giovedì 26 maggio 2016

Paolo Becchi: «La Raggi? Il suo Staff? Ecco la prova che il Movimento non si fida più di nessuno!»

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È un’intervista concessa da Paolo Becchi a Lucia Bigozzi il 24 maggio 2016 e apparsa su Intelligonews. L’accusa che sempre più spesso viene mossa alla leadership del M5s è di non avere “cultura di governo”, ossia persone adatte a porre mano alle gravissime difficoltà che ad ogni livello si impongono a chi deve risolvere i problemi del Paese nel momento più tragico della sua storia dal dopoguerra ad oggi. Il M5s deve la sua fulminea crescita a un’implosione del sistema dei partiti tradizionali che ha premiato un ceto di miracolati in parlamento che al massimo dal 2013 ad oggi hanno imparato l’uso dei regolamenti parlamentari o a muoversi sul piano di quella comunicazione, di quella civiltà dell'apparire in luogo dell'essere, della quale si erano detti inizialmente nemici e “diversi”. Alla sfida dei fatti come reagiscono? Chiudendosi a riccio in una difesa corporativa, espellendo dalle loro fila i più capaci e pericolosi, insistendo sulla loro presunta superiorità morale unita a incapacità ossia assenza della benché minima “cultura di governo”, con la chiusura davanti alla società civile, sempre invocata ma poi imbrigliata dalla Casaleggio Associati, la cui opacità è costante oggetto di critiche, per nulla fugate dalla apparizioni televisive di un ragazzo di nome Alessandro.
 AC

– “Purtroppo si è passati dalla democrazia diretta a quella eterodiretta ed è un dramma vedere un Movimento che non si fida più di nessuno e ricorre ai contratti o allo staff”. Non usa giri di parole Paolo Becchi, docente universitario un tempo vicino al Movimento di Grillo, che nell’intervista a Intelligonews analizza cosa è, come funziona e, secondo la sua visione, cosa c’è dietro allo staff politico che affiancherà Virginia Raggi a Roma.

• Lei che conosce le dinamiche interne al M5S, come legge lo staff politico che affiancherà Virginia Raggi a Roma? E’ uno strumento per un'azione “eterodiretta” come sostengono in molti?

– «E’ un organismo che non ha alcun valore dal punto di vista giuridico, come i famosi contratti. Quindi la Raggi può aver firmato ciò che vuole, adesso se ne parla ed è una cosa molto grave quella che è stata fatta, ma comunque se la signora di opponesse può farlo perché quel contratto giuridicamente è privo di qualsiasi valore».

• Raggi, il Prof. Becchi: 'Lo staff? La prova che il Movimento non si fida più di nessuno'
In che senso?

– «Nel senso che nessuno ti può obbligare a diventare sindaco e poi dimetterti perché lo staff ha deciso una cosa del genere. Sicuramente ha un effetto deterrente, nel senso che vuole condizionare la gente. E’ un dramma quello di vedere un partito che in sostanza costringe a queste cose perché si vede che non si fida della sua gente perché se ti faccio firmare un contratto, vuol dire che ho paura che anche tu potrai tradirmi, altrimenti se sai che rispetto le regole non hai bisogno di sottopormi alcun contratto. Oltretutto, ripeto, non ha alcun valore giuridico e quindi che l’abbia firmato o meno non cambia nulla. Piuttosto, ciò che conta è il dato politico, ovvero il segno di un Movimento direi ormai allo sbando, che non si fida di nessuno, neanche delle persone che candida. Purtroppo, si è passati dalla democrazia diretta a quella eterodiretta».

sabato 21 maggio 2016

Paolo Becchi: «Corte Costituzionale e M5S: l’onestà è importante, la coerenza pure».

