giovedì 23 ottobre 2014

Considerazioni di natura filosofico-giuridica sull’uso del Logo Cinque Stelle. Proposte di discussione per Attivisti e non. - A proposito della “espulsione” Aquilino e problematica connessa.

Post in costruzione.

Mi giungono via web informazioni circa le modalità di «espulsione» di Aquilino dal Movimento Cinque Stelle. Chi è Aquilino? Lo si può definire un cattolico attivamente impegnato dentro il Movimento Cinque Stelle sul tema dei diritti etici, in particolare sul tema della famiglia, del matrimonio tradizionale, fra uomo e donna, ma anche sui temi della libertà di pensiero ed espressione. L’«espulsione» sarebbe avvenuta nelle modalità tipiche di una lettera raccomandata che a nome di Giuseppe detto Beppre Grillo inibisce l’uso del logo di esclusiva proprietà privata dello stesso Beppe, alla quale è stata spesso manifestata la mia personale simpatia e adesione. Ma ciò non mi impedisce di ragionare su un atto che mi sembra sbagliato e lesivo per gli interessi politici generali del Movimento, sotto attacco da parte dei nemici in un tentativo di produrre anche dentro il Movimento la solita balcanizzazione che osserviamo sugli scenari geopolitici.

Uso le virgolette in «espulsione» perché vado da sempre dicendo in giro che nel Movimento Cinque Stelle non esistono le «espulsioni», proprie di tutti gli altri partiti. L’unico strumento di cui Beppe dispone per “governare” il Movimento è l’inibizione dall’uso del Logo. Ma quando e come ciò può avvenire. A chi può essere rivolto? Direi a singoli candidati principalmente al momento della presentazione di Candidature Cinque Stelle alle varie elezioni che si svolgono sulla base della leggi elettorali vigenti per il Parlamento europeo o nazionale, per Regioni, Comuni, Municipi... Ed anche in questo caso non interrompe la durata del Mandato o fa decadere l’Eletto con il simbolo Cinque Stelle.

Vale anche la consueta commerciale. Come non posso mettere il marchio Algida a un gelato da me prodotto in casa e messo in vendita per le strade, così non posso aprire un sito, una televisione o un giornale con il simbolo Cinque Stelle senza essere autorizzato da Beppe Grillo, che potrebbe subito far causa. Né posso (vedi Becchi, che però non ha mai fatto questo) partecipare a un Talk show e dire che ciò che io dico e penso è la posizione ufficiale del Movimento Cinque Stelle. Se poi appaiono parlamentari eletti con il Logo Cinque Stelle, potrà esserci poi la solita procedura disciplinare interna ai gruppi parlamentari, ma non si può certo annullare il risultato elettorale e non vi è decadenza dall’ufficio.

Vi è poi un caso minore, ma significativo. L’uso di distintivi, magliette e simili, che vengono posti in vendita e sono una delle fonti di finanziamento del Movimento. È ormai invalso l’uso che nelle riunioni ufficiali e pubbliche gli “attivisti certificati” usino un distintivo per potersi riconoscere fra di loro. Non sembri ozioso il caso. Mi ero trovato a Londra a partecipare a varie manifestazioni di carattere politico e mi ero chiesto, anzi ho chiesto se potevo mettere la spilla (acquistata due euro l’una) durante i cortei per le strade o nei Forum all’interno di sedi universitarie inglesi. Non se se è stato veramente interpellato lo Staff di Grillo, ma qualcuno mi ha risposto di non preoccuparmi e che potevo tranquillamente usarlo, se volevo. Ne ho fatto assai poco uso, perché non mi piace in genere portare addosso marchi e distintivi: neppure l’onorificenza di Cavaliere se mai me la concedessero! Un caso aggiuntivo mi è capitato in una sala d’albergo, durante una conversazione con un gruppo di amici inglese, organizzati in una loro propria associazione, forse l’UKIP. Mentre spiegavo nel mio cattivo inglese cosa era il Movimento Cinque Stelle, almeno secondo la mia interpretazione, facevo vedere il distintivo. Ed ecco che il mio dialogante interpretava la cosa come un regalo e quindi si appuntava sul petto il distintivo ed andava poi così in giro per Londra, ma non era certo un Attivista inglese del Movimento Cinque Stelle. Non era stata mia intenzione fare il regalo, che aveva un costo da me pagato, ma ormai mi sembrava assai scortese richiederlo indietro.

È qui il caso di menzionare anche l’art. 49 della costituzione, ma applicato con una legge di regolamentazione. Esso però statuisce abbastanza chiaramente (o almeno così la pensa una certa dottrina e ignoro se vi sia giurisprudenza né ho voglia di farne ricerca) che si tratta di un “diritto” che ogni cittadino italiano ha di iscriversi a partiti e movimenti politici, supposti tutti come legali e democratici. Al suo interno un cittadino può far valere a confronto le sue idee e opinioni politiche, le sue prese di posizioni in ordine ai temi più disparati. In questo modo partecipa, in modo democratico e perfettamente legale, alla formazione della politica nazionale. Beppe dunque non concede un favore a chi aderisce al Movimento, ma è chi aderisce che si avvale di un suo diritto, che può essere disciplinato da una normativa di partito che deve essere ritenuta “democratica”. Non vorrei tediare oltre su questo punto.

Venendo dunque alla Lettera, per quel che ne so dalla rete, essa non entra minimamente sul merito, cioè sulle posizione “cattoliche”, ossia religiose di Aquilino e altri. Gli si dice soltanto che non può usare il Logo di proprietà Beppe Grillo. Non entra per nulla sulla questione di merito: la posizione del Movimento sul tema della famiglia, del matrimonio, della sessualità, diciamo sinteticamente sui “temi etici”, di cui nulla si dice nei famosi 20 di Programma e dunque si deve supporre che libero è il dibattito e tutte le lecite le posizioni espresse. Con il ritiro del Logo Beppe ha forse inteso censurare e combattere le posizioni cattoliche di Aquilino sul matrimonio e le coppie gay? Nulla di questo è detto esplicitamente, ma all’interno del Movimento vi è chi interpreta che sarebbero vietate le correnti, fazioni, sottogruppi e simili. Questo addebito è però negato dagli interessati, che anzi obiettano come a un dichiarato sito di Lesbiche, Omosessuali e Transsessuali non sia stata fatta analoga contestazione del Logo. Dunque 9 milioni di elettori Cinque Stelle son tutti Lesbiche, Omosessuali, Transessuali? Non direi proprio! Ed allora qualcosa non quadra.

Esprimo subito la mia posizione, interna al Movimento, quando e se mai sarà possibile un ampio dibattito e confronto su questi temi che direi stanno passando per spallate lobbistiche. È come se un gruppo gay all’interno del Movimento si fosse metodicamente organizzato per imporre le proprie vedute sulla testa di tutti. Da qui legittime reazioni che vengono fuori un poco alla volta e in modo non organizzato e disperso. Ahimé, anche all’interno di Movimenti in apparenza i più democratici e aperti non si può mai escludere la presenza di camarille, cordate e simili. Per le ultime europee si legge addirittura che ai candidati sarebbe stato fatto firmare una dichiarazione con la quale si impegnavano sulle posizioni degli Omosessuali e affini. Io sono stato pure candidato alle Europee, ma non ho firmato e mai avrei firmato una dichiarazione simile, non ne ho neppure saputo e se vi è stata è una delle spiegazioni della mia mancata elezione alle nostre “primarie”. Ma è un fatto gravissimo che se davvero avvenuto invalida tutto il sistema...

Dicevo dunque la mia posizione sui temi etici, per quanto fino a questo momento ho potuto riflettere in modo non preconcetto e dogmatico. Al riguarda la posizione più nota ed elaborata è quella tradizionale cattolica sul matrimonio e la famiglia. Non la si può ignorare in nessun caso, ma non è detto che sia la sola possibile in contrapposizione alla filosofia politica e civile degli Omosessuali e affini. Provo a enunciarla in modo schematico e salvo ulteriori approfondimenti. Che ognuno di noi nasca da un uomo e una donna è un fatto incontrovertibile. È sempre stato così da quando esiste la specie uomo, sia essa intesa come creata da Dio o un prodotto della Evoluzione. Ed è non meno incontrovertibile che se un uomo e una donna smettono di procreare non sarà possibile la continuazione della vita umana sulla terra... E forse non sarebbe per l’Universo e la Natura un grande male, anzi cesserebbe il Male sulla terra.

Per quanto riguarda gli Omosessuali e Affini è da chiedersi e comprendere: cosa vogliono veramente e propriamente? Se si tratta di un complesso di diritti, anche patrimoniali, non è questa la linea di resistenza, almeno la mia. Il diritto alla reversibilità della pensione in favore della persona a carico e senza reddito proprio, che rischierebbe la fame e l’indigenza, io lo riconoscerei a chiunque (finanze permettendo), a prescindere da legami di natura sessuale. Potrebbe trattarsi di un amico, compagno di lotta e di tutti di studi... Tutti ricordano il lungo sodalizio Marx Engels, che io sappia non di natura omosessuale. Engels aveva risorse economiche, mentre Marx era assai spesso nell’indigenza. Adesso scandalizzo: riconoscerei un simile diritto perfino al proprio cane o un ente morale privo di fondi... Era il caso della “mano morta”, poi abolita per legge... Le chiese erano divenute i più grandi proprietari... Per dare potere ai genitori, che lo hanno perso del tutto, io riconoscerei loro il pieno diritto di disporre dei loro beni, diserendando i figli degeneri e ingrati... ormai avvezzi alla filosofia del solo diritti e niente doveri. E tutti sappiamo di tanti vecchi abbandonati a marcire negli ospizi...

Cosa vogliono dunque questi Signori? Forse mi sbaglio, ma ho l’impressione che non si tratti solo di diritti patrimoniali e protezioni giuridiche, ma vogliono la piena assimilazione e confusione con il matrimonio uomo-donna, senza essere una coppia eterosessuale uomo-donna basata sulla filiazione e la discendenza all’interno di quella unità chiamata famiglia, unità perlopiù ma non esclusivamente da vincoli di consanguineità e poi ancora legata da vincoli di parentela fino a costituire veri e propri clan e perfino tribù... Le “nazioni” storiche come le conosciamo, distinti dai “popoli”, hanno il loro vincolo nella consanguineità e nella procreazione uomo donna dentro una situazione chiamata matrimonio e famiglia. Per far vedere che non sono appiattito su posizioni cattoliche io non sarei neppure contrario alle quattro moglie dei musulmani, se è cosa radicata nell’eticità di un popolo.

