martedì 17 novembre 2009

Il “caso” Pallavidini ed il mio. – Il “mostro” risponde…

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Vers. 1.5 del 18.11.09

Questo blog era nato allo scopo di trattare le questioni connesse alla libertà di pensiero. Altri temi, come la questione palestinese, sono stati trattati abbondantemente e lo saranno ancora, proprio perché in ordine a ciò che tragicamente succede in Palestina i nostri maggiori quotidiani, le nostre televisioni, non solo amministrano quotidianamente una menzogna di Stato, ma alterano la formazione del libero pensiero altrui mettendo in circolazione dati falsi e producendo “pregiudizi”, a liberarsi dei quali non basta più la controinformazione ma ci vuole soprattutto una formazione critica che ormai la nostra scuola impartisce sempre meno. In fondo le giornate della Memoria o delle Memorie non sono altro che operazioni ideologiche di regime che qualsiasi serio educatore abolirebbe, fatto salvo ogni rigoroso insegnamento della storia.

Dopo la consueta premessa, passo ora ad abbozzare un argomento singolo sulle quali ritornerò con miglioramenti ed approfondimenti. Voglio fare un’analogia fra il “caso” Pallavidini risalente ad almeno tre anni fa ed al mio di questi giorni, ancora in atto, e non concluso. Gli svolgimenti sono qui in progress, in tempo reale. Provo a riassumere il caso Pallavidini con le immancabili inesattezze sul quale potrà correggermi ed integrare l’interessato stesso.

Era iniziato quel caso direttamente a scuola, dove il docente lavorava. Avvicinato, probabilmente ad arte, da alcune studentesse, le venivano poste domande “trappola”, dove il docente del tutto in buona fede e senza nulla doversi rimproverare rispondeva con sua scienza e coscienza, ma certo non dovendo rischiar nulla in condizioni normali. Queste studentesse riferivano a “chi di dovere” che, a sua volta, interveniva (c’era da dubitarne?) e faceva immediatamente scoppiare lo “scandalo” e la “persecuzione”. Situazione che – come sappiamo – è costata al prof. Pallavidini circa tre anni, certamente non piacevoli, di vicende giudiziarie. Un’aula di giustizia, o anche uno studio legale, hanno sempre qualcosa di kafkiano che ognuno di noi vorrebbe risparmiarsi. Anche quando si “vince” in giudizio, in realtà non si vince mai… In particolare, per quel che si è perso in tranquillità e serenità che normalmente uno studioso o un docente riserva agli studi.

Io a lezione non ho mai trattato i temi che mi sono stati contestati, per il semplice fatto che, io, di quegli argomenti, alquanto complessi, professionalmente parlando, ne so poco o nulla e non mi interessano oltre una certa soglia. In sede amministrativa, non ho nessuna difficoltà a dimostrarlo. Mi occupo invece di “libertà di pensiero”, ossia dei fondamenti di ogni sistema autenticamente democratico. In me si è quindi voluto colpire una mera opinione, peraltro a me attribuita artatamente. Per fortuna, a Costituzione vigente anche quella opinione inventata ed attribuitami ad hoc, sarebbe stata perfino lecita. Ho scoperto con mano, e sulla mia “pelle” – non per sentito dire… – il meschino ed indegno ruolo della stampa e dei media, che – a parole, come sappiamo – vorrebbero apparire come gli “infallibili” depositari e custodi delle nostre libertà. Non mi stancherò mai di ripetere l’abissale differenza fra libertà di stampa e libertà di pensiero. Siamo persi se facciamo confusione fra due cose fondamentalmente diverse e spesso contrapposte.

Si vorrebbe introdurre un regime di terrore, dove si dovrà avere paura di esprimere il proprio pensiero – giusto o sbagliato – su una serie di temi sensibili, sui quali si è creato, non da oggi, un’incredibile e mostruosa sovrastruttura ideologica. I regimi totalitari del passato non avrebbero saputo far di meglio, anche perché non disponevano dei sofisticati mezzi tecnologici odierni. Se è vero che ormai il crocefisso è stato virtualmente tolto dalle aule scolastiche in nome di una libertà di religione per tutti e dunque anche per il non cristiano che verrebbe ad essere molestato dalla presenza di un simbolo cristiano, non si riflette per nulla sul fatto che ogni giornata della Memoria equivale ad una nuova religio che viene imposta a tutti con la forza. Senza dimenticare la riprovazione morale, la sanzione amministrativa ed, eventualmente, il carcere. Se la cosa non appare subito chiara ad ognuno, invito ad una piccola riflessione critica.

Per il caso Pallavidini, si è salutata come una vittoria il fatto che dopo tre anni di battaglia legale si è ripristinata la condizione degli artt. 21 e 33 della Costituzione. Se c’è voluto tanto, vuol dire che quegli articoli hanno ancora un valore “programmatico” e non sono divenuti normale prassi del nostro vivere quotidiano. Vi è poco di che stare allegri. Si noti altresì che a conclusione della vicenda giudiziaria di Pallavidini, non vi sono stati i “riflettori” dei media televisivi e della carta stampata, per trarre dal fatto le giuste evidenze. Non vi sono stati talk show televisivi. La notizia della sua «assoluzione» ha avuto assai meno copertura della sua precedente ed ingiustificata messa alla “gogna”.

Ciò non è confortante. Se si ricorda, in Francia, il modo in cui è stata introdotta la legge Fabius-Gayssot (massimo esempio di barbarie giuridica della nostra epoca), si vedrà che una serie di sentenze della magistratura francese riconosceva il diritto di libertà di pensiero degli accusati. Cosa hanno fatto i politici francesi, ovvero la Lobby? Hanno fatto passare una legge, dove si dice che quella determinata opinione, è in sé un crimine! Quindi, il pensiero, in quanto tale diventa “criminale” ed entrano nelle carceri di quel Paese – non per metafora… – una nuova categoria di rei: i “criminali del pensiero”. Qualche bello spirito ha pensato di coniare lo slogan: “assassini della memoria”. Una formula chiaramente assurda e logicamente inconsistente, mentre è invece corposamente attuale quella di “criminale del pensiero”.

Ed allora? Ritengo che – senza il minimo indugio – si debba comunque reagire. Ad esempio, costituendo un movimento politico ad hoc, per la difesa della libertà di pensiero. Va da sé che, per la difesa di questa fondamentale libertà, non possono essere gravati i partiti esistenti, né i sindacati, né altre organizzazioni. I sindacati fanno benissimo ad occuparsi di posti di lavoro a rischio. I partiti, ormai, sono un ceto particolaristico di persone che dalla politica traggono la loro fonte di sussistenza: spesso non hanno mai avuto un lavoro in senso proprio. Ognuno può compilare a mente una sua lista di gente che vive, ha vissuto e continua a vivere soltanto di politica e con la politica. Di costoro, noi cittadini non possiamo assolutamente fidarci. I nostri interessi ed i nostri diritti, se affidati a costoro, verranno svenduti sul bancone dei “poteri forti”.

Che fare? Solo per dare un esempio: sono disposto a sfilare, ogni settimana, con cartelli e megafoni, per le piazze d’Italia, con il professor Pallavidini e con quanti altri sono stati repressi nel loro elementare diritto a poter dire ciò che pensano. Non dovrebbe più accadere che ognuno di noi subisca senza reagire attacchi, offese e linciaggi. Ho potuto sperimentare quanto sia facile liberare la gente comune dalle menzogne dei quotidiani cartacei e delle televisioni. Bisogna trovare il tempo, la pazienza, la gentilezza per spiegare ad ogni passante che è lui stesso in pericolo, non appena in un luogo pubblico osi esprimere una sua pur semplice e fallibile opinione. Alla fine della seconda guerra mondiale si è voluto far credere che ciò che rendeva migliore e preferibile il sistema impiantato dai vincitori in rapporto a quello dei vinti, era una fondamentale differenza: la libertà di pensiero e di parola che da quel momento tutti avrebbero avuto, mentre prima, non era così. Ma è vero? Dov’è il tangibile di quella promessa?

domenica 15 novembre 2009

Le pasquinate “leggendarie” di Repubblica. – Il “mostro” risponde...

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Vers. 1.2 del 17.11.09

Quando lessi l’articolo che Marco Pasqua aveva scritto su me, sbattendomi in prima pagina come un mostro, la mia prima reazione fu di semplice e categorico rigetto: non è possibile, mi sono detto! Di fronte alla “porcheria” ed al fetore che ne emana, in genere ci si ritrae. Non riconoscendomi per nulla nella caricatura che di me veniva fatta – per di più, nella totale falsificazione del mio pensiero – non potevo certo mettermi a discettare su ogni singola frase che era stata stampata. Dico: stampata. Io faccio fatica a sostenere ed illustrare che la forma di scrittura su internet è qualcosa di stilisticamente e concettualmente diverso dalla carta stampata. Purtroppo, si assimila ed equipara un blog ad un giornale della carta stampata. Se però scrivo per la stampa cartacea sono diversi i metodi e le impostazioni concettuali che adopero. Lo posso affermare, come autore di testi, per ciò che mi riguarda. Di altri, non so e non sono tenuto a sapere: ognuno pensa e lavora con propri metodi. Ma tornando a Repubblica, dico che ciò che ritenni di dover fare fu una pronta “reazione a caldo”. Scrissi immediatamente al direttore responsabile, per smentire in toto il contenuto dell’articolo di Pasqua. Ne mandai identica ed istantanea copia al mio Rettore, che però, non so per quale ragione, dette l’impressione di preoccuparsi molto di più di comparire in televisione per parlare di me che non di trovare il tempo per potermi ascoltare.

L’analisi delle falsificazioni diffamatorie di Pasqua è possibile solo in un secondo tempo. Una volta, cioè, che sia cessato il clamore della montatura giornalistica e mediatica, avviando una serena e pacata riflessione. Repubblica non è nuova a queste cose. E alla sua Redazione rinfacciavo ciò nella prima stesura della mia lettera di replica, alla quale è seguita poi una lettera del mio legale, redatta secondo le indicazioni della giurisprudenza. Una vittima più illustre di me, ma con mezzi ben altri di cui dispongo io per poter replicare è stato Silvio Berlusconi. Devo però dire che ho seguito pochissimo quelle sue vicende. Mi è bastato subodorare che si trattava di donne, anzi di prostitute, per rivolgere la mia attenzione a temi più seri ed interessanti. Vi è stata una risposta di Berlusconi alle 10 domande poste da Repubblica. Ho letto anche di qualcuno che pretendeva le risposte di Berlusconi in parlamento: a domande poste da un quotidiano tendende allo scandalistico, come Repubblica! Ne hanno fatto una sorta di Terza Camera.

È ancora troppo grande il disgusto che avverto, per andare a prendere il testo di Repubblica, ma posso intanto osservare come il Pasqua si sia sbizzarrito ad andare a cercare quel che gli faceva comodo per suoi fini (che posso solo sospettare ma non indagare), trascurando ‘quattro parolette’ essenziali che smentivano tutto il suo castello di fandonie e riconducevano il discorso nell’alveo della posizione in cui intendevo ed intendo collocarmi: libertà di pensiero e di ricerca per tutti, e senza criminalizzazione per nessuno. Ecco le quattro parolette:

Non intendo negare alcunché
(vedi originale dell’epoca
alla data del 21 ottobre 2006
)

«Il tema del “cosiddetto Olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.

Per l’uso dell’espressione “cosiddetto Olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!

[Si noti bene che il quotidiano di cui qui si parla non è la “Repubblica”, ma la “Stampa”, che però a differenza di «Repubblica» pubblicò all’epoca ben due mie lettere di replica e smentita. Ch’io sappia, fino a questo momento, «Repubblica» non ne vuole sapere di ottemperare alle leggi sulla stampa e sul diritto di replica. Con la «Stampa» si era trattato di un analogo tentativo di bollare con il marchio infamante di “negazionisti” un gruppo di persone, che reagirono prontamente a questa manovra. Qui il fuoco è stato tutto concentrato su di me. Ma anche sulla “Stampa” respingevo l’addebito di “negazionista”. La relativa documentazione è disponibile pure sul mio blog. Il sig. Pasqua si è ben guardato dall’andarla a leggere e consultare.]

Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuole alludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’Olocausto il neo stato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti, si sa, non bisogna toccarli e disturbarli».
(Ripreso
da una fonte testimoniale esterna, il cui testo appare in numerosi siti)

Prima e dopo questa affermazione netta, perentoria ed inequivocabile si trova la spiegazione di un titolo che suonava esattamente: «La leggenda dell’ “Olocausto”: riapertura di una discussione» e che avrebbe potuto certamente essere formulato diversamente, senza sacrificio del mio pensiero, se soltanto avessi potuto prevedere e sospettare l’incredibile malafede e disonestà intellettuale dei miei avversari. Né va taciuto il fatto che, a Costituzione vigente, anche l’affermazione «Napoleone non è mai esistito» è lecita e non costituisce reato. Del resto, senza una spiegazione aggiuntiva, l’affermazione stessa è per nulla probante. Potrebbe significare ad esempio: “Non abbiamo appreso nulla da lui”. In ogni caso il termine ‘leggenda’ usato come predicato nominale, non esiste in nessuna parte dei miei scritti, anzi – per essere più preciso – nelle mie ‘bozze’ su rete. Nei miei scritti a stampa, per nulla.

Anche l’idea della “verifica” dei dati è stata del tutto alterata dal Pasqua, che aveva un irrefrenabile bisogno di creare un “mostro”. Proverò a fare alcuni esempi, ma senza toccare la spinosa materia. Si tratta di dati puramente quantitativi. Mi servo di un aneddoto che mi è effettivamente capitato. Lavoravo in un ufficio, dove ancora si usava pagare lo stipendio in contanti. Una ragioniera passava per le stanze e portava ad ognuno il suo stipendio. Una di quelle volte, la ragioniera pretese da me con un certa stizza che io contassi i soldi. Volendo essere cortese, risposi che mi fidavo e che non ve n’era bisogno. Ma lei insisteva, avendo da altri, non da me, contestazioni contabili. Al conteggio ripetuto dei soldi davanti a lei, emerse che mi veniva pagato meno del dovuto! Ne prese lei atto e mi diede il mancante. Non misi in dubbio la sua buona fede. Si trattava di un banale errore. Ma se non vi fosse stata una verifica, nessuno dei due se ne sarebbe accorto. La verifica dei dati, infatti, serve per confermare una verità, non per negarla. A buon intenditore, non occorre dire altro. Agli scorretti o agli sleali, è inutile finanche parlare.

Nota: A proposito di «Commenti», il mio “timore” o meglio circospezione potrà esserci o non esserci, ma ritengo che sia il caso di cambiar registro. Per il passato non ero stato esigente o rigido nell’approvare o meno i commenti ed ero assai di manica larga. Adesso le cose cambiano oggettivamente per motivi che credo non occorra spiegare. I “commenti” saranno utili e preziosi se apportano un contributo, anche critico, al testo del post. Altrimenti non servono e sono tanto più sospetti quanto appaiono fuori luogo, illegali, offensivi, non pertinenti.

giovedì 12 novembre 2009

Il linciaggio continua: Ernst Nolte aggredito a Trieste. - Il “mostro” risponde…

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Vers. 1.5 del 15.11.09

Avviso i miei abituali lettori che ormai la prima pagina di questo blog è destinata a tempo indeterminato al “caso” che mi riguarda in prima persona. Le serie aperte (elenco dei checkpoints, degli insediamenti, dei villaggi palestinesi distrutti, ecc., verranno continuate in blogs affini che sono ben in evidenza nella colonna di destra). Ho affidato al mio legale i rapporti con “Repubblica” e non intendo più scrivere o telefonare a quella redazione. Il danno che potevano fare lo hanno già fatto ed anche ove si decidessero a pubblicare la mia replica, redatta dal mio legale, sarebbe ormai cosa tardiva. In un certo senso, come ho già detto, si tratta di una rivelazione personalizzata di cosa è la stampa e la televisione italiana. Lo sapevo già sul piano teorico, lo so adesso per esperienza diretta, avendo toccato con mano. Anche se sono apparsi manifesti istiganti al mio omicidio, di cui è stata fatta debita denuncia, sono fortunatamente ancora vivo ed ancora capace e determinato a pensare liberamente senza lasciarmi intimidire.

Non mi piace fare del vittimismo. È per questo che mi soffermo su un caso analogo al mio che è successo pochi giorni fa a Trieste, dove a Ernst Nolte, che era stato invitato dal Comune a parlare sul ventennale della caduta del Muro, è stata fatta una contestazione ignobile da un cinquantina di individui, la cui fisionomia culturale e politica – non anagrafica! – meriterebbe di essere compresa e illustrata. Per la verità, dalle agenzie non è chiaro se tutto il pubblico presente consistesse in una cinquantina di persone e sole alcune di queste avrebbero lanciato una bottiglia in direzione di Ernst Nolte o se il numero stesso dei “contestatori” fosse di cinquanta persone. Poco qui ed ora importa.

Su quanto ho letto in vari link faccio alcune osservazioni, naturalmente con beneficio d’inventario rispetto alla veridicità di quanto riportato. In un sito web Nolte avrebbe detto che è ormai tempo di consegnare al suo destino il termine “antisemitismo”. Concordo pienamente ed ho cercato di affermare lo stesso concetto nelle interviste fraudolente che mi sono state estorte. Questa parola è ormai diventata una sorta di arma terroristica con la quale si pretende di tacitare ogni lecita critica o riflessione su una gamma assai vasta di questioni. L’accusa di “antisemitismo” appare nei contesti più disparati e costringe l’avversario a porsi sulla difensiva: “No, io no, proprio no! Non sono antisemita e sono pure stato in questo o quel posto. Ho perfino dei parenti...”. E simili umilianti difese che non dovrebbero essere, dovendo piuttosto rispondere penalmente chi lancia accuse gratuite. Ma sembra invece che costoro godano della più completa impunità e protezione.

Altra espressione che ha richiamato la mia attenzione sono state le «velenose ambiguità» che caratterizzebbero la vasta produzione di Ernst Nolte, dalla quale egualmente vengono estrapolate frasi staccate ricomposte poi in modo «stupido» e diffamatorio. Siamo di nuovo alle solite. Ormai siamo fuori dall’ambito storico vero e proprio. Si è creata una sorta di “religio” verso la quale si chiedono cieche, assolute ed incondizionate professioni di fede, pena il “rogo” o la “gogna”. Mentre viene tolto il crocefisso dalle scuole si impone invece una nuova forma di religione alla quale nessuno si può sottrarre e della quale tutti si rendono complici.

Altro dato che ha attratto la mia attenzione è stato il riferimento ad una conferenza romana di Nolte, della cui eco avevo avuto notizia ma alla quale non avevo partecipato. Era presente l’ambasciatore israeliano che intervenne pesantemente su alcune affermazioni di Nolte. Per associazione di idee la mente salta ora ad una tesi dello storico Tony Judt, il quale se ben ricordo nega allo Stato di Israele la sua presunta “democraticità”. Egli parla invece di «etnocrazia» dove a farne le spese sarebbero i Palestinesi. Io mi chiedo provocatoriamente se la condizione di oltre 57 milioni di Italiani non sia in fondo direttamente o indirettamente simile a quella dei Palestinesi.

In questo blog (interessante in Beppe Grillo: «Cosa è un blog?» Non è la carta stampata! Spero i giudici lo capiscano), dico in questo blog avevo inteso condurre un’indagine analoga a quella di Mearshemer e Walt per l’Italia e l’Europa. Direi che da noi la situazione sia tre volte più pesante e grave: a) per la pressione che su di noi da sempre esercitano gli USA; b) per la pressione che su di noi esercita lo stato di Israele; c) per la presenza di una lobby interna e per la totale o quasi identificazione delle comunità ebraiche italiane con la politica e lo stato di Israele. A me sembra che da noi le cose stiano assai peggio che negli USA di Mearsheimer e Walt. Quanto succede in questi giorni, a me, a Nolte, a Pallavidini ed a chissà quanti altri, è solo un piccolo esempio, assurto alla “gogna” mediatica, arma privilegiata del regime.

Ripeto alla noia che insieme con Nolte mi colloco nella posizione non dello storico “negazionista”, ovvero “revisionista”, che mai sono stato ed il cui mestiere non intendo intraprendere, ma in quella di un cittadino e filosofo del diritto che rivendica libertà di pensiero e di ricerca, in regime di rispetto, e non di mera tolleranza, di quanti intendono intraprendere ricerche in qualsiasi ambito storico o filosofico, anche contestando e rimettendo in discusssione “verità acquisite”. Sarà poi il sereno e civile dibattito fra competenti a stabilire la fondatezza o meno delle contestazioni. Non possono essere i faziosi ignoranti a stabilire cosa gli altri possano o non possano pensare oppure debbano o non debbano pensare. La civiltà ed il progresso sono andati avanti con la libertà, non con la repressione e l’oppressione.

Links:

1. Elenco di links che si occupano dell’evento: a) Cameratescamente; b) AGI; c) Il Piccolo; d)

2. Le “velenose ambiguità”. – Da notare la colpevolizzazione di tutto il popolo tedesco, ma senza che nessuno possa poi indagare liberamente su come stessero le cose. Si ricordi il caso della conduttrice televisiva tedesca subito licenziata per aver detto che durante il nazismo vi era stata una buona politica a protezione delle ragazze madri, se ben ricordo il caso. Chiedo scusa se ripeto sempre “se...”, ma non dispongo di una memoria alla Pico della Mirandola.

3. La stupida bottiglia. – La stupidità, la malafede, l’ignoranza sono avversari potentissimi.

4. Libertà, libertà! – Pare di capire che nella sala non vi fossero solo i “contestatori” di Nolte, ma anche altri che Nolte volevano avere loro la libertà di ascoltarlo, lasciando a Nolte la libertà di parlare. I regimi di Germania, Francia, Austria, Svizzera e Italia si vanno attestando su un nuovo capisaldo: non far parlare l’altro. Ma per giungere a ciò occorre calpestare la costituzione italiana vigente.Vi sono già deputati disponibili allo scopo. Nella costituzione tedesca esiste un apposito articolo, in contrasto – a mio avviso – con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

5. Chi altro? – Trovo piuttosto curioso l’articolo di cui al link. Se ben si capisce, si è trattato di invitare uno storico tedesco per parlare sulla caduta del muro di Berlino. Una conferenza, non un convegno. La conferenza è tenuta solitamente da una persona che si invita allo scopo. In un convegno ci si può anche confrontare su tesi contrapposte. Parlare di “contradditorio” ad una conferenza mi sembra improprio. Se al pubblico viene concessa la parola, si ha il massimo contradditorio possibile. Purtroppo, a Trieste hanno parlato solo le bottiglie e l’ottusa intolleranza. Infine, è da notare che di solito voci come quella di Nolte non vengono per niente sentite e la musica che abitualmente si ascolta è di altro genere. Quindi, veramente pare curiosa l’idea che accanto alla conferenza di Nolte avrebbe dovuto esservi una controconferenza, magari simultanea, in una sala accanto.

6. Il video della vergogna. – Sarebbe una ricchezza se quei giovani che gridano parole come “fascismo”, “nazismo”, etc,, avessero per lo meno una comprensione concettuale dei termini che usano. Per comprendere questi concetti vi sono persone che vi dedicano tutta la loro esistenza professionale. Gli avvinazzati dell’ideologia non hanno bisogno di conoscere, di studiare, di comprendere, di interrogarsi, di verificare i luoghi comuni e le banalità di cui si nutrono e con le quali campano. Per carità di patria! Si può non essere d’accordo con questa o quella tesi. Ma innanzitutto bisogna conoscerla, comprenderla e consentire a chi l’ha elaborata con una vita di studio, o almeno con anni di ricerche, di poterla esporre. L’intolleranza invece non vuole sentire, perché la Verità già la possiede in tasca, con poca fatica. L’ha acquisita nel sonno. Mah! Un dato che mi sorprende è che quando si parla di “fascismo” o di “nazismo” si tratta di un periodo storico di cui ormai la maggior parte delle persone non ha ricordo ed esperienza diretta. Se ne ha soltanto una conoscenza ideologizzata, di fronte alla quale si dovrebbe piegare e arrendere qualsiasi ricerca storica. È una barbarie incredibile.

