giovedì 29 maggio 2014

No, il processo, no. - Sul “grande imbroglio” per eliminare Berlusconi...

Gli ultimi mesi ci hanno portato una recrudescenza del “complottismo”, ovvero di quella ricorrente spiegazione che vede negli accadimenti storici una mente/i che li ha voluti e pianificati, ovviamente a proprio beneficio (e sfruttando la dabbenaggine dei più). In genere il complottismo, almeno nell’Italia  repubblicana era una sindrome che affliggeva (prevalentemente) la sinistra. Questa volta la destra, e il complotto è il “grande imbroglio” per eliminare Berlusconi dalla guida del Governo e poi dalla scena politica.

Le prove apportate sono diverse ma si possono, in gran parte, più che contestare, interpretare diversamente.

Ad esempio: Napolitano chiamò Monti nell’estate del 2011 per sondarlo sulla futura nomina  a premier. Ma lo fece perché aveva l’intenzione di giubilare l’avversario Berlusconi, o perché questi e il sistema politico-istituzionale non riusciva a esprimere e realizzare una politica che allontanasse o riducesse la tempesta finanziaria che s’addensava?

Nel primo caso, la direzione dell’intenzione, direbbe un gesuita del ‘600, non era corretta, nel secondo si; almeno a ritenere, come il miglior pensiero politico, che la regola-principe della politica è salus rei publicae suprema lex.

Molti dati poi rimangono oscuri e molti continuano ad esserlo, sia perché se un complotto c’è, ed è un complotto gestito per così dire, da professionisti, non si scopriranno facilmente e sollecitamente i “congiurati” (se no che professionisti sarebbero?); se il complotto non c’è, non c’è nulla da scoprire.

Proviamo invece ad enumerare gli argomenti – anche presuntivi, che suffragano o meno (l’idea – e) la possibilità di un complotto: quale ne fosse l’obiettivo, di che tipo possa essere, l’identikit dei protagonisti, e perché e come sia riuscito. Anche per orientarsi sul da fare.

Contrario all’idea del complotto è che la situazione dell’economia mondiale, e in particolare dell’Eurozona del sistema politico-istituzionale italiano, forzasse il cambio della guardia Berlusconi-Monti; che era quindi non una libera scelta, ma una necessità.

Sicuramente ciò è – in larga parte – vero.

Ma con due correzioni fondamentali: la prima, che, comunque, vi erano forze decise a mandare Berlusconi a casa; la seconda che non era necessitata la scelta del successore (e la di esso azione di governo). E più in generale che le stesse forze che hanno difeso (avallato, assecondato) quella manovra, ne sostengono i presupposti “necessitanti”. Se a facilitarlo è stata la riduzione della sovranità degli Stati, sostengono che è un bene; se un eccesso di liberismo – a livello internazionale – nessuno intende ricorrere alle soluzioni di Friederich List; ove ad essere accusata è l’architettura dell’euro (e dell’Unione europea),  nessuno freme per pronunciare la requisitoria; ove si critichi la gracilità del sistema costituzionale italiano, si risponde che la Costituzione è la “più bella del mondo” come, giustamente, un comico dixit.

In altri termini, forse i  congiurati non hanno fatto un complotto, ma essi, ed altri ne sostengono tutte – o quasi – le condizioni che l’hanno favorito, e che sarebbe ora di cambiare.

Sull’obiettivo del complotto ossia se fosse di far cadere Berlusconi, occorre distinguere. Dato che a “pagar pegno” per la crisi dell’eurozona sono stati quattro governi (quelli di Grecia, Italia, Spagna e Francia), sostenere che l’obiettivo fosse Berlusconi appare riduttivo. Invece appare più probabile che l’obiettivo della crisi fosse quello di far dei soldi, e a farne le spese sono stati quei governi o perché ritenuti meno arrendevoli (dai “complottardi”) e/o troppo arrendevoli o comunque incongrui (dai cittadini).

Quello che invece appare un connotato, particolarmente evidente per l’Italia (e la Grecia), è che mentre in Francia e Spagna la crisi si è risolta – sul piano istituzionale – con l’alternanza tra partiti politici, in Italia il cambiamento è stato extra parlamentare ed extra politico, nonché assai poco democratico. Ancora una volta l’Italia è stata trattata  come l’anello più debole della catena (perché lo è, almeno tra i grandi Stati europei, quelli che un tempo erano chiamati le potenze). E perciò quello cui possono impunemente imporsi le terapie e i medici più sgraditi ai cittadini. A provarlo è la parabola del sen. Monti: osannato  quale salvatore dell’Italia (qualche giornale si spinse a considerarlo quello dell’Europa), dopo i non entusiasmanti risultati del suo governo ha avuto un primo drastico ridimensionamento coi risultati delle politiche del 2013: all’incirca il 10% dei votanti, grosso modo pari alla somma (alle precedenti elezioni e nei sondaggi) dei partiti che avevano costituito la coalizione elettorale pro-Monti. Il “valore aggiunto” elettorale di Monti era quindi pari a un prefisso telefonico. Peraltro aveva propiziato con la sua azione di governo la straordinaria ascesa del movimento di Grillo. Il quale prendeva quasi il triplo dei volti dell’ex rettore. Con i risultati delle recenti elezioni europee il movimento di Monti si riduceva alla percentuale dello 0,7% dei suffragi, meno di 200.000 voti espressi.

Una misura che ne conferma il gradimento minimo che incontra presso il popolo italiano.

Il che per qualcuno – cioè gli sponsor -  è un pregio, ma in politica è un limite gravissimo.

Ancor più nei frangenti critici: un governo sostenuto dal consenso è in grado di prendere decisioni e di farle accettare. Il consenso si converte in forza. Ma se manca quello, viene meno anche questa. Scriveva Federico II° di Prussia  che la potenza di un Sovrano si misura dalla fedeltà del popolo, dall’efficienza degli eserciti, dalla sicurezza delle alleanze e dalla consistenza del tesoro.

Lasciamo perdere eserciti e tesoro (punto dolente); le alleanze poi non sono state granché di aiuto. Il sostegno che ci hanno dato somigliava, per certi alleati, a quello che la corda offre all’impiccato.

Rimaneva la fedeltà (il consenso) dei cittadini (minimo): da qui la debolezza di un governo il cui principale sostegno, non essendo quello popolare, dipendeva da altri, cui doveva rendere conto. I quali perciò avevano motivo di preferire un governo gracile, ad uno, se non forte, almeno più robusto.
Quanto ai protagonisti, la prima domanda che si pone è sono nazionali o stranieri? La domanda appare oziosa in un paese come l’Italia, dove il più delle volte, chi trama all’interno trova il sostegno esterno, e chi lo fa da fuori, lo consegue all’interno. Il tutto facilitato non solo da specificità nazionali, non riconducibili ad aspetti istituzionali, ma dall’assetto policratico-pluralistico del sistema costituzionale.

Quindi appare probabile che siano interni ed esterni.

Quanto agli effetti del “complotto” ne ha avuto diversi. In primo luogo è servito a trasferire ricchezza italiana (e dagli altri paesi mediterranei) a rentiers nazionali e no, sotto forma di esosi tassi d’interessi, attraverso l’aumento delle imposte, già tanto elevate. L’IMU, l’IVA e così via, sono i “tributi”, le “indennità”, le “riparazioni” che i cittadini italiani hanno pagato ai rentiers, De Benoist sostiene probabilmente con ragione che ci troviamo nella fase invernale di un ciclo di Kondratieff, quello in cui il capitale è indirizzato ad impieghi prevalentemente finanziari.

Per cui la crescita del debito (e dei debitori) è appetita quale fonte d’impieghi la cui domanda nel settore industriale si va riducendo.

In secondo luogo (e quale mezzo al fine suddetto) di togliere i governi più scomodi.

Che l’obiettivo fosse condiviso da altri che vi hanno contribuito, con effetto sinergico, non toglie che i maggiori (anche se non unici) beneficiari siano probabilmente le oligarchie finanziarie che hanno lucrato sul cambio di governo.

Ma se così stanno le cose, a che serve, come richiesto da molti, che sulla vicenda s’istruisca un processo? A poco, anzi pochissimo; con la probabilità che sia dannoso.

Vediamo perché. Posto che s’arrivasse ad accertare (tra venti anni o giù di lì) autori, modi, tempi, fini del complotto, l’effetto sarebbe pressoché nullo. Una pura testimonianza storica. Ma non è questo il solo inconveniente, né il principale.

Gli è che tutta la vicenda è politica e come tale non è, per sua natura, idonea ad essere trattata con la carta bollata. Non solo perché in politica la risposta dev’essere pronta, a volte immediata per essere efficace, ma, del pari, perché i “beni protetti” di tutta la vicenda non sono quelli “classici” del diritto penale, come (ad esempio) i diritti personali all’integrità fisica o patrimoniale, ma l’indipendenza nazionale e la sovranità politica. Cioè le condizioni elementari e fondamentali per un’esistenza politica libera. Le quali si conservano non con i giudici e i carabinieri, ma con la volontà di non cedere e la disponibilità a reagire. Scriveva Constant sui colpi di Stato (ma vale anche per questa vicenda) “Ciò di cui c’è bisogno è che le istituzioni siano congegnate in modo tale che le parti politiche siano dissuase dall’usare la forza, che non vi trovino né l’interesse né i mezzi  e che se qualche forsennato li sospinge in questa direzione, la grande maggioranza dei cittadini sia pronta a resistere con la forza all’uso della forza. E’ questo che si chiama spirito pubblico” (1).

In fondo è stato molto più saggio l’elettorato italiano che ha già dato una risposta – eloquente – a sapere e soprattutto a volerla leggere: ha mandato con un mezzo (e un procedimento) politico a casa Monti e fatto esplodere il Movimento  di Grillo: cioè usando lo strumento disponibile, diretto a manifestare la propria volontà di non subire. Sicuramente non basta: ma se così non fosse stato i “congiurati” avrebbero avuto la soddisfazione di aver rubato in casa col consenso (la dabbenaggine) del padrone: e così ricevuto l’invito a riprovarci.

Sull’inidoneità della giustizia ordinaria a trattare di materia politica c’è peraltro tutta una letteratura che va da Machiavelli fino alla dottrina dello Stato borghese di diritto.