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L’articolo si trova sul Fatto Quotidiano del 6 novembre  2015. L’articolo non è più di stretta attualità, ma noi proseguiamo a ritroso nel tempo la ripubblicazione degli articoli di Becchi sul Movimento Cinque Stelle proprio per verificarne alla luce dell'attualità le analisi e le previsioni fatte in un passato recente. La lezione dei fatti presenti è forse la migliore lettura che si possa fare dei fatti analizzati in passato: saranno i fatti a smentire i fatti, sempre suscettibili di diverse ed opposte interpretazioni tanto nel passato quanto nel presente, quasi a testimoniare che è l'intenzione politica a dare un senso ai fatti stessi, nel passato come nel presente. Ripetiamo anche qui una nostra osservazione di carattere generale sul Movimento Cinque Stelle: non ha ancora un suo ceto politico, una sua leadership che riveli per davvero la “novità” che pretende di costituire in questa ultima fase della storia italiana.
 AC

Dopo trenta fumate nere per la nomina dei componenti della Corte Costituzionale ci si avvia a quanto pare ad una nuova spartizione di posti. Sul ruolo politico ormai essenziale e decisivo della Consulta non è il caso di insistere: basti ricordare, fra tutte, la pronuncia sulla legge Fornero, per non parlare di quella sul Porcellum. Considerato l’alto quorum richiesto, Renzi sa di non avere i numeri per farcela da solo. I membri nominati dal Parlamento sono, infatti, eletti da quest’ultimo in seduta comune delle due Camere, a scrutinio segreto e con la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea, nei primi tre scrutini, e dei tre quinti dei componenti dal quarto scrutinio in poi. Non c’è dubbio, Renzi dovrà trattare con le forze politiche presenti in Parlamento, e non sarà difficile accordarsi su due nomi con Berlusconi. Questa è la logica partitocratica. E già i nomi circolano. Ma sul terzo? Assisteremo ancora una volta all’uso del “metodo Sciarra”?

L’ultima eletta nella Consulta è stata di fatto nominata grazie a tacito accordo, che a mio avviso non corrisponde allo spirito del MoVimento: Sciarra (in quota Pd) alla Corte costituzionale per Zaccaria (in quota al M5S) al Csm. In quell’occasione si è visto come la linea del MoVimento di richiedere, quale unica condizione per l’appoggio, candidati di specchiata moralità, si sia rivelata politicamente fallimentare: per quanto l’“onestà sia finalmente tornata di moda”, il primo atto di Zaccaria, sulla cui onestà peraltro nessuno dubita, è stato quello di astenersi bloccando la scelta di Nino di Matteo alla Procura Nazionale Antimafia e favorendo, al suo posto, il candidato di Napolitano. Bel risultato! Dietro al richiamo alla “moralità”, il M5S è finito in quel caso, volente o nolente, nella logica dei partiti, senza peraltro neppure saperla controllare ed accettando – di fatto –  le condizioni poste da Renzi.

Oggi il clima politico è cambiato e una forza politica del tutto sui generis, che continua a rivendicare la propria diversità e aspira giustamente al governo del paese, dovrebbe dimostrare la fedeltà ai suoi principi originari. L’onestà è importante, ma la coerenza pure e abbia la fedina penale pulita.

Non si potrebbe allora lanciare “Rousseau”, il nuovo sistema operativo del MoVimento, proprio con una discussione trasparente  in Rete sulla Consulta? Ci sarebbe ancora tempo per discutere nello spirito originario del MoVimento alcuni nomi in Rete, votarli tra gli iscritti e poi proporli in Parlamento. È questo un sogno di altri tempi? La Rete si limiterà a ratificare nomi concordati  dal  cosiddetto “Direttorio” con Renzi, o forse non verrà neppure più interpellata,  e messa di fronte al fatto compiuto, con la solita scusa che non c’è tempo? C’è un nuovo sistema  operativo e allora è lecito chiedersi perché non cominciare ad utilizzarlo proprio per una occasione così importante.

giovedì 19 maggio 2016

Paolo Becchi: «Trani indaga su Deutsche Bank: la caduta del governo Berlusconi fu davvero ‘un colpo di Stato’?».

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Estraggo da il Fatto Quotidiano, del 7 maggio 2016, un articolo di Paolo Becchi, che continua la problematica da lui già affrontata nel suo libro Colpo di Stato permanente, edito nel 2014 presso Marsilio. Con questo post inizia in Civium Libertas la raccolta sistematica degli articoli di Becchi su questo specifico argomento. Il momento iniziale del colpo di stato è individuato nella caduta del governo Berlusconi e nella nomina di Mario Monti a presidente del Consiglio con il concorso extra-istituzionale dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in esecuzione di un disegno ordito da “poteri forti” estranei agli interessi, alla libertà, alla sovranità del nostro Paese. Tutto questo accadeva nel 2011, quando ancora non aveva fatto irruzione sulla scena il Movimento Cinque Stelle, la cui narrazione è qui fatta nella serie A degli articoli di Becchi da noi raccolti e ordinati.
A.C.