7. Un mio ricordo personale del Muro. – Non è storia, ma uno schizzo di vita vissuta. Era nel 1979 e mi trovavo con una comitiva in vacanza a Dresda. Eravamo ospiti della FDJ, cioè la federazione giovanile comunista, essendo noi un gruppo di vacanza organizzato dall’ETLI, un’associazione sindacale. Insomma, avevamo un buon trattamento per ragione di “classe” ed “ideologiche”. Passarono tre settimane e quando alla fine fummo accompagnati dalla nostra guida tedesca, una biondina, fino al Muro che noi potevano passare e lei noi, se non dopo aver compiuto i 60 anni, vidi questa giovane, con la quale non avevo particolarmente solidarizzato in tre settimane, scoppiare in un pianto dirotto come neppure i bambini fanno più. La cosa mi sorprese e mi informai poi per lettera di cosa fosse successo. Non era la sola ad aver pianto. L’angoscia era tutta nello stare divisi da un muro, che una parte di umanità non poteva attraversare. Ricordo quel muro. Certamente non lo rimpiango. Ma di muri purtroppo ve ne sono ancora tanti altri, anche più solidi di quello abbattuto nel 1989. Non ho ancora capito contro chi e contro cosa protestassero i lanciatori triestini di bottiglie.

8. Un tentativo di spiegazione. – Nel link trovo piuttosto schematiche e poco interessanti le spiegazioni che comunque vanno a giustificare un vero e proprio atto di squadrismo, come la contestazione a Nolte, le cui tesi dovrebbero far riflettere quanti ancora al comunismo pensano di potersi richiamare. In fondo, inverano il peggior “fascismo” quanti pensano di poter opporre la mera violenza a quella che resta un’interpretazione della storia del XX secolo tra le più interessanti e stimolanti che si conoscano. Quanti non si dimostrano in grado di confrontarsi con le idee sul piano stesse delle idee, ma invece reagiscono reprimendo e criminalizzando il pensiero altrui, non si sono per nulla allontanati da quel “nazismo” o “fascismo” che nella seconda metà del Novecento è diventato paradossalmente il collante ideologico dei regimi sorti dalla disfatta bellica e dalla divisione dell’Europa, di cui il Muro era il simbolo più evidente. Del fascismo se ne è fatta una caricatura e la si è impersonata, dicendo di volersi contrappore ad un fascismo che non esisteva più. È l’ideologia dell’antifascismo.

domenica 1 novembre 2009

Il diritto di replica negato: la Repubblica del linciaggio

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Vers. 1.8 del 7.11.09

Mi dicono che è di estrema gravità il fatto che il quotidiano “La Repubblica” non abbia provveduto a pubblicare entro le 48 ore la mia replica all’articolo apparso su di me. Ne ho fatto richiesta per ben 3 volte: il 23, il 26 e il 29. Ho anche telefonato senza risultato e riportando un’impressione assai negativa circa il rispetto della legalità da parte di un grande organo di stampa. Un quotidiano cartaceo non è un blog personale, sulla cui natura giuridica e sostanziale vi sarebbe molto su cui chiarirsi. Non ho altro strumento a cui affidare il mio pensiero e la mia difesa che questo mio blog, da cui tutto è partito e di cui non mi stanco mai di ripetere che trattasi di una forma di scrittura e una forma di pensiero che non può e non deve essere assimilata alla carta stampata tradizionale (giornali, libri, riviste, atti di convegni, ecc.). Avevo perfino stabilito un regolamento di utilizzo per i lettori dei miei blogs. Ma questo è altro discorso. Riporto ora qui di seguito quella che era stata la mia tempestiva replica a quanto apparso su “Repubblica”. Al pari di Berlusconi – che chiamo a mia difesa come supremo garante del sistema democratico nella sua qualità di capo politico – mi è stato mosso un attacco, le cui cause e finalità intuisco facilmente.

Il testo della mia replica, non pubblicato

Al Direttore della Repubblica,
e p.c. Al Rettore Luigi Frati

Ho trovato nella vostra edizione di ieri 22 ottobre un articolo di tal Pasqua interamente a me dedicato. Trattasi di una totale alterazione e falsificazione del mio pensiero non perché le frasi riportate non possano essere a me riconducibili, ma perché trattasi di una collazione di frasi staccate dal loro contesto organico di migliaia e migliaia di pagine in continua elaborazione e modificazione. Il tutto deve essere inteso unitariamente se si vuole conoscere il mio pensiero. Stante la continua elaborazione e l’ingente mole di testi e di argomenti trattati, è però sempre necessaria la mia interpretazione autentica per chi ne voglia fare un uso esterno ai miei blogs: non ho autorizzato né estratti né manipolazioni. Simili metodi venivano usati dal Tribunale dell’Inquisizione per mandare sul rogo moltissime persone. In un certo senso vi ringrazio per avermi fatto intendere come mai prima d’ora la differenza abissale fra la libertà di stampa che è solo vostra (a mio danno) e la libertà di pensiero che è mia e di ogni comune cittadino, anche analfabeta. Non ho dunque che da sconfessare interamente il contenuto dell’articolo di Pasqua in quanto manipolato nel senso sopra detto.

Peraltro il Pasqua, che mi aveva inizialmente raggiunto sul cellulare, nel quale ho fornito spiegazioni essenziali da lui comunque non riportate nell’articolo, ha poi omesso di chiamarmi il giorno successivo sul mio telefono fisso, avendo io consentito di chiarirgli meglio quanto necessario e di seguito sinteticamente riportato.

Non mi occupo professionalmente e scientificamente di temi riguardanti i campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Come filosofo del diritto mi occupo invece dei temi attinenti la libertà di pensiero e di ricerca. Essendo a me noto che sui temi suddetti in paesi come Germania, Francia, Svizzera e spero non anche in Italia esiste una lunga detenzione penale per quelle che io ritengo mere opinioni o tesi o ipotesi di lavoro in quanto tali lecite e garantite non solo dalla nostra costituzione ma anche dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, io ho inteso scendere pubblicamente in campo per la strenua difesa di questi valori costituzionali che sento minacciati: libertà di pensiero e libertà di ricerca, che chiaramente suppongono un loro oggetto, che potrà essere mutevole nel tempo e che nel caso specifico riguarda i campi di concentramento, non oggetto di mia occupazione scientifica e professionale.

Questo è quanto: nulla di più e nulla di meno. Il resto è dettaglio e strumentalizzazione, alla quale credo il vostro giornale sia uso.

*

Un nuova richiesta di rettifica è stata inviata dal mio legale nei termini che seguono:

Roma, 2 novembre 2009

Al Direttore Responsabile del quotidiano “La Repubblica”

Oggetto: Rettifica ex art. 8 L. 47/1948 - articolo del 22 ottobre a firma del signor Pasqua

In nome e per conto del dr. Antonio Caracciolo, e facendo seguito ai messaggi elettronici dello stesso, inviati nei giorni scorsi, aventi il medesimo tema dell’articolo attribuenti posizioni “negazioniste” al mio cliente, faccio presente:

a) il pensiero del dr. Caracciolo è stato alterato perché trattasi di collazione di frasi staccate dal loro contesto organico di migliaia e migliaia di pagine in continua elaborazione e modificazione: l’articolo cita infatti scambi di opinione su “blog”.

b) Il dr. Caracciolo non si occupa professionalmente e scientificamente di storia del XX secolo né, in particolare, di persecuzioni anti-ebraiche. È il principale traduttore in Italia di Carl Schmitt, ed ha diretto due riviste, Behemoth e De Cive, le cui collezioni complete sono a disposizione del sig. Pasqua, onde constatare che non vi è un solo rigo sui campi di concentramento, né sull’«Olocausto»; del pari nelle prefazioni e nelle note redazionali delle numerose opere di Schmitt tradotte dallo stesso. E nessuno di tali temi è stato trattato nella sua attività di ricercatore, anche didattica.

c) Come filosofo del diritto si occupa invece dei temi attinenti la libertà di pensiero e di ricerca. Dato che in altri paesi sono previste pene detentive per reati d’opinione, in violazione di dette libertà, lecite e garantite non solo dalla nostra costituzione ma anche dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ha inteso scendere pubblicamente in campo per la strenua difesa di questi valori costituzionali che sente minacciati: libertà di pensiero e libertà di ricerca.

Data la sensibilità alla legalità del Suo giornale, confido nella pubblicazione di questa rettifica.

Distinti saluti
Avv. Teodoro Klitsche de la Grange

Si tratta nel primo caso di un testo ormai rigido, che è quello effettivamente inviato e scritto in modo pressochè istantaneo, senza tener conto di una giurisprudenza che ad esempio parla di trenta righe di testo e simili. Sono quisquilie che avrebbero ben potuto essere superate ove vi fosse stata buona fede: avevo anche telefonato subito dopo l’email. Il mio modo di scrivere e pensare in internet ha delle specificità diverse da quelle adottate per la carta stampata, che è per me altra cosa. Il mio modo di scrivre in rete comporta che io non posso rileggere un mio testo senza riscriverlo in modo diverso, modificandolo, sviluppandolo, approfondendolo: si è così anche dilatata enormemente la sferra dei miei interessi, non ultimo il mio impegno civile per il massacro di Gaza e la pubblicazione integrale del rapporto Goldstone, del quale Repubblica avrebbe ben potuto con maggiore fondamento occuparsi. Se mi sono affezionato a questa forma espressiva che è il blog personale è per questa ragione di continua modificabilità. Non è senza motivo che nella lettera a Repubblica dico che se qualcuno pensa di voler conoscere il mio pensiero deve chiedermelo, non leggere, falsificare e manomettere i miei testi sempre in progress. Ognuno di noi ha diritto all’interpretazione autentica del proprio pensiero: almeno questo!

Sarebbe da sviluppare il tema del rapporto fra stampa, media e democrazia, sempre che di democrazia possa darsene un concetto chiaro e non problematico. Esiste già una letteratura al riguardo. Molti altri ne hanno detto. Qui di nuovo c’è che io nella mia concreta persona tocco con mano quello che prima era soltanto teoria, sentito dire. Caspita! Ognuno di noi sa, o almeno crede di sapere quel che pensa e quel che vuole. Ci si aspetterebbe di essere giudicati e valutati per quello che si dice di pensare e di volere, non per ciò che altri pretendono tu abbia detto o pensato. E se possono esserci equivoci, nulla di più semplice che chiarire alla fonte e prendere atto di ciò che la fonte dice. Elementare, ma la montatura che ho potuto sperimentare sulla mia pelle prova che così non è. Vogliono che tu sia quel che loro vogliono e non quello che tu sai di essere. Poco serve ribadire a chi è in mala fede che mi riconosco interamente nei valori racchiusi nell’art. 3 della nostra costituzione, il cui principio antidiscriminatorio si estende anche all’interpretazione storica dei periodi più controversi. Non solo la stampa – come durante “Piombo Fuso” – è divenuta essa stessa parte di una guerra di sterminio vera e propria, ma anche l’interpretazione della storia – tradizionale ambito professionale di storici e filosofi – è diventato prerogativa di giornalisti e di politici ignoranti e corrotti, che spesso si alternano nei ruoli.

So dell’esistenza di siti di tendenza che naturalmente mi aspetto dicano e scrivano quel che scrivono. So di agenti mediatici pagati direttamente dal governo israeliano. Devo preoccuparmi di loro e confrontarmi con loro? Confutarli? Con gente in mala fede si perde solo il proprio tempo. La rete è anche questo. Si capisce con chi si ha a che fare e dopo si va per la propria strada. Capisco il gioco che si vuol fare su di me: mettermi la patente di “negazionista” e quindi sparare sopra. Ho dichiarato e spiegato ad abundatiam di non esserlo: non ne avrei le competenze. Mi sta però a cuore anche la libertà di pensiero di questi eretici del nostro tempo: non tocca a me valutare le loro tesi storiografiche. Il mio rispetto assoluto dei valori costituzionali dell’art. 3 è per me assolutamente scontato: le “vittime” , tutte le vittime della storia hanno sempre avuto la mia pietà. Se una semplice dichiarazione non basta, cosa vogliono i miei disonesti detrattori? che mi menta a cantare per il loro divertimento? Ribadisco le mie posizioni di sempre: la libertà di pensiero e di ricerca. Conosco ovviamente il principio giurisprudenziale della “continenza”, della “pertinenza”, della “veridicità”. Se vi è polemica, i miei tono sono sempre calcolati ad un livello meno forte di quello dei miei avversari, con i quali non penso di perdere altro tempo.

mercoledì 28 ottobre 2009

Lettera dal Rettore Frati e mia risposta a Gigi Rettore: «Andiamo insieme non ad Auschwitz, ma a Gaza».