Il segretario fiorentino scrive dell’opportunità che l’autorità (a ciò preposta) proceda quando i cittadini “peccarono … contro lo stato libero”. Solo che si tratta di cittadini e non di stranieri; e se i cittadini fossero dei “potenti” occorreva un giudizio (e giudici) speciali “”Perché lo accusare uno potente a otto giudici in una republica  non basta; bisogna che i giudici siano assai, perché i pochi sempre fanno a modo de’ pochi” (2).

A Robespierre si deve una delle più efficaci argomentazioni sulla “linea divisoria” tra giurisdizione e politica, esposta nel processo a Luigi XVI; a Benjamin Constant d’aver sottolineato l’oggetto e lo scopo primario che pertiene (al potere e) alla responsabilità politica e, quindi alla giustizia politica: che la sanzione idonea per il colpevole è d’allontanarlo dal potere più che affliggerlo con la pena (3).

Basti, tra i tanti inconvenienti che incontrerebbe un processo politico, ricordare quello di eseguire un’eventuale sentenza di colpevolezza. Se quegli altissimi funzionari europei, di cui parla Geithner, fossero la Merkel o Barroso, che si fa: si manda un maresciallo a Berlino o a Bruxelles ad arrestarli? Significherebbe coniugare la velleità delle intenzioni con la comicità dell’impotenza.

Piuttosto che un processo, inutile e inopportuno, occorre che lo spirito pubblico vigili e che sia assicurata una coerente gestione e risposta politica. Uno degli inconvenienti di voler fare processi politici è pensare che questi e relative sanzioni siano la soluzione. L’effetto catartico e fondante del “sacrificio” del potente colpevole può essere iscritto tra le “costanti” della natura umana e della sua essenza politica (á la Girard), ma a patto che il sacrificio si esegua e non che finisca in una “sacra” quanto in definitiva innocua rappresentazione, come sicuramente avverrebbe. Far credere che i custodi del diritto possano esserlo della comunità (e dell’istituzione) significa disabituare i cittadini a prendere in mano il proprio destino di comunità, cioè lo specifico compito del popolo in una democrazia. Nel qual caso sarebbe l’ennesimo tentativo di spoliticizzare il popolo: fargli credere che alla politica si è trovato il surrogato giudiziario; allo spirito pubblico il palliativo delle sentenze.

Un passo ulteriore verso l’irrealtà e l’asservimento.

NOTE

(1)    Principi di politica (a cura di S. De Luca), p. 118, Soveria Mannelli, 2007 (il corsivo è nostro).

(2) vivendo lui male, e per tale mezzo, senza far venire l’esercito spagnuolo, arebbono sfogato l’animo loro” Discorsi, I, VIII.

(3)Ricordiamo “Da tutte le disposizioni precedenti risulta che i ministri saranno spesso denunciati, accusati talvolta, raramente condannati, quasi mai puniti. Tale risultato può, a prima vista, sembrare insufficiente agli uomini i quali pensino che, per i delitti dei ministri come per quelli  degli individui, una punizione positiva e severa è pienamente giusta e assolutamente necessaria. Io non condivido però questa opinione. Mi sembra che la responsabilità debba perseguire soprattutto due scopi: quello di togliere il potere ai ministri colpevoli e quello di mantenere nella nazione, con la vigilanza dei suoi rappresentanti, con la pubblicità dei loro dibattiti e con l’esercizio della libertà di stampa nell’analisi di tutti gli atti ministeriali, lo spirito critico, un interesse abituale alla conservazione della Costituzione dello Stato, una partecipazione costante agli affari, in una parola un sentimento animato della vita politica… Sì: i ministri saranno raramente puniti. Ma se la Costituzione è libera e se la nazione è energica, che importa la punizione di un ministro quando, colpito da un giudizio solenne, è rientrato nella classe volgare più impotente dell’ultimo cittadino dal momento che la disapprovazione lo accompagna e lo perseguita? La libertà è stata egualmente preservata dai suoi attacchi, lo spirito pubblico è stato egualmente raggiunto da una scossa salutare che lo rianima e lo purifica” in Principi di politica (a cura di V. Cerroni) Roma 1970, pp. 130-131.

Teodoro Klitsche de la Grange

lunedì 12 maggio 2014

Ma cosa è un «colpo di Stato»? - Paolo Becchi letto da Teodoro Klitsche de la Grange.

Paolo Becchi, Colpo di Stato permanente, Marsilio Editori, Venezia 2014, pp. 93, € 9,00.

Non è la prima volta, a leggere quanto scrive il prof. Becchi, che si ha l’impressione egli faccia della sottile ironia a carico di chi sostiene delle tesi di cui l’autore coglie – implicitamente – le contraddizioni.

Ciò è confermato da questo agile - e leggibile – libretto. A cominciare dal primo capitolo, dove l’autore s’interroga su che cos’è un colpo di Stato, ed esordisce affermando: “È qualcosa che non riguarda la violazione della legge, di uno o più norme costituzionali: le categorie giuridiche non sono in grado di spiegarlo, perché esso non è un problema di diritto, non ha nulla a che vedere con il rispetto o meno della legalità”; esso è la manifestazione che lo Stato non è solo “di diritto” ma è (anche) un Machstaat, uno Stato di potere (e di potenza) in cui la regola decisiva è quella romana salus rei publicae suprema lex; quindi: “«Salvare lo Stato» a qualunque costo, al di là – e non necessariamente contro (ma anche servendosene) – della legalità, del rispetto della legge. Si tratta di impiegare o non impiegare la legalità, a seconda delle circostanze”; ma che dall’obiettivo – nobile e doveroso – di salvare l’esistenza politica di una comunità (e dell’istituzione relativa) si passi a quello di salvare una classe dirigente inadeguata e decadente è cosa che capita molto spesso, anche nell’Italia di oggi. Scrive Becchi: “Non abbiamo visto, in questi ultimi anni, in Italia, uno Stato che difende la sua Costituzione democratica, ma una serie di organi dello Stato – il presidente della Repubblica per primo, e i «suoi» capi di governo – che hanno utilizzato la legalità, il rispetto formale della Costituzione, al solo scopo di conservare se stessi”.

L’autore ricorda al riguardo tutte le volte in questi anni in cui si è fatto quell’uso strumentale della legalità, teorizzato – tra gli altri – da Lenin (e quel che ricorda è solo una piccola parte – ancorché la più rilevante – delle occasioni in cui ci si è serviti di una legalità formale contro la legittimità e, soprattutto, la “coerenza” democratica del sistema). L’autore indica come regista di questo “colpo di Stato permanente” il Presidente della repubblica, cui fa carico di aver istituito di fatto una nuova forma di governo; un presidenzialismo surrettizio al posto della repubblica parlamentare. Le varie vicende ricordate dall’autore di questi ultimi anni: il distacco di Fini da Berlusconi, la tempesta finanziaria dell’estate-autunno 2011, la nomina di Monti (e le manovre che l’hanno preceduta), poi di Letta, la rielezione di Napolitano, la “fine” di Berlusconi, sarebbero tutte guidate da Napolitano in vista di una forma di governo che marginalizzi il voto popolare (cioè non democratica o meno democratica).

A questo punto occorrono due notazioni. Se fosse vero che la nostra Costituzione è “la più bella del mondo” (col messaggio sottinteso: allora perché cambiarla?), nulla quaestio. Ma dato che le Costituzioni non si misurano secondo la bellezza, ma con la capacità di assicurare un’esistenza durevole ed indipendente alle comunità cui danno forma politica, che dire di una Costituzione la quale può funzionare – passabilmente – solo a prezzo di un elevato tasso di deroga? Deroghe (e violazioni) che possono essere poste in essere per fini poco encomiabili (quelli ricordati dall’autore) ma potrebbero esserlo anche per scopi condivisibili e dettati dalla necessità che, come sosteneva un acuto giurista come Santi Romano è fonte autonoma di diritto, superiore alla legge. È il risultato della deroga – e il consenso che ottiene – a decidere il successo della “rottura” costituzionale. Nella specie, i risultati di quelle di cui tratta Becchi sono stati – a dir poco – deludenti: il prof. Monti si affannava a ripetere che, senza la sua azione di governo, le cose sarebbero andate peggio, come in Grecia (o giù di li). Ma a parte che tutti possano immaginare che le cose vadano peggio, finora si è constatato che, accanto a qualche cosa buona, quel governo non ci ha dato né meno debito pubblico, né più occupazione: gli obiettivi essenziali sono stati mancati. La deroga del governo “tecnico”, e in effetti extraparlamentare non ha reso poi quel che promise allor. Ma se è vero che, come scrive l’autore. l’incarico a Monti “è stato un coup d’État deciso dai «poteri forti» in parte estranei al nostro Paese e guidato dal presidente della Repubblica”, c’è da chiedersi in che misura quella necessità è stata provocata anche da una Costituzione formale, nella quale  per paura di un governo forte (memori, i costituenti, dell’esperienza fascista) si è dato spazio ai poteri forti (interni e non) che, alla fine, hanno deciso loro, e non il popolo italiano, chi dovesse governare. Non si è tenuto conto della metafora dell’abisso di de Maistre: che un governo non abbastanza forte per opprimere, può divenire debole per proteggere. Il quale così ci ha protetto trasferendo ricchezza, sotto forma di maggiori imposte prelevate ai cittadini, alla banca e alla finanza (interna ed internazionale) quali maggiori interessi sul debito pubblico.

La seconda: Becchi in altre occasioni (e, anche se marginalmente, in questa) ha rilevato come i clercs della costituzione, cioè i costituzionalisti, siano poco sensibili ad argomentazioni del tipo di quelle svolte in questo libro. In effetti, tale menda non è solo dei costituzionalisti. A cercare di far credere agli italiani che si possa  vivere in pace, senza nemico e conflitto solo ad osservare morale, legalità e ad essere animati da bontà e disponibilità al prossimo sono nell’ordine: politici, finanzieri, industriali, giornalisti, sindacalisti e così via. In una parola la grande maggioranza della classe dirigente: il “buonismo” – in senso lato – è un’infezione diffusa. Secondo Pareto e Mosca è un’attitudine tipica delle élites decadenti. Le quali, così predicando, operano per la perdita del senso politico; che è, in primo luogo, l’individuazione del nemico e del conflitto, per i quali i buoni predicatori affermano di aver trovato la soluzione definitiva. Ma siccome l’uno e l’altro si ostinano ad essere parte della realtà, chi predica il contrario emascula un popolo, e lo rende incapace di esistenza politica. Per cui in questi frangenti, il cambiamento, anche radicale, diventa necessità, e l’inizio di un nuovo modo di vita della comunità.
Teodoro Klitsche de la Grange


mercoledì 7 maggio 2014

Giuseppe Guarino: «Cittadini europei e crisi dell’euro», recensito da Teodoro Klitsche de la Grange

Giuseppe Guarino, Cittadini europei e crisi dell’euro, Editoriale scientifica, Napoli 2014, pp. 185, € 14,00.