Come a Caporetto: una pagina di storia
La recente notizia dell’apertura di un’indagine, da parte della Procura di Trani, sulla Deutsche Bank per le operazioni – 7 miliardi di euro di valore –  effettuate sui titoli di Stato italiani tra il gennaio e il giugno del 2011, ci obbliga a fare i conti, finalmente, con quanto avvenuto in Italia nel corso di quel drammatico anno. Un colpo di Stato: era questa la tesi che avevo sostenuto per indicare come la caduta di Berlusconi ed il conferimento dell’incarico di Presidente del Consiglio a Monti, non fosse stato che il risultato di una operazione decisa da “poteri forti” estranei al nostro Paese e realizzata con la complicità dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Tutti ricorderanno come sia stata l’improvvisa crisi dello spread a determinare la fine del governo Berlusconi: lo spread cominciò a salire dai primi giorni di luglio 2011, raggiungendo quota 244, per poi, da agosto in poi, crescere vertiginosamente fino ad arrivare, la seconda settimana di novembre, a quota 553. Chi come il sottoscritto  sollevò, allora, l’ipotesi che lo spread fosse stato “forzato” a salire artificialmente e con il solo scopo di costringere Berlusconi alle dimissioni, venne accusato di “complottismo”. E ciò nonostante i fatti parlassero chiaro: Mario Draghi, in una lettera segreta in seguito resa pubblica a fine settembre, aveva già dettato a Berlusconi misure urgenti per evitare il collasso dell’Euro e ad ottobre Merkel e Sarkozy si erano lasciati sorprendere, durante una conferenza stampa, ad ironizzare, con una certa complicità, sulla loro “fiducia” nei confronti di Berlusconi.

Poi sono cominciate, lentamente, ad uscire alcune rivelazioni. Alan Friedman, nel 2014, rivelò che, già nel giugno 2011, Napolitano aveva sondato Mario Monti, chiedendogli se sarebbe stato disponibile a prendere il posto di Berlusconi. La pubblicazione del testo di un’audizione del 7 dicembre 2011 di Paolo Savona ha rivelato inoltre che nell’agosto 2010 l’allora ministro Tremonti avrebbe confermato l’esistenza di un piano straordinario del governo per abbandonare l’Euro e tornare alla lira. Che la Germania avesse il massimo interesse ad impedire ad ogni costo questo “piano B”, appare evidente. Ed ecco che, ora, si scoprono le manovre di Deutsche Bank per alterare il prezzo dei titoli di Stato italiani, cominciate proprio nei mesi in cui fu avviata la crisi del debito italiano che portò alla caduta del governo Berlusconi.

Qui non si tratta, bene inteso, di difendere una parte politica nei confronti di un’altra. Si tratta di fare finalmente chiarezza su quanto accaduto. È tempo che una commissione parlamentare d’inchiesta si prenda il compito di far luce su quello che è successo in quell’anno. Né più né meno che “un colpo di Stato”, continuo personalmente a pensare. Certamente una crisi che ha segnato la fine della “Seconda Repubblica” e l’inizio di quella  stagione che, oggi, ha portato Renzi al potere. E con lui il tentativo  di concludere  quel colpo di  Stato con la distruzione dell’ordine democratico attraverso la demolizione della Costituzione.

mercoledì 18 maggio 2016

Paolo Becchi: «M5s, il fallimento della politica dell’onestà».

