lunedì 6 ottobre 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: «Miti giuridici e regolarità politiche»

* Questo testo esce contemporaneamente sulla rivista Online "Behemoth”,
MITI GIURIDICI E REGOLARITA’ POLITICHE

Sommario: 1. La mitologia giuridica secondo Santi Romano. –  2. Mito e miti giuridici 3. Concezioni di Mosca e Pareto 4. Distinzioni dei miti 5. Miti giuridici di un tempo ed attuali 6. Loro distinzione fondamentale 7. Miti giuridici e regolarità della politica.

1. La mitologia giuridica secondo Santi Romano. – Nei “Frammenti di un dizionario giuridico”, Santi Romano si poneva la questione della mitologia giuridica. Rilevava che “Il mito è stato particolarmente, anzi quasi esclusivamente, definito e studiato in relazione alle credenze religiose, che certo ne offrono gli esempi più tipici e caratteristici. Esso però si riscontra anche in campi diversi e, fra gli altri, in modo molto interessante, in quello del diritto”; considerazione ovvia dato che il mito, soprattutto della specie “politico” ha svolto un ruolo assai rilevante nel pensiero (e nelle vicende) in particolare della prima metà del XX secolo. E scriveva che “C'è tutta una mitologia, che ben può dirsi giuridica, e da questo punto di vista sembra che possano utilmente valutarsi una serie di opinioni e di principii, che, di solito, sono presi in considerazione sotto altri aspetti” . Subito dopo  notava che “il mito non è verità o realtà anzi è l'opposto e quindi la mitologia giuridica è da contrapporsi alla realtà giuridica, che in apposita voce di questo dizionario si è cercato di definire” (1). E approfondendo la distinzione (definizione) del mito scriveva che “non tutte le concezioni, le opinioni, le credenze che si ritengono giuridiche, ma che tali effettivamente non sono, perché contrarie o estranee ad un ordinamento  giuridico, sono da classificarsi fra i miti” .
Sulla linea di note concezioni, il giurista siciliano sottolineava il senso mistico-fideistico del mito .
Il mito giuridico ha connotati distintivi rispetto al mito (come genere) “Il mito religioso è essenzialmente popolare; il mito giuridico può formarsi e limitarsi entro una cerchia più ristretta di persone, ma anch'esso non è opinione singolare o isolata” (quindi è sociale, non individuale) . Peraltro “Non è nemmeno da escludere che artefici di miti possono essere dei giuristi, cioè coloro che pure dovrebbero essere in grado di giudicarli come tali e respingerli” . Le fonti del mito sono diverse “e non sempre è facile discernere quando essa ha origine teorica, quando pratica, e quando, come spesso avviene, l'una assieme all'altra”. La mitologia giuridica fiorisce specialmente nelle situazioni rivoluzionarie “In questi periodi, nei quali si tenta di abbattere gli ordinamenti vigenti sostituendoli  con dei nuovi, ha naturalmente scarsa importanza la realtà giuridica, nel senso che si è definito, cioè il complesso dei principii, delle ideologie e delle concezioni che stanno a base del “ius conditum”, e invece vengono in prima linea le ideologie che combattono per informare di sè il “ius condendum” ”.
Le assemblee costituenti sono in gran parte formate da persone sprovviste di cultura giuridica e “costituiscono l'ambiente più adatto alle più varie mitologie giuridiche, così a quelle che hanno carattere del tutto popolare, come a quelle di origine più o meno dottrinaria. Queste ultime anzi hanno il più delle volte maggiore influenza delle prime”. Questo perchè mentre quelle popolari sono vaghe ed imprecise “quelle dottrinali invece hanno la rigidezza dei dommi, assumono una certa forma logica, e si rivelano perciò suscettibili di essere tratte a conseguenze ed a sviluppi, che ad esse conferiscono una maggiore parvenza di verità” .
Nel porsi poi per i miti giuridici il problema, già proposto per quelli religiosi, ovvero se siano perciò più spesso retaggio di popoli particolari, Santi Romano scrive “si potrebbe fondatamente ritenere, che, come ci sono indubbiamente dei popoli più inclini all'elaborazioni delle credenze religiose, anche di quelle che hanno carattere mitico, così è probabile che i miti giuridici trovino in alcune nazioni un terreno più propizio alla loro formazione”. Nazioni che sarebbero quelle dove sono più forti e continue le tendenze rivoluzionarie .
Con queste premesse, nell'indicare i miti giuridici (dell’epoca), il giurista ne enumera tre, tutti connessi al pensiero politico e alle rivoluzioni moderne: stato di natura, contratto sociale, volontà generale. Questi ultimi sono quelli che trovano più adepti tra filosofi e giuristi “la cui immaginazione dal campo delle teorie e delle ipotesi scientifiche si lascia trascinare, più o meno inconsapevolmente, in quello della mitologia”. A tale proposito si può “ rilevare, e non è senza importanza, che in esse affiora la tendenza propria dei miti e già da altri (Croce) notata, di immaginare enti che non esistono e di dar vita a cose inanimate o anche a semplici astrazioni”. E di dar loro vita con delle personificazioni “ ora del popolo, ora dello Stato, ora di certe istituzioni di quest'ultimo che avrebbero il compito di costituire o esprimere o rappresentare tale volontà” (generale).
Per cui tali miti finiscono col diventare realtà giuridiche; infatti possono considerarsi (come ad esempio le personificazioni) mitiche “quando non hanno fondamento e riscontro in effettivi caratteri delle istituzioni che costituiscono un ordinamento giuridico positivo. Viceversa, possono essere e sono vere realtà giuridiche se e quando determinano la struttura, gli atteggiamenti concreti, il funzionamento delle istituzioni”.
Il giurista, nel concludere il breve scritto, dichiarava che non intendeva “attribuire alla mitologia giuridica il carattere meramente negativo di un insieme di concezioni soltanto fantastiche e perciò stesso dannose e pericolose”; perché spesso “il mito scaturisce da bisogni pratici, di cui non si ha sempre chiara coscienza, da intuizioni nebulose che pure hanno elementi di verità, da istinti oscuri, ma profondi. E allora il mito, che non è realtà, ed è anzi l'opposto della realtà, può segnare il principio di un cammino che conduce alla realtà, non solo scoprendola, ma addirittura creandola” e a tali miti “il diritto deve molto e, fra gli esempi che sopra si sono addotti, alcuni confermano che non poche delle attuali realtà giuridiche non hanno che tale origine” ma ciò non toglie “che altri miti invece, (sono) rimasti “ombre vane fuor che nell'aspetto” e nelle forviate credenze di filosofi o di giuristi, possano determinare errori gravi e non innocue utopie” .
2. Tale conclusione di Santi Romano presenta  caratteri divergenti e altri comuni alle concezioni del mito e del mito politico in particolare. Senza voler fare un'analisi delle numerose tesi al riguardo, si possono sintetizzare (e accorpare) le varie concezioni del mito in  categorie.
Fin da Platone - secondo una di queste - il mito è stato considerato una forma alle volte fuorviante, ma altre valida di conoscenza  in particolare per ciò che indica come giusto per la condotta umana ; da Vico era considerato una forma autonoma di elaborazione di pensiero e di regole di condotta, adatta a un determinato stadio (“giovanile”) della vita di un popolo . Il mito quindi è verità, ma espressa poeticamente e fantasticamente.
Secondo un'altra concezione il mito è una rappresentazione degli assetti di potere e dei valori di un gruppo sociale. In questo senso il mito può essere ricondotto a una “derivazione” secondo la terminologia di Pareto, o a un elemento (fondamentale) della “formula politica” di Gaetano Mosca.
A queste va accostata la concezione di Sorel secondo il quale il mito è un'organizzazione di immagini capaci di evocare istintivamente “tutti i sentimenti che corrispondono alle diverse manifestazioni della guerra impegnata dal socialismo contro la società moderna”.
Onde il mito è essenzialmente un moltiplicatore/suscitatore di volontà, fondato su intuizioni e rappresentazioni largamente condivise nel gruppo sociale e  idonee a supportare il consenso e indirizzare l'opinione e l’azione politica di massa .
Tali diverse concezioni del mito trovano una corrispondenza nel mito giuridico.
La prima è il rapporto idea (racconto) - verità. Vi sono miti che corrispondono a verità, e la esprimono in forma metaforica e intuitiva, ed altri che sono frutto di pura fantasia. Il criterio distintivo è peraltro verificabile in corpore viri, cioè in concreto, nella storia che, come sosteneva de Maistre, è la “politica applicata”.
Ad esempio uno dei miti più famosi è quello della fondazione di Roma. Nel racconto che ne fa Plutarco si desumono due regole dal comportamento di Romolo e Remo. A seguito del disaccordo sul luogo dove edificare la città, si decise di rimettere la decisione al “divino”. Dato che prevalse Romolo (forse con la frode) lo stesso cominciò a scavare il fossato all’interno del quale edificare le mura della città, mentre Remo lo derideva ed ostacolava. Ma quando attraversò con un salto il fossato Romolo (o uno dei suoi seguaci) lo uccise. Da tale racconto (a parte la frode di Romolo, anch'essa mezzo normale della politica) è possibile ricavare due regole di grande importanza per la saldezza e durata delle istituzioni (quelle politiche soprattutto): la prima è che il vertice dell’istituzione deve essere unico e  una la direzione politica (se esercitata da un organo monocratico o collegiale, rex aut senatus, è secondario); in caso contrario la decisione può non essere presa (anche se è di vitale importanza) e viene delegata al caso, comunque a un qualcosa che esula dalla responsabilità (umana). L’altra che il confine - in senso ampio - differenzia ciò che è interno o esterno alla comunità ed è essenziale per l'ordine e l'unità della stessa. A trascurare queste regole, o a confortare anche interpretativamente il contrario o ad indebolirle s' “impara più presto la ruina che la preservazione sua”, come scriveva Machiavelli ; e ve ne sono tanti esempi nella storia che è superfluo ricordarli.
Santi Romano ha individuato poi il carattere distintivo tra miti frutto di pura fantasia e miti costitutivi-rappresentativi di realtà giuridiche.
Il criterio è “fattuale”: è mito giuridico quello che si istituzionalizza, diventa cioè realtà giuridica. Si poteva rispondere che tale criterio non è tale perché, specie nel XX secolo, ci sono stati miti che sono diventati istituzioni, pur rimanendo frutto di fantasia e di stravolgimento della realtà. Un esempio classico è stato il comunismo, che dall'alba al tramonto è durato quasi quanto il “secolo breve” (nel caso sovietico, il più longevo). Senonché una tale obiezione non coglie nel segno: per intendere appieno il concetto di diritto dei giuristi istituzionisti bisogna partire da due connotati fondamentali dell'istituzione (cioè del diritto) e/o dell'ordine sociale, ossia durata e movimento. Quest'ultimo al momento non interessa. Quanto alla prima scriveva Hauriou che  il primo dei vantaggi di un potere esercitato in nome di un'istituzione è la durata, perché il proprio “dell'istituzione è durare più a lungo degli uomini, e quindi di far durare il potere esercitato in proprio nome” .
Santi Romano in un'altra opera scrive “esistente e, per conseguenza, legittimo è solo quell'ordinamento cui non fa difetto non solo la vita attuale ma altresì la vitalità. Su quale base logica tale concetto riposi è appena necessario mostrare. La trasformazione del fatto in uno stato giuridico si fonda sulla sua necessità, sulla sua corrispondenza ai bisogni ed alle esigenze sociali. Il segno, esteriore se si vuole, ma sicuro che questa corrispondenza effettivamente esista, che non sia un'illusione o qualche cosa di artificialmente provocato, si rinviene nella sucettibilità del nuovo regime ad acquistare la stabilità, a perpetuarsi per un tempo indefinito” e aggiunge “Finché ciò non avviene, si potranno avere supremazie che s'impongano con la forza, ordinamenti che sembrano, a reggitori improvvisati o a masse esaltate, costituiti e che invece non lo sono e fors'anche non lo saranno mai, ma non nuovi Stati e nuovi Governi. Questi - e ciò è implicito nel loro stesso concetto - non possono essere passeggere creazioni che si formino o si disfacciano a capriccio degli uomini: essi sono il risultato di innumerevoli forze e di procedimenti che hanno radici secolari nella storia” .
Per cui i miti che riescono ad istituzionalizzarsi nel senso della creazione di istituzioni o di organi istituiti dalle stesse, divengono realtà giuridica; quelli frutto di fantasia non compiono mai questo cammino .
L'altro elemento distintivo del mito suggerito da Santi Romano è connesso alla cognizione: quando il mito esprime  verità (come nel caso del mito della fondazione di Roma) e quando invece è una mera fantasia. In tal caso anche se poi i secondi hanno un certo successo (e con ciò torniamo al precedente fundamentum distinctionis) resta il fatto che sono comunque irreali e realizzano cose diverse da quelle volute. Non bisogna dimenticare che, come scrive Sorel “c'è eterogenesi tra fini realizzati e fini dati: la più piccola esperienza ci rivela questa legge, che Spencer ha trasferita nel mondo materiale per dedurne la sua teoria della moltiplicazione degli effetti”; quindi i miti che non si sono tradotti in realtà giuridica (se non in modo effimero, o comunque non giuridici nel senso sopra condiviso) hanno avuto  effetti diversi dalle intenzioni, ma spesso positivi. A cominciare dalla decisione della Convenzione della Francia rivoluzionaria di chiudere nell'arca il proprio “progetto costituzionale” cioè la Costituzione dell'anno I (24 giugno 1793), dopo averla votata perché renderla vigente avrebbe gravemente ostacolato la difesa della nazione.