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Vers. 1.7 del 2.11.09

Più passano o giorni e più mi diventa chiara la situazione, la sua genesi, la regia occulta, mandanti, esecutori, ispiratori, tecniche, astuzie, e quanto altro. La difficoltà che avverto è quella di descrivere tutto ciò avvalendomi dell’unico strumento mediatico che ho per esprimermi, cioè questo blog e la rete, che non a caso si vuole controllare, si vuole chiudere. Il direttore di Repubblica, da dove il 22 ottobre è partito l’attacco, è persona troppa importante – dice la sua segretaria – perché chiunque lo possa chiamare al telefono e lui doversi degnare di rispondere. Delle tre lettere di smentita all’articolo di Pasqua nulla ho saputo in merito alla pubblicazione che dovrebbe essere obbligatorio. Avrebbe avuto senso una smentita se fosse avvenuta immediatamente il giorno dopo. Più passa il tempo, meno ha senso l’avvenuta pubblicazione. Si voleva fare un colpo. Qualcuno mi ha risposto, non importa se abbia o non abbia detto una “sciocchezza”, che la prassi seguita da Repubblica per le lettere consiste nel girare la smentita allo stesso giornalista che si vuole smentire, il quale decide se pubblicare o meno la lettera. Chiunque può capire con quale garanzia per diffamati e malcapitati. Nessuno può rimproverarmi in questo blog di non aver avuto diritto di replica su ciò che poteva personalmente riguardarlo, trollismo a parte.

È davvero una difficoltà notevole per me rispondere ad una potenza di fuoco esorbitante tutta su di me concentrata. Si noti che in senso non metaforico la voce del Signor Pacifici chiedeva la mia testa mentre era fisicamente in Gerusalemme, cioè nello stato di Israele. Questo signore che dovrebbe essere un privato cittadino si rivolge alle massime cariche dello stato italiano dando loro del tu e dicendo cosa devono fare o non devono fare. Chiedono la testa di docenti, presi di mira e di cui poco ci si preoccupa di sapere cosa effettivamente abbiano detto. Se vogliono replicare, non ne hanno il diritto. È sufficiente che si sappia che non hanno fede sionista, che non sono incondizionatamente fedeli allo stato di Israele e siano riluttanti, anzi espressamenti contraria a quella identità da costruire tutta su Auschwitz, come si descrive nelle pagine finali del limpido Manuale di oltre 1000 pagine di Tony Judt, Dopoguerra. Come è cambiata l’Europa dal 1945 a oggi. Mentre facevano riprese negli scaffali della mia biblioteca alla ricerca di testi “negazionisti” (senza trovarne) non hanno segnato questo volume ben visibile su un tavolino.

Tante le cose che mi passano per la mente, tante le cose da dire. È un romanzo come quelle di Augias, di cui mi dicono sia sceso in campo per imbavagliare la rete, cioè la possibilità che ho io adesso di scrivere, avendo qualche lettore disposto a leggermi. Ho sperimentato che a Repubblica non ne vogliono neppure sapere di pubblicare le mie repliche all’infame campagna di linciaggio da loro programmata e concertata sulla mia testa, che evidentemente non deve essere libera di pensare se non dopo autorizzazione rettorale e ministeriale... Riprendo su un concetto che intendevo sviluppare: l’identità europea costruita su Auschwitz. Mi oppongo decisamente. Ma osservo che un autore come Avraham Burg dal canto suo , in quanto ebreo, respinge questa identità che considera patologica. Noi siamo arrivati all’assurdo nel quale in Francia si pretendeva di far adottare a 60 anni di distanza ad ogni bambino francese un bambino ebreo, morto in Auschwitz.

E veniamo ad Auschwitz che tanto infiamma i cuori e le menti in molti che guardano al passato, un passato sempre più remoto e sottratto al vaglio storico-critico, mentre ignorano il presente che ci è sotto gli occhi. Auschwitz, dunque. Ho fatto un giro per la rete dove ormai il mio nome circola così tanto che mi è impossibile visitare tutte le pagine, abbastanza ripetitive secondo lo stesso cliché: il professore negazionista che non ha mai visitato Auschwitz. Smentire una visione comoda e demonizzante della mia persona sarebbe un gratuito difendersi. Ma perché ci si deve difendere da colpe fantastiche che ti vogliono attribuire a tutti i costi? Caro Gigi, perché non andiamo insieme in folta delegazione, sul bilancio dell’università, a quella marcia della pace che ogni anno si teneva ad Assisi e quest’anno invece a Gaza. Ti dice niente questo nome: Gaza? Ti ricordo che nello scorso gennaio negasti l’aula per un seminario nella nostra università sulla guerra israelo-palestinese che nella sua operazione “Piombo Fuso” si concluse il 18 gennaio. Successivamente il “rapporto Goldstone” accertò che da parte di Israele vi sono stati “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità”. Infine, il Consiglio ginevrino sui diritti umani ha approvato a maggioranza assoluta questo rapporto. Hanno votato contro deplorevolmente pochi paesi, fra cui l’Italia. È da chiedersi perché. Di questo rapporto ho pubblicato il testo integrale in inglese. Ne ho iniziato la traduzione e il commento.

Fermo restando la parte di lettera formale che ho già redatto, dove ribadisco la totale estraneità dei temi addebitati come oggetto delle mie lezioni, stante la mia incompetenza in una siffatta materia storica nonchè la totale ignoranza degli archivi e delle fonti e la mia mancanza di interesse per la materia, non intendo tuttavia eludere una mia esternazione sui temi che da soggetti politici esterni ti sono stati imposti, ritengo con grave sacrificio delle prerogative universitarie. Devo però rifarmi a miei studi precedenti dove mi sono occupato di un filosofo mio conterraneo, Francesco Antonio Grimaldi, che negli 1779-80 pubblicò a Napoli in tre volumi le sue Riflessioni sopra l’ineguaglianza fra gli uomini. Anche qui, se dovessimo giudicare solo dal titolo senza leggere il libro ed il contesto in cui il libro è sorto, così come si è voluto fraintendere in malafede il titolo di alcuni miei vecchi post, se ne dovrebbe concludere che il filosofo calabrese sia stato un teorico del razzismo ed un anticipatore di Gobinau. Ed invece non è così! È stato semmai un anticipatore della teoria della differenza, che non è né ineguaglianza né discriminazione razziale o di altro genere. La realtà apparente del titolo è totalmente diversa dal. contenuto dei tre tomi. Non posso riassumere in poche parole le 800 pagine dell’opera, ma l’autore dichiara espressamente con grande senso di umanità che se fosse dipeso da lui abolire tutte le ingiustizie che urtano con il nostro senso morale lui lo avrebbe fatto. Tuttavia, con grande rincrescimento egli deve constatare che l’ineguaglianza risorge continuamente. Ho parlato finora degli articoli 21 e 33 della nostra costituzione, ma consideravo implicito il nome fondamentale articolo 3 che dice essere di voler rimuovere ogni ostacolo, ogni discriminazione. Non ho mai negato che nel corso della storia del Novecento, ma anche ai giorni nostri, vi siano stati e vi siano forme gravi e gravissime di discriminazione. Chi durante la seconda guerra mondiale finì nei campi di concentramento era chiaramente oggetto di una discriminazione. Sulla discriminazione, di ieri e di oggi, la condanna morale è generale e che io sappia non vi è controversia storica per il passato. Da un punto di vista morale ed etico non ho mai avuti dubbi sulla inconciliabiltà di ogni forma di discriminazione con l’idea stessa della democrazia.

Se mi si chiede se io abbia mai plaudito a qualsiasi forma di genocidio, pulizia etnica, discriminazione o se io stesso addirittura abbia commesso genocidi, pulizie etniche o attuato forme di discriminazione in contrasto con l’art. 3 della costituzione italiana o in contrasto con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è cosa assolutamente assurda solo il pensarlo. Trovo offensivo che mi venga rivolta una simile domanda. Tuttavia, altro è il proprio sentimento morale di condanna e di repulsione per ogni forma di violenza e discriminazione, altro è il lavoro dello studioso che deve indagare i fatti, ove egli sia uno storico, ovvero indagarne le matrici ideologiche, ove sia un filosofo. In questi casi, per poter accertare la verità o le verità, gli storici e i filosofi nel rispettivo ambito devo avere la garanzia della piena libertà per poter operare. A mio modo di vedere, in nessun campo esistono verità acquisite che non abbiano bisogno di continue verifiche. Ed anche la trasmissione delle conoscenze da una generazione all’altra non può avvenire per mera trasmissione dogmatica o peggio ancora una verità storica venir trasformata in una nuova religione verso la quale si pretende una fede cieca e assoluta. Si esce in tal caso dal campo della storia e della filosofia.

Uno dei libri presenti nella mia biblioteca, scrutata dalla telecamera della tv di stato alla ricerca di corpi di reato, ha per titolo Il Novecento come secolo di genocidi. Non uno ve ne sarebbero stati, ma molti. La nozione di “genocidio” è stata elaborata in epoca relativamente recente e non sempre i governi accettano che gli studiosi qualifichino come “genocidio” epoche o momenti nella storia di un determinato paese. Purtroppo la storia, che è si basa su documenti, non può mai prescindere dall’interpretazione che il singolo storico dà di volta in volta. Non è sempre facile portare alla luce eventi passati o perfino conoscere eventi a noi contemporanei che i governi hanno interesse a tenere celati. Ma l’imposizione per legge di una qualsiasi verità storica, non più lasciata al libero convincento di chi ne va alla ricerca, getta necessariamente su di essa un’aura di sospetto e non credibilità per il solo fatto di essere imposta e sanzionata penalmente, come ahime succede in taluni paesi e come si chieda avvenga anche in Italia. In tali casi per poter ristabilire la verità nella sua forma autentica e incontaminata è necessario ripristinare condizioni di libertà di pensiero e di ricerca dove non esistano più. Ciò che vado dicendo e che mi ha procurato qualche problema è che non l’Italia si deve adeguare alla Germania, ma la Germania all’Italia fintantoché esistono da noi condizioni di maggiore libertà.

Tornando a “Repubblica” e ai media in genere ho maturato ormai una solida convinzione, ed è forse il vero motivo per il quale non vogliono pubblicare la mia replica. Dicevo infatti che esiste una contrapposizione fra libertà di stampa e libertà di pensiero. Lo avevamo già detto a proposito della guerra di Gaza. In questa occasione la stampa, nel sua quasi totalità, è divenuta essa stessa parte della guerra. Niente a che fare con un’onesta informazione. Quella stampa che era complice durante il massacro di Gaza è la stessa stampa che mi ha fatto il servizio. Poco mi risolve la pubblicazione della mia replica in Repubblica ad oltre una settimana dal fatto. Più importante per me avere scritto tempestivamente la replica, la smentita, la totale sconfessione di Pasqua, e poterla allegare ai miei atti. Sarà un documento perpetuo che potrà esibire riguardo a giornali come Repubblica, che nulla hanno a che fare con l’informazione e molto con la disinformazione, la diffamazione, il killeraggio. Mi auguro che la previsione sul declino della carta stampa come forma di comunicazione verticale (da uno a molti che non possono replicare) si attui il più presto possibile. Comprare del resto qualche etto di carta stampata che non si può neppure leggere è gravoso per la tasca (un euro) e controproducente come acquisizione di informazioni false e manipolate: non dobbiamo comprare i quotidiani. O meglio: salvo giustificato motivo, ma non pensando che siano la Verità per antonomasia e sempre riuscendo a comprendere la specificità della loro natura.

(segue: testo in elaborazione che richiede pause di riposo e di revisione di quanto già scritto e per quanto ancora da scrivere. Devo ancora svolgere delle riflessioni importanti sul tema di questo post. Non ne ho però ora nè il tempo nè la voglia. Prego i miei abituali lettori di restare in attesa.)

giovedì 22 ottobre 2009

Mi dicono che sono in prima pagina su “Repubblica”... Come un mostro?

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Vers. 2.4 del 2.11.09

Stavo ancora dormendo ed il telefono continuava a squillare. Ho avuto paura. Temevo per una mia anziana zia, l’unica sorella di mio padre rimasta ancora in vita. Era invece un amico che mi avvisava di aver sentito da una rassegna stampa che sarei finito in prima pagina su Repubblica e forse anche altrove. Io non ne so ancora nulla e non muterò le mie abitudini: non compro giornali all’edicola. Aspettavo ieri per la verità una telefonata da parte di un giornalista di Repubblica che però non vi è stata. Aveva trovato il mio cellulare su facebook (che mi sono affrettato a cancellare) e mi aveva chiamato ed io avevo risposto qualcosa ma senza poter approfondire. Gli ho dato il fisso dichiarandomi disponibile a rispondere a sue domande purché deontologicamente corrette e non mi facesse poi dire il contrario di quel che penso, come è successo un’altra volta con un giornalista, la cui disonestà resta per me esemplare e istruttiva.