Se gli Omosessuali, lesbiche e transessuali vogliono questo è come se una gallina volesse essere un gatto: cosa assurda e contro natura. Inoltre vi è una difficoltà insormontabile: il rapporto sessuale uomo e uomo, oppure donna e donna (sui transessuali non mi ci arriva l’immaginazione) non produce un figlio. E dunque se lo vogliono, entro l’istituto del matrimonio,  che rinvia necessariamente alla filiazione, dove lo vanno a trovare? Lo importano dall’Africa? Lo rapiscono per strada? lo comprano da coppie eterosessuali specializzate nelle produzione di prole a pagamento? Mi è capitato di leggere in un Forum che Omosessuali, Lesbiche e Transessuali sarebbero la grande maggioranza del paese. Io non ho statistiche scientifiche al riguardo, ma se così fosse l’acquisizione di prole sarebbe una produzione industriale di massa, o una rapina di massa... Tutte le notizie che si leggono sul rapimento di bambini nel mondo, per quanto strane e terribili, acquisterebbero una loro tragica, terribile spiegazione. Sto leggendo l’ultimo libro di Ida Magli, che in una pagina parla di un italiano e due francesi che sarebbero stati linciati in Madagascar perché sospettati del rapimento e traffico di bambini da cui verrebbero espiantati gli organi... Nelle stesse pagine si parla di bambini rapiti, privati degli organi e poi ritrovati fra le discariche delle immondizie...

Ma se non vi è un limiti alla pretesa dei diritti – penso a Rodotà specializzato nei “diritti” – mi chiedo perché mai non dovrebbe essere riconosciuto il diritto alla pedofilia, attualmente criminalizzato. Non essendoci padri (ve ne sono sempre stati anche di degeneri) che non difendono con la propria vita i propri figli, è chiaro che la prole di ogni parte del mondo globalizzato è alla merce di chiunque se ne voglia appropriare e fare l’uso che meglio crede. Non saprei dove ritrovare un brano di Nietszsche letto parecchi anni fa, dove si dice addirittura che il segreto dell’eccellenza della civiltà greca si trova nella pedofilia: si amavano tanto i bambini e gli adolescente, non solo in senso sessuale, da curare ogni aspetto della loro educazione.

E dunque, cosa vogliono questi signori? Vogliono “distruggere”, per non so quali traversie della loro psiche, la famiglia tradizionale basato su un uomo e una donna che condizione ordinarie generano figli che poi nutrono, accudiscono, allevano, educano, esercitando anche una funzione che non è soltanto della famiglia, ma anche è soprattutto di una società e comunità che vuole preservarsi e continuare ad esistere. Non di diritti si tratta dunque, di diritti negati che solo altri possiedono, ma di una vera e propria aggressione degli uni allo statuto esistenziale degli altri. Presentare tutta la faccenda come una rivendicazione di “diritti” è al tempo stesso sofisma, inganno, ipocrisia... Di “diritti” ormai non ve ne sono più per nessuno... La “civiltà del diritto” è al suo tramonto... Si avanzano pretese, anche le più assurde e contradditorie, e si da ad esse il nome di “diritti”... Una ideologia perversa che ha i suoi ideologi ha portato alla distruzione di ogni idea di società e comunità che da sole al loro interno possono produrre concreti diritti dando ad essi immediata applicazione, riconoscimento, vigenza, senza bisogno di giudici, avvocati, legislatori... Forse solo di politici, ma quelli di una volta, che ora non esistono più... Si continuano a chiamare politici, ma sono agenti delle banche, delle lobby, spesso addirittura agenti dei servizi segreti, come Bel Alì deposto presidente della Tunisia... Io dissi una volta al riguardo, in un convegno: per uno di cui sappiano e siamo certi, quanti altri ve ne sono di cui non sappiamo? Vi fu una fragorosa risata e si disse che potevano essercene pure fra i convegnisti senza che potessimo saperlo!

Il Movimento, dunque, non ha ancora una posizione a questo riguardo, ma non ne può uscire “espellendo” questo o quello. Io mi auguro che Beppe Grillo, leader indiscusso e solitario, senza un vero gruppo intorno a se, passi presto a pronunciarsi su questo tema, come ha appena fatto per l’immigrazione e l’euro. E dica agli italiani se i figli possono ancora farli al modo antico, o devono importarli dall’Africa ovvero trasformarli da orfani di genitori ammazzati in Siria, Iraq... in figli affidati a coppie che non possono produrne di proprie... Che sia un larvato ritorno alla schiavitù non mi sembra sia cosa insostenibile... Le cose e le situazioni sono spesso le stesse e mutano solo di forma, e mutando sono spesso peggiori di come erano nelle forme precedente...

Invito pertanto, al termine di questa bozza, gli Amici del Movimento a non abbandonare l’aggregazione, rispedendo magari a Beppe il suo Logo, ma dicendogli che non si tratta di uso improprio o non autorizzato di un simbolo, ma dell’uso che lo stesso Beppe deve saper fare del voto che gli è stato dato. Questo non è e non vuole essere un attacco denigratorio a Grillo, i cui meriti politici ho sempre decantato, ma di una lecita e pubblica critica alla decisione improvvida affidata al suo Legale, che non giova al Movimento. Questo deve continuare a crescere non potendo andare a... “consociazione” con altri partiti. È necessario pertanto che al suo interno trovino spazio tutte le contrapposizioni di una società e che nel confronto pacifico, rispettoso, onesto, leale trovino la giusta composizione. Sappi comunque Beppe che per quanto mi riguarda, coi tempi che corrono, mi guardo bene da ogni uso del Logo... Mi sono limitato a metterlo a Circo Massimo, ma fuori di quel perimetro me lo sono tolto... E così per tutte le agorà e i meetup ufficiali. Se poi porteranno alle sua attenzione, come hanno fatto ieri sera i Signori Omosessuali, gli articoli diffamatori di Repubblica, che ancora circolano in rete e che vengono sempre tirati fuori dai  miei interlocutori quando restano a corto di argomenti, gli farò io scrivere dal mio Legale per notificargli i decreti di assoluzione con formula piena e gli atti di causa contro il quotidiano La Repubblica (proprietario, giornalista, direttore).

(1ª versione: scritto di getto, mi riservo ulteriori correzioni, di refusi e di sostanza, di forma, ecc. secondo il mio stile di scrittura online, spesso enunciato e distinto dalla composizione tipografica.)

lunedì 6 ottobre 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: «Miti giuridici e regolarità politiche»

* Questo testo esce contemporaneamente sulla rivista Online "Behemoth”.
MITI GIURIDICI E REGOLARITA’ POLITICHE

Sommario: 1. La mitologia giuridica secondo Santi Romano. –  2. Mito e miti giuridici 3. Concezioni di Mosca e Pareto 4. Distinzioni dei miti 5. Miti giuridici di un tempo ed attuali 6. Loro distinzione fondamentale 7. Miti giuridici e regolarità della politica.

1. La mitologia giuridica secondo Santi Romano. – Nei “Frammenti di un dizionario giuridico”, Santi Romano si poneva la questione della mitologia giuridica. Rilevava che “Il mito è stato particolarmente, anzi quasi esclusivamente, definito e studiato in relazione alle credenze religiose, che certo ne offrono gli esempi più tipici e caratteristici. Esso però si riscontra anche in campi diversi e, fra gli altri, in modo molto interessante, in quello del diritto”; considerazione ovvia dato che il mito, soprattutto della specie “politico” ha svolto un ruolo assai rilevante nel pensiero (e nelle vicende) in particolare della prima metà del XX secolo. E scriveva che “C'è tutta una mitologia, che ben può dirsi giuridica, e da questo punto di vista sembra che possano utilmente valutarsi una serie di opinioni e di principii, che, di solito, sono presi in considerazione sotto altri aspetti” . Subito dopo  notava che “il mito non è verità o realtà anzi è l'opposto e quindi la mitologia giuridica è da contrapporsi alla realtà giuridica, che in apposita voce di questo dizionario si è cercato di definire” (1). E approfondendo la distinzione (definizione) del mito scriveva che “non tutte le concezioni, le opinioni, le credenze che si ritengono giuridiche, ma che tali effettivamente non sono, perché contrarie o estranee ad un ordinamento  giuridico, sono da classificarsi fra i miti” .

Sulla linea di note concezioni, il giurista siciliano sottolineava il senso mistico-fideistico del mito .
Il mito giuridico ha connotati distintivi rispetto al mito (come genere) “Il mito religioso è essenzialmente popolare; il mito giuridico può formarsi e limitarsi entro una cerchia più ristretta di persone, ma anch'esso non è opinione singolare o isolata” (quindi è sociale, non individuale) . Peraltro “Non è nemmeno da escludere che artefici di miti possono essere dei giuristi, cioè coloro che pure dovrebbero essere in grado di giudicarli come tali e respingerli” . Le fonti del mito sono diverse “e non sempre è facile discernere quando essa ha origine teorica, quando pratica, e quando, come spesso avviene, l'una assieme all'altra”. La mitologia giuridica fiorisce specialmente nelle situazioni rivoluzionarie “In questi periodi, nei quali si tenta di abbattere gli ordinamenti vigenti sostituendoli  con dei nuovi, ha naturalmente scarsa importanza la realtà giuridica, nel senso che si è definito, cioè il complesso dei principii, delle ideologie e delle concezioni che stanno a base del “ius conditum”, e invece vengono in prima linea le ideologie che combattono per informare di sè il “ius condendum” ”.
Le assemblee costituenti sono in gran parte formate da persone sprovviste di cultura giuridica e “costituiscono l'ambiente più adatto alle più varie mitologie giuridiche, così a quelle che hanno carattere del tutto popolare, come a quelle di origine più o meno dottrinaria. Queste ultime anzi hanno il più delle volte maggiore influenza delle prime”. Questo perchè mentre quelle popolari sono vaghe ed imprecise “quelle dottrinali invece hanno la rigidezza dei dommi, assumono una certa forma logica, e si rivelano perciò suscettibili di essere tratte a conseguenze ed a sviluppi, che ad esse conferiscono una maggiore parvenza di verità” .

Nel porsi poi per i miti giuridici il problema, già proposto per quelli religiosi, ovvero se siano perciò più spesso retaggio di popoli particolari, Santi Romano scrive “si potrebbe fondatamente ritenere, che, come ci sono indubbiamente dei popoli più inclini all'elaborazioni delle credenze religiose, anche di quelle che hanno carattere mitico, così è probabile che i miti giuridici trovino in alcune nazioni un terreno più propizio alla loro formazione”. Nazioni che sarebbero quelle dove sono più forti e continue le tendenze rivoluzionarie .

Con queste premesse, nell'indicare i miti giuridici (dell’epoca), il giurista ne enumera tre, tutti connessi al pensiero politico e alle rivoluzioni moderne: stato di natura, contratto sociale, volontà generale. Questi ultimi sono quelli che trovano più adepti tra filosofi e giuristi “la cui immaginazione dal campo delle teorie e delle ipotesi scientifiche si lascia trascinare, più o meno inconsapevolmente, in quello della mitologia”. A tale proposito si può “ rilevare, e non è senza importanza, che in esse affiora la tendenza propria dei miti e già da altri (Croce) notata, di immaginare enti che non esistono e di dar vita a cose inanimate o anche a semplici astrazioni”. E di dar loro vita con delle personificazioni “ ora del popolo, ora dello Stato, ora di certe istituzioni di quest'ultimo che avrebbero il compito di costituire o esprimere o rappresentare tale volontà” (generale).