Questo è un libro denso di idee, e quel che parimenti interessa, aderenti alla realtà: quella da cui molti giuristi, in specie quelli più à la page, rifuggono.

È scritto da un giurista dotato di visione non limitata al proprio ambito scientifico (in genere strettamente inteso). La cui tesi di fondo è che i guai provocati dall’euro (che siano guai è sicuro, e Guarino cita – all’uopo - ripetutamente i dati, drammaticamente sconfortanti, della stagnazione dei paesi dell’area “euro”), siano dovuti ad un regolamento, illegale perché contrario al TUE (Maastricht), che ha realizzato un vero e proprio golpe. Scrive l’autore “Il golpe è stato attuato a mezzo del reg. 1466/97. Per la formazione del regolamento, come si è detto, si è fatto ricorso alla procedura di cui agli artt. 103, n. 5 e 189 c) TUE che, nello stesso momento in cui è stata utilizzata, è stata anche violata perché ce se ne è avvalsi per uno scopo diverso dall’unico previsto.

La procedura di cui agli artt. 103, n. 5 e 189 c) TUE in nessun modo avrebbe potuto essere impiegata per modificare norme fondamentali del Trattato. L’essersene avvalsi configura una ipotesi non di semplice illegittimità, bensì di incompetenza assoluta. Gli atti adottati sono di conseguenza non illegittimi, ma nulli/inesistenti”. Il che comporta, a ragionare con precisione e consequenzialità giuridiche, la responsabilità degli organi dell’Unione e delle persone fisiche che lo hanno posto in essere. Per cui abrogare il predetto regolamento attraverso un contrarius actus non è nulla di illegale o illegittimo, ma è semplicemente il ripristino di una situazione di legalità internazionale, perché le norme votate dal regolamento 1466/97 sono disposizioni di Trattato internazionale. Ma cosa ha prescritto il regolamento 1466/97 in violazione sia delle norme dei Trattati sia degli obiettivi dell’Unione, come dei diritti degli Stati? Scrive Guarino: “Quanto all’Unione è stato modificato, in modo radicale ed irreversibile, l’obiettivo principale, consistente (artt. 2 e 3 TUE) nel conseguimento di uno sviluppo dalle caratteristiche e secondo le modalità previste nei suddetti articoli e nell’aver abrogato, per aver regolato in modo diverso la intera materia, l’art. 104 c) TUE, contenente la disciplina dei mezzi di cui gli Stati si sarebbero potuti avvalere per l’adempimento all’obbligo di promuovere sviluppo.

Quanto agli Stati la illecita variazione consiste nell’averli privati, con l’abrogazione degli artt. 102 A, 103, 104 c) TUE, nonché degli altri connessi, a mezzo di norme (quelle del reg. 1466/97) regolanti in modo diverso l’intera materia , degli unici poteri politici ad essi attribuiti in funzione alla conduzione economica dell’Unione”, e aggiunge l’autore che ciò “ha inciso sul carattere fondamentale dell’Unione, in assenza del quale gli Stati non sarebbero stati legittimati a parteciparvi, quello della democraticità. È l’affermazione che tra tutte genera la massima incredulità”.

L’acuto giurista sostiene che, per rimediare, e data la comprovata dannosità dell’attuale disciplina dell’euro, tra l’altro non conforme al TUE, ma in violazione dello stesso, occorre,per i paesi a rischio, un’uscita concertata dalla moneta unica, che non ha nulla di illegale, dato che significa il passaggio da paese senza deroga a paese con deroga, come ce ne sono – allo stato – undici nell’U.E. La soluzione migliore sarebbe che lo facessero di concerto quattro o cinque Stati. Meglio se tra i promotori ci fossero la Francia e l’Italia.

Ci sono tante cose in questo libro, e con dispiacere il recensore, ratione officii le  deve tralasciare per concentrarsi su due che colpiscono più di altre i giuristi, e che sottolinea per i lettori.

La prima che Guarino, a proposito della disciplina dell’euro, la definisce robottizzata: ossia di una moneta che non ha – sopra – un vertice politico decidente e decisivo, ma solo una regolazione normativa. Ma se è così (e così è) la regolamentazione dell’euro ha un pregio: verificare sul piano fattuale la non praticabilità di un assetto fondato sulla perfezione (bontà, saggezza) della normazione, senza un potere che diriga e all’occorrenza ne deroghi. L’idea del nomos basileus applicata, nel caso, alla moneta comune, si è rivelata illusoria. Il pensiero va a de Maistre e al suo giudizio tranchant  “il n’est pas au pouvoir de l’homme de créer une loi qui n’ait besoin d’aucune axception”. L’eccezione  serve di tanto in tanto: ma la necessità di adeguarsi ai cambiamenti è costante. E la regolamentazione dell’euro non ne ha tenuto conto; essendo stato pensato (e ri-pensato) in un periodo di cambiamento, ha una disciplina che poteva essere congrua in periodi di stabilità – come quello dalla fine del secondo conflitto mondiale al crollo del comunismo – non lo è quando la situazione si “mette in movimento” (ossia negli ultimi vent’anni), per cui occorrono flessibilità, adeguamenti; cioè decisioni. Il tutto ricorda la critica che un altro acuto giurista, Hauriou, rivolgeva ad Hans  Kelsen e al normativismo: che il giurista austriaco aveva immaginato un sistema statico, e per ciò inadatto alla vita, che è movimento ed alla quale il diritto si deve adeguare.

Ma come ci si può adeguare se il potere “adeguatore”, cioè quello politico, manca? Essere guidati dall’impersonalità della norma, piuttosto che dalla personalità della decisione è una prospettiva forse seducente, ma del tutto irreale, come salire su un automobile senza conducente:prima o poi si va a sbattere. É quello che hanno constatato gli europei. Si è sognata – nel XX secolo, la “Costituzione senza sovrano” (Kirkheimer – e tanti altri, dopo) per verificare che senza sovrano  non può funzionare neppure la moneta.

La seconda: a prescindere dalla lettera della normativa, farcita di buone ed appetibili intenzioni è al contenuto effettivo, e al senso delle norme che deve guardarsi. Come scrive Guarino “la modifica introdotta dal reg. 1466/97 rispetto al TUE (Maastricht), sul piano formale, è consistita nell’abrogazione di un diritto-potere, quello degli Stati di concorrere alla crescita con la propria “politica economica”, concorrendo così anche alla crescita dell’Unione, sostituendola con un obbligo/obbligo, gravante sugli Stati, avente come contenuto il pareggio del bilancio a medio termine, da conseguirsi nel rispetto di un programma predeterminato. Gli elaboratori delle norme non si sono resi conto delle conseguenze che sarebbero derivate dall’aver messo a base del sistema, un “obbligo” al posto di un “potere”. Di conseguenza il sistema ha leso la libertà degli Stati, ossia delle comunità di decidere come, quanto e in quali direzioni crescere. La libertà politica comunitaria è in primo luogo quella di scegliere scopi, mezzi e forme del vivere comune e si chiama sovranità; adesso non “va di moda” ma non se ne può prescindere, ancor meno di quanto si possa fare a meno della libertà individuale.

Nel complesso un libro che si consiglia di leggere dato il surplus di idee che lo connota. In un coro di banali cortigianerie agli idola ed ai potenti (economici, burocratici e politici) di turno sentire qualcuno che non canta nel coro (ed è molto intonato) è salutare e necessario. 

                                                             
                                                Teodoro Katte Klitsche de la Grange

mercoledì 30 aprile 2014

Alain de Benoist: «La fine della sovranità». Una recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Alain de Benoist, La fine della Sovranità. Come la dittatura del denaro toglie il potere ai popoli. Arianna editrice, www.gruppomarcro.com, Cesena 2014, pp. 127, € 9,80.

Con questo saggio de Benoist segna un’altra tappa delle sue riflessioni, volta a demistificare le idee, ma meglio sarebbe dire i pregiudizi, con cui si cerca di costruire sulle ceneri di un mondo dove bene o male “la maggior parte dei bambini sapeva leggere e scrivere, si ammiravano gli eroi invece delle vittime, gli apparati politici non si erano ancora trasformati in macchine per stritolare le anime e si avevano a disposizione più modelli che diritti. Era un mondo, nel quale si poteva capire cosa intendeva dire Pascal, quando sosteneva che il divertimento ci distrae dall’essere veramente uomini. Era un mondo, nel quale le frontiere garantivano, a coloro che vivevano al suo interno, un modo di essere e di vivere che era di loro specifica pertinenza. Era un mondo, che aveva anche i suoi difetti e che talvolta è stato addirittura orribile, ma in cui la vita quotidiana della maggior parte delle persone era quanto meno garantita da dispositivi di senso, in grado di dare dei punti di riferimento”. Il nuovo che dovrebbe succedergli consiste in una “sorta di cesarismo finanziario che consiste nel governare i popoli tenendoli in disparte”. Lo Stato “terapeutico e gestionale” in tale quadro “basa  il proprio potere sulla costituzione assolutamente volontaria di una situazione subcaotica, sullo sfondo di una fuga in avanti e di un’illimitatezza generalizzate, creando in tal modo una condizione di guerra civile fredda”. La “mondializzazione” (che corrisponde a ciò che in Italia è denominato “globalizzazione”) “non è nient’altro che il processo geo-storico di espansione progressiva del capitalismo in scala planetaria, l’espansione planetaria del principio del libero mercato”. Condizione perché questo avvenga è che l’area delle decisioni pubbliche (politiche) venga ridotta, ma soprattutto finalizzata al “sistema” capitalistico, nella forma dominante che ha assunto, ovvero quella finanziaria. De Benoist si chiede “Chi sono i grandi perdenti della mondializzazione? sono chiaramente i governi e gli Stati. Rimane tuttavia da capire se è stata la mondializzazione a portare all’indebolimento degli Stati, oppure se è stato l’indebolimento degli Stati (insieme alla disintegrazione dei valori collettivi, che prima strutturavano il corpo sociale) a permettere la mondializzazione”.

