giovedì 7 febbraio 2008

I “professionisti della Memoria” in una lucida analisi di Sergio Romano

Versione 1.4
testo in progress

Trovo riportato dalla solita «Informazione Corretta» – su cui si rinvia al nostro Monitoraggio – un intervento di Sergio Romano in risposta a due lettori del “Corriere della Sera”. Naturalmente il commento dei «Corretti Informatori» è contrario ed ostile a Sergio Romano ed invece favorevole a Furio Colombo, che se non ho inteso male, fu l'ideatore di questo evento, del resto perfettamente compatibile con la natura del personaggio, comunista, già direttore dell’Unità. L’Italia è purtroppo il paese dei dogmatismi e dell'intolleranza, che quando non è cattolico, diventa comunista o si colora in modo variopinto ma sembra al servizio di un Dogma, di una Causa, di Una Verità. Il solo ad essere contrario pare sia stato Lucio Colletti, deputato di Forza Italia. Ad onor del vero ed a cautela contro chi è costantemente in malafede si è avverte che qui il nostro discorso è rivolto a qualsiasi giornata della memoria o del ricordo imposto per legge. Ed infatti alla giornata della Memoria dell’«Olocausto» è poi seguita, maggioranze parlamentari consentendolo, la giornata del ricordo delle Foibe, con il varo di nuovi professionisti della memoria e con indubbio contributo per la lotta alla disoccupazione intellettuale. Più saggia sarebbe, come sapevano gli inglesi, una legge che imponga l’oblio, soprattutto al termine di sanguinosi periodi di guerra civile, che nel secolo appena trascorso hanno funestato i popoli europei fino a condurli all'odierna insignificanza politica sul piano interno ed internazionale. Riporto integralmente il testo di Sergio Romano:
Quando venne in discussione alle Camere la legge che ha istituito anche in Italia la «giornata della memoria», il solo parlamentare contrario al provvedimento, se non ricordo male, fu Lucio Colletti, studioso del marxismo, filosofo della politica e comunista per alcuni anni, ma fondamentalmente liberale e infine deputato di Forza Italia per due legislature sino alla morte. Al suo posto, anch'io avrei votato contro quella legge. Temevo che il genocidio ebraico avrebbe occupato gran parte dello spazio celebrativo aperto da quella data e scatenato una sorta di corsa alla memoria da parte di tutti coloro che si sarebbero sentiti esclusi o insufficientemente ricordati. Temevo che la ricorrenza avrebbe creato i «professionisti della memoria», vale a dire una categoria di studiosi che si dedicano prevalentemente a questo esercizio. E temevo gli eccessi di retorica e di conformismo che questo esercizio avrebbe provocato. In modo diverso e con diverse motivazioni le vostre lettere mi sembrano confermare le mie previsioni. Esistono ormai, non soltanto in Italia, i professionisti della memoria antifascista, della memoria anticomunista, della memoria anticolonialista e della memoria antirazzista. Ciascuno di essi ricorda le proprie vittime o quelle provocate dall'ideologia nemica, ma tende inevitabilmente a dimenticare o trascurare le vittime che non portano acqua al mulino della sua specializzazione. Ho l'impressione che queste giornate della memoria abbiano avuto due conseguenze negative. In primo luogo stiamo perdendo di vista le principali caratteristiche della storia del Novecento. Dimentichiamo che l'Europa e l'Asia, dopo la Grande guerra e la rivoluzione bolscevica, furono teatro di un gran numero di guerre civili fra il comunismo e il nazionalismo esasperato dei movimenti radicali, più o meno violenti, che vengono raggruppati, un po' semplicisticamente, nella categoria dei «fascismi». I due contendenti si comportarono spesso alla stesso modo. Non appena riuscì a prevalere e a instaurare il proprio regime, ciascuno di essi decise che la vittoria sarebbe stata completa e sicura soltanto se fosse riuscito a liquidare o neutralizzare tutti i suoi nemici, veri o presunti, reali o potenziali. Così fece Lenin con l'ondata di terrore che si abbatté sulla Russia sovietica nei primi anni del regime. Così fece Stalin quando annientò ogni potenziale voce discordante all'interno del regime. Così fece Mussolini, anche se in forma molto meno radicale e cruenta, dopo il 1926. Così fece Hitler contro i socialdemocratici, i comunisti, gli ebrei, gli zingari e i dissidenti religiosi. Così fece Franco quando continuò a perseguitare e a eliminare la componente repubblicana della società spagnola. Così fecero Mao in Cina, Ho Chi-minh in Vietnam, Suharto in Indonesia, Tito in Jugoslavia e la dirigenza dei partiti comunisti nei Paesi satelliti dell'Urss dopo la Seconda guerra mondiale. Quanto all'espulsione degli ebrei russi verso la Siberia, programmata da Stalin nel suo ultimo anno di vita, è probabile che il dittatore sovietico li considerasse infidi e, soprattutto dopo la nascita di Israele, la possibile «quinta colonna» di uno Stato straniero. La tesi secondo cui la sua morte sarebbe stata provocata da un complotto filoebraico, caro Di Nisio, non è documentata ed è frutto, probabilmente, di una larvata forma di giudeofobia. In secondo luogo abbiamo permesso che la storiografia venisse degradata a strumento di lotta politica e che gli eventi del passato divenissero munizioni per le battaglie di oggi. Gli storici dovrebbero essere i primi a respingere questo uso partigiano e fazioso della loro disciplina.
Per fortuna non più l'età per subire nelle scuole l’inflizione di massicce dosi di retorica ed ho pena per le scolaresche che trovano mortificata la loro intelligenza critica. Un’educazione sbagliata porterà fatalmente a spingere i migliori studenti alla conflittualità ed all'opposizione verso le istituzioni educative, che diventano in pratica diseducative.

Ritratti di “Professionisti della Memoria”
dall’Archivio di «Informazione Corretta»

