lunedì 3 maggio 2010

Contro Elie Wiesel per difendere l’Europa e la libertà del pensiero

Vers. 1.4
aggiornata al: 9.5.10

In una stessa seduta di lavoro ho preso cognizione dell’audizione che la sionista Fiamma Nirenstein ha svolto nel parlamanento italiano per togliere ai cittadini italiani la libertà di poter criticare la politica israeliana, tacciando di “antisemitismo” e “negazionismo” ogni legittima manifestazione del pensiero critico ovvero l’altrettanto legittima libertà di opzioni politiche, sostenendo l’una causa dei popoli o l’altra. Il cosiddetto “negazionsimo” non è una dottrina filosofica come l’idealismo, malgrado il comune -ismo, ma è uno strumento polemico e giudiziario forgiato da lobbies sioniste parlamentari con il precipuo scopo di attuare forme legalizzare di: a) diffamazione; b) denigrazione; c) delazione. Nella sola Germania, paese indicato come esemplare, fino ad oggi, dal 1994, sono 200.000 i cittadini che sono stati processati per meri reati di opinione. Se moltiplichiamo queste cifre per i 13 paesi che hanno legislazioni analoghe e per tutti gli altri dove le si vorrebbe introdurre arriviamo alla cifra di milioni di cittadini europei che si troveranno in carcere non per aver rubato, stuprato, ucciso o altro, ma solo per aver osato pensare, osato parlare, osato criticare.

Cittadini tedeschi processati ogni anno per reati di opinione
Anno
Destra
Sinistra
Stranieri
Totale
19945.562
185
235
5.982
19956.6555
256
276
7.087
19967.585
557
818
8.960
199710.257
1.063
1.029
12.349
19989.549
1.141
1.832
12.522
19998.698
1.025
1.525
11.248
2000
13.863
979
525
15.367
2001
8.874
429
353
9.656
2002
9.807
331
467
10.605
2003
9.692
431
1.340
11.463
2004




2005




2006




2007




2008




2009




2010









Totale:
90.395
6.397
8.886
105.678
Mi mancano i dati per gli anni successivi al 2003 ed anche quelli qui dati andrebbero ulteriormente analizzati e possibilmente studiati singolarmente, caso per caso. Stimo che ad oggi i casi ammontino a circa 200.000 nella sola Germania e senza poter calcolare la situazione degli altri 13 paesi europei dove esiste una legislazione analoga. Eccetto pochi casi che fanno notizia sui giornali e sui media, i cittadini non conoscono i dati globali del fenomeno, che resta per lo più segreto. Sarò grato a chi mi aiuterà ad aggiornare i dati, rendendoli il più analitici possibili ed a controllare e verificare le fonti originali, di dati che ho acquisito fortuitamente.

La partita, la stessa partita, si gioca su molteplici piani. Ma pare proprio che la follia sionista sia giunta al capolinea, alla sua implosione, se perfino dall’interno del mondo ebraico si alzano voci sempre più numerose per fermare la mano assassina di chi pensa che l’umanità non ebraica, in specie quella palestinese, possa essere privata di ogni diritto e di ogni ogni dignità. Avverto i pochi o molti frequentatori di questo blog che libertà di pensiero, democrazia e sostegno della causa palestinese, sono esattamente la stessa cosa. Invito i dispersi a compattarsi sempre nel comitato.europeo@gmail.com si possono inviare Adesioni per la costituzione di un “Comitato europeo per la difesa della libertà di pensiero”. Le Adesioni devono essere corredate da nome, cognome, qualifica e ogni altra indicazione utile. I dati sono riservati e verranno utilizzati solo per le finalità associative.

Si propone la formazione di una Delegazione nazionale che si rechi in parlamento e dal presidente della repubblica per protestare contro l’attacco subdolo all’art. 21 della costituzione proprio da parte di parlamentari, il cui compito avrebbe dovuto essere quello di rappresentare il popolo italiano e non di fare gli esclusivi interessi di Israele, per giunta con i soldi del contribuente italiano.

CIVIUM LIBERTAS


CONTRO ELIE WIESEL PER DIFENDERE

L’EUROPA E LA LIBERTA`DI PENSIERO

Critica del sionismo

Sommario: 1. Il testo di Wiesel, con nostra critica interlineare. – 2. Il testo di JCall. – 3. La crema. – 4. I “corretti commenti”. – 5. Uno spaccato sociologico. –


1.

Il testo di Wiesel, con nostra critica interlineare
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Con Elie Wiesel per difendere Gerusalemme
[E dei palestinesi che che facciamo? Chi li difende? Chi li ha mai difesi? Non posso cancellare dai miei occhi le numerosi immagini di palestinesi letteralmente scacciati dalle loro case, in Gerusalemme, e non solo in Gerusalemme, case che ancora avevano un pregio e senza parlare di quelle letteralmente distrutti.]

(Fonte)

« Salviamo la Ragione »
[Di quale ragione stiamo parlando?
Della ragione del carnefice o di quello della vittima? Non sono la stessa cosa.
Qual è la vostra ide di ragione? Esiste ancora una ragione comune per tutti gli uomini?]


Un gruppo di intellettuali e personalità ostentatamente rivendicando la loro ebraicità
[Rabkin è un ebreo o un impostore? Per chi conosce i suoi argomenti, il libro disponibile anche in italiano, qui la questione è chiara e a prova di inganno: la propaganda, l’Hasbara, è ormai arrivata al capolinea. Ci sono sempre più “ebrei” che comprendono meglio dei sionisti come l’ebraismo stia giocando la sua ultima carta. Leggere Burg, per capire. Certo, io qui sono un esterno, ma ho il diritto di osservare, perché qui ne va di mezzo soprattutto la mia libertà. Io non ho nessuna responsabilità di tutte le sofferenze che in oltre un secolo sono state inflitte ai palestinesi. Lo slogan “Israele siamo noi” lo restituisco a chi lo ha coniato: io non sono e non voglio essere Israele ed è mio diritto non esserlo.]
come segno di obiettività ha diffuso un "Appello alla ragione", dandogli la più ampia visibilità. In realtà, il contenuto va contro i suoi obiettivi dichiarati: la democrazia, la moralità, la solidarietà della diaspora, la preoccupazione del destino di Israele.
[Non ripeto cose sopra dette, ma qui si è ormai aperto un fossato sempre più profondo circa il modo di intendere cosa è “moralità”]
La parte politica che lo sostiene è chiara a tutti.

1) L'idea di una pace imposta a Israele sotto attacco, anche l'intervento delle varie potenze, è una negazione della democrazia e del diritto internazionale, con aspetti neo-colonialisti.
[Il sionismo è la forma terminale del colonialismo del XIX e XX secolo. Chi ha redatto questo documento o vuole ingannare se stesso, o non sa quel che dice, o insulta l’intelligenza di una persona appena discretamente informata. Di quale democrazia vogliamo parlare? Dei 750.000 palestinesi espulsi nel 1948 e rimpiazzati da immigrati chiamati da ogni parte del mondo? Quella dei pirati e dei briganti è pure una democrazia se appena deliberano a colpi di maggioranza? O la democrazia dei ladri di Pisa, che la notte vanno a rubare insieme e di giorno litigano? La democrazia è al massimo una forma politica, ma non la misura in se del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. E che? In nome della democrazia vuoi fare il massacro dei palestinesi, o moderni “cananei”? Ma davvero possiamo accettare questo sorta di interpretazione criminale degli antichi testi biblici? Se cosi fosse, l’ebraismo sarebbe morto e sepolto. A meno che costoro non pretendano di sterminare nel mondo 6 miliardi di cananei. I mezzi ce li avrebbero: quell’atomica che negano di avere.]
Essa viola la libera scelta dei cittadini della democrazia israeliana e crea un precedente pericoloso per tutte le altre democrazie.
[È veramente irritante e stucchevole questo tentativo di chiamare il mondo intero a copertura di misfatti e crimini che sono solo israeliani. La democrazia qui non c’entra nulla ed è un miserabile espediente per chiamare a raccolta i caparbi che con la ragione, la giustizia e l’umanità non hanno mai avuto nessun autentico rapporto.]
2) Si basa su un presidente americano che non riesce ad affrontare la sfida mortale dell'Iran
[E non vi bastano il milione ed oltre di vittime civili provocati dalla sola guerra all’Iraq da voi sponsorizzata anche con false informazioni di intelligence date al governo americano? Volete ancora che le nostre mani grondino del sangue anche di milioni di iraniani, colpevoli di non avere quell’atomica che voi invece avete? Può tanto il potere della menzogna che amministrate al mondo con sacerdotale sicumera?]
e dell’ Unione europea che si è globalmente identificata con la causa palestinese.
[Magari fosse così! Se lo fosse solo per una minima parte, sarebbe finalmente cessate le tribolazione di un popolo. Non solo mentite sapendo di mentire, ma sapendo anche che una persona dicretamente informata capisce facilmente la portata propagandistica dell vostra menzogna.]
Israele è sotto la minaccia di sterminio pronunciata da parte della Repubblica islamica dell'Iran e dei suoi satelliti, al nord con Hezbollah, al sud con Hamas nella Striscia di Gaza.
[Di sterminio che progredisce ogni giorno sotto i nostri occhi noi vediamo solo quello palestinese, che stando a ciò riporta Robert Fisk nel suo ultimo libro uscito in italiano, almeno qualche vostro soldatino, avrebbe voluto vedere tutti morti fin dalla “Pace in Galilea”, la “pace delle fosse comuni, quando i corpi fossero ancora rimasti intatti per poterli seppellire. Le menzogne dovrebbe essere più intelligenti per essere credute, ma a voi le menzogne basta dirle e ripeterle come un disco: effetto marketing, dove siete molto bravi.]
3) Mentre questi firmatari attribuiscono la responsabilità della situazione bloccata sul solo Israele, tutte le indagini obiettive dimostrano che né l'Anp né la società palestinese sono realmente interessate ad una pace giusta: 66,7% dei palestinesi rifiutano la creazione di un loro stato sulle frontiere del 1967, il 77,4% ha respinto l'idea che Gerusalemme possa essere la capitale di due stati (aprile 2010, sondaggio da parte dell'Università di Al-Najah di Nablus).
[Ma di quale pace si può parlare a chi è stato cacciato di casa e conserva ancora le chiavi e gli atti di proprietà? Pace di che? Quella del camposanto? Quella di poter riposare in pace come i propri padri, quando manco i cimiteri sono stati risparmiati dal glorioso, giusto e santo eservito di Davide? L’unica pace è quella che può nascere dal perdono della gente a cui avete fatto tanto male.]
La creazione di uno stato palestinese senza la conferma della volontà di pace del mondo arabo, senza eccezioni, esporrebbe il territorio di Israele a una debolezza strategicamente fatale.
[E che volete fare? Voi lo 0,2 % del Medio Oriente volete distruggere e mettere sotto ferro e fuoco il 98,8% del territorio e del mondo che vi circonda? Non potevate starvene dove eravate? Perché siete andati a scacciari i legittimi abitanti dalle loro case? Ve lo ha detto il vostro Dio? Falso! Sentite al riguardo cosa hanno da dirvi quelli di Neturei Karta! Sono non meno ebrei di voi, forse lo sono soltanto loro, e voi non lo siete per nulla.]
4) « Appello alla ragione » soffre di amnesia: gli accordi di Oslo hanno portato ad un'ondata senza precedenti di terrorismo,
[È veramente un abuso infinito questa tiritera del “terrorismo”, dietro la quale vi nascondete per giustificare ogni sorta di nefandezza. Se mai la parola “terrorismo” ha ancora un senso, vi appartiene interamente: nessuno più di voi ha fatto uso più intenso e massiccio del terrorismo, anche ideologico.]
il ritiro dal Libano alla nascita di Hezbollah - e le garanzie del Consiglio di Sicurezza si sono rivelate carta straccia.
[L’ONU vi ha condannato oltre 80 volte e resta sempre valida la risoluzione che riconosce ai profughi palestinesi il diritto al ritorno nelle loro case. L’ONU non è quello, davvero iniquo, che grazie a Stalin ha consentito la nascita della stato di Israele, in violazione di ogni principio di diritto naturale, una dotrina che Stalin non aveva in grande considerazione]
Il disimpegno da Gaza ha portato al colpo di stato da parte di Hamas
[Anche qui il lettore intelligente sa che voi vorreste governi fantocci in tutto il mondo, proni ai vostri volere. Ma tutto il mondo ha potuto osservare come mai vi furono elezioni più democratiche di quelle che hanno dato ad Hamas la legittima rappresentanza del popolo palestinese. Non è affatto vero che Hamas ha fatto un colpo di stato, ma è vero che ha sventato il coklpo di stato che voi volevate fare per togliere di mezzo un governo legittimo che non si piega ai vostri volere, come invece fa il fantoccio Abu Mazen. Ma forse l’epoca dei quisling e dei kapà è finita per sempre.]
e una pioggia di missili nell'arco di parecchi anni.
[Ma quali missili? I sigari? Non vi la benché proprorzione fra i crimini, i massacri, i genocidi che voi avete fatto dal 1948 ad ed un resistenza poco più che simbolica per far sapere ala mondo che l’aggredito, quello che è stato invaso, si vuole difendere e vuole resistere, generazione dopo generazione.]
Domani "Gerusalemme Est" e lo Stato di Palestina, saranno sotto il giogo di Hamas?
[Vi ha già detto il vostro correligionario o connazione Finkelstein che suonavate la stessa musica, lo stesso “odio”, la stessa propaganda quando Hamas non esisteva neppure. Il votro servizio di propaganda ha ormai esaurito tutte le risorse disponibile. Potete contare soltanto sulla totale ignoranza altrui di fatti di per sè evidenti.]
Il rammarico dei firmatari di questo appello non servirà a nulla ...

5) La morale e l’onore, l'impegno per la pace, non sono prerogativa di nessun campo.
[Certamente non sono una vostra prerogativa. rappresentate esattamente il contrario.]
Sono ogni volta in gioco. Per le sue motivazioni parziali e di parte, questa "chiamata alla ragione" contribuisce ai tentativi di boicottaggio e di delegittimazione che minano lo stato d’Israele, e pregiudica gravemente l'esistenza della sua popolazione.
[Ma su cosa potete fondare la vostra legittimazione? Sul diritto di cacciare gli altri dalle loro case, dai loro villaggi, dalla loro patria? Come è possibile tanta follia sulla faccia della terra? Nessuno è legittimato a rubare e uccidere, a prendere le cose altrui e a straziare le sue carne, a trattare gli uomini da bestie.]
6) Davanti alle vere minacce che colpiscono Israele nella sua stessa esistenza
[qui ci interessa l’esistenza dei palestinesi che voi avete fatto di tutto per annientare: avete tolto ai figli i padri e alle madri i loro neonati e li avete fatti bruciare al fosforo come fiammiferi che non si vogliono spegnere: leggere Fisk per la documentazione dei “bambini al fosforo”. Giustificare ciò in nome di un qualsiasi dio è la più grande di tutte le bestemmie]
e che compromettono le probabilità di una pace duratura in Medio Oriente,
[voi avete sempre portato la guerra e la pace è cosa che non vi ha mai interessato. Ciò che volete è una guerra senza fine. Non vedete l’ora di attaccare l’Iran e vorreste la nostra copertura materiale e morale: altro che burqa e veli!]
noi vogliamo costituire un movimento di opinione in seno all'unione europea di cui siamo cittadini
[con quanti passaporti in tasca? E chi ne ha uno solo che deve fare? Deve sottostare a che ne ha più di due?]
e che intende difendere e spiegare la legittimità dello Stato di Israele
[I cittadini europei dovrebbero preoccuparsi dell’unica patria di cui appunto cittadini e non renderela schiava di Israele e delle sue follie che dopo aver offeso ogni elementare senso di umanità mettono in pericolo la pace nel mondo.]
come parte di una vera pace, e la lotta contro l’antisemitismo che sta crescendo pericolosamente.

Chiediamo a tutti di firmare questa dichiarazione.

