venerdì 15 aprile 2016

Svarto, ossia il traditore all'italiana, tratteggiato dal Manzoni

1. Religione e letteratura ci hanno tramandato tanti esempi di traditore da Giuda in giù; e il traditore – in generale - è il complemento abituale di chi detiene potere. Ma spetta a Manzoni di aver tratteggiato con Svarto il tipo ideale dei traditori all’ “italiana”, tante volte riapparso nella storia del paese.

In primo luogo per la motivazione del tradimento: se Jago è tale per invidia, Günther e Hagen per denaro, Svarto tradisce per fare carriera. Già nella presentazione del personaggio, cioè il monologo di Svarto nel I atto dell’ “Adelchi” Manzoni ce lo spiega chiaramente. Infatti il longobardo dice

“Un messaggier di Carlo! Un qualche evento,
Qual ch’ei pur sia, sovrasta. – In fondo all’urna,
Da mille nomi ricoperto, giace
Il mio; se l’urna non si scote, in fondo
Si rimarrà per sempre; e in questa mia
Oscurità morrò, senza che alcuno
Sappia nemmeno ch’io d’uscirne ardea…..
Se in questo tetto i grandi
S’adunano talor, quelli a cui lice
Essere avversi ai re; se i lor segreti
Saper m’è dato, è perché nulla io sono


È conscio di essere una nullità e che senza una “buona” occasione, lo rimarrà:


“Chi pensa a Svarto? Chi spiar s’affanna
Qual piede a questo limitar si volga?
Chi m’odia? chi mi teme?”


Non è temuto né odiato (né amato): non suscita alcun sentimento. Ma ha un rovello interiore incontenibile: diventar “qualcuno” 


“Oh! se l’ardire
Desse gli onor! se non avesse in pria
Comandato la sorte…Oh! quanto
Stupor vi prenderia, quanto disdegno,
Se ci scorgeste mai che un sol desio
A  voi tutti mi lega, una speranza…
D’esservi pari un dì!”

Ma Svarto capisce bene qual è il vantaggio di essere oscuro rispetto a chi sta…sotto i riflettori:


“A tutti voi
Io leggo in cor; ma il mio v’è chiuso”.


E convince i duchi longobardi ad affidargli la missione di trattare l’accordo con Carlo Magno proprio sfruttando la propria “invisibilità”


“Io v’andrò. Duchi, m’udite.
Se alcun di voi quinci sparisce, i guardi
Fieno intesi a cercarlo; ed il sospetto
Cercherà l’orme sue, fin che le scopra.
Ma che un gregario cavalier, che Svarto
Manchi, non fia che più s’avvega il mondo,
Che d’un pruno scemato alla foresta”


Poi, nel III atto Svarto raccoglie i frutti della missione: dopo la rotta dei longobardi alle chiuse, Carlo lo nomina conte di Susa, dandogli quello che s’aspettava: il prezzo del tradimento. Ma non la propria stima (a Svarto ed ai Duchi traditori) infatti in disparte dice al franco Rutlando 


“Rutlando, ho io chiamati
Prodi costor? Pur troppo. Errato ha il labbro
Del re. Questa parola ai Franchi miei
In guiderdon la serbo. Oh! Possa ognuno
Dimenticar ch’io proferita or l’abbia”,


pentendosene quindi subito. Immediatamente dopo entra in scena il longobardo Anfrido, morente e sorretto da due Franchi, e Rutlando così lo presenta

“Ecco un nemico….Il solo che pugnasse, è costui”..


Carlo ammirato esclama


“Rutlando,
Ecco un prode”

e ad Anfrido

“O guerrier, perché gittavi
Una vita si degna? Che, a noi cedendo,
Guerrier restavi e non prigion di Carlo?”.


 Anfrido conferma la propria fedeltà ad Adelchi: e Carlo risponde al moribondo:


“Tu porti
Teco la nostra stima. È il re de’ Franchi
Che ti stringe la man, d’onore in segno,
E d’amistà. Nel suol de’ prodi, o prode,
Il tuo nome vivrà”.

C’è poi il monologo, nel IV atto dell’Adelchi, di un altro traditore, ma più tormentato, Guntigi. Il quale a differenza di Svarto, che tradisce senza remore, ne ha qualcuna. In primo luogo tra il desiderio di conservare quello che ha (diversamente da Svarto è un duca) e il giuramento di fedeltà, residuo di una certa nobiltà d’animo e dell’onore di ceto. Ma il timore di perdere ciò che possiede lo fa tradire: se Svarto è un traditore in carriera, Guntigi è versipelle per conservare ciò che ha. L’uno certat de lucro captando; l’altro de damno vitando.

Diversi per nascita, fortuna, funzioni, Svarto e Guntigi hanno in comune d’agire per l’interesse (personale): entrambi – diversamente da altri tipi di traditori che lo fanno per un motivo ideale (o ideologico) o comunque per l’interesse degli altri – lo fanno per il loro tornaconto. Il primo per progredire, l’altro per non scendere.

2. Perché Svarto (e in misura minore Guntigi) è il “tipo ideale” del traditore all’italiana – compresa l’Italia post-moderna? Perché ne ha tutte le caratteristiche principali: in fondo Svarto – e i suoi cloni – li potete incontrare tante volte, anche in un film di Sordi (e non solo).