Riguardo ai temi caldi, oggetto di possibile speculazione, preciso per comodità dei pigri o di chi non ha tempo per leggere le migliaia di pagine scritte su questo blog o non vuol seguire tutto il polverone preciso quanto segue in dieci punti costantemente rivisti e aggiornati.

1. Professionalmente parlando non sono uno storico revisionista, etc. etc. Non mi intendo e non mi occupo di camere a gas e cose simili. Naturalmente ho letto e vado leggendo libri a sostegno dell’una e dell’altra posizione. Sarei un timido se dicessi che una qualche opinione non me la vado formando, ma ribadisco che sono io il primo a non dare importanza ad una mia opinione che non è mai diventata posizione sul merito delle questioni. E quindi ben conoscendo la malafede dei miei detrattori rivendico il diritto a non rispondere sulle mie private opinioni, mentre invece mi batto con tutte le mie forze sulla posizione di vuol difendere il sacro principio della libertà di pensiero e di ricerca. Uso i termini “concetti” e “posizioni” nell’accezione di Carl Schmitt formulati e applicati nell’omonimo volume da me tradotto e prefato.

2. La mia posizione come cittadino e come studioso è che debbano avere tutta la loro vigenza costituzionale gli artt. 21 e 33 della costituzione, cioè: libertà di pensiero e libertà di ricerca. Nel mio monitoraggio mi è capitato di imbattermi in un parlamentare che diceva grosso modo “Purtroppo c’è l’art. 21 che...”. Ma mia posizione è: “Per fortuna che c’è ancora l’art. 21...”. Ma la libertà di pensiero è sempre più minacciata ed è di ieri una notizia che mette l’Italia agli ultimi posti nelle difesa di questa libertà che non deve essere confusa con la libertà di pensiero. Ormai è chiaro come libertà di stampa e libertà di pensiero sono antitetici. La carta stampata è il canale, lo strumento di regime per la formazione del consenso.

3. Sono vivamente allarmato di vedere come questi articoli fondamentali per la nostra democrazia vengano sempre più elusi e disattesi. In Torino un docente di liceo è stato sottoposto a visita psichiatrica per aver osato criticare Israele a seguito di una domanda, forse fraudolenta, a lui posta da una sua allieva. In Roma un professore di liceo è stato sospeso a seguito di campagna di stampa abilmente orchestrata. Spedizioni punitive vengono fatte da squadracce che nulla hanno da invidiare ad altre squadracce di triste memoria. E si potrebbe continuare. Di quanto sta succedendo vado a fare monitoraggio ed ho di che essere preoccupato. Sui nostri politici in quanto custodi delle nostre libertà non vi è da fare nessun affidamento. Sono molto più interessati ai loro privilegi, alle loro prebende, che non alle libertà dei cittadini, di cui invece dispongono le potenti lobbies.

4. In paesi di antica civiltà come Germania e Francia si mandano in galera con estrema facilità persone di nulla responsabili che di avere le loro opinioni e le loro tesi, opinabili quanto si vuole, ma certamente non “reati” o “crimini in sé”, come taluni cattivi spiriti da me monitorati vorrebbero e pretenderebbero. Manco i cani stanno più tranquilli: si vada alla storia del cane Adolf narrata da Maurizio Blondet.

5. Io sono sì un docente ricercatore alla Sapienza – sono più fiero e orgoglioso della parte “ricercatore” che non di quella “docente –, ma qui in questa scrivania sono a casa mia. Più avanti a destra vi è una porta blindata che mi dovrebbe proteggere dall’esterno.

6. Poiché ho imparato a essere sospettoso, dico ai malpensanti che il programma dei miei corsi degli ultimi anni va dalla fine della prima guerra mondiale all’inizio della seconda. Spiego i contenuti del volume di Carl Schmitt, Posizioni e concetti in lotta con Weimar-Ginevra-Versailles 1933-1939, dove di “Olocausto” e simili non si tratta. Sconfinamenti casuali riguardano altre opere di Schmitt da me tradotte e prefate, in particolare la Dottrina della costituzione, che è del 1928 e che sarà forse oggetto della mia occupazione didattica nel prossimo semestre. Tra gli ultimi argomenti trattati vi è stata la Tirannia dei valori nelle diverse edizioni apparse in italiano e confrontata con l’originale tedesco.

7. Sono sempre stato assolutamente ligio ai miei doveri universitari: ciò mi si chiede di fare o di non fare io faccio o non faccio, ma ho sempre saputo e sempre mi è stato detto che libertà di pensiero e di ricerca sono valori sacri per ogni studioso, grande o piccolo che sia, ma degno di questo nome. I miei pochi studenti sono liberi di frequentare i miei corsi. Non solo hanno piena libertà di intervenire e contraddirmi, ma sono sollecitati da me a farlo ed insegno loro anche le regole del corretto dibattito scientifico: ad argomento si risponde con argomento. Come “ricercatore” non rigorosamente tenuto alla “docenza” e sulla base dell’intricata normativa che non ha mai veramente disciplinato lo status di ricercatore, posso liberarmi della “docenza”. Per cui vi è una situazione ideale dove docenti e discenti si possono incontrare sulla libera scelta e accettazione reciproca. Un grande filosofo spagnolo, che mi onorava della sua amicizia, soleva dire e scrivere che l’autorità di un docente si basa sulla fiducia dei suoi studenti, non sul registro di classe e sul potere di dare voti. Mi dice un mio amico Avvocato, che ha letto l’articolo e me ne ha dato un parere legale, che vi sarebbe soltanto di censurabile un certo ad una sorta di incitamento alla violenza nei miei confronti a mezzo stampa. Ho già ricevuto qualche telefonata non proprio cortese, ma anche più numerose attestazioni di solidarietà per le quali ringrazio. Diffido pubblicamente chiunque a recarmi molestie di alcun genere. Intuisco la malafede altrui e forse le intenzioni. Io sono fiero di essere un Ricercatore e non mi piace chiamarmi Professore. Ma cionostante ho sempre goduto della stima e dell’affetto dei miei studenti, che non ho mai voluto fossero numerosi. Non avrei potuto curarli. Chi deve capire spero capisca.

8. In rete, ho trovato e trovo molte sciocchezze su Carl Schmitt. In ultime dette da un illustre accademico francese. Ho incominciato a farne la critica, ma distratto da altre cose ho poi trascurato un altro mio blog tematico: i Carl Schmitt Studien, dove tratto i temi e la letteratura schmittiana. Trovo però più utile e produttivo verificare la validità delle analisi di Carl Schmitt attraverso l’esame della contemporaneità che non attraverso lo sfoglio e la classificazione di una letteratura, certamente abbondante, ma spesso ripetitiva oltre che strumentalmente denigratoria. Già a suo tempo Carl Schmitt scriveva che la lettura di Bodin e di Hobbes lo aiutavano meglio a comprendere il presente che non gli scrittori contemporanei. Per non parlare poi dei giornalisti o degli ascari assoldati per scopi politici. In America vi è stato un indebito appropriamento del pensiero di Schmitt, che però è il nostro Machiavelli, certamente avente a cuore più di ogni altro la libertà dei nostri popoli d’Europa, da lui già presagita come obiettivo irrangiungibile negli scritti dal 1923 al 1939. Ho ripetutamente spiegato – come già possono sperimentare i lettori di questo post – che considera la scrittura sulla rete del tutto diversa dalla scrittura sulla carta stampa. Qui è un pensiero rigido e morto. Sulla rete, volendo, è un pensiero perennemente in formazione e revisione. Non credo che questa distinzione che mi sono sforzata di spiegare ad alcuni giornalisti sia compresa. Si adottano per la scrittura sulla rete le stesse rigidità della carta stampata e spesso la rete imita la carta stampata. Ho spiegato che per me non è così. Chi può vuoel conoscere il mio pensiero lo deve conoscere da me direttamente, non su bozze in costante elaborazione e di cui data la vastità spesso mi dimentico.

9. A differenza di molti miei colleghi, che ancora diffidano del mezzo, io mi servo di internet, in particolare, di un sistema di oltre 30 blogs fra loro collegati, dove ancora in forma di bozza e di ipotesi traccio pubblicamente le linee dei miei interessi teorici e delle mie ricerche. È come se fosse una bottega di lavoro aperta, dove chi lo desidera può curiosare. Ed è per questa via che sono oggi finito sulla prima pagina di Repubblica. Se si parli bene o male, non so. In pratica, per ogni nuovo interesse anziché pensare alla solita pubblicazione accademica, apro un nuovo blog, cui se del caso seguirà la carta stampata.

10. Io sono qui a disposizione di chiunque abbia argomenti da porre. Non considero ricevibili insulti, stupidaggini e tutto ciò che è perdita di tempo. Le critiche sono state da me sempre bene accette, quando però sono critiche. Spesso non lo sono... Sul piano del metodo scientifico e del dibattito franco ed onesto non mi sento inferiore a nessuno. Aspetto. Pubblico i commenti pubblicabili, ma avverto che potrò rispondere a tutti solo cumulativamente. In particolare avverto che l’articolo di Repubblica non è filologicamente affidabile e quindi lo disconosco interamente per ciò che vorrebbe far credere.

RASSEGNA STAMPA COMMENTATA

1. Prima scorrettezza: il titolo di Repubblica. – Io non ho detto quella frase che si legge nel titolo, in prima pagina di Repubblica, il quale da il senso dell’insieme. Posso arguire che il giornalista Pasqua, che non ho telefonato, abbia commesso la prima grave scorrettezza. Ho detto e ripetuto ad abundantiam che come cittadino oltre che come studioso io mi attesto sul principio della libertà di pensiero e di ricerca. Non sono un ricercatore di camere a gas e simili. Denuncio una mala fede ed un’orchestrazione di stampa e di media come altre ve ne sono state. Dove essa appoderò, non lo so bene ancora.

2. Non solo il titolo: anche il contenuto è falso e scorretto. – Si tratta di un’accozzaglia di frasi slegate estratte fra migliaia e migliaia di pagine. Già in passato, durante i processi medievali davanti all’Inquisizione, si poteva mandare sul rogo chiunque adottando questo sistema. Dubito fortemente che chi ha confezionato l’articolo abbia la minima intelligenza dei problemi sfiorati. Come ha detto Berlusconi, di cui mi sono professato strenuo sostenitore, da questo giornalismo non possiamo aspettarci nulla di buono. Credo che l’articolo possa essere da me respinto nella sua interezza non perché le frasi virgolettate, per lo più bozze provvisorie, non possano essere state scritte, ma perché nel modo in cui sono combinate, travisano completamente la mia posizione contenuta in due numeri: articoli 21 e 33 della costituzione. Il resto è tutto opinabile. Capisco anche perché il giornalista Pasqua non ha fatto quella telefonata che doveva fare. Mah! In che paese viviamo. A caccia di escort, di macchiette e di mostri da sbattere in prima pagina.

3. Interviste concesse. Già due. Sta diventando faticoso spiegare a tutti le stesse cose, invero piuttosto semplici. Andiamo avanti. Siamo in guerra. Adesso arriva il tg3. Ma sono stanco. È sleale. Sono stanco. Se questo è un pugilato, chiedo una pausa. E per i prossimi combattimenti chiedo un avversario alla volta. Non tutti insieme: questa è una operazione piombo fuso. Tutti hanno lo stesso chiodo fisso: mettermi all’angolo senza tenere minimamente in conto le spiegazioni e le posizione espresse, cioè di una posizione a rigida tutela della libertà di pensiero e di ricerca. È davvero regime, e del genere più brutto.

4. Il Corriere della Sera. – È stata istruttiva la lunga telefonata con un giornalista del Corriere della Sera, che si presentava con aria sorniona, ma che alla fine voleva che io gli dicessi per forza cosa ne pensavo sull’Olocausto e simili, dove chiaramente l’unica risposta lecita era quella che lui voleva sentire da me. A nulla serviva ripetergli cento volte che io non mi occupo professionalemente di questi temi e che se mai avrebbe dovuto recarsi presso quelli che se ne occupano. Mi sono sgolato per una mezz’ora a spiegarmi che la mia discesa in campo, pubblica, era per la libertà di pensiero e di ricerca, che è distinta, nettamente distinta dal suo oggetto, che può spaziare alla migliore coltinavazione delle patate ai più astrusi problemi di astrofisica. L’insolenza e la fraudolenza del personaggio si è rivelato alla fine. Gli ho anche spiegato che la libertà di pensiero non è la libertà di stampa, cioè la sua libertà di pubblicare sul mio conto quello che gli pare senza tener conto delle mie delucidazioni. Non concederò più altre interviste se non a giornalisti che mi siano noti personalmente o della cui serietà e professionalità non ho da mettere. Sono visibilemente stanco. Sto pensando a una conferenza stampa, ma prima vorrei un poco lasciar decantare la cosa e soprattutto riposarmi e recuperare la mia serenità. Stacco la spina per questa sera. Domani si vedrà. Insisto nel denunciare una vera e propria campagna preparata a tavolino.