Per cui tali miti finiscono col diventare realtà giuridiche; infatti possono considerarsi (come ad esempio le personificazioni) mitiche “quando non hanno fondamento e riscontro in effettivi caratteri delle istituzioni che costituiscono un ordinamento giuridico positivo. Viceversa, possono essere e sono vere realtà giuridiche se e quando determinano la struttura, gli atteggiamenti concreti, il funzionamento delle istituzioni”.

Il giurista, nel concludere il breve scritto, dichiarava che non intendeva “attribuire alla mitologia giuridica il carattere meramente negativo di un insieme di concezioni soltanto fantastiche e perciò stesso dannose e pericolose”; perché spesso “il mito scaturisce da bisogni pratici, di cui non si ha sempre chiara coscienza, da intuizioni nebulose che pure hanno elementi di verità, da istinti oscuri, ma profondi. E allora il mito, che non è realtà, ed è anzi l'opposto della realtà, può segnare il principio di un cammino che conduce alla realtà, non solo scoprendola, ma addirittura creandola” e a tali miti “il diritto deve molto e, fra gli esempi che sopra si sono addotti, alcuni confermano che non poche delle attuali realtà giuridiche non hanno che tale origine” ma ciò non toglie “che altri miti invece, (sono) rimasti “ombre vane fuor che nell'aspetto” e nelle forviate credenze di filosofi o di giuristi, possano determinare errori gravi e non innocue utopie” .

2. Tale conclusione di Santi Romano presenta  caratteri divergenti e altri comuni alle concezioni del mito e del mito politico in particolare. Senza voler fare un'analisi delle numerose tesi al riguardo, si possono sintetizzare (e accorpare) le varie concezioni del mito in  categorie.

Fin da Platone - secondo una di queste - il mito è stato considerato una forma alle volte fuorviante, ma altre valida di conoscenza  in particolare per ciò che indica come giusto per la condotta umana ; da Vico era considerato una forma autonoma di elaborazione di pensiero e di regole di condotta, adatta a un determinato stadio (“giovanile”) della vita di un popolo . Il mito quindi è verità, ma espressa poeticamente e fantasticamente.

Secondo un'altra concezione il mito è una rappresentazione degli assetti di potere e dei valori di un gruppo sociale. In questo senso il mito può essere ricondotto a una “derivazione” secondo la terminologia di Pareto, o a un elemento (fondamentale) della “formula politica” di Gaetano Mosca.
A queste va accostata la concezione di Sorel secondo il quale il mito è un'organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente “tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra impegnata dal socialismo contro la società moderna”.

Onde il mito è essenzialmente un moltiplicatore/suscitatore di volontà, fondato su intuizioni e rappresentazioni largamente condivise nel gruppo sociale e  idonee a supportare il consenso e indirizzare l'opinione e l’azione politica di massa .

Tali diverse concezioni del mito trovano una corrispondenza nel mito giuridico.

La prima è il rapporto idea (racconto) - verità. Vi sono miti che corrispondono a verità, e la esprimono in forma metaforica e intuitiva, ed altri che sono frutto di pura fantasia. Il criterio distintivo è peraltro verificabile in corpore viri, cioè in concreto, nella storia che, come sosteneva de Maistre, è la “politica applicata”.

Ad esempio uno dei miti più famosi è quello della fondazione di Roma. Nel racconto che ne fa Plutarco si desumono due regole dal comportamento di Romolo e Remo. A seguito del disaccordo sul luogo dove edificare la città, si decise di rimettere la decisione al “divino”. Dato che prevalse Romolo (forse con la frode) lo stesso cominciò a scavare il fossato all’interno del quale edificare le mura della città, mentre Remo lo derideva ed ostacolava. Ma quando attraversò con un salto il fossato Romolo (o uno dei suoi seguaci) lo uccise. Da tale racconto (a parte la frode di Romolo, anch'essa mezzo normale della politica) è possibile ricavare due regole di grande importanza per la saldezza e durata delle istituzioni (quelle politiche soprattutto): la prima è che il vertice dell’istituzione deve essere unico e  una la direzione politica (se esercitata da un organo monocratico o collegiale, rex aut senatus, è secondario); in caso contrario la decisione può non essere presa (anche se è di vitale importanza) e viene delegata al caso, comunque a un qualcosa che esula dalla responsabilità (umana). L’altra che il confine - in senso ampio - differenzia ciò che è interno o esterno alla comunità ed è essenziale per l'ordine e l'unità della stessa. A trascurare queste regole, o a confortare anche interpretativamente il contrario o ad indebolirle s' “impara più presto la ruina che la preservazione sua”, come scriveva Machiavelli ; e ve ne sono tanti esempi nella storia che è superfluo ricordarli.

Santi Romano ha individuato poi il carattere distintivo tra miti frutto di pura fantasia e miti costitutivi-rappresentativi di realtà giuridiche.

Il criterio è “fattuale”: è mito giuridico quello che si istituzionalizza, diventa cioè realtà giuridica. Si poteva rispondere che tale criterio non è tale perché, specie nel XX secolo, ci sono stati miti che sono diventati istituzioni, pur rimanendo frutto di fantasia e di stravolgimento della realtà. Un esempio classico è stato il comunismo, che dall'alba al tramonto è durato quasi quanto il “secolo breve” (nel caso sovietico, il più longevo). Senonché una tale obiezione non coglie nel segno: per intendere appieno il concetto di diritto dei giuristi istituzionisti bisogna partire da due connotati fondamentali dell'istituzione (cioè del diritto) e/o dell'ordine sociale, ossia durata e movimento. Quest'ultimo al momento non interessa. Quanto alla prima scriveva Hauriou che  il primo dei vantaggi di un potere esercitato in nome di un'istituzione è la durata, perché il proprio “dell'istituzione è durare più a lungo degli uomini, e quindi di far durare il potere esercitato in proprio nome” .

Santi Romano in un'altra opera scrive “esistente e, per conseguenza, legittimo è solo quell'ordinamento cui non fa difetto non solo la vita attuale ma altresì la vitalità. Su quale base logica tale concetto riposi è appena necessario mostrare. La trasformazione del fatto in uno stato giuridico si fonda sulla sua necessità, sulla sua corrispondenza ai bisogni ed alle esigenze sociali. Il segno, esteriore se si vuole, ma sicuro che questa corrispondenza effettivamente esista, che non sia un'illusione o qualche cosa di artificialmente provocato, si rinviene nella sucettibilità del nuovo regime ad acquistare la stabilità, a perpetuarsi per un tempo indefinito” e aggiunge “Finché ciò non avviene, si potranno avere supremazie che s'impongano con la forza, ordinamenti che sembrano, a reggitori improvvisati o a masse esaltate, costituiti e che invece non lo sono e fors'anche non lo saranno mai, ma non nuovi Stati e nuovi Governi. Questi - e ciò è implicito nel loro stesso concetto - non possono essere passeggere creazioni che si formino o si disfacciano a capriccio degli uomini: essi sono il risultato di innumerevoli forze e di procedimenti che hanno radici secolari nella storia” .

Per cui i miti che riescono ad istituzionalizzarsi nel senso della creazione di istituzioni o di organi istituiti dalle stesse, divengono realtà giuridica; quelli frutto di fantasia non compiono mai questo cammino .

L'altro elemento distintivo del mito suggerito da Santi Romano è connesso alla cognizione: quando il mito esprime  verità (come nel caso del mito della fondazione di Roma) e quando invece è una mera fantasia. In tal caso anche se poi i secondi hanno un certo successo (e con ciò torniamo al precedente fundamentum distinctionis) resta il fatto che sono comunque irreali e realizzano cose diverse da quelle volute. Non bisogna dimenticare che, come scrive Sorel “c'è eterogenesi tra fini realizzati e fini dati: la più piccola esperienza ci rivela questa legge, che Spencer ha trasferita nel mondo materiale per dedurne la sua teoria della moltiplicazione degli effetti”; quindi i miti che non si sono tradotti in realtà giuridica (se non in modo effimero, o comunque non giuridici nel senso sopra condiviso) hanno avuto  effetti diversi dalle intenzioni, ma spesso positivi. A cominciare dalla decisione della Convenzione della Francia rivoluzionaria di chiudere nell'arca il proprio “progetto costituzionale” cioè la Costituzione dell'anno I (24 giugno 1793), dopo averla votata perché renderla vigente avrebbe gravemente ostacolato la difesa della nazione.

E nessuno si è sognato di riaprire quell'arca, neanche in tempo di pace, perché i connotati essenziali di quella costituzione: assemblearismo, estrema  democraticità, debolezza del potere governativo, la rendevano di difficile applicazione (quindi fonte di disordine e gracilità) anche in tempo di pace. Quel che sortì fuori dal mito rivoluzionario (come espresso nella costituzione “sospesa”), fu assai diverso: una dittatura sovrana, che ebbe successo nella difesa del paese, grazie agli enormi poteri , alla mobilitazione delle masse e al terrore. Cosa che rientra in pieno nell' “eterogenesi dei fini” del mito, affermata da Sorel.

E' da notare che per miti del genere l'eterogenesi dei fini (o paradosso delle conseguenze) è la regola. Con la conseguenza che, di norma, quel che di giuridico costruiscono è ciò che è fattualmente possibile, spesso solo una (per lo più modesta) variazione di ciò che la storia, e la storia delle istituzioni già conosce . Al mito marxiano della società comunista (senza Stato e senza politica), cioè un regime contrario alla natura umana (zoon politikon) e alle regolarità del “politico” (Miglio e Freund), corrisponde la realizzazione di una dittatura sovrana, che è una species moderna di un genere di reggimento politico diffuso nelle comunità umane: dal dispotismo orientale, alla tirannia fino alle versioni molto più soft come la dittatura romana, temporanea e controllata (da altri poteri). Dell'altra (la società comunista) non s’è vista neppure l'ombra, proprio perché irreale, ossia impossibile a tradursi in concreto.

3. Nelle concezioni del mito c'è anche quella che li considera delle rappresentazioni utili, per lo più alla classe dirigente, che se ne appropria,e/ o li propone e li diffonde per guadagnare legittimità e consenso: nei casi  d’eccezione per motivare le masse (da mobilitare, come in caso di guerra).

Nella forma più estrema servono cioè a rafforzare l'inimicizia, il sentimento ostile che è uno degli elementi fondamentali della lotta (armata). Non solo nella guerra, ma anche nelle rivoluzioni, dove il nemico è interno. La cosa “strana”  - ma logica - è che proprio le rivoluzioni, più ancora delle guerre, hanno un effetto “fondativo” delle istituzioni e dei regimi politici. In ispecie quelli moderni dove a un cambiamento (cambiamento) di classe dirigente corrisponde quasi sempre una nuova costituzione.