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L’articolo si trova sul Fatto Quotidiano ed esce in data odierna del 18 dicembre 2016, mettendo il dito sulla piaga. Ho appena finito di vedere la trasmissione di Otto e Mezzo con la Gruber che intervista Luigi Di Maio con un replicante abbastanza benevolo, il Massimo Franco del Corsera. Mi costi pure quel che mi potrà costare, ma su Di Maio ho da dire che all'inizio provavo simpatia e ammirazione per un giovane politico promettente, ma adesso dopo mezz’ora di elusività mi ha dato l’impressione di quei giovani, ahimé disperati, che mi piombano in casa ogni settimana per convincermi, ogni settimana a cambiare gestore del telefono, di luce e gas, ogni settimana. Uno dovetti metterlo alla porta in malo modo, appena mi accorsi che mi stava truffando, dopo averlo trattato con ogni cortesia e benevolenza. Ho poi notato una complicità mediatica sia del giornalista Franco sia della Gruber per aver eluso l’Ordinanza cautelare del Tribunale civile di Roma, che reintegrando tre Espulsi ha dato il via a un nuovo corso, addirittura alla legge attuativa dell'art. 49 della costituzione, in attesa dal 1948. È stato come se vi fosse una strategia mediatica condivisa, come se avessero concordato prima di non toccare un tasto che poteva portare molto, ma molto lontano... Sul merito dico quel che mi passava per la mente: un’analogia con ciò che seguì a Mani Pulite dal 1992. Vi fu anche allora un sommovimento politico al grido dell’onestà e della corruzione, per poi ritrovarci oggi con maggiore disonestà e corruzione. Diceva un filosofo antico: non ci si bagna due volte, nella stessa acqua. E comunque seguendo il trend ci dovremmo ritrovare con una maggiore disonestà e una maggiore corruzione, aggravata da manifesta incapacità e dilettantismo, mentre la crisi economica e sociale del Paese è ancora più grave e disperata di quanto non lo fosse nel 1992.
 AC
Mentre ormai sta diventando chiaro agli occhi di tutti il fallimento di una politica fondata su onestà e purezza della fedina penale ecco la riscossa a cinque stelle con la carta dell’onestà contro la corruzione. Diciamolo subito con franchezza: si tratta solo di un’arma di distrazione di massa per far sì che televisioni e giornali smettano di parlare della struttura antidemocratica di un partito che con la scusa dell’onestà espelle chi vuole senza rispettare alcuna regola. Ma consideriamo oggi un po’ più a fondo questa vera e propria ideologia dell’onestà che contraddistingue il M5s.

Il seguito è un fatto difficilmente confutabile: il capitale finanziario nella sua attuale fase di sviluppo ha superato quella che aveva prodotto nel secondo dopoguerra il cosiddetto welfare state. In questa precedente fase la politica conservava ancora un margine di autonomia, la presenza in particolare di una forza operaia concentrata, con partiti che nel bene e nel male rappresentavano i suoi valori e i suoi interessi, alimentava la possibilità di un’azione, per dirla schmittianamente “katechontica“, capace cioè di frenare i peggiori spiriti animali del capitalismo.

Questa fase è finita. La politica, come strumento di mediazione tra i diversi interessi, quando il capitale è diventato „totale“, scompare. La finanza riduce la politica a puro e semplice epifenomeno del suo stesso processo.  Quando è il caso il potere finanziario sostituisce persino i governanti con suoi funzionari o ammette politici, come Renzi, compatibili con le linee guida imposte dai mercati finanziari. Il colpo di Stato che ha consentito nel 2011 di eliminare politicamente il governo presieduto da Silvio Berlusconi e la sua sostituzione con Mario Monti è stato l’esempio più eclatante di un intervento diretto. Ma il processo di dissoluzione della politica era cominciato già prima, con Tangentopoli, anche se qualcosa evidentemente è andato storto, perché oggi ci troviamo nella stessa situazione di allora, senza però avere i partiti di allora.

La grande finanza considera i partiti politici, vecchi o nuovi che siano, come un impiccio, il residuo di una democrazia ormai morente. I cosiddetti corpi intermedi (forze politiche, sindacati eccetera) rallentano le decisioni immediate, veri propri diktat di cui l’esempio più chiaro è stata la famosa lettera della Bce del 2011. Decisioni che devono essere applicate immediatamente e senza discussione. Questo tra l’altro spiega anche la necessità di sostituire Costituzioni come la nostra, ancora legate ad un’epoca in cui la democrazia era considerata il valore politico per eccellenza. In un mondo sempre più dominato dalla finanza, dall’economia finanziaria, la democrazia ha perso ogni senso, si trasforma in democrazia di facciata. Partiti, sindacati, sono forze frenanti che devono essere delegittimate.