L’articolaccio è apparso. Me lo ha letto per telefono un amico torinese. Non ho comprato né comprerò il Corriere, ma ecco la lettera che mi ero premunito di scrivere al suo direttore prima che sapessi dell’avvenuta pubblicazione:
Al Direttore del Corriere della Sera

A titolo cautelativo avverto di essere stato raggiunto ieri telefonicamente, nella mia abitazione, da un giornalista di nome Griso, se ben ricordo, il quale intendeva in pratica estorcermi un’intervista per me lesiva, facendo seguito e in linea a quanto già apparso su Repubblica, testé da me smentita.

Con il giornalista Griso vi è stata una lunga e snervante conversazione dove ho dovuto fare una lezione di deontologia giornalistica. In sostanza, il giornalista non voleva riportare ciò che io effettivamente penso, ma ciò che lui voleva artatamente io dicessi. Purtroppo questo scherzo mi è stato fatto nelle interviste televisive che ho forse incautamente concesso, fidando nella correttezza della stampa e della televisione italiana. Ho autorizzato Griso a riportare testutalmente una mia affermazione, da lui a me forsennatamente richiesta: “Non sono un negazionista” e pur sganciata dal suo contesto.

Non trovando però affidabile deontologia, né cultura in chi mi voleva intervistare, giudicare e condannare, deve intendersi NON AUTORIZZATA qualsiasi eventuale intervista o cosa su di me riferita ed a me attribuita senza che da me sia stata vidimata e sottoscritta.

Non leggo abitualmente il Corriere, ma vi sarà ulteriore mio intervento se qualcosa dovesse apparire.

Distintamente
Antonio Caracciolo
Filosofo del diritto

Di questo giornalista stupido, ignorante, disonesto mi occuperò dopo. . E forse non vale neppure altro mio tempo. Se saranno necessari toni polemici a polemica si risponde con polemica: di norma non incomincio mai io, ma me la rimproverano quando la faccio io. Anche la polemica è cosa lecita in quanto forma di pensiero. Costoro non conoscono neppure lontamente la differenza fra un “dato di scienza”, frutto di infiniti studi e verifiche che ognuno deve rinnovare ogni volta personalmente, e non semplicemente ereditare, e una “professione di fede”, che io cattolico battezzato e cresimato, ma non praticante ormai non faccio più da non so quanti anni. Ma anche la “professione di fede” della messa domenicale è libera. Se dovesse venire imposta con tutta la forza del potere secolare e dei suoi strumenti di tortura, saremmo tornati agli anni più tristi e bui di epoche passate e superate, speriamo non invano.

5. Linea notte. – Ahimé sono proprio sotto tiro. Giudicate voi. Alla Paone che mi aveva chiesto se sono “Antisemita” ho subito risposto con decisione che Non sono antisemita! Ma ha taglia questa mia parte essenziale della risposta, anzi La risposta, ed ha lasciato solo quella parte , esplicativa, dove dico che sarei grato a chi mi spiegasse il significato del termine antisemitica che è oggi quanto mai abusato. Ho poi detto (ed anche questo è stato tagliato) che ho aperto un apposito post per raccogliere tutti i contesti in cui il termine viene usato e cercare in questo modo di enuclerarne un significato linguistico. La Paone è poi andata a trovare su 150.000 studenti iscritti di cui le interessava dicessero le cose che lei voleva. Quanto al Rettore, che è un medico e non uno storico, ho appena scritto una lettera ricordandogli che gli avevo chiesto il permesso di andare non a Dachau, ma a Gaza. Per fortuna non mi ha risposto perché sarei stato sorpreso da "Piombo Fuso” e probabilmente sarei perito sotto le macere dell’università islamica di Gaza. Ho ringraziato il mio Rettore per avermi salvato la vita. Ho insistito nuovamente nel dirgli che professionalmente non mi occupo di Olocausto e simili, ma che sto denunciando un serio pericolo per la libertà di pensiero e di ricerca. Quali siani le evidenze storiche maggioritarie o minoritarie, mi rimetto anche io alle opinioni che gli storici credono di poter dare su questa o su altre questione, ma nell’intesa irrinunciabili che siano tutti liberi nelle loro ricerche. Sappiamo che in Germania, Francia, Svizzera, non è così. Ad estendere anche all’Italia questa legislazione ci si è provato qualche anno fa con il progetto Mastella, contro il quale sono insorti tutti gli storici. Credo che a governo mutato chi allora aveva tentato questa operazione ci voglia riprovare contando forse su un governo più favorevole. Come elettore fedele di Berlusconi mi appello al Capo del governo per essere da lui difeso per il contenuto dell’art. 21 e 33 della costizione, ribadendo per la millesima volta che io non mi occupo di questioni relative ai campi di concentramente, ma di libertà di pensiero connessa anche a questi temi, di cui dichiaro di non aver specifiche competenze. Spero che qualcuno al governo legga queste mie dichiarazione autentiche. Sconfesso e smentisco tutte le interviste che ho potuto ascoltare in quanto risultano falsate e manipolate rispetto al pensiero che avevo inteso esprimere.

6. Ho iniziato questa mattina con una prima lettera a Repubblica e per conoscenza al mio Rettore. La giornata di ieri, dopo aver concesso un paio di interviste a due televisioni, mi hanno comprendere le astuzie dei cosiddetti giornalisti, soprattutto quando hanno deciso di mettere qualcuno alla gogna. Non saprei se è stato un errore essermi offerto alle televisioni. Sapevo però cosa avrei detto e cosa intendevo dire. Quando però mi sono rivisto, ad esempio la sera a Linea Notte, ho visto che hanno totalmente tagliata la parte che io intendevo comunicare e intendevo che apparisse. Loro sono decisamente provocanti nelle domande ed io quasi certamente sono caduto nel tranello che avevano già deciso di tendermi. Nulla però impedisce una controffensiva. Abbiamo ancora questa cosa che è la Rete e che pure ci vogliono togliere. Ho pensato di cominciare questa mattina da lì dove la cosa è partita, cioè Repubblica. Ho mandato la lettera che qui segue e che a causa della stanchezza che incomincio ad avvertire non è nel mio migliore stile. Ho avvertito la segretaria di Repubblica che avrei pubblicato anche qui nel blog il testo della lettera, con riserva successiva di miglioramente formali e sostanziali. Ecco il testo della Lettera:
Al Direttore della Repubblica,
e p.c. Al Rettore Luigi Frati

Ho trovato nella vostra edizione di ieri 22 ottobre un articolo di tal Pasqua interamente a me dedicato. Trattasi di una totale alterazione e falsificazione del mio pensiero non perché le frasi riportate non possano essere a me riconducibili, ma perché trattasi di una collazione di frasi staccate dal loro contesto organico di migliaia e migliaia di pagine in continua elaborazione e modificazione. Il tutto deve essere inteso unitariamente se si vuole conoscere il mio pensiero. Stante la continua elaborazione e l’ingente mole di testi e di argomenti trattati, è però sempre necessaria la mia interpretazione autentica per chi ne voglia fare un uso esterno ai miei blogs: non ho autorizzato né estratti né manipolazioni. Simili metodi venivano usati dal Tribunale dell’Inquisizione per mandare sul rogo moltissime persone. In un certo senso vi ringrazio per avermi fatto intendere come mai prima d’ora la differenza abissale fra la libertà di stampa che è solo vostra (a mio danno) e la libertà di pensiero che è mia e di ogni comune cittadino, anche analfabeta. Non ho dunque che da sconfessare interamente il contenuto dell’articolo di Pasqua in quanto manipolato nel senso sopra detto.

Peraltro il Pasqua, che mi aveva inizialmente raggiunto sul cellulare, nel quale ho fornito spiegazioni essenziali da lui comunque non riportate nell’articolo, ha poi omesso di chiamarmi il giorno successivo sul mio telefono fisso, avendo io consentito di chiarirgli meglio quanto necessario e di seguito sinteticamente riportato.

Non mi occupo professionalmente e scientificamente di temi riguardanti i campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Come filosofo del diritto mi occupo invece dei temi attinenti la libertà di pensiero e di ricerca. Essendo a me noto che sui temi suddetti in paesi come Germania, Francia, Svizzera e spero non anche in Italia esiste una lunga detenzione penale per quelle che io ritengo mere opinioni o tesi o ipotesi di lavoro in quanto tali lecite e garantite non solo dalla nostra costituzione ma dalla dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, io ho inteso scendere pubblicamente in campo per la strenua difesa di questi valori costituzionali che sento minacciati: libertà di pensiero e libertà di ricerca, che chiaramente suppongono un loro oggetto, che potrà essere mutevole nel tempo e che nel caso specifico riguarda i campi di concentramento, non oggetto di mia occupazione scientifica e professionale.

Questo e quanto: nulla di più e nulla di meno. Il resto è dettaglio e strumentalizzazione, alla quale credo il vostro giornale sia uso.

Antonio Caracciolo
Filosofo del diritto
Per un poco di tempo non scriverò altri post concentrando tutti gli sviluppi della campagna su questo unico post, che mando nella sua interezza anche a Repubblica. Ringrazio per i numerosi messaggi di solidarietà. Ho lavorato anche oggi. Sono stanco. Mi arrivo anche qualche messaggio da parte di provocatori: hanno tanto altro spazio a disposizione da dove lanciare i loro strali! Avverto che non ho tempo per leggere accuratamente tutti i testi che ricevo. Ove vi fosse qualche isolata frase non pubblicabile, su cui non posso redazionalmente intervenire, verrà rimosso l’intero testo, ringraziando io suo autore.

7. In Germania, nove mesi di carcere ad un padre di famiglia. – La notizia è telefonica, ma si trova sulla rete. Il fatto brutto, dattagli a parte, è il seguente. Un padre di famiglia con due figli che si era dichiarato semplicemente a favore della libertà di pensiero e ricerca, pur non condividendo i contenuti di un libro “negazionista”, ma avendolo però dato a suoi amici in lettura, è stato per questo condannato senza condizionale a nove mesi di carcere. Il modello tedesco è quello invocato da Pacifici che può contare su tutti i personaggi, Marrazzo compreso, che in questi giorni si sono cimentati in una ridda di dichiarazioni tanto false quanto ipocrite. Spero di far capire ai più che questa è la partita che è in gioco. Come in tempi passati il cui ricordo ci appare assurdo diventerà un reato anche solo leggere libri e prestarli il lettura. Figuriamoci averli scritti e stampati. Ma come è possibile tanta barbarie? Io non riesco a capacitarmene. Ma dico fermamente: no!

8. La “leggenda” dello scandalo. – La massa imponente dei miei scritti in rete sfugge alla mia memoria. Tra il Club Tiberino e Civium Libertas, blogs entrambi politici e di militanza politica, vi saranno oltre 1500 post (articoli), di cui moltissimi veri e propri saggi e perfino libri. Ricordare tutto quello che ho scritto spesso di getto mi è ormai impossibile. A farmeli ricordare sono spesso gli stessi lettori che magari dopo due anni lasciano un commento su un vecchio post che devo così andare a rivedere. E può diventare questa occasione per un suo aggiornamento e perfino superamento o cancellazione. È una nuova forma di scrittura non comparabile a quella sulla carta stampata. Offro qui di seguito una prosa seducente, che mi piace e di cui sono soddisfatto. È la mia, ma me ne ero del tutto dimenticato. A farmela ricordare è un lettore attento ed eccezionale. Ma ecco il brano che è una mia autocitazione di un vecchio testo:
Il tema del “cosiddetto Olocausto” era per me poco più di una curiosità intellettuale, ma dopo gli incredibili attentati alle libertà democratiche a proposito del caso teramano, che è soltanto un fatto di provincia, diventa per me un obbligo morale conoscere in modo diretto tutta quella letteratura che è stata posta sotto divieto da una ben individuabile lobby.
Per l’uso dell’espressione “cosiddetto Olocausto” posso rinviare allo storico ebreo Sion Segre Amar, ma i miei iniziali ed autonomi intendimenti non erano di “negare” alcunché: sulla semplice espressione linguistica si è costruita un’incredibile polemica da caccia alle streghe finita su uno dei maggiori quotidiani d’Italia!
Le mie espressioni esprimevano soltanto l’incomprensibilità linguistica e storica di un termine a valenza religiosa e la mia riluttanza e fastidio ad utilizzarlo per definire un semplice “sterminio” di popolazioni, ammesso che vi sia stato. Non immaginavo le reazioni che avrei scatenato. Invece “leggenda” vuole alludere ad un misto di verità confuso con falsità e soprattutto strumentalizzazioni. Potrei anche usare l’espressione “mito” nel senso soreliano. Infatti, non mi pare dubbio che sull’Olocausto il neo stato d’Israele abbia inteso fabbricare il suo mito fondativo. Ed i miti, si sa, non bisogna toccarli e disturbarli.
Lo si trova nel contesto filologicamente magistrale dal titolo La “Repubblica del linciaggio”, alla cui lettura rinvio particolarmente ma senza ulteriori commenti che potrebbero scatenari altri putiferi.