Firmate e fate firmare l'appello "Salviamo la Ragione"

Per firmare clicca sul seguente link http://www.dialexis.org

Prime firme (raccolte in Francia) :
Jean Pierre Bensimon, professore di Scienze sociali, Raffaello Draï, professore di scienze politiche e di diritto, Judith Gachnochi, psicologo, George Gachnochi, psichiatra e psicoanalista, Nicolas Nahum, architetto, Georges Sarfati Elia, professore delle università, linguista e filosofo, Perrine Simon Nahum, ricercatore al CNRS, storico, Pierre-André Taguieff, direttore di ricerca al CNRS, filosofo, scienziato politico e storico delle idee, Michele Tribalat demografo, Shmuel Trigano, professore di sociologia politica, direttore delle rivista "Controverses."

[Sui nomi delle persone mi astengo in critiche che fatalmente sarebbero bollate come antisemitismo, per fortuna ormai svuotato di ogni senso per l’abuso strumentale che se ne è voluto fare. Ma certo ognuno si assume la sua responsabilità davanti alla propria coscienza, davanti a Dio, davanti agli uomini.]
Anche Bat Ye’or ha aderito, e tanti altri…nel sito www.dialexis.org l'elenco aggiornato delle firme.

In Italia si sta preparando un appello di carattere internazionale, coordinato da Fiamma Nirenstein. IC ne darà notizia al più presto.
È difficile fare la conta di chi sta da una parte e di chi sta dall’altra. La retta coscienza non si sottomette ai conteggi: et si omnes ego non! Le posizioni morali e politiche nascono da un profondo lavorio della coscienza, dove chi più sa e sente si assume alche il penso del concittadino che non sa o è ingannato da che di professione ordisce inganni e fabbrica menzogne.

Notizie aggiuntive si trovano a questo link, dove ormai ci siamo abituati a sorvolare sui patetici commenti che fanno pensare ad una filiazione diretta da qualche organo israeliano di propaganda. Se così fosse, tornerebbero i nostri conti, cioè il giudizio sulla testata e sulla sua funzione. Sarebbe poi di un qualche interesse sapere chi concretamente si nasconde dietro la “redazione” del Foglio, il cui sionismo sembra pure una filiazione diretta da Israele. Ma solo per avere un più circostanziato giudizio. Non certo per adottare i loro stessi metodi, che sono e restano loro. Quanto a Levy e Finkelkraut resto della stessa opinione: non sono colombe! Non lo sono mai state. Non lo diventano adesso. Credo che abbiano soltanto capito che il gioco si è spinto troppo oltre. Rispetto a loro il nostro giudizio critico resta immutato e non dipende dai loro tatticismi.

Sul merito del redazionale veramente fa cascare le braccia la persistenza di tanta ottusità sul nucleare iraniano, che non esiste. È da chiedersi se chi scrive, ci crede davvero. Ne dubito molto, ma se così fosse saremmo sul piano del più ottuso fanatismo che chiude la mente e benda gli occhi. Credo invece che sia il modo tipico di funzionamento della propaganda: ripetere il disco finché materialmente lo strumento non si rompe. Con la stessa tecnica del marketing commerciale, si punta ad un qualche risultato quantitativo statistico nella persuasione subliminale. Ma forse sono soltanto io che leggo il Foglio e simili testate, per farne appunto monitoraggio. Ed in effetti nella cerchia delle mie conoscenze non conosco una sola persona, dico una, che sia un lettore del Foglio. Vive per l’amplificazione che ne fanno alcune rassegne stampa “amiche”.

2.

Il testo di JCall
Fonte
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Per completezza di informazione, e per avere i due testi a confronto, non avendo trovato una traduzione italiana dell’Appello, ne riproduco il testo francese:

L’appel que vous lirez ci-dessous a déjà été signé par des personnalités et des membres d’associations juives européennes, engagées depuis toujours dans le combat pour la paix au Moyen-Orient, dont vous lirez les noms ci-dessous.

Notre objectif est de rendre publiques les positions de juifs européens, trop longtemps silencieux, et de faire entendre une voix juive solidaire de l’État d’Israël et critique quant aux choix actuels de son gouvernement.

Nous appelons toutes celles et tous ceux qui se reconnaissent en ce texte à le signer.

Nous présenterons cet appel à la Raison, lors d’une importante réunion au Parlement européen à Bruxelles le 3 mai 2010.

Pour nous contacter, écrivez à contact@Jcall.eu

N’oubliez pas de signer cet appel si vous le soutenez.
Appel à la raison

Citoyens de pays européens, juifs, nous sommes impliqués dans la vie politique et sociale de nos pays respectifs. Quels que soient nos itinéraires personnels, le lien à l’État d’Israël fait partie de notre identité. L’avenir et la sécurité de cet État auquel nous sommes indéfectiblement attachés nous préoccupent.

Or, nous voyons que l’existence d’Israël est à nouveau en danger. Loin de sous-estimer la menace de ses ennemis extérieurs, nous savons que ce danger se trouve aussi dans l’occupation et la poursuite ininterrompue des implantations en Cisjordanie et dans les quartiers arabes de Jérusalem Est, qui sont une erreur politique et une faute morale. Et qui alimentent, en outre, un processus de délégitimation inacceptable d’Israël en tant qu’État.

C’est pourquoi nous avons décidé de nous mobiliser autour des principes suivants :

1. L’avenir d’Israël passe nécessairement par l’établissement d’une paix avec le peuple palestinien selon le principe « deux Peuples, deux États ». Nous le savons tous, il y a urgence. Bientôt Israël sera confronté à une alternative désastreuse : soit devenir un État où les Juifs seraient minoritaires dans leur propre pays ; soit mettre en place un régime qui déshonorerait Israël et le transformerait en une arène de guerre civile.
2. Il importe donc que l’Union Européenne, comme les États-Unis, fasse pression sur les deux parties et les aide à parvenir à un règlement raisonnable et rapide du conflit israélo-palestinien. L’Europe, par son histoire, a des responsabilités dans cette région du monde.
3. Si la décision ultime appartient au peuple souverain d’Israël, la solidarité des Juifs de la Diaspora leur impose d’œuvrer pour que cette décision soit la bonne. L’alignement systématique sur la politique du gouvernement israélien est dangereux car il va à l’encontre des intérêts véritables de l’État d’Israël.
4. Nous voulons créer un mouvement européen capable de faire entendre la voix de la raison à tous. Ce mouvement se veut au-dessus des clivages partisans. Il a pour ambition d’œuvrer à la survie d’Israël en tant qu’État juif et démocratique, laquelle est conditionnée par la création d’un État palestinien souverain et viable.

C’est dans cet esprit que nous appelons tous ceux qui se reconnaissent dans ces principes à signer et à faire signer cet appel.

Vi è come una sorta di gara tra i due testi fra chi raccoglie più firme. Se fossi un “poliziotto del pensiero”, potrei annotare chi si trova dall’una o dall’altra parte. Ma mi è sempre stato estraneo questo spirito. Il discrimene che mi divide dagli uni e altri firmatari dell’appello, una sorta di “ladri di Pisa”, è la mia convinzione della mancanza di qualsiasi fondamento di legittimità dello stato di Israele, dalla sua fondazione ad oggi. Se qualcuno chiedesse a me come se ne può uscire, rispondo che a mio avviso l’unica soluzione è lo stato unico con rientro di profughi palestinesi, con disarmo totale di Israele e con una forza ONU permanente che assicuri l’ordine pubblico e la pacificazione. So anche che il saldo del flusso migratorio israeliano è negativo: resta chi non può più andarsene. Ad esempio, il milione di ebrei russi che sono stati ceduti da Gorbaciov in cambio, pare, della clausola di nazione più favorita degli USA dell’epoca. In Russia, costoro non sarebbero più graditi. Ed in effetti sono forse questi i più feroci fra tutti i sionisti palestinesi.

Tra i nuovi criteri che mi sono dato – dopo l’alto «onore» che mi hanno concesso, cioè di un attacco feroce su tutti i media, per ciò che in questo blog credevo di scrivere solo per me stesso, come pagine di diario, e quattro lettori che mi seguivano, – vi è quello di una maggiore moderazione e prudenza verbale, senza però cadere nell’autocensura. Mi esprimo perciò globalmente e non individualmente sui personaggi che escono qui alla scoperto in occasione di un’importante divaricazione all’interno dello stesso schieramento sionista. Costoro assumono la posizione che mi aspettavo che assumessero: la più retriva e fanatica possibile. Per Bernardo Levi, al quale non ho dedicato molte pagine, non muto giudizio: è un “sionista” ed annetto a questo termine il disvalore massimo. Nella sua maggiore intelligenza ha semplicemente capito il vicolo cieco dove sta andando non solo Israele, ma tutto l’ebraismo mondiale. Ho riassunto il concetto nella formula secondo cui i sionisti hanno “distrutto” gli ebrei molto di più di quanto avrebbe potuto fare Hitler o si dice abbia fatto Hitler. Dissento da quanti come Viola paventano un ritorno poderoso dell’antisemitismo. A mio avviso, questo pericolo non esiste affatto. Sono gli ebrei sionisti che vorrebbero vi fosse l’antisemitismo per cementare su di esso una nuova unità, una nuova aggregazione. Il presunto “antisemita” comprende benissimo che nelle condizioni della cultura politica della nostra epoca qualsiasi forse di discriminazione verso terzi, qualsiasi negazione dell’umanità altrui, chiunque egli sia – ebreo, arabo, cristiano, musulmano, zingari, zulu... – sarebbe una negazione della propria stessa umanità e quindi un fatto autolesionistico. Il giudizio è semplice negativo a seguito dello svelamento di un inganno ed una truffa durata oltre mezzo secolo. Il “genocidio” palestinese annulla tutto il credito morale che l’ebraismo aveva pensato di poter capitalizzare. Per non parlare poi delle leggi liberticide, del terrorismo ideologico, cui sono costretti gli intellettuali europei che appena appena pensano di voler usare la propria testa e di ragione in modo autonomo. La consapevolezza di ciò ha aperto un fossato che diventa tanto più profondo ed incolmabile quanto più l’ebraismo avanza nella sua linea. Credo che abbia compreso ciò bene un Bernardo Levi, la cui immagine che me ne sono fatta resta sempre quella di sempre.
3.

La crema
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In altra circostanza il riportare i nomi che seguono è stata chiamata lista nera di proscrizione ed è stata imbastita una vera e propria messa alla gogna contro una persona che si era limitato a rendere pubblico un appello pubblico di nomi. Tra questi nomi che compaiono di seguito mi dispiace di riconoscere quello di un mio vecchio amico, con il quale il suo “sionismo” non fu mai oggetto dei nostri colloqui. Quando questo sia nato in lui non so. Mi auguro soltanto che resti l’amicizia e che lui riconosca a me il diritto di essere di tutt’altro avviso senza essere per questo un “criminale”, ma anzi ritenendo che Israele merito quella patente di “Stato criminale” che Karl Jaspers avevo coniato per un altro contesto storico-politico.Prime firme:

Fiamma Nirenstein (giornalista e deputato), Giuliano Ferrara (direttore de Il Foglio), Paolo Mieli (presidente Rcs Libri, ex direttore del Corriere della Sera), Angelo Pezzana (giornalista, informazionecorretta.com e Libero), Ugo Volli (semiologo, Università di Torino), Shmuel Trigano (professore, Universités à Paris X-Nanterre), Giorgio Israel (Università La Sapienza), Giulio Meotti (giornalista, Il Foglio), Gianni Vernetti (deputato, ex Sottosegretario agli Esteri), Susanna Nirenstein (giornalista), Peppino Caldarola (giornalista), Alain Elkann (scrittore, consigliere Ministero Beni Culturali), Carlo Panella (giornalista, Il Foglio), Emanuele Ottolenghi (Senior Fellow, Foundation for the Defense of Democracies), Daniele Scalise (giornalista), Giancarlo Loquenzi (Direttore, l’Occidentale), Edoardo Tabasso (professore, Università di Firenze), Leonardo Tirabassi (presidente Circolo dei Liberi Firenze, Fondazione Magna Carta), Giacomo Kahn (Direttore mensile Shalom), Magdi Allam (parlamentare europeo), Luigi Compagna (senatore), David Cassuto (ex vicesindaco di Gerusalemme), Riccardo Pacifici (presidente Comunità Ebraica di Roma), Anita Friedman (Associazione Appuntamento a Gerusalemme), Leone Paserman (presidente della fondazione Museo della Shoah di Roma), Massimo Polledri (deputato), Enrico Pianetta (deputato, Presidente Associazione parlamentare di amicizia Italia-Israele), Alessandro Pagano (deputato), Renato Farina (deputato), Marco Zacchera (deputato), gennaro malgieri (deputato), Dore Gold (President, Jerusalem Center for Public Affairs, former Ambassador of Israel to the UN), Norman Podhoretz (Writer, Editor-at-Large, Commentary Magazine), Michael Ledeen (Freedom Scholar, Foundation for Defense of Democracies), Barbara Ledeen (senior advisor, The Israel Project), Phyllis Chesler (Emerita Professor of Psychology and Women's Studies, City University of New York), Nina Rosenwald (Editor-in-Chief, www.hudson-ny.org), Harold Rhode (esperto di Medioriente, ex Pentagono) Caroline Glick (editorialista, Jerusalem Post), Rafael Bardaji (Foreign Policy director, FAES Foundation), Raffaele Sassun (Presidente Keren Kayemeth LeIsrael Italia), Max Singer (a founder and Senior Fellow, Hudson Institute), George and Annabelle Weidenfeld (President, Institute for Strategic Dialogue), Anna Borioni, (associazione Appuntamento a Gerusalemme), Efraim Inbar (Director, Begin-Sadat Center for Strategic Studies), Zvi Mazel (former Ambassador of Israel to Egypt and Sweden), George Jochnowitz

"CON ISRAELE, CON LA RAGIONE"

L’aggressione a Israele dei firmatari del documento Jcall è ispirata da una visione miope della storia del conflitto arabo-israeliano, da una mancanza di percezione chiara del pericolo che Israele corre oggi di fronte a un grande attacco fisico e morale. E’ addirittura incredibile che personaggi intelligenti e colti come Alain Finkelkraut e Bernard-Henri Levy, invece di occuparsi dell’Iran che ben presto terrà tutto il mondo nel raggio della minaccia della sua bomba atomica, bamboleggino con l’idea che Benjamin Netanyahu sia il vero ostacolo alla pace, che l’impedimento essenziale per giungere a una risoluzione del conflitto sia un ipotetico, riprovevole atteggiamento israeliano. Sembra che gli intellettuali firmatari ignorino la realtà e inoltre che se ne infischino del contributo che il loro documento darà e sta già dando al movimento di delegittimazione senza precedenti che minaccia concretamente la vita di Israele.

Voler spingere Israele a concessioni territoriali senza contraccambio significa semplicemente consegnarsi nelle mani del nemico senza nessuna garanzia: lo sgombero di Gaza, compiuto senza trattativa, ha portato risultati disastrosi, il territorio lasciato dagli abitanti di Gush Katif è diventato un’unica rampa di lancio per missili e terroristi; la trattativa di Ehud Barak, intesa a cedere a Arafat praticamente tutto quello che chiedeva, portò semplicemente all’orrore della seconda Intifada, con i suoi duemila morti uccisi da attentati suicidi. Lo sgombero della fascia meridionale del Libano nel 2000 ha rafforzato gli Hezbollah, li ha riempiti di missili, ha condotto alla guerra del 2006.

Alain Finkelkraut, Bernard-Henri Levy e i loro amici sostengono di preoccuparsi per il futuro e la sicurezza d’Israele, ma di fatto ignorano l’elemento basilare che ha impedito ai processi di pace di andare in porto, ovvero il rifiuto arabo e palestinese di riconoscere l’esistenza stessa dello Stato d’Israele come dato permanente nell’area. Basterebbe che ogni mattina leggessero la stampa palestinese e araba e se ne renderebbero conto. Nessuna concessione territoriale di quelle che gli intellettuali francesi sembrano desiderare con tanta energia può garantire la pace, ma solo una rivoluzione culturale nel mondo arabo. E nessuno la chiede, nemmeno Obama che invece preme solo su Israele. E’ divenuta la moda di questo tempo.

L’attacco a Netanyahu che si legge nell’appello di Jcall è volto a destrutturare la sua coalizione di destra. Ma la realtà è che non è mai contato nulla che un governo israeliano fosse di destra o di sinistra: i Palestinesi hanno sempre comunque rifiutato ogni proposta di pace.