C’è un legame che andrebbe indagato tra sviluppo del capitale finanziario e movimenti “giustizialisti“. Lo scopo è quello di delegittimare i politici, identificati con la casta, e lo Stato sprecone ed inefficiente. La prima Lega Nord è cresciuta in questo terreno ideologico. Oggi è in questo contesto che si colloca il Movimento Cinque stelle. Il giustizialismo si contrappone al ceto politico diffondendo l’idea che partiti e politici siano tutti corrotti e che tutti i nostri guai derivino dall’esistenza della „casta“, responsabile di aver creato un enorme debito pubblico.

La politica, che ormai ha perso ogni significato, si trasforma così in morale, o meglio in moralismo, nell’onestà di cui tanto si sciacqua la bocca il Movimento Cinque Stelle: cittadini onesti contro politici corrotti. L’unica categoria politica che resta viene presa in prestito dalla morale: l’onestà e nel popolo si alimenta un risentimento sterile e impotente che non sposta di una virgola i rapporti sociali dominanti. Così la questione sociale viene trasformata in questione morale e occulta tutti i nodi fondamentali come la disintegrazione sociale, la perdita di sovranità a tutti livelli, la crisi delle istituzioni democratiche.

La necessità del potere finanziario è quella di soggiogare la politica costringendola a deperire. E la tecnica del controllo sociale si sposa molto bene con l’ideologia giustizialista, tutta focalizzata su un’idea astratta di legalità, come se tutti i problemi fossero risolvibili con la lotta contro l’evasione fiscale e la corruzione, dimenticando che non ci sarà mai giustizia sociale senza investimenti pubblici, senza politiche di deficit spending, senza il recupero della propria sovranità. È di tutto questo che il Paese avrebbe bisogno per uscire dalla crisi, e invece a cosa stiamo assistendo? Ad un nuovo attivismo della magistratura che non fa sconti a nessuno, neppure a quei giustizialisti che l’hanno sempre osannata.

Homepage degli articoli di Paolo Becchi in Civium Libertas

Vengono qui ripresi e ordinati per serie tematiche tutti gli articoli di Paolo Becchi già apparsi o che appaiono in rete su il Fatto Quotidiano, Formiche. Sugli stessi temi sono apparsi dello stesso Autore «Colpo di stato permanente. Cronache degli ultimi tre anni.» (Mrasilio, 2014) e in ultimo «Cinque Stelle et Associati. Il MoVimento dopo Grillo» (Kaos Edizioni, 2016). Oltre il link al post di Civium Libertas è dato anche il link del sito web originario.

A.
Sul Movimento Cinque Stelle

1. Articolo di Paolo Becchi, ripreso da il Fatto Quotidiano del 1° maggio, sulla Ordinanza cautelare emesse il 12 aprile dal Tribunale di Roma nella causa Caracciolo, Motta, Palleschi contro Beppe Grillo.
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Paolo Becchi: «Consulta, l’inciucio a 5stelle che fa un regalo a Renzi».

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L’articolo si trova sul Fatto Quotidiano del 17 dicembre 2016. Tratta di una situazione nella quale i parlamentari pentastellati si trovano tutte le volte che devono partecipare alla nomina di qualche carica istituzionale. Non possono trovare nelle loro fila, con il metodo del clic, i candidati che abbiano i necessari requisiti e dunque debbono rivolgersi a un mercato che a scelta fatta non deve loro rendere un grazie né poter venire “espulsi”, mandare lettere allo Staff di Beppe Grillo, essere costretti a presentare rapporto e simili. Il caso più eclatante è stato quello del “miracolato dalla rete” Stefano Rodotà, da allora stabilmente in circolazione. Il caso si ripresenta con la scelta di un giudice costituzionale. Non entro qui nel merito della candidatura, ma rilevo ciò che ho detto innumerevoli volte nei vari MU del Movimento. Manca un profondo e radicale dibattito culturale e politico nelle fila del Movimento, composto per la gran parte da iscritti che provengono dai vecchi partiti e di cui portano l'imprinting. La cultura che li caratterizza da 70 anni a questa parte può essere sintetizzata con un apparente ossimoro: «antifascismo fascista». I comportamenti recenti dello Staff, con le espulsioni, e le votazioni parlamentari, dimostrano come il M5s sia ampiamente partecipe di questa “cultura” che di innovativo non ha nulla, ma al contrario porta alle estreme conseguenze il peggio della vecchia partitocrazia, tipico al riguardo la resistenza di un Toninelli a quella necessaria legge di introduzione della legge attuativa dell'art. 49 cost. che attende dal 1948. Come per la legge attuativa del referendum abrogativo, interviene quando non se ne può più fare a meno.
 AC

Le votazioni per i membri della Consulta si sono chiuse con l’accordo tra il Pd e il M5S.