1. Furio Colombo, l’uomo del “finto candore”. – È buona regola dialettica ritorcere gli stessi argomenti di chi li usa contro suoi contraddittori, non potendosi poi averne a male chi si ritrova al mittente i confetti regalati ad altri. Nella risposta a Sergio Romano parla di un “finto candore” negli autori delle due lettere cui l'ambasciatore risponde. L’espressione è in sé un giudizio morale, che di per sé non conduce al tribunale. Staremmo messi male se per ogni cosa si dovesse sporgere querela. Nessuno potrebbe dire niente a nessuno e non sarebbe possibile l'esercizio della critica, cosa invece importantissima. Chiaramente non esiste uno strumento, una specie di termometro per misurare il candore della gente. Esistono detersivi che assicurano il bianco che più bianco non si può. Ed ecco che il “finto candore” è l'espressione che meglio mi calza se dovessi dare un giudizio su Furio Colombo, la cui immagine intellettuale e morale, non avendo mai fatto particolari studi sul parlamentare ex-comunista, è per me quella che ricavo dalle sue frequenti apparizioni televisive, di cui l’ultima proprio ieri sera dove quasi quasi aggrediva un invitato che nella trasmissione di Santoro commentava lo spettacolo della mortadella e dell’osteria fornita dal Senato, dove il nostro Colombo, bianco come un Colombo, ha fissa dimora. Il bianco Colombo quasi saltando addosso all'incauto osservava che lo spettacolo era in effetti indecente e tale da delegittimare l’istituzione. Ma diamine, mica son tutti così! Lui il cianco e candido Colombo è di altra pasta, quasi che lui non mangiasse nello stesso piatto su cui sputava candidamente. Eccolo il personaggio al quale si dive la legge sulla giornata della memoria, fonte di un sicuro terrorismo di Stato, di cui manco a farlo apposta il candido Colombo ha dato piccola, ma significativamente rinnovata prova proprio ieri sera nel salotto televisivo di Anno Zero. Ma tanto bianco candore merita un commento testuale al detersivo. Ecco l'intero testo di Furio Colombo, ripreso dall’Archivo di «Informazione Corretta»:
Due lettere inviate a Sergio Romano al Corriere della Sera, e la risposta netta (contro il «Giorno della memoria» dedicato alla Shoah)
[caro bianco Colombo, esser “contro” si può? O vi è il rischio in questo Paese di finir “dentro” anche in nome e per conto della felice “Memoria”? Questa è la mia principale preoccupazione come cittadino. Il resto sono “frescacce” che ognuno giudica come meglio crede, a seconda della sua cultura e del suo spirito critico, cosa sempre più rara in un paese su cui volano tante candide colombe]
dell’ambasciatore-scrittore ci aiutano a far luce su equivoci [quali?], errori di informazione [quali?], errori di percezione [percezione di chi?], e un fondo di malumore
[esiste in questo Paese il diritto al malumore o bisogna star contenti ed allegri, come mi pare si dica in una famosa canzone, perché se no qualcuno, magari le bianche colombe, si rattristano per l'altrui malessere e malumore?]
per tutta questa attenzione dedicata agli ebrei. Il fatto è che anche fascisti e tedeschi avevano dedicato molta attenzione a questi cittadini del nostro e di tutti gli altri paesi europei,
[appunto in altri paesi dove è reato avere opinioni “non corrette” sulla materia. E dunque vi è il fondato timore che una siffatta legge sulla memoria sia il preludio all'introduzione di altre leggi che puniscono il diritto di pensarla diversamente sulla Memoria imposta per legge]
e a molti [?] sembra inevitabile [?] (cerco di dire con mitezza [?]) ritornare sull’argomento.
Ma andiamo con ordine. [Speriamo!] Le due lettere, scelte probabilmente fra le tante [e allora?] che saranno state scritte a Sergio Romano nell’occasione del 27 gennaio, toccano entrambe il tema sollevato alla Camera, in lunghe discussioni orientate a un perenne rinvio.
[E sei stato tu bianco Colombo ad aver portato a termine la legge? Forse il “rinvio” esprimeva qualche preoccupazione da parte di deputati più avvertiti davanti all'ennesima p... cui sono solite le nostre assisi legislative, non ultima la legge elettorale e per non dire della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, una vera rapina di stato perpetrata dalla Casta in commovente unanimità. Considerata la qualità delle leggi prodotte dai nostri strapagati parlamentari, sarebbe forse meglio vivere senza leggi in una società autoregolantesi]
Perché solo gli ebrei e le altre vittime (soldati, politici, omosessuali, zingari) dell’universo concentrazionario fascista nazista
[o bianco Colombo, posso dirti che sarebbe pure ora di finirla con eventi di oltre 60 anni fa? Abbiamo noi cittadini di qualche cultura il diritto di poter pensare la storia in quanto storia e non materia ad uso politico in favore degli amici e a dispetto e detrimento contro i nemici ed avversari politici? Capisco che un intero ceto politico che si è trovato graziato del potere con l'ausilio determinate di armi straniere debba trarre la sua legittimazione dalla “necessaria” delegittimazione del regime precedente, buono o cattivo che fosse, ma quanti secoli dovranno ancora passare prima che la storia possa venir considerata storia e non riserva ideologica della Casta al potere?]
e non le altre vittime di Stalin, della Cina, dell’orrore comunista? È un argomento già molto usato in passato e ha avuto, con la pazienza e l’attenzione che merita, mille volte risposta.
[e facciamo 1001 a fronte dei dubbi ricorrenti sulle risposte fornite. Le sole risposte che io conosco sono quelle rafforzate con il carcere e la discriminazione, degna di quegli orrori di cui si sancisce per legge la Memoria]
E non risposta di indifferenza a quei gravi delitti
[cosa è delitto? Parliamo di delitti nel senso del codice penale interno di uno stato o di delitti politici dichiarati tale dal vincitore di turno? Nel primo caso ogni stato definisce e punisce i suoi delitti, nel secondo caso siamo di fronte alla più grande barbarie dei nostri tempi e forse di tutta la storia]
ma una obiezione precisa e incontrovertibile, nel paese di Nicola Pende (il manifesto degli scienziati italiani sulla razza, che dichiara estraneità, inferiorità e pericolo degli ebrei)
[se vai a pescare in tremila anni di antisemtismo se ne trovano delle belle di ogni genere, ma il fascismo è passato, di Pende nessuno sa più nulla: transit gloria mundi! Noi viviamo nel 2008, non nel 1938. Io sono nato nel 1950 e sono uno di quei tanti con il problema della terza o quarta settimana di ogni mese dell'anno corrente, problema da cui la casta è esente e di cui assai poco si cura, a tutt'altre faccende affaccendata]
e di Giorgio Almirante (autore ed organizzatore della rivista La difesa della razza, forse la più crudele e diffamatoria in quegli anni di dilagante antisemitismo europeo).
Le due lettere a Sergio Romano, che appaiono, con evidenza scritte da persone non giovani (dunque con più probabili ricordi personali)e dotate solo di argomenti di destra (basta con i delitti fascisti, occupiamoci una buona volta di quelli comunisti), sono travestite di finto candore. Chiedono una risposta che essi stessi offrono: ma come? Con così tanti delitti di Stalin e Tito, c’è ancora chi riempie la testa alla gente con le leggi razziali di Hitler e Mussolini? «Le leggi razziali italiane? Sono state poca cosa», aveva detto a suo tempo Vittorio Emanuele Savoia, quando si dubitava della sua conoscenza della storia e non ancora della sua tempra morale. Nel rispondere alle due lettere, Sergio Romano non sceglie l’indecoroso percorso Savoia. Offre una rapida e corretta ricostruzione di eventi (un elenco di crimini in Europa e poi fino a Mao, a Ho Chi Min, e stupisce che non abbia incluso i Khmer Rossi della Cambogia). Ma raggiunge la stessa conclusione. In tre punti.
Primo, al Parlamento italiano Sergio Romano dichiara che avrebbe votato contro la legge che istituisce il «Giorno della memoria» dedicato alla Shoah perché nel mondo è accaduto ben altro.
Secondo, indica come cattivi maestri, con il dovuto disprezzo, «i professionisti della memoria antifascista». Posso permettermi di credere che si riferisse a me come estensore e prima firma del testo di quella legge. E posso dire che in quel gruppetto, fra coloro che non dimenticano Via Rasella, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, la strage delle famiglie ebree di Stresa, la razzia del 16 ottobre a Roma, sotto le finestre del Vaticano, i sette Fratelli Cervi (la lista sarebbe immensa perché un professionista della memoria antifascista ricorda tutto, specialmente se in quel tempo ha vissuto), mi trovo in buona compagnia. La sola che desidero.
Terzo, Sergio Romano sceglie di ricordare che al momento del voto alla Camera «Lucio Colletti ha votato contro». Aggiunge: «Anch’io avrei votato contro», presumibilmente per non essere - Dio ci scampi - scambiato per un professionista della «memoria antifascista» che, nella sua narrazione, appare un disturbo petulante nella buona vita italiana.
L’opinione è sua. Brutta ma rispettabile. Il ricordo è sbagliato. Colletti (che voleva una mozione, non una legge) non ha votato contro. Si è astenuto. L’ astensione, secondo il regolamento della Camera, non impedisce di dichiarare la legge, come risulta dagli atti, votata all’unanimità. La legge che istituisce «Il giorno della memoria» in Italia è stata infatti votata all’unanimità perché tutti i miei colleghi di allora, da sinistra a destra hanno accolto i due argomenti che sono stati proposti nella perorazione (la ricordo come una supplica) finale. È stato detto: gli orrori del mondo sono tanti e spaventosi, ma la Shoah, oltre a essere un crimine unico, è un delitto italiano. Nulla di ciò che è accaduto poteva accadere senza le leggi razziali italiane. E infatti nella Bulgaria fascista i tedeschi, neppure nell’impeto di violenza finale del 1943-45 hanno potuto arrestare un solo cittadino ebreo di quel paese perché il leader fascista bulgaro Dimitar Peshev aveva detto «No, mai in questo paese».
Ma ho potuto ricordare un altro fatto. In quell’aula di Montecitorio, da quegli stessi posti in cui stavamo seduti noi, un altro parlamento italiano aveva votato all’unanimità le leggi di Mussolini. Ho chiesto, come un piccolo segno che non avrebbe cancellato nulla ma sarebbe stato un simbolo per i più giovani, di votare anche noi all’unanimità. Così è accaduto. Un cittadino italiano e soprattutto uno storico, dovrebbe trarre un motivo d’orgoglio da questo piccolo evento. Sergio Romano, che pure è uno storico stimato e rispettato, sceglie invece questa frase: «Abbiamo permesso che la storiografia venisse degradata a strumento di lotta politica».
Lotta politica ricordare il delitto di persecuzione dei cittadini italiani ebrei (e - con il concorso dell’Italia - di tutti i cittadini ebrei d’Europa)? Romano chiama alla lotta: «Gli storici dovrebbero essere i primi a respingere questo uso partigiano e fazioso della loro disciplina». Sono certo che gli storici risponderanno.
colombo_f@posta.senato.it

La risposta risentita di Furio Colombo conferma la sua responsabilità prevalente nella produzione di una legge che trovo scriteriata ed infausto. Come cittadino sento il diritto di avercela con Furio Colombo per il sacrificio alla mia ed altri libertà di pensiero che da quella sciagurata legge discende. Purtroppo, i cittadini quasi sempre dimenticano la paternità delle singole leggi, dietro ciascuna delle quali operano abitualmente ristrette lobbies di cui si perde memoria o di cui non si ha mai conoscenza. Mi chiedo e chiedo al bianco Colombo quanta parte abbia avuto nella produzione della legge la Israel lobby italica e quale sia stato lo scambio politico su quella legge della quale proporrei l’abrograzione se avessi i mezzi per promuovere un referendum. In ogni caso nessuno potrà impedirmi di averne una pessima opinione estesa agli uomini che l'hanno prodotta, fosse pure la totalità che allora componeva la sessione legislativa. Se non è possibile fare un referendum abrogativo, esiste però un recente sondaggio Eurispes, il quale dice che i parlamentari godono della fiducia di appena il 14 per cento degli italiano, cioè solo 1 italiano su dieci.

2. Arrigo Levi e la sua numerosa famiglia. La firma Arrigo Levi, di cui analizzeremo più avanti l’articolo, mi fa pensare immediatamente al cognome Levi in quanto chiaramente cognome ebraico assai diffuso: cosa assolutamente legittima, indiscussa ed indiscutibile sulla cui costatazione mi auguro non venga imbastita una speculazione come or ora sento per radio a proposito di una “black list”, il cui reato consisterebbe nel riconoscere in un ebreo un ebreo, mentre eguale trattamento non vale per un calabrese o un napoletano! Il problema è il legittimo riconoscimento delle lobbies che operano in quanto tali. Non si può pretendere di agire nell’ombra quando si patrocinano ben detrminati interessi che non coincidono con altri interessi o si contrappongono ad altri interessi. A queste lobbies verrebbe dato un vantaggio che altri cittadinini non hanno. Per tornare al nostro argomento: quale è stata la sociologia della produzione normativa della legge sulla “giornata della memoria”? quali sono stati i soggetti che hanno maggiormente spinto? Quali altre voci sono state sentite? È vero che il parlamento rappresenta tutto e tutti, ma sappiamo ormai cosa il parlamento è! La vicenda Fuda, su cui era stata promessa luce, ma che è passata nel dimenticatoio come molte altre, dimostra come le leggi vengano prodotte furtivamente (e non per metafora!). Nottetempo, fu introdotta una norma poi votata, di cui nessuno sapeva nulla. Fu uno spettacolo ancora più penoso della candida “mortadella”, che da la misura di quanto i cittadini siano oppressi dalle istituzioni che dovrebbero rappresentarli. Il fascismo delle leggi razziali ppossedeva probabilmente un rispetto della legalità e della moralità nonche un senso delle istituzioni, maggiore di quello di cui stanno dando prova i nostri “candidi” parlamentari.

In questo blog di Levi ne ricordo almeno due. Uno di un certo Michelino Levi, residente in New York, ma cittadino israeliano e lapidatore al servizio permanente dei «Corretti Informatori». Costui aveva spinto la sua sfacciata e folle intolleranza al punto da pretendere dal presidente dell'ordine dei giornalisti l’espulsione di Maurizio Blondet, colpevole di non avere le “corrette” opinioni fissate normativamente da «Informazione Corretta». Un altro Levi di nome Riccardo, sottosegretario di cui nessuno ha quasi mai sentito parlare, si era fatto promotore di un disegno di legge per mettere il bavaglio a tanti blogs come questo, le sole voci libere in una panorama dove la stampa è tutta asservita al regime, non già per disposizione espressa di legge, ma in virtù delle persuasioni indotte dal dio danaro che ti consente di poter lavorare e campare: o fai così, o perdi il posto e vai a rovistare come tanti nel cassonetto della spazzatura. A parte ciò il nome ebreo (senza assolutamente con ciò voler nulla dire contro gli ebrei! Mi limito ad una pacifica constatazione) di Arrigo Levi mi induce a pensare ad una sorta di privilegio che a mio avviso viene assicurata ad una minoranza e mi chiedo proprio in queste ore di caccia ai blogs se davvero sia stato un fatto casuale la sortita di Riccardo Levi, o non sia stata invece un’azione ben mirata di una lobby che ama operare nell’ombra. Basti pensare alla recente pensione di “benemerenza” concessa da Mastella a migliaia di ebrei romani in spregio a tanti altri pensionati che versano in condizione di non minore indigenza. Ciò è stato possibile non in nome del diritto e della giustizia, ma in nome di una ideologia che sta producendo una crescente divaricazione di diritti a danno della stragrande maggioranza dei cittadini italiani che vedono sacrificate le loro libertà costituzionali espressamente sancite dagli artt. 21 e 33 della costituzione che assicurano a tutti libertà di pensiero, di ricerca, di insegnamento. Per esser più chiari: cosa si dovrebbe aspettare un insegnante che considerasse gravemente diseducative la celebrazione della «giornata della memoria» nelle scuole di ogni ordine e grado? L'Italia è paurosamente indietro nel campo della ricerca e dell'istruzione ed ecco cosa sanno partorire i nostri Soloni: l'imposizione nelle scuole e nelle università delle celebrazione della “giornata della memoria”, con dispendio non piccolo di risorse ed uomini. E tutto questo per porre in una condizione di superprotezione e privilegio una ristretta categoria di cittadini, che dovrebbero avere eguali diritti certamente. ma anche eguali doveri, ed in particolare un eguale dovere di fedeltà e rispetto verso lo stato dove vivono e di cui sono riconosciuti cittadini a tutti gli effetti. Ormai non sappiamo più se abbiamo a che fare con concittadini italiani o con cittadini israeliani residenti in Italia. Una testata come «Informazione Corretta» offre la prova provata di una simile confusione e di dubbi crescenti al riguardo.