Ma che Israele diventi ancora più piccolo non servirà a niente finché Abu Mazen non rinuncerà a intitolare le piazze al nome dell’arciterrorista Yehiya Ayash, finché il mondo palestinese non smetterà di distribuire caramelle quando viene ucciso un ragazzo ebreo in qualche ristorante, finché non accetterà la richiesta davvero minimalista di Netanyahu di riconoscere che lo Stato di Israele è lo Stato del popolo ebraico.

Sembrano ignorare questo dato evidente anche gli intellettuali israeliani che hanno firmato un documento addirittura contro il premio Nobel Elie Wiesel che ha scritto una nobilissima lettera in sostegno di Gerusalemme come patria morale e storica del popolo ebraico.

E’ una triste epidemia perbenista, con la quale probabilmente si pensa di fornire un po’ d’ossigeno ai movimenti pacifisti che in questi anni non ha saputo altro che fallire ripetutamente sullo scoglio della cultura dell’odio islamista e contribuire alla diffamazione di Israele. Ma non si arriverà a nessun processo di pace (e le generose offerte di Olmert rifiutate da Abu Mazen ne fanno fede) finché una larga parte del mondo non smetterà di sperare che la distruzione di Israele sia dietro l’angolo, sulla scia della nuova eccitazione islamista dell’Iran e dei suoi amici Siria, Hezbollah, Hamas tutti sempre più armati di armi letali, e non solamente di vane parole, come i firmatari dell’”appello alla ragione”. Ma anche le parole possono uccidere e distruggere.

Non ci sfugge, di fronte a una così evidente ignoranza della politica della mano tesa di Netanyahu con il discorso di Bar Ilan e il congelamento di dieci mesi degli insediamenti, lo sblocco di molti check point e la promozione di importanti misure per agevolare l’economia palestinese, che sia presente nel “documento Finkelkraut” un traino obamista, un perbenismo da salotto buono cui spesso gli intellettuali non sanno dire no. Esso mette i nemici di Israele, e sono più di sempre e più agguerriti, nella condizione di delegittimare e attaccare lo Stato ebraico, dicendo: “Anche molti ebrei sono dalla nostra parte”. Se questo era lo scopo dei firmatari, lo hanno raggiunto.
Leggo di una qualificazione che suona “Università di Roma La Sapienza”. Alla Sapienza io ci sto da studente e docente dal 1970. Hanno tentato di farmi uno “sgambetto” per il fatto che sono di diverso avviso del signore in questione, ma non ci sono riusciti e se dovessero contestare le mie opzione politiche che sono di un segno dovrebbero contestare anche quello di cui sopra. Quanto poi all’ex-direttore del Corriere della Sera si trova perfettamente giustificata la dizione satirica di “Corriere di Sion”, una linea politica che direi si mantenga ancora. E dunque se Gianni Vattimo dice quel dice, se ne può comprendere il senso senza bisogno di tirare in ballo i Protocolli. Non è che se nei falsi Protocolli si trova scritto che il sole sorge all’ora x e tramonta all’ora y, debba essere per questo falsa l’ora dell’alba e del tramonto del sole.

Con esercizio del “diritto di critica politica” osserviamo quanto segue sul manifesto, sperando che a leggere le mie note sia il mio caro amico, che spero di poter conservare malgrado il forte dissenso politico. Non dico il nome dell’amico.

1. Ma quale ragione? Con Israele non esiste né diritto né ragione, ma solo violenza, barbarie, sopraffazione, menzogna sistematica. Non lo dico io, ma la lezione della storia: dal 1882 al 1948; e dal 1948 ad oggi. Sabra e Shatila sono soltanto un episodio della superiore moralità di Israele, con il quale tutti noi («Israele siamo noi») dovremmo identificarci. No, cari signori, parlate per voi. Io non ci sto. Se poi avete in tasca un doppio passaporto, mentre io ne ho uno solo, ebbene potreste approfittarne, assicurando una maggiore pace e serenità in questo martoriato paese, terra di conquista e di servaggio, che è sempre stati l’Italia.

2. Se perfino Bernardo Levi, che si faceva fotograre in divisa militare israeliana accanto ad un carro armato, ha capito che la via del genocidio finale del popolo palestinese è la vera ed effettiva distruzione dell’ebraismo, vuol dire che siete proprio alla frutta. Naturalmente, il mio è un punto di vista del tutto esterno e non mi passa neppure per l’anticamera del cervello di schierarmi dall’una o dall’altra parte. Ma è ormai un fatto che si spunta definitivamente quell’arma dell’antisemitismo con cui i popoli europei sono stati diffamati da oltre mezzo secolo. Se alle stesse conclusioni che da sempre fanno i critici di Israele, arrivano ora gli intellettuali e la parte chiaramente maggioritaria dell’ebraismo europeo oltre che americano, allora – egregi signori – non veniteci più a molestare con le vostre accuse di “antisemitismo”.

3. Esiste un «grande movimento d’opinione», influenzato dal “numero” e dalla “qualità” dei «nostri firmatari» che intenda “difendere” Israele in Europa e nel mondo? Se il mondo è rappresentato no dal “Foglio” di Giuliano Ferrara o dall’«Opinione di Arturo Diaconale», ma dall’ONU, che nella sua Assemblea è venuta via via accogliendo gli stati che uscivano dal colonialismo, allora il mondo ha da tempo condannato Israele, la cui fondazione come stato risale ad una convenienza tattica di Stalin. Il deficit di legittimità dello stato di Israele è in nuce. Una spiegato una volta direttamente allo stesso Fini la differenza fra legalità e legittimità. Non è riuscito a capirla ed annaspava nel vuoto mentale, un vuoto che l’amico Campi si è assunto il compito di riempire. Non so quante firme riuscirà a raccogliere madonna Fiammetta, ma quelle che sono tra le prime, io già mi aspettavo che ci fossero. E non mi sono sbagliato. Quello che forse Fiammetta non capisce – o non gliene importa – è che queste firme anziché unire, scavano un fossato sempre più profondo. Se non siamo alla guerra civile, siamo però ad una grande esacerbazione degli animi che creano sentimenti profondi che restano. Il gioco è pesante quanto sporco. Manca l’amor di patria, dove per patria intendiamo questo disgraziato paese che è l’Italia, ancora una volta teatro di scontro di eserciti stranieri.

4. La miopia di chi? L’appello non mi sembra di grande livello intellettuale se incomincia con insulti. Io potrei dire di essere la più bella del reame, ma può darsi che lo specchio si stanchi di ripetere quello che vorresti sentirti dire. Qui non si tratta di chi vede più lontano, ma di decidere su alternativi politiche e desisioni entrambi possibili: vuoi finire uccidere il palestinese a cui hai tolto casa, patria, dignità? Qui si tratta semplicemente di decidere se ti vuoi continuare a macchiare le mani di sangue: la miopia c’entra poco. È la decisione ciò che conta. O di qua o di là.

5. Iran: una bufala infinita. - Era stata progettata per ingannare i goym, ma non da usare contro gli stessi suoi fabricanti. È davvero stupefacente come tanta stupidità possa circolare e trovar credito. Forse che gli inventori della menzogna sono cadute nella loro stessa rete e credono a ciò che avevano prodotto per ingannare il mondo? La stessa menzogna dei falsi armanenti di Saddam? Tutta qui l’intelligenza ebraica? Evidentemente, Bernardo Levi non è stupido fino a questo punto. Un documento così grossonano non può avere avere un fondamento di verità, ma è soltanto l’indicazione di una linea di inganno mediatico che avrebbe dovuto essere continuata in un disegno di portare in guerra tutto il Medio Oriente come era già successo per l’Europa che ancora porta le stimmate della guerra civile che l’ha dilaniata per trenta lunghi anni dal 1914 al 1945. Da questa immane tragedia è nata Israele. Per sopravvivere ha bisogno di una tragedia maggiore da consumare in Medio Oriente.

6. La brutta bambola. – Lo stile è tutto di donna Fiammetta. Credo che abbia composto lei tutta da sola il testo, privo di senso storico, etico, giuridico. Probabilmente, con un giro di telefonate è stato chiesto agli “amici” di mettere una firma ad un testo, che certamente non onora i firmatari, non già per le opzioni politiche che implicano, ma per la fragilità e la insensatezza del contenuto etico-politico. A che serve un appello? A chi è rivolto? Vi è chi lo firma certamente, ma chi non lo firma è giudica negativamente i firmatari? Per la verità non ho mai capito il senso vero e profondo degli appelli.

7. Ma perché Israele, che ha la bomba atomica, ha il diritto di averla e ad altri, che non hanno, questo diritto dovrebbe essere negato? Anche l’Italia brulica di atomiche. Perché e con quale diritto? Per minacciare chi?

8. Chi è il nemico di chi? E noi, dico noi italiani, non israeliani, cosa c’entriamo in questa storia? Il suo appello madonna Fiammetta non avrebbe fatto meglio a farselo come parlamentare della Knesset anziché del parlamento italiano, dove improvvidamente qualcuno l’ha imbucata, facendo un gravissimo danno all’Italia e al popolo italiano. La vera Liberazione, se ve ne sarà mai una, sarà quella che ci libererà di questo ceto politico italiano, che di italiano ha poco o nulla.

9. Contraccambio di che? Avete rubato, usurpato, massacrato e volete un “contraccambio”? Dovreste avere il giusto castigo divino, se vi fosse un Dio in Cielo. Dovreste pagare per il sangue che avete versato. I morti che avete lasciato insepolti, pasto delle mosche, in Sabra e Shatila aspettano ancora giustizia. I morti di “Piombo Fuso” ci pongono davanti alle nostre responsabilità di uomini di questa generazione, non di quella di Auschwitz, quando non eravamo neppure nati. Ogni generazioni ha le responsabilità della propria epoca, non di quelle passate. E voi in nome di un passato che è trascorso pretendete che dobbiamo accettare i vostri crimini? Le nostre mani sono monde del sangue che noi non abbiamo versato. Saremmo complici dei vostri delitti, se coprissimo le vostre responsabilità. Non potete più ingannarci. Pentitevi e ravvedetevi, dice il dio cristiano, che non è dio di vendetta, ma dio di perdono. Chiedete perdono a chi avete fatto del male e vivete in pace con loro, rendendo loro il maltolto. Sarà forse questa l’unica via della pace e della salvezza.

9. L’esistenza di Israele? E che vuol dire? La legittimazione della rapina, della Nakba, di Sabra e Shatila, della violenza e della negazione del diritto eretta a sistema e principio regolativo del diritto internazionale? Che vuol dire stato “ebraico”? Che si devono cacciare dalle loro case i legittimi abitanti e metterci dentro immigrati e avventurieri riuniti da ogni parte del mondo? Gente che anziché partire per l’America o l’Autralia a trovare lavoro, onesto lavoro, accettano un contratto in Palestina a danno dei legittimi abitanti? Ma questa è associazione a delinquere e lo stato che è basato su un contratto del genere è uno stato “criminale” più di qualunque altro possa esser mai esistito nella storia.

10. Hezbollah. – E certo vi è andata male. Le vostre vittime, le vittime dei vostri agguati, non sono sempre disarmate. Hanno capito quale sia la vostra superiore civiltà: portate morte e distruzione ovunque andiate. La difesa è un diritto sempre legittimo. L’aggressione e la sopraffazione non lo è. Gli aggressori non possono invocare nessun diritto alla difesa.

11. Sicurezza, sicurezza, sicurezza. – Ma perché? Nel 1948 i 750.ooo palestinesi, pari al 50% della popolazione, non avevano diritto alla sicurezza nelle loro case? I profughi che vivono sparsi per il mondo non hanno diritto alla sicurezza? Quella sicurezza e dignità che voi avete loro tolto. Voi in realtà volete la sicurezza del maltolto, della violenza che avete commesso, del sangue che avete sparso. Ma questa sicurezza nessuno può darvela e meno che mai è tenuta a darvela il popolo italiano, che non ha colpa per i vostri crimini.

12. La saccenza di madonna Fiammetta. – Onestamente, pur non avendo nessuna simpatia per tutta la banda, se dovessi fare una valutazione accademica fra madonna Fiammetta e lo stesso Bernardo Levi, o Avraham Burg, non avrei nessuno difficoltà a rilevare quelle differenze che sono poste dalla natura e che rendono gli ineguali sotto il piano morale, intellettuale, senza poi parlare delle differenze poste dalla sorte. Stupisce come siffatte elementi personalistici vengano inseriti nel testo di un appello pubblico per il quale si chiede il più largo consenso di firmatari. Devono proprio essere allo sbando. Forse è giunta l’«implosione» di cui ha parlato Ahmadinejad, che è uomo di buon senso. Si sono sforzati inutilmente di diffamarlo.

13. Sentitela! - Si trova nel parlamento italiano – sappiamo come e perché – ma non ha nessun pudore a comportarsi come se fosse alla Knesset. Per lei Netanyahu è molto più familiare di un Berlusconi, che fra le tante colpe che possono essergli imputate, certamente non è delle più piccole averci inflitto una madonna Fiammetta. Povero popolo italiano! Le tue disgrazie sono infinite ed il peggio deve ancora venire.

14. Che pena! – Provo quasi pena per i firmatari di un testo così stupido. Lo dirò al mio amico: ma dove ti sei cacciato? Dove sei finito? Chi te l’ha fatta fare? Cosa mi hai nascosto? Cosa non mi ha mai detto? Eppure, tu sei intelligente. Come puoi aver messo la tua firma ad un testo simile? Montecitorio ti ha dato alla testa. Certo, si guadagna. Si fanno i soldi e sci i assicura la propria vecchiaia. Ma sono fatti tuoi e nel posto che stati dovreste non i fatti tuoi, bensì i fatti nostri, e mi pare che così li stai facendo proprio male. Non dire che sono cattivo, ma se il tuo mestiere fosse quello del salumiere, non avrei nessun diritto di interloquire. Sai bene, che se dovessimo credere a ciò che sta scritto nella carta costituzionale, tu rappresenti addirittura tutto il popolo italiano con divieto di mandato imperativo. A me mi pare che voi stiate alla Knesset, o forse che abbiata scambiato il parlamento italiano, per una sottocommisione della Knesset. Grazie a madonna Fiammetta e per nostra disgrazia.

4.

I “corretti commenti”
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Certamente, è questo un momento critico per il sistema della propaganda sionista in Europa ed in Italia. Le posizioni diventano più nette e chiara. Chi ama agire nell’ombra, secondo i metodi propri delle lobbies, esce allo scoperto. Per chi osserva dall’esterno ed è distante tanto dall’uno quanto dall’altra fazione, forse la novità più importante è la totale vanificazione di un’arma classica della propaganda sionista: l’accusa di antisemitismo ad ogni avversario. Si badi bene un’accusa per nulla gratuita. La Lobby è riuscita a trasformare questa accusa in un titolo penale, messo in mano ad ogni organizzazione ufficiale ebraica. Basta che parta un’accusa da una una fonte “autentica” e cominciano guai giudiziari per il malcapitato. Questa accusa fa il paio con il “terroristi, terroristi, terroristi”, che è servito finora per il totale disconoscimento del palestinese e per il suo sterminio: Sabra e Shatila è una esemplificazione di un fenomeno costante.

La telenovela continua qui con interviste ai sionisti che operano in Italia. Per evitare una esasperazione da guerra civile ci asteniamo da più puntuali osservazioni e ci limitiamo a riflessioni di carattere generale e astratto, senza riferimenti precisi a singole persone. La parte più retriva la si trova nelle organizzazioni ufficiali. Non è difficile spiegare il perché. Basta leggere il libro di Finkelstein, “L’industria dell’Olocausto”, dove è espressamente indicata tutta una selva di organizzazioni che ha materialmente fatto danaro sulla creazione e l’alimentazione di un “mito”, di un “tabù”. Che il tabù sia minacciato dalla ragione, dal discorso analitico e razionale, è un fatto che non richiede grandi spiegazioni. Speriamo da questa “implosione” di poter recupare tutti quanti quella libertà di giudizio e di ragionamento che ci è stata tolta.