Sul blog di Grillo si è parlato spesso del metodo pentastellato per le elezioni alla Consulta. Già con riferimento alla Sciarra non si è però detto che non è stata mai votata in rete e che è stata solo il risultato di uno scambio con il Partito Democratico. Il MoVimento aveva, infatti, indicato altri nomi, che si dicevano essere stati «selezionati» in vista di una consultazione on line: Antonio D’Andrea, Franco Modugno, Silvia Niccolai, Felice Besostri. Inutile dire che essa non si è mai svolta. Inutile anche ricordare che, in realtà, ai tempi dell’elezione della Sciarra nessuno di quei nomi è mai stato “speso” dai parlamentari pentastellati, i quali hanno invece deciso di attendere le proposte del governo e di disperdere i propri voti tra i quattro candidati «per dimostrare che siamo in grado di far superare il quorum a un candidato condiviso col Pd, se buono». Insomma: l’intenzione in quella occasione era di aspettare un candidato idoneo del Pd. Ed il candidato è, infine, arrivato, permettendo uno “scambio di poltrone”: Sciarra alla Consulta per Zaccaria al Csm. Su quello che sinora ha combinato Zaccaria è meglio stendere un velo pietoso.

Ora dopo trentuno fumate nere ci sarebbe stato tutto il tempo per fare una consultazione on line nel rispetto delle regole del MoVimento ed invece i parlamentari senza alcuna consultazione con gli attivisti hanno deciso di puntare su un unico candidato, Modugno, escludendo gli altri, e accentando il candidato del Pd, dopo tra l’altro aver scritto sul blog di Grillo che mai avrebbero votato Barbera, per il suo passato politico e per l’essere stato sfiorato da una inchiesta relativa a concorsi truccati. Alla fine anche in questo caso ha finito col prevalere quello stesso scambio di poltrone già verificatosi a suo tempo tra Sciarra e Zaccaria.

Non si capisce molto bene in cosa consisterebbe il nuovo metodo pentastellato: al posto dell’ inciucio tra Forza Italia e il Pd abbiamo assistito all’inciucio tra il Pd e il M5S. E in questo caso non si potrà neppure dire che l’onestà è tornata di moda dal momento che, per lo meno stando ad alcune notizie apparse sulla stampa nel 2014, Barbera fu sfiorato persino da alcune inchieste in merito ad alcuni concorsi universitari. Beninteso, dal punto di vista della logica dei partiti tutto questo è accettabile, meno per un MoVimento, nato con l’intenzione di superare quella logica e di essere al di là della destra e della sinistra.

Resta il dato politico di fondo: nel momento di massima difficoltà politica di Renzi il M5S ha dimostrato di sostenerlo, togliendogli le castagne dal fuoco e mettendo nella Corte un fedelissimo delle sue riforme. Ma questo in fondo non deve sorprendere Barbera è l’ispiratore sia dell’Italicum che della riforma del Senato e votando Barbera il M5S ci ha fatto capire che nonostante in Parlamento abbia votato contro in realtà è favorevole ad entrambe. Sta insomma facendo il doppio gioco e sinora, se si considerano i sondaggi, sta funzionando egregiamente.

martedì 17 maggio 2016

Paolo Becchi: «Federico Pizzarotti, pensaci!».