Questa è la novità del presente: fino alla metà del secolo scorso il “politico” e l’ “economico” andavano avanti sostanzialmente di pari passo: il capitalismo aveva avuto bisogno dello Stato moderno, del potere razionale-legale, del monopolio statale della decisione politica e della forza legittima per espandersi e rimuovere gli ostacoli alla propria crescita. Ora è lo Stato moderno la principale (possibile) remora   ad un ulteriore consolidamento dell’assetto economico (nella forma che ha assunto) e di conseguenza la sovranità (dei popoli) che dello Stato (democratico) moderno è l’intralcio essenziale.

Sono molte le riflessioni che il saggio suscita – così come l’attenta prefazione di Edoardo Zarelli. Cerchiamo di evidenziare le più interessanti, due per tutti i lettori, e una, specifica, per gli italiani.

La prima: se è vero che politico ed economico, come scriveva Freund, sono due essenze, c’è altrettanta possibilità di (eliminare o) sottomettere il politico da parte dell’economico che viceversa. Piuttosto, a seguire M. Hauriou e O. Spengler, l’importanza e la percezione decisiva del prevalere dell’uno sull’altro, dipende dalle vicende ed epoche storiche. E il tutto consegue più dal sentire comune del periodo che da altri fattori “reali” (come tecniche di produzione, norme giuridiche, risorse finanziarie ed economiche). Il che da un lato suggerisce un metodo di lotta e resistenza alla globalizzazione, di cui questo libro è un esempio: costruire un common sense diverso (e spesso opposto) a quello favorito dalla propaganda, assordante e/ o insinuante, del “sistema”. Dall’altro che se il prevalere del “denaro”, come scriveva Hauriou, è uno dei fattori e segnali della fase di decadenza delle comunità umane a questa succede un ciclo ascendente, fondato su nuovi  fondamenti spirituali, religiosi soprattutto, ciò può darci una speranza. Che è poi la consapevolezza che la fine della storia non c’è e, quel che più rileva, non è questa, la quale casomai è la fine di un ciclo, o di un’epoca.

L’altra è che nella “pars costruens” nell’edificazione di istituzioni che garantissero e proteggessero l’economia capitalista, la preferenza è andata ai Tribunali, cioè a un potere giudiziario svincolato dello Stato: questo non fa più “parte” dello Stato, ma è da questi svincolato e loro superiore. La diffusione di questi organismi nel secondo dopoguerra è stata impressionante. Se Hegel affermava con ragione che “non c’è Pretore tra gli Stati”, ora si può – con altrettanta ragione – sostenere che ve ne sono, e fin troppi. Ma questa predilezione verso il potere giudiziario (in specie non statale) deriva dai caratteri di tali organismi, che non sono d’investitura popolare, in cui la subordinazione di questi agli stessi Stati praticamente non esiste – almeno nella maggioranza dei casi - e spesso statuiscono in base a norme dal contenuto vago, e talvolta senza un reale supporto normativo “esterno”. In sostanza una giurisdizione nei fatti tendenzialmente autoreferenziale, ma soprattutto – quel che più conta – svincolato – o poco vincolato – dal controllo statale. Il che ne fa graditi strumenti “regolativi” per il capitalismo post-moderno.

La terza riflessione (per gli italiani). L’Italia è un paese che ha la caratteristica, contraddittoria, di essere tra i primi dieci-quindici del mondo quanto alle attività private, ma uno dei peggiori piazzati quanto a funzioni e servizi pubblici. È inutile stare a citare i macro-dati relativi: sta di fatto che questo connotato di una società vivace, almeno fino a qualche decennio orsono, e di apparati pubblici poco efficienti e (quindi) largamente parassitari, ne fa un caso pressoché unico in Europa (a limitare geograficamente il paragone). A prescindere da tutto quello che potrebbe scriversi in merito, la causa principale (ma non esclusiva) di ciò era ed è l’assetto policratico della costituzione materiale, caratterizzata dal frazionamento pluralistico delle potestà pubbliche, dalla scarsa capacità decisionale e dalla difficoltà di trovare momenti di sintesi.

Connotati che, presenti nella prima repubblica hanno continuato ad esserlo – con qualche correzione insufficiente - anche nella “seconda”, assumendo solo un nuovo nome: poteri forti (proprio perché quello democratico è debole).

Questa debolezza strutturale, peraltro officiata da non pochi conservatori dell’esistente, ha mostrato la sua specifica fragilità con la crisi economica. Alla corrosione interna, si è aggiunta – ed era logico, quella della finanza internazionale, più o meno collegata con (gran) parte dei “poteri forti” interni.

Occorre all’uopo ricordare che la rappresentazione di questa situazione, che nasconde sotto la protezione dei diritti individuali e “sociali” (quest’ultimi sempre meno), la volontà di dominio (e sfruttamento) e il rifiuto di responsabilità chiare e dirette, l’ha data Carl Schmitt, sostenendo che i diritti individuali (a contenuto liberale o socialista) sono “i coltelli coi quali potenze anti-individualistiche macellavano il Leviatano, spartendosene le corna” .

E in effetti l’effetto sinergico nella demolizione e spartizione del Leviatano dei “poteri forti” interni e di quelli esterni è la chiave di lettura della crisi italiana contemporanea, di uno Stato (e una classe dirigente) debole, aperta o esposta a qualsiasi sopraffazione, e come profetizzava alla Costituente V.E. Orlando ad ogni “servilità”.

Teodoro Klitsche de la Grange

martedì 1 aprile 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: «La decadenza italiana», relazione al convegno “Per una Nuova Ogettività”,

Testo in corso di editing
con note da aggiungere.

LA DECADENZA ITALIANA

1. La decadenza non è tra i temi più frequentati dalle elites politiche e culturali italiane. In un contesto culturale propenso a credere che l’economia sia il destino e che fatti e processi storici siano da valutare preferibilmente sotto l’aspetto numerico-quantitativo, dovrebbe suscitare  stupore che il dato della decrescita del PIL italiano (del sette per cento dal 2008 ad oggi) non abbia suscitato quasi nessuna discussione; questo in un paese che ama parlare diffusamente e pubblicamente anche dei fatti minimi e irrilevanti.

L’unica spiegazione che si può dare – oltre a quella che parlarne porterebbe alla ricerca dei responsabili (se ve ne sono), cosa pericolosa per chi esercita il potere – è che la decadenza è, per sua natura, opposta all’idea di progresso, e in particolare a quell’idea di progresso nota e assai coltivata negli ultimi due secoli, per cui il progresso è un dato di fatto, (e ancor più una forma di legittimazione per chi se ne proclama fautore); e l’umanità in ogni epoca si trova progredita rispetto all’epoca (al tempo) antecedente, e questo processo non avrà mai limite. Soltanto che i fatti cui far riferimento sono diversi e decisivo, per capire l’andamento, è la collocazione temporale di riferimento. Se si paragona la situazione dell’uomo moderno con quella dell’uomo del neolitico, il progresso è chiaro: in 8-10 millenni è enormemente aumentato il benessere, la durata della vita, le chances di vita. Ma se il periodo di riferimento è diverso, ad esempio tra gli ultimi secoli dell’Impero romano  d’occidente e l’epoca carolingia(circa cinque o sei secoli) parlare di progresso tra l’una e l’altra epoca appare bizzarro. Un servo della gleba carolingio avrebbe considerato con invidia l’antenato, colono di un latifondista: malgrado le vessazioni e le fiscalità della burocrazia del dominato, godeva di edifici pubblici e privati meglio costruiti; di ponti e strade mantenuti, poteva viaggiare anche per mare senza temere pirati e saraceni, e aveva una durata della vita di circa quindici anni più lunga (che è l’indice principale di benessere). Parlargli quindi di progresso – nel senso suddetto – sarebbe sembrata una boutade di cattivo gusto.

La diversità tra il punto d’osservazione e l’osservato ha prodotto pertanto una serie di concezioni dell’ “andamento” della storia, che possono così sintetizzarsi.

L’umanità è in progresso: è quella prima sintetizzata. Nello spazio cartesiano se l’ascissa indica il tempo e l’ordinata la “felicità”, è rappresentata da una retta che cresce verso l’alto.

L’umanità regredisce: è la tesi del pensiero più antico per cui l’umanità ha conosciuto all’inizio della storia l’era più felice (l’età dell’oro, il paradiso terreste, e così via) ed è andata peggiorando: è, una retta che procede verso il basso.

La storia (le vicende umane) si ripete, in cicli più o meno uguali: concezione cara a gran parte del pensiero antico, meno del moderno: nello spazio cartesiano è una sinusoide con andamento medio  - grossolanamente – parallelo all’asse delle ordinate.

2. Tale ultima ipotesi è stata la più frequentata e condivisa: dagli stoici a Nietzsche passando per Vico. Ha dalla sua un argomento forte: quello della costanza (la regolarità) della natura umana, al di là delle varie vicende storiche. Nella sua applicazione “politica”, cioè prendendo in esame le vicende politico-istituzionali, inizia con Polibio di Megalopoli, il quale tuttavia scrive di non essere il primo: “Forse con maggiore diligenza da Platone e da alcuni altri filosofi fu trattata la teoria della naturale trasformazione delle varie forme di governo” . Secondo lo storico greco ogni forma politica conosce fasi di progresso e di decadenza, al termine della quale si trasforma in altra. E passando all’esposizione della successione delle forme di governo scrive che prima è la monarchia; ma quando al primo re (“intronizzato” da una crisi – à la Girard) succedono altri, con i privilegi dei re, ma senza le sue qualità e la necessità che lo aveva favorito, “a causa dei soprusi si accesero odio ed ostilità: il regno si mutò in tirannide. Cominciò la rovina di quella forma di governo, si tramarono insidie contro i re”. Coloro che guidano la rivolta costituiscono del nuovo regime; ovvero l’aristocrazia ; ma succedendo loro i figli “ fanno sorgere di nuovo nel popolo uno stato d’animo simile a quello di cui abbiamo prima parlato, e perciò tocca anche a loro una caduta finale simile a quella toccata ai tiranni”. Quindi, altro rivolgimento  e istituzione di un regime democratico; al quale, una volta degenerato, succede un nuovo regime monarchico. E il cerchio si chiude.