9. Rottura del riserbo. – Penso di avere il senso delle istituzioni. Avevo mantenuta riservata la corrispondenza ufficiale tra me, il rettore, ed il prof. Lanchester, professore incaricato dell’istruttoria, ma avendo il prorettore Bartolomeo Azzaro non rispettato lui il necessario riservo su un’istruttoria in corso, non vedo perché dovrei farlo io. Egli si pronuncia in pratica già emettendo sentenza ed assumendo una versione dei fatti da me tempestivamente smentita presso il Rettore Frati, che troppo occupato ad andare in trasmissioni televisive dove si parla di me, non trova il tempo per leggere la corrispondenza che pure gli mando. Lui medico, che sulla materia olocaustica non va oltre l’Enciclopedia Britannica vuole da me una dimostrazione, con letteraura, su un ambito disciplinare (campi di concentramento) dove mi sono dichiarato sempre estraneo, ma nel quale non hanno certo maggiori conoscenze delle mie rettore e prorettore, entrambi medici, valentissimi quanto si vuole nelle loro competenze, ma sprovvisti di cultura storica. Qui si prepara il mio linciaggio. Dunque anche io rendo pubblico ciò che doveva restare riservato e mi appello alla società civile:
Si trasmette la nota del 23/10/2009 prot. n. 133/09 a firma del Rettore.
Ripartizione II Settore II
Personale docente, ricercatori e assistenti.

Ripartizione II Settore I
Personale docente, ricercatori e assistenti.
Caro Rettore, Caro Prof. Lanchster,
Ho già inviato ieri sera all’indirizzo di Luigi Frati una lettera di carattere più privato.

Questa mattina mi ero già autonomamente attivato per smentire quanto apparso su Repubblica ed ho tempestivamente inviato copia a Luigi Frati con eguale posta. Mi giunge adesso questa richiesta alla quale posso rispondere tempestivamente allegando copia della Lettera già inviata a Repubblica. Vi sono e vi saranno altre mie smentite ad altri organi, ma non mi vengono ora richieste.

Tutti gli addebiti e le contestazioni che mi vengono fatte in sede extrauniversitaria, vengono da me respinti e confutati in sede extrauniversitaria nei tempi tecnici necessari.

Circa le interviste televisive (due concesse e altre rifiutate) debbo lamentarmi di come sia stato totalmente espunto il contenuto essenziale di ciò che intendevo dire, riassunto nell’allegata lettera, compresa la parte sulla “cittadina” di Dachau che si inseriva in un ampio contesto e che in verità quando parecchi anni fa visitai Dachau mi diede quella impressione comparativa che mi è sfuggita in un contesto di pressione indebita da parte degli intervistatori che cercavano lo scandalo a tutti i costi. Non era una deliberata provocazione, ma era davvero una forma di sconforto che all’epoca ebbi per il degrado secolare della mia Calabria che amo molto. Non sostenendo io tesi “negazioniste” in quanto non mi occupo di questa materia non mi sono chiare le richieste fatte, e verrò a chiedere di persona quale ne sia il senso, ma se l’università pensa di organizzare un convegno, ove i tempi siano maturi, sarò lieto di venire ad ascoltare.

In merito allo specifico richiesto posso rassicurare che i temi che hanno suscitato tanto scalpore non vengono né mai sono stati trattati nei miei corsi per il semplice fatto che non rientrano nelle mie competenze e nei miei interessi. Non mi stanco invece mai di ribadire, nelle sedi appropriate, in quanto filosofo del diritto, che è mio vivo interesse la tutela massima del diritto alla libertà di pensiero e di ricerca, un diritto che vedo sempre più minacciato e per il quale sono in forte apprensione. Da qui credo sia nata una voluta strumentalizzazione. Prego vivamente il Rettore di farsi lui latore presso il ministro di queste mie fondate preoccupazioni e magari di trovare per me un margine di tempo durante il quale io possa riferire a lui su quei pericoli che sento imminenti.

Nel mio ultimo di corso la didattica ha riguardato: a) Posizione e Concetti, etc, di Carl Schmitt, da me tradotto e prefato; b) La Tirannia dei Valori. Ho purtroppo avuto quest’anno un solo studente assiduo e altri non assidui, anzi pochissimo assidui (una sola volta venuti).

È con amarezza che debbo constatare che il Rettore non abbia sentito il bisogno di ascoltarmi prima di rilasciare le dichiarazioni che ha rilasciato e che suppongo siano tagliate come quelle a me estorte. Colgo qui occasione per rispondergli sulla ricerca storica nel senso che la materia in oggetto è di competenza degli storici di professione. Devo però aggiungere come a tutti gli storici debba essere garantita un’assoluta ed eguale libertà di ricerca e di pensiero. Come filosofo del diritto a me questa loro libertà sta ancora più a cuore di quanto forse gli stessi storici non siano consapevoli.

Resto in attesa di un appuntamento per un incontro con il prof. Lanchester e con lo stesso Rettore, durante il quale io possa dare ogni chiarimento desiderato.

Cordialmente
Antonio Caracciolo
Filosofo del diritto

Allegato 1:
Al Direttore della Repubblica,
e p.c. Al Rettore Luigi Frati

Ho trovato nella vostra edizione di ieri 22 ottobre un articolo di tal Pasqua interamente a me dedicato. Trattasi di una totale alterazione e falsificazione del mio pensiero non perché le frasi riportate non possano essere a me riconducibili, ma perché trattasi di una collazione di frasi staccate dal loro contesto organico di migliaia e migliaia di pagine in continua elaborazione e modificazione. Il tutto deve essere inteso unitariamente se si vuole conoscere il mio pensiero. Stante la continua elaborazione e l’ingente mole di testi e di argomenti trattati, è però sempre necessaria la mia interpretazione autentica per chi ne voglia fare un uso esterno ai miei blogs: non ho autorizzato né estratti né manipolazioni. Simili metodi venivano usati dal Tribunale dell’Inquisizione per mandare sul rogo moltissime persone. In un certo senso vi ringrazio per avermi fatto intendere come mai prima d’ora la differenza abissale fra la libertà di stampa che è solo vostra (a mio danno) e la libertà di pensiero che è mia e di ogni comune cittadino, anche analfabeta. Non ho dunque che da sconfessare interamente il contenuto dell’articolo di Pasqua in quanto manipolato nel senso sopra detto.

Peraltro il Pasqua, che mi aveva inizialmente raggiunto sul cellulare, nel quale ho fornito spiegazioni essenziali da lui comunque non riportate nell’articolo, ha poi omesso di chiamarmi il giorno successivo sul mio telefono fisso, avendo io consentito di chiarirgli meglio quanto necessario e di seguito sinteticamente riportato.

Non mi occupo professionalmente e scientificamente di temi riguardanti i campi di concentramento durante la seconda guerra mondiale. Come filosofo del diritto mi occupo invece dei temi attinenti la libertà di pensiero e di ricerca. Essendo a me noto che sui temi suddetti in paesi come Germania, Francia, Svizzera e spero non anche in Italia esiste una lunga detenzione penale per quelle che io ritengo mere opinioni o tesi o ipotesi di lavoro in quanto tali lecite e garantite non solo dalla nostra costituzione ma anche dalla dichiarazione universale dei diritti dell3uomo, io ho inteso scendere pubblicamente in campo per la strenua difesa di questi valori costituzionali che sento minacciati: libertà di pensiero e libertà di ricerca, che chiaramente suppongono un loro oggetto, che potrà essere mutevole nel tempo e che nel caso specifico riguarda i campi di concentramento, non oggetto di mia occupazione scientifica e professionale.

Questo è quanto: nulla di più e nulla di meno. Il resto è dettaglio e strumentalizzazione, alla quale credo il vostro giornale sia uso.

Antonio Caracciolo
- Filosofo del diritto
Allegato 2:
Al Direttore del Corriere della Sera

A titolo cautelativo avverto di essere stato raggiunto ieri telefonicamente, nella mia abitazione, da un giornalista di nome Griso, se ben ricordo, il quale intendeva in pratica estorcermi un’intervista per me lesiva, facendo seguito e in linea a quanto già apparso su Repubblica, testé da me smentita.

Con il giornalista Griso vi è stata una lunga e snervante conversazione dove ho dovuto fare una lezione di deontologia giornalistica. In sostanza, il giornalista non voleva riportare ciò che io effettivamente penso, ma ciò che lui voleva artatamente io dicessi. Purtroppo questo scherzo mi è stato fatto nelle interviste televisive che ho forse incautamente concesso, fidando nella correttezza della stampa e della televisione italiana. Ho autorizzato Griso a riportare testualmente una sola mia affermazione, da lui a me forsennatamente richiesta: “Non sono un negazionista” e pur sganciata dal suo contesto.

Non trovando però affidabile deontologia, né cultura in chi mi voleva intervistare, giudicare e condannare, deve intendersi NON AUTORIZZATA qualsiasi eventuale intervista o cosa venga su di me riferita ed a me attribuita senza che da me sia stata vidimata e sottoscritta.

Non leggo abitualmente il Corriere, ma vi sarà ulteriore mio intervento se qualcosa dovesse apparire.

Distintamente
Antonio Caracciolo
- Filosofo del diritto

La posizione dei professore incaricato della procedura sembra sostenere che io neppure nella mia vita privata, neppure nella mia casa privata, beninteso al di fuori dell’università io abbia diritto ad una vita privata di essere autonomamente pensante. Ma un’eguale pretesa non mi pare sia stata imposta ad un illustre Collega della Sapienza che è parte organica di quell’«Informazione Corretta” da cui è partita l’operazione: posso essere attaccato impunemente, ma non posso e non devo difendermi. Il Rettore Frati, come ho potuto constatare, non legge la corrispondenza che io gli mando. Insiste con le sue letture dell’Enciclopedia Britannica che è la sola fonte di conoscenza di cui dispone. La mia linea di difesa sulla quale non debordo, oltre a quella nota, è che la materia “Campi di concentramento” non rientra nell’ambito disciplinare IUS 20, cioè filosofia del diritto. Io non mi sono mai occupato e mai mi occuperò professionalmente di “campi di concentramento”, al cui riguardo la mia competenza professionale è uno zero assoluto, per cui nulla possa negare e nulla posso affermare. Diverso se mi si vuol chiedere una professione di fede, ma la professione di fede non è un atto di scienza. Rientra invece perfettamente nel mio ambito disciplinare tutta la problematica della libertàdi pensiero e di ricerca, che io vedo violate in paesi come la Germania e la cui identica legislazione si sta tentando di introdurre in Italia. Io qui mi trovo ad essere il capro espiatorio di questa operazione. Lancio l’allarme a tutta la società che è possibile raggiungere e allertare.