Sentir parlare di “democrazia” da parte di non ne ha la più pallida idea è cosa che mette a dura prova il sistema nervoso. Del resto, la parola “democrazia”, di cui tutti si prendono la briga di parlare, è come la famosa araba fenice: che ci sia ognuno lo dice, dove sia nessuno lo sa. Ma sembra che la paranoia dell’Iran e di Hamas facciano sempre meno presa. Mi ha molto sorpreso vedere all’ONU Mubarak –il presidente egiziano, da sempre ligio agli ordine israelo-americano, dopo il trattato di sottomissione detto trattato di pace, il costruttore su commissione del muro di ferro intorno a Gaza – denunciare l’atomica israeliana. Il mondo araba si accorge che non ha senso pretendere la rinuncia all’atomica che non esiste, quella dell’Iran, e fare finta che non esistano le testate israeliane. Come riconoscere ad Israele un diritto talmudico ad avere armi puntate sui suoi vicini con i quali non si capisce quale pace si voglia. Quella con l’Egitto è assai impropriamente una “pace”: è un trattato di soggezione, basato sulla minaccia militare di un superiore armamento israeliano e di un ricatto economico da parte degli Usa. L’Egitto fu messo in ginocchio con i famosi accordi di pace. Su questo modello Israele, per la sua cosiddetta sicurezza, vorrebbe l’assogettamento di tutto il Medio Oriente. Ma è bastata una scrollata di spalla di Obama perché tutti gli stati clienti, fra cui anche l’Egitto, si sentano autorizzati ad aprire bocca e cercare per lo meno di fare i propri interessi di stato.

La mancanza di pudore non ha il senso della misura. La Lobby esiste per esercitare pressioni occulte. Ha sempre fatto questo. Che adesso altri chiedano la stessa costa ma in una diversa direzione fa alzare alti lai in nome della democrazia. Se Gesù Cristo predicasse ancora per le nostre strade e nelle piazze avrebbe facile gioco a parlare di ipocrisia. Non scendiamo in dettagli uleriori. In una societa vichiana di ladroni essere il 5% di non ladroni non è cosa da poco. In realtà, non possono impiegarsi i normali concetti di democrazia per una società che certamente per la gran parte, in maggioranza, è costituita da un’immigrazione di tipo coloniale. Se nel Sud Africa di prima dell’apartheid la popolazione bianca fosse stata una “maggioranza” rispetto a quella di colore, avrebbe senso parlare di democrazia per il solo fatto che esiste una “maggioranza democratica” che ha sancito l’apartheid?

A me poco interessa che la maggioranza dei ebrei europei abbia “una posizione di appoggio ad Israele”. Torna a loro vergogna, non a loro merito, ed è un grosso problema per l’ebraismo europeo, se per davvero è come dice Jakob Rabkin: che il giudaismo sia il contrario del sionismo. Raul Hilberg ha scritto la principale opera della storiografica olocaustica: La distruzione degli Ebrei d’Europa. Mutatis mutandis, possiamo dire che il sionismo ha finito di distruggere distrutto quel che era rimasto dell’ebraismo europeo. In fondo, con la sua analisi, Avraham Burg dice proprio questo. E non si può far finta che anche Burg sia un Signor Nessuno. È stato il numero Uno dell’ebraismo mondiale. Non si può non riflettere su un Burg assume determinate posizioni.

Dove vogliono andare a parare quelli che hanno ancora un poco di testa lo si capisce benissimo. A non voler capire nulla sono quelli che hanno puntato tutte le loro carte sulla “soluzione finale” del popolo palestinese. È anche vero che è ormai tardiva la soluzione “due popoli due stati”. Non resta altro che la soluzione dello Stato Unico binazionale, che non può né “ebraico” né fondato sull’apartheid, che dico su qualcosa di peggio di quello che è stato l’apartheid sudafricano. I “compromessi” dilatori non risolvono i problemi, ma li esasperano. L’espressione “processo di pace” è diventata fra le più risibili di quelle in uso nel linguaggio politico, fatto di parole prive di senso.

Bufala delle bufale: i venti secoli di esilio! Non vale neppure la pena di soffermasi su questi stantii muduli propagandistici ai quale nessuna persona colta e discretamente intelligente ha mai prestato credito ed in ultima ne fa giustizia proprio un ebreo israeliano del 5%, cioè Slomo Sand, che ha dimostrato come gli attuali ebrei di Palestina siano russi, polacchi, europei, etc., una massa di immigrati fatti venire nel miraggio di vantaggio e trattamenti preferenziali a scapito della popolazione autotoctona espropriata, come già fu per gli indiani d’America. Ma è passato qualche secolo. E se vogliono un nuovo genocidio degli indiani, devono proprio farselo tutto da soli: Israele non siamo “noi”, ma sono “loro”! Se per colpa dei nostri governi, corrotti e venduti, non possiamo impedirlo loro, almeno possiamo astenerci dal crimine di cui vorrebbero farci correi. Credo che lo abbiamo capito una parte degli ebrei europei, piuttosto tardi, appunto quelli di Jcall.

Fa veramente uscire dalla grazia di dio sentir paventare della “distruzione dello Stato ebraico”, quando abbiamo assistito finora alla continua distruzione di un popolo pacifico, in casa propria. quello palestinese, appunto. Ma ben venga la distruzione di quella mostruosità che è chiamato lo “Stato ebraico”, una formula priva di senso se il senso è altro da Stato “razzista”. Già, Freud! Era uno della congrega. Forse da qui hanno tirato la formula dell’«ebreo che odia se stesso». Ma ormai anche Freud ha fatto il suo tempo e, come già diceva Gramsci, ogni persona di sana cultura classica può fare a meno di simili strizzacervelli. Se poi proprio vogliamo restare in ambito tutto freudiano, beh’ siamo in casa. Ma dice un certo proverbio: i panni sporchi meglio laverseli in casa, nella vostra casa. Quale pace ha mai voluto Israele? Quella delle fosse comuni di Sabra e Shatila, quella del “vorrei vedere i palestinesi tutti morti” di cui parla il tenente israeliano intervista da Robert Fisk nel 1982? Quella è stata da sempre la politica costante del sionismo.

E che vuol dire il carattere “ebraico’ di Gerusalemme? Il diritto di cacciare di casa che in Gerusalemme ci stava prima ed a maggior titolo dell’immigrato russo venduto da Gorbaciov al prezzo della clausola di nazione più favorita? Ogni volta che sento il nome Wiesel penso alla sua mancata risposta a chi contesta la sua identità. Non prendo posizione al riguardo, ma vorrei sentire una controargomentazione. Che adesso scenda pure in campo per rivendicare il carattere “ebraico” di Gerusalemme suscita in me maggiori interrogativi sulle identità individuali e collettive. Non potrà mai dimenticare il filmato con un’anziana signora che in Gerusalemme guarda dall’esterno la casa che era suoi ed i nuovi occupanti che invece la guardano come una estranea: chi sarà mai costei? Altro che carattere “ebraico” di Gerusalemme! Non potete continuare a prenderci per i fondelli: chi si vuol lasciare infinocchiare, se lo prenda! Ma faccia e parli per se!

Toh, in ultimo arriva lui! Difficile trovare in costui una riga che non sia un peana di Israele o al contrario una demonizzazione di chiunque non beve di questa propaganda. Abbiamo con costui un piccolo conto in sospeso perché deve spiegarci da dove ha tirato fuori i nomi di blogs e siti che però non si leggono negli atti parlamentari. Ce li ha messi di suo? Vedremo.

5.

Uno spaccato sociologico
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Un odierno “corretto commento” oppone ad un’analisi economica attribuita alla Livni il giudizio secondo cui Israele sarebbe l’unico stato al mondo che non sta soffrendo la crisi economica. La cosa fa riflettere perché richiama l’attenzione sulla natura dell’economia israeliana: un flusso ininterrotto di danari che viene dall’estero per ragioni che con l’economia non ha nulla a che vedere. Ed è così dall’inizio della colonizzazione sionista. Anche in Roma il Fondo raccoglie danari che poi vanno agli insediamenti nei territori occupati, cioè vanno a costruire la pace. Il nosstro monitoraggio si muove su tutti i livelli possibile. La raccolta di firme promossa dalla Nirenstein si rivolge alla parte più retriva ed oltranzista del movimento sionista, dal quale è vano aspettarsi una qualche ragionevolezza. Appunto, ci sembra una spia interessante, per capire il tipo di ideologia, il testo di commenti che si accompagnano alle firme. Non indicheremo i nomi dei firmatari ma solo il testo, italiano, che hanno lasciato, eventualmente accompagnato dal numero per non far pensare che il testo stesso sia magari una nostra invenzione.

Si inizia con un testo dal chiaro contenuto razzista: «Israele, ultimo avamposto della civiltà occidentale di fronte all’orda arabo islamica» (n. 26). Si noti: “orda” a fronte della pretesa affatto gratuita di un Israele “avamposto di civiltà” (!). Basta ricordare Sabra e Shatila e la guerra del Libano del 1982, quando cioè per una volta la propaganda israeliana non riuscì a controllare tutta l’informazione che di solito veniva distribuita ai media occidentali, abituati da sempre a coprire il genocidio palestinese. “Civiltà” ed “orda”: si tratta di capire dove stia per davvero la civiltà e dove l’orda. Al numero 31 si insiste: «Un atto di civiltà». Al 37 viene invocato Dio: «Dio salvi Israele». Se interrogassimo quelli di Neturei Karta, ci direbbero che il sionismo è il contrario del giudaismo e che pertanto l’ebraismo confluito nell’avventura coloniale in Palestina avrebbe certamente bisogno di essere “salvato”.

C’è chi vuole «garanzie» (71). E di cosa? del maltolto? garanzie di impunità davanti alla pulizia etnica e ai crimini di “Piombo Fuso” denunciati dall’ebreo sionista Richard Goldstone? Mah! «Israele è il nostro baluardo»: di chi? A fronte di cosa? Contro chi? Contro quelli che hanno ancora le chiavi delle case dalle quali sono stati cacciati nel 1948, come narra l’ebreo israeliano Ilan Pappe nel suo libro “La pulizia etnica della Palestina”, un dato storico ormai inconfutabile. Esilarante il n. 109: «Mai arrendersi davanti ad un diritto sacrosanto. Al contrario di aprirebbe la strada all’ingiustizia». Appunto! Le chiavi palestinesi simbolo del diritto al ritorno dei profughi, sancito da una risoluzione ONU, è un diritto sacrosanto, rinunciare al quale equivarebbe a riconoscere all’ingiustizia il governo del mondo. Chiaramente, il firmatario intende il suo diritto “sacrosanto” alla violenza, al furto, al genocidio dei moderni cananei. È formidabile come il testo biblico veterotestamentario sia stato trasformato nella più criminale e razzista delle ideologie contemporanee.

Il 131 ci schiappa dentro di tutto: «contro la disinformazione e le farneticazioni negazioniste, antisemite e antisioniste». Tutto fa brodo, «sempre e comunque» (n. 157), «senza se e senza ma» (n. 160). Più elaborato e dotto il 163: «Quale è la definizione di un “ebreo progressista”: Uno che sostiene che gli immigranti illegali extra communitari hanno il diritto di insediarsi in qualsiasi città europea, mentre si schierano per il divieto agli ebrei di vivere nei quartieri antichi di Jerusalem. In passato solo i nemici antisemiti sostenevano che certe parti del mondo erano meglio JUDEREIN. Oggi questo virus ha colpito anche Gad Lerner e compagni». Per fortuna, gli immigrati clandestini in Italia e in Europa vengono appunto a cercare fortuna, ma per fortuna non sono ancora giunta al punto di scannarci e cacciarci dalle nostre case per prenderne possesso ed espellerci addirittura fuori dai confini dello stato e della patria. È quello che è successo e succede in Palestina/Israele dal 1882-1948 e dal 1948-2010. I coloni coerententemente e tenacemente seguono da sempre una politica arabenfrei e per giunta vogliono il nostro plauso. Una così totale mancanza di spirito critico pone il serio interrogativo circa non solo la superiore eticità ebraica, ma anche sulla superiore intelligenza: in ultimo hanno tirato fuori che saremmo “invidiosi” davanti a tanto ben di dio!

(segue)


sabato 1 maggio 2010

Ernst Nolte: «Auschwitz e la libertà di pensiero». – L’intervista allo «Spiegel» del 1994, tradotta in «Behemoth» n. 16 ed ora qui nuovamente edita.

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Mentre cercavo tra le mie carte pagine fotocopiate del Dizionario di Politica, mi imbatto in altre fotocopie non meno ineteressanti, di cui mi ero dimenticato. Eppure il titolo ed il suo contenuto è per me di sorprendente attualità: Auschwitz e la libertà di pensiero. L’intervista apparve sullo Spiegel e fu poi tradotta anche su un settimanale italiano. Ricordo che riscontrammo subito problemi di corretta filologia. D’intesa con lo stesso Nolte ne curammo una traduzione italiana, eseguita da Francesco Coppellotti, per il periodico “Behemoth”, allora da me diretto. La mia sorpresa odierna è di vedere come quella stessa identica problematica di sostanziale libertà di pensiero che allora toccava la persona di Ernst Nolte ha interessato oggi, direi anche più pesantemente la mia stessa persona. Sono finito per alcuni giorni su tutti i giornali e su tutte le televisioni per aver toccato quegli stessi problemi. Non mi è stata per nulla risparmiata la “gogna” e son dovuto comparire a difendermi, il 13 gennaio 2010, davanti al Collegio di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale, dove sono stato prosciolto con formula ampia. La notizia della mia “assoluzione” proprio non interessa più a quegli stessi organi che mi avevano eretto il rogo. Incontrerò in giudizio i miei il direttore de “La Repubblica” ed il giornalista autore dell’articolo. È probabile che nel corso del processo possano esservi nuove fiammate di stampa. Questione personale a parte, ripubblico qui il testo dell’intervista del 1994, come allora apparsa su “Behemoth”, n° 16, luglio-dicembre 1994, facendo seguire da una Postfazione di commento, in quanto ormai io stesso vittima e protagonista della questione Auschwitz, il cui nome ricorre ora come mito fondativo e luogo di pellegrinaggio di una nuova religione ora come questione storiografica sulla quale, come si conviene con le religioni e i tabù, non è concesso poter tenere una discussione critica. Dal 1994 ad oggi si possono stimare in 200 mila le persone che sono finite in galere, o sono state incriminate, come conseguenza di quella legge alla quale Nolte cercò di opporsi. Non riesco ad avere statistiche aggiornate fino ad oggi, ma posso dare la seguente tabella:

Cittadini tedeschi processati ogni anno per reati di opinione
Anno
Destra
Sinistra
Stranieri
Totale
19945.562
185
235
5.982
19956.6555
256
276
7.087
19967.585
557
818
8.960
199710.257
1.063
1.029
12.349
19989.549
1.141
1.832
12.522
19998.698
1.025
1.525
11.248
2000
13.863
979
525
15.367
2001
8.874
429
353
9.656
2002
9.807
331
467
10.605
2003
9.692
431
1.340
11.463
2004




2005




2006




2007




2008




2009




2010









Totale:
90.395
6.397
8.886
105.678
Mi mancano i dati per gli anni successivi al 2003 ed anche quelli qui dati andrebbero ulteriormente analizzati e possibilmente studiati singolarmente, caso per caso. Stimo che ad oggi i casi ammontino a circa 200.000 nella sola Germania e senza poter calcolare la situazione degli altri 13 paesi europei dove esiste una legislazione analoga. Eccetto pochi casi che fanno notizia sui giornali e sui media, i cittadini non conoscono i dati globali del fenomeno, che resta per lo più segreto. Sarò grato a chi mi aiuterà ad aggiornare i dati, rendendoli il più analitici possibili ed a controllare e verificare le fonti originali, di dati che ho acquisito fortuitamente.

Mi chiedo se gli intervistatori di Nolte nel 1994 sentono sulla loro coscienza il peso morale dei numeri sopra dati. Un caso di cui ho avuto mesi addietro una sommaria informazione telefonica, nel corso di una conversazione, riguarda un padre di famiglia con due figli a carico, a cui è stata comminata una pena di 9 mesi senza condizionale, per la grave colpa di aver passato ad una terza persona un libro di un autore (Rudolf), già in carcere per averlo scritto. La persona sembra abbia dichiarato davanti al giudice che non condivide il contenuto del libro, ma ritiene che ad ognuno debba essere riconosciuta libertà di pensiero. Non è così oggi in Germania ed in almento tredici paesi europei, che hanno ubbidito ad un ordine venuto da Tel Aviv, di approntare nel senso richiesto le loro legislazioni nazionali. Si può seguire qui uno studio che abbiamo appena avviato sulle condizioni della libertà di pensiero in Europa, costituendo un apposito “Comitato per la libertà di pensiero”, alla quale si può aderire all’indirizzo: comitato.europeo@gmail.com, comunicando il proprio nome, cognome, qualifica e ogni altro dato utile. I dati ricevuti resteranno riservati.