Machiavelli, nei Discorsi (Lib. I, cap. 2) riprende la concezione di Polibio delle tre forme di governo che degenerano e succedono l’una all’altra “Alcuni altri e, secondo la opinione di molti, più savi, hanno opinione che siano di sei ragioni governi: delle quali tre ne siano pessimi; tre altri siano buoni in loro medesimi, ma sì facili a corrompersi che vengono ancora essi a essere perniciosi” e data la facilità delle forme “buone” a convertirsi nelle “perniziose” “se uno ordinatore di republica  ordina in una città uno di quelli tre stati, ve lo ordina per poco tempo, perché nessuno rimedio può farvi a fare che non sdruccioli nel suo contrario”. E succedendo le forme di governo l’una all’altra Machiavelli conferma che “E questo è il cerchio nel quale girando tutte le republiche si sono governate e si governano: ma rade volte ritornano né governi medesimi, perché quasi nessuna republica  può essere di tanta vita che possa passare molte volte per queste mutazioni e rimanere in piede ”.

Tale concezione dell’avvicendamento ciclico delle forme di governo, e della loro decadenza, ritorna, tra gli altri, in Mosca e Pareto. Il primo scrive che questa s’accompagna alla “mancanza di energia nelle classi superiori, che divengono deficienti di caratteri arditi e pugnaci e ricche di individui molli e passivi… quando la classe dirigente è degenerata nel modo che abbiamo accennato, perde l’attitudine a provvedere ai casi suoi ed a quelli della società, che ha la disgrazia di essere da essa guidata” .

Il secondo vi ritorna più volte, enumerando (come fa anche Mosca) i sintomi della decadenza: attenuazione della mobilità sociale (“cristallizzazione”) soprattutto chiusura della classe dirigente; uso da parte di questa dell’astuzia più che della forza; la classe governante tende a diventare “un ceto d’impiegati, colla ristrettezza di mente che è propria di tal gente” , aumentano, nella classe dirigente, i residui della classe II e scemano quelli della classe I. Quando, nell’impero romano d’Occidente, i barbari lo fanno cadere, invertono le tendenze ricordate . E comincia un nuovo ciclo (o nuova era).

Per Pareto, com’è noto, la regola dei fenomeni sociali è l’andamento ritmico-ondulatorio, per cui ad un periodo ascendente  segue immancabilmente uno discendente, e inversamente . Le “onde” cambiano secondo la durata del fenomeno, e vi sono “vari generi di queste oscillazioni, secondo il tempo in cui si compiono. Questo tempo può essere brevissimo, breve, lungo, lunghissimo” . Scrive Pareto: “Si può dire che in ogni tempo gli uomini hanno avuto qualche idea della forma ritmica, periodica, oscillatoria, ondulata, dei fenomeni  naturali compresi i fenomeni sociali” ; nota peraltro che mentre nel passato  prevaleva la convinzione del carattere ciclico, ora prevale quella favorevole della società, di un bene crescente .

2. Il carattere ciclico non è limitato, ovviamente, ai regimi o alle “forme” politiche. Accanto a questo c’è altro. Quello del chi decade è un altro problema. Essendo ogni comunità umana un aggregato di esseri viventi, e quindi mortali, le sintesi sociali da questi costruite sono soggette allo stesso ciclo: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia.

Spengler e Toynbec considerano specificamente  l’aspetto della decadenza delle civiltà anche in funzione (di filosofia della storia) anti-eurocentrica. Per cui è la civiltà occidentale (o faustiana o anche del cristianesimo occidentale) oggi a decadere. Della quale è parte, e non poco, l’Italia.

Altri, tra cui occorre ricordare Ernste Nolte, (ma l’elenco di quanti sostengono tale constatazione è assai esteso), ad essere nella fase discendente  è l’Europa, detronizzata dalle due guerre mondiali – e successive guerre coloniali – dalla funzione di “guida” del mondo .

Anche al processo di decadenza europeo non è estranea – per motivi sia storici che geografici – l’Italia.

Però a decadere può essere anche – e principalmente -  a seguire i pensatori sopra citati – tra i tanti – anche una comunità e, più precisamente, la sua forma politica.

E qua, di converso, l’Italia si trova da sola – almeno nel contesto sia geografico che di civiltà. É a tale specifica “classe” di decadenza che occorre dedicarsi.

3. In Italia non piace parlare di decadenza sia perché falsifica – o almeno relativizza – l’idea di progresso, sia perché sminuisce il consenso alle elites al governo.

Queste, come tutte le classi dirigenti, necessitano di “miti” (derivazioni, idee, forza, tavole di valori e così via), atte a legittimarle. I quali come tutte le cose ed opere umane (comprese le istituzioni) hanno una nascita ed una morte. Al contrario ciò che si vuole di durata eterna – o almeno lunghissima, con termine in saecula saeculorum, - non ha nascita né morte (o, quanto meno, sono ignote ambedue o una delle due) .

Parlare di decadenza, di idee e realizzazioni obsolete o anche solo rapportate ad una determinata situazione storica e non aventi validità al di fuori di quella, ormai esaurita – e ancor più se la si pretende universale – ha lo stesso senso (e gradimento) di un coro che faccia le prove del requiem per il proprio direttore.

Ciò non toglie che la decadenza vi sia; ed alcuni dati ce la confermano, e servono a chiarirne – per somme linee – la natura. Occorre ricordare che nel 1945 si apriva un nuovo ciclo, dopo una guerra persa e l’occupazione militare, con l’intronizzazione, da parte dei vincitori, di una nuova classe politica, che provvedeva, come da dichiarazione di Yalta, a dare all’Italia una nuova costituzione (peraltro la volontà costituente era anche nella volontà del popolo italiano - v. nota 14, a1); per circa trent’anni durava la fase ascendente; seguita – dopo qualche anno – da quella discendente.

Questa – anche se non esclusivamente – è prevalentemente  decadimento di istituzioni e attività pubbliche (e del relativo personale dirigente). Un dato tra i tanti disponibili, lo sintetizza il PIL italiano è, secondo i dati – il 6° nel mondo – il reddito pro-capite il 12°; mentre il Primo presidente della Corte di Cassazione (quindi non Berlusconi o Dell’Utri) anni fa disse che il funzionamento della giustizia civile italiana la collocava al 156° posto tra gli Stati (che sono, sul pianeta, 181) .

Ciò stante è evidente che la decadenza – o meglio questo fattore porincipale della decadenza italiana ossia del “pubblico” – s’iscrive precisamente nel modello “classico” del ciclo delle istituzioni e dei regimi politici pensato più in relazione a questo che alla comunità cui davano forma. Comunità che continuavano ad esistere (in suo esse perseverare), anche cambiando regime ed istituzioni, il ciclo delle quali non coincide con quello dell’esistenza comunitaria.

La decadenza delle istituzioni è comunque il fattore principale – anche se non esclusivo - della decadenza italiana, che appare chiaro dal peggioramento precedente delle attività e funzioni pubbliche rispetto a quello delle private (in primis i sette punti di PIL persi negli ultimi cinque anni): gli indici di decadenza pubblica erano già preoccupanti quando quelli non pubblici andavano discretamente: la fase discendente degli apparati istituzionali ha preceduto – di almeno vent’anni – quella delle attività private. Il che non vorrebbe dire che quella è necessariamente ed esclusivamente causa di questa; ma che lo è  in misura rilevante.

E che da almeno trent’anni s’intravedessero dei robusti “indici” di decadenza, a partire da quello della divaricazione tra governati e governanti e di calo del consenso di questi è un dato evidente . Dall’inizio poi degli anni ’90, ancora di più perché il crollo del comunismo e la “fine” dell’ordine di Yalta hanno concluso il periodo storico in cui le élites attualmente dirigenti hanno conseguito e mantenuto il potere.

Il tutto con evidenti e vistosi effetti sulla legittimazione e sulla reale capacità d’integrazione dell’ordinamento (v. nota precedente). Nella dottrina politica più antica la crisi (cioè il passaggio da un regime ad un altro e da una fase discendente  ad una ascendente) , era denotata dalla circostanza eccezionale (nel senso schmittiano o anche à la Girard) e dalla consunzione della vecchia classe dirigente (v. per tutti Polibio e Machiavelli). A partire dalla rivoluzione francese l’accento è stato posto sulla legittimità (e sul venir meno di questa). In realtà i due criteri non si elidono, né sono in opposizione; anzi la categoria (moderna) della legittimità può includere la consunzione, attribuita prevalentemente dai più antichi all’aumento del “divario” tra merito e consenso (ambedue decrescenti) della classe dirigente, col conseguente venir meno della “riverenzia” (scrive Machiavelli) dei governati.

4. Diversamente dalle crisi di civiltà descritte da Spengler e Toynbee, l’alternarsi di fasi ascendenti e discendenti dei cicli politici non comporta distruzioni (o rinnovamenti) epocali: non è la caduta dell’impero romano d’occidente o delle civiltà precolombiane, ma solo  il rinnovarsi dell’ordine politico. Indubbiamente una crisi, ma in un certo senso “normale” (perché rientrante nell’ordine naturale delle opere umane). Il pensiero “orientato all’eccezione” moderno quello giuridico in particolare (da Schmitt ad Hauriou, da Jhering a Santi Romano)  non vi vede alcuna “novità”: è la normalità del movimento della storia che comporta il cambiamento (anche) delle istituzioni. Nel pensiero politico realista, soprattutto in Mosca e Pareto, la sostituzione di èlite e regimi consunti, fiacchi e decadenti con elite nuove e vigorose, per lo più produce benefici  sociali rilevanti.

Il cambiamento non quindi è demonizzato; da un canto è considerato come un dato, dall’altro per lo più positivo, almeno nel lungo periodo. È sicuramente appare frutto di visione miope pensare che una situazione, un equilibrio o un regime politico possa essere “cristallizzato” non solo in eterno, ma anche nel breve-medio periodo. Le istituzioni (e le comunità) umane, scriveva Hauriou, sono sempre in movimento e l’ordine che presentano è quello di “un esercito che marcia”; e non, si può aggiungere, quello di un organigramma o di un trattato di geometria. Dietro e dopo la decadenza di un’istituzione si vede un nuovo ordine che è generato; e siccome l’accadere dell’una e dell’altro è regolarità storica, occorre tenerne debito conto.