(segue)

Ebrei e cristiani, in particolare cattolici: un conflitto antico che cova sotto la cenere anche ai nostri giorni

Versione 1.4

Nel quadro del mio Monitoraggio di «Informazione Corretta» mi pare opportuno inserire una nuova sezione di osservazione ed analisi. Per grandi linee, anche con il consapevole rischio di sbagliare, mi sembra incontestabile che il cristianesimo sia sorto come una “eresia” dell’ebraismo. Conosciamo tutti il racconto evangelico su “Gesù o Barabba?” ed il “ricada il suo sangue su di noi ed il nostri figli!”. Anche qui vi è del “revisionismo”, ma è difficile negare una contrapposizione originaria e di principio fra cristianesimo ed ebraismo. Vi è poi una ulteriore caratteristica propria di ciascuna delle due religioni sulla quale non mi è capitato di trovare svolgimenti concettuali oltre a quelle da me avanzate. Probabilmente ve ne saranno, ma io non le ho ancora trovate. La riflessione è la seguente.

L’ebraismo può essere caratterizzato come la religione del popolo “eletto”. Tutti gli altri popoli sono necessariamente posti su un piano inferiore, sono tutti “idolatri”, da un punto di vista ebraico, e con ciò non si intende fare loro un complimento. Inoltre, dovendo capitalizzare tutto per sé il patrimonio dell’«elezione» non vi è nessuna intenzione di fare del “proselitismo”. Viceversa, con il cristianesimo la Buona Novella deve essere annunciata al mondo, cioè a tutti i gentili. Dire “annunciata” è un eufemismo perché storicamente si è assistito nei secoli ad una massiccia opera di propaganda ed imposizione della nuova religione. Non è un caso se oggi si parla di circa un miliardo di persone nel mondo. L’esigenza di far proseliti è costitutiva e necessaria per il cristianesimo in tutte le sue varianti confessionali. I metodi in cui ciò è avvenuto ed avviene possono essere più o meno discutibili ed accettabile, ma non vi è dubbio che siamo in una prospettiva religiosa del tutto diversa di quella che poteva essere la religione dei misteri di Eleusi, dove agli adepti avanzati era fatto tassativo divieto di divulgare le verità apprese. Era nella logica delle cose che Eleusi dovesse soccombere davanti all'avanzare delle religioni monoteistiche che peraltro riflettevano anche il progressivo afferma dell'idea di Impero universale: un solo Impero, una sola religione.

Le religioni monoteistiche, appunto perché ciascuna depositaria della Vera Verità, qualche problema di convivenza nel corso della storia lo hanno avuto e ben lo sappiamo. Venendo ai tempi odierni che seguono il trattato di Vestfalia e la nascita dello Stato moderno, dove la religione è un fatto privato di coscienza, troviamo che i rapporti fra i differenti monoteismo non possono essere improntati al conflitto ed al tentativo di sopraffazione dell’uno sull’altra complice il potere politico sul quale poter contare. Nel caso dell’ebraismo abbiamo avuto l'insorgere di una vera e propria religio holocaustica, in nome della quale l'ebraismo muove all’attacco non solo di tutta la società civile occidentale, reclamando ed ottenendo la condanna del pensiero storico critico, ossia del revisionismo in merito alla “Shoa” o “Olocausto”, ma anche contro la stessa chiesa cattolica, che negli ultimi decenni si trova sulla difensiva, dovendo giustificarsi per un verso dall'accusa di aver contribuito in modo attivo o passivo alla discriminazione, persecuzione e sterminio (tre differenti aspetti su cui spesso si sorvola) e per un altro verso dovendo rinunciare alla Buona Novella e con essa alla pretesa o speranza che tutti, ebrei compresi, si convertano alla vera Fede.

Il cattolicesimo è chiaramente sulla difensiva di fronte all’offensiva dell’ebraismo, che può disporre della politica estera americana. Una forma di questo atteggiamento difensivo l’ibrido della radici giudaico-cristiane che si vorrebbero inserite nella costituzioni europee, dove avrebbero chiaramente un valore normativo e programmatico, non già il senso di un riconoscimento storico che se è tale è cosa di storici ovvero un dato di fatto che può essere in se vero o falso, ma che certamente non ha nessun bisogno di essere fissato in un testo giuridico. È buffo notare come fra elemento giudaico ed elemento cristiano delle asserite radici vi sia una contradditorietà storica di termine e di concetti che è difficile negare, mentre invece è chiaramente riconoscibile una conventio ad escludendum verso la religiosità greco romana che era storicamente precedente rispetto al cristianesimo ed immensamente maggioritaria rispetto all’ebraismo. Purtroppo, gli antichi dei non hanno politici in parlamento disposti a difenderli, non hanno la forza di produrre voti che sono come il miele per i tanti politici disponibile ad ogni Fede pur di venire eletti.

Fra cattolicesimo ed ebraismo cova tuttavia sotto le ceneri un conflitto virtuale che la diplomazia e la politica tentano di occultare e far decantare. Curiosamente la soluzione consisterebbe in un ritorno a quel politeismo o relativismo che però ognuno dei tre monoteismi mediterranei osteggia singolarmente. Il colloquio interreligioso sembra da questo punto di vista concorde in una conventio ad escludendum. Sempre più seriamente io personalmente considero il mio professarmi “pagano”, ossia un nostalgico di quella religiosità precristiana che fu dei greci e dei latini ma anche dei popoli italici in senso lato e delle genti germaniche. Non ci sono purtroppo templi da frequentare e dover poter esercitare il culto degli antichi dei: sono stati tutti distrutti. Quella sensibilità religiosa la si può rivivere e ricostruire solo con l’aiuto di un’alta cultura storica e filologica accessibile a pochissime persone.

Venendo al nostro tema iniziale indagheremo in questa sezione i rapporti fra ebraismo e cattolicesimo, servendoci proprio delle antenne e degli occhiali dei nostri «Corretti Informatori», la cui faziosità sionistica è un proficuo punto di avvio per una riflessione sul tema. Il post sarà collegato con opportuni link all’ormai vasto reticolo del Monitoraggio generale di «Informazione Corretta», fondamentalmente una Israel lobby operante sulla piazza italiana.

1. Era giusta la sentenza del Sinedrio che condannò Gesù come bestemmiatore ed impostore. – È istruttivo come la nota di IC classifichi l'articolo su “Repubblica” come “informazione che informa”. Il buffo è che l’articolo – che certamente informa – tace del tutto le conseguenze logiche che il lettore criticamente avvertito deve trarre tutto da solo. E sia pure che dalla liturgia cattolica, o in ogni altra liturgia (ma sarebbe interessante conoscere la liturgia ebraica sui non-ebrei), non debba avere espressioni offensive verso i “credenti” di altre Fedi, ma come si può pretendere che il cristianesimo, overo nella sua componente meglio organizzata il cattolicesimo, rinunci al suo fondamento costitutivo, ossia al principio della Redenzione rappresentata dal Cristo ed orientata a tutti gli esseri umani, ebrei compresi? Rinunciare a questo principio significa riconoscere come “giusta” quella famosa sentenza che condannò Gesu per quello che diceva e pretendeva di essere. Il rabbino di Roma non lo dice espressamente, ma implicitamente chiede alla diplomazia vaticana di riconoscere il pieno valore storico-religioso di quella famosa sentenza del Sinedrio che ormai le televisioni di tutto il mondo cristiano ci propongono come fiction sempre rinnovate. Il papa non può più contare sulle armi del cristianissimo Carlo, mentre il rabbino di Roma sa di avere dalla sua le armi dell'israelianissimo presidente di turno. Con la disfatta del 1945 l’Europa tutta è diventata un vassallo degli USA. La stessa sorte è stata disegnata per i popoli mediorientali. Se i politici vaticani fossero un poco più accorti reclamerebbero per la costituzione europea con maggior profitto le radici islamico-cristiane che rispetto a quelle giudaico-cristiane hanno una minore o nessuna intrinseca contraddittorietà e conflittualità.

2. Commento esilarante su un fatto tragico. – Andando al link, che si trova fra l'altro su ICN.Newscom, si legge una censura del vescovo di Gerusalemme, Monsignor Michel Sabbah, colpevole di voler aiutare i palestinesi e perciò necessariamente antiisraeliano secondo la logica manichea dei «Corretti Informatori». Conoscendo le loro tecniche vi sarebbe da aspettarsi che scrivano al diretto superiore del vescovo di Gerusalemme, suppongo il papa, perché venga messo in “corretta” e meglio ancora censurata, ovvero scomunicato e spretata. Non arrivano ancora a tanto ma offrono l’indirizzo per mandare lettere alla redazione della rivista salesiana, ovviamente non di plauso ai passi evidenziati. Che i palestinesi possano ritornare ai loro villaggi, dopo esserne stati scacciati con la violenza che più violenta e barbarica non si può, non sia mai: «sarebbe la distruzione di Israele», come a dire che Israele, che festeggia in Torino i suoi 60 anni, è nato sulla sopraffazione e l’esproprio e quindi il ritorno a condizioni di giustizia sarebbe la sua “distruzione”. Viviamo davvero in una bella epoca, nata dalla vittoria sul nazifascismo e fondata su un nuovo ordine mondiale che ha poco di dissimile dall’ancien régime.

3. Scendono in campo i rabbini. – Non riporto il testo dell’articolo apparso su “Repubblica”, giacché il lettore lo può facilmente leggere cliccando sul titolo. Mi preme invece sottolineare quella che sembra una posizione di forza da parte del rabbinato, in roma rappresentato da Riccardo Di Segni, se non proprio primo cittadino almeno secondo, La foto originale è stata scattata nella Sala della Protometeca in Campidoglio durante la presentazione del libro di Shlomo Venezia al presenza del sindaco Veltroni e con larga partecippazione della comunità enraica romana. Vedi apposito post.

considerata la sua presenza abituale in Campidoglio, in compagnia del sindaco Veltroni, che ha pure conferito la massima onorificenza cittadina a foxman, capo dell’ADL, che per l'occasione non ha mancati di farsi sentire. C’è da aspettarsi una scomunica del papa per flagrante antisemitismo. Foxman, capo dell’ADL, è ormai di casa in Roma, dopo che Veltroni gli ha concesso la massima, onorificenza cittadina, la lupa capitolina ed è ormai a tutti gli effetti pure lui un figlio della lupa. Paradossalmente, io che certo non amo Ratzinger e che mai avrei voluto all’università di Roma La Sapienza, devo riconoscere che riguardo ai rapporti con l’ebraismo si muove in modo filologicamente “corretto”. Ad annacquare troppo quella che è stata l'antitesi originaria fra cristianesimo ed ebraismo si finisce per appannare la caratteristica originaria della nuova religione protesa verso il mondo dei Gentili. Nell'articolo si può leggere fra le righe la “perfidia” che distingue fra cattolicesimo ed altre confessioni cristiane, fra cui spicca quella degli evangelici “cristiani sionisti”, di cui non sono ancora riuscito a capire se anche in Italia si è aperta una filiale. Sembra anche di capire che il rabbinato italiano (Segni, Taras) si senta in una posizione di forza. E da dove potrebbe provenire loro se non dalla potenza militare americana, dal controllo dalla Casa Bianca, dalle numerose leggi liberticide che in nome della religio holocaustica hanno messo il bavaglio al pensiero storico critico. Di recente la rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” si è embrionalmente proncunciata sulla questione, ma è probabile che anziché offrire una mano ed un salvagente ai tanti poveri disgraziati che patiscono il carcere per una fisima sull'esistenza o meno delle camere a gas tutto il cattolicesimo italiano potrebbe invece riceverla se lascia gli storici liberi di lavorare. Ma come regolarsi con un Mastella che cerca di guadagnar voti con due padroni, strizzando l'occhio destra al papa e quello sinistro al rabbino. Non ultimo è da notare la mano scrivente del giornalista Marco Politi, vaticanista del “La Repubblica”, che non manca di aggiungere all’informazione suoi propri giudizi, “corretti” o meno che siano.