Antonio Caracciolo

* * *
BEHEMOTH, anno IX, N. 16.
luglio-dicembre 1994, pp. 11-20


Ernst Nolte

AUSCHWITZ E LA LIBERTA DI PENSIERO
Il testo dell’Intervista di Nolte allo “Spiegel”
con una Premessa dell’Autore


La mia “Intervista allo Spiegel”, che viene presentata qui di seguito in versione italiana, ha suscitato reazioni così duramente contrapposte, come mai mi era capitato prima d’ora. A motivo di essa è stata disdetta una giornata di studio sul “Nietzscheanesimo ebraico” da lungo tempo annunciata nell’ambito del seminario sui “Classici di Weimar”, perché molti dei relatori invitati avevano rifiutato di incontrarsi con me; e alcune frasi contenute nell’interivista avevano “spaventato” gli editori della Frankfurter Allgemeinen Zeitung fino al punto di indurli a interrompere una collaborazione durata più di venticinque anni. Del tutto diverso è stato il tenore della maggior parte dei messaggi che mi sono stati inviati: mi chiedevano come avevo potuto ricevere giornalisti “di quella risma”, perché avevo autorizzato la pubblicazione; mi rimproveravano perfino di non aver rifiutato le domande oltraggiose, rispondendo invece con esitazione e indulgendo a troppi distinguo.

Credo che un giudizio adeguato su questa intetvista sia possibile soltanto se si prendono in considerazione i suoi antecedenti. Il 30 maggio 1994 lo Spiegel aveva pubblicato un mio “ritratto” (i) che si basava su un’intervista da me concessa a un membro della redazione. Questo signore, di età avanzata, dava l’impressione di essere un brav’uomo, e dopo aver mostrato un interesse molto “umano” per le esperienze della mia infanzia e giovinezza, mi raccontò molto apertamente della sua infanzia tutt’altro che “antifascista”. Ne venne fuori una psicoanalisi, ricca di quelle osservazioni marginali che erano state fatte prendendo il caffè, dopo la fine dell’intervista, il cui obiettivo era chiaramente l’annientamento esistenziale e morale dell’interlocutore. Il giornalista sosteneva di aver scoperto, sotto il levigato linguaggio filosofico, «un biòtopo emotivo dell’infanzia, una miscela di vergogna, di offesa, di furore e d'impotenza», nonché di «accanita autodenigrazione», prodotti dalle «catastrofi e dallo scacco» dei miei giovani anni. Tutto questo egli lo aveva dedotto dal fatto che, a causa di un difetto fisico, non avevo fatto il soldato in guerra; in realtà io stesso gli avevo detto che il pensare alla morte di tanti miei compagni di scuola o di coetanei a Stalingrado e in tanti altri luoghi, suscita tuttora in me un’intima oppressione e addirittura un sentimento di colpa. Quel che tuttavia mi aveva colpito più intimamente nella mia giovinezza, ad esempio il prelevamento di una anziana ebrea da parte delle SS, non venne riferito, come non venne menzionata la conseguenza che io ne traevo: un particolare impegno per l’imparzialità e la scientificità era nato in me proprio dal dovere di distanziarmi dagli eventi immediati della guerra. Pertanto scrissi al giornalista una lettera di risposta, che consisteva in un’unica frase: egli mi aveva promesso “fairness”, e ora io comprendevo che cos’è la “fairness à la Spiegel”.

A fine agosto, con mia grande sorpresa, mi chiamò un altro giornalista dello Spiegel, chiedendomi se io fossi disposto, nonostante il “ritratto”, a conceder loro uno “Spiegel-Gesprach”. Risposi di sì, ma a condizione che questa volta al centro del discorso ci fosse la “mia opera”, e non le mie esperienze infantili o le mie opinioni politiche (ii). Non nego che nel mio assenso abbia giocato un motivo tutto particolare: se lo Spiegel ha pubblicato un tale ritratto annientante, significa che la persona in questione dev’essere considerata morta e sepolta; ma se dopo tre mesi gli si chiede un’intervista, significa che quel ritratto viene - come dire? - ritrattato (iii).

Le mie condizioni furono accolte, e l’intervista ebbe luogo il 19 settembre nella casa dove trascorro di solito le vacanze. Mi sembrò che questa volta da parte dello Spiegel ci fosse la buona volontà di comunicare soprattutto informazioni, giacché i tre intervistatori e il loro seguito si erano messi, per così dire nelle mie mani. Quando ebbi l’impressione che essi cercassero solo una conferma del “ritratto”, avrei potuto metterli alla porta, e questa sarebbe stata un’esperienza umiliante anche per giornalisti dalla faccia tosta; ma l’intervista non andava male, soprattutto perché i tre signori si misero ad ascoltarmi con molta attenzione, mentre io facevo una sintesi della mia opera storiografica e spiegavo come bisognava intenderla. Alla fine sottolineai che quello era il nocciolo della faccenda, e naturalmente loro avrebbero potuto alleggerire e abbreviare il mio discorso inserendo le opportune domande; mi dichiarai quindi pronto a rispondere a ulteriori domande.

Dopo di che il colloquio cominciò a farsi aspro, almeno a tratti, e questo traspare anche nella versione pubblicata, quando dico che talvolta non mi piace il modo con cui pongono le loro domande e quando dico che non dovrebbero cercare di chiudermi in un angolo (iv), dove io non sto. Ma ogni volta Rudolf Augstein riusciva a calmare le acque con parole accomodanti. Al tempo stesso era chiaro che il loro interesse più forte era rivolto alla mia presa di posizione negativa verso la cosiddetta legge sulla “menzogna su Auschwitz”; posizione che io avevo reso pubblica in un articolo del 23 agosto sulla FAZ, con il titolo: Una legge su ciò che non cade sotto il dominio della legge. Dove cercavo di dimostrare che vi sono indubbi pericoli nel caso in cui si pretenda di punire semplici opinioni, sia pure distorte e tuttavia prive di intenti dolosi.

A questo punto era naturale per i tre signori pormi domande di tipo inquisitoriale: se io accettavo o meno l’opinione stabilita sull’ampiezza e il modo degli assassinii di massa con il gas tossico Zyklon B, ecc. La mia coscienza non mi permetteva nessun’altra risposta, se non quella che, anche su questo punto, vi erano degli aspetti non chiariti, e che erano necessarie ulteriori indagini scientifiche. Tuttavia, dopo più di quattro ore, l’intervista terminò in un modo che, a mia impressione, era stato considerato da tutti gli interlocutori come illuminante e proficuo. Ci salutammo dunque in una buona atmosfera.

Ma l’atmosfera mutò improvvisamente, quando otto giorni dopo uno dei redattori venne a sottopormi le bozze del testo da pubblicare e chiedere il mio consenso. Non credevo ai miei occhi, quando vidi ciò che era accaduto: la mia esposizione introduttiva - il nocciolo della faccenda - era sparita completamente, e tutta l'intervista verteva esclusivamente intorno alle questioni d’attualità, come il radicalismo di destra e il valore o disvalore del “revisionismo”. Il tempo stringeva: a causa di un giorno festivo la chiusura della redazione era anticipata e mi restavano poche ore. Questo mi mise di fronte a una delle decisioni più difficili che abbia mai dovuto prendere. Se non avessi autorizzato la pubblicazione, avrei procurato allo Spiegel un imbarazzo non facilmente giustificabile, perché nessuna singola affermazione era inesatta; solo il tutto; e inoltre il “ritratto” sarebbe stato «l’ultima parola». Mi limitai perciò a fare qualche correzione e qualche cancellatura, e ad inserire una sezione che, nella forma più stringata, esprimesse ciò che avevo esposto come il nocciolo della questione.

Questa sezione si trova ora a p. 94 del testo tedesco dell’intervista (da: «Io sono stato il primo a storicizzare la teoria del totalitarismo ... » a « ... Distruggere questa presunta radice biologica ebraica era dunque per lui [Hitler] logico e necessario; di qui Auschwitz»). A convincermi ad autorizzare la pubblicazione dell’intervista concorse anche un altro pensiero: se i signori dello Spiegel, nonostante il rischio corso, credevano di potermi “portare in giudizio” per la seconda volta e con la mia autorizzazione, agli occhi delle persone capaci d’intendere doveva risultare l’esatto contrario: il confronto fra le domande inquisitoriali e avide di dogmi e le mie risposte prudenti, ponderate e “scientifiche” avrebbe “portato in giudizio” proprio la mentalità dello Spiegel e dell’intero establishment culturale della Bundesrepublik.

Ora, sembra proprio che io mi sia ingannato con quella supposizione - almeno per il momento; anche la destra intellettuale istituzionale non era capace di ammettere che nella mia intervista io non avevo detto nulla di diverso dal contenuto esplicito o strettamente implicito del mio articolo del 23 agosto, e mi tolse la fiducia che mi aveva concesso per tutti gli anni dell’Historikerstreit. La FAZ mi offrì comunque la possibilità di dire una sorta di ultima parola in una lunga lettera al direttore, dove esponevo in modo più esauriente quel che avevo detto ai signori dello Spiegel, e solo in gran fretta e con pochissime parole. Giacché si tratta di una sintesi conclusiva, essa potrebbe essere interessante anche per il pubblico pubblico italiano: «Il nocciolo della mia opera è lo sviluppo di una versione della “teoria del totalitarismo”, finora riscontrabile solo in bozze e definibile come storico-genetica, a differenza di quella politologico-strutturale di Friedrich e Brzezinski e di quella religioso-sociale di Eric Voegelin».

Non si tratta di una serie di monografie specialistiche, ma della elaborazione di un paradigma, che può costituire la base di futuri lavori scientifici. Chi lo applica, dovrà rivolgere un’attenzione particolare, anche se non esclusiva, al rapporto certo non solo cronologico tra le misure di annientamento bolsceviche e quelle nazionalsocialiste - tra il Gulag e Auschwitz. Naturalmente questo paradigma può essere messo in discussione, per esempio da coloro che criticano la “teoria del totalitarismo” per la sua presunta equiparazione tra il “rosso” e il “bruno”. Ma ogni storico che lo ritiene illuminante giungerà a risultati fondamentalmente analoghi ai miei, e poco importa se egli sia tedesco o americano, francese o israelita. L’unico argomento che io temo, e che probabilmente si imporrà nei prossimi vent’anni, è che il parlare di “guerra civile mondiale” venga considerato una trivialità.

Ma proprio perché “Auschwitz” è il perno della mia interpretazione storico-filosofica, come scienziato io devo poter prendere visione delle tesi e dei risultati dei revisionisti che argomentano, e considerarli in modo particolarmente serio. Mi vergognerei se scegliessi la strada più facile: invocare l’introduzione di norme giuridiche contro opinioni presentate senza intenti dolosi. lo non ritengo possibile una critica ai fondamenti di questa concezione, poiché essa non fa che articolare l’essenza della comprensione che la scienza ha di stessa.

Ho preso posizione anche sulle questioni politiche e ho auspicato il riconoscimento in linea di principio dell’esistenza di un partito di destra, radicale e democratico. Questa presa di posizione si basa sulla convinzione che nella Germania riunificata la sinistra che si presenta come antifascista possiede, in seguito all’uso senza scrupoli di eventi criminali, una prevalenza troppo grande, tanto che è auspicabile una reazione attraverso un completamento del sistema dei partiti. Per queste mie concezioni politiche io non pretendo certo il rango idealtipico che spetta al mio paradigma storico filosofico, e nemmeno l’incontestabilità riservata ai princìpi scientifici. Forse io do una valutazione falsa della situazione. In questo caso si può fare una dura critica, senza che il contesto sia dissolto, o posta in discussione la massima scientifica della giustificazione del dubbio.

Ernst Nolte

Testo integrale
dell’Intervista apparsa sullo “Spiegel”

Premessa redazionale dello “Spiegel”. - Ernst Nolte è diventato lo storico più discusso nella Gennania degli anni ottanta dopo la polemica sulla singolarità dello sterminio nazionalsocialista degli ebrei. Settantun anni, professore emerito a Berlino, filosofo per vocazione e allievo di Martin Heidegger, si considera come facente parte a sé rispetto alla sua corporazione e ama la provocazione mirata. Divenne noto nel 1963 con Il fascismo nella sua epoca, un'interpretazione del nazionalsocialismo teoreticamente fondata e incentrata sulla storia dello Spirito, che suscitò una vasta eco nel mondo degli studiosi. Nel 1986 fu all’origine del cosiddetto “Historikerstreit”[conflitto degli storici], affennando che l’«Arcipelago Gulag» era più originario di quanto non lo sia stato Auschwitz e che lo “sterminio di classe” dei bolscevichi era stato il modello dello “sterminio di razza” dei nazionalsocialisti. Il filosofo sociale di Francoforte Jürgen Habermas lo criticò per questo paragone e lo accusò di voler relativizzare i crimini nazionalsocialisti fino all’indifferenza morale. Nel suo ultimo libro, “Streitpunkte”, egli si avvicina ai Revisionisti, una congrega di ben noti mentitori su Auschwitz, che da anni, agitando argomenti pseudoscientifici, si sforzano di occultare o di minimizzare il genocidio degli ebrei. Per questo ha ricevuto molti applausi dalla nuova destra, diventandone il portavoce. Stimatissimo un tempo, oggi gli secca che parecchi dei suoi colleghi non lo prendano più sul serio, e gli capita perfmo di ricevere dure rimostranze da ambienti conservatori - specie quando egli si è opposto, con l’argomento della libertà scientifica minacciata, all’inasprimento delle leggi contro la “menzogna su Auschwitz”. Sul suo “caso” si deciderà - il filosofo e storico lo dice testualmente - «se la Germania riunificata possa dirsi o no un paese intellettualmente libero».

– L’intervista a cura di Rudolf Augstein, Fritjof Meyer (*) e Peter Zolling è apparsa su Der Spiegel, n. 40, del 3 ottobre 1994, pp. 83-103. Si ringrazia la Direzione del settimanale tedesco per aver consentito la traduzione italiana di Francesco Coppellotti. Apprendiamo mentre stiamo per andare in stampa che la stessa “intervista allo Spiegel” - da noi qui tradotta integralmenle - è pure pubblicata da Panorama, n. 49, 9 dicembre 1994, pp. 205-214. Ciò avviene all’insaputa dell’ Autore che d’accordo con “Der Spiegel” aveva in precedenza autorizzato la traduzione e pubblicazione su “Behemoth” del testo tedesco. Ad un confronto sommario della traduzione di Anna Rusconi su Panorama si rilevano tagli censori che alterano gravemente il pensiero dell’Autore, accentuandone la deformazione e strurnentalizzazione, secondo quanto lo stesso Nolte chiarisce e denuncia nella Premessa (e nelle Note aggiunte) al testo da noi edito. I nostri Lettori in possesso di una copia di Panorama possono rilevare le differenze da noi qui appena segnalate senza ulteriore commento. Nota della Direzione di “Behemoth”. [Grazie a possibilità tecniche che nel 1994 non erano possibili, diamo qui in «Civium Libertas», nelle illustrazioni a margine, anche la diversa edizione e traduzione che apparve su “Panorama”]



Intervista

SPIEGEL: Professor Nolte, Lei è un radicale di destra?

NOLTE: Thomas Mann disse una volta: se la barca pende a sinistra, io mi metto a destra, e viceversa. In questo momento le correnti intellettuali della destra radicale ricevono più appoggi che non quelle della sinistra radicale. Dunque ...

SPIEGEL: Ma Lei ha perfino auspicato la formazione di un nuovo partito della destra radicale.

NOLTE: È vero. Un partito radicale di destra, ma democratico e fedele alla costituzione, dovrebbe esserci. Un sistema di partiti, che tende alla completezza, non può zoppicare.

SPIEGEL: Oggi la sinistra è sulla difensiva e la destra torna ad essere chic. Cosa Le fa pensare che un nuovo partito di destra arricchirebbe la pluralità e la liberalità del sistema al contrario di quanto accadde durante la repubblica di Weimar?