E nessuno si è sognato di riaprire quell'arca, neanche in tempo di pace, perché i connotati essenziali di quella costituzione: assemblearismo, estrema  democraticità, debolezza del potere governativo, la rendevano di difficile applicazione (quindi fonte di disordine e gracilità) anche in tempo di pace. Quel che sortì fuori dal mito rivoluzionario (come espresso nella costituzione “sospesa”), fu assai diverso: una dittatura sovrana, che ebbe successo nella difesa del paese, grazie agli enormi poteri , alla mobilitazione delle masse e al terrore. Cosa che rientra in pieno nell' “eterogenesi dei fini” del mito, affermata da Sorel.
E' da notare che per miti del genere l'eterogenesi dei fini (o paradosso delle conseguenze) è la regola. Con la conseguenza che, di norma, quel che di giuridico costruiscono è ciò che è fattualmente possibile, spesso solo una (per lo più modesta) variazione di ciò che la storia, e la storia delle istituzioni già conosce . Al mito marxiano della società comunista (senza Stato e senza politica), cioè un regime contrario alla natura umana (zoon politikon) e alle regolarità del “politico” (Miglio e Freund), corrisponde la realizzazione di una dittatura sovrana, che è una species moderna di un genere di reggimento politico diffuso nelle comunità umane: dal dispotismo orientale, alla tirannia fino alle versioni molto più soft come la dittatura romana, temporanea e controllata (da altri poteri). Dell'altra (la società comunista) non s’è vista neppure l'ombra, proprio perché irreale, ossia impossibile a tradursi in concreto.
3. Nelle concezioni del mito c'è anche quella che li considera delle rappresentazioni utili, per lo più alla classe dirigente, che se ne appropria,e/ o li propone e li diffonde per guadagnare legittimità e consenso: nei casi  d’eccezione per motivare le masse (da mobilitare, come in caso di guerra).
Nella forma più estrema servono cioè a rafforzare l'inimicizia, il sentimento ostile che è uno degli elementi fondamentali della lotta (armata). Non solo nella guerra, ma anche nelle rivoluzioni, dove il nemico è interno. La cosa “strana”  - ma logica - è che proprio le rivoluzioni, più ancora delle guerre, hanno un effetto “fondativo” delle istituzioni e dei regimi politici. In ispecie quelli moderni dove a un cambiamento (cambiamento) di classe dirigente corrisponde quasi sempre una nuova costituzione.
Nel pensiero degli elitisti questo è attentamente evidenziato: il rapporto tra potere - e organizzazione dello stesso - e giustificazioni del potere è affermato da Gaetano Mosca: “la classe politica non giustifica esclusivamente il suo potere col solo possesso di fatto, ma cerca di dare ad esso una base morale ed anche legale, facendolo scaturire come conseguenza necessaria di dottrine e credenze generalmente riconosciute ed accettate nella società che essa dirige” il quale trovava anche il termine per definirlo “Questa base giuridica e morale, sulla quale in ogni società poggia il potere della classe politica, è quella che in altro lavoro abbiamo chiamato e che d'ora in poi chiameremo formola politica” (il corsivo è nostro). Il che non significa che “le varie formole politiche siano volgari ciarlatanerie inventate appositamente per scroccare l'obbedienza delle masse... La verità è dunque che essere corrispondono ad un vero bisogno della natura sociale dell'uomo; e questo bisogno, così universalmente sentito, di governare e sentirsi governare sulla sola base della forza materiale ed intellettuale, ma anche su quella di un principio morale, ha indiscutibilmente la sua pratica e reale importanza”. Per cui è “necessario anche di vedere se, senza qualcuna di queste grandi superstizioni, una società si possa reggere; se una illusione generale non sia cioè una forza sociale, che serve potentemente a cementare la unità e la organizzazione politica di un popolo e di un'intera civiltà” . E' da notare l'insistenza con cui Mosca relaziona la “credenza” all'assetto istituzionale (giuridico).
Anche per Pareto le derivazioni sono connotate di guisa che i “miti” vi si possono ricondurre, in particolare per il riferimento all'autorità; sia quando si trovano in accordo con sentimenti e convinzioni per lo più condivise nel gruppo sociale. Proprio l’impostazione realistica e la prevalenza nel comportamento umano delle azioni non logiche, lo porta a considerare le derivazioni, e quindi i miti, spesso utili alla società. che contribuiscono a mantenere unita (e salda).
4. Questo rapido - e forzatamente lacunoso - percorso sul mito “giuridico” (che è spesso un mito giuridico-politico), porta a distinguere i miti giuridici (o ad effetti giuridici) in diverse classi a secondo della verità e dell'utilità degli stessi.
Miti veri: raramente, se correttamente applicati, tornano controproducenti. Dannoso è, quasi sempre, non tenerne conto. Così quello che insegna il mito, prima ricordato, della fondazione di Roma. Il “dualismo di poteri” nella stessa comunità politica è sempre stato fonte di dissoluzione e dis-ordine; nei casi migliori di debolezza istituzionale e quindi di libertà politica (della comunità) ridotta. Preludio alla fine e, più spesso, alla divisione (itio in partes) di questa.
Così - al contrario - il mito della bontà dell’uomo, nelle varie specie in cui è stato formulato, ad esempio quella del “buon selvaggio”. Che di sicuro era selvaggio, ma altrettanto certamente era di un tipo per così dire inaccettabile e poco rassicurante di bontà, praticando spesso sacrifici umani e antropofagia. Pratiche finalizzate a placare le divinità o acquisire le virtù del...pasto, ma l'ingenuità di certe credenze primitive non è segno di superiorità morale.
Tuttavia presupporre l'uomo buono, in tutte le varie declinazioni che può assumere, è un “mito” distruttivo perché in una società dove gli uomini fossero buoni governi, giudici, poliziotti e così via, come scrive Schmitt, sarebbero inutili.
Mentre la contraria convinzione (di cui al racconto biblico del peccato originale) che l’uomo può scegliere tra male e bene, reale e verificabile in concreto, rende spiegabile e giustificabile l'istituzione del potere.
Miti non veri ma utili: ovvero il caso dell' “eterogenesi dei fini” (o come la denominava Freund, paradosso delle conseguenze). E' specie frequente e considerata spesso una risorsa sociale e non dannosa, se, come in tutte le attività pratiche, consegue risultati positivi: s'intende per la comunità e per l'istituzione che ne beneficia.
Ciò che la distingue è lo iato che separa aspirazioni e risultati: quelle destinate a non realizzarsi, mentre questi, spesso opposti, divengono azione politica e (anche) realtà istituzionale.
Miti né veri né utili (alla comunità e all'istituzione): ve ne sono tanti e sarebbe inutile elencarli. Le caratteristiche che più frequentemente presentano è d'essere utili a ristrette cerchie della popolazione - in genere la classe dirigente (e sue frazioni): compensano la scarsa utilità comunitaria con un’alta utilità “corporativa”. Quanto a tradursi in risultati, e divenire anche in modo paradossale realtà giuridica, occorre distinguere. Possono diventare realtà giuridiche, ma in modo controproducente e così dissolutorio della sintesi istituzionale e della comunità. Essendo il mito destinato a favorire interessi “di nicchia” per lo più si realizzano in norme ed istituti limitati e defilati, e data tale caratteristica sono relativamente  dannosi (almeno nel breve-medio termine). Sono spesso miti in “formato ridotto”, la maggior parte delle volte più propaganda che racconto o credenza mitica. Ma altri hanno avuto effetti epocali: ad esempio il mito del ritorno di Quetzalcoatl atteso dalle popolazioni messicane più o meno nel tempo dello sbarco di Cortés, che finì con l'essere scambiato con il Dio-eroe Tolteco; o il mito della “libertà” polacca (cioè essenzialmente quella della grande aristocrazia) che fu la causa prima dell'anarchia e della dissoluzione della Polonia del '700.
5. Santi Romano elenca, come scritto, tre miti giuridici moderni. Tutti caratterizzati dall'aver una certa suscettibilità a tradursi in realtà giuridica.
E, del pari, una intrinseca politicità, dato che assumono il connotato di discriminanti politiche, di bandiere sventolate contro altri gruppi umani. La loro capacità d'istituzionalizzarsi aumenta di conserva con il loro carattere di scriminante politica. Lo stato di natura è rivolto contro chi ritiene che ogni diritto sia costituito (e conculcabile) dallo Stato; ne deriva anche la liceità dei diritto di resistenza al potere che toglie ciò che l'uomo ha per “natura”. Il contratto sociale, come tutti i contratti, suggerisce l'idea di un accordo tra uguali, e come tutti i contratti è soggetto a risoluzione e a valutazione  dei contraenti. E' oggettivamente opposto alla concezione della legittimità storica, del potere (e della diseguaglianza) “naturali”.
La volontà generale è polemicamente indirizzata contro il potere minoritario, cioè i regimi monarchici od oligarchici. Con il costituire la scriminante con altri gruppi umani, cioè col suscitare (una potenziale) inimicizia, determina anche solidarietà sociale ed identità comunitaria, che si traduce in istituzioni (più o meno) coerenti con il mito.
I tre miti giuridici elencati da Santi Romano sono tra i principali della modernità (anche se ne manca uno, assai considerato all'epoca in cui scriveva il giurista siciliano, cioè il marxismo-leninismo e, in generale, il socialismo utopistico); adesso gli stessi appaiono in deciso ribasso, offuscati da altri.
I quali hanno il carattere comune di essere non-politici, di mancare o contraddire qualche (importante) regolarità, presupposto, aspetto o conseguenza della politica  e del politico.
Il primo dei quali è il mito tecnocratico, cioè quello espresso nel modo più conseguenziale e deciso da Saint-Simon, ovvero della società in cui l'amministrazione delle cose sostituirà il governo degli uomini. In realtà nessuno l'ha visto realizzarsi, se non nel coro adulatorio di qualche governo sedicente tale  (e di corta durata). Ciò perché la natura (e l'inconveniente) del potere è tale che  oscilla tra i due abissi dell'oppressione e dell'anarchia, come sosteneva de Maistre. Un governo forte è tentato di opprimere: ma se debole è impotente a tutelare. Per cui il pensatore controrivoluzionario sosteneva che la società umana è in mezzo a questi abissi  (cioè non basta che un governo sia tecnocratico perché non abbia necessità di comandare). Nella realtà certi governi (tecnici) finiscono per risolvere  a modo loro tale alternativa: sono insieme deboli nel proteggere, ma forti nell’opprimere (finiscono col realizzare l’inverso della situazione ottimale).
Un altro è il relativismo giuridico-politico. Il quale confonde verità e certezza, scienza e diritto, conoscenza e volontà. Per cui si applica alla realtà sociale una (rispettabilissima) dottrina gnoseologica che afferma la relatività della conoscenza: che è giocoforza diventi relatività di norme, comportamenti, valori e istituzioni in materia pratica (morale e giuridica). Senonché un’istituzione politica è tale se ha, come scriveva de Bonald, un “punto” in cui è assoluta; ciò che le è essenziale, è l’autorità e non la verità, perché funzione dell’autorità è dare certezze, non verità, come sosteneva Vico “certum ab auctoritate, verum a ratione” ; anche le bizzarrie più evidenti, in ragione dell’esigenza di certezza, diventano comandi intangibili e coercibili se enunciate nel giudicato; e si potrebbe continuare a lungo.
Ma è evidente che il relativismo è inidoneo a spiegare Stati e diritto; è in contrasto con l’evidenza. E si salva solo perché autocontraddittorio. Ad esempio se si afferma “La democrazia è relativistica, non assolutistica. Essa, come istituzione d’insieme e come potere che da essa promana, non ha fedi o valori assoluti da difendere, a eccezione di quelli sui quali essa stessa si basa: nei confronti dei principi democratici, la pratica democratica non può essere relativistica”  si afferma della democrazia che, almeno in certi casi, può non essere relativistica. Con ciò l’assoluto, cacciato dalla porta, rientra dalla finestra. D’altra parte anche un regime democratico (in quel senso) ha dei nemici: quelli che non pensano che la democrazia debba essere relativista: ad esempio gran parte dei fondamentalisti islamici, che condividono assai poco la democrazia e ancor meno il relativismo. Se poi si aggiunge che “la democrazia deve cioè credere in se stessa e non lasciar correre sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative”  (il corsivo è nostro), si comprende perché, per insegnare tale dottrina ai tedeschi e ai giapponesi, le democrazie anglosassoni praticarono bombardamenti terroristici, giungendo fino ad impiegare la bomba atomica.
Quindi un regime relativista impiega la forza come gli altri, ha nemici come gli altri e fa guerra come gli altri.