(Segue)

lunedì 4 febbraio 2008

Lettera a “La Stampa” in azione di contrasto a IC: un articolo di Farian Sabahi sull’Iran

Versione 1.1

Lettera pubblica a “La Stampa”

Vi segnalo questo link della cosiddetta «Informazione Corretta», dove è dato mandato ai “corretti” ascari di rovesciare i loro carichi contro una giornalista, ignara della “corretta” visione delle cose non già su Israele, ma sul modo in cui guardando da Israele occorre guardare “correttamente” il mondo mediorientale.

Dopo l’avventura che mi ha visto in pratica linciato sul vostro giornale grazie a Marco Ventura, non mi sono mai stancato di studiare i miei “amici”, ai quali serberò eterna gratitudine per il servizio resomi. Imparo a conoscere il mondo e le bestie che lo popolano. Se non ne fossi stato stimolato, anche grazie a Marco Ventura, i miei interessi sarebbero tornati all’ambiente greco del V secolo prima dell’Era Volgare, secondo il modo di datare di Piergiorgio Odifreddi. È però giusto vivere nel proprio tempo e farsi carico dei suoi problemi.

Ne viene fuori l’immagine di una Israel lobby ben presente anche in Italia. Non so se anche voi ne facciate parte ovvero ne facciate parte interamente. Spero di no e che anche presso di voi vi siano spazi di libertà ed autonomia critica. La vostra redazione mi era parsa composta da persone equilibrate e cortesi. Un giornalista, che riceve uno stipendio, ha per l’appunto uno stipendio, che gli consente la quarta settimana e forse pure le ferie, ma in linea di principio non può dire tutto quello che vuole e pensa. Io che non ho uno stipendio da difendere (e vorrei averlo), posso dire e scrivere tutto quello che penso, beninteso nel pieno rispetto delle leggi e degli altrui diritti. Sarebbe interessante comunque una sociologia intellettuale dei giornalisti che scrivono sulla carta stampata dietro corrispettivo in denaro, ma non è semplice reperire i dati necessari.

Non so se voi seguite «Informazione Corretta», quale considerazione e timore ne abbiate, ma in pratica funziona così:

Costoro in tutti i modi e con tutti i mezzi a loro disposizione, spesso ignobili, vogliono favorire un orientamento della cosiddetta opinione pubblica in modo che sia il più favorevole possibili ad una guerra contro l’Iran. Con la complicità di Ferrara ebbero già ad organizzare una manifestazione davanti all’ambasciata dell’Iran in Roma, ma gridano come maiali scannati se poi qualcuno vuole sabotare la manifestazione del libro a Torino, dove cacciando l’Egitto è stato sostituito nel posto d’onore di quest’anno Israele, che celebra proprio quest’anno il 60° anniversario della sua dubbia nascita. Ci sono rimasti male dopo il rapporto CIA che dichiarava inesistente l’atomica iraniana. Se ha letto il libro di Mearheimers e Walt le risparmio altri concetti, soprattutto sul modo in cui si era giunti alla guerra contro l’Iraq, i cui disastri sono ancora sotto i nostri occhi.

L’articolo di Farian Sabahn mi sembra fornisca notizie oggettive che per davvero informano senza essere tendenziosi e nel caso di specie per nulla “propagandistico”, come vorrebbero gli IC assetati di guerra. Ed ecco che la verità “oggettiva” che ne viene fuori non piace ai sionisti di IC e cosa ti fanno costoro? Istigano i loro lettori a mandarle letteracce per dire peste e corna sull’articolo ed il giornalista.

Uno dei loro Lapidatori, peraltro cittadino israeliano, era persino giunto a scrivere al Presidente dell’Ordine dei Giornalisti perché espellesse dall’albo un giornalista che avevo il solo torto di non pensarla come i “Corretti Informatori”.

Non so quanto sia esteso questo fenomeno di lobbyng, ma mi sembra estremamente pericoloso. Ritengo che, beninteso in forme civili e non violente, debba essere denunciato e contrastato.

La presente viene pubblicata anche sul mio blog, dove mi riservo di arricchirla e migliorarla, magari inviandola poi nuovamente a Voi. Ed infatti riprendo da qui un ampio sviluppo dopo aver visto nell’archivio dei «Corretti Informatori» che la giornalista non è nuova alle attenzioni dei pezzaniani, dai quali però non dovrebbe temere altre insidie che di natura puramente intellettuale. Non conoscevo prima di adesso gli articoli di Farian Sabahn. Sarà per me un’istruttiva carrellata di articoli della giornalista, che presso di me paradossalmente ricevono il loro marchio di qualità proprio per il fatto di essere stati “bocciati” dai Corretti Informatori. Sarebbe stato ai miei occhi il contrario se, come quelli di Nirenstein, Meozzi, Buffa, etc., ne avessero ottenuto il plauso. E quindi ringrazio a mia volta i Corretti Informatori per il servizio di rassegna stampa fornitomi loro malgrado.

(segue la rassegna stampa di tutti gli articoli di Farian Sabahn censiti da IC)

Antonio Caracciolo
CIVIUM LIBERTAS

domenica 3 febbraio 2008

«La storia siamo noi» o «la storia la fanno loro»?

A tutto c’è un limite. È una constatazione, questa, tra le più condivisibili, dettata da quel senso della misura, della moderazione, che dovrebbe informare ogni aspetto dell’esistenza.

Il bambino che insistesse oltre misura nelle sue bizze, vedrebbe sbottare la mamma con un classico “basta, falla finita!”. Lo stesso dicasi per un amico che, petulantemente, reiterasse irragionevoli richieste di denaro. E medesima riprovazione susciterebbe chi, ad esempio, nel corso di una conversazione a tavola, monopolizzasse la parola togliendo agli altri commensali ogni possibilità di contraddittorio.

Sfido inoltre chiunque ad ascoltare la propria musica preferita per un giorno intero, senza interruzioni, ed analoga kermesse non risulterebbe certo più gradevole se sostituissimo i dischi con i libri. Il senso del limite e della misura è talmente connaturato alla natura umana pienamente realizzata che anche l’attività sessuale non potrebbe essere praticata ventiquattr’ore al giorno con sole pause pranzo e sonno!

In ambito islamico circola un detto del Profeta Muhammad: Khayru l-umûr awsatuhâ (“La cosa migliore è quella mediana”); tanto per ribadire che questa lapalissiana verità è fatta propria anche da coloro che i più sono indotti ad identificare con l’estremismo allo stato puro…

Insomma, ad ogni cosa c’è un limite, anche per la più gradita. Eppure, una cosa che sfugge alla regola c’è. È «l’Olocausto». Ovvero il «genocidio» programmato, da parte del regime Nazionalsocialista, di «sei milioni di ebrei» tramite un sistema pianificato di «camere a gas» situate nei cosiddetti «campi di sterminio».

Il 27 gennaio, «per non dimenticare», è stata istituita da qualche anno la «Giornata della memoria». Scolaresche, telespettatori, comuni cittadini vengono sollecitati a riflettere su «quel che è accaduto», e a tal fine si organizzano, tra le altre iniziative, rappresentazioni teatrali, mostre, lezioni seminariali, trasmissioni d’«approfondimento storico». Tali iniziative sull’«Olocausto» - come ogni buon osservatore non prevenuto potrà constatare – vengono proposte, con regolarità, nel corso di tutto il resto dell’anno, ma con il 27 gennaio alle porte, il ritmo si fa più serrato, ed i palinsesti televisivi, ad esempio, propongono (impongono?) con frequenza sempre più incalzante trasmissioni che, dalle fiction ai salottini d’intrattenimento, si conformano al clima celebrativo-memorialistico.

In questo contesto, il TG1 diretto da Clemente J. Mimun non fa certo eccezione. Al termine dell’edizione delle 9.00, esso propone una rubrica dal titolo «TG1 storia» [adesso il direttore è Gianni Riotta, ma la 'monotematica trasmissione', condotta da Roberto Olla, esiste ancora, NdR]. Apriamo una parentesi: la «storia», in base alla convenzione consolidata che la suddivide in preistoria, storia antica, medievale, moderna e contemporanea, contempla una quantità pressoché inesauribile di situazioni degne d’essere portate all’attenzione dei telespettatori, meritevoli perciò d’essere «ricordate»…

Vediamo, allora, che cosa ha creduto opportuno «ricordare» la redazione di «TG1 storia» il 17 gennaio 2004. Nell’ordine: 1) Una mostra, a Berlino, dedicata ai Mendelssohn, famiglia ebrea della «buona borghesia» tedesca che ha prodotto, oltre a numerosi banchieri, il famoso compositore Felix Mendelssohn; 2) il ricordo di sopravvissuti all’eccidio nazista di Sant’Anna di Stazzema (con i relativi aggiornamenti sui processi avviatisi dopo la «scoperta» degli «armadi della vergogna»); 3) la segnalazione di una mostra, al Vittoriano, dedicata alla «Shoah»; 4) una rassegna sulle donne di Casa Savoia, dove sono stati sottolineati il «convinto antifascismo» di Maria Josè e la fine, a Buchenwald, di Mafalda; 5) Villa Torlonia, la residenza romana di Benito Mussolini, dove è allestita una mostra sulla… «Shoah». Fine della trasmissione. La prima a cui ho assistito, in trepidante attesa delle prossime

Ora, di per sé, quanto appena esposto significherebbe ben poco, se non fosse che anche nel resto dell’anno la «divulgazione storica» operata attraverso il mezzo televisivo è occupata, in maniera preponderante, da narrazioni ed interpretazioni intese a puntellare quella che Norman Finkelstein ha felicemente definito «l’industria dell’Olocausto», i cui aspetti ideologici, sempre più interiorizzati da un pubblico sottoposto a dosi da cavallo di «rivelazioni shock» con relativi sensi di colpa, configurano la cosiddetta «religione dell’Olocausto». Che ha i suoi miti fondatori, la sua liturgia e i suoi ‘preti’, e, naturalmente, gli «eretici» da perseguitare. In pratica, un apparato di controllo politico, culturale e sociale, tra i cui vantaggi non è da sottovalutare la funzione di stornare l’attenzione da ben altre questioni che - una volta terminata l’ipnosi in cui viene tenuto - il famoso e bistrattato «popolo» dovrebbe considerare cruciali per il proprio benessere.