E per farlo e per non sprecare le occasioni che un rinnovamento dell’ordine politico – in primis quale nuova fase ascendente – offre, vi sono cose da  evitare.

In primo luogo negare che esista la decadenza o sottovalutarla o anche – come capita – attivare la disinformazione (nella forma preferita) di non discuterne. È proprio quello che si pratica oggi in Italia dove si tenta di esorcizzare la decadenza con formule magiche tratte dall’armamentario verbale del progresso “senza se e senza ma”. Delle quali la storia non si preoccupa, come i terremoti degli autodafè.

La seconda cosa da non praticare è tentare di tirare la storia – sempre lei – per la giacchetta. Come? Paretianamente facendo leva sulle derivazioni e sul  tentativo di ri-legittimazione di classi dirigenti e di regimi esausti.

L’argomento all’uopo più impiegato è esaltare la bontà/bellezza/santità delle (asserite) idee delle elite discendenti. Occorrendo contrapponendole alla cattiveria/bruttezza/peccaminosità di quelle dei loro avversari. Ma il limite dell’ (adusata) operazione è che, specie in tempi di crisi e ancor più se le fasi discendenti si prolungano, i governati sono più attenti ai risultati che alle intenzioni dei governanti, alle (di essi) opere più che alle idee. Per cui, certi discorsi si svelano in breve per quel che sono: espedienti per occultare pratiche (e risultati) di segno contrario. Qualche volta (ma è cosa assai rara) prediche di profeti disarmati .

Il presupposto su cui si basa quest’armamentario di giustificazioni è che sia possibile cristallizzare una comunità umana, fermare o anche rallentare il movimento della storia e delle istituzioni. Come prima cennato, all’inverso, Hauriou vede l’ordine sociale come movimento lento e uniforme, che richiede necessariamente adattamenti e innovazioni .

E questa consapevolezza appartiene al giurista francese come a tanti altri, tra cui quella sopra citati, ai quali c’è da aggiungere (tra i molti) Smend e la sua teoria dell’integrazione che Schmitt riteneva uno dei significati del concetto (assoluto) di costituzione e cioè “il principio del divenire dinamico dell’unità politica”.

Che un ordine sociale possa “cristallizzarsi” è contrario non solo a quella dottrina del diritto ma a gran parte del pensiero filosofico, a cominciare dal panta rei di Eraclito.  Oltre che, ciò che più conta, ad un’osservazione, anche non particolarmente profonda, dei mutamenti storici.

In definitiva la concezione criticata trascura che nei fatti sociali vi sono – come in tutti i fatti – sia regolarità (che non si possono cambiare) che variabili (che è nella possibilità della comunità umana innovare): cosa ben nota anche nel pensiero teologico-politico ; e ancor più in quello filosofico, politico e giuridico.

5. Prima di concludere occorre fare due postille. La prima: è da rifiutare la concezione economicista – e in un certo senso, anche marxiana – che la “causa” delle decadenze (e anche della ascendenza) siano economiche. Indubbiamente l’economia ha la sua parte, ma concorrente non determinante o almeno (quasi mai) determinante.

Piuttosto è preferibile la tesi weberiana (e non solo) che sia la cultura e in particolare la religione a muovere le file: sia della fase di decadenza che di ascendenza.

In tal senso, ancora una volta in questa giornata, è il caso di ricordare cosa ne pensava Hauriou.

Secondo il quale esistono nelle istituzioni fattori di decadenza e fondazione: “come fattori di crisi il denaro e lo spirito critico; come fattori di trasformazione (cioè di crisi, ma anche di rifondazione comunitaria e istituzionale) la migrazione dei popoli e il rinnovamento religioso. Alcune di tali spiegazioni sono note: è almeno dal pensiero antico che è stata rilevata (e da sempre ripetuta) la capacità del denaro e dello spirito economicista di corrodere le istituzioni. Ma è meno ripetuto quanto avverti il giurista francese: che alla fine lo spirito economicista finisce per distruggere perfino le proprie creature (come la speculazione finanziaria fa con l’economia reale – è cronaca di questi giorni).

Lo spirito critico (oggi si direbbe relativismo): anche qui, come nelle notazioni sul carattere fondante (le istituzioni) tipico della religione, Hauriou anticipa considerazioni  che avrebbe fatto (anche) Arnold Gehlen. Ma soprattutto demistifica  anticipatamente, e a ben vedere, in una linea di pensiero che va da Vico ai pensatori controrivoluzionari come Maistre e Bonald, l’idea che lo spirito critico possa legittimare autorità e istituzioni. Non foss’altro perché, come scriveva Vico, queste esistono per dare certezze e non verità”.

Come fattori di rigenerazione indicava la migrazione dei popoli e il rinnovamento dello spirito religioso.

Argomento su cui ritornò più volte : considerava la teologia il fond di ogni assetto politico che nei governements de fait (quelli generati dalle crisi) tiene unita le comunità anche nel dissolversi dalle istituzioni e da modo di ricostruirne delle nuove.

La crisi attuale è connotata proprio dal “disordine” economico-finanziario, che ha, come scriveva il giurista francese un secolo fa, inceppato la stessa macchina capitalista (cioè, in un certo senso, se stesso) ; e dallo spirito critico (che in larga misura oggi si chiama “relativismo”) , che corrode i “fattori di coesione”, cioè quelli – principale quello religioso – unificanti. Anche in questo non è difficile notare la stretta affinità tra il giudizio del giurista francese e la situazione concreta, anche se spesso – incoerentemente – contorta nelle contraddizioni del di chi vorrebbe giustificarla. Basti ricordare la bizzarria di una “Costituzione” europea (che non è costituzione), ma era spacciata come tale, che è stata privata del riferimento alle “radici giuridico-cristiane” rifiutandone così esplicitamente i caratteri unificanti (oltre che dimenticando più di un millennio di storia): in vista di un qualcosa (un “melting pot” tra culture) e che non si sa come e se avverrà e soprattutto se potrà unificare veramente popoli diversi.
Teodoro Klitsche de la Grange

(relazione tenuta il 21/02/2014 al convegno  del Movimento “Per una Nuova oggettività” su la “Decadenza”, all’ “Universale” in Roma)

giovedì 13 febbraio 2014

Teodoro Klitsche de la Grange: Nuove riflessioni sulla “legalità che uccide”.

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1. Non è stata dedicata dai media alla motivazione della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale  che una frazione modesta dell’attenzione tributata al dispositivo. Non appare vivace neanche il dibattito tra gli “addetti ai lavori”. Ed è un peccato perché la sentenza, nelle sue esternazioni – ed implicazioni – è tra le più interessanti della Corte, la quale nell’abbondanza di pronunce su “minutaglie” normative, non ha molte occasioni di occuparsi di materia costituzionale (in senso stretto), come il sistema d’elezione del Parlamento.  Tra i diversi punti che la sentenza solleva, è il caso di affrontarne uno.

Ed è quando la Corte scrive: “E’ evidente, infine, che la decisione che si assume, di annullamento delle norme censurate, avendo modificato in parte la normativa che disciplina  le elezioni per la Camere e per il Senato, produrrà i suoi effetti esclusivamente in occasione di una nuova consultazione elettorale, consultazione che si dovrà effettuare o secondo le regole contenute nella normativa che resta in vigore a seguito della presente decisione, ovvero secondo la nuova normativa elettorale  eventualmente adottata dalle Camere.

Essa, pertanto, non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate,  compresi gli esiti delle elezioni svoltesi  e gli atti adottati dal Parlamento eletto. Vale appena di ricordare che il principio secondo il quale gli effetti delle sentenze di accoglimento di questa Corte, alla stregua dell’art. 136 Cost. e dell’art. 30 della legge n. 87 del 1953, risalgono fino al momento di entrata in vigore della norma annullata, principio «che suole essere enunciato con il ricorso alla formula della c.d. “retroattività” di dette sentenze, vale però soltanto per i rapporti tuttora pendenti, con conseguente esclusione di quelli esauriti, i quali rimangono regolati dalla legge dichiarata invalida» (sentenza n. 139 del 1984).

Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti.

Del pari, non sono riguardati gli atti che le Camere adotteranno prima che si svolgano nuove consultazioni elettorali.

Rileva nella specie il principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali: di tutti gli organi costituzionali, a cominciare dal Parlamento. E’ pertanto fuori di ogni ragionevole dubbio – è appena il caso di ribadirlo – che nessuna incidenza è in grado di spiegare la presente decisione neppure con riferimento agli atti che le Camere adotteranno prima di nuove consultazioni elettorali: le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare. Tanto ciò è vero che, proprio al fine di assicurare la continuità dello Stato, è la stessa Costituzione a prevedere, ad esempio, a seguito delle elezioni, la prorogatio dei poteri delle Camere precedenti «finchè non siano riunite le nuove Camere»… ”.

Detta motivazione, nella conclusione non contestabile, rende palese il fine di salvaguardare l’esistenza dell’organo-Parlamento, e di quelli dallo stesso “dipendenti”, dagli effetti che da una sentenza sull’invalidità della composizione delle camere, potevano (logicamente) trarsi.

2. Ossia, dal principio – generalissimo – della nullità derivata, ripetuto da millenni: quod nullum est nullum producit effectum (quindi, soprattutto quello di porre in essere altri atti validi); quod non est confirmari nequit; e nel diritto vigente richiamando in tanti testi vigenti (v. tra gli altri, art. 604, IV comma c.p.p.; art. 159 c.p.c.; art. 829 c.p.c.) e in ancor più numerose pronunce giudiziarie (1).

La nullità derivata si applica – in linea generale – anche per gli atti formati da organi (o uffici) non validamente costituiti (v. Cass. pen., 26/04/1989; 1; 2; 3).

Ne consegue, a voler applicare detto principio (generalissimo) che le Camere invalidamente elette e altrettanto invalidamente composte (ma tranquillamente agenti) avrebbero dovuto essere rispedite a casa, convocando nuove elezioni.

La Corte ha cercato in tutti i modi di evitare la conseguenza (ovvia) della propria decisione ricorrendo a delle giustificazioni legali poco plausibili, e ad una (non legale) sicuramente condivisibile.