NOL TE: Anche se ci sono certe continuità di pensiero, io escluderei decisamente l’ipotesi che questo possa condurre a un nuovo nazionalsocialismo. Anche gli ex-comunisti del PDS, benché sognino di ristabilire i vecchi rapporti di forza, sono oggi una componente del sistema plurali sta e dovrebbero avervi un posto.

SPIEGEL: Incorporare i Republikaner, è questo che Lei ha in mente?

NOLTE: Non conosco Schönhuber o alcun altro Republikaner. Nel mio “privato” immagino un partito fondato, diciamo, da Gerhard Löwenthal (1) e sostenuto da Manfred Brunner (2).

SPIEGEL: Noi abbiamo l’impressione che Lei sia sul piede di guerra con il sistema democratico-parlamentare. Per Lei l’instaurazione della dittatura nazionalsocialista non fu nient’altro che la «eliminazione della temporanea turbolenza di un sistema di partiti ingovernabile» con la «restaurazione di rapporti di forza inequivocabili». Chi oggi simpatizza intellettualmente per Hitler non riuscirebbe a esprimersi in modo più amichevole nei confronti del nazismo.

NOLTE: Quelle frasi descrivono le convinzioni di determinate persone - storia vecchia e oggi ben nota. Ma ogni volta c’è qualcuno che scambia ciò che io presento come opinione di Hitler con la mia posizione.

SPIEGEL: Noi non abbiamo citato frasi di Adolf Hitler, bensì Sue. Professore, Lei una volta ha detto che la eliminazione degli ebrei è stato il più grande e spaventoso omicidio di massa della storia mondiale, un delitto senza paragoni. È ancora della stessa opinione?

NOLTE: Naturalmente; quantunque io debba fare qualche correzione: nel mio libro Il fascismo nella sua epoca [nuova ed. it. SugarCo, 1994] scrissi altresì che nulla è paragonabile a quel delitto, nemmeno l’omicidio di massa perpetrato da Stalin sul suo popolo e sul suo stesso partito. Ma il verbo “paragonare” (vergleichen) ha due significati, e io non intendo quello di "mettere sullo stesso piano", "equiparare" (gleichsetzen). In questo senso oggi mi esprimerei in modo più differenziato.

SPIEGEL: Lei ha dei dubbi sullo sterminio degli ebrei realizzato con il gas oppure ritiene - come ha scritto proprio di recente - che le prove di cui possiamo disporre siano schiaccianti, a confronto delle affermazioni degli autori dello sterminio e dei sopravvissuti?

NOLTE: Questo è un punto particolarmente delicato. Io non posso escludere che la maggioranza delle vittime non sia morta nelle camere a gas e che sia relativamente più grande il numero di quelli che sono morti per epidemie o cattivi trattamenti ed esecuzioni di massa. Non posso escludere l'importanza delle ricerche sulle tracce di acido cianidrico nelle camere a gas, intraprese dall'ingegnere americano Fred Leuchter (3).

SPIEGEL: Lei pensa che il rapporto del tecnico Leuchter, il quale è andato a raschiare tra i ruderi delle camere mortuarie di Auschwitz, non trovandovi alcun residuo di Zyklon B, sia una ricerca scientificamente seria?

NOLTE: No; ma è un primo tentativo, proprio in considerazione del dato di fatto, indubitabile secondo ogni evidenza. che le tracce di cianuro sono quasi indistruttibili.

SPIEGEL: Per quel fatto c’è comunque una spiegazione. L’acido cianidrico veniva assorbito pressoché interamente dai corpi delle vittime; ciò è noto da tempo e la ricerca ha smascherato la cosiddetta Perizia Leuchter come inganno pseudoscientifico al servizio della propaganda neonazista. Del resto, a cosa serve dimostrare che ad Auschwitz non sono state gasate due milioni di persone, ma solo un milione, oppure ottocentomila? Il crimine sussiste in quanto tale.

NOLTE: Certamente. Ma la scienza richiede esattezza. lo sono convinto che la concordanza delle testimonianze su ciò che è accaduto ad Auschwitz e altrove è alla fme più importante. Ci sono cose che non si possono inventare di sana pianta e dalle quali emerge una grossa parte di verità, nonostante le molte contraddizioni. Ma io desidero verificare se anche nelle concezioni meno ortodosse si nasconde un granello di verità.

SPIEGEL: E Lei pensa di averlo trovato presso i revisionisti, che vorrebbero rivedere il quadro della storia e con ciò minimizzare i crimini nazisti o addirittura accettarli. Lei suppone che nel caso dei revisionisti si tratti di scienza. Di fatto essi non sono né degli storici, né dei chimici, bensì dei propagandisti, che non hanno alcun interesse alla verità. Escludono tutte le prove che non si adattano alle loro idee, ad esempio le le risultanze dei grandi processi tedeschi: le testimonianze attentamente vagliate e le ammissioni degli autori dei crimini. I revisionisti ignorano documenti come i rapporti dei gruppi speciali delle SS, oppure li ritengono a priori falsificati.

NOLTE: Voi vi esprimete in maniera troppo apodittica. Del resto, quando vengono meglio argomentate, anche le concezioni dimostratesi false nell’insieme sono spesso utili a far emergere con maggior esattezza la concezione più giusta. Inoltre non si può dire che i revisionisti provengano tutti da destra; anzi - in Francia e in America - piuttosto da sinistra. E naturalmente anche tra i revisionisti vi sono persone convinte che Israele non abbia il diritto di intervenire in modo così duro nella questione.

SPIEGEL: Che cosa vuoI dire con questo?

NOLTE: Ci viene sempre ripetuto che le vittime non dovrebbero essere conteggiate. Il che non è sbagliato, ma c’è un “ma”. Una vittima ha il diritto di sottolineare le sue sofferenze; ma non si può negare che in alcuni casi entrino in gioco anche interessi politici.

SPIEGEL: Le vittime non possono separare i due aspetti. Nel Suo ultimo libro, Streitpunkte ["Questioni controverse" - non ancora tradotto in italiano], Lei è stato il primo Professore a rendere presentabili i revisionisti, tra cui Udo Walendy, autore tra l’altro di testi di astrologia, e che Lei stesso dice essere vicino agli ambienti dei vecchi nazisti. Ciononostante Lei pensa che le obiezioni revisioniste di Walendy dovrebbero essere prese sul serio. Walendy espone argomentazioni di questo tipo: «Perfino un primitivo si accorgerebbe che chi, nelle venefiche cucine della propaganda di guerra alleata, prepara soltanto ed esclusivamente libri cosi immondi... eccita reazioni popolari particolarmente incattivite e degne di condanna». E scienza questa, oppure è un caso di “agitazione insciente”, che anche Lei ritiene degna di sanzione?

NOLTE: La polemica non è a priori estranea alla scienza. Il Nostro ha certo studiato, e conosce un mucchio di cose. Senza dubbio le espone in modo unilaterale. Ma anche Voi vedrete ripetutamente studiosi seri muovere rimproveri di questo tenore ai loro colleghi.

SPIEGEL: Lei non ha esaminato le dichiarazioni dei testimoni, né verificato l’autenticità dei documenti. Lei non lavora negli archivi e non ha visitato il luogo del delitto ad Auschwitz. In compenso Lei fa Sue le sbandate di altri autori. Lei scrive ad esempio che l’affermazione dell'autorevole storico Arno Mayer (4) secondo il quale le testimonianze sulle camere a gas sono “rare e inaffidabili” è un “trionfo” per i revisionisti.

NOLTE: Voi sottovalutate il mio lavoro e anche le mie conoscenze. E poi io non ho detto che è un trionfo, bensì che i revisionisti avrebbero potuto considerarlo un trionfo.

SPIEGEL: Arno Mayer ha scritto qualcos’altro. Secondo lui sono rare e inaffidabili le fonti a nostra disposizione per la ricerca sulle camere a gas; tuttavia queste carenze non arriverebbero assolutamente a mettere in questione l'assassinio di massa nelle camere a gas.

NOLTE: Che cosa si deve intendere per fonti, di diverso dai testimoni oculari?

SPIEGEL: Documenti, piante dei lager, corrispondenza, conti, materiale d’archivio sulla costruzione di Auschwitz.

NOL TE: Resta il fatto che le dichiarazioni dei testimoni oculari sono particolarmente rare. Personalmente, quel che più mi ha convinto che sia avvenuto un assassinio di massa in grande stile nelle camere a gas è la frequenza con cui veniva usato in questo contesto l’aggettivo “umano’, tanto da Hitler quanto da altri nazionalsocialisti. In una delle sue ultime dichiarazioni egli disse che lo riempiva di soddisfazione il fatto che i veri responsabili di questa grande disgrazia [la guerra - N.d.T.] ora avevano espiato la loro colpa, seppure in modo più umano.

SPIEGEL: Questa è anche la Sua opinione? Lei ha scritto che la “morte indolore” era “intenzionata” e fornisce degli argomenti a tale riguardo: secondo “esperienze americane” l’acido cianidrico produce narcosi dopo 40 secondi, e dopo qualche minuto interviene la morte. Ma la morte ad Auschwitz era tutt'altra cosa. Lei ritiene forse più umano venir gasati in un lager nazista piuttosto che morir di fame?

NOLTE: Ma Vi prego! Si tratta evidentemente di una perversione del concetto di “umano”. Però qualche tempo fa, sulla Tageszeitung [un giornale fortemente a sinistra - N.d.T.], si poteva leggere quest’affermazione dello scrittore Josif Brodskij: In ogni caso avrei preferito morire in una camera a gas, piuttosto che morire di fame nel Gulag dopo mesi di strazi. Ebbene, tale questione non va scansata con fastidio.

SPIEGEL: Brodskij non solo non è morto di fame [nei due anni di lavori forzati che dovette scontare in URSS - N.d.T.], ma in seguito ha pure vinto il premio Nobel. E Lei usa quella citazione per appoggiare la tesi nazista della morte umana, indolore.

NOLTE: Questa tesi non è nemmeno nazista, per il semplice motivo che di quella morte non si parlò mai apertamente. E poi ciò che è storicamente senza precedenti non è il concentrarsi delle più straordinarie atrocità. Possono essere accadute, è possibile che ci siano state; non sarebbe certo un fatto senza precedenti, giacché nel corso della storia ce ne sono state molte, di crudeltà spaventose e terribili.

SPIEGEL: In che consiste allora il senza pari, la singolarità?

NOLTE: Nel fatto che degli uomini vengano uccisi perché li si ritiene responsabili di uno sviluppo storico fatale; senza intenzioni crudeli, come ci si libera di parassiti, ai quali si vogliono risparmiare delle sofferenze.

SPIEGEL: Intanto Lei ha scovato un modello sovietico anche per la gasazione. Lei cita un propagandista nazionalsocialista, Karl Albrecht: secondo notizie provenienti dal Gulag, anche lì ci furono uccisioni con il gas. Ma Lei cita in modo inesatto. In realtà Albrecht riferisce solo che dei prigionieri del Gulag furono impiegati per degli esperimenti sulle maschere antigas. È qualcosa di ben diverso da quel che hanno fatto i nazisti ad Auschwitz. Dov’è qui il nesso causale?

NOLTE: Voi citate in modo inesatto. lo ho parafrasato Albrecht in un passo assolutamente secondario del capitolo sullo “Uso di gas venefici”. Non c'è alcun nesso causale. Ma anche il generale Grigorenko riferisce di camion a gas russi. Comunqueio ho sempre visto la singolarità non nell’uso di determinati metodi, ma in una determinata intenzione; e questa specificità rimarrebbe tale quand'anche si rivelasse giusta - cosa che io non credo - la tesi radicale dei revisionisti, che non ci sia affatto stato un annientamento di massa nelle camere a gas. Su questo problema io mi trovo in una posizione difensiva. Non enuncio asserti - lo fanno già altri; devo ammettere piuttosto che non dispongo di controprove stringenti.

SPIEGEL: Contrariamente ai risultati delle ricerche, Lei ritiene ormai fondata l'affermazione che ad Auschwitz non sono state affatto uccise un milione di persone e che il numero complessivo delle vittime del nazionalsocialismo è alquanto inferiore ai sei milioni?

NOLTE: Queste cose sono incerte e le incertezze dovrebbero diventare - secondo un principio scientifico - oggetto di ricerca, compresi i numeri. Si tratta, io credo, di un postulato che dovrebbe essere accettato da tutti. Bisognerà dunque attendere gli ulteriori sviluppi delle ricerche.

SPIEGEL: È importante che nel nostro paese il clima intellettuale sia influenzato dalle affermazioni e dagli scritti di personaggi la cui levatura non è ancora mai stata denegata. Lei è uno di questi, eppure il Suo primo libro sul fascismo, che nel 1963 La rese famoso, conteneva già dei passaggi che portano nell'attuale direzione. Già allora Lei affermava che, nel quadro del loro pensiero, Hitler e Himmler avrebbero avuto ragione. Questo produce un corto circuito logico, se Lei al tempo stesso non analizza con la dovuta distanza, propria dello scienziato, l’irrazionalità e il carattere delirante di questo sommovimento ideologico.

NOLTE: La mia intenzione, palesemente, non è affatto quella di minimizzare la Soluzione fmale - come Voi pensate - bensì quella di metteme in evidenza la centralità, in quanto essa è il nocciolo dell’ideologia hitleriana. I nazionalsocialisti avevano a loro modo ragione, se si condivideva l’angoscia di Hitler di fronte a quel processo della storia mondiale che Heidegger chiamava “civilizzazione mondiale pacifica”, con il possibile avvento di un governo mondiale.

SPIEGEL: Fino a ieri Lei ha considerato come nemico mortale di Hitler il bolscevismo sanguinario; e adesso tira fuori dalla riserva di idee delt'Occidente questo nuovo avversario angosciante.

NOLTE: Ma Hitler era convinto che questo processo di modemizzazione e il bolscevismo avessero una causa comune, un responsabile umano-personale, gli ebrei. E nell'ambito del suo pensiero egli aveva ragione. Fuori da questo ambito aveva torto: in primo luogo perché questo processo non può essere arrestato; in secondo luogo perché gli ebrei sono connessi a questo processo, in quanto ne sono condizionati, così come tutto ne è condizionato, e quindi non potevano essere considerati la sua causa, i suoi responsabili.

SPIEGEL: Lei non menziona mai il fatto che l’antisemitismo, che non è uscito dalla testa di Hitler, ma era molto diffuso nella società tedesca, venne sfruttato demagogicamente dai nazisti per manipolare e indottrinare.

NOLTE: Ogni interpretazione può cogliere soltanto una parte della realtà. lo credo però di aver colto i punti essenziali. Sono stato il primo a storicizzare la “teoria del totalitarismo”, che intendeva come cosa scontata il mettere sullo stesso piano (Gleichsetzung) l'annientamento dei kulaki e quello degli ebrei; è sorto così un nuovo paradigma storico, che a molta gente suona sospetto, perché sembra aver somiglianza con l’immagine nazionalsocialista della storia; invece presenta maggior somiglianza con la concezione comunista, ma alla fine si separa sia dall’una sia dall’altra con il concetto di “guerra civile mondiale” (1917-1989), che è stato il tema dominante del XX secolo. In questo paradigma storico la cosiddetta tesi Gulag-Auschwitz ha una parte essenziale, ma non è il centro assoluto. Hitler reagì allo sterminio di classe in Russia più dei borghesi colpiti potenzialmente. La maggior parte di loro non prese troppo sul serio la “dittatura russa grondante sangue”, come egli la chiamava. Anch’essi erano anticomunisti, ma in modo generico. Egli lo fu in modo estremista.

SPIEGEL: Che cosa c’è dunque di nuovo nella Sua tesi sull’importanza dell’antibolscevismo nella visione del mondo di Hitler? Sicuramente la tendenza a farne la causa unica, trasformando i campi di prigionia staliniani nel motivo originario di Auschwitz, cioè una successione cronologica in un rapporto causale. Nel “Mein Kampf” Hitler non vede affatto il bolscevismo come una minaccia così grande: anzi, questa Russia indebolita dagli ebrei e dai comunisti offre al Reich tedesco la possibilità di rapinare le sue importanti province occidentali.