In un clima simile, l’impedimento di ogni dibattito serio sulla questione - che, si capisce, non può essere disgiunta dalla storia della Seconda guerra mondiale (se non addirittura dall’intera recente storia europea), per non parlare di quella che, superficialmente, viene chiamata la «questione palestinese» - è cosa più che normale. Nelle scuole (dall’asilo all’università), nelle tv, nei giornali (almeno tutti quelli che escono regolarmente in edicola), si va avanti a senso unico, con un incedere martellante che solo una coscienza critica oramai ottusa può non percepire come insostenibile, sospetto, in malafede. In specie se si considera che le stesse scuole, tv e giornali trovano del tutto normale quanto accade in Iraq e in Palestina, dove le torture, i bombardamenti, le deportazioni, le distruzioni e gli assassinii perpetrati dagli Usa e dal Sionismo sono all’ordine del giorno.

Sulla questione dell’«Olocausto» si ha, dunque, la negazione di quel senso della misura e della moderazione da sempre indicato, giustamente, come una virtù (specie in quell’«epoca borghese» che, a questo punto, vien voglia di rimpiangere…), per lasciare libero corso ad un discorso monocorde che investe persone le quali difficilmente, e al limite per puro caso, s’imbatteranno in un discorso differente. Nel discorso del «Revisionismo olocaustico».

Il «discorso» dei «revisionisti», questi mostri dipinti come delle spaventose idre in combutta per ordire chissà quali trame ai danni degli ebrei (e, per il meccanismo del transfert psicologico operato negli anni, «a ciascuno di noi»!), non è assolutamente accettabile dall’Establishment economico-finanziario capitalistico filo-americano. Esso non lo può accettare, semplicemente perché una volta ristabilita la verità storica sull’«Olocausto» dovrebbe ammettere di aver falsificato tutto il resto: di aver imposto una vulgata ad uso e consumo dell’imposizione del proprio potere ai danni del «popolo». Che, non a caso, è quello su cui più si concentrano le attenzioni dei ‘pedagoghi olocaustici’.

Si capisce quindi che la falsificazione principale è quella che investe il presente. In altre parole, ammettere pubblicamente che i «revisionisti» sono persone le cui ricerche hanno il diritto di essere lette e ragionate dal pubblico che frequenta le principali librerie equivarrebbe alla sconfessione del mito fondante il potere delle élite economico-finanziarie.

Il problema, dunque, non è limitato al mero ambito storico. Ma se anche così fosse, la questione sarebbe già abbastanza complicata, tenuto conto degli interessi delle lobby dell’«industria dell’Olocausto», il cui terminale è il cosiddetto Stato d’Israele ed il cui fine ultimo è il mantenimento in uno stato di sudditanza psico-politica di tutti i popoli europei sottomessi al dominio economico-finanziario del capitalismo filo-americano. Se difatti si considera che la pedagogia olocaustica è sbarcata anche in aree del mondo le cui popolazioni non dovrebbero avere nulla di cui «pentirsi», si coglie il valore di mito fondante del suddetto dominio svolto dalla «religione dell’Olocausto»: non a caso si tratta di paesi nell’orbita statunitense, com’è il caso del Cile.

Per quanto concerne il «Revisionismo olocaustico», è dunque doveroso sottolineare che non è si tratta di un punto di vista sulla storia filtrato da questa o quella ideologia. Questo è un punto molto importante: l’atteggiamento dei «revisionisti» seri è quello della ricerca della verità storica, senza alcun intento di offendere chicchessia. Il «Revisionismo» è quindi una metodologia, non una «scuola» con una propria «ideologia». Difatti, non solo esiste una polemica contro coloro che, anche in buona fede, travisano i fatti e forzano i documenti contribuendo a costruire quell’unicum che è il «mito olocaustico», bensì è prassi consolidata un dibattito, talvolta molto animato, tra storici «revisionisti». Ma questo non è ancora tutto.

I «revisionisti» non intendono «negare» alcunché. I loro detrattori e diffamatori – che mai concedono loro il diritto di replica sebbene ricevano regolarmente precisazioni e puntualizzazioni con preghiera di pubblicazione – li hanno bollati presso il gran pubblico col termine infamante di «negazionisti». Per chi ne fa uso si tratta di un’accusa grave. «Negare», significa essere posti «al di fuori», nel campo dei «non aventi diritto»: al «diritto di replica», appunto, o al rispetto delle proprie ricerche storiche, in alcuni casi all’inviolabilità della propria persona.

«Negare» significa, sempre dal punto di vista di coloro che per un motivo o per l’altro stanno dalla parte dell’Establishment, opporre un «no» alla ‘Verità rivelata’. Per questo, non è fuori luogo parlare di «religione dell’Olocausto».

Già l’uso del termine «olocausto» - non dal 1946, come ci sarebbe da attendersi…[1] - è altamente significativo di dove volevano andare a parare coloro che l’hanno incoraggiato.

Esso deriva dal greco olókautos, composto di hólos («tutto») e kautós («bruciato»)[2], da kaíein («bruciare»)[3], che appare nella traduzione della Bibbia dei LXX per tradurre l’ebraico ‛olah (ad es. in Levitico 6,16): Olókautos era il sacrificio che veniva dedicato completamente a Jahveh con la combustione totale della vittima.

In altre parole, con l’assunzione del termine «Olocausto» per descrivere le sofferenze patite da un certo numero di ebrei europei durante la Seconda guerra mondiale (è chiaro o no che nessun serio «revisionista» si sogna di ridurre il tutto ad una barzelletta?) s’intende veicolare l’idea secondo cui il «popolo ebraico» si è «sacrificato» - o meglio è stato «sacrificato» dal suo Dio «terribile» e «vendicativo» per non meglio precisate inottemperanze nei suoi confronti – in funzione salvifico-escatologica («il mondo non è più lo stesso dopo Auschwitz»). In tutto questo, la cifra dei 6 (sei) milioni, con tutta l’importanza data nell’Ebraismo a questo numero, fa il suo gioco in un ambiente culturalmente e, soprattutto, psichicamente predisposto. È quel che si dice un’operazione «magica», nel senso reale del termine, ovvero quello della produzione di un effetto reale agendo sulla sfera psichica degli individui.

Questo, per quel che riguarda il «popolo ebraico», che qualcuno aveva interesse ad attirare nella «Terra promessa» (sebbene, in gran parte, non volesse saperne di andarvi!).

Per quanto riguarda il resto del genere umano, e in particolare quello condizionato da una «cultura cristiana» e che progressivamente va secolarizzandosi, l’«Olocausto» svolge la funzione di una pseudo-religione, al cui centro, sorta di «Dio unico», c’è il «popolo ebraico» inteso come ente unico e indivisibile. Una parodia del Cristianesimo, nel quale però il Cristo «si sacrifica» volontariamente e coscientemente per la «salvezza» di tutti gli uomini, mentre in questo caso, come summenzionato, le analogie con il protestantesimo sono più che evidenti. Del resto, ogni religione ha la sua teologia, quindi esiste anche una «teologia dell’Olocausto».

Perciò «l’Olocausto» È oppure NON È. Tertium non datur.

Un’espressione come «negare l’Olocausto» equivale dunque a «negare Dio». Per questo i «revisionisti» vengono presentati come «negazionisti»: essi, in effetti, negano il ‘monoteismo’ del dominio economico-finanziario capitalistico filo-americano. Dove gli ebrei, a questo punto, stanno giusto a far da comparsa, da pretesto e paravento per ben altri obiettivi che non quello del «complotto ebraico», al quale, tanto per esser chiari, i «revisionisti» non credono affatto. «Negare l’Olocausto» suona per essi come un’assurdità, in quanto costoro si attengono all’aurea norma, frutto della migliore tradizione culturale europea, per cui la Storia non ha a che fare con la religione ed è storia solo quel che è riconducibile alla sfera dei fatti!

Se i numerosi censori e pedagoghi che spiegano «l’Olocausto» non fossero animati da uno zelo religioso (o parareligioso), utilizzerebbero quantomeno il termine «ridimensionare» per descrivere l’attività degli storici «revisionisti», ossia coloro che, dopo aver vagliato e confrontato testimonianze e tonnellate di documenti (dagli archivi dei campi alle fotografie aeree ecc.), verificato i dati della demografia e degli spostamenti della popolazione, effettuato innumerevoli sopralluoghi nei siti incriminati ed aver lì condotto (con l’ausilio di tecnici) perizie chimico-fisiche, hanno prodotto una considerevole quantità di studi – ovviamente pubblicati da piccole case editrici, di "destra" (Edizioni di Ar o Effepi) e di "sinistra" (Graphos) – che però gli ‘studiosi’ dell’Establishment si guardano bene dal discutere in pubblico[4].

Il ‘clero’ dell’«Olocausto» continua tuttavia, imperterrito, ad officiare le sue funzioni per la massa ignara: «6 milioni» e «camere a gas». Mentre i «revisionisti» devono risultare «inattaccabili» al punto che, il primo «esperto di Auschwitz» che arriva può attaccarsi ad aspetti accessorii (ma i migliori «revisionisti» sono, anche da questo punto di vista, meticolosissimi), non si capisce perché chi parla di «Olocausto» (6 milioni e «camere gas») con una sicumera impressionante quand’anche propone «rivelazioni» sbalorditive non ci ha mai spiegato, ad esempio, il funzionamento di una «camera a gas» in maniera tecnicamente sensata.

Negli «studi revisionistici», invece, la vicenda degli (o meglio, di certi) ebrei europei dal 1933 al 1945 (ma soprattutto negli anni della guerra) non viene «negata» - il che, come si è capito, non ha senso - bensì «ridimensionata» dal punto di vista fattuale: la conclusione, allo stato dell’opera – poiché ogni serio «revisionista» ammette in via di principio di poter eventualmente rivedere tale conclusione! – è che le «camere a gas» omicide non sono mai esistite e che il numero degli ebrei periti nei «campi di concentramento» (o «di lavoro») vada ridimensionato, appunto, ad alcune centinaia di migliaia, ovviamente per cause che vanno dalle dure condizioni di lavoro nei campi (che cosa significa, sennò, Arbeit Macht Frei se non il lavoro coatto dei deportati, ebrei e non?) alle epidemie di tifo petecchiale, fino ai bombardamenti alleati degli stabilimenti industriali in cui lavoravano i detenuti.

Per concludere, un paio di precisazioni ed una raccomandazione.

In precedenza, abbiamo fatto riferimento al ruolo organico svolto dagli studiosi dell’Establishment, sia nella diffusione del «mito dell’Olocausto» che nella persecuzione/occultamento/travisamento dell’opera dei «revisionisti». Anche tra costoro, ad ogni buon conto, esistono persone ragionevoli, le quali, per i motivi più diversi, tengono il punto sull’esistenza delle «camere a gas», mentre sul calcolo delle vittime si dimostrano un poco elastici e possibilisti. Ma la «religione dell’Olocausto» non è un culto elitario: è destinata alle masse, le quali si trovano indottrinate dai chierici più impreparati (e per questo più feroci), di destra, di centro e di sinistra, schierati a difesa dell’Establishment economico-finanziario capitalistico filo-americano. Ora, sebbene costoro suscitino il disprezzo più assoluto nelle coscienze che si oppongono alla tirannia della mercificazione dell’esistenza e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo generati dal capitalismo filo-americano, la propensione all’accertamento della verità sui fatti relativi alla Seconda guerra mondiale e al destino di molti ebrei in quel periodo deve provenire dal solo e disinteressato amore per la verità storica. Il «revisionismo» non è un movimento politico e non ha una politica sua, almeno nel senso comune attribuito al termine «politica». Il «revisionismo olocaustico» ha, semmai, un’unica valenza politica’: lo smascheramento della falsificazione sistematica propalata dalle élite economico-finanziarie del capitalismo filo-americano, la presa di coscienza che, come recita un recente pamphlet, tutto quello che sai è falso.

