi nella determinazione di sovvertirne i contenuti con l’uso delle armi, non c’era alcun dubbio circa l’identità di chi aveva istigato lo spargimento di sangue.

Nemmeno si può affermare che gli arabi provarono a nascondere la loro responsabilità. Mentre gli ebrei si accingevano a preparare le fondamenta per il loro Stato nascente e contemporaneamente sforzandosi di convincere i loro compatrioti arabi che essi sarebbero stati (come aveva detto Ben-Gurion) “eguali cittadini, eguali in tutto senza alcuna eccezione”, i capi palestinesi promisero che “se la partizione si fosse realizzata, essa sarebbe stata raggiunta solo sopra i corpi degli arabi della Palestina, i loro figli e le loro donne”. Qawuqji “giurò di gettare tutti gli ebrei a mare”. Abdel Qader Husseini affermò che “il problema della Palestina sarà risolto solo con la spada; tutti gli ebrei devono lasciare la Palestina.”

* * *

Essi e i loro colleghi istigatori arabi fecero del loro meglio affinché tali minacce si realizzassero, utilizzando tutti mezzi a loro disposizione. In aggiunta alle forze regolari come quelle dell’ALA, guerriglieri e gruppi terroristici provocarono distruzione sia tra non combattenti sia tra unità da combattimento ebraiche. Sparatorie, colpi dei cecchini, imboscate, attentati esplosivi che nel mondo di oggi verrebbero considerate come crimini di guerra, erano all’ordine del giorno nelle vite dei civili. “ Gente innocente e inoffensiva, che pensa ai propri affari” scrisse il console generale americano a Gerusalemme Robert Macatee nel dicembre 1947,

viene colpita quando è sugli autobus, camminando per le strade e pallottole vaganti trovano persone innocenti perfino mentre dormono nei loro letti. Un donna ebrea, madre di cinque figli, fu colpita a Gerusalemme mentre stava appendendo i panni sul tetto. L’ambulanza che la stava trasportando d’urgenza all’ospedale fu mitragliato e, infine, chi partecipava al suo funerale fu attaccato e uno ad uno accoltellati fino alla morte.

Con l’aumentare del numero degli scontri, i civili arabi soffrirono a loro volta, e l’occasionale atrocità innescò cicli di violenza su larga scala. Così, l’uccisione nel dicembre del 1947 di sei lavoratori arabi, vicino alla raffineria di Haifa, perpetrata dal piccolo gruppo ebraico sotterraneo IZL fu seguito dal massacro immediato di 39 ebrei da parte dei loro colleghi arabi, così come l’uccisione di circa 100 arabi nella battaglia per il villaggio di Deir Yasin nell’aprile del 1948 fu “vendicato” nel giro di pochi giorni con l’uccisione di 77 tra infermiere e dottori ebrei