Il relativismo conseguente e non autocontraddittorio, cui si può applicare quanto scriveva oltre un secolo fa Maurice Hauriou dello spirito critico, è così un potente fattore di dissoluzione delle istituzioni  e quindi per spiegarle e costruirle è un “mito” e più precisamente di quelli che non possono realizzarsi (se non al minimo) e a realizzarli coerentemente e totalmente distruggono ciò che dovrebbero consolidare (e aiutare a comprendere).
Un altro mito, anch’esso frutto di diffusissime aspirazioni concrete unite a concezioni dotte è quello della “pace attraverso il diritto”, cioè attraverso i Tribunali (internazionali) sostenuto da Kelsen nella prima metà dello scorso secolo. Il cui modello lo ha fornito l’art. 227 del Trattato di Versailles, che prevedeva per Guglielmo II “uno speciale tribunale sarà costituito per provare l’accusa, assicurando a lui le guarentigie essenziali al diritto di difesa. Esso sarà composto da cinque giudici, uno designato da ciascuna delle seguenti Potenze: gli Stati Uniti d’America, la Gran Bretagna, la Francia, l’Italia e il Giappone”  (cioè i vincitori).
Santità e moralità offese sono un requisito essenziale di ogni processo del genere; peraltro servono a far trascurare il fatto che l’accusa è mossa dai vincitori, che gli accusatori nominano i giudici per processare il vinto e che non esisteva (nel caso) neanche un crimine giuridicamente qualificato come tale (nullum crimen sine lege). Tutte circostanze che nulla hanno a che fare con le garanzie della giustizia come normalmente intesa e praticata nelle democrazie liberali e molto, invece, con le conseguenze politiche della guerra. I “cloni” successivi hanno cercato di ridurre o eliminare alcune delle illegittimità ricordate (in particolare le Corti non sono composte solo da giudici designati dai  vincitori, di solito pre-costituite e non designate ad hoc) senza però poter ovviare al difetto essenziale. Ovvero quello che appare dal citato saggio di Kelsen, che si prende in esame tra i tanti di una letteratura copiosa, sia per l’autorevolezza del giurista, sia per il momento in cui lo scrisse: e cioè che per eliminare la guerra, per far funzionare concretamente una Corte internazionale come un Tribunale di diritto “interno” occorre o l’accordo delle parti (ma allora a che serve la Corte?) o una forza capace di costringere ad eseguire le decisioni. Ma se manca l’uno o l’altro ogni tentativo di ridurre o eliminare i conflitti, facendo “tintinnare le manette” è una favola, edificante quanto inutile. Il giovane Hegel considerava illusoria e incongrua ogni “unità” non realizzata attraverso un potere comune
E che pone un problema, a voler seguire la tesi di Kant per cui connotato del diritto è la coazione. Se è vero che nella specie, in astratto la coazione è possibile (e in questo senso, è diritto), occorre tuttavia considerare se possa costituire diritto, o almeno diritto efficace, una normativa la cui possibilità concreta di coazione sia rara ed episodica.
O se il tutto non  si traduca in un autodafé mediatico chiassoso ma (diversamente dal modello originale) di sostanziale innocuità. Il problema del rapporto tra validità ed efficacia delle norme se lo poneva anche Kelsen “perché non si può negare che tanto un ordinamento giuridico come totalità quanto una singola norma giuridica perdono la loro validità quando cessano di essere efficaci” .
6. La differenza tra i miti ricordati dal giurista siciliano e quelli sopra descritti è uno dei segni del cambiamento del common sense se non della generalità dei cittadini, almeno di parte della classe dirigente.
Invero i primi tre miti denotano il sentire comune di una percezione della comunità in crescita, l’alba di una nuova epoca, e la costruzione delle istituzioni (in maggior misura) influenzate da quei miti. In effetti tutti e tre sono miti costruttivi: lo stato di natura, almeno nella formulazione che ne da Hobbes (ma non solo), significa bellum omnium contra omnes, e l’opportunità di uscirne per costruire un ordine che garantisca pace e sicurezza. Anche l’altra faccia, quella evidenziata da Santi Romano, dell’ “anteriorità” dei diritti fondamentali è costruttiva perché sollecita la costituzione di un ordine che tenga conto di quei diritti innati.
Anche il contratto sociale ha un esito costruttivo: è all’origine del costituzionalismo moderno, della costituzione come atto consapevole e deciso dalla rappresentanza nazionale: non è solo il grimaldello per scardinare l’Ancien régime, è la base per ri-fondare l’istituzione-Stato.
Lo stesso ruolo riveste la volontà generale, che finisce, come scrive Santi Romano, con avere un ruolo decisivo nelle personificazioni dello stesso.
E, si può aggiungere, anche nella costruzione del principio democratico di legittimità e ancor più dell’importanza della discussione, comunque rapportato alla volontà e alla decisione a maggioranza (considerata almeno la più vicina alla volontà generale) .
Di converso i tre miti sopra enumerati, in gran voga dalla metà del secolo passato hanno tutti un effetto dissolutivo: non nei confronti di un regime “ancien”, ma delle stesse istituzioni politiche in genere.
Quanto al mito tecnocratico, si fonda sull’illusione che gli uomini possono non essere governati, ossia che non sia necessario il rapporto di comando/obbedienza: peraltro pone l’accento sulla capacità tecnica dei governanti (che, a dirla tutta, non guasta) ma è comunque subordinata al consenso politico, al rapporto governati-governanti .
Per cui a ragione Croce, in un passo assai citato rilevava che “Quale sorta di politica farebbe codesta accolta di onesti uomini tecnici, per fortuna non ci è dato sperimentare, perché non mai la storia ha attuato quell’idea e nessuna voglia mostra di attuarla” .
Il mito relativista – chiaramente ed esplicitamente autocontraddittorio, presenta due mende fondamentali (d’altra parte, anch’esse, esternate dai sostenitori): che ogni regime politico ha dei valori (delle forme, dei precetti) non negoziabili, per cui nessuna forma politica può essere (conseguentemente) relativista.
E che, come sopra cennato, perché esista una comunità (una sintesi) politica occorre l’autorità: carattere della quale è dare certezza – cioè comandi eseguiti – e non verità .
Per cui una democrazia conseguentemente relativista ha la stessa probabilità di realizzarsi concretamente del governo tecnico e vale per la stessa il giudizio sopra citato di Croce, di non essere mai stata attuata dalla storia e che questa non manifesta intenzione di attuarla.
Quanto alla pace attraverso i Tribunali (meglio non scomodare il diritto più del necessario), anche qui è invertito il rapporto tra volontà e sentenza, tra decisione politica e decisione giudiziaria nonché tra jus dicere e coazione.
Fu de Maistre ad esprimere il principio che “dove non c’è sentenza vi è scontro”  ma senza pretendere che bastasse un qualsiasi organo giudiziario, ancorché composto da galantuomini benintenzionati, magari come il Tribunale Russel in voga ai tempi della guerra fredda, per far cessare l’ostilità e soprattutto la sua conseguenza – la guerra – che, come sosteneva Proudhon è connotato esclusivo e distintivo della specie umana. Per far la guerra infatti basta la volontà, cioè l’intenzione ostile ; così come per eseguire la sentenza occorre forza: accanto al volere occorre il potere di realizzare il volere.
Ma se la guerra è un fatto di volontà il mezzo reale per evitarla è di trovare un accordo e non di processare il nemico vinto, né tantomeno quello di minacciare il patibolo a qualcuno che, con la decisione di aggredire o resistere all’aggressione, mette a rischio la propria vita e quella degli altri, amici e nemici. Che poi alla fine del conflitto che costituisce (e sostituisce) una decisione su un nuovo ordine, lo si “doppi” con un processo è una cerimonia solenne quanto inutile essendo la decisione già avvenuta .
La possibilità che questi miti si realizzino è esclusa, che possa da ciò realizzarsi qualcosa di assai diverso con l’ausilio del “paradosso delle conseguenze” (Freund) non è invece da escludere. Ad esempio il mito dei Tribunali internazionali può contribuire a costituire nuove e più estese unità politiche a scapito della sovranità delle comunità che entrano a farne parte. Hauriou sosteneva che il diritto (e la giurisdizione) comune ha carattere “internazionale” perché volto a dirimere i conflitti tra i diversi gruppi umani in via di raggiungere l’unità politica (Dike); e ne contrapponeva i caratteri al diritto disciplinare volto a decidere i conflitti tra appartenenti allo stesso gruppo sociale (Thémis).
Così la giustizia e le Corti internazionali potranno persino costituire l’avanguardia di uno Stato federale e forse mondiale, che provveda sia a decidere i conflitti che ad applicare il diritto e le decisioni prese.
7. Il carattere dissolutorio dei miti giuridici contemporanei può comunque costituire la rappresentazione del processo di decadenza dello Stato moderno, così come i miti considerati da Santi Romano lo erano della “seconda fase” dello Stato, cioè quella liberal-democratica (o post-rivoluzionaria), quando ancora lo Stato era in espansione. La tecnocrazia ha poco a che fare con la democrazia; il relativismo con i diritti dell’uomo e del cittadino e soprattutto con la volontà della nazione “ch’è tutto ciò che deve essere per il solo fatto di esistere” (Sieyès): l’indipendenza, la sovranità della nazione e il carattere “chiuso” dello Stato con i tribunali internazionali. In questo senso tali miti sono in un certo senso “rappresentativi” di un processo di crisi dello Stato, che come altre forme politiche è peculiare di un certo periodo storico. Come lo Stato moderno ha sostituito quello feudale, come la polis ha fuso i gruppi tribali (o gentilizi) , così anche lo Stato e l’ordine westfaliano giungerà al termine; e  tale convinzione è diffusa.
Dove però i miti dimostrano il loro carattere irrealistico è nell’applicare alle “regolarità della politica e del politico” la critica (e la sorte) dell’istituzione-Stato. Ma mentre questa forma politica appartiene alla storia (e ne è modellata), le regolarità della politica pertengono alla natura umana, e c’è altrettanta possibilità di cambiare quelle che di fermare il sole.
L’idea di sostituire il governo con l’amministrazione e così farne a meno è contraria ad uno dei presupposti del politico (Freund): quello del comando/obbedienza. Una tecnocrazia non sostituisce il governo: governo ed amministrazione si sommano. Anzi se vi sono state comunità umane (per millenni) prive di un’amministrazione burocratica, tanto meno in senso moderno, cioè selezionata (e dotata) di sapere specializzato (ossia tecnico), non se ne ricorda alcuna priva di “governo degli uomini”.
Lo stesso capita per il relativismo, anche se la sua autocontraddittorietà lo rende possibile, in quanto non sia relativista, ossia riconosca un assoluto nell’istituzione e nell’ordine comunitario. Infatti anche un regime relativista, come sopra scritto, ha dei nemici (e così il presupposto dell’amico-nemico), e una “tavola di valori” da imporre anche ai componenti della comunità che preferiscono valori diversi (cioè, non è relativista).
Il politeismo dei valori poi, anche se spesso non escludente, è sempre gerarchico: i valori non sono uguali ma ordinati secondo il più e il meno (e così tollerati) .
Quanto ai Tribunali internazionali, se è stato affermato (v. sopra) da Hauriou (tra gli altri) che un embrione di diritto comune nasce dalla giustizia “internazionale” (Dike); cioè tra gruppi sociali (classi, gentes, tribù), destinati (talvolta) a fondersi in una sintesi politica, d’altro canto è stato, sempre dal giurista francese, notato che accanto a questa c’è sempre un’altra giustizia (Thémis) interna al gruppo sociale, caratterizzata della supremazia del gruppo (del capo) sui sudditi e quindi dall’essere essenzialmente disciplinare e di dar luogo a un diritto conseguente (droit disciplinaire).
Talvolta nella storia l’esistenza di istituzioni di giustizia “internazionale” è stata l’avanguardia della costituzione dell’unità politica; altre volte no, come nel caso del Reichskammergericht, coetaneo alla decadenza del Sacro Romano impero e finito con lo stesso .
La conseguenza è che un rapporto tra istituzioni di giustizia “internazionale” e costituzione di sintesi politiche nuove vi può essere, ma non ha carattere necessario né     cogente, ma accidentale e tali miti lo possono favorire ma non costituire né delinearne compiutamente la forma.
Per questo occorrono i monopoli della decisione politica e della violenza legittima, cioè un potere unificante, come scriveva  il giovane Hegel poco prima della caduta del Sacro Romano Impero.
Tutti questi miti hanno pertanto carattere decostruttivo né quanto potranno (indirettamente e spesso paradossalmente) costruire è prevedibile. E’ prevedibile di converso che non potranno né incidere sulle regolarità della politica né costruire istituzioni conformi alle aspirazioni espresse e suscitate.
D’altra parte se, come scrive S. Agostino Dio spesso si serve del male e dei malvagi per fare il bene , non è vietato sperare che, con il soccorso divino, l’errore possa generare se non la verità, almeno qualcosa di utile.
                                Teodoro Klitsche de la Grange