Nel pensiero degli elitisti questo è attentamente evidenziato: il rapporto tra potere - e organizzazione dello stesso - e giustificazioni del potere è affermato da Gaetano Mosca: “la classe politica non giustifica esclusivamente il suo potere col solo possesso di fatto, ma cerca di dare ad esso una base morale ed anche legale, facendolo scaturire come conseguenza necessaria di dottrine e credenze generalmente riconosciute ed accettate nella società che essa dirige” il quale trovava anche il termine per definirlo “Questa base giuridica e morale, sulla quale in ogni società poggia il potere della classe politica, è quella che in altro lavoro abbiamo chiamato e che d'ora in poi chiameremo formola politica” (il corsivo è nostro). Il che non significa che “le varie formole politiche siano volgari ciarlatanerie inventate appositamente per scroccare l'obbedienza delle masse... La verità è dunque che essere corrispondono ad un vero bisogno della natura sociale dell'uomo; e questo bisogno, così universalmente sentito, di governare e sentirsi governare sulla sola base della forza materiale ed intellettuale, ma anche su quella di un principio morale, ha indiscutibilmente la sua pratica e reale importanza”. Per cui è “necessario anche di vedere se, senza qualcuna di queste grandi superstizioni, una società si possa reggere; se una illusione generale non sia cioè una forza sociale, che serve potentemente a cementare la unità e la organizzazione politica di un popolo e di un'intera civiltà” . E' da notare l'insistenza con cui Mosca relaziona la “credenza” all'assetto istituzionale (giuridico).

Anche per Pareto le derivazioni sono connotate di guisa che i “miti” vi si possono ricondurre, in particolare per il riferimento all'autorità; sia quando si trovano in accordo con sentimenti e convinzioni per lo più condivise nel gruppo sociale. Proprio l’impostazione realistica e la prevalenza nel comportamento umano delle azioni non logiche, lo porta a considerare le derivazioni, e quindi i miti, spesso utili alla società. che contribuiscono a mantenere unita (e salda).

4. Questo rapido - e forzatamente lacunoso - percorso sul mito “giuridico” (che è spesso un mito giuridico-politico), porta a distinguere i miti giuridici (o ad effetti giuridici) in diverse classi a secondo della verità e dell'utilità degli stessi.

Miti veri: raramente, se correttamente applicati, tornano controproducenti. Dannoso è, quasi sempre, non tenerne conto. Così quello che insegna il mito, prima ricordato, della fondazione di Roma. Il “dualismo di poteri” nella stessa comunità politica è sempre stato fonte di dissoluzione e dis-ordine; nei casi migliori di debolezza istituzionale e quindi di libertà politica (della comunità) ridotta. Preludio alla fine e, più spesso, alla divisione (itio in partes) di questa.

Così - al contrario - il mito della bontà dell’uomo, nelle varie specie in cui è stato formulato, ad esempio quella del “buon selvaggio”. Che di sicuro era selvaggio, ma altrettanto certamente era di un tipo per così dire inaccettabile e poco rassicurante di bontà, praticando spesso sacrifici umani e antropofagia. Pratiche finalizzate a placare le divinità o acquisire le virtù del...pasto, ma l'ingenuità di certe credenze primitive non è segno di superiorità morale.

Tuttavia presupporre l'uomo buono, in tutte le varie declinazioni che può assumere, è un “mito” distruttivo perché in una società dove gli uomini fossero buoni governi, giudici, poliziotti e così via, come scrive Schmitt, sarebbero inutili.

Mentre la contraria convinzione (di cui al racconto biblico del peccato originale) che l’uomo può scegliere tra male e bene, reale e verificabile in concreto, rende spiegabile e giustificabile l'istituzione del potere.

Miti non veri ma utili: ovvero il caso dell' “eterogenesi dei fini” (o come la denominava Freund, paradosso delle conseguenze). E' specie frequente e considerata spesso una risorsa sociale e non dannosa, se, come in tutte le attività pratiche, consegue risultati positivi: s'intende per la comunità e per l'istituzione che ne beneficia.

Ciò che la distingue è lo iato che separa aspirazioni e risultati: quelle destinate a non realizzarsi, mentre questi, spesso opposti, divengono azione politica e (anche) realtà istituzionale.

Miti né veri né utili (alla comunità e all'istituzione): ve ne sono tanti e sarebbe inutile elencarli. Le caratteristiche che più frequentemente presentano è d'essere utili a ristrette cerchie della popolazione - in genere la classe dirigente (e sue frazioni): compensano la scarsa utilità comunitaria con un’alta utilità “corporativa”. Quanto a tradursi in risultati, e divenire anche in modo paradossale realtà giuridica, occorre distinguere. Possono diventare realtà giuridiche, ma in modo controproducente e così dissolutorio della sintesi istituzionale e della comunità. Essendo il mito destinato a favorire interessi “di nicchia” per lo più si realizzano in norme ed istituti limitati e defilati, e data tale caratteristica sono relativamente  dannosi (almeno nel breve-medio termine). Sono spesso miti in “formato ridotto”, la maggior parte delle volte più propaganda che racconto o credenza mitica. Ma altri hanno avuto effetti epocali: ad esempio il mito del ritorno di Quetzalcoatl atteso dalle popolazioni messicane più o meno nel tempo dello sbarco di Cortés, che finì con l'essere scambiato con il Dio-eroe Tolteco; o il mito della “libertà” polacca (cioè essenzialmente quella della grande aristocrazia) che fu la causa prima dell'anarchia e della dissoluzione della Polonia del '700.

5. Santi Romano elenca, come scritto, tre miti giuridici moderni. Tutti caratterizzati dall'aver una certa suscettibilità a tradursi in realtà giuridica.

E, del pari, una intrinseca politicità, dato che assumono il connotato di discriminanti politiche, di bandiere sventolate contro altri gruppi umani. La loro capacità d'istituzionalizzarsi aumenta di conserva con il loro carattere di scriminante politica. Lo stato di natura è rivolto contro chi ritiene che ogni diritto sia costituito (e conculcabile) dallo Stato; ne deriva anche la liceità dei diritto di resistenza al potere che toglie ciò che l'uomo ha per “natura”. Il contratto sociale, come tutti i contratti, suggerisce l'idea di un accordo tra uguali, e come tutti i contratti è soggetto a risoluzione e a valutazione  dei contraenti. E' oggettivamente opposto alla concezione della legittimità storica, del potere (e della diseguaglianza) “naturali”.

La volontà generale è polemicamente indirizzata contro il potere minoritario, cioè i regimi monarchici od oligarchici. Con il costituire la scriminante con altri gruppi umani, cioè col suscitare (una potenziale) inimicizia, determina anche solidarietà sociale ed identità comunitaria, che si traduce in istituzioni (più o meno) coerenti con il mito.

I tre miti giuridici elencati da Santi Romano sono tra i principali della modernità (anche se ne manca uno, assai considerato all'epoca in cui scriveva il giurista siciliano, cioè il marxismo-leninismo e, in generale, il socialismo utopistico); adesso gli stessi appaiono in deciso ribasso, offuscati da altri.

I quali hanno il carattere comune di essere non-politici, di mancare o contraddire qualche (importante) regolarità, presupposto, aspetto o conseguenza della politica  e del politico.

Il primo dei quali è il mito tecnocratico, cioè quello espresso nel modo più conseguenziale e deciso da Saint-Simon, ovvero della società in cui l'amministrazione delle cose sostituirà il governo degli uomini. In realtà nessuno l'ha visto realizzarsi, se non nel coro adulatorio di qualche governo sedicente tale  (e di corta durata). Ciò perché la natura (e l'inconveniente) del potere è tale che  oscilla tra i due abissi dell'oppressione e dell'anarchia, come sosteneva de Maistre. Un governo forte è tentato di opprimere: ma se debole è impotente a tutelare. Per cui il pensatore controrivoluzionario sosteneva che la società umana è in mezzo a questi abissi  (cioè non basta che un governo sia tecnocratico perché non abbia necessità di comandare). Nella realtà certi governi (tecnici) finiscono per risolvere  a modo loro tale alternativa: sono insieme deboli nel proteggere, ma forti nell’opprimere (finiscono col realizzare l’inverso della situazione ottimale).

Un altro è il relativismo giuridico-politico. Il quale confonde verità e certezza, scienza e diritto, conoscenza e volontà. Per cui si applica alla realtà sociale una (rispettabilissima) dottrina gnoseologica che afferma la relatività della conoscenza: che è giocoforza diventi relatività di norme, comportamenti, valori e istituzioni in materia pratica (morale e giuridica). Senonché un’istituzione politica è tale se ha, come scriveva de Bonald, un “punto” in cui è assoluta; ciò che le è essenziale, è l’autorità e non la verità, perché funzione dell’autorità è dare certezze, non verità, come sosteneva Vico “certum ab auctoritate, verum a ratione” ; anche le bizzarrie più evidenti, in ragione dell’esigenza di certezza, diventano comandi intangibili e coercibili se enunciate nel giudicato; e si potrebbe continuare a lungo.

Ma è evidente che il relativismo è inidoneo a spiegare Stati e diritto; è in contrasto con l’evidenza. E si salva solo perché autocontraddittorio. Ad esempio se si afferma “La democrazia è relativistica, non assolutistica. Essa, come istituzione d’insieme e come potere che da essa promana, non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa: nei confronti dei principi democratici, la pratica democratica non può essere relativistica”  si afferma della democrazia che, almeno in certi casi, può non essere relativistica. Con ciò l’assoluto, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. D’altra parte anche un regime democratico (in quel senso) ha dei nemici: quelli che non pensano che la democrazia debba essere relativista: ad esempio gran parte dei fondamentalisti islamici, che condividono assai poco la democrazia e ancor meno il relativismo. Se poi si aggiunge che “la democrazia deve cioè credere in se stessa e non lasciar correre sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative”  (il corsivo è nostro), si comprende perché, per insegnare tale dottrina ai tedeschi e ai giapponesi, le democrazie anglosassoni praticarono bombardamenti terroristici, giungendo fino ad impiegare la bomba atomica.

Quindi un regime relativista impiega la forza come gli altri, ha nemici come gli altri e fa guerra come gli altri.

Il relativismo conseguente e non autocontraddittorio, cui si può applicare quanto scriveva oltre un secolo fa Maurice Hauriou dello spirito critico, è così un potente fattore di dissoluzione delle istituzioni  e quindi per spiegarle e costruirle è un “mito” e più precisamente di quelli che non possono realizzarsi (se non al minimo) e a realizzarli coerentemente e totalmente distruggono ciò che dovrebbero consolidare (e aiutare a comprendere).