Il longobardo è oscuro, ambizioso, amorale e soprattutto privo di qualsiasi inclinazione al bene – e all’interesse – pubblico. È tutto volto al privato (proprio). La distinzione tra pubblico e privato in lui è completamente assente; non la sente e non la capisce perché ne è privo: neppure ne sospetta l’esistenza. Guntigi, che un po’ di quella ancora ha, ne è l’espressione meno potente; è con Svarto che il “Franza o Spagna, basta che se magna” diviene – ante litteram – la confessione di fede del versipellismo nazionale.

L’amoralità del longobardo è tale in senso radicale. Questa non consiste in quello che si rinfaccia in genere ai politici (e alla politica) che non è assenza di morale, ma assenza della morale comune, ma comunque è morale (come scriveva Croce- anche se spesso tra l’una e l’altra si fa confusione). E con essa, dato che la morale politica è essenzialmente la dedizione al bene comune, Svarto ha l’indifferenza all’interesse della comunità. Altra caratteristica che si può riscontrare nelle opere (non - ovviamente - nelle parole) di tanti personaggi della storia moderna e della cronaca recente.

Poi l’oscurità: anche qui se pensate agli ultimi trent’anni di storia italiana c’è tutto un pullulare di personaggi talvolta di modesta estrazione sociale, ma, per lo più, politici di serie B che, dopo tangentopoli, hanno fatto  carriera nella “seconda repubblica”; a distanza di tempo ottenendo soprattutto l’effetto di far rimpiangere quelli detronizzati. Anche se non tutti sono traditori (nel senso di Svarto) molti hanno cambiato casacca, idee, partiti e probabilmente padroni (raramente palesi, per lo più occulti) con noncuranza.

Quanto all’ambizione molti ce l’hanno ma per lo più i traditori post-moderni somigliano a Guntigi più che a Svarto. La loro bandiera è, come diceva Longanesi – il Tricolore con su scritto “Tengo famiglia”. E a differenza di Guntigi che sottolinea il proprio coraggio nell’affrontare il rischio del tradimento, di rischi ne corrono pochi o nessuno: per cui neppure del coraggio si possono ammantare.

3. Manzoni, col personaggio di Svarto ha ricordato caratteri (e conseguenze) del tradimento (politico), che attengono all’essenza del rapporto e del “politico” in genere.

In primo luogo la considerazione del traditore: è utile, ma degno di disprezzo. Il nemico si affronta in battaglia, ma lo si riconosce come combattente legittimo. È una conseguenza collaterale della distinzione romana (e romanistica) tra nemico e criminale. Il nemico, partecipe di una comunità che si fonda sul rapporto di protezione (dal capo al seguito) e di correlativa fedeltà (dal seguito al capo), si rispetta, il traditore no: lo si giudica.

L’ultima scena dell’Alexander Nevsky di Eisenstein, dove il condottiero russo salva i prigionieri teutonici, ma il traditore viene linciato dal popolo ne è una rappresentazione cinematografica quanto mai espressiva. Il traditore rompe il rapporto (protezione/obbedienza), quindi è in se infido e non lo si può considerare un vero seguace (né, ovviamente, un suddito leale). Anzi usa l’intrigo e l’inganno mascherandosi da fedele: è un ipocrita, il peggiore dei sudditi possibili, come faceva notare Molière a Luigi XIV, perorando la causa del suo Tartuffe.

In secondo luogo la ricordata indifferenza all’interesse comunitario (il bonum commune), e la considerazione solo di quello proprio. Un traditore siffatto è inutile alla creazione e mantenimento di un qualsiasi ordine politico: questi divergono per tante cose, ma convergono nella necessità che vi sia un bene comune che vada perseguito. Al contrario di un traditore “ideologico” che crede in una società e una sintesi politica altra da quella che combatte, e quindi può divenire il più fedele dei sudditi di un diverso regime politico (come capitato tante volte nel secolo scorso, della guerra civile europea/mondiale), gli Svarto sono inutili, anzi dannosi a qualsiasi ordinamento, perché tutti si fondano sullo scopo di realizzare il bene comune (variamente inteso).

Infine la modesta estrazione del longobardo mostra come l’ambizione, che in sé non è un dato negativo, possa diventarlo. E ancor più, che il tradimento è tanto più pericoloso quando è perpetrato da coloro che fanno parte della cerchia del potere e/o dell’aiutantato del potere (Miglio) cioè dei seguaci del capo “inseriti” nell’organizzazione politica. Svarto non fa parte del “volgo disperso” ma è un cavaliere longobardo: quindi aiutante del potere.

Manzoni nell’Adelchi ha creato un dramma che ai giuspubblicisti ha dato vari spunti ai quali, da ultimo, occorre aggiungere – anche per l’attualità – Svarto; l’Adelchi si può considerare come il dramma dell’unità e dell’indipendenza politica degli italiani: alle quali gli Svarto (sotto qualsiasi  soprabito) sono stati – e sono – quanto mai nocivi.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 commento:

Domenico Faccini ha detto...

Non rimane che una scelta: essere vittima o carnefice!