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L’articolo si trova sul Fatto Quotidiano del 15 gennaio 2016. Tratta della nuova grana per il Movimento 5s costituita dall’avviso di garanzia mandato al sindaco di Parma Federico Pizzarotti e dalla polemica che ne è sorta fra Pizzarotti e i vertici del Non-Partito ovvero del suo Staff. I Lettori di questa serie di post in Civium Libertas hanno sufficienti informazioni per non dover qui riassumere fatti e antefatti. Lo spazio così risparmiato lo riserviamo ad alcune nostre osservazioni militanti di un militante “reintegrato” pienamente partecipe della lotta politica in corso. Se per i tre ricorrenti romani pare evidente e consolidata la strategia dello Staff e dei suoi terminali, ossia di ignorare le persone che hanno fatto ricorso, le loro ragioni, il riconoscimento giudiziario di queste loro ragioni, e quindi nel continuare in una campagna di diffamazione fatta in conclamata malafede, questa strategia non può funzionare con Federico Pizzarotti, con il quale il M5s nasce politicamente, conquistando il primo comune con il simbolo di Beppe Grillo. Ho parlato con alcuni attivisti parmensi per tentare un contatto diretto con Federico, ma mi sono imbattuto in suoi avversari politici nella gestione politica delle cose parmensi. Ho detto loro che non sono in grado di intervenire nello specifico parmense, ma che il mio approccio è di carattere nazionale e riguarda la strutturazione democratica, o meglio non democratica, del M5s. Di fronte alle spinte di chi vorrebbe la creazione di una sigla politica alternativa io obietto che sarebbe facilmente condannata all’irrilevanza, essendo ormai in fase avanzata l’avviamento commerciale del marchio Cinque Stelle. Al contrario, facendo leva sulla visibilità non cancellabile di Federico, diventa possibile una grande opposizione interna e contestativa dell'attuale leadership pentastellata, che si sottrae ai più elementari criteri di democraticità interna, come sempre più confermano i giudici ai quali attivisti delusi, arrabbiati, vilipesi sempre più si rivolgono. Siamo certi che ne sentiremo di nuove e troveremo ancora in Paolo Becchi un attento osservatore.
 AC

Federico Pizzarotti, sindaco di Parma
Ci risiamo. Eppure il Tribunale di Roma, con l’ordinanza che ha sospeso le espulsioni di tre attivisti romani, lo aveva spiegato bene: c’è, nel nostro ordinamento giuridico, un principio costituzionale da cui neanche (lo Staff di) StalinGrillo può prescindere: nessuno può essere punito per una condotta che non è prevista come illecita da una specifica legge né si può essere puniti se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Ora, “Non Statuto” alla mano, la condotta presa a pretesto per la sospensione di Federico Pizzarotti non rientra tra quelle che giustificano l’espulsione (previa sospensione) dal M5S, né una tale condotta è sanzionata dal Regolamento (un vero e proprio Statuto) pubblicato sul blog di Beppe Grillo nel dicembre del 2014, regolamento la cui validità è peraltro attualmente al vaglio di due Tribunali della Repubblica italiana in quanto non adottato nelle forme prescritte dal codice civile.

Anche il Regolamento candidature non annovera la condotta di Pizzarotti come passibile di sanzioni, tant’è che esso stabilisce, in modo più “garantista”, che il candidato non debba “aver riportato sentenze o provvedimenti di condanna penale, anche se non definitivi” e quindi non si vede come si possa applicare ad un sindaco, eletto dal popolo – che, è bene ricordarlo, esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato – una disciplina più rigida di quella prevista per il candidato alla carica elettiva… Né varrebbe obiettare che la “grave colpa” di Pizzarotti sia quella di non aver comunicato “allo Staff di Beppe Grillo” – entità anonima ed eterea, priva di qualsiasi soggettività giuridica – la notifica di un avviso di garanzia, visto che tale avviso, per il nostro ordinamento giuridico, ha la sola funzione di informare l’indagato che sono in corso indagini per verificare se ha commesso il reato di cui altri lo incolpano e che ha un significato processuale del tutto avulso da qualsiasi prognosi di colpevolezza (diversamente da quanto previsto per l’avviso di conclusione delle indagini).

Dunque: quale norma impone a Pizzarotti di comunicare ad un soggetto anonimo, lo staff di StalinGrillo, la pendenza di indagini? La risposta è semplice: nessuna. Lo tenga presente Federico Pizzarotti nel valutare l’opportunità di impugnare in Tribunale, così come hanno già fatto altri attivisti del M5S, provvedimenti di sospensione o espulsione ingiusti. Con un occhio alle statistiche: su quattro espulsioni impugnate quattro sono state ritenute illegittime e sospese: una media del 100%. A buon intenditor…