NOTE

(1) Notava anche che “Nella filosofia della storia si usa questa parola per significare quelle formule che muovono ogni tanto le coscienze delle masse, le quali non hanno coscienza  individuale: Liberté egalité fraternité, La legge è uguale per tutti, Re per grazia di Dio, Dittatura del proletariato, ecc.. Senonché, non solo in questo senso traslato e improprio, ma anche in senso corrispondente a quello in cui la parola è adoperata in dottrina, il concetto di mito può esattamente riferirsi, se non a tutte le formule accennate, ad altre che hanno più o meno immediata attinenza al diritto” op. cit. p. 126.

martedì 12 agosto 2014

Thierry Meyssan: «Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)» - Con qualche nostra nota di commento al testo.

Ho appena ricevuto nella mia posta privata il testo di un articolo di Meyssan, di sicuro interesse, che mi viene offerto in lettura. Mentre lo leggevo nel suo testo a caratteri piccoli, e intendendo che si tratta di un testo in libera circolazione, ho pensato di ripubblicarlo a beneficio del Lettori di "Civium Libertas”. Così dobbiamo fare tutti noi bloggers indipendenti, per contrastare il controllo totale di Israele sui grandi canali di comunicazione, attraverso i quali condiziona e forma la cosiddetta "opinione pubblica”, una nozione truffaldina che non si demistificherà mai abbastanza. Per non fare un semplice e poco gratificante “copia e incolla”, tenteremo qualche riflessione in premessa e a conclusione, prima e dopo la lettura dell‘articolo. Intanto, dove mi trovo, ho già partecipato a tre eventi sulla Palestina e ieri sera ad un evento di diversa natura, dove sono invitato come relatore, ho dato notizia al pubblico convenuto, che mentre noi parlavano in una serata estiva, in piazza, altrove, in Palestina, la gente continuava a morire.... Da notare subito che la nozione di Israele come "stato terrorista”, che è stato il contenuto di un grande striscione apparso in Livorno, è la posizione ufficiale di uno stato, la Bolivia...



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  1. Israele, uno Stato inventato (a insaputa degli ebrei)