Un altro mito, anch’esso frutto di diffusissime aspirazioni concrete unite a concezioni dotte è quello della “pace attraverso il diritto”, cioè attraverso i Tribunali (internazionali) sostenuto da Kelsen nella prima metà dello scorso secolo. Il cui modello lo ha fornito l’art. 227 del Trattato di Versailles, che prevedeva per Guglielmo II “uno speciale tribunale sarà costituito per provare l’accusa, assicurando a lui le guarentigie essenziali al diritto di difesa. Esso sarà composto da cinque giudici, uno designato da ciascuna delle seguenti Potenze: gli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e il Giappone”  (cioè i vincitori).

Santità e moralità offese sono un requisito essenziale di ogni processo del genere; peraltro servono a far trascurare il fatto che l’accusa è mossa dai vincitori, che gli accusatori nominano i giudici per processare il vinto e che non esisteva (nel caso) neanche un crimine giuridicamente qualificato come tale (nullum crimen sine lege). Tutte circostanze che nulla hanno a che fare con le garanzie della giustizia come normalmente intesa e praticata nelle democrazie liberali e molto, invece, con le conseguenze politiche della guerra. I “cloni” successivi hanno cercato di ridurre o eliminare alcune delle illegittimità ricordate (in particolare le Corti non sono composte solo da giudici designati dai  vincitori, di solito pre-costituite e non designate ad hoc) senza però poter ovviare al difetto essenziale. Ovvero quello che appare dal citato saggio di Kelsen, che si prende in esame tra i tanti di una letteratura copiosa, sia per l’autorevolezza del giurista, sia per il momento in cui lo scrisse: e cioè che per eliminare la guerra, per far funzionare concretamente una Corte internazionale come un Tribunale di diritto “interno” occorre o l’accordo delle parti (ma allora a che serve la Corte?) o una forza capace di costringere ad eseguire le decisioni. Ma se manca l’uno o l’altro ogni tentativo di ridurre o eliminare i conflitti, facendo “tintinnare le manette” è una favola, edificante quanto inutile. Il giovane Hegel considerava illusoria e incongrua ogni “unità” non realizzata attraverso un potere comune

E che pone un problema, a voler seguire la tesi di Kant per cui connotato del diritto è la coazione. Se è vero che nella specie, in astratto la coazione è possibile (e in questo senso, è diritto), occorre tuttavia considerare se possa costituire diritto, o almeno diritto efficace, una normativa la cui possibilità concreta di coazione sia rara ed episodica.

O se il tutto non  si traduca in un autodafé mediatico chiassoso ma (diversamente dal modello originale) di sostanziale innocuità. Il problema del rapporto tra validità ed efficacia delle norme se lo poneva anche Kelsen “perché non si può negare che tanto un ordinamento giuridico come totalità quanto una singola norma giuridica perdono la loro validità quando cessano di essere efficaci” .

6. La differenza tra i miti ricordati dal giurista siciliano e quelli sopra descritti è uno dei segni del cambiamento del common sense se non della generalità dei cittadini, almeno di parte della classe dirigente.

Invero i primi tre miti denotano il sentire comune di una percezione della comunità in crescita, l’alba di una nuova epoca, e la costruzione delle istituzioni (in maggior misura) influenzate da quei miti. In effetti tutti e tre sono miti costruttivi: lo stato di natura, almeno nella formulazione che ne da Hobbes (ma non solo), significa bellum omnium contra omnes, e l’opportunità di uscirne per costruire un ordine che garantisca pace e sicurezza. Anche l’altra faccia, quella evidenziata da Santi Romano, dell’ “anteriorità” dei diritti fondamentali è costruttiva perché sollecita la costituzione di un ordine che tenga conto di quei diritti innati.

Anche il contratto sociale ha un esito costruttivo: è all’origine del costituzionalismo moderno, della costituzione come atto consapevole e deciso dalla rappresentanza nazionale: non è solo il grimaldello per scardinare l’Ancien régime, è la base per ri-fondare l’istituzione-Stato.

Lo stesso ruolo riveste la volontà generale, che finisce, come scrive Santi Romano, con avere un ruolo decisivo nelle personificazioni dello stesso.

E, si può aggiungere, anche nella costruzione del principio democratico di legittimità e ancor più dell’importanza della discussione, comunque rapportato alla volontà e alla decisione a maggioranza (considerata almeno la più vicina alla volontà generale) .

Di converso i tre miti sopra enumerati, in gran voga dalla metà del secolo passato hanno tutti un effetto dissolutivo: non nei confronti di un regime “ancien”, ma delle stesse istituzioni politiche in genere.

Quanto al mito tecnocratico, si fonda sull’illusione che gli uomini possono non essere governati, ossia che non sia necessario il rapporto di comando/obbedienza: peraltro pone l’accento sulla capacità tecnica dei governanti (che, a dirla tutta, non guasta) ma è comunque subordinata al consenso politico, al rapporto governati-governanti .

Per cui a ragione Croce, in un passo assai citato rilevava che “Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’idea e nessuna voglia mostra di attuarla” .

Il mito relativista – chiaramente ed esplicitamente autocontraddittorio, presenta due mende fondamentali (d’altra parte, anch’esse, esternate dai sostenitori): che ogni regime politico ha dei valori (delle forme, dei precetti) non negoziabili, per cui nessuna forma politica può essere (conseguentemente) relativista.

E che, come sopra cennato, perché esista una comunità (una sintesi) politica occorre l’autorità: carattere della quale è dare certezza – cioè comandi eseguiti – e non verità .

Per cui una democrazia conseguentemente relativista ha la stessa probabilità di realizzarsi concretamente del governo tecnico e vale per la stessa il giudizio sopra citato di Croce, di non essere mai stata attuata dalla storia e che questa non manifesta intenzione di attuarla.

Quanto alla pace attraverso i Tribunali (meglio non scomodare il diritto più del necessario), anche qui è invertito il rapporto tra volontà e sentenza, tra decisione politica e decisione giudiziaria nonché tra jus dicere e coazione.

Fu de Maistre ad esprimere il principio che “dove non c’è sentenza vi è scontro”  ma senza pretendere che bastasse un qualsiasi organo giudiziario, ancorché composto da galantuomini benintenzionati, magari come il Tribunale Russel in voga ai tempi della guerra fredda, per far cessare l’ostilità e soprattutto la sua conseguenza – la guerra – che, come sosteneva Proudhon è connotato esclusivo e distintivo della specie umana. Per far la guerra infatti basta la volontà, cioè l’intenzione ostile ; così come per eseguire la sentenza occorre forza: accanto al volere occorre il potere di realizzare il volere.
Ma se la guerra è un fatto di volontà il mezzo reale per evitarla è di trovare un accordo e non di processare il nemico vinto, né tantomeno quello di minacciare il patibolo a qualcuno che, con la decisione di aggredire o resistere all’aggressione, mette a rischio la propria vita e quella degli altri, amici e nemici. Che poi alla fine del conflitto che costituisce (e sostituisce) una decisione su un nuovo ordine, lo si “doppi” con un processo è una cerimonia solenne quanto inutile essendo la decisione già avvenuta .

La possibilità che questi miti si realizzino è esclusa, che possa da ciò realizzarsi qualcosa di assai diverso con l’ausilio del “paradosso delle conseguenze” (Freund) non è invece da escludere. Ad esempio il mito dei Tribunali internazionali può contribuire a costituire nuove e più estese unità politiche a scapito della sovranità delle comunità che entrano a farne parte. Hauriou sosteneva che il diritto (e la giurisdizione) comune ha carattere “internazionale” perché volto a dirimere i conflitti tra i diversi gruppi umani in via di raggiungere l’unità politica (Dike); e ne contrapponeva i caratteri al diritto disciplinare volto a decidere i conflitti tra appartenenti allo stesso gruppo sociale (Thémis).
Così la giustizia e le Corti internazionali potranno persino costituire l’avanguardia di uno Stato federale e forse mondiale, che provveda sia a decidere i conflitti che ad applicare il diritto e le decisioni prese.

7. Il carattere dissolutorio dei miti giuridici contemporanei può comunque costituire la rappresentazione del processo di decadenza dello Stato moderno, così come i miti considerati da Santi Romano lo erano della “seconda fase” dello Stato, cioè quella liberal-democratica (o post-rivoluzionaria), quando ancora lo Stato era in espansione. La tecnocrazia ha poco a che fare con la democrazia; il relativismo con i diritti dell’uomo e del cittadino e soprattutto con la volontà della nazione “ch’è tutto ciò che deve essere per il solo fatto di esistere” (Sieyès): l’indipendenza, la sovranità della nazione e il carattere “chiuso” dello Stato con i tribunali internazionali. In questo senso tali miti sono in un certo senso “rappresentativi” di un processo di crisi dello Stato, che come altre forme politiche è peculiare di un certo periodo storico. Come lo Stato moderno ha sostituito quello feudale, come la polis ha fuso i gruppi tribali (o gentilizi) , così anche lo Stato e l’ordine westfaliano giungerà al termine; e  tale convinzione è diffusa.

Dove però i miti dimostrano il loro carattere irrealistico è nell’applicare alle “regolarità della politica e del politico” la critica (e la sorte) dell’istituzione-Stato. Ma mentre questa forma politica appartiene alla storia (e ne è modellata), le regolarità della politica pertengono alla natura umana, e c’è altrettanta possibilità di cambiare quelle che di fermare il sole.

L’idea di sostituire il governo con l’amministrazione e così farne a meno è contraria ad uno dei presupposti del politico (Freund): quello del comando/obbedienza. Una tecnocrazia non sostituisce il governo: governo ed amministrazione si sommano. Anzi se vi sono state comunità umane (per millenni) prive di un’amministrazione burocratica, tanto meno in senso moderno, cioè selezionata (e dotata) di sapere specializzato (ossia tecnico), non se ne ricorda alcuna priva di “governo degli uomini”.

Lo stesso capita per il relativismo, anche se la sua autocontraddittorietà lo rende possibile, in quanto non sia relativista, ossia riconosca un assoluto nell’istituzione e nell’ordine comunitario. Infatti anche un regime relativista, come sopra scritto, ha dei nemici (e così il presupposto dell’amico-nemico), e una “tavola di valori” da imporre anche ai componenti della comunità che preferiscono valori diversi (cioè, non è relativista).

Il politeismo dei valori poi, anche se spesso non escludente, è sempre gerarchico: i valori non sono uguali ma ordinati secondo il più e il meno (e così tollerati) .

Quanto ai Tribunali internazionali, se è stato affermato (v. sopra) da Hauriou (tra gli altri) che un embrione di diritto comune nasce dalla giustizia “internazionale” (Dike); cioè tra gruppi sociali (classi, gentes, tribù), destinati (talvolta) a fondersi in una sintesi politica, d’altro canto è stato, sempre dal giurista francese, notato che accanto a questa c’è sempre un’altra giustizia (Thémis) interna al gruppo sociale, caratterizzata della supremazia del gruppo (del capo) sui sudditi e quindi dall’essere essenzialmente disciplinare e di dar luogo a un diritto conseguente (droit disciplinaire).

Talvolta nella storia l’esistenza di istituzioni di giustizia “internazionale” è stata l’avanguardia della costituzione dell’unità politica; altre volte no, come nel caso del Reichskammergericht, coetaneo alla decadenza del Sacro Romano impero e finito con lo stesso .