Inoltre, come già osservato da Norman Finkelstein, la «mitologia olocaustica», con i suoi scandali artefatti, le sue estorsioni finanziarie (a beneficio di cricche sioniste che gonfiano le cifre dei «sopravvissuti»), la sua ritualizzazione e le sue manifestazioni più grottesche di stampo orwelliano, non è rispettosa nei confronti di chi ha davvero sofferto nell’universo concentrazionario nazista. I primi a «banalizzare», a non portare rispetto verso la «persecuzione», le «deportazioni» e il «lavoro coatto» cui furono sottoposti ebrei e non, sono proprio gli ‘studiosi’ dell’Establishment.

Chiunque può infatti mettersi in cerca degli studi «revisionistici» e constatare che l’intento è tutt’altro che quello mistificatorio e ‘disumano’ proclamato dai servitori dell’Establishment. Men che meno, la motivazione che sta a monte del lavoro degli storici «revisionisti» è la «riabilitazione del Nazismo». Magari uno studioso «revisionista» può anche nutrire una certa quale ammirazione per il Nazionalsocialismo», ma i risultati delle sue ricerche vanno discussi e valutati per quel che sono, a partire dalla metodologia seguita, e non per le chiacchiere o le illazioni sul suo conto. Per non parlare degli studiosi «revisionisti» di tutt’altra inclinazione politica, per i quali l’Establishment ha preparato la sempiterna accusa di «antisemitismo» (o di «cattive frequentazioni», «pericolosa deriva», fino alla recente ‘scoperta’ che l’«antisionismo» è un camuffamento dell’«antisemitismo»).

Giunti davvero al termine di questo articolo, non ci resta che rivolgere al lettore una domanda: posto di fronte a un bivio - «la storia siamo noi» o «la storia la fanno loro» -, Tu, da che parte vai?


Articolo pubblicato su "Comedonchisciotte.org" - 20 gennaio 2005


[1] All’inizio, per designare «l’Olocausto», gli Ebrei impiegavano il termine «hurban» (distruzione, catastrofe), poi «shoah» (distruzione, rovina, catastrofe), ancora in uso.

[2] La «s» subentrerà successivamente nella trasposizione latina (kaustós). Appare nella Vulgata di San Gerolamo (ad es. in Levitico 6,9 viene menzionata la lex holocausti), e si presume che il termine sia stato coniato proprio da lui.

[3] Olókautos, sebbene sia riferibile, per le sue radici, a olos e kaio, deriva in realtà dal verbo olokautóo (un verbo olokaio non esiste, né esiste – e ricordatevene quando arriveremo al finale dell’articolo! - il termine olokaustos…).

[4] Attualmente, le due case editrici revisionistiche più importanti al mondo sono Castle Hill Publisher, Hastings (Inghilterra) e Theses & Dissertations Press, Chicago (Usa).

***

P.S.: per una prima panoramica sulle tematiche trattate, si consiglia di esaminare attentamente questi due siti, l'uno "sterminazionista", l'altro "revisionista": http://www.olokaustos.org (sito dell’Associazione Olokaustos: “Il primo sito italiano che ha come argomento la storia dell’Olocausto dal 1933 al 1945”) e http://www.vho.org/aaargh (sito dell’Association des Anciens Amateurs de Récits de Guerres et d’Holocaustes, uno dei più ricchi archivi on line di «studi revisionistici»: c’è anche una sezione in italiano).

sabato 2 febbraio 2008

Le amnesie della ”Giornata della memoria”

Versione 1.1

Premessa (gennaio 2008). Due anni fa, un “coraggioso” (sic) professore di Liceo mio amico propose quest’articolo alla sua classe come argomento di discussione. Ne uscirono dei temi nei quali i ragazzi espressero un ampio consenso per le idee sostenute in questo articolo, articolandolo con numerose ed originali riflessioni. I giovani, infatti, non avendo ancora un “posto” da mantenere, una “reputazione” da difendere, un ruolo (una “maschera”?) da recitare, non si “scandalizzano” come gli adulti, non hanno sviluppato il fiuto che li tiene lontani dalle “rogne”: sono naturalmente portati - prima di essere “educati” - ad accogliere ogni “verità”, per discuterla ed integrarla con altre “verità”.

Si capisce bene perché dei “poveri di spirito” si agitano tanto affinché le “giovani generazioni" “vengano educate”... Per evitare che ragionino, che “pensino con la propria testa”, sebbene si senta ripetere che questo è un (laicissimo) “valore”...

***

Mentre una propaganda a tamburo battente in questi giorni ci obbliga a «non dimenticare», il circo politico-mediatico (nel quale si agitano, appunto, veri pagliacci) che da un settimana a questa parte, totalitariamente, propone all’attenzione degli italiani solo e sempre un’unica interpretazione di un’unica vicenda, è lo stesso che di fronte a situazioni del tutto analoghe a quelle vissute dagli abitanti di Varsavia sessant’anni fa non trova di meglio che glissare, occultare, mistificare, far passare una cosa per un’altra. Per cui, se gli ebrei del ghetto avevano tutte le ragioni per insorgere contro i tedeschi, ed il loro eroismo varrà sempre come fulgido esempio, per gli insorti delle odierne Varsavia non c’è neanche l’ombra di una citazione: nessuno - a meno che non si vada su internet a cercare informazione alternativa - ne vedrà mai gli abitanti massacrati e le abitazioni sventrate: Jenin, nel 2002, Falluja, nel 2004 (e tutt’ora)… città i cui abitanti hanno opposto una strenua resistenza agli invasori israeliani, nell’un caso, americani, nell’altro. Occhio non vede, cuore non duole.

Un innominabile parlamentare, commentando la storica sentenza milanese [1] che distingue tra guerriglia e terrorismo [2] in Iraq, ha sproloquiato: “Tutti gli italiani che seguono quel che accade in Iraq non possono non indignarsi di fronte a questa sentenza”. Tanto per cominciare, tutti gli italiani meno uno, ovvero il sottoscritto. E poi chissà quanti altri… probabilmente tutti quelli che leggono questo giornale, verrebbe da dire parafrasando quell’esaltato.

Ma non solo, perché almeno tutte le persone che frequento io hanno trovato quella sentenza sacrosanta. Le cose sono due: o io, i lettori di “Rinascita” e i miei amici siamo tutti ‘sbagliati’, oppure si è in presenza di un fenomeno di sovraesposizione mediatica di un unico punto di vista, di un controllo dei confini della «moralità» del dibattito politico mai visto prima. Le redazioni dei giornali, i centri studi, le «fabbriche del consenso», insomma, più le segreterie dei partiti, sono difatti presidiate da personaggi incaricati di fissare i paletti del «moralmente corretto»: oltrepassarli equivale inequivocabilmente a collidere con tendenze innominabili, ad evocare «rigurgiti nazisti», ad intelligenza col Nemico, a farsi portatori del Maligno.

Tuttavia, in circolazione ci sono molti meno cretini di quanti spererebbero questi apprendisti stregoni, per cui ciascuno, in mancanza di tribune partitiche, televisive e giornalistiche libere da questa invadente, insolente, prepotente e vomitevole presenza (per non parlare di quegli ‘alternativi’ che si autocensurano), può arrangiarsi come può. Ad esempio, recandosi in un’emeroteca per rileggersi come la stessa stampa che oggi vediamo allineata in blocco sulle posizioni israelo-americane si posizionava negli anni Settanta-Ottanta riguardo agli stessi argomenti.

L’ipotetico investigatore si accorgerebbe che le cose non sono sempre andate così come ci troviamo a sopportarle. Se ne rende conto se solo va a ripassare la stampa di sinistra radical chic, quella benpensante scalfariana, che ha sempre avuto la pretesa di parlare in nome della «gente», mentre in realtà è espressione di uno snobismo elitario che è quanto di più lontano si possa pensare dalla famosa «gente».

Il nostro Sherlock Holmes, spulciando, s’imbatterebbe nel titolo dell’editoriale de La Repubblica del 13 agosto 1976 sulla strage di palestinesi avvenuta nel campo di Tell el Zaatar, assediato da siriani e falangisti libanesi: Come 30 anni fa nel ghetto di Varsavia. E ad un primo sbigottimento, ne farebbe seguito un altro: lo stesso quotidiano, il 20 settembre 1982, dopo il massacro di Sabra e Shatila (16-18 settembre), titolava: Le menzogne israeliane; nell’occhiello: I soldati israeliani rastrellano e deportano i sopravvissuti.

Sembra di riesumare dei reperti archeologici, eppure sono titoli di venti-venticinque anni fa, quando il ricatto morale dei filo-sionamericani non era ferreo come oggi e stare con i palestinesi garantiva pur sempre un rendita. Che cosa è cambiato nel frattempo, si chiederebbe il nostro allibito investigatore?

A chiarirgli le idee è giunta, quanto mai tempestiva, la messa in onda, in occasione della «Giornata della memoria», del film Il pianista di Roman Polanski, in cui si narra la storia di un suonatore di piano di religione israelita, le cui note vengono irradiate nell’etere dall’ultima trasmissione della radio polacca prima che i nazisti provvedano a chiuderla.

Apriamo una parentesi necessaria. Per comprendere come il ricatto morale imposto su tutto ciò che coinvolge il Sionismo si stia rinforzando sempre più, è bene tenere a mente che i filo-israeliani (israeliti e non) profondono energie intellettuali e risorse finanziarie di non poco conto in una certosina opera di conservazione dello stato di narcosi in cui i non diretti interessati - che potrebbero sempre tornare in sé - vengono interessatamente e forzatamente mantenuti. Tuttavia, come nei normali casi di tossicodipendenza, il drogato non può restare tale se non gli si somministrano dosi sempre più elevate. A questo provvedono i vari Schindler's List, La vita è bella, Perlasca... sfornati e riproposti con cadenza regolare, a dosi omeopatiche, ammantati dell’aura del capolavoro e puntualmente sommersi da statuette premio, elargite da istituzioni culturali ovviamente libere e indipendenti.

Ma non è questo il punto più importante. E non è neppure in questione l’aspetto artistico de Il Pianista, come quello delle altre pellicole summenzionate. Si tratta invece di una questione di equità.

Questo genere di film - ci viene detto - viene proposto all’attenzione del pubblico perché impartirebbe una lezione imperitura, affinché simili abiezioni non abbiano più a ripetersi. «Mai più», è uno degli slogan più ripetuti.

E allora perché lo stupro di Jenin? Perché il martirio di Falluja? E, soprattutto, perché la totale indifferenza da parte dello stesso sistema che manda le scolaresche ad Auschwitz [3] e impone un consenso bulgaro sulla «Giornata della memoria»?