Thierry Meyssan,
La guerra, che continua ininterrottamente da 66 anni in Palestina, ha conosciuto una nuova svolta con le operazioni israeliane “Guardiani dei nostri fratelli”, e poi “Roccia inamovibile” (stranamente tradotta dalla stampa occidentale con l’espressione “Margine protettivo”). Chiaramente, Tel Aviv – che aveva scelto di strumentalizzare la scomparsa di tre giovani israeliani per lanciare queste operazioni e «sradicare Hamas» al fine di sfruttare il gas naturale di Gaza, secondo il piano enunciato nel 2007 dall’attuale ministro della difesa – è stata spiazzata dalla reazione della Resistenza. Il Jihad islamico ha risposto inviando razzi di media gittata molto difficili da intercettare, che si aggiungono a quelli lanciati da Hamas. La violenza degli eventi che hanno già ucciso oltre 1.500 palestinesi e 62 israeliani (ma le cifre israeliane sono soggette a censura militare e sono probabilmente minimizzate) ha sollevato un’ondata di proteste in tutto il mondo. Oltre ai 15 membri del Consiglio di Sicurezza, riunitosi il 22 luglio, l’Onu ha dato la parola ad altri 40 Stati che intendevano esprimere il loro sdegno per il comportamento di Tel Aviv e la sua «cultura dell’impunità». La sessione, anziché durare le solite 2 ore, si è protratta per 9 ore. Simbolicamente, la Bolivia ha dichiarato Israele uno «Stato terrorista» e ha abrogato l’accordo sulla libera circolazione che lo riguardava. Ma in generale, le dichiarazioni di protesta non sono state seguite da un aiuto militare, ad eccezione di quelle dell’Iran e simbolicamente della Siria. Entrambi sostengono la popolazione palestinese attraverso il Jihad islamico, l’ala militare di Hamas (ma non la sua ala politica, membro dei Fratelli Musulmani), e tramite il Fplp-Cg. A differenza dei casi precedenti (operazioni “Piombo fuso” nel 2008 e “Colonna di nuvola” nel 2012), i due Stati che proteggono Israele presso il Consiglio (Stati Uniti e Regno Unito) hanno favorito l’elaborazione di una dichiarazione del presidente del Consiglio di Sicurezza che sottolineava gli obblighi umanitari di Israele. In realtà, al di là della questione di fondo di un conflitto che dura dal 1948, si assiste a un consenso per condannare almeno il ricorso da parte di Israele di un uso sproporzionato della forza. Tuttavia, questo consenso apparente maschera analisi assai diverse: alcuni autori interpretano il conflitto come una guerra di religione tra ebrei e musulmani; altri lo vedono al contrario come una guerra politica secondo uno schema coloniale classico. Che cosa dobbiamo pensarne?
Che cos’è il sionismo? A metà del XVII secolo, i calvinisti britannici si riunirono intorno a Oliver Cromwell e rimisero in questione la fede e la gerarchia del regime. Dopo aver rovesciato la monarchia anglicana, il “Lord Protettore” pretese di consentire al popolo inglese di raggiungere la purezza morale necessaria ad attraversare una tribolazione di sette anni, dare il benvenuto al ritorno del Cristo e vivere in pace con lui per mille anni (il “Millennium”). Per far ciò, secondo la sua interpretazione della Bibbia, gli ebrei dovevano essere dispersi fino agli estremi confini della terra, poi raggruppati in Palestina, dove ricostruire il tempio di Salomone. Su questa base, instaurò un regime puritano, levò nel 1656 il divieto che era stato fatto agli ebrei di stabilirsi in Inghilterra e annunciò che il suo paese s’impegnava a creare in Palestina lo Stato di Israele. Poiché la setta di Cromwell fu a sua volta rovesciata alla fine della “Prima Guerra civile inglese”, i suoi sostenitori uccisi o esiliati, e poiché la monarchia anglicana fu restaurata, il sionismo (cioè il progetto della creazione di uno Stato per gli ebrei) fu abbandonato. Riapparve nel XVIII secolo con la “Seconda guerra civile inglese” (secondo il nome dei manuali di storia delle scuole secondarie nel Regno Unito) che il resto del mondo conosce come la “Guerra d’Indipendenza degli Stati Uniti” (1775-1783). Contrariamente alla credenza popolare, essa non fu intrapresa in nome degli ideali dell’Illuminismo che animarono pochi anni dopo la Rivoluzione Francese, ma fu finanziata dal re di Francia e condotta per motivi religiosi al grido di «Il nostro re è Gesù!». George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, per citarne alcuni, si sono presentati come i successori dei sostenitori esiliati di Oliver Cromwell. Gli Stati Uniti hanno dunque logicamente ripreso il suo progetto sionista.Nel 1868, in Inghilterra, la regina Victoria nominò primo ministro l’ebreo Benjamin Disraeli. Questi propose di concedere una parte di democrazia ai discendenti dei sostenitori di Cromwell, in modo da poter contare su tutto il popolo per estendere il potere della Corona nel mondo. Soprattutto, propose di allearsi alla diaspora ebraica per condurre una politica imperialista di cui essa sarebbe stata l’avanguardia. Nel 1878, fece iscrivere «la restaurazione di Israele» all’ordine del giorno del Congresso di Berlino sulla nuova spartizione del mondo. È su questa base sionista che il Regno Unito ristabilì i suoi buoni rapporti con le sue ex colonie, divenute nel frattempo gli Stati Uniti alla fine della “Terza guerra civile inglese” – nota negli Stati Uniti come la “guerra civile americana” e nell’Europa continentale come la “guerra di Secessione” (1861-1865) – che vide la vittoria dei successori dei sostenitori del Cromwell, gli Wasp (White Anglo-Saxon Puritans). Anche in questo caso, è del tutto sbagliato che si presenti questo conflitto come una lotta contro la schiavitù, intanto che cinque stati del nord la praticavano ancora.Fino quasi alla fine del XIX secolo, il sionismo è solo un progetto puritano anglo-sassone al quale solo un’élite ebraica aderisce. È fortemente condannato dai rabbini che interpretano la Torah come un’allegoria e non come un piano politico. Tra le conseguenze attuali di questi fatti storici, dobbiamo ammettere che se il sionismo mira alla creazione di uno Stato per gli ebrei, è anche il fondamento degli Stati Uniti. Pertanto, la questione se le decisioni politiche d’insieme siano prese a Washington o a Tel Aviv ha solo interesse relativo. È la stessa ideologia ad essere al potere in entrambi i paesi. Inoltre, poiché il sionismo ha permesso la riconciliazione tra Londra e Washington, il fatto di sfidarlo significa affrontare questa alleanza, la più potente del mondo.
L’adesione del popolo ebraico al sionismo anglosassone. Nella storia ufficiale attuale, è consuetudine ignorare il periodo dal XVII al XIX secolo e presentare Theodor Herzl come il fondatore del sionismo. Tuttavia, secondo le pubblicazioni interne dell’Organizzazione Sionista Mondiale, anche questo punto è falso. Il vero fondatore del sionismo contemporaneo non era ebreo, bensì cristiano dispenzionalista. Il reverendo William E. Blackstone era un predicatore americano per il quale i veri cristiani non avrebbero dovuto partecipare alle prove della fine del tempo. Basava l’insegnamento su coloro che sarebbero stati elevati al cielo durante la battaglia finale (il “rapimento della Chiesa”, in inglese “the rapture”). Nella sua visione, gli ebrei avrebbero combattuto questa battaglia e ne sarebbero usciti allo stesso tempo convertiti a Cristo e vittoriosi. È la teologia del reverendo Blackstone che è servita da base per il sostegno immancabile di Washington alla creazione di Israele. E questo, molto prima che l’Aipac (la lobby pro-Israele) venisse creata e prendesse il controllo del Congresso. In realtà, il potere della lobby non risiede tanto nel suo denaro e la sua capacità di finanziare le campagne elettorali, quanto in questa ideologia ancora presente negli Stati Uniti. La teologia del rapimento, per quanto stupida possa sembrare, è oggi molto potente negli Stati Uniti. Rappresenta un fenomeno nel mercato dei libri e nel cinema (si veda il film “Left Behind”, con Nicolas Cage, che uscirà ad ottobre). Theodor Herzl era un ammiratore del magnate dei diamanti Cecil Rhodes, teorico dell’imperialismo britannico e fondatore del Sudafrica, della Rhodesia (cui diede il suo nome) e dello Zambia (ex Rhodesia del Nord).Herzl non era israelita praticante né aveva circonciso suo figlio. Ateo come molti borghesi europei del suo tempo, si batté all’inizio per assimilare gli ebrei convertendoli al cristianesimo. Tuttavia, riprendendo la teoria di Benjamin Disraeli, giunse alla conclusione che la soluzione migliore fosse quella di farli partecipare al colonialismo britannico creando uno Stato ebraico, collocato nell’attuale Uganda o in Argentina. Seguì l’esempio di Rhodes nella maniera di acquistare terreni e di costruire l’Agenzia Ebraica. Blackstone riuscì a convincere Herzl a unire le preoccupazioni dei dispenzionalisti a quelle dei colonialisti. Era sufficiente per tutto questo considerare di stabilire Israele in Palestina e di moltiplicare i riferimenti biblici. Grazie a questa idea assai semplice, giunsero a far aderire la maggioranza degli ebrei europei al loro progetto. Oggi Herzl è sepolto in Israele (sul monte Herzl) e lo Stato ha posto nella sua bara la Bibbia annotata che Blackstone gli aveva offerto.Il sionismo non ha dunque mai avuto come obiettivo quello di «salvare il popolo ebraico dandogli una patria», bensì quello di far trionfare l’imperialismo anglosassone associandovi gli ebrei. Inoltre, non solo il sionismo non è un prodotto della cultura ebraica, ma la maggior parte dei sionisti non è mai stata ebrea, mentre la maggioranza dei sionisti ebrei non sono israeliti dal punto di vista religioso. I riferimenti biblici, onnipresenti nel discorso pubblico israeliano, rispecchiano il pensiero solo della parte credente del paese e sono destinati principalmente a convincere la popolazione statunitense.
Il patto anglosassone per la creazione di Israele in Palestina. La decisione di creare uno Stato ebraico in Palestina è stata presa congiuntamente dai governi britannico e statunitense. È stata negoziata dal primo giudice ebreo della Corte Suprema degli Stati Uniti, Louis Brandeis, sotto gli auspici del reverendo Blackstone, e fu approvata sia dal presidente Woodrow Wilson sia dal primo ministro David Lloyd George, sulla scia degli accordi franco-britannici Sykes-Picot sulla spartizione del “Vicino Oriente”. Questo accordo fu progressivamente reso pubblico. Il futuro Segretario di Stato per le Colonie, Leo Amery, ebbe l’incarico di inquadrare gli anziani del “Corpo dei mulattieri di Sion” per creare, con i due agenti britannici Ze’ev Jabotinsky e Chaim Weizmann, la “Legione ebraica” in seno all’esercito britannico. Il ministro degli esteri Lord Balfour inviò una lettera aperta a Lord Walter Rothschild per impegnarsi a creare un «focolare nazionale ebraico» in Palestina (2 novembre 1917). Il presidente Wilson annoverò tra i suoi obiettivi di guerra ufficiali (il 12° dei 14 punti presentati al Congresso l’8 gennaio 1918) la creazione di Israele.Pertanto, la decisione di creare Israele non ha nulla a che fare con la distruzione degli ebrei d’Europa sopravvenuta due decenni più tardi, durante la Seconda Guerra Mondiale. Durante la Conferenza di pace di Parigi, l’emiro Faisal (figlio dello Sharif della Mecca e futuro re dell’Iraq britannico) firmò, in data 3 gennaio 1919, un accordo con l’Organizzazione Sionista, impegnandosi a sostenere la decisione anglosassone. La creazione dello Stato di Israele, realizzata contro la popolazione della Palestina, era quindi fatta anche con l’accordo dei monarchi arabi. Inoltre, all’epoca, lo Sharif della Mecca, Hussein bin Ali, non interpretava il Corano alla maniera di Hamas. Non pensava che «una terra musulmana non può essere governata da non-musulmani»
La creazione giuridica dello Stato d’Israele. Nel maggio 1942, le organizzazioni sioniste tennero il loro congresso al Biltmore Hotel di New York. I partecipanti decisero di trasformare il «focolare nazionale ebraico» della Palestina in «Commonwealth ebraico» (riferendosi al Commonwealth con cui Cromwell aveva brevemente sostituito la monarchia britannica) e di autorizzare l’immigrazione di massa degli ebrei verso la Palestina. In un documento segreto, venivano precisati tre obiettivi: «(1) lo Stato ebraico avrebbe abbracciato l’intera Palestina e probabilmente la Transgiordania; (2) il trasferimento delle popolazioni arabe in Iraq; (3) la presa in mano da parte degli ebrei dei settori dello sviluppo e del controllo dell’economia in tutto il Medio Oriente». Quasi tutti i partecipanti ignoravano allora che la «soluzione finale della questione ebraica» (die Endlösung der Judenfrage) aveva appena preso inizio segretamente in Europa.In definitiva, mentre i britannici non sapevano più come soddisfare sia gli ebrei sia gli arabi, le Nazioni Unite (che a quel tempo annoveravano appena 46 Stati membri) proposero un piano per spartire la Palestina a partire dalle indicazioni che gli fornirono i britannici. Uno Stato bi-nazionale doveva essere creato, comprendente uno Stato ebraico, uno Stato arabo e una zona soggetta a un “regime internazionale speciale” per amministrare i luoghi santi (Gerusalemme e Betlemme). Questo progetto fu adottato attraverso la risoluzione 181 dell’Assemblea Generale. Senza attendere il seguito dei negoziati, il presidente dell’Agenzia Ebraica, David Ben Gurion, proclamò unilateralmente lo Stato di Israele, subito riconosciuto dagli Stati Uniti. Gli arabi del territorio israeliano furono sottoposti alla legge marziale, i loro movimenti furono limitati, i loro passaporti confiscati. I paesi arabi di recente indipendenza intervennero. Ma senza eserciti ancora costituiti, furono rapidamente sconfitti. Durante questa guerra, Israele procedette a una pulizia etnica e costrinse almeno 700.000 arabi a fuggire.L’Onu inviò un mediatore, il conte Folke Bernadotte, un diplomatico svedese che aveva salvato migliaia di ebrei durante la guerra. Constatò che i dati demografici trasmessi dalle autorità britanniche erano falsi e pretese la piena attuazione del piano di spartizione della Palestina. Al dunque, la risoluzione 181 implica il ritorno dei 700.000 arabi espulsi, la creazione di uno Stato arabo e l’internazionalizzazione di Gerusalemme. L’inviato speciale delle Nazioni Unite fu assassinato, il 17 settembre 1948, su ordine del futuro primo ministro Yitzhak Shamir. Furibonda, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 194, che riafferma i principi della risoluzione 181 e, inoltre, proclama il diritto inalienabile dei palestinesi a tornare alle loro case e ad essere risarciti per il danno che avevano appena subito. Tuttavia, poiché Israele aveva arrestato gli assassini di Bernadotte, e poi li processò e condannò, fu accolto in seno all’Onu con la promessa di onorare le risoluzioni. Ma erano nient’altro che bugie. Subito dopo gli assassini furono graziati e lo sparatore divenne la guardia del corpo personale del primo ministro David Ben Gurion.Fin dalla sua adesione all’Onu, Israele non ha mai smesso di violare le risoluzioni che si sono accumulate all’Assemblea Generale e al Consiglio di Sicurezza. I suoi legami organici con due membri del Consiglio che dispongono del diritto di veto lo hanno collocato di fuori del diritto internazionale. È diventato uno Stato off-shore che permette agli Stati Uniti e al Regno Unito di fingere di rispettare anche loro il diritto internazionale, mentre lo violano dietro questo pseudo-Stato. È assolutamente sbagliato ritenere che il problema posto da Israele riguardi solo il Medio Oriente. Oggi Israele agisce militarmente in tutto il mondo a copertura dell’imperialismo anglosassone. In America Latina, ci furono agenti israeliani che organizzarono la repressione durante il colpo di stato contro Hugo Chávez (2002) o il rovesciamento di Manuel Zelaya (2009). In Africa, erano ovunque presenti durante la guerra dei Grandi Laghi e hanno organizzato l’arresto di Muammar el-Gheddafi. In Asia, hanno condotto l’assalto e il massacro delle Tigri Tamil (2009), ecc. Ogni volta, Londra e Washington giurano che non c’entrano per nulla. Inoltre, Israele controlla numerose istituzioni mediatiche e finanziarie (come la Federal Reserve statunitense).
La lotta contro l’imperialismo. Fino alla dissoluzione dell’Urss, era evidente a tutti che la questione israeliana scaturisse dalla lotta contro l’imperialismo. I palestinesi erano sostenuti da tutti gli anti-imperialisti del mondo – perfino dai membri dell’Armata Rossa giapponese – che venivano a combattere al loro fianco. Oggi, la globalizzazione della società dei consumi e la perdita di valori che ne è seguita hanno fatto perdere coscienza del carattere coloniale dello Stato ebraico. Solo arabi e musulmani si sentono coinvolti. Essi mostrano empatia per la condizione dei palestinesi, ma ignorano i crimini israeliani nel resto del mondo e non reagiscono ad altri crimini imperialisti. Tuttavia, nel 1979, l’ayatollah Ruhollah Khomeini spiegò ai suoi fedeli iraniani che Israele era solo una bambola nelle mani degli imperialisti e che l’unico vero nemico era l’alleanza degli Stati Uniti e del Regno Unito. Per il fatto di affermare questa semplice verità, Khomeini fu caricaturizzato in Occidente e gli sciiti furono presentati come eretici in Oriente. Oggi l’Iran è l’unico paese al mondo ad inviare grandi quantità di armi e consiglieri per aiutare la Resistenza palestinese, mentre i regimi sionisti arabi se ne stanno a discutere amabilmente in videoconferenza con il presidente israeliano durante le riunioni del Consiglio di sicurezza del Golfo.
(Thierry Meyssan, “Chi è il nemico?”, articolo apparso il 3 agosto 2014 su diversi giornali internazionali e tradotto da “Megachip”).


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L’articolo e il suo contenuto è seducente. Certamente sono da studiare gli autori e le situazione citate. Tuttavia, ritengo che è prudente attenersi alla concreta fattualità storica che in Palestina si delinea dal 1882 in poi, da quando cioè i primi sionisti (i Biluim) incominciano a mettere piede in quella terra, suscitando la diffidenza perfino degli ebrei autoctoni ed avendo già in mente ciò che oggi è davanti agli occhi di ognuno di noi: la pulizia etnica della Palestina, il genocidio di interi popoli, la balcanizzazione del Medio Oriente, la produzione del caos permanente come fattore costante di indebolimento di ogni reazione difensiva da parte dei popoli aggrediti.

sabato 2 agosto 2014

Google Alert: Gianni Vattimo/2. - La Stampa con le sue “frasi choc”.