La conseguenza è che un rapporto tra istituzioni di giustizia “internazionale” e costituzione di sintesi politiche nuove vi può essere, ma non ha carattere necessario né     cogente, ma accidentale e tali miti lo possono favorire ma non costituire né delinearne compiutamente la forma.

Per questo occorrono i monopoli della decisione politica e della violenza legittima, cioè un potere unificante, come scriveva  il giovane Hegel poco prima della caduta del Sacro Romano Impero.

Tutti questi miti hanno pertanto carattere decostruttivo né quanto potranno (indirettamente e spesso paradossalmente) costruire è prevedibile. E’ prevedibile di converso che non potranno né incidere sulle regolarità della politica né costruire istituzioni conformi alle aspirazioni espresse e suscitate.

D’altra parte se, come scrive S. Agostino Dio spesso si serve del male e dei malvagi per fare il bene , non è vietato sperare che, con il soccorso divino, l’errore possa generare se non la verità, almeno qualcosa di utile.
                                Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE

(1) Notava anche che “Nella filosofia della storia si usa questa parola per significare quelle formule che muovono ogni tanto le coscienze delle masse, le quali non hanno coscienza  individuale: Liberté egalité fraternité, La legge è uguale per tutti, Re per grazia di Dio, Dittatura del proletariato, ecc.. Senonché, non solo in questo senso traslato e improprio, ma anche in senso corrispondente a quello in cui la parola è adoperata in dottrina, il concetto di mito può esattamente riferirsi, se non a tutte le formule accennate, ad altre che hanno più o meno immediata attinenza al diritto” op. cit. p. 126.

martedì 12 agosto 2014

Thierry Meyssan: «Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)» - Con qualche nostra nota di commento al testo.

Ho appena ricevuto nella mia posta privata il testo di un articolo di Meyssan, di sicuro interesse, che mi viene offerto in lettura. Mentre lo leggevo nel suo testo a caratteri piccoli, e intendendo che si tratta di un testo in libera circolazione, ho pensato di ripubblicarlo a beneficio del Lettori di "Civium Libertas”. Così dobbiamo fare tutti noi bloggers indipendenti, per contrastare il controllo totale di Israele sui grandi canali di comunicazione, attraverso i quali condiziona e forma la cosiddetta "opinione pubblica”, una nozione truffaldina che non si demistificherà mai abbastanza. Per non fare un semplice e poco gratificante “copia e incolla”, tenteremo qualche riflessione in premessa e a conclusione, prima e dopo la lettura dell‘articolo. Intanto, dove mi trovo, ho già partecipato a tre eventi sulla Palestina e ieri sera ad un evento di diversa natura, dove sono invitato come relatore, ho dato notizia al pubblico convenuto, che mentre noi parlavano in una serata estiva, in piazza, altrove, in Palestina, la gente continuava a morire.... Da notare subito che la nozione di Israele come "stato terrorista”, che è stato il contenuto di un grande striscione apparso in Livorno, è la posizione ufficiale di uno stato, la Bolivia...



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  1. Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)