Appartiene al novero delle prime il richiamo ai “rapporti esauriti” per la compiuta chiusura del procedimento elettorale, onde sarebbero salvaguardati gli atti successivi delle camere illegalmente elette e composte. In breve: un procedimento di elezione – o nomina – illegale dell’organo concluso rende legali gli atti dello stesso, proprio perché concluso.

Tutto il contrario di quanto emerge dal diritto passato, vigente (e vivente).

È corretto, al contrario, il richiamo al “principio fondamentale della continuità dello Stato, che non è un’astrazione e dunque si realizza in concreto attraverso la continuità in particolare dei suoi organi costituzionali.

Perché è condivisibile, cosa ne consegue e dove porta? anche considerando la dottrina costituzionale?

Otto von Bismarck
3. Una delle difese più appassionate di quel principio – decisivo per la storia europea successiva (2)  - la fece Bismark in un famoso discorso alla dieta prussiana. Diceva il cancelliere che “Uno statista, assai esperto in materia di costituzione, ha detto che l’intera vita costituzionale è sempre una serie di compromessi” se il compromesso non si trova “allora s’interrompe la serie dei compromessi e al loro posto nascono i conflitti, e i conflitti, visto che la vita dello Stato non può mai arrestarsi, diventano questioni di forza; chi ha la forza nelle mani tira innanzi per suo conto, perché appunto la vita dello Stato non può mai arrestarsi neppur un istante.” E dopo aver esaminato le varie posizioni e ammesso che  nella Costituzione vi fosse una lacuna (relativa all’approvazione del bilancio dello Stato) così si esprimeva “Non terrò più a lungo dietro queste teorie: basta a me la necessità che lo Stato esiste e che nella visione più pessimista esso non può lasciar accadere quello che si verificherebbe quel giorno che le pubbliche casse fosser chiuse. La necessità sola è quella che decide; di questa necessità abbiamo tenuto conto, e voi stessi non pretendereste certo che il pagamento delle rendite fosse sospeso e che non corrispondessimo agli impiegati i lor stipendi” e conclude sul punto “ Che il presente stato delle cose sia contrario alla Costituzione lo contesto nel modo più formale adesso come prima” (3).

Ma non è men vero che quanto sostenuto da  Bismarck in tale discorso sia condiviso dalla migliore dottrina del diritto a cominciare da Santi Romano, per il quale la necessità è fonte di diritto, superiore alla legge (4); o nelle pagine di Heller (5); ed è conseguente all’affermazione di Sieyés che “la Nazione è tutto quel che può essere per il solo fatto d’esistere”, per cui finchè esiste non può essere privata dal governo costituito, e così della propria capacità d’azione ed esistenza politica, per sentenza (6).

Tuttavia, ancorché condivisibile, tale assunto della Corte non è legale: è costituzionale ma non legale.

Non è legale per i motivi esternati dalla Corte nella sentenza: urta contro quanto si può desumere dagli articoli  ivi citati della Costituzione. Non è neanche costituzionale nel senso più diffuso, della costituzione c.d. formale (cioè quello preferito dai normativisti), per la medesima ragione. Ne consegue che la Corte ha fatto uso, (punto 7.0 della motivazione della sentenza) non di quel concetto di costituzione, ma di un altro. A prescindere, per detto concetto, dall’ovvio richiamo a Schmitt (7), si può ricorrere – per chiarirlo – alla concezione di Lavagna di costituzione in senso sostanziale, sinonimo di ordinamento costituzionale (8). Precisandolo ulteriormente e sotto il profilo funzionale, la costituzione “necessaria” o “essenziale”, e la forma qui dat esse rei, quella che rende possibile l’azione e l’esistenza politica della comunità e dell’istituzione.

Per cui la parte della Costituzione che consente quelle non è “annullabile” per sentenza – o meglio la sentenza non si applica perché non si può annullare per decisione giudiziaria (anzi a ben vedere neppure giuridica) uno Stato.

Una norma (statale) vige perché è voluta e emanata da uno Stato il quale “non è un astrazione e si realizza in concreto”: senza quel realizzarsi in concreto, non c’è nessuna norma che possa “vigere” ovvero che sia (più o meno efficacemente) applicata.

La conseguenza delle affermazioni della Corte non si limitano a quanto sopra. C’è da aggiungere che non c’è scritto in alcun luogo della Costituzione formale che occorre far salvo “il principio fondamentale della continuità dello Stato”. E’ appena il caso di cennare che la Costituzione parla di principi (v. atti 1-13); ancor più i costituzionalisti (sia vetero che neo) che trovano conforto nel fatto che la scriptura della costituzione chiarisca quali sono i principi (anche se quelli scritti non esaurirebbero la  “classe-principi”); ma nessuna norma scritta, neanche estendendone il significato a dismisura, prevede il principio fatto proprio della Corte, per non applicare (o meglio applicare a metà) la propria sentenza.

Il che pone il problema se non avesse ragione De Maistre allorché scriveva che  ciò che “c’è di più essenziale, più intrinsecamente costituzionale e di veramente fondamentale non è mai scritto e neppure potrebbe esserlo senza mettere in pericolo lo Stato” (9). In effetti la pronuncia in esame conferma la giustezza  della tesi del pensatore controrivoluzionario.

Concezione che sia prima che dopo De Maistre è stata condivisa da pensatori politici e giuristi non foss’altro perché, prima delle rivoluzioni francese e americana quasi tutte le costituzioni non erano scritte né formulate in atti appositi e organici; dopo, anche se poche, ve ne sono state (di non scritte); ma nessuno l’ha formulata con la radicalità del pensatore sabaudo (10).

Il tutto pone un altro problema: se è vero che la  Costituzione non scritta esiste e prevale – spesso – su quella non scritta – che valore può avere limitare alla costituzione formale e alle di essa norme, valori, principi il carattere costituzionale? (11)

Mortati scriveva che “la pretesa di esaurire nella Costituzione scritta l’intero sistema si è rivelata sempre più illusoria” (12). E in ciò si può sintetizzare il “nocciolo duro” di quanto espresso da tanti, che fondano la Costituzione scritta su elementi non scritti e neppure giuridici, nel senso  - tra l’altro - di fondare il diritto senza essere giuridici (e normativi) né (in larga misura) giustiziabili (Justiciables). Quel che parimenti interessa è che proprio tali elementi e presupposti non scritti sono quelli squisitamente costituzionali nel senso di co-stituire (cioè tenere insieme in modo stabile e ordinato) una comunità politica (13).

Ma proprio per questo il contributo che la Costituzione scritta può dare all’ordinamento costituzionale è secondario. Tanto per fare un esempio quasi tutte le costituzioni moderne sono frutto di una decisione deliberata, la quale presuppone l’esistenza sia della comunità politica che del potere costituente. E l’uno e l’altro non sono “modificabili” attraverso una procedura giuridica perché sono essi a costituire le condizioni minime perché una costituzione (atto del potere costituente) esista e abbia validità; con l’ulteriore conseguenza che ogni norma costituzionale e in generale la costituzione stessa debbano interpretarsi nel senso di presupporre l’esistenza della comunità politica e del potere costituente. Interpretare o applicare le norme costituzionali in senso contrario a detti presupposti costituirebbe un colpo di Stato. Che se è tale, ha bisogno del sostegno di frazioni organizzate, anche dell’opinione pubblica; se è altro, diventa inefficace, fonte solo di confusione e decomposizione.

D’altro canto l’affermazione della Corte conferma altre due circostanze presupposte. La prima l’applicazione del principio di Spinoza che ogni cosa esistente “quantum in se est, in suo esse perseverare conatur”.

Il che comporta che l’esistente prevale sul normativo; e questo vale in quanto e se non in contrasto con quello.

La costituzione è insieme l’istituzione e regolazione dei poteri di governo e la garanzia dell’esistenza politica e dell’azione della comunità (e dell’istituzione in cui è organizzata). Uno degli aspetti (e finalità) della quale è la durata (cioè – anche – la continuità), come scriveva Hauriou e come, analizzando il principio del “conatus” scriveva Spinoza.

L’altro, che il politico è decisivo rispetto al giuridico: il che non è altro che una specificazione della prevalenza dell’esistente sul normativo. Anche questa ripetuto da tanti che non è il caso d’insistervi, dati i limiti di questa nota.

Piuttosto c’è da chiedersi che ruolo nella comprensione ed elaborazione di una teoria costituzionale, abbia quanto ripetuto da cori di giuristi in questo secondo dopoguerra, cioè norme, valori, principi (questi intesi in senso normativo e non di forma politica). La risposta è ovvia e confermata, tra l’altro, da questa sentenza: contingente e secondario.

Contingente perché necessario perché una comunità esista ed esista politicamente e che vi siano organi in grado di assicurare l’esistenza e l’azione politica: che questi poi debbano fare questo o quell’altro, applicare questa regola o quel valore è contingente, purché non incide sull’esistenza ma, semmai, sul modo di questa. E così è secondario, perché non concerne l’esistenza della comunità, cioè l’essenza, cioè che “dat esse rei” ma solo l’accidentalità del tipo e modi scelti per la convivenza in comune in un dato momento storico.

NOTE

(1)  v. Cass. civ., sez. I, 28/07/2006, n. 17247; Cass. civ., sez. trib. 08/02/2006, n. 2798; C. conti, sez. I giur. centr. app., 03/09/2004, n. 303/A; C. Stato, sez. V, 17/09/1996, n. 1141; C. Stato, sez. IV, 03/07/1986, n. 458; e pluribus.

(2) Qualcuno scriverebbe purtroppo; dalla determinazione che Bismark dimostra in quel discorso derivò la riunificazione della Germania, fatto del quale – ancora recentemente – molti non risultano entusiasti, a cominciare da un politico fine come il defunto Andreotti.

(3)   V. discorso del 27-01-1863.

(4)  La necessità è fonte autonoma del diritto, superiore alla legge. Essa può implicare la materiale ed assoluta impossibilità di applicare, in certe condizioni, le leggi vigenti e, in questo senso, può dirsi che «necessitas non habet legem». Può anche applicare l’imprescindibile esigenza di agire secondo nuove norme da essa determinate e, in questo senso, come dice un altro comune aforisma, la necessità fa legge. In ogni caso, «salus rei publicae suprema lex». Diritto costituzionale generale, Milano 1947 p. 92.