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John Pilger
Rif.: La Stampa / del 16.7.2014

Inizio a beneficio dei miei Lettori, e con i ben noti rischi, uno studio, una “ricerca scientifica”, sulla natura e la funzione dei media, di quella “informazione” che in un interessante Forum londinese ho sentito definire da John Pilger come una «emanazione del potere», dove il termine emanazione è dotto e fa risalire a Blake e ancora prima a Plotino. Nei conflitti in corso è stato giustamente rilevato come giornali, televisioni e affini, tutti riassunti con il termine “media”, non sono più uno “strumento” della propaganda, ma sono essi stessi parte integrante della guerra o anche di vere e proprie campagne di diffamazione e denigrazione, come nel caso che andremo a studiare con sistematicità. Si badi: un “caso”, che non è singolo ed è rappresentativo di un intero sistema e di una vera e propria guerra condotta con strumenti informatici. Studiarne le tecniche e le modalità può essere istruttive e utile ad ognuno per sapersi difendere pur restando al di fronti degli incredibili e mostruosi meccanismi di poteri che ghermiscono ogni singolo cittadini che appena osi riflettere e interrogarsi con libertà di coscienza e di pensiero sul mondo che lo circonda. Appunto, una libertà non deve più esserci: è questo l’obiettivo di un potere occulto che non ama e non vuole essere definito e analizzato. A mia memoria, i guai di Vattimo, o meglio gli attacchi a lui rivolti, incominciano quando constatando l’assoluto o quasi, ma dove il quasi conferma meglio l’assoluto controllo dei media da parte “ebraica”, Vattimo si chiese se le pagine dei “falsi” Protocolli non avessero almeno su questo punto una qualche fondata verosimiglianza. Da quel momento le accuse di “antisemitismo” non hanno più abbandonato il povero Vattimo, che molti altri è estraneo a una accusa, di forte valenza penale, il cui contenuto criminoso sfugge sempre più a ogni seria analisi e riflessione. Ho messo fra virgolette il termine "ebraico” e con esso lascio in sospeso il problema della identità ebraica e del potere ebraico, su cui i contributi maggiori a mia conoscenza sono stati dati già in un libro organico, pure tradotto in italiano, da Gilad Atzmon, sul quale significativamente il dibattito non sembra essersi neppure avviato, secondo una strategia del silenzio che è altrettanto tipica dello stesso potere che ama mantenersi occulto: non far riconoscere il proprio potere e le sue forme di penetrazione e di influenza. Per avere una idea sia pure sommaria del sistema del “potere ebraico” si dia un’occhiata a un articolo apparso sul sito Aurora, dove è data una mappatura del sionismo in Francia. In ogni singolo Paese esistono situazioni analoghe con collegamenti internazionali che il grande pubblico non avverte. Mettere semplicemente in relazione dati pur certi, e ricavarne ovvie deduzioni, è cosa che viene tacciata di  «complottismo», accusa demonizzante non meno generica e inconsistente delle altre.

La nuova battuta di caccia contro Vattimo parte da una sua sfuriata in una trasmissione radio, “La Zanzara”, con sue proprie forme di comunicazione, alla quale Vattimo partecipa «turandosi il naso». Da quel momento a turno, in testate grandi e piccole, periodici attacchi a Vattimo, secondo la formula “colpirne uno, per educarne cento”. Ai nostri fini, può essere utile registrare ogni singolo attacco per disegnare una mappatura del potere mediatico e dei suoi occulti padroni. Per non correre a nostra volta ulteriori rischi, adotteremo i metodi propri della ricerca scientifica, attendendoci alla più stretta documentazione e avvalendoci di quella libertà di pensiero e di giudizio critica che formalmente è ancora garantito dall’art. 21 della nostra costituzione e da tutte le menzognere Dichiarazioni universali dei diritti. Non esagero: non esiste più nessuna libertà di pensiero. L’ostacolo tecnico-giurisprudenziale è aggirato facendo dichiarare con norma di legge che una determinata opinione non è pensiero, ma è un crimine. Dunque, la formale libertà di pensiero contenuta nella costituzione è fatta salva e il crimine è perseguito. Per questa via si giunge al pensiero unico e si supera perfino le più funeste previsioni di George Orwell.

Avevamo previsto i decorsi al momento della trasmissione La Zanzara, dove Vattimo si è più che giustamente indignato per un vero e proprio genocidio che si compie in Gaza con la complicità di tutto il nostro sistema di comunicazione. Vattimo ha evocato la necessità della formazione di “Brigate internazionali” per andare in soccorso di Hamas – fatto dichiarare "terrorista” dallo stesso «Stato ebraico di Israele» – e della popolazione palestinese che è sotto “pulizia etnica” da quando nel 1882 i primi sionisti misero piede in Palestina, avendo in testo che in un modo o nell’altro avrebbero dovuto cacciare via i residenti. Quello che succede in questo agosto 2014 fu iniziato nel 1882. L’inganno mediatico consiste nel far concentrare l’attenzione sui petardi sparati da Hamas e non sul rapporto fra illegittima agressione dello «Stato ebraico di Israele» e la legittima difesa e resistenza di un popolo “destinato” alla cancellazione, come fu per gli Indiani d’America, in una terra dove sorge la «più antica democrazia del mondo», concimata con il genocidio e la schiavitù. Quella democrazia “antica” americana e quella “unica” israeliana si tendono la mano e vogliono rinnovare all’inizio del terzo millennio una dominazione del mondo fatta di “genocidio” e “schiavitù”.

Qui veniamo al carattere “globale” del “sionismo”. È ciò che caratterizza l’analisi di gilad Atzmon in contrasto con quanti, inclusi quelli del BDS, vogliono dare a intendere che si tratti di semplice “colonialismo” e come tale sanabile. È una grossa differenza che ha condotto all’assurdo dell’ennesima contestazione di “antisemitismo”, rivolta questa volta proprio a Gilad Atzmon da parte di quei filopalestinesi, essi stessi palestinesi all’estero, che dovrebbero liberare la Palestina sul modello del boicottaggio già sperimentato per il Sud Africa. Si tratta in realtà di cose diverse, dove il sionismo è qualcosa di ben più grave e la cui minaccia è globale, come appunto anche il nostro caso, la persecuzione al filosofo Gianni Vattimo conferma. All’italiano Vattimo è stata fatta ventilare la minaccia di arresto se appena mette piede negli USA, dove il controllo della Israel Lobby è completo. Ma sono aspetti che andremo enucleando via via con tutta la ricchezza possibile di dettaglio.

Qui incominciamo a registare, partendo dal DOPO della trasmissione sulla Zanzara, un primo attacco proveniente da “La Stampa”, che di recente ha fatto intervenire un campione del sionismo, l’ebreo americano Alan Dershowitz, pur concedendo in condizione di inferiorità il diritto di replica allo stesso Vattimo. È un gioco mediatico dove non credo che una persona esperta come Vattimo si sia lasciato ingannare. La sua “risposta” non mi è parsa tanto energica quanto doveva essere. Il Dershowitz merita ogni stigmatizzazione per la sua incursione e ingerenza nel nostro sistema politico-costituzionale dove ancora non è stata introduzione quella Legge sull’Olocausto, già esistente in Germania e qui propugnata da un Furio Colombo, cui già si deve il «Giorno della Memoria», e che scrive sul “Fatto Quotidiano”, da dove proviene uno degli attacchi che analizzeremo in un successivo post di questa nuova serie di “Civium Libertas”.

Un’ultima riflessione, rivolta a Gianni Vattimo, che spero legga queste righe. La “brigate internazionali” da lui auspicate non devono necessariamente replicare le forme della guerra civile spagnola, ma possono essere anche brigate “mediatiche”, su internet, e finché si potrà godere di una certa libertà, atteso che le nuove forme di guerre si combattono e iniziano con le campagne di stampa, sono fatte di “false flag”, e mirano a canalizzare un consenso diffuso, “democratico”, ai maggiori crimini della storia, quali mai i totalitarismi avrebbero potuto concepire per l’assenza di quei mezzi tecnici di cui oggi l’Impero Usraele dispone.

La Stampa inizia dunque gli attacchi facendo parlare un signore, sempre presente in queste cose, e noi non nominiamo, pur citandone le parole: ««Non sorprende che Gianni Vattimo torni a cavalcare le peggiori stereotipie dei nostri tempi per affermare la propria ostilità nei confronti dello Stato di Israele». Termini: “sorprende”, “peggiori stereotipie”, “Israele”… Il Papa cattolico avrebbe avuto meno sicumera nel pronunciarsi non su questioni di fede, ma su dati fattuali di cronaca. Mentre in Gaza lo “Stato ebraico di Israele” uccide a man bassa, donne e bambini, cosa che neppure gli stessi media possono ignorare, questo signore pretende di convincerci che non sta succedendo nulla o che se proprio qualcuno muore, se lo sono meritati quelli che muoiono, donne e bambini, cui l’altra “moralità” israeliana ha dato un preavviso di morte pochi minuti prima dello sgancio di bombe spesso al fosforo…

E potremmo continuare in una facile analisi logico-linguistica, etico-politico, religioso-teologico, ma confidiamo che avendo indicata la fonte ogni persona appena un poco istruita sappia formarsi un giudizio nel suo foro interiore della coscienza, dove almeno lì non potrebbe essere censurato ed esposto all’attaca dei media, in questo caso “La Stampa” che vede lo choc nell’allarme lanciato da Vattimo e non nel modo in cui si tenta di silenziare l”allarme e addirittura di colpevolizzarlo e demonizzarlo. Da notare poi come si pretende il monopolio delle teste dei “giovani”, non già considerate teste “libere”, ma teste destinate a seguire, volenti o nolenti, i dettami e le indicazioni che così autorevolente giungono… Ormai il Papa cattolico da anni ha rinunciato al suo Magistero morale. Lo ha consegnato in altre mani, altre bocche, altri organi di informazione. Ancora una volta possiamo tuttavia verificare come la condanna dell’«odio», e quindi la richiesta di applicazione della legge Mancino-Taradash-Modigliani, non abbia nulla a che fare con quell’«amore» che il cristianesimo predica invano da 2000 anni, ma sia invece una perfida strumentazione per colpire avversari politici o persone che la pensano diversamente e non si lasciano intimidire. È una forma di terrorismo ideologico, un terrorismo di stato praticato da chi con una azione di lobbismo ha fatto dichiarare come “terroristi” dei legittimi resistenti come i miliziani di Hamas. Costoro ci chiederanno un giorno perfino di rinnegare le nostre madri per compiacere ai loro padroni.

Che mondo!

(Avvertenza: il testo è da rileggere e correggere o integrare o rivedere radicalmente, cosa che mi riservo sempre di fare in momenti successivi, per questo e per ogni altro mio testo. È concesso nello spazio commenti ogni diritto di replica, rettifica e discussione, purché entro i limiti della legalità e della netiquette, a mio insindacabile giudizio.)

venerdì 1 agosto 2014

Tempestiva interposizione nella “sfida” dell’avvocato Alan Dershowitz ebreo americano al filofofo italiano Gianni Vattimo

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Alan Dershowitz
Certe cose si scrivono subito, di getto, o altrimenti passata l’onda emotiva non si scrivono più. È il caso della “sfida” lanciata dall’arcisionista Alan Dershowitz e Gianni Vattimo, che ha goduto finora di una certa notorietà e che per questo si vuol demolire, essendo stato colto come colpevole di lesa Sion. Con personaggi meno noti si ricorre ad altri metodi. Gilad Atzmon, ottimo combattente, in grado di battere ai punti un avvocato che resta avvocato e che non corre certo il rischio di diventare filosofo, ha di recente di nuovo avvertito sull’importanza di una pubblica discussione sulla natura del “potere ebraico”, che esiste e che si manifesta anche con inserimento in elenco di quanti si vogliono definire “terroristi”, con una creazione della figura tanto nominalista quanto arbitraria. Ancora Atzmon, che ha abbandonato Israele, considerandola una terra sottratta ai palestinesi, parla tranquillamente di suo nonno come di un “terrorista” dell’Irgun, Basta un poco di cognizione storica per sapere come lo stesso «Stato ebraico di Israele» non solo nasce con il “terrorismo”, ma questa è divenuta una pratica di stato, qualcosa che lo «stato ebraico di Israele» pratica non solo in Israele, ma in ogni parte del mondo come la sua propria autentica “filosofia di stato”...