Ecco, piuttosto, le lezioni che si traggono dall’osservazione della realtà:

Prima lezione: simili abiezioni – malgrado le rieducazioni cinematografiche - si sono ripetute e si ripetono regolarmente, per non dire sempre più spesso;

Seconda lezione: la maggior parte di simili odierne abiezioni si svolgono nell’indifferenza, massima nel caso della Palestina e dell’Iraq;

Terza lezione: per tale indifferenza si distinguono particolarmente coloro che sono in prima fila nel denunciare quotidianamente l’abiezione che ha portato alla rivolta del ghetto di Varsavia.

Parliamoci chiaro. A chi non vuol vedere le cose con le lenti del pregiudizio, l’osservazione dei dati forniti dall’esperienza insegna che la somministrazione regolare di queste pellicole determina un unico risultato: l’impunità dei crimini passati, presenti e futuri dell’America e del Sionismo [4], e la garanzia della (immeritata) rispettabilità per tutti quei politici, giornalisti ed opinionisti che hanno qualche interesse nel dimostrare una somma indifferenza di fronte ai massacri dei popoli aggrediti dai loro padroni. Popoli la cui cinematografia, al massimo, viene proposta in qualche cineclub seminascosto (è il caso dell’ultimo documentario-intervista ad Arafat, che né la Rai né La7 hanno voluto trasmettere), con la scusa che si tratta di materiale inopportuno, fazioso, antiamericano, antisemita…

L’insistenza su una «memoria» a senso unico alimenta il conformismo, e il risultato è che un solo messaggio veicolato da una sola cinematografia, la più potente e dotata di mezzi, impone la dittatura dei soggetti e dei palinsesti. Ecco dove conduce la cultura della «memoria» sponsorizzata Hollywood[5]: al punto zero dell’indifferenza.

Fonte: “Rinascita”, 29 gennaio 2005 (articolo di Enrico Galoppini)

[1] A. Lai, Un’assoluzione per la Resistenza, “Rinascita”, 26 gennaio 2005

[2] A. Venier, Considerazioni sulla distinzione tra guerriglia e terrorismo, “ISTRID – Istituto Studi Ricerche Informazioni Difesa”, anno VI, n. 87/88/89, set.-dic. 2003, pp. 21-23.

[3] Cfr. Let’s stop with the Auschwitz lies. This was a work camp.

[4] P. Barnard, Due pesi due misure: riconoscere il terrorismo dello Stato d'Israele.

[5] Cfr. Hollywar. Le guerre di Hollywood.


venerdì 1 febbraio 2008

Sapienza: gli studenti fuori, il papa dentro! - Comunicato del Rettore a riflettori spenti

Versione 1.0

Proprio ieri, un Lettore che non voleva porre in pubblico la domanda, per l’apprezzabile motivo di non dare esca a facili polemiche mi chiedeva la verità testimoniale su come si sono svolte le cose alla Sapienza nel giorno in cui avrebbe dovuto aver luogo la visita del papa, sostituita invece con la lettura del suo discorso, alla quale io non ho assistito perché giunto troppo. L’università era infatti occupata da un numero incredibile di poliziotti. Io entro abitualmente con la macchina dall’ingresso principale di Piazzale Aldo Moro. Questa volta non mi hanno fatto entrare né con la macchina né a piedi, pur qualificandomi io come un docente della Sapienza. Non mi dilungo ora in sofisticate analisi, ma richiama l’attenzione di chi leggo allo spettacolo della Sapienza inibita all’ingresso di docenti e Studenti. E che senso ha così un’università? Fatto grave ed inaudito in un’università è la presenza della polizia: questa non dovrebbe mai esserci. Questa mattina mi è anche giunto un comunicato del Rettore, rivolto a tutta la Comunità della Sapienza, cioè almeno 500o docenti, più gli amministrativi che non so quanti siano. Se nel concetto di Comunità sono poi conpresi anche gli Studenti allora andiamo sopra le 150.000 unità Il documento che riporto di seguito è interno e pubblico al testo stesso.
A tutti i componenti della Comunità della Sapienza

Credo sia necessario, ora che la discussione può svolgersi al nostro interno e nelle forme appropriate a uno scambio tra studiosi, riprendere in forma sintetica i fatti che hanno preceduto, accompagnato e seguito l'inaugurazione dell'anno accademico ed esprimere su questi le mie valutazioni.
Fin dalla prima comunicazione ufficiale, che reca la data del 17 marzo 2006, il Papa è stato invitato a intervenire a conclusione della cerimonia dell'inaugurazione dell'anno accademico. La partecipazione nella forma di una allocuzione è stata definitivamente concordata in un incontro il 31 ottobre 2007. Precedentemente era stato scelto il tema della giornata, ovvero l'impegno contro la pena capitale, anche a seguito di altre iniziative come la rassegna cinematografica autunnale e la raccolta di firme da parte degli studenti a sostegno della moratoria, ed era stato chiesto al professor Mario Caravale di svolgere la lezione magistrale.
La prima comunicazione al Senato accademico dell'iniziativa è avvenuta il 23 ottobre. Alcuni docenti hanno interpretato l'invito come invito a tenere la lezione magistrale, anche a seguito di un mero errore materiale riportato nella comunicazione sintetica degli uffici, e hanno trasmesso le proprie perplessità in forma scritta al Rettore, che ha risposto ai diversi interlocutori. Si è trattato di un assoluto equivoco: l'intervento di Benedetto XVI già nella prima stesura del programma era previsto dopo la conclusione della cerimonia accademica, come indica il protocollo in caso di presenza di capi di Stato nelle sedi accademiche. Sei anni fa il Papa aveva partecipato all'inaugurazione di Roma Tre nella stessa forma, senza che alcun docente contestasse né alcun giornale facesse da cassa di risonanza delle proteste, anche in quel caso minoritarie, di qualche gruppo studentesco.
Il 14 novembre il professor Marcello Cini ha espresso le sue critiche all'iniziativa in un articolo sul quotidiano il Manifesto (http://www.uniroma1.it/ufficiostampa/RassegnaStampa/archivio07/111407.pdf) al quale è stata data risposta sullo stesso giornale (http://www.uniroma1.it/ufficiostampa/RassegnaStampa/archivio07/112207.pdf).
Il 20 novembre ho comunicato al Senato che la data dell'inaugurazione dell'anno accademico era posticipata al 17 gennaio e ho precisato le modalità di svolgimento della giornata.
Qualche giorno più tardi, 67 docenti mi hanno inviato una lettera nella quale riprendevano le osservazioni critiche di Marcello Cini ed esprimendo legittimamente dissenso aggiungevano l'argomento dell'atteggiamento del Papa in relazione al processo a Galileo. Ho dialogato con diversi tra i firmatari della lettera, spiegando il contesto e il senso dell'invito rivolto al Pontefice.
Oltre un mese dopo, a ridosso della visita del Papa, il 10 gennaio, la lettera dei 67 docenti è ricomparsa su Repubblica a firma del professor Carlo Bernardini (http://www.uniroma1.it/ufficiostampa/RassegnaStampa/archivio08/011008.pdf); il giorno dopo è stata riportata una precisazione della Sapienza (http://www.uniroma1.it/ufficiostampa/RassegnaStampa/archivio08/011108.pdf), ma non la replica di Bernardini che metteva in evidenza l'incongruenza temporale dell'uscita della lettera sul quotidiano. Di qui è iniziata una escalation che ha portato ai fatti a tutti noti e infine alla decisione della Santa Sede di annullare la visita.
Da questa sequenza di atti, che propongo qui per trasparenza, con l'auspicio di doverla ripercorrere per l'ultima volta, emerge chiaramente come la vicenda abbia assunto significati e dimensioni non prevedibili. La sovraesposizione mediatica, probabilmente inevitabile considerata la portata dell'evento e l'entità dei temi in discussione, e la conseguente strumentalizzazione hanno finito per snaturare la discussione che era avvenuta all'interno della Sapienza, anche con la componente studentesca, togliendo autonomia e autorevolezza alle posizioni espresse dalla comunità universitaria. Deve essere ricordato che, sull'onda di una campagna stampa che ha aumentato a dismisura la visibilità dell'evento, in quei giorni venivano annunciate iniziative di contestazione di dubbio gusto; tra i promotori apparivano gruppi che solo in minima parte comprendono rappresentanze di studenti della Sapienza. Dai media veniva intanto prospettato un clima che in alcun modo corrispondeva a quanto percepibile dall'interno dell'Università e lo stesso annullamento della visita papale veniva letto dai commentatori come una mancanza di agibilità democratica della Sapienza e la nostra università descritta come un luogo non in grado di ospitare una figura di rilievo come il Papa.
L'auspicio è ora di poter considerare conclusa la vicenda e di volgerla al positivo. Ciò che è accaduto deve essere l'occasione per ribadire che la comunità accademica è per sua natura aperta al dialogo. Ho affermato in aula magna e ribadisco che il diritto di critica da parte di alcuni docenti era legittimo, così come le iniziative assunte da parte di alcuni gruppi di studenti in forme rispettose e adeguate all'ambiente universitario. Non si può dire altrettanto di alcuni interventi successivi che pretendevano di arrogarsi un diritto di veto o che nella forma diventavano lesivi del rispetto che tutta la comunità universitaria deve prima di tutto a sè.
Le difficoltà di questi giorni e il dissenso su alcune valutazioni, tuttavia, non hanno mai fatto venire meno in me l'apprezzamento per il lavoro scientifico e didattico con il quale tutti i colleghi - tra cui quelli della facoltà di Scienze - contribuiscono alle attività e al prestigio della Sapienza. Proprio a partire da ciò dobbiamo ora guardare avanti, rafforzare elaborazioni condivise, anche su temi difficili e, pur lasciando spazio all'espressione di punti di vista diversi che sono la nostra forza e la nostra ricchezza, riaffermare l'adesione ad un'impresa culturale comune di grande importanza, autorevolezza e autonomia quale è la Sapienza.

Con viva cordialità
SAPIENZA
Università di Roma
Renato Guarini
Il Rettore
Richiamo l’attenzione sui passi dove il Rettore, fortunatamente, riconosce come legittime le posizioni di dissenso. Ciò fa ben sperare, anche se le preoccupazioni non cessano per questo. Raccomando ai Lettori interessati la lettura del documenti sopra riportato. Mi riservo in seguito di svolgere su esso più approfondite analisi e riflessioni.

Quale memoria e perché? Un monitoraggio ed un dibattito sul “Giorno della Memoria”

Versione 2.0

Testo e pagina in progress, suscettibile cioè di continue modifiche, segnalate dalla progressione del numero della versione. Questa pagina viene qui trasferita da un altro link e viene redatta a quattro mani, cioè fra me ed Eresiarca. Un monitoraggio è cosa che richiede costante attenzione e possibilmente il concorso di più persone. Per distinguere, come è giusto che sia fra i miei commenti e quelli di eresiarca useremo delle sigle. Io non posso usare “ac” perché in questo blog potrebbe venir confuso con le iniziali di Andrea Carancini, altro valente autore di questo blog. Mi trovo costretto ad usare la sigla acs, che corrisponde ad Antonio Caracciolo di Seminara, già da me usato come firma elettronica del mio account gmail. A scanso di equivoci rassereno gli animi dicendo che non si tratta di usurpazione di titolo nobiliare. Seminara è il mio paese di nascita, che amo ricordare in questo modo. Mi trovo costretto, quando occorre, ad aggiungere qualcosa al mio nome e cognome abituale, per evitare fastidiose omonimie o per ragioni strettamente tecniche. I Commenti del precedente url, avendo essi un contenuto prevalentemente polemico, giudico che sia forse meglio affidarli all’oblio, cancellandoli per sempre.