Thierry Meyssan,
La guerra, che continua ininterrottamente da 66 anni in Palestina, ha conosciuto una nuova svolta con le operazioni israeliane “Guardiani dei nostri fratelli”, e poi “Roccia inamovibile” (stranamente tradotta dalla stampa occidentale con l’espressione “Margine protettivo”). Chiaramente, Tel Aviv – che aveva scelto di strumentalizzare la scomparsa di tre giovani israeliani per lanciare queste operazioni e «sradicare Hamas» al fine di sfruttare il gas naturale di Gaza, secondo il piano enunciato nel 2007 dall’attuale ministro della difesa – è stata spiazzata dalla reazione della Resistenza. Il Jihad islamico ha risposto inviando razzi di media gittata molto difficili da intercettare, che si aggiungono a quelli lanciati da Hamas. La violenza degli eventi che hanno già ucciso oltre 1.500 palestinesi e 62 israeliani (ma le cifre israeliane sono soggette a censura militare e sono probabilmente minimizzate) ha sollevato un’ondata di proteste in tutto il mondo. Oltre ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, riunitosi il 22 luglio, l’Onu ha dato la parola ad altri 40 Stati che intendevano esprimere il loro sdegno per il comportamento di Tel Aviv e la sua «cultura dell’impunità». La sessione, anziché durare le solite 2 ore, si è protratta per 9 ore. Simbolicamente, la Bolivia ha dichiarato Israele uno «Stato terrorista» e ha abrogato l’accordo sulla libera circolazione che lo riguardava. Ma in generale, le dichiarazioni di protesta non sono state seguite da un aiuto militare, ad eccezione di quelle dell’Iran e simbolicamente della Siria. Entrambi sostengono la popolazione palestinese attraverso il Jihad islamico, l’ala militare di Hamas (ma non la sua ala politica, membro dei Fratelli Musulmani), e tramite il Fplp-Cg. A differenza dei casi precedenti (operazioni “Piombo fuso” nel 2008 e “Colonna di nuvola” nel 2012), i due Stati che proteggono Israele presso il Consiglio (Stati Uniti e Regno Unito) hanno favorito l’elaborazione di una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza che sottolineava gli obblighi umanitari di Israele. In realtà, al di là della questione di fondo di un conflitto che dura dal 1948, si assiste a un consenso per condannare almeno il ricorso da parte di Israele di un uso sproporzionato della forza. Tuttavia, questo consenso apparente maschera analisi assai diverse: alcuni autori interpretano il conflitto come una guerra di religione tra ebrei e musulmani; altri lo vedono al contrario come una guerra politica secondo uno schema coloniale classico. Che cosa dobbiamo pensarne?
Che cos’è il sionismo? A metà del XVII secolo, i calvinisti britannici si riunirono intorno a Oliver Cromwell e rimisero in questione la fede e la gerarchia del regime. Dopo aver rovesciato la monarchia anglicana, il “Lord Protettore” pretese di consentire al popolo inglese di raggiungere la purezza morale necessaria ad attraversare una tribolazione di sette anni, dare il benvenuto al ritorno del Cristo e vivere in pace con lui per mille anni (il “Millennium”). Per far ciò, secondo la sua interpretazione della Bibbia, gli ebrei dovevano essere dispersi fino agli estremi confini della terra, poi raggruppati in Palestina, dove ricostruire il tempio di Salomone. Su questa base, instaurò un regime puritano, levò nel 1656 il divieto che era stato fatto agli ebrei di stabilirsi in Inghilterra e annunciò che il suo paese s’impegnava a creare in Palestina lo Stato di Israele. Poiché la setta di Cromwell fu a sua volta rovesciata alla fine della “Prima Guerra civile inglese”, i suoi sostenitori uccisi o esiliati, e poiché la monarchia anglicana fu restaurata, il sionismo (cioè il progetto della creazione di uno Stato per gli ebrei) fu abbandonato. Riapparve nel XVIII secolo con la “Seconda guerra civile inglese” (secondo il nome dei manuali di storia delle scuole secondarie nel Regno Unito) che il resto del mondo conosce come la “Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti” (1775-1783). Contrariamente alla credenza popolare, essa non fu intrapresa in nome degli ideali dell’Illuminismo che animarono pochi anni dopo la Rivoluzione Francese, ma fu finanziata dal re di Francia e condotta per motivi religiosi al grido di «Il nostro re è Gesù!». George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, per citarne alcuni, si sono presentati come i successori dei sostenitori esiliati di Oliver Cromwell. Gli Stati Uniti hanno dunque logicamente ripreso il suo progetto sionista.Nel 1868, in Inghilterra, la regina Victoria nominò primo ministro l’ebreo Benjamin Disraeli. Questi propose di concedere una parte di democrazia ai discendenti dei sostenitori di Cromwell, in modo da poter contare su tutto il popolo per estendere il potere della Corona nel mondo. Soprattutto, propose di allearsi alla diaspora ebraica per condurre una politica imperialista di cui essa sarebbe stata l’avanguardia. Nel 1878, fece iscrivere «la restaurazione di Israele» all’ordine del giorno del Congresso di Berlino sulla nuova spartizione del mondo. È su questa base sionista che il Regno Unito ristabilì i suoi buoni rapporti con le sue ex colonie, divenute nel frattempo gli Stati Uniti alla fine della “Terza guerra civile inglese” – nota negli Stati Uniti come la “guerra civile americana” e nell’Europa continentale come la “guerra di Secessione” (1861-1865) – che vide la vittoria dei successori dei sostenitori del Cromwell, gli Wasp (White Anglo-Saxon Puritans). Anche in questo caso, è del tutto sbagliato che si presenti questo conflitto come una lotta contro la schiavitù, intanto che cinque stati del nord la praticavano ancora.Fino quasi alla fine del XIX secolo, il sionismo è solo un progetto puritano anglo-sassone al quale solo un’élite ebraica aderisce. È fortemente condannato dai rabbini che interpretano la Torah come un’allegoria e non come un piano politico. Tra le conseguenze attuali di questi fatti storici, dobbiamo ammettere che se il sionismo mira alla creazione di uno Stato per gli ebrei, è anche il fondamento degli Stati Uniti. Pertanto, la questione se le decisioni politiche d’insieme siano prese a Washington o a Tel Aviv ha solo interesse relativo. È la stessa ideologia ad essere al potere in entrambi i paesi. Inoltre, poiché il sionismo ha permesso la riconciliazione tra Londra e Washington, il fatto di sfidarlo significa affrontare questa alleanza, la più potente del mondo.
L’adesione del popolo ebraico al sionismo anglosassone. Nella storia ufficiale attuale, è consuetudine ignorare il periodo dal XVII al XIX secolo e presentare Theodor Herzl come il fondatore del sionismo. Tuttavia, secondo le pubblicazioni interne dell’Organizzazione Sionista Mondiale, anche questo punto è falso. Il vero fondatore del sionismo contemporaneo non era ebreo, bensì cristiano dispenzionalista. Il reverendo William E. Blackstone era un predicatore americano per il quale i veri cristiani non avrebbero dovuto partecipare alle prove della fine del tempo. Basava l’insegnamento su coloro che sarebbero stati elevati al cielo durante la battaglia finale (il “rapimento della Chiesa”, in inglese “the rapture”). Nella sua visione, gli ebrei avrebbero combattuto questa battaglia e ne sarebbero usciti allo stesso tempo convertiti a Cristo e vittoriosi. È la teologia del reverendo Blackstone che è servita da base per il sostegno immancabile di Washington alla creazione di Israele. E questo, molto prima che l’Aipac (la lobby pro-Israele) venisse creata e prendesse il controllo del Congresso. In realtà, il potere della lobby non risiede tanto nel suo denaro e la sua capacità di finanziare le campagne elettorali, quanto in questa ideologia ancora presente negli Stati Uniti. La teologia del rapimento, per quanto stupida possa sembrare, è oggi molto potente negli Stati Uniti. Rappresenta un fenomeno nel mercato dei libri e nel cinema (si veda il film “Left Behind”, con Nicolas Cage, che uscirà ad ottobre). Theodor Herzl era un ammiratore del magnate dei diamanti Cecil Rhodes, teorico dell’imperialismo britannico e fondatore del Sudafrica, della Rhodesia (cui diede il suo nome) e dello Zambia (ex Rhodesia del Nord).Herzl non era israelita praticante né aveva circonciso suo figlio. Ateo come molti borghesi europei del suo tempo, si batté all’inizio per assimilare gli ebrei convertendoli al cristianesimo. Tuttavia, riprendendo la teoria di Benjamin Disraeli, giunse alla conclusione che la soluzione migliore fosse quella di farli partecipare al colonialismo britannico creando uno Stato ebraico, collocato nell’attuale Uganda o in Argentina. Seguì l’esempio di Rhodes nella maniera di acquistare terreni e di costruire l’Agenzia Ebraica. Blackstone riuscì a convincere Herzl a unire le preoccupazioni dei dispenzionalisti a quelle dei colonialisti. Era sufficiente per tutto questo considerare di stabilire Israele in Palestina e di moltiplicare i riferimenti biblici. Grazie a questa idea assai semplice, giunsero a far aderire la maggioranza degli ebrei europei al loro progetto. Oggi Herzl è sepolto in Israele (sul monte Herzl) e lo Stato ha posto nella sua bara la Bibbia annotata che Blackstone gli aveva offerto.Il sionismo non ha dunque mai avuto come obiettivo quello di «salvare il popolo ebraico dandogli una patria», bensì quello di far trionfare l’imperialismo anglosassone associandovi gli ebrei. Inoltre, non solo il sionismo non è un prodotto della cultura ebraica, ma la maggior parte dei sionisti non è mai stata ebrea, mentre la maggioranza dei sionisti ebrei non sono israeliti dal punto di vista religioso. I riferimenti biblici, onnipresenti nel discorso pubblico israeliano, rispecchiano il pensiero solo della parte credente del paese e sono destinati principalmente a convincere la popolazione statunitense.
Il patto anglosassone per la creazione di Israele in Palestina. La decisione di creare uno Stato ebraico in Palestina è stata presa congiuntamente dai governi britannico e statunitense. È stata negoziata dal primo giudice ebreo della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, sotto gli auspici del reverendo Blackstone, e fu approvata sia dal presidente Woodrow Wilson sia dal primo ministro David Lloyd George, sulla scia degli accordi franco-britannici Sykes-Picot sulla spartizione del “Vicino Oriente”. Questo accordo fu progressivamente reso pubblico. Il futuro Segretario di Stato per le Colonie, Leo Amery, ebbe l’incarico di inquadrare gli anziani del “Corpo dei mulattieri di Sion” per creare, con i due agenti britannici Ze’ev Jabotinsky e Chaim Weizmann, la “Legione ebraica” in seno all’esercito britannico. Il ministro degli esteri Lord Balfour inviò una lettera aperta a Lord Walter Rothschild per impegnarsi a creare un «focolare nazionale ebraico» in Palestina (2 novembre 1917). Il presidente Wilson annoverò tra i suoi obiettivi di guerra ufficiali (il 12° dei 14 punti presentati al Congresso l’8 gennaio 1918) la creazione di Israele.Pertanto, la decisione di creare Israele non ha nulla a che fare con la distruzione degli ebrei d’Europa sopravvenuta due decenni più tardi, durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante la Conferenza di pace di Parigi, l’emiro Faisal (figlio dello Sharif della Mecca e futuro re dell’Iraq britannico) firmò, in data 3 gennaio 1919, un accordo con l’Organizzazione Sionista, impegnandosi a sostenere la decisione anglosassone. La creazione dello Stato di Israele, realizzata contro la popolazione della Palestina, era quindi fatta anche con l’accordo dei monarchi arabi. Inoltre, all’epoca, lo Sharif della Mecca, Hussein bin Ali, non interpretava il Corano alla maniera di Hamas. Non pensava che «una terra musulmana non può essere governata da non-musulmani»
La creazione giuridica dello Stato d’Israele. Nel maggio 1942, le organizzazioni sioniste tennero il loro congresso al Biltmore Hotel di New York. I partecipanti decisero di trasformare il «focolare nazionale ebraico» della Palestina in «Commonwealth ebraico» (riferendosi al Commonwealth con cui Cromwell aveva brevemente sostituito la monarchia britannica) e di autorizzare l’immigrazione di massa degli ebrei verso la Palestina. In un documento segreto, venivano precisati tre obiettivi: «(1) lo Stato ebraico avrebbe abbracciato l’intera Palestina e probabilmente la Transgiordania; (2) il trasferimento delle popolazioni arabe in Iraq; (3) la presa in mano da parte degli ebrei dei settori dello sviluppo e del controllo dell’economia in tutto il Medio Oriente». Quasi tutti i partecipanti ignoravano allora che la «soluzione finale della questione ebraica» (die Endlösung der Judenfrage) aveva appena preso inizio segretamente in Europa.In definitiva, mentre i britannici non sapevano più come soddisfare sia gli ebrei sia gli arabi, le Nazioni Unite (che a quel tempo annoveravano appena 46 Stati membri) proposero un piano per spartire la Palestina a partire dalle indicazioni che gli fornirono i britannici. Uno Stato bi-nazionale doveva essere creato, comprendente uno Stato ebraico, uno Stato arabo e una zona soggetta a un “regime internazionale speciale” per amministrare i luoghi santi (Gerusalemme e Betlemme). Questo progetto fu adottato attraverso la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale. Senza attendere il seguito dei negoziati, il presidente dell’Agenzia Ebraica, David Ben Gurion, proclamò unilateralmente lo Stato di Israele, subito riconosciuto dagli Stati Uniti. Gli arabi del territorio israeliano furono sottoposti alla legge marziale, i loro movimenti furono limitati, i loro passaporti confiscati. I paesi arabi di recente indipendenza intervennero. Ma senza eserciti ancora costituiti, furono rapidamente sconfitti. Durante questa guerra, Israele procedette a una pulizia etnica e costrinse almeno 700.000 arabi a fuggire.L’Onu inviò un mediatore, il conte Folke Bernadotte, un diplomatico svedese che aveva salvato migliaia di ebrei durante la guerra. Constatò che i dati demografici trasmessi dalle autorità britanniche erano falsi e pretese la piena attuazione del piano di spartizione della Palestina. Al dunque, la risoluzione 181 implica il ritorno dei 700.000 arabi espulsi, la creazione di uno Stato arabo e l’internazionalizzazione di Gerusalemme. L’inviato speciale delle Nazioni Unite fu assassinato, il 17 settembre 1948, su ordine del futuro primo ministro Yitzhak Shamir. Furibonda, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 194, che riafferma i principi della risoluzione 181 e, inoltre, proclama il diritto inalienabile dei palestinesi a tornare alle loro case e ad essere risarciti per il danno che avevano appena subito. Tuttavia, poiché Israele aveva arrestato gli assassini di Bernadotte, e poi li processò e condannò, fu accolto in seno all’Onu con la promessa di onorare le risoluzioni. Ma erano nient’altro che bugie. Subito dopo gli assassini furono graziati e lo sparatore divenne la guardia del corpo personale del primo ministro David Ben Gurion.Fin dalla sua adesione all’Onu, Israele non ha mai smesso di violare le risoluzioni che si sono accumulate all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza. I suoi legami organici con due membri del Consiglio che dispongono del diritto di veto lo hanno collocato di fuori del diritto internazionale. È diventato uno Stato off-shore che permette agli Stati Uniti e al Regno Unito di fingere di rispettare anche loro il diritto internazionale, mentre lo violano dietro questo pseudo-Stato. È assolutamente sbagliato ritenere che il problema posto da Israele riguardi solo il Medio Oriente. Oggi Israele agisce militarmente in tutto il mondo a copertura dell’imperialismo anglosassone. In America Latina, ci furono agenti israeliani che organizzarono la repressione durante il colpo di stato contro Hugo Chávez (2002) o il rovesciamento di Manuel Zelaya (2009). In Africa, erano ovunque presenti durante la guerra dei Grandi Laghi e hanno organizzato l’arresto di Muammar el-Gheddafi. In Asia, hanno condotto l’assalto e il massacro delle Tigri Tamil (2009), ecc. Ogni volta, Londra e Washington giurano che non c’entrano per nulla. Inoltre, Israele controlla numerose istituzioni mediatiche e finanziarie (come la Federal Reserve statunitense).
La lotta contro l’imperialismo. Fino alla dissoluzione dell’Urss, era evidente a tutti che la questione israeliana scaturisse dalla lotta contro l’imperialismo. I palestinesi erano sostenuti da tutti gli anti-imperialisti del mondo – perfino dai membri dell’Armata Rossa giapponese – che venivano a combattere al loro fianco. Oggi, la globalizzazione della società dei consumi e la perdita di valori che ne è seguita hanno fatto perdere coscienza del carattere coloniale dello Stato ebraico. Solo arabi e musulmani si sentono coinvolti. Essi mostrano empatia per la condizione dei palestinesi, ma ignorano i crimini israeliani nel resto del mondo e non reagiscono ad altri crimini imperialisti. Tuttavia, nel 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini spiegò ai suoi fedeli iraniani che Israele era solo una bambola nelle mani degli imperialisti e che l’unico vero nemico era l’alleanza degli Stati Uniti e del Regno Unito. Per il fatto di affermare questa semplice verità, Khomeini fu caricaturizzato in Occidente e gli sciiti furono presentati come eretici in Oriente. Oggi l’Iran è l’unico paese al mondo ad inviare grandi quantità di armi e consiglieri per aiutare la Resistenza palestinese, mentre i regimi sionisti arabi se ne stanno a discutere amabilmente in videoconferenza con il presidente israeliano durante le riunioni del Consiglio di sicurezza del Golfo.
(Thierry Meyssan, “Chi è il nemico?”, articolo apparso il 3 agosto 2014 su diversi giornali internazionali e tradotto da “Megachip”).


* * *

L’articolo e il suo contenuto è seducente. Certamente sono da studiare gli autori e le situazione citate. Tuttavia, ritengo che è prudente attenersi alla concreta fattualità storica che in Palestina si delinea dal 1882 in poi, da quando cioè i primi sionisti (i Biluim) incominciano a mettere piede in quella terra, suscitando la diffidenza perfino degli ebrei autoctoni ed avendo già in mente ciò che oggi è davanti agli occhi di ognuno di noi: la pulizia etnica della Palestina, il genocidio di interi popoli, la balcanizzazione del Medio Oriente, la produzione del caos permanente come fattore costante di indebolimento di ogni reazione difensiva da parte dei popoli aggrediti.

sabato 2 agosto 2014

Google Alert: Gianni Vattimo/2. - La Stampa con le sue “frasi choc”.