10. Dibattito fra un architetto e un filosofo su argomento storico. – Nella campagna di linciaggio che purtroppo mi riguarda scende in campo un collega ricercatore, ma architetto nonchè prorettore, il quale ieri alle 14.10 ha diffuso un suo testo nella rete di Ateneo che qui di seguito riporto. Gli ho giò risposto su quella rete, sperando che il messaggio circoli e non venga silenziato. Dalla replica concessami o meno saprò quanto sia estesa la congiura.«

Cari colleghi ricercatori,

proprio nel momento in cui la Sapienza vive un confronto democratico nell’Ateneo attorno al momento delle elezioni per il rinnovo dei suoi Organi rappresentativi, la nostra comunità è stata scossa dalla notizia che uno dei ricercatori di questo ateneo nega verità storiche dolorose che hanno informato la storia del XX secolo.
[Per l’esattezza questo ricercatore con lettera già giunta al Rettore non ha negato nessuna di queste “verità storiche dolorose”, ma ha tentato di avvertire la comunità che ben presto vi saranno altre verità dolorose, come quella che ieri mi giunta telefonicamente dalla Germania: un padre di famiglia, con due figli a carico, è stato condannato a nove mesi di carcere senza condizionale per aver solo passato ad amici il libro di uno storico “negazionista”, già in galera per aver scritto un libro, che presente verità diverse da quelle ammesse. Il filosofo del diritti non nega né afferma nulla sul merito del fatto storico, ma ritiene che né l’autore del libro né chi lo ha prestato debbano finire in galera per non aver commesso altro che esprimere una loro verità storica, che almeno da loro è creduta, altrimenti non avrebbero rischiato il carcere. Mi correggo chi ha prestato il libro si è difeso con il giudice dicendo che lui non condivide le tesi del libro, ma ritiene che debba valere la libertà di pensiero e di ricerca. Il giudice lo ha condannato. L’architetto Azzaro ne sia consapevole o meno sta collaborando all’introduzione di un’analoga legge anche in Italia. Esiste un’ampia e diffusa concertazione, come vado sempre più verificando]
Pur nel rispetto dovuto alla persona
[Non vi è stato nessun rispetto, ma molta malafede, inganno, manipolazione. Ne sia consapevole o meno, l’architetto Azzaro ne fa parte]

del ricercatore Caracciolo protagonista di questo episodio, così come ad ogni altro docente e ricercatore, di fronte a simili posizioni come prorettore e Coordinatore dei Ricercatori della Sapienza mi sento di chiedere a tutti i colleghi di essere uniti nel ribadire l’impegno civile e democratico della comunità scientifica nell'esercizio della memoria di eventi tragici della storia del Novecento e nella considerazione del metodo scientifico della ricerca.
[Quali eventi tragici in quello che è stato definito un secolo di genocidi? Vi è forse qualche genocidio più genocidio di altri? Quello degli armeni, che il governo turco contesta vi sia mai stato? La pulizia etnica in Palestina nel 1948, descritta in ultimo dallo storico ebreo israeliano Ilàn Pappe, il quale rispondendo al presidente Napolitano ebbe a dire nel gennaio scorso che si è antisemiti se non si è antisionisti? So bene a quale genocidio l’architetto Azzaro allude, ma non pensa che i morti meritino tutti rispetto e che non esiste nessun monopolio della sofferenza umana? Sa l’architetto Azzaro che in Israele nella recente legislazione si vuol vietare di ricordare la Nakba del 1948? Sa cosa è la Nakba? La “memoria” è qui concetto storico, psicologico, valoriale? La memoria è uguale per tutti noi o possono esservi diverse memorie?]
La Sapienza costituisce un luogo in cui la ricerca scientifica è libera,
[Non mi sembra affatto. E mi sembra che l’architetto Azzaro che non fa il mestiere dello storico stia svendendo il mestiere dei suoi colleghi storici, il cui ambito scientifico si vuole limitare per legge. La concertazione dell’architetto Azzaro, che continerò a fare l’architetto senza nulla dover rischiare, mi sembra evidente.]
come prescritto dall'art. 33 della nostra Costituzione.
[Il filosofo del diritto Antonio Caracciolo crede di avere una maggiore competenza su questo articolo di quanto ne possa avere l’architetto Bartolomeno Azzaro]
Il ricercatore Antonio Caracciolo afferma che:“io sono un ricercatore e ho l'obbligo e il diritto di ricerca”.
Tuttavia si deve precisare che, in questo caso, il nostro collega credo che non abbia colto appieno la differenza tra l’attività di ricerca e l’oggetto stesso della ricerca.
[Lo dice l’architetto Azzaro? E con quali argomenti?]
La ricerca storica prende le mosse sempre da un dato di partenza acquisito che è l’oggetto della ricerca stessa.
[Ma che vuol dire? È architettura moderna? Un ricercatore storico può ad esempio ordinare un archivio vergine. Non si sa cosa potrà trovare. Ne ho fatto esperienza con un archivio parrocchiale dal seicento in poi? I dati di partenza non sono necessariamente acquisiti ma possono essere oggetto di verifica. Guai se i dati che si ritengono acquisiti non vengono continuamente verificati. Probabilmente non si sarebbe andati oltre nel progresso scientifico se non vi fosse stata una costante verifica dei dati acquisiti. Una verifica dei dati acquisiti non è mai un crimine e non porta nessun danno. L’acquisizione dei dati non è poi mai e poi mai un fatto sacrale, ma una mera acquisizione scientifica. Il collega Azzaro mi sembra abbia detta una mera banalità per approdare all’idea che una verità storica deve assunta come verità di stato. Altra amenità: ma se il dato di partenza è acquisito una volta per tutte come fa ad essere oggetto della ricerca? La ricerca di un dato acquisito? Chi capisce l’architetto Azzaro è bravo. Spero che chi non lo capisce non debba per questo andare in galera o essere licenziato.]
Quel dato è acquisito in quanto documentato da varie fonti scritte e visive, da testimonianze di vario genere, da luoghi che ne testimoniano l’esistenza.
[Se vado al Colosseo, non per questo trovo oggi i leoni, ed i cristiani che ne sono divorati. Per ricostruire ciò che in quelle mura antiche accadeva occorre disporre di una mole di fonti che ce lo dicono. Il mero andare al Colosseo non ci fa sapere nulla. Possiamo solo vedere un edificio imponente senza magari sapere a cosa serviva. Per i luoghi cui qui si allude, da allievo di Armando Saitta, immagino che si incominci gli archivi, conoscendo necessariamente le lingue in cui i documenti sono scritti: tedesco, russo, ecc. In ultimo se esiste una letteratura la si vaglia criticamente e non la si assume pedissequamente. Su quali testi Azzaro basa le sue conoscenze. A me come filosofo del diritto non è necessario leggerli, ma mi basta sapere che il capisaldo della letteratura cui Azzaro allude è il volume di Raul Hilberg, La distruzione degli Ebrei d’Europa. Questo libro pare sia poi quello che tutti gli altri, o quasi hanno semplicemte ripetuto, dando luogo a quelle che un ebreo piuttosto critico chiama paccottiglia da suermercato. Ma a me come filosofo del diritto interessa solo sapere che un altro libro di critica a Hilberg, intitolato “Il gigante dai piedi di argilla”, costa al suo autore, un svizzero, di nome Jürgen Graf l’esilio in Russia. Se torna in Svizzera lo arrestano per avere scritto un libro che ne critica un altro. A me non interessa chi dice il vero. A me come filosofo del diritto interessa che chiunque possa criticare un qualuque altro libro senza per questo finire in galera, come fra poco sembra debba capitare anche in Italia. Questo ho inteso dire e avvertire nei miei blogs, attività privata]
La ricerca poi dovrà capire il fenomeno e spiegarlo, spiegarne la genesi, indagare sulle cause del suo sorgere e sulle conseguenze che esso ha prodotto.
[Perfetto! Concordo a pieno!]
Nascono così le varie interpretazioni che mai, però, possono prescindere dal dato di partenza della ricerca stessa.
[E che significa? Chi stabilisce il punto di partenza? E se qualcuno vuol prescindere dai termini del discorso che qualcuno ha imposto o vuole imporre va per questo in galera? Come in effetti succede in Germania e si vuole succeda anche in Italia. Ma dove sta allora la libertà di ricerca e di pensiero se uno non puà ridiscutere proprio i punti di partenza? I risultati più spettacolari del progresso scientifico sono ottenuto dalla discussione dei punti di partenza. Naturalmente, non vuol dire che i punti di partenza possano essere sempre con successo venire discussi e perdere la loro verità. Ma lo si deve poter fare! Se qualcuno non avesse pensato a ridiscutere il punto di partenza del sistema tolemaico noi saremmo sempre rimasto a quella concezione del mondo e nessun altro progresso sarebbe stato possibile]
Le “tante verità da verificare” sull’Olocausto, come ipotesi di ricerca di cui parla Caracciolo, possono riguardare la interpretazione del fatto ma mai negare il dato di partenza della ricerca storica sull’Olocausto: che è costituito dalla verità (questa volta unica) del genocidio di milioni di ebrei, fatto inconfutabile.
[Ribadisco per la millesima volta in questa orchestrazione che il Caracciolo non si è mai pronunciato in questo senso, dichiarandosi filosofo e non storico. Il Caracciolo distingue fra i dati acquisiti per scienza propria e le professioni di fede su cose che altri ci dicono. Ma anche le professione di fede, in ambito religioso, sono e devono essere libere, non estorte con la tortura e il supplizio. Al di là della sua storicità, su cui il filosofo Caracciolo non si è mai pronunciato, sembra di poter assistere alla formazione di una nuova religio, che certamente può avre i suoi fedeli, ma a condizione che gli infedeli non debbano finire in galera. Il filosofo Caracciolo ha già inviato, dopo l’infame articolo di un giornale infame, al Rettorato l’esatto stato della questione. Trovo strano come il Rettore e il prorettore trovino il tempo di occuparsi del ricercatore Caracciolo senza tenere in nessun conto la corrispondenza loro inviata. Che devo pensare?]

Credo che la presa di coscienza delle verità storiche e del metodo della ricerca a cui oggi siamo richiamati da questo episodio, possano costituire un monito per il lavoro di ciascuno di noi e per la concezione democratica dell’istituzione universitaria cui apparteniamo.
[Che vuol dire questa nuova amenità: la presa di coscienza delle verità storiche? E perché la presa di coscienza dei pericoli che incombe sulla nostra libertà ha forse meno valore di una presa di coscienza delle verità storiche? Quali verità storiche? Quelle dei vinti o quelle dei vincitori? Degli oppressori o degli oppressi? E così via. Si prende anche coscienza della propria esistenza. La vita è coscienza o incoscienza.]
Bartolomeo Azzaro
Coordinamento Ricercatori della Sapienza
Prorettore per lo Sviluppo delle Attività Formative e di Ricerca

Avevo dapprima preso Bartolemo Azzaro per un medico, poi ho letto architetto. Come devo intendere il testo di Azzaro? Una prosa di filosofia? Opera storica? Testo politico? Non riesco ad apprezzarlo in nessuna accezione che le si voglia dare. Avrei preferito che sulla questione fosse intervenuto uno storico o un filosofo.

11. Alemanno a «via degli Scipioni»? – Ho avuto oggi conoscenza di una lettera aperta che ha una diffusione sulla rete, non giunta a me, personalmente, fino ad oggi. Non pubblico la lettera per ragioni di opportunità, ma da questa risulta con testimonianze inoppugnabili un passato politico di Gianni Alemanno dove sarebbe stato lui uno strenuo assertore di quelle posizioni politiche e ideologiche che imputa a me senza che siano mai state mie. Della biografia politica di Alemanno, dei suoi lunghi studi universitari, della sua laurea perugina, conseguita già da ministro ecc. non ho mai avuto il benché minimo interesse. Ho avuto la disgrazia di essere stato suo elettore, non essendovi stata grande possibilità di scelta sul menu fornito al cittadino. Credo tuttavia che non occorra una grande e appreofondita ricerca per scoprire il passato politico di Alemanno nonché per giudicare le sue presenti prese pubbliche di posizione. Se Alemanno vorrà misurare il suo passato con il mio sono certo di non sfigurare sul piano della legalità costituzionale senza tener conto dei vantaggi nell’esercizio del potere politico di cui egli ha goduto e continua a godere.

12. Gli “occhi” di Marrazzo. – L’ex presidente della regione Marrazzo aveva appena preso parte al gioco al massacro della mia persona e della mia dignità, dicendo che avrebbe “voluto guardarmi negli occhi” per non si sa bene quale motivo ed a quale scopo. Non amo nominare il Cielo nei miei scritti, ma posso dire che in questo caso ho l’impressione che la giustizia divina sia stata davvero tempestiva. Soprattutto se posso leggere in un articolo di stampa il seguente brano:

…All’uscita dall'ufficio dei magistrati, in piazza Adriana, l'ex presidente è passato in macchina davanti ai giornalisti coprendosi il volto…
E chissà… se altri personaggi che su di me si sono gratuitamente sbizzariti sfruttando una semplice diffamazione a mezzo stampa non siano destinati a ricevere un similare “trattamento”?