Antonio Caracciolo


Con apposita legge è stata predisposta la celebrazione di una giornata della Memoria, fissata per il prossimo 27 gennaio. Già da adesso se ne trovano le avvisaglie in servizi di stampa, discorsi, filmati televisivi. Nello scorso anno, proprio in questo periodo, stava per passare il famigerato progetto Mastella, che avrebbe imposto per legge una sorta di Verità di Stato. Se si legge attentamente il testo istitutiva della Giornata della Memoria si vede che contiene alcune ambiguità che preludono a tentativi come quelli fatti da Mastella e che peraltro sono già legge in altri paesi. Il tentativo del ministro ha per fortuna avuto pronte reazione, anche a livello governativo, che ne hanno scongiurato il passaggio in parlamento. Tuttavia, il ministro ha ottenuto il plauso di ben determinati personaggi. Purtroppo, ogni annuale ricorrenza celebrativa dovrà essere vissuto con angoscia e apprensione da parte di quanti hanno a cuore la libera ricerca storica. Basta abbassare la guardia un solo momento e ci si ritrova una legge simile a quella che ad esempio in Germania ogni anno produce un massacro di 17.000 cittadini incriminati per reati d’opinione: vi è di che riempire ogni anno un nuovo campo di concetramento. E questo nella sola Germania. Se si avessero i dati di quanto analogamente succede in Francia, Austria, Svizzera i dati sarebbero ancora più impressionanti. Non si vuole che la barbarie si ripeta – dice il testo di legge – ma intanto nel nome della vecchia se ne ricrea una nuova! È proprio di questi ultimi giorni la notizia di un servizio di delazione di stato organizzato dalla ministra Barbara Pollastrini.

Il problema è delicato perché con un atto legislativo si è voluto imporre surrettiziamente un’interpretazione della storia recente, che è propriamente la storia dei vincitori e del nuovo ceto politico sorto dalle ceneri dei regimi sconfitti. Il problema è che ogni essere umano ha una sua memoria ed ha il diritto di averla. La memoria di ognuno è strettamente connessa con la sua identità e la sua storia personale. Pretendere che Una sia la memoria è atto d’imperio che non rende giustizia ad “guerra civile europea” che presenta fatti tragici numerosi e di segno contrapposto. Oltretutto è una storia che ha ancora bisogno di essere compresa e non si può ben ricordare ciò che non si è ben compreso. Mi sembra più giusto celebrare un determinato evento, nel quale una collettività più o meno ampia di soggetti possa riconoscersi, ma soprattutto dovrebbe essere lasciata piena libertà alle popolazioni di costruire la loro storia attraverso la libertà della memoria e della rievocazione degli eventi. Fissare per legge i contenuti della memoria significa sclerotizzarli, far perdere loro in autenticità e soprattutto trasformarli in ideologia, che forse è stata la causa delle maggiore tragedie di cui giustamente commeriamo le vittime, tutte le vittime, non solo quelle privilegiate.

A ben riflettere si può comprendere la posizione della classe politica del dopoguerra: trae la sua legittimazione dalla necessaria delegittimazione della classe politica precedente che è andata a rimpiazzare non per libera e democratica volontà dei popoli, ma come conseguenza della disfatta bellica e del nuovo ordine instaurato dai vincitori: in Iraq, Afghanistan ed altri paesi a venire si ripete un film che i nostri padri hanno già visto e subito sulla loro pelle. Del resto, l’ultimo rapporto Eurispes ci informa solo il 14 per cento della popolazione italiana nutre fiducia verso il ceto politico rappresentato dai partiti: si mantengono al potere solo con il terrore prodotto da leggi liberticide. Figuriamoci, o miei «Corretti Informatori», di quanto credito possa godere un Casini in Israele, la cui faccia ci offende tutte le sere dal televisore di regime, un giorno sì e l’altro pure!

Questa spiegazione mi sembra renda conto della superficialità, dell’ipocrisia e dell’autolesiosismo con il quale viene trattato il proprio passato storico, che contiene come ogni passato luci e ombre, bene e male, tragedie vere e proprie, ma che resta il passato dove hanno vissuto i nostri padri e che si tratta di conoscere e comprendere via via via che il tempo avanza. Rinnegare quel passato o falsificarlo demonizzandolo significa rinnegare e demonizzare i nostri padri. Chi rinnega il padre non ha più radici ai quali appellarsi, altro che radici giudaico-cristiane, dimenticando che i due termini sono stati ininterrottamente antitetici per duemila anni suonati. Ma almeno si lasciasse il passato alla libera investigazione di chi è capace di pensarlo ed interrogarlo!

Con queste considerazioni provvisorie non voglio però orientare una discussione ed un monitoraggio aperto a 360 gradi ovvero ad ogni contraddittorio ed approfondimento. I visitatori di questa pagina possono lasciare i loro commenti nell’apposito spazio. Possono anche dare segnalazione di articoli o eventi relativi alla celebrazione della Giornata della Memoria o di eventi connessi. Sarà poi mia cura riportarne eventualmente in modo ordinato i contenuti in questa stessa pagina, che cercherò di costruire in progress per una sua migliore leggibilità.

LEGISLAZIONE
Legge 20 luglio 2000, n. 211

"Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti"

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000

Art. 1.

1. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.

1. In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

Commento

In merito alla critica malevola e perfida di Momigliano mi ero chiesto quale fosse la data istitutiva della legge sulla Giornata della Memoria. È una legge del 2000, cioè di quattro anni precedente il “giorno del ricordo” delle foibe. La successione temporale dovrebbe significare qualcosa che lascio all’intuito di chi legge: basta che un gruppo lobbistico abbia la forza sufficiente a condizionare i nostri non eroici parlamentari perché ogni giorno del calendario sia impegnato per legge alla pubblica commemorazione degli innumerevoli eventi orripilanti della storia recente e meno recente! Nel caso però della Giornata della Memoria le celebrazioni incominciano ben prima del 27 gennaio, come dimostra la trasmissione “preparatoria” di Rai Click. La stessa presentazione del libro di Shlomo Venezia in Campidoglio può pure essere considerato un evento connesso. In pratica, non di “Giornata” della Memoria si deve parlare, ma di intero Anno della Memoria con cadenza continua e non giubilare come l’Anno Santo. Anno dopo anno i nostri poveri cervelli vengono bombardati da una visione della storia e del nostro passato che per legge non può essere né criticamente discussa e meno che mai contestata. In pratica, per legge è stato alterato qualsiasi autonomo programma pedagogico-educativo: poveri studenti! Anziché ad un sano sapere critico sono destinati ad apprendere il catechismo non solo in oratoria, ma anche nella scuola laica di Stato. Come qualche genitore ha preteso di fare in Germania, bisognerebbe tenere i propri figli in casa ed impartire loro quell’educazione che i genitori reputano migliore o mandarli a studiare all’estero.

Quanto poi al testo della legge contengono alcuni elementi che potrebbero essere criticati: parlare di persecuzione, discriminazione, deportazione è una cosa; parlare di “sterminio” è altra cosa: i due concetti devono essere distinti o se ne deve almeno chiarire il diverso significato e non utilizzarli come termini intercambiabili. A fronte del “ricordare”, soprattutto quando il ricordare è connesso alla guerra civile, vale poi a mio avviso di più il principio dell’oblio, del dimenticare: vi è qui può valore educativo che non in una pedagogia impostata sul Ressentiment. Il ricordo della guerra civile perpetua la guerra civile. Dubito poi che il “ricordo” serva affinché ciò che è successo non succeda più. Magari fosse così. Basta ricordare in Europa la recente guerra dei Balcani. Basta guardare nel mondo ad orrori che si succedono quotidianamente e che in orrore e tragicità non possono essere considerati inferiori a quelli che si vogliono ricordare, ammesso e non concesso che possa esservi una commensurabilità dell’orrore. E no, caro Momigliano, se ancora in questo paese è concesso di poter pensare liberamente, io ritengo che tutta l'operazione abbia valenza ideologica e che sia volta ad incidere negativamente sui popoli d’Europa, che in effetti sono ormai politicamente inesistenti.

Antonio Caracciolo

VIDEO

1. Rai Click tv: Fotoricordi dal lager, 3/12. – Il Marcello Pezzetti che si vede nel video è anche uno dei curatori del volume di Shlomo Venezia, presentato in Campidoglio alla presenza del sindaco Veltroni. Nel video si parla anche di fotografie inedite scattate dalle SS che verranno pubblicate da Einaudi in occasione della giornata della Memoria, ossia il prossimo 27 gennaio.

SITI

1. Ucei: il Giorno della Memoria della Shoa. – Si trova qui una sorta di calendario ufficiale delle manifestazioni nonchè un’accurata rubrica delle eventi connessi al tema.

ATTIVITA’ SCOLASTICHE
1. Circolari ministeriali.
2. Didattica della Shoa.


RASSEGNA STAMPA
1. Un senso alla vita? D’accordo! Ma quale?. – Difficilmente un articolo di stampa potrebbe essere più tendenzioso e sciocco al tempo stesso. Chiunque apre un manuale elementare di filosofia trova gli interrogativi di cui nell’articolo. Si tratta poi di vedere come queste confluiscano nelle tesi a soggetto degli organizzatori della Giornata. In questo momento il governo di riferimento della Giornata ha tagliato la luce elettrica ad un enorme Lager di oltre un milione e mezzo di persone. Manca la luce negli ospedali. Cosa dice il governo israeliano: possono andare a piedi! Appunto, questo è un Giorno da ricordare. Si vuol ricordare quello che si pretende sia successo in un remoto passato che nessuno può verificare per non vedere oggi quello che chiunque sia dotato di coscienza ed intelligenza, non ottenebrata dagli strizzacervelli dell’apparato mediatico controllo e deformazione delle coscienze, può vedere e sapere, purché lo voglia.


EVENTI
1. Ed il genocidio dei palestinesi?. La notizia di cui al link contiene un’implicita autoconfutazione. Non solo il “mai più” si rivela ogni giorno un “sempre più”, ma nell’elenco dei genocidi si tace quello più evidente e più grave: il genocidio fisico, culturale, politico, psicologico del popolo palestinese che sembra resistere ancora giusto per mettere a dura prova la nostra coscienza, la quale per nascondersi a se stessa si avvale di un’operazione mediatica per cui i legittimi resistenti all’altrui violenza e prepotenza non sono “resistenti” ma "terroristi” che attentano alla legittima esistenza di chi li ha cacciati dai loro villaggi rasi al suolo e cancellati dalla carta geografica per far posto con nuovi nomi ad insediamenti israeliani, dove magari si può trovare immancabilmente qualche piazza o strada intitolata alla Shoa. L’ipocrisia della nostra epoca supera quella di tutte le epoche che l’hanno preceduta messe insieme.

MONITORAGGIO: ARTICOLI CORRELATI
1. Le amnesie della “Giornata della Memoria”. Un articolo su questo nostro blog dove è riprodotto un articolo proposto ad una classe per una considerazione critica dell’evento. (acs)