(5) Tra l’altro ricordiamo “Di fatto, l’unità statale non ci è data né come unità organica, né come unità frutto di una finzione, ma come un tipo particolare di unità di azione umana organizzata: la legge dell’organizzazione è la legge fondamentale della formazione dello Stato. La sua unità è l’unità reale di una struttura d’azione la cui esistenza viene resa possibile nella forma dell’interazione umana, tramite l’agire di specifici organi consapevolmente indirizzato alla formazione effettiva dell’unità” v. Dottrina dello Stato, Napoli 1988, p. 355.

(6) A cui corrisponde che, avendo il potere costituente l’esistenza di quelli costituiti dipende dalla volontà nazionale.

(7)   Verfassungslehre, trad it. di A. Caracciolo, Milano 1984, pp. 15 ss.

(8) Lavagna sosteneva che “del contenuto generale degli ordinamenti costituzionali, si devono distinguere parti necessarie ed eventuali. Le prime saranno rappresentate dalla materie necessariamente, ancorché implicitamente  regolare, acciocché uno Stato esista. Le seconde dalle materie che, in seno alle prime o anche al di fuori di esse, risultino volta a volta disciplinate ed assorbite nel sistema, secondo criteri materiali o formali” v. Diritto costituzionale, Milano 1957 p. 166; di seguito scrive che “Secondo una opinione assai diffusa e, possiamo dire classica, il diritto costituzionale è, dal punto di vista sostanziale, quella parte dell’ordinamento giuridico statale che riguarda l’organizzazione dei poteri sovrani; vale a dire del governo in senso lato”, op. loc. cit. (i corsivi sono nostri).

(9)    «Que ce qu’il y a de plus essentiel, de plus intrinsèquement constitutionnel et de véritablement fondamental, n’est jamais écrit, et même ne saurait l’être, sans exposer l’état» Des constitutions politiques, Paris s. d., De Maistre fa quest’affermazione nel noto contesto della « storicità » anni della  « provvidenzialità » degli ordinamenti, criticando con l’affermazione di Thomas Payne che una costituzione non esiste se non la si può mettere in tasca. E invece esiste eccome.

(10) Neppure il bolscevismo (nascente) al potere, che accusava d’ipocrisia la redazione in forma scritta delle costituzioni borghesi “Da questo punto di vista bisogna sempre distinguere in un regime borghese la Costituzione scritta dalla non scritta, cioè un «foglio di carta» col nome di Costituzione dal reale rapporto delle forze sociali d’un dato paese” così (v. P. Stutcka “La costituzione della R.S.F.S.R. in domande e risposte”, Milano 1920), è stato così consequenziale. Non foss’altro perché limitava l’ “ipocrisia” della forma scritta alle costituzioni borghesi; mentre De Maistre considerava la propria concezione valida per tutte le costituzioni.        

 (11) Questo senza voler introdurre la nota distinzione tra materia costituzionale e costituzione formale, che è un problema a latere.

 (12)  v. C. Mortati voce Costituzione in Enciclopedia del diritto, vol. XI, p. 181.

 (13) Di solito poi scrittura e “giudiziabilità” crescono se dai “piani alti” dell’ordinamento si va verso quelli “bassi”.


Teodoro Klitsche de la Grange

Note in corso di lettura del libro di Ala Friedman, «Ammaziamo il Gattopardo», uno scoop, appena uscito, di cui tutti parlano.

Ero indeciso se comprare il libro, spendendo i suoi 18 euro, e soprattutto impiegando il tempo occorrendo per leggerlo, a detrimento degli altri libri che ho in lettura e che son tanti. Mi ero detto che tanto quel che c’era da sapere ormai lo avevo appreso da quanto se ne è ampiamente riferito e pertanto poteva risparmiarmi sia i soldi sia il tempo occorrente per leggerlo. Questi i propositi, entrando in una libreria Feltrinelli, dove ero orientato all'acquisto di alcuni libri di dizione, per imparare a parlare bene in pubblico, come sanno ben parlare i politici navigati. Poi, visto che il libro di Friedman c'era, ed il costo non mi appariva eccessivamente elevato, ho sacrificato uno dei due libri di dizione che intendevo comprare, ne ho acquistato uno solo e con al posto dell'altro ho caricato il libro di Friedman. Giunto a casa ne ho iniziato la lettura e subito alla prima pagina è scattata la sorpresa. Quale?

I miei cinque lettori sanno bene quanto io sia, diciamo pure “pigro”, ma forse non è la parola giusta. Scrivere nella dovuta forma un testo, in buona lingua e in buona forma, può essere un lavoro che richiede un tempo infinito. Appunto “Infinito”. Quanto tempo ci vorrebbe per ognuno di noi se dovesse scrivere gli Undici versi di cui consta l'omonima poesia di Leopardi? Per questo, spesso o quasi sempre mi accontento di gettare delle rapida note, sulle quale poi eventualmente ritornare, avendone il tempo o ravvisandone la necessità. Ne viene fuori una scritta, spesso piena di refusi, ad anche di sgrammaticature, sulle quali ho visto accanirsi alcuni miei nemici in malefede. A loro dico adesso: se il vostro padrone mi paga quanto paga voi per scrivere contro di me, forse posso integrare il mio reddito in modo consistente e darvi in cambio buoni testo, forse perfino «L’Infinito» o la «Divina Commedia». A parte gli scherzi, che spero vengono riconosciuti come tali, ritengo che la rete consenta un tipo di scrittura e uno stile che è diverso da quello della carta stampata, dove un testo nasce morto, cioè immodificabile e rigido come la morte.

Ciò premesso, mi resta da dire quale sarebbe dunque la mia sorpresa alla prima pagina del libro di Friedman. Un momento che vado a pescare due miei precedenti post. Uno è questo e l'altro si trova qui. Non sono autocitazioni, cose contrarie al galateo. Ma è per dire che il libro di Friedman inizia con la descrizione di una manifestazione a Roma, il 15 gennaio 2011, dove anche io ero presente e per la verità non ho visto le cose di cui Friedman parla. Ne avevo avuto prima il sospetto che Friedman stesse citando quell'evento, ma po l’ho escluso quando egli parla addirittura di «un palazzo, un intero palazzo ha preso fuoco...». Ma quando? ma dove? Io non me lo ricordo il palazzo bruciato... Era presente lo stesso Friedman? Ha visto lui le cose che descrive? Io ero partito da piazza Esedra. Eravamo proprio in tanti ed il corteo era pacifico. A San Giovanni non potemmo entrare perché la piazza era preclusa da sbarramenti di polizia. Sentivamo i rumori di botti, ma nella piazza non si poteva entrara. Io restai a lungo per poi entrare nella piazza quando ce lo consentirono. Di quel giorno, 15 ottobre, mentre in altri parti del mondo si svolgevano analoghe manifestazioni, di cui Egeria in questo blog ha fatto mirabili post, di cui si consiglia la lettura, dico di quel giorno io conservo una altra immagine ben diversa da quelle descritte da Friedman. Un ragazzino che forse poteva avere 16 anni che armato dei suoi piedi prendeva a calci una specie di carro armato della polizia. Poi conservo l'immagine dello stesso ragazzino portavo via per un braccio da un poliziotto di dimensioni doppie. Collegato a questo ricordo, qualche giorno dopo, conservo l'immagine di Di Pietro davanti a Montecitorio che invocava pene ancora più severe di quelle esistente. Io mi misi a sfotterlo mentre rilasciava la sua intervista. E se l'ebbe a male, andandosene via trattandomi con sufficienza. Per fortuna, non frequenta più le stanze di Montecitorio, dove in quel momento io mi trovava per altra storia che pure avevo intrapreso a narrare in quei giorni. Lessi poi di pesantissime condanne inflitte ai ragazzini del 15 ottobre 2011. Queste ricadute repressive escono poi dalla luce dei riflettori dei media, ma nella mia memoria di quel 15 ottobre non ho traccia del “palazzo bruciato” bensì solo del minuscono ragazzino che impavido prendeva a calci l'immenso automezzo blindato della polizia di stato, quella stessa a cui Grillo chiede di non massacrare il popolo che si ribella e di non far consistere il loro mestiere nel proteggere armati di tutto punto, mentre dietro di loro un ineffabile Gasparri alza il dito medio contro i cittadini che manifestano fuori del Palazzo.

Almeno per questo episodio il libro si annuncia interessante. Non credo che Friedman fosse presente alla dimostrazione di San Giovanni, ma mi sta dando certamente una lezione di come si possa parlare di eventi per i quali non si possa dire «c’ero anch’io», come invece io titolai allora, senza pensare di scrivere un libro che magari poteva essere uno “scoop”, e magari farmi arricchire. Questa non è una critica assolutamente e non vuole togliere interesse o pregio al libro, che continuerò a legge, non tutto di un fiato, ma per lunghe pause e intervalli, durante i quali annoterò qui le mie osservazioni e rilflessioni, se mi parrà il caso, ne avrò il tempo o la voglia...

Il libro prosegue con una carrellata sui grandi personaggi degli anni ottanta, dipinti come semidei, quando oggi sappiamo che erano dei gran pezzi di m.... Come aveva accesso Friedman a questo Olimpo? La sua entratura era quella di giornalista, di un grande quotidiano economico, il Financial Times, considerato il più importante del suo genere. Vi erano persone come Ligresti che avevano interesse a farsi fare una intervista su quel quotidiano, una sorta di autopromozione.  Da qui si spiega la posizione del giornalista Friedman e le sue numerose frequentazioni. Il discorso qui è sull'«apparire», o il non apparire, trascorrendo tutta la propria vita in un onesto lavoro al riparo dei riflettori. Un lavoro i cui proventi maggiori andavano alla galleria di semidei dipinta da Friedman, che riporta pure come in quegli anni l'Italia venisse collocata al quinto posto per importanza economica. Dove sia finito tutto quel denaro e come sia stato trafugato possiamo solo immaginarlo, ma ci dicono poi che siamo “complottisti”. E mi dilungo. Tralascio tante cose che mi vengono in testa e che richiederebbero almeno una buona mezz'ora di tastiera, dicendo cose poi in fondo inutili. Intanto Friedman compare in tutti i talk show e questo dovrebbe aumentare le quotazioni e le vendite del suo libro, che non è un austero trattato di filosofia, di quelli che sondano le profondità dell'essere e sono in genere di difficile lettura, solo per addetti ai lavori.