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John Pilger
Rif.: La Stampa / del 16.7.2014

Inizio a beneficio dei miei Lettori, e con i ben noti rischi, uno studio, una “ricerca scientifica”, sulla natura e la funzione dei media, di quella “informazione” che in un interessante Forum londinese ho sentito definire da John Pilger come una «emanazione del potere», dove il termine emanazione è dotto e fa risalire a Blake e ancora prima a Plotino. Nei conflitti in corso è stato giustamente rilevato come giornali, televisioni e affini, tutti riassunti con il termine “media”, non sono più uno “strumento” della propaganda, ma sono essi stessi parte integrante della guerra o anche di vere e proprie campagne di diffamazione e denigrazione, come nel caso che andremo a studiare con sistematicità. Si badi: un “caso”, che non è singolo ed è rappresentativo di un intero sistema e di una vera e propria guerra condotta con strumenti informatici. Studiarne le tecniche e le modalità può essere istruttive e utile ad ognuno per sapersi difendere pur restando al di fronti degli incredibili e mostruosi meccanismi di poteri che ghermiscono ogni singolo cittadini che appena osi riflettere e interrogarsi con libertà di coscienza e di pensiero sul mondo che lo circonda. Appunto, una libertà non deve più esserci: è questo l’obiettivo di un potere occulto che non ama e non vuole essere definito e analizzato. A mia memoria, i guai di Vattimo, o meglio gli attacchi a lui rivolti, incominciano quando constatando l’assoluto o quasi, ma dove il quasi conferma meglio l’assoluto controllo dei media da parte “ebraica”, Vattimo si chiese se le pagine dei “falsi” Protocolli non avessero almeno su questo punto una qualche fondata verosimiglianza. Da quel momento le accuse di “antisemitismo” non hanno più abbandonato il povero Vattimo, che molti altri è estraneo a una accusa, di forte valenza penale, il cui contenuto criminoso sfugge sempre più a ogni seria analisi e riflessione. Ho messo fra virgolette il termine "ebraico” e con esso lascio in sospeso il problema della identità ebraica e del potere ebraico, su cui i contributi maggiori a mia conoscenza sono stati dati già in un libro organico, pure tradotto in italiano, da Gilad Atzmon, sul quale significativamente il dibattito non sembra essersi neppure avviato, secondo una strategia del silenzio che è altrettanto tipica dello stesso potere che ama mantenersi occulto: non far riconoscere il proprio potere e le sue forme di penetrazione e di influenza. Per avere una idea sia pure sommaria del sistema del “potere ebraico” si dia un’occhiata a un articolo apparso sul sito Aurora, dove è data una mappatura del sionismo in Francia. In ogni singolo Paese esistono situazioni analoghe con collegamenti internazionali che il grande pubblico non avverte. Mettere semplicemente in relazione dati pur certi, e ricavarne ovvie deduzioni, è cosa che viene tacciata di  «complottismo», accusa demonizzante non meno generica e inconsistente delle altre.

La nuova battuta di caccia contro Vattimo parte da una sua sfuriata in una trasmissione radio, “La Zanzara”, con sue proprie forme di comunicazione, alla quale Vattimo partecipa «turandosi il naso». Da quel momento a turno, in testate grandi e piccole, periodici attacchi a Vattimo, secondo la formula “colpirne uno, per educarne cento”. Ai nostri fini, può essere utile registrare ogni singolo attacco per disegnare una mappatura del potere mediatico e dei suoi occulti padroni. Per non correre a nostra volta ulteriori rischi, adotteremo i metodi propri della ricerca scientifica, attendendoci alla più stretta documentazione e avvalendoci di quella libertà di pensiero e di giudizio critica che formalmente è ancora garantito dall’art. 21 della nostra costituzione e da tutte le menzognere Dichiarazioni universali dei diritti. Non esagero: non esiste più nessuna libertà di pensiero. L’ostacolo tecnico-giurisprudenziale è aggirato facendo dichiarare con norma di legge che una determinata opinione non è pensiero, ma è un crimine. Dunque, la formale libertà di pensiero contenuta nella costituzione è fatta salva e il crimine è perseguito. Per questa via si giunge al pensiero unico e si supera perfino le più funeste previsioni di George Orwell.

Avevamo previsto i decorsi al momento della trasmissione La Zanzara, dove Vattimo si è più che giustamente indignato per un vero e proprio genocidio che si compie in Gaza con la complicità di tutto il nostro sistema di comunicazione. Vattimo ha evocato la necessità della formazione di “Brigate internazionali” per andare in soccorso di Hamas – fatto dichiarare "terrorista” dallo stesso «Stato ebraico di Israele» – e della popolazione palestinese che è sotto “pulizia etnica” da quando nel 1882 i primi sionisti misero piede in Palestina, avendo in testo che in un modo o nell’altro avrebbero dovuto cacciare via i residenti. Quello che succede in questo agosto 2014 fu iniziato nel 1882. L’inganno mediatico consiste nel far concentrare l’attenzione sui petardi sparati da Hamas e non sul rapporto fra illegittima agressione dello «Stato ebraico di Israele» e la legittima difesa e resistenza di un popolo “destinato” alla cancellazione, come fu per gli Indiani d’America, in una terra dove sorge la «più antica democrazia del mondo», concimata con il genocidio e la schiavitù. Quella democrazia “antica” americana e quella “unica” israeliana si tendono la mano e vogliono rinnovare all’inizio del terzo millennio una dominazione del mondo fatta di “genocidio” e “schiavitù”.

Qui veniamo al carattere “globale” del “sionismo”. È ciò che caratterizza l’analisi di gilad Atzmon in contrasto con quanti, inclusi quelli del BDS, vogliono dare a intendere che si tratti di semplice “colonialismo” e come tale sanabile. È una grossa differenza che ha condotto all’assurdo dell’ennesima contestazione di “antisemitismo”, rivolta questa volta proprio a Gilad Atzmon da parte di quei filopalestinesi, essi stessi palestinesi all’estero, che dovrebbero liberare la Palestina sul modello del boicottaggio già sperimentato per il Sud Africa. Si tratta in realtà di cose diverse, dove il sionismo è qualcosa di ben più grave e la cui minaccia è globale, come appunto anche il nostro caso, la persecuzione al filosofo Gianni Vattimo conferma. All’italiano Vattimo è stata fatta ventilare la minaccia di arresto se appena mette piede negli USA, dove il controllo della Israel Lobby è completo. Ma sono aspetti che andremo enucleando via via con tutta la ricchezza possibile di dettaglio.

Qui incominciamo a registare, partendo dal DOPO della trasmissione sulla Zanzara, un primo attacco proveniente da “La Stampa”, che di recente ha fatto intervenire un campione del sionismo, l’ebreo americano Alan Dershowitz, pur concedendo in condizione di inferiorità il diritto di replica allo stesso Vattimo. È un gioco mediatico dove non credo che una persona esperta come Vattimo si sia lasciato ingannare. La sua “risposta” non mi è parsa tanto energica quanto doveva essere. Il Dershowitz merita ogni stigmatizzazione per la sua incursione e ingerenza nel nostro sistema politico-costituzionale dove ancora non è stata introduzione quella Legge sull’Olocausto, già esistente in Germania e qui propugnata da un Furio Colombo, cui già si deve il «Giorno della Memoria», e che scrive sul “Fatto Quotidiano”, da dove proviene uno degli attacchi che analizzeremo in un successivo post di questa nuova serie di “Civium Libertas”.

Un’ultima riflessione, rivolta a Gianni Vattimo, che spero legga queste righe. La “brigate internazionali” da lui auspicate non devono necessariamente replicare le forme della guerra civile spagnola, ma possono essere anche brigate “mediatiche”, su internet, e finché si potrà godere di una certa libertà, atteso che le nuove forme di guerre si combattono e iniziano con le campagne di stampa, sono fatte di “false flag”, e mirano a canalizzare un consenso diffuso, “democratico”, ai maggiori crimini della storia, quali mai i totalitarismi avrebbero potuto concepire per l’assenza di quei mezzi tecnici di cui oggi l’Impero Usraele dispone.

La Stampa inizia dunque gli attacchi facendo parlare un signore, sempre presente in queste cose, e noi non nominiamo, pur citandone le parole: ««Non sorprende che Gianni Vattimo torni a cavalcare le peggiori stereotipie dei nostri tempi per affermare la propria ostilità nei confronti dello Stato di Israele». Termini: “sorprende”, “peggiori stereotipie”, “Israele”… Il Papa cattolico avrebbe avuto meno sicumera nel pronunciarsi non su questioni di fede, ma su dati fattuali di cronaca. Mentre in Gaza lo “Stato ebraico di Israele” uccide a man bassa, donne e bambini, cosa che neppure gli stessi media possono ignorare, questo signore pretende di convincerci che non sta succedendo nulla o che se proprio qualcuno muore, se lo sono meritati quelli che muoiono, donne e bambini, cui l’altra “moralità” israeliana ha dato un preavviso di morte pochi minuti prima dello sgancio di bombe spesso al fosforo…

E potremmo continuare in una facile analisi logico-linguistica, etico-politico, religioso-teologico, ma confidiamo che avendo indicata la fonte ogni persona appena un poco istruita sappia formarsi un giudizio nel suo foro interiore della coscienza, dove almeno lì non potrebbe essere censurato ed esposto all’attaca dei media, in questo caso “La Stampa” che vede lo choc nell’allarme lanciato da Vattimo e non nel modo in cui si tenta di silenziare l”allarme e addirittura di colpevolizzarlo e demonizzarlo. Da notare poi come si pretende il monopolio delle teste dei “giovani”, non già considerate teste “libere”, ma teste destinate a seguire, volenti o nolenti, i dettami e le indicazioni che così autorevolente giungono… Ormai il Papa cattolico da anni ha rinunciato al suo Magistero morale. Lo ha consegnato in altre mani, altre bocche, altri organi di informazione. Ancora una volta possiamo tuttavia verificare come la condanna dell’«odio», e quindi la richiesta di applicazione della legge Mancino-Taradash-Modigliani, non abbia nulla a che fare con quell’«amore» che il cristianesimo predica invano da 2000 anni, ma sia invece una perfida strumentazione per colpire avversari politici o persone che la pensano diversamente e non si lasciano intimidire. È una forma di terrorismo ideologico, un terrorismo di stato praticato da chi con una azione di lobbismo ha fatto dichiarare come “terroristi” dei legittimi resistenti come i miliziani di Hamas. Costoro ci chiederanno un giorno perfino di rinnegare le nostre madri per compiacere ai loro padroni.

Che mondo!

(Avvertenza: il testo è da rileggere e correggere o integrare o rivedere radicalmente, cosa che mi riservo sempre di fare in momenti successivi, per questo e per ogni altro mio testo. È concesso nello spazio commenti ogni diritto di replica, rettifica e discussione, purché entro i limiti della legalità e della netiquette, a mio insindacabile giudizio.)