NOLTE: Il nazionalsocialismo, il partito del controannientamento, come io l’ho definito, fu una reazione radicale alla vittoria dell’ideologia bolscevica in Russia nel ’17, una reazione ideologicamente chiusa ma di vasta portata, come il suo modello comunista. Hitler voleva restaurare e rendere permanente la natura guerriera dell’uomo, distrutta dall’utopia comunista. Ma secondo Hitler erano stati gli ebrei a generare questa ideologia minacciosa e il suo movimento. Distruggere questa presunta radice biologica ebraica era dunque per lui logico e necessario: di qui Auschwitz.

SPIEGEL: Sebbene ciò fosse oggettivamente contro la ragione, e perfino controproducente?

NOLTE: Con ciò egli minava alla base la cultura occidentale, non solo di fatto, ma anche nei suoi princìpi.

SPIEGEL: Lei si muove attraverso le correnti ideologiche e cerca di rendere plausibile ciò che plausibile non fu; perché per Hitler gli ebrei incarnavano nella stessa misura lo spettro bolscevico e lo sfruttatore capitalista avido di guadagni, e inazisti combatterono il liberalismo occidentale con lo stesso odio con cui combatterono il comunismo. È necessario dunque spiegare come Hitler riuscì a trovare nella figura dell’ebreo, che in nessun modo egli identificava solo con il bolscevismo, un capro espiatorio per tutti i mali di questo mondo, e ad affascinare le masse.

NOLTE: Chi legge i miei libri, si accorge subito che non vi manca un'analisi dell’anticapitalismo. Però un nazionalsocialista autentico obbietterebbe che la Vostra idea di un’aspra contrapposizione tra capitalismo e comunismo sovietico non corrisponde alla realtà dei fatti.

SPIEGEL: Perché allora non lo dice, che questa era propaganda? Uno storico delle idee come Lei vuole essere, deve usare la critica delle fonti e delle ideologie. Lei crede semplicemente a tutto.

NOLTE: Non rimproverate proprio a me di non aver visto questo [cfr. il concetto di “guerra civile mondiale” - N.d.T.]. Ma per Hitler - per quanto la si giri e la si rigiri - è stato il bolscevismo il movimento più forte.

SPIEGEL: Recentemente Lei ha parlato perfino della “grandezza e tragicità” del nazionalsocialismo e gli ha attribuito un “diritto storico”, come se lo svilupparsi degli eventi fosse stato inevitabile; quasi che Lei voglia dare un senso all’assurdo, retroattivamente. Questo non è altro che cinismo storico-metafisico, che fa astrazione dalle sofferenze delle vittime.

NOLTE: Sapevo che la mia affermazione sulla grandezza e tragicità avrebbe suscitato scandalo. Ma il tentativo di realizzare la più antica utopia dell'umanità, fatto in Russia nel 1917, aveva grandezza. Con questo termine io indico semplicemente ciò che vi fu di straordinario: proporsi qualcosa come una trasformazione dell'intera vita umana verso il bene.

SPIEGEL: Sta parlando del marxismo o del nazionalsocialismo?

NOLTE: Di entrambi i movimenti. Il nazionalsocialismo fu la risposta straordinaria a quel tentativo straordinario, e anche a lui si deve attribuire lo stesso tipo di grandezza.

SPIEGEL: ... E un “diritto storico”.

NOLTE: Ciò significa semplicemente che nella situazione di allora era carico di futuro.

SPIEGEL: Ma Lei parla addirittura di “anticipazione di possibilità positive” nel nazionalsocialismo. Il Terzo Reich può dunque insegnare qualcosa alla Germania unificata?

NOLTE: Comunque io non nego che nel nazionalsocialismo ci fossero elementi e tendenze positive. Anche qui si tratta della perversione, fino a un certo grado, di intenzioni fondamentalmente buone o almeno comprensibili, perseguibili. Devo proprio ricordarVi che moltissimi appartenenti alle SA entrarono in questa organizzazione perché convinti di dover fornire il loro contributo alla difesa della Germania contro il comunismo e altri mali?

SPIEGEL: Un idealismo disordinato al servizio di di regime assassino non è una giustificazione a favore di pretesi lati positivi - e ancor oggi attraenti - del nazionalsocialismo. Lei rimpiange l’irrealizzato progetto del nazionalsocialismo, il cui nocciolo è, secondo Lei, lo “spirito comunitario incrollabile e guidato dall’alto”, controbilanciato da “ingenti fenomeni di mobilità e di differenziazione economica”.

NOLTE: Macché rimpiangere! Gli sforzi verso una soluzione politica o la realizzazione che evitasse gli estremi del capitalismo americano e dell'economia pianificata sovietica, indica il desiderio di una terza via, ancora oggi così vivo com’era allora. Naturalmente oggi la si auspica in modi che sono diversi da quelli di allora.

SPIEGEL: E in che consiste il tragico?

NOL TE: Nel fatto che l'utopia socialista fallì, benché le intenzioni fossero per molti aspetti buone. Anche la risposta nazionalsocialista fallì e con essa la Germania. Tragico? Ma certo.

SPIEGEL: Lei vuoi trasfigurare così anche i crimini di guerra e gli assassinii di massa nella categoria della grandezza storica?

NOLTE: Trasfigurare è l’espressione fuori luogo. lo ritengo sbagliata qualunque attribuzione collettiva di colpa e quindi rifiuto il concetto di “popolo colpevole”, ma non per motivi nazionalistici. A coloro che parlano di “popolo colpevole” io ribatto: vi siete completamente dimenticati che negli anni venti i tedeschi dicevano la stessa cosa degli ebrei? Allora era di uso comunissimo il concetto di “Cekà giudaica”. Naturalmente oggi noi sappiamo che tutto ciò è formalmente non vero. Ma allora, di fatto, le cose andavano così.

SPIEGEL: Ora però Lei mette sullo stesso piano il furore antisemita degli anni venti e la responsabilità dei tedeschi per le conseguenze dei crimini nazionalsocialisti.

NOLTE: Un momento! lo ho solo voluto esprimere il mio rifiuto del concetto di “popolo colpevole”, poiché nego le attribuzioni collettive di colpa.

SPIEGEL: Ultimamente Lei ha avanzato l’argomento che ai crimini commessi dai gruppi speciali delle SS avrebbero preso parte anche molte persone appartenenti alle nazioni dell’Europa dell' est. Ma gli ordini li davano soltanto i tedeschi.

NOLTE: Senza dubbio. Ciononostante non è a priori insensato ricordare quell’antisemitismo che permise a poco più di tremila tedeschi di commettere materialmente tutti quei delitti; i quali non sarebbero stati possibili senza un antisemitismo elementare e largamente diffuso tra le popolazioni non tedesche.

SPIEGEL: Lei ha deviato il discorso sull’antisemitismo ordinario. Noi stiamo parlando di omicidio di massa.

NOLTE: E io ho parlato della condizione di base senza la quale non sarebbe stato possibile. Chi diede gli ordini? Se Voi insistete sulle distinzioni etniche, alla fine dovrete riconoscere che l’ordine veniva da un austriaco. Non dobbiamo pensare in termini etnici.

SPIEGEL: Ma così le responsabilità svaniscono, Professore.

NOLTE: Che cosa intendete con le responsabilità?

SPIEGEL: Di una colpa collettiva dei tedeschi non parla quasi nessuno. Ma proprio in questo caso Lei potrebbe impiegare il concetto di nazione. Non c’è forse qualcosa come una comune responsabilità nazionale anche per i fardelli del passato?

NOLTE: In confronto ad altri popoli che sono pur sempre paragonabili al nostro dal punto di vista della responsabilità comune, la riflessione su questo tema ha avuto uno sviluppo straordinario in Germania, lungo mezzo secolo. In Turchia è proibito ancora oggi menzionare lo sterminio degli armeni come responsabilità turca. E considerate come se la caveranno a buon mercato gli eredi della Cekà sovietica. Invece i nostri criminali sono stati ben processati ...

SPIEGEL: Ora Lei non sta più paragonando Cekà e Gestapo, ma le mette sullo stesso piano.

NOLTE: Niente affatto. Voglio dire che la questione della responsabilità com une della nostra nazione non dovrebbe sempre trasformarsi in una sorta di incondizionata e perpetua confessione di colpa.

SPIEGEL: Ma così i suoi argomenti sono molto vicini a quelli usati nel caso Deckert (5), il presidente della NPD condannato per sobillazione popolare. Tuttavia la sentenza gli offriva una giustificazione, dicendo che egli avrebbe potuto avere completamente ragione, se avesse richiamato l’attenzione «sul lungo tempo ormai passato dalla persecuzione mizionalsocialista degli ebrei, sulla dimensione delle riparazioni già pagate, nonché sui non espiati e non scontati crimini di massa commessi da altri popoli». Lei si riconosce in queste riflessioni?

NOLTE: Non sapevo di aver usato argomentazioni di questo tipo ... Tuttavia penso che prima o poi bisognerà dare il famoso-famigerato taglio alle questioni pendenti tra tedeschi e russi, e a quelle tra i tedeschi e la maggior parte degli israeliti. Il passato nazionalsocialista deve diventare principalmente proprietà della scienza e della riflessione, non essere un oggetto di polemica costante e un capo di eterna accusa.

SPIEGEL: Eppure Lei ora sostiene che la società multiculturale tende necessariamente a eliminare quei ceti sociali ritenuti responsabili della prima guerra mondiale e del trionfo del nazionalsocialismo, nonché a demolire la Sua opera e segnatamente gli “sviluppi ulteriori dell’interpretazione del nazionalsocialismo”. Crede Lei dunque nell'esistenza di un complotto mondiale fin dal 1914, o vuole far passare il passato definitivamente e a modo Suo?

NOLTE: Non mi piace il modo in cui Voi talvolta ponete le domande. Io mi metto per così dire nella testa dei miei avversari e sostengo: quelli che propagandano la società multiculturale coltivano altresì il proposito di realizzare per questa via traversa ciò che i socialisti han sempre richiesto e che la DDR aveva realizzato: l’eliminazione dei ceti dirigenti tedeschi. Mi oppongo a questa intenzione, perché in base alla storia europea io so che questi ceti hanno molte debolezze, ma hanno anche grandi meriti. La borghesia colta, le libere professioni, la libera stampa, l’imprenditoria - è qualcosa di raro, specifico dell'Occidente, che manca in gran parte del resto del mondo. Il tentativo di eliminare questi ceti è stato controproducente e ha avuto conseguenze spaventose.

SPIEGEL: Chi tenta ancora di fare queste cose, dopo il crollo del comunismo?

NOLTE: lo dico solo: ci sono persone convinte, ci sono ideologi che vogliono questo e lo impongono.

SPIEGEL: Professor Nolte, Lei usa un testo di Kurt Tucholsky del 1927 dove egli augurava la morte con il gas ai familiari dei consiglieri ecclesiastici, dei caporedattori e dei banchieri. Lei ne trae la conclusione che Tucholsky volesseuccidere con il gas la borghesia colta in genere. In realtà Tucholsky nel suo pezzo letterario - non un programma politico dunque - ha augurato la morte con il gas, per così dire metaforicamente, ai familiari di quei personaggi che durante la prima guerra mondiale avevano finanziato e propagandato gli attacchi con i gas tossici. Lei ha citato in modo inesatto.

NOLTE: In primo luogo io ho subito collegato la citazione ai nobili motivi pacifisti di Tucholsky, che bisogna riconoscergli. In secondo luogo Voi dimenticate il fatto che egli augurò la morte con il gas a donne e bambini. E in tutti i casi questo è indegno.

SPIEGEL: Ma questo non dimostra ancora la sua volontà di annientare i ceti dirigenti.

NOLTE: ... E adesso Voi mi dovreste rimproverare di aver citato una dichiarazione fatta da Chaim Weizmann nel 1939, che forse si potrebbe definire come una dichiarazione di guerra, forse perfino una dichiarazione degli ebrei, cioè delle personalità ebraiche dirigenti. Poiché Weizmann era il capo della Jewish Agency e il sionista più famoso.

SPIEGEL: Fu una dichiarazione di guerra?

NOLTE: Naturalmente non fu una dichiarazione in piena regola, ma nemmeno una quantité negligeable. Non senza motivo quella lettera fu considerata come una specie di dichiarazione di guerra.

SPIEGEL: Da chi?

NOL TE: Da Hitler.

SPIEGEL: Non c’è proprio di che stupirsi. Ma uno storico dovrebbe sapere che soltanto gli Stati possono dichiararsi guerra l’un l'altro, così che la dichiarazione di solidarietà con l’Inghilterra da parte di Weizmann fu per Hitler soltanto un pretesto. Perché Lei non lo scrive?

NOLTE: “Pretesto” è troppo poco. Fu qualcosa che Hitler considerò come una conferma dei suoi preconcetti.

SPIEGEL: Lei continua a eludere le questioni con formule confuse e cavillose. Nella Sua prima opera sul Fascismo nella sua epoca Lei ha dato su Hitler un giudizio nettamente critico. Hitler era secondo Lei un demagogo assetato di potere e un oppressore, che con la sua guerra a oriente si proponeva soltanto - noi citiamo: «Quel che fondamentalmente importa è la possibilità di dividere la gigantesca torta, in primo luogo per dominarla, poi per amministrarla, infame per sfruttarla».

NOLTE: Signori, Voi stessi non siete esclusivamente dei redattori dello Spiegel; una parte molto importante della Vostra vita è certo costituita dal fatto di essere anche i mariti delle Vostre mogli. Cioè: io non ho mai detto che Hitler fu solo un ideologo anticomunista; egli fu evidentemente anche un nazionalista tedesco, un uomo che nel 1919 rimase straordinariamente colpito dal trattato di Versailles.

SPIEGEL: Ma l’entrata in guerra nel 1939 del nazionalista Hitler sarebbe, secondo Lei, un tentativo di «conquistare una posizione adeguata nel mondo». Questo è mero revisionismo.

NOLTE: Voi non dovreste dimenticare mai il contesto storico. È vero invece che non tutte le mie concezioni sono rimaste invariate. Ne Il fascismo nella sua epoca ho scritto: «E con ciò ebbe inizio la più grande guerra di annientamento, asservimento e rapina che ci sia mai stata nella storia». Ne La guerra civile europea (Nazionalsocialismo e bolscevismo) ponevo già la questione se questa guerra d'attacco non debba essere considerata una lotta decisiva e inevitabile [decisiva per il controllo e l'unificazione dell’Europa - vedi sotto - N.d.T.] Oggi sono molto scettico sulla caratterizzazione di tutte le guerre di Hitler come guerre d’aggressione, almeno fino a quando si continuerà a dire che nel 1939 Stalin nei confronti della Finlandia si limitò a “presentare le sue richieste”. Se non si dice che quella fu un'aggressione, non si dovrebbe dirlo nemmeno dell'attacco alla Russia. Infine parlare di un’aggressione alla Francia nel 1939 è francamente ridicolo.

SPIEGEL: Abbiamo sentito bene, nessuna aggressione? La seconda guerra mondiale non fu dunque un Assalto al potere mondiale (6)?

NOLTE: Hitler non fu soltanto un ideologo, e la seconda guerra mondiale fu tendenzialmente, potenzialmente, anche una guerra per l’unificazione dell'Europa. La Germania è il più grande Stato europeo, e se ci ricordiamo l’esempio del Piemonte, si può dire che la Germania avesse allora unificato l’Europa.

SPIEGEL: .. .in quanto Reich grande-tedesco, con Stati satelliti e popolazioni ridotte alla condizione di iloti, per mezzo della guerra e della violenza.

NOLTE: Voi non dovreste cercare di chiudermi in un angolo, dove io non sto. Dovreste riconoscere che rifiuto decisamente, e per intima convinzione, l'idea che si dovessero annientare gli ebrei perché responsabili della disgrazia del mondo e si dovessero asservire le popolazioni della Russia. annettendo grandi parti del suo territorio. Ciononostante la seconda guerra mondiale dovrebbe essere considerata virtualmente una guerra per l’unificazione dell’Europa. L’uso della forza è un dato di fatto così costante nella storia, che non si può ricavarne soltanto un giudizio di condanna.

SPIEGEL: La maschera ideologica hitleriana dell’unificazione entra in scena quando la guerra è praticamente perduta - perché le SS hanno bisogno di nuovo personale. Quale avrebbe dovuto essere secondo Lei la “posizione adeguata alla Germania”? E quale dovrebbe essere oggi?