Si badi bene, questo individuo, Dershowitz, minaccia di arresto Gianni Vattimo se appena osa mettere piede non in Israele, ma negli USA! Come a dire, che Israele comanda negli USA, e si rammarica Dershowitz di non poter arrestare Vattimo anche in Italia, dove non è stata ancora estesa la legge USA, cosa che certo con Renzi non tarderà a succedere. Si tratta di una concezione grossolanamente positivista del diritto per la quale basta corrompere qualche centinaio di “legislatore” e si ottengono tutte le leggi che il compratore corruttore desidera. In America è la regola. Al confronto, fascismo e nazismo sono stati fari di civiltà giuridica. Quindi, le “liste di terroristi” hanno questa origine...  Devo procedere con una certa prudenza perché l’avvocato Dershowitz minaccia cause a destra e a manca con la stessa facilità con la quale negli asili infantili si faceva la linguaccia o gli tipici segni dell’ostilità puerile. Cerchiamo però di cogliere la sostanza della polemica, senza lasciarci sviare da temi secondari come quello della “omosessualità”. Non so se anche Dershowitz sia un omosessuale, ma è noto che lo sia lo stesso Vattimo ed ancora di più il Pezzana cui si deve quel fetido, lurido sito che è tanto caro all’Ambasciata israeliana, alla stessa “comunità ebraica”, il cui statuto giuridico si regge ancora – mi pare – sulla legge Falco, voluta da Mussolini, al quale si deve pure per prima la formula dei “due stati per due popoli”... Non mi soffermo sulla deviazione omosessuale, se non per ricordare di Sodoma e Gomorra, che furono inceneriti proprio per la pratica della omosessualità. Quindi mi suona piuttosto strano questo richiamo a Tel Aviv, capitale dello «Stato ebraico di Israele», che vive oggi come la Sodoma biblica... Ma andiamo avanti.

Lascio pure da parte lo sfottio sul filosofo grande o piccolo. Chi è sa di essere filosofo non è nè grande né piccolo, ma solo filosofo. Tralascio la volgarità degli insulti mossi a Vattimo sul piano professionale, insulti che non scalfiscono chi li riceve, ma ben descrivono la natura morale e pure professionale del personaggio da cui provengono, un personaggio dal quale più si sta distanti e più ci si guadagna. Forse gli avvocati alla Dershowitz possono pensare di essere grandi avvocati meritevoli di particolari onori anche da chi non ha molto rispetto per gli Azzeccagarbugli e come filosofo ha una concezione del diritto e della giustizia che è agli antipodi di quella che alberga nella testa di un Dershowitz. Vattimo è un filosofo e basta. Nessun filosofo ne mette in discussione la figura e per ogni filosofo Dershowitz è solo un avvocato, con tutta la considerazione che degli avvocati si può avere o non avere, ma che in ogni caso non discende dalla professione in sé ma dal modo in cui la si esercita. Ho tanti amici avvocati che ben sanno quanto è grande la mia stima per loro, ma anche sanno che essa è fondata ben più solidamente da altri attributi che superano la loro pur grande valentia professionale. È tipico della aggressività sionista l’attacco alla figura professionale: dal panettiere o dal bigliettaio al filosofo. Ricordo il godimento di un “ebreo” per l’attacco che fu condotto contro Norman G. Finkelstein, al quale si fece perdere la cattedra nell’università dove insegnava. Ricordo il godimento mentre si auspicava la condizione di un Norman, ebreo, che al mercato si debba preoccupare quando costi la frutta che vuole mangiare. È una tipica vendetta... Quando devo definire la “identità ebraica” mi sovviene sempre alla mente questo episodio che ognuno può vedere su You Tube in una serie con sottotitoli in italiano dedicata proprio a Norman G. Finkelstein e al modo in cui gli stessi signori che ora attaccano Vattimo hanno già fatto con Normal G. Finkelstein e tantissimi altri che restano ignoti. Per fortuna Vattimo è già in pensione e sarebbe un precedente inaudito che gli venissero a togliere la pensione su richiesta di un Dershowitz o dei suoi referenti italiani. È vero che tutto può succedere e alle angherie di cui questa gente è capace non vi è limite.

Vorrei sofferemarmi sull’«odio» che tanto spazio ha nella propaganda israelo-sionista. Le lobbies ebraiche ne hanno fatto un’apposita legge, per punirlo in quanto tale, cosa assurda per ogni serio giurista degno di questo nome, fatta eccezione per gli avvocati che seguono altre categorie mentali. Un filosofo conosce le pagine del filosofo Baruch Spinoza sull’odio, che è definito come una passeggera malattia dell’anima che tende alla potenza dell’essere, che nella sua pienezza non può contenere nessun “odio” perché sarebbe una imperfezione. Ogni filosofo è perciò immune da qualsiasi affezione di “odio”. Altra cosa è il “culto ebraico” che già nel Seicento Spinoza vedeva come tutto intriso di «odio»: ti odio affinché tu possa odiarmi e quindi io continuare a odiarti con intensità maggiore proprio perché ti mi odi. Ho semplificato un poco, ma credo che le cose stiano così e accetterò volentieri le correzioni del filosofo Vattimo, se lui ha una migliore conoscenza del testo di Spinoza, di cui io non mi professo specialista, cos’ come Vattimo è ritenuto specialista di Heidegger, indubbiamente grande filosofo, delle cui concezioni – piaccia o non piaccia all’avvocato Derhowitz – non resta altro che prendere atto, una volta che il proprio ingegno si sia elevato alla comprensione del testo filosofico di Heidegger, Posso immaginare un Dershowitz che faccia causa a un Finkelstein, che lo aveva accusato di plagio, se ben ricordo. Ma proprio mi pare una bestemmia immaginare Dershowitz mentre legge Heidegger. Ricordo un brano di un suo testo tradotto in italiano dove  con incredibile anacronismo si faceva di Dostoiesky un antesignano di Hilter.

E veniamo qui agli accostamenti che spesso vengono fatti fra nazismo o nazismo e sionismo. Effettivamente sono da respingere perché sono  cose diverse, ben diverse. Detto ciò, qualsiasi vulgata narrativa e non scientifico-filologica si voglia dare del nazismo o del fascismo, il sionismo oltre che essere cronologicamente assai peggio. Devo purtroppo affidarmi alla memoria e i miei Lettori vorranno concedermi eventuali rettifiche, ma un altro “filosofo”, italiano, morto da alcuni anni, ebbe a definire il sionismo come una dottrina criminale “per essenza”. Chi ben intende il termine filosofo sa che in termini giuridici significa “insanabile”. Io non ho fatto quegli approfondimenti che mi occorrono, ma avendo assistito a un seminario su cosa è la “psicopatia”, ne ho ricavato la convinzione (beninteso, da verificare) che il sionismo sia appunto una forma di “psicopatia”. Come giudicare altrimenti il godimento delle famiglie israeliane davanti al massacro di Gaza? Era già successo durante “Piombo Fuso” e ora si ripete in questi giorni. Famiglie assiepate che si godono da alture i bombardamenti  sulla testa di due milioni di palestinesi rinchiusi in un enorme Lager, che fa impallidire ogni narrativa sui Lager nazisti, dove oltre alle infermerie esistevano anche i bordelli per le esigenze sessuali degli internati. Altra caratteristica degli psicopatici è di credersi essi stessi vittime mentre uccidono le loro vittime, con le quali non hanno nessuna empatia...

Ah, una perla che subito mi è saltata agli occhi nel momento in cui l’«avvocato» Dersohowizt scrive che «per due volte Israele ha offerto ai palestinesi un proprio stato». Anche questo è un argomento tipico della propaganda sionista. Lo ripetono tutti quanti come pappagalli. Di recente in un Forum ho replicato dicendo che è una vera e propria beffa, chupath, l’atteggiamento di chi ti priva di qualcosa che è interamente tuo, tutto tuo, e poi te ne offre – a suo dire – una metà, di cui pure si appropria perché tu non la vuoi accettare, ma rivendica, eroicamente e dignitosamente, l”interezza del suo diritto (quello vero, non quello praticato da Dershowitz nei suoi tribunali) diritto e della sua dignità. La famosa spartizione sancita dall’ONU non fu mai ratificata dal Consiglio di Sicurezza, se ben ricordo. E dunque avrebbe la stessa inefficacia delle oltre 80 risoluzioni di condanna contro Israele, sempre irrise opponendo il mero valore di “raccomandazione” e di non cogenza giuridica. Peccato che questa stessa argomentazione non venga ricordata ogni volta che nell’elenco della fragili fondamenta di legittimità dello «Stato ebraico di Israele» si indica proprio la più sballata e ingiusta risoluzione che mai l’ONU potesse adottare. Scioltasi la Società delle Nazioni, che ebbe pure una miserabile storia, si ricostituisce nuovamente una Associazione degli Stati vincitori della seconda guerra mondiale con l’intento dichiarato di favorire sempre la causa della pace, affinché non sorgessero nuove guerre e i conflitti venissero risolti per via negoziale. L’ONU non può avere come suo scopo la spartizione del territorio di un popolo o l’avallo della “pulizia etnica” come avvenne nel 1948, attuando un piano concepito ancora prima che il nazismo andasse al potere in Germania.

Il nazismo che con il sionismo ebbe sempre eccellenti rapporti, come è facile documentarsi, molto più solidi delle poche visite fatte dal muftì di Gerusalemme, che da esule andava in giro per cercare ogni possibile sostegno alla sua sventurata patria, che ancora oggi soffri i supplizi di Cristo in croce nella stessa terra dove per chi ci crede fu già crocifisso duemila anni fa dalle stesse persone di oggi. Forse non sa l’avvocato Dershowitz che il primo a proporre la soluzione dei “due stati per due popoli” fu proprio il nostro Mussolini, lo stesso demonizzato per le leggi razziali, la cui vera origine – secondo un recente volume – fu l’attacco del sionismo internazionale contro il fascismo, inducendo quest’ultimo a pensare di rivalersi sugli ebrei italiani, che erano in buona parte devotissimi fascisti, ripeto, secondo quanto è possibile leggere in documentatissimi volumi, che per lo meno richiedono una qualche attenzione e discussione critica, ma le cui tesi non è serio ignorare, come fanno spesso i sionisti, tutte le volte che certe verità non convengono loro.

Due parola su un tema proibito: l’«Olocausto», per il quale solo a nominarlo si va in galera. Durante l’Inquisizione vi era maggiore libertà di pensiero e di contraddittorio. I rapporti del sionismo con il nazismo sono di gran lunga precedenti gli anni della guerra. La dottrina sionista, “criminale per essenza”, precede cronologicamente qualsiasi “crimine” nazista o fascista. L’ebreo israeliano Ilan Pappe, già docente in Haifa,  ben descrive nel suo libro la “Pulizia etnica della Palestina”, come il Piano Dalet fosse già pronto ben prima della sua esecuzione, ossia del momento lungamente atteso che si ritenne utile per passare all’esecuzione. Si riunivano proprio a Tel Aviv nella «casa rossa» ed erano in Undici, e mai sedettero in un Tribunale per i loro crimini... Sicuramente Dershowizt sarebbe stato il loro avvocato difensore.

L’abbiamo tirata per le lunghe, fra premesse e digressioni. In cosa consiste dunque la «sfida» lanciata dall’avvocato americano sulle pagine della Stampa al filosofo italiano, che gode del diritto di replica sulla stesso quotidiano? Niente di più stupido! L’invito a recarsi in Gaza. E cercherò di spiegare la stupidità della sfida. Scherzi a parte, avevo anche io ricevuto da parte di Vittorio Arrigoni l’invito a salire sulla prima barca che portò a Gaza, forzando il blocco israeliano. Declinai l’invito dicendo che dovevo fare prima testamento, ma il diniego non fu viltà. Da allora ho spiegato che il più grande aiuto che si possa dare alla gente di Gaza è di lottare in Italia contro governi largamente infiltrati dalla Israel Lobby. Di fronte al “genocidio’ di Gaza che si consuma ancora in questo momento in cui scrivo, l’attuale governo italiano non è meno responsabile del governo italiano che getta le bombe e forse solo un po’ meno di quello americano che a Israele fornisce tutte le armi che vengono usate per uccidere persone inermi e disarmate. Da qui il legittimo sdegno del “filosofo” (e mai titolo fu più meritato!) che freme davanti al massacro e pensa a quelle brigate internazionali durante la guerra civile spagnola che sono sempre ricorrenti nella memorialistica nostrana. Dubito che Dershowitz sappia che proprio quella guerra fu molto probabilmente la vera causa delle tanto deprecate leggi razziali italiane del 1938, che instaurarono un regime di “discriminazione” (ma non “persecuzione”) contro gli ebrei italiani che avevano fino ad allora avuto eccellenti rapporti con il fascismo e con Mussolini in particolare.

Se si confronta la situazione di allora con quella odierna, l’appello di Gianni Vattimo riesce perfettamente comprensibile agli intellettuali di formazione italiana. Sono certo che chi doveva capire ha capito e tace per la vergogna. Resta un merito di Vattimo l’aver lanciato il sasso nello stagno. I tempi del pensiero e della maturazione non sono i tempi dei media o della propaganda. Un filosofo pensa e riflette nella solitudine del suo studio. Possono esservi nella vita di un “filosofo” – inutile spiegare a Dershowitz cosa è o chi è un filosofo e chi invece non lo è, anche se magari riceve premi e referenze accademiche – semplici "attimi” o singoli “eventi” che condizionano tutta la vita restante o che danno senso e spiegazione a tutta la vita precedente. Il "genocidio” palestinese, a fronte di ben altro “genocidio”, divenuto articolo di fede e liturgia istituzionale, non lascia scampo al “filosofo”, che non sia semplicemente un professore universitario, magari “ordinario” della materia, il cui compito è spesso non quello di educare i giovani al pensiero libero, ma al conformismo del pensiero unico e all’acquiescenza o al silenzio davanti ai più abietti e spudorati crimini di regime, come quello a cui stiamo assistendo in tempo reale in una Gaza che può benissimo essere una borgata di Roma. Questo Vattimo ci ha detto e questo ha comprensibilmente fatto infuriare la “Israel lobby” che ha mobilitato il suo Avvocato.

Il resto è dettaglio e diversivo. La stupidità è flagrante nel momento in cui si immagina un Vattimo, noto gay, che in Gaza ci dovrebbe andare idealmente non per affrontare la morte combattendo contro chi uccide gente inerme, disarmata, o armati con armi di gran lunga inferiori, ma per inscenare manifestazioni per il diritto dei gay. Per questa gente gli affari di... culo (scusate la volgarità) sono più importanti di ogni altra considerazione di ordine morale, etico, giuridico, religioso, umanitario. Occorre dire altro sul personaggio Dershowitz che molto di sé presume? Non abbiamo detto fin troppo? Passiamo adesso alla “risposta” di Vattimo.

Cosa dice? In buona parte quanto abbiamo già detto noi nel corso di una lettura sequenziale del testo dell’Avvocato ebreo sionista, sempre che sia lecito usare questi termini nel loro assoluto significato fattuale. Ma un brano ha per noi il valore di una testimonianza e di una conferma di ciò che sapevamo per induzione e deduzione:
«Essendo stato membro del Parlamento Europeo so bene quali ricatti abbia dovuto subire l’Europa dagli Usa per dichiarare terroristi gruppi e individui che erano tali solo per la propaganda israeliana». 
Mi auguro che con l’ingresso dei Cinque Stelle anche nel Parlamento europeo si sappia con maggiore facilità e trasparenza ciò che là succede e di cui sopra Vattimo ha rivelato una gravissima ingerenza del «potere ebraico» nei meccanismi istituzionali e normativi degli stati, una realtà che in molti sospettano, ma che sono subito tacciati di “antisemitismo”, cioè di un reato penale, appena dicono le cose per quello che sono e chiamano ogni cosa con il suo nome e cognome. Mi verrebbe da ricostruire la storia di Hamas, da gruppo inizialmente sponsorizzato da Israele, perché creasse problemi ad Al Fatah, ma poi fino ad oggi demonizzato perché non si lascia corrompere e asservire come l’organizzazione di Abu Mazen, disponibile a qualsiasi firma gli venga chiesta da Israele. Io penso che in Hamas vi sia tutto quell’eroismo che è mancato nell’intero arco del Risorgimento italiano, che è cosa assai penosa se si lasciano liberi gli storici di poter ricostruire la verità di ciò che è stato. E che dire del recente, rinnovato tradimento del trattato di amicizia italo-libico? E chi c’era dietro a questo disonore nel quale siamo stati gettati? Sempre gli stessi...

In definitiva, una risposta sobria e pacata. Io non avrei saputo fare di meglio, perché sarei andato oltre introducendo la problematica dell’«identità ebraica» e della natura del «potere ebraico», seguendo Gilad Atzmon, la cui conoscenza vorrei raccomandare a Vattimo perché ne aiuti la circolazione e la discussione. Tra l’altro, anche Atzmon ha avuto memorabili polemiche con Dershowitz e direi che lo abbia ben sistemato. Dershowitz pensa di poter usare mezzucci da avvocato in questioni che toccano la profondità dell’essere e la sostanza politico filosofica o filosofico giuridica dei problemi. Basta pensari agli innumerevoli processi di stregoneria o a tutte le porcate della storia che hanno avuto i loro avvocati e legulei.

Postilla 1Tanta stupidità a ruota libera.  – Difficile trovare tante stupidaggini concentrate in uno solo testo, come quello che esce su Libero a firma di --- Il giornale è di stretta osservanza sionista e riunisce penne sioniste che ripetono sempre la stessa propaganda senza peculiarità degne di attenzione e analisi. Qualche volta mando lettera in dissenso, ma è pressoché inutile ed anche rischioso, perché basta una frase fuori posto per produrre una fastidiosa querela da parte un giornale, che ormai sempre più sparano le loro enormità allo stesso modo in cui Israela lancia le sue bombe al fosforo su bambini e donne inermi... Viene il dubbio che questa signora sappia cosa sia giornalismo e ancora meno libertà di pensiero. Anche qui si invoca l’«odio» come fosse manna del cielo. Orbene, che uno desideri un mondo dove non esista odio è una cosa, ma che uno vada alla ricerca di un supposto «odio» altrui solo per incastrarlo in una norma penale assolutamente idiota che pretende di punire l’«odio» è una palese forma di Ipocrisia alla settima potenza ed è una storia triste da ricostruire la dinamica e i passaggi attraverso cui si era arrivati alla redazione di una simile norma penale, che svilisce l’idea stessa di diritto e lo rende inutile e non credibile come modo civile e pacifico per regolare le relazioni fra gli uomini. Particolarmente ignobile è la sollecitazione affinché qualche PM ravvisi nelle dichiarazioni di Gianni Vattimo dei titoli di reato. Se fosse stato un maestro elementare, certamente Vattimo avrebbe avuto una inchiesta disciplinare, per le note condizioni di illibertà in cui si trovano tutte le istituzioni educative italiane, dagli asili d”infanzia alle università. L’articolo si richiama alla sortita del “principe” (!), o che tale pare a costei, Dershowitz, un ignobile attacco a Gianni Vattimo, al quale per la legge sulla stampa – che evidentemente la signora neppure conosce – toccava un diritto di replica. Insomma, stupidaggini di cui è bene prendere nota, ma che non sono degne di commento. Se l’«antisemitismo» con annessi e connessi non fosse un titolo di reato, ma avesse la stessa trattazione di altri anti (antinazismo, antifascismo, anticomunismo...) uno potrebbe anche lasciar correre e non curarsi dei tanti idioti che parlano senza rendersi conto di ciò che dicono. Ma la “delazione” di un reato “supposto” da una natura ignobile e malvagia è cosa particolarmente infame che instaura una rapporto di inimicizia inestinguibile. Con queste persone semplicemente non si tratta e si evita ogni contatto. Nessuna riconciliazione sarà mai possibile ed è una fortuna che il mondo sia più grande del Lager di Gaza e si possa ragionevolmente prevedere di non doversi mai incontrare, neppure per caso.

Postilla 2. Aggiunta di delirio. – Non stupisce che “La Stampa”, a quanto si legge, non abbia voluto perdere di prestigio con un testo così delirante, che sceglie la via della circolazione interna. Si ostinano a credere che Dershowitz sia il “campione” in grado di assestare colpi dialettici non solo a Vattimo, ma a chiunque altro... È comprensibile. Ognuno fa il tifo per il propri campioni. A noi basta prendere atto della mappatura della comunicazione sionista, per la quale si trova qu, in un articolo di Enrico Filippini su Infopal,  un quadro sintetico. A volte, quando gli argomenti ci sono, ed hanno un loro peso, può essere utile e perfino necessario analizzarne e discuterne i temi. Ma su «Informazione Corretta» si trova la più becera propaganda sionista che si ripete sempre identica e per la quale si è tenuti a infinite ripetizioni di confutazioni che già sono state date. Noi non facciamo qui propaganda, ma solo analisi e informazione di fatti che certamente non possono e non devono essere ignorati, come anche non si devono ignorare i soggetti fisici e morali che quei fatti hanno prodotto e che a giudizio di ebrei di diversa natura, quelli di Neturei Karta, gridano vendetta al cospetto di dio.

Postilla 3. – ArticoloTre. – Censisco per tipologie i siti e gli interventi originati da una stessa fonte. Anche qui si parte dalla “minaccia” di arresto a Vattimo se appena osa mettere piede negli USA, per essersi semplicemente rifiutato di ripetere la canzonetta sui “terroristi” du Hamas. Con scarsa “indipendenza” e autonomia di giudizio l’estensore di questa nota rende cosa certa un fatto assai opinabile e discutibile. Intanto, a Livorno, il neo sindaco resiste ancora davanti alle pressioni per far togliere un enorme striscione dove “terrorista” è detto lo «Stato ebraico di Israele». E a voler dare un senso, non burocratico-dichiarativo, al termine “terrorismo” una persona di comune buon senso sa bene dove sta e da chi è praticato il “terrorismo”, senza soffermarci sulla immensa vigliaccata di un esercito modernissimo, armato dagli USA, che non lesinano in regali a Israele, che uccide persone disarmate, prendendo come pretesto una debolissima e inefficace reazione difensiva davanti a una aggressione che dura da più di cento anni e di cui i media hanno la gravissima colpa di aver fatto perdere ogni memoria, per cui il film taglia la scena dello scasso a mano armata della propria casa ad opera di un criminale invasore e fa partire ilo film dal momento in cui il derubato reagisce come può a un aggressore più armato. La narrativa diventa perciò quella dell’aggressore rapinatore che regisce “legittimamente” alla reazione dell’aggredito rapinato... Altro che Orwell! Certo, Vattimo è sbottato! Almeno lui se lo può permettere...


(Avvertenza: il testo è da rileggere e correggere o integrare o rivedere radicalmente, cosa che mi riservo sempre di fare in momenti successivi, per questo e per ogni altro mio testo. È concesso nello spazio commenti ogni diritto di replica, rettifica e discussione, purché entro i limiti della legalità e della netiquette, a mio insindacabile giudizio.)