NOLTE: Anche allora avrebbe potuto essere quella che la Germania due volte sconfitta ha raggiunto oggi, evidentemente in modo diverso: essere insieme alla Francia la potenza dominante in un’Europa unificata. E va da sé che questa Europa sarebbe una delle potenze mondiali.

SPIEGEL: Professor Nolte, La ringraziamo per averci concesso questa intervista.

(Traduzione dal tedesco di Francesco Coppellotti)


(1) Gemard Löwenthal è stato per molti anni conduttore di “ZDF Magazin”, l’unica trasmissione televisiva tedesca che, con insistenza e decisione, abbia preso posizione contro la DDR comunista e a favore della riunificazione della Germania. [Nota aggiunta di E. N.]

(2) Manfred Brunner è stato un dirigente del Partito liberale bavarese e poi capo di gabinetto del commissario tedesco alla CEE, Martin Bangemann. Dopo che le sue esperienze lo hanno convinto ad opporsi al trattato di Maastricht, è tornato in Germania e ha fatto appello alla Corte costituzionale, che sta ancora esaminando il caso, e ha fondato la “Lega dei liberi cittadini”, che pero alle elezioni europee non ha ottenuto il successo sperato. [Nota aggiunta di E. N.]

(3) Il “Rapporto Leuchter” è stato tradotto in italiano nel ’93 per le “Edizioni all’insegna del Veltro”. Non ancora tradotte sono invece le penetranti critiche a Leuchter da parte di Wemer Wegner (in Die Schatten der Vergangenheit - Zeitgeschichte/Ullstein V., 1992), già citato da Nolte in Nazionalsocialismo e bolscevismo. La frase in corsivo nel testo è quella che ha più scandalizzato gli antifascisti. Ma nella recentissima edizione italiana del libro di Jean-CIaude PRESSAC, Le macchine dello sterminio. Auschwitz 1941-1945 (Feltrinelli 1994; ed. or. francese 1993), scritto espressamente contro i revisionisti (e senza mai nominarli), il numero degli ebrei uccisi nelle camere a gas di Auschwitz viene ulteriormente ridotto a 550.000. «Questo risultato - conclude Pressac a p. 174 -, se pure modifica radicalmente la nostra percezione quantitativa di Auschwitz, non ne cambia in nulla la sempre attuale carica simbolica, quello di uno sterminio di massa di innocenti praticato con il gas». Si tratta naturalmente di una cifra ipotetica, anche se molto più verosimile dei 4 milioni (“cifra emotiva” - dice Pressac) di cui finora si è parlato, prendendo alla lettera le confessioni del comandante di Auschwitz Rudolf Höss; il carattere ipotetico di tutte queste cifre è dovuto all’assoluta segretezza di cui fu circondata la cosiddetta “Soluzione finale”: chiamata in realtà “Azione speciale” (Sonderaktion, termine burocratico che designava sia la separazione degli abili al lavoro [arbeitsfähig] dagli inabili, sia l’eliminazione di questi ultimi) e riservata a pochi “iniziati” tra le stesse SS. Pressac giunge a quel risultato valutando criticamente le affermazioni di Hoss, cioè confrontandole con documenti storici (che Nolte definisce “senza dubbio autentici”) anteriori al 1945, relativi alla costruzione dei crematori di Auschwitz e recentemente scoperti negli Archivi Centrali di Mosca.

Dunque il nuovo “caso Nolte” non riguarda affatto i numeri. Esso riguarda soltanto la sua critica all’unicità dello sterminio nazionalsocialista degli ebrei. La nuova legge tedesca contro la “menzogna su Auschwitz” punisce con cinque anni di reclusione «chiunque metta in dubbio l’assoluta veridicità [uneingeschränke Richtigkeit]» di alcune di quelle testimonianze oculari, quasi tutte posteriori al 1945, che perfino i pochi storici dichiaratamente “antirevisionisti” (in pratica soltanto Vidal-Naquet e Mayer) ritengono poco affidabili, specie se le si considera quali prove documentali di un crimine comune - che è il presupposto giudiziario da cui partono i revisionisti per affermare che quelle testimonianze sono essenzialmente dei falsi. Infatti altri storici antifascisti, ma non-antirevisionisti, hanno ormai espunto tacitamente dai loro libri quelle testimonianze, perché sono troppo discutibili, mentre la nuova legge, che ha lo scopo “pedagogico” di trasformare in norma dello Stato (etico?) questa prassi storiografica più “aggiornata”, deve dire positivamente che sono indiscutibili. Ma su che cosa si può fondare un’affermazione cosi stupefacente, se non su un presupposto extragiuridico, cioè su una tesi storica trasformata in legge non scritta: l’assoluta unicità e imparagonabilità di tutto ciò che ha a che fare con il crimine in questione, testimonianze comprese? E per difendere questa opinione comune divenuta ormai per legge un principio della “morale pubblica” (offesa dai revisionisti), la nuova legge stabilisce di fatto che lo studio e la critica dei documenti storici originali riguardanti l’Olocausto sia limitato a una ristretta cerchia di “iniziati”; esponendosi così alla critica di libertà intellettuale minacciata e di “quasi-religione” - come aveva detto Nolte nel suo articolo sulla FAZ del 23 agosto, Una legge su ciò che non cade sotto il dominio della legge. Era dunque necessario dimostrare “pubblicamente” che le tese noltiane conducono ad affermazioni genericamente “inaccettabili”: nulla di più facile, dato che il pubblico non conosce queste ultime, né in base alla legge può più conoscerle, se non in quanto riferite da pubblicazioni non revisioniste. E questo era appunto il compito che i tre intervistatori marpioni e “avidi di dogmi” dello Spiegel dovevano svolgere. [N.d.T.].

(4) Storico e sociologo, autore di Soluzione finale. Lo sterminio degli ebrei nella storia europea (Mondadori 1990). Ma il curioso titolo originale, Why did the Heavens not darken? [Perché i cieli non si oscurarono?] The “Final solution” in History, cercava di coniugare il richiamo laico alla storia con l’allusione biblico-messianica (Isaia XIII, 10; Matteo XXIV, 29; ecc.). Ora, il contrasto tra l’interpretazione antifascista e quella non antifascista del genocidio degli ebrei con il gas non riguarda tanto il suo carattere di simbolo, quanto l’Unicità di questo evento-simbolo, che trova espressione tipica nel tennine “Olocausto” e istituisce di per sé una distinzione qualitativa assoluta nei confronti di tutti gli altri stermini della storia, a cominciare da quello Gulag sovietico: tutti razionalmente giustificabili e quindi storicamente inevitabili, se paragonati con Auschwitz. Non a caso Mayer (pure lui dichiaratamente antirevisionista, o piuttosto anti-Nolte, ma senza farne il nome) cerca di risolvere questa aporia storico-filosofica istituendo un parallelo – nell’ambito di una presunta comune irrazionalità storico-religiosa – tra l’Olocausto e la guerra tedesca a Oriente intesa come “crociata anticomunista” da una parte e i pogrom accaduti in Gennania durante la prima Crociata dall’altra, senza il benché minimo accenno al contemporaneo Gulag, come se questo appartenesse a un’altro mondo (quello della razionalità storica). Nolte nella sua recensione al libro (ora in Dramma dialettico o Tragedia?, Settimo Sigillo, Roma 1994) osserva: «Mayer ignora completamente che anche la letteratura antisemita aveva stabilito, in maniera del tutto analoga, un rapporto tra il presente e un lontano passato, cioè tra il bolscevismo e il Libro di Esther dell’Antico Testamento, nel quale si narra come una mitica donna ebrea, divenuta regina del regno persiano nel VI secolo, aiuti i suoi correligionari - accusati di essere dei rivoluzionari - ad annientare i loro persecutori e a conquistare una posizione di grande prestigio; il che corrisponde all’effettiva situazione storica degli ebrei nel primo secolo a. c., quando il libro di Esther fu tradotto in greco - cfr. Elias Bickermann, Four strange Books of the Bible, New York 1967». In altre parole: l’antirazzismo più recente, incapace come il nazismo di spiegare razionalmente la natura dell’avversario e quindi la sua universalità, cioè la sua eventuale paragonabilità, deve attribuirgli dall’esterno questo carattere universale, per mezzo del “cristianesimo”. Si generalizzano così dei dati storici secondari, più o meno noti a seconda dell’aria che tira: il fatto che ci siano stati dei pogrom guidati da cristiani (ma il nazismo presuppone una decristianizzazione di massa) o il fatto che ci fossero degli ebrei alla guida di partiti rivoluzionari (ma il marxismo proviene dalla filosofia classica tedesca, non dall'ebraismo) [N.d.T.].

(5) Il giudizio sul “caso Deckert” fu emanato dopo un lungo processo contro il presidente del Partito Nazionale Democratico Tedesco: lo condannava a un anno di prigione con la “condizionale”, proprio a causa di una negazione di Auschwitz; e suscitò un’enorme emozione e un’appassionata discussione soprattutto perché il tribunale, come accade abitualmente in casi analoghi, aveva dovuto riconoscere all’accusato un “saldo carattere”, per poter sospender la pena durante il periodo di prova. Questa reazione era il sintomo della diffusa tendenza dell’opinione pubblica a esigere la punizione delle intenzioni. [Nota aggiunta dell'Autore]. [Il 15/12/94 la Corte Suprema tedesca ha annullato la sentenza, disponendo in pratica l’obbligatiorietà della detanzione per questo particolare reato d’opinione, da intendersi dunque come immediatamente doloso - Nota aggiunta del Traduttore].

(6) È il titolo di un famoso libro dello storico tedesco Fritz Fischer (ed. it. Einaudi), pubblicato nel 1961, sulle mire espansionistiche della Germania guglielmina come causa della Grande Guerra. Poiché la maggior parte degli storici europei non accetta più la tesi di Fischer, almeno nella sua interezza, il titolo del suo libro è passato nell’uso retorico a designare la guerra hitleriana. Con una paradossale difficoltà, che forse spiega l’insistenza con cui Fischer ha continuato a difendere la sua formula: le forze di cui disponeva Hitler per tentare “l’assalto al potere mondiale” erano assai inferiori a quelle del Secondo Reich. [N.d.T.]

NOTE DI CIVIUM LIBERTAS

(i) L’articolo, apparso il 30 maggio 1994, lo si trova oggi nell’archivio online dello Spiegel. L’intervistatore, di cui Nolte omette il nome, era Jürgen Leinemann, che rese il suo servizio con la seguente titolazione: «Geschischschreibung. Der doppelte Außenseiter. SPIEGEL-Reporter Leinemann über den Historiker Ernst Nolte und die Relativierung von Vergangenheit». Avendo fatto esperienza, per un solo giorno, di simili giornalisti, la mia risultanza è che costoro vengono avendo già in mente un loro teorema entro cui collocare i dati, che diventano del tutto funzionali a ciò che già hanno in mente di scrivere. Guai a lasciarsi ingannare dalla loro bonarietà. Ricordo una snervante conversazione telefonica con un giornalista del “Corriere della Sera”, i cui pregiudizi e la cui ignoranza non ho tardato molto a scoprire, il quale pretendeva di estorcermi un’intervista per dire non cio che io pensavo, ma ciò che lui voleva io dicessi. Altri casi, divertenti, avrei da raccontare, ma lo farò poco alla volta. L’antitodo che ho subito approntato, constatata l’ordinaria malafede giornalistica, è di accettare solo interviste scritte, firmate e vidimate, con cautele crescenti a seconda dell’affidabilità del giornalista. Il metodo ha funzionato. Esemplare e istruttiva la costante violazione della legge italiana sulla stampa che impone ai giornali l’obbligo della smentita e della rettifica. Tuttavia, per i grandi casi di diffamazione deve esistere a monte una valutazione costi/effetti voluti e ricercati, per cui un grande quotidiano accettare di buon grado il rischio di dover pagare poche migliaia di euro a fronte di una propaganda resa ad una “grande causa” ovvero ad un forte interesse politico. Per lo stato d’Israele sono noti i cospicui investimenti per la promozione della sua “immagine” all’estero. - Torna al testo.

(ii) Questa dell’«infanzia» e delle «posizioni politiche» deve essere una regola da manuale, che è stata seguita anche nel mio caso, dove sono state tirate fuori storie assolutamente assurde, oltre che infondate e non pertinenti, risalenti a circa mezzo secolo prima. Ho anche notato nella propaganda di tipo sionista una costante psicoanalitica, dove forse complice la psicoanalisi di Freud – che era pure uno di loro – ti tirano sempre fuori assurdità che sono fonte di reddito per strizzacervelli, che amano andare in genere a molestare quelle sante donne che sono state le nostre madri e le nostre nonne. È tipica la figura dell’«ebreo che odia se stesso». Appena, e sono sempre più numerosi questi casi, si trova un ebreo su posizioni antisioniste o revisioniste, subito scatta l’offensiva psicoanalitica. Ti bombardano con insulti e vilipendi alla persona, tentando di distruggere i ricordi che ognuno ha della sua vita e delle sue esperienze, cercando anche in questo modo non di curare traumi – come pretendeva di fare la psicoanalisi freudiana – ma al contrario di produrne, creando artificialmente un rapporto conflittuale tra l’io e la sua coscienza. Sono davvero metodi meschini ed ignobili che meritano il massimo disprezzo da parte della gente dabbene. Stesso discorso per le posizioni politiche che si tenta di criminalizzare in ogni modo, partendo però, necessariamente, dagli equilibri politici dominanti, forte dei quali e dietro i quali il denigratore sa di potersi nascondere. La Germania, in effetti, non solo è stata distrutta e devastatata materialmente dalle truppe liberatrici, ma hanno anche deformato come peggio non si poteva fare la struttura morale e intellettuale di quanti sono stato risparmiati dalla distruzione fisica e biologica. Basti qui ricordare un dato difficile da ottenere e pubblicizzare, per il quale dal 1994 ad oggi si può stimare un numero di 200.000 persone perseguite penalmente per reati di opinione connessi ai temi trattati da Ernst Nolte nella sua intervista e nella sua opera storiografica in genere. Oggi, in Germania e in Europa, è sempre più difficile essere e rimanere degli “spiriti liberi”. - Torna al testo.

(iii) Non penso assolutamente e non mi permetterei mai di dire che Nolte sia stato un ingenuo a credere che quelli dello Spiegel intendessero dare di lui un’immagine diversa da quella data appena pochi mesi prima. Del resto, chi è sicuro del proprio pensiero non teme mai il confronto. Nolte non ha fatto male a provocare un dibattito che noi riprendiamo e sviluppiamo dopo sedici anni. L’osservazione nasce sotto l’impressione della lettura in corso del libro di Robert Fisk, Il martirio di una nazione, dove si legge più volte come fosse una evidenza empirica che gli attacchi aerei, che sganciavano bombe sulla popolazione civile ritornavano una secondo volta dopo un tempo calcolato di dieci minuti per sganciare altre bombe ed ordigni di morte, in modo da dare il colpo di grazia a chi fortunosamente fosse sopravvissuto al precedente attacco. La seconda intervista di “Der Spiegel” – come poi è stato – voleva essere il colpo di grazia. – Torna al testo.

(iv) Anche questa è una tecnica nota e collaudata. Ne parla, ad esempio, Jeff Halper, nella parte iniziale del suo libro apparso in traduzione italiana. Nota Halper come la tecnica della sperimentata propaganda sionista è proprio quella di collocare l’avversario su un piano da essi stessi scelto in modo da costringerlo a stare sulla difensiva. Ho personalmente denunciato questa tecnica nella mia citata difesa davanti al Collegio di Disciplina, dove ero apparso per difendermi da accuse identifiche a quelle che erano state mosse a Nolte sedici anni prima. Per difendersi efficacemente non bisogna stare al giorno e porre invece la discussione sul piano che ci è proprio. - Torna al testo.

(*) Su Fritjof Meyer, mentre cercavamo una sua immagine, per illustrare il testo, come sempre facciamo nelle nostre edizioni, ci siamo subito imbattuti in un articolo proprio su Meyer dello storico revisionista Jürgen Graf, “Chiamatemi pure Meyer”, un addio all’ovvietà, di cui diamo senz’altro il link.